Giovedì della XIX settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

O Signore, desidero trasformarmi tutta nella Tua Misericordia ed essere il riflesso vivo di Te. 
Che il più grande attributo di Dio, cioè la Sua incommensurabile Misericordia, 
giunga al mio prossimo attraverso il mio cuore e la mia anima.
Aiutami, o Signore, a far sì che i miei occhi siano misericordiosi, 

in modo che io non nutra mai sospetti 
e non giudichi sulla base di apparenze esteriori, 
ma sappia scorgere ciò che c’è di bello nell’anima del mio prossimo e gli sia di aiuto.
Aiutami, o Signore, a far sì che il mio udito sia misericordioso, 

che mi chini sulle necessità del mio prossimo, 
che le mie orecchie non siano indifferenti ai dolori e ai gemiti del mio prossimo.
Aiutami o Signore, a far sì che la mia lingua sia misericordiosa 
e non parli mai sfavorevolmente del prossimo, 
ma abbia per ognuno una parola di conforto e di perdono.
Aiutami, o Signore, a far sì che le mie mani siano misericordiose e piene di buone azioni, 

in modo che io sappia fare unicamente del bene al prossimo 
e prenda su di me i lavori più pesanti e più penosi.
Aiutami, o Signore, a far sì che i miei piedi siano misericordiosi, 
in modo che io accorra sempre in aiuto del prossimo, 
vincendo la mia indolenza e la mia stanchezza.
Aiutami, o Signore, a far sì che il mio cuore sia misericordioso, 

in modo che partecipi a tutte le sofferenze del prossimo. 
Alberghi in me la Tua Misericordia, o mio Signore.

Santa Faustina Kowalska



UN ALTRO COMMENTO









L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Matteo 18,21-35.19,1
Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». 
E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette. 
A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. 
Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. 
Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. 
Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. 
Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. 
Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! 
Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. 
Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. 
Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. 
Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. 
Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? 
E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. 
Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello». 
Terminati questi discorsi, Gesù partì dalla Galilea e andò nel territorio della Giudea, al di là del Giordano. 




