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Mercoledì della XII settimana del Tempo Ordinario







La bellezza salverà il mondo scriveva Dostoevski. Nell’originale greco, "kalos", il termine tradotto con "buoni" riferito ai frutti, si può rendere anche, e meglio, con "belli". Gesù parla dunque di "frutti belli", opposti a quelli "cattivi". Il più bello tra i frutti è Lui, il più bello tra i figli di Adamo, eppure senza bellezza e splendore mentre offriva la la sua vita sull’albero della Croce. I "frutti belli", infatti, sono quelli che nascono dalle ferite di Cristo crocifisso, così terribili da far coprire il volto: frutti belli perché insanguinati, frutti buoni perché germinati dalla sofferenza! Frutti belli e buoni perché testimoniano la Verità: "ciò che si manifesta in Cristo è la bellezza della Verità, la bellezza stessa di Dio che ci attira e nel contempo ci procura la ferita dell’Amore, che ci fa correre, assieme alla Chiesa e nella Chiesa/Sposa, incontro all’Amore che ci chiama" (J. Ratzinger). Un profeta autentico è il "nebi'a" inviato da Dio ad annunciare la verità che, illuminando la realtà, rivela la "chiamata" e indica nel compimento della volontà di Dio il cammino sul quale "correre" per incontrare il Signore. Quando predice l'avvenire lo fa rivelandolo come conseguenza dell'accoglienza o meno della verità e della volontà di Dio. I frutti dai quali possiamo riconoscere un "falso profeta", sono, invece, quelli della "bellezza ingannevole e falsa, che abbaglia e imprigiona gli uomini in se stessa, impedendo loro di aprirsi all’estasi che indirizza verso l’alto. Una bellezza che non risveglia la nostalgia dell’indicibile, la disponibilità all’offerta, all’abbandono di sé; che alimenta invece la brama e la volontà di dominio, di possesso, di piacere" (J. Ratzinger). Sono i frutti che germinano dalla menzogna, che oscurano la verità e mostrano la volontà di Dio come una frustrazione e un male per la propria vita, un impedimento al piacere e al suo godimento: "non morirete affatto" ha detto ad Eva il demonio sotto le vesti del serpente, il padre di tutti i falsi profeti. Non a caso il frutto offerto da satana appariva bello agli occhi di Eva. Ma era avvelenato. Era pura menzogna, luce sfavillante a nascondere il veleno di morte. I "falsi profeti" sono annidati ovunque, parlano di pace e hanno dentro la guerra. La labbra unte di dolcezza, la lingua suadente e adulante, lingua di serpente, velenosa. Ipocriti, adescano le anime con discorsi giusti al momento giusto, ci parlano della giustizia che cerchiamo, ci ispirano cammini ragionevoli, sembrano dare senso alla nostra vita. "Come agnelli sono vestiti", truccati di umiltà e mitezza, infilati nella logica stringente del bene comune, dei diritti di tutti, di lotta all'ingiustizia, di ribellioni e indignazioni; solleticano la carne spianando la strada alla concupiscenza. Come quando inducono alla morte in nome della vita, all'abominio in difesa dell'amore, all'egoismo in nome dell'autodeterminazione. Sono esaltati quali campioni della società cosiddetta civile, la più incivile che vi sia, che "scarta" dalla "civitas", dalla città degli uomini, coloro che non ritiene degni. E' l'ipocrisia dei "falsi profeti" che hanno mangiato dell'albero della conoscenza del bene e del male e si illudono di essere divenuti come Dio, arbitri infallibili che stabiliscono cosa sia giusto e cosa ingiusto, il buono e il cattivo: che si arrogano il diritto di stabilire quando e come una vita sia degna d'essere vissuta, condannati a legiferare scambiando il male con il bene, per finire col gustare e far trangugiare a tutti il veleno mortale dei frutti generati dai loro pensieri corrotti. Come i nostri, che offriamo in famiglia, al lavoro, ovunque, quando crediamo al demonio e ai suoi profeti, e ci immergiamo nell'illusione di essere capaci di stabilire quale e cosa sia il buono per il coniuge, i figli, i colleghi e gli amici. Per questo abbiamo bisogno di ascoltare i "veri profeti", non una ma milioni di volte! Abbiamo bisogno di essere iniziati alla fede; non basta la messa della domenica, il