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Raniero Cantalamessa: Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia


P. Raniero Cantalamessa
“BEATI I MISERICORDIOSI,
PERCHE’ TROVERANNO MISERICORDIA”
Quarta predica di Quaresima alla Casa Pontificia



1. La misericordia di Cristo

La beatitudine sulla quale vogliamo riflettere in questa ultima meditazione quaresimale è la quinta nell’ordine di Matteo: “Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia”. Partendo, come sempre, dall’affermazione che le beatitudini sono l’autoritratto di Cristo, anche questa volta ci poniamo subito la domanda: come ha vissuto Gesú la misericordia? Che cosa ci dice la sua vita su questa beatitudine? 

Nella Bibbia, la parola misericordia si presenta con due significati fondamentali: il primo indica l’atteggiamento della parte più forte (nell’alleanza, Dio stesso) verso la parte più debole e si esprime di solito nel perdono delle infedeltà e delle colpe; il secondo indica l’atteggiamento verso il bisogno dell’altro e si esprime nelle cosiddette opere di misericordia. (In questo secondo senso il termine ricorre spesso nel libro di Tobia). C’è, per così dire, una misericordia del cuore e una misericordia delle mani.

Nella vita di Gesú risplendono entrambe queste due forme. Egli riflette la misericordia di Dio verso i peccatori, ma si impietosisce anche di tutte le sofferenze e i bisogni umani, interviene per dare da mangiare alle folle, guarire i malati, liberare gli oppressi. Di lui l’evangelista dice: “Ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (Mt 8,17).

Nella nostra beatitudine il senso prevalente è certamente il primo, quello del perdono e della remissione dei peccati. Lo deduciamo dalla corrispondenza tra la beatitudine e la sua ricompensa: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”, s’intende presso Dio che rimetterà i loro peccati. La frase: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro”, viene spiegata subito con “perdonate e vi sarà perdonato” (Lc 6, 36-37).

È nota l’accoglienza che Gesú riserva ai peccatori nel vangelo e l’opposizione che essa gli procurò da parte dei difensori della legge che lo accusavano di essere “un mangione e beone, amico di pubblicani e peccatori” (Lc 7, 34). Uno dei detti storicamente meglio attestati di Gesú è: “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mc 2, 17). Sentendosi da lui accolti e non giudicati, i peccatori lo ascoltavano volentieri. 

Ma chi erano i peccatori, chi veniva indicato con questo termine? In linea con la tendenza oggi diffusa di scagionare del tutto i farisei del vangelo, attribuendo l’immagine negativa a forzature posteriori degli evangelisti, qualcuno ha sostenuto che con questo termine si intendono “i trasgressori deliberati e impenitenti della legge” (1), in altre parole i delinquenti comuni e i fuori legge del tempo. 

Se fosse così, gli avversari di Gesú avevano effettivamente ragione di scandalizzarsi e di ritenerlo persona irresponsabile e socialmente pericolosa. Sarebbe come se oggi un sacerdote frequentasse abitualmente mafiosi, camorristi e criminali in genere, e accettasse i loro inviti a pranzo, con il pretesto di parlare loro di Dio. 

In realtà, le cose non stanno così. I farisei avevano una loro visione della legge e di ciò che è conforme o contrario ad essa e consideravano reprobi tutti quelli che non si conformavano alla loro prassi. Gesú non nega che esista il peccato e che esistano i peccatori, non giustifica le frodi di Zaccheo o l’adulterio della donna. Il fatto di chiamarli “i malati” lo dimostra. 

Quello che Gesú condanna è di stabilire da sé qual è la vera giustizia e considerare tutti gli altri “ladri, ingiusti e adulteri”, negando loro perfino la possibilità di cambiare. È significativo il modo in cui Luca introduce la parabola del fariseo e del pubblicano: “Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri” (Lc 18,9). Gesú era più severo verso coloro che, sprezzanti, condannavano i peccatori, che verso i peccatori stessi (2). 

2. Un Dio che si compiace di avere misericordia

Gesú giustifica la sua condotta verso i peccatori dicendo che così agisce il Padre celeste. Ai suoi oppositori egli ricorda la parola di Dio nei profeti: “Voglio la misericordia e non il sacrificio” (Mt 9,13). La misericordia verso l’infedeltà del popolo, la hesed, è il tratto più saliente del Dio dell’alleanza e riempie la Bibbia da un capo all’altro. Un salmo lo ripete a modo di litania, spiegando con essa tutti gli eventi della storia d’Israele: “Perché eterna è la sua misericordia” (Sal 136).

Essere misericordiosi appare così un aspetto essenziale dell’essere “a immagine e somiglianza di Dio”. “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6, 36) è una parafrasi del famoso: “Siate santi perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo” (Lev 19, 2). 

Ma la cosa più sorprendente, circa la misericordia di Dio, è che egli prova gioia nell’aver misericordia. Gesú conclude la parabola della pecorella smarrita dicendo: “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15, 7). La donna che ha ritrovato la dramma smarrita grida alle amiche: “Rallegratevi con me”. Nella parabola del figliol prodigo poi la gioia straripa e diventa festa, banchetto.

Non si tratta di un tema isolato, ma profondamente radicato nella Bibbia. In Ezechiele Dio dice: “Io non godo della morte dell’empio, ma (godo!) che l’empio desista dalla sua condotta e viva” (Ez 33,11). Michea dice che Dio “si compiace di avere misericordia” (Mi 7,18), cioè prova piacere nel farlo. 

Ma perché, ci si domanda, una pecora deve contare, sulla bilancia, quanto tutte le rimanenti messe insieme, e a contare di più deve essere proprio quella che è scappata e ha creato più problemi? Una spiegazione convincente l’ho trovata nel poeta Charles Péguy. Smarrendosi, quella pecorella, come pure il figlio minore, ha fatto tremare il cuore di Dio. Dio ha temuto di perderla per sempre, di essere costretto a condannarla e privarsene in eterno. Questa paura ha fatto sbocciare la speranza in Dio e la speranza, una volta realizzatasi, ha provocato la gioia e la festa. “Ogni penitenza dell’uomo è il coronamento di una speranza di Dio” (3). È un linguaggio figurato, come tutto il nostro parlare di Dio, ma contiene una verità.

In noi uomini, la condizione che rende possibile la speranza è il fatto che non conosciamo il futuro e perciò lo speriamo; in Dio, che conosce il futuro, la condizione è che non vuole (e, in certo senso, non può) realizzare quello che vuole, senza il nostro consenso. La libertà umana spiega l’esistenza della speranza in Dio.

Che dire allora delle novantanove pecorelle giudiziose e del figlio maggiore? Non c’è alcuna gioia in cielo per essi? Vale la pena vivere tutta la vita da buoni cristiani? Ricordiamo cosa risponde il Padre al figlio maggiore: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo” (Lc 15, 31). L’errore del figlio maggiore sta nel considerare l’essere rimasto sempre a casa e aver condiviso tutto con il Padre, non un privilegio immenso, ma un merito; si comporta da mercenario, più che da figlio. (Questo dovrebbe mettere sull’avviso tutti noi che, per stato di vita, ci troviamo nella stessa posizione del figlio maggiore!)

Su questo punto la realtà è stata migliore della stessa parabola. Nella realtà, il figlio maggiore – il Primogenito del Padre, il Verbo – non è rimasto nella casa paterna; è andato lui in “una regione lontana” a cercare il figlio minore, e cioè l’umanità decaduta; è stato lui che lo ha ricondotto a casa, che gli ha procurato la veste nuova e ha imbandito per lui un banchetto al quale può sedersi a ogni Eucaristia.

In un suo romanzo, Dostoevskij descrive un quadretto che ha tutta l’aria di una scena osservata dal vero. Una donna del popolo tiene in braccio il suo bambino di poche settimane, quando questi per la prima volta, a detta di lei, le sorride. Tutta compunta, ella si fa il segno della croce e a chi le chiede il perché di quel gesto risponde: “Ecco, allo stesso modo che una madre è felice quando nota il primo sorriso del suo bimbo, così si rallegra Iddio ogni volta che un peccatore si mette in ginocchio e rivolge a lui una preghiera fatta con tutto il cuore” (4). 

3. La nostra misericordia, causa o effetto della misericordia di Dio?

Gesú dice: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” e nel Padre nostro ci fa pregare: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori” Dice anche: “Se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt 6, 15). Queste frasi potrebbero indurre a pensare che la misericordia di Dio verso di noi è un effetto della nostra misericordia verso gli altri, ed è proporzionata ad essa. 

