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La porta stretta. Benedetto XVI

L'odierna liturgia ci propone una parola di Cristo illuminante e al tempo stesso sconcertante. Durante la sua ultima salita verso Gerusalemme, un tale gli chiede: "Signore, sono pochi quelli che si salvano?". E Gesù risponde: "Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno" (Luca 13, 23-24). Che significa questa "porta stretta"? Perché molti non riescono ad entrarvi? Si tratta forse di un passaggio riservato solo ad alcuni eletti? In effetti, questo modo di ragionare degli interlocutori di Gesù, a ben vedere è sempre attuale: è sempre in agguato la tentazione di interpretare la pratica religiosa come fonte di privilegi o di sicurezze. In realtà, il messaggio di Cristo va proprio in senso opposto: tutti possono entrare nella vita, ma per tutti la porta è "stretta". Non ci sono privilegiati. Il passaggio alla vita eterna è aperto a tutti, ma è "stretto" perché è esigente, richiede impegno, abnegazione, mortificazione del proprio egoismo.

Ancora una volta, come nelle scorse domeniche, il Vangelo ci invita a considerare il futuro che ci attende e al quale ci dobbiamo preparare durante il nostro pellegrinaggio sulla terra. La salvezza, che Gesù ha operato con la sua morte e risurrezione, è universale. Egli è l'unico redentore e invita tutti al banchetto della vita immortale. Ma ad un'unica e uguale condizione: quella di sforzarsi di seguirlo ed imitarlo, prendendo su di sé, come Lui ha fatto, la propria croce e dedicando la vita al servizio dei fratelli. Unica e universale, dunque, è questa condizione per entrare nella vita celeste. Nell'ultimo giorno – ricorda ancora Gesù nel Vangelo –non è in base a presunti privilegi che saremo giudicati, ma secondo le nostre opere. Gli "operatori di iniquità" si troveranno esclusi, mentre saranno accolti quanti avranno compiuto il bene e cercato la giustizia, a costo di sacrifici. Non basterà pertanto dichiararsi "amici" di Cristo vantando falsi meriti: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze" (Luca 13, 26). La vera amicizia con Gesù si esprime nel modo di vivere: si esprime con la bontà del cuore, con l'umiltà, la mitezza e la misericordia, l'amore per la giustizia e la verità, l'impegno sincero ed onesto per la pace e la riconciliazione. Questa, potremmo dire, è la "carta d'identità" che ci qualifica come suoi autentici "amici"; questo è il "passaporto" che ci permetterà di entrare nella vita eterna.

Cari fratelli e sorelle, se vogliamo anche noi passare per la porta stretta, dobbiamo impegnarci ad essere piccoli, cioè umili di cuore come Gesù. Come Maria, sua e nostra Madre. Lei per prima, dietro il Figlio, ha percorso la via della croce ed è stata assunta nella gloria del cielo, come abbiamo ricordato qualche giorno fa. Il popolo cristiano la invoca quale "Ianua Coeli", porta del cielo. Chiediamole di guidarci, nelle nostre scelte quotidiane, sulla strada che conduce alla "porta del cielo".

Sono molti o pochi quelli che si salvano? Raniero Cantalamessa

C'è una domanda che ha sempre assillato i credenti: sono molti o pochi quelli che si salvano? In certe epoche, questo problema è diventato così acuto da gettare alcune persone in una angoscia terribile. Il Vangelo di questa Domenica ci informa che un giorno questo problema fu posto a Gesù: "Mentre era in cammino verso Gerusalemme, un tale gli chiese: Signore, sono pochi quelli che si salvano?" La domanda, come si vede, verte sul numero; in quanti ci si salva: in molti o in pochi? Gesù, rispondendo, sposta il centro dell'attenzione dal quanti al come ci si salva, cioè entrando "per la porta stretta".

È lo stesso atteggiamento che notiamo a proposito del ritorno finale di Cristo. I discepoli chiedono quando avverrà il ritorno del Figlio dell'uomo e Gesù risponde indicando come prepararsi a quel ritorno, cosa fare nell'attesa (cfr. Mt 24, 3-4). Questo modo di fare di Gesù non è strano o scortese. È semplicemente l'agire di uno che vuole educare i discepoli a passare dal piano della curiosità, a quello della vera sapienza; dalle questioni oziose che appassionano la gente, ai veri problemi che servono per la vita.

Già da questo possiamo capire l'assurdità di quelli che, come i Testimoni di Geova, credono di sapere addirittura il numero preciso dei salvati: centoquarantaquattromila. Questo numero che ricorre nell'Apocalisse ha un valore puramente simbolico (il quadrato di 12, il numero delle tribù d'Israele, moltiplicato per mille) ed è spiegato immediatamente dall'espressione che segue: "una moltitudine immensa che nessuno poteva contare" (Ap 7, 4.9).

Oltre tutto, se quello è davvero il numero dei salvati, allora possiamo chiudere subito bottega, noi e loro. Sulla porta del paradiso ci deve essere appeso da tempo, come all'ingresso di certi parcheggi, un cartello con la scritta "Completo".

Se, dunque, a Gesù non interessa tanto rivelarci il numero dei salvati, quanto il modo di salvarsi, vediamo cosa egli ci dice a questo riguardo. Due cose sostanzialmente: una negativa, una positiva; prima, ciò che non serve, poi ciò che serve per salvarsi. Non serve, o comunque non basta, il fatto di appartenere a un determinato popolo, a una determinata razza, tradizione, o istituzione, fosse pure il popolo eletto da cui proviene il Salvatore. Ciò che mette sulla strada della salvezza non è un qualche titolo di possesso ("Abbiamo mangiato e bevuto intua presenza..."), ma è una decisione personale, seguita da una coerente condotta di vita. Questo è più chiaro ancora nel testo di Matteo che mette in contrasto tra di loro due vie e due porte, una stretta e una larga (cf. Mt 7, 13-14).

Perché queste due vie sono chiamate rispettivamente via "larga" e via "stretta"? È forse la via del male sempre facile e piacevole da percorrere e la via del bene sempre dura e faticosa? Qui c'è da fare attenzione per non cadere nella solita tentazione di credere che tutto va magnificamente bene quaggiù ai malvagi e tutto invece va sempre storto ai buoni. La via degli empi è larga, sì, ma solo all'inizio; a mano a mano che ci si inoltra in essa, diventa stretta e amara. Diventa, in ogni caso, strettissima alla fine, perché finisce in un vicolo cieco. La gioia che in essa si prova ha come caratteristica di diminuire via via che la si gusta, fino a generare nausea e tristezza. Lo si vede in certi tipi di ebbrezze, come la droga o l'alcol, il sesso. Occorre una dose o uno stimolo sempre più grande per produrre un piacere della stessa intensità. Fino a che l'organismo non risponde più ed è lo sfacelo, spesso anche fisico. La via dei giusti invece è stretta all'inizio, quando la si imbocca, ma poi diventa una via spaziosa, perché in essa si trovano speranza, gioia e pace del cuore.