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Benedetto XVI. Catechesi su San Giovanni apostolo ed evangelista





Giovanni, figlio di Zebedeo
UDIENZA GENERALE Mercoledì, 5 luglio 2006 

Cari fratelli e sorelle, 

dedichiamo l'incontro di oggi al ricordo di un altro membro molto importante del collegio apostolico: Giovanni, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo. Il suo nome, tipicamente ebraico, significa “il Signore ha fatto grazia”. Stava riassettando le reti sulla sponda del lago di Tiberìade, quando Gesù lo chiamò insieme con il fratello (cfr Mt 4,21; Mc 1,19). Giovanni fa sempre parte del gruppo ristretto, che Gesù prende con sé in determinate occasioni. E’ insieme a Pietro e a Giacomo quando Gesù, a Cafarnao, entra in casa di Pietro per guarirgli la suocera (cfr Mc 1,29); con gli altri due segue il Maestro nella casa dell'archisinagògo Giàiro, la cui figlia sarà richiamata in vita (cfr Mc 5,37); lo segue quando sale sul monte per essere trasfigurato (cfr Mc 9,2); gli è accanto sul Monte degli Olivi quando davanti all’imponenza del Tempio di Gerusalemme pronuncia il discorso sulla fine della città e del mondo (cfr Mc 13,3); e, finalmente, gli è vicino quando nell'Orto del Getsémani si ritira in disparte per pregare il Padre prima della Passione (cfr Mc 14,33). Poco prima della Pasqua, quando Gesù sceglie due discepoli per mandarli a preparare la sala per la Cena, a lui ed a Pietro affida tale compito (cfr Lc 22,8).

Questa sua posizione di spicco nel gruppo dei Dodici rende in qualche modo comprensibile l’iniziativa presa un giorno dalla madre: ella si avvicinò a Gesù per chiedergli che i due figli, Giovanni appunto e Giacomo, potessero sedere uno alla sua destra e uno alla sua sinistra nel Regno (cfr Mt 20,20-21). Come sappiamo, Gesù rispose facendo a sua volta una domanda: chiese se essi fossero disposti a bere il calice che egli stesso stava per bere (cfr Mt 20,22). L’intenzione che stava dietro a quelle parole era di aprire gli occhi dei due discepoli, di introdurli alla conoscenza del mistero della sua persona e di adombrare loro la futura chiamata ad essergli testimoni fino alla prova suprema del sangue. Poco dopo infatti Gesù precisò di non essere venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per la moltitudine (cfr Mt 20,28). Nei giorni successivi alla risurrezione, ritroviamo “i figli di Zebedeo” impegnati con Pietro ed alcuni altri discepoli in una notte infruttuosa, a cui segue per intervento del Risorto la pesca miracolosa: sarà “il discepolo che Gesù amava” a riconoscere per primo “il Signore” e a indicarlo a Pietro (cfr Gv 21,1-13).

All'interno della Chiesa di Gerusalemme, Giovanni occupò un posto di rilievo nella conduzione del primo raggruppamento di cristiani. Paolo infatti lo annovera tra quelli che chiama le “colonne” di quella comunità (cfr Gal 2,9). In realtà, Luca negli Atti lo presenta insieme con Pietro mentre vanno a pregare nel Tempio (cfr At 3,1-4.11) o compaiono davanti al Sinedrio a testimoniare la propria fede in Gesù Cristo (cfr At 4,13.19). Insieme con Pietro viene inviato dalla Chiesa di Gerusalemme a confermare coloro che in Samaria hanno accolto il Vangelo, pregando su di loro perché ricevano lo Spirito Santo (cfr At 8,14-15). In particolare, va ricordato ciò che afferma, insieme con Pietro, davanti al Sinedrio che li sta processando: “Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4,20). Proprio questa franchezza nel confessare la propria fede resta un esempio e un monito per tutti noi ad essere sempre pronti a dichiarare con decisione la nostra incrollabile adesione a Cristo, anteponendo la fede a ogni calcolo o umano interesse.

Secondo la tradizione, Giovanni è “il discepolo prediletto”, che nel Quarto Vangelo poggia il capo sul petto del Maestro durante l'Ultima Cena (cfr Gv 13,21), si trova ai piedi della Croce insieme alla Madre di Gesù (cfr Gv 19, 25) ed è infine testimone sia della Tomba vuota che della stessa presenza del Risorto (cfr Gv 20,2; 21,7). Sappiamo che questa identificazione è oggi discussa dagli studiosi, alcuni dei quali vedono in lui semplicemente il prototipo del discepolo di Gesù. Lasciando agli esegeti di dirimere la questione, ci contentiamo qui di raccogliere una lezione importante per la nostra vita: il Signore desidera fare di ciascuno di noi un discepolo che vive una personale amicizia con Lui. Per realizzare questo non basta seguirlo e ascoltarlo esteriormente; bisogna anche vivere con Lui e come Lui. Ciò è possibile soltanto nel contesto di un rapporto di grande familiarità, pervaso dal calore di una totale fiducia. E’ ciò che avviene tra amici; per questo Gesù ebbe a dire un giorno: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici ... Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,13.15).

Negli apocrifi Atti di Giovanni l'Apostolo viene presentato non come fondatore di Chiese e neppure alla guida di comunità già costituite, ma in continua itineranza come comunicatore della fede nell'incontro con “anime capaci di sperare e di essere salvate” (18,10; 23,8). Tutto è mosso dal paradossale intento di far vedere l'invisibile. E infatti dalla Chiesa orientale egli è chiamato semplicemente “il Teologo”, cioè colui che è capace di parlare in termini accessibili delle cose divine, svelando un arcano accesso a Dio mediante l'adesione a Gesù.

Il culto di Giovanni apostolo si affermò a partire dalla città di Efeso, dove, secondo un’antica tradizione, avrebbe a lungo operato, morendovi infine in età straordinariamente avanzata, sotto l'imperatore Traiano. Ad Efeso l'imperatore Giustiniano, nel secolo VI, fece costruire in suo onore una grande basilica, di cui restano tuttora imponenti rovine. Proprio in Oriente egli godette e gode tuttora di grande venerazione. Nell’iconografia bizantina viene spesso raffigurato molto anziano – secondo la tradizione morì sotto l’imperatore Traiano - e in atto di intensa contemplazione, quasi nell’atteggiamento di chi invita al silenzio.

