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Seguitemi. Vi farò pescatori di uomini. Pecorso esegetico



SFONDO STORICO NEL QUALE S'INNESTANO LE CHIAMATE ALLA SEQUELA DI GESÙ

Gesù svolse la sua azione in una precisa epoca della storia del suo popolo e del mondo. In tale situazione, assunse le idee e i dati di fatto come venivano presentati dal giudaismo del suo tempo, e si servì di essi. Anzi, egli venne proprio in qualità di colui che portava a compimento la storia religiosa d’Israele. Per tale motivo si presentò come un rabbì, cioè un maestro nella legge, raccolse attorno a sé dei discepoli e agganciò il suo messaggio alla fede d’Israele. Ebbene, per stabilire con esattezza quanto vi è di proprio e di originale nel messaggio e nell’azione di Gesù, bisogna prima conoscere ciò che è comune a lui e alla cerchia dei suoi discepoli e ai maestri della legge suoi contemporanei, i dottori e i rabbini del suo tempo e le loro scuole. Solo tenendo presente questo sfondo storico, potrà prendere esatto rilievo il concetto di sequela del Cristo, quale egli stesso l’intendeva.

1. Concetti e idee fondamentali

Ai concetti di «seguire» e di «sequela» corrisponde, nel tardo giudaismo, un doppio significato.
a) C’è innanzi tutto l’idea del seguire, dell’andar dietro, — specialmente degli studenti della Thorà (legge mosaica) al seguito del loro maestro. In Oriente, chi è posto in basso segue chi è collocato più in alto: così la donna va dietro all’uomo, il laico dietro al sacerdote, il povero dietro al ricco, e finalmente il discepolo dietro al suo maestro. Nel tardo giudaismo, il termine che indicava tale comportamento ben visibile nelle suddette situazioni, rimase contratto e circoscritto unicamente alla figura del discepolo che seguiva un particolare dottore della legge, e venne usato per estensione quale termine tecnico indicante lo stato di discepolo.
b ) C’è il significato «tipico» per indicare lo scolaro, il discepolo che apprende la legge. Questa maniera d’intendere venne accolta dalla Chiesa primitiva per designare il rapporto del discepolo di Gesù con il suo Maestro.
Il titolo di dottore della legge suona letteralmente: rabbì; che vuoi dire: «mio grande, mio signore, mio padrone».
Il rabbì rappresentava la massima autorità nel campo dell’insegnamento, ma al tempo stesso costituiva l’esempio che doveva essere imitato da chi voleva vivere in vera conformità alla legge.
A differenza dei maestri occidentali, il rabbì conviveva con i suoi discepoli e andava loro innanzi con l’esempio, dimostrando nella pratica quale fosse l’obbedienza dovuta alla legge di Mosè. Il concetto di «maestro» esprimeva tale comunanza di vita. E questa comunanza di vita costituiva una specie di noviziato nella legge; il concetto di «discepolo» indicava appunto un tal genere di scuola di vita.

