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Giovedì della II settimana del tempo di Avvento




Icona del Profeta Elia



Mt 11,11-15

In quel tempo Gesù disse alla folla: “In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.
Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono.
La Legge e tutti i Profeti infatti hanno profetato fino a Giovanni. E se lo volete accettare, egli è quell’Elia che deve venire. Chi ha orecchi intenda”.


IL COMMENTO

Il più piccolo. Un bimbo appena nato. I suoi vagiti, le braccia della madre che lo stringono al seno. "Tranquillo e sereno appena divezzato". Senza pretese, lo spirito acquietato. Le grandi cose, i riflettori della ribalta, non son cose per lui. E' piccolo, il più piccolo. Senza difese, sazio d'amore. Tanto basta a farlo felice. Un bimbo è il più grande nel Regno dei cieli.

La Storia della Salvezza e quella di tutti i nati da donna racchiuse nella profezia del Battista. La più alta, perchè mostrava il Signore, l'atteso della storia. Una storia intessuta da percorsi di carne e di sangue. Ma i nati dallo Spirito nelle acque del battesimo sono i figli del Regno. Ed è tutta un'altra cosa. La Grazia conduce la vita, e la carne e sangue non hanno potere. La violenza e la malizia della sapienza secondo la carne s'ergono contro il Regno dei Cieli. Da sempre. E ne fanno preda, del Regno e dei Suoi figli. Generazioni di martiri lo testimoniano.

Eppure il Regno è qui, tra di noi. Il suo vessillo è la Croce, il mistero nascosto agli angeli, la sapienza segreta che il mondo non ha conosciuto. Un bambino indifeso, un piccolo che non resiste al male, un neonato in un presepe adagiato in una mangiatoia, come un giovane ebreo inchiodato su una Croce. E' questo il Regno dei Cieli. Anche oggi per noi. Giovanni è l'Elia inviato alla nostra vita per annunciarlo. Il suo grido ci chiama a conversione. L'amore infinito di Dio brilla per noi negli occhi dolcissimi del Signore fatto carne. Nella sua misericordia anche oggi possiamo entrare nel Regno, senza condizioni. E riposare. Dalle nostre alchimie, dal nostro stare sempre in guardia, dalle nostre violenze. Lui non ha resistito, s'è fatto bambino e ha preso su di sé i nostri peccati.

Nel suo perdono possiamo rinascere a vita nuova, la vita di un bambino, un piccolo del Regno. La nostra vita trasformata a Sua immagine. Piccoli con il piccolo. E i più grandi perchè amati. L'amore è più grande della violenza, della forza e dell'intelligenza. Tutto passerà, la carità resterà per sempre. Senza pretese, perchè saziati della Sua carità. A questo siamo chiamati.



Evangelio según San Mateo 11,11-15.
Les aseguro que no ha nacido ningún hombre más grande que Juan el Bautista; y sin embargo, el más pequeño en el Reino de los Cielos es más grande que él.
Desde la época de Juan el Bautista hasta ahora, el Reino de los Cielos es combatido violentamente, y los violentos intentan arrebatarlo.
Porque todos los Profetas, lo mismo que la Ley, han profetizado hasta Juan.
Y si ustedes quieren creerme, él es aquel Elías que debe volver.
¡El que tenga oídos, que oiga!


COMENTARIO

El más pequeño. Un niño recien nacido. Sus vagidos, los brazos de la madre que lo aprietan al seno. "Tranquilo y sereno apenas destetado." Sin pretensiones, el espíritu calmado. Las grandes cosas, los reflectores del mundo, no son cosas por él. Es pequeño, el más pequeño. Sin defensas, saciado de amor. Tanto basta a hacerlo feliz. Un ninño es el más grande en el Reino de los cielos.

La Historia de la Salvación y la de todos los nacidos de mujer son encerradas en la profecía del Bautista. La más alta, porque enseñava el Señor, él esperado de la historia. Una historia entretejida por recorridos gravados por la carne y sangre. Pero los nacidos del Espíritu en las aguas del bautismo son los hijos del Reino. Y es todo diferente. La Grazia guia la vida, y la carne y sangre no tienen poder. La violencia y la malicia de la sabiduría según la carne se yerguen contra el Reino de los Cielos. Desde siempre. Y hacen presa de ello, del Reino y de Sus hijos. Generaciones de mártires lo testimonian.

