Giovedì della XVIII settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

"Ed io ti dico che tu sei Pietro"
Egli infatti aveva detto: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente"
E Cristo a lui: "Ed io ti dico che tu sei Pietro, 
e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa"
Sopra questa pietra edificherò la fede che tu confessi. 
Sopra ciò che hai detto
Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente, 
edificherò la mia Chiesa
Tu sei Pietro infatti. 
Da pietra Pietro, non pietra da Pietro
Pietro da pietra così come cristiano da Cristo
Vuoi sapere da quale pietra sia chiamato Pietro? 
Ascolta un poco: ... e tutti bevvero la stessa bevanda spirituale. 
Bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava: 
e la roccia era il Cristo
Ecco da chi Pietro.

S. Agostino












L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Matteo 16,13-23.
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». 
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. 
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».






CON LE CHIAVI DEL CIELO LA CHIESA FA DEL MONDO IL TEMPIO DOVE CRISTO RISCATTA OGNI UOMO 

La risposta immediata di Pietro è come un lampo nella notte: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". La fede che emerge da queste parole non è il frutto di una speculazione, non c'entrano "carne e sangue". Fosse per queste, in Gesù Pietro non avrebbe potuto che vedere, come gli altri, "qualcuno dei profeti". Davanti a Gesù non basta il "pensiero secondo gli uomini", per quanto sottile e intelligente: a Dio, infatti, "è piaciuto nascondere queste cose ai sapienti e agli intelligenti" per "rivelarle ai piccoli". Pietro, nel momento che, a nome della Chiesa intera, professa il fondamento della fede, è il più piccolo tra i piccoli suoi fratelli; per questo, e solo per questo, ne è divenuto il primo, vertice insostituibile di comunione. Non si tratta di un pio esercizio di umiltà, ma dellaverità: "Cristo non scelse come pietra angolare il geniale Paolo o il mistico Giovanni, ma un imbroglione, uno snob, un codardo: in una parola, un uomo. E su quella pietra Egli ha edificato la Sua Chiesa, e le porte dell'Inferno non hanno prevalso su di essa. Tutti gli imperi e tutti i regni sono crollati, per questa intrinseca e costante debolezza, che furono fondati da uomini forti su uomini forti. Ma quest'unica cosa, la storica Chiesa cristiana, fu fondata su un uomo debole, e per questo motivo è indistruttibile. Poiché nessuna catena è più forte del suo anello più debole" (Gilbert Keith Chesterton). Il peso e la gloria del primo tra gli apostoli, come quelle dei suoi successori, nascono dal segno divino impresso nel suo cuore e nella sua mente. Dovrà lottare Pietro, ogni giorno, per tenere a bada "carne e sangue". Dovrà obbedire a Cristo che, per proteggere la Verità in un mondo di menzogne, continuerà a ripetergli, nel corso dei secoli, "Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!". Ma proprio per questa sua infinita debolezza, Gesù "consegna" a Pietro "le chiavi" del Cielo, la Croce sulla quale anche lui sarà inchiodato. Le "chiavi" designano l'autorità: i genitori saggi, infatti, attendono molto prima di affidare ai figli quelle di casa... Un tempo esse erano molto grandi, per questo venivano portate sulle spalle, come incontriamo anche nella Scrittura. La Croce è la "chiave" con la quale il Signore ha aperto il Cielo e chiuso l'inferno per tutti quelli che lo accolgono; l'ha portata sulle sue spalle, ne ha sentito tutto il peso e la responsabilità mentre i chiodi ne trapassavano le carni e lo univano ad essa. Così ha consegnato a Pietro le "chiavi" del Regno, chiamandolo ad essere crocifisso con Lui, a portare con Lui il giogo leggero e soave sulle spalle, per imparare l'umiltà e la mitezza con le quali "sciogliere" gli uomini dalla schiavitù al mondo, alla carne e al demonio, e "legarli" così a Cristo in un'alleanza incorruttibile che li faccia figli del Padre celeste. Ma per "sciogliere" e "legare" è necessario innanzi tutto, essere personalmente "sciolti" dall'orgoglio e "legati" alla verità che è umiltà. Per strappare gli uomini dal potere di satana, non c'è altro cammino che quello che conduce a Gerusalemme, ogni giorno, ogni istante; Gesù lo ha "spiegato" ai suoi intimi subito dopo aver consegnato a Pietro le chiavi del regno, rivelando l'unico programma vincente per la Chiesa: il corpo di Cristo "deve andare a Gerusalemme, e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno". Come Isacco sull'erta del Moria e come il Signore sulla via del Calvario, anche Pietro dovrà essere "legato" alla Croce per essere "sciolto" dalla morte: "In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tua mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi" (Gv. 21,18). Ecco il profilo unico e inconfondibile delle "chiavi": andare dove non si vuole, che è il cuore di ogni discernimento, perché sono le chiavi che Gesù ha ricevuto nel Getsemani per entrare nella morte e uscirne vittorioso; l'obbedienza che "scioglie" ogni parola della Scrittura per "legarla" alla vita di ogni uomo. Solo il discernimento impedisce alle "potenze degli inferi" di "prevalere sulla Chiesa" e sulla vita dei suoi figli. 