IL PERDONO TRASFORMA IL CUORE NELLA LIBERTA' DI AMARE

Con la parabola di oggi Gesù vuole illuminare Pietro e quindi la Chiesa sul "perdono d cuore", quello autentico, l"accordarsi" tra due fratelli di cui aveva parlato poco prima. Esso è una Grazia, la più grande che potremmo ricevere da Dio. E' l'unica esperienza che cambia radicalmente la vita, simile a quella di un condannato a morte che, nel momento in cui si sta eseguendo la sentenza, riceve appunto "la grazia" e vede aprirsi le porte della cella: la sua pena è stata cancellata, è libero e vivo. Per il "servo" della parabola, il dover rifondere diecimila talenti era proprio come una condanna capitale; si trattava, infatti, di una somma esorbitante, se si pensa che un talento era pari a seimila denari e che uno stipendio medio era di trenta denari: per radunare tale cifra un lavoratore dipendente avrebbe dovuto lavorare centosessantaquattromila anni! Per questo "il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito". Per salvarsi, quel servo poteva sperare solo in un atto di clemenza del re. Infatti, "essendo caduto" recita l'originale greco, il servo comincia a "supplicare" il re, ma solo "di avere pazienza con lui perché gli avrebbe restituito ogni cosa" e non di "avere pietà e condonargli il debito", che sarebbe stata la sua unica possibilità di salvezza. Il "servo", infatti, era stato "venduto", ormai solo un atto di clemenza del re avrebbe potuto salvarlo, perché il debito con Dio è inestinguibile, se non a prezzo della vita, come la stessa Legge prescriveva. E non solo con la propria, ma anche con quella della moglie e dei figli, come appare nel vangelo. Il peccato che rompe con Dio, infatti, distrugge "tutto", la famiglia, il futuro dei figli, si sparge come un'epidemia, rende schiavi e uccide. Allora, perché il servo si infila in una promessa che non sarebbe stato in grado di mantenere? Per capire bisogna guardare al contesto ebraico della parabola. Già il salmo 38 affermava che "nessuno può riscattare se stesso, o dare a Dio il suo prezzo"; infatti "per quanto si paghi il riscatto di una vita, non potrà mai bastare per vivere senza fine e non vedere la tomba" (Sal 48,8-10). Solo Dio può offrire il "kofer" del riscatto, un termine derivante dal radicale ebraico "kpr" che significa "coprire - espiare", presente nel termine "kippur", la festa dell'espiazione e del "perdono", che potrebbe essere il contesto di questa parabola. Essa infatti risponde alla domanda di Pietro sul "perdono" al fratello, originata dalle parole di Gesù circa l'atteggiamento da avere nel caso di un fratello che abbia peccato contro un altro fratello. Yom Kippur si celebrava dieci giorni dopo Rosh Ha-Shanah, il capodanno civile ebraico. Esso si chiamava anche Yom Ha-Din, “giorno del giudizio”.   I giorni di festa erano giorni di giudizio. Secondo la Mishnà, nel giudizio ”Dio passa in rassegna il suo gregge", come facevano i pastori che “esaminavano”, le pecore.  I rabbini dicevano che durante il primo giorno dell’anno sono chiamati tutti gli uomini per passare dinanzi al Trono di Dio; seduto sul suo trono Dio giudica il suo popolo, come un generale passa in rassegna l’esercito, o come un pastore le sue pecore. Ogni uomo è registrato in uno dei tre libri che sono davanti al re: quello dei peccatori ostinati per i quali non c'è speranza, quello dei santi, e quello dei mediocri, per i quali ancora c'è speranza. Ed è esattamente quello che accade nella parabola, nella quale il regno dei cieli è paragonato "a un re che volle fare i conti con i suoi servi". Gli "viene presentato uno che è debitore di una cifra che non ha". Attenzione che questo è importantissimo, perché con questa scena inizia il giudizio. Il servo passa davanti al trono del Re, e risulta insolvente; si tratta di capire se fa parte dei peccatori incalliti e chiusi alla Grazia o dei mediocri. Dalla sua preghiera intuiamo che faccia parte di questi ultimi, perché chiede al Re ancora un po' di tempo: "Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa". Rosh Ha-Shanah, infatti, inaugurava i "dieci giorni terribili” (yamim noraim) che precedevano Yom Kippur, giorni decisivi, perché rappresentano il tempo che Dio offre al pentimento e alla conversione prima di emettere il giudizio definitivo. E come si realizza la conversione? "Perdonando di cuore" il fratello, perché Dio ha cambiato il "cuore" di pietra in "cuore" di carne! Infatti, "appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari". E qui si rivela il suo "cuore" ammalato, ancora pietrificato. Il tempo di conversione è la possibilità di accogliere e far crescere in sé la misericordia di Dio. E' il tempo in cui sperimentare che davvero Dio ha perdonato la propria mediocrità accogliendola nelle sue viscere capaci di rigenerarla in santità. Ma, entrando nei "dieci giorni terribili", il "servo" dimostra che non aveva accolto il perdono del Re. Non aveva confidato in Lui, non ricordava che prima ancora della creazione dell'uomo e del suo peccato, Dio aveva creato la misericordia e la possibilità di pentirsi. In fondo non conosceva il suo re, probabilmente perché qualcuno, un suo "nemico" invidioso e geloso, gli aveva parlato male di lui; e poi si sa, tra sudditi, l'immagine del re quasi mai è buona... Per questo non ha avuto l'audacia per chiedere l'impossibile che è possibile solo a Dio, e, infilandosi in una strada senza uscita, aggiunge egli stesso una condizione impossibile da rispettare: "ti restituirò ogni cosa". Il re, sapendo che quel servo non ce l'avrebbe potuta fare, si "impietosisce", spontaneamente, e "lo lascia andare condonandogli il debito". Letteralmente, lo "scioglie" dal suo debito, lo libera completamente per entrare da riscattato nei "dieci giorni terribili". Ci si aspetterebbe stupore, gioia, gratitudine, e invece nulla, quel servo non appare certo un "graziato". Infatti, "essendo uscito" dal carcere, ormai libero, si comporta come se fosse ancora un condannato "legato" al suo debito. E' impressionante, il servo sembra di marmo! Mette i brividi l'assoluta mancanza di compassione; neanche un briciolo di quella che aveva appena sperimentato nel suo "Signore". Niente, era stato graziato ma sembra che non fosse accaduto a lui. Era passato dalla morte alla vita eppure si comportava come uno ancora chiuso nel sepolcro... Perché? Perché era ancora "legato" all'immagine distorta del re che gli impediva di "conoscere", ovvero sperimentare davvero chi egli fosse, come accade al servo di un'altra parabola che nasconde il talento sottoterra, definito "malvagio" come lui. Aveva sì sperimentato la "pietà" del Re, ma il pensiero malvagio continuava a "legarlo" al debito che aveva contratto. Nonostante fosse stato "sciolto" nel suo cuore era ancora "legato" al suo passato... Nascondendogli la misericordia ottenuta, infatti, il demonio continuava a tenerlo al guinzaglio: non è possibile che ti abbia condonato tutto; lo hai mai visto fare da qualcuno? Se neanche tuo padre, neppure tua madre.... Si ti hanno perdonato, ma mai senza condizioni. Un debito condonato non esiste, ci deve essere un inganno sotto, attento... Copriti le spalle, è una trappola, di sicuro il re piomberà a casa tua esigendoti qualcosa... Vedrai come, appena trovi un altro lavoro e cominci a guadagnare, il re ti troverà e si prenderà tutto, e poi ti venderà... E così il servo, "afferrato e soffocato" da quell'immagine distorta e dal pensiero di dover ancora restituire, comincia ad "afferrare e soffocare un servo come lui". Qui è il punto: colui che, una volta "uscito", ha "trovato" è la sua stessa immagine, proprio come se si fosse guardato in uno specchio. E' "come lui", e per questo, intimandogli "paga quel che devi!", non fa che ripetere quello che diceva a se stesso. Dalla prigione era "uscito" solo il suo corpo, il cuore e la mente erano rimasti dentro, incatenati nella menzogna e nella paura di morire. Il demonio si era messo di traverso tra lui e Dio, e stoltamente gli aveva dato ascolto, chiudendo gli occhi sulla misericordia di Dio. Da "mediocre", invece di diventare "santo" il giorno di Kippur, quello del giudizio finale che avrebbe "coperto" ogni sua colpa, precipita tra i peccatori senza più speranza tra le mani degli "aguzzini".