2. Che cosa s’intendeva nel giudaismo al tempo di Gesù con i due termini di «discepolo» e di «seguace»

Dopo la distruzione del tempio e della città di Gerusalemme e dopo la deportazione in Babilonia operata da Nabucodonosor nell’anno 587 a. C., la religiosità d’Israele venne a fondarsi di preferenza sulla legge, cioè sulla volontà rivelata dal Dio dell’alleanza nei cinque libri di Mosè. Cominciò così a comparire la sinagoga; e, unito a quest’ultima, sorse di solito un edificio per la scuola. Inoltre si formò, accanto al ceto sacerdotale, quello degli esperti nella legge, i dottori delle Sacre Scritture, di cui facevano parte di preferenza elementi laici. Dopo il ritorno dall’esilio, il ceto dei dottori della legge si sviluppò in Israele come un’istituzione stabile.
Secondo la concezione farisaica del tempo di Gesù, la Thorà, o legge mosaica, rappresentava, insieme al tempio, il « cuore » della religiosità israelitica. Entrò a far parte della legge anche la tradizione orale degli «antichi», che riguardava l’interpretazione e l’applicazione delle prescrizioni della legge. Anch’essa venne fatta risalire, nel suo germe, a Mosè. Lo scopo della teologia giudaica consisteva nel sottomettere tutti i campi della vita alla volontà rivelata dal Dio dell’alleanza nella legge di Mosè.
Secondo il concetto degli scribi e farisei al tempo di Gesù, il regno messianico sarebbe giunto improvvisamente quel sabato in cui tutti i membri d’Israele avessero osservato con la più scrupolosa fedeltà la legge mosaica.
Gli scribi e i farisei guardavano con odio e con disprezzo agli strati incolti e miserabili della popolazione giudaica, cui non era possibile lo studio della Thorà: ai loro occhi, infatti, per quelli c’era poca speranza, giacché non conoscevano la legge e quindi nemmeno potevano osservarla.
Nella concezione dei rabbini, inoltre, la cognizione esatta della legge poteva venire conseguita solo con lo studio presso qualcuno dei dottori della legge riconosciuti dall’autorità giudaica (si comprende, così, molto bene la domanda contenuta in Gv 7, 15: «Come fa costui a conoscere le Scritture senza aver avuto un’istruzione?»).
I dottori della legge o rabbini uscivano di preferenza dai ranghi del laicato e consideravano loro fondatore ed esemplare a cui ispirarsi lo scriba Esdra, il quale era venuto a Gerusalemme per incarico dell’imperatore persiano Artaserse II nell’anno 398 a.C.. Esdra riformò religiosamente la comunità ebraica costituitasi dopo l’esilio, e pose a fondamento dei rapporti sociali degli ebrei la legge di Mosè (Esd. 7,1-28; 8,1-36; Neh 8-9; Esd 9,1-10,17).
I rabbini non andavano alla ricerca di discepoli e, a differenza di Gesù, non chiamavano nessuno a far parte della loro scuola. In ogni caso, occuparsi della legge costituiva per ogni autentico israelita il supremo dei suoi doveri. La professione di rabbino venne perciò ad acquistare il rango più elevato fra tutte le attività religiose e umane degli ebrei.
Il discepolo era libero di scegliersi il proprio rabbì, come pure, dopo un certo tempo, gli era data la possibilità di unirsi ad un altro maestro. In ogni caso, il discepolo di un rabbino mirava a diventare a sua volta un dottore della legge.
Ogni rabbino aveva facoltà di accogliere chiunque fra i propri discepoli, come pure poteva rifiutare il candidato qualora lo ritenesse disadatto alla sua scuola. Disadatti e incapaci venivano reputati tutti coloro che presentavano un notevole difetto corporale (tutti i mali erano considerati come castighi mandati da Dio per le colpe personali o per i peccati degli antenati), coloro che non appartenevano alla pura razza giudaica, oppure coloro che esercitavano un mestiere che faceva contrarre impurità legali (per es. macellai, conciatori di pelli, medici), o che comunque venissero giudicati in continuo pericolo di peccare (per es. gli addetti ai dazi e alle gabelle). Le donne poi erano escluse completamente.
Il corso scolastico comprendeva soprattutto tre attività: l’ascoltare, l’imparare e il servire il maestro. Inoltre, il discepolo doveva accompagnare il proprio rabbì dappertutto, specialmente nella sinagoga, nella scuola, nei viaggi e nelle discussioni con altri dottori della legge. Egli aveva l’obbligo di ascoltare attentamente tutto ciò che il maestro diceva, sempre restando a debita distanza da lui, come esigeva la dignità che rivestiva il rabbino.
Il metodo d’insegnamento era costituito da forme proverbiali, da ritornelli mnemonici e da catene di frasi, quali; «Il rabbì NN diceva... Il rabbì XY diceva..., e io dico...». Queste lezioni venivano ribadite da continue ripetizioni, e sviluppate poi mediante il dialogo.
Il discepolo aveva il diritto di fare domande ed era suo compito di imparare possibilmente a memoria, parola per parola, tutto l’insegnamento del maestro allo scopo di poterlo poi tramandare o anche maggiormente sviluppare quando, a sua volta, sarebbe diventato un rabbì. La didattica delle domande usata dai rabbini e il sistema dialogante dovevano innanzi tutto aiutare ad applicare la legge alla vita quotidiana. In pratica, si trattava quasi esclusivamente di sottoporre ogni campo dell’esistenza del giudeo alla volontà di Dio.
Sull’idea che chi conosce perfettamente la legge, non può non metterla anche in pratica, si fonda un detto capitale del rabbinismo: «È più importante servire la legge (= il dottore della legge) che non studiarla».
Il discepolo del rabbì, divenuto suo servo, metteva i sandali al maestro, gli spianava la strada, conduceva l’asino su cui il maestro montava, lo serviva a tavola e l’accompagnava in tutti i suoi viaggi. Su uno sfondo come questo, l’azione compiuta da Gesù di lavare i piedi ai suoi discepoli (Gv 13) acquista tutto il carattere di un segno (lo stesso impatto, poi, deve averla avuta l’espressione di Gesù riportata in Lc 22, 27: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve»).
I discepoli di Gesù mostrarono di seguire la comune usanza, quando trasportarono remando il loro Maestro attraverso il lago (Mc 4,35s.), quando gli diedero aiuto nel distribuire il cibo alla folla affamata (Mc 5,37ss.; 8,6), quando gli procurarono l’asino per il suo solenne ingresso a Gerusalemme (Mc 11,1ss.) e, infine, preparandogli la Pasqua, con il relativo sgozzamento dell’agnello (Mt. 26,17ss.).
Ma, soprattutto, i discepoli di Gesù si dimostravano «discepoli» per il fatto che «camminavano dietro a lui», cioè lo seguivano e lo accompagnavano. Cosi i discepoli di Gesù si recano alla sinagoga insieme col loro Maestro, siedono attorno a lui durante la predica sulla montagna, e specialmente in quella che fu «l’aula scolastica di Gesù», cioè la casa di Pietro.
Essi sono presenti alle dispute con sadducei, farisei e dottori della legge; pongono a Gesù delle domande per meglio intendere il suo insegnamento; Gesù li istruisce e chiede loro di imprimersi bene nella mente le sue istruzioni e di trasmetterle ad altri.
I discepoli di Gesù vengono riconosciuti come facenti parte della sua scuola e tali considerati dai discepoli di Giovanni Battista e di fronte ai farisei e ai dottori della legge.
Il discepolo d’un rabbino, da ultimo, giunto al quarantesimo anno di età, poteva essere ordinato rabbì mediante l’imposizione delle mani da parte d’uno dei rabbini più in vista. Con questa cerimonia gli veniva trasmesso lo spirito di Mosè, allo stesso modo che Mosè aveva fatto per il suo successore Giosuè (Num 27,18-23; Deut 34,9). Il discepolo così ordinato poteva presentarsi a sua volta ufficialmente come un rabbì e raccogliere discepoli attorno a sé.
Al tempo di Gesù tutte queste cose non erano ancora strettamente richieste, e un israelita considerato insignito di qualità profetiche poteva presentarsi in pubblico alla stessa maniera dei rabbini, raccogliendo attorno a sé una cerchia di discepoli. In tali casi, però, le autorità giudaiche esigevano che il profeta legittimasse il suo diritto a essere considerato tale mediante una prova particolare del potere da lui ricevuto. I contemporanei annoverarono tra i rabbini legittimati in questo modo, alla stregua di profeti, anche il Battista e Gesù.
Parecchi rabbini, poi, insegnavano che, dopo la scomparsa dei profeti propriamente detti, il loro spirito fosse passato ai rabbini medesimi. Essi pretendevano, infatti, di annunciare in nome di Dio le volontà da lui collegate all’alleanza e alla salvezza, e di essere incaricati a farle osservare in Israele. I rabbini improntavano perciò decisamente della loro influenza l’intera vita religiosa e sociale degli ebrei di Palestina. In una simile situazione dovevano scoppiare necessariamente forti motivi di contrasto tra Gesù e la categoria dei maestri autorizzati del suo tempo.

STRUTTURA DEL PASSO

Il racconto di Mt 4,18-22 è parallelo a Mc 1,16-20 e concorda sostanzialmente con Luca 5,1-11 che colloca però la chiamata nel contesto della pesca miracolosa. Il racconto di Matteo è introdotto senza agganci con il contesto, l’espressione: "mentre camminava lungo il mare di Galilea", è una formula generale di raccordo. Eppure, nello stesso tempo ha lo scopo di presentare la nuova veste missionaria di Gesù (v. 18). L’evangelista lo coglie mentre si sposta «lungo il mare di Galilea» (cfr. 4, 15). Egli non aspetta come il Battista i visitatori in riva al Giordano, ma va incontro ad essi nel loro impegno quotidiano, cercando di coinvolgere uomini alla sua causa. Non occorre la montagna o il recinto sacro (cfr. Es 3,1; Is 6,1) per inquadrare la chiamata; essa può avvenire ovunque, come Dio non è circoscritto a un luogo o a un altro (Gv 4,21-22).
Nel presentare la vocazione dei primi discepoli, Matteo segue lo schema del genere letterario del racconto di vocazione.
La chiamata dei primi discepoli, così come la troviamo raccontata dai Vangeli, è una trattazione teologica sulla vocazione. Le designazioni di “scena ideale” o di “racconto didattico” non sono improprie. La storia di una vocazione, stando alle confessioni di Geremia, non è così lineare o magica, ma l’autore più che ricostruire i fatti, offre modelli interpretativi del fenomeno vocazionale e punti di confronto per una scelta cristiana.
Queste le caratteristiche dello “schema vocazionale”:

1. Indicazione della situazione: colui che è chiamato viene incontrato nell’esercizio della sua professione (Mc 2,l4a; 1Re 19,19a).
2. Chiamata: effettuata mediante chiamata o azione simbolica (Mc 2,14b; 1Re 19,19b).
3. Sequela: abbandono della professione precedente, dei genitori, ecc. (Mc 2, 14c; 1Re 19,21b).