Secondo il fine esegeta F. Manns, sullo sfondo del Vangelo di oggi vi è un brano del Midrash Tannaim che commenta il passo di Deuteronomio 33,5; in entrambi si ricorda il dono della Legge: "il problema che preoccupa l'autore del midrash è quello dell'autorità che ha il diritto di interpretare la Legge e di dedurne la halakah, cioè l'interpretazione giuridica. Quando il principe raduna gli anziani per deliberare sull'halakah, allora il regno dei cieli si realizza in essi in alto... Anzi, il regno è una realtà interiore che si realizza in essi, che, riuniti intorno al principe, hanno la "chiave" della scienza, ma anche la "chiave" del regno, poiché da essi dipende la realizzazione attuale del Regno dei Cieli... L'espressione legare-sciogliere significa innanzitutto il potere di interpretare la Scrittura, e di derivarne i comportamenti da indicare al popolo. Ora, questo potere di fissare la Halakah viene dato a Pietro, la roccia, che riunisce i presbiteri" (F. Manns). Tutti abbiamo bisogno della Pietra che ci aiuti a discernere gli eventi, per non restarne ciecamente irretiti; di Pietro e della Chiesa perché ci illuminino con la Parola di Dio e il Magistero il cammino che ci fa giungere alla misura della pienezza di Cristo, cui siamo chiamati ad arrivare per essere realmente adulti nella fede. Non è un caso che il capitolo seguente quello di oggi, inizi con “sei giorni dopo …” introducendo così l’episodio della Trasfigurazione; con il riferimento alle "tende" o "capanne" che Pietro vuole issare, l'autore ci offre l'indizio per inquadrare l'episodio accaduto sul monte Tabor durante la festa delle capanne (sukkoth); essa seguiva proprio di "sei giorni" la festa dello Yom Kippur, o Giorno dell'espiazione, il grande giorno del perdono, l'unico dell'anno nel quale il Sommo Sacerdote entrava nel Santo dei Santi del Tempio e vi pronunciava il nome di Dio: "Era dunque questa festa dell'Espiazione che era stata scelta da Gesù per fare la domanda sulla propria identità e ottenere da Simone la professione di fede. Era anche la data scelta per dare un nuovo nome a Simone e annunziargli il suo destino... Gesù desidera che venga pronunciato il nome divino nella nuova prospettiva in cui la liturgia dell'Antica Alleanza troverà il suo compimento. Quando Simone lo proclama Figlio del Dio vivente, risponde a questo desiderio. Pronuncia il nuovo nome divino... Senza saperlo, Simone svolge il ruolo del Sommo Sacerdote che, nella festa dell'Espiazione, proclamava il nome di Dio; lo fa esprimendo la sua fede nel Figlio di Dio, un Figlio che è Dio." (Ignace de La Potterie). Mentre nel Tempio il Sommo Sacerdote in carica Kaipha pronunciava il Nome dell'Altissimo, "nella regione di Cesarèa di Filippo", in pieno territorio pagano, Pietro - Keypha, il nuovo Sommo Sacerdote, annuncia il "Tu" di Colui che avrebbe perdonato ogni peccato, confessando la fede della Chiesa in Gesù di Nazaret, il Messia atteso, "il Cristo, il Figlio del Dio vivente". Il suo Nome non è più pronunciato nel chiuso e nel segreto del Santo dei Santi, ma annunciato in mezzo alle strade, nelle "periferie" del mondo, laddove tu ed io siamo immersi, con una familiarità e una confidenza che ci trascina, in un istante, nel cuore stesso di Dio: "Tu" sei Dio, "Tu" mio fratello, e amico, e sposo. Da quel giorno Pietro e la Chiesa annunceranno la fede che vince il mondo in ogni suo centimetro quadrato, pronti a sporcarsi come Gesù alla ricerca di ogni pecora perduta. Così noi, chiamati a riconoscere l'amore di Dio nelle situazioni più difficili, laddove il peccato "lega" gli uomini al dolore e alla morte per "scioglierli" nella libertà dei figli di Dio. "Beati" noi, allora, che siamo stati chiamati ad essere una pietra su cui ogni uomo possa posare i suoi dolori, le incertezze e i dubbi: beati noi, scelti per annunciare il Vangelo, e per questo, in ogni circostanza, il potere infinito dell'amore di Dio risplendente nella Gloria della sua risurrezione, ci terrà stretti alla sua Croce, chiave del regno di Dio: con Lui e in Lui, nella comunione della Chiesa unita a Pietro, sperimenteremo in tutto che "le potenze degli inferi non prevarranno su di essa", mentre il Vangelo del regno sarà annunciato a ogni uomo.