Sin embargo el Reino está aquí, entre de nosotros. Su estandarte es la Cruz, el misterio escondido a los ángeles, la sabiduría oculta que el mundo no ha conocido. Un niño indefenso, un pequeño que no resiste al mal, un recién nacido en un belén acomodado en un pesebre, como un joven judío clavado sobre una Cruz. Esto es el Reino de los Cielos. También hoy por nosotros. Juan es el Elia mandado a nuestra vida para anunciarlo. Los padres, presbiteros, catequistas, y los echos de nuestras historias. El grito de Juan dentro nuestros dias nos llama a conversión. El amor infinito de Dios brilla por nosotros en los ojos dulces del Dios hecho carne en nuestra carne. En su misericordia también hoy podemos entrar en el Reino, sin condiciones. Y descansar. De nuestras alquimias, del nuestro siempre estar en guardia, de nuestras violencias. Él no ha resistido, se ha hecho niño y ha tomado sobre de si nuestros pecados.

En su perdón podemos renacer a vida nueva, la vida de un niño, un pequeño del Reino. Nuestra vida transformada a Su imagen. Pequeños con lo pequeño. Y los más grandes porque amados. El amor es más grande que la violencia, de la fuerza y de la inteligencia. Todo pasará, la caridad quedará para siempre. Sin pretensiones, porque saciados por Su amor. A éste somos llamados.




Beato Guerrico de Igny (hacia 1080-1157), abad cisterciense
2º sermón sobre san Juan Bautista

«Desde los días de Juan el Bautista hasta ahora, el Reino de los cielos hace fuerza»


«Estuvo luchando alguien con él hasta rayar el alba..., Jacob le dijo: 'No te suelto hasta que no me hayas bendecido'» (Gn 32,25.27). Para vosotros, hermanos, que habéis emprendido la tarea de arrebatar el cielo y os habéis comprometido en la lucha contra el ángel encargado de guardar el acceso al árbol de la vida (Gn 3,4), os es absolutamente necesario luchar con constancia y tenacidad..., no solamente hasta llegar a la parálisis de vuestra cadera..., sino hasta la muerte de vuestro ser carnal. De todas formas con vuestra ascesis no podréis llegar hasta allí a no ser que el poder divino os toque y os haga esta gracia...

¿No te parece que es luchar contra el ángel, o mejor aún, contra Dios mismo cuando, cada día, se atraviesa a tus deseos más fogosos?... Le gritas y no te escucha. Quieres acercarte a él y te rechaza. Decides alguna cosa, y hace que llegue la contraria. Y así, casi en todos los planes, lucha contigo con mano dura. ¡Oh bondad escondida, disfrazada de dureza, con qué ternura, Señor, luchas para aquellos con quienes luchas! Te gusta «esconderlos en tu corazón», «sé muy bien que amas a los que te aman», y que no tiene límite «la bondad tan grande que tú reservas a los que a ti se acogen» (Jb 10,13; Pr 8,17; Sl 30,20).

Entonces hermano, ¡no desesperes, actúa valientemente tú que has emprendido la tarea de luchar con Dios! En realidad, él quiere que le resistas, desea que le venzas. Incluso cuando está irritado y extiende su brazo para castigar, busca, como él mismo lo dice, un hombre semejante a Moisés que sepa hacerle resistencia... Jeremías probó de resistirle pero no pudo detener su cólera implacable, su sentencia inflexible; por eso le dijo con amargo llanto: «Me has seducido, y me dejé seducir; me has agarrado y me has podido» (20,7).