Fratelli, il servo è l'immagine di quanti, pur nella Chiesa, non hanno ancora sperimentato il perdono di Dio; "sciolti" realmente attraverso i sacramenti, restano "legati" al loro passato perché non hanno smesso di ascoltare il demonio che continua ad ingannarli mirando alla loro disperazione. Come spesso accade a noi, perché il nostro ego gonfiato dalla superbia non smette di illudersi; anche quando "cadiamo" il demonio ci ripete che siamo come Dio, e per questo potremo rialzarci... Sono state solo le circostanze esterne a noi a farci cadere. Ma contemporaneamente restiamo "legati" a un'immagine moralistica di Dio, quella delle autorità che abbiamo conosciuto, dei genitori o dei professori, dei superiori, dei fratelli maggiori. E così siamo spinti da una parte dall'inganno moralistico di dovercela fare con i nostri sforzi, dall'altra dall'illusione di essere come "il re" e quindi di riuscire a restituire "tutto", cioè la Grazia che abbiamo perduto, la "vita" divina che non abbiamo difeso dal peccato! Che stolti siamo. Non ci basta essere "caduti" per capire che non siamo come Dio. Per impedirci di credere all'annuncio della Chiesa, aprirci alla Grazia e sperimentare un perdono immeritato, il demonio punge il nostro orgoglio e ci ruba l'amore di Dio. No, non può amarmi così, sino alla fine dei miei peccati; non può amarmi anche se commetto "settanta volte sette" lo stesso peccato. Nessuno lo ha fatto, forse qualcuno può arrivare a stento a "sette volte", quello che Pietro pensava fosse il massimo possibile... Da buon ebreo, gli sarà venuta in mente la Torah, nella quale Dio stabiliva che chiunque avesse ucciso Caino avrebbe subito la vendetta sette volte; camminando con Gesù, ascoltando la sua Parola, vedendo i suoi gesti pieni di misericordia e compassione, ha intuito che il Maestro avrebbe rovesciato la vendetta in perdono. Ma non poteva immaginare che Gesù avrebbe dilatato all'infinito quella misericordia: dicendo che bisogna "perdonare" chi ci ha fatto del male "non solo sette, ma settanta volte sette", Gesù va oltre Caino e arriva a uno dei suoi discendenti, Lamek, che si vantava di aver ucciso un uomo per una sola scalfittura e diceva: “Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamek settantasette”. Un parossismo vendicativo senza limiti, che Gesù capovolge in un perdono senza misura. Pietro non poteva prevedere che dicendo "settanta volte sette", Gesù stava annunciando il suo perdono; il flagello avrebbe straziato la sua carne, ad ogni sferzata miliardi e miliardi di peccati si sarebbero abbattuti su di Lui, perché, piantati sin dentro il suo intimo, li potesse portare sulla Croce e inchiodarceli, per frantumarli nel suo amore infinito. Sappiamo che per gli ebrei i numeri sono molto importanti; una parola che ha il valore numerico di quattrocentonovanta è "tanim", che significa "perfetto", "completo". La parabola di oggi allora, rispondendo alla questione posta da Pietro ma che tutti abbiamo dentro, non ci impone nulla; ci invita semplicemente ad entrare nel "mistero di Dio". Il "peccato" che "qualcuno" compie "contro di noi" è lo stesso che tu ed io abbiamo commesso e continuiamo a commettere; è questo il cuore della parabola: non si tratta di misurare i confini della pazienza e del perdono; non esistono manuali dell'esperto perdonatore cristiano. Esiste l'amore di Dio, da accogliere stupiti e semplici. Allora avremo uno sguardo diverso su noi stessi e sugli altri, e non ci servirà nessuna regola da seguire di fronte ai peccati dei fratelli, perché si tratta solo di amare nell'amore con cui siamo amati e che "precede il nostro agire". Allora sapremo vivere ogni giorno come un "giorno terribile" nel quale convertirci e lasciare che il perdono che ci ha raggiunti si dilati verso il fratello che pecca contro di noi. Sì, ogni giorno ci svegliamo siamo "mediocri", ma ogni giorno possiamo essere trasformati in santi perché Cristo "copre" e cancella ogni nostro peccato. Allora, alziamoci la mattina come fosse "Rosh Ha Shanah", l'alba che inaugura per noi il giudizio. Sì, cadremo ogni giorno, ma Cristo ha dato la vita per noi, e possiamo chiedere a Dio di avere misericordia di noi in quel giorno, e di aiutarci a diffonderla con la nostra vita, per giungere a sera come a "Yom Kippur", e addormentarci nella pace del Regno di Dio. E ciò si compie nella Chiesa, perché in essa i fratelli si "perdonano di cuore" perché sanno di essere tutti debitori dello stesso Padre, ma stanno sperimentando che Cristo "ha pagato per noi all'eterno Padre il debito di Adamo, e con il sangue sparso per la nostra salvezza ha cancellato la condanna della colpa antica" (Exultet di Pasqua). Per questo possono testimoniare al mondo la Buona Notizia del perdono dei peccati, annunciando che: "ecco, la mia infermità si è cambiata in salute! Tu hai preservato la mia vita dalla fossa delle distruzione, perché ti sei gettato dietro le spalle tutti i miei peccati" (Is 38,17). 


