Visualizzazione post con etichetta Mt 10.17-22. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mt 10.17-22. Mostra tutti i post

26 Dicembre. Santo Stefano Protomartire



Il martirio di Santo Stefano, miniatura, 1350-1378, Parigi, Biblioteca Nazionale


La carità che fece scendere Cristo dal cielo sulla terra, 
innalzò Stefano dalla terra al cielo. 
La carità che fu prima nel Re, rifulse poi nel soldato.
Stefano quindi per meritare la corona che il suo nome significa, 
aveva per armi la carità e con essa vinceva dovunque. 
Per mezzo della carità non cedette ai Giudei 
che infierivano contro di lui; 
per la carità verso il prossimo pregò per quanti lo lapidavano. 
Con la carità confutava gli erranti perché si ravvedessero; 
con la carità pregava per i lapidatori perché non fossero puniti.
Sostenuto dalla forza della carità vinse Saulo che infieriva crudelmente, 
e meritò di avere compagno in cielo 
colui che ebbe in terra persecutore.

San Fulgenzio di Ruspe





Beato Martín Martínez Pascual


La foto-agenzia EFE, riflette il volto di un sacerdote spagnolo, catturato dai miliziani repubblicani durante la guerra civile spagnola, alcuni momenti prima di essere fucilato il 18 di agosto del 1936. L'autore dell'istantanea è il fotografo tedesco Hans Gutmann. Il sacerdote dell'immagine è il beato Martín Martínez Pascual presbitero e martire, membro della Società di Sacerdoti Operai Diocesani. La fotografia l'aveva nel suo ufficio il Decano della Facoltà di Teologia di Madrid San Dámaso, Pablo Dominguez, morto qualche tempo fa in un incidente di montagna. Su questa fotografio, Pablo affermò: "La ottenni a Mosca, in un congresso. Mi piacque e, leggendo le frasi del riquadro, mi interessai alla cosa ancora di più. È la fotografia - mentre lo spiegava gli brillavano gli occhi, si sentiva emozionato e con voglia di imitarlo; sembrava che parlasse di sé - di un sacerdote spagnolo, il Beato Martín Martínez, operaio diocesano, naturale di Valdealgorfa (Teruel), diocesi di Saragozza. Fissatevi bene sul suo sguardo fermo, le braccia, sicuro e coraggioso..."



Dal Vangelo secondo Matteo 10,17-22

Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.  Il fratello darà a morte il fratello e il padre il figlio, e i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. E sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato. 


Il commento


"Guardatevi dagli uomini" ma non smettete di guardare ogni uomo con gli occhi di Cristo, perché essi, fissando gli occhi su di voi, vedranno il vostro volto “come quello di un angelo” (cfr. Atti 6,15). Nei vostri occhi contempleranno il “Cielo aperto ed il Figlio di Dio” vittorioso sulla morte e il peccato intercedere alla destra del Padre per ciascun uomo, anche per l'ultimo e peggior peccatore. Oggi, il primo giorno di vita del Signore appena concluso, ci consegna il primo frutto della sua venuta nella carne. Carne offerta in una mangiatoia, inerme, mangiata. Stefano, carne perfetta di Colui che ne ha preso la carne per farne un'offerta gradita e santa, carne martire a “corona” di uno sguardo di misericordia. Stefano, parole di fuoco e volto d'angelo, Verità e Misericordia abbracciate per salvare un mondo di aguzzini, perduti nell'irragionevolezza del peccato. Stefano, il primo di una moltitudine immensa, la schiera dei martiri che innervano da due millenni la Chiesa del sangue stesso di Cristo, Bambino sepolto in una mangiatoia perché ogni adulto sepolto nella morte che è salario del peccato, possa ridiventare bambino ed entrare nel Paradiso. "Nel bambino nella stalla di Betlemme, si può, per così dire, toccare Dio e accarezzarlo" (Benedetto XVI,Omelia nella Notte di Natale 2011). Ma in quel Bambino, Dio può essere anche ferito, lapidato, ucciso. Dio può morire nella carne di suo Figlio. Egli è entrato nel mondo dalla porta di servizio, quella di una stalla lercia e maleodorante, senza difese, esposto ad ogni ingiustizia, ai sassi e agli sputi, al vilipendio e alla menzogna, alla calunnia e all'ira, alla concupiscenza e all'idolatria, all'odio cieco e sordo, all'avidità insaziabile e all'orgoglio smisurato. Dio ha dimenticato d'essere Dio, non ha difeso gelosamente la sua dignità, si è confuso tra le carni olezzanti di peccato, celando l'immacolatezza della sua ed esponendo perfino quella di sua Madre al sospetto e all'ingiuria calunniosa, per puro, unico e incredibile amore. Dio s'è fatto il più piccolo tra i piccoli, un granello di senape, perché le fauci del male e del maligno ne avessero più facilmente ragione; gli uomini avevano reso semplice il copione al demonio, Dio lo ha reso ancor più facile per spingerlo alla disfatta: si è fatto uomo come tutti, e di più, si è fatto servo e peccato, preda succulenta per attirare il predatore e farne la preda da consegnare al Padre, ormai smascherata e vinta per sempre. Dio ha cercato il limite estremo della libertà dell'uomo, dove egli ha toccato e mangiato del frutto che gli era stato precluso, oltrepassando il confine entro il quale avrebbe vissuto nella comunione perfetta con il Creatore. Attraverso le mani pure e sante di Maria, Dio sì è fatto deporre su quel fronte insanguinato, facendosi carne da toccare come quel frutto, azzannato da un cuore infetto d'orgoglio, saturo di superbia, accecato di menzogna. Si è fatto uccidere, e dalla sua morte si è sprigionata la Grazia del perdono, della Vita stupefacente ed eterna, vittoriosa su ogni peccato. 

