Venerdì della XXX settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

Ci sono sempre motivi per non fare qualcosa: 
la questione è solo se bisogna farla nonostante ciò.

D. Bonhoeffer, 8 giugno 1944


UN ALTRO COMMENTO






L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 14,1-6

Un sabato Gesù era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. Davanti a lui stava un idropico.
Rivolgendosi ai dottori della legge e ai farisei, Gesù disse: “È lecito o no curare di sabato?”. Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.
Poi disse: “Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato?”. E non potevano rispondere nulla a queste parole.


IN CRISTO E' LECITO IL COMPIMENTO DELLA LEGGE NELL'AMORE

"E' lecito amare?". Ovvero, quale trappola abbiamo escogitato per non amare, per non fare del bene? In quale casella delle nostre alchimie legalistiche abbiamo relegato la suocera, il marito, il collega, con l'unico scopo di silenziare la coscienza e auto-giustificarci, per non umiliarci, chiedere perdono e avere misericordia? Nel parallelo di Matteo la domanda di Gesù è più articolata: "E' lecito di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?". E' evidente il paradosso: fare il male e togliere una vita non è mai lecito. Invece, è sempre lecito e doveroso amare. Eppure compiamo l'illecito senza curaci della Legge e del Sabato, anzi; ingannati dal demonio ci convinciamo che il male sia bene, e non amare sia "lecito". E' la stessa ipocrisia dei farisei che li condurrà a volere la morte di Gesù, a deciderla nel loro cuore, e proprio in giorno di sabato! Gesù parla oggi proprio al nostro cuore, laddove il suo amore vuol scendere per sanarci. Se lì dentro - e in giorno di sabato - siamo capaci e riteniamo lecito decidere di peccare, di uccidere con i giudizi, con le concupiscenze, con le passioni, come non potrebbe essere lecito amare, perdonare, sanare, salvare? Per questo le parole di Gesù possono oggi farci finalmente tacere, perché il silenzio apre le porte alla conversione. Solo quando ci renderemo conto di "non avere risposta" perché presi in flagrante, Gesù potrà prenderci per mano, guarirci e inviarci in missione nella vita. Proprio la domanda: "E' lecito?" ci smaschera. Vediamo che cosa significhi per noi, seguendo il parallelo di Matteo che vi aggiunge l'esempio di Davide che si cibò dei pani dell'offerta riservati ai sacerdoti. "Era lecito?". Secondo la Legge no, erano riservati al culto e a loro, che di essi vivevano. Come, ad esempio, non era lecito perdonare un'adultera, bisognava lapidarla e così "estirpare il male dal Popolo". La domanda quindi è sottile e rivela se nel cuore alberga l'ipocrisia. Quel "è lecito" di Gesù è stato immerso nella sua misericordia, la madre della libertà. Per questo oggi per noi suona così: "è lecito" prendere su di sé il peccato di una moglie adultera? Magari non ci ha tradito con un amante, anche se la domanda varrebbe lo stesso, ma non ha avuto le attenzioni che ci aspettavamo, le camice sono tutte da stirare, non ha pagato le bollette e ora siamo andati in mora, mentre ha fatto l'ennesima spesa pazza, il sesto paio di scarpe: "é lecito" perdonarla, avere pazienza e accoglierla così com'è, con le sue ansie e nevrosi? "E' lecito" comprenderla e giustificarla, pensando bene di lei, che è in un momento difficile, la malattia della madre, i bambini che non le danno tregua, e una stanchezza che sfiancherebbe un toro... "E' lecito" essere liberi al punto di non difendersi e offrirsi completamente al prossimo? "E' lecito" amare il peccatore, e dargli da mangiare ciò che non gli spetterebbe, il "pane" riservato al culto, ovvero il corpo di Cristo fatto carne in noi? Eh sì, perché ben prima della comunione sacramentale ai divorziati risposati il Signore ci chiama a "dare noi stessi da mangiare"... Stai offrendoti a chi non avrebbe diritto a nulla di te? I pastori, i catechisti, stanno annunciando che solo l'amore al nemico - che per la Legge era un assurdo - salva davvero i peccatori? E' questo il cammino che stiamo presentando a chi ha divorziato e vorrebbe accostarsi ai sacramenti? Forse no, perché pensiamo che è impossibile perdonare un marito violento, che ha tradito andandosene con una ventenne e lasciando soli moglie e tre bambini. Impossibile all'uomo vecchio, ai "farisei" di ogni generazione. 