J. Tissot. Vade retro satana



QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI





Mercoledì della XVIII settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

Quando uno di noi ha la coscienza macchiata dall'egoismo, 
dalla superbia, dalla vana gloria, dal disprezzo, 
dall'ira, dalla gelosia o da qualche altra passione, 
ha proprio, come quella donna di Canaan, 
«una figlia crudelmente tormentata da un demonio». 
Che corra dunque a supplicare il Signore affinché egli la guarisca... 
Che faccia questo con umile sottomissione; 
che non ritenga se stesso degno di condividere 
la sorte delle pecore di Israele, cioè delle anime pure, 
invece che giudichi se stesso indegno delle ricompense del cielo.
 La disperazione, tuttavia, non lo spinga ad allentare l'insistenza della sua preghiera, 
ma che il suo cuore abbia una fiducia incrollabile 
nell'immensa bontà del Signore.
 Infatti, colui che ha potuto fare dal ladrone un confessore della fede, 
dal persecutore un apostolo, 
e da pietre dei figli di Abramo, 
è anche capace di trasformare un cagnolino in una pecora di Isarele.

San Beda il venerabile





UN ALTRO COMMENTO







L'ANNUNCIO



Dal Vangelo secondo Matteo 15, 21-28

In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. 
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». 
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore, – disse la donna – eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.









IL SILENZIO DI GESU' NEL QUALE E' GESTATA LA "FEDE GRANDE" DELLA CHIESA

Dalla stanza nuziale dove ha sposato il suo Popolo quale primizia della nuova umanità riscattata e unita a Lui nel Mistero Pasquale, come uno sposo innamorato Gesù esce dai confini di Israele per cercare la sposa adultera e idolatra, che vive lontana dalla santità del matrimonio per il quale è stata creata. Lascia le novantanove pecore nel recinto e si getta nel mondo, per riprendersi quella perduta; ogni uomo infatti, di qualunque cultura e di qualunque religione sia, è da sempre pecora sua, creata in Lui dall'amore del Padre. E' "una", perché "unica", e solo Lui conosce personalmente ciascuno, e sa bene dove andare a cercarlo. Per questo, Gesù varca i confini di Israele, spingendosi nella "zona di Tiro e Sidone", situata a nord-ovest della Galilea, i cui abitanti adoravano i Baal e le Ashere, attraverso riti che, per ottenere la fertilità, si tingevano di aspetti sessuali e orgiastici. Gesù si introduce in territorio nemico, tra i cananei che hanno da sempre insidiato Israele, per scendere tra i sette popoli pagani, immagine dei sette peccati capitali hanno rapito il cuore dell'uomo. "Si ritira" in terra pagana perché aveva un appuntamento d'amore a tutti sconosciuto: vi doveva incontrare quella "donna Cananea, che veniva da quella regione": Lui era lì per lei. Quella donna straziata dal dolore, infatti, era la primizia che Gesù, come gli esploratori inviati da Mosè, era andato a cercare nella terra che il Padre gli aveva promesso; quella donna era immagine e profezia di ogni anima che Gesù, compiuto il suo "esodo", avrebbe strappato all'idolatria. Lì incontra il suo pianto, il "tormento" dei peccati e l'odore acre della morte. Ma, al contrario degli inviati di Mosè, non si impaurisce di fronte al potere del nemico, ma proprio nella devastazione da esso procurata, riconosce invece il segno che era ormai giunto il tempo di svelare il suo amore a ogni uomo; di prendere su di sé quel grido di dolore e riscattare dalla morte l'anima di chi non ha conosciuto Dio, di cui è immagine la "figlia" di quella donnaTutti noi, oggi, abbiamo una "figlia straziata dal demonio": quel rancore che non riusciamo a estirpare; la concupiscenza che ci tiene schiavi di internet e della pornografia; l'avarizia che ci fa dimenticare i bisogni di moglie e figli; l'invidia per il corpo di quell'amica che ci fa disprezzare noi stessi e ci getta ai bordi dell'anoressia e nell'accidia; la disperazione che sgorga, come pus, da quella ferita dell'infanzia, di cui non riusciamo a capire il senso e che ci fa guardare al futuro come a un'incognita dalla quale sfuggire; la droga, l'alcool, l'infantilismo cronico, l'idolatria dello sport e dei gadget elettronici, l'assuefazione ai social networks, il bisogno irrefrenabile di avere un ragazzo o una ragazza a fianco, nell'illusione che possa colmare il vuoto affettivo che ci devasta, precipitando in un commercio carnale che non ha fine. Ma proprio nelle Tiro e Sidone in cui abbiamo scelto di vivere, cioè il mondo nel quale tutti hanno le stesse figlie malate e ci sembra che sia normale e di poter sopravvivere, viene oggi Gesù. Viene per noi, come se fossimo l'unica persona su questa terra. Anzi, è già accanto a noi: la sua presenza annunciataci dal Vangelo e dalla Chiesa, l'eco dei segni che ha compiuto in noi e negli amici, Lui in mezzo al nostro letame illumina la verità che abbiamo sino ad oggi sfuggito, dissimulato con impegni e sforzi, trucchi e inganni; Lui vicino a noi cambia tutto, e questa terra pagana, e il tormento provocato dal demonio, ci diventano all'improvviso alieni, scopriamo che non ci appartengono, e il dolore che abbiamo nascosto, prorompe in un grido: "Pietà di me, Signore, figlio di Davide!".