Una mangiatoia, un Bambino e una Madre. Come al Principio, un nuovo ed eterno Principio: un albero, un frutto e una donna. Toccare, mangiare e nascere, invece di toccare, mangiare e morire, perché in Gesù, il destino di morte è trasformato in un'alba di Vita. Il Mistero del Natale, come raccontano le icone dell'Oriente, si svela nel Mistero di Pasqua. Il segno, l'unico, annunciato dagli angeli, l'unica ragione della gioia e della pace: un bimbo adagiato nella morte per seminarvi la Vita. Maria, la Nuova Eva madre di ogni vivente, è l’immagine della Chiesa che depone ogni giorno su ogni centimetro della terra, il suo Bambino indifeso, perché sia toccato e mangiato, e offrire così, senza stancarsi, il frutto squisito del perdono. Natale, Pasqua, le notti del Salvatore come quella che ha ingoiato Stefano, deposto nella mangiatoia della storia della Chiesa e del mondo; Stefano, Cristo vivo e risorto in Lui, amore puro e gratuito che risplende come un angelo nella notte dei pastori, annuncio e profezia di gioia vera e pace autentica; Stefano, diacono e servo, immagine “perfetta” del Servo di Yahwè, agnello di Dio condotto al sacrificio; nella sua carne è nascosto un frammento della passione di Gesù, perché essa giunga, viva, visibile, toccabile, afferrabile per quegli assassini lì di fronte, così libera da essere di nuovo uccisa e diventare ancora viscere di misericordia nelle quali rinascere in una vita nuova. Il seno benedetto del Golgota, il passaggio angusto inaugurato da Gesù e percorso da Stefano, la porta al Paradiso perduto da ogni uomo, e il Figlio e i suoi fratelli accompagnati dalla loro Madre, ancora una volta su quella soglia, a decidere il bene per chi ha compiuto il male. Il Figlio in ogni suo fratello, in Stefano, il primo, e via via in ogni altro, sino al beato Martín Martínez Pascual (il sacerdote martire ritratto nella foto pochi istanti prima di essere fucilato durante la guerra civile spagnola), gli occhi d'angelo fissi sui suoi assassini, e le stesse parole prima di morire fucilato:  "Io non voglio altro che darvi la mia benedizione affinché Dio non vi prenda in considerazione la pazzia che commettete". Guardava la morte, come Stefano, come ogni martire, fissava gli uomini e li vedeva salvi, le vesti bianche nel sangue del suo Signore, ed era il suo che, per loro, era in procinto di versare. Un prete, un uomo, un bambino, un agnello muto “consegnato ai tribunali” delle ideologie e dei criteri mondani, “flagellato” nell'anima dai giudizi, dalle gelosie, dai rancori e dalle invidie. “Odiato da tutti”, senza esclusione, perché in tutti - padre o fratello, amico o fidanzata, figlio o collega che siano poco importa - è vivo il veleno del serpente antico. Esso cerca avido la carne di Cristo dove sciogliersi, ignaro che questo si tradurrà nella sua fine. L'ha cercata in Stefano, in Pietro, in Martin, in ciascuno di noi oggi. Per questa “ora” siamo venuti al mondo, la stessa del Figlio che ci ha amati e riscattati: l'ora nella quale “guardarsi” da compromessi e i legami carnali, e fissare ogni uomo con gli occhi di Cristo. “Lo Spirito parlerà” nel nostro sguardo, nelle nostre parole - ove esse fossero necessarie - nei nostri gemiti sotto la pioggia di sassi e spari e flagelli: "Padre perdonali, non imputare loro questo peccato", le parole di un angelo, martire e apostolo mite dell'amore che vince il peccato, i balbettii d’amore preparati per noi e per il mondo.   









APPROFONDIRE

Benedetto XVI. Santo Stefano Protomartire

Iconografia di Santo Stefano protomartire

Liturgia di Santo Stefano Protomartire. Cenni storici

Sant'Agostino. Nella festa di Santo Stefano

Sant'Agostino. Sul martire Stefano

Sant'Agostino. Nel natale di Santo Stefano

San Giovanni Crisostomo. «Signore, non imputar loro questo peccato»

San Fulgenzio di Ruspe. Il martirio di Santo Stefano

San Gregorio di Nissa. Santo Stefano: la sua speranza era in pieno accordo con ciò che accadeva

Nicola di Clairvaux. Santo Stefano: Calpesta ciò che appartiene alla terra e aspira alle realtà dell'alto che sono eterne.

San Cirillo di Gerusalemme. Guardatevi dagli uomini perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe





26 dicembre. Santo Stefano Protomartire



  
La carità che fece scendere Cristo dal cielo sulla terra, 
innalzò Stefano dalla terra al cielo. 
La carità che fu prima nel Re, rifulse poi nel soldato.
Stefano quindi per meritare la corona che il suo nome significa, 
aveva per armi la carità e con essa vinceva dovunque. 
Per mezzo della carità non cedette ai Giudei 
che infierivano contro di lui; 
per la carità verso il prossimo pregò per quanti lo lapidavano. 
Con la carità confutava gli erranti perché si ravvedessero; 
con la carità pregava per i lapidatori perché non fossero puniti.
Sostenuto dalla forza della carità vinse Saulo che infieriva crudelmente, 
e meritò di avere compagno in cielo 
colui che ebbe in terra persecutore.

San Fulgenzio di Ruspe





Beato Martín Martínez Pascual


La foto-agenzia EFE, riflette il volto di un sacerdote spagnolo, catturato dai miliziani repubblicani durante la guerra civile spagnola, alcuni momenti prima di essere fucilato il 18 di agosto del 1936. L'autore dell'istantanea è il fotografo tedesco Hans Gutmann. Il sacerdote dell'immagine è il beato Martín Martínez Pascual presbitero e martire, membro della Società di Sacerdoti Operai Diocesani. La fotografia l'aveva nel suo ufficio il Decano della Facoltà di Teologia di Madrid San Dámaso, Pablo Dominguez, morto qualche tempo fa in un incidente di montagna. Su questa fotografio, Pablo affermò: "La ottenni a Mosca, in un congresso. Mi piacque e, leggendo le frasi del riquadro, mi interessai alla cosa ancora di più. È la fotografia - mentre lo spiegava gli brillavano gli occhi, si sentiva emozionato e con voglia di imitarlo; sembrava che parlasse di sé - di un sacerdote spagnolo, il Beato Martín Martínez, operaio diocesano, naturale di Valdealgorfa (Teruel), diocesi di Saragozza. Fissatevi bene sul suo sguardo fermo, le braccia, sicuro e coraggioso..."



Dal Vangelo secondo Matteo 10,17-22.

Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.  Il fratello darà a morte il fratello e il padre il figlio, e i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. E sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato. 