Se così fosse però sarebbe completamente rovesciato il rapporto tra grazia e buone opere, e si distruggerebbe il carattere di pura gratuità della misericordia divina solennemente proclamato da Dio davanti a Mosè: “Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia” (Es 33,19).

La parabola dei due servitori (Mt 18, 23 ss,) è la chiave per interpretare correttamente il rapporto. Lì si vede come è il padrone che, per primo, senza condizioni, rimette un debito immenso al servo (diecimila talenti!) ed è proprio la sua generosità che avrebbe dovuto spingere il servo ad avere pietà di colui che gli doveva la misera somma di cento denari.

Dobbiamo dunque avere misericordia perché abbiamo ricevuto misericordia, non per ricevere misericordia; però dobbiamo avere misericordia, altrimenti la misericordia di Dio non avrà effetto per noi e ci verrà ritirata, come il padrone della parabola la ritirò al servo spietato. La grazia “previene” sempre ed è essa che crea il dovere: “Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi”, scrive san Paolo ai Colossesi (Col 3,13).

Se, nella beatitudine, la misericordia di Dio verso di noi sembra essere l’effetto della nostra misericordia verso i fratelli, è perché Gesù si colloca qui nella prospettiva del giudizio finale (“troveranno misericordia”, al futuro!). “Il giudizio, scrive infatti san Giacomo, sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio” (Gc 2,13).

4. Fare esperienza della misericordia divina

Se la misericordia divina è all’inizio di tutto ed è essa che esige e rende possibile la misericordia degli uni verso gli altri, allora la cosa più importante per noi è fare un’esperienza rinnovata della misericordia di Dio. Ci stiamo avvicinando alla Pasqua e questa è l’esperienza pasquale per eccellenza. 

Lo scrittore Franz Kafka ha scritto un romanzo intitolato Il Processo. In esso si parla di un uomo che un giorno, senza che nessuno sappia il perché, viene dichiarato in arresto, pur continuando la sua solita vita e il suo lavoro di modesto impiegato. Comincia un’estenuante ricerca per conoscere i motivi, il tribunale, le imputazioni, le procedure. Ma nessuno sa dirgli niente, se non che c’è veramente un processo in corso a suo carico. Finché un giorno verranno a prelevarlo per l’esecuzione della sentenza. 

Nel corso della vicenda si viene a sapere che vi sarebbero, per quest’uomo, tre possibilità: l’assoluzione vera, l’assoluzione apparente e il rinvio. L’assoluzione apparente e il rinvio però non risolverebbero nulla; servirebbero solo a tenere l’imputato in un’incertezza mortale per tutta la vita. Nell’assoluzione vera invece “gli atti processuali devono essere totalmente eliminati, scompaiono del tutto dal procedimento; non solo l’accusa, ma anche il processo e persino la sentenza vengono distrutti, tutto viene distrutto”. 

Ma di queste assoluzioni vere, tanto sospirate, non si sa se ne sia esistita mai alcuna; ci sono solo voci in proposito, null’altro che “bellissime leggende”. L’opera finisce così, come tutte quelle dell’autore: qualcosa che si intravede da lontano, si rincorre con affanno come in un incubo notturno, ma senza possibilità alcuna di raggiungerlo (5).

A Pasqua la liturgia della Chiesa ci trasmette l’incredibile notizia che l’assoluzione vera esiste per l’uomo; non è solo una leggenda, una cosa bellissima ma irraggiungibile. Gesù ha distrutto il “documento scritto della nostra colpa; lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce” (Col 2, 14). Ha distrutto tutto. “Non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù”, grida san Paolo (Rm 8, 1). Nessuna condanna! Di nessun genere! Per quelli che credono in Cristo Gesù!

A Gerusalemme c’era una piscina miracolosa e il primo che vi si buttava dentro, quando le acque venivano agitate, era guarito (cf. Gv 5, 2 ss.). La realtà però, anche qui, è infinitamente più grande del simbolo. Dalla croce di Cristo è sgorgata una fonte di acqua e sangue, e non uno soltanto ma tutti quelli che vi si buttano dentro ne escono guariti. 

Dopo il battesimo questa piscina miracolosa è il sacramento della riconciliazione e quest’ultima meditazione vorrebbe servire proprio come preparazione a una buona confessione pasquale. Una confessione “fuori serie”, cioè diversa da quelle solite, in cui permettiamo davvero al Paraclito di “convincerci di peccato”. Potremmo prendere come specchio le beatitudini meditate in Quaresima, cominciando fin da adesso e ripetendo insieme l’espressione tanto antica e tanto bella: Kyrie eleison, Signore, pietà! 

“Beati i puri di cuore”: Signore, riconosco tutta l’impurità e l’ipocrisia che c’è nel mio cuore; forse, la doppia vita che conduco davanti a te e davanti agli altri. Kyrie eleison!

“Beati i miti”: Signore, ti chiedo perdono per l’impazienza e la violenza nascosta che c’è dentro di me, per i giudizi avventati, la sofferenza che ho provocato alle persone intorno a me… Kyrie eleison.

“Beati gli affamati”: Signore, perdona la mia indifferenza verso i poveri e gli affamati, la mia continua ricerca di comodità, il mio stile di vita borghese… Kyrie eleison.

“Beati i misericordiosi”: Signore, spesso ho chiesto e ricevuto alla leggera la tua misericordia, senza rendermi conto a quale prezzo tu me l’hai procurata! Spesso sono stato il servo perdonato che non sa perdonare: Kyrie eleison. Signore pietà!

C’è una grazia particolare quando, non è solo l’individuo, ma l’intera comunità che si mette davanti a Dio in quest’atteggiamento penitenziale. Da un’esperienza profonda della misericordia di Dio si esce rinnovati e pieni di speranza: “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo” (Ef 2, 4-5). 

5. Una Chiesa “ricca in misericordia”

Nel suo messaggio per la Quaresima di quest’anno il Santo Padre scrive: “La Quaresima sia per ogni cristiano una rinnovata esperienza dell’amore di Dio donatoci in Cristo, amore che ogni giorno dobbiamo, a nostra volta, ridonare al prossimo”. Così è della misericordia, la forma che l’amore di Dio prende nei confronti dell’uomo peccatore: dopo averne fatto l’esperienza dobbiamo, a nostra volta, mostrarla con i fratelli. Questo sia a livello di comunità ecclesiale, sia a livello personale.

Predicando gli esercizi spirituali alla Curia Romana da questo stesso tavolo nell’anno giubilare del 2000, il Cardinal Francesco Saverio Van Thuan, alludendo al rito dell’apertura della Porta santa, disse in una meditazione: “Sogno una Chiesa che sia una ‘Porta Santa’, aperta, che accoglie tutti, piena di compassione e di comprensione per le pene e le sofferenze dell’umanità, tutta protesa a consolarla” (6).

La Chiesa del Dio “ricco di misericordia”, dives in misericordia, non può non essere essa stessa dives in misericordia. Dall’atteggiamento di Cristo verso i peccatori esaminato sopra deduciamo alcuni criteri. Egli non banalizza il peccato, ma trova il modo di non alienarsi mai i peccatori, ma piuttosto di attirarli a sé. Non vede in essi solo quello che sono, ma quello che possono divenire, se raggiunti dalla misericordia divina nel profondo della loro miseria e disperazione. Non aspetta che vengano da lui; spesso è lui che va a cercarli.

Oggi gli esegeti sono abbastanza d’accordo nell’ammettere che Gesú non aveva un atteggiamento ostile verso la legge mosaica, che osservava lui stesso scrupolosamente. Quello che lo poneva in contrasto con l’elite religiosa del suo tempo era una certa maniera rigida e a volte disumana di costoro di interpretare la legge. “Il sabato, diceva, è per l’uomo, non l’uomo per il sabato” (Mc 2,27), e quello che dice del riposo sabbatico, una delle leggi più sacre in Israele, vale per ogni altra legge.

Gesú è fermo e rigoroso nei principi, ma sa quando un principio deve cedere il passo a un principio superiore che è quello della misericordia di Dio e la salvezza dell’uomo. Come questi criteri desunti dall’agire di Cristo possano essere applicati concretamente ai problemi nuovi che si pongono nella società dipende dalla paziente ricerca e in definitiva dal discernimento del magistero. Anche nella vita della Chiesa, come in quella di Gesú, devono risplendere insieme e la misericordia delle mani e quella del cuore, sia le opere di misericordia, che “le viscere di misericordia”. 

