Visualizzazione post con etichetta 6 gennaio. Solennità dell'Epifania. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 6 gennaio. Solennità dell'Epifania. Mostra tutti i post

«Ebraismo e spiritualità cristiana». Le festività autunnali e il ciclo di Natale-Epifania

Se per il cristiano la domenica è - come abbiamo detto - «una pasqua ebdomadaria», nella quale cioè si vive in modo particolare il grande mistero cristiano, è anche vero che tale mistero, data la sua ricchezza e complessità, viene presentato ai fedeli nei suoi vari aspetti, in occasione delle feste che si susseguono nell'anno liturgico. Quello che serve a mettere in risalto il diverso carattere dei tempi che lo costituiscono sono in particolare le letture scritturistiche, che variano di giorno in giorno. Ma a questo proposito dobbiamo ricordare che anche la Sinagoga ha un suo anno liturgico, e che fra esso e quello cristiano esistono punti di contatto e assomiglianze notevoli.

Attualmente l'inizio dell'anno nella Chiesa ricorre nel tardo autunno, cioè la prima domenica di avvento, il periodo che prepara al natale, perché, come diceva il Cabrol « con la venuta di Cristo tutto comincia nella Chiesa ». Non fu però sempre così, e restano ancora chiare tracce di un altro inizio dell'anno, legato invece al ciclo pasquale; il più antico lezionario della Chiesa romana suppone un ciclo di letture che cominci la notte di pasqua e si concluda il sabato santo, e anche Ambrogio parla della pasqua come del principio dell'anno. Ancor oggi del resto l'Ufficio divino comincia a leggere il primo libro biblico, la Genesi, all'inizio del periodo preparatorio alla pasqua, e cioè a settuagesima.

Questa duplicità d'inizio dell'anno affonda le sue radici non solo nel mondo ebraico, ma addirittura in quello semitico in genere. Sembra che gli antichi popoli semiti come i fenici, i moabiti egli edomiti, iniziassero l'anno in autunno, mentre presso i babilonesi e assiri pare che il capo d'anno autunnale sia stato messo nell'ombra - forse al tempo di Hammurabi - da una festa simile in primavera. Parecchi fatti fanno pensare che in una certa misura anche nella Bibbia abbiano coesistito due inizi di anno: uno in autunno nel mese di tishrì (settembre-ottobre), e uno in primavera nel mese di nisan (marzo-aprile). Nei testi rabbinici post-biblici si parla addirittura di quattro inizi dell'anno, di cui due però sono di maggior importanza, e cioè quello primaverile nel mese di nisan, in base al quale si computano le feste religiose, e quello autunnale nel mese di tishrì, in base al quale si calcola il numero degli anni.

Nella tradizione giudaica, l'inizio dell'anno è collegato alla creazione del mondo, quasi ne fosse una ripetizione, e fra gli antichi Rabbini c'era chi diceva che il mondo era stato creato a primavera, nel mese di nisan (Rabbi Giosuè, I sec.), e chi sosteneva invece una creazione in autunno, nel mese di tishrì (Rabbi Eliezer, I sec.).

Comunque stessero le cose, sia l'anno liturgico ebraico che quello cristiano comprendono due grandi cicli festivi, uno autunnale e uno primaverile quello ebraico, e uno legato alla festa di natale e uno alla festa di pasqua quello cristiano.

Il ciclo autunnale ebraico è assai complesso e comprende tre festività: il capo d'anno, il giorno d'espiazione, la festa delle capanne. Pur formando un ciclo unico, ciascuna di queste feste presenta un carattere particolare. A capo d'anno si ritiene che il Signore giudichi gli uomini e ne fissi i destini per l'anno che comincia; è il giorno in cui - secondo alcuni - il mondo è stato concepito e nel quale si attende la venuta del Messia, mentre al suono della «grande buccina» tutti i dispersi d'Israele si raduneranno e verranno a prostrarsi sul Monte santo di Gerusalemme. Ma già il giorno d'espiazione, e quindi la consapevolezza della peccaminosità umana, proietta la sua ombra, e alla vigilia di capo d'anno, prima dell'alba, Israele comincia a invocare da Dio il perdono dei peccati. Capo d'anno è quindi essenzialmente la festa del rinnovamento: tra i due grandi momenti della storia del mondo, quello primordiale e quello che si attende alla fine dei tempi, si pone il rinnovamento morale attraverso il perdono dei peccati. Ma anche il natale segna un nuovo principio per il mondo, e già Girolamo lo accosta al capo d'anno ebraico, perché ambedue feste del rinnovamento.

Anche i periodi di preparazione al capo d'anno e al natale presentano delle assomiglianze. Presso gli ebrei, dopo il giorno 9 del mese di av (luglio-agosto) nel quale si ricorda la distruzione del Tempio, seguono i così detti sette «sabati di consolazione». Gli studiosi ritengono però che in origine si dovesse piuttosto parlare di un sabato di consolazione che seguiva il 9 di av - come un sabato di lutto lo precede - e di sei sabati di preparazione al capo d'anno; in quest' ultimo caso troveremmo una coincidenza con l'antica prassi della Chiesa, perché da documenti anteriori a Gregorio Magno risulta che il periodo di preparazione al natale, l'avvento, durava sei settimane (com'è tutt'ora nel rito ambrosiano).

Già nei « sabati di consolazione » possiamo riscontrare il duplice carattere, penitenziale e messianico nello stesso tempo, che informa il ciclo autunnale nel suo assieme. Per quattro settimane - numero che corrisponde alla durata odierna dell'avvento romano - sono prescritte speciali preghiere, dette «Perdoni», che si intrecciano con le letture tutte pervase di speranza messianica. Fra esse ricordiamo Isaia (40, 1-26): «Consolate, consolate il mio popolo», il testo in cui il profeta invita ad appianare e a raddrizzare le strade per facilitare l' avvento del Messia; e Isaia (60, 1-22): «Sorgi e risplendi Gerusalemme», passo in cui il profeta vede già brillare lo splendore del Signore sopra la Città santa.

Nella Chiesa, il solo nome di « avvento » aveva un particolare significato messianico; infatti in origine non significava un periodo di preparazione alla nascita di Gesù sulla terra, ma l'attesa della sua parusìa alla fine dei tempi. Tale carattere si riscontra in alcune letture, letture che corrispondono a quelle sinagogali a cui abbiamo accennato. Il sabato della III settimana di avvento si legge ad esempio Isaia, che dice:

« Su un alto monte sali, annunciatrice di Sion;
alza potentemente la tua voce, annunciatrice di Gerusalemme...
dì alle città di Giuda: 'Ecco il vostro Dio' » ecc. (Is. 40, 9ss.).
E il giorno dell'epifania si legge lo stesso capitolo e gli stessi versetti del profeta Isaia (60, 1-6), che gli ebrei hanno ascoltato nel penultimo «sabato di consolazione» prima di capo d'anno.
Il carattere penitenziale è diffuso in tutto il tempo di avvento; precisi elementi liturgici sinagogali di questo carattere non si ritrovano però esattamente in avvento, quanto piuttosto nelle «tempora» di settembre o addirittura spostati in quaresima; e ciò probabilmente in conseguenza del fatto che l'avvento non ebbe carattere penitenziale fin dal principio. Tuttavia il Salmo 85 (84) ad esempio, di contenuto penitenziale, viene recitato sette volte in avvento, tanto che può essere definito il salmo proprio di questo tempo, perché ne interpreta assai bene lo spirito:
« Sei stato benevolo, o Signore, con la Tua terra,
hai fatto tornare i prigionieri di Giacobbe.
Hai cancellato il peccato del Tuo popolo,
hai coperto ogni loro mancanza ».
Dalle antiche omelie ebraiche risulta che esso faceva parte della liturgia del sabatoshuba, cioè del sabato che segue immediatamente il capo d'anno e precede il giorno di espiazione, ed è quindi il sabato della penitenza (come è indicato dal nome:shubh, tornare, pentirsi, convertirsi). Altri elementi della liturgia dello stesso sabato - e precisamente le letture profetiche di Osea (14, 2-10) e Michea (7, 18-20) - si ritrovano invece nel venerdì e nel sabato delle «tempora» di settembre.

Notiamo infine un ultimo elemento comune: la Chiesa, il giorno dopo natale, celebra la morte del primo martire, Stefano; gli ebrei, il giorno dopo capo d'anno, digiunano a ricordo dell'uccisione di Gedaljah, che la Sinagoga venera come uno dei suoi principali martiri, perché, lasciato in Giudea da Nabucodonosor in qualità di governatore, fu vittima del re ammonita, Baalis.

Abbiamo quindi, nel natale e nel capo d'anno, tutto un complesso di elementi comuni, che difficilmente può essere fortuito, e ancora meno ci sembrerà tale quando vedremo che esistono punti di contatto anche fra le altre due festività dello stesso ciclo: epifania e festa delle capanne. I farisei avevano dato grandissima importanza a questa festa, introducendovi - come abbiamo accennato - degli elementi a carattere popolare, severamente criticati dai sadducei. Essa aveva carattere spettacolare e festoso: si facevano processioni, agitando rami di palma e di salice; si suonavano i flauti; si accendevano nel Cortile delle Donne nel Tempio giganteschi candelabri, e tanta era la luce che essi spandevano che - dice laMishnah (3) - non c'era cortile nella città che non ne venisse illuminato. Gli uomini più autorevoli danzavano intorno ai candelabri, mentre i leviti suonavano le cetre e le trombe. Un elemento importantissimo di questa festa era inoltre la libazione d'acqua, che si faceva sull'altare per propiziare la pioggia. Era quindi sostanzialmente una festa dell'acqua e della luce, elementi che ritroviamo nella tradizione liturgica dell'epifania in oriente.

