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Mercoledì della II settimana di Avvento. Commento completo
L'avvento è anche andare al Signore, come un discepolo. Ai suoi piedi imparare, apprendere, ascoltare. Mite è colui che è stato domato, che ha "imparato" ad obbedire. Etimologicamente la mansuetudine, la mitezza è caratteristica dell'animale ammansito perché sia docile nel sottoporsi al giogo. Gesù ci conosce e sa che, come i piccoli del suo popolo, siamo affaticati e oppressi da leggi e moralismi impossibili da imparare. Siamo fatti per imparare da Lui, attraverso il suo giogo soave che rende soave la carne, cuore e mente così simili ad un animale selvatico. Paradossalmente è proprio la Croce l'unica scuola adatta a noi; ciò che ci sembra assurdo e inaccettabile nella nostra vita è l'unico giogo adeguato. Tutto il resto, i nostri e gli altrui pensieri, criteri e regolamenti ci schiacciano rendendoci ogni volta più orgogliosi.
Per questo, l'umiltà e la mitezza si "ascoltano" e si accolgono, come Parole di Dio che hanno il potere di realizzarsi. "Imparate da me" dice il Signore. Il termine adottato rimanda ad un rapporto, ad una relazione profonda, ben al di là d'una superficiale conoscenza. Quella tra Didaskalo e Discepolo, tra il Maestro e l'allievo. Imparare è la coniugazione di un'intimità. Imparare è conoscersi, secondo la pregnante etimologia biblica del termine, è donare e ricevere, è amare. "Rimanete nel mio amore", ecco le Parole di Gesù per noi oggi. Imparare è restare ai suoi piedi, come Maria, lasciandosi attirare dalla Parte Buona, l'unica eredità che dà la Vita. Imparare, riposare.
Siamo stanchi dei nostri sforzi, dei tentativi, delle sfide, oppressi da leggi e moralismi. Non ce la facciamo più. Schiavi di speranze infrante, di rincorse a perdifiato sui sentieri dei compromessi, per acciuffare un sorriso, uno sguardo di benevolenza, sperando di rifiatare nell'affetto di chi ci è accanto. E nulla, qualche aperitivo che ci è parso preludere al banchetto agognato, al riposo sperato, e d'un colpo, invece di una tavola imbandita, ci siamo ritrovati soli di nuovo, nel mezzo di una strada da percorrere ancora, senza forze, con una delusione in più sulle spalle. Un figlio, per quanto santo e giusto, è forse il ristoro? Una figlia che si sposa con l'uomo ideale, cristiano, di sani valori, con la testa sulle spalle, è forse il riposo? La moglie, il marito, al chiudersi della giornata, è forse il porto sospirato? Unirsi, quando è concesso, è forse il capolinea di tanta fatica? Non ci si ritrova poi, comunque, soli? Carne della propria carne, è vero, ma è pur sempre qualcosa di parziale, incompleto, che rimanda a un di più, a qualcosa che superi le barriere del tempo e dello spazio. E una buona semina del Vangelo, i miracoli nei cristiani affidati, le vite ricostruite, il potere di Cristo operante nei fratelli, è questo il riposo per il quale siamo venuti al mondo, per cui siamo preti, apostoli, missionari?
Non si tratta ora di quando si fa di tutto ciò un assoluto, porta spalancata sulle più cocenti delusioni. Si tratta piuttosto di quel desiderio di pace e riposo che cerchiamo, semplicemente, proprio nel Signore e nelle sue cose. Laddove più subdolo si può annidare l'inganno del demonio. La parvenza di rettitudine nasconde la perversione di voler fare della terra il Cielo, della carne il Paradiso. Comunismo, rivoluzioni, lotta alle ingiustizie, non sono aspetti lontani da noi. Basta scrutare il nostro cuore e cercare l'atteggiamento che abbiamo di fronte alle crisi economiche, ai provvedimenti del Governo, ai fatti di cronaca. E comprendere come, al di là di ogni pretesa rettitudine, il nostro cuore è attaccato al denaro, alla carne, al mondo. E a tutto ciò chiediamo la vita, il riposo e il ristoro. Come a una vacanza, a una settimana bianca, a quello staccare per un po' la spina per il quale ci illudiamo di rigenerarci... Mentre la storia scorre e i personaggi e gli eventi non riposano mai. Possiamo fare delle cose più sante un giocattolo di Lego da costruire per rifugiarci al riparo della precarietà, materiale e spirituale. Una croce d'oro esibita sul petto che scaccia perversamente la Croce autentica che ci inchioda alla volontà di Dio. La sicurezza religiosa che butta fuori la precarietà nella quale, sola, si può davvero sperimentare l'opera di Dio, la sua prossimità, il suo amore.
Ci viene in aiuto San Giovanni della Croce:
Per giungere a gustare il tutto
non cercare il gusto in niente;
per giungere alla conoscenza del tutto
non cercare di sapere qualche cosa in niente;
per giungere al possesso del tutto,
non voler possedere niente;
per giungere ad essere tutto,
non voler essere niente.
Per venire a ciò che non godi,
devi passare per dove non godi;
per giungere a ciò che non hai,
devi passare per dove non sai;
per giungere al possesso di ciò che non hai,
devi passare per dove ora niente hai;
per giungere a ciò che non sei,
devi passare per dove ora non sei.
Quando ti fermi in qualche cosa,
tralasci di slanciarti verso il tutto;
per giungere interamente al tutto,
devi totalmente rinnegarti in tutto;
e quando tu giunga ad avere il tutto,
devi possederlo senza voler niente.
In questa povertà lo spirito trova
il suo riposo poiché, non desiderando niente,
niente lo appesantisce verso l'alto
e niente lo spinge verso il basso,
poiché sta al centro della sua umiltà.
Al centro della propria umiltà, della verità, che è l'unica nella quale il Dio vero è presente e operante. La verità che è la nostra totale precarietà. La storia ci ha fatti piccoli, poveri, "tapini", ultimi, secondo l'accezione del termine "umile" che compare nel Vangelo di oggi. Nella terra, nell'humus dove ci troviamo possiamo raggiungere, o meglio, possiamo essere accolti nel riposo vero, perchè è esattamente il luogo dove Cristo è disceso. Il Signore s'è abbassato sino a noi, umiliato nella morte, mite come un agnellino condotto al macello. Lui s'è offerto volontariamente laddove noi dobbiamo andare senza nessuna voglia. Mite dove noi recalcitriamo. E Lui stesso, pur essendo Figlio, ha "imparato" l'obbedienza dalle cose che patì.
