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21 settembre. San Matteo Apostolo



Caravaggio, Vocazione di San Matteo


 Gesù, se è necessario che la tavola insozzata da essi

sia purificata da un’anima la quale vi ama, 
voglio ben mangiare sola il pane della prova 
fino a quando vi piaccia introdurmi nel vostro Regno luminoso. 

Santa Teresa di Lisieux, Storia di un’anima





Dal Vangelo secondo Matteo 9,9-13.

In quel tempo, Gesù passando, vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».


Il commento


Scriveva Santa Teresa di Lisieux nella sua Storia di un’anima. “... Il Re della Patria luminosa è venuto a vivere trentatrè anni nel paese delle tenebre. Ahimè! Le tenebre non hanno capito che quel Re divino era la luce del mondo. Ma, Signore, la vostra figlia ha capito la vostra luce divina, vi chiede perdono per i suoi fratelli, accetta di nutrirsi per quanto tempo voi vorrete del pane di dolore e non vuole alzarsi da questa tavola colma di amarezza dove mangiano i poveri peccatori prima del giorno che voi avete segnato. Ma anche lei osa dire, a nome proprio e dei suoi fratelli: Abbiate pietà di noi Signore perchè siamo poveri peccatori. Oh Signore, rimandateci giustificati.... che tutti coloro che non sono illuminati dalla fiaccola limpida della fede, la vedano finalmente... Gesù, se è necessario che la tavola insozzata da essi sia purificata da un’anima la quale vi ama, voglio ben mangiare sola il pane della prova fino a quando vi piaccia introdurmi nel vostro Regno luminoso. La sola grazia che vi chiedo è di non offendervi mai” (Manoscritti autobiografici, n. 277). Teresina aveva imparato che cosa significhi la misericordia. Le viscere appassionate di Dio. Il sacrificio nella misericordia.



Teresa, chiamata, scelta, eletta, come noi, come Matteo. Amati esattamente dove eravamo, come eravamo. La certezza di non essere migliori di nessuno, la santa umiltà. Con Teresa impariamo anche noi a ripetere al Signore, a nome nostro e dei nostri fratelli, di avere pietà di tutti noi poveri peccatori. E’ questo il cuore autentico di una madre, di un padre, di un figlio, di un amico, di un collega di lavoro. Insieme a chi vive con noi, a chi ci fa del male, a chi sta gettando la vita nella tomba dei peccati. In ogni prova che ci attende sul cammino, in ogni sofferenza brilla la luce della fede, occhi limpidi che vi intuiscono l’occasione propizia di tendere una mano di salvezza. Le nostre angosce, le sofferenze di oggi, e di domani, sono la mano di Gesù che cerca peccatori da salvare. Le Sue ferite nelle nostre ferite: "Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia" (Papa Francesco, intervista a Civiltà Cattolica). La nostra vita insanguinata offerta per chi ci è caro, perché tutti ci sono cari, anche i nemici, schiavi come lo eravamo noi. Il loro male - il male di un figlio che disperde i suoi giorni, di un marito prostrato nel dolore di una malattia, il dolore nella prova qualunque essa sia - diviene, nell'offerta a Cristo, un balsamo di salvezza. 



E' questo il modo di amare, vero, gratuito, divino. Crocifisso. Con Teresa, nell’ora della prova, la luce della fede ci fa sapere d’essere, proprio in quel momento, seduti alla mensa dei peccatori. Con Teresa, con Gesù. Ogni spada che ci trapassa il cuore è una sorgente di salvezza per infinite persone. La nostra com-passione per chi non ha fede, per chi soffre la vera atrocità, che è non conoscere l’amore di Cristo. Ogni momento di sofferenza è dunque un momento di Grazia, un tesoro che ci accumuliamo in cielo, per noi, e per molti altri.



E' l'esperienza di Matteo il pubblicano, così come appare nel Vangelo. Il Signore si è avvicinato al tavolo dove strozzava la vita ai poveri, agli orfani, alle vedove, ai suoi fratelli, al suo stesso sangue tradito. Gesù è sceso sino al suo inferno, al peccato più grande, e lo ha guardato, fissato, amato. Senza l'ombra di un giudizio ha lasciato che il suo sguardo di misericordia incontrasse lo sguardo sperduto e impaurito di Matteo. Ed è sorto lo stupore, un'esperienza travolgente, insperata, inattesa. Matteo ha conosciuto il perdono nel bel mezzo del peccato. Il pubblicano, il reietto aveva incontrato il Santo, il Puro, l'Amore. Gesù si era seduto alla sua tavola, ne aveva condiviso la solitudine, il disprezzo, la morte. Nella Chiamata di Matteo risuona il grido crocifisso, "Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Il Figlio fatto peccato, giusto tra i peccatori, ha sperimentato l'estrema solitudine, la più atroce, l'inferno, l'assenza di Dio. Gesù è sceso al fondo dell'abisso perché nessuno di quelli che vi giacciono rimanga escluso dalla misericordia. La chiamata di Matteo è il riscatto, il perdono, l'invito al banchetto delle nozze. E' la chiamata a lasciare la solitudine per entrare nella comunione, nell'intimità con Dio, perduta a causa del peccato.



Così Gesù si è seduto alla nostra mensa, quando eravamo malvagi e con il cuore lontano da Lui. Il Cristianesimo non è una serie di sacrifici per scalare il cielo, e tanto meno semplice filantropia. E’ misericordia, persone che hanno sperimentato la misericordia e in essa incontrano e amano tutti gli altri uomini. Matteo rinato ha immediatamente e naturalmente moltiplicato la sua esperienza, ne ha fatto cibo per i suoi amici, peccatori come Lui. La sua chiamata si è trasformata immediatamente in cento, mille chiamate. La Grazia sperimentata è diventata Grazia per molti altri. L'esperienza del perdono ha coinvolto il Signore in un'opera ancor più grande. Matteo, il peccatore, è divenuto così la porta ad un fiume di Grazie. Gesù si era seduto alla sua tavola. Ora accompagna Gesù a sedersi con lui alla mensa dei suoi amici, poveri e disgraziati compagni di solitudine e peccato. Matteo fonte di misericordia, amato da Gesù ne diviene l'amico, il fratello e lo conduce sui passi della sua vita, della sua storia, a diffondere la stessa misericordia da lui sperimentata. Matteo, immagine e profezia di ogni apostolo: "I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte, nel loro buio senza perdersi" (Papa Francesco, Ibid).



