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Giovedì della XV settimana del Tempo Ordinario


Il Buon Ladrone di Tiziano



αποφθεγμα Apoftegma

Lasciati portare dal legno della Sua umiltà. 

Sant'Agostino



Mediante l'umiltà viviamo con Dio, 
e Dio vive con noi in una vera pace; 
in essa si trova il fondamento vivo di ogni santità.
L'uomo umile rinuncia alla propria volontà 
e si abbandona spontaneamente nelle mani di Dio. 
Così diviene una sola volontà e una sola libertà 
con la volontà divina. 
E questo è proprio il fondo dell'umiltà. 
La volontà di Dio, che è la libertà, 
ci toglie ogni spirito di timore 
e ci rende liberi e vuoti da noi stessi. 
Allora Dio ci dà lo Spirito degli eletti, 
che ci fa gridare con il Figlio : «Abba, Padre». 

Beato Jan Ruysbroeck







GESU' E I DUE LADRONI. DAL FILM "THE PASSION"











L'ANNUNCIO



Dal vangelo secondo Matteo 11, 28-30

Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime.
Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero». 
















Crocifissione di Rubens.
Il Buon Ladrone che trova pace mentre l'altro si dimena

UMILIATI COME IL BUON LADRONE POSSIAMO OGGI ENTRARE NEL RIPOSO PRENDENDO CON CRISTO IL SUO GIOGO
Il Buon Ladrone
entra nel Paradiso
Gesù ci chiama anche oggi, per imparare la mitezza e l'umiltà, le qualità del suo cuore. Basta ascoltare e andare. E' questa la volontà di Dio per noi. Andare e fermarsi presso di Lui. Vedere dove Lui abita, stare con Lui, imparare con l'orecchio aperto come un discepolo. Ai suoi piedi, cercando e desiderando l'unica cosa buona, la sua Parola, la sua vita, il suo amore. In questo atteggiamento del cuore, e solo in esso, troveremo ristoro, riposo per il nostro intimo, per le nostre anime. Perché così entreremo nel suo riposo, nello shabbat preparato per noi; unica condizione, un cuore docile. Se oggi ascoltiamo la sua voce non induriamoci, lasciamoci sedurre dalla sua misericordia. E riposa solo chi ha presente sempre la verità: "Sappi [tre cose,] da dove vieni: da una goccia putrefatta; dove vai: verso un luogo di polvere, di larve e di vermi; e davanti a chi dovrai rendere conto: davanti al Re, il Re dei re, il Santo, benedetto Egli sia" (Avot 3,1). Sapere queste tre cose è la verità che libera dall'orgoglio e dall'arroganza di dover condurre la propria vita con lo sforzo e l'angoscia di chi presume di sé ed esige dagli altri. Sapere che, senza di Lui, non siamo nulla, schiavi del giogo del mondo, esigente e senza misericordia. Il suo Giogo invece, ovvero la Croce d'ogni giorno, è il vero cammino al riposo. Allora, prendere la Croce che la storia ci presenta, è il modo per andare al Signore: e questo cammino è già imparare ad essere miti e umili di cuore. Il mite infatti, come recita il salmo 37, possiede già la terra perché la croce pota l'orgoglio, riduce la menzogna a polvere e fa brillare la verità. Nella storia di oggi possiamo conoscere la nostra debolezza senza scandalizzarci, e lasciarci condurre, vivendo dell'autentico alimento: "Ricordati di tutto il cammino che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto fare in questi quarant'anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provar la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per insegnarti che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che vive di tutto quello che procede dalla bocca del Signore"(Deut. 8,2-3). Così, l'umiltà figlia della verità, conduce all'abbandono totale alla Parola. L'umiltà del condannato con Gesù alla stessa infamante morte di Croce e implora il suo perdono. Ecco, in quel momento l'ultimo della terra ha incontrato Colui che per lui si era fatto ancora più ultimo, prendendo su di sé la stessa condanna. Crocifisso sulla stessa Croce di Cristo trova il riposo del Regno in quello stesso "oggi" in cui morirà al mondo umiliandosi nell'accettazione delle proprie colpe. E quella Croce diviene un giogo leggero perché Cristo è sceso a prenderlo per portarlo con lui, rendendo leggero il carico delle sue colpe nel suo perdono. Quel ladrone aveva preso il giogo di Cristo su di sé sperimentando che per primo era stato Lui a prendere il suo. E per questo la sua anima ha trovato il ristoro del Cielo, dopo aver sofferto tanto a causa dei peccati. Sant'Ambrogio, afferma addirittura che Gesù stesso si era fatto "buon ladrone" per riscattare ogni "cattivo ladrone". Dopo aver stigmatizzato la crudeltà di "crocifiggere come un malfattore (quasi latronem) il Redentore di tutti", dice: "Ma nel mistero - cioè nell'interpretazione più profonda, che attinge alla pienezza del mistero della salvezza - Egli [Gesù, il Redentore] è un eccellente malfattore (bonus latro), perché ha teso un agguato al diavolo e gli ha portato via la sua roba". 



