Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo volto, fammi udire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo volto è incantevole.
In esse il passero trova per sé una casa, e la tortora un nido dove deporre i suoi piccoli; in esse la colomba si difende e guarda senza paura lo sparviero che le vola intorno.
I credenti, attesta sant'Agostino, «si fortificano credendo». Solo credendo, quindi, la fede cresce e si rafforza; non c'è altra possibilità per possedere certezza sulla propria vita se non abbandonarsi, in un crescendo continuo, nelle mani di un amore che si sperimenta sempre più grande perché ha la sua origine in Dio.
Gesù amava Tommaso, ipersensibile come tutti i gemelli. E con misericordia infinita si è fatto suo gemello, cercandolo e facendosi toccare sino al fondo della sua carne ferita d'amore. Così ha innescato in lui la fede con cui ha iniziato a camminare credendo anche nei momenti bui.
Indice
- Prologo
- Capitolo I — Non era con loro
- Capitolo II — Il gemello assente
- Capitolo III — La carne cerca lo Spirito
- Capitolo IV — Otto giorni
- Capitolo V — Toccare per credere
- Capitolo VI — Mio Signore e mio Dio
- Capitolo VII — Beati quelli che non hanno visto
- Capitolo VIII — Il dito nella piaga
- Capitolo IX — Fino agli estremi confini della terra
- Appendice — Nelle fenditure della roccia
- Citazioni
Prologo
Sei anche tu una coppa di cristallo? Di quelle che, se le tocchi appena, ti accarezzano con un suono soave, ma se le stringi un poco si frantumano in mille pezzi e feriscono chi le stringe? Se sì, e credo che lo siamo tutti, chi più chi meno, allora oggi è la tua festa. San Tommaso era proprio così: ipersensibile, come ogni gemello. Celebrare la sua festa è celebrare la festa di tutti gli ipersensibili come lui. Incontrarlo, imparare a conoscerlo, è come affrontare uno specchio nel quale si riflettono aspetti di noi forse sconosciuti, o deliberatamente nascosti. È vero, gli ipersensibili spesso soffrono più di tanti altri. E così deve essere stato per San Tommaso, detto Dìdimo, cioè gemello.
Un gemello sente le sofferenze o le gioie del proprio gemello anche se vive a diecimila chilometri di distanza, capace di percepire a distanza il dolore o la gioia di chi ama. E così deve essere accaduto a San Tommaso, gemello spirituale del Signore. Non si rassegnava che Gesù, il suo gemello dell'anima, fosse morto. Sentiva che non era finito tutto nel sepolcro: era come qualcosa che intuiva, ma non riusciva a dare corpo, a dare occhi, a dare carne, a quel desiderio misto a intuizione che portava nel cuore.
Secondo una tradizione, infatti, la sera di Pasqua, quando Gesù appare agli Apostoli, Tommaso non era nel Cenacolo perché stava cercando Gesù: l'unico che era uscito, intrepido, in cerca del suo gemello, che amava con tutto il cuore. Ma lo cercava da solo, e per questo non lo trovava.
Tornato al Cenacolo, non nascose i suoi dubbi. Voleva toccare la carne della sua carne risorta. Era troppo forte, quel desiderio, e si era trasformato addirittura in scetticismo, in incredulità, di fronte all'annuncio dei fratelli. Voleva la certezza che le ferite di Gesù fossero il segno di un amore più forte della morte. Voleva toccare, sfiorare quella carne che gli avevano annunciato risorta: voleva toccare l'amore, entrare in una comunione intima con Lui.
E Gesù ascolta, vede e ama Tommaso come ama ciascuno di noi. Quella sua intuizione profonda è la stessa di tutti noi, che sappiamo nel fondo del cuore che la vita è un mistero d'amore e non può corrompersi nella morte, nell'ineluttabile: quando finisce qualcosa di bello restiamo sempre con la mano in bocca. Perché? Perché non siamo programmati per la fine, ma per l'eterno.
Ebbene, per Tommaso, nel Cenacolo, nella comunione della Chiesa, quel desiderio si fece realtà. Gesù era tornato, dopo otto giorni, anche per lui. «Pace a voi», disse. «Sono io. Vieni, Tommaso: metti il dito nelle mie piaghe, metti la mano nel mio costato. Sono io che ti amo infinitamente. La mia carne, guarda, tocca: è proprio quella che hai imparato a conoscere stando con me, seguendo me. È uguale alla tua, eccetto il peccato, ed è passata attraverso la morte, risorta.
Però, Tommaso, non fermarti alla carne, a quello che vedono gli occhi del sentimento: può essere un buon innesco, ma non basta per la traversata della vita. Non fermarti al sentimento, al desiderio, alla sola intuizione».
Queste parole il Signore le ha dette a Tommaso, ma le dice anche a tutti noi: sono risorto, non muoio più. Cammina nella Chiesa, ascolta il suo annuncio, appoggiati con tutte le tue forze a ciò che essa continua a ripeterti: l'amore infinito di Dio, rivelato nella risurrezione del Signore, che ha vinto il peccato e la morte. Cresci nella fede, nutrendoti dei sacramenti, e nella fede potrai vedere il mio amore nella carne ferita, nella tua e in quella di ogni uomo accanto a te. Potrai vedere la mia risurrezione anche quando il mio volto sembra assente e tutto si fa assurdo.
Coraggio: nasconditi nelle piaghe di Gesù, come una colomba nella fenditura della roccia, al riparo dalle menzogne del demonio. Nasconditi con Lui in quella cicatrice che oggi ti fa sentire fragile, impotente: quella cicatrice è tua ed è sua insieme, è il punto esatto dove Dio stesso ti raggiunge per farti una sola cosa con Lui, perché tu possa scoprirlo Padre nel suo Figlio Gesù Cristo.
E tutti siamo stati creati più o meno sensibili, cioè più o meno fragili, proprio per rimanere inquieti come Tommaso fino a che non incontriamo nella nostra vita Gesù Cristo risorto dalla morte, vittorioso sui nostri peccati. E fino a che non possiamo nasconderci nelle sue piaghe e scendere fino al fondo del suo cuore, dove poter mettere il nostro cuore perché possa battere insieme al suo, perché tutti possiamo avere la certezza di essere amati davvero così come siamo. Allora coraggio, perché nel Cenacolo, nella comunità cristiana, tutti noi possiamo, come Tommaso, cominciare a camminare credendo, cioè appoggiandoci sull'esperienza del suo amore. Perché tutti noi possiamo sperimentare la beatitudine di credere anche quando la realtà, le sofferenze e i problemi, vorrebbero farci dubitare che lui ci ama. Avere cioè gli occhi della fede capaci di riconoscere il suo amore e la sua presenza oltre le piaghe del nostro cuore e le piaghe del cuore dei nostri fratelli, nella certezza che tutto, ma proprio tutto, concorre al nostro bene.
Non era con loro
Una porta chiusa a chiave, la sera, dopo una brutta notizia, non protegge quasi mai davvero da nulla. Protegge dalla paura di guardarla in faccia. I discepoli, la sera di Pasqua, erano chiusi in una stanza per paura dei giudei. Gesù oltrepassa quella porta sprangata delle paure e dei dubbi, quel velo ostinato che copre occhi, mente e cuore, e impedisce di riconoscere, oltre le apparenze, nelle pieghe della carne e della storia, la presenza certa e amorevole del Signore. Dio è. Dio è oltre la morte, oltre il peccato, oltre la contingenza che ci atterrisce.
Non bussò. Non attese che qualcuno gli aprisse. Stette in mezzo a loro, a porte chiuse, perché nessuna porta, nessun muro, nessuna paura può fermare chi ha già attraversato la morte. E la prima parola che dice non è un rimprovero per la fuga di quella sera. È: "Pace a voi." Lo dice due volte. La prima volta è una pace che scioglie la paura di chi ha davanti. La seconda è quasi un mandato: perché la portino ad altri. Non basta ricevere pace. Bisogna imparare a darla. Subito dopo aggiunge: "Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi." C'è un'assonanza precisa tra la vita di Cristo e la nostra: come lui è stato inviato dal Padre a vivere la propria esistenza in funzione di quella missione, così anche noi viviamo per un invio, per qualcosa di buono che il Padre ci affida da compiere.
Colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli. Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche lui ne è divenuto partecipe, per ridurre all'impotenza, mediante la propria morte, colui che della morte aveva il potere, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita (cfr. Eb 2,11-14). È per questo che può stare in mezzo a uomini che lo hanno abbandonato, senza vergognarsene: ha condiviso la loro stessa carne, fino in fondo.
Ma per credere davvero, per sperimentare questa presenza e appoggiare tutta la vita su di essa, occorre un supplemento d'anima. Uno sguardo diverso. Una testimonianza piantata nel cuore, non solo intravista con gli occhi. Occorre una rivelazione che viene dall'alto, donata attraverso l'effusione dello Spirito Santo in noi. Ecco quello che è mancato a Tommaso quella sera, come probabilmente manca spesso anche a noi: non la buona volontà, ma la fede.
E la fede si impara. Non è un possesso privato, un'illuminazione isolata: "la stessa professione della fede è un atto personale ed insieme comunitario. È la Chiesa, infatti, il primo soggetto della fede... 'Io credo': è anche la Chiesa nostra Madre, che risponde a Dio con la sua fede e che ci insegna a dire 'Io credo', 'Noi crediamo'" (Benedetto XVI, Porta Fidei). Per questo Gesù non rimprovera chi non c'era quella sera: lo invita a mettersi in cammino, a diventare credente, a imparare una fede che oltrepassa la carne. E questo si può fare solo in un luogo: la comunità.
Detto tutto questo, Gesù soffia su di loro. È un gesto che il Vangelo di Giovanni riserva a questo solo momento, e che richiama da vicino la creazione dell'uomo: Dio che soffia il suo alito vitale nelle narici di Adamo plasmato dalla terra, e ne fa una creatura vivente. Lo stesso gesto compare quando il profeta Ezechiele, davanti alla valle delle ossa aride, invoca lo Spirito perché soffi su di esse e tornino a vivere. Nel cenacolo il Risorto ripete quel gesto antico per l'ultima volta, quella definitiva: soffia il suo Spirito, e i discepoli, accogliendolo, diventano creatura nuova.
"Ricevete lo Spirito Santo", dice loro. E subito aggiunge il potere che a quello Spirito è legato: "A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi." Perdonare è, in un certo senso, un prodigio più grande che risuscitare un morto: chi perdona fa rivivere l'altro riconoscendolo fratello, e diventa lui stesso figlio, capace di amare come ama il Padre.
Tommaso, quella sera, non c'era. Manca lui, e manca la parte più preziosa di quell'incontro: non ha ricevuto ancora quel soffio, non ha ancora sentito quella pace pronunciata anche per lui. Ma Gesù torna dai suoi, e si fa presente di nuovo, come nel giorno di Pasqua: un giorno che, nel suo apparire ripetuto, diventa quasi un unico giorno senza fine, il grande giorno della vittoria sul peccato e sulla morte. Ancora oggi, questa domenica che la tradizione chiama "in albis", la Chiesa la vive come fosse Pasqua stessa: le stesse antifone, lo stesso prefazio. È il segno dell'amore di Cristo che, risorto, dilata il tempo finché raggiunga anche Tommaso, e raggiunga ogni uomo. Così ogni domenica è Pasqua, perché la risurrezione, il perdono, la vittoria di Cristo continuano ad attirare anche gli uomini più lontani: i tanti gemelli di Gesù dispersi, ancora in cerca di quella parte di sé che manca perché possano essere felici.
Il gemello assente
I gemelli si assomigliano moltissimo, ma non sono cloni. Vivono anche a distanza di migliaia di chilometri, eppure qualcosa dell'uno raggiunge l'altro: una gioia, una sofferenza, un presentimento senza parole. Sono stati formati nello stesso grembo, nello stesso tempo, e quel legame non si scioglie con la distanza.
Tommaso è chiamato Didimo, che vuol dire proprio questo: gemello. E la prima cosa che quel nome ci dice è che tutti noi siamo gemelli di Cristo. San Paolo lo dice senza mezzi termini: siamo stati creati in Cristo, dentro la sua immagine, che è la stessa immagine del Padre. Chi vede Cristo vede il Padre; chi è stato creato in Cristo porta dunque, fin dal principio, l'immagine del Padre stampata addosso. La felicità di un uomo è vivere quell'immagine. Per questo il battesimo è chiamato una ricreazione: non aggiunge nulla che non ci fosse già, ci riporta a ciò che eravamo destinati a essere.
C'è di mezzo, però, il peccato. Ed è un problema serio, comune a tutti gli uomini: non vivere più da figli, aver nascosto, aver ferito quell'immagine che resta indelebile. Pensate a una vecchia utilitaria truccata: ruote più grandi, motore cambiato, carrozzeria irriconoscibile. Eppure chi la conosce sa sempre che quella era una Cinquecento. Così è l'uomo: rimane sempre immagine e somiglianza di Dio, ma quell'immagine è sepolta sotto la terra dei nostri peccati, del nostro orgoglio, della nostra superbia. Ed è proprio questa la nostra infelicità: costringerci a vivere un'altra vita, a immagine di un altro che non dà vita, ma la toglie.
Tommaso, il gemello, non era con gli apostoli la sera di Pasqua. Non era nella comunità. Stava cercando Cristo fuori dalla comunione, e per questo non ricevette lo Spirito Santo, quando Gesù apparve ai dieci e disse loro: ricevete lo Spirito Santo. Chi si allontana dalla comunità cercando forse anche nel peccato, cercando se stesso, porta dentro di sé questo stesso spirito di Tommaso: cerca qualcosa di più, ma ingannato.
E tuttavia c'era del coraggio, in quella fuga. Gli altri erano tutti rinchiusi nel cenacolo, paralizzati dalla paura dei giudei. Tommaso no. Era fuori. Una tradizione racconta che fosse andato a cercare il corpo del suo Signore, spinto da quella relazione così intima e profonda che lega un gemello all'altro: un amore più forte, più esposto, meno prudente di quello degli altri.
Ma lo cercava male. Lo cercava nella carne, fuori dalla comunità, perché senza lo Spirito si può cercare Cristo solo così: nella carne. È la logica di ogni peccato, in fondo: dietro ogni litigio, dietro ogni compromesso, dietro ogni cedimento, c'è una ricerca di vita che ha sbagliato strada. Perché la vita è Cristo, e quando la cerchiamo altrove, nel piacere, nella carriera, nel giudizio che diamo agli altri, nella pretesa di avere ragione, stiamo comunque, ciecamente, cercando lui.
Poi appare Gesù a quelli di Emmaus, e li riporta alla comunità, a Gerusalemme, al cenacolo. Perché la tomba vuota si spiega solo lì, nella comunità cristiana. Per questo Gesù torna, otto giorni dopo, e questa volta anche per Tommaso.
Quando qualcuno che amiamo, la moglie, il marito, un fratello, un amico, si allontana da noi, non rispetta più i nostri schemi, non ci ama come vorremmo, noi tagliamo. È la nostra reazione più immediata: chi mi sta antipatico, lo cancello. Cristo no. A lui, gemello di Tommaso, mancava Tommaso. E la rivelazione della risurrezione non poteva dirsi completa se non arrivava fino a lui.
In tutto questo ci siamo noi. Tutti gemelli di Gesù Cristo, come Tommaso, con lo stesso bisogno e spesso con la stessa strada sbagliata: cercarlo fuori, da soli, nella carne, invece che dentro la comunione dei fratelli. Ma anche a noi, come a Tommaso, Cristo torna incontro con pazienza. E quando finalmente si torna, magari balbettando, magari ponendo ancora condizioni, si ritrova accanto a sé Pietro, che aveva un carattere terribile e aveva rinnegato; Giovanni, giovane e fragile; tutti gli apostoli, in mezzo ai quali Cristo appare. È lì che si cammina, come gemelli di Gesù Cristo, sulla via della fede: non da soli, ma tra fratelli reali, imperfetti, presenti.
La carne cerca lo Spirito
C'è una sete che nessuna acqua sazia davvero, e tutti la conosciamo. Israele, nel deserto, si fabbricò un vitello d'oro. Non perché avesse smesso di credere in Dio, ma perché aveva bisogno di vederlo, di averlo, di toccarlo con le mani. L'idolatria è sempre questo: un bisogno di Dio che sbaglia strada. Chi cerca la vita nei soldi fa lo stesso. Chi la cerca in una buona carriera, nello studio, nella moglie, nel marito, nei figli, nella fidanzata, nel sesso, dovunque sia, purché sia qualcosa che si tocca, sta cercando la stessa cosa: tutto, nella carne.