In Matteo appare la nostra stessa chiamata. Perdonati per accompagnare Cristo sulle strade dei nostri giorni. Spendere la vita donata e riscattata alla mensa dei peccatori, lasciando che scenda, con Cristo, nelle macchie della storia, le grandi e le piccole, purificate dalle nostre anime amate infinitamente dal Signore. Seduti, sino all’ultimo giorno, accanto a chi non Lo conosce o lo sta rifiutando. Forse alla tavola dove ceniamo ogni sera con la nostra famiglia, accanto a nostro figlio; o forse alla mensa aziendale, o a quella scolastica, o al bar... E lì, donare, con gioia, la misericordia che salva, come ripete incessantemente Papa Francesco: "La Chiesa a volte si è fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti. La cosa più importante è invece il primo annuncio: "Gesù Cristo ti ha salvato!". E i ministri della Chiesa devono innanzitutto essere ministri di misericordia" (Intervista a Civiltà Cattolica). Ma ministri della Chiesa sono anche i genitori, i fratelli, tutti lo siamo per chi si è perduto, come Matteo che lo è diventato per esperienza. Con tutti e per tutti sporcarsi, e guardarli con gli occhi di Cristo, e amarli, e sedersi con loro, alla loro tavola, giorno dopo giorno. L'amore a dieci metri di distanza non è amore, perché non potrà mai essere fecondo. Due sposi non generano figli con un semplice sguardo.... Così anche noi siamo chiamati a spogliarci, innanzitutto degli schemi, e poi delle certezze acquisite che, quasi sempre, non sono le verità immutabili del Vangelo, ma la loro caricatura da noi disegnata per difenderci e non correre il rischio di perdere la vita per amare davvero. Essere disposti a rivedere tutto dieci volte al giorno, per amore di una sola persona... E poi a unirci a lei davvero, e farci tutto a tutti, carne della carne di chi ci è accanto, anche se all'opposto della nostra vita e dei nostri valori; che il Signore ci conceda di non cedere all'ottusità, ma, con Cristo, di aprirci in uno sguardo capace di abbracciare l'infinito, il passato, il presente e il futuro in un solo abisso di misericordia che tutto trascende e purifica. 

Che ha fatto Gesù con Matteo? Lo conosceva da sempre, molto prima di incontrarlo intento a riscuotere gabelle. Lo conosceva dall'eternità, e dall'eternità lo aveva scelto per essere suo apostolo. Lo ha guardato, amato e chiamato: non un rimprovero, non un moralismo, non un consiglio. Nessuna condizione, una semplice parola: "seguimi". In essa tutto l'amore, così diverso da ogni altro amore. A lui Gesù diceva di seguirlo. Lui che non era un fariseo, un dottore della legge, ma neanche un semplice popolano; lui, il più reietto, detestabile, un ladro e traditore: "Vide Gesù un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: Seguimi" (San Beda il venerabile). "Seguimi", ti ho guardato e ho visto me me in te, e ho scelto te, così come sei; non ti preoccupare, non guardare te stesso, non restare con quel dito chiedendoti "ma proprio io??"; si proprio tu, perché ti ho amato e scelto da sempre, non importa quello che hai fatto, ora cambia tutto, ora, nel mio amore... Segui me e la tua vita sarà qualcosa che neanche hai immaginato. Seguimi e sarai felice. Ecco questo è stato quell'incontro che, secondo la sua confessione, ha toccato anche Papa Francesco facendogli scoprire la sua vocazione: "La sintesi migliore, quella che mi viene più da dentro e che sento più vera, è proprio questa: “sono un peccatore al quale il Signore ha guardato”... io sono uno che è guardato dal Signore. Il mio motto Miserando atque eligendo l’ho sentito sempre come molto vero per me... A Roma visitavo spesso la chiesa di San Luigi dei Francesi, e lì andavo a contemplare il quadro della vocazione di san Matteo di Caravaggio. Quel dito di Gesù così… verso Matteo. Così sono io. Così mi sento. Come Matteo». E qui il Papa si fa deciso, come se avesse colto l’immagine di sé che andava cercando: «È il gesto di Matteo che mi colpisce: afferra i suoi soldi, come a dire: “no, non me! No, questi soldi sono miei!”. Ecco, questo sono io: “un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi”. E questo è quel che ho detto quando mi hanno chiesto se accettavo la mia elezione a Pontefice... Peccator sum, sed super misericordia et infinita patientia Domini nostri Jesu Christi confisus et in spiritu penitentiae accepto".

La vocazione di Matteo dalla quale sorge anche quella di Papa Francesco, un profeta inviato da Dio per orientare i passi della Chiesa in questo tempo così difficile, è il paradigma della missione della Chiesa: vocazione e missione sono infatti aspetti diversi di un unica misericordia. Il mondo è pieno di Matteo, "Uomini" come lui, amati e scelti da sempre, ma presi nei lacci degli inganni del demonio. Ecco, occorre lo sguardo di Cristo su ogni uomo, che con misericordia spazza via la polvere, e anche i sedimenti più duri, per riconoscere in ciascuno le sembianze del Figlio nel quale tutti sono stati creati. Ogni uomo è opera delle mani di Dio: la missione della Chiesa è cercare quest'opera, annunciare il Vangelo perché essa risuoni nei cuori come la verità che dà sostanza e compimento alla vita; poi, con un cammino lento di conversione e di liberazione, accompagnare le persone come una madre. All'inizio nessun'altra parola che il "seguimi" con cui dare fiducia, speranza, animo. Solo un "seguimi" immerso nel potere di Gesù Cristo, che attira con l'amore dolce e senza condizioni. E' il kerygma che gli apostoli hanno sempre annunciato, incarnandolo nella realtà degli ascoltatori, illuminando i peccati perdonati da Gesù. Ma Matteo aveva tra le mani i suoi peccati, anzi, stava peccando... Il solo sentirsi chiamare in quel momento così poco propizio e adeguato secondo la sapienza umana, ha avuto il potere di risuscitarlo e fargli abbandonare tutto. "Seguimi" ora figlio mio, ecco cosa dire a casa quando scopriamo che un figlio l'ha combinata grossa. Questo "seguimi" è un terremoto che apre alla conversione nelle "periferie esistenziali" dove le perone hanno perso la vita. Poi verranno tutte le altre parole di insegnamento, la luce sulla vita morale patrimonio e frutto di chi è già risorto a una vita nuova. L'agire, infatti, segue sempre l'essere. Prima l'amore e la misericordia,, che gestano nell'utero della Chiesa i piccoli embrioni. Poi la rinascita, e poi il latte, e poi le pappette, e poi, molto dopo, le bistecche. Non è forse un uomo un embrione? Certo, ma non può nulla...    

