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Sabato della IV settimana di Quaresima




La preghiera: « non la mia, ma la tua volontà »
è veramente una preghiera del Figlio al Padre, nella quale l'umana volontà naturale
è stata tratta totalmente dentro l'Io del Figlio,
la cui essenza si esprime appunto nel "non io, ma tu"
nell'abbandono totale dell'Io al Tu di Dio Padre.
Questo "Io", però, ha accolto in sé 
l'opposizione dell'umanità e l'ha trasformata,
così che ora nell'obbedienza del Figlio 
siamo presenti tutti noi,
veniamo tutti tirati dentro la condizione di figli.

Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, II Volume


Gv 7, 40-53 

In quel tempo, all'udire le parole di Gesù, alcuni fra la gente dicevano: «Questi è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Questi è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice forse la Scrittura che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide?». E nacque dissenso tra la gente riguardo a lui. Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno gli mise le mani addosso. Le guardie tornarono quindi dai sommi sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato come parla quest'uomo!». Ma i farisei replicarono loro: «Forse vi siete lasciati ingannare anche voi? Forse gli ha creduto qualcuno fra i capi, o fra i farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!». Disse allora Nicodèmo, uno di loro, che era venuto precedentemente da Gesù: «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea». E tornarono ciascuno a casa sua.

IL COMMENTO




Nessuno ci ha parlato come Lui. Nessuno è giunto così, sino al più profondo del nostro cuore, sfiorando con dolcezza le nostre più aspre sofferenze. L'autorità dell'amore. Incondizionato e gratuito. Infinito. Proprio quello che aspettavamo, esattamente le parole che, da sempre, abbiamo desiderato ascoltare. E, nell'ascolto, la pace, la veridicità e la credibilità che risuonano da quanto Egli dice. E un Amen che sorge naturale: si, è la Verità, non può che essere così. Il Creatore e la creatura, Lui e noi, oggi, nella Sua Parola, siamo fatti l'uno per l'altro. E' la fede che viene dalla predicazione, le parole del Signore sulle labbra degli apostoli, e inizia il cammino, seguire le sue tracce, e un'esperienza che si fa giorno per giorno più forte, e cresce, e si fa adulta e diviene parola da annunciare sulle nostre labbra, parola autenticata dalla vita, testimonianza che fluisce naturalmente, da chi vive ormai nella Parola fatta carne. Gesù, il Messia che percorre le vie del mondo, oggi come ieri, segno di contraddizione tra i giudei suoi contemporanei come tra i colleghi e amici nostri contemporanei.

Gesù di Nazareth, un interrogativo che scuote e divide. Chi è costui? I libri di Benedetto XVI su Gesù di Nazaret sono basati su un'intuizione fondamentale, desunta dall'esegeta R. Schnakemburg: "Senza il radicamento in Dio la persona di Gesù rimane fuggevole, irreale ed inspiegabile". Per il Papa, senza la comunione con il Padre non si può comprendere nulla della figura di Gesù, ed Egli non può giungere alla nostra vita di oggi. La disputa sulla figura di Gesù che appare nel capitolo 7 del Vangelo di Giovanni si svolge infatti a partire dalla sua origine, contrapponendo il padre terreno al Padre celeste. Se Gesù è figlio di Giuseppe, non può essere Figlio di Dio. Se Gesù viene da Nazaret non può essere il Messia. L'interrogativo su Gesù è così l'interrogativo su suo Padre. Chi non conosce il Padre non può riconoscere Gesù come il Figlio da Lui inviato, il Messia atteso. La testimonianza della Scrittura prepara ma è necessaria la Grazia di un'intimità, la conoscenza del Padre per un dono celeste, una rivelazione gratuita che superi carne e sangue. Come sperimentò Pietro a Cesarea, per accogliere Gesù di Nazaret è necessario che il Padre riveli se stesso e apra gli occhi perchè riconoscano nei lineamenti del Figlio le sembianze di suo Padre. Ma che cosa significa questo? Che cosa mosse Pietro a  professare la fede che è divenuta la fede della Chiesa? 


Gesù è il volto umano di Dio, assomiglia come una goccia d'acqua a suo Padre. Tutte le cose del Padre sono sue, la voce, la parola, le sembianze, i moti del cuore, la compassione, lo zelo e la gelosia. Dio si è fatto carne in Gesù, ed è l'evento che scardina le certezze dei giudei. Chi ha una carne di uomo non può essere Dio. E' la bestemmia più grande, deve essere punita con la morte. E scardina anche le nostre certezze. In questa mia umanità così fragile, in me figlio di Paolo, di Vincenzo, di Giuseppe, non può apparire la vita divina, la santità e l'amore.

Da qui deriva il rifiuto delle "menti" del popolo, sempre d'una spanna più in alto, sapienti secondo la carne e incapaci d'essere semplici. Anche in noi si annidano gli inganni carnali del demonio, il freno tirato sulle apparenze di un povero figlio di falegname, in bottega sino ad ieri e oggi ad insegnare. Troppo semplice per chi ha ormai il cuore diviso. Lo scisma, la divisione di cui parla il Vangelo di oggi (scisma: divisione tra la folla...), i contrasti e la separazione sono a causa di Lui, di quella pretesa piombata nella vita dei giudei, un uomo, un amico, un conoscente che si dice Dio. Lo scisma che appare in noi, come nel popolo. La divisione, opera del diavolo che significa appunto il divisore, sorge dall'incapacità di penetrare il mistero di Gesù, la stessa incapacità di stupore di chi non ha mai sperimentato un amore che sorprende nella sua gratuità. Il mistero di Gesù è la sua intimità con il Padre, un amore abbandonato alla sua volontà al punto che ogni gesto, ogni parola, ogni sguardo non è altro che l'incarnazione visibile, percepibile e sperimentabile di quel Dio che nessuno ha mai visto. Solo chi ha dimestichezza con lo stringente bisogno di amore, può cogliere questo mistero. Solo la semplicità, la povertà di spirito, l'umiliazione dei giorni, la nudità e l'indigenza dell'anima possono intuire, e desiderare, l'amore capace di rispondere, curare, consolare, perdonare, saziare.

Il paradosso del rifiuto dei giudei si riassume nella maledizione che, secondo loro, pesa sul popolo che non conosce la Legge. Il Popolo che non sa leggere, che soffre, piange, pecca. La maledizione degli impuri, dei pubblicani, delle prostitute, dei ladri, dei pastori, di quanti vivono nell'ombra di morte. Tutti questi non conoscono la Legge, non hanno la forza per osservare i precetti della tradizione, per loro è già troppo il peso di ogni giorno. La storia li ha umiliati, e questo, agli occhi dei capi e degli intelligenti, dei religiosi e dei moralisti, è il segno inequivocabile della maledizione divina. Ma proprio per loro Dio si è fatto maledizione. Per loro Dio ha preso una carne perchè fosse appesa ad un legno, la croce da cui ciascuno di loro, disprezzato e rifiutato, potesse ricevere gratuitamente la benedizione.

Per questo è solo la semplicità del bisogno che può accogliere la luce dell'amore che illumina la Verità e fa semplici le cose. Pane al pane e vino al vino. Amore al peccatore e vita ad un morto. Libertà ad uno schiavo, felicità ad un infelice. La Buona Notizia predicata ai poveri. Il figlio di Giuseppe, il falegname venuto da Nazaret ha carne e sangue, occhi, orecchie e bocca, mani e piedi; attraverso di essi ha ascoltato, guardato, parlato, camminato e toccato e guarito. In Lui Dio ha amato di un amore concreto, quell'amore di Padre visibile nel Figlio è giunto ai poveri, ai maledetti. Sino all'estremo, al dono di quella carne e di quel sangue perchè ogni carne ed ogni sangue fossero attirati nello stesso amore che vince la morte. Gli orfani hanno incontrato il Padre, quel Figlio così umano, così prossimo e buono, misericordioso e compassionevole, ha aperto loro le porte della sua intimità; Gesù ha accolto ogni figlio senza padre, e nel suo amore concreto, che si fa pane da mangiare, in quell'esperienza unica, rivela, presenta, gli fa conoscere suo Padre, l'origine della sua vita. Rivelando se stesso, Gesù accompagna ogni uomo a scoprire anche la fonte della sua esistenza, la stessa del Figlio di Dio. In Lui ogni uomo può scoprire la sua origine, l'unica che coincida con l'aspirazione del suo cuore, con ogni fibra del suo essere, come due pezzi di un puzzle finalmente combacianti, trovati tra i mille provati e riprovati. 