Il commento

"Guardatevi dagli uomini" ma non smettete di guardare ogni uomo con gli occhi di Cristo, perché essi, fissando gli occhi su di voi, vedranno il vostro volto “come quello di un angelo” (cfr. Atti 6,15). Nei vostri occhi contempleranno il “Cielo aperto ed il Figlio di Dio” vittorioso sulla morte e il peccato intercedere alla destra del Padre per ciascun uomo, anche per l'ultimo e peggior peccatore. Oggi, il primo giorno di vita del Signore appena concluso, ci consegna il primo frutto della sua venuta nella carne. Carne offerta in una mangiatoia, inerme, mangiata. Stefano, carne perfetta di Colui che ne ha preso la carne per farne un'offerta gradita e santa, carne martire a “corona” di uno sguardo di misericordia. Stefano, parole di fuoco e volto d'angelo, Verità e Misericordia abbracciate per salvare un mondo di aguzzini, perduti nell'irragionevolezza del peccato. Stefano, il primo di una moltitudine immensa, la schiera dei martiri che innervano da due millenni la Chiesa del sangue stesso di Cristo, Bambino sepolto in una mangiatoia perché ogni adulto sepolto nella morte che è salario del peccato, possa ridiventare bambino ed entrare nel Paradiso. "Nel bambino nella stalla di Betlemme, si può, per così dire, toccare Dio e accarezzarlo" (Benedetto XVI,Omelia nella Notte di Natale 2011). Ma in quel Bambino, Dio può essere anche ferito, lapidato, ucciso. Dio può morire nella carne di suo Figlio. Egli è entrato nel mondo dalla porta di servizio, quella di una stalla lercia e maleodorante, senza difese, esposto ad ogni ingiustizia, ai sassi e agli sputi, al vilipendio e alla menzogna, alla calunnia e all'ira, alla concupiscenza e all'idolatria, all'odio cieco e sordo, all'avidità insaziabile e all'orgoglio smisurato. Dio ha dimenticato d'essere Dio, non ha difeso gelosamente la sua dignità, si è confuso tra le carni olezzanti di peccato, celando l'immacolatezza della sua ed esponendo perfino quella di sua Madre al sospetto e all'ingiuria calunniosa, per puro, unico e incredibile amore. Dio s'è fatto il più piccolo tra i piccoli, un granello di senape, perché le fauci del male e del maligno ne avessero più facilmente ragione; gli uomini avevano reso semplice il copione al demonio, Dio lo ha reso ancor più facile per spingerlo alla disfatta: si è fatto uomo come tutti, e di più, si è fatto servo e peccato, preda succulenta per attirare il predatore e farne la preda da consegnare al Padre, ormai smascherata e vinta per sempre. Dio ha cercato il limite estremo della libertà dell'uomo, dove egli ha toccato e mangiato del frutto che gli era stato precluso, oltrepassando il confine entro il quale avrebbe vissuto nella comunione perfetta con il Creatore. Attraverso le mani pure e sante di Maria, Dio sì è fatto deporre su quel fronte insanguinato, facendosi carne da toccare come quel frutto, azzannato da un cuore infetto d'orgoglio, saturo di superbia, accecato di menzogna. Si è fatto uccidere, e dalla sua morte si è sprigionata la Grazia del perdono, della Vita stupefacente ed eterna, vittoriosa su ogni peccato. 

Una mangiatoia, un Bambino e una Madre. Come al Principio, un nuovo ed eterno Principio: un albero, un frutto e una donna. Toccare, mangiare e nascere, invece di toccare, mangiare e morire, perché in Gesù, il destino di morte è trasformato in un'alba di Vita. Il Mistero del Natale, come raccontano le icone dell'Oriente, si svela nel Mistero di Pasqua. Il segno, l'unico, annunciato dagli angeli, l'unica ragione della gioia e della pace: un bimbo adagiato nella morte per seminarvi la Vita. Maria, la Nuova Eva madre di ogni vivente, è l’immagine della Chiesa che depone ogni giorno su ogni centimetro della terra, il suo Bambino indifeso, perché sia toccato e mangiato, e offrire così, senza stancarsi, il frutto squisito del perdono. Natale, Pasqua, le notti del Salvatore come quella che ha ingoiato Stefano, deposto nella mangiatoia della storia della Chiesa e del mondo; Stefano, Cristo vivo e risorto in Lui, amore puro e gratuito che risplende come un angelo nella notte dei pastori, annuncio e profezia di gioia vera e pace autentica; Stefano, diacono e servo, immagine “perfetta” del Servo di Yahwè, agnello di Dio condotto al sacrificio; nella sua carne è nascosto un frammento della passione di Gesù, perché essa giunga, viva, visibile, toccabile, afferrabile per quegli assassini lì di fronte, così libera da essere di nuovo uccisa e diventare ancora viscere di misericordia nelle quali rinascere in una vita nuova. Il seno benedetto del Golgota, il passaggio angusto inaugurato da Gesù e percorso da Stefano, la porta al Paradiso perduto da ogni uomo, e il Figlio e i suoi fratelli accompagnati dalla loro Madre, ancora una volta su quella soglia, a decidere il bene per chi ha compiuto il male. Il Figlio in ogni suo fratello, in Stefano, il primo, e via via in ogni altro, sino al beato Martín Martínez Pascual (il sacerdote martire ritratto nella foto pochi istanti prima di essere fucilato durante la guerra civile spagnola), gli occhi d'angelo fissi sui suoi assassini, e le stesse parole prima di morire fucilato:  "Io non voglio altro che darvi la mia benedizione affinché Dio non vi prenda in considerazione la pazzia che commettete". Guardava la morte, come Stefano, come ogni martire, fissava gli uomini e li vedeva salvi, le vesti bianche nel sangue del suo Signore, ed era il suo che, per loro, era in procinto di versare. Un prete, un uomo, un bambino, un agnello muto “consegnato ai tribunali” delle ideologie e dei criteri mondani, “flagellato” nell'anima dai giudizi, dalle gelosie, dai rancori e dalle invidie. “Odiato da tutti”, senza esclusione, perché in tutti - padre o fratello, amico o fidanzata, figlio o collega che siano poco importa - è vivo il veleno del serpente antico. Esso cerca avido la carne di Cristo dove sciogliersi, ignaro che questo si tradurrà nella sua fine. L'ha cercata in Stefano, in Pietro, in Martin, in ciascuno di noi oggi. Per questa “ora” siamo venuti al mondo, la stessa del Figlio che ci ha amati e riscattati: l'ora nella quale “guardarsi” da compromessi e i legami carnali, e fissare ogni uomo con gli occhi di Cristo. “Lo Spirito parlerà” nel nostro sguardo, nelle nostre parole - ove esse fossero necessarie - nei nostri gemiti sotto la pioggia di sassi e spari e flagelli: "Padre perdonali, non imputare loro questo peccato", le parole di un angelo, martire e apostolo mite dell'amore che vince il peccato, i balbettii d’amore preparati per noi e per il mondo.   