In Matteo dunque, si legano la vocazione di Papa Francesco e della Chiesa, di ciascuno di noi nelle situazioni e nella porzione di società nella quale siamo stati chiamati: "Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali" (Ibid). La "proprosta" è il "seguimi", il "nuovo equilibrio" che si concentra sull'essenziale. Solo la Chiesa può arrivare da un assassino e dirgli "seguimi", e non per andare in carcere ma per essere perdonato e liberato. Solo la Chiesa può arrivare da un ladro, un traditore, un pedofilo, un violento, uno spacciatore, un medico che pratica aborti, così come a chiunque persona, e dire a tutti "seguimi", e portarseli tutti a casa sua, nelle sue assemblee, nelle sue comunità, dai suoi figli salvati qualche momento prima. "Seguimi", vieni con me e sarai, anzi già stai cominciando ad essere santo, una nuova e meravigliosa creazione. Solo la Chiesa perché è il corpo di Cristo risorto, che ha vinto, qui ed ora per ogni persona, la morte e il peccato, qualunque esso sia.

Per questo Matteo, senza dire una parola, si è alzato e ha portato Gesù a casa sua. Aveva cominciato ad "andare" e a "imparare" che cosa significhi "misericordia io voglio e non sacrifici". Lo aveva imparato perché di certo non aveva forza per fare alcun sacrificio... figuriamoci... Era semplicemente "andato" dietro a Gesù, e questo era imparare la misericordia.... L'essere diventato un pubblicano, un ladro, un peccatore, nello sguardo misericordioso di Gesù che ardeva a mille gradi polverizzando i peccati sino all'ultimo granello, diventava misteriosamente la preparazione e una sorta di formazione per essere apostolo. E' impensabile, ma non stiamo trattando di cose umane... Il cammino di perdizione giunto all'incontro con la misericordia, diviene il cammino di conversione. Il peccato è trasformato in giustizia. E la debolezza e le ferite sono trasfigurate sino a risplendere come i segni più autentici della credibilità del Vangelo. Per questo Matteo torna sui suoi passi, un pochino come il figlio prodigo, a casa sua, dove sono i suoi amici, quelli con cui ha peccato. Ma ora è diverso, vi torna con Cristo, e nulla è più come prima, quel luogo di dolore e di morte diviene un "ospedale da campo", un embrione di Chiesa, un luogo di speranza. E' quello che ha auspicato Papa Francesco per la missione della Chiesa, qualcosa che appare profeticamente in Matteo e nella sua vicenda: "Invece di essere solo una Chiesa che accoglie e che riceve tenendo le porte aperte, cerchiamo pure di essere una Chiesa che trova nuove strade, che è capace di uscire da se stessa e andare verso chi non la frequenta, chi se n'è andato o è indifferente. Chi se n'è andato, a volte lo ha fatto per ragioni che, se ben comprese e valutate, possono portare a un ritorno. Ma ci vuole audacia, coraggio" (Ibid). L'audacia e il coraggio di Gesù trasmessi a Matteo, e a te e a me, per salvare questa generazione.




APPROFONDIMENTI

Benedetto XVI. Catechesi su San Matteo

Benedetto XVI: la vera religione è “l’amore di Dio e del prossimo”

Giovanni Paolo II. Gesù a mensa con i peccatori

Silvano Fausti e Filippo Clerici. Non venni a chiamare i giusti, ma i peccatori

Raniero Cantalamessa. Meditazione sulla vocazione

Raniero Cantalamessa. Dio vuole dall'uomo il sacrificio richiesto dal suo amore

Matteo. Il previsto e l’imprevisto

San Beda il Venerabile. Gesù lo guardò con sentimento di pietà e lo scelse

Sant'Efrem Siro. Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?

S. Agostino. Egli, alzatosi, lo seguì

San Pietro Crisologo. L’uomo, alzatosi, lo seguì

S.Matteo apostolo ed evangelista nei dipinti del Caravaggio per la Cappella Contarelli a S.Luigi dei Francesi in Roma




Sabato della I settimana del Tempo Ordinario









Sono rotti i miei legami
pagati i miei debiti
le mie porte spalancate
me ne vado da ogni parte.
Essi accovacciati nel loro angolo
continuano a tessere la pallida tela delle loro ore;
o tornano a sedersi nella polvere
a contare le loro monete
e mi chiamano perché torni indietro
Ma già la mia spada è forgiata,
già ho messo l'armatura
già il mio cavallo è impaziente
e io guadagnerò il mio Regno.

Tagore





Mc 2,13-17

In quel tempo, Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».