E non c'è nulla di strano in questo, se ci pensiamo bene. Non siamo puro spirito. Ho una carne, Dio me l'ha data. In fondo, ciò che scandalizzò una parte d'Israele, una parte dei farisei, fu proprio questo: che Dio si facesse carne. Ma Dio deve salvare la carne, non aggirarla. Questa attenzione alla carne, che vuol dire attenzione alla debolezza, attraversa tutto il Vangelo, ed è una meraviglia.
Tommaso, come ciascuno di noi, dovrà fare questa esperienza: rendersi conto che Dio non ha mai disprezzato la sua carne. Perché ogni peccato che compiamo, in realtà, è un disprezzo della nostra carne, non una sua celebrazione. Cerchiamo nella carne la soddisfazione, il piacere: cioè, senza saperlo, Dio. Il piacere sommo, il compimento di ogni desiderio dell'uomo, è Dio: lo dice Sant'Agostino, lo dicono tanti Padri. Bere, essere stimati, i compromessi affettivi che ci concediamo: sono frammenti di un desiderio che vorrebbe qualcosa di più grande, e che invece ci portano a disprezzare noi stessi, perché quando pecchiamo facciamo del male innanzitutto a noi.
Dio, mandando il Figlio, si è fatto carne senza disprezzare la carne. Attenzione, allora, a disprezzare la propria: la propria debolezza, persino la propria tentazione. Perché la tentazione tocca un punto del cuore che viene da Dio: sollecita un bisogno vero, un desiderio di vedere Dio, di essere compiuti, il desiderio di un gemello che cerca senza sosta di stare accanto al proprio fratello.
Tommaso non aveva ricevuto lo Spirito. E senza Spirito si cerca Cristo solo così: nella carne. Dietro ogni peccato, in fondo, è nascosta questa ricerca della vita: la vita è Cristo. Persino peccando cerchiamo un bisogno, un piacere, una gioia, un compimento. Persino litigando: se tua moglie ti sta facendo del male e non riesci a sopportarlo, non è solo rabbia quella che provi, è la pretesa di qualcosa in più. Senza Spirito, quella pretesa diventa orgoglio, superbia che governa la vita e che, alla lunga, uccide. Ma dietro anche a questo, il demonio tocca sempre la stessa corda del cuore: il desiderio di vita, la nostalgia del paradiso.
E siamo tutti gemelli del Signore, chiamati a una relazione con Cristo intima, unica, irripetibile. Ma spesso cerchiamo male, come cerca male un figlio che si è allontanato dalla comunità, come cercano male una moglie o un marito che si sono allontanati dalla Chiesa. Anche noi, quando litighiamo per affermare la nostra ragione, quando ci difendiamo nell'egoismo o nella superbia, in fondo stiamo cercando la vita, perché l'altro sembra togliercela con il suo giudizio, con la sua opposizione. Identifichiamo la nostra vita nelle creature, nel piacere, in ciò che si vede e si tocca, e sbagliamo. Ma la meraviglia è che Cristo ha pazienza. E viene incontro anche a chi lo cerca così, nella carne, per condurlo, un passo alla volta, a cercarlo nello Spirito.
Otto giorni
Chi ha aspettato qualcuno sa che l'attesa non è mai vuota. Una madre che aspetta il figlio lontano non sta semplicemente fermando il tempo: lo riempie di gesti, di preghiere, di una porta lasciata socchiusa. Così è per Cristo, quando torna a cercare Tommaso non subito, ma dopo otto giorni.
Non è un caso, quel numero. Ogni domenica la Chiesa fa memoria della risurrezione: è il giorno in cui il Signore torna, sempre, per chi si raduna nel suo nome. Il primo giorno della settimana, quello in cui Gesù è apparso ai dieci, e l'ottavo, quando torna per Tommaso, sono lo stesso giorno che si ripete: il giorno del Signore, la domenica, che non chiude una settimana ma ne apre una senza fine. È il giorno uno e insieme l'ottavo, perché non conosce tramonto: fonte di vita che non si esaurisce.
Ma la sua relazione con il Maestro era stata anche qualcosa di più di un ricordo struggente. Tommaso aveva sentito vibrare nell'anima il suo amore soprannaturale, ne aveva percepito la tenerezza, e quella memoria mai sopita, come quella del figlio prodigo, lo spinse a tornare proprio là dove ancora non l'aveva cercato: nella stanza dove aveva ricevuto dalle mani di Gesù il suo corpo e il suo sangue, in quell'intimità che si sperimenta solo nella comunione con i fratelli. E Gesù, che non lo aveva mai considerato perduto, torna a cercarlo. Torna per lui, assecondando con tenerezza infinita quel bisogno affettivo che sempre muove gli uomini verso di Lui.
Non è distanza, quella settimana. È pedagogia. Se Cristo fosse apparso subito, Tommaso non avrebbe avuto il tempo di ascoltare, giorno dopo giorno, l'annuncio dei fratelli: "Abbiamo visto il Signore." E quell'attesa, invece di spegnere il desiderio, lo accende: lo rende più pronto a credere, quando finalmente l'incontro arriva. Dio non ha fretta con noi. Sa aspettare che la libertà di un uomo maturi, senza forzarla.
C'è chi legge in questa attesa un rimprovero, come se Cristo tenesse il broncio a Tommaso. Non è così. La sera di Pasqua, appena apparso ai dieci, Gesù aveva augurato per due volte la pace, sapendo bene che un giorno si sarebbe discusso a lungo di quel suo ritardo: chi si sarebbe rammaricato di aver dubitato, chi si sarebbe vantato della propria fermezza. Per questo taglia corto fin da subito, offrendo pace a tutti: Pietro che rinnega, Giovanni che fugge, Tommaso che dubita, restano nello stesso perdono. Nessuno ha titolo per giudicare l'altro.
E quella richiesta di Tommaso, di toccare le piaghe con le proprie mani, non nasce da freddo scetticismo. Nasce da un affetto che vuole essere certo, per sempre, che quel sacrificio non sia stato vano. È lo zelo di chi, prima di partire ad annunciare agli altri una fede così misteriosa, cerca per sé un fondamento solido. Non è un caso che, secoli dopo, la Chiesa abbia continuato a leggere in questa scena non un incidente, ma una disposizione provvidenziale: l'incredulità di Tommaso ha giovato a noi, per la fede, più della fede pronta degli altri discepoli. Mentre lui viene ricondotto a credere toccando, la nostra mente si consolida superando ogni dubbio senza aver toccato nulla.
Il Signore ama Tommaso, e ama noi. Ci attende con pazienza, e viene a cercarci ancora. Anche i momenti in cui ci siamo allontanati, preferendo la solitudine dell'orgoglio o del dolore, anche quelli infilati nel buio più oscuro, sono fecondi: preparano l'incontro decisivo che muove alla professione di fede più bella. Anche noi, anche un figlio lontano, anche un amico che non risponde più, anche l'uomo più distante sta cercando il Signore, magari senza saperlo.
Per resistere al pericolo che anche la fede diventi soltanto un ricordo struggente, occorre lasciarsi crocifiggere con Cristo: restare ben piantati con Lui nella storia, vivere pur non sentendo nulla, anche senza consolazioni, appoggiati al mistero del suo amore, spesso invisibile ma sempre all'opera. Quando l'altro ci offre solo la morte, quando la storia si apre come un abisso di delusione e solitudine, a salvarci è la comunità: il cenacolo dove toccare Cristo e imparare, ancora una volta, ad avere fede.
Toccare per credere
Una cicatrice non nasconde la ferita: la racconta. Chi porta sul corpo il segno di una caduta, di un'operazione, di un incidente, sa che quel segno non è la parte peggiore di sé: è la prova che è sopravvissuto. Le piaghe di Cristo risorto sono così. Non un residuo della sofferenza, ma la firma di un amore che ha attraversato la morte e ne è uscito vivo.
