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Mercoledì della III settimana di Quaresima




Compiere il bene significa pure compiere 
ciò che rende feconda e ricca l’esistenza.
Così, il bene è ciò che preserva la vita 
e la conduce alla sua pienezza,
ma soltanto quando è compiuto per se stesso.

Romano Guardini, Liberté, grâce et destinée



Mt 5,17-19 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure un iota o un segno senza che tutto sia compiuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli”.


IL COMMENTO




Nulla di noi è marginale. Tutto è santo. Tutto ci è donato per essere compiuto, colmato, secondo la traduzione letterale dal greco della parola di Gesù (“compiuto”: “riempito trabocchevolmente”). Ogni istante è come uno yod (iota in ebraico), la più piccola lettera dell’alfabeto ebraico, eppure importantissima. Decisivo per definire il significato di molte parole spesso simili, lo Yod è fondamentale per illuminare il senso delle frasi. “Ci sono due possibilità per esprimere il passato: o il verbo senza il prefisso Yod, al compiuto; o il verbo con lo Yod, all’incompiuto, preceduto da un altro prefisso che cambia l’incompiuto in compiuto. Perché allora non dire semplicemente il compiuto? Affinché il passato contenga anche la lettera dell’avvenire, per indicare che la storia non è definitivamente terminata, e che il passato contiene germi di speranza” (Marie Vidal, Un ebreo chiamato Gesù).

Un passato che si fa presente come un grembo fecondo e gravido nell'attesa del compimento. Così è la nostra vita, una raccolta di yod disseminati sul cammino di salvezza pensato e donato da Dio. Il Signore ha sete di dare compimento alle nostre esistenze, desidera ogni momento delle nostre vite, ogni aspetto, anche i peccati, sì, anche quelli, e le amarezze, e le sofferenze, le disperazioni, le angosce e i fallimenti. Gesù ha sete del nostro aceto, dell’asprezza delle nostre vita“Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, disse per compiere la Scrittura: Ho sete”. E sulla croce lo riceve come l'ultimo yod necessario perchè "tutto sia compiuto". Ha reclinato il capo e spirando ci ha inondato del suo Spirito, compimento donato alla nostra vita. Da quel momento, in essa non vi è più nulla da mettere tra parentesi, rifiutare e buttar via. L'amore infatti "è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato".

Lo Spirito Santo impregna ormai la nostra vita facendone una nuova creazione: "alla fine di ogni giorno di creazione il testo biblico dice: Dio vide che era “cosa buona”. In ebraico dice: ki tob. Tob vuol dire “buono”, ma anche “bello”. Ed è questa l’idea: “E vide che (era) buono e bello, ciò che aveva fatto”. C’è proprio il godimento, il compiacersi di Dio per ciò che ha fatto" (Bruna Costacurta, Meditazioni su Genesi 1-4: creazione, peccato e redenzione). Lo Spirito Santo effuso dallo spirare di Cristo fa di ogni giorno della nostra vita come un giorno della nuova creazione, dove tutto della nostra natura e della nostra storia è ki tobkalos in greco, buono e bello perchè "tutto è compiuto"La bellezza e la bontà della vita infatti è il suo compimento nell'amore. Ma vi è qualcosa di più profondo. Con la croce Dio apre le porte alla resurrezione, all'ottavo giorno, al giorno del riposo e del compimento di ogni promessa. "Alla fine di tutto il testo biblico cambia la formula e invece di dire solo che era buono e bello, dice che era molto buono e bello. E questo è il senso del sabato. L’esplosione della bellezza e della bontà della creazione di Dio, di cui Dio stesso gode, e di cui Dio fa dono all’uomo perché anche l’uomo ne goda entrando anche lui nel sabato. Allora l’uomo è l’ultima opera di creazione, fatto nel sesto giorno, ma per poter entrare nel settimo, per poter entrare in quella dimensione di godimento del creato che è molto buono. A questo serve l’osservanza del sabato, per poter celebrare questo Dio della creazione come Dio buono che fa le cose buone, delle quali si può godere senza paura perché: “Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1Cor 3,22-23)" (Bruna Costacurta, Meditazioni su Genesi 1-4: creazione, peccato e redenzione). Nel compiere la Scrittura Cristo compie la nostra ri-creazione, rende bello e buono ogni giorno della "settimana" che è immagine della nostra storia, e fa di ciascuno di noi, del nostro essere più intimo, del nostro carattere, dei nostri pensieri, del nostro cuore, l'opera più buona e bella tra quelle da Lui compiute. Nel compimento dell'ultimo yod della Scrittura Gesù ci ha santificato perchè potessimo godere del suo riposo e della sua gioia. Ci ha amati sino alla fine, sino al compimento secondo l'originale greco, sino all'ultimo yod, per farci felici e perchè potessimo accogliere e amare noi stessi e guardare e vivere la nostra vita come la soglia che ci introduce nel sabato eterno dell'intimità con Lui. Per vivere tutto senza paura, come figli amati, in una storia buona e bella tutta da gustare. Pulire la casa, studiare quella materia insopportabile, cambiare l’ennesimo pannolino, l’odore acre dell’autobus pullulante di zombi mattutini, il capufficio, il traffico alienante, la precarietà economica, il dolore di denti, la cellulite, l’altezza, i nostri occhi, i difetti, il carattere, tutto. Ogni Yod della nostra vita può essere decisivo, e cambiare il corso dell’esistenza. La misericordia di Dio trasforma il momento più routinario in una sorgente di salvezza e di letizia. Vivere pienamente la vita è allora accogliere il senso profondo che Lui consegna ad ogni nostra ora. Anche la più dolorosa, l’ultima che ci viene donata. “Che Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3,17-19).