Ma proprio l'annuncio sorprendente di Gesù mette a "tacere" il moralismo arido e senza amore di chi si difende con la Legge. Al centro della questione non è la comunione sacramentale; vi è piuttosto la fede, che sa rispondere alla domanda se "sia lecito" perdonare settanta volte sette e morire per amore di un nemico. Perché è questo il vero compimento della Legge! Ma perché si dia nei cristiani è necessario che siano iniziati alla fede: se non sono "presi per mano" dal Signore e accompagnati in un cammino dove possano sperimentare la "guarigione", non saranno mai "congedati" per vivere da cristiani. Solo nell'iniziazione cristiana si diventa figli di Dio liberi dall'acqua stagnante che appesantisce il cuore di un "idropico spirituale" come tutti siamo, e che per questo è incapace di amare. E' questo l'autentico percorso di penitenza auspicato da molti padri sinodali per i divorziati risposati. Ben prima della comunione sacramentale i peccatori hanno bisogno urgente dell'amore fatto carne nei cristiani. Esso è molto più che "lecito", è un diritto! Solo così incontreranno Cristo vivo nella propria vita, e potranno aprirsi alla penitenza e alla conversione, e perdonare come si è stati perdonati. Perché il problema è nel cuore, dei farisei come dell'idropico. E' lì che tutti abbiamo bisogno di essere "guariti". Poi il Signore ispirerà soluzioni che non siano toppe su un vestito grezzo, ma vino nuovo in otri nuovi, perché Dio, nella sua Chiesa, fa nuove tutte le cose, e non esiste caso disperato che in Cristo non trovi "guarigione" e vita nuova. Si può cercare un coniuge che ci ha lasciati vent'anni prima e riconciliarcisi, eccome, perché Cristo è risuscitato, e nessun peccato ha più potere su di Lui! Ci si può umiliare per amore nell'amore di Cristo, perdonare e chiedere perdono a chi ci ha fatto del male, facendo "lecito" quello che la "durezza dei cuori" ha reso illecito perché divenuto ormai impossibile. Ma se Cristo la rende possibile, allora ogni follia secondo il mondo è "lecita", anche vivere come fratello e sorella nonostante anni di rapporti sessuali, se si tratta di "tirare fuori", ovvero risuscitare, "un asino o un bue caduti nel pozzo" della morte. Nel Signore crocifisso è stato "lecita" la più grande ingiustizia, perché potessimo essere liberati, sciolti dalle catene dell'orgoglio per amare oltre la morte. Amando così, infatti, Gesù si è giocato la vita, perché ciascuno di noi, e ogni nostro matrimonio, fuori legge a causa dei peccati, fosse riaccolto dall'Autore della Legge che la fa possibile e la compie nel più debole degli uomini.


COMMENTO COMPLETO E APPROFONDIMENTI


La misericordia, unica risposta ai mali dell'uomo, squarcia ogni velo d'ipocrisia e lascia senza parole. Quante volte ci ritroviamo così, come i farisei dinanzi al Signore e al suo amore, ammutoliti, schiacciati dai nostri ipocriti moralismi che ci tagliano la lingua.