Tommaso vuole proprio questo: toccare. Non sfiorare, non guardare da lontano. Il gesto che chiede è invasivo, quasi impudente: mettere il dito nel foro dei chiodi, la mano nel costato aperto, perché per lui vedere e toccare erano la stessa cosa, dovevano esserlo entrambe. Vuole toccare le ferite perché vuole sapere che quello che è morto per lui è davvero risorto. I suoi occhi avevano visto Cristo morire: ora quegli stessi occhi, e quella stessa mano, vogliono verificare che il sacrificio non sia stato inutile. Non è curiosità morbosa. È la ricerca della prova che l'amore di Dio verso di lui è vero, che quello scandalo, i chiodi, la lancia, la croce, non è stato vano.
Dove si può toccare oggi quella ferita? Solo in un luogo: la Chiesa. Non perché la Chiesa sostituisca Cristo, ma perché è il suo corpo vivo. Gesù, infatti, non dice che la fede sia un salto nel buio: se lo fosse, perché avrebbe fondato la Chiesa? Essa è, nel mondo, il suo corpo risorto offerto come segno perché il mondo possa credere. È lì che possiamo mettere le mani nel costato di Cristo: nella comunità, non fuori.
Tutto questo si compie perché il gesto che Tommaso chiede, gettare il dito, affondare la mano, è lo stesso gesto con cui l'uomo, da sempre, cerca di prendere ciò che desidera: toccare l'albero, toccare il frutto, possedere. È la via del peccato. Ma quello stesso bisogno di toccare, in Cristo, diventa la via della fede: non più prendere, ma essere raggiunti.
Le piaghe del fratello sono la ferita di Cristo. Quando vediamo un matrimonio salvato, un figlio che torna dopo essersi perduto, un ragazzo protetto dal precipizio, stiamo vedendo la stessa cosa che vide Tommaso: la vita che vince dove sembrava regnare solo la morte. Per questo la Chiesa è, in un certo senso, la grande ferita di Cristo aperta nel mondo, e noi ci nascondiamo dentro di essa per essere guariti. Non è un luogo teorico: dentro la Chiesa, attraverso i sacramenti, quella stessa parola che ascolti si concretizza, si compie. E la ferita del tuo fratello, anche quella nata dal peccato, dall'odio, dal rancore, se la guardi con occhi di fede, ti mostra che Cristo ha agito lì. È gloriosa, quella ferita, non perché il male sia bene, ma perché Cristo l'ha attraversata. Dentro la ferita dell'altro, la ferita del delitto, la ferita della debolezza, possiamo toccare la misericordia infinita di Dio, la sua compassione, il suo perdono. E allo stesso modo l'altro, nella nostra ferita, verifica che il sacrificio di Cristo non è stato inutile.
Toccare le piaghe di Cristo significa avere questa certezza, volta per volta: che donarsi al coniuge quando è difficile, che perdonare chi ti ha fatto del male, che offrire se stessi per chi ti tradisce, non sono gesti buttati via. La morte non è l'ultima parola su quella relazione. Le ferite, quando sono attraversate così, diventano la porta spalancata sulla vita che non muore. E non si tratta di ritrovare la propria vita da soli: si ritrova insieme alla vita del fratello che, magari proprio in quel momento, ci sta facendo del male.
Questa comunione non è un'idea astratta. È fatta di fratelli che a volte ci escludono e che noi stessi escludiamo, che ci giudicano e che noi giudichiamo. Eppure lì, in mezzo a tutto questo, appare comunque, poco alla volta, la vittoria di Cristo. Perché prima di essere sposati, preti, vedovi, malati, simpatici o no, c'è questo rapporto intimo con Cristo dentro la comunità: è lì che si radica ogni altra cosa. E in questo mistero i matrimoni si rinsaldano, le relazioni si sanano, non perché diventino facili, ma perché vengono nascoste, e curate, nelle piaghe di Cristo.
Così il fratello vede nelle tue piaghe ciò che tu vedi nelle sue: che Cristo è risorto, che si può perdonare, che si può uscire dal peccato, che ogni giorno si è generati di nuovo per una vita che è tutta comunione. È questa la fede che salva: non un pensiero, ma un corpo, il suo, che ancora oggi si lascia toccare.
Mio Signore e mio Dio
C'è una differenza tra dire il nome di qualcuno e chiamarlo. Un bambino che grida "mamma" in mezzo alla folla non sta enunciando un dato anagrafico: sta reclamando un legame, un possesso reciproco, un'appartenenza che nessun altro nome potrebbe dire allo stesso modo. Quando Tommaso, toccando le piaghe, esclama "Mio Signore e mio Dio", non sta semplicemente riconoscendo un fatto. Sta chiamando.
È la più splendida professione di fede di tutto il Vangelo, e non a caso arriva proprio nel punto più basso della sua fiducia. Tommaso vedeva e toccava un uomo, le mani, il costato, la carne ferita, ma confessava la sua fede in un Dio che non si vede né si tocca. Vide un uomo, e riconobbe Dio. Ciò che i suoi occhi e le sue dita percepivano lo condusse a credere in ciò di cui, fino a un attimo prima, aveva dubitato.
Questo può accadere solo nella comunità cristiana. Non si dice "mio Signore e mio Dio" da soli, in una stanza chiusa, davanti a un'idea. Lo si dice dentro la Chiesa, perché è lì che io ricevo il perdono dei peccati, che sperimento una comunione fatta anche di fratelli che a volte mi escludono e che io stesso escludo, che mi giudicano e che io giudico. E in mezzo a tutto questo, poco alla volta, appare la vittoria di Cristo. Fuori da questo, la crisi personale diventa l'unico orizzonte: se sei solo, la crisi ti travolge, ti isola, ti convince che non vali nulla. Attaccato alla comunità, invece, puoi entrare nella crisi e anche dubitare, personalmente, ma lasciarti portare dalla fede e dalla Chiesa.
Ed è una fede che rende possibile l'amore. Cristo ci ha amati così come siamo: non dopo che siamo diventati migliori, non a condizione di meritarlo. Ci ha amati per primo, e per questo possiamo, a nostra volta, amare chi non lo merita. Il mondo giudica questo un'assurdità: morire per un nemico, amare chi ci tradisce, sul lavoro come ovunque, sembra una follia. Eppure è l'unica forma vera di vivere, di entrare davvero nella vita, perché Cristo ci insegna, dentro la Chiesa, che le sue piaghe sono porte aperte verso la vita vera, non cicatrici da nascondere.
Il Signore ci porta, piano piano, a dire "mio Signore e mio Dio". La nostra comunità è quella stessa piaga in cui possiamo nasconderci, come nel Cantico dei Cantici, dove l'anima entra in rapporto con il proprio sposo. Mai da sola. Chi sta in comunione vera con i fratelli già non pecca, perché quella comunione lo sazia; può ancora combattere contro le proprie tentazioni, ma non ha più bisogno di andare a cercare altrove ciò che ha già trovato.
Possiamo costruire su questa roccia, come su una pietra che resiste alle tempeste e ai terremoti: è la fede adulta, la fede di Tommaso cresciuta nella sua comunità, alla presenza di Cristo risorto. E come lui, possiamo riconoscere "il nostro Signore e il nostro Dio" nelle nostre stesse piaghe, in quelle ferite della vita dove sembra non esserci altro che morte, per credere, ogni giorno, che nella croce è nascosta la gloria, nella storia l'onnipotenza di Dio, nella nostra vita la signoria di Cristo.
Nella Chiesa si impara dunque questa fede adulta: una fede che ama, che spera, che vive nella verità, che obbedisce, che non resiste al male, che si apre alla vita, che vive le relazioni nella castità e nel rispetto, libera dagli idoli di questo mondo. È la fede che vede l'amore di Dio in ogni piaga, e può abbandonarsi a esso con fiducia, insieme ai propri fratelli, gemelli di Cristo. Essere credenti significa allora camminare, anche nella notte oscura dei santi, senza consolazioni, senza prove carnali, con la sola certezza sigillata istante dopo istante: quella di un amore che non ci abbandona mai. Questa è l'esperienza di Tommaso, ed è un regalo che il Signore fa a ciascuno di noi.
Beati quelli che non hanno visto
Chi si appoggia a un muro, prima lo tocca. Non è sfiducia: è buon senso. Anche la parola "fede" custodisce questa stessa logica. In ebraico si dice emunah, che viene dalla stessa radice di amen: non un salto, ma un sostegno, qualcosa di certo su cui posare il peso di sé. In greco è pistis. In ogni lingua, credere ha a che fare con l'appoggiarsi a qualcosa di solido, non con il chiudere gli occhi e sperare.