mondo e i suoi falsi profeti ci annegano nelle menzogne! Abbiamo bisogno di luoghi e comunità dove i pastori e i catechisti ci annuncino il Vangelo della Verità, la Buona Notizia che smentisce le false buone notizie che il mondo ci propina; non possiamo fare a meno di momenti da difendere con i denti, nei quali spegnere le voci mondane e ascoltare i veri profeti che ci trasmettono, in tutta la sua bellezza e verità liberante, il magistero della Chiesa; è urgente che la Chiesa ci accompagni con catechesi che parlino alla nostra vita e non siano mera accademia, capaci di guidarci nel discernimento quotidiano, noi e i nostri figli. Del Vangelo abbiamo bisogno, per resistere ai fendenti del mondo che ha sostituito i peccati con i reati, costruendosi morali su misura delle concupiscenze.  E’ decisivo dunque il seme che si accoglie, e come, a nostra volta seminiamo, perché poi, “un albero buono non più produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni”. E non c'è da meravigliarsi se i figli scivolano nell'accidia egoista di chi si sente il centro dell'universo: essa è il “frutto” del relativismo che abbiamo seminato in loro! “Non possono” dare frutti diversi, perché “non si raccoglie uva dalle spine o fichi dai rovi”. Per questo il Signore ci dice di "guardarci dai falsi profeti", di difenderci cioè dal nemico che attenta alla nostra anima, porgendo l'orecchio ai veri profeti, accompagnando i nostri figli ad ascoltarli, prima di ogni altro impegno! A divenirlo noi stessi alla loro sequela. La vera educazione è sempre una profezia, legge il presente e lo illumina per annunciare il futuro; l'amore sincero è sempre una profezia che incarna il dono di Cristo; una vera amicizia non nasconde mai la verità all'amico. Un vero profeta è colui che indica nella Croce la bellezza della Verità; è colui che chiama ad unirsi a Cristo per amare e donarsi attraverso la porta stretta che si presenta ogni giorno: lo studio spesso arido, il lavoro routinario e senza gratificazioni, il rapporto difficile fatto di ascolto, pazienza e perdono con il coniuge e ogni persona, la castità, l'obbedienza, la sottomissione, il non resistere al male, tutto quello che Gesù ha annunciato nel Discorso della Montagna. Per questo, un profeta vero, è capace di dire "no" anche quando un "si" appare più conveniente, e apre la porta alla discesa dello Spirito Santo, come accade sempre all'annuncio del Kerygma, la profezia delle profezie. Ogni profeta che non ami la Croce, e, come gli angeli dell'Icona in alto, non ce la indichi incessantemente parlandoci di lei, che non ce la faccia amare e abbracciare, è un "falso profeta", un "rovo di sole spine", senza frutti. Un profeta che ci annunci la Croce Gloriosa del Signore Risorto è un vero profeta, perché la Croce è il segno che Dio ha posto per discernere i veri dai falsi profeti: come accadde ad Elia, che smascherò i falsi profeti di Baal, l'annuncio del Vangelo è un fuoco che discende dal Cielo e brucia le menzogne del mondo nella fornace della Verità. Il demonio, infatti, fugge alla sua vista. Per questo ogni profezia autentica è un esorcismo che libera gli uomini. Profetizza la verità a tuo figlio, ai tuoi parrocchiani, vedrai il demonio scappare. Vai ad ascoltare con tua moglie i profeti che ti annunciano il Vangelo, vedrai il tuo matrimonio risanato. Dio ha voluto salvare il mondo solo con la stoltezza della predicazione di Cristo e Cristo crocifisso. Essa è profezia che si compie perché "taglia" e "getta nel fuoco" della misericordia ogni "albero cattivo" piantato dal demonio che in noi distende i suoi rami di malizia. Sulla Croce, infatti, l'amore ha polverizzato la menzogna che ci tiene schiavi, perché Cristo ha lasciato che le "spine" di ogni "rovo" di ideologie e mistificazioni seminato dal demonio gli trafiggessero il capo, per riconsegnare a noi una ragione libera e purificata nella verità, capace di discernere l'amore nella storia. Che la voce del Signore ci leghi come Isacco al legno della Croce, perché, innestati sul suo amore, possiamo dare un frutto che rimanga, la profezia vera che può salvare l'umanità.