Gesù ci fissa oggi diritto negli occhi, e punta al nostro cuore con una domanda che è un dardo infuocato: "è lecito amare?". Quale trappola abbiamo escogitato per non amare, per non fare del bene? In quale casella delle nostre alchimie legalistiche abbiamo relegato la suocera, il marito, il collega, con l'unico scopo di silenziare la coscienza e auto-giustificarci, per non umiliarci, chiedere perdono e avere misericordia? 

La radice del problema è sempre nel cuore, per questo il pubblicano salito al Tempio a pregare si percuote il petto, riconoscendo che è lì l'origine dei suoi peccati e delle sue sofferenze. Nel parallelo di Matteo la domanda di Gesù è più articolata: "E' lecito di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?". E' evidente il paradosso: fare il male e togliere una vita non è mai lecito. 

Ma Gesù, indignato e rattristato per la durezza del cuore dei farisei, vuole togliere il velo di menzogna che ha chiuso i loro occhi. E la stessa domanda giunge oggi al nostro cuore: perché è lì dove si decide di fare il bene o il male, se dare la vita oppure toglierla. E' nel cuore, nel segreto del nostro intimo che amiamo o disprezziamo, ci doniamo o ci chiudiamo; è nel cuore che violiamo il sabato, senza che nessuno possa vederci

E' sempre lecito e doveroso amare, è sempre illecito fare il male e uccidereEppure compiamo l'illecito senza curaci della Legge e del Sabato, anzi; ingannati dal demonio ci convinciamo che il male sia bene, e non amare sia "lecito". Il cuore è lontano da Dio, il sabato è solo un pretesto per vivere nell'ipocrisia di una vita falsa e doppia, purtroppo accecata dall'illusione della pretesa giustizia esteriore derivante dal rispetto di codici e leggi, nel cui nome dimentichiamo la misericordia. L'ipocrisia dei farisei li condurrà a volere la morte di Gesù, a deciderla nel loro cuore, e proprio in giorno di sabato!

Gesù parla oggi al nostro cuore, laddove il suo amore vuol scendere per sanarci. Se nel nostro cuore - e in giorno di sabato - siamo capaci e riteniamo lecito decidere di peccare, di uccidere con i giudizi, con le concupiscenze, con le passioni, come non potrebbe essere lecito amare, perdonare, sanare, salvare? Il paradosso con il quale oggi il Signore viene a visitarci per trarci fuori dalla trappola della menzogna e dell'ipocrisia che stringe il nostro cuore, ci indica dove dobbiamo guardare, dove inizia la vera conversione. 

L'autentico compimento della Legge si realizza attraverso la circoncisione del cuore: i segni visibili nella carne, come le opere esibite per essere ammirati, possono costituire, sovente, l'alimento che rinforza e fa crescere l'uomo vecchio, incapace di ereditare la Vita Eterna e, peggio, di sbarrarne l'accesso ai più piccoli e ai più deboli.

La libertà è un dono inestimabile, che scaturisce da un cuore "graziato". Chi non ha conosciuto la folle misericordia di Dio, la sua testarda tenerezza, è ancora schiavo della propria pretesa giustizia, altrimenti chiamata orgoglio; il suo cuore è indurito e si illude di compiere la volontà di Dio mettendo insieme un povero puzzle di regolette appena rispettate. 

Gesù ci parla per farci finalmente tacere, perché è il silenzio che apre le porte alla libertà. Solo quando ci renderemo conto di "non avere risposta" perché presi in flagrante, Gesù potrà prenderci per mano, guarirci e inviarci in missione nella vita. Proprio la domanda: "E' lecito?" ci smaschera. Vediamo che cosa significhi per noi, seguendo il parallelo di Matteo che vi aggiunge l'esempio di Davide che si cibò dei pani dell'offerta riservati ai sacerdoti. "Era lecito?". Secondo la Legge no, erano riservati al culto e a loro, che di essi vivevano. Come, ad esempio, non era lecito perdonare un'adultera, bisognava lapidarla e così "estirpare il male dal Popolo". 