 APPROFONDIMENTI



Commissione teologica internazionale. Alcune questioni sulla Teologia della Redenzione







Giovedì della XIX settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

O Signore, desidero trasformarmi tutta nella Tua Misericordia ed essere il riflesso vivo di Te. 
Che il più grande attributo di Dio, cioè la Sua incommensurabile Misericordia, 
giunga al mio prossimo attraverso il mio cuore e la mia anima.
Aiutami, o Signore, a far sì che i miei occhi siano misericordiosi, 

in modo che io non nutra mai sospetti 
e non giudichi sulla base di apparenze esteriori, 
ma sappia scorgere ciò che c’è di bello nell’anima del mio prossimo e gli sia di aiuto.
Aiutami, o Signore, a far sì che il mio udito sia misericordioso, 

che mi chini sulle necessità del mio prossimo, 
che le mie orecchie non siano indifferenti ai dolori e ai gemiti del mio prossimo.
Aiutami o Signore, a far sì che la mia lingua sia misericordiosa 
e non parli mai sfavorevolmente del prossimo, 
ma abbia per ognuno una parola di conforto e di perdono.
Aiutami, o Signore, a far sì che le mie mani siano misericordiose e piene di buone azioni, 

in modo che io sappia fare unicamente del bene al prossimo 
e prenda su di me i lavori più pesanti e più penosi.
Aiutami, o Signore, a far sì che i miei piedi siano misericordiosi, 
in modo che io accorra sempre in aiuto del prossimo, 
vincendo la mia indolenza e la mia stanchezza.
Aiutami, o Signore, a far sì che il mio cuore sia misericordioso, 

in modo che partecipi a tutte le sofferenze del prossimo. 
Alberghi in me la Tua Misericordia, o mio Signore.

Santa Faustina Kowalska









L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Matteo 18,21-35.19,1
Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». 
E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette. 
A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. 
Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. 
Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. 
Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. 
Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. 
Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! 
Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. 
Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. 
Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. 
Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. 
Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? 
E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. 
Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello». 
Terminati questi discorsi, Gesù partì dalla Galilea e andò nel territorio della Giudea, al di là del Giordano. 