Giovedì della XIV settimana del Tempo Ordinario


Alle soglie del terzo millennio, 
la Chiesa tutta, Pastori e fedeli, 
deve sentire più forte la sua responsabilità 
di obbedire al comando di Cristo: 
"Andate in tutto il mondo e 
predicate il vangelo ad ogni creatura", 
rinnovando il suo slancio missionario. 
Una grande, impegnativa e magnifica 
impresa è affidata alla Chiesa: 
quella di una nuova evangelizzazione, 
di cui il mondo attuale ha immenso bisogno.
Dio apre alla Chiesa gli orizzonti di un’umanità 
più preparata alla semina evangelica. 
Sento venuto il momento di impegnare 
tutte le forze ecclesiali 
per la nuova evangelizzazione 
e per la missione Ad Gentes.

Giovanni Paolo II




Dal Vangelo secondo Matteo 10,7-15.

E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino.
Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture,
né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento.
In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto.
Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi.
Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi.
In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città.


Il commento

Il Regno dei Cieli è vicino e gli Apostoli di ogni tempo ne sono gli ambasciatori. Con loro anche noi siamo chiamati ad annunciare il Regno di Dio, la patria nella quale siamo stati accolti e dalla quale siamo inviati. Nella vita, nel pensiero, nelle parole, c
ome stigmate luminose, gli apostoli recano impressa la fragranza del Regno della Grazia, dove vivono coloro che "hanno ricevuto tutto gratuitamente e tutto gratuitamente donano". Ecco il cuore della missione, la fonte dello zelo: la gratuità con la quale siamo stati amati, riscattati, chiamati. Nessun merito, nessun curriculum, perché se fosse per questi.... Solo la gioia di essere stati amati gratuitamente: "La gioia nasce dalla gratuità di un incontro! E’ il sentirsi dire: “Tu sei importante per me”, non necessariamente a parole. Questo è bello… Ed è proprio questo che Dio ci fa capire. Nel chiamarvi Dio vi dice: “Tu sei importante per me, ti voglio bene, conto su di te”. Gesù, a ciascuno di noi, dice questo! Di là nasce la gioia! La gioia del momento in cui Gesù mi ha guardato. Capire e sentire questo è il segreto della nostra gioia. Sentirsi amati da Dio, sentire che per Lui noi siamo non numeri, ma persone; e sentire che è Lui che ci chiama. E la gioia dell’incontro con Lui e della sua chiamata porta a non chiudersi, ma ad aprirsi; porta al servizio nella Chiesa" (Papa Francesco, Ai seminaristi e alle novizie, 6 luglio 2013). 

Purtroppo spesso ci troviamo davanti a Dio come chi molto ha dovuto sacrificare per "scegliere" di servirlo, come chi ha comunque diritti acquisiti sul campo, tra sforzi e rinunce: "Io non mi fido di quel seminarista, di quella novizia, che dice: “Io ho scelto questa strada”. Non mi piace questo! Non va!" (Papa Francesco, ibid). Ma questo "non va" è per ognuno di noi chiamato ad essere cristiano, scelto da Cristo ad essere un suo ambasciatore; è il peggio che potrebbe capitare alla Chiesa e ai suoi apostoli, dimenticare la gratuità e l'insondabilità misteriosa dell'elezione. Si scivola nel moralismo che fa a pezzettini l'universo intero con le sue ingiustizie, che "spella il fratello" (Papa Francesco), che esibisce opzioni preferenziali per poveri e ultimi dal proprio saldo primo posto di potere e di arroganza, quello che polverizza i peccatori. Chi dimentica la propria storia, e l'amore con il quale Dio l'ha salvata, non sarà mai un apostolo di Lui, sarà piuttosto un superbo rappresentante di se stesso, del proprio egoismo rivestito di falso altruismo, lupi travestiti da agnelli, mercenari della missione, sempre alla ricerca di se stessi, ingannatori tra i peggiori. 

