SAN TOMMASO, GEMELLO INNAMORATO





SAN TOMMASO
Il gemello innamorato
Antonello Iapicca
Takamatsu 2026

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Dal Vangelo secondo Giovanni 20, 24-29

O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo volto, fammi udire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo volto è incantevole.
Cantico dei Cantici 2, 14

In esse il passero trova per sé una casa, e la tortora un nido dove deporre i suoi piccoli; in esse la colomba si difende e guarda senza paura lo sparviero che le vola intorno.
San Bernardo

I credenti, attesta sant'Agostino, «si fortificano credendo». Solo credendo, quindi, la fede cresce e si rafforza; non c'è altra possibilità per possedere certezza sulla propria vita se non abbandonarsi, in un crescendo continuo, nelle mani di un amore che si sperimenta sempre più grande perché ha la sua origine in Dio.
Benedetto XVI, Porta Fidei

Gesù amava Tommaso, ipersensibile come tutti i gemelli. E con misericordia infinita si è fatto suo gemello, cercandolo e facendosi toccare sino al fondo della sua carne ferita d'amore. Così ha innescato in lui la fede con cui ha iniziato a camminare credendo anche nei momenti bui.

Capitolo I

Non era con loro

Una porta chiusa a chiave, la sera, dopo una brutta notizia, non protegge quasi mai davvero da nulla. Protegge dalla paura di guardarla in faccia. I discepoli, la sera di Pasqua, erano chiusi in una stanza per paura dei giudei. Gesù oltrepassa quella porta sprangata delle paure e dei dubbi, quel velo ostinato che copre occhi, mente e cuore, e impedisce di riconoscere, oltre le apparenze, nelle pieghe della carne e della storia, la presenza certa e amorevole del Signore. Dio è. Dio è oltre la morte, oltre il peccato, oltre la contingenza che ci atterrisce.

Non bussò. Non attese che qualcuno gli aprisse. Stette in mezzo a loro, a porte chiuse, perché nessuna porta, nessun muro, nessuna paura può fermare chi ha già attraversato la morte. E la prima parola che dice non è un rimprovero per la fuga di quella sera. È: "Pace a voi." Lo dice due volte. La prima volta è una pace che scioglie la paura di chi ha davanti. La seconda è quasi un mandato: perché la portino ad altri. Non basta ricevere pace. Bisogna imparare a darla. Subito dopo aggiunge: "Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi." C'è un'assonanza precisa tra la vita di Cristo e la nostra: come lui è stato inviato dal Padre a vivere la propria esistenza in funzione di quella missione, così anche noi viviamo per un invio, per qualcosa di buono che il Padre ci affida da compiere.

Colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli. Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche lui ne è divenuto partecipe, per ridurre all'impotenza, mediante la propria morte, colui che della morte aveva il potere, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita (cfr. Eb 2,11-14). È per questo che può stare in mezzo a uomini che lo hanno abbandonato, senza vergognarsene: ha condiviso la loro stessa carne, fino in fondo.

Ma per credere davvero, per sperimentare questa presenza e appoggiare tutta la vita su di essa, occorre un supplemento d'anima. Uno sguardo diverso. Una testimonianza piantata nel cuore, non solo intravista con gli occhi. Occorre una rivelazione che viene dall'alto, donata attraverso l'effusione dello Spirito Santo in noi. Ecco quello che è mancato a Tommaso quella sera, come probabilmente manca spesso anche a noi: non la buona volontà, ma la fede.

E la fede si impara. Non è un possesso privato, un'illuminazione isolata: "la stessa professione della fede è un atto personale ed insieme comunitario. È la Chiesa, infatti, il primo soggetto della fede... 'Io credo': è anche la Chiesa nostra Madre, che risponde a Dio con la sua fede e che ci insegna a dire 'Io credo', 'Noi crediamo'" (Benedetto XVI, Porta Fidei). Per questo Gesù non rimprovera chi non c'era quella sera: lo invita a mettersi in cammino, a diventare credente, a imparare una fede che oltrepassa la carne. E questo si può fare solo in un luogo: la comunità.

Detto tutto questo, Gesù soffia su di loro. È un gesto che il Vangelo di Giovanni riserva a questo solo momento, e che richiama da vicino la creazione dell'uomo: Dio che soffia il suo alito vitale nelle narici di Adamo plasmato dalla terra, e ne fa una creatura vivente. Lo stesso gesto compare quando il profeta Ezechiele, davanti alla valle delle ossa aride, invoca lo Spirito perché soffi su di esse e tornino a vivere. Nel cenacolo il Risorto ripete quel gesto antico per l'ultima volta, quella definitiva: soffia il suo Spirito, e i discepoli, accogliendolo, diventano creatura nuova.

"Ricevete lo Spirito Santo", dice loro. E subito aggiunge il potere che a quello Spirito è legato: "A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi." Perdonare è, in un certo senso, un prodigio più grande che risuscitare un morto: chi perdona fa rivivere l'altro riconoscendolo fratello, e diventa lui stesso figlio, capace di amare come ama il Padre.

Tommaso, quella sera, non c'era. Manca lui, e manca la parte più preziosa di quell'incontro: non ha ricevuto ancora quel soffio, non ha ancora sentito quella pace pronunciata anche per lui. Ma Gesù torna dai suoi, e si fa presente di nuovo, come nel giorno di Pasqua: un giorno che, nel suo apparire ripetuto, diventa quasi un unico giorno senza fine, il grande giorno della vittoria sul peccato e sulla morte. Ancora oggi, questa domenica che la tradizione chiama "in albis", la Chiesa la vive come fosse Pasqua stessa: le stesse antifone, lo stesso prefazio. È il segno dell'amore di Cristo che, risorto, dilata il tempo finché raggiunga anche Tommaso, e raggiunga ogni uomo. Così ogni domenica è Pasqua, perché la risurrezione, il perdono, la vittoria di Cristo continuano ad attirare anche gli uomini più lontani: i tanti gemelli di Gesù dispersi, ancora in cerca di quella parte di sé che manca perché possano essere felici.

Capitolo II

Il gemello assente

I gemelli si assomigliano moltissimo, ma non sono cloni. Vivono anche a distanza di migliaia di chilometri, eppure qualcosa dell'uno raggiunge l'altro: una gioia, una sofferenza, un presentimento senza parole. Sono stati formati nello stesso grembo, nello stesso tempo, e quel legame non si scioglie con la distanza.

Tommaso è chiamato Didimo, che vuol dire proprio questo: gemello. E la prima cosa che quel nome ci dice è che tutti noi siamo gemelli di Cristo. San Paolo lo dice senza mezzi termini: siamo stati creati in Cristo, dentro la sua immagine, che è la stessa immagine del Padre. Chi vede Cristo vede il Padre; chi è stato creato in Cristo porta dunque, fin dal principio, l'immagine del Padre stampata addosso. La felicità di un uomo è vivere quell'immagine. Per questo il battesimo è chiamato una ricreazione: non aggiunge nulla che non ci fosse già, ci riporta a ciò che eravamo destinati a essere.

C'è di mezzo, però, il peccato. Ed è un problema serio, comune a tutti gli uomini: non vivere più da figli, aver nascosto, aver ferito quell'immagine che resta indelebile. Pensate a una vecchia utilitaria truccata: ruote più grandi, motore cambiato, carrozzeria irriconoscibile. Eppure chi la conosce sa sempre che quella era una Cinquecento. Così è l'uomo: rimane sempre immagine e somiglianza di Dio, ma quell'immagine è sepolta sotto la terra dei nostri peccati, del nostro orgoglio, della nostra superbia. Ed è proprio questa la nostra infelicità: costringerci a vivere un'altra vita, a immagine di un altro che non dà vita, ma la toglie.

Tommaso, il gemello, non era con gli apostoli la sera di Pasqua. Non era nella comunità. Stava cercando Cristo fuori dalla comunione, e per questo non ricevette lo Spirito Santo, quando Gesù apparve ai dieci e disse loro: ricevete lo Spirito Santo. Chi si allontana dalla comunità cercando forse anche nel peccato, cercando se stesso, porta dentro di sé questo stesso spirito di Tommaso: cerca qualcosa di più, ma ingannato.

E tuttavia c'era del coraggio, in quella fuga. Gli altri erano tutti rinchiusi nel cenacolo, paralizzati dalla paura dei giudei. Tommaso no. Era fuori. Una tradizione racconta che fosse andato a cercare il corpo del suo Signore, spinto da quella relazione così intima e profonda che lega un gemello all'altro: un amore più forte, più esposto, meno prudente di quello degli altri.

Ma lo cercava male. Lo cercava nella carne, fuori dalla comunità, perché senza lo Spirito si può cercare Cristo solo così: nella carne. È la logica di ogni peccato, in fondo: dietro ogni litigio, dietro ogni compromesso, dietro ogni cedimento, c'è una ricerca di vita che ha sbagliato strada. Perché la vita è Cristo, e quando la cerchiamo altrove, nel piacere, nella carriera, nel giudizio che diamo agli altri, nella pretesa di avere ragione, stiamo comunque, ciecamente, cercando lui.

Poi appare Gesù a quelli di Emmaus, e li riporta alla comunità, a Gerusalemme, al cenacolo. Perché la tomba vuota si spiega solo lì, nella comunità cristiana. Per questo Gesù torna, otto giorni dopo, e questa volta anche per Tommaso.

Quando qualcuno che amiamo, la moglie, il marito, un fratello, un amico, si allontana da noi, non rispetta più i nostri schemi, non ci ama come vorremmo, noi tagliamo. È la nostra reazione più immediata: chi mi sta antipatico, lo cancello. Cristo no. A lui, gemello di Tommaso, mancava Tommaso. E la rivelazione della risurrezione non poteva dirsi completa se non arrivava fino a lui.

In tutto questo ci siamo noi. Tutti gemelli di Gesù Cristo, come Tommaso, con lo stesso bisogno e spesso con la stessa strada sbagliata: cercarlo fuori, da soli, nella carne, invece che dentro la comunione dei fratelli. Ma anche a noi, come a Tommaso, Cristo torna incontro con pazienza. E quando finalmente si torna, magari balbettando, magari ponendo ancora condizioni, si ritrova accanto a sé Pietro, che aveva un carattere terribile e aveva rinnegato; Giovanni, giovane e fragile; tutti gli apostoli, in mezzo ai quali Cristo appare. È lì che si cammina, come gemelli di Gesù Cristo, sulla via della fede: non da soli, ma tra fratelli reali, imperfetti, presenti.

Capitolo III

La carne cerca lo Spirito

C'è una sete che nessuna acqua sazia davvero, e tutti la conosciamo. Israele, nel deserto, si fabbricò un vitello d'oro. Non perché avesse smesso di credere in Dio, ma perché aveva bisogno di vederlo, di averlo, di toccarlo con le mani. L'idolatria è sempre questo: un bisogno di Dio che sbaglia strada. Chi cerca la vita nei soldi fa lo stesso. Chi la cerca in una buona carriera, nello studio, nella moglie, nel marito, nei figli, nella fidanzata, nel sesso, dovunque sia, purché sia qualcosa che si tocca, sta cercando la stessa cosa: tutto, nella carne.

E non c'è nulla di strano in questo, se ci pensiamo bene. Non siamo puro spirito. Ho una carne, Dio me l'ha data. In fondo, ciò che scandalizzò una parte d'Israele, una parte dei farisei, fu proprio questo: che Dio si facesse carne. Ma Dio deve salvare la carne, non aggirarla. Questa attenzione alla carne, che vuol dire attenzione alla debolezza, attraversa tutto il Vangelo, ed è una meraviglia.

Tommaso, come ciascuno di noi, dovrà fare questa esperienza: rendersi conto che Dio non ha mai disprezzato la sua carne. Perché ogni peccato che compiamo, in realtà, è un disprezzo della nostra carne, non una sua celebrazione. Cerchiamo nella carne la soddisfazione, il piacere: cioè, senza saperlo, Dio. Il piacere sommo, il compimento di ogni desiderio dell'uomo, è Dio: lo dice Sant'Agostino, lo dicono tanti Padri. Bere, essere stimati, i compromessi affettivi che ci concediamo: sono frammenti di un desiderio che vorrebbe qualcosa di più grande, e che invece ci portano a disprezzare noi stessi, perché quando pecchiamo facciamo del male innanzitutto a noi.

Dio, mandando il Figlio, si è fatto carne senza disprezzare la carne. Attenzione, allora, a disprezzare la propria: la propria debolezza, persino la propria tentazione. Perché la tentazione tocca un punto del cuore che viene da Dio: sollecita un bisogno vero, un desiderio di vedere Dio, di essere compiuti, il desiderio di un gemello che cerca senza sosta di stare accanto al proprio fratello.

Tommaso non aveva ricevuto lo Spirito. E senza Spirito si cerca Cristo solo così: nella carne. Dietro ogni peccato, in fondo, è nascosta questa ricerca della vita: la vita è Cristo. Persino peccando cerchiamo un bisogno, un piacere, una gioia, un compimento. Persino litigando: se tua moglie ti sta facendo del male e non riesci a sopportarlo, non è solo rabbia quella che provi, è la pretesa di qualcosa in più. Senza Spirito, quella pretesa diventa orgoglio, superbia che governa la vita e che, alla lunga, uccide. Ma dietro anche a questo, il demonio tocca sempre la stessa corda del cuore: il desiderio di vita, la nostalgia del paradiso.

E siamo tutti gemelli del Signore, chiamati a una relazione con Cristo intima, unica, irripetibile. Ma spesso cerchiamo male, come cerca male un figlio che si è allontanato dalla comunità, come cercano male una moglie o un marito che si sono allontanati dalla Chiesa. Anche noi, quando litighiamo per affermare la nostra ragione, quando ci difendiamo nell'egoismo o nella superbia, in fondo stiamo cercando la vita, perché l'altro sembra togliercela con il suo giudizio, con la sua opposizione. Identifichiamo la nostra vita nelle creature, nel piacere, in ciò che si vede e si tocca, e sbagliamo. Ma la meraviglia è che Cristo ha pazienza. E viene incontro anche a chi lo cerca così, nella carne, per condurlo, un passo alla volta, a cercarlo nello Spirito.

Capitolo IV

Otto giorni

Chi ha aspettato qualcuno sa che l'attesa non è mai vuota. Una madre che aspetta il figlio lontano non sta semplicemente fermando il tempo: lo riempie di gesti, di preghiere, di una porta lasciata socchiusa. Così è per Cristo, quando torna a cercare Tommaso non subito, ma dopo otto giorni.

Non è un caso, quel numero. Ogni domenica la Chiesa fa memoria della risurrezione: è il giorno in cui il Signore torna, sempre, per chi si raduna nel suo nome. Il primo giorno della settimana, quello in cui Gesù è apparso ai dieci, e l'ottavo, quando torna per Tommaso, sono lo stesso giorno che si ripete: il giorno del Signore, la domenica, che non chiude una settimana ma ne apre una senza fine. È il giorno uno e insieme l'ottavo, perché non conosce tramonto: fonte di vita che non si esaurisce.

Ma la sua relazione con il Maestro era stata anche qualcosa di più di un ricordo struggente. Tommaso aveva sentito vibrare nell'anima il suo amore soprannaturale, ne aveva percepito la tenerezza, e quella memoria mai sopita, come quella del figlio prodigo, lo spinse a tornare proprio là dove ancora non l'aveva cercato: nella stanza dove aveva ricevuto dalle mani di Gesù il suo corpo e il suo sangue, in quell'intimità che si sperimenta solo nella comunione con i fratelli. E Gesù, che non lo aveva mai considerato perduto, torna a cercarlo. Torna per lui, assecondando con tenerezza infinita quel bisogno affettivo che sempre muove gli uomini verso di Lui.

Non è distanza, quella settimana. È pedagogia. Se Cristo fosse apparso subito, Tommaso non avrebbe avuto il tempo di ascoltare, giorno dopo giorno, l'annuncio dei fratelli: "Abbiamo visto il Signore." E quell'attesa, invece di spegnere il desiderio, lo accende: lo rende più pronto a credere, quando finalmente l'incontro arriva. Dio non ha fretta con noi. Sa aspettare che la libertà di un uomo maturi, senza forzarla.

C'è chi legge in questa attesa un rimprovero, come se Cristo tenesse il broncio a Tommaso. Non è così. La sera di Pasqua, appena apparso ai dieci, Gesù aveva augurato per due volte la pace, sapendo bene che un giorno si sarebbe discusso a lungo di quel suo ritardo: chi si sarebbe rammaricato di aver dubitato, chi si sarebbe vantato della propria fermezza. Per questo taglia corto fin da subito, offrendo pace a tutti: Pietro che rinnega, Giovanni che fugge, Tommaso che dubita, restano nello stesso perdono. Nessuno ha titolo per giudicare l'altro.

E quella richiesta di Tommaso, di toccare le piaghe con le proprie mani, non nasce da freddo scetticismo. Nasce da un affetto che vuole essere certo, per sempre, che quel sacrificio non sia stato vano. È lo zelo di chi, prima di partire ad annunciare agli altri una fede così misteriosa, cerca per sé un fondamento solido. Non è un caso che, secoli dopo, la Chiesa abbia continuato a leggere in questa scena non un incidente, ma una disposizione provvidenziale: l'incredulità di Tommaso ha giovato a noi, per la fede, più della fede pronta degli altri discepoli. Mentre lui viene ricondotto a credere toccando, la nostra mente si consolida superando ogni dubbio senza aver toccato nulla.

Il Signore ama Tommaso, e ama noi. Ci attende con pazienza, e viene a cercarci ancora. Anche i momenti in cui ci siamo allontanati, preferendo la solitudine dell'orgoglio o del dolore, anche quelli infilati nel buio più oscuro, sono fecondi: preparano l'incontro decisivo che muove alla professione di fede più bella. Anche noi, anche un figlio lontano, anche un amico che non risponde più, anche l'uomo più distante sta cercando il Signore, magari senza saperlo.

Per resistere al pericolo che anche la fede diventi soltanto un ricordo struggente, occorre lasciarsi crocifiggere con Cristo: restare ben piantati con Lui nella storia, vivere pur non sentendo nulla, anche senza consolazioni, appoggiati al mistero del suo amore, spesso invisibile ma sempre all'opera. Quando l'altro ci offre solo la morte, quando la storia si apre come un abisso di delusione e solitudine, a salvarci è la comunità: il cenacolo dove toccare Cristo e imparare, ancora una volta, ad avere fede.

Capitolo V

Toccare per credere

Una cicatrice non nasconde la ferita: la racconta. Chi porta sul corpo il segno di una caduta, di un'operazione, di un incidente, sa che quel segno non è la parte peggiore di sé: è la prova che è sopravvissuto. Le piaghe di Cristo risorto sono così. Non un residuo della sofferenza, ma la firma di un amore che ha attraversato la morte e ne è uscito vivo.

Tommaso vuole proprio questo: toccare. Non sfiorare, non guardare da lontano. Il gesto che chiede è invasivo, quasi impudente: mettere il dito nel foro dei chiodi, la mano nel costato aperto, perché per lui vedere e toccare erano la stessa cosa, dovevano esserlo entrambe. Vuole toccare le ferite perché vuole sapere che quello che è morto per lui è davvero risorto. I suoi occhi avevano visto Cristo morire: ora quegli stessi occhi, e quella stessa mano, vogliono verificare che il sacrificio non sia stato inutile. Non è curiosità morbosa. È la ricerca della prova che l'amore di Dio verso di lui è vero, che quello scandalo, i chiodi, la lancia, la croce, non è stato vano.

Dove si può toccare oggi quella ferita? Solo in un luogo: la Chiesa. Non perché la Chiesa sostituisca Cristo, ma perché è il suo corpo vivo. Gesù, infatti, non dice che la fede sia un salto nel buio: se lo fosse, perché avrebbe fondato la Chiesa? Essa è, nel mondo, il suo corpo risorto offerto come segno perché il mondo possa credere. È lì che possiamo mettere le mani nel costato di Cristo: nella comunità, non fuori.

Tutto questo si compie perché il gesto che Tommaso chiede, gettare il dito, affondare la mano, è lo stesso gesto con cui l'uomo, da sempre, cerca di prendere ciò che desidera: toccare l'albero, toccare il frutto, possedere. È la via del peccato. Ma quello stesso bisogno di toccare, in Cristo, diventa la via della fede: non più prendere, ma essere raggiunti.

Le piaghe del fratello sono la ferita di Cristo. Quando vediamo un matrimonio salvato, un figlio che torna dopo essersi perduto, un ragazzo protetto dal precipizio, stiamo vedendo la stessa cosa che vide Tommaso: la vita che vince dove sembrava regnare solo la morte. Per questo la Chiesa è, in un certo senso, la grande ferita di Cristo aperta nel mondo, e noi ci nascondiamo dentro di essa per essere guariti. Non è un luogo teorico: dentro la Chiesa, attraverso i sacramenti, quella stessa parola che ascolti si concretizza, si compie. E la ferita del tuo fratello, anche quella nata dal peccato, dall'odio, dal rancore, se la guardi con occhi di fede, ti mostra che Cristo ha agito lì. È gloriosa, quella ferita, non perché il male sia bene, ma perché Cristo l'ha attraversata. Dentro la ferita dell'altro, la ferita del delitto, la ferita della debolezza, possiamo toccare la misericordia infinita di Dio, la sua compassione, il suo perdono. E allo stesso modo l'altro, nella nostra ferita, verifica che il sacrificio di Cristo non è stato inutile.

Toccare le piaghe di Cristo significa avere questa certezza, volta per volta: che donarsi al coniuge quando è difficile, che perdonare chi ti ha fatto del male, che offrire se stessi per chi ti tradisce, non sono gesti buttati via. La morte non è l'ultima parola su quella relazione. Le ferite, quando sono attraversate così, diventano la porta spalancata sulla vita che non muore. E non si tratta di ritrovare la propria vita da soli: si ritrova insieme alla vita del fratello che, magari proprio in quel momento, ci sta facendo del male.

Questa comunione non è un'idea astratta. È fatta di fratelli che a volte ci escludono e che noi stessi escludiamo, che ci giudicano e che noi giudichiamo. Eppure lì, in mezzo a tutto questo, appare comunque, poco alla volta, la vittoria di Cristo. Perché prima di essere sposati, preti, vedovi, malati, simpatici o no, c'è questo rapporto intimo con Cristo dentro la comunità: è lì che si radica ogni altra cosa. E in questo mistero i matrimoni si rinsaldano, le relazioni si sanano, non perché diventino facili, ma perché vengono nascoste, e curate, nelle piaghe di Cristo.

Così il fratello vede nelle tue piaghe ciò che tu vedi nelle sue: che Cristo è risorto, che si può perdonare, che si può uscire dal peccato, che ogni giorno si è generati di nuovo per una vita che è tutta comunione. È questa la fede che salva: non un pensiero, ma un corpo, il suo, che ancora oggi si lascia toccare.