In un manoscritto ebraico scoperto nel 1898 nel cosiddetto Cairo Genizah, il luogo dove in una sinagoga del Cairo venivano “sepolti” i manoscritti logori contenenti le Sacre Scritture, è stato trovato questo frammento: "Venite a me, voi che siete senza istruzione, prendete dimora nella mia casa di studio [beit midrash]. Quanto tempo volete rimanere privi di queste cose, mentre la vostra anima ne è tanto assetata? Ho aperto la bocca e ho parlato della sapienza: Acquistatela senza denaro. Sottoponete il collo al suo giogo, e permettete alla vostra anima di portare il suo carico. Essa è vicina a quelli che la cercano e la persona che dà la sua anima la trova. Vedete con gli occhi che poco mi faticai, ma ho perseverato fino a quando non l’ho trovata". Dunque il "giogo" di Gesù è la "casa di studio" dove Lui insegna e dove possiamo imparare: nel greco originale, infatti, "imparate" (màthete) significa proprio "studiate"L'umiltà e la mitezza si studiano, e il libro è Cristo, la sua stessa vita incarnata nella nostra esistenza. Studiare le sue parole, il suo pensiero, i suoi sentimenti, sino ad assumerli e a farli nostri. Nulla di sentimentale o moralistico, piuttosto il com-prendere, il prendere-con noi, su di noi, il giogo della Torah, il carico leggerissimo dello straordinario compiuto in Cristo. Prendere con noi una vita inchiodata a letto, o stretta nella precarietà; prendere con noi una relazione difficile, dalla quale è sparito l'incanto della passione; prendere con noi un lavoro senza gratificazioni umane, con colleghi che ti fanno la guerra; prendere con noi anche una depressione, come gli altri un giogo pesantissimo per chi non conosce Cristo. Un giogo che, senza la Grazia, schiaccia e uccide: e questo spesso accade anche nelle nostre parrocchie, invase dallo spirito mondano, dove tutto è esigenza: esigenza di legalità, esigenza di coerenza, esigenza di impegno, solidarietà. Ce lo vorrebbero imporre da fuori, dalle cattedre e dai giornali dei maestri del pensiero unico che determina la cultura della società civile; ce lo vorrebbero imporre anche da dentro, quando i parroci si sentono frustrati e cominciano ad esigere dai parrocchiani che facciano, facciano, partecipino, si tirino su le maniche. E riducono la Chiesa un luogo di leggi, di obblighi, di volontariati asfissianti: "Gli scribi e i Farisei seggono sulla cattedra di Mosè. Fate dunque ed osservate tutte le cose che vi diranno, ma non fate secondo le opere loro; perché dicono e non fanno. Difatti, legano dei pesi gravi e li mettono sulle spalle della gente; ma loro non li vogliono muovere neppure con un dito" (Mat. 23:2-4). Ciò significa che, proprio mentre si esige impegno si scappa dalla storia. E' l'esatto contrario del cristianesimo. Non così "Mosè", che "era un uomo molto umile, più di ogni altro uomo sulla faccia della terra.” (Numeri 12,3). E perché? Perché aveva conosciuto se stesso, fragile, incoerente, mascalzone, ma eletto, chiamato a prendere il "giogo" di Cristo, e aprire al Popolo il cammino nel deserto. E' mite, infatti, chi ha imparato che la lotta d'ogni giorno non è contro le creature di carne, contro suocere o mariti o mogli o figli o colleghi di lavoro o coinquilini di condominio. Il combattimento, invece, è contro il demonio, il padre della menzogna e dell'orgoglio. In questa lotta occorre imbracciare le armi della fede, la Parola, lo zelo per il Vangelo, il suo amore infinito. La fede, la speranza e la carità, i doni del Cielo riservati a chi reclina il proprio capo sul petto di Gesù, assumendo lo stesso "giogo", l'unico che darà senso e compiutezza alla vita. Esattamente come il "giogo" serve agli animali per compiere il loro lavoro. Il Signore ci chiama a immergere la nostra mente nel suo cuore, la fonte della mitezza e dell'umiltà, la porta al riposo e alla pace. 


Simei tira i sassi al Re Davide
Ci aiuta la figura di Davide, un peccatore che non ha mai dubitato dell'amore di Dio; e ha preso il "giogo" su di sé, che significa anche accettare le conseguenze dei propri peccati senza esigere un perdono che cancelli la realtà. Dio perdona, e i peccati non esistono più. Certo, ma le conseguenze restano. Per questo Davide, di fronte a Simei che lo insultava mentre scappava da Gerusalemme braccato da suo figlio Assalonne, accetta l'umiliazione, il "giogo" legato al perdono (leggi 2 Sam 16). E non si ribella, sperando che proprio l'umiliazione lo possa condurre alla conversione e alla misericordia. Ecco, nella trama della storia, vi sono disseminate le occasioni per convertirci. Abbiamo tanto peccato, ed è una Grazia che, sul cammino, ci si accostino tanti Simei a lanciarci pietre e a inveire contro di noi: a casa, a scuola, al lavoro, ogni occasione di umiliarci è un dono di Dio. Attraverso di esse potremo imparare l'umiltà e la mitezza di fronte alla storia. Impariamo allora la mitezza caricandoci del giogo di Cristo, che ci dona l'audacia di ritornare a Dio: è questa l'umiltà, la mitezza autentica, il cuore secondo Dio che Lo conosce e non dubita di Lui, mai. Neanche davanti alla caduta più atroce, mai. Neanche dinanzi alla contraddizione più umiliante, mai. Nella certezza che, crocifissi con Cristo, nulla e nessuno potrà mai separarci dal suo amore.




Mercoledì della II settimana di Avvento





αποφθεγμα Apoftegma

A chiunque prende su di sé il giogo della Torah 
viene tolto il giogo del regno terreno 
e il giogo delle occupazioni mondane; 
ma a chiunque scuote da sé il giogo della Torah 
viene imposto il giogo del regno terreno 
e delle occupazioni mondane.

Pirquei Avot III,5







L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Matteo 11, 28-30

In quel tempo, rispondendo Gesù disse: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».





Ammansiti



Forse anche oggi ci sentiamo “affaticati e oppressi” dalla stessa Parola di Dio alla quale non possiamo obbedire perché, come Esaù, “uomo della steppa”, abbiamo perduto la primogenitura della vita divina che, invece, ha acquistato Giacobbe, “uomo tranquillo che dimorava sotto le tende”.  Quando, infatti, “Esaù arrivò sfinito dalla campagna”, di fronte alla minestra di lenticchie cotta dal fratello, pur di mangiare e ritemprarsi, non ci pensò due volte a vendere quanto di più caro avesse, la sua stessa identità e dignità: “Lasciami mangiare un pò di questa minestra rossa, perché io sono sfinito. Giacobbe disse: "Vendimi subito la tua primogenitura". Rispose Esaù: "Ecco sto morendo: a che mi serve allora la primogenitura?". Giacobbe allora disse: "Giuramelo subito". Quegli lo giurò e vendette la primogenitura a Giacobbe. A tal punto Esaù aveva disprezzato la primogenitura”. Il Targum (traduzione in aramaico della Bibbia ebraica) ci rivela come l’Israele contemporaneo di Gesù comprendeva questo testo: “Esaù era estenuato perché aveva commesso, in quel giorno, cinque peccati: si era abbandonato all’idolatria, aveva versato sangue innocente, si era accostato a una giovane fidanzata, aveva negato la vita del mondo avvenire e aveva disprezzato il diritto di primogenitura” (Targum Pseudo Jonathan). Commenti rabbinici successivi hanno interpretato così questo pensiero di Esaù “ecco, sto per morire”: “Il significato semplice è che Esaù andava tutti i giorni per i campi a caccia di selvaggina, e metteva la sua vita in pericolo; quindi pensò: come faccio a sapere che erediterò da mio padre? Si può invece essere sicuri che tu (Giacobbe), seduto serenamente nella casa di studi, vivrai ed erediterai. A cosa mi serve la primogenitura?”. Ecco la stoccata finale del demonio! Dopo aver vagato e peccato molto, come un toro ormai sfinito, siamo preparati ad essere infilzati con un colpo secco che scende dritto fin dentro il cuore: che mi importa della vita eterna e del paradiso, ora sono “affaticato” e sto morendo sfinito accidenti! A che mi serve continuare ad andare in chiesa e partecipare alle liturgie? Mi sazierà ora che sono “oppresso” da mille problemi ascoltare, pregare e accostarmi ai sacramenti? E così, dopo una lunga serie di passi posati nella “steppa”, vendiamo per un piatto di lenticchie la nostra chiamata. Cadiamo nella trappola del demonio come accadde ad Esaù che, vedendo quelle lenticchie “rosse” come i suoi capelli credette fossero proprio quelle ciò che avrebbe potuto saziarlo, l’unico cibo adeguato a lui. Come lo sono per noi il farci giustizia, serbare un rancore e rifiutare il perdono, chiuderci alla vita e molte altre attitudini che ci sembrano dare “ristoro” alle nostre forze e “riposo” alle nostre anime inquiete. E invece sperimentiamo il vuoto assoluto e la morte interiore perché abbiamo “imparato” dal maestro della menzogna che ci ha insegnato a disprezzare l’amore e la Grazia con la quale il Padre ci ha creati come i suoi primogeniti. Ventiquattro ore al giorno per 365 giorni all'anno infatti, una voce fastidiosa ma così suadente ci ripete: no! Perché devi obbedire, piegarti, sottometterti al giogo e servire? E' un vero e proprio stress. La ascoltiamo, e soccombiamo, perché in fondo va a toccare sempre i nervi scoperti dalle piccole e grandi ingiustizie che subiamo o crediamo di subire: la frecciata insolente, lo sguardo ironico, il letto dei bambini da rifare mentre stai già per uscire, il dentista sadico, o l'amministratore di condominio che ti viene a chiedere i soldi giusto quando avevi dimenticato la sua esistenza e già stavi pensando di cambiare finalmente il frigorifero. L'orgoglio ci ha gettato fuori di casa, e, come il figlio prodigo, ci siamo inselvatichiti. Per noi esistono ormai solo i bisogni primari, mangiare, bere, dormire, fare sesso e soddisfare tutto ciò che, istintivamente, stuzzica la carne. Vaghiamo lontano, proprio come animali allo stato brado: cerchiamo nutrimento ovunque, e non ci rendiamo conto che stiamo rovistando tra i rifiuti, incapaci di ascoltare e obbedire.

Gesù sa che siamo morti dentro e che per questo la Legge non può salvarci, anzi, essa diventa per lui un giogo insopportabile. Non ti meravigliare dunque se tuo figlio sembra uno yeti, incapace di stare fermo, ascoltare e obbedire: è inutile ripetergli come un mantra la lista dei doveri che neanche tu puoi adempire. Abbiamo tutti bisogno di ascoltare una voce che abbia il potere di destarci dal sonno della morte, di farci rientrare in noi stessi, ci rialzi per fare ritorno a casa, il luogo dove imparare a custodire e a vivere la nostra primogenitura. Abbiamo bisogno ogni giorno di ascoltare la voce del Maestro buono che ha il potere di far tacere quella del cattivo maestro. Il “giogo” della Torah, che non a caso significa “insegnamento”, si fa leggero e dolce solo portandolo con Cristo: saremo liberi dal “giogo del regno terreno e dal giogo delle occupazioni mondane” (Avot III,5) solo "imparando" da Lui nella Chiesa, la casa dove la ascoltare  la Torah con la quale Dio si è legato a noi come già a Israele, e dove, passo dopo passo, sperimentare come Lui la incarni e la compia in noi. L'umiltà e la mitezza, infatti, si "ascoltano" nella storia. Per questo oggi Gesù ci dice di “imparare da Lui” che è “mite e umile di cuore”. Etimologicamente, la “mansuetudine” o mitezza è la caratteristica dell'animale “ammansito” perché sia docile nel sottoporsi al giogo. La carne di Gesù è l’unica “domata” perché ha "imparato ad obbedire dalle cose che ha patito”. Per questo Gesù non ci impone nulla, non insegna dall'alto della sicumera. Il cuore “umile” di Gesù ha “umiliato” la sua carne per deporla accanto alla nostra, senza scandalizzarsi della nostra, schiava della superbia."Imparate da me": il termine adottato rimanda a un rapporto, a una relazione profonda, quella tra Didaskalo e Discepolo. “Imparare” dunque è la coniugazione di un'intimità. E' conoscersi, secondo l’etimologia biblica del termine; è donare e ricevere, è amare nell'amore con cui si è amati. E’, ad ogni passo, “nascere con” Cristo come creature nuove dal suo fianco squarciato per amore nelle viscere di misericordia della Chiesa. E’ camminare sulle sue orme, dove e come Lui ha imparato, ovvero dalle cose che patì. Per questo ci invita a “prendere su di noi il suo giogo”, la Torah che proprio su di esso Egli ha compiuto. La sua carne accanto alla nostra per abbracciarci e accoglierci sulla Croce che distrugge il peccato e ci rende “miti e umili di cuore”. La Croce con la quale ci ammaestra, infatti, ha le nostre misure: è adatta a tutte le manifestazioni del nostro orgoglio, parole, progetti, schemi, atteggiamenti, per potarle dolcemente nel suo amore. Se Lui è accanto a noi portando il giogo con noi, significa che ogni passo che faremo sarà immerso nella misericordia e nell'amore. La Croce è l'unica scuola adatta a noi; ciò che ci umilia e ci sembra assurdo e inaccettabile nella nostra vita è l'unico “giogo” adeguato a noi, per mezzo del quale imparare l'obbedienza, unica porta al vero “riposo”. Diversamente saremo sempre assaliti da scrupoli e dubbi. Chi non obbedisce non è mai certo di fare la cosa giusta, perché solo chi obbedisce ama. Il “suo giogo” abbassato anche oggi sul nostro collo è “leggero e soave” perché solo in esso troviamo la nostra realizzazione che è compiere la volontà di Dio, l'unica pace. Abbracciati da Cristo sapremo distendere liberi le nostre braccia per la moglie, il marito, i figli e per ogni uomo. E’ nella nostra vita concreta, infatti, che Gesù viene a farsi carne. Per questo, l’Avvento ci chiama a offrire il “giogo” di Gesù a chi ci è accanto, scendendo ovunque si trovi, per adattarlo alle sue misure. A “imparare” da Gesù nell’intimità della comunità cristiana per uscire con Lui da noi stessi e donarci all’altro. Come il Cireneo porteremo la Croce con Cristo. Forse inconsapevoli, ma aggrappati alla sua Croce; mentre crediamo di portarla scopriremo che è proprio essa a portarci alla pace e al riposo.



Giovedì della XV settimana del Tempo Ordinario



Santa umiltà di Cristo, chi ti potrà trovare?



Simei tira le pietre al Re Davide



αποφθεγμα Apoftegma


Mediante l'umiltà viviamo con Dio, 
e Dio vive con noi in una vera pace; 
in essa si trova il fondamento vivo di ogni santità.
L'uomo umile rinuncia alla propria volontà 
e si abbandona spontaneamente nelle mani di Dio. 
Così diviene una sola volontà e una sola libertà con la volontà divina. 
E questo è proprio il fondo dell'umiltà. 
La volontà di Dio, che è la libertà, 
ci toglie ogni spirito di timore 
e ci rende liberi e vuoti da noi stessi. 
Allora Dio ci dà lo Spirito degli eletti, 
che ci fa gridare con il Figlio : «Abba, Padre». 


Beato Jan Ruysbroeck



    
Gesù ci chiama anche oggi, per imparare la mitezza e l'umiltà, le qualità del suo cuore. Basta ascoltare e andare. E' questa la volontà di Dio per noi. Andare e fermarsi presso di Lui. Vedere dove Lui abita, stare con Lui, imparare con l'orecchio aperto come un discepolo. Ai suoi piedi, cercando e desiderando l'unica cosa buona, la sua Parola, la sua vita, il suo amore. In questo atteggiamento del cuore, e solo in esso, troveremo ristoro, riposo per il nostro intimo, per le nostre anime. Perché così entreremo nel suo riposo, nello shabbat preparato per noi; unica condizione, un cuore docile. Se oggi ascoltiamo la sua voce non induriamoci, lasciamoci sedurre dalla sua misericordia. E riposa solo chi ha presente sempre la verità: "Sappi [tre cose,] da dove vieni: da una goccia putrefatta; dove vai: verso un luogo di polvere, di larve e di vermi; e davanti a chi dovrai rendere conto: davanti al Re, il Re dei re, il Santo, benedetto Egli sia" (Avot 3,1). Sapere queste tre cose è la verità che libera dall'orgoglio e dall'arroganza di dover condurre la propria vita con lo sforzo e l'angoscia di chi presume di sé ed esige dagli altri. Sapere che, senza di Lui, non siamo nulla, schiavi del giogo del mondo, esigente e senza misericordia. Il suo Giogo invece, ovvero la Croce d'ogni giorno, è il vero cammino al riposo. Allora, prendere la Croce che la storia ci presenta, è il modo per andare al Signore: e questo cammino è già imparare ad essere miti e umili di cuore. Il mite infatti, come recita il salmo 37, possiede già la terra perché la croce pota l'orgoglio, riduce la menzogna a polvere e fa brillare la verità. Nella storia di oggi possiamo conoscere la nostra debolezza senza scandalizzarci, e lasciarci condurre, vivendo dell'autentico alimento: "Ricordati di tutto il cammino che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto fare in questi quarant'anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provar la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per insegnarti che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che vive di tutto quello che procede dalla bocca del Signore"(Deut. 8,2-3). Così, l'umiltà figlia della verità, conduce all'abbandono totale alla Parola. 