Due esempi:

La chiamata di Eliseo (1Re 19,19-20):

Partito dì lì, Elia incontrò Eliseo figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il decimosecondo.
Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello.
Quegli lasciò i buoi e corse dietro a Elia, dicendogli: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò». Elia disse: «Va’ e torna, perché sai bene che cosa ho fatto di te».
Il motivo dell’indugio frapposto in 1Re 19,20 (congedo del padre: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò») è trascurato nel nostro testo paradigmatico, mentre lo ritroviamo in Mt 8,21 (E un altro dei discepoli gli disse: “Signore, permettimi di andar prima a seppellire mio padre”. Ma Gesù gli rispose: “Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti”) e Lc 9,57-62 (Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre”. Gesù replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu và e annunzia il regno di Dio”. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”).

La chiamata di Levi (Mc 2,14):

Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Egli, alzatosi, lo seguì.
La nostra pericope è costituita da due scene parallele (vv. 18-20 / vv. 21-22), dove la seconda è modellata sulla prima.

ANALISI

Gesù è la figura dominante nell’episodio, il soggetto dei verbi principalivedere, dire, chiamare. Tutto è messo in movimento dalla sua parola autorevole. L’unico verbo, nel testo originale greco, che ha una posizione chiave e che non descrive un’azione di Gesù è seguirono (vv. 20.22), ma presenta la reazione alla chiamata e qualifica il modello della risposta.
Non sono i quattro fratelli che scelgono Gesù, ma è Gesù che li sceglie. Il testo non è per niente interessato alla psicologia dei personaggi, non vengono date neanche le motivazioni della loro pronta obbedienza, si vuol semplicemente far percepire la potenza della chiamata e la pronta risposta dei chiamati.
Questo modello di discepolato non deriva dal modello rabbinico, come si è visto. In Mt 8,19 abbiamo un episodio che riflette appunto la consuetudine del tempo: «Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: “Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai”. Gli rispose Gesù: “Le volpi hanno le loro tane…”». Qui invece è Gesù che ha l’iniziativa, che sceglie.

PRIMA SCENA (VV. 18-20)


1. Indicazione della situazione e dei personaggi

L’indicazione lungo il mare di Galilea (v. 18) anticipa il mestiere delle coppie di fratelli, allo stesso modo che in 1Re 19,19 la coppia di buoi simboleggiava il mestiere di Eliseo.
Gesù vide le due coppie di fratelli (1Re 19,19: Elia incontra Eliseo), viene messa in rilievo la sua iniziativa. La vocazione è un invito, ma prima ancora una scelta (chissà perché gli evangelisti accentuano il primo aspetto e dimenticano il secondo…). L’iniziativa ricade esclusivamente su Dio, nel caso particolare su Gesù. Egli è colui che chiama e per il quale si è chiamati. Il primo invito passa attraverso il suo sguardo. L’evangelista sottolinea per due volte «vide» (vv. 18.21). In Giovanni Gesù «vede» Natanaele, prima che Pietro gli parlasse del Messia (1,48). Si tratta di uno sguardo di predilezione. «Fissatolo, lo amò» afferma Marco in un’altra circostanza (10, 21). Gesù va incontro non agli uomini in senso generico, ma a particolari persone designate con il loro nome proprio.
Nella presentazione delle due coppie dì fratelli si attribuisce a Simone un ruolo preminente; lo si nomina per primo e, a differenza degli altri, con il nome impostogli da Gesù: Pietro (16,18). Le coppie sono presentate secondo una gradazione che tiene conto del rango delle persone.
Simone e Andrea sono colti nell’esercizio del loro mestiere (v. 18): gettano in mare la rete (gettare e riparare le reti sono attività che caratterizzano i pescatori): è già anticipato, in qualche modo, il mestiere dei futuri pescatori di uomini.

2. Chiamata

La formula introduttiva: disse loro (v. 19), concentra l’attenzione del lettore sulle parole che Gesù sta per pronunciare (in greco abbiamo un presente: “dice loro”). Egli non chiama, come Elia, per incarico di Dio (1Re 19,16), non chiama mediante un’azione simbolica alla maniera dei profeti (1Re 19,19: Elia getta il suo mantello di profeta su Eliseo), ma mediante la sua parola autorevole, come nell’AT faceva Dio con i profeti (Ger 1,4-10).
L’espressione: "seguitemi", letteralmente "su, dietro di me", mette in evidenza il legame con la persona. Il rapporto rabbi-discepolo veniva generalmente definito come un imparare la Legge (Torah). Qui non è il verbo imparare, ma il verbo seguire a caratterizzare il rapporto Gesù-discepolo. Non esistono nel rabbinismo racconti di vocazione dove lasequela (cfr. 9,9: seguimi) abbia il senso di comunione di vita. Gesù non ha impostato la comunità dei suoi discepoli al modo rabbinico; non ha dato vita a una scuola di apprendimento della Legge, ma a un discepolato in cui il rapporto personale, il legame con lui costituiva l’elemento fondante.
L’adesione a Gesù è espressa con una richiesta assoluta e senza condizioni: seguitemi (su, dietro di me). Gesù agisce con piena autorità così come Dio si comportava nella chiamata dei profeti (cfr. 1Re 19,15-21; 1Sam 16,1ss.).
Alla chiamata, Gesù aggiunge una promessa: i chiamati si trasformeranno al suo seguito da pescatori di pesci in pescatori di uomini, vale a dire in missionari, in apostoli.
L’espressione pescatori di uomini, che chiaramente si richiama al precedente mestiere dei chiamati, potrebbe essere stata pensata da Gesù in contrapposizione a Ger 16,16-18 («Ecco, io invierò numerosi pescatori - dice il Signore - che li pescheranno; quindi invierò numerosi cacciatori che daranno loro la caccia su ogni monte, su ogni colle e nelle fessure delle rocce… Innanzi tutto ripagherò due volte la loro iniquità e il loro peccato…»). Ma in Geremia abbiamo un invio che ha carattere di condanna, qui invece i discepoli non sono inviati per condannare ma per portare il dono della salvezza.
Può darsi, invece, che Gesù abbia attinto quest’espressione dall’ambiente che gli si presentava agli occhi e l’abbia trasferita ai suoi uditori, per indicare il nuovo genere di lavoro che saranno invitati a compiere, lavoro che non comporta meno sforzo e meno delusioni del precedente (cfr. Lc 5,5: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola…»). La metafora sottolinea che gli uomini sono sfuggenti come i pesci, ma c’è un modo per “catturarli”: non arrendersi.
La promessa è formulata al futuro (vi farò): la vocazione e la missionenon avvengono nello stesso momento, la missione si sviluppa solo dal discepolato, dalla consuetudine di vita con Gesù.
E qua il pensiero va subito a Marco 3,13-15: «Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni».

