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Mercoledì della XI settimana del Tempo Ordinario





Quando sei unito a Dio mediante la preghiera, 
esamina chi sei in verità; 
parlagli se puoi, 
e se questo ti è impossibile, 
fermati, rimani davanti a lui. 
Non darti altra preoccupazione.

San Pio (Padre Pio)

Dal Vangelo secondo Matteo 6,1-6.16-18.


Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli.
Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno gia ricevuto la loro ricompensa.
Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra,
perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno gia ricevuto la loro ricompensa.
Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno gia ricevuto la loro ricompensa.
Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto,
perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

Il Commento

Chiudere la porta e cercare nostro Padre. Scendere le scale del cuore e scoprire di vivere come orfani, chiasso all'esterno, in cose e impegni e parole, e far tutto per essere notati; anche quando ci nascondiamo scappando dagli altri, in fondo è perchè la vita, la nostra, dipende da loro, dagli altri. Una parola, questa di oggi, per gli affamati di vita e di amore. Ed è una buona notizia. C'è speranza. C'è la conversione, la Teshuvà direbbe un pio israelita, il ritorno. La conversione è il figlio prodigo, la fitta che gli percuote il petto, la percezione chiara d'aver buttato la vita e di essere ormai un relitto in secca, la solitudine, il nulla nel cuore e il freddo del vuoto, nessun viso, nessuna parola. Tutto perduto, dietro a sé stesso. E, per una Grazia misteriosa, quella che scocca al termine della discesa, rientra in sé stesso, da dove era uscito ingannato da seducenti sirene di fumo. Rientra, si trova da solo, intuisce, comprende quel che ha smarrito. Suo Padre. "Mi alzerò e tornerò da mio Padre". 

Questa parola ci invita a chiudere la porta del cuore e rientrare lì da dove siamo usciti, perduti tra i tentacoli del lavoro, degli impegni, delle cose, degli affetti, di noi spalmati sul cuore, ruvido e secco, degli "altri". Rientrare nel cuore e scoprire, senza paura, la solitudine. Il digiuno, l'elelemosina, la preghiera, sono innanzi tutto SEGNI d'una realtà che il mondo e il demonio ci occultano: la solitudine profonda della dimenticanza di Dio. Sono il SEGNO di una assenza. Non c'è il Padre. E non c'è lo Sposo. Siamo soli. Soli e infelici. Soli e affamati d'amore. Soli anche se pieni di un tanto vuoto e inafferrabile. Siamo soli anche se strepitiamo e ci facciamo notare.

Questa parola ci prende lì dove siamo. Come il figlio prodigo, siamo proni tra le nostre sporche e disordinate giornate, cercando invano una ghianda, un affetto, un sorriso, una parola, un qualcosa di vero che dia verità e valore alla nostra vita. E' tempo di chiudere la porta, cercare nel segreto lo sguardo di Chi abbiamo dimenticato. Per questo siamo tante volte prede della concupiscenza. E' per aver smarrito la nostra identità di figli che buttiamo i nostri corpi in relazioni fugaci. La sensualità, i peccati legati al sesso, siano essi i rappori prematrimoniali o i rapporti coniugali non aperti alla vita, o siano essi i peccati di una sessualità disordinata, la masturbazione o i rapporti omosessuali, sono tutti originati da una perdita di senso e di identità. Sono i peccati che caratterizzano gli orfani; anche la psicologia ci rivela che i disordini sessuali hanno sempre origine nella disintegrazione dei rapporti con i propri genitori. A maggior ragione essi sono il frutto avvelenato del demonio che ha soppiantato il Padre nel cuore dell'uomo. Quando è lui a far da padre, i suoi figli ne vorranno compiere i desideri. E sono sempre desideri di morte, realizzati attraverso relazioni egoistiche, che succhiano la vita dell'altro per restarne poi uccisi. E' l'esperienza della nostra vita. Fare tutto per attirare l'attenzione, accaparrarsi del cuore, dei pensieri, della stima e degli affetti di chi ci sta intorno.

E' concupiscenza pura, vivere fuori dalla tenda, come Esaù, cacciando amore e sostentamento laddove non ve ne sono, rischiando così, seriamente, la primogenitura. Vivere proiettati al di fuori di sé stessi in una continua esibizione dei propri sentimenti, delle proprie parole, delle proprie buone azioni, frecce con le quali crediamo di infilzare le nostre prede: l'amico, la fidanzata, il marito, la moglie, il capoufficio, chiunque sia, compromettendo il rapporto esistenziale con nostro Padre.

Per questo oggi Gesù ci richiama ad un segreto, a ritornare alla stanza più intima, tameion nell'originale greco del Vangelo, che può significare un magazzino o una dispensa, oppure la stanza più intima, quella meno adatta ad attirare l'attenzione degli ospiti, probabilmente perchè senza finestre. Chiudere dunque la porta, e non avere finestre, gli occhi e la bocca chiusi alla concupiscienza, in un'intimità di figli che tutto attendono da loro Padre. E' il pudore cui siamo chiamati, il segreto intimo di una relazione che ci mostra solo a nostro Padre. Esattamente come siamo. Il pudore, secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica "è una parte integrante della temperanza. Il pudore preserva l'intimità della persona. Consiste nel rifiuto di svelare ciò che deve rimanere nascosto. È ordinato alla castità, di cui esprime la delicatezza. Regola gli sguardi e i gesti in conformità alla dignità delle persone e della loro unione... Il pudore è modestia. Ispira la scelta dell'abbigliamento. Conserva il silenzio o il riserbo là dove traspare il rischio di una curiosità morbosa. Diventa discrezione". E' esattamente ciò che Tobi dice a suo figlio Tobia: "E' bene tenere nascosto il segreto del re, ma è cosa gloriosa rivelare e manifestare le opere di Dio" (Tb. 12,7).

E' l'atteggiamento di Maria che custodisce ogni parola ed ogni avvenimento come i luoghi del suo intimo rapporto con Dio, meditando nel suo cuore. E' il pudore e la castità che custodisce il proprio intimo nell'amore di Dio, ma che prorompe altresì nel Magnificat che benedice e rivela le opere del Padre. Città sul monte, candelabro che fa luce proprio perchè alla radice vi è un rapporto saldo ed esistenziale con la fonte della Vita e di ogni Bene. E' l'incontro personale con la Parola e lo Spirito che si incarnano nella vita, che si fanno benedizione e preghiera comunitaria. Per questo le parole di Gesù di oggi sono una corona nella quale è incastonato il Padre Nostro. Padre mio e Padre nostro, un unico respiro.

Lo esprime con grande chiarezza Benedetto XVI: "Come nella relazione tra uomo e donna esiste la sfera totalmente personale, che necessita dello spazio protettivo della discrezione, e allo stesso tempo il rapporto a due nel matrimonio e nella famiglia per sua essenza include pure una responsabilità pubblica, così è anche nella relazione con Dio: il «noi» della comunità orante e la dimensione personalissima di ciò che si può comunicare solo a Dio si compenetrano a vicenda" (J. Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Volume I). In ogni caso è fondamentale porre i propri occhi fissi su Cristo, principio e perfezionatore della nostra fede. Lasciarci guardare da Lui solo, desiderare solo il suo sguardo di misericordia. Noi ci mostriamo agli altri credendo che lo sguardo altrui ci dia quell'identità che abbiamo perduto; così irretiamo gli occhi di chi ci è intorno nelle nostre parole, nelle nostre opere, nella simpatia, nelle battute, nell'ipocrisia. E ne restiamo a nostra volta accalappiati.

