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28 Ottobre. Santi Simone e Giuda Apostoli




αποφθεγμα Apoftegma

E la cosa bella è che nel gruppo dei suoi seguaci, 
tutti, benché diversi, coesistevano insieme, 
superando le immaginabili difficoltà: 
era Gesù stesso, infatti, il motivo di coesione, 
nel quale tutti si ritrovavano uniti. 
Questo costituisce chiaramente una lezione per noi, 
spesso inclini a sottolineare le differenze 
e magari le contrapposizioni, 
dimenticando che in Gesù Cristo 
ci è data la forza per comporre le nostre conflittualità.
Il gruppo dei Dodici è la prefigurazione della Chiesa, 
nella quale devono avere spazio tutti i carismi, 
i popoli, le razze, tutte le qualità umane, 
che trovano la loro composizione e la loro unità nella comunione con Gesù.

Benedetto XVI, 11 ottobre 2006










L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 6,12-16

Avvenne che in quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione.
Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli: Simone, che chiamò anche Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo d'Alfeo, Simone soprannominato Zelota, Giuda di Giacomo e Giuda Iscariota, che fu il traditore.







CHIAMATI NELLA NOTTE IN CUI CRISTO HA VINTO LA MORTE PER ANNUNCIARE CON LA SUA FORZA IL PERDONO DEI PECCATI


Non siamo apostoli per la nostra volontà, per un desiderio, per quanto nobile sia. E' Gesù che costituì, che fece i Dodici. E' opera sua, come la nostra stessa vita è una sua opera che scaturisce dalla sua intimità con il Padre. Mette i brividi pensare al grande mistero della profonda intimità con Gesù alla quale e per la quale siamo stati chiamati. Essa giunge al punto di fare di noi degli alter Christus, degli altri Cristo, condividendo con Lui vita e missione. Gesù è sceso in missione sulla terra uscendo dall'intimità con il Padre per cercare e salvare la pecora perduta. Si è consumato nell'amore che lo ha gettato all'ultimo posto, il posto più lontano dal Padre, scavalcando in una corsa a ritroso, il peccatore più grande della storia. L'ultimo posto di Gesù perché nessuno resti escluso dalla salvezza. Nell'ultimo posto di Gesù vi è il nostro ultimo posto, quello dell'apostolo, quello che ci è riservato ogni giorno. E' esattamente dove i fatti della nostra vita ci conducono che siamo inviati in missione. E' nella difficoltà sul lavoro, in famiglia, dove e con chi sia, che siamo mandati ad essere Cristo stesso, a portare la salvezza, a caricarsi dei peccati del mondo, o meglio a lasciare che Cristo li carichi sulle sue spalle che ha preso in prestito da noi. E' questa la chiamata che ci ha raggiunti, l'amore che consuma il male consumando la nostra vita, perché il mondo riceva la vita, quella vera che ci è data e che sovrabbonda in noi.



QUI IL COMMENTO COMPLETO, LA NOVENA A SAN GIUDA TADDEO E MOLTI APPROFONDIMENTI

Martedì della XXIII settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

Francesco rappresenta un alter Christus,
era veramente un’icona viva di Cristo. 
Egli fu chiamato anche “il fratello di Gesù”. 
In effetti, questo era il suo ideale: essere come Gesù; 
contemplare il Cristo del Vangelo, 
amarlo intensamente, imitarne le virtù. 
Davvero, cari amici, i santi sono i migliori interpreti della Bibbia; 
essi, incarnando nella loro vita la Parola di Dio, 
la rendono più che mai attraente, 
così che parla realmente con noi. 

Benedetto XVI










L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 6,12-19.

In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione.
Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli: Simone, che chiamò anche Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo d'Alfeo, Simone soprannominato Zelota,
Giuda di Giacomo e Giuda Iscariota, che fu il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, che erano venuti per ascoltarlo ed esser guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti immondi, venivano guariti.
Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti.