Capitolo VI

Mio Signore e mio Dio

C'è una differenza tra dire il nome di qualcuno e chiamarlo. Un bambino che grida "mamma" in mezzo alla folla non sta enunciando un dato anagrafico: sta reclamando un legame, un possesso reciproco, un'appartenenza che nessun altro nome potrebbe dire allo stesso modo. Quando Tommaso, toccando le piaghe, esclama "Mio Signore e mio Dio", non sta semplicemente riconoscendo un fatto. Sta chiamando.

È la più splendida professione di fede di tutto il Vangelo, e non a caso arriva proprio nel punto più basso della sua fiducia. Tommaso vedeva e toccava un uomo, le mani, il costato, la carne ferita, ma confessava la sua fede in un Dio che non si vede né si tocca. Vide un uomo, e riconobbe Dio. Ciò che i suoi occhi e le sue dita percepivano lo condusse a credere in ciò di cui, fino a un attimo prima, aveva dubitato.

Questo può accadere solo nella comunità cristiana. Non si dice "mio Signore e mio Dio" da soli, in una stanza chiusa, davanti a un'idea. Lo si dice dentro la Chiesa, perché è lì che io ricevo il perdono dei peccati, che sperimento una comunione fatta anche di fratelli che a volte mi escludono e che io stesso escludo, che mi giudicano e che io giudico. E in mezzo a tutto questo, poco alla volta, appare la vittoria di Cristo. Fuori da questo, la crisi personale diventa l'unico orizzonte: se sei solo, la crisi ti travolge, ti isola, ti convince che non vali nulla. Attaccato alla comunità, invece, puoi entrare nella crisi e anche dubitare, personalmente, ma lasciarti portare dalla fede e dalla Chiesa.

Ed è una fede che rende possibile l'amore. Cristo ci ha amati così come siamo: non dopo che siamo diventati migliori, non a condizione di meritarlo. Ci ha amati per primo, e per questo possiamo, a nostra volta, amare chi non lo merita. Il mondo giudica questo un'assurdità: morire per un nemico, amare chi ci tradisce, sul lavoro come ovunque, sembra una follia. Eppure è l'unica forma vera di vivere, di entrare davvero nella vita, perché Cristo ci insegna, dentro la Chiesa, che le sue piaghe sono porte aperte verso la vita vera, non cicatrici da nascondere.

Il Signore ci porta, piano piano, a dire "mio Signore e mio Dio". La nostra comunità è quella stessa piaga in cui possiamo nasconderci, come nel Cantico dei Cantici, dove l'anima entra in rapporto con il proprio sposo. Mai da sola. Chi sta in comunione vera con i fratelli già non pecca, perché quella comunione lo sazia; può ancora combattere contro le proprie tentazioni, ma non ha più bisogno di andare a cercare altrove ciò che ha già trovato.

Possiamo costruire su questa roccia, come su una pietra che resiste alle tempeste e ai terremoti: è la fede adulta, la fede di Tommaso cresciuta nella sua comunità, alla presenza di Cristo risorto. E come lui, possiamo riconoscere "il nostro Signore e il nostro Dio" nelle nostre stesse piaghe, in quelle ferite della vita dove sembra non esserci altro che morte, per credere, ogni giorno, che nella croce è nascosta la gloria, nella storia l'onnipotenza di Dio, nella nostra vita la signoria di Cristo.

Nella Chiesa si impara dunque questa fede adulta: una fede che ama, che spera, che vive nella verità, che obbedisce, che non resiste al male, che si apre alla vita, che vive le relazioni nella castità e nel rispetto, libera dagli idoli di questo mondo. È la fede che vede l'amore di Dio in ogni piaga, e può abbandonarsi a esso con fiducia, insieme ai propri fratelli, gemelli di Cristo. Essere credenti significa allora camminare, anche nella notte oscura dei santi, senza consolazioni, senza prove carnali, con la sola certezza sigillata istante dopo istante: quella di un amore che non ci abbandona mai. Questa è l'esperienza di Tommaso, ed è un regalo che il Signore fa a ciascuno di noi.

Capitolo VII

Beati quelli che non hanno visto

Chi si appoggia a un muro, prima lo tocca. Non è sfiducia: è buon senso. Anche la parola "fede" custodisce questa stessa logica. In ebraico si dice emunah, che viene dalla stessa radice di amen: non un salto, ma un sostegno, qualcosa di certo su cui posare il peso di sé. In greco è pistis. In ogni lingua, credere ha a che fare con l'appoggiarsi a qualcosa di solido, non con il chiudere gli occhi e sperare.

Per questo voler verificare non è un peccato. La nostra fede non consiste nell'entrare a occhi chiusi in un luogo oscuro: è una cosa certa, o non è fede. Io, poiché ho verificato la parola che mi è stata riferita, posso avere fede. E affinché quella fede fosse davvero forte dentro di lui, Tommaso andò a vedere Gesù e desiderò toccare le sue ferite. Cristo rispose a quella preghiera. Tornò.

Ma cosa rimprovera davvero, Gesù, a Tommaso? Non l'aver visto. La frase è più precisa di come spesso la sentiamo tradurre: "Perché mi hai visto, hai creduto: beati quelli che, pur non avendo visto, cominceranno a credere". Non è un rimprovero rivolto a chi ha avuto la grazia di vedere: altrimenti Gesù starebbe rimproverando anche Giovanni, anche Pietro, anche Maria di Magdala, tutti quelli che credettero perché videro. È un rimprovero più sottile: Tommaso non si è fidato dell'annuncio dei fratelli. Ha preteso di rifare da solo un cammino che gli altri avevano già percorso per lui.

C'è poi una precisione che vale la pena custodire. Gesù non dice "beati quelli che credono senza vedere e senza toccare". Dice soltanto: senza vedermi. Per Tommaso vedere e toccare erano la stessa cosa, dovevano esserlo entrambe. Ma noi, che pure abbiamo bisogno di toccare qualcosa per credere, non siamo condannati a un'oscurità totale. Si può entrare, dopo, con fede, anche nell'oscurità; ma per avere fede occorre prima toccare una roccia, qualcosa di fermo nella vita a cui appoggiarsi. Non è un'accusa contro chi ha bisogno di segni. È la promessa che, una volta toccata quella roccia, si può camminare anche quando la roccia non si vede più.

Cosa desiderava, in fondo, Tommaso? Ciò che desideriamo noi. Voleva vedere, e ciò che vedeva voleva verificarlo: i suoi occhi avevano visto Cristo crocifisso per lui, avevano visto quel sacrificio, e voleva la certezza che non fosse stato vano. Questa è la fede: la certezza delle cose che non si vedono e che si sperano. Cos'è che non vediamo, e che speriamo? La vita eterna, un amore oltre la morte. Tutti la cerchiamo, tutti la speriamo, senza poterla vedere. La fede è credere che esista davvero.

E come si può credere che esista, senza averla mai vista né toccata? Non si può, del tutto. Per questo Cristo non rimprovera Tommaso per aver avuto bisogno di una prova. Lo invita solo ad andare oltre: guarda e tocca. Dove? Nella comunità. È lì che Tommaso fece l'esperienza che l'amore fino alla fine, l'amore fino alla morte, è la porta della vita eterna. Chi perde la vita la trova: questo Tommaso lo sperimentò con mano, e per questo poté dire "mio Signore e mio Dio", la più bella professione di fede di tutta la Scrittura.

Ci sono, in fondo, due tappe nell'avventura della fede, non una sola. Prima si crede perché si vede: è la strada dei primi, di chi ha potuto toccare con mano. Poi viene un tempo in cui si crede pur non vedendo più, non perché la prova sia venuta meno, ma perché ciò che è stato toccato una volta resta, nella memoria e nella comunità, come un fondamento su cui continuare a camminare anche nel buio. Sono le prove più alte della fede, quelle dei santi: credere quando tutto sembra nero, quando sembra che Dio sia lontano, sperare contro ogni speranza. Non è una fede diversa da quella di Tommaso. È la stessa fede, arrivata a un'altra stagione.

Capitolo VIII

Il dito nella piaga

Chi era, l'uomo che dipinse questa scena? Un uomo che sapeva bene cosa fosse l'irruenza. Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, portava dentro di sé una violenza che non sapeva sempre governare: risse, denunce, un arresto per aver diffuso versi diffamatori, e più avanti, una fuga da Roma dopo aver ucciso un uomo, anni vissuti da fuggitivo fino alla morte. Forse per questo, consapevolmente o no, si sentì così vicino a Tommaso. Non lo dipinse come un teologo avrebbe voluto dipingerlo, compassato e devoto. Lo dipinse come un uomo vero, impastato di desiderio e di paura, che ha bisogno di mettere le mani su ciò che vuole credere. Chissà se, guardando quella tela, Caravaggio non stesse in qualche modo guardando anche se stesso.

Guardate un quadro, un momento, prima di continuare a leggere. Tre uomini stretti attorno a un quarto, così vicini che le loro teste quasi si toccano. Nessuno sfondo a distrarre: solo un buio bruno, anonimo, che costringe l'occhio a restare lì, su quel gesto. E il gesto è questo: una mano che ne guida un'altra, un dito che viene accompagnato, quasi con forza, dentro una ferita aperta.

È l'Incredulità di San Tommaso, dipinta attorno al 1600 per un banchiere romano, Vincenzo Giustiniani. Ebbe una fortuna che pochi quadri hanno avuto: se ne fecero ventiquattro copie negli anni successivi, e tra i copisti ci furono anche Rubens e Guercino.

Cristo, in quel quadro, non è al centro della composizione. Il centro è la testa di Tommaso: il suo sguardo perso, la fronte aggrottata, il movimento insieme brusco e titubante di chi sta facendo qualcosa che desidera e teme allo stesso tempo. E poi c'è quella mano che guida l'altra. Non è un dettaglio da poco. Nella tradizione artistica che aveva raccontato questa scena prima di Caravaggio, era spesso Tommaso da solo a protendere il dito verso la ferita. Qui è Cristo stesso a prenderlo per mano e a condurlo dentro. Come se l'invito verbale, "metti qui il tuo dito", avesse un suo sviluppo naturale in un gesto pieno di tenerezza, non di sfida.

Ma c'è un altro dettaglio, forse il più sorprendente di tutti, ed è quello che riguarda noi. Caravaggio dipinge le figure a distanza ravvicinata, quasi a portata di mano più che di sguardo, e le colloca all'altezza di chi guarda. Il risultato è che chiunque si fermi davanti a quella tela diventa, senza accorgersene, il quinto personaggio della scena. Anche noi ci troviamo a chinarci su quella ferita, incerti e stupiti quanto Tommaso. Non stiamo osservando un fatto accaduto una volta, lontano da noi: stiamo, in un certo senso, allungando anche noi il dito.

Perché Cristo fa questo gesto? Perché conosce Tommaso più di quanto Tommaso conosca se stesso. Ha letto nel suo cuore il desiderio taciuto, e lo libera dal peso di doverlo formulare fino in fondo. Basta il gesto. E il dito non si limita a sfiorare: entra, come a voler fugare ogni ombra di dubbio, mentre lo sguardo dell'apostolo segue quel movimento come se avesse calcolato che il riscontro di due sensi vale più di uno solo.

Gli altri due discepoli, alle spalle di Tommaso, non sono meno coinvolti. Nei loro occhi non c'è rimprovero per l'audacia del compagno: c'è la stessa curiosità, lo stesso stupore trattenuto. Anche loro, in fondo, avevano bisogno di quella prova, solo che non hanno avuto, o non hanno avuto ancora, il coraggio di chiederla ad alta voce.

C'è un ultimo dettaglio che vale la pena notare: gli abiti. Tommaso e i suoi compagni vestono i panni comuni del tempo di Caravaggio, sgualciti, poveri. Cristo invece porta un manto che richiama la statuaria classica, senza tempo. È un piccolo scarto silenzioso, ma dice tutto: il passato che è eterno oggi entra nel presente più feriale, senza chiedere il permesso, senza attendere che siamo pronti.

La tradizione liturgica d'Oriente ha un'espressione bellissima per raccontare quello che accade in questa scena: "felice incredulità di Tommaso". Non è un ossimoro casuale. È lo stesso paradosso della colpa felice che apre la strada alla redenzione: il dubbio di uno diventa il fondamento della fede di tutti. Non perché il dubbio sia una virtù in sé, ma perché Dio sa farne, ogni volta, un varco.

Del quadro stesso, poi, si potrebbe raccontare la storia come si racconta quella di un uomo. Passò di collezione in collezione, fino ai re di Prussia; nel caos della fine della seconda guerra mondiale se ne persero le tracce, tanto da mancare persino alla grande mostra dedicata a Caravaggio nel 1951; fu ritrovato, restituito, e oggi è custodito a Potsdam. Anche la tela, si direbbe, ha fatto la sua parte di strada nel buio prima di tornare visibile. Tommaso continua a parlare, in un certo senso, anche attraverso le vicende di questa immagine.

Ma torniamo a noi, che siamo il vero motivo per cui vale la pena fermarsi su questo quadro. Perché siamo attratti da questa figura così umana? Perché in essa riconosciamo le nostre stesse povertà, la nostra stessa irruenza, le nostre esigenze, le nostre cadute. Ed è proprio per questo che Tommaso resta così autenticamente umano, e per questo così aperto alla possibilità di amare Dio visceralmente, fino in fondo. Non a partire da un'idea pulita di noi stessi, ma a partire da quello che davvero siamo: un crogiolo di sentimenti, di passioni, di cadute, di tutto ciò che ci portiamo dentro.

Avete mai sentito parlare della teoria delle finestre rotte? Negli anni Novanta New York era in pieno caos: strade sporche, criminalità alle stelle. Nel 1993 fu eletto sindaco Rudolph Giuliani, che affidò la polizia a William Bratton. Tutti si aspettavano un contrattacco massiccio contro il crimine. Non fu così. Cominciarono a pulire la metropolitana: ogni vagone coperto di graffiti veniva ritirato subito dal servizio e ripulito. Aggiustavano le finestre rotte, curavano ogni minimo dettaglio. Molti li criticarono: ci sono omicidi ogni notte, e voi state qui a pulire i vagoni? Ma quella polizia aveva capito qualcosa di vero sulla psicologia umana: una sola finestra rotta e mai riparata manda un messaggio chiarissimo: qui non comanda nessuno, qui il livello è basso, qui è tutto permesso. Quando invece si sistema ogni cosa, il messaggio cambia: qui c'è un ordine, e vale la pena rispettarlo. Applicando questa idea, la criminalità a New York crollò del cinquantasei per cento: una delle trasformazioni urbane più grandi della storia americana. Tutto era partito dai dettagli più piccoli.

Anche noi abbiamo le nostre finestre rotte. Il letto sfatto dell'anima, i piatti accumulati dei rancori mai lavati, i vestiti buttati per terra delle abitudini che non correggiamo più. Piccole cose che continuano a mandare lo stesso messaggio al cuore: qui il livello è basso, tanto un po' di disordine in più non cambia nulla. Ma qui, a differenza di New York, non siamo noi a dover sistemare ogni cosa con le nostre forze, un vagone alla volta, per meritarci un ordine che non arriverebbe mai da soli. È Cristo che entra nel nostro groviglio, a porte chiuse, senza bussare, e con una sola parola, "pace", comincia a mettere ordine in ciò che noi non riusciamo nemmeno più a distinguere. Non ripara le finestre una per una, dall'esterno: entra e abita la casa, ed è la sua presenza stessa a ridare misura a tutto il resto.

C'è un pensiero di un monaco d'Oriente che chiude bene questo capitolo, meglio di quanto potrei fare io: possiamo ancora oggi toccare con le nostre mani la carne ferita del Salvatore? Sì, non perché Gesù torni a mostrarsi fisicamente come a Tommaso, ma perché viene, in modo reale anche se invisibile, nelle creature che ci circondano. Non ci è dato vedere sempre il suo volto, ma quel volto ci appare nel volto del fratello, e attraverso la compassione raggiungiamo la sua stessa Passione. Toccherò mio fratello, e dirò: mio Signore e mio Dio.

Capitolo IX

Fino agli estremi confini della terra

La stessa mano che una volta aveva bisogno di toccare una ferita per credere, un giorno si mise in cammino per farsi toccare a sua volta da popoli che non conoscevano ancora quel nome. Una tradizione antica, già nota ai primi secoli della Chiesa, racconta che Tommaso portò l'annuncio del Vangelo prima in Siria e in Persia, poi si spinse fino all'India occidentale, per raggiungere infine anche l'India meridionale. Non è una notizia isolata o tarda: ne parlano già scrittori dei primi secoli, e la tradizione ha continuato a custodirla nei secoli successivi, con la stessa fedeltà con cui una famiglia custodisce il racconto di un antenato lontano.

Si racconta che Tommaso non fosse affatto entusiasta, all'inizio, di quella destinazione. Una tradizione antica narra che, dopo la divisione a sorte delle terre di missione fatta a Gerusalemme, all'apostolo fosse toccata proprio l'India, e che lui non ne volesse sapere: "Non ho forza sufficiente, sono debole", avrebbe detto. Il Signore gli sarebbe apparso in sogno per rassicurarlo: "Non temere, Tommaso, è con te la mia grazia". Ma nemmeno questo bastò a smuoverlo: "Mandami dove vuoi, Signore. È solo in India che non voglio andare." Alla fine, quella stessa tradizione racconta di un espediente quasi ironico: un mercante indiano in cerca di un costruttore per il proprio re avrebbe trovato in Tommaso l'uomo giusto, e da lì, quasi controvoglia, l'apostolo si sarebbe messo davvero in viaggio. C'è qualcosa di familiare in questa riluttanza. Lo stesso Tommaso che aveva preteso di verificare di persona la risurrezione, ora si lascia condurre, quasi trascinare, verso una missione che non aveva scelto. Forse è proprio questo il punto: la fede che nasce dal toccare non resta mai un possesso privato. Diventa, prima o poi, un cammino verso chi ancora non ha toccato nulla.

I segni di un passaggio antico restano, in effetti, numerosi in terra indiana. Scrittori dei primi secoli, Ambrogio, Paolino, Girolamo, ne parlano già come di un dato acquisito: Tommaso sarebbe sbarcato a Mylapore, l'attuale Madras, dove avrebbe subito il martirio e dove ancora oggi si venera la sua tomba. Al Concilio di Nicea, nel 325, risulta presente un vescovo proveniente dall'India. E ancora oggi, nella regione del Malabar, esiste una tradizione di cristiani che usano nella liturgia la lingua siriaca: un filo che attraversa quasi duemila anni senza spezzarsi mai del tutto.

Fu proprio questo piccolo gregge a stupire, secoli più tardi, un altro grande viaggiatore della fede: Francesco Saverio, sbarcato in quelle terre nel 1541. Trovò, sull'isola di Socotra, gente che si diceva cristiana, orgogliosa di dirsi tale, custode di chiese, croci e lampade. I loro sacerdoti, pur non sapendo leggere né scrivere, conservavano intatta la memoria delle preghiere, recitate in una lingua che non comprendevano più ma che non avevano mai smesso di tramandare. Si dicevano discendenti di quei cristiani che Tommaso aveva convertito in quei luoghi. Qualche anno dopo, nel 1545, lo stesso Francesco Saverio si recò a Mylapore per venerare la tomba dell'apostolo, e da lì, pare, portò con sé una reliquia che tenne fino alla morte in un piccolo reliquiario appeso al collo, insieme, curiosamente, ai nomi ritagliati dalle firme delle lettere dei suoi amici lontani, custoditi per la consolazione che gli davano, come un'anticipazione di quella comunione piena che sperava di ritrovare tutta intera nell'altra vita.

C'è una linea che unisce tutto questo, dal cenacolo di Gerusalemme fino alle coste dell'India: uno che aveva avuto bisogno di toccare per credere finisce per farsi toccare, lui stesso, da terre e popoli che il Vangelo non aveva ancora raggiunto. Il gemello che era rimasto fuori dalla porta chiusa, quella prima sera di Pasqua, diventa poi colui che porta quella stessa porta aperta fino agli estremi confini della terra. Non è un cammino lineare, il suo: parte da un dubbio, passa attraverso una riluttanza, e arriva a un martirio. Ma è, in fondo, lo stesso cammino a cui ciascuno di noi è chiamato: toccare, per credere; credere, per essere mandati; essere mandati, senza sapere fino a dove.

Appendice — Nelle fenditure della roccia

Tommaso, le piaghe del Risorto e la colomba del Cantico

1. Il versetto del Cantico

Lo Sposo dice alla sposa: «O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo volto, fammi udire la tua voce, perché la tua voce è soave e il tuo volto è bello» (Ct 2,14).

Un versetto breve, eppure la tradizione cristiana vi ha camminato per secoli. La colomba è la Chiesa, ed è l'anima di ciascuno di noi: non viene chiamata perché è forte, ma perché è amata, e la sua forza non sta in lei, sta nella roccia in cui trova rifugio. Il testo latino della Vulgata parla di fori della pietra e di cavità del muro: non una stanza comoda, ma un riparo stretto, nascosto, sicuro, scavato dentro la roccia stessa.

Quella roccia, la tradizione cristiana l'ha sempre riconosciuta in Cristo. San Paolo, ricordando i padri nel deserto, scrive senza esitazioni che la roccia era Cristo (1Cor 10,4). Israele cammina nel deserto perché una roccia lo accompagna, e da quella roccia percossa sgorga l'acqua che lo tiene in vita. Nel Cantico la sposa si rifugia nella stessa roccia. Nel Vangelo Tommaso è chiamato a entrarvi con gli occhi e con la mano, dentro le piaghe del Corpo risorto. Tre testi, una sola voce.

2. La Roccia che accompagna nel deserto

Paolo non si limita a un paragone: scrive che la roccia era Cristo (1Cor 10,4), un'affermazione che non ammette mezze misure. Israele attraversa il deserto tra fame, sete, paura, mormorazione, idolatria, e la roccia non gli toglie nessuna di queste prove: gli dona, in mezzo ad esse, l'acqua che lo tiene vivo.

È questo che illumina Ct 2,14. La colomba non viene sottratta alla sua storia di fragilità: viene chiamata a starci dentro, nelle fenditure della roccia. Il credente non è salvato perché smette di avere ferite, paura, dubbio, vergogna, ma perché trova un luogo dove può portarle. Quel luogo è Cristo.

E la roccia del deserto, per dare acqua, dev'essere percossa. Anche il costato di Cristo viene aperto, e da lì escono sangue e acqua. In quel costato la tradizione ha sempre visto la nascita della Chiesa, il sacramento, il perdono, il rifugio: non un'immagine accostata dall'esterno, ma lo stesso movimento che attraversa la roccia percossa nel deserto, la roccia del Cantico, il corpo trafitto del Signore.