E' l'ophtalmodoulia (Ef. 6,6), la schiavitù degli occhi. Accanto a quella delle parole, come diceva Benedetto XVI "Mi viene in mente una bellissima parola della prima lettera di san Pietro, nel primo capitolo, versetto 22. In latino suona così: 'Castificantes animas nostras in oboedentia veritatis'. L'obbedienza alla verità dovrebbe ‘castificare’ la nostra anima, e così guidare alla retta parola e alla retta azione. In altri termini, parlare per trovare applausi, parlare orientandosi a quanto gli uomini vogliono sentire, parlare in obbedienza alla dittatura delle opinioni comuni, è considerato come una specie di prostituzione della parola e dell'anima. La 'castità' a cui allude l’apostolo Pietro è non sottomettersi a questi standard, non è cercare gli applausi, ma cercare l’obbedienza alla verità" (Benedetto XVI, Omelia alla Commissione Teologica Internazionale, 6 febbraio 2007). E la Verità è Cristo, e in Lui risplende anche la verità di ciascuno, la debolezza e l'incapacità pronte ad accogliere l'onnipotenza divina. E' lui infatti che conosce sino in fondo chi siamo davvero, e, in questa conoscenza rompe ogni ipocrisia, togliendo ogni maschera che ci rende anonimi, senza identità se non quella vana, senza peso, che viene dalla vana-gloria. Cercare dunque il suo sguardo, la sua Gloria, il peso specifico della nostra esistenza in Lui; tutto, in pensieri, parole ed opere in Cristo e per Lui. E' questa la Parola di oggi, meravigliosa. In tutto quello che pensiamo, diciamo e facciamo (elemosina, digiuno e preghiera ne sono i simboli "religiosi") "è sempre in gioco il bisogno di riconoscimento. Se lo cerco negli altri, non ne avrò mai abbastanza; resterò sempre schiavo e del giudizio degli altri e dell'immagine (idolatria) del mio invece che della realtà di Dio. Se lo cerco in Dio, allora ritrovo la mia realtà in colui che mi ama di amore eterno, ai cui occhi sono prezioso e degno di stima, addirittura un prodigio (Ger. 31, 3; Is. 43, 4) Sal. 139,14)... Il mio essere è il suo vedermi e amarmi" (S. Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Matteo I, Bologna 1999, pag. 84).

Torniamo a casa dunque, torniamo a nostro Padre insieme a Gesù. E' Lui che abbiamo perduto, la Sua ricompensa che è il Suo abbraccio di misericordia, che è il Suo Figlio stesso, il Suo amore fatto carne e sangue, l'amore che non si esaurisce. Ritorniamo a casa. Papà è alla finestra e freme nell'attesa di correrci intorno. Ma il cammino è cosa nostra, senza di esso non c'è amore vero. Il Figlio lo ha aperto per noi, risalendo dagli inferi prima di noi. Le Sue orme ci conducono dalla morte alla vita, sino alla notte delle notti, la notte dei figli nel Figlio. In Lui, nell'intimità di un pudore che si abbandona confidente, possiamo oggi tornare a casa. Ed essere davvero persone, uomini, donne, cristiani, adulti, vivi di una vita che non muore.

Benedetto XVI. Da Gesù di Nazaret

Tutti conosciamo il pericolo di recitare formule abituali, mentre lo spirito è altrove. Raggiungiamo il massimo grado di attenzione quando chiediamo qualcosa a Dio spinti da un'intima pena o quando Lo ringraziamo con il cuore colmo di gioia per un bene ricevuto. La cosa più importante -al di là di tali situazioni momentanee - è però che la relazione con Dio sia presente sul fondo della nostra anima. Perché ciò accada, è necessario tener sempre desta questa relazione e ricondurvi in continuazione gli avvenimenti quotidiani. Pregheremo tanto meglio quanto più nel profondo della nostra anima è presente l'orientamento verso Dio. Quanto più esso diventa la base portante di tutta la nostra esistenza, tanto più saremo uomini di pace. Tanto più saremo in grado di sopportare il dolore, di capire gli altri e di aprirci a loro. Questo orientamento che segna totalmente la nostra coscienza, la silenziosa presenza di Dio sul fondo del nostro pensare, meditare ed essere, noi lo chiamiamo «preghiera continua». Ed è anche questo, in fondo, che intendiamo quando parliamo di «amore di Dio»; allo stesso tempo è la condizione più intima e la forza trainante dell'amore del prossimo. Questa autentica preghiera, il silente, interiore stare con Dio ha bisogno di nutrimento, ed è a questo che serve la preghiera concreta con parole, immaginazioni o pensieri. Quanto più Dio è presente in noi, tanto più potremo davvero stare presso di Lui nelle preghiere orali. Ma vale anche il contrario: la preghiera attiva realizza e approfondisce il nostro stare con Dio. Questa preghiera può e deve sgorgare soprattutto dal nostro cuore, dalle nostre pene, speranze, gioie, sofferenze, dalla vergogna per il peccato come dalla gratitudine per il bene ed essere così preghiera del tutto personale.


Giovanni Paolo II 
Dall' UDIENZA GENERALE Mercoledì, 28 maggio 1980

Il cuore umano serba in sé contemporanearnente il desiderio e il pudore. La nascita del pudore ci orienta verso quel momento, in cui l’uomo interiore, "il cuore", chiudendosi a ciò che "viene dal Padre", si apre a ciò che "viene dal mondo". La nascita del pudore nel cuore umano va di pari passo con l’inizio della concupiscenza: della triplice concupiscenza secondo la teologia giovannea (cf. 1Gv 2,16), e in particolare della concupiscenza del corpo. L’uomo ha pudore del corpo a motivo della concupiscenza. Anzi, ha pudore non tanto del corpo, quanto proprio della concupiscenza: ha pudore del corpo a motivo della concupiscenza. Ha pudore del corpo a motivo di quello stato del suo spirito, a cui la teologia e la psicologia danno la stessa denominazione sinonimica: desiderio ovvero concupiscenza, sebbene con significato non del tutto uguale. Il significato biblico e teologico del desiderio e della concupiscenza differisce da quello usato nella psicologia. Per quest’ultima, il desiderio proviene dalla mancanza o dalla necessità, che il valore desiderato deve appagare. La concupiscenza biblica, come deduciamo da 1Gv 2,16, indica lo stato dello spirito umano allontanato dalla semplicità originaria e dalla pienezza dei valori, che l’uomo e il mondo posseggono "nelle dimensioni di Dio". Appunto tale semplicità e pienezza del valore del corpo umano nella prima esperienza della sua mascolinità-femminilità, di cui parla Genesi 2,23-25, ha subito successivamente, "nelle dimensioni del mondo", una trasformazione radicale. E allora, insieme con la concupiscenza del corpo, nacque il pudore.
Il pudore ha un duplice significato: indica la minaccia del valore e al tempo stesso preserva interiormente tale valore (cf. Karol Wojtyla, Amore e responsabilità, Torino 19782, pp. 161-178). Il fatto che il cuore umano, dal momento in cui vi nacque la concupiscenza del corpo, serbi in sé anche la vergogna, indica che si può e si deve far appello ad esso, quando si tratta di garantire quei valori, ai quali la concupiscenza toglie la loro originaria e piena dimensione. Se teniamo ciò in mente, siamo in grado di comprendere meglio perché Cristo, parlando della concupiscenza, fa appello al "cuore" umano.



San [Padre] Pio di Pietrelcina (1887-1968), cappuccino
GF, 173 ; Ep 3, 982-983

« Chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto »

Sii assiduo alla preghiera e alla meditazione. Mi hai detto che avevi già cominciato. Questa è una grandissima consolazione per un padre che ti ama come sé stesso! Continua dunque a progredire in questo esercizio dell’amore per Dio. Fa’ ogni giorno un passo avanti: di notte, al lume di lampada, fra le debolezze e nell’aridità dello spirito; o di giorno, nella gioia e l’illuminazione che abbaglia l’anima...
Se puoi, parla al Signore nell’orazione, lodalo. Se non vi riesci perché non sei ancora molto avanzato nella vita spirituale, non preoccuparti: rinchiuditi nella tua camera, e mettiti in presenza di Dio. E lui lo vedrà e apprezzerà la tua presenza e il tuo silenzio. Poi, ti prenderà per mano, ti parlerà, camminerà sù e giù nei viali del giardino dell’orazione e vi troverai la tua consolazione. Rimanere alla presenza di Dio semplicemente per manifestare la nostra volontà di riconoscerci suoi servi, questo è un eccellente esercizio spirituale che ci farà andare avanti sul cammino della perfezione.
Quando sei unito a Dio mediante la preghiera, esamina chi sei in verità; parlagli se puoi, e se questo ti è impossibile, fermati, rimani davanti a lui. Non darti altra preoccupazione.


