Nulla è bello come un bambino che s’addormenti nel dire la preghiera, dice Dio.
Vi dico, nulla è così bello al mondo.
E dire che ne ho viste di bellezze, nel mondo.
E me ne intendo. La mia creazione trabocca di bellezze.
La mia creazione trabocca di meraviglie.
Ce n’è tante da non sapere dove metterle.
Ho visto milioni e milioni d’astri ruotare sotto i miei piedi come le sabbie del mare.
Ho visto giornate ardenti come fiamme.
Giorni d’estate, di giugno, luglio, agosto.
Ho visto sere d’inverno distese come un mantello.
Ho visto sere d’estate calme e dolci come una pioggia di paradiso
Tutte disseminate di stelle.
Ho visto queste colline della Mosa e queste chiese che sono le mie case.
E Parigi e Reims e Rouen e cattedrali che sono i miei palazzi, i miei castelli.
Così belli che li conserverò nel cielo.
Ho visto la capitale del regno a Roma capitale della cristianità.
Ho sentito cantare la messa e i vespri trionfali.
Ho visto queste pianure e queste valli di Francia.
Che sono la cosa più bella.
Ho visto il mare profondo, e la profonda foresta, e il cuore profondo dell’uomo.
Ho visto cuori divorati d’amore
Durante l’intera vita
Estatici di carità.
Che bruciavano come fiamme:
Ho visto martiri così animati di fede
Saldi come roccia sul cavalletto
Sotto i denti di ferro.
(Come un soldato che resista da solo per tutta la vita
Per fede
Per il suo generale (apparentemente) assente.)
Ho visto martiri in fiamme come torce
Prepararsi così le palme sempre verdi.
Ho visto stillare sotto gli uncini di ferro
Gocce di sangue splendenti come diamanti.
Ho visto stillare lacrime d’amore
Che dureranno più a lungo delle stelle del cielo.
E ho visto sguardi di preghiera, di tenerezza,
Estatici di carità
Che brilleranno in eterno per notti e notti.
Ho visto vite intere dalla nascita alla morte,
Dal battesimo al viatico,
Svolgersi come una bella matassa di lana.
Ora vi dico, dice Dio, non conosco nulla di così bello in tutto il mondo
Come un piccolo bimbo che s’addormenti nel dir la preghiera
Sotto l’ala dell’angelo custode
E che sorride da solo scivolando nel sonno.
E già mescola tutto insieme e non ci capisce più nulla
E arruffa le parole del Padre Nostro e le infila alla rinfusa tra le parole dell’Ave Maria
Mentre già un velo gli cala sulle palpebre,
Il velo della notte sul suo sguardo, sulla sua voce.
Ho visto i santi più grandi, dice Dio. Ebbene, io vi dico.
Non ho mai visto nulla di più buffo e quindi di più bello al mondo
Di questo bimbo che s’addormenta nel dir la preghiera
(Di quest'esserino che s’addormenta fiducioso)
E che mescola Padre Nostro e Ave Maria.
Nulla è più bello, e in questo perfino
La Santa Vergine è d’accordo con me.
Su quest’argomento.
E posso ben dire che sia il solo punto su cui andiamo d’accordo. Perché generalmente siamo di parere contrario.
Perché lei è per la misericordia.
E io, bisogna pure che io sia per la giustizia.
Così, dice Dio, come capisco mio figlio. Mio figlio l’ha detto e ridetto. (Perché bisogna intendere alla lettera ogni parola di mio figlio.) Sinite parvulos. Lasciate che vengano.
Sinite parvulos venire ad me. Lasciate che i piccoli vengano a me.
I piccoli bimbi.
Allora gli furono offerti dei piccini perché imponesse loro le mani e pregasse. Ora i discepoli li rimproveravano.
Ma Gesù disse loro: Lasciate i piccoli, e non impedite che vengano a me: talium est enim regnum coelorum. Infatti di costoro è il regno dei cieli. A loro, a quelli come loro appartiene il regno dei cieli.
E dopo avere imposto loro le mani, se ne andò.
Visualizzazione post con etichetta 28 dicembre. Santi innocenti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 28 dicembre. Santi innocenti. Mostra tutti i post
Charles Peguy. Voi bambini imitate Gesù. Non l'imitiate. Siete dei bambini Gesù. Senza accorgervene senza saperlo senza volerlo.
Tutto quello che si fa lo si fa per i bambini.
E sono i bambini che fanno fare tutto.
Tutto quel che si fa.
Come se ci prendessero per mano.
.......
Cosa si farebbe, cosa si sarebbe, mio Dio, senza i bambini.
Cosa si diventerebbe.
Delle zitelle in una catapecchia.
In una capanna diroccata che si demolisce ogni giorno di più.
Che si consuma via via.
Delle vecchie che invecchiano tutte sole e che si annoiano in una baracca.
Delle donne senza figlioli.
Una razza che si spegne.
....
Poichè non si lavora che per loro.
E non si fa nulla se non per loro.
E che tutto quel che si fa nel mondo non si fa che per loro.
Viene da questo quella loro aria sicura.
Cosi piacevole a vedersi.
Quello sguardo franco, quello sguardo insostenibile a vedersi
e che sostiene tutti gli sguardi.
Così dolce, così piacevole a guardarsi.
Quello sguardo insostenibile a sostenersi.
Quello sguardo franco, quello sguardo diritto che hanno, quello
sguardo dolce, che viene diritto dal paradiso.
Così dolce a vedersi, e a ricevere, quello sguardo di paradiso.
Da questo viene quella loro fronte.
Quella fronte sicura.
Quella fronte diritta, quella fronte convessa, quella fronte quadrata, quella fronte alta.
Quella sicurezza che hanno.
E che è la sicurezza stessa.
Della speranza.
Beati bambini;
Beata speranza.
Beata infanzia.
Tutto il loro piccolo corpo, tutta la loro piccola persona,
tutti i loro piccoli gesti, sono pieni, grondano, traboccano di una speranza.
Risplendono, traboccano di un'innocenza.
Che è l'innocenza stessa della speranza.
Sicurezza, innocenza unica.
Sicurezza, innocenza inimitabile.
Ignoranza del bambino, innocenza accanto alla quale la santità stessa,
la purezza del santo non è che spazzatura e decrepiteza.
Sicurezza, ignoranza, innocenza del cuore.
Giovinezza del cuore.
Speranza; infanzia del cuore.
Dolci bambini, bambini inimitabili, bambini fratelli di Gesù.
Giovani bambini.
Bambini accanto ai quali i più grandi santi non sono che vecchiaia e decritezza.
Bambini, è per questo che siete i padroni e comandate nelle case.
No sappiamo bene il perchè.
Uno sguardo, una parola da voi fa piegare le teste più dure.
Voi siete i padroni e noi lo sappiamo bene.
losappiamobene il perchè.
Voi siete tutti dei bambini Gesù.
E quale uomo, quale pazzo, quale bestemmiatore oserebbe dirsi un uomo Gesù.
Quale santo, il iù grande santo oserebbe soltanto pensarvi.
E anche voi lo sapete bene che siete i padroni di casa.
La vostra voce lo dice, il vostro sguardo lo dice,
e i vostri capelli ricciuti e la vostra testa sbarazzina.
E quando chiedete qualcosa, lo chiedete come
uno che rida perchè è ben sicuro di averla.
Voi sapete bene che l'avrete.
Voi bambini imitate Gesù.
Non l'imitiate. Siete dei bambini Gesù.
Senza accorgervene, senza saperlo, senza volerlo.
.....
E quante volte, quando penano tanto nelle loro prove
Ho voglia, sono tentato di metter loro la mano sotto la pancia
Per sostenerli nella mia larga mano
Come un padre che insegna a nuotare a suo figlio
Nella corrente del fiume
E che è diviso tra due sentimenti
Perchè da una parte se lo sostiene sempre e se lo sostiene troppo
Il bambino ci confiderà e non imparerà mai a nuotare.