Si usava colà chiamare l' epifania « giorno delle luci » e la pellegrina Egeria (IV sec.), che ci ha lasciato il più antico itinerario di pellegrinaggio in Palestina, ci racconta come si usasse, almeno a Gerusalemme, solennizzare la festa con grande abbondanza di luci; la pellegrina descrive ammirata lo splendore degli arredi e in genere della decorazione delle grandi basiliche costantiniane in quell'occasione, emette in particolare risalto i «luminari» che splendevano oltre misura nella rotonda della Basilica della Resurrezione, dove i pellegrini, provenienti da Betlemme si recavano prima che facesse giorno. Il fulgore delle luci di epifania ha affascinato anche i Padri e ne troviamo il riflesso nelle loro omelie. Gregorio di Nazianzo ad esempio, parlando in questa occasione sul battesimo, traccia una specie di «storia sacra» della luce: comincia dal primo bagliore di essa alla creazione, e menziona poi, lungo il cammino dei secoli, la luce che apparve a Mosè nel roveto, quella che guidava Israele nel deserto, e via via fino ad arrivare a quella fiaccola, che i battezzati recheranno in mano alla fine del rito, e che prefigura «quella processione celeste delle luci, con cui lassù noi andremo incontro allo Sposo».

Oltre l'elemento luce, ritroviamo, nell'epifania in oriente, anche l'elemento acqua. Si usava infatti in questa occasione benedire l'acqua, cerimonia che aveva un'origine palestinese: i cristiani in Palestina si recavano al Giordano, nel luogo tradizionale del battesimo di Gesù, e versati nell'acqua vasi pieni di balsamo, veniva conferito il battesimo ai catecumeni. L' epifania era quindi legata al battesimo; ciò si spiega con il fatto che in tale festività convergono le celebrazioni di varie manifestazioni di Gesù: l'occidente com-memora soprattutto la visita dei Magi, e quindi la manifestazione di Cristo come Signore e Re di tutte le nazioni; l'oriente invece celebrò soprattutto in questa occasione il battesimo di Gesù al Giordano, cioè l'avvenimento in cui si era manifestata la sua divinità, attraverso la testimonianza solenne del Padre. Dalla commemorazione del battesimo di Gesù era facile passare alla celebrazione di quello dei catecumeni, passaggio forse facilitato dall'abitudine dei « luminaria » che induceva ad un accostamento tra la festa detta « giorno delle luci » con il battesimo, che già Paolo chiamava «illuminazione».

È significativo che gli elementi acqua luce - che convergono ambedue nella simbologia battesimale - si trovino nella liturgia orientale dell'epifania, mentre in occidente viene addirittura riprovata l'usanza di conferire il battesimo in questa occasione. È evidente che in oriente l'influsso dei costumi giudaici era più sentito, e forse in quelle luci che Eteria ammirava stupita c'era ancora il ricordo di quella luminaria nel Tempio, che i Rabbini chiamano «la grande innovazione» dei farisei.

Luigi Giussani: Epifania del Signore

Perché ai Magi è apparso? Non per nulla l’Epifania è sempre stata nella storia della Chiesa la festa missionaria per eccellenza; e non per nulla il Natale era identificato con l’Epifania, cioè il primo manifestarsi del Dio nato tra noi, del Dio-uomo al mondo.
La vita di Cristo non era sua, era per la missione. La vita di Maria non fu sua, ma per la missione. Quella vita dei pastori che, prima di vederlo, di ricevere l’annuncio, era loro, non fu più loro, ma era missione; anche se rimasero a casa loro con le loro mogli, con i loro figli e con il loro gregge. Il loro messaggio nel loro entourage, il messaggio nel paese dove erano, il messaggio che riferivano, che narravano a se stessi e agli altri, qual era? Quella vita, che per i Magi fu loro fino a quel momento, non divenne più loro
Proviamo a immedesimarci con tutta la gente attorno a Maria, con tutta la gente attorno ai Magi, con tutta la gente attorno ai pastori. Come li giudicavano? Impazziti. Come li giudicavano? Strambi. Li sentivano d’un altro mondo, un mondo dissolto, un mondo fantasioso, vano.
Così la nostra vita non è più nostra, ma la nostra vita è missione, è il comunicare ciò che ci è accaduto. Comunicare ciò che ci è accaduto, rendere perciò comunione la nostra presenza, rendere comunione le presenze in cui ci imbattiamo, rinnovare il miracolo della sua Presenza, rinnovare il suo avvenimento, rinnovare con gli altri l’avvenimento che Egli ha realizzato con noi: con gli altri e con le cose, con tutto.
È questa vigilanza missionaria che rende la nostra vita strategia di Dio, che identifica la nostra vita con la strategia di Dio, col disegno di Dio. La nostra persona si identifica con la sua Presenza, certezza e pienezza, tenerezza, allegria, allegrezza e gioia: perché questo è il Natale.

Luigi Giussani, “La familiarità con Cristo”


tratto da [Tracce.it] 6 gennaio 2010

Solennità dell'Epifania. Testi patristici



Leonardo, L'adorazione dei Magi, dettaglio


S. Cromazio di Aquileia
Narra, quindi, l’evangelista: Essendo nato Gesù a Betlemme di Giuda [e ciò che segue fino a] e siamo venuti ad adorarlo. Che ciò sarebbe accaduto, lo aveva predetto anche Isaia, dicendo: Verranno da Saba offrendo al re oro, incenso e pietre preziose e annunceranno la salvezza del Signore (Is 60, 6). Si trattava, certamente, di lui, che i Magi, dopo avere visto l’apparizione della stella, annunziarono quale re dei Giudei, ormai nato, Cristo Signore. Pertanto, nella nascita del Signore concorrono tutti fatti nuovi e tali da suscitare negli uomini uno stupore che supera ogni misura: un angelo nel tempio parla a Zaccaria; promette che Elisabetta avrà un figlio; non credendo all’angelo, il sacerdote diventa muto; una donna sterile concepisce; una vergine partorisce; Giovanni, per azione dello Spirito esulta nel grembo materno; da un angelo è annunciata la nascita di Cristo Signore ed è proclamata ai pastori perché sia la salvezza del mondo; gioiscono gli angeli, esultano i pastori. Questa mirabile nascita suscita in cielo e in terra una grande gioia. Si mostra ai Magi, dal cielo, l’inattesa apparizione di una stella, per mezzo della quale si conosce che è nato il Signore del cielo e della terra, il re dei Giudei, quello appunto di cui è stato scritto: Sorgerà una stella da Giacobbe e si leverà un uomo da Israele (Nm 24, 17), affinché con l’indicazione di una stella e di un uomo si conoscesse nel Figlio di Dio l’unione della natura divina e della natura umana. Perciò, anche nell’Apocalisse, così il Signore stesso afferma di sé: Io sono la radice di Iesse e la stirpe di Davide e la fulgida stella del mattino (Ap 22, 16), perché mediante l’avvento della sua nascita, dispersa la notte dell’ignoranza, brillò quale fulgida stella per la salvezza del mondo. Lo splendore di questa fiamma, penetrando anche nel cuore dei Magi, lo riempì di luce spirituale, così che dall’apparizione della nuova stella nascente conobbero il Re dei Giudei, creatore del cielo. Infatti, i Magi, maestri di una falsa religione, non avrebbero potuto conoscere Cristo nostro Signore se non fossero stati illuminati dalla grazia della degnazione divina.
Ancora una volta, dunque, la misericordia sovrabbondò con la venuta di Cristo, cosicché la conoscenza della sua verità si estese a tutte le genti. Questa prima illuminò i Magi, perché fosse nota in modo manifesto la bontà di Dio e nessuno disperasse di ottenere, credendo, la salvezza, poiché vedeva che già era stata concessa ai Magi. Perciò i Magi furono i primi tra i pagani ad essere chiamati alla salvezza, affinché per loro mezzo si spalancasse a tutte le genti la porta della salvezza.
Ma qualcuno potrebbe chiedersi con meraviglia come i Magi poterono conoscere la nascita del Salvatore dall’apparizione della stella. Anzitutto, diciamo che questo fu un dono della benignità divina. In secondo luogo, leggiamo nei libri di Mosè che vi fu, per così dire, un profeta pagano, Balaam, che aveva preannunciato con discorsi precisi la venuta di Cristo e la sua incarnazione da una vergine. Dice, infatti, tra l’altro, come abbiamo ricordato più sopra, nel testo della sua profezia: Sorgerà una stella da Giacobbe e si leverà un uomo da Israele. Questi Magi, dunque, che videro in Oriente una nuova stella, si dice che discendessero dalla stirpe di quel Balaam profeta pagano, che aveva detto: Sorgerà una stella da Giacobbe e si leverà un uomo da Israele. E per questo, visto l’insolito segno della stella, credettero, perché avevano riconosciuto che si era adempiuta la profezia del loro capostipite, mostrando che essi erano non solo suoi discendenti nella stirpe, ma anche suoi eredi nella fede. Il profeta Balaam vide la loro stella in ispirito, essi la videro con i loro occhi e credettero. Egli preannunciò profeticamente che Cristo sarebbe venuto, essi con gli occhi illuminati dalla fede riconobbero che era venuto.
Perciò, si recarono subito da Erode, dicendo: Dov’è il re dei Giudei che è nato [e ciò che segue fino a] ad adorarlo. Cercarono il re dei Giudei, il nato Cristo Signore presso quelli alla cui stirpe sapevano si riferiva questa profezia di Baalam. Ma tale fede dei Magi è condanna dei Giudei. Quelli credettero a un unico loro profeta, questi non vollero credere a tanti profeti. Quelli compresero che in seguito alla venuta di Cristo era venuto meno il compito dell’arte magica, questi non vollero comprendere i misteri della legge divina. Quelli confessano uno straniero, questi non riconoscono uno del loro popolo. Venne tra la sua gente, dice il Vangelo, ma i suoi non l’hanno accolto (Gv 1, 11). Eppure questa stella era vista da tutti, ma non da tutti era compresa. Come il Signore e Salvatore nostro è nato bensì per tutti, lui solo è nato per tutti, ma non da tutti fu accolto, non da tutti fu compreso. Fu compreso dai gentili, non fu compreso dai Giudei. Fu riconosciuto dalla Chiesa, non fu riconosciuto dalla Sinagoga.
Essendo, dunque, i Magi, dopo la gloriosa fatica del lungo viaggio, giunti a Gerusalemme per cercare il re dei Giudei, subito il re Erode e l’intera Gerusalemme furono sconvolti dalla devota fede dei Magi; sono convocati i principi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si chiede loro dove dovesse nascere il Cristo. Risposero: A Betlemme di Giuda, secondo l’annuncio del profeta. Così, infatti, sta scritto: E tu, Betlemme di Giuda, non sei il più piccolo tra i capoluoghi di Giuda: da te infatti uscirà un capo che governerà il mio popolo, Israele. Ma Erode e gli abitanti di Gerusalemme, pur non ignorando Cristo nostro Signore, ma sapendo di lui, lo disprezzarono. Infatti, e s’informano della testimonianza del profeta e apprendono che Cristo doveva nascere a Betlemme. Ma questa località di Betlemme, dove nacque il Signore, aveva ricevuto un nome dal significato profetico. Betlemme, infatti, dall’ebraico si traduce in latino come «casa del pane», perché lì doveva nascere il Figlio di Dio che è il pane della vita, secondo quello che egli stesso dice nel Vangelo: Io sono il pane vivo disceso dal cielo (Gv 6, 4l).
(Dal Commento a Matteo 4, 1-3)