Le ultime parole di Gesù sulla sorte di chi non accoglie il Vangelo suppone che questi abbiano davvero incontrato Cristo, ascoltato la Buona Notizia e visto i segni del Regno di Dio, autentici, che contestino quelli, corrotti, del mondo. Se gli apostoli e la Chiesa presentano surrogati e caricature, il mondo e i suoi figli sono privati dell'oggetto stesso a cui aprirsi; se annunciamo la severa e inconcludente legge moralistica di un'etica senz'anima, se gettiamo pesi che non portiamo neanche con un dito, se trasmettiamo una serie di compromessi con il pensiero mondano per essere ben accetti, se dubitiamo del potere di Cristo perché non abbiamo sperimentato o abbiamo dimenticato la gratuità del miracolo che ci ha sanati, purificati e perdonati, coloro ai quali siamo inviati si troveranno davanti delle caricature ipocrite e saranno così privati della libertà nella quale accogliere o rifiutare il Signore. Si troveranno dinanzi a una menzogna, e sarà loro sottratta la possibilità di essere salvati e ricevere la Pace messianica, quella portata da Cristo risorto. 

Per questo gli Apostoli chiamati nella gratuità, donano se stessi gratuitamente, come un frutto maturo dell'opera di Cristo: si comprende allora perché non portano con sé alcuna sicurezza, alcun appoggio se non la Parola per la quale sono stati inviati. La Parola che conferma le loro parole, che rende evidente la loro natura di figli di Dio e cittadini del Cielo. La volontà di Dio si compie in loro per pura Grazia. "
Oro, argento, moneta di rame nelle cinture, bisaccia da viaggio, due tuniche, sandali, bastone" non fanno per loro: gli apostoli non "si procurano" nulla che sappia di mondo, non sono apostoli per acquisire meriti, per saziare la fame della carne. Sono liberi perché colmi dell'amore di Cristo, entrano nel mondo ma non gli appartengono; per salvarlo, infatti, non si possono usare gli strumenti che lo stanno condannando. Il bagaglio, come fu per per Davide dinanzi a Golia, sono solo le cinque pietre, i cinque libri della Torah, la Parola trafitta delle cinque piaghe del Signore. Il potere di curare e guarire li accompagna, per schiudere il Cielo, la vittoria sul mondo e la corruttibilità della carne, la vita più forte della morte: la vita divina operante nella carne, è questo il miracolo più grande, perché nessun apostolo può darsela da se stesso, è un dono del Cielo, invocato senza posa in una preghiera che, in ogni circostanza, inginocchia l'apostolo con Cristo nel Getsemani, il seno benedetto della Passione che ha salvato l'umanità. 

Solo chi è con Lui nella notte dell'angoscia che prelude alla croce, può "uscire da se stesso" e lasciarsi crocifiggere per amore e così annunciare il Vangelo del perdono dei peccati. Solo inginocchiandosi con Gesù potremo vivere con Lui l'angoscia per un figlio, per la moglie, il fidanzato, il collega, trasformandola nello zelo pieno di compassione che ci avvicinerà ad ogni persona in pericolo, alle situazioni più disperate con la certezza incrollabile della fede, lo stesso cuore e la stessa mente di Cristo dinanzi all'evento decisivo per la salvezza dell'umanità: "l’evangelizzazione si fa in ginocchio. Senza il rapporto costante con Dio la missione diventa mestiere. Ma da che lavori tu? Da sarto, da cuoca, da prete, lavori da prete, lavori da suora? No. Non è un mestiere, è un’altra cosa. Il rischio dell’attivismo, di confidare troppo nelle strutture, è sempre in agguato. Se guardiamo a Gesù, vediamo che alla vigilia di ogni decisione o avvenimento importante, si raccoglieva in preghiera intensa e prolungata. Coltiviamo la dimensione contemplativa, anche nel vortice degli impegni più urgenti e pesanti. E più la missione vi chiama ad andare verso le periferie esistenziali, più il vostro cuore sia unito a quello di Cristo, pieno di misericordia e di amore. Qui sta il segreto della fecondità pastorale, della fecondità di un discepolo del Signore!" (Papa Francesco, Ibid).