In effetti, senza adeguato raccoglimento non è possibile avvicinarsi al mistero supremo di Dio e alla sua rivelazione. Ciò spiega perché, anni fa, il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Atenagora, colui che il Papa Paolo VI abbracciò in un memorabile incontro, ebbe ad affermare: “Giovanni è all'origine della nostra più alta spiritualità. Come lui, i ‘silenziosi’ conoscono quel misterioso scambio dei cuori, invocano la presenza di Giovanni e il loro cuore si infiamma” (O. Clément, Dialoghi con Atenagora, Torino 1972, p. 159). Il Signore ci aiuti a metterci alla scuola di Giovanni per imparare la grande lezione dell’amore così da sentirci amati da Cristo “fino alla fine” (Gv 13,1) e spendere la nostra vita per Lui.

© Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana



Giovanni, il teologo
UDIENZA GENERALE Mercoledì, 9 agosto 2006 


Cari fratelli e sorelle,

prima delle vacanze avevo cominciato con piccoli ritratti dei dodici Apostoli. Gli Apostoli erano compagni di via di Gesù, amici di Gesù e questo loro cammino con Gesù non era solo un cammino esteriore, dalla Galilea a Gerusalemme, ma un cammino interiore nel quale hanno imparato la fede in Gesù Cristo, non senza difficoltà perché erano uomini come noi. Ma proprio per ciò perché erano compagni di via di Gesù, amici di Gesù che in un cammino non facile hanno imparato la fede, sono anche guide per noi, che ci aiutano a conoscere Gesù Cristo, ad amarLo e ad avere fede in Lui. Avevo già parlato su quattro dei dodici Apostoli: su Simon Pietro, sul fratello Andrea, su Giacomo, il fratello di San Giovanni, e l’altro Giacomo, detto “il Minore”, che ha scritto una Lettera che troviamo nel Nuovo Testamento. Ed avevo cominciato a parlare di Giovanni l’evangelista, raccogliendo nell’ultima catechesi prima delle vacanze i dati essenziali che delineano la fisionomia di questo Apostolo.

Vorrei adesso concentrare l’attenzione sul contenuto del suo insegnamento. Gli scritti di cui oggi, quindi, ci vogliamo occupare sono il Vangelo e le Lettere che vanno sotto il suo nome.

Se c'è un argomento caratteristico che emerge negli scritti di Giovanni, questo è l'amore. Non a caso ho voluto iniziare la mia prima Lettera enciclica con le parole di questo Apostolo: “Dio è amore (Deus caritas est); chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv 4,16).

E’ molto difficile trovare testi del genere in altre religioni. E dunque tali espressioni ci mettono di fronte ad un dato davvero peculiare del cristianesimo. Certamente Giovanni non è l'unico autore delle origini cristiane a parlare dell'amore. Essendo questo un costitutivo essenziale del cristianesimo, tutti gli scrittori del Nuovo Testamento ne parlano, sia pur con accentuazioni diverse.

Se ora ci soffermiamo a riflettere su questo tema in Giovanni, è perché egli ce ne ha tracciato con insistenza e in maniera incisiva le linee principali. Alle sue parole, dunque, ci affidiamo.

Una cosa è certa: egli non ne fa una trattazione astratta, filosofica, o anche teologica, su che cosa sia l’amore. No, lui non è un teorico. Il vero amore infatti, per natura sua, non è mai puramente speculativo, ma dice riferimento diretto, concreto e verificabile a persone reali. Ebbene, Giovanni come apostolo e amico di Gesù ci fa vedere quali siano le componenti o meglio le fasi dell'amore cristiano, un movimento caratterizzato da tre momenti.

Il primo riguarda la Fonte stessa dell’amore, che l’Apostolo colloca in Dio, arrivando, come abbiamo sentito, ad affermare che “Dio è amore” (1 Gv 4,8.16). Giovanni è l'unico autore del Nuovo Testamento a darci quasi una specie di definizione di Dio. Egli dice, ad esempio, che “Dio è Spirito” (Gv 4,24) o che “Dio è luce” (1 Gv 1,5). Qui proclama con folgorante intuizione che “Dio è amore”.

Si noti bene: non viene affermato semplicemente che “Dio ama” e tanto meno che “l'amore è Dio”! In altre parole: Giovanni non si limita a descrivere l'agire divino, ma procede fino alle sue radici. Inoltre, non intende attribuire una qualità divina a un amore generico e magari impersonale; non sale dall’amore a Dio, ma si volge direttamente a Dio per definire la sua natura con la dimensione infinita dell'amore. Con ciò Giovanni vuol dire che il costitutivo essenziale di Dio è l’amore e quindi tutta l'attività di Dio nasce dall’amore ed è improntata all'amore: tutto ciò che Dio fa, lo fa per amore e con amore, anche se non sempre possiamo subito capire che questo è amore, il vero amore. 

A questo punto, però, è indispensabile fare un passo avanti e precisare che Dio ha dimostrato concretamente il suo amore entrando nella storia umana mediante la persona di Gesù Cristo, incarnato, morto e risorto per noi. Questo è il secondo momento costitutivo dell'amore di Dio. Egli non si è limitato alle dichiarazioni verbali, ma, possiamo dire, si è impegnato davvero e ha “pagato” in prima persona. Come appunto scrive Giovanni, “Dio ha tanto amato il mondo (cioè: tutti noi) da donare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16). Ormai, l'amore di Dio per gli uomini si concretizza e manifesta nell'amore di Gesù stesso. Ancora Giovanni scrive: Gesù “avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1). In virtù di questo amore oblativo e totale noi siamo radicalmente riscattati dal peccato, come ancora scrive San Giovanni: “Figlioli miei, ... se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto. Egli è propiziazione per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Gv 2,1-2; cfr 1 Gv 1,7). Ecco fin dove è giunto l'amore di Gesù per noi: fino all'effusione del proprio sangue per la nostra salvezza! Il cristiano, sostando in contemplazione dinanzi a questo “eccesso” di amore, non può non domandarsi quale sia la doverosa risposta. E penso che sempre e di nuovo ciascuno di noi debba domandarselo.

Questa domanda ci introduce al terzo momento della dinamica dell’amore: da destinatari recettivi di un amore che ci precede e sovrasta, siamo chiamati all’impegno di una risposta attiva, che per essere adeguata non può essere che una risposta d’amore. Giovanni parla di un “comandamento”. Egli riferisce infatti queste parole di Gesù: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34).