Il commento

Matteo, un peccatore intento a peccare. Le mani ancora incollate al denaro estorto, probabilmente senza scrupoli. E una voce come un diamante incastonato in uno sguardo: "Seguimi". Di certo più che il "segui" ha fatto il "mi". Solitamente tendiamo ad enfatizzare il nostro seguire il Signore e perdiamo di vista Chi ci chiama, Chi seguire. Una voce, uno sguardo, e una parola, tutto accaduto proprio lì, dove Matteo era in quello stesso istante, immerso nel suo impuro lavoro di esattore. Aveva ricevuto in appalto dal procuratore romano la riscossione delle tasse, il portorium, il diritto di dogana e pedaggio che doveva pagare chi viaggiava al confine fra le tetrarchie di Erode Antipa e di Erode Filippo, più o meno un dirigente di Equitalia… E, molto probabilmente, taglieggiava i contribuenti, come un mafioso. Basta pensare cosa evochi in noi questa parola per capire che vita facesse Matteo, mafioso e collaborazionista, peggio di un kapò in un campo di concentramento. Impuro come il lebbroso, a contatto con i romani, con il cuore e il corpo. Come il paralitico, inchiodato alla sua sedia a rubare e a rovinare i suoi fratelli. E lì, in quel vomito di vita, un raggio di luce, come ha inimitabilmente dipinto Caravaggio. Una voce, uno sguardo e una parola: è il Signore, l'unico Signore, l'unico Dio perché l'unico che si sia chinato su quel relitto d'uomo, un aguzzino venduto e traditore, specie di peccatore tra le più turpi. Gesù, l’unico a cercarlo, nel guardarlo, chiamarlo, amarlo così come Matteo era, senza moralismo, senza alcun giudizio. Lo ha amato al punto di volerlo con sé. E chi si prenderebbe ora, così su due piedi, un mafioso in casa? Chiamare Matteo, infatti, è stato come consegnare ad un ladro l'amministrazione della propria banca: Gesù ha consegnato i suoi tesori, le sue cose più preziose ad un approfittatore, ad un impuro e indegno peccatore. L' assoluta eccezionalità di questa esperienza ha generato in Matteo l'eccezionale, la conversione. La Grazia ha acceso la gratitudine. Come non seguire l'unico che lo aveva amato, l'unico che lo aveva guarito e strappato all'inferno? Matteo ha toccato un amore più grande d'ogni altro, qualcosa di mai visto, sentito, vissuto, qualcosa che ti prende fin dentro, nel più profondo di te stesso, e ti trascina con sé, in una pace mai sperimentata, una tenerezza mai immaginata, l’amore celeste che non è presente nella natura, l’amore di Dio che può essere solo donato e accolto con umiltà. Mathaios, traduzione greca dell’ebraico Mattai che significa “dono di Dio”, è immagine di ogni uomo che ha sperimentato la gratuità dell’amore di Dio nel fondo dei propri peccati, e lo ha accolto con stupore e gratitudine. Lasciare tutto all’istante per Matteo ha significato la guarigione del cuore, come per la suocera di Pietro, il lebbroso e il paralitico; si è sentito immediatamente libero, e così, seguire Gesù è stato l’inizio di una vita libera, altro che rinuncia. Lasciare tutto è, semplicemente, aver trovato l'Unico per cui vivere è bello, vero, santo; è essere rapiti dall'amore che è impossibile anche sognare, ma al quale tutto, in ogni uomo, tende invincibilmente. Lascia tutto chi ormai ha tutto, perché appartiene a Gesù, e il resto torna al posto che gli compete, sciolto dall’assolutezza che gonfia di inautenticità persone e cose sino a farne degli idoli tirannici. Matteo lascia tutto subito perché già ha ricevuto tutto, istantaneamente. Nel tutto di Gesù, infatti, è ridonata, trasfigurata, anche ogni altra persona, e il lavoro, gli amici, gli affetti.

Per questo il primo passo di Matteo liberato ha condotto quell’amore celeste nella sua terra, a casa sua: seguire Gesù è infatti, prima d'ogni altra cosa, “invitarlo” alla nostra vita, alla nostra storia. Il primo frutto dell'incontro con Cristo, per Matteo è stato trasmettere l'eccezionalità della propria esperienza ai suoi amici. Come in una sorta di pellegrinaggio della memoria sin dentro le profondità della propria storia, Matteo conduce Gesù proprio ai luoghi, alle persone, alle cose che un istante prima aveva lasciato, per scoprire che ogni istante e ogni rapporto della sua vita è stato guarito. La parola di misericordia lo ha rigenerato, e ora Matteo può guardare a se stesso e alla sua storia con occhi nuovi. Laddove è abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia. L'indegno ha riacquistato dignità, e quello che era stato messo a servizio dell'iniquità è ormai donato per la Giustizia: i rapporti sanati, gli sguardi purificati, i pensieri illuminati, ogni azione santificata. L'amore di Gesù ha guarito Matteo integralmente, lo ha liberato da ogni paura, il passato non lo schiaccia, il presente non lo avvelena, il futuro non lo angoscia. E' vivo Matteo, è un uomo, è di Cristo: non ha più bisogno di accumulare compulsivamente per riempire il vuoto scavato dal peccato, ma ora può offrirsi a chi aveva sottratto ingiustamente, donando Cristo, il suo tesoro più grande, inesauribile perché custodito nei Cieli. E' stupefacente il mistero racchiuso in questa pagina evangelica. Vi è coagulato l'intero cristianesimo: “Nella figura di Matteo i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza" (Benedetto XVI, Catechesi su San Matteo). Un incontro inaspettato, un amore gratuito, e la vita salvata, “ridestata”, risuscitata, come recita l’originale greco tradotto con “si alzò”, lo stesso verbo usato per Gesù risorto. Nessuna preparazione, nessuna buona disposizione, solo un amore infinito: Chi lo ha incontrato non ne può più fare a meno. Scriveva Ugo di San Vittore che “chi trova dolce la propria patria è solo un tenero dilettante. Chi trova dolci tutte le patrie s’è già avviato sulla strada giusta. Ma solo è perfetto chi si sente straniero in ogni luogo”. Liberato da un amore che varca ogni frontiera, chi ha conosciuto l'amore di Cristo è già cittadino di un altro mondo, un' icona vivente del Cielo: straniero in ogni luogo, i suoi passi d'ogni giorno deposti sulle orme di Gesù, sono le tracce di speranza per il mondo che indica la Patria autentica di ogni uomo. Gesù viene per “chiamare i peccatori e i malati” a gustare il suo amore gratuito, che solo chi non ha denaro e meriti può accogliere; chi suppone d’essere giusto in mezzo a tante ingiustizie non può comprendere, si scandalizza che l’amore “si adagi a mensa con i peccatori”, confonde la misericordia con il male, si chiude nei propri giudizi, e finisce con il prendere il posto di Matteo, escluso dalla comunione con Dio, nella quale invece il pubblicano è stato riaccolto. Ma Cristo viene anche oggi alla nostra vita, sin dentro i nostri peccati. Non importa se non lo stiamo aspettando, se siamo intenti ai nostri loschi traffici. Importa il suo amore, importa l'esperienza, vera e reale, del suo perdono. Importa la libertà. Essa è per noi, incastonata negli occhi misericordiosi e compassionevoli di Gesù, risuona nella sua parola annunciata dove anche oggi stiamo per buttar via la nostra vita: Lui viene a trasformare il nostro tavolo di gabelliere in una mensa imbandita per chi ci è accanto. Con Matteo possiamo passare dalla tristezza alla gioia, dal lutto alla festa, dalla solitudine all’Eucarestia. Ci “alza” dal peccato per “stenderci” a riposare e saziarci intorno al banchetto che Lui stesso ha preparato, come nell’ultima cena, come sulle rive del Lago di Tiberiade quando, risorto, è apparso ai suoi apostoli. E, intorno a quella mensa, chiamare tutti a partecipare della stessa vittoria, annunciando il Vangelo che "chiama" alla pienezza della vita e non delude, mai.