E anche oggi il Signore ci chiama. Ci ha scelto e ci chiama. Lui è esattamente dove siamo noi oggi. Affaticati e oppressi. E' Lui la salvezza. E' Lui la gioia. E' Lui l'unica Vita, l'unica Via, l'unica Verità. Imparare sulle sue orme, laddove Lui ha imparato. In un'intimità che è essere con Lui crocifissi, oggi, nella storia concretissima che ci attende. Uniti al punto che sia Lui a vivere in noi. Il Suo giogo, abbassato al nostro collo. L'unico giogo che non pesa, l'unico carico leggero, l'unico adatto a noi. Gesù Cristo, l'unico per noi. Carne, mondo, desideri, progetti, leggi, tutto è per noi troppo pesante, inadeguato. Tutto troppo terreno. Siamo fatti per Dio, siamo suoi. Per questo non v'è altro giogo perfetto per noi se non il giogo di Cristo. La Croce, dove siamo figli nel Figlio, il giogo leggero e soave nel quale troviamo la nostra unica realizzazione. La volontà di Dio, l'unica pace, il vero riposo. Le nostre braccia distese con le sue, per la moglie, il marito, i figli. Per ogni uomo.
Ci viene in aiuto San Giovanni della Croce:
Per giungere a gustare il tutto
non cercare il gusto in niente;
per giungere alla conoscenza del tutto
non cercare di sapere qualche cosa in niente;
per giungere al possesso del tutto,
non voler possedere niente;
per giungere ad essere tutto,
non voler essere niente.
Per venire a ciò che non godi,
devi passare per dove non godi;
per giungere a ciò che non hai,
devi passare per dove non sai;
per giungere al possesso di ciò che non hai,
devi passare per dove ora niente hai;
per giungere a ciò che non sei,
devi passare per dove ora non sei.
Quando ti fermi in qualche cosa,
tralasci di slanciarti verso il tutto;
per giungere interamente al tutto,
devi totalmente rinnegarti in tutto;
e quando tu giunga ad avere il tutto,
devi possederlo senza voler niente.
In questa povertà lo spirito trova
il suo riposo poiché, non desiderando niente,
niente lo appesantisce verso l'alto
e niente lo spinge verso il basso,
poiché sta al centro della sua umiltà.
Al centro della propria umiltà, della verità, che è l'unica nella quale il Dio vero è presente e operante. La verità che è la nostra totale precarietà. La storia ci ha fatti piccoli, poveri, "tapini", ultimi, secondo l'accezione del termine "umile" che compare nel Vangelo di oggi. Nella terra, nell'humus dove ci troviamo possiamo raggiungere, o meglio, possiamo essere accolti nel riposo vero, perchè è esattamente il luogo dove Cristo è disceso. Il Signore s'è abbassato sino a noi, umiliato nella morte, mite come un agnellino condotto al macello. Lui s'è offerto volontariamente laddove noi dobbiamo andare senza nessuna voglia. Mite dove noi recalcitriamo. E Lui stesso, pur essendo Figlio, ha "imparato" l'obbedienza dalle cose che patì.
E anche oggi il Signore ci chiama. Ci ha scelto e ci chiama. Lui è esattamente dove siamo noi oggi. Affaticati e oppressi. E' Lui la salvezza. E' Lui la gioia. E' Lui l'unica Vita, l'unica Via, l'unica Verità. Imparare sulle sue orme, laddove Lui ha imparato. In un'intimità che è essere con Lui crocifissi, oggi, nella storia concretissima che ci attende. Uniti al punto che sia Lui a vivere in noi. Il Suo giogo, abbassato al nostro collo. L'unico giogo che non pesa, l'unico carico leggero, l'unico adatto a noi. Gesù Cristo, l'unico per noi. Carne, mondo, desideri, progetti, leggi, tutto è per noi troppo pesante, inadeguato. Tutto troppo terreno. Siamo fatti per Dio, siamo suoi. Per questo non v'è altro giogo perfetto per noi se non il giogo di Cristo. La Croce, dove siamo figli nel Figlio, il giogo leggero e soave nel quale troviamo la nostra unica realizzazione. La volontà di Dio, l'unica pace, il vero riposo. Le nostre braccia distese con le sue, per la moglie, il marito, i figli. Per ogni uomo.
La mente cinta da una corona di spine, i criteri trafitti per essere consegnati alla mente di Dio. Rinunciare a noi stessi per fare la volontà del Padre. Il cuore trapassato, la vita donata e perduta per puro amore. Lo Shemà compiuto, l'amore che unisce mente, cuore e forze in un'unica oblazione offerta con Cristo al Padre. Oggi, nella semplicità delle ore che ci accolgono, negli incontri, nelle cose da fare e ripetere mille volte, si compie una liturgia d'amore. La nostra vita è il dono del Figlio al Padre. Siamo il tesoro di Dio, il frutto dell'intimità divina.
Il Vangelo di oggi ci aiuta a comprendere la nostra storia, laddove siamo crocifissi per imparare ad essere quello per cui siamo nati. Andare a Cristo per essere veramente noi stessi, laddove Lui è divenuto ciascuno di noi, per farci, in Lui, figli amatissimi. Istante dopo istante conformati alla sua immagine, portando in noi il Suo mistero Pasquale, salvezza nostra e del mondo, come il Cireneo. Forse inconsapevoli, ma aggrappati alla sua Croce; mentre crediamo di portarla scopriremo che è proprio essa a portarci alla pace e al riposo. Imparare, ascoltare, obbedire, essere. In Cristo, di Cristo, veramente ed eternamente felici. Accolti nel riposo che solo un cuore docile e obbediente può gustare, anche se nulla nella nostra vita riposa, né il male, né il dolore, né le avversità. Un riposo crocifisso, un ristoro nel mezzo della battaglia. Con Cristo, ogni istante, reclinare il capo sulla Croce, spirare vita per riaverla piena e compiuta. Avvento di Cristo, avvento del riposo in un amore senza riserve.