La domanda quindi è sottile e rivela se nel cuore alberga l'ipocrisia. Quel "è lecito" di Gesù è stato immerso nella sua misericordia, la madre della libertà. Per questo oggi per noi suona così: "è lecito" prendere su di sé il peccato di una moglie adultera? Magari non ci ha tradito con un amante, anche se la domanda varrebbe lo stesso, ma non ha avuto le attenzioni che ci aspettavamo, le camice sono tutte da stirare, non ha pagato le bollette e ora siamo andati in mora, mentre ha fatto l'ennesima spesa pazza, il sesto paio di scarpe: "é lecito" perdonarla, avere pazienza e accoglierla così com'è, con le sue ansie e nevrosi? "E' lecito" comprenderla e giustificarla, pensando bene di lei, che è in un momento difficile, la malattia della madre, i bambini che non le danno tregua, e una stanchezza che sfiancherebbe un toro... 

"E' lecito" essere liberi al punto di non difendersi e offrirsi completamente al prossimo? "E' lecito" amare il peccatore, e dargli da mangiare ciò che non gli spetterebbe, il "pane" riservato al culto, ovvero il corpo di Cristo fatto carne in noi? Eh sì, perché ben prima della comunione sacramentale ai divorziati risposati il Signore ci chiama a "dare noi stessi da mangiare"... Stai offrendoti a chi non avrebbe diritto a nulla di te? I pastori, i catechisti, stanno annunciando che solo l'amore al nemico - che per la Legge era un assurdo - salva davvero i peccatori? E' questo il cammino che stiamo presentando a chi ha divorziato e vorrebbe accostarsi ai sacramenti? Forse no, perché pensiamo che è impossibile perdonare un marito violento, che ha tradito andandosene con una ventenne e lasciando soli moglie e tre bambini. Impossibile all'uomo vecchio, ai "farisei" di ogni generazione. Ma proprio l'annuncio sorprendente di Gesù mette a "tacere" il moralismo arido e senza amore di chi si difende con la Legge. 

Al centro della questione non è la comunione sacramentale; è piuttosto la fede, che sa rispondere alla domanda se "sia lecito" perdonare settanta volte sette e morire per amore di un nemico. Perché è questo il vero compimento della Legge! Ma perché si dia nei cristiani è necessario che siano iniziati alla fede: se non sono "presi per mano" dal Signore e accompagnati in un cammino dove possano sperimentare la "guarigione", non saranno mai "congedati" per vivere da cristiani. Solo nell'iniziazione cristiana si diventa figli di Dio liberi dall'acqua stagnante che appesantisce il cuore di un "idropico spirituale" come tutti siamo, e che per questo è incapace di amare. E' questo l'autentico percorso di penitenza auspicato da molti padri sinodali per i divorziati risposati. 

Ben prima della comunione sacramentale i peccatori hanno bisogno urgente dell'amore fatto carne nei cristiani. Esso è molto più che "lecito", è un diritto! Solo così incontreranno Cristo vivo nella propria vita, e potranno aprirsi alla penitenza e alla conversione, e perdonare come si è stati perdonati. Perché il problema è nel cuore, dei farisei come dell'idropico. E' lì che tutti abbiamo bisogno di essere "guariti". Poi il Signore ispirerà soluzioni che non siano toppe su un vestito grezzo, ma vino nuovo in otri nuovi, perché Dio, nella sua Chiesa, fa nuove tutte le cose, e non esiste caso disperato che in Cristo non trovi "guarigione" e vita nuova. Si può cercare un coniuge che ci ha lasciati vent'anni prima e riconciliarcisi, eccome, perché Cristo è risuscitato, e nessun peccato ha più potere su di Lui! 