Ecco, deve essere stata proprio questa l'ineffabile esperienza di Pietro a Cesarea; condotto da Gesù sino a quel momento della solenne professione di fede, attraverso la sua presenza, le parole annunciate, i miracoli compiuti, e la stessa ordinarietà della sua vita quotidiana, Pietro scopre in quel rabbì e amico, come in un lampo di luce tra la nebbia, la natura soprannaturale, la sua origine celeste. "Voi, chi dite che io sia?": la domanda su di Lui, in fondo, è anche il quesito circa la stessa identità degli apostoli, ed è un parlare come nessuno ha mai parlato, la domanda sfuggita mille volte e, in quell'istante, giunta finalmente come libertà e verità. Come nella trasfigurazione, Pietro riconosce il Padre nel volto del Figlio, ed è l'approdo, la pace, la rivelazione che illumina la sua vita. Proprio perchè ha conosciuto Gesù come uomo lo può riconoscere come Dio! Proprio perchè lo ha visto tante volte, ha mangiato con lui, ha conosciuto sua madre, sa di dove viene, proprio perchè è un galileo come lui, suo amico, una carne del tutto identica alla sua, Pietro comprende, per una Grazia del Cielo, che tutto ciò che riguarda Gesù riguarda anche lui. In quel mistero di luce, in quel biancore che "nessun lavandaio sulla terra avrebbe potuto conseguire", in quella nettezza e purezza che afferrava quella veste vista infinite volte sporca e poi lavata, Pietro riconosce che l'Onnipotente, il Nome impronunciabile, s'era davvero fatto carne in Gesù; come una veste comune irradia una luce unica. La straordinarietà si stagliava dall'ordinarietà: se Pietro non avesse conosciuto questa non avrebbe accolto l'altra. E così, proprio a partire dall'esperienza della natura, Pietro ha potuto accogliere la rivelazione del soprannaturale, in Gesù, come anche in lui. Il destino che attendeva il Maestro era lo stesso del discepolo, perchè provenienti dalla stessa origine, figli dello stesso Padre. Da questa esperienza, da questa professione, sorgerà poi in Pietro il combattimento, apparirà lo "scisma" nei suoi pensieri: aveva riconosciuto Dio nella carne, ma il suo pensiero non era ancora quello di Dio, lo contrastava e rifiutava la croce. Avrebbe dovuto camminare ancora dietro a Gesù, sino alle rive del Mare di Galilea, sino all'amore figlio del perdono, l'unico capace di accordare la rivelazione celeste con la vita nella carne. Sarà infatti il Figlio risorto dalla morte ad accogliere Pietro nel perdono del Padre, nelle viscere di misericordia che lo libereranno dalla paura e dai limiti carnali per inviarlo sul suo stesso cammino con destino la croce, la vita del figlio nel Figlio diletto nel quale il Padre si compiace.

Così anche il Vangelo di oggi è per noi la Buona Notizia di cui abbiamo bisogno. Se sperimentiamo oggi la stessa maledizione del Popolo, la stessa fatica di vivere che si fa ignoranza della Legge, se i comandamenti sono divenuti per noi un abito che non possiamo indossare, se siamo precipitati a terra e non riusciamo a risolvere nulla, se, come per Pietro, il cammino della croce ci appare assurdo, il Figlio di Giuseppe, Gesù che viene da Nazaret ci viene incontro, ci guarda, ci ama. In Lui possiamo oggi ritrovare ogni centimetro della nostra vita, ogni fallimento della nostra storia; in Lui è aperta per noi, gratuitamente, la porta alla sua intimità con il Padre, la nostra origine che ci illumina il destino identico a quello di Gesù, il mistero pasquale che trasfigura in un fascio di luce la nostra storia; in Lui oggi possiamo trovare pace, nella misericordia e nell'amore.

E' quanto si è compiuto nella notte del Gestemani. L'Abbà pronunciato da Gesù è oggi il nostro Abbà. L'impossibile si è fatto possibile grazie al suo cuore di uomo, alla sua volontà di uomo, alle sue labbra di uomo, alle sue parole di uomo. Il figlio di Giuseppe si compie nel Figlio di Dio, la volontà di Gesù si realizza nella volontà del Messia. In Lui la nostra volontà può convertirsi, tornare ad obbedire alla volontà divina perchè trova cuore, mente, bocca capaci di questo. "Nell'aderire alla volontà divina la volontà umana trova il suo compimento e non la sua distruzione. San Massimo il Confessore dice al proposito che la volontà umana, secondo la creazione, tende alla sinergia (alla cooperazione) con la volontà di Dio, ma a causa del peccato la sinergia si è trasformata in opposizione. L'uomo, la cui volontà si compie nell'aderire alla volontà di Dio, ora sente compromessa la sua libertà dalla volontà di Dio. Vede nel «sì» alla volontà di Dio non la possibilità di essere pienamente se stesso, ma la minaccia per la sua libertà, contro cui egli oppone resistenza. Il dramma del Monte degli ulivi consiste nel fatto che Gesù riporta la volontà naturale dell'uomo dall'opposizione alla sinergia e ristabilisce così l'uomo nella sua grandezza. Nell'umana volontà naturale di Gesù è, per così dire, presente in Gesù stesso tutta la resistenza della natura umana contro Dio. L'ostinazione di tutti noi, l'intera opposizione contro Dio è presente e Gesù, lottando, trascina la natura ricalcitrante in alto verso la sua vera essenzaChristoph Schönborn dice al proposito «che il passaggio dal contrasto tra le due volontà alla loro comunione avviene attraverso la croce dell'obbedienza. Nell'agonia del Getsemani si compie questo passaggio» (J. Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Volume II). Nella croce lo scisma è ricomposto, la divisione del cuore che dilania la nostra vita è ricomposta nell'unità che è obbedienza alla volontà di Dio. Il contrasto tra le due volontà è risolto nell'Abbà di Gesù, nell'intimità che, solcando la notte della morte, giunge alla luce della risurrezione. E' questo l'amore nel quale siamo attirati, che "trascina la natura recalcitrante" verso il Cielo dove, già oggi, come Gesù e con Gesù, tra le lacrime e l'angoscia del Gestemani, nella carne ferita e maledetta, sperimentare l'intima comunione con il Padre. Nella storia che ci è data oggi, nel Getsemani che oggi ci attende, proprio nell'agonia della nostra carne - la malattia, i tradimenti, la precarietà economica, la difficoltà ad accettare il nostro carattere o il nostro aspetto fisico, anche i nostri peccati - possiamo oggi ascoltare la sua Parola, quella che nessun uomo è capace di pronunciare, quell'Abbà che ci libera e ci fa figli nel Figlio. Nulla di noi, nulla della nostra carne, fosse anche il peccato più grande e radicato, può contro questa parola di Gesù. Accogliendola e facendola nostra, lasciandoci accogliere nella sua intimità, essa ha il potere di distruggere ogni impedimento e ricondurci nel posto che Lui ha preparato per noi: "Oggi sarai con me nel Paradiso!".

E' Lui la nostra Legge fatta carne, la possiamo "studiare" nella nostra stessa carne, la possiamo conoscere nell'esperienza del perdono. E scoprire che proprio dalla Galilea, la nostra terra pagana, è sorto il Messia che ha posto la sua tenda in mezzo a noi, incarnato per noi e per la nostra salvezza. E' la gioia del Suo amore capace di trasformare la maledizione degli uomini in benedizione divina, la divisione in comunione di intimità con il Padre.


Origene (circa 185-253), sacerdote e teologo
Peri Archôn, 2, 6, 2 : PG 11, 210-211


« Nessuno gli mise le mani addosso »

Riscontriamo in Cristo contemporaneamente i lineamenti umani comuni alla nostra debolezza di mortali, e i lineamenti divini propri soltanto di quella natura sovrana e ineffabile. Di fronte a ciò, l'intelligenza umana, troppo piccola, è presa da tale ammirazione da non sapere che dire e come orientarsi. Sa che Cristo è Dio, e tuttavia lo vede morire ; se poi lo considera un uomo, ecco che lo vede risorgere col suo bottino di vittoria dopo aver distrutto il regno della morte. La nostra contemplazione, meditando nello stesso Gesù la verità delle due nature, deve procedere con riverente timore, evitando sia di attribuire cose indegne o sconvenienti all'ineffabile essenza divina, sia di considerare gli avvenimenti storici come apparenze illusorie.

In verità spiegare tali cose a intelligenze umane e cercare di esprimere parole, è impresa superiore alle nostre forze e ai nostri meriti e supera l'intelligenza e la parola. Anzi, penso che superi le capacità degli stessi apostoli. Ancor più : la spiegazione di questo mistero trascende probabilmente tutto l'ordine delle potenze celesti.


Venerdì della IV settimana di Quaresima




 Perché l’uomo,
se si sente dentro dei limiti,
tutto dentro dei limiti, soffoca.
Mentre una azione,
anche la più piccola,
se è compiuta come coscienza e come amore del tutto,
come obbedienza nell’istante al grande disegno del tutto,
«soddisfa», satis facit. Compie.
Per poter vivere il valore,
il «ciò-per cui-val-la-pena»,
bisogna quindi avere una percezione acuta e viva del tutto.
Ma il senso del tutto è mistero.
Noi lo chiamiamo Dio,
ma l’essenza della parola Dio è assoluto mistero.