Il Vangelo di oggi ci aiuta a comprendere la nostra storia, laddove siamo crocifissi per imparare ad essere quello per cui siamo nati. Andare a Cristo per essere veramente noi stessi, laddove Lui è divenuto ciascuno di noi, per farci, in Lui, figli amatissimi. Istante dopo istante conformati alla sua immagine, portando in noi il Suo mistero Pasquale, salvezza nostra e del mondo, come il Cireneo. Forse inconsapevoli, ma aggrappati alla sua Croce; mentre crediamo di portarla scopriremo che è proprio essa a portarci alla pace e al riposo. Imparare, ascoltare, obbedire, essere. In Cristo, di Cristo, veramente ed eternamente felici. Accolti nel riposo che solo un cuore docile e obbediente può gustare, anche se nulla nella nostra vita riposa, né il male, né il dolore, né le avversità. Un riposo crocifisso, un ristoro nel mezzo della battaglia. Con Cristo, ogni istante, reclinare il capo sulla Croce, spirare vita per riaverla piena e compiuta. Avvento di Cristo, avvento del riposo in un amore senza riserve.
4 ottobre. San Francesco d'Assisi
che voi avete udita con i vostri orecchi
το κήρυγμα Il Kèrygma
Il riposo appartiene ai piccoli. La Terra del compimento delle promesse, lo shabbat e la pienezza della vita sono di chi è stato privato di tutto: Beati i poveri perché di essi è il Regno dei Cieli. Noi invece ci ritroviamo sempre stanchi sotto il «giogo» della carne, nervosi, insoddisfatti. Chi di noi oggi, dinanzi a se stesso, al passato, al presente, al futuro, non si sente un «pitocco», piccolo e nullatenente? Come San Francesco al tramonto della sua vita, la stessa «fatica» e «oppressione», l'angoscia nel timore di aver sbagliato tutto, di aver capito male... L'Ordine sembrava sbriciolarsi, e quella parola ascoltata un giorno era ormai una chimera. Solo, con quell'infinito dolore, mentre il fisico indebolito e stremato pareva rimproverarlo di averlo strapazzato per nulla. Aveva inseguito un sogno, e superava di gran lunga le proprie forze. Era la notte della fede, sperimentata dai santi, noti o sconosciuti, la notte delle stimmate. Prima o poi essa ci avvolge tutti: «affaticati» come gli ebrei schiavi in Egitto, «oppressi» come «una bestia da soma». Eppure è la notte più santa, la Pasqua dove il Signore ci ha dato appuntamento, come a San Francesco su La Verna. La fatica e l'oppressione sono la sua voce che ci sussurra «venite a me»; raggiunge la nostra carne, debole ma preparata dalla storia ad accogliere le sue stimmate, le ferite capaci di trasformarla in sangue di vita da offrire. I «sapienti» e gli «intelligenti» non conoscono «queste cose», le piaghe del dolore sono scandalo e stoltezza da combattere e sfuggire. Ma il Signore ha «voluto rivelare» a San Francesco e a ciascuno di noi il mistero del suo amore celato nella Croce. Le umiliazioni sono l'anello che ci sposa con Cristo, i dardi che ci insegnano la sua «umiltà» e la sua «mitezza» imprimendole nel profondo della nostra anima. E' pura Grazia da accogliere ogni giorno prendendo su di noi il suo «giogo leggero»: le cose che sono aspre per coloro che provano affanno, si addolciscono per quelli che amano (S. Agostino).
QUI TUTTO IL FILM DI LILIANA CAVANI
QUI LA PRIMA PARTE DI "FRANCESCO E CHIARA"
QUI LA SECONDA PARTE DI "FRANCESCO E CHIARA"
XIV Domenica del Tempo Ordinario. Anno A
“Davanti alla loro ira, siate miti;
di fronte alla loro boria, siate umili”
sant’Ignazio d’Antiochia
di fronte alla loro boria, siate umili”
sant’Ignazio d’Antiochia
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| L'ANNUNCIO |
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
(Dal Vangelo secondo Matteo 11, 25-30)
Tempo di “mondiali”, tempo di fatica, sudore e passione; tempo di vittorie e sconfitte, gioie e delusioni. Tempo propizio, un vero kairos per la nostra conversione. Perché Dio ci parla attraverso tutto ciò che accade, ma proprio tutto, anche un mondiale di calcio. E la liturgia di questa domenica ci aiuta scoprire nella metafora la Parola che Dio ha preparato per noi.
Ci facilita a penetrare la ricchezza del Vangelo una riflessione dell’allora Card. Ratzinger che aveva come tema proprio i mondiali di calcio: “nessun altro avvenimento sulla terra può avere un effetto altrettanto vasto, il che dimostra che questa manifestazione sportiva tocca un qualche elemento primordiale dell’umanità e viene da chiedersi su cosa si fondi tutto questo potere di un gioco… Si potrebbe rispondere, facendo riferimento alla Roma antica, che la richiesta di “pane e gioco” era in realtà l’espressione del desiderio di una vita paradisiaca, di una vita di sazietà senza affanni e di una libertà appagata… Il gioco sarebbe una sorta di tentato ritorno al Paradiso: l’evasione dalla serietà schiavizzante della vita quotidiana e della necessità di guadagnarsi il pane, per vivere la libera serietà di ciò che non è obbligatorio e perciò è bello”.
Ecco, il Signore ci offre oggi proprio “la libera serietà” che il gioco del calcio ci mostra in questi giorni, appassionandoci tanto. E, guarda un po’, nel parallelo di Luca, il testo del Vangelo comincia presentandoci un’istantanea di Gesù che sembra scattata allo stadio.
Dice, infatti, che Gesù “esultò”, proprio come se avesse appena siglato un gol da cineteca con cui ha decretato la vittoria della Coppa del mondo per la propria squadra. Un’esultanza che vibra sin dentro il più intimo di se stesso, “nello Spirito Santo”.
Tutto sua Madre… Come Lei, di fronte allo stesso gol… Impossibile da credere tanto è bello, esteticamente bello. Sì, perché quel gol è un gesto celeste, nessun giocatore, fosse anche il più bravo di tutti i tempi, ne sarebbe stato capace.
In una partita, infatti, che cosa c’è di più bello, appassionante, coinvolgente di un tiro che ti spiazza con uno sguardo, mentre il pallone disegna una traiettoria impensabile insaccandosi dove meno te lo aspetti. Un gol impossibile, come si suole dire.