3. Mosè nella fenditura della roccia

Nel libro dell'Esodo, Mosè chiede di vedere la gloria di Dio, e il Signore gli risponde: «Ecco un luogo vicino a me: tu starai sopra la roccia; quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella fenditura della roccia» (Es 33,21-22). Mosè non si infila da solo in quella fenditura: è Dio a porlo lì. Nessuno entra nel mistero di Dio per forza propria; vi viene nascosto, condotto, nel luogo che Dio stesso apre.

Origene ha accostato questo passo al Cantico: la sposa è chiamata al riparo della roccia, Mosè è posto nel riparo della roccia. In entrambi i casi il luogo della conoscenza di Dio non è una vetta conquistata, ma una feritoia donata. Per vedere qualcosa di Dio bisogna lasciarsi mettere nella roccia. Per credere al Risorto bisogna lasciarsi condurre alle sue piaghe.

4. Tommaso davanti alle piaghe del Risorto

Tommaso dice: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo» (Gv 20,25). Non è una prova generica quella che chiede: sono le piaghe, il segno dei chiodi, il fianco aperto.

Otto giorni dopo Gesù viene a porte chiuse, dice «Pace a voi», e si rivolge a Tommaso riprendendo le sue stesse parole: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente» (Gv 20,27). Non cancella le piaghe: le mostra. Non chiede a Tommaso di credere dimenticando la croce, ma di credere entrando nel Crocifisso risorto. Le ferite restano nel corpo glorioso perché la risurrezione non ha cancellato l'amore che ha sofferto: sono memoria della Passione, e insieme luogo della fede.

Qui il Cantico entra nel Vangelo. La fenditura della roccia diventa il fianco aperto, la colomba che vi si nasconde diventa Tommaso chiamato a mettere la mano nel costato, e la voce della sposa diventa la confessione di Tommaso: «Mio Signore e mio Dio».

5. Agostino: le ferite conservate per i dubbiosi

Agostino, commentando Giovanni 20 nel Trattato 121 sul Vangelo di Giovanni, scrive che i chiodi avevano trafitto le mani del Signore, che la lancia aveva aperto il suo fianco, e che i segni di quelle ferite erano stati conservati per guarire i cuori dei dubbiosi. Tommaso non viene guarito da un ragionamento: viene guarito dalle ferite. La piaga è la medicina del dubbio, e Cristo non si vergogna di mostrarla al discepolo: la conserva apposta per lui.

Questa pagina di Agostino permette di leggere Ct 2,14 accanto a Tommaso. La colomba è nascosta nelle fenditure della roccia perché è lì che il cuore dubbioso viene curato. Le piaghe non sono soltanto una prova esteriore della risurrezione: sono il luogo in cui il cuore impara di nuovo a credere.

6. Gregorio Magno: il dubbio di Tommaso giova alla fede della Chiesa

Gregorio Magno, nell'omelia sul Vangelo di Tommaso, racconta che il Signore offrì il suo fianco al discepolo incredulo e gli mostrò le cicatrici delle ferite, aggiungendo che l'incredulità di Tommaso giovò alla nostra fede più della fede pronta degli altri discepoli. Tommaso tocca, o almeno viene invitato a toccare: il testo evangelico non dice esplicitamente che abbia messo la mano nel fianco, ma dice che Gesù gliela offre, e questa offerta basta a mostrare che la fede cristiana non nasce da un'idea staccata dalla carne. Nasce dall'incontro con il corpo del Crocifisso risorto.

La carne di Cristo è la roccia aperta: non una roccia fredda, ma una roccia ferita. La Chiesa vi entra portando il dubbio di Tommaso, la paura dei discepoli, la voce povera della colomba. E da lì impara a confessare.

7. Bernardo: le fenditure sono le ferite di Cristo

Bernardo di Chiaravalle dedica il sermone 61 sul Cantico alle parole «Columba mea in foraminibus petrae»: ricorda che un'altra interpretazione vede nelle fenditure della roccia le ferite di Cristo, e la fa sua, perché Cristo è la Roccia. Insiste sul rifugio: la colomba si difende nelle fenditure, il passero vi trova una casa, la tortora un nido. Così l'anima trova casa nelle ferite del Signore: non le guarda da fuori, vi abita con la meditazione.

È la stessa linea che unisce il Cantico a Tommaso. Tommaso non è soltanto chiamato a vedere: è chiamato a entrare nella prova della carità di Cristo. Nelle piaghe vede che il Risorto è lo stesso Crocifisso, che l'amore non è stato ritirato, che la morte non ha chiuso il costato ma lo ha reso porta.

8. La voce della colomba e la confessione di Tommaso

Nel Cantico lo Sposo dice: «Fammi udire la tua voce». Nel Vangelo Gesù non chiede a Tommaso un discorso: gli dice «Non essere incredulo, ma credente», e la voce di Tommaso nasce subito, senza indugio: «Mio Signore e mio Dio». La voce soave della sposa non è, prima di tutto, una voce perfetta: è la voce che nasce dalla fenditura della roccia. La preghiera diventa vera quando esce dal luogo in cui Cristo ha lasciato entrare l'uomo. Tommaso parla dopo essere stato chiamato alle piaghe, come la Chiesa parla dopo essere nata dal costato, e l'anima parla dopo essere stata nascosta nella misericordia.

Per questo la ferita del Signore non è soltanto da contemplare: è da abitare, da portare nella preghiera, da lasciare parlare dentro di noi. La colomba mostra il volto e fa udire la voce perché non è più davanti a un giudice, ma davanti allo Sposo.

9. Tommaso d'Aquino: perché Cristo conserva le piaghe

Tommaso d'Aquino, commentando Giovanni 20, affronta una domanda che a prima vista sembra un cavillo: come può un corpo glorioso conservare le ferite, se le ferite sono difetti e il corpo glorioso non dovrebbe averne? Risponde raccogliendo la tradizione agostiniana: Cristo avrebbe potuto cancellare ogni segno delle piaghe, ma volle conservarle, e per più di una ragione. La prima, per mostrarle a Tommaso, che non voleva credere se non avesse visto e toccato. La seconda, per attestare la verità della risurrezione. La terza, per intercedere presso il Padre mostrando quale morte ha sofferto per l'uomo. La quarta, per far vedere ai redenti la misericordia con cui sono stati salvati. La quinta, per mostrare nel giudizio la giustizia della condanna di chi ha disprezzato quell'amore.

Le piaghe, dunque, non restano per nostalgia del dolore: restano perché sono linguaggio, e parlano insieme a Tommaso, alla Chiesa, al Padre, ai salvati, persino al giudizio finale. La fenditura della roccia non è muta. Da essa esce una voce.

10. Bonaventura: entrare per la ferita del costato

Bonaventura contempla il costato aperto come accesso al cuore di Cristo: nella tradizione francescana la piaga del fianco non è soltanto qualcosa da guardare dall'esterno, ma una via di ingresso, una porta verso il cuore stesso del Signore. Nel Lignum vitae invita l'anima a considerare il Cristo crocifisso e il suo fianco aperto con un linguaggio che non è quello del possesso, ma dell'ingresso, del riposo, della dimora: la ferita è una soglia, e attraverso il costato l'anima entra nel luogo dell'amore.

Il legame con Ct 2,14 è naturale: la colomba entra nella fenditura della roccia, Tommaso è invitato a mettere la mano nel fianco, il fedele entra nel costato per trovare il cuore. La roccia non è più soltanto un riparo esterno: è il corpo stesso del Signore, aperto per noi.

11. Il Carmelo e le piaghe del Signore

Nel Carmelo il tema delle piaghe appare soprattutto come sosta davanti all'umanità di Cristo. Teresa d'Avila insiste sul fatto che non bisogna abbandonare l'umanità del Signore: per lei la preghiera cristiana non sale a Dio lasciando da parte Gesù nella sua carne, ma passa per Cristo uomo, per Cristo nella sua Passione, per Cristo che mostra l'amore dentro la sofferenza.

Giovanni della Croce legge il Cantico come cammino dell'anima verso lo Sposo, e anche quando non sviluppa sempre il versetto di Ct 2,14 nel senso diretto delle piaghe, ne mantiene il centro: l'anima cerca il luogo dello Sposo, e lo Sposo attira l'anima a una conoscenza che passa per amore, notte, purificazione, unione. Teresa di Lisieux, nella sua via di fiducia, non costruisce una dottrina tecnica sulle fenditure della roccia, ma la sua spiritualità resta vicina a questa immagine: l'anima piccola non si salva per forza propria, si lascia portare, si nasconde nella misericordia, si affida all'amore di Gesù. Anche qui la colomba è fragile e il rifugio è Cristo.

Non conviene forzare i testi carmelitani attribuendo loro parole che non dicono, ma conviene accostarli con prudenza: il Carmelo custodisce la stessa verità spirituale. L'anima entra in Dio passando per Cristo, e Cristo non è un'idea: è il Verbo fatto carne, crocifisso e risorto.

La fenditura della roccia, allora, è la piaga del Signore: la roccia è Cristo, la colomba è la Chiesa ed è l'anima, e Tommaso è l'uomo che non riesce a credere finché non incontra il Crocifisso risorto nelle sue ferite. Il Signore non gli offre un'altra prova: gli dà le piaghe, gli dice di guardare le mani e di mettere la mano nel fianco, lo chiama a entrare nel luogo dove l'amore è stato ferito e non è morto. Ed è in quella fenditura che Tommaso perde l'incredulità e trova la confessione.

Così il Cantico non resta un'immagine poetica: diventa Vangelo. Lo Sposo chiama la colomba nelle fenditure della roccia, il Risorto chiama Tommaso nella ferita del costato, e lì vive la Chiesa, lì vive ogni credente: nel deserto beve dalla roccia che è Cristo, nella paura si nasconde nella roccia, nel dubbio entra nelle piaghe del Risorto. E da lì, soltanto da lì, la sua voce diventa preghiera: «Mio Signore e mio Dio».

Citazioni

Cantico dei Cantici 2,14 — «O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo volto, fammi udire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo volto è incantevole.»

1 Corinzi 10,4 — «Tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era Cristo.»

Esodo 33,21-22 — «Ecco un luogo vicino a me: tu starai sopra la roccia; e quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella fenditura della roccia e ti coprirò con la mia mano, finché io sia passato.»

Giovanni 20,25 — «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, se non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo.»

Giovanni 20,27-28 — «Disse allora a Tommaso: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente. Rispose Tommaso: Mio Signore e mio Dio.»

Agostino, Trattato 121 sul Vangelo di Giovanni — I chiodi avevano trafitto le sue mani, la lancia aveva aperto il suo fianco: e lì furono conservati i segni delle ferite, per guarire i cuori dei dubbiosi.

Gregorio Magno, Omelia 26 sui Vangeli — Il Signore venne una seconda volta: offrì il suo fianco al discepolo incredulo, tese le mani e, mostrando le cicatrici delle sue ferite, guarì la ferita della sua incredulità.

Gregorio Magno, Omelia 26 sui Vangeli — L'incredulità di Tommaso ha giovato alla nostra fede più della fede degli altri discepoli: toccando Cristo e giungendo a credere, ogni dubbio viene fugato e la nostra fede si rafforza.

Giovanni Crisostomo, in Catena Aurea su Gv 20,27 — Gesù viene egli stesso, e non attende che Tommaso lo interroghi. Ma per mostrare di aver udito ciò che Tommaso aveva detto ai discepoli, usa le sue stesse parole.

Tommaso d'Aquino, Commento al Vangelo di Giovanni, cap. 20, lez. 6 — Una condizione era che toccasse le ferite, perciò Cristo disse: Metti qui il tuo dito. Qui sorge una domanda, perché nel corpo glorioso non può esservi alcun difetto, e le ferite sono difetti: come può dunque esservi una ferita nel corpo di Cristo?

Tommaso d'Aquino, Commento al Vangelo di Giovanni, cap. 20, lez. 6 — Cristo avrebbe potuto rimuovere ogni traccia delle ferite dal suo corpo risorto e glorioso, ma volle conservarle per alcune ragioni. La prima, per mostrarle a Tommaso, che non avrebbe creduto se non avesse toccato e visto.

Bernardo di Chiaravalle, Sermone 61 sul Cantico — Colomba mia, nelle fenditure della roccia, nelle cavità del muro, mostrami il tuo volto, fa' risuonare la tua voce ai miei orecchi.

Bernardo di Chiaravalle, Sermone 61 sul Cantico — Altri hanno inteso le fenditure della roccia come le ferite di Cristo; e a ragione, perché la roccia è Cristo.

Bernardo di Chiaravalle, Sermone 61 sul Cantico — In esse il passero trova per sé una casa, e la tortora un nido dove deporre i suoi piccoli; in esse la colomba si protegge e guarda senza paura lo sparviero che le vola intorno.

Bernardo di Chiaravalle, Sermone 61 sul Cantico — Sono forate le sue mani, i suoi piedi, il suo fianco; e attraverso queste fessure mi è dato succhiare miele dalla roccia, olio dalla pietra durissima.

Bernardo di Chiaravalle, Sermone 62 sul Cantico — Voce dell'anima è lo stupore. Voce dell'anima è la devozione. Voce dell'anima è il rendimento di grazie.

Ambrogio, De Isaac vel anima — Alzati, vieni, amica mia, bella mia, colomba mia. Ora sei colomba, cioè mite e mansueta; ora sei tutta piena di grazia spirituale.

Ambrogio, De Isaac vel anima — L'inverno ormai è passato: cioè, è venuta la Pasqua, è venuto il perdono, è giunta la remissione dei peccati.

Beda il Venerabile, Allegorica expositio in Cantica canticorum — Ormai l'inverno è passato, e così via, fino a quando dice: Alzati, amica mia, sposa mia, e vieni; colomba mia, nelle fenditure della roccia, nella cavità del muro.

Origene, Commento al Cantico dei Cantici — E Mosè viene posto nel riparo della roccia, per vedere le spalle di Dio.

Gregorio di Nissa, Omelia V sul Cantico dei Cantici — La colomba aveva compreso il significato della roccia, che è Cristo.

Papa Francesco, Omelia a Santa Marta, 3 luglio 2013 — Come posso trovare oggi le piaghe di Gesù? Non posso vederle come le vide Tommaso. Le trovo compiendo le opere di misericordia.

I TUOI PECCATI SONO PERDONATI

I tuoi peccati
sono perdonati

Meditazione sul Vangelo di Giovedì
della XIII settimana del Tempo Ordinario
con appendici sul combattimento con i pensieri
Don Antonello Iapicca
Takamatsu 2026

Indice

Vangelo del giorno

Prologo

Capitolo I - "Si sfiorano, ma non hanno nessuna relazione"

Capitolo II - "Perché pensiamo cose malvagie nel nostro cuore?"

Capitolo III - "Porta sempre la croce": il lettuccio e la chiave

Capitolo IV - "Vi è una sola paralisi: il peccato"

Capitolo V - "Perché pensate male?"

Capitolo VI - "Torna nella sua città come vincitore"

Capitolo VII - "Io sono un paralitico"

Capitolo VIII - "Il target di questa giornata"

Appendice I - Padre Serafino Tognetti

Appendice II - I logismoi

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 9,1-8)

Dal Vangelo secondo Matteo. In quel tempo, salito su una barca, Gesù passò all'altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portarono un paralitico disteso su un letto.

Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: "Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati". Allora alcuni scribi dissero fra sé: "Costui bestemmia". Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: "Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa è più facile, dire «ti sono perdonati i peccati» oppure dire «alzati e cammina»? Ma perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati" — disse allora al paralitico: "Alzati, prendi il tuo letto e va' a casa tua".

Ed egli si alzò e andò a casa sua. Le folle, vedendo questo, furono prese da timore e resero gloria a Dio, che aveva dato un tale potere agli uomini.

"O Signore, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa". Gesù è mosso dalla fede degli amici del paralitico a compiere il miracolo del perdono riconsegnando forza e vigore alle membra paralizzate. Abbiamo bisogno della comunità cristiana, dei pastori e dei fratelli, del Popolo santo che è capace, per amore del povero e del debole, di scoperchiare i tetti e deporre i malati ai piedi di Gesù. Abbiamo bisogno della fede della Chiesa che apre per noi un cammino distruggendo pareti e tetti che ci accerchiano e ci impediscono di andare a Cristo, per condurci a Lui e conoscerlo. Ed essere liberati e tornare a casa, nella storia di ogni giorno con il letto che è la memoria dei nostri peccati e la consapevolezza della nostra debolezza nella

quale si rivela pienamente la potenza dell'amore di Dio. A noi la memoria di quello che siamo, a Gesù l'amore e il perdono. Benedetto XVI

Prologo

Per caso ti senti bloccato? Forse è da un po' che non riesci a muoverti, non fisicamente ma spiritualmente. Ti riesce difficile, impossibile, seguire l'urgenza dell'amore. Questo capita quando tuo figlio è a pochi metri, o tua moglie è nella stessa casa. Magari tuo padre è in balcone, non ci parli da tanto tempo, ma tu non riesci ad avvicinarti senza giudicarlo, senza difenderti, senza pretendere. Corri tutto il giorno, lavori, rispondi ai messaggi, fai mille cose, eppure davanti a quella persona sei paralizzato. Come in un vagone pieno, dove tutti si sfiorano ma nessuno entra davvero nella vita dell'altro. Questa è la paralisi che Gesù vede nel Vangelo di oggi. Gli portano un uomo disteso su un letto, e Lui non comincia dalle gambe, ma dal cuore: coraggio, figlio, i tuoi peccati sono perdonati. Perché il problema più profondo dell'uomo non è semplicemente il rapporto umano che si è inceppato. Il problema non è tuo marito che è fatto così, tua moglie che risponde sempre nello stesso modo, o tuo figlio che non ascolta. Il problema non è neppure la malattia, il lavoro precario, che non riesci ad avere figli. Il problema è nel cuore, perché non so e non posso amare, chiedere perdono e offrirlo. Penso male nel cuore. Pensieri malvagi su Dio e sul fratello. Chiamo giustizia ciò che spesso è solo orgoglio ferito. E questi pensieri avvelenati producono in me la paralisi. Ma coraggio, perché Gesù, che non è un tecnico dell'anima, non viene a sistemare la vita secondo i nostri piani. Viene piuttosto a sciogliere la radice che ci tiene prigionieri, quella menzogna del demonio che ci sussurra: ormai è impossibile, non cambierà nulla, Dio non mi ascolta, potrebbe fare, ma non agisce. E finiamo con il dare del bestemmiatore a Gesù Cristo, reo di non recitare la parte che gli assegniamo, come fecero quanti, di fronte ai segni da Lui operati, lo consideravano un demonio.

Ma c'è la Chiesa, la sua fede, a cui guarda il Signore, la Comunità cristiana che ci porta a Lui: fratelli, pastori, catechisti, che ci accompagnano quando proprio

la fede sembra dileguata. Ci porta e ci depone ai piedi di Cristo. E il paralitico non dice nulla, si lascia portare, ed è il primo miracolo: smettere di giustificarsi e lasciarsi amare. Perché solo davanti a un uomo che si è finalmente arreso alla sua realtà e al suo bisogno, Gesù può dire: alzati, prendi il tuo letto e va' a casa tua. Non dice di dimenticare la debolezza, ma di portarla. Quel lettuccio, prima segno del sepolcro, diventa memoria del perdono. Lo porti sulle spalle come una croce, come il giogo da portare con Cristo, e proprio per questo diventa leggero. La tua debolezza, le tentazioni, le sofferenze, ma anche i rifiuti, le ingiustizie, tutto diventa leggero e soave, perché lo porta Cristo con te. Anzi, lo porta Cristo, e tu ti fai portare. È questo il paradosso meraviglioso: noi portiamo il lettuccio, portiamo la nostra realtà, la nostra storia, ma in effetti porta tutto Cristo. Perché l'ha già portata sul Calvario, perché è risorto e ha trasformato la Croce in porta dischiusa sul Cielo, in luogo di vittoria, dove muore l'uomo vecchio mentre Lui fa nuove tutte le cose. Per questo dice: prendi il tuo lettuccio e cammina. È come se dicesse: prendimi con te, in te, intimamente, e insieme faremo meraviglie. Sì, con Lui possiamo entrare in ogni evento, in ogni circostanza, senza che nulla ci schiacci e paralizzi, perché Cristo ha vinto la morte, e la morte non ha più potere su di Lui. E su chi è unito a Lui.

Per questo la Parola di Gesù ha autorità, ha potere. Quando dice: ti sono perdonati i tuoi peccati, è l'uomo Gesù che lo dice, ma è Dio che attua in Gesù uomo. Questo è il mistero grande dell'Incarnazione: il potere di perdonare i peccati, e quindi di guarire l'uomo, è entrato nella carne. Nessuna filosofia, nessuna psicologia, nessuna amicizia, nessun amore umano può fare questo. Neanche l'amore di una madre ha questo potere. Certo fa moltissimo, aiuta moltissimo, ma ciò che una madre può fare più di ogni altra cosa, come un amico, come un prete, come uno coniuge per l'altro, è fare quello che hanno fatto quegli uomini nel Vangelo: portare l'altro a Cristo. Essi sono immagine della Chiesa, dei genitori, degli sposi, degli amici, dei sacerdoti. Portano l'altro a

Cristo perché loro, per primi, sono stati portati a Cristo. Come accade a noi, portati gratuitamente e senza alcun merito, e continuiamo a essere portati dalla Chiesa a Cristo. Perché il suo potere, dato alla Chiesa, dato agli uomini, giunga a distruggere il veleno del peccato, della menzogna del demonio, e ci esorcizzi nel profondo. Non ci sono altre soluzioni per il mondo, se non il potere di Gesù Cristo che cambia il cuore degli uomini e rimette in moto l'uomo intero, perché possa compiere la sua vita camminando verso l'altro, donandosi, amando.

Sono i sacramenti che realizzano questo potere. È l'ascolto della Parola che ha potere, proclamata da bocche umane, che arriva a noi con una voce umana, ma che dentro contiene Dio, contiene il suo potere. La voce contiene Dio, e questo potere si realizza attraverso i sacramenti. Per questo è inutile parlare, discutere, andare chissà dove a cercare una soluzione. Hai problemi con tua moglie e non ti puoi avvicinare a lei? Hai problemi con tuo figlio? Portalo alla Chiesa. E se non puoi portarlo fisicamente, perché in questo tempo, che magari durerà anni, non ti ascolta e non vuole, portalo lo stesso con la preghiera. Inginocchiati davanti al Santissimo, prega il rosario, invoca il nome del Signore, invoca la Vergine Maria, invoca la comunione celeste dei santi. Porta tuo figlio, porta la persona con la quale hai problemi, porta proprio quella storia dove ti senti bloccato, perché tu sei paralizzato o perché l'altro ti paralizza con il suo rifiuto. Portala a Cristo con la preghiera, con la parola quando il Signore te la ispira, quando è possibile, alle volte anche inopportunamente, senza esigere effetti immediati. Porta tuo figlio, porta chi hai a cuore, porta questa generazione a Cristo, come la Chiesa porta costantemente te a Cristo. Vedrai meraviglie. Vedrai la gloria di Dio risplendere dal tuo lettuccio, dalla Croce che salva te e, attraverso di te, chi ti è accanto.