S. Giovanni Crisostomo
Quale necessità – voi mi chiederete – essi [i Magi] avevano della guida di questa stella, dato che ormai conoscevano il luogo della nascita di Gesù Cristo? Ma non si trattava soltanto di sapere il nome della città, era necessario riconoscere anche il bambino. Difatti non c’era niente che potesse indicarlo. La casa ove era nato non era affatto appariscente e sua madre non era illustre, né aveva qualche particolare distinzione. Era perciò necessario che la stella si arrestasse e li facesse fermare proprio nel luogo esatto. Perciò essi tornano a vederla uscendo da Gerusalemme; perciò essa non si arresta più finché non è giunta sulla stalla, fino a quando non ha aggiunto miracolo a miracolo: il miracolo dell’adorazione dei Magi al miracolo della stella che guida i Magi. ...
Quando la stella giunse sopra il bambino, si fermò: e ciò poteva farlo soltanto una potenza che gli astri non hanno: prima, cioè, nascondersi e apparire di nuovo e infine arrestarsi. A questa vista è certo che i Magi sentirono crescere la loro fede. Essi si rallegrarono di avere finalmente trovato colui che avevano tanto cercato, di essere stati, cioè, messaggeri di verità e di non aver intrapreso inutilmente un così lungo viaggio. Questa gioia nasceva dall’amore per Gesù Cristo, di cui ardevano. La stella si arrestò sulla testa del bambino, per fare intendere che egli era il Figlio di Dio. E, fermandosi, essa condusse ad adorarlo non dei semplici stranieri, ma quelli che erano i più sapienti tra loro. ... Che Dio si sia incarnato, lo dimostrano le fasce e la mangiatoia. D’altra parte i Magi manifestarono di non adorarlo come semplice uomo, offrendogli, mentre è ancora neonato, doni che è giusto offrire soltanto a Dio.
Arrossiscano i Giudei, vedendo che questi barbari astrologhi li precedono, mentre essi non vogliono seguirli. Ma, in realtà, tutto quanto accadeva allora era soltanto una prefigurazione dell’avvenire: infatti, stava a indicare, fin dall’inizio, che i gentili avrebbero sopravanzato i Giudei nella fede. Perché allora – mi chiederete – Gesù Cristo non ha detto subito ai suoi apostoli: Andate, dunque, ammaestrate tutte le genti(Mt 28, 19) ma dà questo comando solo alla fine della sua vita? È perché ciò che accadde ai Magi era, come ho appena detto, una figura e una predizione dell’avvenire. Era secondo un piano preordinato che i Giudei fossero i primi a ricevere e ad abbracciare la fede in Gesù Cristo; ma, avendo essi volontariamente respinto la grazia che era stata loro offerta, Dio mutò l’ordine delle cose. Senza dubbio non era logico che i Magi adorassero Gesù Cristo prima dei Giudei, che uomini che venivano tanto da lontano precedessero coloro che abitavano nei pressi della città dove era nato il bambino, e che degli stranieri, ignari dei misteri messianici, prevenissero coloro che erano stati nutriti da tante e tali profezie. Ma siccome i Giudei non ebbero riconosciuto i beni sovrabbondanti che avevano in casa, i Magi, che venivano dalla Persia, precedettero gli stessi abitanti di Gerusalemme nel ricevere quei beni. E Paolo rimprovera proprio questo ai Giudei, quando dice: A voi per primi era necessario che fosse annunziato il regno di Dio; ma poiché ve ne giudicate da voi stessi indegni, ecco che noi ci volgiamo ai gentili (At 13, 46). Anche se fino a quel momento erano stati increduli, essi dovevano, quanto meno, dopo aver ascoltato i Magi, accorrere presso Gesù Cristo. Ma non vollero: perciò mentre essi restano assopiti nel loro torpore, i Magi li precedono in grande fretta.
Seguiamo dunque i Magi. Allontanandoci dalle nostre barbare abitudini, faremo anche noi questo lungo viaggio per vedere Cristo. I Magi, se non si fossero alquanto allontanati dalla loro terra non avrebbero potuto vederlo. Distacchiamoci, quindi, da tutte le preoccupazioni terrene. Finché i Magi se ne stavano in Persia non vedevano che una stella, ma quando ebbero lasciato la loro patria, videro il Sole stesso della giustizia. E si può dire che non avrebbero certo continuato a vedere per molto tempo quella stella, se non si fossero affrettati a uscire dal loro paese. Affrettiamoci pure noi e, anche se tutti si turbassero, noi accorriamo alla dimora di questo bambino. Quand’anche i re, i tiranni, i popoli, ci impedissero il cammino, non lasciamo spegnere il nostro ardente desiderio per colpa di questi ostacoli: è, infatti, con tale ardore che potremo superare tutte le opposizioni che incontreremo. Se i Magi non fossero stati costanti nella fede sino all’ultimo e non fossero giunti a vedere il bambino, non avrebbero certo evitato le sciagure, di cui Erode li minacciava. Prima di giungere ad adorare il bambino, essi sono circondati da timori, da pericoli e turbamenti; ma dopo che l’hanno adorato, si ritrovano nella pace e nella tranquillità. Non è più la stella che li guida, ma è un angelo che li accoglie e parla con loro, poiché di fatto, adorando Gesù Cristo e offrendogli i loro doni, si sono trasformati in sacerdoti. Abbandonate anche voi il popolo giudeo, abbandonate questa città piena di torbidi, questo tiranno assetato di sangue, tutte queste vanità mondane, per accorrere a Betlemme, dove è la casa del pane spirituale. Anche se siete soltanto dei pastori, se vi affrettate a venire, vedrete il bambino. Ma se foste anche dei re, se non vi affrettate, la vostra porpora non vi servirà a nulla. Anche se siete stranieri e barbari come i Magi, niente potrà impedirvi di vedere il bambino, sempre che veniate qui per adorare il Figlio di Dio, non per calpestarlo come dice Paolo, ma per presentarvi dinanzi a lui con gioia e con timore.
(Dalle Omelie sul vangelo di Matteo, VII, 4-5)

Leone Magno, papa (440-461), Quarto discorso tenuto nella solennità dell'Epifania