Ma proprio in questo momento nel quale ci si aspetterebbe la risposta e l'intervento di Gesù, accade l'impensabile: alla nostra preghiera Gesù oppone il silenzio, e "non ci rivolge neanche una parola". E' durissimo, e a nulla vale neanche l'intercessione della Chiesa: "Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!". Niente, se non una risposta che sembra la fucilata di un estremista: "Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele!". Ma come, io qui gridando e implorando, insieme ai fratelli, ai preti, alle suore, e Tu rispondi così? Ho capito, lo accetto, sono un pagano, ti ho tradito, ti chiedo di avere pietà di me, non ti basta? E' il momento in cui tante anime capricciose e infantili disperdono il grido innescato dalla fede e lo trasformano in imprecazione e bestemmia: "ti rifiuti di esaudirmi perché non faccio più parte dell'élite religiosa, di quelli che vanno a messa, che si impegnano in parrocchia e fanno volontariato?". Ebbene, proprio questo è l'incrocio decisivo per la nostra vita! Possiamo lasciare ancora libertà all'orgoglio dell'uomo vecchio, e credere all'ennesima menzogna del demonio, oppure ascoltare, umilmente, senza scappare dalla realtà, come la donna cananea. Gesù non dice che non è stato mandato da noi. Gesù dice che è stato mandato solo alle pecore perdute della casa di Israele, e che "non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini". Che vuol dire questo? La donna cananea lo aveva compreso e, per questo, si era "prostrata" dinanzi a Gesù. In Lui aveva riconosciuto se stessa, che proprio a lei era stato inviato il Signore: in un lampo che suppone un lungo cammino di umiliazione aveva scoperto d'essere lei una delle pecore perdute di Israele. Nel cammino percorso da Gesù per giungere sino a lei aveva scoperto il proprio sul quale aveva abbandonato l'immagine originaria; invece del figlio di Dio aveva generato una figlia per il demonio, invece di una vita santa, ne aveva vissuta una immonda. Ma ora, nonostante i suoi peccati che l'avevano gettata fuori dalla famiglia di Dio, come è accaduto al figlio prodigo, riconosce in sé stessa un diritto che nulla avrebbe potuto cancellare. E ad esso si appella, anche se non si sente più figlia ma solo un "cagnolino"; come il figlio minore, anche lei sa che, in casa di suo Padre, può mangiare le "briciole" che cadono dalla tavola dei figli. Sa che una briciola di quel pane è capace di salvare sua figlia, di riportare la sua anima alla dignità perduta. E questa è la "fede grande", la fede adulta della Chiesa, la "donna" che ha conosciuto se stessa sperimentando l'amore rigenerante del suo Sposo, e ha avuto l'audacia della fede per avvicinarsi, lei pagana, a un rabbì ebreo, nella certezza invincibile che non l'avrebbe rifiutata. La risposta di Gesù non è dunque un rifiuto, ma l'annuncio della verità che prepara e accende la fede nel suo amore infinito. Basterebbe la sua presenza per ridestare in noi la nostalgia di Lui, per farci rientrare in noi stessi. Eppure Gesù sa che, infantili come siamo, rispondendo subito alla preghiera, ci lascerebbe a saziarci del miracolo, a vedere suturata la ferita per andarcene di nuovo per la nostra strada, senza essere salvati davvero. Per questo anche oggi, prima di guarirci, ci rivela che siamo noi "le pecore perdute" del suo gregge illuminando come, con la nostra libertà, abbiamo scolorito in noi l'immagine di Dio; il suo silenzio ci fa rientrare in noi stessi, nella verità che apre all'umiltà e alla compunzione, rende contrito il cuore per aiutarci a credere che Lui è "capace di trasformare un cagnolino in una pecora di Israele" (San Beda). A Gesù non interessa somministrarci un antidolorifico, Lui ci rivuole come fratelli, per farci vivere come figli di suo Padre. Per questo, i suoi silenzi che sembrano non esaudire le nostre preghiere sono il segno del suo amore infinito; proprio quando non parla, ci ama più intensamente perché ci illumina la verità per spingerci nel cammino che ci conduce a prostrarci davanti a Lui nudi e senza difese, consapevoli di non avere alcun diritto, per gustare pienamente la gratuità della sua misericordia. Nulla ci può rendere indegni del Suo amore. Nulla tranne la superficialità della superbiaAccogliamo allora oggi il suo silenzio ascoltando in esso la Verità, e lasciamoci accompagnare, come la donna cananea, in un serio cammino di conversione dove accogliere la fede adulta che si nutre del pane di vita. E' questa infatti che Lui vuol seminare e si aspetta di trovare al suo ritorno: una fede che ci ottenga "quello che desideriamo", perché il nostro desiderio sarà, in tutto, quello di essere e vivere come pecore del suo gregge. Allora, "all'istante" saremo "guariti" nell'intimo e, di nuovo sposati a Lui nell'amore e nella fedeltà, potremo amare e dare frutti di vita eterna per il mondo.