La Chiesa è il segno fecondo del Cielo che strappa gli uomini al mondo per generarli al Regno di Dio. Per questo, senza timore essa opera i prodigi per i quali è mandata nel mondo: "guarisce gli infermi, risuscita i morti, sana i lebbrosi, caccia i demòni", proprio nei luoghi i suoi figli sono chiamati ogni giorno. Un padre che non scaccia i demoni che affliggono il figlio - la superbia che lo sguinzaglia sulle strade della concupiscenza e delle false libertà ad esempio - ha perduto lo Spirito Santo, non è più un "padre in missione": sarà un padre amico, psicologo, pedagogo che cercherà nella sapienza carnale e mondana le soluzioni per risolvere i problemi del figlio, e non lo amerà con l'amore di Cristo. Un prete che si appoggia sui propri criteri, magari quelli studiati sui libri e deliberati nei consigli pastorali, non "serve", diviene come il sale che ha perduto il sapore e non può mettersi a "servizio" del bene di ciascuna pecora affidatagli sciogliendo se stesso per salare con verità e misericordia la sua vitaha perduto il sapore della Croce, il sale che purifica, sana e scaccia i demoni dai giovani, dai matrimoni, dagli anziani e dalle vedove. Ormai non crede più al potere della croce, l'unica capace di liberare chi è schiavo del peccato; mentre "il mistero pasquale è il cuore palpitante della missione della Chiesa! E se rimaniamo dentro questo mistero noi siamo al riparo sia da una visione mondana e trionfalistica della missione, sia dallo scoraggiamento che può nascere di fronte alle prove e agli insuccessi. La fecondità pastorale, la fecondità dell’annuncio del Vangelo non è data né dal successo, né dall’insuccesso secondo criteri di valutazione umana, ma dal conformarsi alla logica della Croce di Gesù, che è la logica dell’uscire da se stessi e donarsi, la logica dell’amore. È la Croce - sempre la Croce con Cristo, perché a volte ci offrono la croce senza Cristo: questa non va! – Ed è dalla Croce, supremo atto di misericordia e di amore, che si rinasce come «nuova creatura»" (Papa Francesco, Omelia del 7 luglio 2013).

La Chiesa compie ciò che annuncia, perché "rimane nel mistero pasquale di Cristo", celebrandolo nei sacramenti e annunciandolo sempre e ovunque: Cristo è vivo in Lei, e si mostra a chiunque da essa è raggiunta. Vivere in questa Grazia, la Grazia del mistero pasquale di Cristo che si rinnova istante dopo istante nelle nostre vite concrete e diviene così il segno di una vita celeste ancorata nell'amore crocifisso di Cristo e per questo autentica, a questo sono chiamati e inviati gli Apostoli, tu ed io: "Gesù bastonava tanto contro gli ipocriti: ipocriti, quelli che pensano di sotto; quelli che hanno – per dirlo chiaramente – doppia faccia. Parlare di autenticità ai giovani non costa, perché i giovani – tutti – hanno questa voglia di essere autentici, di essere coerenti. E a tutti voi fa schifo, quando trovate in noi preti che non sono autentici o suore che non sono autentiche!" (Papa Francesco, Ai seminaristi e novizie, 6 luglio 2013). 

Ogni giorno sulle strade della nostra vita siamo chiamati ad essere quel che siamo, cristiani. La vita celeste in noi, lo Spirito Santo che ispira, guida e compie in noi le opere di vita eterna che ogni uomo attende, che tutti hanno diritto di vedere, per credere ed essere salvati. Nessun piano preventivo, nessun programma se non quello di essere docile alla volontà di Dio, alla Sua Grazia. Al lavoro, in famiglia, nella malattia, nella sofferenza o nella gioia, l’amore del quale siamo amati è la nostra manna, che non imputridisce. Non possiamo portare due tuniche, come il Popolo di Israele non poteva accaparrare due razioni di manna nel tentativo incredulo di assicurarsi il futuro, pena la corruzione della primogenitura. Ogni giorno, invece, dobbiamo uscire e attingere il suo amore, nell’ascolto della Parola e nei sacramenti, formati permanentemente per andare ad annunciare il Regno; nella certezza che, accolti oppure no, in ogni circostanza la pace, l’aria del Cielo, nessuno potrà togliercela. Essa è con noi per sempre.  