Luigi Giussani


Gv 7,1-2.10.25-30

In quel tempo, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più andare per la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo. Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, detta delle Capanne. Andati i suoi fratelli alla festa, vi andò anche lui; non apertamente però, di nascosto. Alcuni di Gerusalemme dicevano: “Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, e non gli dicono niente. Che forse i capi abbiano riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia”. Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: “Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure io non sono venuto da me e chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io però lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato”. Allora cercarono di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettergli le mani addosso, perché non era ancora giunta la sua ora.


IL COMMENTO

La festa delle Capanne era una festa importantissima, "la" festa. Ricordava l'Alleanza, e il tempo del deserto, le viscere nelle quali si è formato il popolo di Israele; il catecumenato dove ha imparato a conoscere Dio e a conoscere se stesso. "…tutti i cittadini d’Israele dimoreranno in capanne, perché i vostri discendenti sappiano che io ho fatto dimorare in capanne gli Israeliti, quando li ho condotti fuori dal paese d’Egitto" (Lv 23:41). Al tempo di Gesù era una festa con fortissime connotazioni messianiche, il tempo in cui “il mio popolo abiterà in una dimora di pace, in abitazioni tranquille, in luoghi securi” (Is 32:18). L'aria era pregna d'attesa. La schiavitù e l'asservimento a Roma erano divenuti impossibili da sopportare. Durante la settimana della festa il popolo si costruiva delle capanne e vi dimorava in ricordo dei quarant'anni nel deserto. E che deserto era il giogo romano. Il nostro deserto. Di oggi. Di ieri. Di domani. Le nostre attese.

La festa delle Capanne o dei Tabernacoli cadeva in settembre al culmine del raccolto; per facilitare la raccolta, si rimaneva nei campi per tutta la settimana invece di ritornare a casa, abitando nella capanne costruite per l’occasione. Accanto all'attesa Israele celebrava dunque anche il compimento, che si apriva di nuovo all'attesa della nuova stagione. Per il Popolo la speranza non è un chiudere gli occhi e sognare qualcosa di inaudito. Per Israele la speranza si radica nella propria esperienza ed il Messia porterà a compimento quanto Dio ha già mostrato di voler e poter compiere. Le capanne erano segno di una promessa che già iniziava a compiersi, il raccolto di un anno preludeva a quello del prossimo. La festa delle Capanne era la festa della fedeltà di Dio, la Luce che illumina il cammino, acqua che disseta e dà vita laddove non vi è, Alleanza gratuita che sigilla un'elezione irrevocabile, misericordia che sostiene i passi incerti. Tutto questo era la festa delle Capanne, con i suoi riti che, fondamentalmente, esprimevano la gioia. Era chiamata infatti anche festa della gioia. In essa brillava la misericordia. Seguiva la grande espiazione di Kippur, l'esperienza del perdono che rigenera la comunità nella comunione fondata sulla gratuità della misericordia.

Gesù giunge alla Festa di nascosto. Ed è un segno: Lui incarna il senso più profondo della Festa. La precarietà della capanna allude infatti alla sua carne, nella quale si cela la sua divinità. E' Figlio di Dio, ma lo è in una carne del tutto simile a quella dei suoi "fratelli". Gesù è lì per ridestare la memoria, perchè i giudei possano scendere al cuore di quello che stanno celebrando. Gesù è il compimento, ed è lì che si trova, alla Festa, nascosto tra la folla, perchè ogni uomo possa scoprire, al fondo di ciò che ogni giorno vive, il compimento della propria vita; Gesù è la realizzazione delle promesse fatte agli antichi Padri da cui è sorto Israele, ed è lì perchè ogni suo figlio possa scoprirlo e riconoscerlo. Gesù è la gioia, perchè in Lui la vita ha senso e compimento, con Lui si raccoglie senza che nulla vada perduto, senza che neanche un istante sia disperso.

Ma vi è lo scandalo dell'incarnazione. I giudei inciampano ancora una volta nella capanna, nella tenda visibile, arrestandosi sulla soglia del mistero che il segno contiene e indica, e invece di raccogliere con Cristo, disperdono le Grazie disseminate nella storia. San Giovanni descrive l’Incarnazione alludendo alla tenda: "E il Verbo si fece carne e costruì la sua “skēnē” (la sua tenda) in mezzo a noi". La tenda del Signore è la sua carne. Come la capanna issata nei giorni della mietitura e durante il cammino nel deserto, essa è il luogo dove incontrare il compimento di ogni promessa, la pienezza della vita. Ma non può essere di più di quello che è, non si può chiedere alla carne di più di quello che essa può dare. Pena lo scandalo, l'inciampo sui suoi limiti, sulle sue contraddizioni, sulla sua debolezza. La tenda della carne è il luogo dove riposarsi durante il raccolto e durante il cammino dell'esodo; la carne, il corpo, la storia, tutto ciò che nella vita è transitorio, costituisce il luogo dove riposarsi, dove riprendere le forze, dove sostare, perchè è come il tempio nel quale è deposto il seme della vita che non muore. Ma essa è segnata dalla precarietà, è un'orma sul cammino, un memoriale, non è l'origine, non è il sostegno, non è ciò che dà senso e gioia alla vita, esattamente come non lo era il Tempio di Gerusalemme dove, non a caso, il Signore si trova ad insegnare pronunciando le parole del vangelo di oggi. Attraverso le capanne il Popolo era aiutato a ricordare ciò che stava celebrando e a gioire per il dono ricevuto. Accendeva la gioia autentica perchè spingeva Israele a guardare al suo unico Dio, a ritornare al suo primo amore, a sperimentare la grazia del deserto dove è stato attirato perchè Dio potesse parlare al suo cuore. Le tende per ricordare la promessa ricevuta, per reinnescare la speranza, per accogliere il compimento: "Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell'amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore" (Os. 2,21-22).

La capanna è il luogo dove conoscere il Signore, dove fidanzarsi con Lui nell'amore e nella fedeltà. Ma il Signore non è solo la capanna-tenda. Fermarsi alla carne conduce ad uccidere la carne stessa, come fare del tempio l'assoluto dimenticando, nella vita reale, Colui per il quale esso è stato eretto. I Profeti hanno pronunciato parole durissime proprio contro una religione di facciata, che contempla le pietre del Tempio senza fissare il cuore sulla Pietra angolare: del tempio fatto dall'uomo non resterà pietra su pietra, mentre proprio quella scartata diverrà testata d'angolo. Perchè una relazione che si arresta alla carne si risolve, inevitabilmente, in un voler possedere l'altro, in una conoscenza parziale attraverso la quale imprigionare e gestire, per veder franare la stolta architettura senza fondamento di affetti sregolati e passionali. Gesù era, agli occhi dei giudei, troppo uomo. Troppo comprensibile ai loro occhi velati. No, non poteva essere il Messia. Il figlio di un falegname. No. Questa precarietà, questa fragilità... Il Messia invece, il Salvatore, porrà termine a tutta questa incertezza, alla dura precarietà della vita; finirà il tempo dell'attesa, smonteremo le capanne, metteremo radici e nulla più ci creerà problemi. E invece, nel bel mezzo di questa attesa che si fa speranza tutta carnale, ecce homo, ecco l'uomo. Come tutti. Debole, fragile e precario. Anche Lui in una capanna, la Sua vita come quella di ciascuno di noi, in una barca in mezzo alle onde. No. Nazaret, la Galilea, niente studi, niente lignaggio, neanche un sacerdote, un rabbino tra i parenti! Troppo umano, semplicemente uomo. No. Conosciamo fin troppo bene quest'uomo. Non è di Lui che abbiamo bisogno, ma di forza, intelligenza, programmazione e tanti bei miracoli a risolvere le nostre sofferenze e porre fine alla precarietà. Di un tempio come un distributore automatico di miracoli, ecco il Messia che tutti aspettiamo. E, nell'attesa, ci portiamo avanti il lavoro, aiutiamo Dio a fare il suo mestiere, secondo i nostri gusti e le nostre conoscenze, quelle apprese un giorno nel Giardino dinanzi all'albero della vita... Ci facciamo dio, idolatriamo la carne perchè essa idolatri noi, e il Tempio destinato a Dio è trasformato in un mausoleo al nostro io: così con il coniuge, con i figli, i colleghi, gli amici; così con noi stessi. Crediamo di conoscere da dove venga chi ci è accanto, e, certamente, nell'ambito della carne, lo sappiamo. Ma non sappiamo riconoscere nel prossimo le sembianze del Figlio di Dio, perchè stretti nella falsa certezza che non può incarnarsi in quella debolezza. Pensiamo che il Messia debba venire da chissà dove, dal miracolo di un'esistenza trasformata, e invece Egli bussa alla nostra porta attraverso la carne debole del marito, del figlio, di chi si avvicina a noi.