3. Sequela

La risposta dei chiamati viene presentata come esemplare e immediata:subito (v. 20). Essi abbandonano immediatamente il loro mestiere, la loro vecchia vita. Per la prima coppia di fratelli si mette in rilievo la rinuncia al mestiere (lasciate le reti).


SECONDA SCENA (VV. 21-22)



1. Indicazione della situazione e dei personaggi

Nella seconda scena (vv. 21-22) resta presupposta la stessa localizzazione della prima: andando oltre, vide altri due fratelli. Anche qui abbiamo lo sguardo “che elegge” di Gesù. Giacomo si distingue perché è nominato per primo e con il patronimico figlio di Zebedeo (per distinguerlo da altre persone che potevano portare lo stesso nome?). Si sottolinea così che si tratta di una chiamata personale, individuale. Anche la seconda coppia viene caratterizzata come una coppia di pescatori; essi stanno riparando le reti. La frase riguardante i pescatori di uomini vale anche per loro.

2. Chiamata

La chiamata di Gesù nella seconda scena è riferita in discorso indiretto; il testo più breve presuppone quello della scena precedente. Ai figli di Zebedeo, Gesù non fa nessuna proposta: si “accontenta” di «chiamarli» (ekalesen: v. 21), ma è evidente che li chiama per la stessa causa. Il verbo “kaleò” ha il senso di chiamata alla salvezza, in questo caso alla sequela di Cristo.

3. Sequela

Giacomo e Giovanni, alla chiamata di Gesù, abbandonano il padre nella barca (v. 22), in questa seconda coppia si mette in rilievo la posposizione dei legami familiari (il padre; cfr. 1Re 19,20). La sequela si attua nel porsi al seguito dì Gesù (lo seguirono).
L’invito di Gesù è perentorio, la risposta deve essere immediata: per due volte Matteo ripete «subito» (vv. 20.22). È in entrambi i casi un distacco totale dalla vita, dalle attività, dal mondo precedente. Lasciare le reti (il mestiere) è meno che lasciare il padre (la famiglia), ma sono richiesti entrambi. Il prezzo della sequela è alto e il rischio estremo; l’unico conforto e l’unica sicurezza è la parola di Gesù. Il discorso dà l’impressione che la chiamata sia un ripiegamento verso Cristo; è invece un incamminarsi con lui, al suo fianco o al suo seguito verso i propri simili. È un servizio reso agli uomini su una linea di sacrificio e di abnegazione senza limiti. Gesù potendo essere ricco si è fatto povero per gli altri (2 Cor 8,9) e al posto di passare in mezzo ai propri simili da signore ha preferito esser il loro servo (Fil 2,5-9). Il cristiano è colui che porta la croce come il suo maestro (Mt 10,38; 16,24), ma non per fare un piacere a Dio, bensì per far valere il bene, i diritti dell’uomo. Per una tale missione non è che Dio chiami alcuni (gli apostoli) e trascuri gli altri, ma chiede il massimo a tutti (cfr. Mt 19,21:“Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi”). L’attuazione del regno di Dio (che è il contesto della felicità dell’uomo) deve avere la precedenza su tutto.
L’abbinamento della chiamata (Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni) ha forse lo scopo di sottolineare che non si va incontro a un isolamento, ma alla realizzazione di una nuova famiglia (la comunità dei discepoli di Cristo). Fin dall’inizio della vita pubblica del Messia i discepoli costituiscono la «famiglia» di Gesù e sono esortati a sentirsi «fratelli» tra di loro. Essi sono i suoi «amici».
Prima della Pasqua la sequela di Gesù si attua in senso concreto, reale; dopo la Pasqua nel seguire Gesù nella sua comunità, al servizio della sua causa.

DATI STORICI CHE EMERGONO DA QUESTO DOPPIO RACCONTO DI VOCAZIONE


• Innanzitutto il fatto della chiamata da parte di Gesù; non sono stati Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni a scegliersi il maestro come facevano i discepoli dei rabbini, ma è stato Gesù a sceglierli e chiamarli. La sua autorità e il rigore della chiamata sono caratteristici di Gesù.

• Il profilo carismatico di Gesù, ciò che univa i discepoli a Gesù non era la Legge né il suo studio, ma lo stesso Gesù e il suo messaggio.
• Il senso missionario della chiamata: la sequela dei discepoli è finalizzata all’annuncio del regno dì Dio, alla missione.
• Il mestiere precedente delle due coppie di fratelli. Simone è originario di Cafarnao o di Betsaida, in ogni caso nei pressi del lago di Galilea. E quindi del tutto probabile che esercitasse il mestiere di pescatore.
• Il rango e l’importanza dei discepoli nominati in precisa successione. Il ruolo dominante di Simone (Pietro) ci è noto dalla tradizione sinottica e da Paolo; nelle liste Pietro compare regolarmente al primo posto. Andrea ha un ruolo subordinato; Giacomo ricorre regolarmente prima di Giovanni, che assume un rilievo maggiore solo nella tradizione di Luca.

SCOPI CHE MATTEO SI PREFIGGE


• presentare alla comunità cristiana queste coppie di fratelli come modelli esemplari di sequela;
• indicare il fondamento dell’attività missionaria delle due coppie di fratelli.
• mostrare che questi quattro discepoli (e non altri) sono testimoni dell’agire di Gesù fin dall’inizio; tre di essi (Pietro, Giacomo e Giovanni) assisteranno anche ad altri avvenimenti importanti e riservati: la trasfigurazione (17,1) e la scena del Getsemani (26,37).

ATTUALIZZAZIONE

Questi due racconti di vocazione illustrano che cosa significhidiscepolato. Il discepolato si basa sulla chiamata di Gesù, le parole del quarto evangelista: «non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16) vanno al cuore della questione. La «chiamata» prende tutto il suo valore e la sua forza dall’autorità di colui che chiama. Gesù non da alcuna motivazione o spiegazione, non chiede e non tenta di convincere, basta la sua parola sovrana e la sua chiamata si aspetta un’obbedienza senza riserve. I chiamati non indugiano, si staccano dai legami e dalle sicurezze che sostengono la vita: famiglia, amici, lavoro.
Sequela significa comunione di vita con Gesù. La comunità cristiana di oggi ha bisogno di questo sguardo retrospettivo verso gli inizi storici per imparare da allora. Per sfuggire al pericolo di una fede individuale e spiritualistica può essere utile tenere presente che la vocazione cristiana chiama a una vita comune, la vocazione a coppie vuole sottolineare proprio questa idea.
La sequela di Cristo ha infine un obiettivo preciso: la missione. Gesù unisce la chiamata alla missione: Vi farò pescatori di uomini. Ogni cristiano è chiamato alla sequela di Gesù e nello stesso tempo al servizio missionario. Non è questione di scelta, ma di obbedienza!

BIBLIOGRAFIA


• KNOCK OttoUno il vostro maestro. Discepoli e seguaci nel N.T., Ed. Città Nuova, pp. 9-21.
• BOSCOLO GastoneVangelo secondo Matteo, Collana DABR: lectio divina popolare, ed. Messaggero, Padova, pp. 63-70.
• ORTENSIO DA SPINETOLIMatteo, ed. Cittadella, pp. 125-127.
• PENNA RomanoRitratti originali di Gesù Cristo. Vol. I: gli inizi, ed. Paoline, pp.45-57.
• MARCHESI GiovanniIl discepolato di Gesù: vocazione, sequela, missione, in Civiltà Cattolica, n.3, luglio 1992, pp. 131-144.

Martedì della VIII settimana del Tempo Ordinario




Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno 
in questo momento della storia sono uomini che,
attraverso una fede illuminata e vissuta,
rendano Dio credibile in questo mondo.
Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio,
imparando da lì la vera umanità.
Abbiamo bisogno di uomini 
il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio 
e a cui Dio apra il cuore,
in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri
e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri.
Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio,
Dio può far ritorno presso gli uomini.

J. Ratzinger, L’Europa nella crisi delle culture,
Conferenza tenuta il 1 aprile 2005 a Subiaco


Dal Vangelo secondo Marco 10,28-31.


Pietro allora gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva gia al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna. E molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi».

Il Commento


Pietro, nel Vangelo di oggi, ancora una volta dà voce alla Chiesa in una professione di fede che è un atto d'amore. Ma è un balbettio, non è ancora fede adulta. Centrale è infatti l'enfasi su quel "noi abbiamo...." che, nei passi paralleli degli altri vangeli, si fa anche domanda. Vi è ancora la carne che cerca un premio. Altre volte gli apostoli chiederanno a Gesù i posti migliori, riconoscimenti ufficiali. Nelle parole di Pietro possiamo ravvisare la tensione che sempre anima la Chiesa. E' vero che i suoi figli sono quelli che hanno lasciato tutto per seguire il Signore. Ma è ancor più vero che l'abbandono di ogni sicurezza mondana è proprio l'impossibile fatto possibile da Dio, il miracolo che fa presente il Cielo, quello di cui ha parlato Gesù nel passo immediatamente precedente. Seguire Gesù è innanzitutto una liberazione. E' il segno di un incontro con la misericordia che strappa dalla schiavitù del peccato e della carne.

La Chiesa che segue Gesù sul cammino della precarietà è così un segno per il mondo, una profezia del Cielo per tutti gli uomini. La risposta di Gesù indica un nuovo modo di vivere sulla terra, quello di coloro che non sono del mondo pur essendo nel mondo. Le parole di Gesù mostrano come nella Chiesa vi sia un rapporto nuovo tra le persone, un anticipo della vita beata che si incarna nella comunione dei santi. Ovunque i cristiani sono a casa propria. Non vi sono barriere legate alla razza, alla lingua, alla condizione sociale. Ovunque vi sono fratelli, sorelle, madri, figli. Ovunque la vita è feconda, e piena, e realizzata. Per questo anche Pietro, e la Chiesa, nella continua tensione tra il Cielo e la terra, è chiamata ad uscire da se stessa, dai vincoli della carne; la Chiesa è ogni giorno chiamata a conversione, a lottare con la tentazione di costruire qui la propria patria, di farsi agenzia sociale, di restringere i propri orizzonti e mettere se stessa al servizio di ideali pur nobili ma carnali, di farsi promotrice di assicurazioni per la terra e non per il Cielo, di mettere radici, di cercare riconoscimenti mondani, di essere accettata per sfuggire, in qualche modo, alle persecuzioni. "Come c’è uno zelo amaro che allontana da Dio e conduce all’inferno, così c’è uno zelo buono che allontana dai vizi e conduce a Dio e alla vita eterna. È a questo zelo che i monaci devono esercitarsi con ardentissimo amore: si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore, sopportino con somma pazienza a vicenda le loro infermità fisiche e morali… Si vogliano bene l’un l’altro con affetto fraterno… Temano Dio nell’amore… Nulla assolutamente antepongano a Cristo il quale ci potrà condurre tutti alla vita eterna” (S. Benedetto, Regola Pastorale, capitolo 72).

Non a caso infatti le parole di Gesù che annunciano per la Sua Sposa il centuplo già in questo mondo profetizzano, contemporaneamente, per essa le persecuzioni. La missione della Chiesa e di ogni suo membro consiste nell'essere un segno di contraddizione, una denuncia piena d'amore che, mostrando una vita diversa da quella mondana, ne attira, conseguentemente, le reazioni, anche le più violente. Il rifiuto di chi non accetta che vi sia la possibilità di una vita migliore, più autentica di quella che il mondo propone e che si possiede, e per la quale ci si sforza e si lotta. Il rigetto di chi si è fatto da solo, e i propri criteri ne sono il tesoro più geloso. Basta ricordare come, tra gli invitati al banchetto, vi siano anche quelli che non solo non accettano l'invito, ma uccidono gli inviati del Signore, segno di un'ira incontrollata che non può accettare un annuncio che sveli, in qualche modo, la propria pochezza, la propria incompletezza.

La Chiesa in fondo non "dialoga" mai, secondo l'idea di dialogo che circola di questi tempi, irrimediabilmente coniugata in relativismo. La Chiesa annuncia. E se annuncia una buona notizia, un banchetto, è perchè ha qualcosa da annunciare e offrire, qualcosa che gli altri non hanno. E questo, nella maggior parte dei casi, è inaccettabile. Per sua stessa essenza è missionaria, è un segno, un sacramento di salvezza. Noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita… Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con lui” (Benedetto XVI, Omelia all’inizio del ministero petrino, 24 aprile 2005)”. La Chiesa è il corpo di Cristo vittorioso sulla morte, il suo solo esistere sulla terra, il suo solo essere quello che è costituisce un annuncio: "Se sarete quello che dovete essere, voi incendierete il mondo" (S. Caterina da Siena). La Chiesa, come Cristo, ascolta il gemito, il dolore, e accoglie con misericordia; ma non può mettere in discussione se stessa, che è una cosa sola con quanto annuncia. La Chiesa non va nei salotti televisivi, non si fa irretire nella fiera delle opinioni. Basta leggere il Vangelo e osservare il Signore: ogni dialogo nascondeva insidie, quel suo "ma io vi dico" e quel "Amen, amen (autenticamente, con certezza) io vi dico" rivelavano un'autorità indiscutibile. Lui era, è la Verità. E la Chiesa non può annunciare qualcosa di diverso dalla Verità, l'unica.

Di conseguenza, come il suo Signore, per il solo fatto di essere qui ed ora nella storia, suscita contrasti, spesso violenti. Essi sono il segno dell'autenticità e del successo della sua missione. Perchè per la Chiesa il successo si misura con il rifiuto. Perchè se davvero l'annuncio del Vangelo è rifiutato, significa che ha colto nel segno, non ha lasciato indifferente, come un amo si è conficcato nel cuore di chi lo ha udito, e la sua vita rimarrà per sempre legata a quel filo che lo conduce al pescatore, a Pietro, alla Chiesa, al cuore stesso di Cristo. Quando Lui vorrà darà il colpo decisivo, un problema, una sofferenza, la Croce che si fa evidente, e quell'uomo sarà tratto dall'acqua della morte per essere issato a bordo della barca che lo condurrà al porto della Vita. Sempre libero di divincolarsi sino in fondo, e, alla fine, spezzare quel filo. Alla Chiesa la missione di annunciare e prendere su di sè il rifiuto, il disprezzo, la stessa morte, per lasciare aperta la porta della Vita. Così Cristo ha salvato il mondo, così, attraverso il suo Corpo visibile, continua a farlo nel fluire della storia. "Come l’apostolo Paolo dimostrava l’autenticità del suo apostolato con le persecuzioni, le ferite e i tormenti subiti (cfr 2 Cor 6-7), così la persecuzione è prova anche dell’autenticità della nostra missione apostolica" (Benedetto XVI, Discorso all'Assemblea Generale delle Pontificie Opere Missionarie, 21 maggio 2010).

L'orgoglio e la gelosia demoniache emergono con violenza all'apparire della Chiesa. Per questo le parole di Gesù sono anche per tutti noi una luce importantissima. Ci chiamano a conversione. Innanzi tutto ci scrutano perchè possiamo renderci conto, oggi, su che cosa stiamo fondando la nostra vita. Se vi siano compromessi tra Gesù e il mondo. Le parole di Gesù illuminano il nostro modo di seguirlo. E poi, penetrando più a fondo, ci rivelano i nostri sentimenti più profondi. Stiamo forse camminando nella Chiesa con qualche pretesa? Abbiamo sì lasciato tutto, come preti, suore, catechisti, famiglie missionarie, oppure aprendoci alla vita con il quarto, quinto, nono figlio, ma il cuore che cosa cerca davvero? Abbiamo fatto l'esperienza che essere cristiani, essere con Gesù, seguirlo nella Chiesa è stata ed è per noi una liberazione, una Grazia, un'elezione gratuita e meravigliosa, oppure, celata dietro ad un'apparenza di dedizione, vi è la mormorazione, l'attesa di una ricompensa, un'esigenza? Il cuore nostro è oggi colmo di gratitudine o no? Gesù è oggi la nostra ricompensa, quella che sazia di beni e di felicità la nostra vita oppure stiamo cercando qualcosa d'altro?

Comunque stiano le cose accogliamo oggi le parole di Gesù come una Buona Notizia, come una parola capace di compiersi nella nostra vita, spezzando le catene che ancora ci fanno schiavi: la reputazione, l'onore, il denaro, la concupiscenza, i nostri progetti, i nostri criteri. I nostri ideali. E abbandoniamoci all'amore di Dio, l'unico che, anche oggi, può colmare la nostra vita donandoci una famiglia meravigliosa, quella dei santi figli di Dio.


Cardinal John Henry Newman
 (1801-1890), sacerdote, fondatore di una comunità religiosa, teologo
PPS, vol. 8, n° 2 « Divine Calls »

« Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito »

Non veniamo chiamati una sola volta, ma tante volte ; per tutta la nostra vita, Cristo ci chiama. Ci ha chiamati dapprima nel battesimo, ma anche dopo ; sia che ubbidiamo alla sua voce oppure no, ci chiama ancora nella sua misericordia. Se veniamo meno alle promesse battesimali, ci chiama al pentimento. Se ci sforziamo di rispondere alla nostra vocazione, ci chiama sempre più avanti, di grazia in grazia, di santità in santità finché ci sarà lasciata la vita per questo.
Abramo è stato chiamato a lasciare la sua casa e il suo paese (Gen 12,1), Pietro le sue reti (Mt 4,18), Matteo il suo lavoro (Mt 9,9), Eliseo la sua fattoria (1 Re 19,19), Natanaèle il suo luogo in disparte (Gv 1,47). Senza sosta tutti siamo chiamati, da una cosa ad un’alta, sempre più avanti, senza avere nessun luogo per riposarci, ma salendo verso il nostro riposo eterno, e ubbidendo ad una chiamata interiore nell’unico scopo di essere pronti a sentirne un’altra.
Cristo ci chiama senza sosta, per giustificarci senza sosta ; senza sosta e sempre di più, egli vuole santificarci e glorificarci. Occorre che lo capiamo, ma siamo lenti ad accorgerci di questa grande verità, che cioè Cristo cammina, in un certo senso, in mezzo a noi, e con la mano, gli occhi, la voce, ci fa cenno di seguirlo. Non comprendiamo che la sua chiamata ha luogo proprio in questo momento. Pensiamo che ha avuto luogo al tempo degli apostoli ; ma non ci crediamo, non l’aspettiamo veramente per noi stessi.