Sant'Ilario di Poitiers (circa 315-367), vescovo, dottore della Chiesa
Trattato sui misteri ; SC 19

« La Legge e tutti i Profeti hanno profetato fino a Giovanni »

Come il padrone nel vangelo di san Luca fa tre visite al fico sterile, così la Santa Madre Chiesa marca ogni anno la venuta del Signore con un periodo distinto di tre settimane. « Il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto » (Lc 19,10). È venuto prima della Legge, poiché ha fatto conoscere, mediante la ragione naturale, ciò che ognuno doveva fare o seguire (Rm 1, 20). È venuto sotto la Legge poiché, mediante gli esempi dei patriarchi e la voce dei profeti, ha confermato alla discendenza di Abramo i decreti della Legge. È venuto una terza volta dopo la Legge, mediante la grazia, per chiamare i pagani, affinché « dal sorgere del sole al suo tramonto i figli imparassero a lodare il nome del Signore » (Sal 112, 1-3), questi figli che, fino alla fine del mondo, non cessa di chiamare alla lode della sua gloria.

Infatti, tutto quello che è contenuto nei libri sacri annunzia con delle parole, rivela con dei fatti e dimostra con esempi la venuta di Gesù Cristo nostro Signore... Attraverso prefigurazioni vere e palesi – il sonno di Adamo, il diluvio di Noè, la giustificazione di Abramo, la nascita di Isacco, la schiavitù di Giuseppe – nei patriarchi, Egli genera, purifica, santifica, elegge o riscatta la Chiesa. In una parola, tutte le profezie, cioè la rivelazione progressiva del disegno segreto di Dio, ci sono state date affinché conoscessimo la sua Incarnazione che si sarebbe compiuta... Ogni figura, ogni epoca, ogni fatto proietta, come in uno specchio, l'immagine della sua venuta, della sua predicazione, della sua Passione, della sua risurrezione e del nostro raduno nella Chiesa... cominciando da Adamo, punto di partenza della nostra conoscenza del genere umano, troviamo annunciato fin dal principio del mondo, ciò che riceve nel Signore il suo totale compimento.



Mercoledì della II settimana del Tempo di Avvento



Mt 11, 28-30

In quel tempo, rispondendo Gesù disse: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».


IL COMMENTO

Andare al Signore, come un discepolo. Ai Suoi piedi imparare, apprendere, ascoltare. L'umiltà e la mitezza si "ascoltano" e si accolgono, come Parole di Dio che hanno il potere di realizzarsi. "Imparate da me" dice il Signore. Il termine adottato rimanda ad un rapporto, ad una relazione profonda, ben al di là d'una superficiale conoscenza. Quella tra Didaskalo e Discepolo, tra il Maestro e l'allievo. Imparare è la coniugazione di un'intimità. Imparare è conoscersi, secondo la pregnante etimologia biblica del termine, è donare e ricevere, è amare. Rimanete nel mio amore, ecco le Parole di Gesù per noi oggi. Imparare è restare ai Suoi piedi, come Maria, lasciandosi attirare dalla Parte Buona, l'unica eredità che dà la Vita. Imparare, riposare.

Siamo stanchi dei nostri sforzi, dei tentativi, delle sfide. Oppressi da leggi e moralismi. Non ce la facciamo più. Schiavi di speranze infrante. La storia ci ha fatti piccoli, poveri, "tapini", ultimi, secondo l'accezione del termine "umile" che compare nel Vangelo di oggi. Il Signore s'è abbassato sino a noi, umiliato nella morte, mite come un agnellino condotto al macello. Lui s'è offerto volontariamente laddove noi dove noi dobbiamo andare senza nessuna voglia. Mite dove noi recalcitriamo. E Lui stesso, pur essendo Figlio, ha "imparato" l'obbedienza dalle cose che patì.

Il Signore ci chiama. Ci ha scelto e ci chiama. Lui è esattamente dove siamo noi oggi. Affaticati e oppressi. E' Lui la salvezza. E' Lui la gioia. E' Lui l'unica Vita, l'unica Via, l'unica Verità. Imparare sulle Sue orme, laddove Lui ha imparato. In un'intimità che è essere con Lui crocifissi, oggi, nella storia concretissima che ci attende. Uniti al punto che sia Lui a vivere in noi.