Ce lo ha insegnato il Papa Giovanni Paolo II, il Grande nel Regno dei cieli, perchè non ha trascurato nulla della propria vita, nessun momento, nessun dolore. In lui Dio ha mostrato come si vive fino in fondo, insegnando agli uomini, dalla cattedra della Croce, l’amore immenso di Dio. I Suoi comandamenti infatti sono il Suo stesso amore declinato nella vita dell'uomo. Esso è attento ad ogni dettaglio, non lascia nulla al caso; i suoi precetti, parole di vita e di libertà, abbracciano in uno sguardo amorevole ogni millimetro della nostra esistenza, ogni giorno della settimana, ogni opera creata dalle sua Parola. I comandamenti sono le parole che accolgono la Parola creatrice perchè ne dia il compimento nell'amore. Osservarli, nella pura Grazia di una vita abbandonata al soffio dello Spirito Santo, significa non disprezzare nulla della nostra vita, e lasciare che l'amore colmi ogni istante, fedeli nelle piccole cose per esserlo nelle grandi, quando sarà preparato l'altare dove sacrificare la vita.

Chi, al contrario, non è fedele ai particolari sarà incapace di amare davvero, inciamperà quando urterà contro l'eccezionale di una crisi del coniuge, del figlio, dell'amico o del fidanzato. Chi trascura il "precetto minimo" si ritroverà con un "amore minimo" incapace di far fronte al bisogno dell'altro, quando questo esonderà dalla routine. Ciò che agli occhi del mondo sembra irrilevante, nel Cielo è considerato decisivo. Insegnare agli altri ad essere sciatti e superficiali mascherando il tutto con una presunta libertà e maturità, e così a stabilire da sé ciò che nella vita è importante e ciò che non lo è, conduce ad una degradazione dell'esistenza e del destino alla quale essa è chiamata. Chi vive disattento e insegna ad esserlo in una celata superbia che rivela l'origine satanica di colui che pretende di farsi Dio, è condannato ad essere considerato minimo laddove è grande l'insignificante, il povero, il peccatore. E' paradossale, ma un peccatore che si converte è "più grande" - capace di una gioia e una pace e un amore "più grandi" - di chi, subdolamente, sovverte la volontà di bene del Signore smontandone gli ingranaggi più piccoli e nascosti, comunque decisivi. E' molto difficile stanare l'inganno che si nasconde dietro ad un'esistenza apparentemente a posto e giusta ma che, nella penombra dei "precetti minimi", tiene ben saldo il timone decidendo autonomamente cosa sia di valore e cosa no. I "novantanove giusti" ironicamente indicati da Gesù nella parabola della pecora smarrita, devono essere proprio di quelli che lasciano scivolare l'osservanza dei precetti minimi: questa giustizia è fragile, considerata "minima" nel Cielo, insufficiente quando si tratta di vivere da figli di Dio. Tralasciare il particolare conduce sempre a non accorgersi dell'insieme, che, alla fine, senza tutti i colori e tutte le sfumature, appare diverso da quello che è. Tralasciare i particolari nel rapporto con la moglie conduce a non accorgersi della complessità che questo suppone e, alla fine, il rapporto esplode perchè la donna accanto si rivela diversa da quella immaginata e creata dalla disattenzione. La superficialità si risolve sempre in un deterioramento della Verità: così anche il Cielo, la vita divina, la gioia e la pienezza promesse all'uomo, si diluiscono risolvendosi in "minime" consolazioni, incapaci di saziare. Il demonio gioca negli spazi stretti e apparentemente irrilevanti per condurre, giorno dopo giorno, a perdere il "grande" amore nel quale e per il quale siamo stati creati.