APPROFONDIMENTI

 

Benedetto XVI. Catechesi su San Matteo

Benedetto XVI: la vera religione è “l’amore di Dio e del prossimo”

Giovanni Paolo II. Gesù a mensa con i peccatori

Silvano Fausti e Filippo Clerici. Non venni a chiamare i giusti, ma i peccatori

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Raniero Cantalamessa. Dio vuole dall'uomo il sacrificio richiesto dal suo amore

Matteo. Il previsto e l’imprevisto

San Beda il Venerabile. Gesù lo guardò con sentimento di pietà e lo scelse

Sant'Efrem Siro. Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?

S. Agostino. Egli, alzatosi, lo seguì

San Pietro Crisologo. L’uomo, alzatosi, lo seguì

S.Matteo apostolo ed evangelista nei dipinti del Caravaggio per la Cappella Contarelli a S.Luigi dei Francesi in Roma




Sant'Efrem Siro. Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?

Il nostro Signore ha scelto Matteo, il riscossore delle imposte, per incoraggiare i suoi colleghi a venire con lui. Ha visto dei peccatori, li ha chiamati e li ha fatti sedere presso di lui. Quale spettacolo mirabile: gli angeli stanno in piedi e tremano, mentre i pubblicani, seduti, si rallegrano. Gli angeli sono colti dal timore per la grandezza del Signore, e i peccatori mangiano e bevono con lui. Gli scribi si rodono per l'odio e il dispetto, e i pubblicani esultano per la sua misericordia. I cieli hanno visto questo spettacolo e ne sono stati ammirati; gli inferi l'hanno visto e sono impazziti. Satana l'ha visto e è andato in bestia; la morte l'ha visto ed ha perso vigore; gli scribi l'hanno visto e sono stati molto turbati. C'era gioia nei cieli ed esultanza dagli angeli perché i ribelli erano stati convinti, i recalcitranti si erano rinsaviti e i peccatori si erano emendati, e perché questi pubblicani erano stati giustificati. Così come le esortazioni dei suoi amici (Mt 16,22) non hanno fatto rinunciare il nostro Signore all'ignominia della croce, neanche gli scherni dei suoi nemici non lo hanno fatto rinunciare alla compagnia dei pubblicani. Ha disprezzato le beffe e disdegnato la lode, facendo tutto quello che di meglio poteva fare per gli uomini.

21 settembre. San Matteo Apostolo




Gesù, se è necessario che la tavola insozzata da essi
sia purificata da un’anima la quale vi ama, 
voglio ben mangiare sola il pane della prova 
fino a quando vi piaccia introdurmi nel vostro Regno luminoso. 

Santa Teresa di Lisieux, Storia di un’anima







Dal Vangelo secondo Matteo 9,9-13.

In quel tempo, Gesù passando, vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».


IL COMMENTO

Scriveva Santa Teresa di Lisieux nella sua Storia di un’anima. “... Il Re della Patria luminosa è venuto a vivere trentatrè anni nel paese delle tenebre. Ahimè! Le tenebre non hanno capito che quel Re divino era la luce del mondo. Ma, Signore, la vostra figlia ha capito la vostra luce divina, vi chiede perdono per i suoi fratelli, accetta di nutrirsi per quanto tempo voi vorrete del pane di dolore e non vuole alzarsi da questa tavola colma di amarezza dove mangiano i poveri peccatori prima del giorno che voi avete segnato. Ma anche lei osa dire, a nome proprio e dei suoi fratelli: Abbiate pietà di noi Signore perchè siamo poveri peccatori. Oh Signore, rimandateci giustificati.... che tutti coloro che non sono illuminati dalla fiaccola limpida della fede, la vedano finalmente... Gesù, se è necessario che la tavola insozzata da essi sia purificata da un’anima la quale vi ama, voglio ben mangiare sola il pane della prova fino a quando vi piaccia introdurmi nel vostro Regno luminoso. La sola grazia che vi chiedo è di non offendervi mai” (Manoscritti autobiografici, n. 277). Teresina aveva imparato che cosa significhi la misericordia. Le viscere appassionate di Dio. Il sacrificio nella misericordia.

Teresa, chiamata, scelta, eletta, come noi, come Matteo. Amati esattamente dove eravamo, come eravamo. La certezza di non essere migliori di nessuno, la santa umiltà. Con Teresa impariamo anche noi a ripetere al Signore, a nome nostro e dei nostri fratelli, di avere pietà di tutti noi poveri peccatori. E’ questo il cuore autentico di una madre, di un padre, di un figlio, di un amico, di un collega di lavoro. Insieme a chi vive con noi, a chi ci fa del male, a chi sta gettando la vita nella tomba dei peccati. In ogni prova che ci attende sul cammino, in ogni sofferenza brilla la luce della fede, occhi limpidi che vi intuiscono l’occasione propizia di tendere una mano di salvezza. Le nostre angosce, le sofferenze di oggi, e di domani, sono la mano di Gesù che cerca peccatori da salvare. Le Sue ferite nelle nostre ferite. La nostra vita insanguinata offerta per chi ci è caro, perchè tutti ci sono cari, anche i nemici, schiavi come lo eravamo noi. Il loro male - il male di un figlio che disperde i suoi giorni, di un marito prostrato nel dolore di una malattia, il dolore nella prova qualunque essa sia - diviene, nell'offerta a Cristo, un balsamo di salvezza.

E' questo il modo di amare, vero, gratuito, divino. Crocifisso. Con Teresa, nell’ora della prova, la luce della fede ci fa sapere d’essere, proprio in quel momento, seduti alla mensa dei peccatori. Con Teresa, con Gesù. Ogni spada che ci trapassa il cuore è una sorgente di salvezza per infinite persone. La nostra com-passione per chi non ha fede, per chi soffre la vera atrocità, che è non conoscere l’amore di Cristo. Ogni momento di sofferenza è dunque un momento di Grazia, un tesoro che ci accumuliamo in cielo, per noi, e per molti altri.