Per questo voler verificare non è un peccato. La nostra fede non consiste nell'entrare a occhi chiusi in un luogo oscuro: è una cosa certa, o non è fede. Io, poiché ho verificato la parola che mi è stata riferita, posso avere fede. E affinché quella fede fosse davvero forte dentro di lui, Tommaso andò a vedere Gesù e desiderò toccare le sue ferite. Cristo rispose a quella preghiera. Tornò.
Ma cosa rimprovera davvero, Gesù, a Tommaso? Non l'aver visto. La frase è più precisa di come spesso la sentiamo tradurre: "Perché mi hai visto, hai creduto: beati quelli che, pur non avendo visto, cominceranno a credere". Non è un rimprovero rivolto a chi ha avuto la grazia di vedere: altrimenti Gesù starebbe rimproverando anche Giovanni, anche Pietro, anche Maria di Magdala, tutti quelli che credettero perché videro. È un rimprovero più sottile: Tommaso non si è fidato dell'annuncio dei fratelli. Ha preteso di rifare da solo un cammino che gli altri avevano già percorso per lui.
C'è poi una precisione che vale la pena custodire. Gesù non dice "beati quelli che credono senza vedere e senza toccare". Dice soltanto: senza vedermi. Per Tommaso vedere e toccare erano la stessa cosa, dovevano esserlo entrambe. Ma noi, che pure abbiamo bisogno di toccare qualcosa per credere, non siamo condannati a un'oscurità totale. Si può entrare, dopo, con fede, anche nell'oscurità; ma per avere fede occorre prima toccare una roccia, qualcosa di fermo nella vita a cui appoggiarsi. Non è un'accusa contro chi ha bisogno di segni. È la promessa che, una volta toccata quella roccia, si può camminare anche quando la roccia non si vede più.
Cosa desiderava, in fondo, Tommaso? Ciò che desideriamo noi. Voleva vedere, e ciò che vedeva voleva verificarlo: i suoi occhi avevano visto Cristo crocifisso per lui, avevano visto quel sacrificio, e voleva la certezza che non fosse stato vano. Questa è la fede: la certezza delle cose che non si vedono e che si sperano. Cos'è che non vediamo, e che speriamo? La vita eterna, un amore oltre la morte. Tutti la cerchiamo, tutti la speriamo, senza poterla vedere. La fede è credere che esista davvero.
E come si può credere che esista, senza averla mai vista né toccata? Non si può, del tutto. Per questo Cristo non rimprovera Tommaso per aver avuto bisogno di una prova. Lo invita solo ad andare oltre: guarda e tocca. Dove? Nella comunità. È lì che Tommaso fece l'esperienza che l'amore fino alla fine, l'amore fino alla morte, è la porta della vita eterna. Chi perde la vita la trova: questo Tommaso lo sperimentò con mano, e per questo poté dire "mio Signore e mio Dio", la più bella professione di fede di tutta la Scrittura.
Ci sono, in fondo, due tappe nell'avventura della fede, non una sola. Prima si crede perché si vede: è la strada dei primi, di chi ha potuto toccare con mano. Poi viene un tempo in cui si crede pur non vedendo più, non perché la prova sia venuta meno, ma perché ciò che è stato toccato una volta resta, nella memoria e nella comunità, come un fondamento su cui continuare a camminare anche nel buio. Sono le prove più alte della fede, quelle dei santi: credere quando tutto sembra nero, quando sembra che Dio sia lontano, sperare contro ogni speranza. Non è una fede diversa da quella di Tommaso. È la stessa fede, arrivata a un'altra stagione.
Il dito nella piaga
Chi era, l'uomo che dipinse questa scena? Un uomo che sapeva bene cosa fosse l'irruenza. Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, portava dentro di sé una violenza che non sapeva sempre governare: risse, denunce, un arresto per aver diffuso versi diffamatori, e più avanti, una fuga da Roma dopo aver ucciso un uomo, anni vissuti da fuggitivo fino alla morte. Forse per questo, consapevolmente o no, si sentì così vicino a Tommaso. Non lo dipinse come un teologo avrebbe voluto dipingerlo, compassato e devoto. Lo dipinse come un uomo vero, impastato di desiderio e di paura, che ha bisogno di mettere le mani su ciò che vuole credere. Chissà se, guardando quella tela, Caravaggio non stesse in qualche modo guardando anche se stesso.
Guardate un quadro, un momento, prima di continuare a leggere. Tre uomini stretti attorno a un quarto, così vicini che le loro teste quasi si toccano. Nessuno sfondo a distrarre: solo un buio bruno, anonimo, che costringe l'occhio a restare lì, su quel gesto. E il gesto è questo: una mano che ne guida un'altra, un dito che viene accompagnato, quasi con forza, dentro una ferita aperta.
È l'Incredulità di San Tommaso, dipinta attorno al 1600 per un banchiere romano, Vincenzo Giustiniani. Ebbe una fortuna che pochi quadri hanno avuto: se ne fecero ventiquattro copie negli anni successivi, e tra i copisti ci furono anche Rubens e Guercino.
Cristo, in quel quadro, non è al centro della composizione. Il centro è la testa di Tommaso: il suo sguardo perso, la fronte aggrottata, il movimento insieme brusco e titubante di chi sta facendo qualcosa che desidera e teme allo stesso tempo. E poi c'è quella mano che guida l'altra. Non è un dettaglio da poco. Nella tradizione artistica che aveva raccontato questa scena prima di Caravaggio, era spesso Tommaso da solo a protendere il dito verso la ferita. Qui è Cristo stesso a prenderlo per mano e a condurlo dentro. Come se l'invito verbale, "metti qui il tuo dito", avesse un suo sviluppo naturale in un gesto pieno di tenerezza, non di sfida.
Ma c'è un altro dettaglio, forse il più sorprendente di tutti, ed è quello che riguarda noi. Caravaggio dipinge le figure a distanza ravvicinata, quasi a portata di mano più che di sguardo, e le colloca all'altezza di chi guarda. Il risultato è che chiunque si fermi davanti a quella tela diventa, senza accorgersene, il quinto personaggio della scena. Anche noi ci troviamo a chinarci su quella ferita, incerti e stupiti quanto Tommaso. Non stiamo osservando un fatto accaduto una volta, lontano da noi: stiamo, in un certo senso, allungando anche noi il dito.
Perché Cristo fa questo gesto? Perché conosce Tommaso più di quanto Tommaso conosca se stesso. Ha letto nel suo cuore il desiderio taciuto, e lo libera dal peso di doverlo formulare fino in fondo. Basta il gesto. E il dito non si limita a sfiorare: entra, come a voler fugare ogni ombra di dubbio, mentre lo sguardo dell'apostolo segue quel movimento come se avesse calcolato che il riscontro di due sensi vale più di uno solo.
Gli altri due discepoli, alle spalle di Tommaso, non sono meno coinvolti. Nei loro occhi non c'è rimprovero per l'audacia del compagno: c'è la stessa curiosità, lo stesso stupore trattenuto. Anche loro, in fondo, avevano bisogno di quella prova, solo che non hanno avuto, o non hanno avuto ancora, il coraggio di chiederla ad alta voce.
C'è un ultimo dettaglio che vale la pena notare: gli abiti. Tommaso e i suoi compagni vestono i panni comuni del tempo di Caravaggio, sgualciti, poveri. Cristo invece porta un manto che richiama la statuaria classica, senza tempo. È un piccolo scarto silenzioso, ma dice tutto: il passato che è eterno oggi entra nel presente più feriale, senza chiedere il permesso, senza attendere che siamo pronti.
La tradizione liturgica d'Oriente ha un'espressione bellissima per raccontare quello che accade in questa scena: "felice incredulità di Tommaso". Non è un ossimoro casuale. È lo stesso paradosso della colpa felice che apre la strada alla redenzione: il dubbio di uno diventa il fondamento della fede di tutti. Non perché il dubbio sia una virtù in sé, ma perché Dio sa farne, ogni volta, un varco.