Questa società, vive in una sorta di analfabetismo esistenziale. Ogni aspetto della vita è un atollo dove ciascuno, come Robinson Crosué, deve imparare a sopravvivere, a darsi delle regole, ma soprattutto deve cercare da mangiare, fruire nel miglior modo possibile quel che vi si trova e saziarsi. L'isola della sessualità, l'isola del lavoro, l'isola del denaro. E poi quella delle famiglia, degli amici, del proprio corpo e così via. Tutto è slegato e dissipato, i giorni si affastellano su vecchi galeoni in cerca di vita, navigando tra un'isola e un'altra, e in ciascuna una faccia diversa, un diverso modo di essere, di intendere. Sono troppe le lingue da apprendere, alla fine non si riesce più a parlare. La Babele dell'orgoglio ha confuso tutto sotto la feroce dittatura del relativismo. Per questo i precetti di Dio, l'attenzione al particolare perchè sia preservata l'unità nel generale, sono l'unica salvezza, l'unica possibilità data all'uomo. "Nella prospettiva dei credenti dell’Antico Testamento la Legge stessa è la forma concreta della grazia. Infatti la grazia è conoscere la volontà di Dio. Conoscere la volontà di Dio significa conoscere se stessi, significa comprendere il mondo, significa sapere dove si va. Significa anche che veniamo liberati dall’oscurità delle nostre domande senza fine, che è giunta la luce, senza la quale non possiamo vedere e procedere. “A nessun altro popolo hai manifestato la tua volontà” (J. Ratzinger, La Chiesa, Israele e le religioni del mondo).

Il compimento di cui oggi ci parla Gesù è proprio la realizzazione di una perfetta unità all'interno della vita dell'uomo attraverso il compimento dello Shemà sulla Croce. "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze. E il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti". Amerai Dio e il prossimo con tutti gli yod, con tutto te stesso. Sulla Croce Gesù compirà la Torah; la corona di spine sulla mente, i chiodi a trapassarne le forze, la lancia a trafiggere il cuore. Così anche il più piccolo frammento della Legge sarà compiuto nella più piccola goccia di sangue versata. La Croce è la Torah compiuta. In essa si svela il compimento dell'uomo; la sua bellezza e bontà appaiono nella ritrovata integrità di una vita che dal frammentario susseguirsi di giorni e ore dissipate, trova in Cristo Crocifisso il suo axis. "Caratteristico del Messia, come nuovo e più grande Mosè, è il fatto che egli porta l’interpretazione definitiva della Torah, in cui la stessa Torah viene rinnovata, perché la sua vera essenza ora si svela completamente e il suo carattere di grazia appare indubitabilmente come realtà. “La Torà del Messia Gesù è una “interpretazione” mediante la croce del Messia Gesù”. La sua autorità “svela la legge nella sua parola essenziale, come appello originario, suscitatore di vita, di colui che l’ha adempiuta”... La Torah del Messia è il Messia stesso, è Gesù. In essa, ciò che delle tavole di pietra del Sinai è davvero essenziale e permanente appare ora iscritto nella carne vivente: il duplice comandamento dell’amore, che trova espressione nei “sentimenti” che furono in Gesù (Fil 2,5). ( J. Ratzinger, ibid.).

Amare Dio con tutto il cuore, con tutte le forze, con tutta la mente, e il prossimo come se stessi: è questa la Legge, in essa sono annotati i più piccoli segni, perchè l'amore tutto copre, tutto crede, tutto spera. Nulla è dimenticato dall'amore. L'amore non è distratto, conosce anche il numero dei capelli del nostro capo. L'amore compie il bene per se stesso, non cerca il proprio interesse, spinge a donarsi perchè è la sua stessa natura. E così in questo amore la nostra vita è finalmente compiuta, la Parola essenziale ne irrora ogni yod, e la fa traboccare di letizia in ogni istante.