APPROFONDIRE

Benedetto XVI. Santo Stefano Protomartire

Iconografia di Santo Stefano protomartire

Liturgia di Santo Stefano Protomartire. Cenni storici

Sant'Agostino. Nella festa di Santo Stefano

Sant'Agostino. Sul martire Stefano

Sant'Agostino. Nel natale di Santo Stefano

San Giovanni Crisostomo. «Signore, non imputar loro questo peccato»

San Fulgenzio di Ruspe. Il martirio di Santo Stefano

San Gregorio di Nissa. Santo Stefano: la sua speranza era in pieno accordo con ciò che accadeva

Nicola di Clairvaux. Santo Stefano: Calpesta ciò che appartiene alla terra e aspira alle realtà dell'alto che sono eterne.

San Cirillo di Gerusalemme. Guardatevi dagli uomini perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe





San Giovanni Crisostomo. «Signore, non imputar loro questo peccato»

Imitiamo il Signore e preghiamo per i nostri nemici... Egli era crocifisso eppure pregava il Padre suo per coloro che lo mettevano in croce. Ma come potrei imitare il Signore, ci si può domandare? Se tu vuoi, lo puoi fare. Se tu non fossi capace di farlo, come avrebbe potuto dire: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore»? (Mt 11,29)...

Se fai fatica a imitare il Signore, imita almeno colui che è suo servo, suo diacono. Parlo di Stefano. Egli infatti ha imitato il Signore. Come Cristo fra coloro che lo crocifiggevano, senza tener conto della croce e del suo stato, implorava il Padre in favore dei suoi torturatori (Lc23,34), così  il suo servo, circondato da coloro che lo lapidavano, aggredito da ogni parte, colpito dalle pietre che gli scagliavano contro, senza tener conto del dolore che gli procuravano, diceva: «Signore, non imputar loro questo peccato» (At 7,60). Vedi come parlava il Figlio e come prega il servo? Il primo dice: «Padre, perdona loro questa colpa: non sanno quello che fanno» e il secondo dice: «Signore, non imputare loro questa colpa». Del resto, affinché possiamo capire meglio con quale ardore pregava, notiamo che egli non pregava soltanto in piedi, sotto i colpi delle pietre, ma inginocchiatosi parlava con convinzione e compassione...

Cristo dice: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Stefano esclama: «Signore, non imputar loro questo peccato». A sua volta Paolo dice: «Offro questo sacrificio a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne» (cf Rm 9,3). Mosé dice: « Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato... E se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto!». Davide dice : «La tua mano venga contro di me e contro la casa di mio padre!» (2 Sam 24,17). ... Quale perdono possiamo ottenere se facciamo il contrario di quanto ci è richiesto e preghiamo contro i nemici, mentre il Signore stesso ed i suoi servi dell'Antico e del Nuovo Testamento ci esortano a pregare in favore di essi?

San Fulgenzio di Ruspe. Il martirio di Santo Stefano

Le armi della carità

Ieri abbiamo celebrato la nascita nel tempo del nostro Re eterno, oggi celebriamo la passione trionfale del soldato.
Ieri infatti il nostro Re, rivestito della nostra carne e uscendo dal seno della Vergine, si è degnato di visitare il mondo; oggi il soldato, uscendo dalla tenda del corpo, è entrato trionfante nel cielo.
Il nostro Re, l'Altissimo, venne per noi umile, ma non poté venire a mani vuote; infatti portò un grande dono ai suoi soldati, con cui non solo li arricchì abbondantemente, ma nello stesso tempo li ha rinvigoriti perché combattessero con forza invitta. Portò il dono della carità, che conduce gli uomini alla comunione con Dio.
Quel che ha portato, lo ha distribuito, senza subire menomazioni; arricchì invece mirabilmente la miseria dei suoi fedeli, ed egli rimase pieno di tesori inesauribili.
La carità, dunque, che fece scendere Cristo dal cielo sulla terra, innalzò Stefano dalla terra al cielo. La carità che fu prima nel Re, rifulse poi nel soldato.
Stefano quindi per meritare la corona che il suo nome significa, aveva per armi la carità e con essa vinceva dovunque. Per mezzo della carità non cedette ai Giudei che infierivano contro di lui; per la carità verso il prossimo pregò per quanti lo lapidavano. Con la carità confutava gli erranti perché si ravvedessero; con la carità pregava per i lapidatori perché non fossero puniti.
Sostenuto dalla forza della carità vinse Saulo che infieriva crudelmente, e meritò di avere compagno in cielo colui che ebbe in terra persecutore.
La stessa carità santa e instancabile desiderava di conquistare con la preghiera coloro che non poté convertire con le parole.
Ed ecco che ora Paolo è felice con Stefano, con Stefano gode della gloria di Cristo, con Stefano esulta, con Stefano regna. Dove Stefano, ucciso dalle pietre di Paolo, lo ha preceduto, là Paolo lo ha seguito per le preghiere di Stefano.
Quanto è verace quella vita, fratelli, dove Paolo non resta confuso per l’uccisione di Stefano, ma Stefano si rallegra della compagnia di Paolo, perché la carità esulta in tutt’e due. Sì, la carità di Stefano ha superato la crudeltà dei Giudei, la carità di Paolo ha coperto la moltitudine dei peccati, per la carità entrambi hanno meritato di possedere insieme il regno dei cieli.
La carità dunque è la sorgente e l’origine di tutti i beni, ottima difesa, via che conduce al cielo. Colui che cammina nella carità non può errare, né aver timore. Essa guida, essa protegge, essa fa arrivare al termine.
Perciò, fratelli, poiché Cristo ci ha dato la scala della carità, per mezzo della quale ogni cristiano può giungere al cielo, conservate vigorosamente integra la carità, dimostratevela a vicenda e crescete continuamente in essa.


Disc. 3, 1-3. 5-6; CCL 91 A, 905-909


Benedetto XVI. Santo Stefano Protomartire


Cari fratelli e sorelle,

...Santo Stefano è il più rappresentativo di un gruppo di sette compagni. La tradizione vede in questo gruppo il germe del futuro ministero dei ‘diaconi’, anche se bisogna rilevare che questa denominazione è assente nel Libro degli Atti. L’importanza di Stefano risulta in ogni caso dal fatto che Luca, in questo suo importante libro, gli dedica due interi capitoli.

Il racconto lucano parte dalla constatazione di una suddivisione invalsa all’interno della primitiva Chiesa di Gerusalemme: questa era, sì, interamente composta da cristiani di origine ebraica, ma di questi alcuni erano originari della terra d'Israele ed erano detti «ebrei», mentre altri di fede ebraica veterotestamentaria provenivano dalla diaspora di lingua greca ed erano detti «ellenisti». Ecco il problema che si stava profilando: i più bisognosi tra gli ellenisti, specialmente le vedove sprovviste di ogni appoggio sociale, correvano il rischio di essere trascurati nell'assistenza per il sostentamento quotidiano. Per ovviare a questa difficoltà gli Apostoli, riservando a se stessi la preghiera e il ministero della Parola come loro centrale compito decisero di incaricare «sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza» perché espletassero l'incarico dell’assistenza (At 6, 2-4), vale a dire del servizio sociale caritativo. A questo scopo, come scrive Luca, su invito degli Apostoli i discepoli elessero sette uomini. Ne abbiamo anche i nomi. Essi sono: «Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola. Li presentarono agli Apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani» (At 6,5-6). 