IL PERDONO TRASFORMA IL CUORE NELLA LIBERTA' DI AMARE

Con la parabola di oggi Gesù vuole illuminare Pietro e quindi la Chiesa sul "perdono d cuore", quello autentico, l"accordarsi" tra due fratelli di cui aveva parlato poco prima. Esso è una Grazia, la più grande che potremmo ricevere da Dio. E' l'unica esperienza che cambia radicalmente la vita, simile a quella di un condannato a morte che, nel momento in cui si sta eseguendo la sentenza, riceve appunto "la grazia" e vede aprirsi le porte della cella: la sua pena è stata cancellata, è libero e vivo. Per il "servo" della parabola, il dover rifondere diecimila talenti era proprio come una condanna capitale; si trattava, infatti, di una somma esorbitante, se si pensa che un talento era pari a seimila denari e che uno stipendio medio era di trenta denari: per radunare tale cifra un lavoratore dipendente avrebbe dovuto lavorare centosessantaquattromila anni! Per questo "il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito". Per salvarsi, quel servo poteva sperare solo in un atto di clemenza del re. Infatti, "essendo caduto" recita l'originale greco, il servo comincia a "supplicare" il re, ma solo "di avere pazienza con lui perché gli avrebbe restituito ogni cosa" e non di "avere pietà e condonargli il debito", che sarebbe stata la sua unica possibilità di salvezza. Il "servo", infatti, era stato "venduto", ormai solo un atto di clemenza del re avrebbe potuto salvarlo, perché il debito con Dio è inestinguibile, se non a prezzo della vita, come la stessa Legge prescriveva. E non solo con la propria, ma anche con quella della moglie e dei figli, come appare nel vangelo. Il peccato che rompe con Dio, infatti, distrugge "tutto", la famiglia, il futuro dei figli, si sparge come un'epidemia, rende schiavi e uccide. Allora, perché il servo si infila in una promessa che non sarebbe stato in grado di mantenere? Per capire bisogna guardare al contesto ebraico della parabola. Già il salmo 38 affermava che "nessuno può riscattare se stesso, o dare a Dio il suo prezzo"; infatti "per quanto si paghi il riscatto di una vita, non potrà mai bastare per vivere senza fine e non vedere la tomba" (Sal 48,8-10). Solo Dio può offrire il "kofer" del riscatto, un termine derivante dal radicale ebraico "kpr" che significa "coprire - espiare", presente nel termine "kippur", la festa dell'espiazione e del "perdono", che potrebbe essere il contesto di questa parabola. Essa infatti risponde alla domanda di Pietro sul "perdono" al fratello, originata dalle parole di Gesù circa l'atteggiamento da avere nel caso di un fratello che abbia peccato contro un altro fratello. Yom Kippur si celebrava dieci giorni dopo Rosh Ha-Shanah, il capodanno civile ebraico. Esso si chiamava anche Yom Ha-Din, “giorno del giudizio”.   I giorni di festa erano giorni di giudizio. Secondo la Mishnà, nel giudizio ”Dio passa in rassegna il suo gregge", come facevano i pastori che “esaminavano”, le pecore.  I rabbini dicevano che durante il primo giorno dell’anno sono chiamati tutti gli uomini per passare dinanzi al Trono di Dio; seduto sul suo trono Dio giudica il suo popolo, come un generale passa in rassegna l’esercito, o come un pastore le sue pecore. Ogni uomo è registrato in uno dei tre libri che sono davanti al re: quello dei peccatori ostinati per i quali non c'è speranza, quello dei santi, e quello dei mediocri, per i quali ancora c'è speranza. Ed è esattamente quello che accade nella parabola, nella quale il regno dei cieli è paragonato "a un re che volle fare i conti con i suoi servi". Gli "viene presentato uno che è debitore di una cifra che non ha". Attenzione che questo è importantissimo, perché con questa scena inizia il giudizio. Il servo passa davanti al trono del Re, e risulta insolvente; si tratta di capire se fa parte dei peccatori incalliti e chiusi alla Grazia o dei mediocri. Dalla sua preghiera intuiamo che faccia parte di questi ultimi, perché chiede al Re ancora un po' di tempo: "Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa". Rosh Ha-Shanah, infatti, inaugurava i "dieci giorni terribili” (yamim noraim) che precedevano Yom Kippur, giorni decisivi, perché rappresentano il tempo che Dio offre al pentimento e alla conversione prima di emettere il giudizio definitivo. E come si realizza la conversione? "Perdonando di cuore" il fratello, perché Dio ha cambiato il "cuore" di pietra in "cuore" di carne! Infatti, "appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari". E qui si rivela il suo "cuore" ammalato, ancora pietrificato. Il tempo di conversione è la possibilità di accogliere e far crescere in sé la misericordia di Dio. E' il tempo in cui sperimentare che davvero Dio ha perdonato la propria mediocrità accogliendola nelle sue viscere capaci di rigenerarla in santità. Ma, entrando nei "dieci giorni terribili", il "servo" dimostra che non aveva accolto il perdono del Re. Non aveva confidato in Lui, non ricordava che prima ancora della creazione dell'uomo e del suo peccato, Dio aveva creato la misericordia e la possibilità di pentirsi. In fondo non conosceva il suo re, probabilmente perché qualcuno, un suo "nemico" invidioso e geloso, gli aveva parlato male di lui; e poi si sa, tra sudditi, l'immagine del re quasi mai è buona... Per questo non ha avuto l'audacia per chiedere l'impossibile che è possibile solo a Dio, e, infilandosi in una strada senza uscita, aggiunge egli stesso una condizione impossibile da rispettare: "ti restituirò ogni cosa". Il re, sapendo che quel servo non ce l'avrebbe potuta fare, si "impietosisce", spontaneamente, e "lo lascia andare condonandogli il debito". Letteralmente, lo "scioglie" dal suo debito, lo libera completamente per entrare da riscattato nei "dieci giorni terribili". Ci si aspetterebbe stupore, gioia, gratitudine, e invece nulla, quel servo non appare certo un "graziato". Infatti, "essendo uscito" dal carcere, ormai libero, si comporta come se fosse ancora un condannato "legato" al suo debito. E' impressionante, il servo sembra di marmo! Mette i brividi l'assoluta mancanza di compassione; neanche un briciolo di quella che aveva appena sperimentato nel suo "Signore". Niente, era stato graziato ma sembra che non fosse accaduto a lui. Era passato dalla morte alla vita eppure si comportava come uno ancora chiuso nel sepolcro... Perché? Perché era ancora "legato" all'immagine distorta del re che gli impediva di "conoscere", ovvero sperimentare davvero chi egli fosse, come accade al servo di un'altra parabola che nasconde il talento sottoterra, definito "malvagio" come lui. Aveva sì sperimentato la "pietà" del Re, ma il pensiero malvagio continuava a "legarlo" al debito che aveva contratto. Nonostante fosse stato "sciolto" nel suo cuore era ancora "legato" al suo passato... Nascondendogli la misericordia ottenuta, infatti, il demonio continuava a tenerlo al guinzaglio: non è possibile che ti abbia condonato tutto; lo hai mai visto fare da qualcuno? Se neanche tuo padre, neppure tua madre.... Si ti hanno perdonato, ma mai senza condizioni. Un debito condonato non esiste, ci deve essere un inganno sotto, attento... Copriti le spalle, è una trappola, di sicuro il re piomberà a casa tua esigendoti qualcosa... Vedrai come, appena trovi un altro lavoro e cominci a guadagnare, il re ti troverà e si prenderà tutto, e poi ti venderà... E così il servo, "afferrato e soffocato" da quell'immagine distorta e dal pensiero di dover ancora restituire, comincia ad "afferrare e soffocare un servo come lui". Qui è il punto: colui che, una volta "uscito", ha "trovato" è la sua stessa immagine, proprio come se si fosse guardato in uno specchio. E' "come lui", e per questo, intimandogli "paga quel che devi!", non fa che ripetere quello che diceva a se stesso. Dalla prigione era "uscito" solo il suo corpo, il cuore e la mente erano rimasti dentro, incatenati nella menzogna e nella paura di morire. Il demonio si era messo di traverso tra lui e Dio, e stoltamente gli aveva dato ascolto, chiudendo gli occhi sulla misericordia di Dio. Da "mediocre", invece di diventare "santo" il giorno di Kippur, quello del giudizio finale che avrebbe "coperto" ogni sua colpa, precipita tra i peccatori senza più speranza tra le mani degli "aguzzini".