1. Dilettissimi, è giusto e ragionevole, ed è ossequio di una sincera pietà godere con tutto il cuore nei giorni che magnificano le opere della divina misericordia; ed è giusto celebrare con onore quei fatti che sono stati compiuti per la nostra salvezza. A questa devozione ci invita lo stesso corso del tempo che, dopo la festa in cui il Figlio di Dio, coeterno al Padre, è nato dalla Vergine, a breve intervallo, ci porta la festa dell'Epifania, consacrata alle manifestazioni del Signore.
In questa festa la divina provvidenza ha dato un grande aiuto alla nostra fede. Infatti, mentre si ricorda con solenne venerazione come il Salvatore, da bambino, fu adorato, dai fatti stessi della sua nascita è provato che in lui è nata la natura di vero uomo. Questo è ciò che giustifica gli empi, è quello che trasforma in santi i peccatori, se, cioè, si crede che nell'unico e identico Gesù Cristo, nostro Signore, è la vera divinità e la vera umanità: la divinità per cui è nella condizione di Dio prima di tutti i secoli ed è uguale al Padre; l'umanità per cui negli ultimi tempi si è unito all'uomo nella condizione di schiavo.
Per rafforzare questa fede e perché fosse, così, premunita contro tutti gli errori, è avvenuto per grande misericordia del divino beneplacito che gente dimorante nella lontana regione dell'Oriente, esperta nell'osservare il corso delle stelle, ricevesse il segno del fanciullo, nato per regnare su tutto Israele. Ai Magi, infatti, apparve la nuova luce di una stella più lucente che, mentre la guardavano, riempì i loro animi di ammirazione per il suo splendore, per cui credettero che non si doveva trascurare ciò che era annunciato con un segno tanto grande. La grazia di Dio era già preceduta — il fatto stesso lo rivela — a questo miracolo; e mentre non ancora tutta Betlemme aveva appreso la nascita di Cristo, la grazia già l'annunciava alle genti, perché la credessero. Ciò che non poteva essere esposto con le parole umane, lo faceva conoscere con l'annuncio del cielo.
2. Ma benché fosse un dono della divina bontà il far conoscere alle genti la nascita del Salvatore, i Magi per comprendere il prodigioso segno poterono essere istruiti anche dall'antico oracolo di Balaam sapendo che una volta era stata detta e con memoranda celebrità diffusa la profezia: «Un astro spunterà da Giacobbe, uno scettro sorgerà da Israele» [Nm 24, 17].
Dunque i tre uomini, spinti divinamente dal fulgore della insolita stella, seguono il viaggio della fulgida luce che li precede, stimando di trovare nella città di Gerusalemme il fanciullo indicato. Ma questa congettura li ingannò; tuttavia appresero dagli scribi e dai dottori giudei quel che la sacra Scrittura aveva preannunciato della nascita di Cristo. Così, confortati da ambedue le testimonianze, cercarono con fede più ardente colui che era manifestato dallo splendore della stella e dall'autorità della profezia. L'oracolo divino fu presentato dalla risposta dei pontefici e così venne proclamata la parola dello Spirito che dice: «E tu Betlem Efrata, tu sei piccola fra le migliaia di Giuda; ma da te uscirà colui che deve regnare in Israele» [Mic 5, 2; Mt 2, 6]. Quanto sarebbe stato facile e consequenziale che i capi degli Ebrei credessero quel che insegnavano! Invece è chiaro che essi, insieme a Erode, ebbero pensieri carnali e stimarono il regno di Cristo alla stessa stregua della potestà di questo mondo; cosicché gli uni sperarono un duce temporale e l'altro temette un competitore terreno. O Erode, sei turbato da un vano timore; inutilmente pensi di perseguitare il fanciullo, a te sospetto. La tua regione non può restringere il potere di Cristo, né il Signore si accontenta del minuscolo tuo regno. Colui che tu non vuoi far regnare in Giudea, regna dovunque; e tu stesso regneresti più felicemente, se ti sottomettessi al suo comando. Perché non fai con animo sincero ciò che prometti con dolosa falsità? Va con i Magi e venera con supplice adorazione il vero Re. Ma tu, fedele seguace dei ciechi Giudei, non imiti la fede delle genti e pieghi il tuo cuore a insidie crudeli: però non ucciderai colui che temi, né nuocerai a coloro che uccidi.
3. Dilettissimi, i Magi furono condotti in Betlemme dalla stella che li precedeva e, come narra l'evangelista, «furono ripieni di una grande gioia; ed entrati nella casa, videro il Bambino con Maria, sua madre e, prostratisi, lo adorarono; aperti poi i loro tesori gli offrirono in dono oro, incenso e mirra» [Mt 2, 10-11]. O mirabile fede, perfettamente istruita, che non fu edotta dalla sapienza terrena, ma infusa dallo Spirito santo! Come mai questi uomini che non avevano ancora visto Gesù, né alcuna cosa che lo riguardava, hanno avuto tale ispirazione che rese la loro venerazione regola in modo da osservare un simbolismo nei doni portati? Certamente, oltre la luce di quella stella che eccitò la loro vista corporea, un raggio più fulgente della verità ammaestrò i loro cuori, affinché, prima di intraprendere il faticoso viaggio, comprendessero che era indicato loro colui al quale si doveva onore regale nell'oro, la venerazione divina nell'incenso, la confessione della mortalità nella mirra. Tutto questo, creduto e compreso, per quel che era necessario a una fede illuminata, poteva loro bastare; non occorreva che ricercassero con la vista corporea colui che avevano ammirato con profondo intuito della mente. Ma la diligenza e la sagacità dell'ardore che essi misero nell'adempimento del loro dovere, perseverando fino a vedere il fanciullo, era in servizio ai popoli del tempo futuro e agli uomini del nostro secolo. Come a tutti noi giovò che, dopo la risurrezione del Signore, Tommaso abbia toccato con la mano le cicatrici delle ferite nella carne di Cristo; così ridondò a nostra utilità che la vista dei Magi abbia provato la sua infanzia.
Dunque, i Magi videro e adorarono il fanciullo della tribù di Giuda, «nato, come uomo, dalla stirpe e di David [Rm 1, 3], «nato da donna e nato sotto la legge» [Gal 4, 4], che era venuto non ad abolire, ma a completare [cfr. Mt 5, 17]. Videro e adorarono il fanciullo, piccolo di statura, bisognoso dell'altrui aiuto, impotente a parlare e in nulla diverso dalla generalità della umana infanzia. Infatti, come erano valide quelle testimonianze che attestavano in lui la maestà dell'invisibile divinità, così doveva essere cosa provatissima che il Verbo si è fatto carne e la sempiterna essenza del Figlio di Dio aveva preso vera natura di uomo. Questo era necessario, perché né i miracoli e le opere ineffabili che sarebbero seguite, né i supplizi della passione che bisognava sopportare, turbassero il mistero della fede per l'apparente contraddizione dei fatti. In realtà non può essere in nessun modo giustificato se non chi crede che Gesù, Signore, è vero Dio e vero uomo.
Sermone XXXIV, nn. 1-3, PL 54; tr. it. Il mistero del Natale, a cura di Andrea Valeriani, Paoline, Roma 1983, pp. 141-144.

San Leone Magno *
San Leone fu eletto papa nel 440 e morì nel 461. Sotto il suo pontificato, si manifestarono delle divergenze fra Oriente e Occidente, ma egli seppe far riconoscere da tutti l'autorità della Sede I Romana. L'opera letteraria di S. Leone si compone di lettere e , di una serie di sermoni, in cui questo pastore insegna, con rara' efficacia di espressione, la dottrina cristologica tradizionale.
La Provvidenza misericordiosa di Dio dispose di venire in aiuto, in questi ultimi tempi, al mondo che stava per perdersi: stabilì perciò in Cristo la salvezza di tutti i popoli... Questi costituiscono la discendenza innumerevole, promessa un tempo al santo patriarca Abramo. Essa infatti doveva essere generata non dalla carne, ma dalla fede; per questo fu paragonata alla moltitudine delle stelle, perché il padre di tutte le genti ponesse tutta la sua speranza in una progenie non terrena, ma celeste... Entri dunque nella famiglia dei patriarchi la totalità dei gentili e, come figli della promessa, ricevano - nella stirpe di Abramo - la benedizione alla quale rinunciano i figli secondo la carne. Nella persona dei 1re Magi, tutti i popoli adorino l'autore dell'universo e Dio sia conosciuto non solo in Giudea, ma in tutto il mondo, perché ovunque, in Israele sia grande il suo nome (Si. 75, 2)...
Istruiti perciò da questi misteri della grazia divina, celebriamo con gioia spirituale il giorno delle nostre primizie e la prima chiamata delle genti. Rendiamo grazie al Dio delle misericordie che, come dice l'Apostolo, ci ha resi capaci di partecipare all'eredità dei santi nella luce, sottraendoci al potere delle tenebre, e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo Amore (Coi. 1, 12-13). Infatti, secondo la profezia di Isaia: Il popolo che camminava nelle tenebre vide una gran luce su quelli che abitavano nella terra dell'ombra di morte, la luce è spuntata (Is. 9, 2). Di questi ancora, il profeta dice ali Signore: Ecco, tu chiamerai le genti che non conoscevi, quelle che non ti conoscevano correrannote (Is. 55, 5). Abramo ha visto questo giorno e si è rallegrato (cfr. Gv. 8, 56), quando ha saputo che i figli della sua fede sarebbero stati benedetti nella sua discendenza, che è il Cristo, e ha visto che, per la fede, sarebbe divenuto padre di tutte le genti. Diede gloria al Signore, pienamente convinto che ciò che Egli promette è anche in grado di attuarlo (Rom. 4, 20-21).
Davide celebrava questo giorno nei salmi, dicendo: Tutte le genti che tu creasti verranno si prostreranno davanti Te, Signore, daranno gloria al tuo nome (SI. 85, 9); e ancora: Il Signore ha manifestato la sua salvezza; agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia (SI. 97, 2). Noi sappiamo che questo si è attuato da quando una stella chiamò dalla terra lontana i tre Magi e li guidò verso il Re del cielo e della terra per conoscerlo e adorarlo. La prontezza di ques1a stella ci invita ad imitarla, perché, nella misura delle nostre possibilità, serviamo alla grazia che chiama tutti a Cristo. Chiunque infatti, nella Chiesa, vive nella pietà e nella purezza, chi gusta le cose celesti e non le terrene, somig'lia in qualche modo ad una stella del cielo (cfr. Col. 3, 1); mentre conserva il candore di una vita santa,come una stella indica a molti la via verso il Signore. Tendendo a questo, carissimi, voi tutti dovete aiutarvi reciprocamente, perché possiate risplendere come figli della luce nel regno di Dio, a cui si giunge con la fede pura e con le opere buone (cfr. Ef. 5, 8).
In Epiphaniae solemnitate sermo 111, 1, 2, 3, 5: "Sources Chrétiennes» 22 - Le Cerf, Parigi 1947, pp. 202-210.