...La cosa più importante da notare è che, oltre ai servizi caritativi, Stefano svolge pure un compito di evangelizzazione nei confronti dei connazionali, dei cosiddetti “ellenisti”, Luca infatti insiste sul fatto che egli, «pieno di grazia e di fortezza» (At 6,8), presenta nel nome di Gesù una nuova interpretazione di Mosè e della stessa Legge di Dio, rilegge l’Antico Testamento nella luce dell’annuncio della morte e della risurrezione di Gesù. Questa rilettura dell’Antico Testamento, rilettura cristologica, provoca le reazioni dei Giudei che percepiscono le sue parole come una bestemmia (cfr At 6,11-14). Per questa ragione egli viene condannato alla lapidazione. E san Luca ci trasmette l'ultimo discorso del santo, una sintesi della sua predicazione. Come Gesù aveva mostrato ai discepoli di Emmaus che tutto l'Antico Testamento parla di lui, della sua croce e della sua risurrezione, così santo Stefano, seguendo l'insegnamento di Gesù, legge tutto l'Antico Testamento in chiave cristologica. Dimostra che il mistero della Croce sta al centro della storia della salvezza raccontata nell'Antico Testamento, mostra che realmente Gesù, il crocifisso e il risorto, è il punto di arrivo di tutta questa storia. E dimostra quindi anche che il culto del tempio è finito e che Gesù, il risorto, è il nuovo e vero “tempio”. Proprio questo “no” al tempio e al suo culto provoca la condanna di santo Stefano, il quale, in questo momento — ci dice san Luca— fissando gli occhi al cielo vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra. E vedendo il cielo, Dio e Gesù, santo Stefano disse: «Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio» (At 7,56). Segue il suo martirio, che di fatto è modellato sulla passione di Gesù stesso: “E così lapidavano Stefano mentre pregava e diceva: "Signore Gesù, accogli il mio spirito". Poi piegò le ginocchia e gridò forte: "Signore, non imputar loro questo peccato". Detto questo, morì”. (cfr At 7,59-60). 

Il luogo del martirio di Stefano a Gerusalemme è tradizionalmente collocato poco fuori della Porta di Damasco, a nord, dove ora sorge appunto la chiesa di Saint-Étienne accanto alla nota École Biblique dei Domenicani. L'uccisione di Stefano, primo martire di Cristo, fu seguita da una persecuzione locale contro i discepoli di Gesù (cfr At 8,1), la prima verificatasi nella storia della Chiesa. Essa costituì l'occasione concreta che spinse il gruppo dei cristiani giudeo-ellenisti a fuggire da Gerusalemme e a disperdersi. Cacciati da Gerusalemme, essi si trasformarono in missionari itineranti: «Quelli che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la Parola di Dio» (At 8,4). La persecuzione e la conseguente dispersione diventano missione. Il Vangelo si propagò così nella Samaria, nella Fenicia e nella Siria fino alla grande città di Antiochia, dove secondo Luca esso fu annunciato per la prima volta anche ai pagani (cfr At 11,19-20) e dove pure risuonò per la prima volta il nome di «cristiani» (At 11,26)....

La storia di Stefano dice a noi molte cose. Per esempio, ci insegna che non bisogna mai disgiungere l'impegno sociale della carità dall'annuncio coraggioso della fede. Era uno dei sette incaricato soprattutto della carità. Ma non era possibile disgiungere carità e annuncio. Così, con la carità, annuncia Cristo crocifisso, fino al punto di accettare anche il martirio. Questa è la prima lezione che possiamo imparare dalla figura di santo Stefano: carità e annuncio vanno sempre insieme. Soprattutto, santo Stefano ci parla di Cristo, del Cristo crocifisso e risorto come centro della storia e della nostra vita. Possiamo comprendere che la Croce rimane sempre centrale nella vita della Chiesa e anche nella nostra vita personale. Nella storia della Chiesa non mancherà mai la passione, la persecuzione. E proprio la persecuzione diventa, secondo la celebre frase di Tertulliano, fonte di missione per i nuovi cristiani. Cito le sue parole: «Noi ci moltiplichiamo ogni volta che da voi siamo mietuti: è un seme il sangue dei cristiani» (Apologetico 50,13: Plures efficimur quoties metimur a vobis: semen est sanguis christianorum). Ma anche nella nostra vita la croce, che non mancherà mai, diventa benedizione. E accettando la croce, sapendo che essa diventa ed è benedizione, impariamo la gioia del cristiano anche nei momenti di difficoltà. Il valore della testimonianza è insostituibile, poiché ad essa conduce il Vangelo e di essa si nutre la Chiesa. Santo Stefano ci insegni a fare tesoro di queste lezioni, ci insegni ad amare la Croce, perché essa è la strada sulla quale Cristo arriva sempre di nuovo in mezzo a noi.


Udienza Generale, Mercoledì, 10 gennaio 2007


Liturgia di Santo Stefano Protomartire. Cenni storici

Primo martire cristiano, e proprio per questo viene celebrato subito dopo la nascita di Gesù. Fu arrestato nel periodo dopo la Pentecoste, e morì lapidato. In lui si realizza in modo esemplare la figura del martire come imitatore di Cristo; egli contempla la gloria del Risorto, ne proclama la divinità, gli affida il suo spirito, perdona ai suoi uccisori. Saulo testimone della sua lapidazione ne raccoglierà l'eredità spirituale diventando Apostolo delle genti. (Mess. Rom.)

Patronato: Diaconi, Fornaciai, Mal di testa

Etimologia: Stefano = corona, incoronato, dal greco

Emblema: Palma, Pietre

Martirologio Romano: Festa di santo Stefano, protomartire, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, che, primo dei sette diaconi scelti dagli Apostoli come loro collaboratori nel ministero, fu anche il primo tra i discepoli del Signore a versare il suo sangue a Gerusalemme, dove, lapidato mentre pregava per i suoi persecutori, rese la sua testimonianza di fede in Cristo Gesù, affermando di vederlo seduto nella gloria alla destra del Padre.