  • Non sono venuto ad abolire ma a portare a compimento... JOSEPH RATZINGER, Da "Dio e il mondo"

  • Portando a compimento la legge ebraica (F. Manns. Voi, chi dite che io sia?)

  • NON PASSERÀ NEPPURE UNO YOD DELLA TORAH (Marie Vidal. Un ebreo chiamato Gesù)

  • NON SCOMPARIRÀ NEPPURE UN YOD



    Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
    Lo Spirito e la lettera ; PL 44, 217s




    « Non sono venuto per abolire, ma per portare a compimento »

    La grazia, un tempo nascosta e velata nell'Antico Testamento, è stata rivelata nel Vangelo del Cristo secondo un'ordinatissima distribuzione dei tempi fatta da Dio, che sa disporre bene tutti gli eventi... In tale mirabile coincidenza c'è questa grande differenza tra due epoche: nel Sinai, il popolo non osava accostarsi al luogo dove il Signore donava la sua legge; nel Cenacolo, invece, lo Spirito Santo discende su coloro ai quali era stato promesso e che per aspettarlo si erano riuniti insieme in un sol luogo (Es 19,23; At 2,1). Prima il Dito di Dio operò su tavole di pietra; ora scrive nei cuori degli uomini (2 Cor 3,3). Un tempo, la legge fu proposta esteriormente e spaventava gli ingiusti; ora viene data interiormente, perché gli ingiusti siano da essa giustificati.
    Infatti tutto ciò che fu scritto su quelle tavole: «Non commettere adulterio, non uccidere, non desiderare», e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: «Amerai il prossimo tuo come te stesso». L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore (Rm 13,9-10). L'amore «è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).


Martedì della III settimana di Quaresima




Ma Dio non si arrende:
Dio trova un nuovo modo per arrivare ad un amore libero,
irrevocabile, al frutto di tale amore...
Non siamo noi che dobbiamo produrre il grande frutto;
il cristianesimo non è un moralismo,
non siamo noi che dobbiamo fare quanto Dio si aspetta dal mondo,
ma dobbiamo innanzitutto entrare in questo mistero ontologico:
Dio si dà Egli stesso.
Il suo essere, il suo amare, precede il nostro agire
e, nel contesto del suo Corpo,
nel contesto dello stare in Lui,
identificati con Lui,
nobilitati con il suo Sangue,
possiamo anche noi agire con Cristo.

Benedetto XVI, Incontro con i seminaristi di Roma, 12 febbraio 2011




Mt 18, 21-35 


In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
A questo proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello».


COMMENTO


Il nostro debito è condonato. Ma, come il servo malvagio, probabilmente siamo così presi da noi stessi che riteniamo di aver ottenuto solo una dilazione e non l'estinzione del debito; così tutti i nostri sforzi sono nervosamente diretti a raccattare in qualsiasi modo quel che dobbiamo rendere. Abbiamo implorato clemenza e un po' di pazienza per restituire, mentre il Signore ci ha condonato tutto il debito, nulla più da restituire. E' questa l'esperienza che cambia radicalmente la vita. E' il cristianesimo. Un condannato a morte cui gli siano spalancate le porte della cella. Libero. "O felix culpa, felice colpa, che meritò di avere un così grande redentore!" (Exultet di Pasqua).


10.000 talenti, una somma esorbitante, se si pensa che 1 talento era pari a 6.000 denari e che uno stipendio medio era di 30 denari: per radunare tale cifra un lavoratore dipendente avrebbe dovuto lavorare per una vita e non sarebbe bastato. Il debito con Dio è inestinguibile, se non a prezzo della vita, come la stessa Legge prescriveva. E non solo con la propria, ma anche con quella della moglie e dei figli. Il peccato che rompe con Dio distrugge tutto, la famiglia, il futuro dei figli, si sparge come un'epidemia, rende schiavi e uccide. Ma Cristo ha pagato sino all'ultimo spicciolo, - con la sua stessa vita - il prezzo della nostra redenzione. "Egli ha pagato per noi all'eterno Padre il debito di Adamo, e con il sangue sparso per la nostra salvezza ha cancellato la condanna della colpa antica" (Exultet di Pasqua).