Fratelli, il servo è l'immagine di quanti, pur nella Chiesa, non hanno ancora sperimentato il perdono di Dio; "sciolti" realmente attraverso i sacramenti, restano "legati" al loro passato perché non hanno smesso di ascoltare il demonio che continua ad ingannarli mirando alla loro disperazione. Come spesso accade a noi, perché il nostro ego gonfiato dalla superbia non smette di illudersi; anche quando "cadiamo" il demonio ci ripete che siamo come Dio, e per questo potremo rialzarci... Sono state solo le circostanze esterne a noi a farci cadere. Ma contemporaneamente restiamo "legati" a un'immagine moralistica di Dio, quella delle autorità che abbiamo conosciuto, dei genitori o dei professori, dei superiori, dei fratelli maggiori. E così siamo spinti da una parte dall'inganno moralistico di dovercela fare con i nostri sforzi, dall'altra dall'illusione di essere come "il re" e quindi di riuscire a restituire "tutto", cioè la Grazia che abbiamo perduto, la "vita" divina che non abbiamo difeso dal peccato! Che stolti siamo. Non ci basta essere "caduti" per capire che non siamo come Dio. Per impedirci di credere all'annuncio della Chiesa, aprirci alla Grazia e sperimentare un perdono immeritato, il demonio punge il nostro orgoglio e ci ruba l'amore di Dio. No, non può amarmi così, sino alla fine dei miei peccati; non può amarmi anche se commetto "settanta volte sette" lo stesso peccato. Nessuno lo ha fatto, forse qualcuno può arrivare a stento a "sette volte", quello che Pietro pensava fosse il massimo possibile... Da buon ebreo, gli sarà venuta in mente la Torah, nella quale Dio stabiliva che chiunque avesse ucciso Caino avrebbe subito la vendetta sette volte; camminando con Gesù, ascoltando la sua Parola, vedendo i suoi gesti pieni di misericordia e compassione, ha intuito che il Maestro avrebbe rovesciato la vendetta in perdono. Ma non poteva immaginare che Gesù avrebbe dilatato all'infinito quella misericordia: dicendo che bisogna "perdonare" chi ci ha fatto del male "non solo sette, ma settanta volte sette", Gesù va oltre Caino e arriva a uno dei suoi discendenti, Lamek, che si vantava di aver ucciso un uomo per una sola scalfittura e diceva: “Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamek settantasette”. Un parossismo vendicativo senza limiti, che Gesù capovolge in un perdono senza misura. Pietro non poteva prevedere che dicendo "settanta volte sette", Gesù stava annunciando il suo perdono; il flagello avrebbe straziato la sua carne, ad ogni sferzata miliardi e miliardi di peccati si sarebbero abbattuti su di Lui, perché, piantati sin dentro il suo intimo, li potesse portare sulla Croce e inchiodarceli, per frantumarli nel suo amore infinito. Sappiamo che per gli ebrei i numeri sono molto importanti; una parola che ha il valore numerico di quattrocentonovanta è "tanim", che significa "perfetto", "completo". La parabola di oggi allora, rispondendo alla questione posta da Pietro ma che tutti abbiamo dentro, non ci impone nulla; ci invita semplicemente ad entrare nel "mistero di Dio". Il "peccato" che "qualcuno" compie "contro di noi" è lo stesso che tu ed io abbiamo commesso e continuiamo a commettere; è questo il cuore della parabola: non si tratta di misurare i confini della pazienza e del perdono; non esistono manuali dell'esperto perdonatore cristiano. Esiste l'amore di Dio, da accogliere stupiti e semplici. Allora avremo uno sguardo diverso su noi stessi e sugli altri, e non ci servirà nessuna regola da seguire di fronte ai peccati dei fratelli, perché si tratta solo di amare nell'amore con cui siamo amati e che "precede il nostro agire". Allora sapremo vivere ogni giorno come un "giorno terribile" nel quale convertirci e lasciare che il perdono che ci ha raggiunti si dilati verso il fratello che pecca contro di noi. Sì, ogni giorno ci svegliamo siamo "mediocri", ma ogni giorno possiamo essere trasformati in santi perché Cristo "copre" e cancella ogni nostro peccato. Allora, alziamoci la mattina come fosse "Rosh Ha Shanah", l'alba che inaugura per noi il giudizio. Sì, cadremo ogni giorno, ma Cristo ha dato la vita per noi, e possiamo chiedere a Dio di avere misericordia di noi in quel giorno, e di aiutarci a diffonderla con la nostra vita, per giungere a sera come a "Yom Kippur", e addormentarci nella pace del Regno di Dio. E ciò si compie nella Chiesa, perché in essa i fratelli si "perdonano di cuore" perché sanno di essere tutti debitori dello stesso Padre, ma stanno sperimentando che Cristo "ha pagato per noi all'eterno Padre il debito di Adamo, e con il sangue sparso per la nostra salvezza ha cancellato la condanna della colpa antica" (Exultet di Pasqua). Per questo possono testimoniare al mondo la Buona Notizia del perdono dei peccati, annunciando che: "ecco, la mia infermità si è cambiata in salute! Tu hai preservato la mia vita dalla fossa delle distruzione, perché ti sei gettato dietro le spalle tutti i miei peccati" (Is 38,17). 