San Teofilo di Antiochia *
Originario delle rive dell'Eufrate, Teofilo diventò cristiano ad età avanzata e nel 169 fu nominato vescovo di Antiochia. Apologista della fede cristiana, è più letterato che filosofo. Nei suoi scritti, si trova per la prima volta la parola «Trinità». In questo brano, egli esamina le predisposizioni dell'uomo alla contemplazione di Dio e indica l'azione purificatrice della grazia, che illumina il cuore di chi crede.
Se tu dici: «Mostrami il tuo Dio», io ti risponderò: «Fammi vedere l'uomo che tu sei ed io ti mostrerò il mio Dio». Fammi dunque vedere se gli occhi della tua anima vedono, se le orecchie del tuo cuore sentono. Chi vede, percepisce con gli occhi ciò che si muove sulla terra e, nello stesso tempo, coglie le diversità, cioè la luce e il buio, il bianco e il nero, il brutto e il bello, distinguendo ciò che è armonioso e proporzionato da ciò che è irregolare o deforme, ciò che è smisurato da ciò che è mutilo. Così, anche i suoni che giungono all'udito si possono distinguere in acuti, gravi o dolci. Analogamente, anche per le orecchie del cuore e gli occhi dell'anima possiamo affermare la possibilità di vedere Dio. Vede Dio solo chi può vederlo, se tiene cioè spalancati gli occhi dell'anima. Tutti hanno gli occhi, ma alcuni li hanno come annebbiati da cateratte e quindi non possono vedere la luce del sole. E se i ciechi non vedono, non si può affermare per questo che Ila luce del sole non risplende più... E' necessario che l'uomo abbia un'anima trasparente come uno specchio limpido. Ma se lo specchio è arrugginito, non ci si può specchiare: così, se un uomo è macchiato dal peccato, è nell'impossibilità di vedere Dio...
Ma se tu vuoi, puoi guarire. Affidati al medico: egli ti toglierà le cateratte dagli occhi dell'anima e del cuore. Chi è il medico? E' Dio, che dà la vita e la salvezza nel Verbo e nella Sapienza. Dio, nel suo Verbo e nella sua Sapienza, ha creato ogni cosa. Con la sua parola furono creati i cieli, con il suo Spirito tutta la loro potenza (Sl. 32, 6). La sua Sapienza è potentissima. Il Signore con la Sapienza fondò la terra econsolidò i cieli con /'intelligenza. Per la sua scienza gli abissi si spalancarono e e le nubi stillarono rugiada (Prov. 3, 19-20).
Se tu, o uomo, comprendi tutto questo e vivi santamente secondo le leggi divine e umane, puoi vedere Dio. Ma è necessario che nel tuo cuore la fede e il timore di Dio abbiano 'la precedenza su qualsiasi altra cosa: solo allora potrai capire. Quando ti sarai spogliato della tua mortalità e avrai rivestito l'incorruttibilità, allora vedrai Dio secondo i tuoi meriti. Perché il Signore fa risuscitare con la tua anima la tua carne immortale: allora, divenuto immortale, vedrai l'Immortale, se fin da ora ti affidi a lui nella fede.
Pros Autolukos - P.G. 6. 1025-1028; 1036.


San Massimo il confessore *
Nato verso il 580 a Costantinopoli e morto in esilio nel Caucaso, nel 662, Massimo deve il suo titolo di «confessore» alla costanza con cui si oppose alla corrente teologica monotelita, che negava la volontà umana del Cristo. Il vigore e la chiarezza del suo pensiero, ispirato da Gregorio Nazianzeno e da Dionigi l'Areopagita, fanno di lui uno dei teologi più profondi dell'antichità cristiana.
Il mistero del Verbo incarnato sta al centro della sua meditazione. Egli contempla l'armonia della natura divina e di quella umana nella persona del Cristo.
Il Verbo di Dio si è manifestato nella carne una volta per sempre. Ma, in chi lo desidera, egli vuole continuamente rinascere secondo lo spirito, perché ama gli uomini. Così, ridiventa bambino e si forma in loro con il progredire del,le virtù. Il Verbo si manifesta nella misura in cui sa di poter essere ricevuto da chi lo accoglie: non limita la manifestazione della sua grandezza per gelosia, ma misura l'intensità del suo dono secondo il desiderio di chi brama veder,lo. li! Verbo di Dio si manifesta sempre, secondo le disposizioni di chi lo riceve: tuttavia, data l'immensità del mistero, egli rimane ugualmente invisibile per tutti. Per questo motivo l'apostolo, penetrata con acutezza la potenza del mistero, dice: Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e nei secoli (Ebr. 13, 8): egli dimostrava così di avere ben compreso la perenne novità del mistero ed intuiva che l'intelligenza non potrà mai possederlo come una cosa invecchiata.
Il Cristo Dio nasce nel tempo e si fa uomo assumendo una carne umana dotata di anima intelligente: nasce nel tempo, lui che fa uscire dal nulla tutto ciò che esiste... Ed ecco che un giorno brilla dall'Oriente una stella e conduce i Magi al luogo dell'incarnazione del Verbo. Una realtà creata indicava così misticamente colui che è al di là di ogni percezione sensibile, colui che supera la parola della legge e dei profeti, colui che guida le genti alla fulgida luce della conoscenza.
Infatti, la parola del;la legge e dei profeti conduce alla conoscenza del Verbo incarnato - come una stella che, piamente compresa, guida i chiamati dalla potenza della grazia, cioè gli eletti secondo il disegno di Dio (Cfr. Rom. 8, 28)...
Così, Dio si fa totalmente uomo ed, assumendo la, non rifiuta nulla di ciò che è proprio alla natura umana, tranne il peccato, che, d'altra parte, non è sua parte essenziale... Dio fa di se stesso il rimedio della natura umana e la riporta - per la divinità che depone in lei - all'intensità della grazia che le era stata data fin dal principio. Il serpente immise il veleno della sua malvagità nell'albero della conoscenza e determinò in tal modo la rovina del genere umano, che ne avrebbe gustato i frutti; allo stesso modo, quando il maligno volle divorare la carne del Signore, per la potenza della divinità che era in lei a sua volta trovò la propria rovina.
Immenso mistero dell'incarnazione di Dio! Eterno mistero!... Come può il Verbo essere sostanzialmente nella carne come persona e, nello stesso tempo, - sempre come persona e sostanzialmente - essere tutto nel Padre? Come può il Verbo essere ad un tempo veramente Dio per natura e farsi, per natura, veramente uomo? E tutto questo senza rifiutare assolutamente né la natura divina, secondo la quale è Dio, né la nostra, secondo la quale si è fatto uomo? Soltanto la fede può abbracciare questi misteri, la fede che è il fondamento di tutto ciò che supera quello che possiamo comprendere e che possiamo dire.
* Capita theologica 1, 8-13 - PG. 90, 1181-118.


San Massimo di Torino *
Vescovo di Torino nel V secolo, San Massimo è, con S. Agostino, uno degli antichi Padri latini che ci hanno lasciato magnifiche collezioni di sermoni. E' noto quasi unicamente per la sua opera letteraria e oratoria, che ce lo rivela vescovo ardente nella lotta per /'integrità della fede e sollecito del progresso spirituale dei suoi fedeli. La sua eloquenza, dotata di forza e, nello stesso tempo, di semplicità, è ispirata da uno zelo pastorale proteso a far ritrovare la presenza del Cristo in tutta la Scrittura.
Il Vangelo ci racconta che il Signore venne al Giordano per essere battezzato e volle che in questo stesso fiume la sua consacrazione fosse confermata da segni celesti. Non dobbiamo meravigliarci che in questo egli abbia preceduto tutti gli altri. Volle compiere per primo quello che comandava di fare, per insegnare - da buon maestro - la sua dottrina non tanto con le parole, quanto piuttosto con gli atti che compiva...
E' significativo che questa festa segua, nello stesso volgere di tempo, quella della nascita del Signore, nonostante siano intercorsi degli anni fra i due avvenimenti, perché credo che tale festività celebri ancora una nascita... Là nasce come uomo e Maria, sua madre, lo riscalda stringendolo al seno; qui nasce secondo il mistero e Dio, suo Padre, lo abbraccia con la carezza della sua voce, dicendo:Questi è il mio Figlio diletto nel quale ho riposto ogni mia compiacenza, ascoltatelo (Mt. 3, 17 17, 5)...
Oggi dunque il Signore Gesù è venuto a ricevere il battesimo e ha voluto che il suo corpo fosse lavato nell'acqua del Giordano. Qualcuno forse dirà: «Perché ha voluto farsi battezzare se è Santo?». Ascoltami dunque: Cristo è battezzato, non per essere santificato dalle acque, ma per santificare lui stesso le acque e per purificare - lui, puro - le acque che tocca. Si tratta dunque più di una consacrazione dell'acqua che di quella del Cristo.
Dal momento in .cui il Salvatore è lavato, tutta l'acqua è resa pura in vista del battesimo di noi tutti é viene purificata la sorgente, perché la grazia del lavacro passi alle generazioni che si succederanno nel tempo. 1'1 Cristo passa per primo attraverso il battesimo, perché i popoli cristiani seguano con fiducia il suo esempio.
Così la colonna di fuoco precedette i figli di Israele nel Mar Rosso, perché la seguissero coraggiosamente nel cammino da essa indicato e, ancora per prima, attraversò le acque, per preparare la strada a quanti la seguivano. Quest'avvenimento fu, secondo la parola dell'Apostolo, una figura del battesimo (cfr. I Cor. 10, 1 ss.) e battesimo era veramente quello in cui gli uomini erano coperti da una nube e portati dalle acque. Tutto ciò ha compiuto ;10 stesso Cristo nostro Signore, che, come allora aveva preceduto nella colonna di fuoco i figli d'Israele, così nel Giordano precedette nella colonna del suo corpo i popoli cristiani. La stessa colonna, dico, che illuminava gli occhi degli Ebrei in marcia, dona la luce ai cuori dei credenti. Allora essa tracciò un cammino sicuro tra le onde, ora corrobora la via della fede in questo lavacro: chi procederà intrepido, con fede, come i figli di Israele, non temerà la persecuzione degli Egiziani.
Homilia XXX De Epiphania, PL 57, 291-294.