Capitolo I - "Si sfiorano, ma non hanno nessuna relazione"

Forse sentirete i rumori di fondo, anzi sicuramente. Mi trovo in un treno al centro di Tokyo, sto andando verso la stazione di Tokyo, e questo Vangelo credo si incarni perfettamente in questa situazione, in questa città dove tutti corrono. È impressionante: sui treni, prendere i treni, agli incroci, a piedi, negli ospedali, negli uffici, tutti corrono, a parte in macchina, in macchina no, rispettano i limiti, ma ovunque corrono, ovunque code, ovunque file e masse di gente che si incrociano, si sfiorano ma non hanno nessuna relazione. Mi stupisce, in questo vagone, sentire alcuni che parlano tra loro e sorridono, perché normalmente c'è un silenzio di tomba, entri in un treno e piombi davvero nell'era glaciale, un silenzio assordante, invece probabilmente le cose stanno cambiando anche qui, ma comunque normalmente questa massa informe di persone non contiene nessun tipo di relazione.

Ed è proprio l'immagine che mi viene nel Vangelo di oggi: di questo paralitico, una persona che è incapace di alzarsi e di camminare, di andare verso l'altro. Ora il problema non è camminare, il problema è verso dove andare, perché si può camminare rimanendo nel proprio giaciglio, esattamente come accadde al popolo di Israele: uscì dall'Egitto, ma il loro cuore, il cuore dei figli di Israele, rimase in Egitto, con la nostalgia degli agli e delle cipolle, paradossalmente con la nostalgia della schiavitù, perché la schiavitù diventa, con il passare del tempo, un guscio. Le tane e i nidi che vedevamo alcuni giorni fa: sedimentandosi il tempo, i gesti, i rituali di ogni giorno, compressi nella schiavitù diventano come un nido. Avete visto come fanno i nidi, come fanno i nidi delle rondini, per esempio? Mettono uno strato sopra l'altro, bastoncini, foglie, aghi di pino eccetera, e costruiscono così un nido che poi diventa però una prigione per noi.

NOTA FILOLOGICA — PARALYTIKOS, KLINE

Matteo presenta il malato con essenzialità: è un paralitico disteso su un letto. Il termine traslitterato paralytikos indica un uomo reso incapace di muoversi, sciolto nelle membra, privato della forza operativa. Il letto, kline, non è un dettaglio ornamentale. All'inizio porta il paralitico; alla fine sarà portato dal paralitico. Il racconto è costruito su questo rovesciamento. Ciò che sosteneva la sua impotenza diventa il segno visibile della sua guarigione. Il verbo che descrive l'azione dei portatori è prosphero: portare verso, presentare, offrire — nel greco biblico può avere sfumature cultuali, perché si portano offerte, si presentano doni, si conduce qualcuno davanti a Dio. Il paralitico non arriva da sé. Viene presentato a Cristo.

Per questo il problema non è camminare, il problema non è sapere quale treno prendere e a che ora prenderlo. Il problema è uscire davvero dal proprio guscio, uscire davvero dalla propria tana, uscire davvero dall'Egitto, dalla schiavitù, per andare verso l'altro. E normalmente, per andare verso l'altro, per andare verso la moglie, verso il marito, per andare verso i figli, per andare verso i colleghi di lavoro, per andare verso quella storia che si manifesta ogni giorno, occorre essere disposti, come Abramo, a lasciare la propria terra, a lasciare la propria parentela, a lasciare i propri costumi, a lasciare le proprie abitudini, a lasciare il guscio, a lasciare il nido, a lasciare la tomba, per andare dove non si sa.

È molto più che alzarsi, lavarsi e andare al lavoro, prendere un treno, sapere perfettamente gli orari. No: qui non sai nulla, perché non è assolutamente detto che tua moglie giunga a quel binario a quell'ora, che tuo marito parta da quel binario a quell'ora. Non sai da quale stazione arriverà il tuo figlio questa mattina, non sai che cosa ha vissuto ieri, che cosa ha pensato, la zaffanata che ha fatto con la sua fidanzata mentre tu eri andata a dormire, le chat, non sai nulla,

non sai quello che sta accadendo nel suo cuore. Per questo puoi avere la piantina di tutta la rete metropolitana e i treni di Tokyo, puoi avere un'applicazione super nuova, meravigliosa, che ti dice tutto, dove scendere, dove salire, dove cambiare treno, quanti passi devi fare tra una piattaforma e l'altra per prendere il treno, ma non ti serve a nulla. Non è quella mappa, non è quell'applicazione sul tuo cellulare che ti indicherà come andare verso la persona che ti è accanto.

Non ci sono ricorsi umani, per quanto moderni, per quanto sviluppati, per quanto progrediti, perché le relazioni sono un imprevisto costante. Non serve il satellite, non serve assolutamente nulla, non servono i consigli degli amici, le indicazioni degli amici, i suggerimenti del parente, non servono i manuali, non servono i romanzi che abbiamo letto, non serve nulla. Alle volte, anzi diciamo spesso, non ci serve neanche l'esperienza, perché quello che tu sei oggi non sarà quello di domani; quello che è tuo figlio è oggi, quello che è tua moglie è oggi, è diverso da quello che era ieri o cinque anni fa. E se ieri o cinque anni fa in qualche modo sei riuscito ad avvicinarla, oggi non ci riesci: oggi ti trovi paralizzato, paralizzato da uno sguardo, da una risposta, da un'incomprensione, paralizzato da un rifiuto forse che tu non ti aspettavi, dal fatto che tuo marito continua a non rispettarti nonostante te l'abbia promesso mille volte. Forse ti trovi paralizzato da ciò che vedi negli altri, e ti trovi intruppato, come mi trovo in questo momento io, salendo qui le scale alla stazione, e non riesci, non riesci a divincolarti, non riesci a uscire da questo fiume che è il pensiero comune, che è il senso comune carnale, che ti porta a non accettare l'altro, che ti porta dalla parte opposta di dove l'altro si trova.

Scopri che la tua amica del cuore aveva un ragazzo e non te lo aveva mai detto, perché tu sei quasi disperata, perché non riesci a trovare un fidanzato, e non solo, ma scopri che si sposa, o vedi che le altre amiche piano piano trovano tutti un fidanzato e si sposano, hanno figli, e tu rimani lì. Le altre famiglie con le

quali forse stai condividendo la missione sono insopportabili, non riesci a capire perché si comportano in quel modo, perché il prete ha un'attenzione speciale per quello piuttosto che per quell'altro. Tutto questo ci paralizza, vero? Ci paralizza. Ora davvero mi sembra quasi di soffocare, lo dico sinceramente, perché qui è pieno, pieno, pienissimo di gente, e poi c'è un silenzio, quasi silenzio, adesso voi sentite rumori sottofondo, ma immaginate quanta gente ci sia qui, non potete neanche immaginarlo. Questo anonimato, questo scivolarsi a fianco senza sapere nulla l'uno dell'altro, è terrificante, no? Perché è quello che non vorremmo vivere, ma quello che viviamo spessissimo, spessissimo: paralizzati.

Ma la paralisi è interna, ecco cosa ci dice oggi il Vangelo, ecco cosa ci dice oggi il Signore.

Guardate cosa succede, in questo stesso Vangelo, un istante prima. Gesù è appena sbarcato dall'altra parte del lago, nella terra dei Gadareni, dove ha liberato due uomini dal demonio, e la gente del posto, invece di trattenerlo, lo prega di andarsene. Gesù risale in barca, riattraversa, arriva nella sua città. E qui alcuni uomini fanno il contrario: non chiedono a Cristo di allontanarsi, gli portano un uomo che da solo non può arrivarci. È la stessa scelta che hai davanti ogni giorno, in ogni relazione che ti sembra un binario mai in orario: puoi chiedere a Cristo di allontanarsi da quella storia, oppure portarGliela sulle spalle, anche se tu per primo non sai come arrivarci.

NOTA FILOLOGICA — LA SUA CITTÀ

La scena nasce da una traversata. Gesù sale sulla barca, passa all'altra riva e arriva nella "sua città". La "sua città" è probabilmente Cafarnao, centro galilaico del ministero pubblico di Gesù. Ma occorre guardarsi dal ridurre il dettaglio a una nota geografica: in Matteo la geografia diventa spesso teologia narrata. Gesù non è nel tempio di

Gerusalemme, non è nel luogo istituzionale del sacrificio, non è davanti a sacerdoti in servizio. È in una città della Galilea, davanti a un uomo disteso su un letto. Proprio lì pronuncia la parola che appartiene a Dio: "Ti sono rimessi i peccati".

Capitolo II - "Perché pensiamo cose malvagie nel nostro cuore?"

Perché noi pensiamo cose malvagie nel nostro cuore? Questo che emerge oggi: la nostra paralisi non è dovuta al fatto che l'altro sia diverso da ciò che noi ci aspettiamo. La nostra paralisi viene da noi, non ci blocca l'altro, siamo bloccati noi. Spesso gli psicologi, gli uomini di cultura, appunto le varie mappe umane delle quali ci serviamo, gli amici eccetera, continuano a ripeterci che è l'altro che ti blocca, è il carattere dell'altro che ti inibisce, è quello e quell'altro, per esempio i professori, sì, beh, indubbiamente c'è questa componente. Ma se il nostro cuore è libero, se il nostro cuore è sciolto dai legami del demonio, dalla menzogna, se il nostro cuore è capace di alzarsi e andare verso l'altro, cioè è capace di amare, allora non c'è inibizione che tenga, perché molto spesso andare verso l'altro significa anche rimanere fermi: cioè non obbligare l'altro, non esigere dall'altro. Perché molte volte noi andiamo all'altro con esigenza, andiamo all'altro cercando di piegarlo, obbligandolo spesso a perdonarci, obbligandolo spesso a capirci, e poi entriamo in crisi se questo non succede, e scambiamo questo per amore. Poi l'altro ci risponde male, l'altro non ne vuole sapere, e allora giù crisi, giù nevrosi, giù follia, il mondo casca.

Ma tutto questo è perché il nostro cuore è malato. Per questo dice il Signore: ti sono perdonati i tuoi peccati, non gli dice immediatamente alzati e cammina, non è questo il punto. Il punto è guarire il cuore, perché se guarisci il cuore puoi camminare. Il miracolo non è mai qualcosa di esteriore, il miracolo autentico sorge e nasce dal miracolo interiore, dal miracolo nascosto agli occhi del mondo, agli occhi della carne.

Lo diceva già Giovanni Crisostomo, commentando questo stesso brano tanti secoli fa: Cristo guarì prima ciò che è invisibile, l'anima, perdonando i peccati. Il corpo sarebbe venuto dopo, e sarebbe stato guarito davvero, ma sciogliere un'anima è cosa più grande che rimettere in piedi una gamba: il Signore comincia da lì, dal punto che nessun medico può raggiungere.

SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, OMELIA 29 SU MATTEO

"Guarì prima ciò che è invisibile, l'anima, perdonando i peccati." Nella traduzione inglese antica pubblicata da New Advent si legge: "He healed first that which is invisible, the soul, by forgiving his sins." Crisostomo paragona Cristo al medico che non cura soltanto il sintomo, ma cerca la radice: dice che il Signore parla prima al peccato perché "è abitudine dei medici distruggere la causa originaria della malattia prima di rimuovere la malattia stessa", e aggiunge che il peccato è "sorgente, radice e madre di tutti i mali". Altrove Crisostomo formula il principio con precisione quasi scolastica: "Quanto anima corpore potior est, tanto peccatum dimittere maius est quam corpus sanare" — "quanto l'anima è più preziosa del corpo, tanto è cosa più grande rimettere il peccato che guarire il corpo". Il perdono non si vede, la guarigione sì. Perciò Cristo compie il miracolo più evidente per dimostrare quello più grande e nascosto: "Fa il minore, che è più manifesto, per dimostrare il maggiore, che non è manifesto."

Per questo è necessaria la Chiesa, per questo è necessario chi ci conduca a Cristo, il punto è tutto lì, qualcuno che abbia pietà e misericordia di noi e ci conduca ai piedi di Cristo, perché tu e io non riusciamo a uscire dal circolo vizioso dell'incapacità di amare, della paralisi, dei pensieri malvagi che portiamo nel cuore, e con i quali giudichiamo Dio, con i quali pensiamo di Gesù Cristo che sia un blasfemo, uno che in fondo non abbia veramente a cuore la nostra

realtà, la nostra famiglia, i nostri figli, perché non ascolta, perché non guarisce, non cambia, non rende possibile l'accesso all'altro, non mi rende possibile il camminare verso l'altro. Capite? Perché sempre il problema è la strada, il problema è l'altro, il problema è il fatto che questo treno dell'altro non arriva mai in orario, che cambia sempre stazione, che cambia sempre banchina, il problema è quello.

Il Signore dice: attenzione, questi sono pensieri malvagi, questi sono pensieri che vengono dal demonio. Capisci? Dal demonio, dall'inganno del demonio: Dio non è buono, Dio non ti ama, è sempre lo stesso. La psicologia, e ripeto, i consigli degli amici eccetera, ci fanno del male, per questo non c'è da parlare. Io veramente vi ripeto e vi dico con forza: attenzione ai consigli degli amici. Guardate Giobbe, pieno di amici e nessuno che gli avesse detto una parola vera, anche usando parole sante, dicevano la menzogna. Attenzione, il tuo consigliere sia uno su mille, dice la Scrittura: piuttosto lasciatevi portare dalla Chiesa. Possiamo riposare? Questo paralitico non ha detto una parola: è la Chiesa che ci porta, è la Chiesa che ci porta ai piedi di Cristo, è la Chiesa, è la pazienza, la tenerezza, l'attenzione dei pastori, dei catechisti, dei fratelli. È nella comunità cristiana che noi sperimentiamo l'amore di Dio, cioè il perdono dei peccati, quello che è davvero quel gancio che entra dentro al nostro cuore e ci tira su, e ci alza dai nostri peccati.

Allora, è più facile dire che ti sono perdonati i tuoi peccati o dire alzati e cammina? Secondo te che cosa è più facile? Alzati e cammina è un miracolo che avviene se c'è un potere sulla natura, un fatto fisico che non possa camminare, come ieri abbiamo visto nella traversata. Chi è costui al quale anche i venti e i mari obbediscono, non la natura ferita? Chi è? È Dio. Perché è molto più difficile dire ti sono perdonati i tuoi peccati, perché camminare è il frutto del perdono dei peccati. L'ordine della natura, cioè usare le gambe per amare, usare le gambe per andare a lavorare e quindi per perdere la vita, usare le gambe per

annunciare il Vangelo, "quanto sono belli i piedi di coloro che annunciano il Vangelo", dice il profeta Isaia, è un ordine, è l'ordine della creazione. Allora ricreare è molto più difficile: bisogna andare fino al focolaio, fino a dove questo disordine che arriva anche alle gambe impedendo di muoversi, e al cervello impedendo di dare gli impulsi per muoversi, quindi al cuore che non fa circolare bene il sangue. Bisogna andare all'origine. L'origine qual è? La menzogna del demonio, il peccato. Ecco Cristo: è molto difficile per Cristo dire ti sono perdonati i tuoi peccati, perché è dovuto morirci dentro i peccati nostri per poterlo dire, ma c'è morto, è morto per noi, è morto per te, e oggi ti dà la possibilità di ascoltare questa parola, perché la Chiesa, attraverso la predicazione, attraverso il sacramento, attraverso il cammino di fede, attraverso le liturgie, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, la fede della Chiesa ci porta. Per questo togli ogni clericalismo a noi preti, togli ogni moralismo ai genitori, ai fratelli, ai parenti, ai figli, agli sposi, perché non vedi più nell'altro un impedimento, non vedi nei fatti, nella malattia, nei problemi economici, nella politica, non vedi in tutto questo la causa della tua impossibilità di essere felice perché impossibilità di amare. No: tu vedrai la schiavitù che c'è nel tuo cuore, quindi vedrai la schiavitù che c'è nel cuore del fratello. Insieme siamo deposti ai piedi di Cristo, come Maria che ha scelto la parte migliore, la parte buona, la parte bella, l'unica che non verrà tolta.

Come discepoli, in questa immagine del discepolo si guarisce essendo discepoli, si guarisce ai piedi di Cristo, nella Chiesa, nella comunità. Allora sì che si può alzarsi e camminare, andare verso l'alto, perché hai guarito il cuore, hai guarito il cuore. Perché allora passerai dai pensieri malvagi allo stupore, nel vedere che Dio ha dato il potere di perdonare i peccati e quindi di guarire la carne incapacitata, di ridare ordine alle tue mani, ai tuoi occhi, alla tua bocca, alla tua lingua, ai tuoi pensieri.

Capitolo III - "Porta sempre la croce": il lettuccio e la chiave

Un ordine nuovo che nasce dal sentirti amato, che nasce dal perdono dei peccati, dalla rigenerazione, dalla Pasqua che si compie in te, dall'essere tu strappato dalla morte. Allora, se tu sei stato perdonato, se la misericordia ti ha incontrato, se tu stai ai piedi di Gesù e ascolti la Sua parola e ti senti rigenerato perché sei stato messo dentro le viscere di misericordia della Chiesa, allora tutto nasce di nuovo, tutto prende la forma originale, la forma bella, quella bellezza che salva il mondo: cioè l'immagine e la somiglianza di Dio. Allora tu puoi veramente alzarti e camminare, e andare verso l'altro, e distendere le braccia sulla croce per l'altro. Perché ciò che ti salva cos'è? La croce. Per questo dice: portati il tuo lettuccio, portati la memoria di chi tu sei. Guardate che gesto strano, se ci pensate bene. Gesù non gli dice: lascialo lì, quel lettuccio, non ti serve più, sei guarito. Gli dice il contrario: prendilo, portalo. Gregorio Magno lo aveva già visto: il letto prima portava lui, malato, adesso è lui, guarito, che porta il letto. Prima quel legno lo teneva prigioniero della carne, diventato prova invece che condanna; ora lo porta sulle spalle, come si porta una croce, senza più esserne dominato.

PIETRO CRISOLOGO, ILARIO DI POITIERS, RABANO MAURO,

GREGORIO MAGNO

Pietro Crisologo legge il comando "prendi il tuo letto" con grande forza simbolica: "Ut quod fuit probatio infirmitatis, sit testimonium sanitatis" — "ciò che era stato prova della sua infermità diventi ora testimonianza della sua guarigione". Il letto non sparisce. Gesù non dice al paralitico di abbandonarlo come se non fosse mai esistito. Gli dice di prenderlo. Il segno della miseria diventa segno della misericordia.

Ilario di Poitires apre il testo in direzione ecclesiale e universale: "In paralytico autem gentium universitas offertur medenda" — "in questo paralitico viene offerto per essere guarito tutto il mondo dei gentili". Aggiunge che il paralitico "è chiamato figlio, perché è opera di Dio; gli sono rimessi i peccati dell'anima, che la Legge non poteva sciogliere", e legge nel comando di prendere il letto un segno di risurrezione: Cristo "mostra la potenza della risurrezione", insegnando che ogni infermità sarà tolta dal corpo. Rabano Mauro legge lo stesso gesto in chiave morale: "il suo alzarsi è il distacco dell'anima dalle concupiscenze carnali; il prendere il letto è elevare la carne dai desideri terreni ai piaceri spirituali; l'andare a casa è il ritorno al Paradiso o alla vigilanza interiore contro il peccato." Gregorio Magno, nei Moralia, spiega il roveschamento morale nello stesso senso: "con il letto è indicato il piacere del corpo. Gli viene comandato, ormai guarito, di portare ciò su cui giaceva quando era malato" — chi è malato giace nei piaceri carnali, chi è guarito porta la carne, cioè ne sopporta il peso senza esserne più dominato.

Cioè sapere che tu sei un poveraccio, come il popolo quando entrerà in Israele nella terra promessa: guardati dal dimenticare chi eri, guardati dal dimenticare quello che ha fatto Dio con te, perché tu non ti inorgoglisca. Allora porta sempre la croce, porta quella croce sulla quale il demonio ti aveva schiacciato e ucciso, ma sulla quale, incontrandoti con Cristo, hai trovato la porta al cielo, la porta verso l'altro, la chiave che sarà data alla Chiesa, la chiave che apre questa porta che ci separa dall'altro, che ci separa dalla storia, che ci separa dall'entrare nella malattia, dall'entrare nella volontà di Dio. Questa porta è la croce. E la chiave è Cristo, è Cristo crocifisso: questo codice, questa forma, questo profilo unico e irripetibile che è Cristo crocifisso con te, che ti permette di entrare ogni giorno nella volontà di Dio, di passare all'altro, di camminare.

E questo potere, di perdonare i peccati, cioè di crocifiggerti con Cristo nella sua morte per partecipare alla sua risurrezione, per passare dalla morte alla vita, questo è stato dato agli uomini, cioè alla Chiesa, cioè al corpo vivo di Cristo, cioè alla carne e sangue di ogni uomo, di ogni figlio di Dio, di ogni cristiano rigenerato nell'amore di Dio, nel perdono. Che possono legare e sciogliere: sciogliere dalle catene inique, e legare a Cristo per l'eternità.

Il Vangelo, alla fine, dice che quel potere è stato dato "agli uomini", al plurale. Rimane vivo oggi, nella Chiesa, in ogni confessionale dove qualcuno scioglie nel nome di Cristo quello che tu da solo non sai sciogliere.

Ecco, allora coraggio: siamo nella Chiesa, solo nella Chiesa possiamo passare, passare verso l'altro, passare all'altra riva. E questo è quello di cui ha bisogno tuo figlio, quello che ha bisogno ogni uomo: di vedere nella Chiesa la speranza, di vedere nella Chiesa la possibilità di guarire profondamente, che il mondo non è cattivo perché gli altri sono cattivi, non sono le strutture, non è nulla che distrugge nell'uomo la capacità di amare, ma il demonio. Il demonio, perché chi ha dentro Cristo, chi ha Cristo dentro, chi ha la vita nuova dentro, ha questa chiave. Capite? È crocifisso con Cristo, porta il suo lettuccio dove ha incontrato Cristo, in questo lettuccio che è letto d'amore dove Cristo ci sposa, trova il pertugio, trova la fessura attraverso la quale passare e uscire. Qualunque sia il carcere, qualunque sia l'istituzione che lo distrugge, il lavoro alienante, la malvagità dei capi, qualunque sia il carattere della moglie, qualunque sia il carattere del marito, la sofferenza del figlio che distrugge i tuoi piani, la malattia, il cancro, qualsiasi sia la tua situazione, che il mondo dice che è la causa della tua infelicità, no.