Ci si può umiliare per amore nell'amore di Cristo, chiedere perdono a chi ci ha fatto del male, facendo così "lecito" quello che la "durezza dei cuori" ha reso illecito perché divenuto ormai impossibile. Ma se Cristo la rende possibile, allora ogni follia è "lecita", anche vivere come fratello e sorella nonostante anni di rapporti sessuali, se si tratta di "tirare fuori", ovvero risuscitare, "un asino o un bue caduti nel pozzo" della morte. Nel Signore crocifisso è stato "lecita" la più grande ingiustizia, perché potessimo essere liberati, sciolti dalle catene dell'orgoglio per amare oltre la morte. Amando così, infatti, Gesù si è giocato la vita, perché ciascuno di noi, e ogni nostro matrimonio, fuori legge a causa dei peccati, fosse riaccolto dall'Autore della Legge che la fa possibile e la compie nel più debole degli uomini"Quando Gesù nelle sue parabole parla del pastore che va dietro alla pecorella smarrita, della donna che cerca la dracma, del padre che va incontro al figliol prodigo e lo abbraccia, queste non sono soltanto parole, ma costituiscono la spiegazione del suo stesso essere ed operare. Nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l'uomo e salvarlo — amore, questo, nella sua forma più radicale" (Benedetto XVI, Deus Charitas Est, 12). 


Giovedì della XXX settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme. 
Questo si riferisce al testo che dice: 
“Non è lecito per voi immolare la pasqua 
fuori del luogo dove il Signore tuo Dio 
ha scelto di far abitare il suo nome”.

S. Efrem









L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 13, 31-35

In quel giorno si avvicinarono alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere». 
Egli rispose: «Andate a dire a quella volpe: Ecco, io scaccio i demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno avrò finito. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme. 
Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa vi viene lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!».



L'AMORE DI DIO E' RADICALITA' DELLA VERITA' E LIBERTA' NELLA MISERICORDIA 


Chagall. Giosuè e l'angelo del Signore
La missione di Gesù esige radicalità. Per questo, la consapevolezza dell'opera da compiere lo rende forte e audace. L'autenticità della profezia, infatti, si rivela nella fermezza e nella parresia del profeta. La missione di Gesù è il compimento di quella affidata a Giosuè; in ebraico il nome “Giosuè” (yehosu‘a) è una forma antica del nome “Gesù” (yesu‘a). Giosuè doveva guidare il popolo alla conquista della terra promessa, combattendo contro gli abitanti di Canaan; Gesù dovrà scacciare i demoni per introdurre gli uomini nel Regno di Dio. Il suo programma è semplice: deve andare per la sua strada sino a Gerusalemme. Ha davanti a sé un tempo limitato, due giorni, che lo prepara al compimento dell'opera nel terzo giorno. E' questo il tempo di Dio, tre giorni, il Mistero Pasquale. Ogni missione profetica segue lo stesso schema: annuncio, processo, rifiuto, passione, croce, sepolcro e risurrezione. Questo significa che ogni profezia deve passare per il crogiuolo, per il sacrificio dell'agnello. Solo così essa potrà mostrare la sua autenticità, la verità capace di liberare davvero. Gesù lo sapeva e per questo non temeva di dirigersi a Gerusalemme, il luogo dove la Pasqua "doveva" essere celebrata, come non era possibile che un profeta morisse fuori da Gerusalemme. Ogni profezia, infatti, annuncia il mistero della Pasqua, rivelando, negli eventi della storia, la sapienza della Croce: essa distrugge ogni falsa sapienza, l'astuzia di Erode la volpe, l'ipocrisia dei farisei. Per questo, ogni criterio che induce a fuggire dalla croce è figlio di satana. Occorre coraggio per vivere ogni giorno il ministero profetico che ci è assegnato, senza scappare. Il coraggio che scaturisce dalla fede; dubitare è spegnere la profezia e sbiadire la vita. Dio ci ha chiamato per compiere la stessa opera di Giosuè e di Gesù: tre giorni per condurre questa generazione al di là del Giordano. Unica condizione è fare quello che il Signore ha indicato a Giosuè: meditare giorno e notte la Scrittura e nutrirsi delle provviste capaci di far entrare nel passaggio attraverso la morte, profezia della vita spirituale di una comunità cristiana, perché sia Cristo ad operare in noiCi attende Gerusalemme, il rifiuto e la morte: non è possibile che la storia di ogni giorno non ci conduca alla moglie, al marito, ai colleghi, come a un sepolcro. E' la verità, perché esiste il peccato che insidia la Grazia. 