RINASCERE NELL'ACQUA E NELLO SPIRITO
Pseudo-Ippolito *
Questa omelia greca è giunta fino a noi sotto il nome di S. Ippolito. Molto probabilmente però, non è sua, ma risale al IV secolo e proviene dal vicino Oriente. Rivela molto bene il genere dell'omelia battesimale di questo periodo. Composta per la festa dell'Epifania, «la santa manifestazione di Dio», ci ricorda che, per il battesimo, noi partecipiamo alla filiazione divina manifestata a Gesù Cristo al momento del battesimo nel Giordano.
Il Cristo, creatore di ogni cosa, è disceso dal cielo come pioggia, si è fatto conoscere come una sorgente, ha effuso se s1esso come un fiume, si è fatto battezzare nel Giordano... La sorgente incomprensibile, la sorgente che dà agli uomini la vita e che non si esaurisce mai, si nasconde sotto un po' d'acqua povera e vana. Lui che è onnipresente, mai lontano da nessun luogo, lui che è incomprensibile agli angeli e invisibile agli uomini, si fa battezzare, perché così ha voluto...
Ed ecco che per lui si aprirono i cieli si udì una voce che diceva: «Questi è il mio Figlio diletto, nel quale mi san compiaciuto» (Mt. 3, 16-17). Il diletto genera amore, la luce immateriale genera la luce inaccessibile (I Tim. 6, 16)... Quest'uomo, che è detto figlio di Giuseppe, è anche il mio Unigenito per la sua natura divina. Questi è il mio Figlio diletto: affamato, nutre migliaia ,di esseri; spossato, dà riposo a -chi è prostrato dalla fatica; mentre non ha dove posare il capo, porta ogni cosa nelle sue mani; consumato dalla sofferenza, risana ogni malattia; schiaffeggiato, dà la libertà al mondo; 1rafitto al costato, risana il costato di Adamo.
Ma vi prego, fatemi bene attenzione: vorrei risalire alla sorgente della vita, contemplare la sorgente da cui scaturisce la salvezza. Il Padre dell'immortalità ha mandato ne'I mondo il Figlio, il Verbo immortale. Questi viene tra gli uomini per immergerli nell'acqua e nello Spirito. Volendoci rigenerare all'immortalità dell'anima e del corpo, ha infuso in noi lo Spirito della vita, avvolgendoci interamente come in una armatura incorruttibile. Se dunque l'uomo è stato reso immortale, sarà anche reso partecipe dellanatura divina (II Pt. 1, 4). E se l'uomo è stato fatto Dio per mezzo dell'acqua e dello Spirito Santo con la rigenerazione battesimale, diverrà anche coerede del Cristo (Rom. 8, 17) con la risurrezione dei morti.
Per questo io grido: Venite popoli e genti tutte all'immortalità del battesimo... Questa è l'acqua che partecipa dello Spirito: da essa è irrigato il paradiso, da essa è resa fertile la terra, per essa crescono le piante e gli animali si moltiplicano. In una parola, grazie a quest'acqua in cui il Cristo si fece battezzare e sulla quale discese lo Spirito, simile ad una colomba, l'uomo è rigenerato e richiamato alla vita.
Chi scende con fede nel lavacro della rigenerazione, si spog'liadella sua servitù e riveste la filiazione divina. Riemerge dal battesimo vestito di luce come il sole ed irradia attorno a sé lo splendore della giustizia. Ma, ciò che più importa, ne risale figlio di Dio e coerede del Cristo. A lui e allo Spirito infinitamente santo, buono e vivificante, gloria e potere ora e sempre, per tutti i secoli dei secoli. Amen.
Logos eis ta aghia Theophaneia PG. 10, 853-861.

Solennità dell'Epifania. Omelie del Card. Caffarra


Solennità dell’Epifania
Cattedrale di San Pietro, 6 gennaio 2009


1. "Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere". Cari fratelli e sorelle, la parola di Dio oggi attraverso il profeta nella prima lettura e l’apostolo nella seconda ci educa ad una lettura della storia umana capace di coglierne il significato ultimo.
Quando guardiamo alle vicende umane ciò che ci appare immediatamente è la disgregazione ed il conflitto. Pensiamo in questo momento a quanto sta accadendo nella tristemente famosa striscia di Gaza, per limitarci ad un solo esempio.
Uomini esperti poi ed analisti competenti ci spiegano, o tentano di spiegarci, le cause politiche, sociali, economiche di questa situazione di disgregazione e di conflitto. Fatica nobile indubbiamente, poiché essa deve preludere ai sinceri sforzi degli uomini di Stato, dei responsabili dei popoli, a cercare soluzioni di pace giusta. Detto questo, il discorso sulle vicende umane è finito? Non c’è più nulla da aggiungere alle necessarie esortazioni morali al dialogo ragionevole e sincero?
Cari fratelli e sorelle, oggi la parola di Dio ci assicura che c’è dell’altro nella disordinata vicenda umana: di molto più grande. Che cosa?
L’Apostolo lo indica con una sola parola "il mistero": "mi è stato fatto conoscere il mistero", dice. Nel vocabolario dell’Apostolo questa parola significa il progetto che Dio nella sua sapienza ed amore ha elaborato a riguardo degli uomini e della storia umana. Un progetto quindi che è nella mente divina, ma che si realizza dentro alle vicende umane. Dunque, alla luce della Parola oggi ascoltata e creduta noi sappiamo che dentro alla storia umana si sta compiendo un progetto divino. Le vicende umane nel loro insieme non sono un caotico accavallarsi senza senso di avvenimenti: esse sono dimorate, abitate da un progetto divino. Non è la filosofia della storia, non è la scienza politica e/o economica a farci capire fino in fondo che cosa sta accadendo: è la parola di Dio accolta nella fede.
Viene allora spontanea una domanda: e quale è il contenuto del progetto di Dio? La risposta dell’Apostolo è la seguente: "che i Gentili … sono chiamati in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa".
Anche l’Apostolo vede l’umanità divisa. Nel testo appena letto, considerandola dal punto di vista religioso, la vede spaccata in due: i pagani e gli ebrei. È per lui come il simbolo di altre divisioni che altrove prende in considerazione. Il progetto che Dio sta realizzando è l’unificazione degli ex-pagani e degli ex-giudei nel corpo di Cristo, la Chiesa che li include entrambi.
Ciò che il profeta, come abbiamo sentito nella prima lettura, aveva previsto, la riunificazione di tutti i popoli a Gerusalemme, ora si compie: ogni popolo diventa partecipe degli stessi beni della salvezza, prima riservati al solo Israele, perché appartiene in Cristo al Suo corpo, che è la Chiesa.
Cari fratelli e sorelle; che grande dono oggi la parola di Dio ci regala! Ci svela che dentro alla disgregata vicenda umana si sta realizzando il progetto di Dio di unire tutti i popoli in Cristo, di guidarli a formare il corpo di Cristo, la Chiesa. Rivolti a Gerusalemme-la Chiesa, diciamo senza retorica col profeta: "cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio".
2. In che modo Iddio realizza il suo progetto dentro la Storia umana? Forse colla forza? L’Apostolo risponde; "per mezzo del Vangelo". È la predicazione del Vangelo che ha in se stessa la forza, l’energica potenza di Dio di aprire il cuore di ogni uomo, se non si rifiuta alla grazia. Questa predicazione, in quanto azione della grazia, al contempo rivela ed attua il progetto di Dio dentro alla storia: Cristo tutto in tutti.
La narrazione evangelica è in germe questo evento di cui parla il profeta e l’Apostolo: i Magi sono la "primizia" dei pagani che adorano Cristo.
La modalità con cui oggi stiamo celebrando i divini Misteri è la professione chiara della nostra fede nel progetto di Dio: che cioè tutti i popoli "sono chiamati in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo" senza discriminazioni.
Certamente siamo ben lontani dalla meta. Celso, un filosofo pagano, esprime un sentimento che ci può prendere anche oggi: "I cristiani dicono di voler stabilire nel mondo l’unità; ma chi si mette in testa una cosa simile dimostra di non aver capito nulla".
Ma "questa è la vittoria che vince il mondo: la nostra fede". E la nostra preghiera: "venga il tuo Regno, Padre".