Ma anche se non lo sostiene bene al momento buono
Quel bambino si troverà a bere..
Così io quando insegno loro a nuotare nelle prove
Anch'io son diviso tra questi due sentimenti.
Perchè se li sostengo sempre e li sostengo troppo
Non sapranno mai nuotare da sè.
Ma se non li sostengo bene al momento giusto
Quei ragazzi potrebbero forse bere.
Questa è la difficoltà, ed è grande.
E tale è la duplicità stessa, la doppia faccia del problema.
Da una parte voglio che raggiungano da sè la salvezza.
E' la regola.
Ed è formale. Altrimenti non sarebbe interessante.
Non sarebbero uomini.
Ora io voglio che siano virili, che siano uomini, e che si guadagnino da soli
i loro speroni di cavaliere.
D'altra parte bisogna che non bevano troppo.
Per aver fatto un tuffo nell'ingratitudine del peccato.
Tale è il mistero della libertà dell'uomo, dice Dio.
E del mio governo verso di lui e della sua libertà.
Se lo sostengo troppo non è più libero.
E se non lo sostengo abbastanza, cade.
......
Si mandano i figli a scuola, dice Dio.
Io penso che sia perchè dimentichino il poco che sanno.
Si farebbe meglio a mandare a scuola i genitori.
Son loro che ne hanno bisogno.
Ma naturalmente ci vorrebbe una scuola di me.
E non una scuola di uomini.
Si crede che i bambini non sappiano nulla.
E che i genitori e le persone grandi sappiano qualcosa.
Ora io ve lo dico, è il contrario.
(E' sempre il contrario).
Sono i genitori, sono le persone grandi che non sanno nulla.
E sono i bambini che sanno.
Tutto.
Perchè essi hanno l'innocenza prima.
Che è tutto.
Charles Péguy. Questi semplici bimbi giocano con la loro palma e le loro corone di martiri.
Costoro sono stati strappati agli uomini:
(di tra gli uomini, d’in mezzo agli uomini,
all’essere uomini)
(I più grandi santi sono stati uomini,
non sono stati strappati all’essere uomini)
e in bocca a loro non fu trovata menzogna:
sono infatti senza macchia davanti al trono
di Dio. [...]
E dietro all’Apostolo la Chiesa ripete:Innocentes pro Christo infantes occisi sunt.
Gli Innocenti per Cristo
bambini furono massacrati.
(infantes, piccoli bimbi, ogni bimbo piccino che ancora non parli)
Ab iniquo rege
lactentes interfecti sunt:
Da un re malvagio
lattanti furono assassinati:
(lactentes, pieni di latte, lattei,
all’età del latte, ancora a regime di latte,
nutriti di latte)
ipsum sequuntur Agnum sine macula
seguono l’Agnello stesso senza macchia
(e il testo è tale, figliola, che è insieme l’Agnello che è senza macchia
e loro con lui che son senza macchia) [...]
Salvete, flores Martyrum, questi bimbi
di nemmeno due anni sono i fiori di tutti
gli altri Martiri.
Cioè i fiori che danno gli altri Martiri.
Proprio al principio d’aprile sono il roseo fiore di pesco.
In pieno aprile, proprio al principio
di maggio sono il bianco fiore di pero.
In pieno maggio sono il rosso fiore di melo.
Bianco e rosso. [...]
Essi sono il fiore stesso e il boccio del fiore
e la bambagia del boccio.
Sono la gemma del ramo e la gemma
del fiore.
Sono l’onore di aprile e la dolce speranza.
Sono l’onore dei boschi e dei mesi.
Sono la giovane infanzia. [...]
Sono il fiore di biancospino che fiorisce nella settimana santa.
E il fiore del precoce spino nero che fiorisce cinque settimane prima.
Di tutte queste rosacee, alberi e piante, sono il fiore.
Promessa di tanti martiri,
sono i bocci di rosa
Di questa rugiada di sangue.
Salvete, flores Martyrum,
Salve, fiori dei Martiri,
quos, lucis ipso in limine,
Christi insecutor sustulit,
ceu turbo nascentes rosas.
che, appena alle soglie della luce,
il persecutore di Cristo rapì,
(strappò)
ceu turbo nascentes rosas.
come la tempesta le rose nascenti.
(cioè come la tempesta, come una tempesta rapisce, strappa le rose nascenti).
Vos prima Christi victima,
Grex immolatorum tener,
Aram sub ipsam simplices
Palma et coronis luditis.
Voi, prima vittima di Cristo,
Tenero gregge degli immolati,
Ai piedi dell’altare stesso, semplici,
Simplices, anime semplici, semplici bimbi,
Palma et coronis luditis. Giocate con la palma e con le corone. Con la vostra palma e le vostre corone.
Tale è il mio paradiso, dice Dio. Il mio paradiso è quello che c’è di più semplice.
Niente è più spoglio del mio paradiso.
Aram sub ipsam ai piedi dell’altare stesso
Questi semplici bimbi giocano con la loro palma e le loro corone di martiri.
Ecco quello che accade nel mio paradiso.
A che si potrà mai giocare
con una palma e delle corone di martiri?
Penso che giochino al cerchio, dice Dio,
e forse ai cerchietti (almeno lo penso, perché non crediate
che mai mi si chieda il permesso)
E la palma sempre verde serve loro,
a quanto sembra, di bacchetta.
(di tra gli uomini, d’in mezzo agli uomini,
all’essere uomini)
(I più grandi santi sono stati uomini,
non sono stati strappati all’essere uomini)
e in bocca a loro non fu trovata menzogna:
sono infatti senza macchia davanti al trono
di Dio. [...]
E dietro all’Apostolo la Chiesa ripete:Innocentes pro Christo infantes occisi sunt.
Gli Innocenti per Cristo
bambini furono massacrati.
(infantes, piccoli bimbi, ogni bimbo piccino che ancora non parli)
Ab iniquo rege
lactentes interfecti sunt:
Da un re malvagio
lattanti furono assassinati:
(lactentes, pieni di latte, lattei,
all’età del latte, ancora a regime di latte,
nutriti di latte)
ipsum sequuntur Agnum sine macula
seguono l’Agnello stesso senza macchia
(e il testo è tale, figliola, che è insieme l’Agnello che è senza macchia
e loro con lui che son senza macchia) [...]
Salvete, flores Martyrum, questi bimbi
di nemmeno due anni sono i fiori di tutti
gli altri Martiri.
Cioè i fiori che danno gli altri Martiri.
Proprio al principio d’aprile sono il roseo fiore di pesco.
In pieno aprile, proprio al principio
di maggio sono il bianco fiore di pero.
In pieno maggio sono il rosso fiore di melo.
Bianco e rosso. [...]
Essi sono il fiore stesso e il boccio del fiore
e la bambagia del boccio.
Sono la gemma del ramo e la gemma
del fiore.
Sono l’onore di aprile e la dolce speranza.
Sono l’onore dei boschi e dei mesi.
Sono la giovane infanzia. [...]
Sono il fiore di biancospino che fiorisce nella settimana santa.
E il fiore del precoce spino nero che fiorisce cinque settimane prima.
Di tutte queste rosacee, alberi e piante, sono il fiore.
Promessa di tanti martiri,
sono i bocci di rosa
Di questa rugiada di sangue.
Salvete, flores Martyrum,
Salve, fiori dei Martiri,
quos, lucis ipso in limine,
Christi insecutor sustulit,
ceu turbo nascentes rosas.
che, appena alle soglie della luce,
il persecutore di Cristo rapì,
(strappò)
ceu turbo nascentes rosas.
come la tempesta le rose nascenti.
(cioè come la tempesta, come una tempesta rapisce, strappa le rose nascenti).