E' l'esperienza di Matteo il pubblicano, così come appare nel Vangelo. Il Signore si è avvicinato al tavolo dove strozzava la vita ai poveri, agli orfani, alle vedove, ai suoi fratelli, al suo stesso sangue tradito. Gesù è sceso sino al suo inferno, al peccato più grande, e lo ha guardato, fissato, amato. Senza l'ombra di un giudizio ha lasciato che il suo sguardo di misericordia incontrasse lo sguardo sperduto e impaurito di Matteo. Ed è sorto lo stupore, un'esperienza travolgente, insperata, inattesa. Matteo ha conosciuto il perdono nel bel mezzo del peccato. Il pubblicano, il reietto aveva incontrato il Santo, il Puro, l'Amore. Gesù si era seduto alla sua tavola, ne aveva condiviso la solitudine, il disprezzo, la morte. Nella Chiamata di Matteo risuona il grido crocifisso, "Dio mio, perchè mi hai abbandonato?". Il Figlio fatto peccato, giusto tra i peccatori, ha sperimentato l'estrema solitudine, la più atroce, l'inferno, l'assenza di Dio. Gesù è sceso al fondo dell'abisso perchè nessuno di quelli che vi giacciono rimanga escluso dalla misericordia. La chiamata di Matteo è il riscatto, il perdono, l'invito al banchetto delle nozze. E' la chiamata a lasciare la solitudine per entrare nella comunione, nell'intimità con Dio, perduta a causa del peccato.

Così Gesù si è seduto alla nostra mensa, quando eravamo malvagi e con il cuore lontano da Lui. Il Cristianesimo non è una serie di sacrifici per scalare il cielo, e tantomeno semplice filantropia. E’ misericordia, persone che hanno sperimentato la misericordia e in essa incontrano e amano tutti gli altri uomini. Matteo rinato ha immediatamente e naturalmente moltiplicato la sua esperienza, ne ha fatto cibo per i suoi amici, peccatori come Lui. La sua chiamata si è trasformata immediatamente in cento, mille chiamate. La Grazia sperimentata è diventata Grazia per molti altri. L'esperienza del perdono ha coinvolto il Signore in un'opera ancor più grande. Matteo, il peccatore, è divenuto così la porta ad un fiume di Grazie. Gesù si era seduto alla sua tavola. Ora accompagna Gesù a sedersi con lui alla mensa dei suoi amici, poveri e disgraziati compagni di solitudine e peccato. Matteo fonte di misericordia, amato da Gesù ne diviene l'amico, il fratello e lo conduce sui passi della sua vita, della sua storia, a diffondere la stessa misericordia da lui sperimentata.

In Matteo appare la nostra stessa chiamata. Perdonati per accompagnare Cristo sulle strade dei nostri giorni. Spendere la vita donata e riscattata alla mensa dei peccatori, lasciando che scenda, con Cristo, nelle macchie della storia, le grandi e le piccole, purificate dalle nostre anime amate infinitamente dal Signore. Seduti, sino all’ultimo giorno, accanto a chi non Lo conosce. Per donare, con gioia, la misericordia che salva.




21 settembre. San Matteo Apostolo





Sono rotti i miei legami
pagati i miei debiti
le mie porte spalancate
me ne vado da ogni parte.
Essi accovacciati nel loro angolo
continuano a tessere la pallida tela delle loro ore;
o tornano a sedersi nella polvere
a contare le loro monete
e mi chiamano perché torni indietro
Ma già la mia spada è forgiata,
già ho messo l'armatura
già il mio cavallo è impaziente
e io guadagnerò il mio Regno.

Tagore




Dal Vangelo secondo Matteo 9,9-13.

In quel tempo, Gesù passando, vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».


IL COMMENTO

Matteo, un peccatore intento a peccare. Le mani ancora incollate al denaro estorto, probabilmente senza scrupoli. E una voce come un diamante incastonato in uno sguardo. "Seguimi". Di certo più che il "segui" ha fatto il "mi". Solitamente tendiamo ad enfatizzare il fatto di seguire e perdiamo di vista Chi seguire e, ancor prima, Chi chiama ad essere seguito.
Una voce, uno sguardo, e una parola. Il tutto accaduto proprio lì, dove Matteo era in quello stesso istante, immerso nel suo impuro lavoro di esattore, più spesso taglieggiatore. Un mafioso più o meno. Basta pensare cosa evochi in noi questa parola per capire che vita facesse Matteo. Mafioso e collaborazionista, peggio di un kapò in un campo di concentramento.
E lì, in quel vomito di vita, un raggio di luce, come ha inimitabilmente dipinto Caravaggio. Una voce, uno sguardo e una parola. E' il Signore, l'unico Signore, l'unico Dio perchè l'unico che si sia chinato su quel relitto d'uomo, pubblicano, venduto, specie di peccatore tra le più turpi. Unico il Signore nel cercarlo, nel guardarlo, nel chiamarlo. Gesù, l'unico ad amarlo. Così, senza moralismo, senza giudizio alcuno. Amarlo al punto di volerlo con sè. E chi si prenderebbe ora, così su due piedi, un mafioso, un traditore in casa.... Solo il Signore.
Chiamare Matteo è stato come consegnare l'amministrazione d'una banca ad un ladro. Gesù ha consegnato i suoi tesori, le sue cose più preziose ad un approfittatore, ad un ladro.
L' assoluta eccezionalità di questa esperienza ha generato in Matteo l'eccezionale, la conversione. La Grazia ha acceso la gratitudine. Come non seguire l'unico che lo aveva amato, l'unico che lo aveva guarito e strappato all'inferno. Matteo ha toccato un amore più grande d'ogni altro, qualcosa di mai visto, sentito, vissuto. Qualcosa che ti prende fin dentro, nel più profondo di te stesso e ti trascina con sè, in un amore mai sperimentato, una tenerezza mai immaginata. Un amore celeste.
Lasciar tutto allora è stata per Matteo la libertà, altro che una rinuncia. Lasciar tutto è, semplicemente, avere trovato l'unico per cui vivere è bello. E vero. E santo. Lasciare tutto è essere rapiti dall'amore che è impossibile anche sognare, ma al quale tutto, in ogni uomo, tende invincibilmente. Lasciare tutto è avere ormai Lui, Gesù, e il resto non conta. Nulla. Lasciare tutto subito perchè già si è ricevuto tutto, istantaneamente. E nel tutto di Gesù è donata anche ogni altra cosa, persona, affetto, lavoro. Trasfigurato. Tutto nuovo.
Seguire Gesù è infatti, prima d'ogni altra cosa, invitarlo alla nostra vita, alla nostra storia. Come Matteo. Per lui il primo frutto dell'incontro con Cristo è stato trasmettere l'eccezionalità di tale esperienza ai suoi amici. Come in una sorta di pellegrinaggio sin dentro le profondità della propria vicenda, Matteo conduce Gesù proprio ai luoghi, alle persone, alle cose che un istante prima aveva lasciato.
Il seguimi di Gesù lo aveva coinvolto completamente, tutto di lui era ormai di Cristo. Aveva lasciato tutto, era libero e per questo poteva donarsi. Come San Paolo, libero da tutti, s'era potuto fare tutto a tutti. La chiamata inaspettata e gratuita di Gesù desta in Matteo lo stupore, e lo incammina in un pellegrinaggio della memoria a scoprire che ogni istante, ogni rapporto della sua vita è stato guarito. Il Medico ha guardato, amato, chiamato, curato.
La parola di misericordia lo ha rigenerato, ed ora Matteo può guardare a se stesso e alla sua storia con occhi nuovi. Laddove è abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia. L'indegno ha riacquistato dignità, e quello che era stato messo a servizio dell'iniquità è ormai donato per la Giustizia. I rapporti sanati, gli sguardi purificati, i pensieri illuminati, ogni azione santificata. L'amore di Gesù ha guarito Matteo integralmente, lo ha liberato da ogni paura, il passato non lo schiaccia, il presente non lo avvelena, il futuro non lo angoscia. E' vivo Matteo, ' un uomo, è di Cristo.
E' grande e stupefacente il mistero racchiuso in questa pagina evangelica. V'è coagulato l'intero cristianesimo. Un incontro, inaspettato. Un amore, gratuito. E la vita salvata, ridestata. Nessuna preparazione, nessuna buona disposizione, solo un infinito amore. Chi lo ha incontrato non ne può più fare a meno.
Scriveva Ugo di San Vittore che “chi trova dolce la propria patria è solo un tenero dilettante. Chi trova dolci tutte le patrie s’è già avviato sulla strada giusta. Ma solo è perfetto chi si sente straniero in ogni luogo”. Liberato da un amore che varca ogni frontiera, chi ha conosciuto l'amore di Cristo è già cittadino di un altro mondo, un' icona vivente del Cielo. I suoi passi d'ogni giorno, sulle orme di Gesù, sono le tracce di speranza per il mondo.
E' Cristo che scende alla nostra vita, dentro i nostri peccati. Non importa se non lo stiamo aspettando, se siamo intenti ai nostri loschi traffici. Importa il suo amore. Importa l'esperienza, vera e reale, del suo perdono. Importa la libertà. Essa è per noi, è incastonata negli occhi misericordiosi e compassionevoli di Gesù, nel suo sguardo posato oggi su ciascuno di noi.
Nella sua parola, nella chiamata che risuona oggi, e ogni istante, negli angoli dove ci perdiamo accovacciati nei nostri pensieri. Amore e libertà, pace e gioia, i frutti del suo amore che anche oggi ci viene incontro. Che ci sia dato lo stupore dinnanzi a Gesù. Preghiamo perchè si compia in ciascuno di noi questa Parola, questa esperienza, gli occhi di Matteo folgorati dallo sguardo del Signore.