Santa Edith Stein (1891-1942), carmelitana, martire, compatrona d’Europa
La Preghiera della Chiesa


« Il Padre tuo vede nel segreto» 

Non si tratta di concepire la preghiera interiore, libera da ogni forma tradizionale, come una pietà semplicemente soggettiva, da opporre alla liturgia che sarebbe la preghiera oggettiva della Chiesa. Ogni preghiera vera è preghiera della Chiesa; attraverso ogni preghiera vera, succede qualcosa nella Chiesa, ed è la Chiesa stessa che prega, quando, in ogni anima singola, lo Spîrito che vive in essa “intercede per noi con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). Questa è appunto la preghiera vera, perché “nessuno può dire ‘Gesù è Signore’ se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1 Cor 12,3). Quale sarebbe la preghiera della Chiesa se non l’offerta di coloro che, infiammati da un grandissimo amore, si offrono a Dio che è amore?
Il dono di sè a Dio, per amore e senza limiti, e il dono divino in risposta, cioè l’unione piena e costante, è la più alta elevazione del cuore che ci sia accessibile, il più alto grado della preghiera. Le anime che sono giunte a questo punto sono, in verità, il cuore della Chiesa; in esse vive l’amore di Gesù sommo sacerdote. Nascoste in Dio con Cristo (Col 3,3), non possono far altro che irradiare in altri cuori l’amore divino di cui sono ricolme e contribuire così all’adempimento dell’unità perfetta di tutti in Dio, questa unità che era e rimane il grande desiderio di Gesù.


Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] (1891-1942), carmelitana, martire, compatrona d'Europa



« Quando preghi, entra nella tua camera »

Tutto è una medesima cosa, per coloro che hanno raggiunto l'unità profonda della vita divina: il riposo e l'azione, contemplare e agire, tacere e parlare, ascoltare e aprirsi, ricevere in sé il dono di Dio e rendere l'amore a fiumi nell'azione di grazie e la lode... Occorre per lunghe ore ascoltare in silenzio, lasciare la parola divina sbocciare in noi, finché ci inciti a lodare Dio nella preghiera e nel lavoro.
Anche le forme tradizionali ci sono necessarie e dobbiamo partecipare al culto pubblico ordinato dalla Chiesa, perché la nostra vita interiore si svegli, rimanga nella via retta e trovi l'espressione che le si addice. Occorre che la lode solenne di Dio abbia i suoi santuari sulla terra per essere celebrata con tutta la perfezione di cui sono capaci gli uomini. Da essi, nel nome della Santa Chiesa, essa può salire verso il cielo, agire su tutte le sue membra, svegliare la loro vita interiore e stimolare il loro sforzo fraterno. Tuttavia, perché questo canto di lode sia vivificato dall'interno, bisogna che ci siano, in queste luoghi di preghiera dei tempi riservati all'approfondimento spirituale nel silenzio; altrimenti, questa lode degenererà in un balbettio delle labbra spogliato di vita. Grazie a questi focolari di vita interiore questo pericolo è respinto; le anime possono meditarvi davanti a Dio nel silenzio e nella solitudine, per essere nel cuore della Chiesa i cantori dell'amore che tutto vivifica.




Venerdì della VIII settimana del Tempo Ordinario




Solo uno sciocco e uno sfrontato
avrebbe l'ardire di presentarsi davanti al suo creatore con questa pretesa:
"lo non vengo qui a mendicare; ti amo disinteressatamente"

Clive Staples Lewis


Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 11,11-26.

Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l'ora tarda, uscì con i Dodici diretto a Betània. La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. E avendo visto di lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se mai vi trovasse qualche cosa; ma giuntovi sotto, non trovò altro che foglie. Non era infatti quella la stagione dei fichi. E gli disse: «Nessuno possa mai più mangiare i tuoi frutti». E i discepoli l'udirono. Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. Ed insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!». L'udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutto il popolo era ammirato del suo insegnamento.
Quando venne la sera uscirono dalla città.
La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle radici. Allora Pietro, ricordatosi, gli disse: «Maestro, guarda: il fico che hai maledetto si è seccato».
Gesù allora disse loro: «Abbiate fede in Dio! In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Lèvati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato. Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati».

COMMENTO


Gesù ha fame, e cerca un cibo che neanche i suoi discepoli conoscono. Il suo cibo è compiere l'opera che il Padre ha preparato, la volontà d'amore di Colui che lo ha inviato. Gesù cerca un albero che dia i frutti che sazino la sua fame, e non lo trova. Il fico in cui si imbatte infatti, non ha frutto. Nella Scrittura e nella Tradizione ebraica la fecondità del fico è un'immagine profetica di Israele che ha conosciuto ed accolto il Messia:

"Nessuna nazione alzerà la spada contro un'altra nazione e non impareranno più le arti della guerra. Siederanno ognuno, tranquilli sotto la vite e sotto il fico e più nessuno li spaventerà" (Mi 4,3b ). Il fico sterile invece designa l'infedeltà di Israele al suo Dio e alla Torah: "Essi hanno rigettato la parola del Signore... dal piccolo al grande, tutti commettono frode... li mieto e li anniento, dice il Signore, non c'è più uva nella vigna né frutti sui fichi; anche le foglie sono avvizzite". Alla luce di queste parole si comprende il segno profetico di Gesù che maledice il fico presso il quale non ha trovato frutto. Gesù non cerca frutti qualunque: Lui cerca frutti fuori stagione, i frutti di un'elezione che va oltre i limiti imposti dal corso della natura. Israele aveva visto e sperimentato cose che nessun altro popolo aveva potuto vedere; Israele era la primizia della salvezza che Dio offriva ad ogni uomo. La sua ribellione nel deserto ad esempio, illumina il contesto dell'episodio narrato dal vangelo. In quel luogo dove la vita è difficile, senza acqua ne cibo, Israele è chiamato a sperimentare l'Onnipotenza di suo Padre: nell'elezione è presente il seme che darà frutti fuori stagione, come Dio ha tratto l'acqua dalla roccia e pane dalla rugiada del mattino. Ribellarsi e indurire il cuore di fronte a quanto appare impossibile e illogico alla ragione manifesta l'incredulità di fronte al potere di Dio, l'incapacità di abbandonarsi al suo amore. E'quanto capita a ciascuno di noi quando il Signore, attraverso le situazioni e le persone che ci sono accanto, viene a cercare frutti fuori stagione, frutti soprannaturali. Ci ribelliamo perchè ci sentiamo traditi e trattati ingiustamente. Dio pretende da noi, non provvede alla nostra vita cambiando le circostante a nostro favore, addolcendo il carattere del marito, facendo obbediente il figlio, comprensivo il capo ufficio... E invece proprio la realtà della nostra storia costituisce il deserto dove Dio ci conduce perchè il seme deposto in noi, la primogenitura con la quale siamo stati eletti, produca i frutti al di fuori della stagione appropriata: " Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste" (cfr. Mt. 5,46-48). Ribellandoci all'ingiustizia rifiutiamo la primogenitura e ricopriamo la nostra vita di foglie, pura apparenza incapace di sfamare chi si avvicina a noi. E la nostra vita si secca, irrimediabilmente, e Gesù non può far altro che maledire, per l'eternità, quell'albero tutto foglie e niente frutti che è il nostro uomo vecchio.


Si tratta dello stesso segno che compie subito dopo nel Tempio su quanti avevano pervertito il Luogo Santo in una spelonca di ladri. Quello che era stato dato ad Israele come una Profezia dell'opera di Dio, il Monte Santo ove avrebbe radunato tutte le genti a sedersi tranquille, era divenuto un luogo di mercato, di compromessi, di idolatria. In questo Vangelo appare tutto il dramma di Israele, Popolo duro a convertirsi, incapace di mantenersi fedele per compiere la Volontà del Padre, la sua missione tra le Nazioni. La maledizione di Gesù non fa che attestare una tragica realtà, la conseguenza di qualcosa che s'era già consumato.


Questa Parola è per noi oggi. Attraverso di essa possiamo ripensare alla nostra vita e alla nostra elezione. Il Signore ha fame di salvezza per questa generazione, e per questo viene a cercare frutti dall'albero che Lui stesso ha piantato, la nostra vita. In questo incontro ci troviamo tutti spogli e secchi, senza frutti. L'infecondità è sempre segno di incredulità. Per questo il Signore parla della preghiera proprio nel contesto che appare nel vangelo odierno. Dove, come nel Tempio, la preghiera, la relazione di intimità con Dio, è sostituita dal denaro, dalla fiducia nella carne, significa che è scomparsa la fede, e l'incredulità è la porta dischiusa all'idolatria. Così è stato per il Popolo d'Israele, con il cuore indurito e incredulo, intento a fabbricarsi il vitello d'oro prima, a fare alleanza con i Popoli vicini poi. Come per ciascuno di noi, incredulo dinanzi alla storia di ogni giorno, di fronte alla propria debolezza. E la vita si trasforma in un commercio idolatrico pieno di compromessi. Una vita sterile, incapace di donare nulla, infedele alla missione affidata.