Invece la Buona Notizia è proprio la precarietà. Le capanne, un Servo che si fa ultimo, un Agnello che si fa macellare. Un Uomo che è Dio e rende divina ogni precarietà. Che fa della vita un prodigio, ogni lacrima, ogni angoscia, ogni dubbio ogni paura, ogni dolore, tutto assunto dal Dio fatto uomo, e trasfigurato e divinizzato. Lui, il Messia, nel nostro deserto a fare di questo nostro deserto quotidiano un Giardino. Il paradiso nel deserto, la vita nella morte. Il Messia, Gesù, non cambia nulla, neanche una virgola delle nostre esistenze. Le assume, oggi, come ieri come domani, le fa Sue, le rende divine, le ricolma di Vita e le fa sante. Per questo siamo chiamati a vivere nelle capanne, in una totale precarietà, con il Signore. Vivere il Cielo qui sulla terra. Sperimentare l'amore tra le difficoltà.

Nella capanna che è la nostra vita, un'unica certezza, il Suo amore. Così la relazione con il Signore è modello per ogni relazione tra le persone. Dimorare nella precarietà della capanna significa dimorare in Cristo, nel suo amore che si manifesta attraverso la debolezza della sua carne. Questo significa vivere ogni rapporto dimorando nella tenda della carne con gli occhi ed il cuore fissi a ciò che essa nasconde. Guardare in chiunque ci è vicino il Mistero Pasquale del Signore, intercettare il prodigio in corso d'opera che, nella precarietà della tenda, sta costruendo una dimora per l'eternità. Guardare un figlio con questi occhi! Una moglie, un marito, la fidanzata, l'amico, il fratello! Guardarlo come il Tempio che Dio ha voluto per sua dimora, il Santo dei Santi dove dispensare la Grazia del perdono. Guardare così, contemplando Dio nel suo Figlio, in quella persona che mi è accanto ora: come cambierebbero le parole, e gli sguardi e gli atteggiamenti... La bellezza della fidanzata, la simpatia dell'amico, la tenerezza dei figli, la fratellanza della comunità, sono i rami di Lulav agitati durante la Festa delle Capanne. Il lulàv è un ramo di palma (lulàv) a cui sono legati due rami di salice ('aravà) e tre di mirto (hadàs); a questi si aggiunge un cedro (etròg). La palma dà un frutto dolce, ma senza profumo; il salice non ha né sapore né profumo; il mirto ha profumo ma non sapore; il cedro ha sapore e profumo. Le quattro specie di vegetali del lulàv simboleggiano i quattro tipi di persone che hanno o non possiedono, sapienza e bontà. Alcune sono sapienti e generose, altre sapienti ma non generose, altre generose ma non sapienti, altre ancora né sapienti né generose. Il lulav è la carne che fa festa allo Spirito, alla vita divina che, come l'arca, come il roveto ardente, porta e manifesta. L'umanità è ciò che innesca l'amore, come i due occhi splendidi di una ragazza muovono il cuore all'innamoramento. Ma occorre entrare in quegli occhi e scoprirvi il Mistero che essi trasmettono. Dimorare nello sguardo dell'amata, nelle sue parole, nei suoi sorrisi, anche nei suoi difetti cercando e fissando il "più in là", l'altra riva che essi, spesso nascostamente, indicano. E' questa la conoscenza che si fa intimità, amore che si fa consegna, la vita autentica che, nella precarietà, si alimenta del compimento che è Cristo vittorioso sulla morte, il suo amore che supera ogni limite e ogni aspettativa.

LA FESTA DELLE CAPANNE



Origene (circa 185-253), sacerdote e teologo
Commento al vangelo di Giovanni, XIX, 12 ; PG 14, 548

« Nessuno riuscì a mettergli le mani addosso, perché non era ancora giunta la sua ora »

Cercare Gesù è per lo più in vista di un bene, poiché è come cercare il Verbo, la verità e la sapienza. Direte però che le parole « cercare Gesù » sono a volte pronunciate riguardo a coloro che gli vogliono del male. Per esempio : « Cercarono di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettergli le mani addosso, perché non era ancora giunta la sua ora »... Egli sa da chi si allontana e accanto a chi rimane, anche quando non si è lasciato trovare, affinché cercandolo, lo troviamo nel momento favorevole. L'Apostolo Paolo dice a coloro che non possiedono ancora Gesù e non l'hanno ancora contemplato: «Non dire nel tuo cuore: Chi salirà al cielo? Questo significa farne discendere Cristo; oppure: Chi discenderà nell'abisso? Questo significa far risalire Cristo dai morti. Che dice dunque la Scrittura? Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore» (Rm 10, 6-8).

Nel suo amore per gli uomini, quando il Signore dice: «Voi mi cercherete» (Gv 8,21), fa intravvedere le cose del Regno di Dio, affinché coloro che lo cercano non lo cerchino fuori da sè dicendo «Eccolo qui o: eccolo qua». Il Vangelo dice loro: «Il Regno di Dio è in mezzo a voi» (Lc 17,21). Finché teniamo il seme della verità deposto nella nostra anima, e i suoi comandamenti, il Verbo non si allontana da noi. Invece se il male si diffonde in noi per corromperci, ci dirà Gesù: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato» (Gv 8,21).


Giovedì della IV settimana di Quaresima


Signore, guardate voi il vostro dono in me;
perché io ne sono il ladro,
quando ne rubo a voi la gloria e l'attribuisco a me.

San Francesco


Gv 5,31-47

In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: “Se fossi io a render testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera; ma c’è un altro che mi rende testimonianza, e so che la testimonianza che egli mi rende è verace.
Voi avete inviato messaggeri da Giovanni ed egli ha reso testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché possiate salvarvi. Egli era una lampada che arde e risplende, e voi avete voluto solo per un momento rallegrarvi alla sua luce.
Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il Padre, che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me. Ma voi non avete mai udito la sua voce, né avete visto il suo volto, e non avete la sua parola che dimora in voi, perché non credete a colui che egli ha mandato.
Voi scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza. Ma voi non volete venire a me per avere la vita.
Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma io vi conosco e so che non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste. E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?
Non crediate che sia io ad accusarvi davanti al Padre; c’è già chi vi accusa, Mosè, nel quale avete riposto la vostra speranza. Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?”.

IL COMMENTO

Paura di non essere. E' impossibile sopportare d'essere senza identità, di scorrere sui giorni come i titoli di coda di un film che nessuno legge mai. Bisogna assolutamente escogitare qualcosa per essere protagonisti e conquistarsi un'identità. Come per un rapito, dobbiamo esibire una prova che siamo ancora vivi, altrimenti chi pagherà mai il riscatto per noi?

Ma tutto quello che ci agita per cercare di essere è pura vana-gloria. Come i giudei nel vangelo di oggi, prendiamo gloria gli uni dagli altri, cerchiamo testimoni a favore nel lungo processo al nostro vuoto. Ma si tratta di false testimonianze, tutte carnali. Certezze biologiche, che durano lo spazio d'un mattino. Un raffreddore, una contraddizione e tutto crolla, e allora violenza o depressione e angoscia e morte anticipata nell'alienazione quotidiana. Senza amore di Dio dentro, unica consistenza che dia valore alla vita, senza il Suo amore a testimoniare l'unicità di ciascuno di noi, tutto è vanità.

"Aveva ben ragione san Girolamo di paragonare la vanagloria all’ombra. Difatti l’ombra segue dovunque il corpo, ne misura persino i passi. Fugge questo, fugge anche lei; cammina a passo lento, anche lei a lui si uniforma; siede ed anche allora prende la stessa posizione. Lo stesso fa la vanagloria, segue dovunque la virtù. Invano cercherebbe il corpo fuggire la sua ombra, questa sempre e dovunque la segue e le va appresso" (Padre Pio da Petralcina, Ep.I, 398). La vanagloria è un'ombra di morte, il ripiegamento orgoglioso su se stessi che impedisce la fede. Spesso, di fronte ad eventi che ci scandalizzano, che ci mettono alla prova, ci scopriamo increduli. Forse non abbiamo mai pensato che proprio la vanagloria è l'antidoto più efficace alla fede. S. Bernardo infatti chiama la vanagloria "male sottile, segreto veleno, peste occulta, artefice d'inganni, madre dell'ipocrisia, dell'invidia, sorgente dei vizi, fomite di delitti, ruggine delle virtù, verme roditore della santità, accecamento dei cuori, che cambia i rimedi in malattie e fa della medicina una causa di languore" (Serm. VI. in Psalm).

