Chi vuole veramente guarire l’uomo,
deve vederlo nella sua interezza
e deve sapere che la sua definitiva guarigione
può essere solo l’amore di Dio.
Benedetto XVI
Mt 9, 1-8
In quel tempo, salito su una barca, Gesù passò all'altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portarono un paralitico steso su un letto.
Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati».
Allora alcuni scribi cominciarono a pensare: «Costui bestemmia». Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché mai pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa dunque è più facile, dire: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati: àlzati, disse allora al paralitico, prendi il tuo letto e và a casa tua».
Ed egli si alzò e andò a casa sua. A quella vista, la folla fu presa da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.
Il commento
"Perché pensiamo cose malvagie nel cuore"? Perché pensiamo che Gesù "bestemmi"? Perché portiamo dentro lo scandalo della sofferenza e non crediamo che Gesù abbia il potere di giungere alla radice del male ed estirparlo. Non crediamo al perdono, non immaginiamo neanche che esista. Sappiamo che Dio è buono, onnipotente, e nel Credo professiamo la fede nel perdono dei peccati. Ma che un Uomo, carne della nostra carne, con una semplice Parola, abbia il potere di sciogliere un altro uomo dalle catene del male e dei peccati, beh questo è impensabile, non lo abbiamo visto e non possiamo crederlo. E giudichiamo Gesù, pensando male di Lui.
Tutto questo accade molto concretamente quando, di fronte alla "paralisi", uomini come noi, gli apostoli della Chiesa corpo di Cristo, ci invitano a dare credito al Signore e a non intestardirci cercando soluzioni impossibili. Quando la Chiesa ci chiama alla fede, ad abbandonarci all'amore di Dio e a portare ai piedi di Gesù e aspettare che Lui operi la guarigione delle situazioni difficili, delle relazioni paralizzate, quello che in noi vi è di infermo.
"Pensiamo male di Gesù" soprattutto quando, di fronte alle persone e agli eventi "paralizzati", induriamo il cuore e non vogliamo pensare che alla radice di qualsiasi problema vi siano i peccati. Come nel Vangelo, la mormorazione e il giudizio scattano quando Gesù, invece di operare il miracolo che guarisca le situazioni, punta diritto i peccati. Quando la Chiesa ci depone ai piedi di Gesù perché ci perdoni e liberi il cuore perché possa amare e donarsi. No, ci ribelliamo a chi ci annuncia che vi è il peccato dietro la paralisi del dialogo e della comunione con il coniuge o le esplosioni continue dei figli che non siamo capaci di far ragionare e ci trascinano in altrettante esplosioni di ira.
Vi è una sola
paralisi: il peccato. Vorremmo capire i perché di tante atrocità, di tante
ingiustizie, ma rifiutiamo di accettare che esista una radice del male, il
pensiero unico che domina la nostra cultura non la prevede, mentre il peccato è accovacciato alla nostra
porta, insinuato nel nostro cuore. Da esso sgorgano tutti gli abomini. Adagiati
nel peccato pensiamo cose malvagie. Non riconoscerlo, guardarlo con supponenza,
sorvolarne la serietà e la drammaticità è dare del bestemmiatore a Gesù.
Significa essere nemici della sua Croce. Ignorare il peccato è ignorare Dio, il
suo potere, il suo amore. Restare appiattiti sulle sue conseguenze, cercando
come eluderle o sbianchettarle, dimenticando la Rivelazione che indica nel
peccato la radice di ogni male, anche quelli che chiamiamo malattie o disastri
naturali, conduce a pensare male di Dio, o a escluderlo dalla vita; non
possiamo accettare un Dio che sembra non agire contro le ingiustizie, e
preferiamo dimenticarlo, o cercare comunque e ad ogni costo un capro espiatorio
su cui riversare il dolore e il risentimento. Il giustizialismo e
l’indignazione di questi tempi nascondono negli armadi gli scheletri di una
società che ha legittimato l’omicidio più efferato, quello perpetrato sulle
creature più indifese.
Il cortocircuito demoniaco stringe come un cappio
mortale le nostre vite, cadute nell’illusione che si possa vincere il male con
un male più grande travestito da bene. Insieme con la cultura mondana, non crediamo che la paralisi indichi il disordine del
peccato, ma è piuttosto un incidente cui ribellarsi: agli occhi degli "scribi" quel
paralitico non è uno schiavo di cui avere misericordia, ma un’occasione di
scandalo di fronte alla quale reagire con la malvagità che colma i loro cuori.
E così, per loro, chiudersi alla misericordia diviene la bestemmia contro lo
Spirito Santo, il peccato che non potrà essere perdonato.
La Scrittura ci rivela che la morte è entrata nel mondo per
invidia del demonio e ne fanno esperienza quelli che gli appartengono. E il
male si spande. Anche sugli innocenti. Ma noi, che innocenti non siamo, ne
siamo schiavi, paralizzati, stesi sul letto della solita vita, dei soliti
peccati. Vi è un solo cammino per guarire: guardare in faccia la Verità,
lasciarci giudicare dalle Parole d’amore di Gesù. In Lui i peccati sono rimessi
e sperimentiamo la vera liberazione, perchè il mistero del male si svela nel
perdono. A Boezio che si chiedeva “Si Deus est, unde malum? et si non est, unde
bonum ?”, San Tommaso d’Aquino poteva rispondere capovolgendo i termini: “Si
malum est, Deus est”, perchè l’esistenza di Dio è affermata e argomentata
proprio a partire dalla realtà del male (Contra Gentiles, 1. III, c.71). Il
perdono ci fa accettare le conseguenze dei nostri peccati e, in esse, le
conseguenze dei peccati di ogni uomo. Da questa attitudine nasce l’umiltà e
spariscono i pensieri malvagi, i giudizi, la malizia. Sulla roccia della Verità
si infrangono le onde del male, e sorge un pensiero nuovo, di pazienza e
misericordia. Nella Verità si dischiude la porta della vita davanti ad ogni
peccatore, a ciascuno di noi: lasciarsi amare, riconciliare, perdonare.
Accettare d’essere peccatori, e gettarsi tra le braccia del Signore. Ai Suoi
piedi, piangendo e implorando. Aiutati e accompagnati dalla Chiesa. Nella
liturgia eucaristica, prima di accostarci alla comunione, ripetiamo con il
Celebrante: “Oh Signore, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua
Chiesa”. Come Gesù che è mosso dalla fede degli amici del paralitico a compiere
il miracolo del perdono riconsegnando forza e vigore alle membra paralizzate.
Per questo abbiamo bisogno della comunità, dei pastori e dei
fratelli, del Popolo santo che è capace, per amore del povero e del debole, di
scoperchiare i tetti e deporre i malati ai piedi di Gesù. Abbiamo bisogno della fede della Chiesa che apre per noi un
cammino distruggendo pareti e tetti che ci accerchiano e ci impediscono di
andare a Cristo, per
essere liberati e tornare a casa, nella storia di ogni giorno con il letto che
è la memoria dei nostri peccati e la consapevolezza della nostra debolezza. A
noi la memoria di quello che siamo, a Gesù l’amore e il perdono. Solo così
potremo vivere risanati, abbandonati alla sua fedeltà senza nulla presumere di
noi stessi, liberi nella "città di Gesù", dove unica legge è l'amore.
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