Il Cortile dei gentili nel tempio di Gerusalemme.


Il Cortile dei gentili nel tempio di Gerusalemme. Gianfranco Ravasi


Vorremmo innanzitutto spiegare il simbolo usato dal Papa, una locuzione non a tutti perspicua, anche se a molti è noto che il vocabolo "gentili" designa nel linguaggio ecclesiastico i non-ebrei, ossia i pagani che si erano accostati al cristianesimo: il termine deriva dal latino gens nel senso di nazionalità straniera in opposizione al populus Romanus (in ebraico erano i goj/gojim, presenti 561 volte nell'Antico Testamento; in greco èthnos/èthne, un vocabolo che risuona ben 162 volte nel Nuovo Testamento).
È risaputo quanto san Paolo si sia battuto per aprire a costoro le porte della nuova fede, senza costringerli a passare previamente attraverso la circoncisione e, quindi, l'ebraizzazione, come alcuni esponenti della comunità cristiana delle origini (i giudeo-cristiani) esigevano. Ma il "Cortile dei Gentili" quale realtà evoca?

Dobbiamo a questo proposito riferirci alla planimetria del tempio di Gerusalemme, soprattutto nella tipologia offerta dall'imponente edificio voluto dal re Erode a partire dall'anno 20 prima dell'era cristiana e distrutto nell'anno 70 dalle armate romane di Tito. Là, infatti, oltre alle aree riservate alle donne, agli israeliti, ai sacerdoti e al santuario propriamente detto, si apriva uno spazio al quale potevano accedere appunto i pagani in visita a Gerusalemme. Era, questo, il "Cortile dei Gentili", un'aulè in greco a cui forse fa cenno il libro dell'Apocalisse quando nella misurazione simbolica del tempio imposta a Giovanni si dichiara: "Il cortile (aulè) esterno del tempio lascialo da parte e non misurarlo perché è stato consegnato ai gentili (èthnè) che calpesteranno la città santa" (11, 2).
La prova concreta dell'esistenza di questo recinto speciale è in una lapide di 60 centimetri per 90 con un'iscrizione greca, scoperta nel 1871 dall'archeologo francese Charles Simon Clermont-Ganneau e ora conservata al Museo archeologico di Istanbul (un'altra targa simile, ma solo frammentaria, è stata rinvenuta nel 1953). In essa si legge un divieto analogo alle segnalazioni attuali con l'avviso di "pericolo di morte" o di "zona militare" invalicabile: "Nessuno straniero (alloghenès) penetri al di là della balaustra e della cinta che circonda l'area sacra (hieròn). Chi venisse sorpreso (in flagrante) sarà causa a se stesso della morte che ne seguirà".
Lo storico giudeo filoromano Giuseppe Flavio, testimone delle vicende della Terra Santa del primo secolo, nella sua opera Antichità giudaiche conferma questa testimonianza parlando di due cortili: il primo era quello dei gentili, separato dal secondo - quello degli ebrei - "da pochi gradini e da una balaustra di pietra ove c'era un'iscrizione che proibiva l'ingresso agli stranieri sotto pena di morte" (xv, 417). Nell'altro suo scritto più celebre, La guerra giudaica, lo stesso storico annotava: "Chi attraversava quell'area per raggiungere il secondo cortile lo trovava circondato da una balaustra di pietra, alta tre cubiti e finemente lavorata. Su di essa, a intervalli uguali, erano collocate lapidi che ricordavano le leggi di purità - per l'accesso al tempio - alcune in lingua greca, altre in latino, perché nessuno straniero entrasse nel luogo santo" (v, 193-194). È curioso notare che, a quanto si evince dal dettato del divieto, la pena capitale era automatica, senza regolare processo ma con una sorta di linciaggio affidato alla folla ebraica.
Qualcosa del genere è evocato in connessione col rischio corso da san Paolo proprio nel tempio di Gerusalemme: la massa dei fedeli tenta di ucciderlo perché sospettato di "aver introdotto greci nel tempio, profanando il luogo santo". Infatti, era stato visto poco prima in compagnia di un pagano, tale Trofimo di Efeso, attirando su di sé il sospetto di averlo condotto oltre il "Cortile dei Gentili", nell'area sacra off limits per i pagani (si legga il passo degli Atti degli Apostoli, 21, 27-32). Sarà, comunque, proprio l'apostolo a infliggere un duro colpo a questa concezione così aspramente "separatista" quando, scrivendo ai cristiani di Efeso, dichiarerà che Cristo è venuto ad "abbattere il muro di separazione che divideva" ebrei e gentili, "per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, riconciliando tutti e due in un solo corpo" (Efesini, 2, 14-16). Quel simbolo di apartheid e di separatezza sacrale che era il muro del "Cortile dei Gentili" è, quindi, cancellato da Cristo che desidera eliminare le barriere per un incontro nell'armonia tra i due popoli.

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