Ma il servo spietato non aveva capito, era rimasto nella convinzione di dover rifondere il debito. Egli è immagine di chi non ha fatto l'esperienza del perdono, della totale gratuità dell'amore di Cristo e vive il proprio cristianesimo senza gioia. Regole e leggi, e sforzi per compierle e rispettarle. La vita diviene come una corsa ad ostacoli, senza amore. Esigendo da se stessi e dagli altri. Moglie, marito, figli, colleghi, tutti strapazzati perchè non scappino dai propri rigidi schemi, ogni "prossimo" imprigionato perchè paghi il "dovuto" così che si possa pagare il "dovuto" per mettere in pace la coscienza. Anche noi viviamo spesso così; il Suo sangue preziosissimo sembra non aver segnato gli stipiti delle nostre porte, e viviamo nel terrore che possa giungere da un momento all'altro l'angelo giustiziere. Una vita senza la Pasqua è una vita preda dell'angoscia e dei sensi di colpa, chiusa nell'oscurità del sospetto e dell'insoddisfazione che avvolge ogni relazione. In debito con Dio vediamo creditori ovunque: tutti ci devono qualcosa, ci sentiamo vittime di ingiustizie di ogni tipo, nessuno ci comprende tributandoci gli onori, l'affetto e la gratitudine che ci spettano. Ma dietro ad ogni atteggiamento di esigenza vi è sempre un cuore che non ha conosciuto il perdono, la profonda riconociliazione con Dio.


Chi invece si è sentito perdonato e riconciliato con Dio, vive in pace, e non pone più limiti all'amore. Perchè la misura dell'amore di Dio è nel non avere misura. E' Lui il prezzo "dovuto" del riscatto. Settanta volte sette, cioè infinite volte. Come l'enormità del debito dissolto nella misericordia. Chi ha conosciuto il perdono di Dio vede la sproporzione tra quanto gli è stato condonato e i 100 denari di cui è creditore. I suoi occhi vedono la trave che li appesantisce e non si accorgono della pagliuzza posata sugli occhi del prossimo. Se il nostro debito con Dio è estinto, il debito del nostro prossimo è naturalmente disciolto nelle stesse viscere di misericordia che ci hanno liberato. Un amore senza limiti che risponde ad un debito infinito rompe la catena del male e della rivalsa, e disegna una nuova "economia di misericordia", la follia dell'economia divina: "L'amore appassionato di Dio per l'uomo è nello stesso tempo un amore che perdona. Esso è talmente grande da rivolgere Dio contro se stesso, il suo amore contro la sua giustizia" (Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 10). La pace, la gioia, la vita vera è tutta in questo amore. "O immensità del tuo amore per noi! O inestimabile segno di bontà: per riscattare lo schiavo, hai sacrificato il tuo Figlio!" (Exultet di Pasqua).






Liturgia ortodossa della Santa Quaresima
Preghiera di Sant’Efrem Siro


Aver pietà del nostro prossimo, così come Dio ha avuto pietà di noi


Signore e Maestro della mia vita,
Non abbandonarmi allo spirito di pigrizia, di scoraggiamento,
di dominazione o di vanità.


(Si fa una prosternazione)


Fammi la grazia, a me tuo servo/tua serva,
dello spirito di castità, di umiltà, di pazienza e di carità.


(Si fa una prosternazione)


Sì, Signore e Re, concedimi di vedere le mie colpe
e di non condannare mio fratello,
tu che sei benedetto nei secoli. Amen.


(Si fa una prosternazione.
Poi si dice tre volte, inclinandosi fino a terra)


O Dio, abbi pietà di me peccatore.
O Dio, purificami peccatore.
O Dio, mio creatore, salvami.
Dei miei tanti peccati, perdonami ! 

Lunedì della III settimana di Quaresima



Togli via da me, o Signore, questo cuore di pietra.
Strappami questo cuore raggrumato.
Distruggi questo cuore non circonciso.
Dammi un cuore nuovo, un cuore di carne, un cuore puro!
Tu purificatore dei cuori e amante dei cuori puri,
prendi possesso del mio cuore, prendivi dimora.
Abbraccialo e accontentalo.
Sii tu più alto di ogni mia sommità,
più interiore della mia stessa intimità.
Tu, esemplare di ogni bellezza e modello di ogni santità,
scolpiscilo con il martello della tua misericordia,
Dio del mio cuore e mia eredità,
o Dio, mia eterna felicità.