"E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?". Non può credere chi cerca, dagli e negli altri, la gloria dagli uomini, il peso, il valore, la consistenza della propria esistenza. Grava su di lui la maledizione descritta dal profeta Geremia: "Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamerisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere" (Ger. 17, 5 ss). Due amici che fondano la propria relazione sulla vanagloria si ritroveranno con odio e invidia; così due sposi, o due fidanzati, se cercano nell'altro il proprio essere, non avranno che gelosia e rancore. Così sul lavoro, a scuola, nello sport e nello svago, anche nella Chiesa. Ogni relazione regolata dalla vanagloria è destinata a diventare "una terra di salsedine, dove nessuno può vivere". Soprattutto, chi pone la sua gloria nella carne "non vedrà il bene arrivare", non riconoscerà Gesù negli eventi e nelle persone, e quindi non potrà credere in Colui che lo ha inviato. Nelle situazioni difficili, nelle prove della vita, quando l'amico mostrerà la sua debolezza, quando lo sposo tradirà le attese, quando la fidanzata entrerà in crisi, quando la croce si farà presente, si fuggirà da essa nascondendosi nell'inganno della propria carne, delle sue passioni dei suoi desideri, per sperimentare così la morte. 

La vanagloria infatti, chiude la porta al Messia, all'inviato di Dio e alle sue opere di autentico amore, e la apre ai falsi profeti, a chi viene alla nostra vita "nel proprio nome": il marito, la moglie, il fidanzato, la fidanzata, i figli, gli amici, i fratelli. Li accogliamo come i salvatori della nostra povera vita, attribuiamo loro la gloria riservata a Dio, sperando di essere contraccambiati con la stessa gloria; ci nutriamo di cibo avariato che avvelena lentamente l'anima, il cuore e la mente. Schiacciati su un orizzonte puramente carnale idolatriamo le creature dimenticando il Creatore, annegati nella superbia, che ci fa dio senza esserlo: "La superbia, come la radice di tutti i peccati, è arroganza, che vuole soprattutto potere, apparenza, apparire agli occhi degli altri, essere qualcuno o qualcosa, non ha l’intenzione di piacere a Dio, ma di piacere a se stessi, di essere accettati dagli altri e – diciamo – venerati dagli altri. L’«io» al centro del mondo: si tratta del mio io superbo, che sa tutto. Se sono arrogante, se sono superbo, vorrei sempre piacere e se non ci riesco sono misero, sono infelice e devo sempre cercare questo piacere" (Benedetto XVI, Lectio divina con i parroci di Roma, 23 febbraio 2012).

Non basta scrutare le Scritture, non basta far parte di una comunità cristiana, non basta aver ascoltato mille volte le parole dei profeti. "Ma voi non avete mai udito la sua voce, né avete visto il suo volto, e non avete la sua parola che dimora in voi, perché non credete a colui che egli ha mandato". E' un problema di intimità: chi ha preso dimora in noi, che gloria cerchiamo perchè dia peso alla nostra vita? Desideriamo o meno andare a Cristo, lasciarci raggiungere dal suo amore, aprire il nostro cuore alla sua Gloria?

Solo la Gloria di Dio, la Shekinà che tutto avvolge e tutto ricrea, può strapparci da questo inganno profondo, da un'esistenza vana senza amore di Dio. La Gloria, il "kavod" in ebraico, cioè il "peso", il valore, la consistenza, l'identità è tutta in questo amore. Gesù non prende gloria dagli uomini, non v'è nulla di falso o vano nella sua vita. La testimonianza su di Lui, la prova dell'autenticità della sua esistenza e della sua missione non proviene dalla carne, ma dal Cielo e si manifesta in opere celesti. Quelle a cui siamo chiamati anche noi in Lui. E' Lui l'unica nostra Gloria, il valore della nostra vita. E' Gesù la nostra identità, noi portiamo il suo Nome. Il suo amore riversato in noi per mezzo dello Spirito Santo, che scaccia la paura e ci fa vivere da figli. "Avere in noi il suo amore", averlo accolto nel realismo libero di chi non presume di se stesso, che conosce la propria debolezza di fronte ad ogni situazione, l'incapacità di vivere le relazioni secondo la volontà di Dio: chi vive nella verità accoglie l'amore di Dio e, mosso da esso, può credere, abbandonare la propria vita nelle sue mani. Chi ha l'amore di Dio può morire ogni giorno per amore, non fugge, vede il bene della Vita anche nella Croce, nella debolezza della carne. Anzi, proprio laddove il mondo senza amore vede solo morte, il cristiano colmo dell'amore di Dio vede la vittoria di Cristo, crede contro ogni speranza; è l'amore che illumina la fede e apre l'intelligenza della mente e del cuore a riconoscere le "opere" di Gesù nella storia che siamo chiamati a vivere. L'amore di Dio effuso dallo Spirito Santo ci sintonizza sulla frequenza esatta della "voce e delle parole di Dio" che risuonano nella vita di ogni giorno, elimina i fruscii di sottofondo e le interferenze del demonio che ci inducono a dubitare. E' l'amore che ci fa umili perchè accolti per quello che realmente siamo, e così divenire liberi per accogliere il Signore senza condizioni: "L’umiltà è soprattutto verità, vivere nella verità, imparare la verità, imparare che la mia piccolezza è proprio la grandezza, perché così sono importante per il grande tessuto della storia di Dio con l’umanità. Proprio riconoscendo che io sono un pensiero di Dio, della costruzione del suo mondo, e sono insostituibile, proprio così, nella mia piccolezza, e solo in questo modo, sono grande... Questo è l’inizio dell’essere cristiano: è vivere la verità. E solo vivendo la verità, il realismo della mia vocazione per gli altri, con gli altri, nel corpo di Cristo, vivo bene. Accettare e imparare questo, e così imparare ad accettare la mia posizione nella Chiesa, il mio piccolo servizio come grande agli occhi di Dio. E proprio questa umiltà, questo realismo, rende liberi." (Benedetto XVI, Lectio divina con i parroci di Roma, 23 febbraio 2012).

L'amore di Dio apre lo sguardo sul Suo volto incarnato nelle nostre ore. Per giustificare la propria incredulità i giudei si appellano a Mosè, che aveva visto il volto di Dio, ma Gesù smaschera questa pretesa perchè, rifutando Lui, dimostrano di non avere l'amore capace di riconoscerlo. Anche noi possiamo riempirci la bocca della Parola di Dio, esibire lignaggi di partecipazione alla vita ecclesiale, ma senza amore, senza lo Spirito Santo che induce innanzi tutto a considerare gli altri superiori a sé e ad accogliere il Signore in ogni istante, tutta la religiosità si rivela per la vanità che la costituisce. L'amore di Dio scopre il velo su cui urta inesorabilmente la carne, e rivela il volto di suo Figlio in ogni nostro prossimo. Siamo chiamati ad accogliere Cristo in chi ci è accanto, a contemplare il Suo volto attraverso le Sue opere in lui, senza chiedere e dare gloria alla carne. Accogliere lo sposo come l'amico, la fidanzata come il figlio, non perchè viene a noi "nel proprio nome", quello che identifica l'uomo vecchio che si corrompe dietro alle passioni ingannatrici; ma perchè in ciascuno è posto il Nome nuovo di Colui che fa nuove tutte le cose, l'unico Nome nel quale vi è salvezza, su cui fondare ogni relazione, il Nome di Cristo. Per questo san Paolo scriveva ai Romani: "Fratelli, non dobbiamo compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di compiacere il prossimo nel bene, per edificarlo. Cristo infatti non cercò di piacere a se stesso. E il Dio della perseveranza e della consolazione di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio. Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo" (cfr. Rm 15). Accogliersi mutuamente per la Gloria di Dio, stendendo le braccia sulla Croce che la diversità dell'altro e la volontà di Dio preparano per me, come Cristo ha donato se stesso senza riserve. E' infatti sulla Croce che Egli ci ha accolti glorificando così il Padre! Accogliersi gli uni gli altri sulla Croce di ogni giorno, dimorando nell'amore di Dio che nel prossimo accoglie Cristo. "Io penso che le piccole umiliazioni, che giorno per giorno dobbiamo vivere, sono salubri, perché aiutano ognuno a riconoscere la propria verità ed essere così liberi da questa vanagloria che è contro la verità e non mi può rendere felice e buono" (Benedetto XVI, Lectio divina con i parroci di Roma, 23 febbraio 2012).

E' lo Spirito che testimonia, che dà la prova al nostro Spirito che siamo figli di Dio, oggi, nella vita reale e concreta che viviamo, nella Croce che ci accoglie, adottati nel Suo amore che ci fa lode della Sua gloria, coeredi della migliore eredità, la vita eterna nell'eterno amore. Gesù, la nostra Gloria, in ogni istante, fondamento di ogni relazione. Elisabetta della Trinità lo aveva compreso bene, giungendo a riconoscere la sua missione, il senso più profondo della sua vita, nell'essere "lode della sua Gloria". Tutta la vita come un inno di lode alla Gloria di Dio che risplendeva in lei. "Il mio Sposo mi ha fatto capire che è lì la mia vocazione in terra d’esilio, in attesa di cantare il Sanctus eterno nella Città dei santi". Al punto che Elisabetta si firmò addirittura in latino: "Laudem gloriae". Vi aveva visto un suo «nome nuovo», quello della pienezza. Un nome che implicava la missione di partecipare al Mistero Pasquale di Colui che fu la «grande lode di gloria al Padre», il «Cristo crocifisso per amore». Così Elisabetta si gettò con fede e amore nel «folto della croce». Accettò tutto con il sorriso e l’abbandono alla volontà di Dio, diventando veramente “lode di gloria della Trinità”, un'anima "che adora sempre e, per così dire, è tutta trasformata nella lode e nell'amore, nella passione della gloria del suo Dio".