Dove sta la novità a cui Gesù si riferisce? Sta nel fatto che egli non si accontenta di ripetere ciò che era già richiesto nell'Antico Testamento e che leggiamo anche negli altri Vangeli: “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18; cfr Mt 22,37-39; Mc 12,29-31; Lc 10,27). Nell’antico precetto il criterio normativo era desunto dall’uomo (“come te stesso”), mentre nel precetto riferito da Giovanni Gesù presenta come motivo e norma del nostro amore la sua stessa persona: “Come io vi ho amati”. E’ così che l'amore diventa davvero cristiano, portando in sé la novità del cristianesimo: sia nel senso che esso deve essere indirizzato verso tutti senza distinzioni, sia soprattutto in quanto deve pervenire fino alle estreme conseguenze, non avendo altra misura che l’essere senza misura. Quelle parole di Gesù, “come io vi ho amati”, ci invitano e insieme ci inquietano; sono una meta cristologica che può apparire irraggiungibile, ma al tempo stesso sono uno stimolo che non ci permette di adagiarci su quanto abbiamo potuto realizzare. Non ci consente di essere contenti di come siamo, ma ci spinge a rimanere in cammino verso questa meta.

Quell'aureo testo di spiritualità che è il piccolo libro del tardo medioevo intitolato Imitazione di Cristo scrive in proposito: “Il nobile amore di Gesù ci spinge a operare cose grandi e ci incita a desiderare cose sempre più perfette.

L'amore vuole stare in alto e non essere trattenuto da nessuna bassezza. L'amore vuole essere libero e disgiunto da ogni affetto mondano... l'amore infatti è nato da Dio, e non può riposare se non in Dio al di là di tutte le cose create. Colui che ama vola, corre e gioisce, è libero, e non è trattenuto da nulla. Dona tutto per tutti e ha tutto in ogni cosa, poiché trova riposo nel Solo grande che è sopra tutte le cose, dal quale scaturisce e proviene ogni bene” (libro III, cap. 5). 

Quale miglior commento del “comandamento nuovo”, enunciato da Giovanni? Preghiamo il Padre di poterlo vivere, anche se sempre in modo imperfetto, così intensamente da contagiarne quanti incontriamo sul nostro cammino.

© Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana




Giovanni, il veggente di Patmos
UDIENZA GENERALE Mercoledì, 23 agosto 2006 


Cari fratelli e sorelle,

nell'ultima catechesi eravamo arrivati alla meditazione sulla figura dell'apostolo Giovanni.
Avevamo dapprima cercato di vedere quanto si può sapere della sua vita.
Poi, in una seconda catechesi, avevamo meditato il contenuto centrale del suo Vangelo, delle sue Lettere: la carità, l'amore.
E oggi siamo ancora impegnati con la figura di Giovanni, questa volta per considerare il Veggente dell'Apocalisse. E facciamo subito un'osservazione: mentre né il Quarto Vangelo né le Lettere attribuite all'Apostolo recano mai il suo nome, l'Apocalisse fa riferimento al nome di Giovanni ben quattro volte (cfr 1, 1.4.9; 22, 8).

È evidente che l'Autore, da una parte, non aveva alcun motivo per tacere il proprio nome e, dall'altra, sapeva che i suoi primi lettori potevano identificarlo con precisione. Sappiamo peraltro che, già nel III secolo, gli studiosi discutevano sulla vera identità anagrafica del Giovanni dell'Apocalisse.

Ad ogni buon fine, lo potremmo anche chiamare "il Veggente di Patmos", perché la sua figura è legata al nome di questa isola del Mar Egeo, dove, secondo la sua stessa testimonianza autobiografica, egli si trovava come deportato "a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù" (Ap 1, 9). Proprio a Patmos, "rapito in estasi nel giorno del Signore" (Ap 1, 10), Giovanni ebbe delle visioni grandiose e udì messaggi straordinari, che influiranno non poco sulla storia della Chiesa e sull'intera cultura cristiana. 
Per esempio, dal titolo del suo libro - Apocalisse, Rivelazione - furono introdotte nel nostro linguaggio le parole "apocalisse, apocalittico", che evocano, anche se in modo improprio, l'idea di una catastrofe incombente. 

Il libro va compreso sullo sfondo della drammatica esperienza delle sette Chiese d'Asia (Efeso, Smirne, Pergamo, Tiàtira, Sardi, Filadelfia, Laodicéa), che sul finire del I secolo dovettero affrontare difficoltà non lievi - persecuzioni e tensioni anche interne - nella loro testimonianza a Cristo. Ad esse Giovanni si rivolge mostrando viva sensibilità pastorale nei confronti dei cristiani perseguitati, che egli esorta a rimanere saldi nella fede e a non identificarsi con il mondo pagano, così forte. Il suo oggetto è costituito in definitiva dal disvelamento, a partire dalla morte e risurrezione di Cristo, del senso della storia umana.

La prima e fondamentale visione di Giovanni, infatti, riguarda la figura dell'Agnello, che è sgozzato eppure sta ritto in piedi (cfr Ap 5, 6), collocato in mezzo al trono dove già è assiso Dio stesso. Con ciò, Giovanni vuol dirci innanzitutto due cose: la prima è che Gesù, benché ucciso con un atto di violenza, invece di stramazzare a terra sta paradossalmente ben fermo sui suoi piedi, perché con la risurrezione ha definitivamente vinto la morte; l'altra è che lo stesso Gesù, proprio in quanto morto e risorto, è ormai pienamente partecipe del potere regale e salvifico del Padre. Questa è la visione fondamentale. Gesù, il Figlio di Dio, in questa terra è un Agnello indifeso, ferito, morto. E tuttavia sta dritto, sta in piedi, sta davanti al trono di Dio ed è partecipe del potere divino. Egli ha nelle sue mani la storia del mondo. E così il Veggente vuol dirci: abbiate fiducia in Gesù, non abbiate paura dei poteri contrastanti, della persecuzione! L'Agnello ferito e morto vince! Seguite l'Agnello Gesù, affidatevi a Gesù, prendete la sua strada! Anche se in questo mondo è solo un Agnello che appare debole, è Lui il vincitore! 

Una delle principali visioni dell'Apocalisse ha per oggetto questo Agnello nell'atto di aprire un libro, prima chiuso con sette sigilli che nessuno era in grado di sciogliere. Giovanni è addirittura presentato nell'atto di piangere, perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo (cfr Ap 5, 4). La storia rimane indecifrabile, incomprensibile. Nessuno può leggerla. Forse questo pianto di Giovanni davanti al mistero della storia così oscuro esprime lo sconcerto delle Chiese asiatiche per il silenzio di Dio di fronte alle persecuzioni a cui erano esposte in quel momento. È uno sconcerto nel quale può ben riflettersi il nostro sbigottimento di fronte alle gravi difficoltà, incomprensioni e ostilità che pure oggi la Chiesa soffre in varie parti del mondo. Sono sofferenze che la Chiesa certo non si merita, così come Gesù stesso non meritò il suo supplizio. Esse però rivelano sia la malvagità dell'uomo, quando si abbandona alle suggestioni del male, sia la superiore conduzione degli avvenimenti da parte di Dio. Ebbene, solo l'Agnello immolato è in grado di aprire il libro sigillato e di rivelarne il contenuto, di dare senso a questa storia apparentemente così spesso assurda. Egli solo può trarne indicazioni e ammaestramenti per la vita dei cristiani, ai quali la sua vittoria sulla morte reca l'annuncio e la garanzia della vittoria che anch'essi senza dubbio otterranno. A offrire questo conforto mira tutto il linguaggio fortemente immaginoso di cui Giovanni si serve.

Al centro delle visioni che l'Apocalisse espone ci sono anche quelle molto significative della Donna che partorisce un Figlio maschio, e quella complementare del Drago ormai precipitato dai cieli, ma ancora molto potente. Questa Donna rappresenta Maria, la Madre del Redentore, ma rappresenta allo stesso tempo tutta la Chiesa, il Popolo di Dio di tutti i tempi, la Chiesa che in tutti i tempi, con grande dolore, partorisce Cristo sempre di nuovo. Ed è sempre minacciata dal potere del Drago. Appare indifesa, debole. Ma mentre è minacciata, perseguitata dal Drago è anche protetta dalla consolazione di Dio. E questa Donna alla fine vince. Non vince il Drago. Ecco la grande profezia di questo libro, che ci dà fiducia! La Donna che soffre nella storia, la Chiesa che è perseguitata alla fine appare come Sposa splendida, figura della nuova Gerusalemme dove non ci sono più lacrime né pianto, immagine del mondo trasformato, del nuovo mondo la cui luce è Dio stesso, la cui lampada è l'Agnello.

Per questo motivo l'Apocalisse di Giovanni, benché pervasa da continui riferimenti a sofferenze, tribolazioni e pianto - la faccia oscura della storia -, è altrettanto permeata da frequenti canti di lode, che rappresentano quasi la faccia luminosa della storia. Così, per esempio, vi si legge di una folla immensa, che canta quasi gridando: "Alleluia! Ha preso possesso del suo Regno il Signore, il nostro Dio, l'Onnipotente. Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché son giunte le nozze dell'Agnello, e la sua sposa è pronta" (Ap 19, 6-7). Siamo qui di fronte al tipico paradosso cristiano, secondo cui la sofferenza non è mai percepita come l'ultima parola, ma è vista come punto di passaggio verso la felicità e, anzi, essa stessa è già misteriosamente intrisa della gioia che scaturisce dalla speranza. Proprio per questo Giovanni, il Veggente di Patmos, può chiudere il suo libro con un'ultima aspirazione, palpitante di trepida attesa. Egli invoca la venuta definitiva del Signore: "Vieni, Signore Gesù!" (Ap 22, 20). È una delle preghiere centrali della cristianità nascente, tradotta anche da san Paolo nella forma aramaica: "Marana tha". E questa preghiera "Signore nostro, vieni!" (1 Cor 16, 22) ha diverse dimensioni. Naturalmente è anzitutto attesa della vittoria definitiva del Signore, della nuova Gerusalemme, del Signore che viene e trasforma il mondo. Ma, nello stesso tempo, è anche preghiera eucaristica: "Vieni Gesù, adesso!". E Gesù viene, anticipa questo suo arrivo definitivo. Così con gioia diciamo nello stesso tempo: "Vieni adesso e vieni in modo definitivo!". Questa preghiera ha anche un terzo significato: "Sei già venuto, Signore! Siamo sicuri della tua presenza tra di noi. È una nostra esperienza gioiosa. Ma vieni in modo definitivo!". E così, con san Paolo, con il Veggente di Patmos, con la cristianità nascente, preghiamo anche noi: "Vieni, Gesù! Vieni e trasforma il mondo! Vieni già oggi e vinca la pace!". Amen!

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San Giovanni Crisostomo. Omelia su San Giovanni evangelista


La parola dell'evangelista Giovanni si è propagata in tutto il mondo; e lo ha riempito non con rumore assordante, ma in virtù della grazia divina che la ispirava. E' meraviglioso che quella voce così forte non sia aspra e dura a intendersi; al contrario, è più dolce e gradevole di ogni armonia musicale e capace di fascino potente. Inoltre è insieme tremenda e santa, ricolma di grandi misteri, apportatrice di beni incalcolabili.
Chi l'accoglie e la custodisce nel cuore con attenta premura non è più semplice uomo, non resta più legato alla terra. Elevandosi sopra tutte le contingenze terrestri, divenuto simile agli angeli, abita sulla terra come se fosse in cielo.
Il figlio del tuono, 1 Mc 3,17 in effetti, il prediletto di Cristo, la colonna di tutte le chiese esistenti nel mondo, colui che possiede le chiavi del paradiso, che bevve al calice di Cristo e fu battezzato col suo battesimo; colui che posò il capo confidenzialmente sul petto del Signore, è lui che ora ci convoca perché lo ascoltiamo.
Accanto a questo Apostolo, stanno le potenze celesti: esse ammirano la bellezza della sua anima, la sua intelligenza e lo splendore della sua virtù, grazie alla quale egli attrasse a sé Cristo e poté ricevere la grazia spirituale.
Giovanni ha reso la propria anima come una cetra stupenda, adorna di gemme e di corde d'oro, da cui ha tratto un canto grande e sublime, accordato al soffio dello Spirito.
Ascoltiamolo, non come il canto di un pescatore o del figlio di Zebedeo, ma come la voce di chi conosce le profondità di Dio: intendo parlare dello Spirito Santo che fa vibrare questa cetra.
Non ci dirà nulla di umano, ma attingerà tutto quello di cui parlerà dagli abissi spirituali, dai misteri ineffabili che neppure gli angeli conoscevano prima d'allora. Anch'essi infatti, insieme con noi e tramite noi uomini, hanno appreso dalla voce di Giovanni quello che abbiamo conosciuto di tali misteri.
Stiamocene raccolti in profondo silenzio ad ascoltare Giovanni non solo oggi o quando ne udiamo la voce, ma per tutta la vita, perché è sempre un'ottima cosa ascoltarlo.
Se vedessimo d'improvviso scendere dal cielo qualcuno con l'offerta di rivelarci esattamente quanto accade in cielo, accorreremmo certo in massa. Facciamo altrettanto anche ora. Quest'uomo ci parla dal cielo, egli non è di questo mondo, secondo la stessa testimonianza di Cristo: Non siete del mondo. 2 Gv 15,19 In lui è il Paraclito che parla, lo Spirito ovunque presente, che conosce le cose di Dio, come l'anima conosce le cose dell'uomo. In lui è lo Spirito di santità, lo Spirito di verità, che ci orienta e ci guida verso il cielo.
In lui è lo Spirito che ci dona occhi nuovi, ci abilita a vedere il futuro come fosse presente e a intravedere le realtà celesti superando la condizione corporea.
Presentiamoci a lui in una grande quiete interiore, per tutta la durata della vita. Nessuna pigrizia, nessun torpore, nessuna turpitudine rimanga dentro di noi; trasferiamoci in cielo, dove l'evangelista parla a coloro che dimorano lassù.
Se resteremo sulla terra, non ne trarremo alcun profitto. L'insegnamento di Giovanni non vale nulla per coloro che restano impantanati in una vita da porci, così come per lui non valgono nulla le realtà terrene.
Il cupo fragore del tuono ci spaventa, ma la voce di Giovanni non turba nessuna anima fedele; anzi la libera dall'inquietudine e dal turbamento, e atterrisce solo i demoni o chi è schiavo dei demoni.
Se vogliamo vedere in che modo egli spaventi tutti costoro, restiamocene in grande silenzio, esteriore e interiore, ma soprattutto interiore. Cosa serve tacere con la lingua, se l'anima è sconvolta, preda di una forte tempesta?
La quiete che cerco è quella dell'intelletto, quella dell'anima, perché desidero che essa stia in ascolto. Non ci sconquassino l'avidità per il denaro, il desiderio di gloria, la tirannia dell'ira o il tumulto di qualsiasi altra passione. L'anima non purificata non potrà comprendere bene le altissime parole di Giovanni, non arriverà a farsi una giusta idea di quegli arcani e tremendi misteri, e di tutte le altre meraviglie celate nei suoi divini oracoli.

In Joannem Homil. I,1-2. PG 59,25-27.


San Francesco di Sales. Omelia sui figli di Zebedeo


Oggi la santa Chiesa celebra la festa di un apostolo. Invece di parlarci delle perfezioni, dei carismi e delle virtù di san Giacomo, il vangelo ci riferisce uno dei suoi grandi limiti, l'ambizione che lo agitava.

Ammiro la semplicità degli evangelisti nello scrivere questo episodio. Cosi possiamo vedere come lo Spirito di Dio sia opposto a quello del mondo. Quando infatti la gente del mondo vuol lodare i suoi campioni, ne segnala sempre le virtù, le perfezioni, i lati positivi, li insignisce di tutti i titoli e le qualità che li rendano più onorabili, tacendo però quanto potrebbe scalfirne la reputazione.

La nostra madre Chiesa fa esattamente il contrario. Ella ama teneramente i suoi figli, ma quando vuole lodarli o esaltare, riferisce senza attenuanti i peccati che essi commisero prima della conversione. In questo modo la Chiesa procura molto più onore e gloria alla maestà di Dio, che santificò questi uomini irradiando su di essi la sua infinita misericordia Dio infatti, dopo averli tratti fuori dalla miseria morale e dalla colpa, li ha colmati con le sue grazie e il suo amore mediante cui sono pervenuti alla santità.

L'apostolo san Giovanni aveva pochissimi limiti, così innocente com'era, e poi puro, casto, giovanissimo. Tuttavia, il vangelo ci riferisce che lui e suo fratello Giacomo avevano il desiderio assillante di sedere l'uno a destra e l'altro a sinistra di nostro Signore.
Possiamo credere che i due fratelli concertarono il modo per conquistare quella dignità, ma non la vollero chiedere apertamente. Si sa che gli ambiziosi non usano pretendere di persona quanto bramano, nel timore di essere giudicati per quello che sono.

I figli di Zebedeo escogitarono perciò un espediente: si rivolsero alla madre, perché fosse lei a presentare la petizione al Signore. Giacomo e Giovanni erano certi che Gesù avrebbe concesso quel favore a motivo dell'affetto che aveva per loro. In realtà, il Signore amava assai i due fratelli e in modo speciale san Giovanni, la cui dolcezza e purità glielo rendevano tanto caro.

Per ottenere più facilmente quanto desiderano, i due si rivolgono dunque alla madre; questa, tutta zelante per il bene e l'onore dei figli, va a presentarsi da nostro Signore, il loro buon maestro. Si prostra ai suoi piedi con umiltà per guadagnarselo e venire esaudita.
Di' che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno. L 'evangelista Marco specifica che i due fratelli soggiunsero: Maestro. noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo. 1.( Mc 10, 35 )

Vi prego di notare quanto sia grande la nostra miseria! Desideriamo che Dio faccia la nostra volontà e non vogliamo fare la sua quando non concorda con la nostra. A un attento esame troveremo che la maggioranza delle nostre richieste sono piene di imperfezione e mirano unicamente al nostro soddisfacimento.

Vi cito un caso: se stiamo pregando, vogliamo che prontamente il Signore ci parli, ci visiti, ci consoli. Gli diciamo di far questo, di darci quello, e se per il nostro bene lui non lo fa, eccoci inquieti e rannuvolati.

Quanto saremmo felici se regnasse in noi la santa volontà di Dio! Non commetteremmo più nessun peccato baderemmo di non vivere alla mercé dei nostri umori delle nostre inclinazioni disordinate, poiché la volontà divina è la regola di ogni autentica santità.
Il Signore risponde ai nostri due santi: " Potete bere il calice che io sto per bere? Non immaginatevi che esso consista nel raccogliere onori, dignità, posti prestigiosi e gratificanti. Niente di tutto questo. Bere al mio calice vuol dire condividere passione, pene, sofferenze, chiodi e spine; signi fica bere fiele e aceto, e alla fine morire sulla croce con me".

Dobbiamo stimare un favore e una fortuna grandissima portare la croce e venirvi inchiodati con il nostro dolce Salvatore!

I martiri bevvero quel calice in breve tempo. Alcuni lo vuotarono in un sorso, altri ci misero un'ora, chi due o tre giorni, chi un mese. Quanto a noi, se non berremo quel calice con un rapido martirio, possiamo almeno sorseggiarlo nel corso dell'intera esistenza terrena, mediante una continua abnegazione. Così fanno e devono fare tutti i religiosi e le religiose che Dio ha chiamato a questa speciale consacrazione per portare la sua croce e venire crocifissi con lui.

E' davvero un pesante martirio non fare mai la propria volontà, sottomettere continuamente il proprio modo di vedere, estirpare dal cuore ogni affetto impuro e quanto non è Dio. In breve, si tratta di non vivere più secondo le proprie inclinazioni o le proprie fantasie. per seguire la ragione e la volontà divina.