San Bernardo (1091-1153), monaco cistercense e dottore della Chiesa
Discorsi 37 sul Cantio dei Cantici





« Già al presente cento volte tanto »

«Seminate nella giustizia, dice il Signore, e raccoglierete la speranza della vita». Non vi rimanda nell'ultimo giorno, quando tutto vi sarà dato realmente e non più nella speranza; egli parla del presente. Certo, grande sarà la nostra gioia, infinita la nostra esultanza, quando comincerà la vita vera. Ma già la speranza di una tale gioia non può essere senza gioia. «Siate lieti nella speranza», dice l'apostolo Paolo (Rm 12,12). E Davide non dice che sarà nella gioia, bensì che vi è stato il giorno in cui ha sperato di entrare nella casa del Signore (Sal 121,1). Non possedeva ancora la vita, eppure aveva già mietuto la speranza della vita. E faceva l'esperienza della verità della Scrittura che dice che non soltanto la ricompensa ma anche «l'attesa dei giusti finirà in gioia» (Prv 10,28).Questa gioia è prodotta, nell'animo di chi ha seminato per la giustizia, dalla convinzione che i suoi peccati sono perdonati...
Chiunque tra voi, dopo gli inizi amari della conversione, ha la fortuna di vedersi alleggerito dalla speranza dei beni che attende... ha mietuto fin d'ora il frutto delle sue lacrime. Ha visto Dio e lo ha sentito dire: «Dategli del frutto delle sue mani» (Prv 31,31). Come colui che ha «gustato e visto quanto è soave il Signore» (Sal 33,9) non avrebbe veduto Dio? Il Signore Gesù sembra molto soave a chi riceve da lui non soltanto la remissione delle sue colpe, ma anche il dono della santità e, meglio ancora, la promessa della vita eterna. Beato chi ha già raccolto una così bella messe... Il profeta dice il vero: «Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo» (Sal 125,2)... Nessun profitto né onore terreno ci sembrerà superare la nostra speranza e questa gioia di sperare, ormai profondamente radicata nei nostri cuori: «La speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).


Venerdì della VI settimana del Tempo Ordinario







COMMENTO APPROFONDITO

Gesù convoca la folla insieme ai suoi discepoli, le sue parole sono per tutti, anche per gli indecisi, anche per chi gli s oppone. "Se qualcuno vuole venire dietro a me", e obbliga tutti a guardarsi dentro e a scoprire le carte, e decidere se davvero lo vogliamo seguire. Gesù scuote la nostra libertà come in uno scrutinio: quel "se" si impone alle nostre abitudini, si incunea dentro le nostre acquisizioni fatte di riti quotidiani, ripetuti stancamente. Lavoro, casa, svaghi, studio, la nostra esistenza segue un ritmo, un incedere, segue qualcosa, qualcuno, ma chi? Chi, che cosa ho deciso di seguire?

Forse è una questione che non ci siamo mai posti, abbiamo ricevuto una scelta fatta da altri, spalmando la vita su una fetta di mode e abitudini che ci garantiscono un galleggiare neanche male tra le onde dei giorni. Come una vita telecomandata illudendoci di esserne al timone. O abbiamo scelto di seguire Gesù, cercando di essere coerenti, e ci stanchiamo e ci sentiamo sconfitti. O forse no, siamo contenti di quel che abbiamo realizzato, lo attribuiamo al Signore, e siamo in pace.

Ma oggi il Signore ci convoca per aiutarci a scoprire la nostra vocazione autentica illuminando un'esperienza che facciamo sovente: la vergogna spesso ci domina e genera in noi la paura. E' l'esperienza primordiale, il frutto amaro del peccato originale, la solitudine espressa dalla vergogna. In una profonda e illuminante catechesi il Beato Giovanni Paolo II rilevava come in Principio "tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna. A questa pienezza di percezione «esteriore», espressa mediante la nudità fisica, corrisponde l'«interiore» pienezza della visione dell'uomo in Dio, cioè secondo la misura dell'«immagine di Dio»... La «nudità» significa il bene originario della visione divina.... L'originario significato della nudità corrisponde a quella semplicità e pienezza di visione, nella quale la comprensione del significato del corpo nasce quasi nel cuore stesso della loro comunità-comunione. La chiameremo «sponsale»" ( Giovanni Paolo II, catechesi sull'amore e sul corpo).

Il Vangelo di oggi, parlandoci della vergogna, ci rivela la natura più profonda della nostra vita, la sua fondamentale vocazione sponsale. Nelle parole di Gesù vi è, come in filigrana, la trama di un consenso matrimoniale. Seguire il Signore significa essere con Lui, in Lui, una sola carne, un solo spirito. Ma la vergogna che ci assale è la conseguenza della perdita dell'innocenza, della "pienezza di visione" di cui ci parlava Giovanni Paolo II, della decisione del cuore di non seguire Gesù ma piuttosto noi stessi. La vergogna svela le intenzioni autentiche del nostro cuore, che ci conducono a vivere in contrasto con la vocazione nella quale siamo stati creati. L'esperienza della vergogna procede infatti dalla rottura della relazione con Dio che conduce alla conseguente rottura con l'altro. La vergogna innalza le barriere che frapponiamo in ogni nostra relazione, a difesa del nostro "io", dei nostri pensieri, dei progetti, delle nostre cose. La vergogna esprime la paura che ci assale quando gli eventi ci chiamano a donarci, ad amare. La vergogna della nudità, debolezza, fragilità, impotenza che sperimentiamo quando appare nella nostra vita e sembra che tutto sia perduto. La vergogna, figlia della malizia originaria del peccato, muove i nostri goffi tentativi di trovare e salvare la vita, tutti irrimediabilmente destinati al fallimento. Le persone e le cose divengono oggetti di cui fruire e offrire a se stessi. Il mondo intero diventa territorio di conquista e la vita un'interminabile partita di Risiko. Che perdiamo. Sempre.

Per questo oggi il Signore ci guarda e ci scruta. Se davvero abbiamo deciso di seguirlo ciò significa innanzi tutto lasciarci amare da Lui. Prendere ogni giorno la propria croce, lasciare che il mondo e le sue concupiscenze siano crocifisse nella storia quotidiana, nei progetti infranti, nelle incomprensioni, nelle delusioni, nelle malattie, nelle sofferenze. Seguire Gesù significa dire no a noi stessi, rinnegare l'opera del demonio, i suoi inganni, lasciare che il Signore, passo dopo passo, apra di nuovo i nostri occhi, ci spogli dell'uomo vecchio per rivestire il nuovo, creato nella vera santità, l'appartenenza a Lui, l'intima unione, sponsale, con Lui. Il Nuovo Adamo che non prova vergogna, che, sulla Croce, nudo, spogliato delle sue vesti, ci ha sposato ridonandoci, nel suo obbrobrio, la dignità perduta. Rinnegare se stessi significa abbandonarci all'amorosa opera di Dio, che ci fa nudi, piccoli, innocenti, incapaci di vergognarsi della propria nudità, la stessa di Gesù in croce. Essere ogni giorno con Lui crocifissi, attirati dalla Sua Grazia sull'altare che ci consegna, senza difese, ad ogni uomo, anche ai nemici, a chi trama di toglierci la vita, l'onore, il denaro, il posto di lavoro, le nostre cose.