PRIMIZIE DELLA NUOVA CREAZIONE INVIATI A LASCIARSI TOCCARE DA TUTTI PERCHE' SIANO RAGGIUNTI DALLA FORZA SANANTE DI CRISTO

"E fu sera e fu mattina": così è scandito il racconto della Creazione. Allo stesso modo è scandita la nuova creazione: "Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli". Gesù sale sulla montagna, immagine del Cielo dell'intimità con suo Padre, e come al tempo della creazione, è accanto a Lui per creare la cosa nuova profetizzata dai profeti, il resto santo che annuncerà e testimonierà al mondo la vita nuova, il Paradiso finalmente dischiuso dinanzi a ogni uomo. "Tutto è stato creato per mezzo di Lui", e tutto è ricreato grazie al suo mistero pasquale; dal cuore della sua preghiera, infatti, nascono i dodici apostoli. Gesù si è immerso nella notte, profezia della notte del Getsemani, del buio calato sulla Croce e dell'oscurità del sepolcro, il grembo muto di morte dove è germinata la vita che non muore. Non sappiamo come Gesù abbia pregato, non conosciamo che lotta abbia sostenuto, ma abbiamo però il frutto di quella notte: "Simone, che chiamò anche Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo d'Alfeo, Simone soprannominato Zelota, Giuda di Giacomo e Giuda Iscariota, che fu il traditore", tu ed io. La Chiesa è il frutto primaticcio della Pasqua, dato al mondo perché ne gusti il sapore d'eternità. Notte e preghiera per chiamarci, apostoli scelti tra i suoi discepoli. Gesù ha pronunciato il nostro nome per farci suoi discepoli, ovvero coloro che sono dentro il suo "sé", nell'intimo del suo cuore. E' questa la missione alla quale siamo chiamati. Essere una cosa con Lui, la vita consumata nella sua preghiera. E' l'unica cosa necessaria e buona, che non ci verrà tolta. Per questo Gesù sceglie gli apostoli sul "monte" dove sono sbocciate le beatitudini ed era discesa la Torah, gioia eterna del Popolo di Israele. Sul monte, come un anticipo della Trasfigurazione, essi sono raggiunti e "chiamati a sé dal Signore". E' l'intimità così simile a quella di una madre che porta in grembo suo figlio: senza questo essere "chiamati" e questo "andare" al più intimo "sé stesso" di Gesù non esiste vocazione. Si può diventare preti, si possono fare molte cose, ma la vita non sarà mai una sovrabbondanza di gioia e di amore; tutto sarà esigenza e sforzo, moralismo e giudizio, e mai un sorriso a illuminare il viso. La gente, infatti, accorre da ogni dove per ascoltare Lui, non noi; neanche il più brillante dei predicatori. E' Lui che i malati e i peccatori schiavi del demonio vogliono toccare, non noi; hanno fame del suo corpo e del suo sangue, hanno bisogno dei sacramenti, non dei nostri gesti. Per questo la nostra vita è restare crocifissi con Lui, perché parli in noi e agisca attraverso di noi. Questo è il servizio di un apostolo, che significa "ambasciatore"; se non è strettamente legato a colui che lo invia rischia di annunciare le sue idee, e trasmettere i suoi criteri. Invece Gesù ci ha scelti dal mondo come primizie, ci sta formando nella Chiesa, per essere i suoi "alter christus" per ogni uomo. Come San Francesco, raggiunto e trafitto dall'amore di Gesù, inchiodato alla sua stessa Croce. Quale più autentica e credibile immagine del Signore? 