La celebrazione liturgica di s. Stefano è stata da sempre fissata al 26 dicembre, subito dopo il Natale, perché nei giorni seguenti alla manifestazione del Figlio di Dio, furono posti i “comites Christi”, cioè i più vicini nel suo percorso terreno e primi a renderne testimonianza con il martirio. 
Così al 26 dicembre c’è s. Stefano primo martire della cristianità, segue al 27 s. Giovanni Evangelista, il prediletto da Gesù, autore del Vangelo dell’amore, poi il 28 i ss. Innocenti, bambini uccisi da Erode con la speranza di eliminare anche il Bambino di Betlemme; secoli addietro anche la celebrazione di s. Pietro e s. Paolo apostoli, capitava nella settimana dopo il Natale, venendo poi trasferita al 29 giugno.
Del grande e veneratissimo martire s. Stefano, si ignora la provenienza, si suppone che fosse greco, in quel tempo Gerusalemme era un crocevia di tante popolazioni, con lingue, costumi e religioni diverse; il nome Stefano in greco ha il significato di “coronato”. 
Si è pensato anche che fosse un ebreo educato nella cultura ellenistica; certamente fu uno dei primi giudei a diventare cristiani e che prese a seguire gli Apostoli e visto la sua cultura, saggezza e fede genuina, divenne anche il primo dei diaconi di Gerusalemme.
Gli Atti degli Apostoli, ai capitoli 6 e 7 narrano gli ultimi suoi giorni; qualche tempo dopo la Pentecoste, il numero dei discepoli andò sempre più aumentando e sorsero anche dei dissidi fra gli ebrei di lingua greca e quelli di lingua ebraica, perché secondo i primi, nell’assistenza quotidiana, le loro vedove venivano trascurate.
Allora i dodici Apostoli, riunirono i discepoli dicendo loro che non era giusto che essi disperdessero il loro tempo nel “servizio delle mense”, trascurando così la predicazione della Parola di Dio e la preghiera, pertanto questo compito doveva essere affidato ad un gruppo di sette di loro, così gli Apostoli potevano dedicarsi di più alla preghiera e al ministero.
La proposta fu accettata e vennero eletti, Stefano uomo pieno di fede e Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmenas, Nicola di Antiochia; a tutti, gli Apostoli imposero le mani; la Chiesa ha visto in questo atto l’istituzione del ministero diaconale.
Nell’espletamento di questo compito, Stefano pieno di grazie e di fortezza, compiva grandi prodigi tra il popolo, non limitandosi al lavoro amministrativo ma attivo anche nella predicazione, soprattutto fra gli ebrei della diaspora, che passavano per la città santa di Gerusalemme e che egli convertiva alla fede in Gesù crocifisso e risorto.
Nel 33 o 34 ca., gli ebrei ellenistici vedendo il gran numero di convertiti, sobillarono il popolo e accusarono Stefano di “pronunziare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio”.
Gli anziani e gli scribi lo catturarono trascinandolo davanti al Sinedrio e con falsi testimoni fu accusato: “Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno, distruggerà questo luogo e cambierà le usanze che Mosè ci ha tramandato”.
E alla domanda del Sommo Sacerdote “Le cose stanno proprio così?”, il diacono Stefano pronunziò un lungo discorso, il più lungo degli ‘Atti degli Apostoli’, in cui ripercorse la Sacra Scrittura dove si testimoniava che il Signore aveva preparato per mezzo dei patriarchi e profeti, l’avvento del Giusto, ma gli Ebrei avevano risposto sempre con durezza di cuore.
Rivolto direttamente ai sacerdoti del Sinedrio concluse: “O gente testarda e pagana nel cuore e negli orecchi, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la Legge per mano degli angeli e non l’avete osservata”.
Mentre l’odio e il rancore dei presenti aumentava contro di lui, Stefano ispirato dallo Spirito, alzò gli occhi al cielo e disse: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo, che sta alla destra di Dio”.
Fu il colmo, elevando grida altissime e turandosi gli orecchi, i presenti si scagliarono su di lui e a strattoni lo trascinarono fuori dalle mura della città e presero a lapidarlo con pietre, i loro mantelli furono deposti ai piedi di un giovane di nome Saulo (il futuro Apostolo delle Genti, s. Paolo), che assisteva all’esecuzione.
In realtà non fu un’esecuzione, in quanto il Sinedrio non aveva la facoltà di emettere condanne a morte, ma non fu in grado nemmeno di emettere una sentenza in quanto Stefano fu trascinato fuori dal furore del popolo, quindi si trattò di un linciaggio incontrollato.
Mentre il giovane diacono protomartire crollava insanguinato sotto i colpi degli sfrenati aguzzini, pregava e diceva: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”, “Signore non imputare loro questo peccato”. 
Gli Atti degli Apostoli dicono che persone pie lo seppellirono, non lasciandolo in preda alle bestie selvagge, com’era consuetudine allora; mentre nella città di Gerusalemme si scatenò una violenta persecuzione contro i cristiani, comandata da Saulo.
Tra la nascente Chiesa e la sinagoga ebraica, il distacco si fece sempre più evidente fino alla definitiva separazione; la Sinagoga si chiudeva in se stessa per difendere e portare avanti i propri valori tradizionali; la Chiesa, sempre più inserita nel mondo greco-romano, si espandeva iniziando la straordinaria opera di inculturazione del Vangelo.
Dopo la morte di Stefano, la storia delle sue reliquie entrò nella leggenda; il 3 dicembre 415 un sacerdote di nome Luciano di Kefar-Gamba, ebbe in sogno l’apparizione di un venerabile vecchio in abiti liturgici, con una lunga barba bianca e con in mano una bacchetta d’oro con la quale lo toccò chiamandolo tre volte per nome.
Gli svelò che lui e i suoi compagni erano dispiaciuti perché sepolti senza onore, che volevano essere sistemati in un luogo più decoroso e dato un culto alle loro reliquie e certamente Dio avrebbe salvato il mondo destinato alla distruzione per i troppi peccati commessi dagli uomini.
Il prete Luciano domandò chi fosse e il vecchio rispose di essere il dotto Gamaliele che istruì s. Paolo, i compagni erano il protomartire s. Stefano che lui aveva seppellito nel suo giardino, san Nicodemo suo discepolo, seppellito accanto a s. Stefano e s. Abiba suo figlio seppellito vicino a Nicodemo; anche lui si trovava seppellito nel giardino vicino ai tre santi, come da suo desiderio testamentario.
Infine indicò il luogo della sepoltura collettiva; con l’accordo del vescovo di Gerusalemme, si iniziò lo scavo con il ritrovamento delle reliquie. La notizia destò stupore nel mondo cristiano, ormai in piena affermazione, dopo la libertà di culto sancita dall’imperatore Costantino un secolo prima.
Da qui iniziò la diffusione delle reliquie di s. Stefano per il mondo conosciuto di allora, una piccola parte fu lasciata al prete Luciano, che a sua volta le regalò a vari amici, il resto fu traslato il 26 dicembre 415 nella chiesa di Sion a Gerusalemme.
Molti miracoli avvennero con il solo toccarle, addirittura con la polvere della sua tomba; poi la maggior parte delle reliquie furono razziate dai crociati nel XIII secolo, cosicché ne arrivarono effettivamente parecchie in Europa, sebbene non si sia riusciti a identificarle dai tanti falsi proliferati nel tempo, a Venezia, Costantinopoli, Napoli, Besançon, Ancona, Ravenna, ma soprattutto a Roma, dove si pensi, nel XVIII secolo si veneravano il cranio nella Basilica di S. Paolo fuori le Mura, un braccio a S. Ivo alla Sapienza, un secondo braccio a S. Luigi dei Francesi, un terzo braccio a Santa Cecilia; inoltre quasi un corpo intero nella basilica di S. Loernzo fuori le Mura.
La proliferazione delle reliquie, testimonia il grande culto tributato in tutta la cristianità al protomartire santo Stefano, già veneratissimo prima ancora del ritrovamento delle reliquie nel 415.
Chiese, basiliche e cappelle in suo onore sorsero dappertutto, solo a Roma se ne contavano una trentina, delle quali la più celebre è quella di S. Stefano Rotondo al Celio, costruita nel V secolo da papa Simplicio.
Ancora oggi in Italia vi sono ben 14 Comuni che portano il suo nome; nell’arte è stato sempre raffigurato indossando la ‘dalmatica’ la veste liturgica dei diaconi; suo attributo sono le pietre della lapidazione, per questo è invocato contro il mal di pietra, cioè i calcoli ed è il patrono dei tagliapietre e muratori.