Lunedì della XVIII settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

Chiediamoci: come seguo io Gesù? 
Gesù parla in silenzio nel Mistero dell’Eucaristia 
e ogni volta ci ricorda che seguirlo vuol dire uscire da noi stessi 
e fare della nostra vita non un nostro possesso, 
ma un dono a Lui e agli altri.

Papa Francesco




QUI ALTRI COMMENTI












L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Matteo 14,13-21

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. 
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». 
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. 
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.




NELL'EREMO CON GESU'
Come "le folle", anche noi abbiamo "saputo" dove è andato Gesù con la "barca" della sua Chiesa; abbiamo cioè ascoltato e accolto l'annuncio del Vangelo e lo abbiamo "seguito" camminando "a piedi" dalle nostre "città". E su questo cammino ci siamo fidanzati e poi sposati, ci siamo aperti alla vita, abbiamo studiato e lavorato, qualcuno ha accolto la chiamata al sacerdozio o alla vita consacrata. Insomma, abbiamo cercato di compiere la volontà di Dio. Ma poi, il rapporto tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra fidanzati e amici ha cominciato a farsi difficile se non impossibile, il ministero ha rivelato le sofferenze che suppone, e siamo arrivati anche noi nel "luogo deserto". Fratelli, il nostro matrimonio non è oggi un vero e proprio "eremo", secondo l'originale greco reso con "luogo deserto"? Nelle diverse circostanze della nostra vita, non stiamo sperimentando la solitudine propria degli "eremiti"? Probabilmente, quando abbiamo accolto la predicazione e abbiamo deciso di vivere nella volontà di Dio seguendo le orme del Signore non abbiamo compreso davvero quello che significava... Non ci siamo fidanzati nel desiderio di rinchiuderci in un eremo; non ci siamo sposati per restare soli; non siamo diventati preti o suore per non essere ascoltati e compresi. Ed è proprio con questi pensieri che il demonio ha spesso buon gioco con la nostra mente e il nostro cuore. Perché per tutti arriva "la sera", il momento in cui la carne esige il contraccambio per aver obbedito e seguito il Signore; arriva cioè la fame perché intorno scopriamo di non avere nulla di cui saziarci, e l'uomo vecchio che si era nascosto così bene, esce allo scoperto, come accadde al Popolo di Israele nel deserto, e comincia a mormorare in noi, desiderando il cibo di cui si nutre l'uomo che si corrompe dietro alle passioni ingannatrici: agli e cipolle, affetto e stima, successo e prestigio, attenzioni e lodi, e poi denaro e cose, piacere e consolazioni. E invece nulla di tutto questo. Abbiamo seguito il Signore che ci aveva parlato nella sua Chiesa promettendoci una vita nuova e felice, e niente, dopo tanto cammino ci accorgiamo che quello che abbiamo creduto essere comunione e felicità si è rivelato un "eremo" inospitale e senza cibo. Il coniuge si chiude in se stesso proprio quando ne avremmo più bisogno, i figli ci sfuggono spezzando i sogni e le speranze riposte su di loro, il fidanzato si rivela un egoista, gli amici ci volgono le spalle infilati nei propri problemi. Che fare allora? Beh, il demonio ha la soluzione giusta! Non resta che scappare dall'eremo e "andare nei villaggi a comprare da mangiare". Ma occorrono soldi, sforzi, compromessi. Occorre tornare al mondo e abbandonarsi ai suoi costumi e ai suoi valori, perché "nei villaggi" nessuno ti regala nulla. Quanti di noi, pur avendo seguito il Signore, anche nel presbiterato e nella vita religiosa, al sopraggiungere della sera buia di delusioni e problemi, all'apparire della Croce, si è lasciato sedurre dal demonio ed è tornato sui propri passi, sino all'Egitto dal quale l'amore di Dio lo aveva liberato, sperimentandovi delusioni più cocenti, perché lucidamente cercate nell'illusione di scamparle. 