Vos prima Christi victima,
Grex immolatorum tener,
Aram sub ipsam simplices
Palma et coronis luditis.
Voi, prima vittima di Cristo,
Tenero gregge degli immolati,
Ai piedi dell’altare stesso, semplici,
Simplices, anime semplici, semplici bimbi,
Palma et coronis luditis. Giocate con la palma e con le corone. Con la vostra palma e le vostre corone.
Tale è il mio paradiso, dice Dio. Il mio paradiso è quello che c’è di più semplice.
Niente è più spoglio del mio paradiso.
Aram sub ipsam ai piedi dell’altare stesso
Questi semplici bimbi giocano con la loro palma e le loro corone di martiri.
Ecco quello che accade nel mio paradiso.
A che si potrà mai giocare
con una palma e delle corone di martiri?
Penso che giochino al cerchio, dice Dio,
e forse ai cerchietti (almeno lo penso, perché non crediate
che mai mi si chieda il permesso)
E la palma sempre verde serve loro,
a quanto sembra, di bacchetta.
Beata Anna Caterina Emmerick. La Strage dei Santi Innocenti
Verso la metà del secondo anno di vita di Gesù, un Angelo avverti Maria ad Eliopoli della strage dei bambini ordinata da Erode, premeditata ed organizzata già molto tempo prima dal tiranno. Giuseppe e Maria ne furono assai afflitti e Gesù pianse tutto il giorno. In occasione della presentazione di Gesù al tempio, le profezie di Simeone ed Anna erano giunte all'orecchio di Erode. Il tiranno, già agitato per l'episodio dei Magi e per le voci precedenti, si mise maggiormente in allarme e preparò l'infanticidio di massa meditato da lungo tempo; inviò quindi ordini più severi alle guardie di stanza nei dintorni di Gerusalemme, Gigal, Betlemme e fino ad Hebron. Appena egli ritornò da Roma fece ricercare Gesù a Nazareth, e non avendolo trovato, diede definitivamente l'ordine dell'infanticidio di massa. Quando Erode diede l'ordine di razziare tutti i fanciulli minori di due anni, Elisabetta venne esortata da un Angelo a nascondere di nuovo suo figlio. Così fuggi per la seconda volta col piccolo Giovanni nel deserto. Giovanni aveva allora due anni ed era appena ritornato a vivere con i genitori perché le voci di un probabile pericolo erano state smentite. In quel tempo Gesù aveva un anno e mezzo e camminava da solo. Le autorità avevano promesso premi alle donne feconde, e queste, adornati festosamente i pargoli, si erano recate agli uffici siti nei diversi luoghi di raccolta. Vidi le madri che partivano con i loro figlioli dai luoghi della provincia del regno erodiano per confluire a Gerusalemme, a Betlemme, a Hebron, e negli altri centri di raccolta. Quelle famiglie, giunte sui loro asini, riponendo tante speranze in quel viaggio, avevano portato i loro fanciulli a morire sventrati! Appena giunsero a destinazione i padri furono rimandati indietro, le madri con i loro pargoli invece vennero condotte in un gran luogo di raccolta nel quale vi entravano lietissime, convinte di ricevere un premio per la loro fecondità. A Gerusalemme l'edificio di raccolta era alquanto lontano dalla città e vicino alla dimora di Pilato. La costruzione dove il procuratore romano abitava era fatta in modo tale che difficilmente da fuori si poteva sentire o vedere quello che accadeva all'interno. Pare che fosse anche un penitenziario o una casa di giustizia perché nei cortili vidi pali, ceppi d'albero e catene per i supplizi dei prigionieri. Quei legni venivano chinati, legati assieme, poi improvvisamente disciolti, quando si doveva giustiziare qualcuno con l'orribile pena dello squartamento. L'edificio vicino alla dimora di Pilato si presentava pure assai massiccio, dall'aspetto tetro, il cortile era grande quasi come il cimitero che fiancheggia la chiesa di Dùlmen. Una porta immetteva in un corridoio e nella corte, la quale era fiancheggiata da due caseggiati laterali a destra e a sinistra. In questi due edifici furono rinchiuse tutte le madri con i loro figli. Allorché le donne si accorsero di essere prigioniere, tutte le speranze crollarono in una volta sola ed esse cominciarono a piangere e a disperarsi in tutti i modi. Passarono tutta la notte gemendo con i loro fanciulli. Erano passate dalla più viva speranza alla più amara ed angosciosa disperazione, come avviene spesso per ogni essere umano.
Il giorno dopo, 9 marzo, alla stessa ora, la Emmerick continuò il suo racconto.
Oggi a mezzogiorno ho assistito all'orribile spettacolo della strage degli Innocenti che avvenne nel palazzo di giustizia. Nella grande ala che chiudeva il cortile, da uno dei lati, vi era a pian terreno una vasta sala simile ad una prigione o ad un corpo di guardia. Il piano superiore si divideva pure in sale, le cui finestre davano sul cortile. Radunati a consiglio in una di queste, vi erano alcuni nobili signori seduti intorno ad un grande tavolo dove si trovavano delle pergamene. Credo che fosse presente anche Erode, poiché vidi uno con la corona sul capo, avvolto in un mantello rosso foderato di pelliccia bianca cosparsa di fiocchetti neri. Molti distinti personaggi lo circondavano ed egli contemplava tranquillamente l'orrida scena da una finestra. Dai caseggiati laterali, le donne furono avviate con i bambini nella gran sala a piano terra, giunte all'entrata, i manigoldi strappavano dalle madri i fanciulli e li trasportavano nella corte, dove vidi venti boia snaturati che li uccidevano, traforando loro il cuore con le lance o decapitandoli con le spade. Alcuni bambini erano ancora avvolti nelle fasce e avevano poppato al seno delle madri fino a pochi minuti prima, altri erano già grandicelli e vestivano abitini tessuti. Senza spogliarli li uccidevano in questo modo bestiale, poi afferrandoli per un braccio o per un piede li lanciavano nel mucchio di cadaverini pieni di sangue. Lo spettacolo era orribile. Le urla di dolore delle madri che, affollate e rinchiuse nella sala terrena si erano accorte della strage dei figlioli, erano tremende. Esse si sentivano straziare il cuore, si strappavano i capelli e si contorcevano le mani. Il numero di esse a poco a poco crebbe, in breve tempo l'ampia sala divenne per loro angusta ed avevano appena lo spazio per muoversi. Credo che la strage fosse proseguita fino a sera. Nel cortile stesso fu scavata una fossa enorme dove vennero gettati i cadaverini. Non mi sovviene precisamente il numero delle vittime, sebbene questo mi fosse stato indicato con il numero sette o diciassette (millesettecento, o settecento, come anche settemila. Quello spettacolo mi atterri a tal punto che quando mi risvegliai, a stento ebbi ricordo di simili scene. Durante la notte, le madri legate assieme e divise per gruppi di destinazione furono ricondotte alle proprie abitazioni. L'avvenimento che vidi si volse a Gerusalemme, proprio nello stesso palazzo del tribunale in cui venne condotto Gesù, non lontano dall'abitazione di Pilato. All'epoca del processo a Gesù l'edificio era stato in parte trasformato. Quando il Salvatore andò dal Padre suo, vidi molte anime da quel luogo salire al Firmamento.