Sulla "montagna" del Calvario" Gesù moriva e discendeva nel buio di ogni anima, anche in quella di Francesco. A Perugia prima, a Spoleto poi, sino a quella della Verna, le notti hanno avvolto la sua vita, ed erano gli abbracci innamorati del suo Signore. In quelle notti Dio ha dipinto Francesco, un'icona fedele e somigliante del suo Figlio: carne, ossa, parole e stigmate per dargli vita in quella generazione. Allo stesso modo, in ogni notte che ci ha rapiti, come questa che ci avvolge in questo tempo, è stata ed è la mano del Padre a tracciare sicuri i tratti di Gesù in noi. Ogni vocazione, infatti, nasce nella notte della PasquaEssa appare oscura, e lo è, eccome se lo è: quando ci scappa il presente dalle mani, senza capire nulla di quello che ci sta accadendo, e nessun futuro ci è dato di pensare; quando una malattia spezza i sogni e le speranze; o le altri notti che hanno inghiottito l'infanzia e la giovinezza, il divorzio dei genitori, la morte del padre, l'amico che ha tradito, la solitudine a scuola, il fidanzato che è sparito all'improvviso, la povertà e le umiliazioni. O quando il buio ci ha nascosto agli altri, per via di un fisico al di sotto degli standard, o di un pessimo carattere, o perché stranieri, goffi e balbettanti. Era il Signore che imprimeva in noi le sue stigmate. In ogni notte contro la quale abbiamo lottato, che non abbiamo accettato, e per la quale abbiamo sofferto; in ogni notte che abbiamo vissuto sommersi nella solitudine, vi era Gesù, accanto a noi, e pregava per noi. Lì dove tutto moriva Lui raccoglieva ogni frammento per farne un quadro meraviglioso. Dalla notte che il demonio ci ha fatto credere come il capolinea di ogni speranza, una galassia lontana dove ci aveva espulso la storia, nasce il "giorno" della nostra chiamataSì, perché ogni chiamata è il compimento del Mistero Pasquale di Gesù, della notte delle notti che si è fatta giorno senza tramonto. Il Signore ci chiama ogni giorno sulla "montagna" per essere con Lui l'agnello scelto per essere immolato. E di qui, ancora con Lui, "scendere" per scioglierci come sale nel mondo, perché ogni uomo possa risuscitare. Salire sulla Croce e scendere nell'umiltà, non c'è altro cammino per un apostoloLa nostra vocazione nasce in questo mistero di morte e risurrezione, per annunciare e testimoniare che ogni vita ha senso solo in esso: la notte nella quale sono stati amati e scelti gli apostoli è la notte di Cristo che ama sino alla fine. Non si tratta di sentire qualcosa, o di scegliere noi il Signore, ma di lasciarsi scegliere, raggiungere e accogliere dal "giorno" di Gesù. Non esiste chiamata autentica se non ha origine e non è ancorata nel perdono, nell'esperienza indubitabile di un amore così forte da vincere le tenebre della disperazione e del dubbio. Per questo ogni vocazione è la carne che veste la gratitudine, la storia che si fa didascalia della gioia. Niente di più lontano dal volontarismo pelagiano e narcisistico che si trasforma in clericalismo. L'essere chiamato ogni giorno per nome e inviato in missione nel matrimonio, nel sacerdozio o nella vita consacrata, è purissima Grazia; e la gioia in ogni situazione, quella autentica che trasuda anche dalle lacrime di dolore, è la prova che non si sta seguendo un'ideologia o un sogno, ma una chiamata cruda e santa. Gesù ci chiama anche oggi, sapendo che portiamo nel cuore il veleno di Giuda e quello di Pietro. Lui ci conosce e ci ama, e ci chiama deboli e fragili per una missione speciale: essere la sua gioia in mezzo al dolore, il suo "giorno" in mezzo alla notte del mondo. Per questo, anche oggi, e domani, e per tutta la nostra vita, "scenderà con noi" verso i "luoghi pianeggianti" dove giacciono le "moltitudini" di frustrati e falliti che non possono salire sul monte della Croce perché incapaci di soffrire e amare"Tutta la folla", ma proprio tutti, anche i peggiori, hanno bisogno di "toccare" Gesù; nessuno tra i falsi profeti ha la sua "forza" per liberarli; non hanno trovato nel mondo chi li possa "guarire". Ma Gesù e la sua Chiesa, tu ed io nella nostra famiglia, con i colleghi e i parenti, abbiamo una "forza" che "guarisce tutti", anche il più corrotto. Lo ha fatto quel giorno in quella pianura, lo farà oggi, e guarirà "anche quelli che sono tormentati da spiriti immondi" e lo rifiutano. 






 APPROFONDIMENTI







Ratzinger - Benedetto XVI. "Tutte le Chiese per tutto il mondo"

Ratzinger - Benedetto XVI. Il destino di questi "chiamati" sarà intimamente legato a quello di Gesù. 

GIOVANNI PAOLO II. MESSA PER LA MISSIONE DELLA CHIESA NEL MONDO

Commenti patristici

P. Raniero Cantalamessa. la Chiesa, una "casa sollievo della sofferenza"

P. R. Cantalamessa. Parlare “come con parole di Dio”. Gli apostoli, la predicazione e l'annuncio

Don Luigi Giussani. Dall'utopia alla presenza

La messe è molta, ma gli operai sono pochi.