Il Suo giogo, abbassato al nostro collo. L'unico giogo che non pesa, l'unico carico leggero, l'unico adatto a noi. Gesù Cristo, l'unico per noi. Carne, mondo, desideri, progetti, leggi, tutto è per noi troppo pesante, inadeguato. Tutto troppo terreno. Siamo fatti per Dio, siamo Suoi. Per questo non v'è altro giogo perfetto per noi se non il giogo di Cristo. La Croce, dove siamo figli nel Figlio, il giogo leggero e soave nel quale troviamo la nostra unica realizzazione. La volontà di Dio, l'unica pace, il vero riposo. Le nostre braccia distese con le Sue, per la moglie, il marito, i figli. Per ogni uomo.

La mente cinta da una corona di spine, i criteri trafitti per essere consegnati alla mente di Dio. Rinunciare a noi stessi per fare la volontà del Padre. Il cuore trapassato, la vita donata e perduta per puro amore. Lo Shemà compiuto, l'amore che unisce mente, cuore e forze in un'unica oblazione. Con Cristo al Padre. Oggi, nella semplicità delle ore che ci accolgono, negli incontri, nelle cose da fare e ripetere mille volte, si compie una liturgia d'amore. La nostra vita è il dono del Figlio al Padre. Siamo il tesoro di Dio, il frutto dell'intimità divina.

Crocifissi per imparare ad essere quello per cui siamo nati. Andare a Cristo per essere veramente noi stessi, laddove Lui è divenuto ciascuno di noi, per farci, in Lui, figli amatissimi. Istante dopo istante conformati alla Sua immagine, portando in noi il Suo mistero Pasquale, salvezza nostra e del mondo. Imparare, ascoltare, obbedire, essere. In Cristo, di Cristo, veramente ed eternamente felici.


Martedì della II settimana di Avvento





Mt 18, 12-14

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite.
Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli.


IL COMMENTO

Sono io. Si, quella pecora smarrita sono io. Per me il Signore ha percorso un cammino infinito, dal Cielo alla terra. E, sulla terra, sino a me. Alla mia vita, oggi. E com'è oggi la mia vita, quali sono i sentieri che sto percorrendo, quali pascoli vado cercando? Ho dimenticato la fonte d'acqua viva, come Esaù sono uscito dalla tenda per cercare da mangiare, seguendo gli istinti confusi così spesso con le intuizioni. Sono scappato, preso da un'irrefrenabile frenesia di cambiare foraggio, suvvia sempre lo stesso.... Ho smarrito il cammino vagando dietro ad altri compagni. Ho perso il pastore, la sua voce ormai lontana non può raggiungermi. E angoscia, e fame, e solitudine. Lacrime, sono precipitato in una valle di lacrime. Io. E il peccato mio tra le mani. Quel giudizio tagliente. Quella concupiscenza indomata. Quell'idolatria assassina. Io. Solo. Perduto.

Ma mentre me ne andavo sui passi del peccato il Signore era già alla mia ricerca. Si, proprio mentre saliva gagliarda la violenza dal mio cuore e seminavo di morte il mio cammino, Lui era sulle mie tracce. Amore infinito. Un fuoco d'amore ad attirarlo verso di me. "Se homo non peccasset, Filius hominis non venisset", così S. Agostino: "Se l'uomo non avesse peccato, il Figlio dell'uomo non sarebbe venuto". Il peccato. E il Salvatore. La scena del mondo, del mio mondo e della storia di ciascuno è nella verità di entrambi. E' vero il mio peccato. E' vero il Salvatore. E' vero il Suo amore. Anche se fossi l'unico peccatore di questa terra e della storia.

Per me ha dato la Sua vita. Vera. Per me ogni goccia del Suo sangue. Per me l'umiliazione, la passione, la croce. Lui per me. Ha lasciato tutto e si è gettato sulle mie tracce, mi ha desiderato. Ardentemente. Il Suo amore era già accanto a me, lì dov'è abbondato il peccato. Ed è sovrabbondata la Grazia. E con essa la Gioia. Stretto dal Suo abbraccio finalmente salvo. Libero. Che gioia rivedere il Signore. Come Pietro sulle sponde del Mare di Galilea, come quella sera di Pasqua con i suoi compagni impauriti e nascosti nel cenacolo. Anche loro perduti. Come i due compagni di Emmaus sulla strada del ritorno, deluso, alla solita vita. All'immenso sconforto d'una speranza svanita, perduti anche loro nei loro pensieri. E lì, nello sconforto, nella valle di lacrime che è tutta la nostra vita, lì vibra il cuore di gioia purissima. L'incontro di due così diversi eppure fatti l'uno per l'altro. "Ossa delle mie ossa, carne della mia carne", sono queste le parole del Pastore al ritrovare la Sua amata smarrita.