E Gesù aveva proprio segnato il gol decisivo, il più bello, “impossibile agli uomini ma non presso Dio”; aveva appena insaccato il pallone nella porta del demonio, eseguendo perfettamente ciò di cui il suo “Allenatore” si “compiaceva”; gli era riuscito alla perfezione quel gesto, accidenti, esattamente quello che il Padre gli aveva insegnato e “rivelato” dalla panchina del Cielo; secondo la sua “eudokia”, la benevola volontà di Dio che indirizza il pallone in gol, che fa cioè riuscire l’impossibile nella carne, aveva rivelato se stesso ai “piccoli”, svelando l’amore di Dio fatto carne perché potesse essere accolto da ogni carne. Il demonio non poteva prevedere un tiro simile… Sembrava un colpo da poco, invece…
Lo stesso gol a cui aveva assistito, in visione privata nella sua casa di Nazaret, la Vergine Maria; da Lei, certamente, Gesù aveva imparato i primi rudimenti della volontà dell’Allenatore. E così da Lei avrà appreso anche ad “esultare” per gli schemi impensabili del Padre. Lo spirito della Madre, infatti, aveva “esultato in Dio suo Salvatore, perché aveva guardato all’umiliazione della sua serva” e, per questo “tutte le generazioni l’avrebbero chiamata beata”.
Beata perché umiliata. Beata perché la sua vita era talmente in basso da dover guardare tutto e tutti all’insù. Beata perché ultima, la più piccola tra i piccoli, una “neonata” in mezzo a un mondo di adulti, “sapienti e intelligenti”. Tanto “piccola” da poter accogliere l’impossibile, l’infinito Dio nel suo grembo.
“Beata”, dunque, come i “piccoli” ai quali al Padre “è piaciuto rivelare le sue cose”, il segreto per vincere contro i grandi, i forti, i potenti. I piccoli come Davide, capace di vincere il gigante Golia con una comunissima fionda e cinque pietre; cinque, come i libri della Torah, la Parola che smaschera ogni parola che si presume sapiente e si fa forza con la menzogna.
La Parola che sanno attendere e accogliere solo i “piccoli”, gli “infanti” secondo il greco originale, ovvero i bambini appena nati e incapaci di parlare. I “piccoli” che sanno solo piangere e, divezzati, addormentarsi tra le braccia della madre.
I “piccoli” che, come Maria, non hanno parole di fronte al mistero della vita, al male che li ferisce, alla storia difficile che vivono, ai problemi, agli errori e ai fallimenti. I “piccoli” che non hanno spiegazioni da offrire, soluzioni tascabili, risposte da consultare su wikipedia. La Parola di Dio, infatti, si era fatta carne per loro, per chi non ha parole, anche di fronte alle tentazioni, e cadono, precipitando rovinosamente nei peccati.
Tanto “piccoli” da non attirare nessun altro sguardo che quello del Padre. “Piccoli” come Gesù, il Servo di Yahwè disprezzato e umiliato, davanti al quale tutti si sono coperti la faccia, tanto era sfigurato il suo volto da non sembrare neanche un uomo. Nessuna bellezza, nessuno splendore, solo un’infinita piccolezza fatta peccato.
Ma di quella piccolezza senza parole di fronte a Caifa, Erode e Pilato, il Padre si è “compiaciuto”. In essa aveva visto ogni “piccolo” della terra. Nel segreto di quell’umiliazione, dello svuotamento che lo ha spinto ad offrire tutto se stesso sino alla fine, il Padre era con Lui, sussurrandogli le parole con cui gli svelava il “mistero” del suo amore riservato ai “piccoli”.
Amore ferito, piagato, addolorato. Amore sporcato nel sangue. Amore sceso sino all’ultimo peccatore, amore umiliato sin dentro i sepolcri dei più “piccoli” della terra. Questo amore deposto in una tomba è il gol più bello della storia; il più atteso, capace di sciogliere la gola nel grido di esultanza per la liberazione insperata.
Tutti noi aspettiamo da sempre un gol così, questo gol. Maria ne aveva intuito l’importanza nella sua carne immacolata, grembo vergine nel quale lo Spirito Santo aveva deposto Dio. Uno schianto deve essere stato, non toccare uomo e ritrovarsi incinta dell’Amore che non ha confini.
Nel segreto della sua femminilità più pura, nella sua carne senza peccato aveva misteriosamente preparato Gesù a discendere nelle profondità del peccato di ogni uomo, un miracolo ancor più grande, un gol ancora più impossibile da immaginare. La misericordia doveva scendere, scendere, scendere ogni gradino della perversione, della concupiscenza, dell’avarizia, della menzogna, dell’invidia, dell’odio omicida. Dio doveva inabissarsi a cercare la pecora perduta, la più testarda e stolta, la più “piccola”.
E doveva andarci con una carne “piccola” perché nessun “piccolo” rimanesse escluso dal perdono e dalla risurrezione a una vita nuova. La carne “piccola” e “umiliata” che ha preso da Maria, “piccola” e “umiliata”.
E che “fatica e oppressione” per scendere sin laggiù, dove tu ed io siamo precipitati, “affaticati e oppressi” nella “serietà schiavizzante della vita quotidiana e della necessità di guadagnarsi il pane”, frutto amaro del peccato e della perdita del Paradiso.
E anche oggi è pronto per noi il gol decisivo, del tutto immeritato. Dopo novanta, forse novantaquattro lunghissimi minuti spesi a correre e rincorrere pallone e avversari, senza uno schema di gioco degno e razionale; dopo una partita tutta improvvisazione e istinto, e scatti a destra e a sinistra dove, illudendoci, ci è sembrato potessimo trovare la via del gol; dopo aver sbattuto mille volte contro il muro degli avversari, e colpi bassi presi e dati, e ferite e sangue.
Ma, nonostante tutto, Qualcuno ci ha protetti impedendoci di capitolare. Oh sì, l’avversario ne ha presi di pali e traverse; e salvataggi sulla linea - ma Chi sarà stato? - proprio quando il pallone la stava varcando impietosamente. Non sappiamo come sia stato, ma siamo ancora in gioco, nonostante tutto. Nonostante abbiamo tradito il coniuge usando perversamente del sesso e dell’affetto, rubato sul lavoro, insultato e invidiato, usato a piacimento delle persone, mormorato e pensato male di Dio.
Nonostante i giudizi ad esempio, che ci hanno catapultato tra “gli intelligenti” che pensano di sapere più degli altri e disprezzano; nonostante le leggi e i moralismi che, illudendoci di essere “sapienti”, abbiamo caricato sulle spalle degli altri e che noi non abbiamo mai compiuto; nonostante tutto il risultato è in bilico. Che si decida oggi?
Forse sì, certamente sì, perché anche oggi potremmo morire, e la morte ci attende nelle parole e negli atteggiamenti degli altri. E potremmo perdere la partita decisiva, e rompere un’amicizia, avviarci al divorzio, tagliare con un figlio, divorziare, abortire o chiuderci alla vita impedendo così a un figlio di Dio di vedere la luce.
Ma Gesù è pronto a scendere in campo, e giocare con te e per te la partita della tua vita. Sino ad ora, dal Cielo, Dio ti ha protetto secondo il suo amore. Ma oggi, in questo tempo favorevole, ti stai giocando i mondiali, lo sai? O ti basta partecipare, un po’ di soldi e la vetrina delle televisioni?
La vita è seria, almeno tanto quanto la “fatica e oppressione” che hai accumulato. Perché non ce la fai più, vero? E’ troppo anche per te, il lavoro stressante e senza gratificazioni, i figli che non ti ascoltano, il clima generale che soffoca la verità; e i tuoi peccati ti fanno sentire uno schifo, e ti ritrovi solo. Ti senti “piccolo” e senza parole no? L’ultimo, ovunque, anche se ti agiti per farti vedere e posti foto e commenti su Facebook come un mitragliere.
Sei “piccolo” di fronte alla grandezza dei “sapienti” e degli “intelligenti” del mondo. Ti hanno sedotto e ingannato, per lasciarti mezzo morto, a un passo dalla sconfitta. E il demonio è lì, al limite della tua area, e le tue gambe sono molli, la vista annebbiata, solo un miracolo potrebbe salvarti. Un gol nella porta del demonio. Un “giogo” che ti leghi a Cristo per andare in porta e beffare l’avversario.
Eccolo qua il segreto nascosto ai grandi, ed è preparato per te: è il tuo, personale. Ha le misure della tua storia, del tuo carattere, dei tuoi difetti; ed è uguale a quello di Cristo, che si è fatto in tutto come te, esclusi i peccati. Perché quelli li viene a prendere anche oggi, e farti scoprire che la il tuo "giogo", la tua Croce di oggi, quello che stai rifiutando, è proprio ciò che ti fa simile a Cristo, bello e pronto a donarsi nell’amore come Lui.
“Prendilo” allora, ascoltando e accogliendo questo Vangelo, mangiando del suo Corpo e del suo Sangue, lasciandoti perdonare. “Prendilo” nella Chiesa, dove puoi “imparare” da Lui, “mite e umile di cuore”. Non temere, bussa alle porte della Chiesa e chiedi a Cristo di giocare con te, per donarti la libertà perduta.
Lui ti “vuole rivelare chi sia il Padre”, i suoi schemi d’amore, con i quali segnare gol impossibili al demonio. Te lo “rivela” nella comunità cristiana alla quale ti ha chiamato”, la squadra più sgangherata che ci sia, che non vincerebbe neanche contro una squadra di dilettanti. Una squadra di “poveri”.
Ma ci gioca il migliore, il Fuoriclasse che nessuna squadra ha, perché è cresciuto nel vivaio del Cielo e si è fatto le ossa tra i “piccoli” dell'estrema periferia del mondo, che nessuno va a “visionare”. Nessuno degli squadroni lo conosce, e, se lo conoscesse, non lo prenderebbe. Lui gioca per perdere la vita, non resiste ai falli, alle simulazioni, agli insulti; e chi giocherebbe così?
Eppure è proprio questo l’unico schema vincente: un “giogo” sulle spalle, come il Cireneo, e il “ristoro” dopo la vittoria è sicuro. “Vieni” dunque, insieme a tutti i “piccoli” della terra, a “imparare” che la storia così com’è, il suo “giogo” che ti lega a Cristo, sta plasmando in te “l’umiltà e la mitezza”, le uniche capaci di resistere alla furia dell’avversario e condurti nella sua porta per alzare la coppa della Vita Eterna. Il “giogo” di Cristo, infatti, la Croce di ogni giorno, è l’unico adeguato a noi, e per questo è “dolce e leggero”, non ci “affatica e opprime” come quelli del mondo.
Con Cristo, infatti, non si “impara” a soffrire rassegnati perché non c’è niente da fare, come dice il mondo. Nella Chiesa, invece, “imparando da Lui”, si apprende a vivere “esultando” di gioia indicibile: la gioia di Maria, dei pastori nella notte di Betlemme, degli apostoli, i “piccoli” che annunciano il Vangelo e hanno i loro nomi scritti in Cielo e cha hanno visto il Signore risorto. La tua gioia, nella tua storia di ogni giorno, nella quale “riposare” perché perdonato, e “trovare ristoro per la tua anime” perché finalmente libera per amare. La gioia frutto della “vita di sazietà senza affanni e di una libertà appagata”.
APPROFONDIMENTI
Ratzinger - Benedetto XVI. Umiltà
Il Cuore di Cristo
Ignace De la Potterie Il mistero del cuore trafitto. La teologia del cuore di Cristo
P. R. Cantalamessa. Beati i miti perché possiederanno la terra
C. Caffarra: Venite a me voi tutti affaticati e oppressi
Don Divo Barsotti. San Francesco e l'umiltà di Cristo
Imitazione di Cristo. L’UMILE COSCIENZA DI SE’
Beato Guerrico d’Igny. Riconoscere Cristo nella sua umiltà e scendere dietro di lui
Santa Geltrude di Elfta. « Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi »
Romano Guardini. San Benedetto e l'umiltà di Dio
S. Josemaria Escrivà. Il trionfo di Cristo nell'umiltà
Il Cuore di Cristo
Ignace De la Potterie Il mistero del cuore trafitto. La teologia del cuore di Cristo
P. R. Cantalamessa. Beati i miti perché possiederanno la terra
C. Caffarra: Venite a me voi tutti affaticati e oppressi
Don Divo Barsotti. San Francesco e l'umiltà di Cristo
Imitazione di Cristo. L’UMILE COSCIENZA DI SE’
Beato Guerrico d’Igny. Riconoscere Cristo nella sua umiltà e scendere dietro di lui
Santa Geltrude di Elfta. « Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi »
Romano Guardini. San Benedetto e l'umiltà di Dio
S. Josemaria Escrivà. Il trionfo di Cristo nell'umiltà
αποφθεγμα Apoftegma
Guardate, frati, L’umiltà di Dio,
e aprite davanti a lui i vostri cuori;
umiliatevi anche voi, perché egli vi esalti.
Nulla, dunque, di voi, tenete per voi;
affinché vi accolga tutti colui che a voi si da tutto
San Francesco
Guardate, frati, L’umiltà di Dio,
e aprite davanti a lui i vostri cuori;
umiliatevi anche voi, perché egli vi esalti.
Nulla, dunque, di voi, tenete per voi;
affinché vi accolga tutti colui che a voi si da tutto
San Francesco
Sacratissimo Cuore di Gesù. Anno A
Le parole del Signore che si rivolgono al Padre in un'estatica benedizione ci schiudono oggi una finestra sui sentimenti più intimi di Dio. Possiamo avventurarci nel cuore del Padre e scoprire che batte con trepidazione per i "piccoli", ai quali "rivela" le sue cose, mentre le "nasconde ai sapienti e agli intelligenti". E come le rivela? Per mezzo del suo Figlio che ha inviato nel mondo per far conoscere il suo Nome dopo avergli !dato tutto". Per questo, chi ha visto Gesù ha visto il Padre. Sì, Colui che nessuno ha mai visto, l'inaccessibile, il totalmente altro, il Santo del quale non si poteva neanche pronunciare il Nome, aveva un volto e uno sguardo d'uomo, un cuore di Figlio. Per conoscerlo bisognava essere capaci di stupirsi e gioire, come i bambini, come quelli più piccoli. Li hai presente no? Quando gli dai qualcosa di inatteso, quando li prendi in braccio, quando li tiri in alto e li riprendi stringendoli forte: ti guardano sorridenti, la bocca aperta e gli occhi spalancati, e sembra che ti schiudano dinanzi il loro intimo perché ti ci perda come in una prateria immersa nell'infinito; semplici, senza altra parola che quella dello stupore, della pura meraviglia, della gioia dirompente e spontanea. La stessa che ha invaso gli apostoli la sera di Pasqua, quando hanno visto il Signore risorto. Era apparso lì e non nel Tempio; a quei traditori incoerenti che si era scelto tra i peccatori e gli ultimi del popolo; nel Cenacolo e non nel Sinedrio. Solo i "piccoli", infatti, sanno stupirsi e gioire di Gesù e del suo amore gratuito, immeritato e inaspettato. Non hanno parole per difendersi, discutere, contestare, polemizzare; non hanno verbi per declinare la malizia; non hanno sostantivi per lanciare giudizi. Hanno gli occhi sul cuore, si accendono quando intuiscono l'amore. Hanno bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro, e si stupiscono, mamma mia quanto si meravigliano, se questo accade. I "piccoli" di Gesù, infatti, sono gli infanti, secondo l'originale, ovvero coloro che non hanno ancora l'uso della parola, i fanciulli. Dio rivela il suo cuore a chi ancora non sa parlare. Le sue parole sono per chi non ha parole. Non perché "i sapienti e gli intelligenti" abbiano meno bisogno di Gesù, o siano particolarmente malvagi. Semplicemente perché negli alberghi a cinque stelle, con tante stanze e comfort, non c'è posto per il Messia; nella vita di chi ha una parola per ogni situazione, una risposta ad ogni dubbio, una soluzione per ogni problema, non c'è posto per la Parola fatta carne. E al Padre "è piaciuto rivelare ai piccoli", che di spazio ne hanno a volontà, tutte le "cose" contenute in questa Parola. E al Figlio pure "è piaciuta" la stessa cosa, farsi conoscere dagli ultimi, da quelli che tutti disprezzano, ai quali nessuno dice nulla e, meno che meno, rivela segreti importanti. E tu? E io? Siamo tra gli intelligenti che "vanno" al demonio e "imparano da lui" la sapienza del mondo, o tra i "piccoli" che, di fronte alla storia, non hanno più parole? E' morto tuo figlio, e tutte le parole se le sono portate via le lacrime? Hai perso il lavoro e non hai parole per spiegare a moglie e figli che bisogna cambiare regime? Hai peccato, e rovinato molto, quasi tutto della tua vita, e non hai una sola parola per giustificarti? Se così fosse, coraggio!, sei un "piccolo" al quale Gesù sta per "rivelare" suo Padre, ovvero l'amore senza condizioni, il perdono di ogni peccato, il balsamo per ogni ferita. O, al contrario, ti trovi con il cellulare bollente in mano dopo l'ennesima telefonata con cui hai sommerso qualcuno con i tuoi consigli e le tue dritte? O hai chiuso per quattro ore tuo figlio in camera per sottoporlo a una salve di moralismi che lo hanno stecchito? O hai spiegato per filo e per segno a tua moglie come si stira, si lava, si cucina, e si tolgono le macchie, come quella che hai trovato sul comò, dove non avevi mai posato lo sguardo? Se così fosse, saresti uno dei tanti "intelligenti e sapienti" ipocriti ai quali Dio "nasconde" le sue cose, perché non sapresti che cosa fartene. Non ne hai bisogno, tu che sai tutto e spandi il tuo verbo di opinionista in ogni talk-show nei quali ti infili, al bar, durante la pausa pranzo, in famiglia, al mercato, sulla metropolitana. Ma non sei solo eh, tutti noi vomitiamo parole ovunque, o no? Parole vuote per cercare di razionalizzare pensieri irrazionali. La sapienza e l'intelligenza mondane, figlie del principe di questo mondo, affogano il nostro cuore e strozzano la nostra mente, e ci rendono impermeabili alla Parola fatta carne. Ci crediamo adulti perché ci illudiamo di condurre le nostre esistenze a suon di parole. Chiacchiere, per giustificare, per legare, per sciogliere, per ingannare, per sedurre, per vincere, per vendicare, per calunniare. Per uccidere. La Scrittura mette in guardia dal troppo e vano parlare: "Le parole della bocca dell'uomo sono acqua profonda... con la bocca l'uomo sazia il suo stomaco, egli si sazia con il prodotto delle sue labbra. Morte e vita sono in potere della lingua, e chi l'accarezza ne mangerà i frutti" (Pr. 18, 4. 20-21). C'è come un'ingordigia nelle nostre parole; le accarezziamo credendo di trovare in esse "il riposo e il ristoro", ma siamo condannati a gustarne i frutti amari: divisioni, liti, inimicizie, invidie, gelosie, rancori. Siamo schiavi delle nostre parole, "affaticati" per cercarne di nuove, "oppressi" dalla legge che con esse carichiamo sulle spalle nostre e degli altri. Ma il Signore viene anche oggi al nostro incontro, la sua berachà, la benedizione che sgorga dal suo cuore di fronte al mistero che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, illumina la nostra tenebra, e ci chiama a conversione: "Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime". "Venite a me", che significa concretamente "venite alla Chiesa che è il mio Corpo", che sono Io stesso vivo in questa generazione! Gesù, infatti, dice "venite", al plurale, perché si rivolge a un popolo, cioè "a quelli ai quali si vuole rivelare". A quanti sono appunto chiamati per essere eletti a divenire, nel mondo, immagine sua. Non si tratta quindi di un "volere" casuale - un "voglio manifestarmi a te perché sei più intelligente, perché vai sempre in Chiesa" - ma della stessa "volontà" di Dio che, misteriosamente, sceglie i suoi discepoli perché continuino nel tempo la missione di Cristo; essi sono, come già furono gli ebrei, i più "piccoli": "Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili (qui si riferisce ai figli abbandonati, senza famiglia). Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione" (1 Cor. 1,26-30). Per questo Gesù "chiama" ad "imparare" i "piccoli" che ha scelto, riferimento evidente alla prassi della Chiesa primitiva di iniziare alla fede attraverso il catecumenato chi aveva chiesto di diventare cristiano. Come allora, il Signore chiama anche noi oggi: non temete, bussate alle porte della Chiesa e fatevi accogliere così come siete. "Venite a me voi tutti" soli e tristi perché strangolati dalle vostre parole superbe, e fate spazio alle mie, le uniche di vita eterna. "Venite" alle celebrazioni, nutritevi del mio corpo e del mio sangue, accostatevi al perdono dei peccati, ascoltate la mia Parola proclamata e predicata; smettete di difendervi e camminate insieme ai fratelli, perché essi sono lo specchio fedele della nostra realtà, dalla quale non si può scappare con le parole stolte e insipienti imparate nel mondo. "Venite, invece, ad "imparare da me" nella scuola dell'umiltà e della mitezza che è una comunità cristiana; in essa - giorno dopo giorno, anno dopo anno, celebrazione dopo celebrazione, catechesi dopo catechesi - ci si spoglia a poco a poco "dell'uomo vecchio con la condotta di prima, l'uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici", e ci "si rinnova nello spirito della nostra mente"; nella Chiesa si cambia mentalità, passando "dall'intelligenza e sapienza" che ci fanno pensare secondo la carne, al discernimento che sorge dalla sapienza della Croce. Così, nella comunione celeste, si "riveste l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera" (cfr. Ef 4), che "si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore" (cfr. Col.3, 9ss). Nelle viscere materne della Chiesa, Madre e Maestra, è gestato il cristiano, immagine viva del Servo di Yahwè, che non ha resistito al male, perché vi si "impara a conoscere Cristo, dando ascolto alle sue parole ed essendo da Lui istruiti". Sulla strada dove scorre la storia di ciascuno, spesso piagata dallo scoraggiamento e tentata di allontanarsi dalla comunità come quella dei discepoli di Emmaus, il Signore si fa presente e, riscaldandoci il cuore con la sua Parola trasmessaci dalla Chiesa, si fa "riconoscere nello spezzare il Pane" del suo corpo offerto mille volte, e "apre la mente all'intelligenza autentica, quella delle Scritture". Sotto questa luce pasquale la vita acquista il suo vero senso, e prende la sua forma originaria, quella dell'Agnello di Dio "mite e umile di cuore". Per questo, ci prende per mano come ha fatto con Giobbe, intrappolato anch'egli nella rete delle sue troppe parole e nei lacci delle insensate parole dei suoi amici pseudo-sapienti. Ci "rivela i misteri del Regno" attraverso la predicazione della Chiesa, sintetizzata così da San Paolo: "noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini" (1 Cor. 1, 23-25). Gesù ci fa dunque conoscere suo Padre attraverso la sua Croce, dove ci ha amati sino alla fine. In essa risplende la verità, l'amore inaudito di Dio. "Imparate da me": il termine adottato rimanda a un rapporto e a una relazione profonde, ben al di là di una conoscenza superficiale: a quella tra Didaskalo e Discepolo, tra il Maestro e l'allievo. "Imparare", dunque, è la coniugazione di un'intimità che si realizza pienamente solo dove il Signore si consegna amandoci "sino alla fine", sulla sua Croce gloriosa. Così potremo "conoscere" Lui perché Lui si è voluto "rivelare" a noi; e non con una speculazione filosofica, con libri e spot pubblicitari, ma nella solitudine feconda del Golgota. Eccoci allora oggi sotto la Croce per celebrare questa Solennità. Contempliamo il cuore di Dio, "l'uomo dei dolori", l'Agnello senza macchia. Contempliamo il suo amore per riconoscere i nostri peccati. Come Giobbe mettiamo la mano sulla bocca, impariamo il silenzio stupito dell'infante. E' tutto troppo più grande di noi. Non sappiamo. Non conosciamo. Non capiamo. Accettiamolo. Abbiamo conosciuto Dio per sentito dire, come i poveri del Popolo di Israele, ci hanno "oppresso" la legge e i moralismi dei precetti umani, ci siamo "affaticati" nello sforzo di essere buoni, di conquistare spicchi di Cielo e di affetto, e, stressati, abbiamo cominciato a giudicare e a condannare, come i farisei. Impariamo, invece, a conoscere Dio attraverso il cuore di Cristo, lasciamoci lavare dall'acqua e dal sangue che ne sono sgorgati. Lasciamo che la Croce di oggi sia il crogiuolo dove bruciare quello che di noi appartiene alla carne a al mondo. Preghiamo perché Dio ci faccia piccoli, cioè autentici, infanti appena divezzati in braccio alla madre. E lì, nella comunità, tranquilli e sereni, senza aspirare a cose troppo alte, senza pretendere nulla, potremo saziarci delle sue Parole. "Ascoltare e andare" a Cristo: è questa la volontà di Dio per noi, oggi e sempre. Sino all'ultima chiamata, quella per le nozze eterne. Andare e fermarsi presso di Lui. Vedere dove Lui abita, stare con Lui, e imparare, con l'orecchio aperto come un discepolo. In questo atteggiamento del cuore, e solo in esso, troveremo in Lui "ristoro, riposo per il nostro intimo, per le nostre anime". Ciò significa, concretamente, accettare la precarietà, economica, affettiva, spirituale. Lottare con essa ci "affatica e opprime", ed è opera del moralismo inculcato dal demonio, che ci allontana da Cristo rendendoci a poco a poco nemici del suo "Giogo", della Croce che ci salva. Ci accompagna piano piano sui sentieri superbi dello sforzo, che si trasforma in legalismo, per finire in una frustrazione insaziabile, che cerca sempre di rifarsi. Come chi è schiavo del gioco, che vive ossessionato dalla prossima partita nella quale rifarsi di tutte le sconfitte. Per questo siamo