Per questo l'amore autentico appare quando si ergono i nemici contro di noi. Non è possibile morire fuori dalla storia, perché l'autenticità della nostra vita cristiana sia provata, e divenga profezia di salvezza per coloro ai quali siamo inviati. Certo, il rifiuto della profezia genera solitudine e morte, il destino della casa di Gerusalemme. Ma, misteriosamente, anche questo è necessario: per essere scacciato, satana deve venire alla luce. In Gerusalemme sono coagulati i peccati di ogni generazione. Il rifiuto e la condanna trascineranno la carne del Signore nella tomba, e la stessa casa di Gerusalemme diverrà un sepolcro deserto. Ma proprio questo passaggio segnerà l'aurora gloriosa del Benedetto che viene nel nome del Signore; la sua vittoria sarà la pace. Secondo un’etimologia popolare Gerusalemme era interpretata come "visione della pace". Questa visione sarà compiuta quando i discepoli rivedranno il Maestro risorto al terzo giorno: "Pace a voi!". E' Gesù stesso, il Tempio ricostruito in tre giorni, la visione della pace, la nuova Gerusalemme i cui figli sono raccolti come una covata sotto le ali della chioccia. E' necessario che Gesù si diriga oggi alla nostra vita, per far luce e smascherare i nostri peccati. La sua strada siamo noi che, come Gerusalemme, rifiutiamo la profezia e il Profeta. I passi di Gesù ci cercano anche oggi in un desiderio ardente di far pasqua con noi, di amarci, di perdonarci. I suoi passi cercano i nostri peccatiTroppe volte abbiamo visto la nostra casa deserta, la famiglia dispersa e incapace di perdonarsi. Troppe volte abbiamo rifiutato la profezia che ci avrebbe resi liberi, trattenendo e difendendo i nostri peccati. Occorre imparare a darglieli, come San Girolamo. Oggi il Signore ci viene a prendere sotto le sue ali, per farci sperimentare il potere del suo amore. Oggi possiamo incontrarlo di nuovo, vittorioso su ogni nostro peccato, e accoglierlo abbandonandoci nell'umile fede di chi, dal fondo del suo deserto, riconosce in Gesù la benedizione inviata dal Padre.


QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI

28 Ottobre. Santi Simone e Giuda Apostoli



αποφθεγμα Apoftegma

E la cosa bella è che nel gruppo dei suoi seguaci, 
tutti, benché diversi, coesistevano insieme, 
superando le immaginabili difficoltà: 
era Gesù stesso, infatti, il motivo di coesione, 
nel quale tutti si ritrovavano uniti. 
Questo costituisce chiaramente una lezione per noi, 
spesso inclini a sottolineare le differenze 
e magari le contrapposizioni, 
dimenticando che in Gesù Cristo 
ci è data la forza per comporre le nostre conflittualità.
Il gruppo dei Dodici è la prefigurazione della Chiesa, 
nella quale devono avere spazio tutti i carismi, 
i popoli, le razze, tutte le qualità umane, 
che trovano la loro composizione e la loro unità nella comunione con Gesù.

Benedetto XVI, 11 ottobre 2006





UN ALTRO COMMENTO








L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 6,12-16

Avvenne che in quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione.
Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli: Simone, che chiamò anche Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo d'Alfeo, Simone soprannominato Zelota, Giuda di Giacomo e Giuda Iscariota, che fu il traditore.