6. “Rivestitevi di sentimenti di misericordia”

L’ultima parola a proposito di ogni beatitudine deve essere sempre quella che ci tocca personalmente e spinge ognuno di noi alla conversione e alla pratica. San Paolo esortava i Colossesi con queste accorate parole: 

“Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti [alla lettera: di viscere] di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi” (Col 3, 12-13).

“Noi esseri umani, diceva sant’Agostino, siamo come vasi di creta che, solo sfiorandosi, si fanno del male” (lutea vasa quae faciunt invicem angustias) (7). Non si può vivere insieme in armonia, nella famiglia e in ogni altro tipo di comunità, senza la pratica del perdono e della misericordia reciproca. Misericordia è una parola composta da misereo e cor; significa impietosirsi nel proprio cuore, commuoversi, a riguardo della sofferenza o dell’errore del fratello. È così che Dio spiega la sua misericordia di fronte al traviamento del popolo: “Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione” (Os 11,8). 

Si tratta di reagire con il perdono e, fin dove è possibile, con la scusa, non con la condanna. Quando si tratta di noi, vale il detto: “Chi si scusa, Dio lo accusa; chi si accusa, Dio lo scusa”; quando si tratta degli altri avviene il contrario: “Chi scusa il fratello, Dio scusa lui; chi accusa il fratello, Dio accusa lui”.

Il perdono è per una comunità quello che è l’olio per il motore. Se uno esce in auto senza una goccia d’olio nel motore, dopo pochi chilometri andrà tutto in fiamme. Come l’olio anche il perdono scioglie gli attriti. C’è un salmo che canta la gioia del vivere insieme come fratelli riconciliati; dice che questo "è come olio profumato sul capo” che scende lungo la barba e le vesti di Aronne, fino all’orlo della sua veste (cf. Sal 133). 

Il nostro Aronne, il nostro Sommo sacerdote, avrebbero detto i Padri della Chiesa, è Cristo; la misericordia e il perdono è l’olio che scende da questo “capo” elevato sulla croce e si diffonde lungo il corpo della Chiesa fino all’estremità delle sue vesti, fino a quelli che vivono ai suoi margini. Dove si vive così, nel perdono e nella misericordia reciproca, “il Signore dona la sua benedizione e la vita per sempre”. 

Cerchiamo di individuare, tra i nostri rapporti con le persone, quello nel quale ci sembra necessario far penetrare l’olio della misericordia e della riconciliazione e versiamocelo silenziosamente, con abbondanza, in occasione della Pasqua. Uniamoci ai mostri fratelli ortodossi che a Pasqua non si stancano di cantare:

“È il giorno della Risurrezione!
Irradiamo gioia per la festa, 
abbracciamoci tutti quanti.
Diciamo fratello anche a chi ci odia,
tutto perdoniamo per amore della Risurrezione” (8). 


(1) Cf. E.P. Sanders, Jesus and Judaism, London 1985, p. 385 (Trad. ital. Gesù e il giudaismo, Genova 1992).
(2) Cf. J.D.G. Dunn, Gli albori del cristianesimo, I, 2, Brescia 2006, pp.567-572.
(3) Ch. Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù, in Oeuvres poétiques complètes, Gallimard, Parigi 1975, pp. 571 ss.
(4) F. Dostoevskij, L’Idiota, Milano 1983, p. 272.
(5) F. Kafka, Il Processo, Garzanti, Milano 1993, pp. 129 ss.
(6) F.X. Van Thuan, Testimoni della speranza, Città Nuova, Roma 2000, p.58.
(7) S. Agostino, Sermoni, 69, 1 (PL 38, 440)
(8) Stichirà di Pasqua, testi citati in G. Gharib, Le icone festive della Chiesa Ortodossa, Milano 1985, pp. 174-182.


Lunedì della II settimana di Quaresima



Un Cristianesimo di carità senza verità 
può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, 
utili per la convivenza sociale, ma marginali. 
In questo modo non ci sarebbe più 
un vero e proprio posto per Dio nel mondo.  
La carità eccede la giustizia, perché amare è donare
offrire del “mio” all'altro; 
la carità supera la giustizia e la completa nella logica del dono e del perdono. 

Benedetto XVI, Caritas in veritate




Lc 6, 36-38 


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio» .


IL COMMENTO


"Manikos eros" diceva Casabilas, amore folle quello di Dio. E lo stesso Elisabetta della Trinità, quando affermava di credere nel "troppo amore di Dio", per abbandonarsi e non vivere altro che di quella misericordia, la molecola fondamentale della stessa aria che respiriamo. "Mi prostro nella mia miseria e, riconoscendola apertamente, la espongo davanti alla misericordia del mio Maestro" (Elisabetta della Trinità). Prostrati dinanzi al seno materno di Dio. In attesa, come la donna fenicia, come Maria ai piedi di Gesù, come la Maddalena. Aspettando trepidanti la sua misericordia, che si schiuda il suo seno (misericordia traduce il greco oiktirmon che a sua volta traduce l'ebraico rahamin, che indica il ventre, l'utero) e ne sgorghi quel liquido amiotico senza il quale non possiamo essere gestati alla vita celeste. La sua misericordia, l'acqua della vita


Non esiste unità di misura per l'amore di Dio. E noi, quante volte misuriamo il tempo speso per gli altri, il perdono offerto, la quantità di vita consegnata? Sì, perchè in fondo, quel che facciamo è prestare e mai donare. Per chi dona le misure non contano. Il dono non conosce calcoli. Quando nel cuore si comincia a tenere una segreta contabilità, una partita di dare e avere, è il segno che il Cielo è ormai chiuso, e la vita dei figli è divenuta vita di orfani. Come nella parabola del figliol prodigo, che esige dal padre di conteggiare la parte che gli spetta per spendersela in libertà e autonomia. E' proprio questo il primo passo verso la rovina: aver obbligato suo padre a misurare ciò che non ha misura; ed è esattamente quello che, malmostosamente, ha fatto anche il figlio maggiore, quando, preda della gelosia, si è messo a calcolare l'incalcolabile amore del padre. Entrambi non avevano compreso che il tranello antico, quello posto dal demonio ad Adamo ed Eva, era proprio quello di misurare l'eredità, che, da infinita, diviene così qualcosa di finito, esauribile, invidiabile, oggetto di gelosie, avarizia e concupiscenza, di difesa strenua a costo di uccidere l'altro con giudizi e condanne: misurare l'amore del Padre conduce sempre a rinchiuderlo nello spazio angusto della carne, dell'umano, farlo decadere dall'agape all'eros. E' questo, in definitiva, il frutto mortale del peccato, voler accaparrarsi della Grazia, del dono, e ritrovarsi così padroni del nulla, schiavi delle passioni, sempre a corto di pazienza e misericordia, privati di quell'eccedenza d'amore, di quell'amore smisurato che, solo, può compiere la vita. Senza l'agape, i matrimoni restano senza vino, e fanno acqua, incapaci di sopportare l'urto della carne. Senza l'eccedere della carità, le amicizie evaporano, i fidanzamenti si piegano ai compromessi, le relazioni tra genitori e figli divengono campi di battaglia. 


Di fronte alla folla affamata e stanca, il Signore mette alla prova il cuore dei discepoli, come oggi viene a visitare ciascuno di noi. Una folla sterminata, un momento difficile con la moglie, un figlio ribelle, una suocera indurita, un collega geloso, un fidanzato in crisi, di fronte a quello che ci presenta la storia ferita dal peccato, possiamo davvero misurare quello che abbiamo tra le mani? "Che cos'è questo nulla per sfamare tanta gente, per vivere in pienezza e secondo la volontà d'amore del Padre?". Misuriamo, come i discepoli, e ci ritroviamo con cinque pani e due pesci, nulla di fronte all'eccezionalità della necessità. Perchè ogni situazione che siamo chiamati a vivere è eccezionale e necessita un amore smisurato, che, come il Nilo, tracimi dal letto abituale, quello dell'ordinaria amministrazione dei compromessi ipocriti e impauriti, per fecondare e donare la vita. Il peccato ha ferito la storia, per viverla da figli di Dio è necessario un amore che ha vinto il peccato. Occorre un amore senza misura per custodire la castità nel fidanzamento, che superi la passione e il sentimento, per rispettare e custodire l'altro nella purezza di un figlio di Dio, attendendo con pazienza di vedere confermata la volontà di Dio nel matrimonio; è necessario un amore che trascenda ogni calcolo per aprirsi alla vita e vivere la sessualità coniugale abbandonati alla volontà di Dio; un amore più forte della vanità femminile, delle angosce per la precarietà economica, un amore che abbracci la vita consegnandola al suo Autore, affidandola a Colui che la rende eterna, superando i confini della carne. 