Evangelio según San Mateo 9,9-13.
Al irse de allí, Jesús vio a un hombre llamado Mateo, que estaba sentado a la mesa de recaudación de impuestos, y le dijo: "Sígueme". El se levantó y lo siguió.
Mientras Jesús estaba comiendo en la casa, acudieron muchos publicanos y pecadores, y se sentaron a comer con él y sus discípulos.
Al ver esto, los fariseos dijeron a los discípulos: "¿Por qué su Maestro come con publicanos y pecadores?".
Jesús, que había oído, respondió: "No son los sanos los que tienen necesidad del médico, sino los enfermos.
Vayan y aprendan qué significa: Yo quiero misericordia y no sacrificios. Porque yo no he venido a llamar a los justos, sino a los pecadores".



COMENTARIO

Mateo, un pecador absorto a pecar. Las manos todavía pegadas al dinero robado, probablemente sin escrúpulos. Y una voz como un diamante engastado en una mirada. "Sigúeme." Ciertamente más que el "sigue" ha hecho el "me." Generalmente tendemos a enfatizar el hecho de seguir y perdemos de vista Quién seguir y, todavía antes, Quién llama a ser seguido.
Una voz, una mirada y una palabra. Todo ocurrido justo allí, dónde Mateo estava en aquel mismo instante, inmerso en su impuro trabajo de recaudador, más a menudo chantajista. Un mafioso más o menos. Basta con pensar que evocas en nosotros esta palabra para entender que vida hiciera Mateo. Mafioso y colaboracionista, peor que un kapò en un campo de concentración Nazi.
Y allí, en aquel vómito de vida, un rayo de luz, como incomparablemente Caravaggio ha pintado. Una voz, una mirada y una palabra. Es el Senor, el único Senor, el único Dios porque lo único que se haya inclinado sobre aquel relicto de hombre, publicano, vendido, especie de pecador entre los más torpes. Único el Senor en buscarlo, en mirarlo, en llamarlo. Jesús, lo único a amarlo. Así, sin moralismo, sin juicio alguno. Quererlo al punto de quererlo consigo. Y quién ahora se cogería, así sobre dos pies, un mafioso, un traidor en casa.... Sólo el Senor...
L' absoluta excepcionalidad de esta experiencia le ha engendrado en Mateo lo excepcional, la conversión. La Grazia ha encendido la gratitud. Como no siguir lo único que lo quiso, lo único que lo curó arrancadolo del infierno. Mateo ha tocado un amor más grande de qualquier otro, algo nunca visto, oído, experimentado. Algo que te toma dentro hasta el más profundo de ti mismo y te arrastra consigo, en una ternura nunca imaginada. Un amor celestial.
Llamar Mateo ha sido como entregar la administración de un banco a un ladrón. Jesús ha entregado sus tesoros, sus cosas más preciosas a un sin verguenza, a un ladrón.
Entonces dejarlo todo ha sido por Mateo la libertad, no una renuncia. Dejarlo todo es, sencillamente, haber encontrado lo único por que para vivir es bello. Y verdadero. Y santo. Dejarlo todo es ser secuestrados de un amor imposible de soñar, pero al que todo, en cada hombre, desea invenciblemente. Dejar todo es ya tenerlo todo, tener a Jesús, y lo demas no cuenta. Nada. Dejarlo todo enseguida porque ya se ha recibido todo, instantáneamente. En el todo de Jesús también es donada cada otra cosa, persona, afecto, trabajo. Y todo transfigurado. Todo nuevo.
El sigueme de Jesús lo habia implicado completamente, todo de él ya era de Cristo. Lo ha dejado todo, experimentando la libertad y por éso ha pudido entregarse. Cómo San Pablo, libre de todo, se pudo hacer todo a todos. La llamada inesperada y gratuita de Jesús le despierta en Mateo el estupor, y lo encamina en una romería de la memoria a descubrir que cada instante, cada relación de su vida ha sido curada. El Médico ha mirado, querido, llamado, curado.
La palabra de misericordia lo ha reengendrado, y ahora Mateo puede fijarse en él mismo y en su historia con ojos nuevos. Donde haya abundado el pecado ha rebosado la Grazia. Lo indigno ha recobrado dignidad y lo que fue puesto a servicio de la iniquidad ya es donado por la Justicia. Las relaciones saneadas, las miradas purificadas, los pensamientos iluminados, cada acción santificada. El amor de Jesús ha curado integralmente Mateo, lo ha liberado de cada miedo, el pasado no lo agovia, el presente no lo envenena, el futuro no lo angustia. Es vivo Mateo, es un hombre, es de Cristo.
Es grande y estupefaciente el misterio encerrado en esta página evangélica. Os es coagulado el entero cristianismo. Un encuentro, inesperado. Un amor, gratuito. Y la vida salvada, despertada. Ninguna preparación, ninguna buena disposición, sólo un infinito amor. Quien lo ha encontrado no puede jamas vivir sin ello.