EPIFANIA DEL SIGNORE
Cattedrale
6 gennaio 2002
1. "I Gentili .. sono chiamati in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, ad essere partecipi della promessa per mezzo del Vangelo". Carissimi fratelli e sorelle, i Gentili di cui parla l’Apostolo siamo noi. E’ di noi dunque che si parla e si dice che Dio ha concepito a nostro riguardo un progetto, un "mistero" che "non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito Santo". E il progetto è di renderci partecipi della stessa salvezza promessa ai figli di Israele.
La solennità odierna celebra l’inizio della manifestazione del progetto di Dio a nostro riguardo: "Egli non volle che gli albori della sua nascita restassero nascosti nei ristretti spazi della casa materna, ma volle subito farsi conoscere a tutti" [Leone MagnoI Sermoni del ciclo natalizio, Nardini ed., Firenze 1998, pag. 225]. I Magi prefigurano la venuta di tutti noi alla fede. E’ utile dunque che attraverso la narrazione evangelica conosciamo in che modo l’uomo giunge all’incontro con Cristo.
L’inizio del cammino verso Cristo è indicato dalle seguenti parole: "abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo". La fede ha il suo inizio nella ragionevolezza dell’uomo: nell’attitudine naturale dell’uomo a porre domande ultime, a cercare il perché ultimo dell’esistenza dentro a tutte le sue dimensioni. La fede non può nascere in un uomo che non vuole porsi gli interrogativi ultimi della vita, ma che costringe la sua ragione dentro i limiti imposti dai sensi. Da questo punto di vista "la dimensione religiosa coincide con la dimensione razionale e il senso religioso coincide con la ragione nel suo aspetto ultimo e profondo" [L. GiussaniAll’origine della pretesa cristiana, Rizzoli ed., Milano 2001, pag. 4]. I Magi non si accontentano di costatare un fatto, ne ricercano l’ultima ragione.
Ma posta la domanda, se ne deve cercare la risposta. E qui la pagina evangelica accanto alla figura dell’uomo che si muove, i Magi, raffigura due altre possibilità, esemplificate dal re Erode e dagli Scribi e sommi Sacerdoti. Erode esemplifica l’uomo che cerca, ma che non vuole trovare perché teme che Cristo provochi la sua libertà a cambiare vita. Scribi e sommi sacerdoti esemplificano l’uomo che né cerca né trova: essi sono coloro che "sanno" dove è il Messia e di questo si accontentano. Magi, Erode e Scribi configurano l’intera gamma delle attitudini umane davanti a Cristo. Infatti, come scrive Pascal, vi sono uomini che cercano e trovano; uomini che cercano e non trovano; uomini che né cercano né trovano: i primi sono ragionevoli e beati; i secondi sono ragionevoli e infelici; i terzi non sono né ragionevoli né felici.
Quando e in che modo la domanda trova la sua risposta, la ricerca il suo scopo: come avviene l’incontro con Dio? "Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua Madre e prostratisi lo adorarono". Carissimi fratelli e sorelle, vi prego di fare molta attenzione ad ogni particolare. Ascoltate come ancora il papa S. Leone Magno commenta questo passo: "Adorarono il Verbo nella carne, la Sapienza nell’infanzia, la potenza nella sua debolezza, e nella realtà dell’uomo il Signore della maestà… A Dio offrono l’incenso, la mirra all’uomo, l’oro al re, consapevoli di rendere onore all’unità delle due nature, la divina e l’umana" [op. cit. pag. 229]. La domanda ultima dell’uomo, la sua richiesta di senso, il suo mendicare una beatitudine illimitata trova risposta in questo fatto: quel bambino la cui madre è Maria, è Dio. Questo bambino è la risposta, l’unica risposta vera, alla domanda di infinito che è nel cuore di ogni uomo.
2. L’incontro ha una conseguenza suggerita nel Vangelo dalle seguenti parole: "per un’altra strada fecero ritorno al loro paese". La fede in Cristo, l’incontro con Lui non impedisce all’uomo di "far ritorno al suo paese": il credente non è uno spaesato. E il paese cui fare ritorno è la propria vita di ogni giorno: i propri affetti, il proprio lavoro, le proprie speranze e delusioni. Ma l’orizzonte ultimo di questa vita è cambiato: dentro all’ordinario abita ora l’eccezionale.
L’incontro con quel bambino ha investito la persona dei Magi, investe la persona del credente nella sua totalità e perciò tutte le azioni sono influenzate da quell’incontro: hanno adorato la gloria di Dio nella povertà della carne umana. E’ in fondo ciò che chiederemo nella preghiera finale: "la tua luce, o Dio, ci accompagni sempre in ogni luogo, perché contempliamo con purezza di fede e gustiamo con fervente amore il mistero di cui ci ha fatto partecipi".

Solennità dell’Epifania del Signore
Cattedrale di S. Pietro, 6 gennaio 2008

1. "Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere". Miei cari fratelli e sorelle, la parola di Dio accolta e meditata nella fede ci rende capaci di vedere nella profondità la storia umana, ciò che sta realmente accadendo nel mondo. Certamente i grandi mezzi di informazione ci subissano ogni giorno di notizie. Ma non raramente la tribolata vicenda umana ci appare così confusa da indurci a pensare che essa non abbia in sé nessun "disegno intelligente" che la guidi. E forse siamo indotti anche a sentire vera la descrizione che ne fa il poeta: "una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla" [W. Shakespeare, Macbeth, Atto V scena V].
La parola di Dio oggi ci libera da questi pensieri tristi, perché ci libera dalla nostra difficoltà di capire quanto sta oggi accadendo; scioglie il nodo della storia umana e ne risolve l’enigma. La luce ci viene dal profeta Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura.
Esiste un "centro" verso cui convergono "popoli e re", cioè l’intera umanità socialmente e politicamente organizzata. Il cammino delle genti non è diretto verso il caos e la disgregazione totale, sotto il peso della violenza. Esso è diretto verso un "centro di unità", la santa Gerusalemme, che colla sua luce attira chi abita nelle tenebre e nell’ombra della morte. È un movimento sotterraneo, ma reale, che la profezia ci svela. È come una gigantesca fermentazione, un vero e proprio processo che all’interno di tutti i conflitti muove verso la "città santa": "alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro risono radunati, vengono a te … vengono da lontano".
Forse il profeta pensava alla possibilità per Gerusalemme di creare l’unità fra i popoli mediante la costituzione di un impero universale? Assolutamente no. Anzi, ci assicurano i competenti, che nel momento in cui la profezia venne pronunciata, Gerusalemme era ancora in larga misura un cumulo di rovine ed affidata ad un popolo povero e umile. Ed allora su che cosa si fondava la profezia? Era la trasposizione religiosa di una semplice utopia umana? In fondo, sono domande queste che anche noi ci poniamo ogni giorno: su quale base noi possiamo essere certi che la vicenda umana ha in se stessa il senso indicato dal profeta? Abbiamo il diritto di sperare che la profezia diventi realtà? A queste gravi domande risponde l’Apostolo, che abbiamo ascoltato nella seconda lettura.
2. "I Gentili… sono chiamati in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, ad essere partecipi della promessa per mezzo del Vangelo". Miei cari fratelli e sorelle, la profezia diventa realtà "in Cristo Gesù"; più precisamente: nel fatto che tutte le genti, assieme ad Israele, "sono chiamati in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo". In questa rivelazione che l’Apostolo oggi ci dona, si scioglie l’enigma della storia perché si compie la profezia.
Ciò accade in radice nel fatto dell’incarnazione del Verbo. Assumendo una natura umana, un corpo ed un anima umana, porta in sé virtualmente tutti gli uomini. Egli si è incorporato alla nostra umanità ed ha incorporato questa umanità a se stesso. Assumendo da Maria una natura umana, ha incluso in sé tutti gli uomini. Ciascuno ora è chiamato a ratificare liberamente questa sua originaria appartenenza a Cristo, mediante la fede ed i sacramenti.
L’Apostolo dunque ci svela perché ed in che modo la profezia diventa realtà, e quindi che cosa sta realmente accadendo nella tribolata e confusa storia dei popoli e delle nazioni.
Cristo spinge mediante l’evangelizzazione e invita colla grazia dello Spirito Santo verso l’unità ogni popolo e tutte le genti. Chi accoglie questo invito ed ascolta il Vangelo costituisce "un solo corpo", edifica la nuova Gerusalemme, la Chiesa.
Miei cari fratelli e sorelle, ciò che noi credenti intravediamo nella storia non è solo confusione, conflitti e scontro di egoismi. In essa noi intravediamo compiersi visibilmente e socialmente ciò che l’Apostolo chiama il "mistero … rivelato ai suoi santi apostoli e profeti": l’edificazione di un solo corpo, di una sola "nazione santa", il corpo di Cristo che è la Chiesa. Il "disegno intelligente" che il Padre in Cristo mediante l’effusione dello Spirito realizza nella storia è la Chiesa.
Nella venuta dei Magi a Betlemme per adorare il Bambino la teologia della storia scrive il suo primo capitolo, il "disegno intelligente" comincia a realizzarsi, la profezia comincia a diventare avvenimento.
Ed è ciò che vediamo anche noi coi nostri occhi. Stiamo celebrando i divini Misteri assieme a popoli, nazioni e razze diverse.
Ed allora, miei cari, il Signore ci conceda ogni giorno quel dono che chiederemo alla conclusione di questa celebrazione: di contemplare sempre con purezza di fede e gustare con fervente amore quel mistero che sta realizzandosi dentro alla storia, di cui partecipiamo ogni volta che celebriamo l’Eucarestia.

L'Epifania dei pittori


La visita dei re Magi a Gesù è rappresentata nell'arte con il titolo di Adorazione dei Magi. È una scena che ci aiuta a capire lo spirito e la cultura delle varie epoche artistiche. Vediamo qualche esempio di artisti italiani.
L'Adorazione dei Magi dipinta da Gentile da Fabriano nel 1423 (Firenze, Galleria degli Uffizi) illustra bene lo spirito della civiltà tardo-gotica: tutto è eleganza, raffinatezza, linearismo, decorativismo.
Verso la capanna con la Sacra Famiglia, sulla sinistra, si dirige un lungo e affollato corteo, preceduto dai re Magi. Siamo così affascinati dalla brillantezza dei colori, dalla luminosità dell'oro, dalla ricchezza dei particolari (i gioielli, le stoffe lussuose degli abiti, gli animali esotici come le scimmie e la pantera) che quasi non ci rendiamo conto che si tratta di una scena religiosa.
È come una fiaba, elegante e sospesa in una dimensione senza tempo.

Pochi anni dopo, nel 1426Masaccio dipinge una Adorazione dei Magi (Berlin, Staatliche Museen) per il Polittico di Pisa. Solo pochi anni, ma la distanza culturale è enorme. Il pittore elimina tutti gli elementi non essenziali, l'oro, i dettagli decorativi. I protagonisti sono figure reali, concrete, che si muovono in uno spazio tridimensionale, creato con la prospettiva matematica. La luce, naturale, illumina la scena da sinistra cosicché a terra si vedono le ombre. L'effetto è di semplicità, chiarezza e monumentalità.
L'episodio non è una fiaba cavalleresca ma è una historia, un fatto storico, al quale assistono due personaggi vestiti di nero, che indossano abiti contemporanei: sono due testimoni.
Con Masaccio, che rappresenta il fatto come un episodio che è parte della storia dell'Uomo, inizia la grande pittura del Rinascimento.