Fratelli, accettiamo la verità: abbiamo camminato dietro al Signore conservando l'Egitto nel cuore. Non sono bastati anni di seminario e di ministero, di fidanzamento e di matrimonio; non sono bastati i milioni di passi deposti sulle orme nel Signore accompagnati dalla Chiesa. La "sera" ci smaschera, come ha smascherato gli apostoli che da tanto erano accanto a Gesù. Eppure proprio la "sera" nella quale stai vivendo oggi è il "luogo" della tua salvezza. Conseguenza dei tuoi peccati e non di un inganno di Dio come vorrebbe farti credere il demonio, in essa puoi finalmente incontrare la "compassione" di Gesù e rinnegare davvero te stesso, gettando all'anatema l'Egitto che ti sei nascosto in un angolo di cuore. Gesù, infatti, "è partito" per "ritirarsi in disparte" a causa della Verità per la quale Giovanni Battista ha perduto la vita. Quel "luogo deserto" è immagine delle conseguenze di solitudine, infecondità e morte di chi pensa e fa ciò che "non gli è lecito". E' vero dunque, come ci dice il demonio, che in quel posto non c'è vita; ma non è vero che sia stato Gesù a portarci a morire, anzi. Gesù prende su di sé le conseguenze della superbia con cui l'uomo ha tagliato con Dio illudendosi di poter decidere da solo cosa sia "lecito" e cosa non lo sia. Ma ti rendi conto? Gesù è già lì, al fondo del tuo dolore, della tua solitudine! Gesù si è "ritirato" per te e per me nel sepolcro dove è sepolto il tuo matrimonio, la relazione con quel parente o quel fratello. Gesù è sceso nella tua morte prima di te, spinto in essa dai tuoi peccati, dal tuo aver fatto lecito quello che per la tua anima era illecito. Gesù è già al capolinea deserto dei tuoi adulteri, dei tuoi furti, delle tue concupiscenze e avarizie! Gesù è venuto nella nostra solitudine per colmarla del suo perdono; nella nostra sofferenza per averne "compassione". Per questo, nel nostro eremo, il Signore ci annuncia che "non occorre" andare da nessuna parte a cercare pane e salvezza! Fratelli, la realtà che stiamo vivendo è l'"eremo", identico a quello dei monaci del deserto e delle suore di clausura, nel quale il nostro Sposo ci attende per moltiplicare la sua vita in noi. Non c'è altro matrimonio che questo, non esistono figli diversi, perché il suo amore si riversa pienamente nell'eremo e nella sera che stiamo vivendo. Appoggiamoci alla predicazione della Chiesa per non dubitare che, proprio nel deserto dove è impossibile vivere Gesù ha il potere di "moltiplicare" la vita, di farci risorgere con Lui! In qualunque situazione ci troviamo, se è vero che siamo peccatori, la cosa di gran lunga più importante è che Lui è con noi e per noi! Per questo ci dice oggi: "voi stessi date loro da mangiare". Sì, "non occorre" altro che "portare" a Lui quello che abbiamo già ricevuto nella Chiesa, la sua Parola (i "cinque pani" segno dei "cinque" rotoli della Torah) deposti nelle nostre mani macchiate dai peccati; e i "due pesci", segno della nostra vita così com'è, la natura umana corruttibile, unita alla natura divina che si dona a noi nei sacramenti che ci amministra la Chiesa. E' il grande mistero che ci confonde e ci umilia: le nostre mani sono quelle che sono, le nostre forze tante volte spese a servizio della menzogna; ma è in esse che, ogni giorno, il Signore depone se stesso, Parola fatta carne, per moltiplicare la vita nella morte di chi ci è accanto. Consegniamoci a Cristo allora, così come siamo, e vedremo la "folla" delle situazioni inestricabili, le relazioni affamate di amore e pienezza, le debolezze di cui sono immagini le "donne" e i "bambini", obbedire alla Parola creatrice di Gesù e "distendersi" sui prati "d'erba" fresca che segnano l'anticipo del Paradiso. L'eremo del matrimonio, infatti, non è la prigione dove sentirsi condannati alla schiavitù, ma il pascolo verde dove i coniugi, deboli e affamati, non cercano l'uno nell'altro quello che non si possono dare, ma dove insieme si consegnano a Cristo perché sazi d'amore i loro cuori. Solo dopo aver "mangiato" di Cristo, e "saziati" del suo amore, potranno consegnarsi mutuamente senza esigersi nulla, perché in loro "avanzerà" vita, amore e misericordia. Non cercheranno nell'altro l'alimento con cui saziarsi, ma, al contrario, divenuti apostoli di Cristo, come le "dodici ceste" che ne sono immagine, nella sovrabbondanza dell'amore di Dio, si lasceranno "portare via" tempo e idee, criteri e progetti, perché ormai in essi la vita ricevuta non si esaurisce più. Così in ogni altra relazione, in ciascun evento della vita, quando "si fa sera", sapremo che è giunto il momento di abbandonarsi alla "benedizione" di Gesù, che trasforma in "bene" ogni nostro male; Lui saprà "alzare con gli occhi" anche la nostra carne "verso il Cielo", "spezzandoci" come pane consegnato alla Chiesa e da questa ad ogni uomo, cominciando dai più vicini e intimi. 



QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI

Martedì della XVII settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

"Ecclesia... Sancta simul et semper purificanda, 
poenitentiam et renovationem continuo prosequitur", 
è nello stesso tempo santa e ha bisogno, per essere santa, 
di purificazione e cammina sulla strada continua della penitenza, 
che è sempre la sua strada, 
e così trova sempre il rinnovo, sempre necessario.
La Chiesa del Signore, 
che è venuto a cercare i peccatori 
e ha mangiato alla tavola dei peccatori volutamente, 
non può essere una Chiesa fuori della realtà del peccato, 
ma è la Chiesa nella quale vi sono zizzania e grano.

Card. Joseph Ratzinger 




ALTRI COMMENTI









L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Matteo 13,36-43 

In quel tempo, Gesù congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». 
Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».







CON LA PAZIENZA DI CRISTO ACCANTO ALLA ZIZZANIA PER SALVARLA 

La Parabola della zizzania illumina la natura della Chiesa e l'identità dei cristiani: sono figli di un Regno che non è di questo mondo, dove si trovano gomito a gomito con la "zizzania", con i "figli del maligno". E qui Gesù precipita inesorabilmente nel politicamente e religiosamente scorrettissimi: esistono i figli del demonio. Cioè, coloro che ne compiono i desideri, che obbediscono a un padre che è nemico acerrimo di Dio. Sono assassini, e cercano di uccidere Cristo. Intorno a noi c'è il male perché esiste il demonio che, come annuncia l'Apocalisse, cerca il bambino per divorarlo, per farci cioè rinunciare alla primogenitura, all'immagine di Cristo in ciascuno di noi, figli del Regno. E gli attacchi non sono solo quelli del sesso, del denaro, del potere. Esistono i fendenti più subdoli, quelli con cui il demonio cerca di ancorare la menzogna nella mente attraverso l'evidente ragionevolezza della lotta all'ingiustizia. La parabola è come il bozzetto del quadro che Gesù stesso dipingerà con il colore del suo sangue. Con i tratteggi del grano e della zizzania il Signore stava profetizzando l'episodio che sarebbe andato in scena davanti a Pilato, anticipando indirettamente ai discepoli la domanda che il Procuratore avrebbe rivolto al Popolo: "chi volete che vi liberi, Gesù o Barabba?". Il grano o la zizzania? La Chiesa sarà sempre posta al fianco di Barabba, come ciascuno di noi, ogni giorno. E sempre seguirà le orme del suo Signore; di fronte al dilagare delle persecuzioni e del male, ascolterà di nuovo le parole che Gesù rivolse a Pietro nel Getsemani: "Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada; Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?" (Mt. 26, 52-54). Gesù sapeva infatti che quella "spada" era preparata per Lui, e non per quelli che lo volevano morto. Per Lui, l'unico "seme buono" che il Padre aveva seminato nel seno della Vergine Maria, l'unica "terra buona". Gesù sapeva che "proprio per quello era giunto a quell'ora", perché "se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv. 12, 24). Doveva portare frutto e moltiplicare il "seme buono": con la sua morte e la sua resurrezione, infatti, avrebbe seminato nel mondo i "figli del Regno", perché "completassero in loro quello che sarebbe mancato alla sua Passione" in ogni generazione, ovvero carne e sangue da versare per salvare il mondo, la Chiesa martire del suo amore. Sul Golgota era scesa, violenta la "spada" che doveva colpire e purificare il mondo giunto al "colmo delle sue malvagità". 