stanchi, delusi, depressi: siamo diventati nemici dell'unica salvezza, della Croce. Mentre è proprio nella precarietà della Croce che si può davvero sperimentare l'opera di Dio, la sua prossimità, il suo amore. E' al centro della nostra umiltà che Dio è presente e operante, nella verità che è la nostra totale precarietà. La storia ci ha fatti piccoli, poveri, "tapini", ultimi, secondo l'accezione del termine "umile" che compare nel Vangelo. Nella terra, nell'humus dove ci troviamo, possiamo essere accolti nel riposo vero, perché è esattamente il luogo dove Cristo è disceso. Il Signore s'è abbassato sino a noi, umiliato nella morte, "mite" come un agnellino condotto al macello. Lui s'è offerto volontariamente laddove noi dobbiamo andare senza nessuna voglia. Mite dove noi recalcitriamo. Lui stesso, pur essendo Figlio, ha "imparato" l'obbedienza dalle cose che patì. Ecco, celebrare il Sacro Cuore di Gesù è accettare la nostra precarietà, la terra arida dove viviamo, per accogliere Cristo che viene a visitarla e a renderla un giardino di delizie, un anticipo del Paradiso, una profezia viva del riposo eterno che ci attende. Accettare di essere piccoli, gli ultimi della terra, senza alcun diritto a causa dei nostri peccati, come Zaccheo, Matteo, Pietro, Paolo; riconoscere di essere rimasti senza parole per rispondere alle grandi e alle piccole questioni della vita. E per questo restare ai piedi di Gesù come Maria, cercando e desiderando, negli eventi che feriscono il matrimonio, che ci svelano inermi di fronte alla vita e alle debolezze dei figli, che ci umiliano sul lavoro, in ogni circostanza, l'unica cosa buona e necessaria, la sua Parola, la sua vita, il suo amore. Nascondiamoci allora nella fenditura della roccia, nelle viscere di misericordia della Chiesa che sono, per noi, il suo cuore squarciato dalla lama malvagia dei nostri peccati. Solo nell'anfratto che ci unisce a Cristo potremo imparare la "mitezza". "Mite" è "colui che è stato domato", che ha "imparato" ad obbedire. Etimologicamente la mansuetudine, o la mitezza, è la caratteristica dell'animale ammansito perché sia docile nel sottoporsi al giogo. Siamo stati creati per imparare da Lui l'autentica umanità, attraverso il suo giogo soave che rende soave la carne, per natura così simile a quella di un animale selvatico. Per questo, proprio la Croce è l'unica scuola adatta a noi; ciò che ci sembra assurdo e inaccettabile nella nostra vita è l'unico giogo adeguato alla nostra carne indomabile. Tutto il resto, i nostri e gli altrui pensieri, le parole, i criteri e i legalismi, ci schiacciano rendendoci ogni volta più orgogliosi. Andare al Signore significa dunque lasciarsi abbracciare dal suo "giogo", e restare crocifissi con Cristo, per diventare "miti e umili di cuore" - cioè di pensieri e volontà che nascono, appunto, nel cuore - di fronte a persone e fatti della storia. Il "mite", infatti, "possiede la terra": vive nel mondo una porzione di Cielo, perché dalla Croce, ben piantata nel suolo ma puntata verso l'alto, abbraccia uomini ed eventi nell'amore che discerne e "conosce" il Padre che in essi si "rivela" guidando la storia con la sua volontà provvidente. Per l'uomo "mite" la terra promessa nella quale il Signore lo invia è la giornata di oggi, la famiglia con tutte le difficoltà e preoccupazioni, il lavoro e la scuola, l'altro così com'è, e anche se stesso, con le contraddizioni e le insicurezze, i dolori e pure i peccati. Come fece con Giosuè, Gesù ci invita a non temere e a farci forza e coraggio, perché Lui sarà con noi ovunque e sempre, portando con noi il "giogo soave e dolce" della volontà di Dio che si fa croce quotidiana. E' vero che ci sono popoli più forti di noi, i demoni che ci insidiano per cacciarci dalla terra che ci appartiene. Ma, nascosti nel cuore di Cristo, impareremo la mitezza e l'umiltà che, sole, possono avere ragione del male e del suo artefice. Non gli stratagemmi del cuore carnale, non le tattiche escogitate dalla mente mondana, non la superbia e l'arroganza, ma il "giogo" di Cristo sconfiggerà anche oggi il potere di satana. "Il mite e umile di cuore", come Mosè, conosce la propria debolezza, sa da dove è stato tratto, ma non se ne scandalizza: ha conosciuto l'amore di Dio che lo ha chiamato da un roveto che non si consumava, come il suo cuore ardente che non si spegne neanche dinanzi al peggior peccato. Il "mite e umile di cuore" sa che in quel fuoco d'amore è vivo Dio, Colui che è, sempre e ovunque, per farci essere con Lui. Per questo, chi ha imparato la "mitezza e l'umiltà" alla scuola del cuore di Cristo, si lascia condurre dalla Chiesa. Sa che la lotta d'ogni giorno non è contro le creature di carne, contro suocere o mariti o mogli o figli o colleghi di lavoro o coinquilini di condominio, ma contro il demonio, il padre della menzogna e dell'orgoglio. Per questo segue le orme di Cristo lasciate laddove Lui stesso ha imparato, ovvero sulla la via del Calvario. La Croce è l'unico "giogo" che non pesa, l'unico "carico leggero", l'unico adatto a noi, perché Gesù Cristo è l'unico che si è adeguato a noi, "facendosi peccato perché i peccati non ci allontanassero da Lui" (Ode VII di Salomone). Carne, mondo, desideri, progetti, leggi, tutto è per noi troppo pesante, inadeguato. Tutto troppo terreno. Siamo fatti per Dio, siamo suoi. Per questo non v'è altro "giogo" perfetto per noi se non il "giogo" di Cristo. Oggi, nella semplicità delle ore che ci accolgono, negli incontri, nelle cose da fare e ripetere mille volte, si compie una liturgia d'amore. La nostra vita è parte del "tutto" che il Padre ha dato al Figlio. Per questo, nella nostra storia, siamo accolti nel riposo che solo il cuore docile e obbediente di Cristo può gustare, anche se nulla nella nostra vita riposa, né il male, né il dolore, né le avversità. Un riposo crocifisso, un ristoro nel mezzo della battaglia. Immergiamoci allora con Cristo nella sua preghiera di lode e benedizione, approdo di ogni cristiano adulto nella fede, che si compie in ciascun istante reclinando il capo sulla Croce, spirando vita per riaverla piena e compiuta.
QUI IL TESTO DEL VANGELO E GLI APPROFONDIMENTI
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