"Laudem gloriae"
Elisabetta della Trinità



Una Lode di gloria è un’anima che dimora in Dio, che lo ama d’un amore puro e disinteressato, senza ricercare se stessa nella dolcezza di quest’amore, che lo ama al di sopra di tutti i suoi doni come se nulla avesse ricevuto, fino a desiderare il bene dell’oggetto così amato. Ora, come desiderare e volere effettivamente il bene di Dio, se non adempiendo la sua volontà? Quella volontà che ordina tutte le cose per la sua maggior gloria? L’anima di cui parlo deve perciò dedicarvisi pienamente e perdutamente, fino a non poter volere altro che ciò che vuole Dio.
Una Lode di gloria è un’anima di silenzio che si tiene come una lira sotto il tocco dello Spirito Santo per farne uscire delle armonie divine. Essa sa che la sofferenza è una corda che produce dei suoni più belli ancora ed ama farsene il suo strumento per commuovere più deliziosamente il cuore di Dio.
Una Lode di gloria è un’anima che fissa Dio nella fede e nella semplicità, è uno specchio che lo riflette in tutto ciò che Egli è, è come un abisso senza fondo in cui Egli può fluire ed espandersi. Ancora, è come un cristallo attraverso il quale Egli può riflettere e contemplare tutte le sue perfezioni e il suo proprio splendore. Un’anima che permette così all’Essere divino di appagare in lei il suo bisogno di comunicare tutto ciò che è, tutto ciò che ha, è in realtà la Lode di gloria di tutti i suoi doni.
Infine, una Lode di gloria è sempre occupata nel rendimento di grazie. Ognuno dei suoi atti, dei suoi movimenti, ogni suo pensiero e aspirazione, nel tempo stesso che la radicano più profondamente nell’amore, sono come un’ecco del Sanctuseterno. Nel cielo della gloria dei Beati non cessano mai giorno e notte di ripetere: «Santo, Santo, Santo il Signore onnipotente, e si prostrano e adorano Colui che vive nei secoli dei secoli» (Ap 4,8). Nel cielo della sua anima, la Lode di gloria comincia già il suo ufficio dell’eternità. Il suo cantico è ininterrotto perché essa è sotto l’azione dello Spirito Santo che opera tutto in lei. Sebbene non ne abbia sempre coscienza perché la debolezza della natura non le permette di essere fissa in Dio senza distrazioni, canta sempre, adora sempre, è come passata tutta, per così dire, nella lode e nell’amore, nella passione della gloria del suo Dio.
Siamo anche noi, nel cielo della nostra anima, Lodi di gloria della SS.ma Trinità, lodi d’amore della nostra Madre Immacolata. Un giorno il velo cadrà, saremo introdotti nei vestiboli eterni e lassù canteremo nel seno dell’amore infinito. Dio ci darà allora «il nome nuovo promesso ai vincitori» (Ap 2,17). Quale sarà? Laudem gloriæ.


Benedetto XVI. Vanagloria e umiltà.
Lectio divina all'Incontro con il clero di Roma, Aula Paolo VI, Giovedì 23 febbraio 2012

«Con ogni umiltà» (Ef 4,2). Vorrei soffermarmi un po’ di più su questa perché è una virtù che nel catalogo delle virtù precristiane non appare; è una virtù nuova, la virtù della sequela di Cristo. Pensiamo alla Lettera ai Filippesi, al capitolo due: Cristo, essendo uguale a Dio, si è umiliato, accettando forma di servo e obbedendo fino alla croce (cfr Fil 2,6-8). Questo è il cammino dell’umiltà del Figlio che noi dobbiamo imitare. Seguire Cristo vuol dire entrare in questo cammino dell’umiltà. Il testo greco dice tapeinophrosyne (cfr Ef 4,2): non pensare in grande di se stessi, avere la misura giusta. Umiltà. Il contrario dell’umiltà è la superbia, come la radice di tutti i peccati. La superbia che è arroganza, che vuole soprattutto potere, apparenza, apparire agli occhi degli altri, essere qualcuno o qualcosa, non ha l’intenzione di piacere a Dio, ma di piacere a se stessi, di essere accettati dagli altri e – diciamo – venerati dagli altri. L’«io» al centro del mondo: si tratta del mio io superbo, che sa tutto. Essere cristiano vuol dire superare questa tentazione originaria, che è anche il nucleo del peccato originale: essere come Dio, ma senza Dio; essere cristiano è essere vero, sincero, realista. L’umiltà è soprattutto verità, vivere nella verità, imparare la verità, imparare che la mia piccolezza è proprio la grandezza, perché così sono importante per il grande tessuto della storia di Dio con l’umanità. Proprio riconoscendo che io sono un pensiero di Dio, della costruzione del suo mondo, e sono insostituibile, proprio così, nella mia piccolezza, e solo in questo modo, sono grande. Questo è l’inizio dell’essere cristiano: è vivere la verità. E solo vivendo la verità, il realismo della mia vocazione per gli altri, con gli altri, nel corpo di Cristo, vivo bene. Vivere contro la verità è sempre vivere male. Viviamo la verità! Impariamo questo realismo: non voler apparire, ma voler piacere a Dio e fare quanto Dio ha pensato di me e per me, e così accettare anche l’altro. L’accettare l’altro, che forse è più grande di me, suppone proprio questo realismo e l’amore della verità; suppone accettare me stesso come «pensiero di Dio», così come sono, nei miei limiti e, in questo modo, nella mia grandezza. Accettare me stesso e accettare l’altro vanno insieme: solo accettando me stesso nel grande tessuto divino posso accettare anche gli altri, che formano con me la grande sinfonia della Chiesa e della creazione. Io penso che le piccole umiliazioni, che giorno per giorno dobbiamo vivere, sono salubri, perché aiutano ognuno a riconoscere la propria verità ed essere così liberi da questa vanagloria che è contro la verità e non mi può rendere felice e buono. Accettare e imparare questo, e così imparare ad accettare la mia posizione nella Chiesa, il mio piccolo servizio come grande agli occhi di Dio. E proprio questa umiltà, questo realismo, rende liberi. Se sono arrogante, se sono superbo, vorrei sempre piacere e se non ci riesco sono misero, sono infelice e devo sempre cercare questo piacere. Quando invece sono umile ho la libertà anche di essere in contrasto con un’opinione prevalente, con pensieri di altri, perché l’umiltà mi dà la capacità, la libertà della verità. E così, direi, preghiamo il Signore perché ci aiuti, ci aiuti ad essere realmente costruttori della comunità della Chiesa; che cresca, che noi stessi cresciamo nella grande visione di Dio, del «noi», e siamo membra del Corpo di Cristo, appartenente così, in unità, al Figlio di Dio.
 

Concilio Vaticano II. Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione (Dei Verbum), § 14-16 - Copyright © Libreria Editrice Vaticana

" Voi scrutate le Scritture... ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza"

Iddio, progettando e preparando nella sollecitudine del suo grande amore la salvezza del genere umano, si scelse con singolare disegno un popolo al quale affidare le promesse... L'economia della salvezza preannunziata, narrata e spiegata dai sacri autori, si trova in qualità di vera parola di Dio nei libri del Vecchio Testamento; perciò questi libri divinamente ispirati conservano valore perenne: « Quanto fu scritto, lo è stato per nostro ammaestramento, affinché mediante quella pazienza e quel conforto che vengono dalle Scritture possiamo ottenere la speranza » (Rm 15,4).
L'economia del Vecchio Testamento era soprattutto ordinata a preparare, ad annunziare profeticamente e a significare con diverse figure l'avvento di Cristo redentore dell'universo e del regno messianico. I libri poi del Vecchio Testamento, tenuto conto della condizione del genere umano prima dei tempi della salvezza instaurata da Cristo, manifestano a tutti chi è Dio e chi è l'uomo e il modo con cui Dio giusto e misericordioso agisce con gli uomini. Questi libri, sebbene contengano cose imperfette e caduche, dimostrano tuttavia una vera pedagogia divina Quindi i cristiani devono ricevere con devozione questi libri: in essi si esprime un vivo senso di Dio; in essi sono racchiusi sublimi insegnamenti su Dio, una sapienza salutare per la vita dell'uomo e mirabili tesori di preghiere; in essi infine è nascosto il mistero della nostra salvezza.
Dio dunque, il quale ha ispirato i libri dell'uno e dell'altro Testamento e ne è l'autore, ha sapientemente disposto che il Nuovo fosse nascosto nel Vecchio e il Vecchio fosse svelato nel Nuovo. Poiché, anche se Cristo ha fondato la Nuova Alleanza nel sangue suo, tuttavia i libri del Vecchio Testamento, integralmente assunti nella predicazione evangelica, acquistano e manifestano il loro pieno significato nel Nuovo Testamento, che essi a loro volta illuminano e spiegano.