Autore: Antonio Borrelli

Da Santiebeati.it


Sant'Agostino. Nella festa di Santo Stefano


Stefano, il primo tra i Diaconi. Miracoli di Stefano nel nome di Cristo.
1. Stefano, il beatissimo e gloriosissimo martire in Cristo, ci ha già ben nutriti con le sue parole; dopo quel pasto, però, con il discorso del mio ministero vi presento quasi una seconda mensa. E che trovo di più dolce da servire in essa di Cristo e dello stesso Martire? Egli infatti è il Signore, costui è il servo: ma Stefano, da servo, è amico. Quanto a noi, siamo indubbiamente dei servi: egli ci conceda di essere anche amici. Quali servi, tuttavia? Tali da poter cantare con espressione di sincero affetto: O Dio, quanto a me, ho reso grande onore ai tuoi amici 1Avete ascoltato qual era Stefano quando fu scelto dagli Apostoli, prima che venisse ucciso in pubblico e coronato in segreto. Viene designato primo tra quei Diaconi, come Pietro fra gli Apostoli. Quindi, ordinato dagli Apostoli, dopo non molto precedette al martirio quelli che lo avevano ordinato: fu ordinato da loro e coronato prima di loro. Che avete allora ascoltato alla lettura della sua "passione"? Stefano intanto pieno di grazia e di Spirito Santo faceva prodigi e grandi miracoli in mezzo al popolo nel nome del Signore Gesù Cristo 2. Notate chi era a compierli e a nome di chi. Voi che imparate ad amare Stefano, amatelo in Cristo. È questo infatti che desidera, di questo si compiace, di questo gode, questo gli è gradito. Infatti, quanto ai suoi lapidatori, egli non fece vanto del proprio nome. Considerate chi egli confessava quando era lapidato; confessava in terra colui che vedeva in cielo; per lui dava la vita del corpo, a lui affidava la sua anima. Abbiamo forse letto, o possiamo leggere nella vera dottrina che Gesù compiva e compie miracoli nel nome di Stefano? Ne fece Stefano, ma nel nome di Cristo. Ne fa anche al presente: qualunque cosa notate che avviene per la memoria di Stefano, avviene nel nome di Cristo, perché Cristo sia fatto conoscere, Cristo sia adorato, Cristo sia atteso quale giudice dei vivi e dei morti, e perché coloro che lo amano abbiano posto alla sua destra. Infatti, quando sarà venuto, gli uni staranno alla sua destra, gli altri alla sua sinistra: beati, quelli alla sua destra; infelici, quelli alla sua sinistra.
Inflessibili i Giudei contro Stefano.
2. Tuttavia il beatissimo Stefano deve imitare il suo Signore. In modo mirabile, sotto le pietre, tollerava quegli uomini implacabili mentre lanciavano che cosa, se non ciò che essi erano? Perché sappiate che sopportava quegli induriti, ecco quanto disse loro: Gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi avete sempre opposto resistenza allo Spirito Santo 3. Vuoi morire, solleciti la lapidazione, bruci dal desiderio di essere coronato. Voi avete opposto sempre resistenza allo Spirito Santo. Mentre così parlava, quelli erano pieni d'ira e digrignavano i denti. Parla ancora, Stefano, aggiungi quanto per loro è intollerabile, aggiungi ciò che faccia loro perdere il controllo: aggiungi di che possano lapidarti, perché vi possiamo rinvenire la ragione di una celebrazione. I cieli si aprirono: il Martire vide il capo dei martiri, vide Gesù alla destra del Padre: vide per non tacere. Quelli non vedevano, ma odiavano; e non vedevano proprio perché odiavano. Egli non tacque quel che vide per raggiungere colui che vide. Ecco - disse - vedo i cieli aperti e il Figlio dell'uomo alla destra di Dio 4. Quelli si tapparono le orecchie quasi per non udire una bestemmia. Nel Salmo li riconoscete: Come vipera sorda che si tura le orecchie per non udire la voce dell'incantatore, e il rimedio applicato dal saggio 5Si dice infatti che le vipere, sul punto di subire l'incantesimo, premono un orecchio contro la terra e si turano l'altro con la coda per non precipitarsi fuori e abbandonare le loro caverne; l'incantatore, però, le tira fuori ugualmente. Così anche costoro sibilavano entro le proprie caverne, quando bruciavano nei loro cuori. Ancora non si erano spinti fuori: si tappavano le orecchie. Si decidano ormai a venir fuori, si rivelino quali sono: diano subito di piglio alle pietre. Corsero, lapidarono.
Stefano morente imita il Signore: consegna il suo spirito; prega per i suoi uccisori.
3. E Stefano? Che fece? Osservate prima colui che l'amico buono imitava. Il Signore Gesù Cristo, mentre pendeva sulla croce, disse: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito 6. Questo come uomo, come crocifisso, come nato da donna, come incarnato, come colui che per noi sarebbe morto, sepolto, risorto il terzo giorno, asceso al cielo. Tutto questo, infatti, in quanto uomo. Come uomo, dunque: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito. Egli disse: Padre; Stefano: Signore Gesù. Stefano che cosa disse come lui? Ricevi il mio spirito 7. Tu hai parlato al Padre, io mi rivolgo a te. Ti riconosco Mediatore. Sei venuto a rialzare chi era prostrato a terra: non sei caduto insieme a me. Ricevi - disse - il mio spirito. Chiedeva questo per sé nella preghiera: altro ancora gli tornò alla mente in cui poter imitare il suo Signore. Ricordate le parole di colui che pendeva sulla croce e riflettete sulle parole del suo testimone che veniva lapidato. Che disse il Signore? Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno 8. Allora forse era presente anche Stefano, era tra quelli stessi che non sapevano quello che facevano. In seguito, furono molti infatti coloro che credettero. Ma non siamo sicuri se il beatissimo Stefano sia stato di quelli che avevano creduto in Cristo precedentemente - come Nicodemo, che andò da lui di notte 9, che meritò di essere sepolto accanto a lui, perché per lui anch'egli fu scoperto - se, quindi, sia stato tra essi, o probabilmente tra coloro che, dopo l'Ascensione del Signore, con la venuta dello Spirito Santo, quando i discepoli ne furono ripieni e parlarono le lingue di tutte le genti, eccitati al pentimento, agli Apostoli dissero: Che cosa dobbiamo fare, fratelli? 10 Ditecelo. Disperavano infatti della salvezza per aver ucciso il Salvatore. E Pietro disse loro: Pentitevi, e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, e riceverete lo Spirito Santo e vi saranno rimessi i peccati 11. Consideri tutto questo? Quale peccato poteva restare non rimesso, dal momento che veniva perdonato anche il peccato che dette la morte a colui che rimette i peccati? che più nefando dell'uccidere il Cristo? Questo venne cancellato. Che dunque? Forse Stefano fu tra costoro. E se fu uno di essi, fu efficace anche per lui quella preghiera: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno 12. Tuttavia anche Saulo fu tra di loro. Quando Stefano, l'agnello, veniva lapidato, egli era ancora lupo, ancora aveva sete di sangue, non si contentava di lapidare con le proprie mani, custodiva le vesti dei lapidatori. Perciò, Stefano, ricordando che cosa era stato detto in suo favore, ammettendo anch'egli tra quelli cui si riferiva il Signore quando disse: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno, imitando, quindi, anche e particolarmente in questo il suo Signore, per essergli amico, disse a sua volta: Signore, non imputare loro questo peccato 13. Ma in quale atteggiamento parlò? In ginocchio. Raccomandò se stesso stando in piedi: pregando per i nemici, si pose in ginocchio. Perché raccomandò se stesso in posizione eretta? Perché si trattava di un giusto. E, quando si trattò di quelli, perché in ginocchio? Perché pregava per dei malvagi. Signore, non imputare loro questo peccato.
Saulo da lupo, pecora per la preghiera di Santo Stefano.
4. Ritieni che Saulo udisse tali parole? Le udì e derise: nondimeno, la preghiera di Stefano lo riguardava. Agiva ancora da nemico e già Stefano era esaudito in favore di lui. Già sapete, infatti, per qual motivo dirò qualcosa di Saulo e, poi, di Paolo; lo sapete di certo: come sia diventato credente Paolo è riportato nello stesso libro. Dopo l'uccisione di Stefano, la Chiesa di Gerusalemme subì una gravissima persecuzione. I fratelli che vi risiedevano vennero dispersi: restarono soltanto gli Apostoli; tutti gli altri cacciati via. Ma, come altrettante fiaccole ardenti, ovunque si recavano, portavano fuoco. Gli stolti Giudei, disperdendoli fuori di Gerusalemme, non facevano che porre braci ardenti in una selva. Non pago dell'uccisione di Stefano - cosa che ricordiamo volentieri, perché ormai è da noi venerato - che fece ancora Saulo? Si procurò lettere da parte dei Sacerdoti e degli Scribi che lo autorizzavano ad arrestare e condurre a quegli stessi tormenti, cui era stato sottoposto Stefano, uomini di questa tendenza, cioè cristiani, ovunque li avesse trovati. E Saulo andava, acceso di furore, il lupo andava ai recinti, alle greggi del Signore: quale lupo rabbioso, assetato di sangue, bramoso di stragi, andava per la sua via. Ed egli dall'alto: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? 14 Lupo, lupo, perché vai perseguitando l'agnello? Io ho ucciso il leone quando sono stato messo a morte. Perché mi perseguiti? Spogliati del lupo, sii pecora da lupo, pastore da pecora.
Dipinto: raffigura la lapidazione di Stefano e la conversione di Saulo.
5. Ha grande forza di attrattiva questo dipinto, dove riscontrate santo Stefano che viene lapidato e Saulo che custodisce le vesti dei lapidatori. Costui è Paolo, l'apostolo di Cristo Gesù 15, cioè, Paolo, servo di Cristo Gesù 16. Avete avvertito bene la voce: Perché mi perseguiti? 17 Sei atterrato, stai in piedi: da persecutore, prostrato, eretto da evangelizzatore. Parla, noi ascoltiamo: Paolo, per volontà di Dio, servo di Cristo Gesù 18. Forse per tua volontà, Saulo? Che sei stato per tua volontà, lo sappiamo, abbiamo veduto i tuoi frutti: secondo la tua volontà, venne ucciso Stefano. Per volontà di Dio, vediamo i tuoi frutti: dovunque si legge di te, dovunque si predica di te, dovunque tu converti a Cristo i cuori degli avversari, dovunque, da buon pastore, raduni greggi numerose. Tu regni con Cristo insieme a colui che hai lapidato. Entrambi vi vedete lassù; entrambi ascoltate ora il nostro discorso; entrambi pregate per noi. Entrambi esaudirà chi vi ha coronati, prima l'uno, poi l'altro: il primo, quello che subì la persecuzione, l'altro chi perseguitò. Quello era agnello allora, l'altro, invece, era lupo, ma ora sono agnelli entrambi. Gli agnelli ci riconoscano, ci vedano nel gregge di Cristo: ci raccomandino con le loro preghiere, in modo da impetrare alla Chiesa del loro Signore una vita serena e pacifica.