  

Giovedì della XIV settimana del Tempo Ordinario




Alle soglie del terzo millennio, 
la Chiesa tutta, Pastori e fedeli, 
deve sentire più forte la sua responsabilità 
di obbedire al comando di Cristo: 
"Andate in tutto il mondo e 
predicate il vangelo ad ogni creatura", 
rinnovando il suo slancio missionario. 
Una grande, impegnativa e magnifica 
impresa è affidata alla Chiesa: 
quella di una nuova evangelizzazione, 
di cui il mondo attuale ha immenso bisogno.
Dio apre alla Chiesa gli orizzonti di un’umanità 
più preparata alla semina evangelica. 
Sento venuto il momento di impegnare 
tutte le forze ecclesiali 
per la nuova evangelizzazione 
e per la missione Ad Gentes.


Giovanni Paolo II






Dal Vangelo secondo Matteo 10,7-15.

E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. 
Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. 
Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, 
né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento. 
In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza. 
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. 
Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi. 
Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. 
In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città.


IL COMMENTO


Il Regno dei Cieli è vicino. Gli Apostoli ne sono gli ambasciatori. E, con loro, anche noi. Il Vangelo di oggi getta una luce di consolazione sulla nostra vita, sulla missione alla quale siamo chiamati. Essere quel che siamo. Come diceva Giovanni Paolo II, questo equivale ad incendiare il mondo. Un Giapponese in Italia, faccia quel che faccia, ovunque vada, manifesta chiaramente la propria origine. La porta disegnata nei suoi occhi, se ne sente l’eco nell’accento, lo si intuisce dall’approccio alle cose della vita. Per gli Apostoli del Regno dei Cieli è esattamente lo stesso. Ovunque appaiano, si fa presente il Cielo. Lo recano impresso nelle loro vite, nel pensiero, nelle parole. Il Regno della Grazia, dove vivono coloro che hanno ricevuto tutto gratuitamente e gratuitamente lo donano. Ecco il cuore della missione, la fonte dello zelo: la gratuità con la quale siamo stati amati, riscattati, chiamati. Nessun merito, nessun curriculum, perchè se fosse per questi.... Purtroppo spesso ci troviamo davanti a Dio come chi molto ha dovuto sacrificare per "scegliere" di servirlo, come chi ha comunque diritti acquisiti sul campo, tra sforzi e rinunce; è il peggio che potrebbe capitare alla Chiesa e ai suoi apostoli, dimenticare la gratuità e l'insondabilità misteriosa dell'elezione. Si scivola nel moralismo che fa a pezzettini l'universo intero con le sue ingiutizie, che esibisce opzioni preferenziali per poveri e ultimi dal proprio saldo primo posto di potere e di arroganza, quello che polverizza i peccatori. Chi dimentica la propria storia, e l'amore con il quale Dio l'ha salvata, non sarà mai un apostolo di Lui, sarà piuttosto un superbo rappresentante di se stesso, del proprio egoismo rivestito di falso altruismo, lupi, travestiti da agnelli, mercenari della missione, sempre alla ricerca di se stessi, ingannatori tra i peggiori. Perchè le ultime parole di Gesù sulla sorte di chi non accoglie il Vangelo suppone che questi abbiano davvero incontrato Cristo, ascoltato la Buona Notizia e visto i segni del Regno di Dio, autentici, che contestino quelli, corrotti, del mondo. Se gli apostoli e la Chiesa presentano surrogati e caricature, il mondo e i suoi figli sono privati dell'oggetto stesso cui apririsi; se annunciamo la severa e inconcludente legge moralistica di un'etica senz'anima, se gettiamo pesi che non portiamo neanche con un dito, se trasmettiamo una serie di compromessi con il pensiero mondano per essere ben accetti, se dubitiamo del potere di Cristo perchè non abbiamo sperimentato o abbiamo dimenticato la gratuità del miracolo che ci ha sanati, purificati e perdonati, coloro ai quali siamo inviati saranno privati della libertà nella quale accogliere o rifiutare il Signore. Si troveranno dinanzi a una menzogna, e sarà loro sottratta la possibilità di essere salvati e ricevere la Pace messianica, quella portata da Cristo risorto. 