Baldovino, Vescovo di Canterbury


Dal Vangelo secondo Luca 4,24-30.

Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria.
Vi dico anche: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese;
ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone.
C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro».
All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno;
si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio.
Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

IL COMMENTO

"L’elemento essenziale del profeta non è quello di predire i futuri avvenimenti; il profeta è colui che dice la verità perché è in contatto con Dio e cioè si tratta della verità valida per oggi che naturalmente illumina anche il futuro" (Joseph Ratzinger). In quell'oggi nella sinagoga di Nazaret esplodeva una verità sconvolgente: la profezia appena proclamata si era compiuta in Gesù, il figlio di Giuseppe il carpentiere. Dio ha voluto avvolgere di mistero l'identità del Figlio per svelare il mistero del cuore dell'uomo. La carne ed il sangue, da soli, non possono vedere Dio e non morire: "Troppo grande è la forza di verità e di luce! Se l'uomo tocca questa corrente assoluta, non sopravvive" (Benedetto XVI, Catechesi all'Udienza generale del 5 maggio 2010). Per vedere Dio e sopravvivere occorre un cuore puro. Da esso come da una fonte intima dell'uomo deve scaturire un'acqua pura capace di irrigare i sensi, la ragione e gli affetti per riconoscere le sembianze di Dio nelle persone e negli eventi. Per i concittadini di Gesù si trattava dunque di una questione di cuore, qualcosa che muove la ragione e la sospinge verso un abbraccio che accolga, riconosca, ami davvero. Avevano vissuto con Gesù, ma in fondo Egli era stato per loro indifferente; anni a contatto con Lui ma non lo avevano amato, e per questo non avevano potuto cogliere il suo mistero.

Gesù, nel suo mistero, si rivela profeta e profezia, ed è rifiutato. Gesù non è amato, il mistero che lo avvolge scandalizza e genera ira e violenza. I suoi, "figli dello stesso padre" - la parola Patria, in greco come in latino ed in italiano deriva da padre - non lo possono afferrare e possedere attraverso la carne e il pensiero, perchè Egli passa e sfugge ad ogni dominio; l'occhio del loro cuore è impuro, paralizzato sulla soglia del mistero. Accoglierlo significherebbe riconoscere la propria debolezza, il bisogno di purificazione e perdono, umiliarsi e inchinarsi di fronte a qualcosa di più grande, sconosciuto, che nel rivelarsi illumina e sazia. Riconoscerlo nel suo mistero significherebbe riconoscersi peccatori.

Non è dunque la familiarità sociale o di sangue che determina la conoscenza. La vedova di Zarepta e Naaman il Siro erano pagani, e hanno visto Dio. L'indigenza e il bisogno ne avevano purificato il cuore. Può vedere Dio solo l'occhio purificato dal crogiuolo della sofferenza. Perchè la vera Patria di Gesù non è la Nazaret geografica e i "suoi" non sono quelli che vi sono nati. La Patria di Gesù è la Croce e i suoi compatrioti sono i peccatori. Per loro si è fatto peccato, con loro ha condiviso il destino di morte, per trasformarlo in destino di perdono e di vita. E' questo il mistero celato in Gesù di Nazaret, il Messia sofferente, il Servo di Yahwè umiliato, disprezzato, rifiuto degli uomini, l'agnello che si è caricato di ogni iniquità.

Anche noi all'apparire del mistero che avvolge chi ci è vicino, temiamo e ci difendiamo chiudendoci a riccio. Amare il mistero celato nell'altro infatti è la condizione perchè egli entri a far parte di noi stessi, ci stupisca e coinvolga nel prodigio di cui è profezia. L'amore per il mistero è la condizione per la castità, dei sentimenti come della carne, porta dischiusa alla purezza del cuore capace di vedere trsfigurata la realtà. Si può vivere anni accanto ad una persona, alla moglie, al marito, ai figli, e non aver amato neanche per un giorno il mistero che li avvolge. Siamo indisponibili ad accogliere quanto potrebbe sconvolgere le nostre esistenze, preferiamo presidiare il poco che abbiamo tra le mani, esaltandolo a criterio e verità assoluti. Ci illudiamo di conoscere, mentre possediamo per non temere di perdere. E così ci ritroviamo a spingere l'altro sul "ciglio del monte per buttarlo nel precipizio", nell'estremo tentativo di far tacere quel mistero che bussa, tenace, alla porta del nostro cuore. L'esito di ogni possesso infatti, è l'omicidio dell'altro. Moglie, marito, chiunque interpelli il nostro cuore ci svela indigenti e inadeguati, peccatori. Il mistero racchiuso nel prossimo è una chiamata all'amore, e ne siamo sprovvisti.