Per questo anche oggi il fuoco della gelosia ardente di Dio giunge a ciascuno di noi, a seccare sin dalle radici la nostra incredulità, a purificare il suo Tempio che è la nostra stessa vita. Per questo i problemi e i fallimenti, le malattie e il dolore ci incalzano. Così è di ogni esplosione fragorosa del male: esso non viene da Dio, ma è Dio che lo permette e, a volte, lo spinge al suo tragico epilogo. Anche i terremoti e gli tsunami sono parte della pedagogia divina di salvezza, per quanto scandaloso e inaccettabile ci risulti tutto questo. Il veleno di morte che scorre nella natura e nell'uomo è il frutto corrotto del peccato. Il fico seccato del vangelo è immagine di ogni vita sbriciolata tra amanti, debiti, alcool e droga; è immagine di una città polverizzata dal terremoto o da un tifone; è immagine di tutto quanto ci si secca tra le mani, esattamente come accade all'uomo dalla mano inaridita: maledendo l'albero, Gesù rende porta alla luce una realtà profonda, palesa e spinge all'epilogo il processo di corruzione già iniziato nell'albero. Per puro amore! 


Per compiere l'impossibile, il cambio radicale di natura che costituisce l'unica e autentica salvezza, è necessario che l'impossibile venga alla luce; altrimenti si tratterà sempre di toppe cucite su un vestito ormai logoro, palliativi, sedativi per rendere la vita meno amara... Un monte che si getta nel mare, ecco l'impossibile che la parola di Dio accolta e fatta propria nella preghiera, ha il potere di compiere! Uno sconvolgimento della natura, di questo ha bisogno l'uomo, l'irrompere della vita divina nella vita carnale e corruttibile! Questo è il battesimo, l'opera di Dio compiuta da Cristo: Egli ha spinto la sua stessa vita sino all'epilogo più tragico, a cibarsi del frutto avvelenato del peccato, alla morte e al sepolcro. Cristo si è fatto maledizione, la stessa inflitta al fico del vangelo, per trasformarla in benedizione, capovolgendo la sorte di ogni uomo


Non si tratta di rattoppare qua e là, come spesso siamo tentati di fare, anche nella Chiesa con tante opere sociali pur meritevoli nelle intenzioni. Non si tratta solo di strappare un giovane dalla morsa della droga, di sfamare i poveri, di rimettere a dialogare le coppie in crisi. Il Signore è venuto sulla terra per compiere un'opera infinitamente più grande, quella che ha compiuto e compie ogni giorno in noi, quella che ha affidato alla sua Chiesa: compiere l'impossibile, scendere nell'abisso della morte, tra le rovine di un terremoto che ha dilaniato terra e anima, giungere al fondo toccato dai peccatori per annunciarvi la Parola capace di risuscitare e donare una vita completamente nuova. Dio può fare di un drogato un sacerdote santo, può ricreare un matrimonio distrutto dal tradimento e dalla violenza, far apparire la vita nel grembo sterile di una donna che gettato la sua maternità nella pattumiera dell'egoismo per lunghi anni; Dio può trasformare il peccatore più incallito in un'immagine cristallina del suo Figlio; Dio può gettare nel mare la montagna dell'orgoglio, seccare l'albero sterile che ha pervertito e stravolto la primogenitura per far nascere qualcosa di assolutamente nuovo, un albero fecondo pronto a sfamare e a far da riparo ad ogni uomo. Dio lascia e spesso spinge al limite le situazioni dove regna il peccato, e sembra che il demonio e il male abbiano la meglio: come è accaduto a Giobbe, ad esempio. Ma è solo per compiere in pienezza l'impossibile, per non limitarsi, sentimentalmente, a spalmare una pomata incapace di guarire il morbo più profondo. Per questo la maledizione eterna che colpisce il fico senza frutti è oggi per noi una buona notizia! E' maledetto e seccato eternamente l'uomo vecchio che si corrompe e non può amare, come i carri, i cavalli e i cavalieri del faraone sono stati precipitati nel mare e Israele non li avrebbe visti mai più. La maledizione del fico è la porta alla benedizione di un albero nuovo, creato da Dio in Cristo, la vita nuova nella quale siamo chiamati a camminare per dare i frutti della fede adulta, frutti di vita eterna. 


Ma una buona notizia riafferma ancora una volta la serietà della nostra vita: ci è stato dato molto, molto ci sarà richiesto. E' sempre possibile chiudersi ancora, indurirsi e lasciare spazio alla bestemmia contro lo Spirito Santo e continuare a dubitare del suo amore; possiamo irridere e beffarci della misericordia di Dio, e non entrare nel riposo preparato per noi, come gli "adulti" del Popolo di Israele che, nonostante le esperienze fatte nel deserto, hanno dubitato ancora dinanzi alla Terra Promessa, e per  questo non vi sono entrati. La maledizione destinata all'uomo vecchio è eterna, non dimentichiamolo: chi non accoglie la benedizione dell'uomo nuovo, la trasformazione in uomo della Terra Promessa che vive come cittadino del Cielo, resta maledetto per sempre, come inceppato sull'amore di Dio che ha rifiutato e che non ha potuto compiersi pienamente in lui. Non è Dio a condannare, è l'uomo a chiamarsi fuori e frustrare la volontà misericordiosa di Dio! 


Ma, finchè dura quest'oggi di Grazia e conversione, il Signore, con amore invincibile, ci vuole di nuovo suoi. Non lo abbiamo scelto noi, è stato Lui a chiamarci e a costituirci per portare un frutto che rimanga, anche fuori stagione, segno dell'impossibile divino reso possibile nella povera carne umana. Siamo stati chiamati a sfamare il Signore, ad essere il cibo per la sua opera, la Volontà di Dio compiuta in noi per la salvezza di ogni uomo. E' Cristo che ci ha riscattati, per appartenere a Lui, "affinchè noi portiamo frutti per Dio" (cfr. Rom. 7). Per questo, come sigillo al brano odierno, appare il perdono, l'opera stessa di Cristo, il frutto più squisito che discende dal Cielo, impossibile agli uomini ma possibile presso Dio. Chi vive in cristo perdona, sempre, senza condizioni, gettando nel mare la montagna del giudizio e della superbia. E Lui ci purifica ogni giorno per donarci la preghiera intrisa di fede che, anche dinanzi alla tenebra più fitta, all'uomo più corrotto, alla situazione più compromessa, al terremoto e allo tsunami, non dubita del potere infinito di Dio.





San Cirillo di Gerusalemme (313-350), vescovo di Gerusalemme, dottore della Chiesa
Catechesi, n° 5




« Abbiate fede in Dio »

Sta scritto: «È difficile trovare un uomo fedele!» (Pr 20,6). Non dico che tu debba rivelare la tua coscienza a me, ma che mostri la sincerità della tua fede a Dio che scruta le reni e i cuori, e conosce i pensieri degli uomini (Sal 7,10;93,11). Gran cosa essere fedeli: rende l'uomo più ricco degli arciricchi. Il fedele infatti possiede tutti i beni del mondo, in quanto li disprezza e li calpesta; al contrario, i ricchi di beni materiali, benché ne abbiano a dovizia, finiscono col mancare di quelli dell'anima. Più ne ammassano, infatti, e più si consumano per la brama di quanto loro manca. Il fedele insomma è un uomo straordinario: ricco nella sua povertà perché sa che bisogna avere solo di che coprirsi e di che nutrirsi; quindi se n'accontenta, e disprezza le ricchezze.

Osservare la fede è un prestigioso distintivo non soltanto per noi cristiani che di Cristo portiamo il nome, ma lo è pure per chiunque nel mondo e anche presso gli estranei alla Chiesa osserva in modo assoluto la fede data. Vincolo di fede chiamiamo il patto che unisce nelle nozze persone estranee l'una all'altra; sulla fede si fonda anche l'agricoltore fiducioso di raccogliere i frutti, perché nessuno senza fiducia s'assoggetterebbe a fatiche. Per fede gli uomini solcano il mare affidandosi con fiducia a un piccolo legno. Sulla fede insomma si fonda la maggior parte degli umani negozi.