Sermon pour la fète de Saint Jean ad Portam Latinam. 



Sant'Agostino. La narrazione contemplativa di San Giovanni


I tre primi evangelisti si sono diffusi a narrare di preferenza i fatti contingenti che presenta la vita di Cristo sotto il suo aspetto sensibile e umano. Giovanni al contrario si volge soprattutto alla divinità del Signore per la quale egli è uguale al Padre. Questa divinità si propose d'inculcare con la massima cura nel suo vangelo, e vi si dedicò nella misura che ritenne sufficiente agli uomini. 

Pertanto Giovanni si leva molto più in alto che non gli altri evangelisti. Ti par di vedere i tre primi quasi trattenersi sulla terra con Cristo uomo; lui invece oltrepassa le nebbie che coprono la superficie terrestre e raggiunge il cielo etereo. Da lassù, con acutissima e saldissima penetrazione della mente, poté vedere il Verbo che era in principio, Dio da Dio, ad opera del quale tutte le cose furono fatte. Lo osservò anche fatto carne per abitare in mezzo a noi, precisando che egli prese la carne, non che si sia mutato in carne.
Se il Verbo si fosse incarnato senza conservare immutata la sua divinità, non avrebbe potuto dire: Io e il Padre siamo una cosa sola. Gv 10,30. Non sono, infatti, una cosa sola il Padre e la carne. 

Ed è ancora lo stesso Giovanni che, unico fra gli evangelisti, ci riporta questa testimonianza del Signore nei riguardi di se stesso: Chi ha visto me ha visto il Padre, Gv 14,9 e: Io sono nel Padre e il Padre è in me. Siano come noi una cosa sola, e: Quello che il Padre fa, anche il Figlio lo fa. Cf Gv 5,19 

Queste parole e le altre, se ce ne sono, che designano a chi le capisce debitamente la divinità di Cristo nella quale è uguale al Padre,è Giovanni che, esclusivamente o quasi, le ha poste nel suo vangelo. Egli aveva bevuto più copiosamente e più familiarmente il mistero della divinità di Cristo; in certo qual modo lo ha attinto dallo stesso petto del Signore sul quale nella cena gli fu consentito di reclinare il capo.
All'anima umana sono proposte due forme di virtù: quella attiva e quella contemplativa. Con la prima si cammina, con la seconda si perviene; nella prima si fatica per purificare il cuore e renderlo degno di vedere Dio; nella seconda si riposa e si vede Dio. 

La prima osserva i precetti che regolano la presente vita passeggera, la seconda gode della manifestazione della vita eterna. Pertanto l'una opera, l'altra riposa, poiché l'una ha il compito di purificare dai peccati, l'altra fruisce della luce di chi è già purificato. E per quanto concerne la presente vita mortale, l'una si occupa delle opere d'una buona condotta. L'altra consiste prevalentemente nell'esercizio della fede; e, sia pure in pochissimi, perviene a una qualche visione dell'immutabile verità, visione peraltro speculare, enigmatica e parziale.
Queste due virtù troviamo rappresentate nelle due mogli di Giacobbe, Lia e Rachele. In ebraico Lia significa affaticata, mentre Rachele visione del principio. Da questo, se lo consideriamo attentamente, possiamo concludere che i primi tre evangelisti si occuparono di preferenza dei fatti e detti temporali del Signore, validi innanzi tutto per la formazione dei costumi durante la vita presente; essi perciò si limitarono alla prima categoria di virtù, cioè quella attiva.

Giovanni invece narra molto meno fatti riguardanti il Signore, mentre riferisce con maggiore cura e dovizia i detti di lui, specie quelli che presentano l'unità della Trinità e la beatitudine della vita eterna. Ne segue ch'egli mostra come il suo intento e la sua predicazione fossero rivolti ad inculcare la virtù contemplativa.

De consensi EvangeIistarum. 1,7‑8. PL 34,1045‑1046.

Giovanni Taulero. Il cammino di San Giovanni e di ogni cristiano


Nostro Signore Gesù Cristo ha attirato a sé san Giovanni in tre modi, ed è così che continua ancora ad attirare tutti gli uomini che devono attingere la più alta verità. Nostro Signore ha attirato san Giovanni una prima volta, quando lo chiamò dal mondo per farne un apostolo; una seconda volta, quando lo lasciò riposare sul suo amabilissimo cuore; la terza volta, e nel modo più perfetto, il giorno della Pentecoste, quando lo Spirito Santo discese sull'Apostolo. Quel giorno gli fu aperta la porta e fu fatto entrare dentro.
La prima chiamata rivolta all'uomo, come a Giovanni, per invitarlo a lasciare il mondo, si realizza quando l'uomo governa e ordina tutte le sue facoltà inferiori con la più alta prudenza; tu apprendi allora a conoscere te stesso, a rimanere dentro te stesso, a sorvegliare le tue parole. Allora tu parli ad ognuno come vuoi che ti si parli, a sorvegliare anche i moti del tuo cuore, per vedere se provengono da Dio e a lui ritornino, a sorvegliare i tuoi pensieri, per non trattenere volontariamente alcun pensiero cattivo o inutile.
Ciò che ti viene dall'alto non è altro che una purificazione, una preparazione, per poter dare un maggior valore alle tue opere, non facendoti ricercare altro in esse se non la gloria di Dio, la pace e il bene di tutti gli uomini. Ecco come Nostro Signore ti toglie dal mondo per fare di te un apostolo di Dio, ed ecco come apprendi a trasformare in uomo interiore, l'uomo esteriore. Ma questo non è che l'inizio.


Vuoi rispondere a una seconda chiamata e con san Giovanni riposare sull'amabile cuore di Nostro Signore Gesù Cristo? Devi allora lasciarti attirare dall'amabile immagine di Nostro Signore e contemplarla attentamente. Devi considerare la sua dolcezza, la sua umiltà, il suo amore ardente e profondo per gli amici e i nemici, il grande e docile abbandono che caratterizza tutte le vie, tutti gli stati e tutti i luoghi dove il Padre suo lo chiamava.
Considera anche la profonda dolcezza con cui trattava tutti gli uomini e la sua benedetta povertà. Il cielo e la terra gli appartenevano, e non li ha mai posseduti con attaccamento. In tutto quel che diceva e faceva non aveva altro scopo se non la gloria del Padre e il bene di tutti gli uomini. Contempla l'amabile immagine di nostro Signore Gesù Cristo più da vicino e più a fondo di quanto io possa insegnarti a fare. Domanda questa grazia, perseguila con applicazione, e poi considera con attenzione te stesso; vedi quanto tu sei differente da tale modello, quale distanza ti separa da lui e quanto è grande la tua piccolezza: allora nostro Signore ti lascerà riposare veramente su di lui.