Regno, nel Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento

Misericordia nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento

Apostolo nel Dizionario dei termini del Nuovo Testamento

Dodici, come le tribù di Israele: Gesù e il nuovo popolo di Dio

Chiamò a sé i dodici

S. TERESA DI LISIEUX. 80 anni Patrona delle Missioni





28 ottobre. Santi Giuda e Taddeo




αποφθεγμα Apoftegma

E la cosa bella è che nel gruppo dei suoi seguaci, 
tutti, benché diversi, coesistevano insieme, 
superando le immaginabili difficoltà: 
era Gesù stesso, infatti, il motivo di coesione, 
nel quale tutti si ritrovavano uniti. 
Questo costituisce chiaramente una lezione per noi, 
spesso inclini a sottolineare le differenze 
e magari le contrapposizioni, 
dimenticando che in Gesù Cristo 
ci è data la forza per comporre le nostre conflittualità.
Il gruppo dei Dodici è la prefigurazione della Chiesa, 
nella quale devono avere spazio tutti i carismi, 
i popoli, le razze, tutte le qualità umane, 
che trovano la loro composizione e la loro unità nella comunione con Gesù.

Benedetto XVI, 11 ottobre 2006



QUI IL COMMENTO AUDIO




L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 6,12-16

Avvenne che in quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione.
Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli: Simone, che chiamò anche Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo d'Alfeo, Simone soprannominato Zelota, Giuda di Giacomo e Giuda Iscariota, che fu il traditore.


Apostoli per Grazia


Non siamo apostoli per la nostra volontà, per un desiderio, per quanto nobile sia. E' Gesù che costituì, che fece i Dodici. E' opera sua, come la nostra stessa vita è una sua opera che scaturisce dalla sua intimità con il Padre. Mette i brividi pensare al grande mistero della profonda intimità con Gesù alla quale e per la quale siamo stati chiamati. Essa giunge al punto di fare di noi degli alter Christus, degli altri Cristo, condividendo con Lui vita e missione. Gesù è sceso in missione sulla terra uscendo dall'intimità con il Padre per cercare e salvare la pecora perduta. Si è consumato nell'amore che lo ha gettato all'ultimo posto, il posto più lontano dal Padre, scavalcando in una corsa a ritroso, il peccatore più grande della storia. L'ultimo posto di Gesù perché nessuno resti escluso dalla salvezza. Nell'ultimo posto di Gesù vi è il nostro ultimo posto, quello dell'apostolo, quello che ci è riservato ogni giorno. E' esattamente dove i fatti della nostra vita ci conducono che siamo inviati in missione. E' nella difficoltà sul lavoro, in famiglia, dove e con chi sia, che siamo mandati ad essere Cristo stesso, a portare la salvezza, a caricarsi dei peccati del mondo, o meglio a lasciare che Cristo li carichi sulle sue spalle che ha preso in prestito da noi. E' questa la chiamata che ci ha raggiunti, l'amore che consuma il male consumando la nostra vita, perché il mondo riceva la vita, quella vera che ci è data e che sovrabbonda in noi.



QUI IL COMMENTO COMPLETO, LA NOVENA A SAN GIUDA TADDEO E MOLTI APPROFONDIMENTI

28 ottobre. Santi Giuda e Taddeo



E la cosa bella è che nel gruppo dei suoi seguaci, 
tutti, benché diversi, coesistevano insieme, 
superando le immaginabili difficoltà: 
era Gesù stesso, infatti, il motivo di coesione, 
nel quale tutti si ritrovavano uniti. 
Questo costituisce chiaramente una lezione per noi, 
spesso inclini a sottolineare le differenze 
e magari le contrapposizioni, 
dimenticando che in Gesù Cristo 
ci è data la forza per comporre le nostre conflittualità.
Il gruppo dei Dodici è la prefigurazione della Chiesa, 
nella quale devono avere spazio tutti i carismi, 
i popoli, le razze, tutte le qualità umane, 
che trovano la loro composizione e la loro unità nella comunione con Gesù.