Se tu hai dentro Cristo, se tu sei un figlio della Chiesa, hai la chiave per aprire qualunque prigione, qualunque situazione difficile, e puoi essere felice anche nella situazione che rende tutti gli uomini che non conoscono Dio infelici. Tu

puoi essere felice. Perché? Perché in tutto, in tutto puoi trovare il cammino per amare, la strada per amare, per dare la tua vita. Coraggio, buona giornata.

Capitolo IV - "Vi è una sola paralisi: il peccato"

"Perché pensiamo cose malvagie nel cuore"? Perché pensiamo che Gesù "bestemmi"? Perché portiamo dentro lo scandalo della sofferenza e non crediamo che Gesù abbia il potere di giungere alla radice del male ed estirparlo. Non crediamo al perdono, non immaginiamo neanche che esista. Sappiamo che Dio è buono, onnipotente, e nel Credo professiamo la fede nel perdono dei peccati. Ma che un Uomo, carne della nostra carne, con una semplice Parola, abbia il potere di sciogliere un altro uomo dalle catene del male e dei peccati, beh, questo è impensabile: non lo abbiamo visto e non possiamo crederlo. E giudichiamo Gesù, pensando male di Lui.

Tutto questo accade molto concretamente quando, di fronte alla "paralisi", uomini come noi, gli apostoli della Chiesa corpo di Cristo, ci invitano a dare credito al Signore e a non intestardirci cercando soluzioni impossibili. Quando la Chiesa ci chiama alla fede, ad abbandonarci all'amore di Dio e a portare ai piedi di Gesù e aspettare che Lui operi la guarigione delle situazioni difficili, delle relazioni paralizzate, quello che in noi vi è di infermo. "Pensiamo male di Gesù" soprattutto quando, di fronte alle persone e agli eventi "paralizzati", induriamo il cuore e non vogliamo pensare che alla radice di qualsiasi problema vi siano i peccati. Come nel Vangelo, la mormorazione e il giudizio scattano quando Gesù, invece di operare il miracolo che guarisca le situazioni, punta diritto i peccati. Quando la Chiesa ci depone ai piedi di Gesù perché ci perdoni e liberi il cuore perché possa amare e donarsi, no, ci ribelliamo a chi ci annuncia che vi è il peccato dietro la paralisi del dialogo e della comunione con il coniuge, o le esplosioni continue dei figli che non siamo capaci di far ragionare e ci trascinano in altrettante esplosioni di ira.

Vi è una sola paralisi: il peccato. Lo ha detto anche Benedetto XVI, commentando questo stesso paralitico: il peccato è una sorta di paralisi dello spirito, e da quella paralisi può liberarci soltanto la potenza dell'amore misericordioso di Dio.

SILVANO FAUSTI E FILIPPO CLERICI, LECTIO SU MT 9,1-7

Nella lectio su questo brano, padre Silvano Fausti e padre Filippo Clerici insistono anzitutto sul fatto che i miracoli sono segni, e che il Signore rifiuta il miracolo a chi ne è "ghiotto", perché è dato "per significare qualcos'altro". La frase centrale della lectio è netta: "il senso di ogni miracolo è il perdono". Il perdono viene spiegato come uscita dal peccato inteso come fallimento, come ciò che blocca la vita, chiude l'uomo in sé stesso, lo separa da Dio, dal proprio io e dagli altri — a partire da Genesi 3, dove il peccato è descritto come cessazione della relazione: con Dio, con sé, con l'altro, con la natura, con la vita e con il fine ultimo. L'uomo è relazione; il peccato è separazione. Per questo paralizza. Sull'accusa di bestemmia, Fausti-Clerici osservano che essa è, paradossalmente, giusta nel percepire la grandezza dell'evento: se si capisce davvero che cos'è il perdono, esso è sconvolgente. Scrivono: "Un Dio il cui giudizio è morire in croce per chi lo mette in croce, è un giudice interessante." E sulla domanda di Gesù su che cosa sia più facile dire, rispondono con una formula efficace: "Uno è impossibile e l'altro invece pure." Per questo Cristo fa quello esterno e visibile, il paralitico che cammina, per indicare quello interno che gli interessa di più.

Attenzione, però, a non capire questo alla rovescia. Qui non si tratta di dire che se uno è malato è perché ha peccato, come pensavano gli amici di Giobbe, o quelli che, davanti al cieco nato, chiedevano a Gesù chi avesse peccato, lui o i

suoi genitori. Gesù stesso smonta quella lettura: né lui né i suoi genitori. Il peccato non è la spiegazione di ogni male fisico che ti capita. È la radice di quella paralisi più profonda che nessuna medicina raggiunge, quella che ti impedisce di amare anche quando le gambe funzionano benissimo.

Vorremmo capire i perché di tante atrocità, di tante ingiustizie, ma rifiutiamo di accettare che esista una radice del male, il pensiero unico che domina la nostra cultura non la prevede, mentre il peccato è accovacciato alla nostra porta, insinuato nel nostro cuore. Da esso sgorgano tutti gli abomini. Adagiati nel peccato pensiamo cose malvagie. Non riconoscerlo, guardarlo con supponenza, sorvolarne la serietà e la drammaticità, è dare del bestemmiatore a Gesù. Significa essere nemici della sua Croce. Ignorare il peccato è ignorare Dio, il suo potere, il suo amore. Restare appiattiti sulle sue conseguenze, cercando come eluderle o sbianchettarle, dimenticando la Rivelazione che indica nel peccato la radice di ogni male, anche quelli che chiamiamo malattie o disastri naturali, conduce a pensare male di Dio, o a escluderlo dalla vita; non possiamo accettare un Dio che sembra non agire contro le ingiustizie, e preferiamo dimenticarlo, o cercare comunque e ad ogni costo un capro espiatorio su cui riversare il dolore e il risentimento. Il giustizialismo e l'indignazione di questi tempi nascondono negli armadi gli scheletri di una società che ha legittimato l'omicidio più efferato, quello perpetrato sulle creature più indifese. Il cortocircuito demoniaco stringe come un cappio mortale le nostre vite, cadute nell'illusione che si possa vincere il male con un male più grande travestito da bene.

Insieme con la cultura mondana, non crediamo che la paralisi indichi il disordine del peccato, ma è piuttosto un incidente cui ribellarsi: agli occhi degli "scribi" quel paralitico non è uno schiavo di cui avere misericordia, ma un'occasione di scandalo di fronte alla quale reagire con la malvagità che colma i loro cuori. E così, per loro, chiudersi alla misericordia diviene la bestemmia contro lo Spirito Santo, il peccato che non potrà essere perdonato. La Scrittura

ci rivela che la morte è entrata nel mondo per invidia del demonio, e ne fanno esperienza quelli che gli appartengono. E il male si spande. Anche sugli innocenti. Ma noi, che innocenti non siamo, ne siamo schiavi, paralizzati, stesi sul letto della solita vita, dei soliti peccati.

Vi è un solo cammino per guarire: guardare in faccia la Verità, lasciarci giudicare dalle Parole d'amore di Gesù. In Lui i peccati sono rimessi e sperimentiamo la vera liberazione, perché il mistero del male si svela nel perdono. A Boezio che si chiedeva "Si Deus est, unde malum? et si non est, unde bonum?", san Tommaso d'Aquino poteva rispondere capovolgendo i termini: "Si malum est, Deus est", perché l'esistenza di Dio è affermata e argomentata proprio a partire dalla realtà del male (Contra Gentiles, l. III, c. 71). Il perdono ci fa accettare le conseguenze dei nostri peccati e, in esse, le conseguenze dei peccati di ogni uomo. Da questa attitudine nasce l'umiltà, e spariscono i pensieri malvagi, i giudizi, la malizia. Sulla roccia della Verità si infrangono le onde del male, e sorge un pensiero nuovo, di pazienza e misericordia. Nella Verità si dischiude la porta della vita davanti ad ogni peccatore, a ciascuno di noi: lasciarsi amare, riconciliare, perdonare. Accettare d'essere peccatori, e gettarsi tra le braccia del Signore. Ai Suoi piedi, piangendo e implorando. Aiutati e accompagnati dalla Chiesa.

San Giovanni Paolo II la chiamava "rottura del peccato": da lì nascono tutte le altre fratture, nell'uomo e intorno a lui. Una riconciliazione vera, diceva, richiede di raggiungere il peccato nelle sue radici più profonde. Ricucire un rapporto in famiglia non basta, se resta aperta la frattura con Dio.

Nella liturgia eucaristica, prima di accostarci alla comunione, ripetiamo con il Celebrante: "O Signore, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa". Gesù è mosso dalla fede degli amici del paralitico a compiere il miracolo del perdono, riconsegnando forza e vigore alle membra paralizzate. Per questo abbiamo bisogno della comunità cristiana, dei pastori e dei fratelli, del

Popolo santo che è capace, per amore del povero e del debole, di scoperchiare i tetti e deporre i malati ai piedi di Gesù. Abbiamo bisogno della fede della Chiesa che apre per noi un cammino distruggendo pareti e tetti che ci accerchiano e ci impediscono di andare a Cristo, per condurci a Lui e conoscerlo, ed essere liberati e tornare a casa, nella storia di ogni giorno, con il letto che è la memoria dei nostri peccati e la consapevolezza della nostra debolezza, nella quale si rivela pienamente la potenza dell'amore di Dio. A noi la memoria di quello che siamo, a Gesù l'amore e il perdono. Solo così potremo vivere risanati, abbandonati alla sua fedeltà senza nulla presumere di noi stessi, liberi nella "città di Gesù", dove unica legge è l'amore.

Capitolo V - "Perché pensate male?"

Perché pensate male? Perché avete pensieri malvagi nel vostro cuore? Questa domanda è la lama di un coltello che arriva fino al profondo del nostro cuore. Quante volte noi pensiamo male? Pensiamo male di Dio? Pensiamo male di Gesù Cristo? Pensiamo male di fronte a ciò che ci accade? Guardate, è molto, molto, molto semplice. È molto semplice. Perché non è che ci mettiamo lì seduti e iniziamo a pensare male di Gesù Cristo, a bestemmiare e tutto il resto. No. A volte questo arriva dopo molti cattivi pensieri nelle piccole cose. Nelle cose piccole. Riguardo a tuo figlio, a tuo marito, a te stesso. Perché non ci piace che Gesù Cristo dica: coraggio figlio, i tuoi peccati ti sono perdonati. No. Ciò che noi ci aspettiamo da Cristo è qualcosa di diverso. Ciò che ci aspettiamo da Cristo è che agisca secondo il nostro modo di pensare. Egli deve intervenire nei fatti reali e concreti della nostra vita, forgiandoli, plasmandoli, insomma, cambiandoli. Vediamo: quando ti arrabbi con tuo figlio, quando ti arrabbi con l'altro, stai pensando male di Dio? Non parlo della rabbia del momento, che poi passa subito. No, parlo della rabbia che nasce da un giudizio, da un pregiudizio che tu e io abbiamo dentro verso nostro fratello, verso chi ci sta accanto, o verso la storia, verso alcuni eventi che ci rendono così nervosi. Non accettiamo di essere messi da parte, non accettiamo di essere umiliati, non accettiamo che nostra moglie si comporti sempre allo stesso modo, o nostro marito, insomma, cose molto comuni, molto normali. Lì dove noi, nel fondo del nostro cuore, ben seduti sul lettuccio del nostro cuore, stiamo cercando, stiamo aspettando un cambiamento, che qualcosa cambi, che qualcosa dia una direzione nuova alla vita, una svolta.

Questo è pensare male di Dio. Questo è pensare male di Gesù Cristo. Perché non pensiamo come pensa Cristo. Non vediamo le cose come le vede Cristo.

Quindi, pensare male di Cristo significa pensare in modo diverso da Lui. Avere un pensiero diverso dal pensiero di Cristo. Noi non vediamo nell'altro che è schiavo di un peccato, perché non lo pensi di te stesso. Perché tu pensi di avere ragione, credi di avere il diritto che ti venga fatta giustizia nei fatti, nella storia, in ciò che ti accade. Pensare così, vedere le cose senza fede, senza discernimento, significa pensare male di Dio. Avere pensieri cattivi e giudicare il fatto che Gesù Cristo stia abbracciando gli altri.

E badate, non erano stupidi, quegli scribi. Se Gesù fosse stato soltanto un rabbino come tanti, avrebbero avuto ragione: solo Dio può rimettere i peccati, e lo sapevano bene, dalla Scrittura. Il loro errore non è nella dottrina, è negli occhi: vedono un uomo che usurpa Dio, e non riescono a vedere Dio che visita l'uomo proprio in quell'uomo. È lo stesso errore di chi conosce la Scrittura a memoria e la usa per giudicare invece che per riconoscere.

È così semplice: gli scribi, quelli che sono in cammino, quelli che conoscono la Scrittura, i preti. Quante volte i preti, nella missione, vedono delle cose? Noi, non loro; noi vediamo cose che loro non vedono. La liturgia, nella missione, le famiglie, come educano i figli, ad esempio. Ma questo non riguarda solo i preti, ma anche gli altri. La famiglia che pensa di capire tutto, veri dotti, con la Scrittura in mano, discernono tutto secondo la Scrittura e la applicano in modo fantastico. E applicando, applicando, applicando la Scrittura, arriviamo a giudicare il fatto che Cristo stia abbracciando le persone. Perché? Perché questa famiglia che è con te in missione, questo prete, questo fratello della tua comunità, questa persona che ti è accanto, è amata così com'è. Gesù Cristo la ama, ama questa famiglia che è con te e che tu non sopporti, che non sopporti per come agisce, per come pensa, per come. Gesù Cristo ama tuo figlio, Gesù Cristo ama tua figlia, tuo marito, tua moglie, il tuo collega di lavoro. Li ama, e l'unica cosa che fa è avere misericordia, perdonarli, perdonarli.

La soluzione a ogni problema è una sola: che l'uomo possa incontrare Cristo, che gli perdoni i peccati, che lo liberi da quella schiavitù che abbiamo visto ieri, da quelle catene che lo legano al demonio, a una menzogna, a un inganno o a un peccato. Questa è l'unica soluzione.

NOTA FILOLOGICA — APHIEMI, EXOUSIA

Il centro linguistico e teologico del brano è la frase aphientai sou hai hamartiai: "ti sono rimessi i peccati". Il verbo aphiemi significa lasciare andare, rilasciare, condonare, perdonare. Nel retroterra biblico richiama il perdono come rimozione della colpa, come liberazione da un peso, come remissione di un debito che l'uomo non può estinguere da solo. Al v. 6 la parola decisiva è exousia: autorità, potestà legittima, diritto sovrano. Non è soltanto potenza taumaturgica. Per indicare la pura forza miracolosa si potrebbe usare dynamis. Matteo sceglie exousia perché il punto non è semplicemente che Gesù "può" guarire, ma che ha il diritto divino di rimettere i peccati. La sua parola non è abusiva. È sovrana. Il titolo "Figlio dell'uomo" tiene insieme umiltà e gloria: in aramaico, bar enash può indicare semplicemente l'uomo, ma in Matteo il titolo è attraversato da Daniele 7, dove uno "come figlio d'uomo" riceve dominio, gloria e regno. Qui, però, quella gloria non appare in uno scenario celeste: è davanti a un letto, in una città della Galilea, nel corpo immobile di un uomo. L'autorità escatologica entra nella terra.

Per questo oggi compare la Chiesa, che è un dono immenso. Perché? Perché è la Chiesa che va oltre noi stessi. La Chiesa va oltre un prete, e per questo distrugge e guarisce ogni radicalismo. Nella missione, nella comunità, nella Chiesa in generale. Perché è la Chiesa? È la fede della Chiesa che, nella città di Cristo, a Cafarnao, in casa sua, lì, tra i suoi familiari, nella comunità cristiana, fa sì che

siano i fratelli a portare il fratello malato, il fratello paralitico, il fratello che non riesce ad amare, che non riesce a obbedire, che non riesce a essere casto, che non sa agire diversamente, che è cieco e non vede le cose, cose che tu invece, nella tua saggezza, vedi chiaramente. Questo fratello viene portato ai piedi di Cristo. È la comunità che porta i fratelli malati, cioè tutti i fratelli, ai piedi di Cristo, attraverso la liturgia, attraverso la preghiera, attraverso il cammino, il camminare insieme. Non guardate ai nostri peccati, ma allo Spirito della Chiesa. È questo che ci salva. Camminare insieme alla famiglia che è con te in missione, camminare insieme a questo fratello, camminare nella Chiesa, perché nella Chiesa tu e io facciamo ogni giorno questa stessa esperienza. La nostra malattia, la nostra paralisi, che ci impedisce di amare, di avere pazienza, di avere misericordia verso il fratello, noi che abbiamo pensieri cattivi, perché? Perché non crediamo che sia il peccato a far soffrire, perché vogliamo cambiare la storia dei fatti e delle persone, e poiché da soli non ci riusciamo, veniamo tutti i giorni, tutti i giorni, deposti e portati ai piedi di Cristo. Un giorno, poi un altro giorno, e un altro ancora, a vedere questa misericordia che Egli ha.

Questo paralitico non fa nulla, fa tutto la Chiesa. La Chiesa è Cristo, questo è il mistero. Noi siamo dentro questo corpo che viene salvato ogni giorno da Cristo, dal suo amore, dalla sua misericordia. Per questo si dice che la gente, nel vedere questo, nel vedere segni concreti, perché è chiaro, se Cristo ha il potere di perdonare i peccati, questo si vede concretamente nel fatto che l'uomo guarito, l'uomo salvato, l'uomo rialzato, risuscitato, inizia a camminare in una vita nuova, inizia a rendersene conto, inizia a camminare, ad andare, inizia a poco a poco ad amare, a obbedire; ed è quello che stiamo vedendo tutti i giorni, in questi anni del nostro cammino nei fratelli. I fratelli lo vedono in noi. Per questo si dice che restavano stupiti, restavano sgomenti, e lodavano Dio perché aveva dato agli uomini tale potere. Agli uomini, alla Chiesa, a Pietro, come avevamo visto ieri. E continua oggi con la chiave, la chiave per aprire cosa? La

porta dei malati, la porta della morte, la porta della tomba, affinché l'uomo possa passare dalla morte alla vita, possa passare all'altro, possa amare, perdonare, aprirsi alla vita, avere pazienza, studiare, soffrire, affrontare il cancro, affrontare la precarietà economica, la disoccupazione, qualunque cosa. E a te, Pietro, alla Chiesa, apre la porta per rispettare, per avere pazienza, per avere misericordia, la porta dei suoi occhi, degli occhi del tuo cuore, nella fede, affinché tu possa vedere l'opera di Dio, l'opera di Gesù Cristo nei fratelli. Questa è la Chiesa, il mistero della carne e del sangue visitati dallo Spirito Santo, che dona alla Chiesa il potere di aprire, ma come? Con la croce, con la croce.

Per questo il paralitico viene guarito sul suo lettuccio. Questa croce, che lo aveva quasi ucciso, diventa il luogo in cui viene salvato. Per questo gli dice: prendi il tuo lettuccio e vai a casa tua. Questa è la chiave, il ricordo, la memoria, la storia della nostra debolezza, da cui il Signore ci ha tirato fuori, per stare insieme, crocifissi con Cristo, in questa chiave che apre. Poiché sul lettuccio hai incontrato Cristo, non puoi abbandonare il lettuccio. Tuo figlio non può abbandonare questa debolezza, non la abbandonerà. Porterà sempre con sé la sua debolezza. Tua moglie, tuo marito, tu stesso, avrai sempre questa debolezza, che ti porta a poco a poco verso l'altro, che ti porta all'umiltà, che ti porta a camminare in una vita nuova. In Cristo, con Cristo, per Cristo, crocifissi con Lui, proprio perché porti con te il lettuccio, puoi entrare nella storia. Puoi vivere in modo diverso. E tu, io, portando il lettuccio, cominceremo ad avere altri pensieri. Vedi? Benedicendo Dio. Non pensi più male. Ora benedici. Ora vedi Dio come l'amore, l'amore vero che raggiunge le persone e le trasforma dal profondo del cuore. E forse non cambia nulla della storia, non cambia nulla del carattere, non cambia nulla. No, no, no, no. Solo tu puoi vedere in te e nei fratelli, poiché portiamo tutti lo stesso lettuccio, nella stessa Chiesa, nella stessa comunità, nello stesso cammino, l'opera di Dio. E possiamo benedire. Guarda, siamo tutti paralitici. Tutti i giorni paralitici e tutti i giorni guariti. Tutti i

giorni salvati, perdonati. Questo cambia il cuore. Questo cambia la radice del pensiero umano, della maledizione, del concepire Cristo come un mero trasformatore. E invece Egli è il nostro Salvatore, perché ci perdona. Perché ha il potere di perdonare. E dà alla carne della Chiesa, che è la sua carne, che è il suo corpo che ha affrontato la morte per risuscitare, alla carne della sua Chiesa dà lo stesso potere. Tu partecipi di questo potere. Tu puoi perdonare. Certo, i presbiteri lo fanno sacramentalmente, ma tu, io, noi possiamo perdonare. Questo potere cambia il cuore. Perché il potere che tu hai visto in Cristo, e che hai visto nei fratelli, e che hai visto nella Chiesa, giunge a te e cambia il tuo cuore.

Coraggio, dunque. Nella nostra carne debole è stato affidato un potere infinito. L'unico vero potere presente in questo mondo in grado di distruggere il potere del demonio. Quale? Il perdono dei peccati. Tutti coloro che ne sono degni giungono al perdono dei peccati. L'esperienza di Cristo è l'esperienza di essere perdonati. E di poter perdonare.