CHIAMATI NELLA NOTTE IN CUI CRISTO HA VINTO LA MORTE PER ANNUNCIARE CON LA SUA FORZA IL PERDONO DEI PECCATI


Non siamo apostoli per la nostra volontà, per un desiderio, per quanto nobile sia. E' Gesù che costituì, che fece i Dodici. E' opera sua, come la nostra stessa vita è una sua opera che scaturisce dalla sua intimità con il Padre. Mette i brividi pensare al grande mistero della profonda intimità con Gesù alla quale e per la quale siamo stati chiamati. Essa giunge al punto di fare di noi degli alter Christus, degli altri Cristo, condividendo con Lui vita e missione. Gesù è sceso in missione sulla terra uscendo dall'intimità con il Padre per cercare e salvare la pecora perduta. Si è consumato nell'amore che lo ha gettato all'ultimo posto, il posto più lontano dal Padre, scavalcando in una corsa a ritroso, il peccatore più grande della storia. L'ultimo posto di Gesù perché nessuno resti escluso dalla salvezza. Nell'ultimo posto di Gesù vi è il nostro ultimo posto, quello dell'apostolo, quello che ci è riservato ogni giorno. E' esattamente dove i fatti della nostra vita ci conducono che siamo inviati in missione. E' nella difficoltà sul lavoro, in famiglia, dove e con chi sia, che siamo mandati ad essere Cristo stesso, a portare la salvezza, a caricarsi dei peccati del mondo, o meglio a lasciare che Cristo li carichi sulle sue spalle che ha preso in prestito da noi. E' questa la chiamata che ci ha raggiunti, l'amore che consuma il male consumando la nostra vita, perché il mondo riceva la vita, quella vera che ci è data e che sovrabbonda in noi.



QUI IL COMMENTO COMPLETO, LA NOVENA A SAN GIUDA TADDEO E MOLTI APPROFONDIMENTI

Martedì della XXX settimana del Tempo Ordinario


Nagasaki, 17 marzo 1865. Padre Petitjean "scopre" i cristiani nascosti giapponesi. 
Dopo trecento anni avevano conservato la fede.



αποφθεγμα Apoftegma

La fede ci dà già ora qualcosa della realtà attesa, 
e questa realtà presente costituisce per noi 
una «prova» delle cose che ancora non si vedono. 
Essa attira dentro il presente il futuro. 
Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; 
il presente viene toccato dalla realtà futura, 
e così le cose future si riversano in quelle presenti
e le presenti in quelle future.
Il suo regno non è un aldilà immaginario, 
posto in un futuro che non arriva mai; 
il suo regno è presente là dove Egli è amato
e dove il suo amore ci raggiunge.
Benedetto XVI, Spes salvi







L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 13,18-21
In quel tempo, Gesù diceva: "A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo rassomiglierò? È simile a un granellino di senapa, che un uomo ha preso e gettato nell'orto; poi è cresciuto e diventato un arbusto, e gli uccelli del cielo si sono posati tra i suoi rami". E ancora: A che cosa rassomiglierò il regno di Dio? È simile al lievito che una donna ha preso e nascosto in tre staia di farina, finché sia tutta fermentata".