Benedetto XVI, 11 ottobre 2006





Dal Vangelo secondo Luca 6,12-16

Avvenne che in quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione.
Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli: Simone, che chiamò anche Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo d'Alfeo, Simone soprannominato Zelota, Giuda di Giacomo e Giuda Iscariota, che fu il traditore.


Il commento

La nostra chiamata sorge dall'aurora di Pasqua. Gesù infatti chiama i Dodici al termine di una lunga notte di preghiera, e li costituisce "apostoli". Apostoli deriva dal greco "apostello", che significa "persone inviate appositamente da un Altro". In ambiente ebraico vi era lo "schaliah", l'inviato, il procuratore nel quale era considerato presente colui che lo inviava; tutto quello che l'inviato faceva era considerato come fatto da colui che lo aveva inviato. Nel Talmud si legge: " Lo schaliah di una persona è un altro se stesso".

Gesù è l'Apostolo del Padre, l'incarnazione viva e reale, qui ed oggi, dell'amore infinito di Dio. Gesù è uscito dal segreto del Padre per entrare nella notte dei nostri peccati e della nostra morte. Nell'agone definitivo ha vinto il nostro egoismo. Il monte dove Gesù è salito a pregare è "il luogo della sua solitudine, in cui si rivolge al Padre. E' l'espressione dell'interiore ascesa al di sopra degli invischiamenti nelle cose di tutti i giorni. La vocazione dei discepoli nasce nel colloquio di Gesù con il Padre. Se vogliamo scoprire la nostra vocazione, accoglierla e portarla a maturazione, dobbiamo scoprire il monte di Gesù: la liberazione dalle cose di tutti i giorni, il contatto con il Dio vivente, dove si ascolta la voce di Gesù" (J. Ratzinger, Servitori della vostra gioia, p. 89).

Gesù nella preghiera ha ascoltato il grido sofferente dell'umanità. La notte sul monte è stato l'immergersi nella notte che ha inghiottito l'uomo di ogni generazione sopraffatto dall'inganno del demonio. Gesù, come Mosè "dentro [la tenda] rapito in alto mediante la contemplazione, si lascia fuori [della tenda] incalzare dal peso dei sofferenti" (Gregorio Magno, Regola pastorale, SCh 381, 198) sul monte che già prefigurava la Croce, si è lasciato incalzare dal dolore di ogni uomo; il peccato lo ha crocifisso e spinto nella notte della morte dalla quale è però uscito vittorioso nell'alba della risurrezione. La nostra chiamata nasce da questo mistero d'amore. I nostri nomi sono risuonati nel cuore di Cristo accanto al grido di dolore dell'umanità. Per questo il Signore ci ha raggiunti e amati così, schiavi di essere sempre e solo apostoli di noi stessi. Nella nostra notte, quella che forse stiamo vivendo ora, la Sua preghiera ci ha liberati e all'alba della risurrezione ci ha chiamati ad essere Lui per questa generazione. Famiglia, lavoro, studio, gioie e dolori, ogni momento è uno sguardo d'amore di Cristo impresso nel nostro stesso sguardo, la Sua vittoria che scaturisce dalla nostra vita per la salvezza del mondo. Il nostro nome nel Suo Nome. Noi in Lui. Apostoli di Cristo, figli del suo amore. Il nostro nome chiamato è segno di una vita consegnata al dolore dell'umanità. Tutto di noi è a servizio di questa generazione; nulla della nostra esistenza è estraneo al dolore e ai bisogni di chi ci è posto accanto, di coloro ai quali siamo inviati. Nel nostro nome risuona la voce di Gesù, e con essa ci incalza il peso dei sofferenti. Dietro ogni evento della nostra vita si nascondono i volti dei poveri, dei peccatori, degli schiavi. A loro siamo inviati, ogni istante, in ogni luogo.