Per questo gli Apostoli chiamati nella gratuità, donano se stessi gratuitamente, come un frutto maturo dell'opera di Cristo: si comprende allora perchè non portano con sé alcuna sicurezza, alcun appoggio se non la Parola per la quale sono stati inviati. La Parola che conferma le loro parole, che rende evidente la loro natura, quella di figli di Dio, cittadini del Cielo. La volontà di Dio si compie in loro per pura Grazia. Monete, sandali, bisacce non fanno per loro. Il loro bagaglio, come fu per per Davide dinanzi a Golia, sono solo le cinque pietre, i cinque libri della Torah, la Parola trafitta delle cinque piaghe del Signore. Il potere di curare e guarire li accompagna, per schiudere il Cielo, la vittoria sul mondo e la corruttibilità della carne, la vita più forte della morte. La vita divina operante nella carne, è questo il miracolo più grande. Essa è un dono del Cielo, del Padre. Le virtù teologali, fede, speranza e carità, i connotati della Grazia battesimale. La Chiesa è il segno per eccellenza del Cielo, dell Regno che si avvicina. Senza timore essa opera prodigi, per questi è inviata nel mondo. Non serve se perde il sapore della Croce, il sale che purifica, sana e scaccia i demoni dai giovani, dai matrimoni, liberando chi è schiavo del peccato! La Chiesa compie ciò che annuncia, perchè Cristo è vivo in Lei, e si mostra a chiunque da essa è raggiunta.


Vivere in questa Grazia, a questo sono chiamati e inviati gli Apostoli. A questo siamo chiamati ed inviati anche noi. Ogni giorno sulle strade della nostra vita. Essere quel che siamo. La vita celeste in noi, lo Spirito Santo che ispira, guida e compie in noi le opere di vita eterna che ogni uomo attende, che tutti hanno diritto di vedere, per credere, per essere salvati. Nessun piano preventivo, nessun programma se non quello di Benedetto XVI: essere docile alla volontà di Dio, alla Sua Grazia. Ad essa attingere ogni istante, come Maria ai piedi di Gesù, ascoltare la sua Parola sussurrata tra le pieghe della vita. Anche oggi siamo dunque inviati ad accendere il mondo. Essendo quel che siamo, deboli, infarciti di difetti, peccatori. E per questo amati. Gratuitamente. Istante dopo istante. Al lavoro, in famiglia, nella malattia, nella sofferenza o nella gioia, l’amore del quale siamo amati è la nostra manna, che non imputridisce. Non portiamo due tuniche, non possiamo prendere e assicurarci il futuro. Ogni giorno dobbiamo uscire e attingere il Suo amore, nell’ascolto della Parola e nei sacramenti. Precari ma pieni di speranza. Ogni giorno sul treno della vita fin dove il Signore ci condurrà. Ad essere accolti oppure no, in ogni circostanza la pace, il dono messianico, l’aria del Cielo, nessuno potrà togliercela. Essa è con noi per sempre.    




San Cipriano (circa 200-258), vescovo di Cartagine e martire Sull'unità della Chiesa cattolica

« La vostra pace scenda sopra di essa »


Lo Spirito Santo ci dà questo avvertimento : « Cerca la pace e perseguila » (Sal 34, 15). Il figlio di pace deve cercare e perseguire la pace. Chi conosce e ama il vincolo della carità deve preservare la sua lingua dal peccato della discordia. Fra le sue prescrizioni divine e i suoi comandamenti di salvezza, il Signore, la vigilia della sua Passione, ha aggiunto questo: « Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace. » (Gv 14, 27) Tale è l'eredità che ci ha lasciata: la promessa di tutti i doni, di tutte le ricompense che vediamo in prospettiva, è stata legata alla custodia della pace. Se siamo eredi di Cristo, rimaniamo nella pace di Cristo. Se siamo figli di Dio, dobbiamo essere pacifici : « Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio. » (Mt 5, 9) Bisogna che i figli di Dio siano pacifici, miti di cuore, semplici nelle parole, in perfetto accordo di sentimenti, uniti fedelmente con il vincolo di un pensiero unanime.
Questa concordia esisteva un tempo, sotto l'autorità degli Apostoli. In questo modo, il nuovo popolo dei credenti, fedele alle prescrizioni del Signore, mantenne la carità. Da lì sorge l'efficacia delle loro preghiere : potevano essere sicuri di ottenere tutto ciò che domandavano alla misericordia di Dio.