Abbiamo bisogno di un cuore contrito e umiliato, un cuore puro capace di vedere Dio nell'amore incarnato in suo Figlio. Paradossalmente, un cuore puro è un cuore che riconosce d'essere malato, sentina di vizi e fonte di peccato. E lì, nella realtà, riconoscere in Gesù il fratello, il compatriota che ha condiviso la nostra patria di morte. Per il nostro cuore vedovo e lebbroso è oggi la Buona Notizia, la profezia che viene a compiere il Profeta nella sua Patria. In ogni persona che si affaccia all'uscio del nostro cuore è nascosto il mistero di Cristo mendicante il nostro amore e, allo stesso tempo, il suo mistero di misericordia rigenerante. Egli mendica e dona nello stesso momento. Vedere il Messia, il Salvatore, nell'altro è dunque incamminarsi con Lui sul sentiero della Croce, La Patria d'amore dove, amati, impariamo ad amare. "Il vedere si realizza nella sequela, che significa vivere nel luogo dove Gesù dimora. Questo luogo è la sua passione, qui soltanto è presente la sua gloria. Che cos’è accaduto? L’idea del “vedere” ha assunto una dinamica insospettata. Si vede prendendo parte alla passione di Gesù. Acquista così tutto il suo alto significato la profezia: "Guarderanno a colui che hanno trafitto". Vedere Gesù, vedendo in lui allo stesso tempo il Padre, è un atto dell’intera esistenza" (Joseph Ratzinger).


Éloi Leclerc, La sapienza di un povero.

NON SI PUO’ IMPEDIRE AL SOLE DI ILLUMINARE IL MONDO



«Tornerò presto», aveva detto Francesco alla donna. Dopo pochi giorni, egli si rimise in cammino, sul far della sera, con frate Leone per recarsi presso il bambino ammalato. Portava con sé quel sacchetto di semi di fiori che sorella Chiara gli aveva dato quando era passato da San Damiano.

Li seminerò sotto la finestra dei bambini, pensava Francesco; fornirò in tal modo un po' di gioia ai loro sguardi. Quand'essi vedranno la loro casupola tutta fiorita, l'ameranno di più. Ed è tanto diverso quando si son visti dei fiori negli anni dell'infanzia.

Francesco si lasciava cullare da questi pensieri, mentre seguiva Leone attraverso i boschi. Essi erano soliti camminare in silenzio dentro la grande natura. Scesero lungo il pendio d'un burrone, in fondo al quale s'udiva gemere un torrente. Il luogo era solitario e bello d'una bellezza selvaggia e pura. L'acqua schiumeggiava sulle rocce, ilare e chiara, piena di fugaci riflessi azzurrini. Se ne diffondeva un gran senso di fresco, che s'insinuava nel sottobosco circostante. Alcuni ginepri erano fioriti qua e là fra le rocce al di sopra dell'acqua tumultuosa.

- Nostra sorella acqua! - esclamò Francesco avvicinandosi al torrente. - La tua purezza canta l'innocenza di Dio!

Saltando dall'una all'altra pietra, Leone si affrettò ad attraversare il torrente. Francesco gli tenne dietro, ma ci impiegò più tempo. Leone, che lo aspettava in piedi sull’altra riva, guardava l'acqua limpida che scorreva veloce sulla sabbia dorata dal sole fra le rocce grigie. Quando Francesco l'ebbe raggiunto, Leone stava ancora nella sua attitudine contemplativa. Pareva che non potesse più distaccarsi da quello spettacolo. Francesco lo guardò e lo sorprese triste.

- Hai l'aria pensosa - gli disse Francesco.

- Se noi potessimo disporre di un po' di questa purezza - rispose Leone - potremmo conoscere anche noi la gioia folle ed esuberante della nostra sorella acqua, nonché il suo slancio irresistibile.