"Mia colomba, mia perfetta", la mia anima, perduta e ritrovata, la Sposa amata del Cantico dei Cantici. Sì, sei Tu Signore che mi cerchi da dietro la grata dei miei segreti, sei tu che balzi al mio incontro, sei tu che guardi dalla finestra in ascolto della mia voce, sei tu che bussi al mio cuore. Oggi, con questa soffrenza, con questa angoscia, con questa insoddisfazione, con questa Croce. Sei Tu che mi ami nei minuti di questa mia vita, sei Tu che mi cerchi, la Tua sete di me accende in me la mia sete di Te.

Essere trovato in Te, ecco la Vita, ecco la gioia. Nessuna condanna, è svelato l'inganno d'una vita sperduta. La Tua gioia invade il mio cuore. E' passata, anche oggi è svanita la paura della morte che già m'afferrava la gola, sei Tu Signore ed io sulle Tue spalle, ferito, piagato, ma salvo. Nessuno, ma proprio nessuno dei piccoli andrà perso. Nessuno di noi. Anche oggi il cuore è in attesa, Lui è alle porte, la salvezza è vicina. Apriamogli senza paura.



Evangelio según San Mateo 18,12-14.

¿Qué les parece? Si un hombre tiene cien ovejas, y una de ellas se pierde, ¿no deja las noventa y nueve restantes en la montaña, para ir a buscar la que se extravió?
Y si llega a encontrarla, les aseguro que se alegrará más por ella que por las noventa y nueve que no se extraviaron.
De la misma manera, el Padre que está en el cielo no quiere que se pierda ni uno solo de estos pequeños.



COMENTARIO

Soy yo. Sì, aquella oveja extraviada soy yo. Por mí el Señor ha recorrido un camino infinito, del Cielo a la tierra. Y, sobre la tierra, hasta a mí. A mi vida, hoy. ¿Y como es hoy mi vida, cuales son las sendas que estoy recorriendo, cuales pastoreas voy buscando? ¿Acaso he olvidado el manantial de agua viva, como Esaù ha salido de la tienda para buscar que comer, siguiendo a menudo las pasiones confusas con las intuiciones del Espiritu? ¿He escapado, tomado por un irrefrenable frenesí de cambiar forraje, que ya soy arto, es siempre lo mismo....? ¿He perdido el camino errante detrás a otros compañeros? He perdido al pastor, y su voz ya lejana no puede alcanzarme. Y angustia y hambre y soledad. Lágrimas, he precipitado en un valle de lágrimas. Yo, y mi pecado en mis manos. Y aquel juicio cortante. Aquella concupiscencia indomada. Aquella idolatría asesina. Yo. Sólo. Perdido.

Pero. justo mientras estaba sobre los pasos del pecado, el Señor ya habia salido a mi búsqueda. Sì, justo mientras subiva gallarda la violencia de mi corazón y sembrava de muerte mi camino, Él estaba siguiendo mis huellas. Amor infinito. Un fuego de amor a atraerlo hacia mí. "Si homo no peccasset, Filius hominis no venisset", así S. Agostino: "Si el hombre no hubiera pecado, el Hijo del hombre no hubiera venido." El pecado y el Salvador. La escena del mundo, de mi mundo y de la historia de cada está en la verdad que constituie los dos: es verdadero mi pecado, es verdadero el Salvador. Es verdadero Su amor. Aunque fuera el único pecador de esta tierra y la historia.