Per riposare sul cuore di nostro Signore non c'è niente quaggiù di più utile e di meglio se non il sacramento del suo adorabile corpo, niente di meglio se non l'agire e il soffrire per colui che la luce della verità illumina più da vicino, che non te. Nella contemplazione di questo amabile modello arricchirai te stesso e vi troverai tanta consolazione e dolcezza, da rinunciare ad ogni dolcezza del mondo.
Questi due gradi di santità si trovano spesso in molti uomini che, nella consapevolezza di possedere questi beni spirituali e con una volontà profonda, piena di slancio, immaginano di avere raggiunto un'eccellente posizione, quando invece sono ancora ben lontani dalla via più diretta.
Anche se Giovanni riposò sul cuore di Nostro Signore, abbandonò subito il suo mantello e fuggì, quando Cristo fu fatto prigioniero. Stai perciò ben attento, o uomo, per quanta santità abbia già raggiunto in questi due stati, stai ben attento, nell'eventualità che tu sia assalito, di abbandonare il tuo mantello, voglio dire il tuo spirito troppo attaccato alle tue pratiche e alle tue riflessioni.
Che tu ti eserciti in questi due stati di santità è cosa buona e santa; non lasciarti strappare da queste pratiche da nessuna creatura, chiunque essa sia, tranne che Dio non ti voglia più vicino a sé. Perciò se Cristo ti chiama, abbandonati a lui, fuori delle forme e delle immagini, lascialo fare, sii il suo strumento. È più glorioso per lui e più utile per te abbandonarti così, per lo spazio di un Padre nostro, piuttosto che esercitarti per un secolo negli altri due modi precedenti.


Scruta con applicazione nel tuo cuore e dedica interiormente tutta la tua attenzione a ciò che ti ordina Dio, e avanza soltanto progressivamente. La porta sarà aperta, allora, a qualcuno tutta d'un colpo, ad altri, dopo una certa vigile rassegnazione. E così viene realizzata la parola di san Paolo. È così che Dio manifesta quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo.
L'uomo non immaginerà mai di poter diventare perfetto (per quanto è possibile quaggiù), senza che l'uomo esteriore venga interamente assorbito nell'uomo interiore; solo così l'uomo viene introdotto in casa (cioè nella profondità di Dio), si compie un tale prodigio e si manifesta tanta ricchezza. Per la verità, figli miei, chi avrà sovente quaggiù questa divina intuizione, dovrà spesso mettersi a letto, perché la natura non può sopportare tutto ciò. Ma, sappiatelo bene, prima che si compia quello di cui vi sto parlando, parecchie violente purificazioni dovranno ricadere sulla natura, sia interiormente che esteriormente. E a questa morte corrisponde l'eterna vita.
Figli miei, questo non si può far certo in un giorno, né in un anno. Non vi spaventate, ma per questo ci vuole tempo, e occorre semplicità, purezza, abbandono.
È il cammino più perfetto; che ci sia donato, a voi e a me, dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo.


Sermon pour la veille des Rameaux, 4-7. 


San Tommaso da Villanova. Predica su San Giovanni apostolo


Dal vangelo balza evidente che Giovanni godeva di un'amicizia unica con Cristo. Ogni volta che il Signore sceglieva tre discepoli per iniziare soltanto i suoi prediletti in arcani misteri, Giovanni immancabilmente ne faceva parte.
Questo discepolo accompagnava il Maestro in qualsiasi viaggio e sedeva a mensa accanto a lui. Persino Pietro, il primo degli apostoli, il pastore della Chiesa, si servì di Giovanni per domandare il nome del traditore; non si azzardò a interrogare lui stesso, ma fece segno al discepolo amato. Pietro sapeva bene che il Signore non avrebbe negato la risposta a Giovanni per l'affetto che gli portava. Non è questa una prova evidente dell'amicizia speciale tra Giovanni Gesù?
Il segno più grande di questo affetto si esprime nell'ultima cena, quando Giovanni posa il capo sul petto di Gesù. Audacia stupenda! Il Battista non osa sfiorare il capo sacro del Signore; Maddalena gli tocca i piedi con tremore e timore; Tommaso infila la mano nel costato di lui solo quando Gesù glielo ingiunge.
Ma Giovanni, senza ordine esplicito, senza averne chiesto il permesso, abbandona fiducioso il capo sul petto del Signore. Questa è l'opera dell'amore, perché l'amore sfida i convenzionalismi e si permette ogni audacia. Giovanni non avrebbe arrischiato un tale gesto se non glielo avesse suggerito l'amore che intravedeva nel cuore di Gesù.


Ci sono luci ancora più fulgide nella vita di Giovanni: al momento della passione, tutti gli altri discepoli fuggirono, tranne Giovanni e Pietro che rimasero soli con il Signore. Pietro è assalito dalle inquisizioni dei ministri di satana, mentre nessuno interroga Giovanni. Questi è presente nel palazzo, poi al pretorio, e infine ai piedi della croce; piange, geme, si lamenta e deplora davanti a tutti la morte del suo Maestro, ma nessuno gli domanda: "Perché piangi?". Nessuno lo accusa rinfacciandogli: "Tu sei il suo discepolo, .sei il suo amico, il suo partigiano!".
Vi potreste domandare: "Come mai lui, cosi intimo del Salvatore, tanto noto al sommo sacerdote, non fu riconosciuto da nessuno?".
Qui c'è da cogliere una meravigliosa disposizione divina, che permise a Giovanni di assistere all'atroce crocifissione e di bere il calice della passione con colui che amava. Ecco perché nessuno arrestò Giovanni, nessuno lo deferi alle autorità.
Attraverso quell'ultimo incontro, il Signore voleva manifestare a Giovanni un amore ancora più intenso che durante la sua vita, giacché l'amore si svela in pieno all'ultima ora.