Traspariva in queste parole una profonda nostalgia. E lo sguardo di Leone fissava, colmo di tristezza, il ruscello che continuava a scorrere nella sua inafferrabile purezza.

- Vieni - disse Francesco, tirandolo per un braccio.

E ripresero entrambi il cammino. Dopo una pausa di silenzio, Francesco chiese a Leone:

- Sai tu, fratello, in che cosa consiste la purezza del cuore?

- Nel non aver nessuna colpa da rimproverarsi - ribatté Leone senza esitare.

- Allora comprendo la tua tristezza - soggiunse Francesco - giacché abbiamo sempre qualcosa da rimproverarci.

- Sì - soggiunse Leone - ed è questo pensiero che mi fa disperare d'attingere un giorno la purezza del cuore.

- Ah, frate Leone, credimi - ribatté Francesco; - non ti preoccupare tanto della purezza dell'anima tua. Volgi lo sguardo a Dio. Ammiralo. Rallegrati di Lui che è tutto e soltanto santità. Rendigli grazie per Lui stesso. Questo, appunto, significa avere il cuore puro.

- E quando ti rivolgi a Dio così, guardati bene dal tornare a ripiegarti su te stesso. Non chiederti mai a che punto sei con Dio. La tristezza che provi nel sentirti imperfetto e peccatore è un sentimento ancora umano, troppo umano. Bisogna guardare più in alto, molto più in alto. C'è Dio, l'immensità di Dio ed il suo inalterabile splendore. Il cuore puro è quel cuore che non cessa di adorare il Signore vivo e vero. Il cuore puro non si interessa che alla esistenza stessa di Dio, ed è capace, pur in mezzo alle sue miserie, di vibrare al pensiero dell'eterna innocenza e dell'eterna gioia di Dio. Un cuore siffatto è al tempo stesso sgombro e ricolmo. Gli basta che Dio sia Dio. In questo pensiero il cuore trova tutta la sua pace, e tutta la sua gioia. E Dio stesso diventa allora tutta la sua santità.

- Dio, nondimeno, esige da noi che ci si sforzi d'essergli fedeli - fece osservare Leone.

- Sì, senza dubbio - soggiunse Francesco. - Ma la santità non consiste in un compimento del proprio essere, né in uno stato di pienezza. La santità consiste, innanzitutto, in un vuoto che si scopre in noi e si accetta, e che Dio ricolma di sé nella misura in cui noi ci si apre alla sua pienezza.

«La nostra miseria, allorché viene accettata, diventa lo spazio libero dove Dio può ancora creare. Il Signore non consente a nessuno di togliergli la gloria. Egli è il Signore, l'Essere unico, il solo Santo. Ma prende il povero per mano, lo estrae dal suo fango e lo invita a sedere fra i principi del suo popolo, perché prenda visione della sua gloria. Dio diventa in tal modo l'azzurro dell'anima sua.

«Contemplare la gloria di Dio, frate Leone, scoprire che Dio è Dio, e Dio per sempre, ben oltre la nostra condizione umana, rallegrarci di Lui, estasiarci dinanzi alla sua eterna giovinezza, rendergli grazie per Lui stesso e per la sua misericordia che non verrà mai meno, tutto ciò costituisce la più profonda esigenza di quell'amore che lo Spirito di Dio non cessa di diffondere nei nostri cuori. In ciò, appunto, consiste per noi l'avere il cuore puro.

«Ma questa purezza non si ottiene con la forza dei pugni tesi né con lo spasimo.

- E come, allora? - chiese Leone.

- Bisogna semplicemente spogliarci di tutto. Far piazza pulita. Accettare la nostra povertà. Rinunciare a tutto ciò che pesa, perfino al peso dei nostri peccati. Non veder altro che la gloria del Signore e lasciarcene irradiare. Ci basta che Dio esista. Allora il cuore si fa più leggero e non sente più se stesso, come l'allodola inebriata di spazio e d'azzurro. Libero da ogni cruccio e preoccupazione, il cuore non aspira se non ad una perfezione che coincide con la pura e semplice volontà divina.

Leone ascoltava sopra pensiero, camminando davanti a Francesco. Ma a mano a mano che procedeva, sentiva il suo cuore farsi più leggero e pieno di pace.