Para mí ha entregado Su vida. Vera. Para mí cada gota de Su sangre. Para mí la humillación, la pasión, la cruz. Él para mí ha dejado todo y se ha lanzado sobre mis huellas, me ha deseado. Ardientemente. Su amor ya estuvo junto a mí, allí dónde ha abundado el pecado. Y la Grazia ha rebosado. Y con ella la alegría. Por fin, apretado por Su abrazo, salvado y libre. Qué alegría volver a ver al Señor! Cómo Pedro en las orillas del Mar de Galilea, como aquella tarde de Pascua con sus compañeros asustados y escondidos en el Cenáculo. También ellos perdidos. Como los dos compañeros de Emmaus sobre el camino de la vuelta, decepcionada, a la vida usual, al inmenso desaliento de una esperanza despistada, perdidos también ellos en sus pensamientos. Y allí, en el desaliento, en el valle de lágrimas que es toda nuestra vida, allí vibra el corazón de alegría refina. El encuentro de dos así diferentes sin embargo hechos uno por otro. "Huesos de mis huesos, carne de mi carne", son estas las palabras del Pastor al hallar a Su amada extraviada, las palabras del nuevo Adan a la nueva Eva.

"Mi paloma, mi perfecta", mi alma, perdida y hallada, la Novia querida del Cantar de los Cantares. Sí, eres Tú Señor que me rodeas de tras la rejilla de mis secretos, eres tú que brincas a mi encuentro, eres tú que te miras de la ventana en escucha de mi voz, eres tú que llamas a mi corazón. Hoy, con este sufrimiento, con esta angustia, con esta insatisfacción, con esta Cruz, eres Tú que me quieres en los minutos de mi vida, eres Tú que me rodeas, Tu sed de mí me enciende en mí mi sed de Ti.

Ser encontrado en Ti, he aquí la Vida, he aquí la alegría. Ninguna condena, es desvelado el engaño de una vida apartada. Tu alegría invade mi corazón. Se ha desvanecido el miedo de la muerte que me agarró la garganta, eres Tú Señor y yo sobre Tus hombros, herido, llagado, pero salvo. Ninguno de los pequeños será perdido. Nadie de nosotros. También hoy el corazón está en espera, Él está a la puerta, la salvación está cercana. Abrimoles sin miedo.







San Bernardo (1091-1153), monaco cistercense e dottore della Chiesa
Discorso 1 per l'Avvento, 7-8

« Il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli»

«Ecco venire da lontano il nome del Signore» dice il profeta (Is 30,27). Chi potrebbe dubitarne? Era necessario in origine qualche cosa di grande perché la maestà di Dio si degnasse di scendere da un luogo così lontano in un soggiorno indegno di Lei. Sì, in effetti, c'era qualche cosa di grande: e si trattava della sua grande misericordia, della sua immensa compassione, della sua abbondante carità. Infatti, con quale scopo pensiamo che Cristo sia venuto? Lo scopriremo senza difficoltà poiché proprio le sue parole e opere ci svelano chiaramente il motivo della sua venuta. È venuto in fretta dalle montagne per cercare la centesima pecora che si era smarrita.

Egli è venuto per noi, perché le miseriordie del Signore apparissero con maggior evidenza, insieme ai suoi prodigi a favore degli uomini (Sal 106,8). Stupenda bontà di Dio, che ci cerca, e stupenda dignità dell'uomo che viene così ricercato! Se questi vuole vantarsene, può farlo senza follia, non perché sia qualche cosa in sé stesso, ma perché colui che lo ha creato l'ha fatto così grande. Infatti, tutte le ricchezze, tutti gli onori di questo mondo e quanto in esso possiamo desiderare, tutto questo è poca cosa, anzi è nulla in confronto a questa gloria: «Che è quest'uomo Signore, che tu ne fai tanto conto e a lui rivolgi la tua attenzione» (Gb 7,17).



San Bernardo (1091-1153, monje cisterciense y doctor de la Iglesia
Sermón 1 para el Adviento, 7-8

«Vuestro Padre del cielo, no quiere que se pierda ni uno de estos pequeños»

«He aquí que el nombre del Señor viene de lejos» dice el profeta (Is 30,27) ¿Quién lo podría dudar? Era necesario que en los orígenes ocurriera alguna cosa grande para que la majestad de Dios se dignara descender de tan lejos a un lugar tan indigno de ella. Sí, efectivamente, había una cosa grande: su misericordia, su inmensa compasión, su abundante caridad. En efecto ¿con qué finalidad creemos que Cristo vino? Lo sabremos sin gran esfuerzo puesto que sus propias palabras y sus mismas obras nos revelan claramente la razón de su venida. Vino apresuradamente desde los montes a buscar la centésima oveja extraviada.