 APPROFONDIMENTI



Commissione teologica internazionale. Alcune questioni sulla Teologia della Redenzione







Mercoledì della XIX settimana del Tempo Ordinario


La "sinfonia" della comunione
















αποφθεγμα Apoftegma


E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore 
ed ami me suo servo e tuo, 
se ti comporterai in questa maniera, e cioè: 
che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, 
che, dopo aver visto i tuoi occhi, 
non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede;
e se non chiedesse perdono, 
chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. 
E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, 
amalo più di me per questo: 
che tu possa attrarlo al Signore
ed abbi sempre misericordia per tali fratelli.

San Francesco, Lettera a un ministro

    


La comunione è uno tra i beni più preziosi donati dallo Sposo alla Sposa; rivelando l'amore e l'unità tra i "fratelli", essa è il segno che Dio offre al mondo perché "creda". Il termine greco "koinonia" traduce l'ebraico "khaburah"; entrambi indicavano, in origine, una cooperativa, una società, come quella dei pescatori Pietro, Giacomo e Giovanni. Ma khaburah indicava anche la comunità di almeno dieci persone riunita per celebrare la Pasqua. Quindi anche gli apostoli riuniti con Gesù nel Cenacolo formavano una khaburah: nella comunione umana, la partecipazione al Mistero Pasquale del Signore gettava le fondamenta della comunione celeste! Dio che s'era fatto carne, provocando scandalo e rifiuto, diveniva tanto prossimo all'uomo da farsi pane da mangiare e sangue da bere, fondando così la comunione tra gli uomini nella comunione con Gesù; in virtù del suo Mistero Pasquale, il Figlio di Dio "comunica" se stesso ai suoi apostoli che, uniti a Lui, divengono così figli del suo stesso Padre. Cristo, infatti, si è “legato a noi in terra” nella Chiesa attraverso la Parola e i sacramenti, per “legarci anche in cielo" al Padre. “Sciogliendoci in terra” dal potere del demonio e dai lacci del peccato, infatti, ci “ha sciolto anche in cielo" dalla condanna che meritavamo, ha rotto ogni barriera tra noi e Dio e così ci ha “legato” in terra ai fratelli nel suo amore. Per questo, Cristo freme di compassione in ogni cristiano nel vedere un “fratello” che si sta separando consegnandosi di nuovo all’inganno del demonio. Ogni passo che Gesù oggi indica alla Chiesa per "guadagnare il fratello" è quindi l'attualizzazione nella storia e l'annuncio salvifico di quello che ha fatto Lui per ogni suo “fratello” perduto: fattosi peccato, è stato accusato nell'assemblea e alla fine è stato gettato fuori, a morire crocifisso, "come un pagano e un pubblicano", per scendere nella tomba di ogni fratello che si è separato e, risorgendo con lui, "scioglierlo" dalla morte per "legarlo" di nuovo al Padre. Ma tu, hai a cuore il destino del fratello?  O meglio, quello che ti è accanto è davvero “tuo fratello” al punto che se si è perduto a causa di un peccato - un tradimento del coniuge, un rancore incancrenito - senti che hai perduto una parte di te? O forse lo stai giudicando, e lo hai già perduto perché lo hai rifiutato nel tuo cuore? Se è così, allora le parole di Gesù sono innanzi tutto una chiamata a conversione per te, perché ti umili profondamente, chiedi perdono a Dio, ti confessi e fai penitenza, per "guadagnare" il fratello nel tuo cuore. Così forse ti renderai conto che, prima di andare a correggerlo, dovrai incamminarti per inginocchiarti dinanzi a lui e chiedergli perdono. Sino a che l'altro non è tuo fratello non potrai correggere nessuno... Può darsi, infatti, che quello che abbiamo visto nel fratello sia solo apparenza. "Se qualcuno ha peccato": è importante quel “se”... Spesso noi lo omettiamo, in preda ai nostri giudizi e pregiudizi. Allora il criterio migliore è mettersi dalla parte del fratello; solo quando avrai esaurito ogni possibile giustificazione del suo operato, allora potrai avvicinarti a lui, non senza esserti prima immedesimato in lui. Avvicinarsi cioè senza dimenticare la trave che è nel tuo occhio: tu sei stato lui, anzi, senza la misericordia di Dio, tu saresti molto peggio di lui. Se non c'è questo atteggiamento, allora è meglio lasciar perdere, perché "correggere" significa "reggere insieme". La correzione è un frutto purissimo dell'amore, forse la sua incarnazione più difficile. Per correggere occorre amare l'altro al punto di desiderare di portare con lui il peso dei suoi peccati. 