Capitolo VI - "Torna nella sua città come vincitore"

Gesù Cristo torna anche oggi a Cafarnao. Egli viene. La sua città è la vostra città. Gesù Cristo, dopo aver attraversato il mare, aver fatto la Pasqua, aver compiuto esorcismi e aver liberato due uomini resi schiavi dal demonio, torna nella sua città. Torna nella sua città come vincitore. Torna da voi. E oggi c'è davvero un Vangelo meraviglioso. Oggi c'è un Vangelo di grande consolazione. Forse voi, proprio come me, avete poca fede. Nutrite ancora dei dubbi. E questa fede debole non riesce a farci muovere. Poiché non abbiamo fede, pur potendo camminare, non riusciamo a farlo. Certo, andrete al lavoro. Andrete a scuola. Andrete in bicicletta. Salirete in macchina. Ci salirete. Prenderete il treno. Probabilmente sapete già tutto. Conoscete gli orari e ogni altra cosa. Ormai ci siete abituati. Giorno dopo giorno. Ma questo serve per andare al lavoro. Per andare a scuola. Tuttavia, per andare incontro all'altro, non basta nessuna mappa, nessuna applicazione per smartphone, nessuna saggezza umana, nessun discernimento razionale. Senza fede non possiamo muoverci. Anche se oggi ci svegliamo e ci alziamo, per entrare nel mondo di nostra moglie, senza fede non ne abbiamo la forza. Non ci riusciamo. Perché? Da dove viene vostra moglie? In che stato si trova? O meglio, in quale condizione si è svegliata? Oggi vostro marito, i vostri figli, pensate di conoscere i vostri figli. Ma forse ieri vostro figlio ha chattato con la fidanzata. Forse le ha parlato, ma magari hanno litigato. Forse l'altra persona ha tradito vostro figlio, o vostra figlia. Forse vostro marito è smarrito in pensieri profondi. E voi non avete la forza di entrare facilmente in quel mondo. Perché non avete fede. E senza fede non si può avere discernimento. Non conoscete nemmeno la strada da percorrere. E non avete i piedi per andarci. I piedi non si possono muovere.

E Cristo lo sa. Ma non solo Cristo. Lo sanno anche gli amici dell'uomo paralizzato che appare nel Vangelo di oggi. Lo amano. Tengono a lui. Poiché hanno la fede necessaria per uscire da sé stessi e fare qualsiasi cosa per lui. Questi amici sono l'immagine dei fratelli della Chiesa.

San Girolamo, commentando questo stesso brano, diceva che qui non conta tanto la fede di chi viene portato, ma la fede di chi lo porta. E Pietro Crisologo, ancora più a fondo: quanto deve valere presso Dio la fede di ciascuno, se è bastata quella di altri per guarire un uomo dentro e fuori. Papa Francesco lo ha chiamato coraggio creativo: quello degli amici che, pur di portare il malato fino a Cristo, non si fermano davanti a nessun ostacolo, nemmeno davanti a un tetto da scoperchiare.

GIROLAMO E PIETRO CRISOLOGO, DALLA CATENA AUREA

Sulla fede dei portatori, la Catena Aurea conserva la distinzione precisa di Girolamo: "Non eius qui offerebatur, sed eorum qui offerebant" — "non la fede di colui che veniva offerto, ma di coloro che lo offrivano". Crisostomo, dal canto suo, non esclude la fede del paralitico, perché se non avesse creduto non si sarebbe lasciato condurre davanti a Cristo. Le due letture non si oppongono: Matteo mette in luce la fede comunitaria, la fede che diventa intercessione. Pietro Crisologo formula qui una delle frasi più belle della tradizione: "Quantum valet apud Deum fides propria, apud quem sic valuit aliena, ut intus et extra sanaret hominem?" — "quanto deve valere presso Dio la fede propria, se così ha valso quella altrui, da guarire un uomo dentro e fuori". E aggiunge, sulla fede degli altri: "il Signore non richiede in questo mondo la volontà di coloro che sono senza intelligenza, ma guarda alla fede degli altri; come il medico non consulta il desiderio del malato quando la sua malattia richiede altre cure."

La Chiesa, la comunità. E questa è per noi la consolazione più grande. Non importa se siamo deboli. Non importa se oggi non riuscite a muovervi. Se oggi per caso avete una fede debole e vi manca la forza, non preoccupatevi. Se siete nella Chiesa, se siete uniti alla Chiesa, se appartenete alla Chiesa, se camminate insieme alla comunità, sarete trasportati dalla fede della comunità. Sarete portati. La comunità, la Chiesa, il corpo di Cristo vi sosterrà e si prenderà cura di voi. Anche se non riuscite a prendervi cura di voi stessi, i vostri fratelli, il vostro pastore, il vostro catechista, le persone che mettono in gioco la vita per voi, vi porteranno e vi condurranno. Vi accompagneranno. Dove? Da Cristo. Vi porteranno fino ai piedi di Cristo. Qual è il cammino della fede? È proprio questo. Noi, all'interno della comunità, percorriamo il cammino della fede. Questo cammino di fede non si fonda sulle nostre forze. Noi possiamo intraprendere questo cammino grazie alla fede che è stata donata alla comunità. Riusciamo a camminare. Quel miracolo, avvenuto vedendo la loro fede, è reso possibile dalla Chiesa, ovvero dal sangue di tutti i martiri del Giappone, dai missionari che hanno rischiato la vita lavorando nella Chiesa, dai nostri antenati, da coloro che hanno ricevuto la fede prima di noi. E anche oggi, ancora oggi, voi appartenete sicuramente a una comunità specifica e concreta. A quella comunità Dio dona la fede. E ciascun membro vive grazie alla fede donata a quella comunità. Viene liberato. Viene guarito. Viene sanato. È attraverso la Chiesa che noi possiamo amare l'altro. Possiamo amare nostra moglie. Possiamo amare nostro marito. Anche se non capiamo i nostri figli, possiamo restare svegli e affrontarli così come siamo. Possiamo trasmettere ai nostri figli parole di fede.

Naturalmente, ci sono ancora molti inciampi per noi. Proprio come accade nel Vangelo di oggi. Si inciampa nella carne. Si inciampa nelle proprie debolezze. Si inciampa nelle debolezze dei fratelli della comunità. Cos'è questo? Cos'è? Perché? È davvero possibile che Dio operi attraverso questa persona? Questa

persona è debole. Proprio come pensavano di Gesù Cristo quegli scribi, quelle persone sagge. Anche noi a volte pensiamo di possedere la saggezza. Pensiamo di capire. Pensiamo di capire più dell'altro. E in quel momento, inciampiamo. È naturale. Dio si è fatto uomo. E facendosi uomo, è diventato proprio l'uomo più debole. Si è fatto uomo scendendo al livello più basso. Per salvare le persone più deboli. Cos'è questa salvezza? Qui c'è un segreto, è nascosto. Il perdono dei peccati. La Chiesa è stata posta in questo mondo per perdonare i peccati. Per perdonare i peccati. Se i nostri peccati vengono perdonati, se siamo veramente perdonati, diventiamo persone nuove. Questo potere è stato dato agli uomini. È scritto chiaramente nel Vangelo di oggi. Queste cose sono scritte in modo inequivocabile. In altre parole, fratelli della Chiesa. La Chiesa. La Chiesa formata da uomini. Ai vostri fratelli è stato dato il potere di perdonare quei peccati. Certo, il sacramento viene amministrato solo dal sacerdote. Pur essendo uomo, gli viene donata in modo speciale l'essenza divina, e nel nome di Dio, attraverso il vero Dio, ci perdona sacramentalmente. E tramite questo, tramite quel perdono, anche noi possiamo perdonare. In altre parole, camminare. Perché, per andare incontro alla propria moglie, al proprio marito, agli amici, ai figli e persino ai nemici, è necessario il potere di perdonare i peccati. Attraverso la fede. Cioè, è mediante la fede che noi riceviamo e sperimentiamo questo perdono dei peccati, per poi farlo giungere all'altro. Il Vangelo di oggi manifesta tutto questo. Questo miracolo meraviglioso diventa un sacramento, e poi diventa il nostro modo di vivere. Potremmo dire che diventa noi stessi. Diventare persone di perdono. La persona che cammina è sia la persona che è stata perdonata, sia quella che riesce a perdonare. Questo è il significato.

E poi, prendere quel piccolo lettuccio su cui si era sdraiati. Su cui si giaceva. Costretti a letto. E posizionati lì. Avvicinarsi all'altro portando sempre sulle spalle quella consapevolezza. Umiltà. "Io ero questo tipo di persona". "Sono

stato perdonato". "Perdonato per grazia". Anche se non ne avevo il diritto, la mia debolezza. Riconoscere chi sono. Qualcuno che ha bisogno di perdono. Essere sempre perdonati e perdonare sempre. Questo significa camminare. Camminare veramente. Camminare verso l'altro. Andare verso l'altro e mettere in gioco la propria vita. Perdonare. Farsi carico dei peccati dell'altro e sostenerli con umiltà.

Capitolo VII - "Io sono un paralitico"

Anche oggi il Signore dialoga con noi con questa domanda: che cosa è più facile dire a un uomo, "ti sono perdonati i tuoi peccati", o dire "paralitico, alzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua"? Una domanda molto profonda, perché tocca il nostro cuore. Questa domanda rivela quello che tu ed io desideriamo da Dio, dalla storia, dalle persone. Noi desideriamo guarire, guarire fisicamente, camminare. È una domanda, come sempre, che contiene un po' una trappola, perché non dovrebbe essere posta così: non dovrebbe essere posta "che cosa è più facile dire a un paralitico, alzati e cammina, o ti sono perdonati i peccati". Invece c'è lì una piccola aggiunta che però è fondamentale, perché dice: alzati, prendi il tuo lettuccio, e cammina. Poi: prendi il tuo lettuccio. È fondamentale, perché quella frase, questa frase così semplice, "prendi il tuo lettuccio", è un trattato di antropologia. Gesù, con questa frase, rivela il cuore dell'uomo. Rivela chi è l'uomo.

E prima ancora della frase sul lettuccio, c'è un'altra parola che fa lo stesso lavoro, più in profondità. Gesù non dice a quest'uomo: malato. Né dice: peccatore. Dice: figlio. San Girolamo esclamava, leggendo questo versetto: o meravigliosa umiltà, che Cristo chiami figlio un uomo che i sacerdoti del suo tempo non si degnavano nemmeno di toccare. La dignità non arriva dopo la guarigione, come premio per essersi alzati. Arriva prima, mentre sei ancora disteso, mentre non hai dimostrato niente a nessuno.

GIROLAMO E FAUSTI-CLERICI — "FIGLIO"

La Catena Aurea attribuisce a Girolamo questa esclamazione: "O mira humilitas" — "o meravigliosa umiltà". Poi spiega: Cristo chiama figlio un uomo disprezzato, debole, sciolto in tutte le membra, che i sacerdoti

giudei non si degnavano di toccare. Il perdono non umilia il peccatore. Lo restituisce a una relazione. Fausti-Clerici, nella lectio su questo brano, leggono nel termine greco teknon la voce stessa della generazione: quasi "ti ho generato io". L'uomo può non sapere di essere figlio, ma Cristo lo sa. Questo è il punto pastorale più prezioso: prima ancora che l'uomo cammini, Gesù lo restituisce alla relazione filiale. La paralisi visibile non è il suo nome. Il peccato non è la sua identità ultima. Cristo gli dice chi è: figlio.

L'uomo è disteso su un letto: così vede Gesù ogni persona. La depressione, lo scandalo di se stessi, il disprezzo di se stessi, tutto quello che vuoi, nasce dal fatto che non ci possiamo alzare per camminare, per andare all'altro, per andare alla moglie, per andare al marito. Camminare, dice san Paolo, in una vita nuova, nella vita del figlio di Dio, una vita libera: camminare nell'obbedienza, nell'obbedienza alla volontà di Dio, nell'obbedienza alle persone che sono accanto a te, ai fatti che non ci piacciono.

Camminare veramente, dicono che camminare è importantissimo per la salute, per esempio del corpo, addirittura più di correre: camminare venti minuti, mezz'ora al giorno, è importantissimo sia per bruciare le calorie, sia per una salute psicologica, mentale, dà ossigeno. Questo che riguarda il fisico possiamo metterlo in relazione con quello che riguarda la vita spirituale: chi non cammina, chi rimane paralizzato per Cristo, è morto, cioè vive una vita innaturale, vive una vita handicappata, nel senso che non ha la possibilità di vivere secondo gli input che Dio ha dato a lui, alla persona, quando lo ha creato. Per tornare alla domanda: tu che cosa risponderesti oggi? Mettiamo che tu sei un paralitico, e io penso che tu sei un paralitico, io sono un paralitico. Un paralitico è uno che non può vivere castamente, uno che sta preso dalla sessualità, uno che non rispetta sua moglie, uno che vuole usare sua moglie,

uno che usa il suo corpo per provare piacere: è un paralitico, si muove, masturba, fa quello che sia, ma è un paralitico, perché non può usare, non può camminare nella sessualità secondo la volontà di Dio, per amare, per donarsi, per dare la vita, per lasciare che la vita passi attraverso di sé. Uno che giudica è un paralitico: non è capace di andare all'altro per giustificarlo, per tentare almeno di entrare nelle ragioni del comportamento di un altro, delle sue sofferenze, anche dello stesso peccato, per caricarlo, per perdonarlo, è un paralitico. Uno che mormora, uno che è attaccato al denaro, o uno che ha idolatrato così tanto se stesso, e questo è il cuore del Vangelo di oggi: l'idolatria di te stesso, l'idolatria di me stesso, che viene dal demonio, che ci fa cadere tante volte in depressione, ci fa disprezzare noi stessi. Ma quella è l'idolatria: io idolatro il mio corpo. Le ragazze, le donne che si disprezzano per come sono fatte fisicamente, perché sono cicciottelle, perché sono basse, perché sono grandi, perché hanno un seno piccolo, perché hanno i peli, perché non so che, in fondo, dietro, c'è un'idolatria così forte del proprio corpo che le porta a disprezzarsi perché non è come loro vorrebbero. Ora si disprezzano, per questo si vestono in un certo modo, con superficialità; si vede chiaramente da come camminano, da come si vestono, c'è un disprezzo profondo del proprio corpo: il proprio corpo non ha diritto di essere onorato come tempio dello Spirito Santo, come luogo attraverso il quale si può amare. Questa è una paralisi: sei paralizzato proprio perché idolatri. Sapete che la Scrittura dice che chi adora gli idoli diventa come un idolo? Allora l'idolo ha bocca ma non parla, ha occhi ma non vede, ha orecchie ma non sente, ha gambe ma non cammina, ha mani ma non toccano, non palpano. Se io idolatro il mio corpo mi trasformo come un idolo, sono paralizzato, non vedo, non sento, lo uso, cerco delle garanzie, cerco magari, mi concedono, una ragazza che va con superficialità, si conosce con un ragazzo e già va a letto con questo ragazzo perché deve avere una conferma dentro che in qualche modo il suo corpo, la sua sessualità, vale per qualcuno. Non è soltanto concupiscenza nel senso di libidine: è una cosa molto profonda,

molto più profonda. E poi questo, come inizia, così è una spirale che non finisce più, perché è sempre peggio: più ti disprezzi e più devi dimenticare, più devi alienarti eccetera.

Pensate a Isacco, legato sull'altare da suo padre Abramo. Lo chiamiamo "sacrificio", ma nella tradizione ebraica il nome vero è aqedah, cioè legatura: Isacco non viene ucciso, viene legato. Roberto Pasolini fa notare che il vero desiderio del Padre è sempre stato slegare ogni figlio dalla morsa del peccato, mai legarlo alla morte. Isacco è il figlio legato sull'altare. Il paralitico, disteso sul suo lettuccio, è il figlio slegato: coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati. È il rovescio di ogni immagine di un Dio che chiede sacrifici: il Padre vuole un figlio in piedi, non un uomo sull'altare della colpa.

ROBERTO PASOLINI, "(S)LEGARE" — L'AQEDAH E IL

PARALITICO

Roberto Pasolini legge Matteo 9, 1-8 accostandolo a Genesi 22, il racconto che chiamiamo comunemente "sacrificio di Isacco". Il titolo del suo commento è già una chiave: "(S)legare". La parentesi è importante. Il racconto biblico parla di una legatura; il Vangelo mostra una liberazione. Pasolini corregge anzitutto il nome del racconto: non "sacrificio", ma aqedah, cioè "legatura" di Isacco. Nel racconto, infatti, Isacco non viene sacrificato: viene legato e deposto sull'altare. Il testo di Genesi lo dice con precisione: "Abramo costruì l'altare, collocò la legna, legò suo figlio Isacco e lo depose sull'altare, sopra la legna." Questa osservazione cambia l'asse spirituale del racconto. Se lo chiamiamo soltanto "sacrificio", l'attenzione cade sull'eventuale uccisione del figlio. Se lo chiamiamo aqedah, l'attenzione cade sul legame, sul nodo, sulla prova, sul modo in cui Abramo deve attraversare il proprio rapporto con il dono ricevuto. Abramo è chiamato a prendere distanza dal proprio attaccamento a quel figlio lungamente

sospirato: il figlio non viene tolto perché Dio sia crudele, entra nella prova perché sia liberato da ogni possesso. Pasolini cita Paul Beauchamp con una frase molto forte: "L'audacia del racconto è di attribuire a Dio l'antica imposizione. Come se Dio dicesse: tu hai dato di me questa immagine di crudeltà, ma sono venuto ad abitarla perché non c'era altro modo per liberartene." Genesi 22, dunque, non va letto come rivelazione di un Dio che gode nel chiedere il figlio, ma come ingresso di Dio dentro l'immagine crudele che l'uomo si è fatto di Lui, perché quella immagine possa essere distrutta dall'interno. Dopo l'Incarnazione del Verbo, aggiunge Pasolini, non resta più alcun dubbio: all'uomo non è richiesto di sacrificare i doni della vita. Il Padre non vuole legare il figlio alla morte. Vuole scioglierlo. Qui avviene il passaggio a Matteo 9. Scrive Pasolini: "L'unico, profondo desiderio del Padre è di slegare ogni suo figlio dalla morsa terribile del peccato." Subito dopo cita la parola di Gesù al paralitico: "Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati." Isacco è il figlio legato; il paralitico è il figlio slegato. Il peccato è ciò che imprigiona e lega la vita alla morte; il perdono è ciò che scioglie il figlio e lo restituisce al cammino. Il monte di Moria e la casa di Cafarnao si illuminano a vicenda. Abramo sale sul monte portando dentro di sé una domanda terribile: che volto ha Dio? Il paralitico viene portato a Gesù con un'altra domanda, muta ma altrettanto radicale: che cosa può fare Dio davanti a un uomo bloccato? La risposta cristiana è nella parola di Gesù: non sacrificare il figlio, ma perdonarlo; non appesantire la vita, ma alleggerirla; non legare l'uomo alla colpa, ma scioglierlo dalla morte. Pasolini nota anche che i legami donati da Dio sono irrevocabili, richiamando Romani 11, 29 — "i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili". Ma questi legami devono entrare nello spazio della prova per essere slegati da ogni forma di possesso e goduti senza paura.

Questo è il punto delicato: la prova non serve a distruggere il dono, ma a purificarne il possesso. Dio non revoca Isacco. Dio libera Abramo dall'immagine di un Dio che potrebbe chiedere la distruzione del figlio. Matteo 9 diventa allora la rivelazione compiuta del Padre. Il paralitico non è interrogato, non è accusato, non è appesantito. Viene chiamato figlio. La parola "figlio" è il contrario di ogni immagine sacrificale distorta. Il Padre non vuole un uomo sull'altare della colpa; vuole un figlio in piedi, perdonato, restituito alla casa. Isacco non viene ucciso; il paralitico non viene lasciato nel letto. Abramo scopre che Dio vede e provvede; il paralitico scopre che Dio perdona e rialza. Il monte non finisce nel coltello, ma nella rivelazione del Dio che si fa vedere. La casa di Cafarnao non finisce nella bestemmia degli scribi, ma nella glorificazione di Dio che ha dato tale autorità agli uomini.

Capitolo VIII - "Il target di questa giornata"

Già, perché tu che sei guarito vorresti dimenticare chi sei, perché la guarigione, per noi, è diventare un'altra persona: è diventare quello che tu stai idolatrando. Per una ragazza, le diete, l'anoressia, tutte queste diete, diete, diete, diete, diete, tutto questo di mangiare sano, mangiare sano, mangiare sano, è tutta un'idolatria del corpo totale, per un corpo che non esiste, perché un corpo, basta dare un'infezione a un dente e già non sei più quello che eri prima. Quello che opera Cristo è una rinascita misteriosa, perché è una rinascita che ti fa portare il tuo lettuccio: cioè che non cambia, che non toglie la tua debolezza, perché il problema della tua debolezza, il problema di questo uomo che non cammina, non è nel difetto fisico, quello è il frutto di qualcosa che sta dentro al cuore, dove nessun medico può arrivare. Il peccato: è così che vede Cristo le persone. Tu soffri perché sei un peccatore, io soffro perché sono un peccatore, perché sto giudicando; dietro all'ira, certo, ci stanno il carattere eccetera, ma io dico dietro a un'ira continua, continua, una mormorazione continua, dietro ai peccati di sesso, dietro ai giudizi, c'è sempre un peccato nascosto di orgoglio e di superbia, sempre.

Gesù lo sa. Questo non si tratta di curare l'esterno: non pulire l'esterno, pulisce l'interno. Il problema non è che tu hai dei limiti, per questo non ce la fai a studiare, allora la tua vita finisce, allora entri in depressione, allora ti giudichi e cominci a giudicare gli altri, cominci a giudicare la tua famiglia, cominci a giudicare il mondo intero che è ostile, che tu, no, il problema è dentro di te, dentro di me. Attenzione a questi falsi umili, a questi falsi poveracci, a questi falsi disgraziati, a questi falsi sfigati: sono tutti superbi, siamo tutti superbi. E poi il demonio sta lì, ci prende in braccio come un gatto e comincia a carezzarci: poverino sei tu, sei tu, sei tu, sei tu, poverino, nessuno ti capisce, non è vero

niente, sei un superbo, sei un paralitico perché sei superbo, perché ti credi meglio degli altri, perché è un idolo di te, è un idolo di quello che dovrebbe essere la tua famiglia, di quello che dovrebbe essere la tua storia, quello che dovrebbe essere, tu sei Dio. Questo è il punto. Gesù lo sa, per questo fa questa domanda, tra virgolette, tra parentesi, a te, a me, oggi, e ce lo fa ogni giorno di fronte a quello che noi andiamo a vivere in quel giorno, piccole o grandi cose che siano: il matrimonio, con i figli, con lo studio, con le relazioni, con tutto, ma anche con le cose che non immediatamente ci fanno del male. Tutto: tu come lo vivi? Tu sai che dentro di te c'è una debolezza che si chiama ferita del peccato, cioè che tu sei un superbo, che tu non ascolti quello che ti dicono gli altri, che tu pensi di dover capire tutto e che tutti dovrebbero capire te, tu lo sai che questo è quello che ti fa male, quello che fa male a me. E da questa radice velenosa escono fuori tutti i peccati.

San Giovanni Paolo II lo spiegava, parlando proprio di questo miracolo: il segno visibile resta sempre segno del potere salvifico di Cristo, mai il traguardo. Il compito del Salvatore è liberare l'uomo dal male spirituale che lo separa da Dio, prima ancora che togliere un sintomo. Il miracolo è un dito puntato verso qualcos'altro, non uno spettacolo.