Mercoledì della IV settimana di Quaresima



Mistero dei misteri,
che introduce dentro i misteri,
Lui ha messo in mano nostra 
la sua speranza eterna e noi, peccatori 
non metteremo la nostra debole speranza nelle
sue eterne mani?

C. Peguy




Gv 5,17-30 


In quel tempo, Gesù rispose ai Giudei: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero”. Proprio per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio. 
Gesù riprese a parlare e disse: “In verità, in verità vi dico, il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati. 
Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole; il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato. 
In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. 
In verità, in verità vi dico: è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno. Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso; e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. 
Non vi meravigliate di questo, poiché verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene, per una risurrezione di vita e quanti fecero il male, per una risurrezione di condanna. Io non posso far nulla da me stesso; giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato”.


IL COMMENTO


Come possono i morti ascoltare? Solo se vi è una voce capace di penetrare la pietra di un sepolcro e una parola così potente da raggiungere chi vi giace privo di vita ridestandolo all'esistenza. Il Vangelo di oggi, rivelandoci che esiste questa Parola, ci mostra qualcosa di stupefacente: "Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati". Voi ne resterete stupiti. Ci si stupisce per un fatto imprevisto, che supera la stessa immaginazione. E lo stupore si trasforma in meraviglia quando l'evento mi riguarda direttamente e mi coinvolge rispondendo alla speranza, forse confusa, che giace nel fondo del cuore. Gesù aveva appena guarito un paralitico, ma nei farisei questo evento straordinario aveva suscitato uno stupore indignato; l'inossidabilità delle loro certezze aveva ossidato la speranza, la ruggine dell'autosufficienza aveva indurito il cuore facendo dimenticare la promessa che la sosteneva. Così il miracolo, invece di generare lo stupore meravigliato aveva innescato il rifiuto, gestato nel legalismo moralista in nome del quale "cominciarono a perseguitare Gesù". Con questo miracolo inizia il processo a Gesù, la verità e l'amore sottoposti a giudizio.


E' di scena il dramma che definisce la vita di ogni uomo, di ogni società e di ogni cultura. La via alla salvezza, alla felicità piena che essa dischiude, passa per la porta stretta dello stupore. La può attraversare solo un bambino. Un povero, uno che gli eventi della storia ha umiliato, "abbassato": "Tutto quel che c’è di piccolo è tutto quel che c’è di più bello e di più grande. Tutto quel che c’è di nuovo è tutto quel che c’è di più bello e di più grande. Ha una forza, una novità, una freschezza come l'alba. Una giovinezza, uno slancio, un'ingenuità, una nascita che non si trova mai più. C'è in quello che comincia una fonte, una razza che non ritorna. Una partenza, un'infanzia che non si ritrova mai più. Ora la piccola speranza è colei che sempre comincia. Quella nascita, quell'infanzia perpetua" (C. Peguy, Il Portico del mistero di S. Giovanna D'Arco). Il paralitico guarito è immagine di questo inizio, di questa infanzia capace di stupore; non ha fatto nulla, la sua speranza ha incontrato, per Grazia, Colui che l'ha trasformata in desiderio prima ed in compimento poi.


Il paralitico ha cominciato a camminare, la "piccola speranza" ha iniziato a deporre i suoi passi sul selciato di una vita nuova; la guarigione è stata "quella nascita, quell'infanzia perpetua" che definisce il destino di ogni uomo: la vita eterna, il gaudio senza fine. E' questa l'opera più grande che genera la meraviglia: i morti possono ascoltare una voce e risorgere! Secondo l'antropologia ebraica la morte non è considerata una separazione del corpo dall'anima. "Un vivente è un'anima (nefesh) vivente, un morto è un'anima (nefesh) morta. La morte non è un annientamento: finchè sussiste il corpo, finchè restano almeno le ossa, l'anima sussiste, in uno stato di estrema debolezza, come un'ombra nella dimora sotterranea dello Sheol" (R. De Vaux, Le Istituzioni dell'Antico Testamento).


Ma quel giorno, sul bordo della piscina, Gesù ha annunciato l'imprevedibile: è giunto il momento, il kairos, il tempo favorevole, ed è questo, questo in cui ha guarito il paralitico che giaceva, come un'ombra, sul bordo della piscina; quell'uomo era lì, tutti lo vedevano, ma per tutti non era che un'ombra, nessuno si era preoccupato di aiutarlo nel momento favorevole per guarire, quando le acque si agitavano. Ed ora il momento s'era fatto carne in quell'uomo, e voce da udire, e parola da credere. Il momento favorevole era venuto a lui dischiudendogli un momento eterno di salvezza. L'esperienza fatta dal paralitico è dunque il compimento profetico di quanto Gesù annuncia nel Vangelo di oggi: è giunto il momento, ed è questo, in cui i morti, le ombre che giacciono nello Sheol, "udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno". La vita di Dio distrugge le porte della tomba e dona vita alle ombre. Dietro la lapide di una tomba non vi è solamente un corpo destinato alla putrefazione, ma un'anima, un uomo che attende una Parola. "Noi tutti esistiamo perché egli ci ama, perché egli ci ha pensati e ci ha chiamati alla vita. Esistiamo nei pensieri e nell’amore di Dio. Esistiamo in tutta la nostra realtà. La nostra serenità, la nostra speranza, la nostra pace si fondano proprio su questo: in Dio, nel Suo pensiero e nel Suo amore, non sopravvive soltanto un’«ombra» di noi stessi, ma in Lui, nel suo amore creatore, noi siamo custoditi e introdotti con tutta la nostra vita, con tutto il nostro essere nell’eternità. E' il suo Amore che vince la morte e ci dona l’eternità... Dio conosce ed ama tutto l’uomo, ciò che noi siamo. E Dio accoglie nella Sua eternità ciò che ora, nella nostra vita, fatta di sofferenza e amore, di speranza, di gioia e di tristezza, cresce e diviene. Tutto l’uomo, tutta la sua vita viene presa da Dio ed in Lui purificata riceve l’eternità. Il Cristianesimo non annuncia solo una qualche salvezza dell’anima in un impreciso al di là, nel quale tutto ciò che in questo mondo ci è stato prezioso e caro verrebbe cancellato, ma promette la vita eterna, «la vita del mondo che verrà»: niente di ciò che ci è prezioso e caro andrà in rovina, ma troverà pienezza in Dio." (Benedetto XVI, Omelia nella Solennità dell'Assunzione della Vergine Maria, 15 agosto 2010).


Dio è sceso sino al limite della nostra flebile speranza, laddove essa è bambina, indifesa. Dio è sceso perchè essa scocchi come un nuovo inizio, una forza, una novità, una freschezza come l'alba, il mattino fragrante della resurrezione. Dio è sceso con suo Figlio. Tutto dell'uno è riversato nell'altro, la stessa vita fluisce e giunge laddove regna la morte. L'amore infinito del Padre e del Figlio si è fatto Parola che salva. L'amore si è fatto ascoltare da chi giace nell'ombra perchè possa credere e passare dalla morte alla vita. E' l'esodo dell'amore che passa dal Cielo alla tomba per far passare dalla tomba al Cielo ogni uomo. E' questo il giudizio di misericordia che appare oggi nel Vangelo. Il potere di dare la vita è il potere di giudicare, di "mettere in crisi", secondo l'etimologia greca di giudicare, la morte. Gesù, con il Padre e per conto del Padre, ha giudicato la morte, condannandola a restituire quelli che aveva imprigionato. E' il giudizio che la Parola di Dio opera sempre, risuscitando i piccoli, guarendo i paralitici, ridonando amore a chi lo ha smarrito. 