Del quadro stesso, poi, si potrebbe raccontare la storia come si racconta quella di un uomo. Passò di collezione in collezione, fino ai re di Prussia; nel caos della fine della seconda guerra mondiale se ne persero le tracce, tanto da mancare persino alla grande mostra dedicata a Caravaggio nel 1951; fu ritrovato, restituito, e oggi è custodito a Potsdam. Anche la tela, si direbbe, ha fatto la sua parte di strada nel buio prima di tornare visibile. Tommaso continua a parlare, in un certo senso, anche attraverso le vicende di questa immagine.
Ma torniamo a noi, che siamo il vero motivo per cui vale la pena fermarsi su questo quadro. Perché siamo attratti da questa figura così umana? Perché in essa riconosciamo le nostre stesse povertà, la nostra stessa irruenza, le nostre esigenze, le nostre cadute. Ed è proprio per questo che Tommaso resta così autenticamente umano, e per questo così aperto alla possibilità di amare Dio visceralmente, fino in fondo. Non a partire da un'idea pulita di noi stessi, ma a partire da quello che davvero siamo: un crogiolo di sentimenti, di passioni, di cadute, di tutto ciò che ci portiamo dentro.
Avete mai sentito parlare della teoria delle finestre rotte? Negli anni Novanta New York era in pieno caos: strade sporche, criminalità alle stelle. Nel 1993 fu eletto sindaco Rudolph Giuliani, che affidò la polizia a William Bratton. Tutti si aspettavano un contrattacco massiccio contro il crimine. Non fu così. Cominciarono a pulire la metropolitana: ogni vagone coperto di graffiti veniva ritirato subito dal servizio e ripulito. Aggiustavano le finestre rotte, curavano ogni minimo dettaglio. Molti li criticarono: ci sono omicidi ogni notte, e voi state qui a pulire i vagoni? Ma quella polizia aveva capito qualcosa di vero sulla psicologia umana: una sola finestra rotta e mai riparata manda un messaggio chiarissimo: qui non comanda nessuno, qui il livello è basso, qui è tutto permesso. Quando invece si sistema ogni cosa, il messaggio cambia: qui c'è un ordine, e vale la pena rispettarlo. Applicando questa idea, la criminalità a New York crollò del cinquantasei per cento: una delle trasformazioni urbane più grandi della storia americana. Tutto era partito dai dettagli più piccoli.
Anche noi abbiamo le nostre finestre rotte. Il letto sfatto dell'anima, i piatti accumulati dei rancori mai lavati, i vestiti buttati per terra delle abitudini che non correggiamo più. Piccole cose che continuano a mandare lo stesso messaggio al cuore: qui il livello è basso, tanto un po' di disordine in più non cambia nulla. Ma qui, a differenza di New York, non siamo noi a dover sistemare ogni cosa con le nostre forze, un vagone alla volta, per meritarci un ordine che non arriverebbe mai da soli. È Cristo che entra nel nostro groviglio, a porte chiuse, senza bussare, e con una sola parola, "pace", comincia a mettere ordine in ciò che noi non riusciamo nemmeno più a distinguere. Non ripara le finestre una per una, dall'esterno: entra e abita la casa, ed è la sua presenza stessa a ridare misura a tutto il resto.
C'è un pensiero di un monaco d'Oriente che chiude bene questo capitolo, meglio di quanto potrei fare io: possiamo ancora oggi toccare con le nostre mani la carne ferita del Salvatore? Sì, non perché Gesù torni a mostrarsi fisicamente come a Tommaso, ma perché viene, in modo reale anche se invisibile, nelle creature che ci circondano. Non ci è dato vedere sempre il suo volto, ma quel volto ci appare nel volto del fratello, e attraverso la compassione raggiungiamo la sua stessa Passione. Toccherò mio fratello, e dirò: mio Signore e mio Dio.
Fino agli estremi confini della terra
La stessa mano che una volta aveva bisogno di toccare una ferita per credere, un giorno si mise in cammino per farsi toccare a sua volta da popoli che non conoscevano ancora quel nome. Una tradizione antica, già nota ai primi secoli della Chiesa, racconta che Tommaso portò l'annuncio del Vangelo prima in Siria e in Persia, poi si spinse fino all'India occidentale, per raggiungere infine anche l'India meridionale. Non è una notizia isolata o tarda: ne parlano già scrittori dei primi secoli, e la tradizione ha continuato a custodirla nei secoli successivi, con la stessa fedeltà con cui una famiglia custodisce il racconto di un antenato lontano.
Si racconta che Tommaso non fosse affatto entusiasta, all'inizio, di quella destinazione. Una tradizione antica narra che, dopo la divisione a sorte delle terre di missione fatta a Gerusalemme, all'apostolo fosse toccata proprio l'India, e che lui non ne volesse sapere: "Non ho forza sufficiente, sono debole", avrebbe detto. Il Signore gli sarebbe apparso in sogno per rassicurarlo: "Non temere, Tommaso, è con te la mia grazia". Ma nemmeno questo bastò a smuoverlo: "Mandami dove vuoi, Signore. È solo in India che non voglio andare." Alla fine, quella stessa tradizione racconta di un espediente quasi ironico: un mercante indiano in cerca di un costruttore per il proprio re avrebbe trovato in Tommaso l'uomo giusto, e da lì, quasi controvoglia, l'apostolo si sarebbe messo davvero in viaggio. C'è qualcosa di familiare in questa riluttanza. Lo stesso Tommaso che aveva preteso di verificare di persona la risurrezione, ora si lascia condurre, quasi trascinare, verso una missione che non aveva scelto. Forse è proprio questo il punto: la fede che nasce dal toccare non resta mai un possesso privato. Diventa, prima o poi, un cammino verso chi ancora non ha toccato nulla.
I segni di un passaggio antico restano, in effetti, numerosi in terra indiana. Scrittori dei primi secoli, Ambrogio, Paolino, Girolamo, ne parlano già come di un dato acquisito: Tommaso sarebbe sbarcato a Mylapore, l'attuale Madras, dove avrebbe subito il martirio e dove ancora oggi si venera la sua tomba. Al Concilio di Nicea, nel 325, risulta presente un vescovo proveniente dall'India. E ancora oggi, nella regione del Malabar, esiste una tradizione di cristiani che usano nella liturgia la lingua siriaca: un filo che attraversa quasi duemila anni senza spezzarsi mai del tutto.
Fu proprio questo piccolo gregge a stupire, secoli più tardi, un altro grande viaggiatore della fede: Francesco Saverio, sbarcato in quelle terre nel 1541. Trovò, sull'isola di Socotra, gente che si diceva cristiana, orgogliosa di dirsi tale, custode di chiese, croci e lampade. I loro sacerdoti, pur non sapendo leggere né scrivere, conservavano intatta la memoria delle preghiere, recitate in una lingua che non comprendevano più ma che non avevano mai smesso di tramandare. Si dicevano discendenti di quei cristiani che Tommaso aveva convertito in quei luoghi. Qualche anno dopo, nel 1545, lo stesso Francesco Saverio si recò a Mylapore per venerare la tomba dell'apostolo, e da lì, pare, portò con sé una reliquia che tenne fino alla morte in un piccolo reliquiario appeso al collo, insieme, curiosamente, ai nomi ritagliati dalle firme delle lettere dei suoi amici lontani, custoditi per la consolazione che gli davano, come un'anticipazione di quella comunione piena che sperava di ritrovare tutta intera nell'altra vita.
C'è una linea che unisce tutto questo, dal cenacolo di Gerusalemme fino alle coste dell'India: uno che aveva avuto bisogno di toccare per credere finisce per farsi toccare, lui stesso, da terre e popoli che il Vangelo non aveva ancora raggiunto. Il gemello che era rimasto fuori dalla porta chiusa, quella prima sera di Pasqua, diventa poi colui che porta quella stessa porta aperta fino agli estremi confini della terra. Non è un cammino lineare, il suo: parte da un dubbio, passa attraverso una riluttanza, e arriva a un martirio. Ma è, in fondo, lo stesso cammino a cui ciascuno di noi è chiamato: toccare, per credere; credere, per essere mandati; essere mandati, senza sapere fino a dove.
Appendice — Nelle fenditure della roccia
1. Il versetto del Cantico
Lo Sposo dice alla sposa: «O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo volto, fammi udire la tua voce, perché la tua voce è soave e il tuo volto è bello» (Ct 2,14).