Hugo de San Vittore escribió que "quien encuentra dulce la misma patria es solo un tierno aficionado. Quien encuentra dulces todas las patrias ya se ha encaminado sobre el camino justo. Pero sólo es perfecto quien extranjero se siente en cada lugar." Liberado por un amor que supera cada frontera, quien ha conocido el amor de Cristo ya es ciudadano de otro mundo, un icono viviente del Cielo. Sus pasos de cada día, sobre las huellas de Jesús, son las huellas de esperanza por el mundo.
Es Cristo que baja a nuestra vida, dentro de nuestros pecados. No importa si no estamos esperándolo, si estamos absortos a nuestros sospechosos comercios. Importa su amor. Importa la experiencia, verdadera y real, de su perdón. Importa la libertad. Ella es por nosotros, es engastada en los ojos misericordiosos y piadosos de Jesús, en su mirada caida hoy sobre cada uno de nosotros.
En su palabra, en la llamada que repica hoy, y cada instante, en los rincones dónde nos perdemos, agachados en nuestros pensamientos, llega gratuitamente su misericordia. Llegan Amor y libertad, paz y alegría, los frutos que también hoy vienen a nuestros encuentro. Qué nos sea dado el estupor delante Jesús. Rezamos porque se cumpla en cada uno de nosotros esta Palabra, esta experiencia, los ojos de Mateo fulgurados por la mirada del Senor.



Scriveva Santa Teresa di Lisieux nella sua Storia di un’anima. “... Il Re della Patria luminosa è venuto a vivere trentatrè anni nel paese delle tenebre. Ahimè! Le tenebre non hanno capito che quel Re divino era la luce del mondo. Ma, Signore, la vostra figlia ha capito la vostra luce divina, vi chiede perdono per i suoi fratelli, accetta di nutrirsi per quanto tempo voi vorrete del pane di dolore e non vuole alzarsi da questa tavola colma di amarezza dove mangiano i poveri peccatori prima del giorno che voi avete segnato. Ma anche lei osa dire, a nome proprio e dei suoi fratelli: Abbiate pietà di noi Signore perchè siamo poveri peccatori. Oh Signore, rimandateci giustificati.... che tutti coloro che non sono illuminati dalla fiaccola limpida della fede, la vedano finalmente. ... Gesù, se è necessario che la tavola insozzata da essi sia purificata da un’anima la quale vi ama, voglio ben mangiare sola il pane della prova fino a quando vi piaccia introdurmi nel vostro Regno luminoso. La sola grazia che vi chiedo è di non offendervi mai” ( Manoscritti autobiografici, n. 277).
Teresina aveva imparato che cosa significhi la misericordia. Le viscere appassionate di Dio. Il sacrificio nella misericordia. Teresa chiamata come noi, come Matteo. Amati esattamente dove eravamo, come eravamo.
La certezza di non essere migliori di nessuno, la santa umiltà. Con Teresa impariamo anche noi a ripetere al Signore, a nome nostro e dei nostri fratelli, di avere pietà di tutti noi poveri peccatori. E' questo il cuore di una madre, di un padre, di un figlio, di un amico, di un collega di lavoro. Insieme a chi vive con noi, a chi ci fa del male, a chi sta gettando la vita nella tomba dei peccati. In ogni prova che ci attende sul cammino, in ogni sofferenza brilla la luce della fede, occhi limpidi che vi intuiscano l’occasione propizia di tendere una mano di salvezza. Le nostre angosce, le sofferenze di oggi, e di domani, sono la mano di Gesù che cerca peccatori da salvare. Le Sue ferite nelle nostre ferite. La nostra vita insanguinata offerta per chi ci è caro, chè tutti ci son cari, anche i nemici, schiavi come lo eravamo noi. Il loro male, il male di un figlio o di un marito nel dolore di una malattia, nella prova qualunque essa sia, diviene un balsamo di salvezza. E' questo il modo di amare, vero, gratuito, divino. Crocifisso.
Con Teresa nell’ora della prova sapere d’essere, proprio in quel momento, seduti alla mensa dei peccatori. Con Teresa, con Gesù. Ogni spada che ci trapassa il cuore è una sorgente di salvezza per infinite persone. La nostra com-passione per chi non ha fede, per chi soffre la vera atrocità, che è non conoscere l’amore di Cristo. Ogni momento di sofferenza è dunque un momento di Grazia, un tesoro che ci accumuliamo in cielo, per noi, e per molti altri.
Il Signore si è seduto alla nostra mensa, quando eravamo malvagi e con il cuore lontano da Lui. Il Cristianesimo non è una serie di sacrifici per scalare il cielo, e tantomeno semplice filantropia. E’ misericordia, persone che hanno sperimentato la misericordia e in essa incontrano tutti gli altri uomini.
Spendere la vita che ci è stata donata e riscattata alla mensa dei peccatori, le macchie della storia, le grandi e le piccole, purigficate dalle nostre anime amate infinitamente dal Signore. Sedute, sino all’ultimo giorno, accanto a chi non Lo conosce. Per donare, con gioia, la misericordia che salva.