Vino por nuestra causa a fin de que las misericordias del Señor, así como sus maravillas, aparezcan con más clara evidencia a la vista de los hijos de los hombres (Sl 106,8). ¡Admirable condescendencia de Dios que nos busca, y gran dignidad del hombre así buscado! Si éste quiere gloriarse de ello puede hacerlo sin aparecer un loco, no porque por sí mismo pueda ser alguna cosa, sino porque es quien lo ha creado que lo ha hecho tan grande. En efecto, todas las riquezas, toda la gloria de este mundo, y todo lo que de él se pueda desear, todo es muy poca cosa e incluso nada en comparación de ésta gloria de la que tratamos. «¿Qué es el hombre para que tanto de él te ocupes, para que pongas en él tu atención?» (Jb 7,17)



Lunedì della II settimana di Avvento. Iconografia del paralitico






Iniziamo la visita di San Saba dagli affreschi che sono stati trasferiti nel corridoio che dalla chiesa conduce ai locali parrocchiali. La datazione di questi affreschi è discussa anche perché appartengono sicuramente a diverse fasi decorative della chiesa stessa. Vennero scoperti e salvati, anche se in maniera frammentaria, agli inizi del 1900, nel corso degli scavi. Le murature della chiesa precedente erano state riutilizzate ed innalzate nell’erezione della chiesa attuale e pertanto, in alcune zone, è stato poi possibile recuperare resti degli affreschi.
Il frammento più grande e più famoso raffigura la scena della guarigione del paralitico che viene calato nella casa dinanzi a Gesù, dopo che è stato scoperchiato il tetto.
Gli ultimi studi di Giulia Bordi lo datano proprio agli inizi della crisi iconoclasta e precisamente negli anni del pontificato di papa Gregorio III (731-741), poco dopo che l’imperatore Leone III aveva emanato il suo editto iconoclasta. La guarigione del paralitico faceva certamente parte di un intero ciclo cristologico che, sulle due pareti, illustrava la vita del Signore con diverse scene.

L’iscrizione greca recita: “Qui il Signore guarì il paralitico”, “evtha o K(urio)s iasato ton [para]lut[ikon]”. Come già dicevamo, l’utilizzo del greco ci conferma nella convinzione che qui viveva a quel tempo una comunità di monaci greci. Sono quasi sicuramente proprio quelli che contribuirono a stendere per il papa Gregorio III, a partire dai testi che avevano portato dall’oriente, il dossier anti-iconoclasta che egli utilizzò per rispondere all’editto dell’imperatore.
Nell’affresco è rappresentato il paralitico con il lettuccio che viene fatto scendere davanti a Gesù che si riconosce dall’aureola nimbata, cioè con la croce. La raffigurazione riprende il brano di Marco 2,1-12, nel quale Gesù annunzia di portare il perdono di Dio stesso. La gente, all’annunzio che Gesù perdona il paralitico, esclama: «Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?» (Mc 2,7). Accusano così Gesù di bestemmiare, cioè di mettersi al posto di Dio. Noi abbiamo perduto scioccamente il senso della gravità del peccato e alle nostre orecchie suona strano che esso possa essere rimesso unicamente da Dio: ma in realtà è veramente così, poiché una volta che il male è stato fatto, esso continua la sua corsa, fino a che Dio, rinnovando il mondo con la resurrezione del Figlio e con il suo perdono, non lo annienta. Gesù, per provare che il perdono di Dio si manifesta in Lui proprio perché Egli è la presenza stessa di Dio nella storia degli uomini, dopo aver donato il perdono chiede al paralitico di cominciare a camminare e così avviene.
A sinistra dell’affresco del paralitico, si vede un piccolo frammento di un altro riquadro del quale è rimasta parte dell’iscrizione con i nomi degli apostoli Giovanni e Giacomo. Siamo in presenza degli affreschi della navata destra che comprendevano un intero ciclo cristologico.