La lettura di oggi vi ha però chiamato alla vera fede, e vi ha indicato la via che dovete anche voi seguire per piacere a Dio. Per Daniele, come leggiamo, la fede chiuse la bocca ai leoni (Dn 6,23). «Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno» (Ef 6,16)... la fede dà all'uomo tanta forza da farlo camminare sulle onde restando a galla (Mt 14,29). La fede è tanto potente che non salva soltanto chi crede, ma anche altri per merito dei credenti. Per il paralitico di Cafarnao ebbero fede quelli che lo portarono e calarono per il tetto (Mt 9,2). La fede delle sorelle di Lazzaro ebbe tanto potere, che richiamò il morto dalle porte degli inferi (Gv 11)... Questa fede quindi, che viene data come carisma dello Spirito e non solo come dottrina, infonde un'energia superiore alle possibilità umane, per cui chi la possiede può dire a questo monte: «Spostati da qui a lì», ed esso si trasferisce.




Giovedì della I settimana di Quaresima



L'uomo che si priva della preghiera 
è simile a colui che si recide con un coltello 
i tendini e i nervi dei propri arti. 
Cade a terra, incapace di fare il minimo movimento. 
Così è l'anima di colui che non prega: atrofizzata, paralizzata.

San Giovanni Crisostomo

 
Mt 7,7-12

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce, darà una serpe?
Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti”.

IL COMMENTO

Chiedere, cercare, bussare. Chi, che cosa, dove, perchè? La vita non è un quiz, si vive solo accompagnati da certezze, non importa se poche, di fatto ne basta una sola. C'è Uno che pensa a me. C'è Uno che si preoccupa di me. C'è Uno che mi ama, sempre, ovunque. Uno che ama facendo di me un altro se stesso. Uno che mi guarda ed è come se si stesse guardando in uno specchio; Uno che mi ascolta ed è come se stesse tendendo l'orecchio alle parole del proprio cuore; Uno che desidera esattamente ciò che desidero io e, misteriosamente, quel desiderio è proprio il suo; Uno che, per amore, si è spogliato di tutto per essere come me, per fare di me ciò che è Lui, al punto che nulla di me Gli è, in questo istante, indifferente; al punto che tutto di me è, in questo momento, suo, peoccupazione sua, desiderio suo, dolore suo, gioia sua. Per amore, e non per filantropia, per legge o per vana passione. Uno che ha posto il centro della sua vita in questa povera cosa che sono io oggi, e domani, e ogni giorno. Uno che in cambio della gioia che gli era posta innanzi ha scelto l'obbrobrio che ha ghermito la mia vita, sino a farlo diventare il suo obbrobrio per trasformarlo in vittoria. "Quale fu la ragione che tu ponessi l'uomo in tanta dignità? Certo l'amore inestimabile con il quale hai guardato in te medesimo la tua creatura e ti sei innamorato di lei; per amore infatti tu l'hai creata, per amore tu le hai dato un essere capace di gustare il tuo Bene eterno". (Santa Caterina da Siena, Il dialogo della Divina provvidenza).

Quest'Uno, quest'Unico che è Dio! E' Dio perchè si è umiliato sino a divenire servo, l'ultimo di tutti gli uomini, perdendone persino le sembianze per me che non so più neanche chi sono, da dove vengo e dove vado, anonimo tra milioni di anonimi. E' Dio perchè si è fatto come la creatura affinchè questa potesse ritornare ad essere se stessa, capace di amare il suo creatore: "La ragione più alta della dignità dell'uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l'uomo è invitato al dialogo con Dio: non esiste, infatti, se non perché, creato per amore da Dio, da lui sempre per amore è conservato, né vive pienamente secondo verità se non lo riconosce liberamente e non si affida al suo Creatore" (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 19). E' Dio perchè tutto quello che vuole che le sue creature facciano a Lui lo ha fatto a loro, infinite volte: si è fatto uomo, è sceso sino al nulla d'amore provocato dal peccato, sino all'impossibilità di fare agli altri quello che si vorrebbe fatto a se stessi. E lì, uomo tra gli uomini, ha colmato la natura umana della Legge e dei Profeti, dell'essenza della sua Parola, l'amore vittorioso su ogni barriera, capace di donasi, di amare esattamente come il cuore di ogni uomo desidera essere amato 

E' infatti impossibile fare agli altri quel che si desidera fosse fatto a noi. E' impossibile perchè nessun "altro" può amarci come speriamo: desideriamo l'amore nel quale siamo stati creati, l'amore di Dio, senza limiti, senza giudizi, senza esigenze, misericordioso, puro, gratuito, libero. Desideriamo l'amore di Cristo, crocifisso e consegnato senza riserve e senza condizioni, l'amore perfetto, sino alla fine. Per questo Dio si è fatto uomo, prossimo a ciascuno, l'unico "altro" capace di fare a noi esattamente quello che desideriamo. Incontrare il Signore oggi, come l'Uomo che ci consegna quell'amore che bramiamo con ogni fibra del nostro essere, accoglierlo per lasciarci trasformare in Lui, è il compimento della parola del Vangelo di oggi, la pienezza della Legge e dei Profeti. Sperimentare quell'unico amore che vogliamo che gli uomini "facciano" a noi ci trasforma in questo stesso amore, apre le porte a Cristo perchè sia Lui a vivere in noi: "Si rivela così possibile l'amore del prossimo nel senso enunciato dalla Bibbia, da Gesù. Esso consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Questo può realizzarsi solo a partire dall'intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest'altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico. Al di là dell'apparenza esteriore dell'altro scorgo la sua interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione... Così non si tratta più di un «comandamento» dall'esterno che ci impone l'impossibile, bensì di un'esperienza dell'amore donata dall'interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri. L'amore cresce attraverso l'amore. L'amore è «divino» perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia «tutto in tutti»" (Benedetto XVI, Deus caritas est, 18). In questo amore scoprire e conoscere il desiderio divino di Dio rivelato in Cristo che coincide con il nostro desiderio, ci rende capaci di "fare" agli altri lo stesso amore; vivere in Cristo significa vedere compiuto ogni desiderio nell'unico "Uomo" dal quale recarsi a bussare certi che ci sarà sempre aperto, in cui cercare sicuri di trovare, a cui chiedere nella fiducia che ci sarà dato

Per questo è inutile chiedere, bussare e cerare laddove nessuno potrà mai darci quello che il nostro cuore desidera: è inutile e fonte di grandi sofferenze sperarlo dagli "uomini", dalla moglie, dal marito, dai figli, dai genitori, dagli amici, dal fidanzato, dalla fidanzata, dai superiori, da chi è a contatto con noi. Faremmo la fine di quell'uomo aggredito dai briganti e lasciato mezzo morto mentre scendeva da Gerusalemme a Gerico. Nessuno degli "uomini" da cui ci sarebbe aspettato amore, attenzione e aiuto si è fermato a soccorrerlo, a dargli "quello che avrebbe voluto che facessero per lui". Nessuno tranne uno Straniero, Uno che veniva dal Cielo, e quindi "eretico" per chi fa della carne il suo sostegno, l'unico prossimo capace di "fargli quello di cui aveva bisogno", caricarsi della sua vita per deporla nel seno della misericordia. Per questo Gesù racconta questa parabola al fariseo che lo aveva interrogato su chi fosse il prossimo da amare, concludendo con  parole che fanno eco a quelle del vangelo di oggi: "và e fa anche tu lo stesso". Chi ha conosciuto il Samaritano buono e misericordioso, che ha sperimentato il suo amore farà lo stesso, amerà come ha imparato, sperimentato e conosciuto: "Idem velle atque idem nolle — volere la stessa cosa e rifiutare la stessa cosa, è quanto gli antichi hanno riconosciuto come autentico contenuto dell'amore: il diventare l'uno simile all'altro, che conduce alla comunanza del volere e del pensare. La storia d'amore tra Dio e l'uomo consiste appunto nel fatto che questa comunione di volontà cresce in comunione di pensiero e di sentimento e, così, il nostro volere e la volontà di Dio coincidono sempre di più: la volontà di Dio non è più per me una volontà estranea, che i comandamenti mi impongono dall'esterno, ma è la mia stessa volontà, in base all'esperienza che, di fatto, Dio è più intimo a me di quanto lo sia io stesso. Allora cresce l'abbandono in Dio e Dio diventa la nostra gioia". (Benedetto XVI, Deus caritas est, 17).