Il Vangelo di oggi ci chiama ad abbandonare ogni tentazione di misurare l'amore di Dio, a convertirci, a tornare nella casa del Padre per vivere delle sue cose, il suo "tutto" che è anche il nostro, attingendo senza timore alla fonte inesauribile del suo amore. Il Signore ci chiama a stringerci a Lui, che non ha contato i nostri peccati, e che, senza misura, ci ha amato di un amore incorruttibile. Gesù ci guarda oggi e ci chiede il nulla che abbiamo per trasformarlo in un folle e smisurato amore, capace di eccedere e condurci in una vita nuova, quella dei figli, somiglianti al Padre, allevati nella sua misericordia per essere pura misericordia per ogni nostro prossimo. Chi vive nascosto nel seno del Padre, immerso nella sua misericordia, chi si nutre, istante dopo istante del suo perdono, chi sperimenta, quotidianamente, il suo amore incalcolabile, ha smarrito il giudizio, il suo cuore è ormai intento a succhiare il latte della misericordia e non può preoccuparsi di condannare e pensar male degli altri. I suoi occhi sono intrisi nello sguardo del Signore, non sanno guardare nessuno se non attraverso gli occhi di Dio. E non può amare che con il cuore di Dio, senza timore, perchè il proprio cuore è già nel Cielo e nessuno potrà mai trafugare ciò che non si si può misurare e non si esaurisce esaurisce. Un amore donato nella carne delle proprie ore, spese gratuitamente, senza difendere nulla, senza invidia e gelosia perchè Dio è lo stesso e ama tutti con lo stesso cuore.


Israele conosceva l'attenzione al forestiero perchè ne aveva fatta l'amara esperienza in Egitto e aveva visto e assaporato la vittoria del braccio di Yahwè disteso a liberarlo. Così l'uomo creato per amare e perdonare, straniero in una terra d'odio e rancore, liberato gratuitamente dalla tirannide dell'oppressore, conoscerà per esperienza l'angustia di chi è ancora straniero in una terra non sua. Saprà perdonare chi non sa perdonare. Non si tratta di cercare e sforzarsi di non giudicare, di non condannare, di allargare la misura del proprio cuore. E' opera impossibile all'uomo. Si tratta di conoscersi, di avere chiaro l'abisso del proprio cuore, e in esso incontrare l'infinita misericordia del Padre. Chi vive ai piedi dell'amore è trasformato a poco a poco in amore misericordioso, capace di giustificare, senza misura. Dal suo grembo, dalle sue viscere, nascerà solo misericordia, in misura traboccante, incalcolabile, la stessa nella quale è rinato, gratuitamente.


Asterio D'Amasea, Vescovo di Amasea nel Ponto,
Omilia protrepticos peri metanoia.

«Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro»

Se volete imitare Dio, a immagine del quale siete stati creati, conformatevi al vostro modello. Voi cristiani, voi che portate un nome che significa amore, imitate la carità di Cristo. Osservate la ricchezza del suo amore per gli uomini. Sul punto di manifestarsi a loro nella sua umanità, ha mandato Giovanni per invitarli alla penitenza e condurli al pentimento e, ancora prima di lui, ha inviato tutti i profeti che hanno insegnato la conversione. Quando poi poco tempo dopo, si è presentato Cristo stesso, ha gridato con la propria voce facendosi avanti in persona: Venne a me tutti voi che siete affaticati e oppressi e io vi consolerò (Mì. 11,28). E quelli che hanno accolto l'invito, come li ha ricevuti? Ha concesso loro, senza difficoltà, n perdono dei peccati e immediatamente li ha liberati dalle loro afflizioni. Il Verbo li ha resi santi, lo Spirito ha 'impresso su di loro il suo sigillo. L'uomo vecchio è stato sepolto ed è nata la nuova creatura, rigenerata per grazia. Di conseguenza l'uomo, che era estraneo, è diventato un intimo, da straniero è diventato figlio; prima escluso, ora è stato 'introdotto nel mistero, è da empio che era è diventato santo.
Se qualcuno, dopo aver ricevuto in dono ricchezze così grandi ed eccezionali, offendesse il suo generoso benefattore noi saremmo senz'altro per lui giudici duri e inflessibili Lo metteremmo subito a morte, senza permettergli di difendere la sua causa, e lo priveremmo non solo di questa vita, ma anche dell'altra. Ma ben diverso è il giudizio del Signore, la cui misericordia è senza limiti. Egli non vuole la morte del peccatore, ma attende la sua conversione. Per questo non vengono puniti quelli che per una volta hanno disprezzato la grazia: la misericordia infatti si aggiunge alla misericordia, e il perdono si unisce all'oblio. Le lacrime versate hanno l'efficacia di un bagno purificatore e i gemiti del pentimento riportano la grazia che per breve tempo era stata perduta...
Voi dunque che siete duri e incapaci di dolcezza imitate la bontà del nostro creatore. Non siate, per i vostri compagni di schiavitù, dei giudici rigorosi e crudeli, nell'attesa che giunga colui che svelerà i segreti dei cuori e che, con la sua potenza, darà a ciascuno il posto che gli spetta nella vita futura. Non pronunciate giudizi severi, per non essere giudicati con severità e per non essere trafitti, come da denti acuti, dalle parole. Mi sembra infatti che le parole del Vangelo: Non giudicate, per non essere giudicati (Mt. 7, 1) vogliano appunto metterei in guardia da questo peccato. Conciò non si vuole escludere la facoltà di valutare le cose con intelligenza e rettitudine: il Vangelo chiama «giudizio» una condanna troppo severa. Noi tuoi giudizi dunque, adopera, per quanto è possibile, un peso leggero, se non vuoi che anche le tue azioni facciano scendere il piatto della condanna quando -la nostra vita sarà pesata dal giudizio di Dio, come su una bilancia... Non rifiutare allora, di usare misericordia, per non essere escluso dal perdono quando anche tu ne avrai bisogno.


Giovanni Taulero (circa 1300-1361), domenicano a Strasburgo 
Primo discorso  per la quarta domenica dopo la Trinità, 1

«Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro»

        E' pericoloso e rischioso che un uomo giudichi un altro uomo; ognuno sia attento a pensare ai suoi peccati. Poiché colui che è la Verità ha detto: «Con la misura con cui misurate sarà misurato a voi». Se sei molto misericordioso, troverai grande misericordia; se lo sei poco, ne troverai poca; se non hai misericordia, non ne troverai per te. Occorre provare ed esercitare la misericordia interiormente, nella propria volontà profonda, in modo da provare compassione profonda e sincera per il proprio prossimo ovunque lo si veda soffrire e da chiedere a Dio con tutto il cuore di consolarlo.
        Se puoi soccorrerlo esteriormente, con qualche consiglio o dono, con parole o fatti, lo farai per quanto ti è possibile. Se non puoi fare molto, fa' comunque qualcosa, un'opera di misericordia interiore o esteriore: digli almeno una buona parola. In questo modo, adempi ciò che gli devi, e troverai un Dio misericordioso.


Giovedì della I settimana del Tempo Ordinario



Ho alzato le mani al cielo, verso la grazia del Signore.
Egli ha gettato lontano da me le mie catene.
Il mio protettore mi ha innalzato secondo la sua grazia e la sua salvezza.
Mi sono spogliato dell’oscurità e ho rivestito la luce ;
le mie membra non provano più né pena, né angoscia, né dolore.
Ero disprezzato e riprovato agli occhi della moltitudine.
Mi hai dato forza e soccorso.
Hai posto la luce alla mia destra e alla mia sinistra.
Tutto in me sia luce !
Ho rivestito l’abito del tuo Spirito,
e mi hai spogliato della tunica di pelli.
La tua destra mi ha innalzato e ha cacciato lontano da me la malattia.
La tua verità mi ha irrobustito e la tua giustizia mi ha santificato.
Sono stato giustificato dal tuo amore dolcissimo,
e il tuo riposo è per me nei secoli dei secoli !
Alleluia !

Ode di Salomone




Dal Vangelo secondo Marco 1,40-45.


Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!». Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!». Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: «Guarda di non dir niente a nessuno, ma và, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro». Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte. 


IL COMMENTO

La compassione gioca brutti scherzi. Anche a Gesù. Nel Vangelo di Marco ricorre il cosiddetto “segreto messianico”, il silenzio che Gesù impone perchè non fosse rivelata la sua identità confidata invece agli apostoli, e non fossero divulgati i suoi miracoli. Gesù vi riconosceva il piano del Padre che mirava senza indugio a Gerusalemme, al rifiuto e alla Croce. Niente che obbligasse a credere: i segni, i miracoli, dovevano costituire il linguaggio in codice che indicava le tracce della salvezza incipiente, codice che solo i piccoli, i poveri, i peccatori avrebbero decifrato. Ad esso Gesù si voleva adeguare.

Ma la compassione lo trascina in qualcosa di diverso. Mentre il segreto sulla sua identità di Figlio di Dio è stato mantenuto dagli apostoli e non sarebbe stato svelato pubblicamente che nella Passione dinanzi al Sommo Sacerdote, per i miracoli la cosa è andata diversamente. La fama di Gesù infatti si andava estendendo "al punto non poteva più entrare pubblicamente in una città". La fama che derivava dalla sua compassione. Questa parola traduce in italiano l'ebraico rahamin, che rimanda all'amore viscerale di una madre (rehem = utero, seno materno). La compassione svela dunque il cuore materno di Gesù. Un cuore da cui sgorga un amore capace di dare alla luce, di creare e ricreare. La guarigione del lebbroso scaturisce dunque dalle stesse viscere del Signore, laddove vibra l'amore sconfinato di una madre, e più di una madre. "Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti porto tatuato sulle palme delle mie mani" (Is. 49,15 s.).

Il lebbroso, reietto, impuro e impossibilitato ad avvicinarsi a chiunque, sente che con Gesù può infrangere le regole. Sa che in quell'Uomo si cela un cuore di madre, di sua madre. Non può temere, si fa audace sino a varcare il limite imposto dalla legge, che può solo attestare il male e cercare di arginarlo. Passa Gesù, e quel lebbroso intuisce che il Tempio, il culto, la vita del Popolo Santo, tutto quanto gli era stato interdetto secondo la Legge, è di nuovo lì, accanto a lui. La vita santa del Popolo santo è venuta a cercarlo, sorprendentemente, stravolgendo ogni regola: la santità cerca l'immondizia, per accoglierla e trasformarla. Quell'uomo distrutto, disprezzato, solo, sa che Gesù può salvarlo, ridonargli la purezza perduta, forse mai assaporata. E' la fede che riconosce, intimamente, il cuore materno di Gesù. Può fidarsi perchè è proprio da Lui che egli stesso proviene; la pelle straziata, le membra squassate, non possono cancellare la verità: non c'è nessuno al mondo che gli provochi gli stessi sentimenti. Lui assomiglia a Gesù, anche se i tratti somatici sono ormai sconvolti. Loro due hanno molto in comune, non sono estranei.

Forse, in quell'impeto misterioso che la fede sa muovere, quel lebbroso ha visto Gesù sulla via del Calvario, e lo ha visto come se si fosse guardato in uno specchio, senza apparenze d'uomo, disprezzato, rifiuto degli uomini, come uno davanti al quale ci si copre il volto (Cfr. Is. 53). Lo ha visto come un altro se stesso, come se stesso, lebbroso e crocifisso. Era ora dinazi all'uomo dei dolori, che conosce bene il patire; quel Profeta di Nazaret era il Sommo Sacerdote dal quale aveva sognato di andare un giorno a presentare la sua carne guarita come prescriveva la Legge. Il Sommo sacerdote di cui aveva bisogno, Santo, perfetto e separato dagli uomini, ora era lì, accanto a lui; non si trovava nel Tempio ad aspettare per certificare, ma gli era accanto, dentro alla sua solitudine. Era il Sommo Sacerdote che sapeva compatire le sue infermità, perchè sarebbe stato lui stesso, di lì a poco, provato in ogni cosa, anche nella sua lebbra, eccetto il peccato. Quel lebbroso si poteva dunque accostare con piena fiducia la trono della Grazia, per ricevere misericordia e trovare Grazia ed essere aiutato al momento opportuno (cfr. Eb. 4, 15-16).

Per questo sgorga dal cuore del lebbroso prostrato l'invocazione che è una professione di fede: "Se vuoi puoi guarirmi". Mi hai amato, pensato e creato Tu, sono tuo, se vuoi puoi ancora avere misericordia; tu conosci le mie sofferenze, come solo una madre può conoscere. Sono carne della tua carne, e Tu, con questa stessa carne, distruggerai la morte. Distruggila ora in me, tu puoi, se vuoi. E le viscere di Gesù si commuovono, come per un figlio, e le sue mani toccano quelle carni straziate. Quelle mani che lo portavano, da sempre, tatuato, quale figlio carissimo e preziosissimo. Quelle mani che saranno trapassate dai chiodi a far scaturire il sangue che laverà ogni peccato ed ogni lebbra.

Ma la compassione gioca un brutto scherzo a Gesù. Seppur intimato severamente di non dire nulla ma di andare finalmente ai sacerdoti per testimoniare l'avvento del Messia attraverso ll segno compiuto in lui, il lebbroso comincia, ebbro di gioia, ad annunciare la Buona Notizia. L'esperienza travolgente non può essere contenuta, prorompe in grida di lode. Il lebbroso diviene apostolo, annunciatore, araldo, e senza aver studiato… la Buona Notizia la portava nella carne, era luce e sale e lievito perchè recava in sé l'opera di Dio compiuta in lui, il Mistero Pasquale incarnato.

In Lui era stata vinta la lebbra, la solitudine, il peccato, la morte. Era la sua vita a parlare, era la sua carne rigenerata a gridare la vittoria di Gesù. Le parole avrebbero solo spiegato, dato ragione di un fatto, un avvenimento incontrovertibile. E' questa la missione della Chiesa, e di ogni apostolo: far presente nella propria concreta esistenza la Buona Notizia. Mostrare i segni e i prodigi che accompagnano la parola della predicazione. E non sono cose che si imparano, sono fatti, esperienze, vita. E' la fede che si fa notizia. Certo è necessario approfondire, studiare, ma la prima e fondamentale formazione di ogni apostolo è sul campo, quello della propria vita. Si può essere finissimi esegeti, acuti teologi, accorti liturgisti, ma senza fede si resta come cembali tintinnanti.

Così la compassione di Gesù ha dischiuso le porte all'evangelizzazione, senza averla prevista e preparata a tavolino. Anzi, sorprendendo e spiazzando anche Gesù. Quel miracolo doveva restare segreto, avrebbe poi pensato Lui ad inviare i suoi discepoli. Ma il lebbroso disobbedisce, non può tacere, è ridiventato bambino, ed i bambini non sanno mantenere i segreti. E così si apre una falla nel piano di Dio. Può sembrare assurdo e paradossale, ma il Vangelo ce lo mostra così. Gesù è costretto a fare i bagagli e scappare nel deserto. Va a rifugiarsi da dove il lebbroso era scappato ormai libero dalla sua lebbra. La compassione ha condotto Gesù per un cammino che non sembra avesse previsto. Perchè è proprio la compassione che guida i suoi passi, la natura divina che muove la sua natura umana. Gesù è come il vento, si lascia portare e non si oppone alla sconfinata misericordia del Padre che scuce le trame della sua stessa volontà per aprirle all'infinita urgenza dell'amore.

In questo Vangelo si ode l'eco della voce di Maria a Cana che spinge Gesù ad anticipare la sua ora. Come gli sposi di Cana hanno fatto scoccare, anticipata, l'ora di Gesù, che si sarebbe compiuta sul Golgota, così nelle carni del lebbroso la stessa ora si fa urgente e presente, accolta e anticipata dalla misericordia. E quell'ora giunta improvvisa e fuori tabella svela la libertà intrisa d'amore di Gesù. Il suo cuore brucia di compassione e guarda un orizzonte senza limiti, esattamente come il Padre.

Lebbrosi sanati, anche noi siamo chiamati alla stessa libertà. L'esperienza del potere di Gesù Cristo su ogni nostra lebbra pone la nostra vita sul candelabro. L'audacia della fede nella quale possiamo vincere l'orgoglio nascosto che ci fa paurosi e incapaci di implorare aiuto, ci svela la nostra più intima vocazione. L'urgenza della nostra salvezza captata dal cuore materno di Gesù ci sospinge nell'arena delle urgenze del mondo. Non possiamo restare aggrappati ai nostri sogni, ai nostri progetti, anche a quelli più santi. Sognare è giusto, fare progetti è divino, ma noi siamo di Dio, la sua libertà è il nostro tesoro, la stessa che ha mosso Gesù ad anticipare la sua ora, a cedere all'urgenza dell'amore e giocarsi la vita ancor prima dello stesso piano di Dio. Possiamo sognare e progettare il nostro futuro lasciandolo nelle sue mani; possiamo ogni giorno sognare con Lui, progettando e desiderando con le sue mani, con i suoi occhi, con il suo cuore. Non ci sarà tolto nulla, anzi, i sogni, i desideri e i progetti si dilateranno all'infinito, togliendoci il respiro ed inondandoci di gioia e di pace.

La compassione infatti spariglia e ci schiude orizzonti impensati. Mentre siamo chini sulle nostre sofferenze, ci intristiamo alla ricerca della volontà di Dio che non riusciamo a trovare, o siamo prigionieri di progetti che non riusciamo a realizzare, anche oggi Gesù giunge alla nostra vita, la tocca, la ricrea, ne fa un prodigio. La nostra vita è dentro un'urgenza più grande dei nostri pensieri. Lasciamoci accompagnare da Gesù sulle strade della libertà, quella che rimette tutto di noi a Dio. Che faccia di noi quel che vuole, che la sua compassione ci trasformi in segni di misericordia per ogni uomo, ovunque, in qualsiasi momento. Anche ora, al lavoro, a casa, o a migliaia di chilometri. Che la compassione possa anche oggi giocarci lo scherzo di una vita nuova abbandonata alla volontà di Dio.


L’AMORE MISERICORDIOSO NEL VECCHIO TESTAMENTO



San Giovanni della Croce (1542-1591), carmelitano, dottore della Chiesa
Fiamma d'amore viva, strofa 2

« Gesù stese la mano e lo toccò »

O vita divina, tu dai la morte solo per dare la vita, ferisci solo per guarire. Mi hai ferito per guarirmi, o mano divina! Hai ucciso in me ciò che mi teneva nella morte! Ero allora privo della vita di Dio, in cui ora, invece, mi trovo a vivere! Debbo questo favore alla liberalità della tua generosa grazia verso di me quando mi hai fatto sentire il tocco di Colui che è « irradiazione della tua gloria e impronta della tua sostanza » (Eb 1,3), cioè il tuo Figlio unigenito, nel quale, come tua Sapienza, tu tocchi « da un confine all'altro della terra con forza per la sua purezza » (Sap 8,1).
O tocco delicato, o Verbo, Figlio di Dio, che con la delicatezza del tuo essere divino penetri sottilmente la sostanza della mia anima e, toccandola tutta con delicatezza, l'assorbi completamente in te e adoperi mezzi del tutto divini per colmarla di soavità « mai sentita in terra di Canaan né mai viste in Teman » (Bar 3,22)! O tocco delicato, divinamente delicato del Verbo, tanto più delicato in me in quanto tu facevi sobbalzare i monti e spaccavi le rocce sul monte Oreb con l'ombra del tuo potere e la forza che lo precedeva, ti facesti sentire dal profeta « nel soffio leggero del vento » (1Re 19,11-12)!
O soffio leggero, che sei così fine e delicato, dimmi: come puoi toccare così sottilmente e delicatamente, o Verbo, Figlio di Dio, pur essendo così terribile e potente? O felice, mille volte felice, Signor mio, l'anima che tocchi così delicatamente e dolcemente... « Tu nascondi queste anime nel segreto del tuo volto, che è il tuo divin Figlio, lontano dagli intrighi degli uomini » (Sal 30,21).


Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità 
Lettera alle sue collaboratrici del 10/04/1974

«Mosso a compassione, Gesù stese la mano, lo toccò»

I poveri sono assetati di acqua, ma anche di pace, di verità e di giustizia. I poveri sono nudi ed hanno bisogno di vestiti, ma anche di umana dignità e di compassione per i loro peccati. I poveri non hanno casa ed hanno bisogno di un riparo fatto di mattoni, ma anche di un cuore gioioso, pieno di amore e misericordia. Sono malati ed hanno bisogno di cure mediche, ma anche di una mano che venga in loro aiuto e di un sorriso che li accolga. 
Gli esclusi, i prigionieri, gli alcolisti, i moribondi, chi è scartato, non amato, chi è solo e abbandonato, gli emarginati, gli intoccabili, i lebbrosi..., coloro che sono nel dubbio e nella confusione, coloro che non hanno ricevuto la luce di Cristo, gli affamati della parola e della pace di Dio, le anime tristi e afflitte..., coloro che sono un peso per la società, che hanno perso ogni speranza e fiducia nella vita, hanno dimenticato come si sorride e non sanno più cosa significa ricevere un po' di calore umano, un gesto d'amore e d'amicizia – tutti, si rivolgono a noi per avere un conforto. Se noi voltiamo loro le spalle, voltiamo le spalle a Cristo.



Lunedì della II settimana di Quaresima

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Lc 6, 36-38

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio» .

IL COMMENTO


"Manikos eros" diceva Casabilas, amore folle quello di Dio. E lo stesso diceva Elisabetta della Trinità, di credere nel "troppo amore di Dio", abbandonarsi e non vivere altro che di quella misericordia, la molecola fondamentale della stessa aria che respiriamo. "Mi prostro nella mia miseria e, riconoscendola apertamente, la espongo davanti alla misericordia del mio Maestro" (Elisabetta della Trinità). Prostrati dinnanzi al seno materno di Dio. In attesa, come la donna fenicia, come Maria ai piedi di Gesù, come la Maddalena. Aspettando trepidanti la Sua misericordia, che si schiuda il Suo seno (misericordia traduce il greco oiktirmon che a sua volta traduce l'ebraico rahamin, che indica il ventre, l'utero) e ne sgorghi quel liquido amiotico senza il quale non possiamo essere gestati alla vita celeste. La Sua misericordia, l'acqua della vita. Chi vive nascosto nel seno del Padre, immerso nella Sua misericordia, chi si nutre, istante dopo istante del Suo perdono, chi sperimenta, quotidianamente, la misura che non ha misura del Suo amore, ha smarrito il giudizio, il suo cuore è ormai intento a succhiare il latte della misericordia e non può preoccuparsi di condannare e pensar male degli altri. I suoi occhi sono intrisi nello sguardo del Signore, non sanno guardare nessuno se non attraverso gli occhi di Dio. Israele conosceva l'attenzione al forestiero perchè ne aveva fatta l'amara esperienza in Egitto e aveva visto e assaporato la vittoria del braccio di Yahwè disteso a liberarlo. Così l'uomo creato per amare e perdonare, straniero in una terra d'odio e rancore, liberato gratuitamente dalla tirannide dell'oppressore, conoscerà per esperienza l'angustia di chi è ancora straniero in una terra non sua. Saprà perdonare chi non sa perdonare. Non si tratta di cercare di non giudicare, di non condannare, di allargare la misura del proprio cuore. Si tratta di conoscersi, di avere chiaro l'abisso del proprio cuore, e in esso incontrare l'infinita misericordia del Padre. Chi vive ai piedi dell'amore è trasformato a poco a poco in amore misericordioso, capace di giustificare, senza misura.

Giovedì della I settimana del Tempo Ordinario

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Dal Vangelo secondo Marco 1,40-45.

Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!». Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!». Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: «Guarda di non dir niente a nessuno, ma và, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro». Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.


IL COMMENTO

La compassione gioca brutti scherzi. Anche a Gesù. Nel Vangelo di Marco ricorre il cosiddetto segreto messianico, il silenzio che Gesù impone perchè non fosse rivelata la sua identità confidata agli apostoli e non fossero divulgati i suoi miracoli. Gesù riconosceva in questa sorta di segreto il pino di Dio, il cammino al compimento della volontà di salvezza del Padre. Ad esso si voleva adeguare. Ma la compassione lo trascina in qualcosa di diverso. Mentre il segreto sulla sua identità di Figlio di Dio è stato mantenuto dagli apostoli e non sarebbe stato svelato pubblicamente che nella Passione dinnanzi al Sommo Sacerdote, per i miracoli la cosa è andata diversamente. La fama di Gesù infatti si andava estendendo "al punto
non poteva più entrare pubblicamente in una città". La fama che derivava dalla sua compassione. Questa parola traduce in italiano l'ebraico rahamin, che rimanda all'amore viscerale di una madre (rehem = utero, seno materno). La compassione svela dunque il cuore materno di Gesù. Un cuore da cui sgorga un amore capace di dare alla luce, di creare e ricreare. La guarigione del lebbroso scaturisce dunque dalle stesse viscere del Signore, laddove vibra l'amore sconfinato di una madre, e più di una madre. "Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti porto tatuato sulle palme delle mie mani" (Is. 49,15 s.). Il lebbroso, reietto, impuro e impossibilitato ad avvicinarsi a chiunque (cfr. Lv. 13), sente che con Gesù può infrangere le regole. Lui sa che in quell'uomo si cela un cuore di madre. Di sua madre. Non può temere, e si fa audace, e varca il limite imposto dalla legge che solo può attestare il male e cercare di arginarlo. Passa Gesù, e quel lebbroso intuisce che il Tempio, il culto, la vita del Popolo Santo, tutto quanto gli era stato interdetto è di nuovo lì, accanto a lui. Quesll'uomo distrutto, disprezzato, solo, sa che Gesù può salvarlo, ridonargli la vita vita perduta, forse mai assaporata. E' la fede che riconosce, intimamente, il cuore materno di Gesù. Può fidarsi perchè è proprio da Lui che egli stesso proviene; la pelle straziata, le membra squassate, non possono cancellare la verità: non c'è nessuno al mondo che gli provochi gli stessi sentimenti. Lui assomiglia a Gesù, anche se i tratti somatici sono ormai sconvolti. Loro due hanno molto in comune, non sono estranei. Forse, in quell'impeto misterioso che la fede sa muovere, quel lebbroso ha visto Gesù sulla via del Calvario, lo ha visto come se si fosse guardato in uno specchio, senza apparenze d'uomo disprezzato, rifiuto degli uomini, come uno davanti al quale ci si copre il volto (Cfr. Is. 53). Era ora dinnazi all'uomo dei dolori, che conosce bene il patire; era quel Gesù il Sommo Sacerdote dal quale aveva sognatodi andare un giorno a presentare la sua carne guarita come prescriveva la Legge; ed era lì, accanto a lui, non nel Tempio, ma accanto, dentro alla sua solitudine, ed era il Sommo Sacerdote che sapeva compatire le sue infermità, essendo stato lui stesso, di lì a poco, provato in ogni cosa, anche nella sua lebbra, eccetto il peccato. Si poteva dunque accostare con piena fiducia la trono della Grazia, per ricevere misericordia e trovare Grazia ed essere aiutato al momento opportuno (cfr. Eb. 4, 15-16). Per questo sgorga dal cuore del lebbroso in ginocchio l'invocazione che è una professione di fde: "Se vuoi puoi guarirmi". Mi hai amato, pensato e creato tu, sono tuo, se vuoi puoi ancora aver misericordia, tu conosci, come solo una madre può conoscere, le mie sofferenze. Sono carne della tua carne, e tu, con questa stessa carne, distruggerai la morte. Distruggila ora in me, tu puoi, se vuoi. E le viscere di Gesù si commuovono, come per un figlio, e le sue mani toccano quelle carni straziate. Quelle mani che lo portavano, da sempre, tatuato, quale figlio carissimo e preziosissimo. Quelle mani che saranno trapassate dai chiodi a far scaturire il sangue che laverà ogni peccato ed ogni lebbra.
Ma la compassione gioca un brutto scherzo a Gesù. Seppur intimato severamente di non dire nulla ma di andare finalmente ai sacerdoti per testimoniare l'avvento del Messia attraverso ll segno compiuto in lui, il lebbroso comincia, ebbro di gioa, ad annunciare la Buona Notizia. L'esperienza travolgente non può essere contenuta, proprompe in grida di lode. Il lebbroso diviene apostolo, annunciatore, araldo, senza aver studiato; la Buona Notizia la portava nella carne, era luce e sale e lievito perchè recava in sé l'opera compiuta di Dio, il mistero pasquale di Gesù. In Lui era stata vinta la lebbra, la solitudine, il peccato, la morte. Era la sua vita a parlare, era la sua carne rigenerata a gridare la vittoria di gesù. Le parole avrebbero solo soiegato, dato ragione di un fatto, un avvenimento incontrovertibile. E' questa la missione della Chiesa, e di ogni apostolo: far presente nella propria concreta esistenza la Buona Notizia. Mostrare i segni e i prodigi che accompagnao la parola della predicazione. E non sono cose che si imparano, sono fatti, esperienze, vita. E' la fede che si fa notizia. Cero è necessario approfondire, studiare, ma la prima e fondamentale formazione di ogni apostolo è sul campo, quello della propria vita. Si può essere finissimi esegeti, acuti teologi, accorti liturgisti, ma senza fede si resta come cembali tintinnanti.
Così la compassione di Gesù ha dischiuso le porte all'evangelizzazione, senza averla prevista e preparata a tavolino. Anzi, sorprendendo e spiazzando anche Gesù. Quel miracolo doveva restare segreto, avrebbe poi pensato Lui ad inviare i suoi discepoli. Ma il lebbroso disubbidisce, non può tacere, è ridiventato bambino, ed i bambini non sanno mantenere i segreti. E si apre una falla nel piano di Dio. Può sembrare assurdo e paradossale, ma il Vangelo ce lo mostra così. Gresù è costretto a fare i bagagli e scappare nel deserto. Va a rifugiarso da dove il lebbroso era scappato ormai libero dalla sua lebbra. La compassione ha condotto Gesù per un cammino che non sembra avesse previsto. Perchè è proprio la compassione che guida i suoi passi, la natura divina che muove la sua natura umana. Gesù è come il vento, si lascia portare e non si oppone alla sconfinata misericordia del Padre che scuce le trame della sua stessa volontà per aprirle all'infinita urgenza dell'amore. Si in questo paso del Vangelo l'eco della voce di Maria a Cana che spinge Gesù ad anticipare la sua ora. Come lo sono stati gli sposi di Cana, l'ora di Gesù, che si sarebbe compiuta sul Golgota,
l'ora di Gesù si fa urgente e presente nelle carni del lebbroso. E quell'ora giunta improvvisa e fuori tabella svela la libertà intrisa d'amore di Gesù. Il suo cuore brucia di compassione e guarda senza limiti come guarda il Padre.
Lebbrosi sanati, anche noi siamo chiamati alla stessa libertà. L'esperienza del potere di Gesù Cristo su ogni nostra lebbra ci apre inevitabilmente ad una vita posta sul candelabro. L'audacia della fede nella quale possiamo vincere l'orgoglio nascosto che ci fa paurosi e incapaci di implorare aiuto, ci svela la nostra più intima vocazione. L'urgenza della nostra salvezza captata dal cuore materno di Gesù ci sospinge nell'arena delle urgenze del mondo. Non possiamo restare aggrappati ai nostri sogni, ai nostri progetti, anche a quelli più santi. La compassione spariglia e ci schiude orizzonti impensati. Mentre siamo chini sulle nostre sofferenze, ci intristiamo alla ricerca della volontà di Dio che non riusciamo a trovare, anche oggi Gesù giunge alla nostra vita, la tocca, la ricrea, ne fa un prodigio. E' il segno che può sconvolgere i nostri piani e le nostre speranze, e svelarci un orizzonte che neanche immaginiamo. La nostra vita è dentro un'urgenza più grande dei nostri pensieri. Lasciamoci accompagnare da Gesù sulle strade della libertà, quella che rimette tutto di noi a Dio. Che faccia di noi quel che vuole, che la sua compassione ci trasformi in segni di misericordia per ogni uomo. Ovunque. In qualsiasi momento. Anche ora, al lavoro, a casa, o a migliaia di chilometri. Che la compassione possa anche oggi giocarci lo scherzo di una vita nuova abbandonata alla volontà di Dio.


L’AMORE MISERICORDIOSO NEL VECCHIO TESTAMENTO



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Meditazione del giorno:

San Giovanni della Croce (1542-1591), carmelitano, dottore della Chiesa
Fiamma d'amore viva, strofa 2

« Gesù stese la mano e lo toccò »


O vita divina, tu dai la morte solo per dare la vita, ferisci solo per guarire. Mi hai ferito per guarirmi, o mano divina! Hai ucciso in me ciò che mi teneva nella morte! Ero allora privo della vita di Dio, in cui ora, invece, mi trovo a vivere! Debbo questo favore alla liberalità della tua generosa grazia verso di me quando mi hai fatto sentire il tocco di Colui che è « irradiazione della tua gloria e impronta della tua sostanza » (Eb 1,3), cioè il tuo Figlio unigenito, nel quale, come tua Sapienza, tu tocchi « da un confine all'altro della terra con forza per la sua purezza » (Sap 8,1).

O tocco delicato, o Verbo, Figlio di Dio, che con la delicatezza del tuo essere divino penetri sottilmente la sostanza della mia anima e, toccandola tutta con delicatezza, l'assorbi completamente in te e adoperi mezzi del tutto divini per colmarla di soavità « mai sentita in terra di Canaan né mai viste in Teman » (Bar 3,22)! O tocco delicato, divinamente delicato del Verbo, tanto più delicato in me in quanto tu facevi sobbalzare i monti e spaccavi le rocce sul monte Oreb con l'ombra del tuo potere e la forza che lo precedeva, ti facesti sentire dal profeta « nel soffio leggero del vento » (1Re 19,11-12)!

O soffio leggero, che sei così fine e delicato, dimmi: come puoi toccare così sottilmente e delicatamente, o Verbo, Figlio di Dio, pur essendo così terribile e potente? O felice, mille volte felice, Signor mio, l'anima che tocchi così delicatamente e dolcemente... « Tu nascondi queste anime nel segreto del tuo volto, che è il tuo divin Figlio, lontano dagli intrighi degli uomini » (Sal 30,21).


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L’AMORE MISERICORDIOSO NEL VECCHIO TESTAMENTO

PREMESSA: I TERMINI

Nella Bibbia non incontriamo l’espressione "AMORE MISERICORDIOSO" in senso letterale, se non in Lc 1,78: Dio salva e perdona "grazie alla (sua) bontà misericordiosa" (splánchna eléous; traduzione latina: viscera misericordiae; in ebraico: rahamin = viscere materne).

Tuttavia "Amore Misericordioso" può tradurre bene anche due altre espressioni. La prima è: hesed we' emet (= grazia e fedeltà: cf Es 34,6; 2Sam 2,6; 15,20; Sal 25,10; 40,11s; 8511; Mic 7,20). Trattandosi di un'endiade, è corretta la traduzione: grazia fedele, cioè amore che per essere fedele nei confronti dell'uomo irrimediabilmente peccatore deve essere misericordioso.

L'altra espressione è: "pleres cháritos kai aletheias" (il Verbo è "pieno di grazia e verità": Gv 1,14 e poi anche più avanti in Gv 1,17). Anche qui ci troviamo davanti ad un'endiade che possiamo tradurre con amore vero, cioè misericordioso. Per mezzo di Mosé ci è arrivata la legge, per Gesù abbiamo ricevuto l'Amore misericordioso.

TRE SONO I VOCABOLI EBRAICI

che stanno dietro all'espressione Amore misericordioso: Hesed, rahamin, emet.

A. Il primo, hesed, indica bontà originaria e costitutiva, l'amore sorgivo, puro e gratuito. E’ l'amore paterno nel senso che "Dio è amore" (1Gv 4,8.16), ci ama "per primo" (1Gv 4,19). Un amore che continuamente si riversa su di noi. Si esprime nell'alleanza con Israele e soprattutto nella nuova alleanza che è definitiva. "Quando Israele era giovinetto, io l'ho amato e dall'Egitto ho chiamato mio figlio... Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano; ... ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare". (Os 11,4; cf anche Is 63,15s; 64,7).

B. Il termine emet dice fedeltà assoluta anche nel caso dell'infedeltà del partner. Unito alla hesed specifica che l'amore paterno di Dio è fedele anche dinanzi alla risposta negativa dell'uomo. Dio continua ad amarlo settanta volte sette (cf Mt 18,22), cioè perdona sempre, è misericordioso. "Canterò senza fine le grazie del Signore, con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nel secoli perché hai detto: "La mia grazia rimane per sempre"; e la tua fedeltà è fondata nei cieli" (Sal 89,2s). "Ti ho amato di amore eterno, per questo di conservo ancora pietà" (Ger 31,3).

B. Infine rahamim suggerisce l'amore viscerale della madre (rehem = seno materno) e quindi misericordia. Dal profondo legame della madre col bambino, scaturisce un particolarissimo rapporto di tenerezza e comprensione. Il bambino lascia una traccia indelebile nel grembo della madre, inclinandola alla misericordia.
"Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato (tatuato) sulle palme delle mie mani" (Is 49,15s). "Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace; dice il Signore che ti usa misericordia" (Is 54,10).

L'AMORE MISERICORDIOSO NELL'ANTICO TESTAMENTO.

Se è vero che l'espressione "Amore Misericordioso" è poco ricorrente nella Bibbia, è altrettanto vero che tutta la storia della salvezza raccontata dalla Parola di Dio ha come filo conduttore l'Amore di Colui che è "ricco di misericordia" (Ef 2,4). L'Amore misericordioso è la vera identità del Dio di Abramo, del Padre di Gesù e nostro. E' questo il motivo principale della Rivelazione, è questa la fede che ci salva.

Leggiamo questa rivelazione in alcune pagine bibliche.

1. Nel primo esodo e nella alleanza sinaitica.

1.1 "Il Signore disse (a Mosé): "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell'Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso ..." (Es 3,7-8).
Yahwé interviene con tutta la sua potenza mosso unicamente dal suo cuore, dalla sua pietà nei confronti di persone in balia della prepotenza della nazione allora più forte. Dio si schiera dalla parte dei deboli e degli oppressi.

1.2 Non solo. Sul Sinai lo stesso Yahwé propone a Israele, ormai libero, un'alleanza di reciproca appartenenza, addirittura nei termini di una relazione sponsale. Se Israele accetta di ascoltare le dieci Parole (decalogo) allora Yahwé sarà "il Dio d'Israele e Israele il popolo di Yahwé (formula dell'alleanza).

1.3 Israele dice di sì, si celebra l’Alleanza, ma subito dopo il popolo rinnega tutto, addirittura con l’idolatria. Tutto finito, se Yahwé non fosse il "Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà" (Es. 34,6). Questa è la sua Gloria, rivelata in modo singolare a Mosé.

L'Amore misericordioso di Yahwé appare chiaramente nell'Esodo dall'Egitto come liberazione totalmente gratuita, come offerta dell'alleanza, come perdono.

2. Nel secondo esodo e nell'annuncio profetico della Nuova Alleanza.

2.1 Riflettendo sulla storia d'Israele, e più in particolare sulla vicenda della deportazione a Babilonia o del secondo esodo, i profeti annunciano la Nuova Alleanza.
Dio vedendo l'estrema debolezza del suo popolo, invece di abbandonarlo, lo riprende ancora, lo riporta nuovamente a Gerusalemme che viene ricostruita, ma soprattutto fa sapere, per bocca dei profeti, che questo è segno di un Amore che supererà definitivamente l'ostacolo più grande: il peccato dell'uomo.

2.2 Così Is 40,1-22 annuncia la grande Consolazione. "Consolate, consolate il mio popolo... e gridate che è finita la sua schiavitù" (40,1s).

2.3 Il profeta Geremia assicura che la legge del Signore verrà scritta non più su tavole di pietra, ma direttamente nel cuore dell'uomo che così potrà conoscere il Signore e avere il perdono (cf Ger 31,31-34).

2.4 Ezechiele profetizza: "Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti" (Ez 36,26s).

3. Nei libri sapienziali.

3.1 Soprattutto nel libro dei Salmi troviamo preghiere, lodi e accorate invocazioni all'Amore misericordioso di Yahvé. Come dire che il cuore della preghiera è l'esperienza della misericordia divina che si prende cura della miseria dell'uomo. Ciò è motivo di fiducia e di lode.

3.2 Citiamo qualche Salmo. Spesso viene ripetuto: "La tua bontà è grande fino ai cieli e la tua fedeltà fino alle nubi" (Sal 57,11; cf Sal 89). "O mia forza, a te voglio cantare, poiché tu sei, o Dio, la mia difesa, tu, mio Dio, sei la mia misericordia" (Sal 59,18). Tutto il Sal 136 celebra un grande ringraziamento ritmato dal ricorrente ritornello "perché eterna è la sua misericordia". Tutta la storia d'Israele è letta in questa chiave. Il più breve Salmo recita così: "Lodate il Signore, popoli tutti, voi tutte nazioni, dategli gloria; perché forte è il suo amore per noi e la fedeltà del Signore dura in eterno" (Sal 117).

Padre Domenico Cancian fam.