Un versetto breve, eppure la tradizione cristiana vi ha camminato per secoli. La colomba è la Chiesa, ed è l'anima di ciascuno di noi: non viene chiamata perché è forte, ma perché è amata, e la sua forza non sta in lei, sta nella roccia in cui trova rifugio. Il testo latino della Vulgata parla di fori della pietra e di cavità del muro: non una stanza comoda, ma un riparo stretto, nascosto, sicuro, scavato dentro la roccia stessa.
Quella roccia, la tradizione cristiana l'ha sempre riconosciuta in Cristo. San Paolo, ricordando i padri nel deserto, scrive senza esitazioni che la roccia era Cristo (1Cor 10,4). Israele cammina nel deserto perché una roccia lo accompagna, e da quella roccia percossa sgorga l'acqua che lo tiene in vita. Nel Cantico la sposa si rifugia nella stessa roccia. Nel Vangelo Tommaso è chiamato a entrarvi con gli occhi e con la mano, dentro le piaghe del Corpo risorto. Tre testi, una sola voce.
2. La Roccia che accompagna nel deserto
Paolo non si limita a un paragone: scrive che la roccia era Cristo (1Cor 10,4), un'affermazione che non ammette mezze misure. Israele attraversa il deserto tra fame, sete, paura, mormorazione, idolatria, e la roccia non gli toglie nessuna di queste prove: gli dona, in mezzo ad esse, l'acqua che lo tiene vivo.
È questo che illumina Ct 2,14. La colomba non viene sottratta alla sua storia di fragilità: viene chiamata a starci dentro, nelle fenditure della roccia. Il credente non è salvato perché smette di avere ferite, paura, dubbio, vergogna, ma perché trova un luogo dove può portarle. Quel luogo è Cristo.
E la roccia del deserto, per dare acqua, dev'essere percossa. Anche il costato di Cristo viene aperto, e da lì escono sangue e acqua. In quel costato la tradizione ha sempre visto la nascita della Chiesa, il sacramento, il perdono, il rifugio: non un'immagine accostata dall'esterno, ma lo stesso movimento che attraversa la roccia percossa nel deserto, la roccia del Cantico, il corpo trafitto del Signore.
3. Mosè nella fenditura della roccia
Nel libro dell'Esodo, Mosè chiede di vedere la gloria di Dio, e il Signore gli risponde: «Ecco un luogo vicino a me: tu starai sopra la roccia; quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella fenditura della roccia» (Es 33,21-22). Mosè non si infila da solo in quella fenditura: è Dio a porlo lì. Nessuno entra nel mistero di Dio per forza propria; vi viene nascosto, condotto, nel luogo che Dio stesso apre.
Origene ha accostato questo passo al Cantico: la sposa è chiamata al riparo della roccia, Mosè è posto nel riparo della roccia. In entrambi i casi il luogo della conoscenza di Dio non è una vetta conquistata, ma una feritoia donata. Per vedere qualcosa di Dio bisogna lasciarsi mettere nella roccia. Per credere al Risorto bisogna lasciarsi condurre alle sue piaghe.
4. Tommaso davanti alle piaghe del Risorto
Tommaso dice: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo» (Gv 20,25). Non è una prova generica quella che chiede: sono le piaghe, il segno dei chiodi, il fianco aperto.
Otto giorni dopo Gesù viene a porte chiuse, dice «Pace a voi», e si rivolge a Tommaso riprendendo le sue stesse parole: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente» (Gv 20,27). Non cancella le piaghe: le mostra. Non chiede a Tommaso di credere dimenticando la croce, ma di credere entrando nel Crocifisso risorto. Le ferite restano nel corpo glorioso perché la risurrezione non ha cancellato l'amore che ha sofferto: sono memoria della Passione, e insieme luogo della fede.
Qui il Cantico entra nel Vangelo. La fenditura della roccia diventa il fianco aperto, la colomba che vi si nasconde diventa Tommaso chiamato a mettere la mano nel costato, e la voce della sposa diventa la confessione di Tommaso: «Mio Signore e mio Dio».
5. Agostino: le ferite conservate per i dubbiosi
Agostino, commentando Giovanni 20 nel Trattato 121 sul Vangelo di Giovanni, scrive che i chiodi avevano trafitto le mani del Signore, che la lancia aveva aperto il suo fianco, e che i segni di quelle ferite erano stati conservati per guarire i cuori dei dubbiosi. Tommaso non viene guarito da un ragionamento: viene guarito dalle ferite. La piaga è la medicina del dubbio, e Cristo non si vergogna di mostrarla al discepolo: la conserva apposta per lui.
Questa pagina di Agostino permette di leggere Ct 2,14 accanto a Tommaso. La colomba è nascosta nelle fenditure della roccia perché è lì che il cuore dubbioso viene curato. Le piaghe non sono soltanto una prova esteriore della risurrezione: sono il luogo in cui il cuore impara di nuovo a credere.
6. Gregorio Magno: il dubbio di Tommaso giova alla fede della Chiesa
Gregorio Magno, nell'omelia sul Vangelo di Tommaso, racconta che il Signore offrì il suo fianco al discepolo incredulo e gli mostrò le cicatrici delle ferite, aggiungendo che l'incredulità di Tommaso giovò alla nostra fede più della fede pronta degli altri discepoli. Tommaso tocca, o almeno viene invitato a toccare: il testo evangelico non dice esplicitamente che abbia messo la mano nel fianco, ma dice che Gesù gliela offre, e questa offerta basta a mostrare che la fede cristiana non nasce da un'idea staccata dalla carne. Nasce dall'incontro con il corpo del Crocifisso risorto.
La carne di Cristo è la roccia aperta: non una roccia fredda, ma una roccia ferita. La Chiesa vi entra portando il dubbio di Tommaso, la paura dei discepoli, la voce povera della colomba. E da lì impara a confessare.
7. Bernardo: le fenditure sono le ferite di Cristo
Bernardo di Chiaravalle dedica il sermone 61 sul Cantico alle parole «Columba mea in foraminibus petrae»: ricorda che un'altra interpretazione vede nelle fenditure della roccia le ferite di Cristo, e la fa sua, perché Cristo è la Roccia. Insiste sul rifugio: la colomba si difende nelle fenditure, il passero vi trova una casa, la tortora un nido. Così l'anima trova casa nelle ferite del Signore: non le guarda da fuori, vi abita con la meditazione.
È la stessa linea che unisce il Cantico a Tommaso. Tommaso non è soltanto chiamato a vedere: è chiamato a entrare nella prova della carità di Cristo. Nelle piaghe vede che il Risorto è lo stesso Crocifisso, che l'amore non è stato ritirato, che la morte non ha chiuso il costato ma lo ha reso porta.
8. La voce della colomba e la confessione di Tommaso
Nel Cantico lo Sposo dice: «Fammi udire la tua voce». Nel Vangelo Gesù non chiede a Tommaso un discorso: gli dice «Non essere incredulo, ma credente», e la voce di Tommaso nasce subito, senza indugio: «Mio Signore e mio Dio». La voce soave della sposa non è, prima di tutto, una voce perfetta: è la voce che nasce dalla fenditura della roccia. La preghiera diventa vera quando esce dal luogo in cui Cristo ha lasciato entrare l'uomo. Tommaso parla dopo essere stato chiamato alle piaghe, come la Chiesa parla dopo essere nata dal costato, e l'anima parla dopo essere stata nascosta nella misericordia.
Per questo la ferita del Signore non è soltanto da contemplare: è da abitare, da portare nella preghiera, da lasciare parlare dentro di noi. La colomba mostra il volto e fa udire la voce perché non è più davanti a un giudice, ma davanti allo Sposo.
9. Tommaso d'Aquino: perché Cristo conserva le piaghe
Tommaso d'Aquino, commentando Giovanni 20, affronta una domanda che a prima vista sembra un cavillo: come può un corpo glorioso conservare le ferite, se le ferite sono difetti e il corpo glorioso non dovrebbe averne? Risponde raccogliendo la tradizione agostiniana: Cristo avrebbe potuto cancellare ogni segno delle piaghe, ma volle conservarle, e per più di una ragione. La prima, per mostrarle a Tommaso, che non voleva credere se non avesse visto e toccato. La seconda, per attestare la verità della risurrezione. La terza, per intercedere presso il Padre mostrando quale morte ha sofferto per l'uomo. La quarta, per far vedere ai redenti la misericordia con cui sono stati salvati. La quinta, per mostrare nel giudizio la giustizia della condanna di chi ha disprezzato quell'amore.