Allora Gesù, siccome tu non credi, questo faccio un segno, ma prima, è interessante, perché gli portano questo paralitico, e quello che tu ed io vorremmo che ci facesse Gesù Cristo, la Chiesa, o quello che sia, è che ci faccia camminare. E invece Gesù, la prima cosa che dice, è "ti sono perdonati i tuoi peccati", e quello potrebbe dire: chi se ne frega, io voglio camminare, che mi interessa che tu mi perdoni i peccati, me lo vado a confessare. E invece no, perché Gesù sa che lui non cammina perché il peccato domina su di lui, la vera schiavitù, la vera paralisi, è il peccato. Allora dice: siccome voi siete così tonti e siete così increduli e siete così stolti, allora, perché voi sappiate che io ho il potere di perdonare i peccati, che è la vera radice della sofferenza di ogni uomo,

dico a te: alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina. Non ti faccio solo il miracoletto lì, che tutti i miracoli sono stupendi, ma la sapienza della Chiesa già ci ammonisce, ci dice che per essere cristiano, cioè avere fede, non è obbligatorio credere ai miracoli, non è obbligatorio credere alle apparizioni, anche se poi noi ci crediamo e sappiamo che, ma non è questo il punto. Cioè io non mi posso appoggiare né a Padre Pio, non è quello il cristianesimo, è un'altra cosa; quello poi manifesta l'opera di Dio, i santi, le intercessioni dei santi. Ma nel Padre Nostro non c'è nessuna petizione di quel tipo: la preghiera che ha insegnato il Signore non c'è una petizione di quel tipo. C'è: sia fatta la tua volontà, perdona i nostri debiti, i nostri peccati, proteggici dal maligno, non ci indurre in tentazione, sia glorificato il tuo nome, in me venga il tuo regno. Allora, se viene il tuo regno, allora guarisco: sta lì dentro il fatto che una persona possa guarire anche fisicamente, che un marito possa perdonare sua moglie, che tuo figlio esca da quel peccato, ma perché viene il regno, perché c'è un potere sul demonio, perché c'è un potere sul peccato. Se no, guarisce Lazzaro e muore di nuovo, guarisce questo bambino e poi che?

Perché in fondo, in fondo, di fronte a questa richiesta così profonda, così forte, tante volte che noi abbiamo del miracolo, cioè che Dio in fondo cambi la storia e che quindi in certo senso tocchi la libertà dell'altro, la tocchi, la cambi, lo faccia schiavo di se stesso, e no, Dio non può farlo, è un rischio; io non posso partecipare del rischio di Dio quando mi ha creato. Io, come madre, non posso partecipare al rischio di Dio quando mi ha creato: Dio ha rischiato che io mi danni, cioè che una persona che lui ha creato, che ama infinitamente, che si chiama Antonello, possa fargli marameo, marameo, è nato per conto mio, e Dio farà tantissimo perché io non lo faccia; ma se arriva il momento in cui dico basta, che tutti abbiamo sperimentato, c'è stato un momento che abbiamo detto non voglio ascoltarti, e che ha fatto? Dio ti ha amato, mi ha amato soffrendo, se Dio può soffrire, nel senso, immaginiamo, parliamo con il

linguaggio umano, ma dal Vangelo sappiamo che Dio ha un viscere di misericordia e di compassione, quindi patisce con, quindi soffre con me, ma non può fare nulla, andrebbe contro se stesso. Non ci ha creato come personaggi della PlayStation, come avatar di se stesso, no: ha fatto un'altra cosa, ha fatto delle persone uniche e irripetibili. Allora se io chiedo che a mio figlio venga risparmiata la libertà di peccare, sto facendo una cosa che non viene da Dio. Attenti, è molto profondo questo, ci vuole la fede vera, adulta, anche nei confronti della malattia: sempre tremiamo, un cristiano sempre trema quando prega, anche per la guarigione; prega per la guarigione, ma se non prega per la guarigione chiedendolo, dice san Giacomo, preghiamo, imponiamo le mani perché guariscano, ma dentro c'è la certezza che Dio, compiendo la sua volontà, salva quella persona. Allora se è così buono che mi vuole regalare ancora per qualche tempo mio figlio, mia madre, mio padre, mio marito, va bene, allora quello starà anche nella sua volontà, mi ha aiutato in quel momento a vedere che lui ha il potere anche sulla salute, ma perché ha potere sulla natura, perché ha potere sulla natura ferita dal peccato, perché ha potere sul peccato. Non si possono chiedere miracoli con fede se non abbiamo sperimentato il perdono dei peccati: non posso chiedere qualcosa per mio figlio se io nel profondo non ho sperimentato prima di essere stato perdonato, perché chiederò qualcosa a chi?

C'è un'altra cosa che appare oggi nel Vangelo, un'altra cosa: la fede della Chiesa, bellissima, nella quale possiamo appoggiarci, che appare in questo Vangelo. Questo paralitico non dice una parola, non dice niente, non chiede niente: è la Chiesa, sono i suoi fratelli che lo portano a Cristo. La madre porta suo figlio a Cristo con la preghiera, con i fatti, con le parole, con quello che sia; portando i suoi peccati, le sue sofferenze, lo porta a Cristo. Porto mio figlio distrutto dal peccato, distrutto dalla malattia, lo porto ai piedi di Cristo sapendo che Cristo, la prima cosa che fa, è perdonare i peccati. Così è un matrimonio: ma se io non

credo che il peccato è quello che mi fa soffrire, se io non credo che il peccato è quello che fa soffrire mio marito, ma è il suo carattere, perché non lo accetto, allora lotterò con il suo carattere, chiederò un miracolo a Dio che cambi il carattere di mio marito, che cambi il lavoro di mio marito, a tutto quello non serve a nulla se mio marito non conosce Cristo e non conosce il suo perdono. Allora, perché voi sappiate che io posso perdonare il peccato, ti cambio il lavoro, ma questo paralitico vuole che cominciate a camminare fisicamente: poi dopo diventerà vecchio, ci avrà il bastone e andrà su una sedia a rotelle, non sono quei vent'anni in più che cammina che gli cambia, perché c'è la vita eterna.

Dico questo perché oggi è una parola meravigliosa che il Signore viene a dirci, una cosa che viene a rivelarci: chi siamo noi. Viene a rivelarci un'altra volta, perché lo dimentichiamo, che la radice vera del male sta dentro di noi, non sta nella politica, non sta nella filosofia; tutto può essere male perché è ferita da qualcosa che sta dentro anche di me. E Cristo è l'unico che ha questo potere di guarire veramente una persona: se tu incontri Cristo e guarisci nel cuore, guarisci, cioè ti senti amato da Cristo, perdonato da Cristo, cambia tutto. Se quella ragazza, quella donna, conosce Cristo, scopre di essere una superba terribile che ha idolatrato il suo corpo, e conosce Cristo che perdona questa superba, quella ragazza comincerà ad accettare e poi ad amare il suo corpo, custodirà la castità, si vestirà in un certo modo, camminerà in un certo modo. Se io ho conosciuto Cristo che mi ama e mi perdona superbo, perché ho idolatrato tanto me stesso da non accettare di avere dei limiti nello studio, per esempio, io accetterò di avere dei limiti, e invece di metterci tre anni, quattro anni, quanto necessita, ci metterò cinque anni in più, ma anche studiare è per amare, non per costruire me stesso, non per trovare la vita e la dignità e la realizzazione, l'identità, nel fatto che io posso studiare o no. Se io studio una cosa che mi può piacere, una cosa che sento che mi piace, ma lo faccio per

amare, perché domani lavorerò, darò da mangiare ai miei figli, darò da mangiare a mia moglie, nel posto di lavoro aiuterò gli altri, è per questo. Ma se io, superbo, non accetto i miei fallimenti, non accetto i miei limiti, conosco Cristo che mi perdona, decidiamo, ti sono rimessi i tuoi peccati, cioè ti sono rimessi, sono tolti fuori i tuoi peccati, quel ragazzo, quello studente, quella persona accetterà, accetterà di essere umiliato, piano piano piano piano piano; mi farò i miei esami, mi farò il mio tempo, e lì vedrò una vittoria di Cristo, perché quella tesi, quella laurea, sarà il segno che lui ha il potere di perdonare i peccati, cioè che ha il potere di fare del mio cuore egoista e superbo un cuore capace di amare, di donare. Allora anche il fallimento nello studio, anche i limiti, sono un luogo meraviglioso dove io posso imparare ad amare, quando mi vedrò limitato con i miei figli, quando mi vedrò limitato con mia moglie, con mio marito. Questo significa prendere il lettuccio: cioè avere coscienza di chi siamo noi. Questo è il più grande miracolo che appare nel Vangelo di oggi: il perdono dei peccati dà a quest'uomo il potere di alzarsi e di portare il lettuccio, cioè di non vergognarsi, di andare in giro per la città dicendo a tutti chi è, non ha più vergogna di se stesso, ha ritrovato la dignità, ha ritrovato l'innocenza che era nel paradiso, è come se andasse in giro nudo, no, come era nel paradiso, cioè una persona rinnovata, libera. A sua moglie quest'uomo dirà: guarda, io stavo su questo lettuccio, non mi venire a chiedere che ti dia la vita, io non ho vita, vallo a chiedere a Cristo; non obbligherà i figli a essere piccoli dèi, avrà il suo lettuccio che gli ricorderà sempre chi è.

Quando dice "la gente era meravigliata perché Dio aveva dato un tale potere agli uomini", è il potere che ha dato a Cristo, perché ovviamente lì era un uomo, no, quello che appare, è il potere di Dio, perché per un ebreo solo Dio può perdonare i peccati, che è la verità, lo aveva dato a Cristo; ma quello che loro vedono non è il perdono dei peccati, perché non si vede: quello che loro vedono è quest'uomo che si alza, cammina e porta il lettuccio. Quindi il potere che loro

vedono, che le persone vedono in un cristiano, qual è? Come si vede il potere di Dio in questa generazione? Come si vede il potere di Dio in due genitori, in due cristiani, in un prete che si alza ogni giorno portando il suo lettuccio? Questo è quello che vedi, e che dici: mamma mia, che potere è stato dato agli uomini, di portare la propria debolezza, di accettare di essere peccatori, di essere bisognosi di misericordia, e questa è la chiave che fa di te una persona umile, una persona felice. Tutto il contrario del mondo, che dice: butta via il tuo lettuccio, diventa capace in tutto, credi in te stesso, confida in te stesso, cresci, bravo, fai tutte le menzogne che distruggono le persone. Che sto avendo problemi con lo studio è il mio lettuccio, è la mia identità e la mia gloria: quella è la croce, la croce è la mia gloria. La croce, quello che il mondo disprezza, quello che il mondo odia, è dove io sono stato salvato, perché su quel lettuccio quest'uomo ha incontrato Cristo, se camminava non stava lì, ma perché stava disteso lì ha conosciuto Cristo. Tuo figlio, sta disteso, conoscerà Cristo; tuo marito conoscerà Cristo; io conosco Cristo ogni giorno sul lettuccio, e ogni giorno mi alzo e lo prendo e lo mostro a tutti. Questo è il potere che è stato dato agli uomini: alla carne dell'uomo è stato dato il potere di accogliere il perdono; alla carne dell'uomo, alla tua debolezza, ai miei peccati, alla mia carne piena di orgoglio e superbia, è stato dato il potere stesso di Dio, che è quello di essere amato, di essere perdonato. Il potere di Dio viene a me, io lo posso solo ricevere; ma se lo ricevo, se io vado in giro con il lettuccio, saprò dove distendere le mie braccia e perdonare a mia volta. Perdona i nostri peccati perché anche noi li perdoniamo ai nostri debitori: io sono stato perdonato, perdono. Questo è un cristiano, questo è un uomo realizzato, felice; l'uomo vero, l'uomo vero, l'uomo autentico è solo questo, e qui non c'è prete, non c'è niente, qui c'è soltanto un uomo che ha conosciuto il perdono e perdona.

FAUSTI-CLERICI — IL POTERE DI RICOLLEGARE, IL LETTO E LA

CASA

Il vertice della lectio di Fausti-Clerici è la riflessione sul potere di Dio. Il potere del Figlio dell'uomo sulla terra è rimettere i peccati. Scrivono: "il potere di Dio è quello di perdonare." Poi traducono il perdono con altri verbi: ricollegare, riconnettere, riunire. Il male divide, separa, taglia, contrappone, lacera, fa morire; Dio invece ricongiunge. Il perdono appare così come atto propriamente divino, perché solo Dio può ricreare la comunione. Sul letto e sulla casa, Fausti-Clerici notano che il letto prima portava il paralitico, ora il paralitico porta il letto. Vi leggono un simbolo della Legge: prima, per il peccatore, essa è luogo di contenzione e denuncia; dopo il perdono, l'uomo può portarla perché chi ama vive la pienezza della Legge. Non la osserva più come condanna, ma come compimento dell'amore. Il ritorno a casa è il sigillo: "È il perdono che ci riconduce a casa." E aggiungono che il potere dato agli uomini è ormai il perdono che gli uomini si accordano tra loro: nel perdono fraterno si rende presente la casa dell'uomo, la liberazione della persona, la possibilità del cammino, la presenza stessa di Dio.

Papa Francesco, commentando questo stesso Vangelo, dice che la redenzione è ri-creazione del mondo. Il paralitico è un frammento di creazione rimesso in piedi, non soltanto un malato guarito. Grazie a Cristo possiamo dire Padre, cosa che da soli non avremmo mai potuto dire. In quella parola comincia la vera libertà, quella dei figli, mai l'autonomia orgogliosa.

Tutti gli annunci del carisma, quando gli apostoli annunciano la buona notizia, sempre dicono che Cristo è morto e risorto per il perdono dei peccati. Saremo felici se nella Chiesa, in questa comunità, dice, nella sua città, noi conosciamo questo amore e siamo trasformati: perdoneremo, perdoni, perdoni, perdoni. Questa è la sua felicità, questo è l'obiettivo, il target di questa giornata: perdonare. Tutto il resto, fallirò, fallirò, andrà bene, andrà bene, quello lo sa

Dio, compatibilmente con la mia debolezza, non importa. Oggi, oggi, questa sera, quando io andrò a letto, vedo la mia vita e dico: ho fatto un sacco di macelli, non sono andato bene qua, ho sbagliato questo, ho fatto un casino sul lavoro, quello che ti pare, ci sei sentito perdonato? Hai perdonato tua moglie? Sì, perfetto. E questo sarà: alla fine della nostra vita saremo giudicati sull'amore, sull'amore con il quale siamo stati amati, che abbiamo accolto e che è passato attraverso di noi, ma l'amore si chiama perdono.

Luigi Maria Epicoco, commentando proprio questo brano, nota che a cambiare la vita è l'esperienza del perdono, più della soluzione del problema, che a volte proprio non arriva.

Lasciamoci perdonare da Cristo, lasciamoci portare dalla Chiesa: non serve neanche che parliamo, non serve nulla, lasciarci portare dalla Chiesa, da chi ci ama veramente, non dagli amici, non dagli psicologi, non dalla cultura dominante, da Cristo. Chi ti vuole bene, chi ti porta a Cristo? Vuoi sapere se il tuo fidanzato ti vuole bene? Se ti porta a Cristo. Vuoi sapere se quell'amico è un amico vero? Se ti porta a Cristo. Se ti porta al tuo orgoglio, alla tua superbia, se genera invidia in te, non serve quell'amico, non serve a niente: quel ragazzo non è per te, la ragazza non è per te. Coraggio, perché siamo chiamati a suscitare, nei luoghi dove il Signore ci invia, dove la storia ci conduce, la lode a Dio. La lode a Dio può nascere dal cuore di un uomo soltanto quando incontra un uomo come lui: perdonato, sanato, perché perdonato, libero perché perdonato, capace di caricare su di sé il peso della propria debolezza perché lo carica insieme a Cristo, che perdonando, istante dopo istante, fa di lui una creazione nuova.

Papa Leone XIV, parlando ai sacerdoti sulla Riconciliazione, l'ha chiamata un laboratorio di unità: il perdono ricostruisce l'unità con Dio, nell'uomo, con la Chiesa, e non resta mai una faccenda privata tra te e la tua coscienza. È la stessa opera che vediamo oggi, a Cafarnao, davanti a un uomo disteso su un lettuccio

che si alza, prende il suo letto e torna a casa. E portando quel letto porta con sé la stessa capacità appena ricevuta: perdonato, e per questo capace di perdonare.

Appendice I - Padre Serafino Tognetti, "La lotta contro i pensieri"

Il discorso del combattimento contro i pensieri è ascesi corporale, ma soprattutto il combattimento contro i pensieri. Non commettere azioni cattive, azioni, atti, è solo il primo passo, la prima tappa. Come vi ho detto ieri, l'eliminazione dei peccati cosiddetti grossolani e anche il compiere gli atti è certamente importante, ma non è tutto, non è tutto, non sono ancora affatto guarito perché la fonte dei peccati è tutta interna, i pensieri, io devo andare a combattere lì perché posso non commettere atti, il classico, uno viene a confessarsi, io non rubo, non ammazzo, non odio nessuno, va in pace, quindi viene a confessare a fare, devo vedere dentro, ma questo lo dice Gesù, non è quello che entra nel corpo dell'uomo che lo contamina, uccidi, ma è quello che esce che contamina l'uomo, quindi vuol dire che è l'interno sul quale noi dobbiamo lavorare.

San Massimo il confessore scrive, i pensieri ci fanno una guerra ben più dura delle azioni, della rinuncia agli oggetti, io posso rinunciare a tutto, andare a vivere nella grotta, il grande remita, posso andare addirittura a fare l'ostinita sulla colonna tutta la vita e dentro devo essere devastato dai cattivi pensieri e allora fare l'ostinita non mi serve a niente, perché dentro sono inquinato e accetto di vivere con i pensieri inquinati, sono sempre chiesto gli stiliti, voi vi presente l'ostinita? Quando aveva bisogno di fare i bisogni, come faceva? L'ho sempre chiesto, quindi la lotta, mica li faceva sulla colonna scusate, scendeva dalla colonna, allora non era più l'ostinita, allora diciamo, va bene, allora la vera lotta, la vera lotta, la vera lotta è invisibile, siamo qui questa mattina per capire come funziona questa lotta invisibile, perché se ci purifichiamo nei pensieri abbiamo vinto la nostra guerra, siamo guariti. I pensieri da dove vengono? Dal

mondo interiore, dalla mente che è inclinata al male dai cattivi ricordi, dal magazzino della memoria, tutto quello che abbiamo visto, vissuto e fatto è depositato nel grande magazzino, a volte anche che abbiamo subito, quindi non colpa nostra, abbiamo visto, abbiamo subito degli atti cattivi di qualsiasi genere, li abbiamo fatti e sono tutti nel magazzino della memoria, come vi ho detto il demonio li va a pescare, va a pescare, per cui quando io ricordo i peccati del passato eccetera, il demonio è subito, è come se ci soffiasse sopra, gli diamo della materia, ma a volte i pensieri sorgono senza che io lo voglia, mi arrivano delle suggestioni che vengono dall'esterno, io non voglio far peccato e mi capita di vedere una certa cosa e subito mi risorge in me una cattiva passione, ma non la voglio, non ci penso, ma mi capita, allora dobbiamo appunto capire, adesso vediamo il processo delle tentazioni, il pensiero passionale, le suggestioni che ci sono mi creano turbamento, ma ce ne sono di continuo, quindi non posso dare la colpa, io dico sempre Davide Bezzabea, una volta senti il prete che diceva, era un bescono mi sembra, che disse a colpo fu di Bezzabea, non doveva fare il bagno di fronte a Davide, avete presente, Davide va sulla terrazza, vede Bezzabea e fa il bagno, a colpa di Bezzabea scusa, tira la tenda cara Bezzabea, tu sai benissimo che c'è di fronte, c'è la reggia, quindi è colpa di Bezzabea, o no? No, la Giulia non è d'accordo, però la tenda poteva tirarla, comunque al di là della tenda diciamo, Davide vede Bezzabea, cosa deve fare? Subito distoglie lo sguardo e pensa ad altro, cioè la visione di Bezzabea non è ancora il peccato, quella si chiama suggestione. Allora andiamo subito a vedere il meccanismo della tentazione, ci sono queste 5 fasi che ho descritto, ma naturalmente vi darò nel foglio che vi consegno.

La tentazione si sviluppa e noi siamo tentati tutti i giorni, da tante cose, secondo queste fasi, la suggestione, questo lo dicono i padri, non sto inventando niente, perché da Adam e Eve poi tutti siamo tentati. La suggestione, il legame, il consenso, l'adempimento, il vizio. Che cos'è la

suggestione? È l'impulso primo, è l'attenzione che io do a ciò che il nemico o ciò che la vita mi propone.

Ho fatto l'esempio di Bezzabea, la vedo, c'è una suggestione, è una cosa interessante, questo può essere anche il cibo, passo davanti alla pasticceria, mi fermo e vedo qualcosa di buono, non è che è peccato, sono lì apposta, mi crea una suggestione, non è peccato, però mi fermo. Oppure un nemico, vedo una persona che mi sta antipatica e subito mi crea la suggestione dell'avversione. La vedo, se non la vedessi, la vedo, l'antipatia risorge in me, la rabbia, il rancore, eccetera.

Quindi queste sono suggestioni, e attenzione, le ha avute anche nostro Signore Gesù Cristo, perché le tentazioni di Gesù nel deserto non erano indifferenti, se no non sarebbero state tentazioni. Se c'è una cosa che non ci piace, che noi sentiamo repulsione, non mi crea nessuna tentazione, anzi me ne scappo, non mi piace, non la voglio. Pensate a un piatto di verdura lessa con la besciamella, non vi piace, la mettono sul tavolo, non vi piace, non è una tentazione, ne mangi il doppio.

Quindi anche per Gesù le tre tentazioni di Satana nel deserto crearono suggestioni, per esempio di che queste pietre diventino pane. Provate a non mangiare per 40 giorni, non mangiare per 40 giorni. Uno vi fa vedere una bella pagnotta, fragrante, profumata, non mi dite che non vi crea la suggestione, la vorrei. Perché, appunto, ripeto, uno che non mangia sente questa, quindi per Gesù fu una suggestione. Anzi, meno male che Gesù ha vissuto queste tentazioni, perché ci insegna a superarle. Quindi, primo passo, suggestione.

Secondo passo, legame. Il legame è l'accoglienza del pensiero. Entro in relazione col pensiero perché la cosa mi piace, quindi mi soffermo.

La becciabea, il crafen, la vetrina, il rancore con il nemico, mi piace, mi fermo. Entro in relazione. Come dice anche il libro della Genesi, sull'albero della conoscenza del bene e del male, vide che era bello, buono e desiderabile.