Nudi della Sua nudità, immagine dell'amore totale, sino alla fine. Il Signore viene oggi a liberarci dalla vergogna d'essere discepolo di un crocifisso, di seguire le Sue folli parole d'amore, dalla paura di morire per amore. E ci chiama a seguirlo nel cammino verso Gerusalemme, portando con Lui il Suo "obbrobrio", la Sua vergogna, la croce. La croce di oggi, che purifica i nostri occhi in un'innocente purezza capace di vedere Dio in ogni fatto, in ogni persona. Senza vergogna, con gioia, la gioia piena di chi vede il Signore, ogni giorno, vivo e potente nelle proprie debolezze.


Per approfondire



Cardinale Joseph Ratzinger [Papa Benedetto XVI]Meditationen zur Karwoche, 1969

« Mi segua »

I sacramenti della Chiesa sono, come pure la Chiesa stessa, i frutti del chicco di grano che muore (Gv 12,24). Per riceverli dobbiamo entrare nello stesso movimento da cui essi provengono. Questo movimento consiste nel perdere se stessi, altrimenti non ci si può trovare : « Chi vorrà salvare la propria vita la perderà ; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà ». Questa parola del Signore è la formula fondamentale di una vita cristiana. Credere, in definitiva, è dire di sì a questa santa avventura della « perdita di se stessi » ; nella sua quintessenza, la fede non è altro che il vero amore. Per cui la forma caratteristica della vita cristiana le viene dalla croce. L’apertura cristiana al mondo, tanto esaltata oggi, non può trovare il suo vero modello se non nel fianco aperto del Signore (Gv 19,34), espressione di quell’amore radicale, il solo capace di salvare.


San Francesco Saverio (1506-1552), missionario gesuita
Lettere ; 10 maggio 1546, 30 gennaio 1548

Un grande missionario pronto a perdere la propria vita

Nell'espormi a ogni sorta di pericoli di morte, ripongo tutta la mia fiducia e la mia speranza in Dio Nostro Signore, col desiderio di conformarmi, a seconda delle mie povere capacità, alla parola di Cristo, nostro Redentore e nostro Signore : « Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà ; ma chi perderà la propria vita per causa mia la salverà ». Benché il senso generale di questa parola del Signore sia facile da capire, tuttavia quando si esamina il proprio caso personale e ci si dispone a volere perdere la propria vita per Dio, allora i pericoli si presentano alla nostra immaginazione. Si presenta il fatto che si potrebbe perdere la vita... Tutto diviene così oscuro, che il latino [del testo biblico], pur chiarissimo in sè, viene anch'esso ad oscurarsi.

Infatti, secondo me, in tal caso, qualunque sia la propria scienza, ciascuno potrà capire soltanto se Dio Nostro Signore, nella sua infinita misericordia, si degna di spiegarglielo, nel suo caso particolare. Allora si riconosce la condizione della nostra carne, e quanto essa sia debole...

Tuttavia, in queste isole, le consolazioni spirituali abbondano ; perché tutti questi pericoli, queste sofferenze abbracciate volontariamente per il solo amore e il solo servizio di Dio Nostro Signore sono dei tesori e delle fonti inesauribili di grandi gioie spirituali. Non ricordo di essere stato altrove così largamente e continuamente consolato come lo sono qui.



La vergogna frutto del peccato. Catechismo

"Dio ha creato l'uomo a sua immagine e l'ha costituito nella sua amicizia. Creatura spirituale, l'uomo non può vivere questa amicizia che come libera sottomissione a Dio... L'uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio. In ciò è consistito il primo peccato dell'uomo. In seguito, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà. Con questo peccato, l'uomo ha preferito se stesso a Dio, e, perciò, ha disprezzato Dio: ha fatto la scelta di se stesso contro Dio, contro le esigenze della propria condizione di creatura e conseguentemente contro il suo proprio bene. Costituito in uno stato di santità, l'uomo era destinato ad essere pienamente « divinizzato » da Dio nella gloria. Sedotto dal diavolo, ha voluto diventare « come Dio » (Gn 3,5), ma « senza Dio e anteponendosi a Dio, non secondo Dio. La Scrittura mostra le conseguenze drammatiche di questa prima disobbedienza. Adamo ed Eva perdono immediatamente la grazia della santità originale. Hanno paura di quel Dio di cui si sono fatti una falsa immagine, quella cioè di un Dio geloso delle proprie prerogative. L'armonia nella quale essi erano posti, grazie alla giustizia originale, è distrutta; la padronanza delle facoltà spirituali dell'anima sul corpo è infranta; l'unione dell'uomo e della donna è sottoposta a tensioni; i loro rapporti saranno segnati dalla concupiscenza e dalla tendenza all'asservimento. Infine, la conseguenza esplicitamente annunziata nell'ipotesi della disobbedienza si realizzerà: l'uomo tornerà in polvere, quella polvere dalla quale è stato tratto. La morte entra nella storia dell'umanità.» ( Catechismo della Chiesa Cattolica, nn 396-400). 



La nudità e l'innocenza. Giovanni Paolo II

In Principio "tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna. A questa pienezza di percezione «esteriore», espressa mediante la nudità fisica, corrisponde l'«interiore» pienezza della visione dell'uomo in Dio, cioè secondo la misura dell'«immagine di Dio». Secondo questa misura, l'uomo «è» veramente nudo («erano nudi»: Gen 2,25), prima ancora di accorgersene (cf. Gen 3,7-10).... l'uomo e la donna vedono se stessi quasi attraverso il mistero della creazione; vedono se stessi in questo modo, prima di conoscere «di essere nudi». Questo reciproco vedersi, non è solo una partecipazione all'«esteriore» percezione del mondo, ma ha anche una dimensione interiore di partecipazione alla visione dello stesso Creatore - di quella visione di cui parla più volte il racconto del capitolo primo: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31). La «nudità» significa il bene originario della visione divina.... L'originario significato della nudità corrisponde a quella semplicità e pienezza di visione, nella quale la comprensione del significato del corpo nasce quasi nel cuore stesso della loro comunità-comunione. La chiameremo «sponsale». L'uomo e la donna in Genesi 2,23-25 emergono, al «principio» stesso appunto, con questa coscienza del significato del proprio corpo...." ( Giovanni Paolo II, catechesi sull'amore e sul corpo).