“La Vita Della Madonna” di Suor Anna Caterina Emmerick
Charles Péguy: il mistero dei Santi Innocenti (commentato da Cornelio Fabro)
Dolente, anche se rassegnata, tutta pena e proteste, la condanna di Dostojevski contro la prepotenza dei potenti che infierisce sui poveri e soprattutto sui bambini innocenti: l'ultimo Dostojevski è tutta una passione di trasfigurazione nella partecipazione a tanto innocente dolore che sembra sprofondare l'uomo nell'orrore dell'insignificante e dell'inutile. Il martirio dei Santi Innocenti diventa invece per il cattolico Péguy un poema e prodigio di amore[1]. Il martirio per Péguy, come per S. Caterina da Siena, è festa d'amore ed il martirio dei bimbi tenerelli, in braccio alle madri straziate, è tale ma in una cornice ben precisa: la celebrazione della purezza che domina la parte precedente del mirabile poema cristiano. Il tutto nel contesto di una robusta ecclesiologia che poggia sulla divinità del Figlio di Dio e sulla Comunione dei Santi nell'assemblea celestiale dell'Uomo-Dio, preceduto dai Profeti e seguito dai Santi.
Prologo[2] – Gesù predilige i bambini – è il Padre che parla: «È mio figlio che ha detto una volta: sinite parvulos venire ad me, – lasciate che i bambini vengano a me». E il Figlio di Dio l'aveva detto di alcuni bambini che stavano giocando i quali, presa appena la benedizione, lo lasciarono per tornare a giocare. Ma io dico, ma lo si fa dire ad ogni bambino che non ritornerà più a giocare…: «Se non nel mio Paradiso». E qui Péguy, con mirabile fantasia poetica descrive il funerale di un bambino preceduto dalla Croce, le donne piangono ma il celebrante canta il vecchio Salmo di David: Beati immacolati in via – Felici coloro che non si sono macchiati nella via.
L'applicazione ai Santi Innocenti. – Tali sono, passa a dire Péguy, i soli senza macchia, questi disgraziati bambini che i soldati di Erode massacrarono nelle braccia delle madri – O Santi Innocenti voi sarete dunque i soli – Santi Innocenti voi sarete dunque i puri – Santi Innocenti voi sarete dunque i bianchi e senza macchia. – Beati immaculati in via. Beati gli innocenti, quelli senza macchia nella via.
Ed ora il cerchio lirico teologico si allarga ed entra Cristo stesso a partecipare alla festa. Leggiamo, infatti: «Ego sum via, veritas et vita. – Io sono la via, la verità e la vita. – O Santi Innocenti non sarà detto che voi sarete e che voi siete i soli innocenti». Ma allora, si chiede Péguy con una luminosa digressione[3], che è di tutti gli altri Santi, di S. Francesco, di S. Luigi re dei Francesi, di tanti altri grandi Martiri e grandi Santi che hanno condotto tutta una vita di santità, che hanno riavuto – se fossero caduti – la bianchezza originaria di tutta la loro prima innocente infanzia: anche un foglio di carta imbrattato può tornare bianco, anche un pezzo di stoffa sporcato può tornare bianco. Ma un foglio smacchiato ed un tessuto ripulito non è né un foglio bianco né un tessuto bianco.
Ed è qui che si annunzia il trionfo e la gloria dei Santi Innocenti: «I più vicini a me saranno questi lattanti bianchi, che non hanno fatto nulla nella vita e nulla hanno fatto dell'esistenza se non di ricevere un buon colpo di sciabola. Intendo assestato nel momento buono», – segue la traduzione del terrificante racconto della venuta dei Magi, della fuga in Egitto e della Strage degli Innocenti – che la liturgia romana legge al Vangelo del 28 dicembre, Festa dei Santi Innocenti.
Il trionfo dei puri nel Giudizio universale vicino all'Agnello. – Infatti, quasi per una illuminazione mistica, Péguy trasferisce subito in cielo l'esito del martirio dei piccoli Innocenti, un esito che sarà il massimo trionfo di Cristo quando col Giudizio farà la chiusura definitiva della storia universale. Ed è ovviamente l'Apocalisse di Giovanni che gli offre quest'ultimo orizzonte escatologico, nel testo che la liturgia romana preconciliare leggeva all'Epistola del medesimo 28 dicembre: la glorificazione dei 144.000 che avevano sulla fronte scritto il Nome dell'Agnello e il Nome del suo Padre[4]. Nel suo commento poetico Péguy mette in rilievo non più lo strazio dell'evento, quanto lo splendore della purezza degli Innocenti:
a) …qui empti sunt de terra ch'egli traduce: «…furono tolti dalla terra»[5] nel senso che la terra non lasciò in loro traccia alcuna di materia, della sua pesantezza, della sua ingratitudine, della sua amarezza, del suo invecchiamento, dei suoi gusti "terrosi"… staccati come fiori col gambo e «seguono l'Agnello dovunque vada».
b) «…Hi empti sunt ex hominibus» = e furono tolti da mezzo degli uomini; «primitiae Deo et Agno» = primizie a Dio e all'Agnello; «et in ore eorum non est inventum mendacium» = e nella loro bocca non fu trovata menzogna». E Péguy commenta fra parentesi: «la menzogna dell'uomo, la menzogna adulta, la menzogna terrestre. La menzogna terrena. La menzogna terrosa».
c) «…sine macula enim sunt ante thronum Dei» – senza macchia infatti essi si trovano davanti al trono di Dio. Il commento non la cede alla più alta poesia teologica: «Questo, dice Dio, è il segreto della tenerezza e della grazia. Che è nell'infanzia stessa, nel punto di origine del bambino. Tale è quest'innocenza, questa bianchezza, questo cominciamento. Tale è questo segreto, questo favore della mia grazia». E mette, stupito anche lui ma non scandalizzato, l'impressione (fra parentesi!): («Questa giustizia ingiustificabile!»). Lungi dall'essere uno scandalo, la morte è per questi Innocenti un privilegio. Infatti, e qui Péguy riprende il versetto 3:
d) «Et cantabant quasi canticum novum ante sedem» che Péguy abbrevia: «nemo poterat dicere canticum» – nessuno poteva dire questo canto. Ed il commento insiste ripetendo: nessuno, nessuno… (nemo = personne). Nessuno: neanche Francesco, neanche San Luigi re, neanche i primi quattro testimoni Matteo, Marco, Luca e Giovanni…, neppure coloro che daranno la vita per la liberazione del S. Sepolcro.Nemo poterat dicere canticum, e fra parentesi il sorprendente ancora mirabile paradossale commento: «Tale è il loro esorbitante privilegio e il grande favore ingiusto – della mia grazia eternamente giusta». E Péguy continua: «non c'è martirio il più inaudito, il più atroce, il più spaventoso… che i credenti di tutti i tempi abbiano sofferto per Cristo… che valga il privilegio dei 140.000 bambini: privilegio eminente, esorbitante, privilegio unico, ingiusto. Giusto. Puramente grazioso, propriamente grazioso». E Péguy continua con una nuova variazione sullo stesso tema terminando con una notazione di tenerezza idillica, il conversare delle madri dei piccini quando ciascuna (come in tutti i paesi) dice: «È il mio il più bello!» E per essere belli, ad essi bastava saper poppare e dormire… quando avevano fame e sonno e di strillare quando volevano strillare: erano queste le loro grandi occupazioni. La conclusione è ormai pronta: «È così che essi trovarono – non solamente il regno di Dio e la vita eterna – ma soli di portarvi scritto sulla loro fronte il mio nome e il nome del mio Figlio e soli di cantarvi un cantico nuovo» (p. 449). La difficoltà degli scandalizzati è capovolta: la loro strage li pone, come la liturgia ha profondamente afferrato, nella posizione del più alto privilegio fra tutti i predestinati.
Le sette ragioni di privilegio degli Innocenti[6]: esse meritano almeno di essere elencate, tanta è la loro bellezza e profondità mistica.
La prima[7], è che essi mi piacciono, dice Dio e questo basti: una ragione che farebbe la gioia di un S. Tommaso d'Aquino[8].
La seconda, è che essi mi piacciono, dice Dio, e questo basti. Tale, aggiunge qui come alla prima, è la gerarchia delle mie grazie.
La terza, è che mi piace così, dice Dio, e questo basti. Ed insiste: «Tale è la gerarchia, tale è l'ordine, tale è l'ordinamento della mia grazia». E col tema della grazia Péguy ha già toccato il fondo del problema.
La quarta ragione è tutta poesia ed innocenza: cioè, dice Dio, essi non hanno nessuna piega alle labbra… nessuna d'ingratitudine e d'amarezza, questa ferita d'invecchiamento, questa piega di memoria che noi vediamo su tutte le labbra.
Con la quinta ragione anche Péguy non può evitare il cuore del dramma che ha tanto turbato gli autori precedenti. Egli non ignora, ma descrive con realismo lo strazio dei corpicini… abbandonati per le strade e considerati meno di agnelli, di capretti, di lattonzoli, abbandonati sul corpo delle loro madri. E qui Péguy entra nel vivo dello «scandalo»: «Durante questo tempo mio Figlio fuggiva (è sempre il Padre che parla). Bisogna dirlo: questo è grave. Furono presi per Lui. Furono massacrati per Lui. Al suo posto, solamente per causa sua, ma per Lui. Al suo posto»[9]. Ed ora, con maggiore rigore teologico: «In sua rappresentanza, per così dire. In sua sostituzione. Essendo come Lui. Essendo quasi altrettanti Lui. In rappresentanza, in sostituzione, al suo posto. Ora tutto questo è grave, dice Dio, tutto questo conta. Essi furono simili al mio Figlio e lo sostituirono…». Ecco l'unica interpretazione teologica che solo un grande poeta cristiano come Péguy ha saputo far scintillare dall'antica liturgia: i piccoli morti per Cristo, conclude Péguy, hanno acquistato così un credito con Dio.
La sesta ragione (di sapore kierkegaardiano)[10] e questo – mi si permetta di confessarlo – mi ha dato una particolare soddisfazione «è ch'essi erano contemporanei del mio Figlio. Della stessa età e nati nello stesso tempo. Proprio in questo stesso punto del tempo del Figlio. E questo ha procurato ad essi un amore specialissimo del Padre così ch'essi ebbero una speciale promozione, non soltanto una promozione di Giudei ma una promozione di uomini (tale era la nuova Legge), la promozione di Gesù Cristo…» compagni [perché martiri innocenti] della sua promozione.
La settima (ed ultima ragione che conclude ed è sulla linea della precedente) è «ch'essi erano simili al mio Figlio». Egli era simile a loro ed il poeta immagina che «i teneri infanti avanzino in schiera sullo stesso fronte di Cristo verso la sponda dell'eternità». Ed il poeta-teologo continua le sue riflessioni mescolando, con volute sempre nuove e più ardite, il mistero della vita di Cristo con il massacro dei piccoli, inermi, ignari martiri innocenti. Péguy, come invasato dalla visione apocalittica del trionfo finale dei suoi prediletti termina, con l'inno, ch'è tutto fulgori, di Prudenzio: «Salvete flores Martyrum – quos, lucis ipso in limine, – Christi insecutor sustulit, – ceu turbo nascentes rosas. E la seconda strofa: Vos prima Christi victima – Grex immolatorum tener, – Aram sub ipsam simplices – Palma et coronis luditis»[11].
La conclusione finale non può essere che la semplicità della gioia più alta: «Tale è il mio paradiso, dice Dio. Il mio paradiso è ciò che c'è di più semplice: un altare, e bimbi che giocano con le loro palme e le loro corone. E la "palma" – è l'ultimo tocco di tanta poesia – serve sempre loro apparentemente da bastoncino».
Così Péguy ha celebrato la gloria del «mistero dei Santi Innocenti» con la glorificazione fatta dalla liturgia cattolica: mistero di fede che arriva però fino alla gloria del Paradiso nelle folgorazioni dell'Apocalisse di Giovanni.
Certamente il mistero del male resta ancora: resta il «mistero dei Santi Innocenti» con tutta la rosa dei misteri, evocata qui dalla teologia lirica di Péguy. E il mistero, nessun mistero quand'è tale ossia quando procede dalla trascendenza di Dio che s'incontra con la finitezza dell'intelletto umano, «divarica» la coscienza come si è detto: o la ragione si rifiuta e cade nell'ateismo cioè nel buio dell'apparente evidenza, e perciò contraddittoria, delle apparenze oppure sale con la fede nell'apertura della Verità incommutabile.
Il teismo, sia pure in vari modi, ha sempre accompagnato l'esercizio della coscienza umana, insidiata dall'ateismo. Le tante difficoltà restano (possiamo ammetterlo, contro una «teodicea» troppo a buon prezzo) se non del tutto nascoste, sempre misteriose soprattutto quando si studiano le convinzioni che l'uomo si è fatto sù Dio fuori della religione biblica. Ma il teismo non è assurdo, non è contraddittorio, non lascia l'uomo in balìa del divenire dei fenomeni e pertanto nell'indifferenza – è questo il momento cruciale per difendere la dignità di ogni uomo da ogni tirannia. Purtroppo la storia insegna che l'uomo preferisce alla libertà la schiavitù, che è la schiavitù del peccato secondo la Bibbia da cui ci ha liberato solo Cristo; è la schiavitù delle tenebre che gli uomini hanno preferito alla liberazione della luce. Ma il figlio di Dio che è il cristiano prega sempre perché «venga il regno di Dio» e che «Dio ci liberi dal male» (Matt. 5, 11 ss.).
Così il mistero dei Santi Innocenti che aveva scandalizzato gli atei A. Camus e Ivan Karamazov[12], come mistero del male invincibile e prova dell'inesistenza di Dio, diventa per il convertito Péguy il segno del trionfo dell'amore di Dio e l'aurora di speranza della nostra salvezza.
(1981)
_____________________________
[1] Ch. Peguy, La mystère des Saints Innocents, in «Oeuvres Poétiques Complètes», Introduction de François Porché. Chronologie de la vie et de l'euvre par Pierre Péguy, N.R.F., Bibliothèque de la Pléiade, Paris 1948, p. 315 ss., spec. p. 439 ss. La composizione è del 1912 e fu scritta per commemorare il 423º anniversario della liberazione di Orléans ad opera della sua eroina preferita: S. Giovanna d'Arco, a lode della quale egli aveva composto tre anni prima Le mystère de la Charité de Jeanne d'Arc.
[2] Il «mistero dei santi Innocenti» è trattato nella seconda parte del poema. Nella prima parte che serve d'introduzione Péguy presenta le tre virtù teologali, introduce la Imitazione di Cristo (che sarà il nodo centrale nel martirio dei piccoli Innocenti), mette in guardia per la fine del mondo e commenta a lungo il Pater, intercalando l'invocazione: Ave Maria, gratia plena; Ave Maria, Mater Dei e Salve Regina «…come bianche caravelle adagiate sotto le loro vele a pelo sul mare» (p. 342). La preparazione prossima è l'esposizione della storia di Giuseppe, venduto schiavo in Egitto (p. 385 ss.).
[3] Nella prima parte va notata, fra le altre, un'importante digressione sulla «libertà» a proposito dell'ingratitudine del peccato di cui diamo la tesi teologica centrale: «Tel est le mystère de la liberté de l'homme, dit Dieu, et de mon gouvernement envers lui et envers sa liberté. Si je le soutiens trop, il n'est plus libre et si je ne le soutiens pas assez, il tombe. Si je le soutiens trop, j'expose sa liberté; si je ne soutiens pas assez, j'expose son salut: deux biens en un sens presque également précieux» (p. 352).
L'occasione è di celebrare la santità del re S. Luigi. L'affermazione più profonda è un po' più avanti: «Comme leur liberté a été créée à l'image et à la ressemblance de ma liberté, dit Dieu, comme leur liberté est le reflet de ma liberté, ainsi j'aime à trouver en eux comme une certaine gratuité qui soit comme un reflet de la gratuité de ma grâce, qui soit comme créée à l'image et à la ressemblance de la gratuité de ma grâce».
[4] Apoc. 14, 1-5.
[5] «Qui ont été enlevés de la terre» (p. 445).
[6] Il testo comincia a p. 452.
[7] Corsivo nostro.
[8] «Amor Dei est infundens et creans bonitatem in rebus… unde nihil alio esset melius nisi plus diligeretur a Deo» (s. Th. I, q. 20, aa. 2-3).
[9] L'originale ha: «comptant pour lui» (p. 453).
[10] Per Kierkegaard, com'è noto, la contemporaneità con Cristo consiste nella «imitazione» (cfr. spec. Esercizio del Cristianesimo, 1850), ma essa è raggiunta – e si potrebbe dire ad un livello superiore – anche da Péguy come stiamo esponendo.
Cfr. su questo argomento: C. Fabro, La partecipazione di S. Gemma Galgani alla Passione di Cristo, nel vol. Mistica e misticismo oggi, Roma 1979, pp. 673-689.
[11] È l'inno di Prudenzio che l'Ufficio della liturgia romana canta alle Lodi. Péguy omette la prima parte.
[12] Cfr. soprattutto A. Camus, L'Homme révolté, Paris, spec. p. 76 ss.
Beato John Henry Newman. Martiri incapaci di confessare il nome di tuo Figlio, eppure glorificati dalla sua nascita
È veramente giusto che celebriamo la morte di questi santi innocenti, perché essa era proprio santa. Quando gli eventi ci avvicinano a Cristo, quando soffriamo per Cristo, è sicuramente un privilegio indicibile – qualunque sia la sofferenza, anche se sull'istante, non siamo coscienti di soffrire per lui. Neanche i bambini che Gesù ha preso in braccio potevano comprendere sull'istante di quale mirabile condiscendenza erano oggetto, eppure questa benedizione del Signore era proprio un privilegio. Nello stesso modo, il massacro dei bambini di Betlemme funge per loro da sacramento ; era il pegno dell'amore del Figlio di Dio per coloro che hanno subìto questa sofferenza. Quanti si sono avvicinati a lui hanno sofferto, chi più chi meno, dal fatto stesso di questo contatto, come se emanasse da lui una forza segreta che purifica e santifica le anime attraverso le pene di questo mondo. Così successe per i santi innocenti.
Veramente, anche la sola presenza di Gesù funge da sacramento : ogni suo atto, ogni suo sguardo, ogni sua parola comunica la grazia a coloro che accettano di riceverli – e tanto più a coloro che accettano di divenire i suoi discepoli. Dall'inizio della Chiesa dunque un tale martirio è stato considerato una forma del battesimo, un vero battesimo di sangue, che ha la stessa efficacia sacramentale dell'acqua che rigenera. Siamo quindi invitati a considerare questi bambini dei martiri e a trarre giovamento della testimonianza della loro innocenza.
Romeo Maggioni. Il dolore innnocente
Il fatto è una tragedia tra le tante – purtroppo: la prepotenza del tiranno che non risparmia neanche i bambini. Del resto Erode aveva già ucciso tutti i figli e tutte le sue mogli per paura gli portassero via il trono.
Ma qui la morte degli innocenti è collegata con Gesù, che invece viene miracolosamente scampato dalla strage; ed è letta dall'evangelista Matteo sullo sfondo delle molte tragedie di Israele, più volte perseguitato, profugo e oppresso, e sempre in qualche forma liberato e fatto risorgere da Dio.
Tocchiamo qui il mistero del male, della sofferenza provocata dalla violenza e il dolore innocente che è l'ingiustizia più grande.
Vediamo quali sono le risposte di Gesù.
1) "DALL'EGITTO HO CHIAMATO IL MIO FIGLIO"
Perseguitato da Erode, Gesù deve fuggire in Egitto; e da lì, morto il tiranno, ritorna salvo in patria. Già Israele, proprio ai primordi della sua storia, era dovuto fuggire in Egitto, e da lì – per l'opera di Mosè – "dall'Egitto – dichiara il Signore – ho chiamato il mio figlio", ho liberato il mio popolo. Altra volta, deportato schiavo in Babilonia, il Signore aveva fatto ritornare Israele, un Resto almeno, che riprendesse la fedeltà al proprio Dio. Dentro le tragedie e le prove della vita l'uomo che si fida di Dio alla fine trova una liberazione e una salvezza; ed anche una sicura giustizia – come afferma Maria nel Magnificat: "Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia".
Sono già due elementi decisivi.
Il primo: Dio salva, Dio opera per la vita, riscatta dalla morte. L'uomo non è solo nelle tragedie; sulla barca sbattuta dalla tempesta Cristo è compagno di viaggio; appena lo si chiama dice: "Taci, calmati!" (Mc 4,39). "Non è mai troppo corta la mano di Dio per salvare" (Is 50,2). Anzi dalla morte riscatta e fa risorgere: "Chi crede in me anche se muore vivrà" (Gv 11,25). Tutta l'opera di Dio è riscatto, persino del cosmo: "La creazione stessa nutre la speranza di essere liberata dalla schiavitù della corruzione" (II lett.). Dio è salvatore; purché, naturalmente, l'uomo vi si rivolga, vi si affidi, e non presuma di salvarsi da sé. Qui sta la vera tragedia, nell'autosufficienza e nel peccato!
Secondo elemento: una giustizia - un giudizio inequivocabile – è garantito sopra le violenze e le malvagità della storia. Quella sete di giustizia che alimenta molta anima del mondo - e che spesso viene frustrata da ingiustizie peggiori, magari di segno opposto – è solo Dio alla fine ad assicurarla e farla. "Beati voi poveri..., guai a voi ricchi" (Lc 6,20-26). "La mietitura rappresenta la fine del mondo:... il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente" (Mt 13,39-42). Gesù è esplicito: "Verrà l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita, e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna" (Gv 5,28-29). E' la speranza dei poveri e degli oppressi, e la loro gloria (e rivincita) nel Signore!
2) "..PER PARTECIPARE ALLA SUA GLORIA"
Ma il dolore stesso in sé ha un valore positivo, nel quadro globale del disegno di Dio. E anzitutto: Dio sa, Dio conosce, Dio non è estraneo al dolore dell'uomo, e soffre come un padre davanti al figlio: "Non è forse Efraim un figlio caro per me, un mio fanciullo prediletto? Per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui profonda tenerezza" (I lett.). Se permette il male è per una purificazione e ne tiene conto come di una prova d'amore meritevole di ricompensa: "Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi" (II lett.). Come essenzialmente è stata la prova di Cristo che gli ha meritato la risurrezione. Si tratta, naturalmente, di vivere con lui e come lui la sofferenza: diverremo "coeredi di Cristo se veramente parteciperemo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria" (II lett.).
E si inserisce proprio qui il valore del dolore innocente, quale strumento – sempre in unione con Cristo - di corredenzione e salvezza anche per gli altri. Scrive san Paolo: "Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa" (Col 1,24). Egli, Cristo, è "l'Agnello che porta il peccato del mondo" (Gv 1,29), l'innocente "per le cui piaghe noi siamo stati guariti" (Is 53,5). A questa missione di espiazione vicaria chiama il Signore, nell'innocenza e nella immolazione del cuore, quanti vivono la solidarietà soprannaturale propria della "comunione dei santi", quale membra di un unico corpo. Don Gnocchi ne aveva fatto il cuore della sua missione: riscattare il dolore innocente dei suoi mutilatini quale tesoro prezioso di corredenzione in unione con la croce di Cristo. Cose difficili, ma sono le uniche capaci di riscattare l'inutilità e l'assurdità della sofferenza umana.
Si giunge così anche a dire grazie – nel prefazio – a Dio che sa trarre il bene anche dal male: "Veramente infinita è la bontà del Signore che non permette venga meno la ricompensa a coloro che, pur senza saperlo, sono stati uccisi per lui; nel sangue in cui sono immersi si compie il lavacro che li rigenera, e viene donata loro la corona del martirio". Si tocca così un altro tema misterioso: "pur senza saperlo", il dolore innocente è salvifico. O anche il solo dolore stesso, per il fatto che Cristo s'è unito all'uomo e ha fatto suo ogni momento dell'uomo, riscattandolo. Forse non è solo saggezza popolare quel che si dice: "Ha tanto sofferto, .. Dio non può non tenerne conto!". Il che offre prospettive di grande speranza anche a chi non sempre giunge alla consapevolezza esplicita di essere congiunto al Getsemani di Gesù! Forse il Capo supplisce le membra.
Il Natale è festa di un Bambino che nasce, è festa di ogni bambino che – nonostante tutto – Dio non si stanca di donare al mondo. Ci richiama la loro dignità, l'innocenza da rispettare, perché alla fine Dio è loro padre e tutore, come lo è di Gesù, "primogenito di molti fratelli" (Rm 8,29). In tempi in cui si scoprono con sorprese nuove forme di strage degli innocenti, il Natale mobiliti i credenti a difesa di ciò che di più prezioso l'umanità possiede, il suo domani posto in radice nei bambini che nascono oggi.
Ma qui la morte degli innocenti è collegata con Gesù, che invece viene miracolosamente scampato dalla strage; ed è letta dall'evangelista Matteo sullo sfondo delle molte tragedie di Israele, più volte perseguitato, profugo e oppresso, e sempre in qualche forma liberato e fatto risorgere da Dio.
Tocchiamo qui il mistero del male, della sofferenza provocata dalla violenza e il dolore innocente che è l'ingiustizia più grande.
Vediamo quali sono le risposte di Gesù.
1) "DALL'EGITTO HO CHIAMATO IL MIO FIGLIO"
Perseguitato da Erode, Gesù deve fuggire in Egitto; e da lì, morto il tiranno, ritorna salvo in patria. Già Israele, proprio ai primordi della sua storia, era dovuto fuggire in Egitto, e da lì – per l'opera di Mosè – "dall'Egitto – dichiara il Signore – ho chiamato il mio figlio", ho liberato il mio popolo. Altra volta, deportato schiavo in Babilonia, il Signore aveva fatto ritornare Israele, un Resto almeno, che riprendesse la fedeltà al proprio Dio. Dentro le tragedie e le prove della vita l'uomo che si fida di Dio alla fine trova una liberazione e una salvezza; ed anche una sicura giustizia – come afferma Maria nel Magnificat: "Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia".
Sono già due elementi decisivi.
Il primo: Dio salva, Dio opera per la vita, riscatta dalla morte. L'uomo non è solo nelle tragedie; sulla barca sbattuta dalla tempesta Cristo è compagno di viaggio; appena lo si chiama dice: "Taci, calmati!" (Mc 4,39). "Non è mai troppo corta la mano di Dio per salvare" (Is 50,2). Anzi dalla morte riscatta e fa risorgere: "Chi crede in me anche se muore vivrà" (Gv 11,25). Tutta l'opera di Dio è riscatto, persino del cosmo: "La creazione stessa nutre la speranza di essere liberata dalla schiavitù della corruzione" (II lett.). Dio è salvatore; purché, naturalmente, l'uomo vi si rivolga, vi si affidi, e non presuma di salvarsi da sé. Qui sta la vera tragedia, nell'autosufficienza e nel peccato!
Secondo elemento: una giustizia - un giudizio inequivocabile – è garantito sopra le violenze e le malvagità della storia. Quella sete di giustizia che alimenta molta anima del mondo - e che spesso viene frustrata da ingiustizie peggiori, magari di segno opposto – è solo Dio alla fine ad assicurarla e farla. "Beati voi poveri..., guai a voi ricchi" (Lc 6,20-26). "La mietitura rappresenta la fine del mondo:... il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente" (Mt 13,39-42). Gesù è esplicito: "Verrà l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita, e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna" (Gv 5,28-29). E' la speranza dei poveri e degli oppressi, e la loro gloria (e rivincita) nel Signore!
2) "..PER PARTECIPARE ALLA SUA GLORIA"
Ma il dolore stesso in sé ha un valore positivo, nel quadro globale del disegno di Dio. E anzitutto: Dio sa, Dio conosce, Dio non è estraneo al dolore dell'uomo, e soffre come un padre davanti al figlio: "Non è forse Efraim un figlio caro per me, un mio fanciullo prediletto? Per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui profonda tenerezza" (I lett.). Se permette il male è per una purificazione e ne tiene conto come di una prova d'amore meritevole di ricompensa: "Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi" (II lett.). Come essenzialmente è stata la prova di Cristo che gli ha meritato la risurrezione. Si tratta, naturalmente, di vivere con lui e come lui la sofferenza: diverremo "coeredi di Cristo se veramente parteciperemo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria" (II lett.).
E si inserisce proprio qui il valore del dolore innocente, quale strumento – sempre in unione con Cristo - di corredenzione e salvezza anche per gli altri. Scrive san Paolo: "Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa" (Col 1,24). Egli, Cristo, è "l'Agnello che porta il peccato del mondo" (Gv 1,29), l'innocente "per le cui piaghe noi siamo stati guariti" (Is 53,5). A questa missione di espiazione vicaria chiama il Signore, nell'innocenza e nella immolazione del cuore, quanti vivono la solidarietà soprannaturale propria della "comunione dei santi", quale membra di un unico corpo. Don Gnocchi ne aveva fatto il cuore della sua missione: riscattare il dolore innocente dei suoi mutilatini quale tesoro prezioso di corredenzione in unione con la croce di Cristo. Cose difficili, ma sono le uniche capaci di riscattare l'inutilità e l'assurdità della sofferenza umana.
Si giunge così anche a dire grazie – nel prefazio – a Dio che sa trarre il bene anche dal male: "Veramente infinita è la bontà del Signore che non permette venga meno la ricompensa a coloro che, pur senza saperlo, sono stati uccisi per lui; nel sangue in cui sono immersi si compie il lavacro che li rigenera, e viene donata loro la corona del martirio". Si tocca così un altro tema misterioso: "pur senza saperlo", il dolore innocente è salvifico. O anche il solo dolore stesso, per il fatto che Cristo s'è unito all'uomo e ha fatto suo ogni momento dell'uomo, riscattandolo. Forse non è solo saggezza popolare quel che si dice: "Ha tanto sofferto, .. Dio non può non tenerne conto!". Il che offre prospettive di grande speranza anche a chi non sempre giunge alla consapevolezza esplicita di essere congiunto al Getsemani di Gesù! Forse il Capo supplisce le membra.
Il Natale è festa di un Bambino che nasce, è festa di ogni bambino che – nonostante tutto – Dio non si stanca di donare al mondo. Ci richiama la loro dignità, l'innocenza da rispettare, perché alla fine Dio è loro padre e tutore, come lo è di Gesù, "primogenito di molti fratelli" (Rm 8,29). In tempi in cui si scoprono con sorprese nuove forme di strage degli innocenti, il Natale mobiliti i credenti a difesa di ciò che di più prezioso l'umanità possiede, il suo domani posto in radice nei bambini che nascono oggi.
San Bernardo. Nel Natale dei Santi Innocenti
Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Dio, il Signore. e nostra luce.1.( Sal 117,26.27 )
Benedetto il tuo nome glorioso e santo. 2.( Dn 3,52 )
Il Figlio di Maria non venne invano da noi, ma ha effuso il nome e la grazia della santità. Lui, il Santo, ha santificato Stefano, Giovanni e i santi Innocenti.
Le tre feste che accompagnano la nativitá del Signore ci dispongono a perseverare nell'amore, grazie ad una celebrazione continua, e ci rendono più attenti ai frutti di questa natività. Notiamo infatti tre tipi di santità in queste tre feste, e non penso se ne possa trovare fra gli uomini un quarto, oltre a quei tre.
In santo Stefano ammiriamo un martirio desiderato e consumato; in san Giovanni Il martirio è solo desiderato, e per i santi Innocenti è soltanto consumato. Tutti bevvero al calice della salvezza, ma in maniera diversificata: spiritualmente, corporalmente oppure in ambedue i modi.
Qualora uno dubiti della gloria dei santi Innocenti, non crederà neppure che appartengano ai figli di adozione quanti sono rigenerati in Gesù Cristo: soltanto una simile supposizione può rifiutare la corona del martirio a quei bambini massacrati per Gesù Cristo.Il Figlio di Dio è nato per noi, non contro di noi. Non possiamo lasciare che ci sfiori il dubbio in ordine al suo disegno di felicità per noi tutti, quindi anche per quelle creaturine. Come Cristo avrebbe potuto tollerare che quei bambini, suoi coetanei, fossero trucidati quando a impedirlo bastava un solo moto della sua volontà, se quella morte
non fosse stata per essi la sorgente di un maggior bene?
Nell'antica legge era sufficiente la circoncisione, perché i bambini fossero salvati, senza il minimo concorso della loro volontà. Quanto più nella nuova legge il battesimo del martirio basta a farne dei santi!
Se mi domandate in che consista il merito dei santi Innocenti, per ricevere da Dio la beatitudine, vi dirò: "Domandate a Erode che crimine avevano commesso per venir massacrati".
Credete forse che la bontà di Cristo sia inferiore alla crudeltà di Erode? Se quest'ultimo poteva far perire degli innocenti, non pensate che Cristo poteva incoronare quelli che avevano sostenuto il marti rio al suo posto?
Stefano è martire agli occhi degli uomini perché la sua passione si presenta come volontaria, soprattutto nell'ultima ora, quando i suoi carnefici gli stanno più a cuore della propria vita.
Egli supera la sofferenza fisica con un'affettuosa compassione, giacché prova maggior dolore per il delitto dei suoi persecutori che per lo strazio delle proprie ferite.
Giovanni è martire agli occhi degli angeli, perche quei puri spiriti scorsero più chiaramente di noi le connotazioni spirituali della dedizione dell'apostolo.
Ma questi bambini, o mio Dio, sono i tuoi martiri, giacché né gli uomini né gli Angeli trovano in essi un qualche merito. In loro brilla soltanto l'opera della tua grazia divina.
0 Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra: sopra i cieli si innalza la tua magnificenza con la bocca dei bimbi e dei lattanti.3.( Sal 8,2‑3 )
Ma dove sta il volere in questi bambini? Gli angeli certo dissero ai pastori: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volantà. 4.( Lc 1, 14 )
Eppure, oso affermarlo: la lode non sarà perfetta e compiuta se non nel tempo in cui tornerà tra di noi colui che ha detto:
Lasciate che i bambini vengano a me perché di questi è il regno dei cieli 5 .( Mt 19,14 )
Allora il sacramento della sua misericordia darà la pace agli uomini senza il minimo coinvolgimento della loro volontà.
Rendiamo grazie al nostro buono e munifico Salvatore, fratelli, perché egli cerca ogni occasione e ogni possibilità per procurare salvezza agli umani. Il suo amore è tale che egli si rallegra di trovare in alcuni l'opera e la volontà, in altri la volontà senza l'opera e in altri ancora l'opera senza la volontà. Vuole infatti che tutti gli uomini siano salvati e giungano a conoscerlo. Questa e la vita eterna: che conoscano te. l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. il auale con te è un solo e vero Dio. Benedetto nei secoli.
In Nativitate SS. Innocentium
Antica Omelia sul martirio dei Santi Innocenti
Erode voleva sopprimere un bambino solo, ma ne fece entrare centoquarantamila in paradiso. Il bambino risparmiato, causa del massacro,doveva un giorno salvare una moltitudine di uomini con il suo sacrificio.
Per quel primogenito gli innocenti perirono di spada, ma per il peccato del mondo proprio quel bambino si lascerà appendere alla croce. La morte degli innocenti riempi il cielo, la morte dell'Unigenito svuoterà l'inferno.
Questo Re ha introdotto gli innocenti in una luce invisibile all'occhio umano, e ha illuminato con il suo fulgore le tenebre degli inferi. Gli angeli esultano per i loro nuovi compagni, ma i demoni tremano per un arrivo cosi glorioso, domandandosi a vicenda: Chi è mai costui, uscito con tanto onore dal mondo?
Vi è gioia in cielo per quelle anime luminose, ma vi è pianto per i demoni all'inferno, i cui chiavistelli sono spezzati. Gli angeli esultano di avere ricevuto in cielo un esercito tanto glorioso ma i demoni gemono di vedere ( Sal 117,26.27 ) l'inferno svuotato a tal punto da un uomo solo.
I santi innocenti ottennero la vita eterna dopo una breve morte. Cristo ha donato la vita a una moltitudine, dopo aver conosciuto la morte durante tre giorni. Morendo per tutti, egli ha loro concesso la vita definitiva, permettendo a quei numerosi fanciulli di rallegrarsi in cielo e di gioire nella gloria dell'Agnello. Fra di loro l'Agnello esulta, lui che fu sospeso alla croce per la salvezza del mondo.
0 infanzia beata la vostra, santi innocenti! Avete sparso il sangue per Cristo prima di poter commettere la colpa. Dolce martirio il vostro! L'avete subito per Cristo. 0 santa infanzia! Avete ottenuto la gloria senza penare a lungo sulla terra. Come esprimere la vostra beatitudine? Avete ricevuto la morte al posto di Cristo.
Il vostro martirio supera tutti gli altri, o santi innocenti, perché Cristo vi consegna la palma insieme con la corona. Siete stati rivestiti della veste candida senza passare per il lavacro del battesimo. Il sangue sparso e consacrato vi bastò per battesimo: foste immolati come vere vittime per Cristo Gesù. Desideriamo vedervi, o santi innocenti, non perché lo meritiamo, ma perché lo vogliamo. Chiedete al Signore che ci sia data la capacità di ascoltare degnamente il vostro cantico di lode.
Questi fanciulli hanno meritato la patria del cielo appena usciti dal grembo materno. Se l'età ce lo consente, imitiamo questi neonati incoscienti che una morte gloriosa condusse nel Regno dei cieli. Non possiamo morire di spada per Cristo: almeno mortifichiamo il male in noi. Dopo aver peccato davanti a Dio, cancelliamolo con la conversione.
Se la spada non può più farci morire per lui, impegniamoci nel bene per vivere alla presenza di Dio.
Vivete nella santità, fratelli, perché l'uomo che si riconosce peccatore guarisca grazie alla penitenza e non vada in perdizione. Anche se scorgete in voi solo un pulviscolo di malizia, badate di non perdere la patria del cielo per esili colpe: non sapete che anche senza peccati da piangere, c'è da conquistare la vita e il regno?
Questi santi martiri erano innocenti, eppure acquistarono col proprio sangue la vita del cielo.
Essi ottennero la corona del martirio, a prezzo della spada; però anche a noi oggi è offerta la gloria del martirio, in una forma invisibile e interiore.
Possiamo davvero consumare tale martirio, fratelli miei, se amiamo gli amici in Dio e i nemici a motivo di Dio, facendo loro quanto desideriamo sia fatto a noi. Il Signore dice appunto nel vangelo: Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. 2.( Lc ‑6.31 )
l.( Di questa omelia, proveniente dal codice Cassinense 117, la critica finora ha potuto soltanto dire che si tratta di un testo antico.)
2 .( Lc ‑6.31 )
Iscriviti a:
Post (Atom)