Lo considero nel suo aspetto positivo, gradevole. Non è ancora peccato, anche se mi fermo, anche se entro in relazione col pensiero, non è peccato. Consenso.

Il consenso è il punto terzo. Quando io ho accolto il pensiero, ecco la decisione, ecco il punto importante. Decido di seguire il pensiero e lì c'è la mia volontà.

Mentre le visioni esterne non dipendono dalla mia volontà, le vedo, le suggestioni ne ho decine tutti i giorni, il consenso invece è che decido di seguire quel pensiero e questo pensiero mi trascina. Avete presente le cascate del Niagara? Qualsiasi cascata, il fiume a 5 km è ancora tranquillo, a 4 km c'è una certa corrente che comincia ad andare verso la cascata, a 3 km tu puoi navigare il fiume, a 3 km ti dicono sta attento perché più avanti vai più la corrente diventa forte e c'è un cartello, c'è davvero, punto di non ritorno. Quindi se tu stai navigando lì con la tua barchetta e vedi il cartello enorme, punto di non ritorno, guarda che se vai avanti entri un po' più indietro perché dopo la corrente diventa forte e vai a finire di sotto.

Ecco, il consenso mi trascina, il consenso è già, peccato. L'adempimento è che ho superato il punto del non ritorno, ci sono andato volontariamente e compio il peccato in opere materialmente, non riesco più a tirarmi indietro, peccato di Davide avendo usato questo esempio, peccato di Gola, peccato di Rancore, di Oglio, tutti i peccati che sappiamo. O se questo peccato viene reiterato, ormai non pongo più nessuna resistenza, diventa vizio, cioè questi atti sono compiuti continuamente perché mi danno piacere.

Quindi il vizioso non si pone più nessun problema morale, ho fame, mangio, odio, ho Rancore con quello, lo odio, tutte le passioni che abbiamo visto,

l'avaricia è giusto che io tenga tutto per me e non dia niente a nessuno, filautia eccetera. Come vi dicevo il punto principale è il terzo perché i primi due non sono peccato, il terzo è peccato ed è fondamentale, è lì che do potere al male, decido di seguire la corrente. Allora io devo intervenire sul terzo, ma non sui primi due, a volte la gente si confessa di avere avuto delle suggestioni o anche dei legami, ma no, non confessatevi di avere avuto suggestioni, perché non è peccato, dovete confessarvi se avete accondisceso, se a quel punto avete dato il vostro consenso e confessatevi senza vergogna, io l'ho fatto, mi si è presentata quella suggestione, ho detto di sì.

Il combattimento contro i pensieri si fa a questo livello, non ai primi due, se no dovete vivere dentro una campana di vetro e oltretutto la campana non vi preserva, è vero che la visione mi sollecita, ma io la visione ce l'ho dentro, per cui posso anche non vedere niente di attraente, ma ormai ne ho visti in passato tanti e mi ritornano alla mente, allora io sto sulla mia fantasia, questo processo può venire anche nella fantasia, senza che io veda Bezzabea o veda il Grafen, perché ce li ho già dentro, capite? Allora di tanto mi ritornano alla mente e lì devo stroncare il pensiero, adesso vi dico come, e stroncare il pensiero è il segreto, è la vittoria, la volontà di stroncare il pensiero. Ci sono tre modi, anzi quattro, per stroncare il pensiero, il primo è la vigilanza, la vigilanza fa sì che io mi metta il meno possibile in tentazioni, le tentazioni ce le abbiamo, ma mi metto il meno possibile in tentazione, guardate sulla vigilanza c'è il continuo richiamo nel Vangelo, il Vangelo è un continuo richiamo, state pronti, state svegli, vigilate, qui vi ho dato tutti i passi, quindi li troverete, ma ve li leggo così, a ruota, Vangelo di Marco, state attenti, vigilate, perché non sapete quando sarà il momento preciso, è come uno che è partito per un viaggio e ha dato il potere ai suoi servi e a ciascuno il suo compito, vigilate perché non sapete quando il padrone di casa tornerà, Vangelo di Luca, vegliate e pregate in ogni momento, vegliate e pregate in ogni momento perché abbiate la forza di fuggire a tutte le

cose che devono accadere, prima Tessalonicesi, non dormiamo come gli altri, ma stiamo svegli e siamo sobri, prima Pietro, siate temperanti, vigilate il vostro nemico, il diavolo, come un leone ruggente va in giro cercando chi divorare, Gesù continuamente dice state svegli, state svegli, state svegli, pregate, ma ditemi stare svegli, stare svegli vuol dire guardate il vostro destino spirituale, attenzione alle cose vere perché il nemico gira attorno a voi, c'è una anche nei proverbi, Antico Testamento, capitolo 16, versetto 17, la via dei giusti è fuggire il male, chi vuole custodire la sua anima sorveglia la sua strada, ho citato, chi vuole custodire la sua anima sorveglia la sua strada, quindi l'attenzione a che cosa, cosa vuol dire stare svegli, captare l'insorgere dei pensieri dentro di noi e subito riconoscerli nella fonte, pensieri buoni o pensieri cattivi, da dove venite, vi cito un apoftegma, i padri del deserto, un detto dei padri del deserto, gli anziani dicevano ad ogni pensiero che giunge tu devi dire sei dei nostri o vieni dal nemico e a questa versicitazione c'è il rimando, la stellina vedi Giosuè 5.13.15, naturalmente sono andato a vedere Giosuè, capitolo 5.13.15, mentre Giosuè era presso Gerico alzò gli occhi ed ecco vide un uomo in piedi davanti a sé che aveva in mano una spada sguainata, Giosuè gli disse tu sei per noi o sei per i nostri avversari? Cioè vede uno con la spada, tipaccio, con noi o sei con i filistelli, gli avversari? Rispose, no io sono il capo dell'esercito del Signore, giungo proprio ora, allora Giosuè cadde con la faccia a terra, si prostrò e disse che cosa dice il mio Signore al suo servo? Ecco i padri del deserto ci dicono il pensiero che arriva gli dovete subito chiedere, diciamo alcuni sono palesemente di Dio, altri sono palesemente del demonio, a volte siamo un po' confusi, allora il discernimento del pensiero è questo, gli anziani dicono a ogni pensiero che ti giunge dovete dire da dove vieni, dal nemico o sei dei nostri, il portinaio del cuore.

Secondo punto, il rigetto, vi arriva un pensiero, pensiero di seduzione, capite che non viene da Dio, però vi piace, siamo nella fase di legame, aspetta questa

cosa da mangiare mi piace proprio, allora cominciate a fare i vostri ragionamentini, ma in fondo chi se ne accorge, ma in fondo che male c'è, ma in fondo i veri mali sono altri, va via un po' di rancore verso il capo ufficio, posso pure averlo, ma non sono mica un santo, sono mica un eroe, ma non si può pretendere troppo da me, eccetera, eccetera, eccetera, vi state legando, state cominciando a andare nella corrente, è lì che vi fa la mannaia, perché questo pensiero non viene da Dio, abbiamo già capito che non è dei nostri, abbiamo già capito che è una seduzione.

Allora i padri ci dicono, quando questo pensiero comincia a diventare attraente, ci sono due modi per rigettarlo, primo confutarlo, secondo rigettarlo, confutarlo, opporre pensieri contrari, pensieri che vengono dalla scrittura, questo lo fa Gesù con Satana, dì che queste pietre diventino pane, Gesù confuta, risponde, non di solo pane vive l'uomo, con la parola di Dio, cioè ci sta al dialogo, al dialogo col pensiero, scrive San Giuseppe, uno dei padri del deserto, Giuseppe di Panefisi o Panefisi, quando i pensieri si avvicinano, falli entrare e combatti con essi, questo è il rigettarlo, scusate il confutarlo, ma questa posizione è minoritaria dei padri del deserto, la stragrande maggioranza dei padri dice no, non confutare, perché una cosa è Gesù Cristo che dice non di solo pane vive l'uomo, una cosa è la Tiziana Gagliardi che vende tendoni, quindi quando arriva il tentatore se cominci a parlare troppo ti confondi, perché il diavolo ci lascia parlare, a voglia di dire se ti confuto con dei versetti dei salmi o nel libro delle lamentazioni, il demonio conosce la Bibbia meglio di noi, mi rimedio a Dio, conosce Dio meglio di noi, il demonio sa bene chi è Dio, conosce tutte le arti, quindi diciamo che la maggior parte dei padri dice no, non entrare nella confutazione, perché in questo modo tu entri nella sua logica, lo vuole, il demonio vuole che tu cominci a dialogare, tutti dicono rigettalo, cioè confutazione rapida, cioè taglia corto, cioè reprimilo, cioè non soffermarti sull'immagine, perché è un morso venenoso, quando riconosco il pensiero e

comincio a sentire la corrente che spinge, subito rigetto il pensiero, lo taglio, lo caccio via da me, con la preghiera in nome di Cristo, adesso vi dico, ma intanto ho scelto il metodo, non accetto che attecchisca, se lo fate attecchire siete perduti, siete malati, cadete poi nel peccato, anche se non lo consumate, perché vi ho detto che il peccato è a questo terzo livello, cioè per dire il solito peccato dell'impurità, solito perché è sempre quello, io posso non fare mai niente su questo piano, ma se dentro il pensiero è continuo, è inquinato il mondo interiore, è inquinato, sono lontano da Dio, sono nel peccato, perché lo consumo continuamente nel pensiero, diventa un incubo, come abbiamo detto il primo giorno, diventa un pensiero fisso, ma pecco, sono nel peccato, tu mi dici, ma esternamente non hai fatto niente, sì, Gesù lo dice, è quello che è dentro che devi lavorare, io non lo voglio questo inquinamento interiore, pensate l'odio, perdono ma non dimentico, c'è dentro questo rancore antico che non mi va via, sei malato, vuoi essere malato, allora non soffermatevi sul pensiero, una volta individuato che è dell'avversario, perché è questo pensiero, se ti soffermi permetti al serpente di morderti, il serpente velenoso, questo lo dice magnificamente Sant'Agostino commentando il Salmo 136, su Perflumina Babilonis, lo diciamo spesso anche noi, sui fiumi di Babilonia, là si vedevamo piangendo, ma nel breviario hanno tolto l'ultimo versetto, sapete che l'ultimo versetto di questo Salmo dice, bellissimo, parlando ai babilonesi, beato chi prenderà i tuoi bambini e li sbatterà contro la roccia, cosa c'è di atto più disgustoso di prendere un bambino di sei mesi e di sbatterlo contro la roccia, un bambino che lo sbatti contro la roccia, il Salmo dice beato, cioè l'ebreo in Babilonia prima dice no non possiamo cantare i canti di Sion in terra straniera, tutto bello, però alla fine caccia una maledizione ai babilonesi terrificante, è beato chi uccide i tuoi figli, cara Babilonia, allora Sant'Agostino dice, ma un momento, ci bisogna capire e interpretare, allora Agostino dice questi bambini sono i pensieri, i pensieri di Babilonia, i pensieri seducenti, i bambini vuol dire appena nati, allora beato, lui fa proprio questa spiritualizzazione, chi prende i

pensieri appena nati di Babilonia, cioè cattivi e li sbatte contro la roccia, è l'operazione che dobbiamo fare noi, c'è il pensiero seducente? Non dialogatevi, perché tanto sapete come va a finire, a voi invece piace il dialogo, a noi piace il dialogo perché ci riteniamo capaci di reggere e ci dà gusto intanto rimanere lì col pensiero, perché ci dà gusto, ci piace, perché è poco da fare, allora ci rimaniamo, ma lì il diavolo ha già preso e la corrente ci trascina, tutta la nostra virtù sta qui, tutta la nostra violenza sta qui, decidere di rigettare i pensieri, beato chi li sbatterà contro le rocce e come fare per rigettare i pensieri? Abbiamo un metodo straordinario, efficace, il nome di Gesù. Il buon San Porfirio, che io cito a ripetizione, vita e detti di San Porfirio, mai i prieti non ne possono più perché scrivo continuamente su San Porfirio, scrive dunque l'arma più importante contro il diavolo è il nome di Gesù, lo fa tremare. La comunicazione con Cristo quando avviene con semplicità, con delicatezza e senza sforzo, mette in fuga il diavolo.

Satana non va via con lo sforzo e la costrizione, è allontanato con l'amitezza e con la preghiera, si ritira quando vede che l'anima lo disprezza e si volge con amore a Cristo. Egli non può sopportare il disprezzo perché è un superbo. Il diavolo dovete disprezzarlo, non combattetelo con un attacco frontale.

Quando vi disturba un pensiero, una tentazione, un attacco, volgete la vostra attenzione e il vostro sguardo a Cristo. Quando vi mettete in movimento verso Dio, egli arriva in un millesimo di secondo. Stupendo questo, perché noi pensiamo che prima che arrivi il nostro Signore, devo chiamarlo, è sordo, non ci sente, mette il presente, Elia no, quando prende in giro vale, dice gridate più forte, forse il vostro Dio è in vacanza.

Gli dice questo, è andato in vacanza, allora dovete gridare più forte. Porfirio dice, ci mette un millesimo di secondo, vi mettete in movimento e subito arriva la grazia divina. Fate un sospiro ed essa arriva e agisce. Nel preciso istante in cui

la vostra anima ha bisogno e voi lottate, gridate, Signore Gesù abbi pietà di me. Questo è il grande segreto. Giratevi verso Cristo.

Attenzione, si fa venire in mente un movimento plastico, giratevi verso Cristo, correte verso Cristo, sforzatevi di conoscere, di amare, di sentire Cristo. Non bisogna dare alcun diritto di accesso al diavolo, cioè io non permetto che rimanga in me neanche un pensiero egoistico, di rancore, non faccio trovare a Satana la finestra aperta, perché la finestra è un diritto di accesso. Quando tu ti allontani da Dio, sei in pericolo perché Satana ti trova da solo.

Allora cosa fai? Avete il pensiero? Il pensiero cattivo, avete già capito che è cattivo, lo volete troncare? Però è seducente, sentite un po' questa corrente che comincia e dice seguimi, le sirene di Ulisse, avete presente? Seguimi, anche solo il pensiero, fate così, dice profilo, non agitatevi, non andate contro Satana, vi girate di 180 gradi, fisicamente, come se aveste il pensiero davanti, vi girate, gli date le spalle e dite Gesù figlio di Dio, pietà di me, peccatura. Guardate, io ve lo dico perché l'ho fatto e lo faccio, cioè vi dico, ho preso l'esempio di San Porfirio, vi assicuro, no, non la prima volta, lo dite almeno tre volte, lentamente, come dice San Porfirio, non agitatevi, adesso c'è la tentazione, come faccio? 180 gradi, vi date le spalle e dite lentamente Gesù figlio di Dio, pietà di me, peccatore, ma convinti, tre volte, vi assicuro che il pensiero se ne va, ma non perché l'ho combattuto io, perché l'ha combattuto Gesù Cristo al quale mi sono rivolto e Satana non lo sopporta e fra l'altro mentre dico lentamente Gesù figlio di Dio, pietà di me, peccatore, sento alle spalle il maligno che mi dice no, no, voltati a me, voltati a me, girati, girati, no, non mi giro, ripeto Gesù figlio di Dio, pietà di me, peccatore, passano pochi secondi e il pensiero non c'è più, io ve lo dico per esperienza, non sono né santo né chissà chi, ho letto, ho fatto e su questo devo dire l'esperienza dei padri ci aiuta, cioè io ricevo la forza e la protezione di Gesù Cristo il quale combatte per me, perché Gesù sa benissimo che sono debole, ma non fa altro che dire venite a me, sono io che combatto il demonio, quindi

questa preghiera Gesù figlio di Dio, pietà di me, peccatore, purifica immediatamente il cuore, tutte le bezzabee se ne vanno in tre secondi, ma se ne vanno tutte, i grafen, i ciccioli, i salami, sparisce tutto, tutto sparisce, bene, poi il pensiero se ne va però Satana dice tornerò, come cantava chi, torna pure, ho imparato il metodo, non mi scoraggio, cioè anche se il pensiero torna dopo mezz'ora lo sto dicendo, allora io sono sempre il soggetto a queste robe, sì va bene, mi interessa, posso essere il soggetto a questi pensieri anche a 90 anni, che credete che nella vecchiaia se uno non ha il morbo di Alzheimer non abbia le tentazioni, come se ce l'era, bene, poi più vado avanti con questo tipo di pensiero, c'è un altro pensiero che mi aiuta ed è il ricordo della morte, che per me è stupendo, l'ho segnato qua, ma quando ho tutti questi pensieri mi viene in mente, ma sì ma io fra un po' muoio, fra un po' vado in faccia al Nostro Signore, ogni tanto mi viene il pensiero, ma io fra un po' vedrò San Giuseppe, come dite, ti frega qualcosa veder San Giuseppe, ma certo, il pensiero di dire tra un po' vedrò la Madonna, la Madre di Dio, non oso neanche dirlo, non mi sembra neanche vero, non mi sembra vero, eppure se mi salvo, forse mi salverò, non lo so, che grazie di Dio, allora mi abituo a stare nella purezza, mi abituo a stare con i pensieri nel mondo reale, nel mondo dei Santi, quindi le seduzioni di questo mondo alla fin fine perdono anche potere, sì guarda che bella roba da mangiare, guarda che bel pensiero da seguire, guarda l'odio, ma dopo un po' non hanno poi tutta questa seduzione, quindi vuol dire il discernimento è facile e la passione pian piano si indebolisce, si indebolisce, ti arriva, ma mentre prima ti sembrava un uragano violento che diceva obbediscimi, man mano che si va avanti viene, se invece lasci che i pensieri rimangano, mettono radice al tuo cuore, un anziano disse i cattivi pensieri se parli con loro e ti compiacci spingono sempre più le radici nel tuo cuore, crescono e non se ne vanno più, se al contrario non parli con loro, se anziché compiacerli li hai in odio, periranno e usciranno dal tuo cuore, cioè i pensieri cattivi se ne vanno, perché non trovano sostegno e questo porta una grande pace interiore, questa è la pace, vi lascio la

pace, vi do la mia pace, ci sono degli effetti sorprendenti, ritroviamo la nostra attenzione a Dio molto più continua, l'attenzione a Dio, quindi la custodia dei pensieri diventa memoria di Dio, capiamo che stiamo meglio con lui ed è quello che il padre diceva, vivere alla divina presenza, ci sono tanti circolarmi del padre, vivete la divina presenza, sì ma se sono impestato dal diavolo con pensieri, ci sto la divina presenza, ma ci sto male, vedete che allora questo è il segreto della vittoria, della guarigione, strontamento dei pensieri, però all'inizio può essere difficile, dopo diventa facile.

Ultimo punto, rigetto, preghiera in nome di Gesù è l'uso del corpo, i padri dicono che il corpo, un corpo mai dato, ecco io vengo per fare la tua volontà, può aiutare molto lo spirito a compiere questo combattimento, ed è l'aspetto che più ci colpisce nei santi, appena leggiamo la vita di un santo ci colpisce l'aspetto della sua ascesi corporale, cioè delle penitenze che fa, moltissimi santi fanno penitenze mostruose, San Paolo stesso dice tratto duramente il mio corpo, ci colpisce, ma perché fanno tutte queste penitenze? Ma servono? Allora diciamo io non posso essere santo così, curato d'arte, non mangiava, non mangiava, lo trovarono una volta che mangiava l'erba del campo come le capre piegato, piegato in giù, mangiava l'erba, il parrochiandisi, ma padre ma cosa fa? Lui si imbarazzò ad essere sorpreso che mangiava l'erba del prato, ma chi è di voi che mangia l'erba del prato? Ma quando mai? Per non dire altre forme di penitenza, certi santi russi, uno viveva dentro un tronco di un albero, aveva, si era scavato la sostanza dell'albero e c'era il tronco vuoto, stava lì, immaginate voi camminate nel bosco, salta fuori uno da un tronco, se vi prendete un accidente, vedete uno che vive lì dentro, ma lo stesso Serafino di Sarov, leggete nella sua vita un'ascesi spaventosa, ci fa sospirarmi, ma io non posso vivere questo, ma per essere santo devo essere così, ecco allora ci allontaniamo, non sarò mai santo ai soliti discorsi, sappiate che questo ascesi corporale c'è anche nelle altre religioni, l'induismo, il fakiro che cammina sui chiodi e che cammina sui

carboni ardenti, o lo stoicismo, ma questo non dà il senso di Dio, dà il senso di sé, l'eroismo per vivere un certo benessere, invece lo scopo dell'ascesi corporale è sottomettere il corpo allo spirito, all'anima, perché la passione sensuale passa attraverso il corpo, anche nelle fantasie passa attraverso il corpo, invece è lo spirito che deve essere sovrano, ed ecco allora che l'ascesi fisica ha un misterioso effetto sullo spirito, ecco perché nella vita religiosa viene chiesto un certo digiuno, viene chiesto una certa pratica ascetica per combattere, aiutare lo spirito col corpo, perché se mangio, bevo e ho tutte le comodità e cerco il benessere corporale, lo spirito zoppica, è un misterioso legame tra il corpo e lo spirito, ma c'è, scrive Isacco De Ninive, l'anima partecipa alle afflizioni del corpo, perché il suo movimento dell'anima è stato legato a quello del corpo, da una sapienza incomprensibile.

Lo stesso San Francesco, il giullare di Dio, leggete la vita di San Francesco, leggete le penitenze che faceva, e qui abbiamo gente di città di castello, leggete la vita di Santa Veronica Giuliani, sapete che io non ci sono riuscito, mia mamma di venerata memoria un giorno mi disse, leggi questo diario, il diario di Veronica Giuliani, alla decima pagina l'ho lasciato perdere, perché una vita di penitenza, le cercava le penitenze, o il padre Dondivo Barsotti voi mi direte, ma faceva penitenza, non è che viveva in casa San Sergio, rullerata in casa San Sergio, vi dirò che il padre Barsotti come digiuno non era il top, la sua ascensione era il freddo, teneva spento il termosifone d'inverno, ovviamente d'estate. Ragazzi uno andava a vivere a casa San Sergio, freddo non ci si stava, chi è della vecchia guardia si ricorderà Sergio Scarvigli di venerata memoria che veniva in cappella col cappotto lungo fino ai piedi e un colbacco in testa che sembrava Pugaciov, russo. Il padre lo guardava apposto per dire, ma non esageriamo, il padre non si è mai lamentato, anzi quelle poche volte che gli dicevo potremmo accendere un po', dopo alla fine si convince e accendeva due ore al giorno tenendo al minimo, termo spento, ma vi assicuro che abbiamo

patito un bel freddo, però Anteprima troncata per file di grandi dimensioni