Non vi è luogo dove il Signore ricusi di scendere per far risuonare la sua voce. E' questa la certezza che muove la Chiesa sino agli estremi confini della terra, che non sono solo un luogo geografico. La Chiesa è inviata agli estremi confini dello Sheol, a predicare e annunciare la Parola capace di risuscitare i morti. Gesù è disceso agli inferi, la Chiesa suo Corpo discende agli inferi di questa e di ogni generazione. Vi scende nei suoi apostoli, in ciascuno di noi. Per questo la Chiesa non si arresta sulla soglia dei sepolcri, mai. Non dispera di fronte alle situazioni più difficili, non giudica nulla e nessuno senza speranza. Giudica tutto e tutti con il giudizio di Dio, giudizio di misericordia, perchè, in Cristo, ha la vita in se stessa. Con la vita più forte della morte, la Chiesa può scendere nello Sheol di un matrimonio in crisi, di un rapporto tra genitori e figli deteriorato, di una vita bruciata dalla droga e dall'alcool; la Chiesa ha il potere di giudicare con viscere di misericordia e ridare vita a una donna chiusa nella tomba dell'egoismo e incapace di accettare e accogliere un altro figlio; nel cuore avviato alla corruzione di chi non riesce e non vuole perdonare. La Chiesa ha la vita di Cristo suo Sposo, ha la sua Parola con il potere di ricreare e condurre a perfezione le ombre nelle quali sono polverizzate le vite schiave dei peccati. La Chiesa può mettere in crisi certezze moralistiche, legalistiche, sempre in cerca di capri espiatori su cui rovesciare le responsabilità di ogni male. La Chiesa ha imparato dal suo Signore a non far nulla da se stessa; non si avvita su superbe alchimie psicologiche, su poveri e limitati ricorsi umani. La Chiesa fa quello che vede fare al suo Sposo, imitatore perfetto del Padre. La Chiesa non cerca volontà umane di successo, desidera solo il compimento della volontà di Dio. Così può adempiere la sua missione, far risuonare la voce di Cristo nell'inferno del mondo. Così ciascuno di noi, padri, madri, presbiteri, educatori, fratelli: in Cristo e colmi della sua stessa vita, abbandonati alla volontà del Padre, siamo chiamati a scendere nello Sheol di chi ci è accanto per annunciarvi la Buona Notizia. Un padre scende nell'inferno del figlio, sempre. Per farvi risuonare la voce di Cristo, e non la propria. Così, ogni istante può divenire un momento di salvezza, anche quando sembra impossibile, perchè Gesù, con il Padre e nei suoi apostoli, opera sempre.  


Vi è solo un pericolo, il rischio della libertà. Come i farisei, possiamo oggi ascoltare la voce che ci chiama fuori dal sepolcro e restare invece aggrappati all'ombra che riteniamo essere l'unica verità. Possiamo custodire gelosamente la menzogna che ci impedisce di vedere Dio nel Figlio che ci parla. Possiamo chiuderci alla Grazia e continuare a vivere come ombre la nostra storia, imprigionati nel sepolcro, preferendo il sabato al Signore del sabato, l'opera umana all'opera divina. Non credere a Gesù, all'impossibile di un Dio che si fa carne debole come la mia, condannare il Signore perchè si fa Dio nella nostra storia per salvarci, mentre in noi non c'è posto che per un solo dio, il nostro io... E' questo il male che può condurci alla risurrezione di condanna, indurire il cuore e non ascoltare la voce di Cristo, impedendo il suo giudizio di misericordia che cancella ogni peccato. "Non ti è detto: sforzati di cercare la via per giungere alla verità e alla vita; non ti è stato detto questo. Pigro, alzati! La via stessa è venuta a te e ti ha scosso dal sonno; e se è riuscita a scuoterti, alzati e cammina!" (S. Agostino). Sarebbe davvero il peccato più grande non "approffittare" dell'offerta che oggi Gesù fa a ciascuno di noi: Il Padre ha rimesso al Figlio ogni giudizio, il documento che ci condannava Lui lo ha inchiodato alla Croce, non ci resta che accogliere, come bambini, la sua misericordia. "Ecco ora il momento favorevole, lasciatevi riconciliare con Dio". Perchè ogni uomo veda il Figlio vivo e all'opera nei suoi apostoli, e possa onorare Lui e il Padre, riconoscere e accogliere la verità, ed essere così salvato dagli inferi.



Benché lo sembrassi, non fui rigettato
né perii; eppure lo pensarono a Mio riguardo!
L’Ade Mi vide e fu prostrato;
la morte Mi vomitò fuori e con Me molti.
Aceto e fiele fui Io per essa
e con essa discesi giù per quant’essa era profonda.
Piedi e capo la morte lasciò cadere,
ché il mio volto sopportar non fu capace.

Tra i suoi morti un’assemblea di vivi ho formato (1 Pt 3:19; 4:6);
ho parlato con loro con labbra vive,
perché vana non fosse la parola Mia.
I morti corsero verso di Me;
gridavano: «Pietà di noi, Figlio di Dio!
Trattaci secondo la Tua misericordia
e liberaci dalle catene dell’oscurità.
Apri davanti a noi la porta
per la quale usciamo Teco.
Scorgiamo, difatti, che la nostra morte Te non tocca.
Deh, Teco noi pure fossimo salvi,
ché il nostro Salvatore Tu sei!».

La loro voce intesa
a cuore Mi presi la loro fede.
Sul loro capo posi il Mio nome,
poiché liberi figli Miei essi sono e a Me appartengono.
Alleluia.

Odi di Salomone. n. 42





Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorsi sul vangelo di Giovanni, 49, 1-3 ; CCL 36, 419-421


« Gesù grido a gran voce : Lazzaro, vieni fuori ! » (Gv 11,43)


Fra tutti i miracoli compiuti da nostro Signore Gesù Cristo, quello della risurrezione di Lazzaro è forse il più strepitoso. Ma se consideriamo chi è colui che lo ha compiuto, la nostra gioia dovrà essere ancora più grande della meraviglia. Risuscitò un uomo colui che fece l'uomo; egli infatti è l'Unigenito del Padre, per mezzo del quale, come sapete, furon fatte tutte le cose (Gv 1,3). Ora, se per mezzo di lui furon fatte le cose, fa meraviglia che per mezzo di lui sia risuscitato uno, quando ogni giorno tanti nascono per mezzo di lui? ...


Tu hai udito che il Signore Gesù risuscitò un morto: ciò ti basti per convincerti che, se avesse voluto , avrebbe potuto risuscitare tutti i morti. Del resto si è riservato di far questo alla fine del mondo; poiché « verrà l'ora in cui tutti quelli che sono nei sepolcri, udranno la sua voce e ne usciranno »; così dice colui che, come avete sentito, con un grande miracolo risuscitò uno che era morto da quattro giorni. Egli risuscitò un morto in decomposizione; ma benché in tale stato, quel cadavere conservava ancora la forma delle membra. Nell'ultimo giorno, ad un cenno, ricostituirà il corpo dalle ceneri. Ma bisognava che intanto compisse alcune cose, che a noi servissero come segni della sua potenza per credere in lui, e prepararci a quella risurrezione che sarà per la vita, non per il giudizio. E' in questo senso che egli ha detto: « Verrà l'ora in cui tutti quelli che sono nei sepolcri, udranno la sua voce e ne usciranno, quelli che hanno agito bene per la risurrezione della vita, quelli che hanno agito male per la risurrezione del giudizio » (Gv 5, 28-29)...


Se però rivolgiamo la nostra attenzione ad opere di Cristo più meravigliose di questa ci rendiamo conto che ogni uomo che crede risorge; se poi riuscissimo a comprendere l'altro genere di morte molto più detestabile, (quello cioè spirituale), vedremmo come ognuno che pecca muore. Se non che tutti temono la morte del corpo, pochi quella dell'anima... Oh, se riuscissimo a spingere gli uomini, e noi stessi insieme con loro, ad amare la vita che dura in eterno almeno nella misura che gli uomini amano la vita che fugge!

Padre Matta El Meskin
 «Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo giudica…la Parola»
 

Il giudizio dell’Antico Testamento era la lapidazione. I giudei credevano che il Messia avrebbe giudicato in questo modo (ed esempio ne è la donna colta in flagrante – Gv 8:1-11). Il giudizio di Cristo era di un’altra natura. Cristo è venuto a giudicare attraverso la Parola: «Io sono la Luce del mondo» (Gv 8:12), «Le parole che vi dico sono spirito e vita» (Gv 6:63). Le parole di Cristo entrano nell’animo dell’uomo, e l’uomo giudica se stesso.
Cristo non è venuto a giudicare l’uomo dall’esterno, con un mezzo esteriore, ma gli dice “Parole di vita” che gli entrano nel cuore così che egli giudica se stesso. Questo è il giudizio di Cristo: Cristo è dentro di te, e tu giudichi te stesso. Non ti minaccia con un bastone aspettando di dartelo in testa: «E se uno ode le mie parole e non crede, io non lo giudico; perché io non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo». (Gv 12:47).  Io getto in te la Parola e tu giudichi te stesso: «Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo giudica; la parola che ho annunziata sarà quella che lo giudicherà nell’ultimo giorno». (Gv 12:48) [...]
Nell’Antico Testamento l’adultera veniva lapidata. Nel Nuovo Testamento, invece, l’adultera è l’anima mia impura che io trascino davanti a Cristo ogni giorno, Lui che è capace di giustificarla, di perdonarla, di fortificarla perché non pecchi più.

Padre Matta El Meskin
(traduzione inedita di brani tratti dall’omelia
che Padre Matta El Meskin fece in occasione
del Nayruz [capodanno copto] del 1968)