Ogni "fratello" di Gesù, infatti, sa che "se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà". Si accorderanno, con il greco originale saranno una "sinfonia"! Note diverse per innalzare al Padre la stessa preghiera... Per questo va a cercare il "fratello" e lo "ammonisce", solo a solo; lo corregge smascherando il suo peccato, per illuminare profeticamente la sua situazione e annunciargli la vittoria di Cristo e il suo amore, e così indurlo ad "accordarsi" con lui per domandare, insieme, il perdono al Padre. Ogni correzione è, infatti, un annuncio del Vangelo. Per questo Gesù dice "se non ti ascolterà": la fede nell'amore e nel perdono viene donata, infatti, attraverso la stoltezza della predicazione. E perché il "fratello" possa ascoltare ed essere "guadagnato" si fa di tutto: si coinvolgono i fratelli più vicini e con cui egli è più in confidenza, i pastori e i catechisti, che sono i "testimoni" dell'opera di Dio in lui e della sua misericordia. Se il suo cuore è tanto duro da non ascoltare neanche loro allora si coinvolge l' "assemblea", perché l'amore di tutti sciolga le sue resistenze. Tutto per annunciare al fratello che Cristo, vivo nella comunità, vuole "guadagnarlo" alla felicità, alla libertà, alla vita di figlio di Dio. Tutto per testimoniargli l'amore infinito che i fratelli hanno per lui, che fremono di compassione nel vederlo schiavo della menzogna. Per dirgli che non possono perdere una parte così bella e unica di se stessi... A volte però è necessaria la massima severità, che è il segno della più grande misericordia. La Chiesa sa che Dio ha creato l'uomo libero sino al punto di ostinarsi sino alla fine nel peccato. La Chiesa non è buonista ma realista, e per questo ama i suoi figli nella realtà in cui si trovano. Proprio per amore della libertà, di fronte al rifiuto, non c'è altra soluzione che lasciare che il "fratello" la usi sino in fondo, sino alle sue più dolorose conseguenze. Il peccato rompe la comunione, e, non accogliendo il perdono e perseverando in esso, si torna a vivere come prima dell'incontro con Cristo, come prima del Battesimo: come "un pubblicano e un pagano". Far finta di niente, in una falsa misericordia che scioglie la verità, sarebbe rendere vana la Croce di Cristo; sarebbe anche fare torto alla dignità del "fratello", obbligandolo a vivere come lui non vuole. Alleandosi con il peccato che rompe la comunione egli se ne è chiamato fuori; ogni segno che esprima la comunione sarebbe solo un'ipocrisia che, paradossalmente, gli impedirebbe la conversione e frustrerebbe la missione della Chiesa. Una comunità divisa perché qualche "fratello ha commesso una colpa" e non si è lasciato "guadagnare" al perdono, non può compiere la sua missione nel mondo. Le accade come al Popolo di Israele, quando a causa anche di uno solo che aveva peccato e lo aveva occultato, non poteva resistere ai suoi nemici. "Se qualcuno ha peccato" non si può restare indifferenti, vi è di mezzo la conquista della Terra Promessa, il Cielo da schiudere agli uomini attraverso la Chiesa. Per questo, quando c’è ostinazione nel peccare, solo la verità delle conseguenze amare del peccato può percuotere, alla lunga, il cuore più indurito inducendolo alla conversione; come accadde al figlio prodigo, ormai lontano dalla casa paterna, che proprio lì, nella solitudine affamata, è rientrato in se stesso spinto dalla nostalgia della comunione che aveva sperimentato, la cui pienezza non aveva più gustato peccando. Per questo, “considerare un fratello" come un pagano e un pubblicano” significa “amarlo sino alla fine”, sino a dove non ci sono più parole, ma solo la preghiera e l’offerta di se stessi, ovvero i dolori, le angosce, le malattie, tutto per "guadagnare il fratello" che in quel momento non si vuole far "guadagnare". Sino a prendere i suoi peccati su di noi, perché così Cristo ci ha “guadagnato” mentre lo rifiutavamo ostinatamente... Così anche noi siamo chiamati a non disperare mai, anche quando gli eventi e le persone ci inducono alla severità della verità. Essa è sempre sinonimo dell'amore e della libertà che Dio ha dato a ciascuno, e ne abbiamo esperienza... Così sapremo educare i nostri figli che scelgono di non obbedire, ammonire il coniuge e i fratelli che peccano, nella speranza invincibile che la nostalgia di casa e la memoria struggente della comunione con il Padre e i fratelli, li faccia rientrare in se stessi per tornare, in un cammino di penitenza sincera, all'amore e all'unità.



La musica per Benedetto XVI

Che cos’è in realtà la musica? Da dove viene e a cosa tende? Una sua prima scaturigine è l’esperienza dell’amore. Quando gli uomini furono afferrati dall’amore, si schiuse loro un’altra dimensione dell’essere, una nuova grandezza e ampiezza della realtà. Ed essa spinse anche a esprimersi in modo nuovo. La poesia, il canto e la musica in genere sono nati da questo essere colpiti, da questo schiudersi di una nuova dimensione della vita.






Rimane indelebilmente impresso nella mia memoria come, ad esempio, non appena risuonavano le prime note della Messa dell’incoronazione di Mozart, il cielo quasi si aprisse e si sperimentasse molto profondamente la presenza del Signore. 


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