Ma il Golgota è preparato anche per noi, "figli del Regno" rinati dall'acqua e dal sangue zampillati dal costato di Cristo trafitto dalla "spada". Sappiamo bene che, giudei o greci non importa, tutti eravamo peccatori, "ma siamo stati lavati, santificati, giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!" (1 Cor 6,4). Per questo, anche per noi è pronto il flagello: proprio come la zizzania che cresce e si distende quasi a soffocare il grano, ci percuoteranno le ingiustizie, ci feriranno le calunnie con cui ci toglieranno l'onore, con l'inganno ci ruberanno quello che ci appartiene; perfino quelli di casa saranno i nostri nemici, e poi gli amici, i colleghi, i professori che vorranno imporre le loro vuote ideologie, e il governo che vorrà impedirci di annunciare la verità, e la cultura, e i media; esattamente come fu già contro Gesù, e, nei secoli, contro la sua Chiesa. Il mondo sceglierà ancora Barabba, e lo lascerà libero, illudendosi di avere ragione delle ingiustizie con la violenza. Gli aborti si moltiplicheranno, con i divorzi, le guerre e gli abomini. La "spada" giungerà ancora sulla terra, e colpirà i cristiani, come accadde a Nagasaki, dove la bomba atomica fu gettata attraverso l'unico spazio che s'era aperto tra le nuvole, e cadde proprio sul quartiere cristiano, distruggendo la cattedrale e mietendo migliaia di vittime. E' il Mistero Pasquale di Cristo nel quale siamo stati salvati e che si compirà in noi, perché la pazienza di Dio si estenda anche a tuo figlio, a quel collega che ha appena divorziato, a quella cugina che ha abortito, ai signori della guerra e ai mafiosi. La misericordia di Dio, infatti, ci ha "seminati nel campo" per "fiorire e fruttificare": è un immagine profetica del battesimo, "per mezzo del quale siamo stati sepolti con Cristo nella morte, e siamo risuscitati con Lui per camminare in una vita nuova" (Rm 6,4). La morte è vinta, esiste il Regno dei Cieli, ed esiste un giudizio! Il male non trionferà, non si scherza. Lo sappiamo per esperienza... Ma proprio perché scampati alla "spada" solo per la misericordia di Dio, siamo ora inviati ad annunciare e a testimoniare a tutti la stessa misericordia, prendendo su di noi i colpi della "spada", nella consapevolezza che "la nostra lotta non è contro le creature di sangue e di carne, ma contro il nemico" che ha seminato con la menzogna i suoi figli nel mondo. Fratelli, con questa parabola il Signore ci invita a tornare al nostro battesimo, per vivere intimamente uniti a Cristo. Mentre il mondo sradica ciò che secondo il suo pensiero avvelenato è zizzania, la Chiesa ama, sino alla fine. Anche oggi siamo inviati a non opporre resistenza "ai figli del maligno"; sì, non andrai a sradicare tuo figlio, né tuo marito, nessuno. Ma dovremo essere profondamente uniti al nostro Sposo, ascoltando la sua voce, nutrendoci della sua stessa vita, perché è l'unico modo per "crescere" nella fede e nell'amore accanto alla zizzania che "cresce" nell'idolatria e nel male, nell'attesa della "mietitura": "Gesù ci avverte che, dopo la semina fatta dal padrone, “mentre tutti dormivano” è intervenuto “il suo nemico”, che ha seminato l’erba cattiva. Questo significa che dobbiamo essere pronti a custodire la grazia ricevuta dal giorno del Battesimo, continuando ad alimentare la fede nel Signore, che impedisce al male di mettere radici. Sant’Agostino, commentando questa parabola, osserva che “molti prima sono zizzania e poi diventano buon grano” e aggiunge: “se costoro, quando sono cattivi, non venissero tollerati con pazienza, non giungerebbero al lodevole cambiamento” " (Benedetto XVI). Non scandalizzatevi, ma accogliete oggi questo "paradosso divino": il grano è accanto alla zizzania per proteggerla sino alla "fine del mondo", per dare, cioè, occasione di convertirsi ai "figli del maligno seminati dal diavolo". Perché, sino all'ultimo istante della loro vita, possano alzare lo sguardo e implorare la misericordia, quell'amore impresso nei fratelli di Cristo. I figli del regno, infatti, sono come il miele per le api, come la dolcezza dell'amore di Cristo tra i pungiglioni della morte che sono i peccati di ogni generazione. L'amore infinito che sperimentiamo nella comunità cristiana è come miele che cola dall'arnia della scuola, del lavoro, del condominio, del mercato; della malattia e della precarietà, di ogni istante che ci è donato. Miele dolcissimo, capace di salvare, per sempre, anche il peggior figlio del maligno, perché non cada nella fornace ardente ed eterna. Il miele di Cristo, che ci attrae e ricrea ogni istante.




QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI



VI CONSIGLIO IL FILM "BARABBA" DEL 1961 CON ANTHONY QUINN MOLTO BELLO 
(IDEALE DA VEDERE CON I FIGLI IN ESTATE)