Le piaghe, dunque, non restano per nostalgia del dolore: restano perché sono linguaggio, e parlano insieme a Tommaso, alla Chiesa, al Padre, ai salvati, persino al giudizio finale. La fenditura della roccia non è muta. Da essa esce una voce.
10. Bonaventura: entrare per la ferita del costato
Bonaventura contempla il costato aperto come accesso al cuore di Cristo: nella tradizione francescana la piaga del fianco non è soltanto qualcosa da guardare dall'esterno, ma una via di ingresso, una porta verso il cuore stesso del Signore. Nel Lignum vitae invita l'anima a considerare il Cristo crocifisso e il suo fianco aperto con un linguaggio che non è quello del possesso, ma dell'ingresso, del riposo, della dimora: la ferita è una soglia, e attraverso il costato l'anima entra nel luogo dell'amore.
Il legame con Ct 2,14 è naturale: la colomba entra nella fenditura della roccia, Tommaso è invitato a mettere la mano nel fianco, il fedele entra nel costato per trovare il cuore. La roccia non è più soltanto un riparo esterno: è il corpo stesso del Signore, aperto per noi.
11. Il Carmelo e le piaghe del Signore
Nel Carmelo il tema delle piaghe appare soprattutto come sosta davanti all'umanità di Cristo. Teresa d'Avila insiste sul fatto che non bisogna abbandonare l'umanità del Signore: per lei la preghiera cristiana non sale a Dio lasciando da parte Gesù nella sua carne, ma passa per Cristo uomo, per Cristo nella sua Passione, per Cristo che mostra l'amore dentro la sofferenza.
Giovanni della Croce legge il Cantico come cammino dell'anima verso lo Sposo, e anche quando non sviluppa sempre il versetto di Ct 2,14 nel senso diretto delle piaghe, ne mantiene il centro: l'anima cerca il luogo dello Sposo, e lo Sposo attira l'anima a una conoscenza che passa per amore, notte, purificazione, unione. Teresa di Lisieux, nella sua via di fiducia, non costruisce una dottrina tecnica sulle fenditure della roccia, ma la sua spiritualità resta vicina a questa immagine: l'anima piccola non si salva per forza propria, si lascia portare, si nasconde nella misericordia, si affida all'amore di Gesù. Anche qui la colomba è fragile e il rifugio è Cristo.
Non conviene forzare i testi carmelitani attribuendo loro parole che non dicono, ma conviene accostarli con prudenza: il Carmelo custodisce la stessa verità spirituale. L'anima entra in Dio passando per Cristo, e Cristo non è un'idea: è il Verbo fatto carne, crocifisso e risorto.
La fenditura della roccia, allora, è la piaga del Signore: la roccia è Cristo, la colomba è la Chiesa ed è l'anima, e Tommaso è l'uomo che non riesce a credere finché non incontra il Crocifisso risorto nelle sue ferite. Il Signore non gli offre un'altra prova: gli dà le piaghe, gli dice di guardare le mani e di mettere la mano nel fianco, lo chiama a entrare nel luogo dove l'amore è stato ferito e non è morto. Ed è in quella fenditura che Tommaso perde l'incredulità e trova la confessione.
Così il Cantico non resta un'immagine poetica: diventa Vangelo. Lo Sposo chiama la colomba nelle fenditure della roccia, il Risorto chiama Tommaso nella ferita del costato, e lì vive la Chiesa, lì vive ogni credente: nel deserto beve dalla roccia che è Cristo, nella paura si nasconde nella roccia, nel dubbio entra nelle piaghe del Risorto. E da lì, soltanto da lì, la sua voce diventa preghiera: «Mio Signore e mio Dio».
Citazioni
Cantico dei Cantici 2,14 — «O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo volto, fammi udire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo volto è incantevole.»
1 Corinzi 10,4 — «Tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era Cristo.»
Esodo 33,21-22 — «Ecco un luogo vicino a me: tu starai sopra la roccia; e quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella fenditura della roccia e ti coprirò con la mia mano, finché io sia passato.»
Giovanni 20,25 — «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, se non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo.»
Giovanni 20,27-28 — «Disse allora a Tommaso: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente. Rispose Tommaso: Mio Signore e mio Dio.»
Agostino, Trattato 121 sul Vangelo di Giovanni — I chiodi avevano trafitto le sue mani, la lancia aveva aperto il suo fianco: e lì furono conservati i segni delle ferite, per guarire i cuori dei dubbiosi.
Gregorio Magno, Omelia 26 sui Vangeli — Il Signore venne una seconda volta: offrì il suo fianco al discepolo incredulo, tese le mani e, mostrando le cicatrici delle sue ferite, guarì la ferita della sua incredulità.
Gregorio Magno, Omelia 26 sui Vangeli — L'incredulità di Tommaso ha giovato alla nostra fede più della fede degli altri discepoli: toccando Cristo e giungendo a credere, ogni dubbio viene fugato e la nostra fede si rafforza.
Giovanni Crisostomo, in Catena Aurea su Gv 20,27 — Gesù viene egli stesso, e non attende che Tommaso lo interroghi. Ma per mostrare di aver udito ciò che Tommaso aveva detto ai discepoli, usa le sue stesse parole.
Tommaso d'Aquino, Commento al Vangelo di Giovanni, cap. 20, lez. 6 — Una condizione era che toccasse le ferite, perciò Cristo disse: Metti qui il tuo dito. Qui sorge una domanda, perché nel corpo glorioso non può esservi alcun difetto, e le ferite sono difetti: come può dunque esservi una ferita nel corpo di Cristo?
Tommaso d'Aquino, Commento al Vangelo di Giovanni, cap. 20, lez. 6 — Cristo avrebbe potuto rimuovere ogni traccia delle ferite dal suo corpo risorto e glorioso, ma volle conservarle per alcune ragioni. La prima, per mostrarle a Tommaso, che non avrebbe creduto se non avesse toccato e visto.
Bernardo di Chiaravalle, Sermone 61 sul Cantico — Colomba mia, nelle fenditure della roccia, nelle cavità del muro, mostrami il tuo volto, fa' risuonare la tua voce ai miei orecchi.
Bernardo di Chiaravalle, Sermone 61 sul Cantico — Altri hanno inteso le fenditure della roccia come le ferite di Cristo; e a ragione, perché la roccia è Cristo.
Bernardo di Chiaravalle, Sermone 61 sul Cantico — In esse il passero trova per sé una casa, e la tortora un nido dove deporre i suoi piccoli; in esse la colomba si protegge e guarda senza paura lo sparviero che le vola intorno.
Bernardo di Chiaravalle, Sermone 61 sul Cantico — Sono forate le sue mani, i suoi piedi, il suo fianco; e attraverso queste fessure mi è dato succhiare miele dalla roccia, olio dalla pietra durissima.
Bernardo di Chiaravalle, Sermone 62 sul Cantico — Voce dell'anima è lo stupore. Voce dell'anima è la devozione. Voce dell'anima è il rendimento di grazie.
Ambrogio, De Isaac vel anima — Alzati, vieni, amica mia, bella mia, colomba mia. Ora sei colomba, cioè mite e mansueta; ora sei tutta piena di grazia spirituale.
Ambrogio, De Isaac vel anima — L'inverno ormai è passato: cioè, è venuta la Pasqua, è venuto il perdono, è giunta la remissione dei peccati.
Beda il Venerabile, Allegorica expositio in Cantica canticorum — Ormai l'inverno è passato, e così via, fino a quando dice: Alzati, amica mia, sposa mia, e vieni; colomba mia, nelle fenditure della roccia, nella cavità del muro.
Origene, Commento al Cantico dei Cantici — E Mosè viene posto nel riparo della roccia, per vedere le spalle di Dio.
Gregorio di Nissa, Omelia V sul Cantico dei Cantici — La colomba aveva compreso il significato della roccia, che è Cristo.
Papa Francesco, Omelia a Santa Marta, 3 luglio 2013 — Come posso trovare oggi le piaghe di Gesù? Non posso vederle come le vide Tommaso. Le trovo compiendo le opere di misericordia.
