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9 gennaio



C'è però un'altra forza - una forza positiva - che muove il mondo,
capace di trasformare e rinnovare le creature:
la forza dell'amore di Cristo.
Nel mistero pasquale,
Gesù è passato attraverso l'abisso della morte,
poiché Dio ha voluto così rinnovare l'universo:
mediante la morte e risurrezione del suo Figlio "morto per tutti",
perché tutti possano vivere "per colui che è morto e risorto per loro",
e non vivano solo per se stessi.

Benedetto XVI




Dal Vangelo secondo Marco 6,45-52

[Dopo che i cinquemila uomini furono saziati], Gesù subito costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, a Betsàida, finché non avesse congedato la folla. Quando li ebbe congedati, andò sul monte a pregare.
Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli, da solo, a terra. Vedendoli però affaticati nel remare, perché avevano il vento contrario, sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare, e voleva oltrepassarli.
Essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono: «È un fantasma!», e si misero a gridare, perché tutti lo avevano visto e ne erano rimasti sconvolti. Ma egli subito parlò loro e disse: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». E salì sulla barca con loro e il vento cessò.
E dentro di sé erano fortemente meravigliati, perché non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito.

Il commento

Un “cuore indurito” non può vedere e riconoscere il Signore, “pensa sia un fantasma”, il frutto di un’allucinazione, l’oppio dei popoli. Chi ha il cuore pietrificato, secondo l’originale greco tradotto con “indurito”, non riesce a “mettere, prendere insieme” - com-prendere – i diversi aspetti della realtà. Tutto resta frammentato, senza ordine, e anche l’amore di Dio scivola via tra i brandelli della vita. Per questo il Signore, appena compiuto il segno dei pani, “costringe” i discepoli a salire sulla barca e a precederlo all’altra riva. Li spinge ad entrare nella notte e nel mare, immagini del caos, del nulla, del male e della morte. Il compimento della sua opera in ciascun uomo, infatti, non è saziare la carne, ma farlo partecipe della sua stessa vita. Il traguardo della sua incarnazione non è risolvere qualche problema e dare soddisfazione ai desideri che fioriscono dalle pulsazioni della carne. Lui mira molto più in alto: fare dei suoi discepoli il popolo della vita eterna. Per questo la barca, immagine della Chiesa, deve passare attraverso il mare increspato dal vento contrario; così Gesù conduce i cristiani nella realtà, ordinando di “precederlo sull’altra riva” in una traversata fin dentro la verità, che per loro era ancora oscura come la notte che li avvolgeva. Egli però resta in preghiera, accompagnandoli così con la sua intercessione: il Signore non ci lascia un istante, anche quando ci sembra di essere soli di fronte alle avversità,. E’ Lui che ci spinge ad entrare nel deserto di ogni giorno, perché nulla è frutto del caso, ma “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio e da Lui sono amati”. Gesù è, infatti, il protagonista assoluto di questo episodio: costringe, prega, vede, và, cammina, e parla, e da ogni gesto e parola sgorga, benefico, il suo amore. Egli conosce il cuore dei discepoli, incapace di reggere l’urto del miracolo compiuto da Gesù attraverso la loro debolezza, paralizzato di fronte alla sovrabbondanza scaturita dalla loro pochezza. Gesù conosce l’orgoglio che si cela nello stupore dei discepoli, che non ha nulla di umile, così diverso da quello della Vergine Maria che la schiude, invece, alla fede e all’obbedienza. Come noi, i discepoli sono ancora prigionieri di se stessi, delle proprie debolezze e incertezze, e guardano a Gesù attraverso di esse.

Per questo sono “costretti” ad entrare in quella notte e in quel mare che Gesù sapeva infido e prossimo alla tempesta. Per loro e per noi è necessario lo stesso cammino che Dio ha fatto percorrere al Popolo di Israele per quarant'anni nel deserto; il buio, il vento e le onde che incontriamo nelle nostra vita ci umiliano e mettono alla prova, per sapere quello che abbiamo nel cuore e se possiamo osservare o no la Parola di Dio: Siamo nati per amore, lo stesso che ha sospinto i discepoli nella barca; la vita, infatti, è il passaggio all’altra riva, il compimento della Pasqua che ci farà approdare sulle sponde del Regno dei Cieli, la terra che ci è stata promessa sin dal concepimento. E così è di ogni giorno, sulla cui soglia il Signore ci accoglie ripetendoci che “sta per farti entrare in un paese fertile… dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla... Guardati bene dal dimenticare il Signore tuo Dio… Quando avrai mangiato e ti sarai saziatoe abbondare ogni tua cosa, il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire. Guardati dunque dal pensare: La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze” (cfr. Dt 8). La nostra vita è quindi una traversata della memoria, fondata sull’esperienza umiliante della propria debolezza “guardata” e raggiunta da Gesù con infinita misericordia. Il vento, infatti, aveva solo svelato quello che in realtà i discepoli avevano nel cuore. Noi pensiamo che siano gli eventi a trascinarci nell’angoscia e nella paura, ma non è così. Vi è in noi qualcosa di più profondo e latente. Il Vangelo ci dice che già prima di salpare i discepoli avevano il cuore indurito, ed è un’istantanea sulla condizione esistenziale dell’uomo. La Lettera agli Ebrei così la descrive: “Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb. 2,14-15). Su quella barca, come nella nostra storia, si svela la schiavitù che ci indurisce il cuore, la paura delle onde del disprezzo, dell’insignificanza, della sofferenza della morte. Il cuore dell’uomo è pietrificato e incapace di perdonare e amare perché schiavo di colui che della morte ha potere, il diavolo. E’ lui che ha fatto del nostro cuore un callo duro e impenetrabile, depositandovi, come in Adamo ed Eva, la menzogna primordiale. Il miracolo dei pani e dei pesci ha scosso i discepoli, come i tanti disseminati nella nostra vita, ma il cuore ha bisogno d’altro ancora. Occorre il miracolo definitivo, è necessario che l’autore stesso del miracolo prenda dimora dentro di noi. Per questo, Gesù ha preso la nostra carne e il nostro sangue, e con questo nostro corpo ha camminato sul mare, ha attraversato la morte “passando oltre” la nostra paura per attirarci con Luie ridurre all’impotenza l’autore d’ogni indurimento. Gesù ci vede anche oggi, in famiglia, in ufficio, all’università, affaticati tra le onde di cui non riusciamo ad avere ragione. Ci conosce e per questo ci capisce e ci viene incontro con amore per raccogliere la nostra paura e distruggere l’orgoglio che ci tiene schiavi. “Sono Io”, sono Dio ora nella tua vita, “non aver paura”, ho vinto la morte e il peccato; sono qui per entrare con te nella tua barca, perché è la mia, da sempre. Insieme attraverseremo questa tempesta per giungere alla pienezza della vita. Solo chi ha la vita eterna con sé dentro la barca, sperimenta, al posto del cuore di pietra, il dono di un cuore nuovo e capace di amare, e occhi e mente trasfigurati che sanno com-prendere ogni frammento della vita come tessere di un mosaico che Dio ha creato colmo di bellezza, bontà e verità. Ora si com-prende anche la missione affidata ai discepoli: “Date voi stessi loro da mangiare”. Di fronte a questo erano induriti nella paura che rendeva impossibile il dono di se stessi. Ma Gesù, con quelle parole, aveva profetizzato loro quello che oggi profetizza a ciascuno di noi: voi stessi diventerete cibo capace di saziare questa generazione.




APPROFONDIMENTI

Benedetto XVI. Gesù calma le acque del mare

Benedetto XVI. San Pio da Petralcina ha lottato con Cristo contro le onde della morte

Raniero Cantalamessa. La Tempesta sedata

Gianfranco Ravasi. «È un fantasma!»

San Pietro Crisologo. Subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti




 

Raniero Cantalamessa. La Tempesta sedata


Il Vangelo di questa Domenica è quello della tempesta sedata. Una sera, dopo una giornata di intenso lavoro, Gesù sale su una barca e dice agli apostoli di passare all’altra riva. Sfinito dalla stanchezza, egli si addormenta a poppa. Intanto si leva una grande tempesta che getta acqua dentro la barca, tanto che ormai è piena. Preoccupatissimi, gli apostoli, svegliano Gesù, gridandogli: “Maestro, non t’importa che noi moriamo?”. Destatosi, Gesù ordina al mare di calmarsi: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e si fece grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché siete così paurosi? Non avete fede?”.
Cerchiamo di cogliere il messaggio contenuto per noi oggi nella pagina del Vangelo. La traversata del mare di Galilea indica la traversata della vita. Il mare è la mia famiglia, la mia comunità, il mio stesso cuore. Piccoli mari, ma in cui si possono scatenare, sappiamo, grandi e improvvise tempeste. Chi non ha conosciuto qualcuna di queste tempeste, quando tutto si oscura e la barchetta della nostra vita comincia a fare acqua da tutte le parti, mentre Dio sembra essere assente o dormire? Un responso allarmante del medico, ed eccoci in piena tempesta. Un figlio che prende una brutta strada e fa parlare di sé, ed ecco i genitori in piena tempesta. Un rovescio finanziario, la perdita del lavoro, dell’amore del fidanzato, del coniuge, ed eccoci in piena tempesta. Che fare? A che cosa attaccarci e da che parte gettare l’àncora? Gesù non ci dà la ricetta magica su come scansare nella vita tutte le tempeste. Non ci ha promesso di evitarci tutte le difficoltà; ci ha promesso invece la forza per superarle, se gliela chiediamo.
San Paolo ci parla di un problema serio che ha dovuto fronteggiare nella sua vita e che chiama “la mia spina nella carne”. “Tre volte” (cioè infinite volte), dice, ho chiesto al Signore di liberarmene e finalmente il Signore mi ha risposto. Cosa gli ha risposto? Leggiamolo insieme: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Da quel giorno, ci dice, cominciò addirittura a vantarsi delle sue infermità, persecuzioni e angosce, tanto da poter dire: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12, 7-10).
La fiducia in Dio: è questo il messaggio del Vangelo. Quel giorno ciò che salvò i discepoli dal naufragio fu il fatto che “avevano preso con sé Gesù nella barca”, prima di iniziare la traversata. E questa è anche per noi la garanzia migliore contro le tempeste della vita. Avere con noi Gesù. Il mezzo per tenere Gesù dentro la barchetta della propria vita e della propria famiglia è la fede, la preghiera e l’osservanza dei comandamenti.
Quando in mare si scatena la tempesta i marinai, almeno nel passato, erano soliti gettare olio sui flutti per placarli. Noi gettiamo sui flutti della paura e dell’angoscia l’olio della fiducia in Dio. San Pietro esortava i primi cristiani ad avere fiducia in Dio nelle persecuzioni dicendo: “Gettate in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi” (1 Pt 5, 7). La mancanza di fede che Gesú in quell’occasione rimproverò agli apostoli consiste proprio nel fatto che mettono in dubbio che a lui “importi” di loro e della loro incolumità: “Non t’importa che noi periamo?”
Dio “ha cura”, a lui “importa” di noi e come! Un aneddoto spesso citato parla di un uomo che fece un sogno. Vedeva due paia di orme che si stampavano sulla sabbia del deserto e capiva che un paio erano le orme dei suoi piedi e l’altro dei piedi di Gesù che gli camminava a fianco. A un certo punto, il secondo paio di orme scompare e capisce che questo avviene proprio in corrispondenza di un momento difficile della sua vita. Allora si lamenta con Cristo che lo ha lasciato solo nel momento della prova. “Ma io ero con te!”, risponde Gesù. “Come eri con me, se sulla sabbia non c’erano che le orme di due piedi?”. “Erano le mie, risponde Gesù. In quei momenti ti avevo preso sulle mie spalle!”.
Ricordiamocelo quando anche noi siamo tentati di lamentarci con il Signore perché ci lascia soli.


Benedetto XVI. San Pio da Petralcina ha lottato con Cristo contro le onde della morte


Alcuni Santi hanno vissuto intensamente e personalmente questa esperienza di Gesù. Padre Pio da Pietrelcina è uno di loro. Un uomo semplice, di origini umili, "afferrato da Cristo" (Fil 3, 12) - come scrive di sé l'apostolo Paolo - per farne uno strumento eletto del potere perenne della sua Croce: potere di amore per le anime, di perdono e di riconciliazione, di paternità spirituale, di solidarietà fattiva con i sofferenti. Le stigmate, che lo segnarono nel corpo, lo unirono intimamente al Crocifisso-Risorto. Autentico seguace di san Francesco d'Assisi, fece propria, come il Poverello, l'esperienza dell'apostolo Paolo, così come egli la descrive nelle sue Lettere: "Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me" (Gal 2, 20); oppure: "In noi agisce la morte, in voi la vita" (2 Cor 5, 12). Questo non significa alienazione, perdita della personalità: Dio non annulla mai l'umano, ma lo trasforma con il suo Spirito e lo orienta al servizio del suo disegno di salvezza. Padre Pio conservò i propri doni naturali, e anche il proprio temperamento, ma offrì ogni cosa a Dio, che ha potuto servirsene liberamente per prolungare l'opera di Cristo: annunciare il Vangelo, rimettere i peccati e guarire i malati nel corpo e nello spirito.

Come è stato per Gesù, la vera lotta, il combattimento radicale Padre Pio ha dovuto sostenerli non contro nemici terreni, bensì contro lo spirito del male (cfr. Ef 6, 12). Le più grandi "tempeste" che lo minacciavano erano gli assalti del diavolo, dai quali egli si difese con "l'armatura di Dio", con "lo scudo della fede" e "la spada dello Spirito, che è la parola di Dio" (Ef 6, 11.16.17). Rimanendo unito a Gesù, egli ha avuto sempre di mira la profondità del dramma umano, e per questo si è offerto e ha offerto le sue tante sofferenze, ed ha saputo spendersi per la cura ed il sollievo dei malati, segno privilegiato della misericordia di Dio, del suo Regno che viene, anzi, che è già nel mondo, della vittoria dell'amore e della vita sul peccato e sulla morte. Guidare le anime e alleviare la sofferenza: così si può riassumere la missione di san Pio da Pietrelcina, come ebbe a dire di lui anche il servo di Dio, il Papa Paolo VI: "Era un uomo di preghiera e di sofferenza" (Ai Padri Capitolari Cappuccini, 20 febbraio 1971).


... L'eredità che vi ha lasciato è la santità. In una sua lettera scrive: "Sembra che Gesù non abbia altra cura per le mani se non quella di santificare l'anima vostra" (Epist. II, p. 155). Questa era sempre la sua prima preoccupazione, la sua ansia sacerdotale e paterna: che le persone ritornassero a Dio, che potessero sperimentare la sua misericordia e, interiormente rinnovate, riscoprissero la bellezza e la gioia di essere cristiani, di vivere in comunione con Gesù, di appartenere alla sua Chiesa e praticare il Vangelo. Padre Pio attirava sulla via della santità con la sua stessa testimonianza, indicando con l'esempio il "binario" che ad essa conduce: la preghiera e la carità.

Prima di tutto la preghiera. Come tutti i grandi uomini di Dio, Padre Pio era diventato lui stesso preghiera, anima e corpo. Le sue giornate erano un rosario vissuto, cioè una continua meditazione e assimilazione dei misteri di Cristo in unione spirituale con la Vergine Maria. Si spiega così la singolare compresenza in lui di doni soprannaturali e di concretezza umana.

E tutto aveva il suo culmine nella celebrazione della santa Messa: lì egli si univa pienamente al Signore morto e risorto. Dalla preghiera, come da fonte sempre viva, sgorgava la carità. L'amore che egli portava nel cuore e trasmetteva agli altri era pieno di tenerezza, sempre attento alle situazioni reali delle persone e delle famiglie. Specialmente verso i malati e i sofferenti nutriva la predilezione del Cuore di Cristo, e proprio da questa ha preso origine e forma il progetto di una grande opera dedicata al "sollievo della sofferenza". Non si può capire né interpretare adeguatamente tale istituzione se la si scinde dalla sua fonte ispiratrice, che è la carità evangelica, animata a sua volta dalla preghiera.

Tutto questo, carissimi, Padre Pio ripropone oggi alla nostra attenzione. I rischi dell'attivismo e della secolarizzazione sono sempre presenti; perciò la mia visita ha anche lo scopo di confermarvi nella fedeltà alla missione ereditata dal vostro amatissimo Padre. Molti di voi, religiosi, religiose e laici, siete talmente presi dalle mille incombenze richieste dal servizio ai pellegrini, oppure ai malati nell'ospedale, da correre il rischio di trascurare la cosa veramente necessaria: ascoltare Cristo per compiere la volontà di Dio. Quando vi accorgete che siete vicini a correre questo rischio, guardate a Padre Pio: al suo esempio, alle sue sofferenze; e invocate la sua intercessione, perché vi ottenga dal Signore la luce e la forza di cui avete bisogno per proseguire la sua stessa missione intrisa di amore per Dio e di carità fraterna. E dal cielo continui egli ad esercitare quella squisita paternità spirituale che lo ha contraddistinto durante l'esistenza terrena; continui ad accompagnare i suoi confratelli, i suoi figli spirituali e l'intera opera che ha iniziato. Insieme a san Francesco, e alla Madonna, che ha tanto amato e fatto amare in questo mondo, vegli su voi tutti e sempre vi protegga. Ed allora, anche nelle tempeste che possono alzarsi improvvise, potrete sperimentare il soffio dello Spirito Santo che è più forte di ogni vento contrario e spinge la barca della Chiesa ed ognuno di noi. Ecco perché dobbiamo vivere sempre nella serenità e coltivare nel cuore la gioia rendendo grazie al Signore. "Il suo amore è per sempre" (Salmo resp.). Amen!



Benedetto XVI. Gesù calma le acque del mare


Abbiamo appena ascoltato il Vangelo della tempesta sedata, al quale è stato accostato un breve ma incisivo testo del Libro di Giobbe, in cui Dio si rivela come il Signore del mare. Gesù minaccia il vento e ordina al mare di calmarsi, lo interpella come se esso si identificasse con il potere diabolico. In effetti, secondo quanto ci dicono la prima Lettura e il Salmo 106/107, il mare nella Bibbia è considerato un elemento minaccioso, caotico, potenzialmente distruttivo, che solo Dio, il Creatore, può dominare, governare e tacitare.

C'è però un'altra forza - una forza positiva - che muove il mondo, capace di trasformare e rinnovare le creature: la forza dell'"amore del Cristo", (2 Cor 5, 14) - come la chiama san Paolo nella Seconda Lettera ai Corinzi -: non quindi essenzialmente una forza cosmica, bensì divina, trascendente. Agisce anche sul cosmo ma, in se stesso, l'amore di Cristo è un potere "altro", e questa sua alterità trascendente, il Signore l'ha manifestata nella sua Pasqua, nella "santità" della "via" da Lui scelta per liberarci dal dominio del male, come era avvenuto per l'esodo dall'Egitto, quando aveva fatto uscire gli Ebrei attraverso le acque del Mar Rosso. "O Dio - esclama il salmista -, santa è la tua via... Sul mare la tua via, / i tuoi sentieri sulle grandi acque" (Sal 77/76, 14.20). Nel mistero pasquale, Gesù è passato attraverso l'abisso della morte, poiché Dio ha voluto così rinnovare l'universo: mediante la morte e risurrezione del suo Figlio "morto per tutti", perché tutti possano vivere "per colui che è morto e risorto per loro" (2 Cor 5, 16), e non vivano solo per se stessi.

Il gesto solenne di calmare il mare in tempesta è chiaramente segno della signoria di Cristo sulle potenze negative e induce a pensare alla sua divinità: "Chi è dunque costui - si domandano stupiti e intimoriti i discepoli -, che anche il vento e il mare gli obbediscono?" (Mc 4, 41). La loro non è ancora fede salda, si sta formando; è un misto di paura e di fiducia; l'abbandono confidente di Gesù al Padre è invece totale e puro. Perciò, per questo potere dell'amore, Egli può dormire durante la tempesta, completamente sicuro nelle braccia di Dio. Ma verrà il momento in cui anche Gesù proverà paura e angoscia: quando verrà la sua ora, sentirà su di sé tutto il peso dei peccati dell'umanità, come un'onda di piena che sta per rovesciarsi su di Lui. Quella sì, sarà una tempesta terribile, non cosmica, ma spirituale. Sarà l'ultimo, estremo assalto del male contro il Figlio di Dio.

Ma in quell'ora Gesù non dubitò del potere di Dio Padre e della sua vicinanza, anche se dovette sperimentare pienamente la distanza dell'odio dall'amore, della menzogna dalla verità, del peccato dalla grazia. Sperimentò questo dramma in se stesso in maniera lacerante, specialmente nel Getsemani, prima dell'arresto, e poi durante tutta la passione, fino alla morte in croce. In quell'ora, Gesù da una parte fu un tutt'uno con il Padre, pienamente abbandonato a Lui; dall'altra, in quanto solidale con i peccatori, fu come separato e si sentì come abbandonato da Lui.


Omelia Sagrato della Chiesa di San Pio da Pietrelcina 
Domenica, 21 giugno 2009

San Pietro Crisologo. Subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti

Cristo sale su una barca : non è forse stato lui ad aver messo in secca il letto del mare, dopo aver respinto le sue acque, affinché Israele camminasse sull'asciutto in mezzo al mare, come in una valle (Es 14, 29) ? Non è forse stato lui ad aver rassodato sotto i piedi di Pietro, le onde del mare, affinché l'acqua fosse sotto i suoi passi un cammino saldo e sicuro (Mt 14, 29) ?

Sale sulla barca. Per attraversare il mare di questo mondo fino alla fine dei tempi, Cristo sale sulla barca della sua Chiesa per condurre in una traversata tranquilla, quanti credono in lui, fino alla patria del cielo, e fare di coloro con i quali egli è in comunione nella sua umanità, i cittadini del suo Regno. Cristo, certo, non ha bisogno della barca ; invece la barca ha bisogno di Cristo. Infatti, senza questo pilota celeste, la barca della Chiesa, agitata dalle onde, non giungerebbe mai al porto.

Discorsi 50, 1.2.3 

Gianfranco Ravasi. «È un fantasma!»

La celebre scena di Gesù che avanza sulle acque agitate del lago di Tiberiade (detto “mare” secondo il linguaggio biblico) crea un certo imbarazzo nel lettore moderno, anche credente. Sappiamo, infatti, che Cristo evita intenzionalmente i prodigi taumaturgici, rifugge dalle magie spettacolari, teme che lo si scambi per una “star” degli eventi miracolosi, tant’è vero che spesso egli compie le guarigioni in disparte dalla folla, imponendo il silenzio ai beneficiari. E allora, come spiegare questo atto così clamoroso, peraltro riferito non solo da Marco (6,45-52), la fonte primaria di Matteo, ma anche dal più tardo Vangelo di Giovanni (6,16-21)? 

La scena si svolge – se stiamo all’originale greco del Vangelo – «alla quarta veglia» della notte, cioè nell’ultima delle quattro fasi in cui essa era divisa, ossia fra le tre e le sei. Abbiamo, quindi, ancora il segno della tenebra, che è nella Bibbia un simbolo negativo. Analogo è il valore del “mare” che, come è noto, nella Sacra Scrittura incarna il caos, il nulla, il male, tant’è vero che il Giovanni dell’Apocalisse, quando s’affaccerà sulla nuova creazione, scoprirà che «il mare non c’era più» (21,1). Similmente il vento tempestoso è emblema di terrore e di distruzione. Tutta la scena è, quindi, all’insegna della negatività. 

Gesù si leva solenne su questo orizzonte, che è agli antipodi della terra, della luce, della quiete, quasi come il Creatore agli inizi stessi dell’atto creativo descritto dalla Genesi. Egli, perciò, compie nei confronti dei discepoli una sorta di azione simbolica simile a quelle che i profeti – soprattutto Geremia ed Ezechiele – manifestavano al loro uditorio, accompagnandole con una spiegazione religiosa. Facile è l’equivoco di chi interpreta la scena come un evento magico o preternaturale. È ciò che accade ai discepoli terrorizzati che urlano: «È un fantasma!». 

È per questo che, subito dopo, Gesù spazza via la loro sensazione attraverso due frasi illuminanti che decifrano l’atto nel suo significato teologico e non magico o spettacolare. La prima è da scoprire nell’originale e non nella versione che suona così: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (14,27). In realtà, in greco si ha: egó eimi, «Io sono!». Ora, questa è la versione del nome che Dio rivela a Mosè al Sinai: «Io sono colui che sono!» (Esodo 3,14), nome abbreviato già in quell’occasione in «Io sono ». L’espressione, variamente interpretata, ci ricorda comunque che Dio è una persona (“Io”) la quale esiste e opera (il verbo “essere”). 

Ebbene, in quel momento Cristo svela ai discepoli con questo atto eccezionale la sua realtà intima, nascosta dal velo della sua umanità. È un po’ quello che accadrà sul monte della Trasfigurazione: egli ora si presenta in una teofania, cioè in un segno rivelatore della sua divinità di Signore del cosmo e della storia. L’altra frase esplicativa è quella rivolta in finale a Pietro: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (14,31). Per comprendere l’evento del cammino sulle acque – come anche gli stessi miracoli – è necessario un canale di conoscenza ulteriore rispetto a quello dei sensi e della pura e semplice ragione, ossia la via della fede e dell’adesione al mistero divino.