Ascoltiamo il vangelo per conoscere quali beni preziosi furono affidati da Gesù a Giovanni. Il Salvatore appeso in croce sta per tornare al Padre. Ha già donato tutto per testamento ai suoi eletti: al Padre ha consegnato lo spirito, alla Chiesa il suo corpo, il suo sangue per i peccatori, il Regno al buon ladrone, le vesti ai soldati, la Chiesa a Pietro, agli apostoli il Paraclito. Tutti questi doni li ha distribuiti con una liberalità totale. Li presente stava il discepolo prediletto, in attesa della sua eredità.
"Che lascerò a te, mio amato? Che posso donarti in quest'ora suprema? Ecco la tua Madre: è il bene più prezioso che ho; a te lo lascio, a te lo dono. E a te, Madre, ecco il tuo figlio".
Con tali parole, il Salvatore incide nel cuore della Madre un tipo di amore più forte e più ardente di quello
che la natura pone in seno a una mamma, e nel cuore di Giovanni riversa il rispetto filiale per la Vergine, quale nessun figlio mai ne provò di più intenso per sua madre.
Quando il Signore proclamò: Questo è il mio corpo 1.( Mt 26,26 ) fece di un poco di pane il suo corpo vero e reale. Cosi pure, dicendo: Donna, ecco il tuo figlio2.( Gv 19,26 ) con l'amore trasformò chi era un semplice congiunto in figlio vero e proprio, non secondo la natura. ma secondo la grazia, in un senso ben più alto della filiazione per legge o per adozione.


Ci è facile capire la felicità e la gloria che procurarono a Giovanni tutti gli anni trascorsi presso Maria, dopo l'ascensione del Signore. Poteva rivolgersi a lei come un figlio, bearsi della sua presenza, della sua conversazione, del suo insegnamento e delle sue virtù.
Fortunato discepolo! Dopo aver avuto Gesù come maestro, fu alla scuola di Maria. Che cosa non imparò da lei? Che cosa non le domandò? E Maria, da parte sua, era felice di trasmettere a Giovanni con amore materno tutto quello che aveva appreso dal suo unico Figlio nei loro intimi dialoghi.
Cosi Giovanni divenne l'evangelista più spirituale e più penetrante. Pensate un attimo: se la sola salutazione della Vergine colmò il Battista di innumeri grazie prima di nascere, quanto più Giovanni non dovette riceverne da un si lungo colloquiare con Maria.
La casa di Elisabetta raccolse benefici immensi dal soggiorno di tre mesi che vi fece la Vergine; che cosa non dovette ricevere il discepolo di Gesù, che visse con Maria per lunghi anni?
Un tempo Dio aveva benedetto Obed‑Edom per aver accolto l'arca del Signore. 3( 2 Sam 6,11 ) Quanto più dovette benedire Giovanni che ospitò per tanto tempo la Madre di Dio!
A mio parere, la grazia di aver vissuto con Maria è la più grande che Gesù fece a Giovanni, è il segno più luminoso del suo amore per il discepolo prediletto.


Dalle Prediche di san Tommaso da Villanova.De Sancto Joanne concio prima

Ruperto di Deutz. Abitare con Cristo


Gesù si voltò e, vedendo che i due discepoli lo seguivano. disse: "Che cercate? Gli risposero: "Rabbì (che significa maestro)., dove abiti?''.
Il vangelo dice bene che Gesù si voltò verso i discepoli. Fino allora, infatti, era sceso dal cielo senza volgere il suo volto, a causa dell'ira divina contro il peccato di tutto il genere umano. Ecco perché il profeta esclama gemendo: Tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo; tu avevi nascosto da noi il tuo volto.1( Is 64,4.6 )
Ma oggi Gesù si rivolge, si degna di posare lo sguardo su quelli che cercano Dio nella fede. C'è un salmo che parla di questo rivolgersi di Dio verso l'uomo: Non tornerai tu forse a darci vita? 2( Sal 84,7 ) E anche: Volgiti, Signore, a liberarmi. 3.( Sal 6,5 )
Gesù si volta indietro e fissa coloro che lo stanno seguendo. Posa uno sguardo pieno di bontà su chi professa la fede nella sua incarnazione e nella sua passione. Ma fra coloro che seguono Gesù, molti non sanno quello che cercano, né a quale spirito appartengano, e ancor meno sono consapevoli dell'intenzione che li guida.


Non tutti seguono Cristo con il medesimo spirito. Gesù domanda perciò ai primi discepoli: Che cercate? Ogni volta che udiamo tali parole, osserviamo il nostro cuore e interroghiamo la nostra coscienza per sapere con quale intenzione ci siamo messi alla sequela di Cristo.
Ciò che Gesù dice ai discepoli, lo dice pure a noi. Se cerchiamo sul serio Cristo, se vogliamo abitare dove lui abita, allora la brama del cuore risponderà: Rabbì (che significa maestro), dove abiti? Facciamo bene a chiamarlo maestro, dato che ci mettiamo alla sua scuola, cercando davvero Dio. Gli diciamo: Dove abiti?quando pensiamoalla patria celeste, dove Cristo è assiso alla destra del Padre, splendente della gloria che aveva presso il Padre dall'inizio del mondo, lui che visse come nomade sulla terra senza avere dove posare il capo.


Il salmista canta: Questo io ricordo, e il mio cuore si strugge: attraverso la folla avanzavo tra i primi fino alla casa di Dio. 4.( Sal 41,5 )Anche noi dobbiamo sempre ricordare, noi che siamo alla sequela di Cristo mediante la fede, che un solo moto di vanità può relegarci tra quelli di cui sta scritto: In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 5.( Mt 6,2 ) Il salmista si rifiuta d'essere assimilato a costoro e dice: Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita.6.( Sal 26,4 )
Chiediamo con perseveranza al Signore: Dove abiti? e un giorno egli ci risponderà: Venite e vedrete. Il testo del vangelo prosegue-. Andarono dunque e videro dove abitava.
Gesù ci dice: Venite e vedrete, allorché introduce nella grazia della contemplazione chi vi si è disposto, ammettendo lo per un attimo alle gioie del cielo, affinché gusti quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo. 7.( 1 Cor 2,9 )


I discepoli accompagnarono Gesù e videro dove abitava. Per chi vede la dimora dei Creatore, la creatura è irrilevante. San Paolo ne dà testimonianza: Conosco un uomo in Cristo che fu rapito al terzo cielo in paradiso e udì parole indicibili che non e lecito ad alcuno pronunziare.8.( 2 Cor 12,2‑4 )Per un altro genere di grazia, altri santi videro, pregustandola un momento, la gloria del Regno dove dimora Gesù. Paolo, scelto dalla grazia a una tale visione, non sapeva più se era uscito fuori dal corpo o se si trattava di un'estasi dello spirito, tanto che esclamò:Se con il corpo o senza corpo, non lo so, lo sa Dio.8 .( 2 Cor 12,2‑4 ) Notiamo quanto afferma il seguito del vangelo di oggi:
Quel giorno si fermarono presso di lui. Non fu quello però il giorno in cui lasciarono tutto per
mettersi alla sequela di Cristo e rimanere sempre con lui. Gesù infatti non aveva ancora proclamato che bisogna lasciare padre e madre se si vuole seguirlo.

Commentaria in Evangelium S.Ioannis,lib.II.