Per questo occorre bussare, cercare e chiedere con un cuore di bambino, senza timore, con audacia; ancor più forte quando ci troviamo mezzi morti sul ciglio della vita, come neonati affamati nell'ora della poppata. Un bambino infatti, senza alcun pregiudizio, per pura esperienza, si getta nell'amore del padre e chiede, cerca e bussa, senza stancarsi; lui sa come farsi aprire, usa astutamente ogni stratagemma perchè conosce la "fragilità" amorevole del cuore del padre. E quando un bimbo chiede, un padre, pur essendo "cattivo", cioè "schiavo", "prigioniero" del limite angusto della propria carne, dà prontamente cose buone al figlio. E non scambia pani per pietre o pesci per serpenti, pur essendo simili ad una prima occhiata. Non sbaglia dono, ed è solo un uomo. Certezza d'un bambino. Incrollabile fiducia di chi vede il suo papà grande, e forte, e buono, e con un cuore grandissimo, il migliore di tutti i papà. 

Pregare e vivere ogni istante così, il cristiano è tutto in questa certezza. La roccia d'un amore infinito, infallibile, che conosce il nostro cuore, sa di cosa abbiamo bisogno, e non sbaglia un colpo. Non v'è necessità che Gli sia sconosciuta, è nostro Padre, è nel Cielo, e  vede me in Lui e Lui in me, e vede tutto attraverso suo Figlio fatto una sola carne con me. Nel mio cuore incontra il suo cuore, nella mia anima riconsce il seme d'infinito che Egli stesso vi ha deposto, non può che raccoglierlo e fare secondo il desiderio che in esso è celato. E' Dio, ed è buono, e ci colma di cose buone, quelle che realmente il nostro cuore desidera. Ciò per cui siamo stati creati ed esistiamo, ed esisteremo in eterno. Spine nella carne, difficoltà, solitudini, incomprensioni, tradimenti, precarietà, morte, vita, situazioni irrazionali, in tutto brilla la sua Grazia, il suo amore, e questo basta: è la cosa buona per eccellenza. E' la bontà di Dio per noi. "Apparvero la bontà di Dio... e il suo amore per gli uomini!" (Tt 3,4). Apparvero in Gesù, ed è oggi quello che desideriamo sia fatto a noi: la bontà che ci accoglie. Vivere di questo amore che si manifesta pienamente nella nostra debolezza. Chiedere, bussare, cercare questo amore. Come Gesù nell'Orto degli Ulivi, all'estremo dell'angoscia, accasciato su una certezza: la volontà del Padre è la verità, l'unica salvezza, l'unica strada alla felicità e alla Vita. Chiedere, cercare, bussare, sempre e ovunque la sua volontà in noi. Lo Spirito nel nostro spirito sciogliendo le labbra del cuore nell'unica invocazione, che è uno stringersi senza paura: Papà.

L' AMORE DELL'ETERNA SAPIENZA di S. Luigi Maria Grignion de Montfort

Catechismo della Chiesa Cattolica - Il combattimento della preghiera


San Giovanni Crisostomo (c. 345-407), sacerdote ad Antiochia poi vescovo di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelie sull'incomprensibilità di Dio, n° 5

«Chiunque chiede riceve»

        E' un'arma potente la preghiera, un tesoro indefettibile, una ricchezza inesauribile, un porto al riparo delle tempeste, un serbatoio di pace; la preghiera è radice, fonte e madre di innumerevoli beni... Ma la preghiera di cui parlo non è mediocre, né incurante; è una preghiera ardente, scaturita dalla sofferenza dell'anima e dallo sforzo dello spirito. Ecco la preghiera che sale fino al cielo... Senti ciò che dice l'autore sacro: «Nella mia angoscia ho gridato al Signore ed egli mi ha risposto» (Sal 120,1). Chi prega così nel dolore, gusterà nella sua anima, dopo la preghiera, una grande gioia...
        Per preghiera non intendo quella che affiora solo sulle labbra, ma quella che scaturisce dal profondo del cuore. Come gli alberi dalle radici profonde, anche quando i venti scatenano mille assalti, non vengono schiantati, né divelti, perché sono radicati saldamente ben dentro al terreno, ugualmente le preghiere che emergono dal profondo del cuore, così radicate, si elevano sicure e nessun pensiero di mancanza di certezza o di merito può deviarne il corso. Ecco perché il salmista esclama: «Dal profondo a te grido, o Signore» (Sal 130,1) ...
        Se raccontare agli uomini le tue sventure e descrivere le prove che ti hanno colpito porta qualche sollievo alle tue sofferenze, come se attraverso le parole si sprigionasse una brezza rinfrescante, a maggior ragione se dici al Signore le sofferenze della tua anima troverai consolazione e conforto in abbondanza! Succede spesso che la gente sopporti difficilmente chi viene a gemere o a lamentarsi; lo si respinge e lo si allontana. Dio, invece, non agisce così: ti fa avvicinare, anzi ti attira a sé; e anche se per l'intera giornata gli esponi i tuoi mali, sarà ancor più disposto ad amarti e ad esaudire le tue suppliche. 

Lunedì della VII settimana del Tempo Ordinario



San Massimo il Confessore afferma che dal momento della creazione dell’uomo e della donna, 
la volontà umana è orientata a quella divina 
ed è proprio nel “sì” a Dio che la volontà umana è pienamente libera e trova la sua realizzazione. 
Purtroppo, a causa del peccato, questo “sì” a Dio si è trasformato in opposizione: 
Adamo ed Eva hanno pensato che il “no” a Dio fosse il vertice della libertà, 
l’essere pienamente se stessi. 
Gesù al Monte degli Ulivi riporta la volontà umana al “sì” pieno a Dio; 
in Lui la volontà naturale è pienamente integrata nell’orientamento 
che le dà la Persona Divina. 
Gesù vive la sua esistenza secondo il centro della sua Persona: 
il suo essere Figlio di Dio. 
La sua volontà umana è attirata dentro l’Io del Figlio, 
che si abbandona totalmente al Padre. 
Così Gesù ci dice che solo nel conformare la sua propria volontà a quella divina, 
l’essere umano arriva alla sua vera altezza, diventa “divino”; 
solo uscendo da sé, solo nel “sì” a Dio, 
si realizza il desiderio di Adamo, di noi tutti, 
quello di essere completamente liberi.

Benedetto XVI




Mc 9, 14-29


In quel tempo, Gesù sceso dal monte e giunto presso i discepoli, li vide circondati da molta folla e da scribi che discutevano con loro.
Tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?».
Gli rispose uno della folla: «Maestro, ho portato da te mio figlio, posseduto da uno spirito muto. Quando lo afferra, lo getta al suolo ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». Egli allora in risposta, disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». E glielo portarono.
Alla vista di Gesù lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava spumando. Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall'infanzia; anzi, spesso lo ha buttato persino nel fuoco e nell'acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». Il padre del fanciullo rispose ad alta voce: «Credo, aiutami nella mia incredulità».
Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito immondo dicendo: «Spirito muto e sordo, io te l'ordino, esci da lui e non vi rientrare più». E gridando e scuotendolo fortemente, se ne uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «E' morto». Ma Gesù, presolo per mano, lo sollevò ed egli si alzò in piedi.
Entrò poi in una casa e i discepoli gli chiesero in privato: «Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?». Ed egli disse loro: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».


IL COMMENTO


Abbiamo bisogno di sentirci ripetere che "Tutto è possibile a chi crede". Abbiamo bisogno di poter appoggiare a queste parole la nostra incredulità. Quante preghiere avvolte in quel "se tu puoi" che le rende inefficaci. Per questo dobbiamo conoscere il Signore, imparare ad aver fede, appoggiarci a Lui incondizionatamente, per cancellare ogni se dalla nostra preghiera, ogni sospetto dal nostro amore, perchè divenga consegna di tutto noi stessi, abbandono senza riserve. Perchè ogni "se" sia trasformato in "si", in un amen che professi la fede che si fa carità. In fondo, è questa la missione della Chiesa: ripetere queste parole di Gesù, dinanzi ad ogni demonio che tiene imprigionato l'uomo, far conoscere il Signore e il suo potere sul peccato e la morte, annunciare il Vangelo del suo mistero pasquale. Il cuore della predicazione è racchiuso in queste semplici parole, ma ha un potere immenso. Schiudere le porte dei nostri cuori e suscitare il desiderio della fede. Soffriamo e non possiamo salvarci. Il demonio ha buon gioco e ci fa muti e sordi, ci irrigidisce, e così ci rende incapaci di amare, di relazionarci con chi ci è prossimo. Andiamo in collera per un nonnulla, non sentiamo le ragioni degli altri, siamo chiusi in noi stessi, prigionieri del nostro personalissimo mondo. Questo significa essere sordi e muti, non avere relazione con l'esterno, uomini e fatti ci restano estranei. Da qui le convulsioni,  il digrignare i denti, l'ira, la tristezza, l'accidia. 