Tra 1481 e 1482, quasi sessant'anni dopo, Leonardo comincia a Firenze un'Adorazione dei Magi (Firenze, Galleria degli Uffizi), ma la lascia incompiuta al momento della sua partenza per Milano nel 1482; sulla tavola c'è solo il disegno preparatorio, anche se molto accurato.
Leonardo è un innovatore del linguaggio rinascimentale. A lui, che analizza la realtà con gli occhi attenti 
e curiosi di uno scienziato, non interessa raccontare il fatto storico ma capire il significato della nascita di Cristo, le sue conseguenze sull'umanità: ecco perché rappresenta la scena come epifania, come manifestazione del Divino.
Abbandona perciò lo schema orizzontale, eliminando il corteo e la capanna; mette al centro la Madonna con il Bambino e intorno colloca numerosi personaggi che con i loro gesti e con le loro espressioni evidenziano un        grande turbamento, una profonda emozione.
La manifestazione della Divinità è fatto eccezionale, che sconvolge il corso naturale delle cose e la vita degli uomini. In questo caso, cambia il cammino della Storia: infatti nella parte superiore del quadro si vede una battaglia di cavalieri davanti a un grande edificio antico (forse un circo) in rovina, interpretata come una allusione alla fine del mondo pagano.

A Venezia, un secolo dopo (1582), Jacopo Tintoretto dipinge una visionaria Adorazione dei Magi per la        Sala Terrena della "Scuola Grande di San Rocco". Siamo nel periodo del Tardo Manierismo (o, meglio, della Maniera), quando l'arte non è più espressione della superiorità dell'Uomo razionale, come nel Rinascimento, ma è al servizio della Chiesa cattolica e della Controriforma.
In questa tela, come in altre opere a San Rocco, tutto è mistero, spiritualità, profondo senso del sacro. Questo effetto è conseguenza dell'uso suggestivo della luce.
In primo piano la luce emana dal corpo di Gesù e, lottando con l'ombra profonda del crepuscolo, mette in evidenza i gesti e le emozioni dei Magi e degli altri protagonisti. Sul fondo il corteo dei Magi è quasi un'apparizione fantastica, con figure trasparenti, senza peso, costruite per mezzo di pennellate luminose rapide e spezzate.
Quello che vediamo è veramente uno spazio dell'anima, espressione dello spirito visionario dell'artista veneziano.
Al 1753 risale la grande Adorazione dei Magi (München, Alte Pinakothek) dipinta da Giovan Battista Tiepolo, uno dei più famosi rappresentanti della pittura veneta nell'epoca dominata dal gusto rocaille.
Lontana sia dalla spiritualità che dalla razionalità degli esempi del passato, si presenta quasi come una rappresentazione teatrale. È molto raffinata nei dettagli: la luminosità della Vergine che si contrappone agli abiti scuri, e quasi poveri, di San Giuseppe; la figura del Moro in primo piano, con il turbante rosso e gli abiti lussuosi; la macchia brillante della veste dorata del Mago inginocchiato davanti alla Madonna. Ed i colori sono squillanti, splendenti.
La bellezza della pittura non riesce però a nascondere la mancanza di emozioni, e di spiritualità, della scena. È un'opera fatta per appagare gli occhi, per soddisfare il gusto per la raffinatezza e l'eleganza, più interessata all'apparenza che alla sostanza, secondo quella estetica delpiacere che domina buona parte del XVIII secolo. L'argomento rappresentato è poco importante, quello che conta è lo splendore della forma.


Natale, mistero d’Epifania, nella riflessione di Hans Urs von Balthasar


« Nel mistero del Verbo incarnato è apparsa agli occhi della nostra mente la luce nuova del tuo fulgore, perché conoscendo Dio visibilmente, per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle realtà invisibile » (Prefazio di Natale I)
Vedere e essere rapito
L’estetica teologica di Balthasar ci aiuta ad approfondire alcuni aspetti del mistero di Natale. Egli si riferisce al prefazio di Natale per presentare la logica dell’estetica divina. Ci invita a contemplare con gli « occhi del nostro spirito » toccati da una nuova luce che proviene da Dio la « forma misteriosa sacramentale » del « Verbo incarnato ». Il mistero di Natale apre all’uomo la possibilità di vedere nella luce della fede un mistero di Bellezza che supera ogni splendore intramondano : « Lo splendor di questo mysterium che offre se stesso non può quindi essere equiparato ad un qualsiasi altro splendore estetico che si incontra nel mondo… »1. Nello stesso tempo Balthasar evidenzia il « rapimento » dell’uomo che è suscitato dalla « mediazione » di questo sguardo e che porta tutto l’uomo all’amore del Dio invisibile. Queste considerazioni teologiche illustrano in modo originale l’atteggiamento che dovrebbe essere nostro in questo tempo di Natale : siamo invitati a prostrarci e adorare il Verbo incarnato nel Bambino di Betlemme.
Prostrarsi e adorare
Per Balthasar il mistero di Natale è Epifania; è la manifestazione, il risplendere di Dio in questo misero bambino che i tre Maggi adorano. L’adorazione del Nuovo Testamento ci rimanda al mistero di Natale. In effetti « l’Antico Testamento ha adorato Dio nella sua maestà, nella sua giustizia giudicante, nella sua bontà come Signore dell’Alleanza. Adesso, invece, lo si deve adorare in un bambino »2. Adorare in una prospettiva estetica significa « riconoscere che Dio è l’essenza di ogni bellezza, che noi perciò con entusiasmo dobbiamo dargli ragione e servirlo con letizia.. »3. Nel contesto del Nuovo Testamento, « se noi dunque qui ci prostriamo e adoriamo, non adoriamo carne, ma Dio, l’unica cosa che noi sicuramente non siamo, Dio, il Tutt’Altro, l’Essere per sé, l’Onnipotente, al quale però è piacuto mostrarci che egli è abbastanza onnipotente da poter essere anche impotente, abbastanza beato da poter anche soffrire, abbastanze pieno di gloria da poter anche collocarsi all’utlimo posto della creazione »4. E’ proprio questa onnipotenza paradossale che genera nel cristiano un atteggiamento di adorazione davanti ad una Omnipotenza umile. Ecco perché « solo adesso noi possiamo arrivare a intuire fin dove può giungere in realtà la divina Onnipotenza. Non può, perciò, darsi adorazione più profonda di quella cristiana, se essa è autentica »5.
Evidenza dell’amore
La bellezza del Bambino non fa violenza alla libertà dell’uomo. E’ una bellezza legata alla povertà e alla fragilità del bambino neonato. La bellezza di Cristo possiede l’evidenza dell’amore (Liebesevidenz)6; per questo la bellezza di Cristo genera, secondo Balthasar, un movimento d’adorazione. Inoltre, questa bellezza della figura di Cristo si caratterizza per una potenza propria che segna l’esistenza del soggetto contemplatore. È la dynamis interiore della figura proveniente dallo Spirito Santo e che dona a questa figura una profondità plastica e una potenza vitale7. La bellezza di Cristo ha dunque una forza esistenziale (Balthasar l’attribuisce allo Spirito Santo) che porta l’essere umano al rapimento e che corrisponde al movimento d’uscita dell’uomo verso Dio, un movimento che avviene sotto la luce stimolante della grazia, cioè la luce dello Spirito8. È ancora opera dello Spirito Santo rendere presente questa bellezza a tutti i tempi, realizzando l’unità tra il Cristo della fede ed il Cristo storico. La chiamata che emana dalla bellezza di Cristo resta allora la stessa di quella che fu all’origine del cristianesimo.
Vedere e adorare Dio nell’altro
E. Levinas parla dell’epifania del volto. Con Balthasar l’altro riceve una determinazione ulteriore « ..ognuno dovrebbe divenire per l’altro un’occasione di epifania, un’occasione di adorare la presenza di Dio in ogni uomo singolo »9, perché il cristiano vede l’amore divino che ama ogni uomo in particolare e questo amore è degno di adorazione. È solo a partire da Gesù Cristo che possiamo vedere l’altro come un figlio del Padre che possiede in Gesù Cristo una sua unicità. L’altro non è così un numero, « un esemplare ambiguo, un essere da nulla, un esemplare del tutto imperfetto della specie umana, bensì qualcuno che Dio stesso ama con amore immutevole »10. Il cristiano sa che l’altro è, per grazia di Dio, destinato, eletto e chiamato ad essere figlio del Padre, fratello di Gesù e portatore dello Spirito Santo. In questo senso Balthasar parla del sacramento del fratello. Questo modo di concepire l’adorazione dell’amore di Dio nell’altro offre a Balthasar la possibilità di fondare una spiritualità concreta incarnata nella vita quotidiana : « se una volta, riflettiamo sul mistero dell’Epifania penetriamo sino all’amore (degno di adorazione) di Dio, allora non c’è più motivo di rinunciare al nostro atteggiamento di adorazione durante il lavoro quotidiano ; non solo noi siamo circondati sempre nuovamente da questo mistero, ma attraverso ogni incontro con qualsiasi persona diventiamo sempre profondamente familiari con questo mistero »11. Il Natale non è dunque una celebrazione nostalgica di un evento del passato ma « questo Figlio donato sta davanti ai nostri occhi. Qui nel tempo di Natale, ma ugualmente sulla croce, nel giorno di Pasqua, e in ogni giorno feriale dell’Anno Liturgico »12.
A tutti coloro che leggeranno questo editoriale, al nome dei collaboratori del Centro di Studi Hans Urs von Balthasar della Facoltà di Teologia di Lugano, auguro un santo Natale.
André- Marie Jerumanis


1 G 1, 106 (H 1, 114).
2 BALTHASAR, H.-U. von, Tu coroni l’anno con la tua grazia, Jaca Book, Milano 1990, 19 (Du krönst das Jahr Deiner Huld, Johannes Verlag, Einsiedeln 1988).
3 Ibid, 20.
4 Ibid, 20.
5 Ibid, 21.
6 Cf. G 1, 452-453 (1, 464).
7 Cf. G 1, 460 (H 1, 471).
8 Cf. G 1, 106 (H 1, 114).
9 Tu coroni…, 21.
10 Ibid, 21.
11 Ibid., 22.
12 Ibid., 22.


http://www.aventicum.ch/