IL REGNO DI DIO SI PUO' PARAGONARE A TE PERCHE' GESU' SI E' FATTO SIMILE A TE 


La pienezza della vita è nascosta nell'insignificanza, quella da cui tutti scappiamo con terrore. Ma è proprio in ciò che scivola via invisibile che appare il Regno di Dio, come in un «seme gettato» in un campo o nel «lievito nascosto» nell’impasto è presente qualcosa di vivo e fecondo. Come è accaduto nel sepolcro dove è disceso il Signore: al di fuori era solo morte e dolore, ma al di qua della pietra risplendevano vita e gioia. Era un granello quando viene sepolto in terra, ma è un albero quando si eleva al cielo (S. Ambrogio). Gli strumenti umani, tarati sul successo, il prestigio e la visibilità, non possono rilevare le coordinate del Regno di Dio; esse infatti coincidono con il punto esatto della nostra vita dove, umiliati, fraintesi, traditi, diveniamo invisibili alla vista del radar mondano. Solo la fede sa discernere nella Croce il trono regale di Dio, sul limite oltre il quale ci attendono la disperazione, l'esaurimento, la resa riconoscere Gesù che si dona a noi. L'umana insignificanza definisce l'autenticità del nostro essere: come «il granellino di senapa» e il «lievito» nel buio di terra e farina diventano fecondi, così anche noi siamo spogliati di tutto per rivestirci di Cristo e vivere nell’amore per il quale siamo stati creati. «Gettati» nel «giardino» di Dio e «cresciuti» nella fede della Chiesa, siamo chiamati a distendere le nostre braccia sui «rami» della Croce per accogliere «gli uccelli del cielo», immagine biblica dei popoli pagani. La fede triturata dalle avversità, diffonde il suo vigore (S. Ambrogio). «Nascosti» nell’impasto quotidiano di famiglia, scuola, ufficio, mercato, siamo inviati a «fermentare» di luce i fallimenti che prima o poi aggrediscono ogni uomo. Attraverso la nostra insignificanza redenta, nel martirio silenzioso e nascosto che ogni giorno ci attende, il Signore rinnova il suo amore per questa generazione, mostrando in noi il paradosso del Regno di Dio che la può salvare.

I martiri e i cristiani nascosti in Giappone, seme e lievito di salvezza
In Giappone la Chiesa vanta decine di migliaia di martiri. Essa ha conosciuto quasi trecento anni di solitudine, stretta da una persecuzione feroce. Nulla che lasciasse presagire un cambiamento. Non fu una settimana, un mese, un anno. Furono migliaia di giorni, e generazioni che sorgevano e tramontavano nella cappa asfissiante di una vita nascosta, nel timore delle delazioni, ogni preghiera sussurrata, le feste celebrate con gli abiti di ogni giorno: niente sacerdoti, niente sacramenti dopo il battesimo, niente chiese. Solo la propria vita dentro un'interminabile e buia catacomba. Ma il Regno di Dio era lì, nascosto, invisibile, disciolto come lievito nella storia comune di ogni giorno. Insignificanti, i kakure kiristan (cristiani nascosti) hanno vissuto aggrappati alla promessa dei missionari: “torneremo un giorno...”. La fede è stata l'unica roccia cui aggrappare la loro vita. La larghissima maggioranza di loro non hanno visto quel giorno con gli occhi della carne. Ma il regno di Dio non si è mai allontanato dal Giappone: in mezzo alle persecuzioni, nell'insignificanza e nel disprezzo, nel dissolversi quotidiano di ogni speranza umana, esso ha fecondato quella terra, ha fermentato quel popolo. In quei giorni intrisi di fede Dio era presente in loro, nascosto con loro. Nessuno poteva sapere o immaginare. Anche a Roma erano convinti che non vi fossero più cristiani in Giappone. Invece, un giorno di marzo del 1865, a Nagasaki dove aveva costruito una cappella per i commercianti stranieri, ancora vigente l'editto di persecuzione, un missionario francese è raggiunto da una notizia sconvolgente: "abbiamo lo stesso cuore!". Erano un pugno di uomini e donne, un granello di senapa, un po' di lievito. Erano i discendenti dei martiri, nascosti nella terra, nella farina, nella solitudine di ogni giorno. Ed ora erano lì, pronti a stendere ancora le braccia, ad offrire la propria vita, con lo stesso cuore di Cristo. L'insignificanza aveva partorito il senso autentico e profondo celato in essa. Molti di essi morirono martiri poco tempo dopo, testimoniando l'amore di Dio sino alla fine. Questa è la comunità cristiana, la Chiesa di Cristo: braccia distese sulla Croce della misericordia, distese verso ogni uomo, il peggiore, il più peccatore, il più perduto.

QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI