8 dicembre. Solennità della Immacolata Concezione della Vergine Maria


 αποφθεγμα Apoftegma

Il mistero dell’Immacolata Concezione è fonte
 di luce interiore, di speranza e di conforto. 
In mezzo alle prove della vita 
e specialmente alle contraddizioni
 che l’uomo sperimenta dentro di sé e intorno a sé, 
Maria, Madre di Cristo, ci dice
 che la Grazia è più grande del peccato, 
che la misericordia di Dio è più potente del male
 e sa trasformarlo in bene.

Benedetto XVI







  
   

 
 
 








L'ANNUNCIO
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe.
La vergine si chiamava Maria.
Entrando da lei, disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”. A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.
Allora Maria disse all’angelo: “Come è possibile? Non conosco uomo”. Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio”.
Allora Maria disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. E l’angelo partì da lei.

 (Dal Vangelo secondo Luca 1, 26-38)



COLMI DI GIOIA PERCHE' ACCOLTI E GESTATI NEL SENO PIENO DI GRAZIA DI NOSTRA MADRE MARIA, IMMAGINE DELLA CHIESA CHE CI RIGENERA NELLA VITA NUOVA E IMMACOLATA DEI FIGLI DI DIO


Mettiamo oggi in fila tutte le cose nelle quali, come i progenitori dopo aver accolto la menzogna del serpente, pensi che Dio non ce la possa fare. Tua moglie, tuo marito, quel figlio perduto, la malattia, la vecchiaia, la solitudine, il lavoro, il coronavirus. Ebbene, proprio in mezzo a tutte queste ragioni umani di tristezza risuonano per te queste parole: "rallegrati piena di Grazia". Rallegrati oggi perché sei chiamato nella Chiesa per imparare a gioire, ovvero a vivere secondo la volontà di Dio, che è il compimento della tua vita nell'amore. "il Signore è con noi" da sempre, anche se lo abbiamo rifiutato. Ci ama infinitamente e per questo non ci ha mai abbandonati al nostro destino. Egli agisce nella nostra storia, anche attraverso i fatti che ci inducono alla tristezza, lasciandoci liberi di peccare e sperimentare il fallimento che, a poco a poco, ci svuota dei falsi ideali, dei criteri e dei progetti partoriti dall'uomo vecchio. "Rallegrati" proprio oggi dunque, e "non temere, perché hai trovato Grazia presso Dio". Te lo testimoniano proprio gli eventi e le relazioni che stanno demolendo la dimora del nemico per fare spazio alla Grazia. La Parola che la Chiesa ci predica e i sacramenti ai quali possiamo accostarci hanno infatti il potere di stanare il demonio e scacciarlo dalle zone che usurpa in noi. E così, giorno dopo giorno, con Maria che è Madre della Chiesa e Madre nostra, possiamo camminare aprendoci sempre più alla Grazia, sino a che essa prenda completamente possesso di noi. Vuoi essere te stesso? Vuoi essere tu la ragione della tua gioia? Vuoi cioè che l'amore colmi ogni centimetro della tua vita per riconsegnarti l'identità perduta, infondendo senso ad ogni suo istante e la dignità di figlio di Dio ad ogni tuo pensiero e gesto? Lasciati accogliere nel seno benedetto di Maria immergendoti nelle viscere di misericordia della Chiesa. Nell'Immacolata sua concezione c'era anche la nostra storia. Impura eppure già purificata nella compassione di Dio, colma di peccati già gravidi di misericordia. La sua Grazia giunge a noi per mezzo di Maria, che instancabilmente corre a cercare le tante Elisabetta sue parenti che la misericordia di Dio ha già visitato. Oggi non è l'anno zero fratelli, siamo tutti "al sesto mese" di un'opera che Dio ha cominciato in noi mentre eravamo sterili, incapaci di gioire perché incapaci di amare; abbiamo solo bisogno che Maria venga a visitarci, a certificare con il suo saluto che anche noi siamo "pieni di Grazia". E lo fa oggi perché possa sussultare di gioia l'uomo nuovo che Dio ha seminato in noi. Per questo Maria, immagine della Chiesa, apre per noi la porta del sepolcro, perché possiamo attraversarla con Lei e iniziare a camminare nella vita nuova che nasce dalle viscere di misericordia della Chiesa dove è perdonato ogni peccato, per fare pienamente posto alla Grazia. Nella stessa luce di Pasqua per la quale Maria fu preservata da ogni peccato, infatti, risplende anche la nostra vita graziata, per la cui salvezza Gesù ha dato la sua vita, gratuitamente e senza condizioni. E' questo che ci unisce a Maria, il mistero di un amore che previene il peccato in Lei proprio per perdonarlo e cancellarlo in noi. Allora, come non dire ripetere al Signore insieme a Maria le stesse parole con le quali si è consegnata a Lui? Sì, "ecco" anche me, "sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”.
 

Quel giorno a Nazaret non fu tutto per caso, come non lo è oggi per noi. La Vergine Maria era stata concepita senza peccato, Immacolata Concezione, perché tutto di Lei fosse per il Signore. Da sempre, e da prima che il sempre fosse tempo. Non un secondo della sua vita fu separato dal Figlio che il suo seno avrebbe ospitato. Su di Lei il silenzio, sino a quel giorno durante "il sesto mese" della gravidanza di Elisabetta, quando è apparso Gabriele sulle soglie di una casa di Galilea ad "una ragazza di nome Maria". E' in quell'istante che le parole dell'Angelo ci rivelano tutto di Lei: "piena di Grazia", perché "il Signore era già con Maria". Maria, il vuoto pneumatico colmato in ogni centimetro dalla Grazia di Dio. Senza peccato originale, ovvero senza tutto quello che, invece, riempie il nostro cuore, la nostra mente, le nostre forze. Per questo, in Maria, ha potuto prendere dimora la carne di quel Dio che già la colmava con la sua ""charis", la Grazia che coincide con Dio stesso, essendo il suo soffio vitale, lo Spirito Santo, il suo amore. Maria è "kecharitomène", piena di Grazia, completamente colma di Dio. Non a caso il termine "charis" ha la stessa radice di "chara", gioia: essendo piena di Dio Maria è pura gioia. Quando Gabriele la saluta dicendole di "rallegrarsi", la sta, semplicemente, chiamando per nome. Come oggi chiama ciascuno di noi. Ora, in questo istante preciso, non importa se non hai ragioni per gioire. La grande notizia di questa Solennità è infatti che, essendo stati chiamati nella Chiesa, possiamo scoprire che il nostro vero nome, la nostra natura autentica è la gioia, non la tristezza. Siamo immagine e somiglianza di Dio, creati cioè per essere colmi della sua Grazia, Tempio del suo Spirito, dimora del suo amore. La menzogna del demonio ci ha fatto credere il contrario, e per questo stiamo buttando la vita nei peccati. Ma, come dice San Paolo, non è questa la verità su di noi! E' il peccato che ha preso dimora in noi al posto di Dio che ci fa pensare e fare cose che, nel fondo incontaminato del nostro essere, non vorremmo. Non siamo fatti per peccare, ma per amare! Siamo nati per gioire, non per gettare le ore nella tristezza. Perché la gioia, come la tristezza, non dipendono da ciò che ti accade. La gioia sei tu, mentre la tristezza è il peccato, ovvero quello che tu non sei! Sei un peccatore, ma è molto diverso. Pecchi e soffri perché in te ci sono spazi che Dio non può occupare; per questo non sei pienamente te stesso, e quindi non puoi gioire pienamente: assapori momenti di gioia, quando ad esempio perdoni un fratello, ma è tutto troppo intermittente, e facilmente cadi nella frustrazione, la madre di tutte le mormorazioni. In te è ancora vivo l'uomo vecchio, la caricatura del tuo essere autentico, la maschera di Dio che il demonio ti ha spinto a indossare. Feriti dal peccato, infatti, non sappiamo più rallegrarci. Abbiamo bisogno di ragioni umane per farlo. Per gioire deve accadere qualcosa, e ciascuno pensi ciò che aspetta per poterlo fare: nel matrimonio, nel rapporto con i figli, nello studio o al lavoro. Non mi riferisco solo agli aspetti prosaici dell'esistenza, penso anche a quelli spirituali. Magari per gioire abbiamo bisogno di vedere dei segni di conversione in noi e negli altri. E siccome tutto è così precario, abbiamo smesso di credere nella gioia incorruttibile, quella piena e duratura; nella migliore delle ipotesi speriamo di gustarla in Paradiso. Nel fondo del nostro cuore pensiamo ancora che per Dio vi siano cose impossibili. E sai perché? Perché, a differenza di Maria, noi "conosciamo uomo", eccome. Viviamo cioè ancora schiacciati dalla carne, incatenati a rapporti morbosi e affettivi dai quali esigiamo ragioni per esistere, e quindi gioire. Speriamo dalla terra nella quale viviamo da esuli e pellegrini quello che solo il Cielo, la nostra Patria, può darci. Per questo l'Arcangelo Gabriele, ovvero gli inviati dal Padre alla nostra vita, ci ripete oggi le parole con cui ha visitato Maria: "nulla è impossibile a Dio!". C'è una parte di noi che "non ha conosciuto uomo", l'intimo nel quale oggi, come fece il figlio prodigo, siamo chiamati a rientrare, perché è proprio lì che “lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio". Colui che nascerà in te sarà l'uomo nuovo ricreato in Cristo, e finalmente sarai autenticamente tu, immagine e somiglianza di Dio. Esistevamo, prima del tempo, immacolati nel pensiero di Dio che ci aveva scelti e amati, come Adamo ed Eva nel Paradiso.

Coraggio allora, metti in fila tutte le cose nelle quali, come i progenitori dopo aver accolto la menzogna del serpente, pensi che Dio non ce la possa fare... Tua moglie, tuo marito, quel figlio perduto, la malattia, la vecchiaia, la solitudine, il lavoro? Ebbene, proprio in mezzo a tutte queste ragioni umani di tristezza risuonano per te queste parole: "rallegrati piena di Grazia". Rallegrati oggi perché sei chiamato nella Chiesa per imparare a gioire, ovvero a vivere secondo la volontà di Dio, che è il compimento della tua vita nell'amore. "il Signore è con noi" da sempre, anche se lo abbiamo rifiutato. Ci ama infinitamente e per questo non ci ha mai abbandonati al nostro destino. Egli agisce nella nostra storia, anche attraverso i fatti che ci inducono alla tristezza, lasciandoci liberi di peccare e sperimentare il fallimento che, a poco a poco, ci svuota dei falsi ideali, dei criteri e dei progetti partoriti dall'uomo vecchio. "Rallegrati" proprio oggi dunque, e "non temere, perché hai trovato Grazia presso Dio". Te lo testimoniano proprio gli eventi e le relazioni che stanno demolendo la dimora del nemico per fare spazio alla Grazia. La Parola che la Chiesa ci predica e i sacramenti ai quali possiamo accostarci hanno infatti il potere di stanare il demonio e scacciarlo dalle zone che usurpa in noi. E così, giorno dopo giorno, con Maria che è Madre della Chiesa e Madre nostra, possiamo camminare aprendoci sempre più alla Grazia, sino a che essa prenda completamente possesso di noi. Vuoi essere te stesso? Vuoi essere tu la ragione della tua gioia? Vuoi cioè che l'amore colmi ogni centimetro della tua vita per riconsegnarti l'identità perduta, infondendo senso ad ogni suo istante e la dignità di figlio di Dio ad ogni tuo pensiero e gesto? Lasciati accogliere nel seno benedetto di Maria immergendoti nelle viscere di misericordia della Chiesa. Nell'Immacolata sua concezione c'era anche la nostra storia. Impura eppure già purificata nella compassione di Dio, colma di peccati già gravidi di misericordia. La sua Grazia giunge a noi per mezzo di Maria, che instancabilmente corre a cercare le tante Elisabetta sue parenti che la misericordia di Dio ha già visitato. Oggi non è l'anno zero fratelli, siamo tutti "al sesto mese" di un'opera che Dio ha cominciato in noi mentre eravamo sterili, incapaci di gioire perché incapaci di amare; abbiamo solo bisogno che Maria venga a visitarci, a certificare con il suo saluto che anche noi siamo "pieni di Grazia". E lo fa oggi, perché possa sussultare di gioia l'uomo nuovo che Dio ha seminato in noi. Nella stessa luce di Pasqua per la quale Maria fu preservata da ogni peccato, infatti, risplende anche la nostra vita graziata, per la cui salvezza Gesù ha dato la sua vita, gratuitamente e senza condizioni. E' questo che ci unisce a Maria, il mistero di un amore che previene il peccato in Lei proprio per perdonarlo e cancellarlo in noi.  Allora, come non dire ripetere al Signore insieme a Maria le stesse parole con le quali si è consegnata a Lui? Sì, "ecco" anche me, "sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. 



Sabato della XXXIII settimana del Tempo Ordinario



Io sono esistito prima che il mondo fosse creato,
e sono esistito dopo che il mondo è stato creato.
Sono colui che è stato tuo aiuto nell’esilio in Egitto,
e sono io che sarò ancora tuo aiuto in ogni generazione.

Targum Neophiti su Gen 3,14-15


αποφθεγμα Apoftegma


Il fuoco ineffabile e prodigioso nascosto nell’essenza delle cose, come nel roveto ardente di Mosè, è il fuoco dell’amore divino e lo splendore fulgido della sua bellezza presente in tutte le cose.

San Massimo il Confessore




Uniti a Gesù siamo giudicati degni dell’altro mondo. Amati da Lui amiamo sino alla fine, senza possedere, offrendoci gratuitamente sulla Croce. Figli della risurrezione annunciamo il destino celeste, perché è in noi il Dio dei vivi che ci fa vivere già oltre i limiti del peccato.




CATECHESI SUL MATRIMONIO ISPIRATA AL VANGELO DI OGGI








L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 20,27-40. 

Gli si avvicinarono poi alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda:
«Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello. C'erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli.Da ultimo anche la donna morì. Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie».
Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui».
Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene».
E non osavano più fargli alcuna domanda.


LA FEDE NELLA RESURREZIONE SORGE E CRESCE NELL'ESPERIENZA DEL PERDONO DEI PECCATI CHE BRUCIA L'UOMO VECCHIO CON UN AMORE CHE NON SI CONSUMA NA CI RIGENERA IN ETERNO



La resurrezione non è un’ipotesi o un mito, ma è Dio che si rivela a Mosè, ardendo in un amore che non si consuma e brucia la morte e il peccato. Quel roveto è la vita divina che brucia senza consumare la carne di Cristo; è la Vergine Maria, la Chiesa, nella quale il Cielo prende dimora sulla terra; è il mistero della vita divina che scorre nella carne debole e fragile dei cristiani, la tua e la mia, e ci fa vivere da risorti in un mondo di morti, come un vessillo e un annuncio. E’ il fuoco che il mondo aspetta, l’unico che avrà ragione dell’inganno che ovunque sputa corpi e menti deturpati dal peccato. Il fuoco della vita eterna che riduce in cenere le menzogne del demonio, e illumina le tenebre del pensiero unico che mette fuori gioco Dio, e contesta le certezze agnostiche di Veronesi e di tutti gli intellettuali illuminati con l’amore che arde nelle malattie facendone un altare dove offrirsi crocifissi con Cristo. Il fuoco che assorbe nella pietà tutta la pornografia che ci assedia e uccide l’immagine divina nelle donne, vergini, spose e madri; il fuoco che è capace di bruciare le radici piantate dal demonio nel cuore degli uomini per produrre leggi assassine che scartano i deboli. Il fuoco che ci conduce fuori dall’Egitto della schiavitù per condurci sul cammino dell’amore oltre la morte; il fuoco che semina nel mondo figli santi che amano oltre la morte perché, nella Chiesa che li ha rigenerati nella misericordia, sono primizie del Cielo. Come Gesù, che è stato “giudicato degno dell’altro mondo” per essersi umiliato sino alla morte di croce, per non essersi difeso e aver offerto la propria vita. E’ “Signore”, il Kyrios, perché ha amato sino alla fine. I figli di Dio, tu ed io, siamo chiamati a divenire “figli della risurrezione” nel Figlio che ha vinto la morte. I cristiani nei quali la fede ha raggiunto la statura adulta, partecipano ormai della natura e della vita divina, e sono, già in questo tempo e in questo mondo, “giudicati degni di un altro mondo e della risurrezione dai morti”: sono cittadini della Gerusalemme celeste, della quale spargono nel mondo i segni credibili che chiamino gli uomini alla fede. Nella Chiesa possiamo vivere ogni relazione in modo diverso, celeste, perché siamo “uguali agli angeli”, già oggi, nella debolezza della carne, ma non ancora in pienezza: “hanno moglie come se non l’avessero… possiedono come se non possedessero, usano del mondo senza usarne appieno”. Per questo Gesù dice che “non prendono moglie né marito”: nei peccati abbiamo visto già “passare la scena di questo mondo”, e sappiamo che “il tempo si è fatto breve” come la distanza che ormai ci separa dal Cielo. Occorre riempirlo di opere che testimonino al mondo la vita eterna, inducendo chi ci è accanto a desiderare di vivere come i cristiani. Essi, infatti, in famiglia come a scuola e al lavoro, nel dolore e perfino affrontando un cancro, “non possono più morire”; per questo non si difendono più come i figli di questo mondo, che afferrano e si impadroniscono voracemente di cose e persone per stordire la paura della morte, tentando così di allungare il tempo nell’illusione di allontanare la tomba. In noi è vivo il “Dio dei vivi” che vuole trasfigurare la nostra carne incapace di andare oltre la biologia ferita dal peccato.


COMMENTO COMPLETO

Abramo, Isacco, Giacobbe
La risurrezione è certa perché esiste un “altro mondo” che si rivela in coloro che “ne sono giudicati degni”: la vita soprannaturale che in loro si manifesta ne è la garanzia. Un uomo il cui corpo non è più schiavo della concupiscenza, ad esempio, è come una primizia della resurrezione: quel corpo ha già conosciuto qui sulla terra una forza capace di strapparlo alla corruzione, che è sempre figlia dell’inganno demoniaco che mette in discussione l’esistenza amorevole di Dio. Per questo, Gesù risponde alla questione posta dai sadducei, immagine di tutti quelli che negano la risurrezione, “parlando bene” del “Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe”; essi sono “vivi” nella storia di salvezza e amore che Dio ha inaugurato con loro e nella quale si è affacciato divenendo l”Emmanuele”, il Dio vivo con loro, sino a farsi carne in suo Figlio. Così Gesù, per annunciare la resurrezione, insegna storia, perché è in essa che Dio si rivela e depone i semi della risurrezione. Al solo nominare i Patriarchi accanto a Dio, Egli ricorda i memoriali legati a ciascuno di loro, le tappe che un ebreo conosceva bene essendo parte della propria storia. Sino a ricondurre i sadducei all’alba della Pasqua, profezia di quella che Lui avrebbe vissuto nella sua morte e risurrezione. Chi poteva avere tanto potere da liberare gli Ebrei, quel manipolo di poveri uomini dal giogo di ferro del Faraone, più potente dei re della terra? La risposta è identica: Io sono colui che sono ha il potere di liberare gli schiavi del Faraone e quelli sottoposti agli angusti confini della carne. Così risale all'alba della Pasqua, al mistero del roveto ardente, immagine della sua vita che non ha subito la corruzione nelle fiamme degli inferi. E qui vi trova la risposta per i sadducei, perché “non osino più” interrogare surrettiziamente per mettere in dubbio il destino di resurrezione che attende ogni uomo. La resurrezione non è un’ipotesi o un mito, ma è Dio che si rivela a Mosè, ardendo in un amore che non si consuma e brucia la morte e il peccato. Quel roveto è la vita divina che brucia senza consumare la carne di Cristo; è la Vergine Maria, la Chiesa, nella quale il Cielo prende dimora sulla terra; è il mistero della vita divina che scorre nella carne debole e fragile dei cristiani, la tua e la mia, e ci fa vivere da risorti in un mondo di morti, come un vessillo e un annuncio. E’ il fuoco che il mondo aspetta, l’unico che avrà ragione dell’inganno che ovunque sputa corpi e menti deturpati dal peccato. Il fuoco della vita eterna che riduce in cenere le menzogne del demonio, e illumina le tenebre del pensiero unico che mette fuori gioco Dio, e contesta le certezze agnostiche di Veronesi e di tutti gli intellettuali illuminati con l’amore che arde nelle malattie facendone un altare dove offrirsi crocifissi con Cristo. Il fuoco che assorbe nella pietà tutta la pornografia che ci assedia e uccide l’immagine divina nelle donne, vergini, spose e madri; il fuoco che è capace di bruciare le radici piantate dal demonio nel cuore degli uomini per produrre leggi assassine che scartano i deboli. Il fuoco che ci conduce fuori dall’Egitto della schiavitù per condurci sul cammino dell’amore oltre la morte; il fuoco che semina nel mondo figli santi che amano oltre la morte perché, nella Chiesa che li ha rigenerati nella misericordia, sono primizie del Cielo. Come Gesù, che è stato “giudicato degno dell’altro mondo” per essersi umiliato sino alla morte di croce, per non essersi difeso e aver offerto la propria vita. E’ “Signore”, il Kyrios, perché ha amato sino alla fine. 

Tobia e Sara
I figli di Dio, tu ed io, siamo chiamati a divenire “figli della risurrezione” nel Figlio che ha vinto la morte. I cristiani nei quali la fede ha raggiunto la statura adulta, partecipano ormai della natura e della vita divina, e sono, già in questo tempo e in questo mondo, “giudicati degni di un altro mondo e della risurrezione dai morti”: sono cittadini della Gerusalemme celeste, della quale spargono nel mondo i segni credibili che chiamino gli uomini alla fede. Nella Chiesa possiamo vivere ogni relazione in modo diverso, celeste, perché siamo “uguali agli angeli”, già oggi, nella debolezza della carne,  ma non ancora in pienezza: “hanno moglie come se non l’avessero… possiedono come se non possedessero, usano del mondo senza usarne appieno”. Per questo Gesù dice che “non prendono moglie né marito”: nei peccati abbiamo visto già “passare la scena di questo mondo”, e sappiamo che “il tempo si è fatto breve” come la distanza che ormai ci separa dal Cielo. Occorre riempirlo di opere che testimonino al mondo la vita eterna, inducendo chi ci è accanto a desiderare di vivere come i cristiani. Essi, infatti, in famiglia come a scuola e al lavoro, nel dolore  e perfino affrontando un cancro, “non possono più morire”; per questo non si difendono più come i figli di questo mondo, che afferrano e si impadroniscono voracemente di cose e persone per stordire la paura della morte, tentando così di allungare il tempo nell’illusione di allontanare la tomba. In noi è vivo il “Dio dei vivi” che vuole trasfigurare la nostra carne incapace di andare oltre la biologia ferita dal peccato, come “la donna data in sposa a sette mariti” posta ad esempio dai sadducei. Sette, come i peccati capitali, come gli sposi di Sara morti nella prima notte di nozze. Ma Gesù ha vinto il peccato e la morte e viene oggi ad unirsi a ciascuno di noi come Tobia: è Lui il Marito al quale siamo stati promessi sin dall’eternità. Egli ha inaugurato per noi l’”ottavo” giorno, del quale con i sadducei di ogni tempo anche tutti noi, schiacciati nel dubbio di fronte al dolore e alla morte, non potevamo sospettarne l’esistenza. In esso siamo chiamati a vivere già da ora attraverso una vita feconda di un amore che, tra le fiamme della storia, non si consuma, capace di perdonare e donarsi oltre i limiti della carne. In questo amore divino possiamo far risplendere la bellezza di un matrimonio indissolubile, impossibile per chi non lo ha sperimentato; e la gioia di una sessualità aperta alla vita come ci insegna la Madre Chiesa. Una famiglia numerosa che vive abbandonata alla provvidenza di Dio, è un fuoco che arde misteriosamente in mezzo a un mondo confuso come Babele, chiuso alla vita naturale e aperto a quella innaturale prodotta in laboratorio e affidata a relazioni che non conoscono la fecondità della diversità e complementarietà tra maschio e femmina inscritta da Dio nell’uomo. Esiste la risurrezione perché i cristiani, ciascuno di noi, “esistiamo per Lui”; non nei salotti della televisione, ma nella vita di ogni giorno si vede che, in tutto, il Dio dei vivi è sempre con noi, come lo è stato nella storia della salvezza con Abramo, Isacco e Giacobbe. E, attraverso di noi, sta giungendo a ogni uomo per attrarlo nella Pasqua, come ha soccorso e risuscitato il suo Figlio.