Ogni peccato è figlio dell'orgoglio, la catena con cui il demonio ci inganna e ci fa schiavi, chiudendoci a Dio e al prossimo. «Da quanto tempo gli accade questo?»... «Dall'infanzia». Da quanto tempo siamo incapaci di perdonare? Da quanto tempo ci chiudiamo a riccio di fronte a certe situazioni? Da quanto tempo la minima avvisaglia di umiliazione ci riempie di spavento e cominciamo a tremare e ci difendiamo, magari attaccando gratuitamente chi ci è accanto? Da quanto tempo scappiamo nella dissimulazione, nella menzogna? Da quanto tempo non possiamo fare a meno di essere al centro dell'attenzione? Da quanto tempo? Dall'infanzia, da quando il demonio, ingannandoci, ha conficcato la menzogna nel nostro cuore e nella nostra mente. Prendendo spunto da una sofferenza, da un'ingiustizia, dalla Croce con la quale ogni uomo è segnato sin dalla nascita, il demonio ci ha reso schiavi dei suoi desideri che cercano, sempre, di uccidere Cristo, la Verità, l'amore. Il figlio indemoniato del Vangelo di oggi è immagine di ogni uomo, che fin dall'infanzia, fin dal grembo materno è stato concepito nel peccato, è figlio di una generazione incredula, la stirpe di Adamo ed Eva. L'incredulità genera sempre orgoglio. Il peccato originale è la mancanza di fede nell'amore di Dio: Adamo ed Eva non hanno creduto alla parola d'amore di Dio con la quale li invitava ad accogliere l'unica via alla felicità, al possesso eterno della beatitudine: rimanere nel suo amore come creature. Con la parola che gli proibiva di mangiare dei frutti dell'albero della conoscenza del bene e del male li voleva proteggere dalla morte, dal fallimento della propria vita, dal peccato. Appropriarsi di quell'albero avrebbe significato salire sul trono di Dio e sedersi ai comandi di una navicella spaziale senza neanche sapere dove accendere il motore. La vita diviene allora un missile impazzito gettato nel vuoto, senza sapere da dove si viene e dove si è diretti. Credere di essere Dio senza esserlo, illudersi di essersi appropriati della fonte della vita, di essere entrati nella stanza dei bottoni laddove si decide quel che è buono e quel che è male, autonomamente; e la vita, la natura, la ragione, il cuore, tutto si ribella come abusato, violentato da chi non aveva il diritto di decidere e stabilire nulla. "L'uomo vuol diventare Dio e deve diventarlo. Ma ogni volta che, come nell'eterno dialogo col serpente in Paradiso, cerca di arrivarci distaccandosi dalla protezione di Dio e dalla sua creazione per contare solo su se stesso e affermarsi in modo indipendente da Dio, ogni volta che, in una parola, diviene completamente adulto, emancipato, e rigetta l'infanzia come stato di vita, finisce nel nulla, perché si oppone alla verità di se stesso che è la dipendenza. E' proprio mantenendo ciò che è proprio dell'infanzia e dell'essere figlio, vissuto prima di tutto da Gesù, che egli entra col Figlio nella divinità" (J. Ratzinger, Il Signore Gesù Cristo).


La libertà che ci è data non è quella di stabilire che cosa sia bene o male, ma è quella che appare nella Vergine Maria, la nuova Eva, di fronte all'annuncio dell'angelo. La libertà di accogliere il bene, l'unico adeguato all'uomo perchè entrambi opere di Dio, e rigettare il male, inadeguato all'uomo, perchè opera del demonio, nemico di Dio e della sua creatura. Così in ogni circostanza della nostra vita, nelle relazioni matrimoniali, nella sessualità, negli affetti, nel rapporto con i beni, con il lavoro: ogni istante della nostra vita reca un annuncio, il bene ci viene incontro incastonato nella volontà di Dio; ma anche il male è lì, accovacciato, come una possibilità molto concreta, e si annida nel rifiuto della stessa volontà divina. Tutto concorre perchè noi si possa accogliere la storia d'amore che Dio prepara per noi, la Grazia scende come acqua dal Cielo per irrigare e spingerci ad abbandonarci, con fede, all'amore di Dio. Ma il demonio esiste e si frappone sempre e insinua il dubbio, agita lo spettro della sofferenza, della solitudine, e ci spinge a farci dio, a stabilire le regole del gioco, a dare la qualifica di bene agli appetiti da lui suscitati, alla menzogna da lui insinuata, e di male a quanto proviene da Dio. Prestare fede a questo inganno è l'altra faccia della stessa medaglia dell'incredulità: credere al demonio è non credere a Dio. Le conseguenze sono quelle che appaiono nel ragazzo del Vangelo. Tutto si fa ostile, ci getta nel fuoco delle passioni, nell'acqua della depressione, tutto diviene strumento di morte, la vita stessa vuole ucciderci. Quello che ci è dato per conoscere e amare Dio ed essere autenticamente felici, per l'incredulità che genera l'orgoglio, si trasforma in una trappola mortale. 


E non c'è verso, non possiamo farci nulla. Sino a che non giunge Gesù a scuotere l'inganno, lo spirito di menzogna che ha rapito il nostro spirito. E schiumiamo, ci agitiamo, non vogliamo scoprirci peccatori, e ci difendiamo. Gesù si scontra con la nostra incredulità, se ne rammarica sin nel profondo, e non può più sopportare di vederci così ingannati, stare con noi incatenati alla menzogna che si fa peccato non può sopportarlo. Lui viene per strapparci alla tomba e farci suoi. Così desidera stare con noi, eternamente. Per questo soffre infinitamente del nostro metterlo sullo stesso piano dei tanti falsi profeti che non hanno potuto nulla sulla nostra vita. In quel "se tu puoi" è tutta la nostra incredulità, la superficialità e l'opportunismo con cui sino ad oggi ci siamo accostati al Signore. 


Ed ecco lo schiaffo che ci salva: il rimprovero, la gelosia, la passione ardente di Gesù: "Tutto è possibile per chi crede". Le stesse parole rivolte dall'angelo a Maria. Parole d'amore come una mano tesa, un appoggio sicuro cui abbandonare la propria vita, i propri dolori, i dubbi, le angosce, i fallimenti. Parole che schiudono le labbra e il cuore ad un grido, quello decisivo: "credo, aiutami nella mia incredulità". E' questa l'apparente contraddizione che ci apre alla conversione e alla salvezza. Credere che siamo increduli. E credere che Gesù, oggi e ogni istante della nostra vita, può aiutarci nella nostra incredulità, Lui, autore e perfezionatore della nostra fede. "Credo", ed è un dono del Cielo; "aiutami nella mia incredulità", ed è la nostra povera carne mendicante di vita. In questa preghiera c'è tutta la nostra vita, il cammino di fede a cui siamo chiamati. Il nulla che siamo non è allora l'inizio della fine, ma l'aurora della salvezza. Basta solo una parola, l'annuncio amoroso che Dio può tutto, soprattutto l'impossibile. E' questa la preghiera con cui la Chiesa, ogni apostolo, può cacciare i demoni. La preghiera radicata nella fede, nella conoscenza intima e appassionata del Signore, nel suo amore infinito, nell'accoglienza libera e confidente della sua volontà, come Maria: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga in me secondo la tua Parola" Solo chi ha nel cuore questa preghiera sarà capace di pregare e scacciare i demoni dai fratelli, annunciare con potenza la liberazione dalla propria volontà, la bellezza della Verità, accompagnare dall'incredulità alla fede, e sciogliere la lingua nella lode per l'opera d'amore che Dio ha preparato per ogni uomo.