In un manoscritto ebraico scoperto nel 1898 nel cosiddetto Cairo Genizah, il luogo dove in una sinagoga del Cairo venivano “sepolti” i manoscritti logori contenenti le Sacre Scritture, è stato trovato questo frammento: "Venite a me, voi che siete senza istruzione, prendete dimora nella mia casa di studio [beit midrash]. Quanto tempo volete rimare privi di queste cose, mentre la vostra anima ne è tanto assetata? Ho aperto la bocca e ho parlato della sapienza: Acquistatela senza denaro. Sottoponete il collo al suo giogo, e permettete alla vostra anima di portare il suo carico. Essa è vicina a quelli che la cercano e la persona che dà la sua anima la trova. Vedete con gli occhi che poco mi faticai, ma ho perseverato fino a quando non l’ho trovata". Dunque il "giogo" di Gesù è la "casa di studio" dove Lui insegna e dove possiamo imparare: nel greco originale, infatti, "imparate" (màthete) significa proprio "studiate"L'umiltà e la mitezza si studiano, e il libro è Cristo, la sua stessa vita incarnata nella nostra esistenza. Studiare le sue parole, il suo pensiero, i suoi sentimenti, sino ad assumerli e a farli nostri. Nulla di sentimentale o moralistico, piuttosto il com-prendere, il prendere-con noi, su di noi, il giogo della Torah, il carico leggerissimo dello straordinario compiuto in Cristo. Prendere con noi una vita inchiodata a letto, o stretta nella precarietà; prendere con noi una relazione difficile, dalla quale è sparito l'incanto della passione; prendere con noi un lavoro senza gratificazioni umane, con colleghi che ti fanno la guerra; prendere con noi anche una depressione, come gli altri un giogo pesantissimo per chi non conosce Cristo. Un giogo che, senza la Grazia, schiaccia e uccide: e questo spesso accade anche nelle nostre parrocchie, invase dallo spirito mondano, dove tutto è esigenza: esigenza di legalità, esigenza di coerenza, esigenza di impegno, solidarietà. Ce lo vorrebbero imporre da fuori, dalle cattedre e dai giornali dei maestri del pensiero unico che determina la cultura della società civile; ce lo vorrebbero imporre anche da dentro, quando i parroci si sentono frustrati e cominciano ad esigere dai parrocchiani che facciano, facciano, partecipino, si tirino su le maniche. E riducono la Chiesa un luogo di leggi, di obblighi, di volontariati asfissianti: "Gli scribi e i Farisei seggono sulla cattedra di Mosè. Fate dunque ed osservate tutte le cose che vi diranno, ma non fate secondo le opere loro; perché dicono e non fanno. Difatti, legano dei pesi gravi e li mettono sulle spalle della gente; ma loro non li vogliono muovere neppure con un dito" (Mat. 23:2-4). Ciò significa che, proprio mentre si esige impegno si scappa dalla storia. E' l'esatto contrario del cristianesimo. Non così "Mosè", che "era un uomo molto umile, più di ogni altro uomo sulla faccia della terra.” (Numeri 12,3). E perché? Perché aveva conosciuto se stesso, fragile, incoerente, mascalzone, ma eletto, chiamato a prendere il "giogo" di Cristo, e aprire al Popolo il cammino nel deserto. E' mite, infatti, chi ha imparato che la lotta d'ogni giorno non è contro le creature di carne, contro suocere o mariti o mogli o figli o colleghi di lavoro o coinquilini di condominio. Il combattimento, invece, è contro il demonio, il padre della menzogna e dell'orgoglio. In questa lotta occorre imbracciare le armi della fede, la Parola, lo zelo per il Vangelo, il suo amore infinito. La fede, la speranza e la carità, i doni del Cielo riservati a chi reclina il proprio capo sul petto di Gesù, assumendo lo stesso "giogo", l'unico che darà senso e compiutezza alla vita. Esattamente come il "giogo" serve agli animali per compiere il loro lavoro. Il Signore ci chiama a immergere la nostra mente nel suo cuore, la fonte della mitezza e dell'umiltà, la porta al riposo e alla pace. Ci aiuta la figura di Davide, un peccatore che non ha mai dubitato dell'amore di Dio; e ha preso il "giogo" su di sé, che significa anche accettare le conseguenze dei propri peccati senza esigere un perdono che cancelli la realtà. Dio perdona, e i peccati non esistono più. Certo, ma le conseguenze restano. Per questo Davide, di fronte a Simei che lo insultava mentre scappava da Gerusalemme braccato da suo figlio Assalonne, accetta l'umiliazione, il "giogo" legato al perdono (leggi 2 Sam 16). E non si ribella, sperando che proprio l'umiliazione lo possa condurre alla conversione e alla misericordia. Ecco, nella trama della storia, vi sono disseminate le occasioni per convertirci. Abbiamo tanto peccato, ed è una Grazia che, sul cammino, ci si accostino tanti Simei a lanciarci pietre e a inveire contro di noi: a casa, a scuola, al lavoro, ogni occasione di umiliarci è un dono di Dio. Attraverso di esse potremo imparare l'umiltà e la mitezza di fronte alla storia. Impariamo allora la mitezza caricandoci del giogo di Cristo, che ci dona l'audacia di ritornare a Dio: è questa l'umiltà, la mitezza autentica, il cuore secondo Dio che Lo conosce e non dubita di Lui, mai. Neanche davanti alla caduta più atroce, mai. Neanche dinanzi alla contraddizione più umiliante, mai. Nella certezza che, crocifissi con Cristo, nulla e nessuno potrà mai separarci dal suo amore.