"Ma dov’è Dio? Lo conosciamo e possiamo mostrarLo nuovamente all’umanità per fondare una vera pace?" (Benedetto XVI, Discorso ad Assisi, 27 ottobre 2011). Ciascuno di noi, misteriosamente, annuncia la risposta di Dio al grido di dolore del mondo, perchè la risposta è stata, è e sarà Cristo morto e risorto. In Lui non solo annunciamo, ma siamo noi stessi la risposta. Dirà Gesù di fronte alla fame delle folle: "Dategli voi stessi da mangiare". La risposta alla fame è tutta in quel "voi stessi". La sua Parola chiama all'esistenza, moltiplica e distribuisce; la sua chiamata ci ha tratti dalla morte alla vita, ha dato senso e pienezza alla nostra esistenza, e così ne ha fatto un dono per l'umanità. Possiamo dare noi stessi da mangiare perché Lui è in noi e noi ormai siamo Lui. Per questo è necessario che Dio parli lo stesso linguaggio dell'uomo, di quello concreto a cui siamo inviati. Ciò significa che, per essere una risposta autentica, credibile e comprensibile Dio ci conduce nella medesima vita, nelle medesime sofferenze dell'umanità. L'apostolo è la voce stessa di Dio, ed è sintonizzata sul dolore; ciò significa che lo condivide, che lo sperimenta in tutto, come ogni altro uomo. Per essere la risposta di Dio occorre dunque parlare la stessa lingua di chi soffre: ammalarsi, essere traditi, abbandonati, sperimentare la solitudine e l'ingiustizia, perché in tutto brilli la speranza dell'amore che ha vinto il peccato e la morte. Se moltissimi nel mondo non riescono a trovare Dio "dipende anche dai credenti con la loro immagine ridotta o anche travisata di Dio. Così la loro lotta interiore e il loro interrogarsi è anche un richiamo a noi credenti, a tutti i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile" (Benedetto XVI,Discorso ad Assisi, 27 ottobre 2011). E' questo il cammino dell'incarnazione, che depone un seme di vita eterna nella carne soggetta alla corruzione. 

Non siamo apostoli per la nostra volontà, per un desiderio, per quanto nobile sia. E' Gesù che costituì, che fece i Dodici. E' opera sua, come la nostra stessa vita è una sua opera che scaturisce dalla sua intimità con il Padre. Mette i brividi pensare al grande mistero della profonda intimità con Gesù alla quale e per la quale siamo stati chiamati. Essa giunge al punto di far di noi degli alter Christus, degli altri Cristo, condividendo con Lui vita e missione. Gesù è sceso in missione sulla terra uscendo dall'intimità con il Padre per cercare e salvare la pecora perduta. Si è consumato nell'amore che lo ha gettato all'ultimo posto, il posto più lontano dal Padre, scavalcando in una corsa a ritroso, il peccatore più grande della storia. L'ultimo posto di Gesù perché nessuno resti escluso dalla salvezza. Nell'ultimo posto di Gesù vi è il nostro ultimo posto, quello dell'apostolo, quello che ci è riservato ogni giorno. E' esattamente dove i fatti della nostra vita ci conducono che siamo inviati in missione. E' nella difficoltà sul lavoro, in famiglia, dove e con chi sia, che siamo mandati ad essere Cristo stesso, a portare la salvezza, a caricarsi dei peccati del mondo, o meglio a lasciare che Cristo li carichi sulle sue spalle che ha preso in prestito da noi. E' questa la missione, la chiamata che ci ha raggiunti, l'amore che consuma il male consumando la nostra vita, perché il mondo riceva la vita, quella vera che ci è data e che sovrabbonda in noi.

"Dodici è il numero delle tribù di Israele, ma è anche il numero delle costellazioni che scandiscono il ritmo dell'anno. Questo nuovo popolo è così votato alla conformità tra cielo e terra: sia fatta la tua volontà come in Cielo così in terra. Il cammino che qui si intraprende, decide per il cielo e per la terra e li rende conformi. I dodici, che qui sono stati chiamati, diventano per così dire le nuove costellazioni della storia, che ci indicano il cammino attraverso i secoli" (J. Ratzinger, Servitori della vostra gioia, p. 91) . Così, se la Chiesa, la comunità della quale siamo parte è la costellazione della storia che indica la salvezza e la via a Dio, la nostra esistenza è una stella, che si consuma brillando, luce purissima che brucia peccati e debolezze, il fuoco dell'amore infinito di Dio riversato in noi perchè tutto di noi sia un segno sicuro e autentico del Cielo.