Erma (2° secolo)
Il Pastore, Nono precetto




« Aiutami nella mia incredulità »


Rimuovi da te l'incertezza e non dubitare assolutamente di chiedere a Dio, dicendo in te stesso: «Come posso chiedere e ricevere dal Signore avendo io peccato molto contro di lui?». Non pensare così, ma con tutto il tuo cuore rivolgiti al Signore e pregalo con fermezza, e conoscerai la sua grande misericordia, perché non ti abbandonerà, ma compirà la preghiera della tua anima. Dio non è come gli uomini che serbano rancore, ma egli non ricorda le offese ed ha compassione per la sua creatura. Tu, intanto, purifica il tuo cuore da tutte le vanità di questo mondo e dai vizi, e chiedi al Signore. Riceverai tutto e sarai esaudito in ogni tua richiesta, se chiederai con fermezza al Signore.

Se nel tuo cuore sei titubante, non otterrai nessuna tua richiesta. Coloro che dubitano in Dio, sono indecisi e assolutamente nulla ottengono delle loro richieste... Ogni uomo incerto, se non si converte, difficilmente si salverà. Purifica, dunque, il tuo cuore dall'incertezza, rivestiti della fede, che è forte, credi in Dio ed otterrai tutte le richieste che fai. Se avendo fatto al Signore qualche richiesta, ottieni più tardi, non dubitare perché non ottieni presto la richiesta della tua anima... Tu, dunque, non ti stancare di fare al Signore la richiesta della tua anima, e l'otterrai... Guardati dall'incertezza: essa è turpe, insensata e sradica dalla fede molti credenti e i forti... Disprezza, dunque, l'incertezza e vincila in ogni cosa, rivestendoti della fede forte e potente. La fede, infatti, tutto promette, tutto compie, mentre l'incertezza, non avendo fiducia in sé, sbaglia tutte le opere che intraprende.
Filosseno di Mabbug ( ?- circa 523), vescovo in Siria
Omelia 3, 52-56 ; SC 44, 71

« Credo, aiutami nella mia incredulità »



Vieni e porgi l’orecchio per sentire, vieni e apri i tuoi occhi per vedere i prodigi che sono mostrati alla fede. Vieni a formarti degli occhi nuovi, vieni a crearti degli orecchi nascosti. Sei invitato a udire cose nascoste...; sei stato chiamato a vedere delle realtà spirituali... Vieni a vedere ciò che non sei ancora, e rinnova te stesso entrando nella nuova creazione.

La Sapienza era con il tuo Creatore mentre ompiva le sue prime opere (Prov 8,22). Ma nella seconda creazione, con lui c’era la fede; in questa seconda nascita, egli ha preso la fede come aiuto. La fede accompagna Dio in ogni cosa, ed egli non fa nulla oggi senza di essa. Gli sarebbe stato più facile farti nascere da acqua e da Spirito (Gv 3,5) senza di essa, eppure non ti fa nascere nella seconda nascita prima che tu abbia ricevuto il simbolo della fede, cioè il credo. Poteva certo rinnovarti, e da vecchio, farti nuovo, eppure non ti cambia e non ti rinnova senza avere ricevuto da te la fede in pegno. È chiesta la fede a colui che è battezzato, e allora, dall’acqua egli riceve dei tesori. Senza la fede, tutto è volgare; quando interviene la fede invece, le cose spregevoli appaiono gloriose. Senza la fede, il battesimo è acqua; senza la fede, i misteri vivificanti sono pane e vino; senza l’occhio della fede, l’uomo vecchio appare unicamente ciò che è; senza l’occhio della fede, i misteri sono volgari e i prodigi dello Spirito sono vili.

La fede guarda, contempla e considera segretamente la potenza nascosta delle cose... Infatti, tieni nella tua mano il frammento del mistero che, per natura, è del pane comune; la fede lo guarda come il corpo dell’Unico. Il corpo vede del pane, del vino, dell’olio, dell’acqua, ma la fede obbliga il suo sguardo a vedere spiritualmente ciò che non vede corporalmente, cioè a mangiare il Corpo in luogo del pane, a bere il Sangue in luogo del vino, a vedere il battesimo dello Spirito in luogo dell’acqua e la potenza di Cristo in luogo dell’olio.





Benedetto XVI. La preghiera del Getsemani


Gesù continua la sua preghiera: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). In questa invocazione ci sono tre passaggi rivelatori. All'inizio abbiamo il raddoppiamento del termine con cui Gesù si rivolge a Dio: «Abbà! Padre!» (Mc 14,36a). Sappiamo bene che la parola aramaica Abbà è quella che veniva usata dal bambino per rivolgersi al papà ed esprime quindi il rapporto di Gesù con Dio Padre, un rapporto di tenerezza, di affetto, di fiducia, di abbandono. Nella parte centrale dell'invocazione c’è il secondo elemento: la consapevolezza dell'onnipotenza del Padre – «tutto è possibile a te» -, che introduce una richiesta in cui, ancora una volta, appare il dramma della volontà umana di Gesù davanti alla morte e al male: «allontana da me questo calice!». Ma c’è la terza espressione della preghiera di Gesù ed è quella decisiva, in cui la volontà umana aderisce pienamente alla volontà divina. Gesù, infatti, conclude dicendo con forza: «Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36c). Nell'unità della persona divina del Figlio la volontà umana trova la sua piena realizzazione nell’abbandono totale dell’Io al Tu del Padre, chiamato Abbà. San Massimo il Confessore afferma che dal momento della creazione dell’uomo e della donna, la volontà umana è orientata a quella divina ed è proprio nel “sì” a Dio che la volontà umana è pienamente libera e trova la sua realizzazione. Purtroppo, a causa del peccato, questo “sì” a Dio si è trasformato in opposizione: Adamo ed Eva hanno pensato che il “no” a Dio fosse il vertice della libertà, l’essere pienamente se stessi. Gesù al Monte degli Ulivi riporta la volontà umana al “sì” pieno a Dio; in Lui la volontà naturale è pienamente integrata nell’orientamento che le dà la Persona Divina. Gesù vive la sua esistenza secondo il centro della sua Persona: il suo essere Figlio di Dio. La sua volontà umana è attirata dentro l’Io del Figlio, che si abbandona totalmente al Padre. Così Gesù ci dice che solo nel conformare la sua propria volontà a quella divina, l’essere umano arriva alla sua vera altezza, diventa “divino”; solo uscendo da sé, solo nel “sì” a Dio, si realizza il desiderio di Adamo, di noi tutti, quello di essere completamente liberi. E’ ciò che Gesù compie al Getsemani: trasferendo la volontà umana nella volontà divina nasce il vero uomo, e noi siamo redenti.  Riconosciamo, cioè, che c'è una volontà di Dio con noi e per noi, una volontà di Dio sulla nostra vita, che deve diventare ogni giorno di più il riferimento del nostro volere e del nostro essere; riconosciamo poi che è nel “cielo” dove si fa la volontà di Dio e che la “terra” diventa “cielo”, luogo della presenza dell’amore, della bontà, della verità, della bellezza divina, solo se in essa viene fatta la volontà di Dio. Nella preghiera di Gesù al Padre, in quella notte terribile e stupenda del Getsemani, la “terra” è diventata “cielo”; la “terra” della sua volontà umana, scossa dalla paura e dall’angoscia, è stata assunta dalla sua volontà divina, così che la volontà di Dio si è compiuta sulla terra. E questo è importante anche nella nostra preghiera: dobbiamo imparare ad affidarci di più alla Provvidenza divina, chiedere a Dio la forza di uscire da noi stessi per rinnovargli il nostro “sì”, per ripetergli «sia fatta la tua volontà», per conformare la nostra volontà alla sua. E’ una preghiera che dobbiamo fare quotidianamente, perché non sempre è facile affidarci alla volontà di Dio, ripetere il “sì” di Gesù, il “sì” di Maria. I racconti evangelici del Getsemani mostrano dolorosamente che i tre discepoli, scelti da Gesù per essergli vicino, non furono capaci di vegliare con Lui, di condividere la sua preghiera, la sua adesione al Padre e furono sopraffatti dal sonno. Cari amici, domandiamo al Signore di essere capaci di vegliare con Lui in preghiera, di seguire la volontà di Dio ogni giorno anche se parla di Croce, di vivere un’intimità sempre più grande con il Signore, per portare in questa «terra» un po’ del «cielo» di Dio.