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Sabato della I settimana di Quaresima



Chi accoglie il Signore nella propria vita 
e lo ama con tutto il cuore è capace di un nuovo inizio. 
Riesce a compiere la volontà di Dio: 
realizzare una nuova forma di esistenza 
animata dall’amore e destinata all’eternità. 
Se siamo veramente consapevoli di questa realtà, 
e la nostra vita ne viene profondamente plasmata, 
allora la nostra testimonianza diventa chiara, 
eloquente ed efficace. 
Un autore medievale ha scritto: 
«Quando l’intero essere dell’uomo si è, per così dire, 
mescolato all’amore di Dio
allora lo splendore della sua anima si riflette anche nell’aspetto esteriore» 
(Giovanni Climaco, Scala Paradisi).

Benedetto XVI, Angelus del 20 febbraio 2012




Mt 5,43-48 


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. 
Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 
Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”.


IL COMMENTO


Perfezionismo? No assolutamente. La perfezione cristiana, la parola che incontriamo nel vangelo di oggi, è piuttosto il "compimento". Perfetto è colui che è compiuto. "Tutto è compiuto". Sulla Croce. Lì il Signore ha potuto pronunciare queste parole. Il Vangelo di Giovanni cristallizza in un'immagine il compimento: Gesù che si china a lavare i piedi ai Suoi discepoli, amati sino alla fine, letteralmente, sino al compimento. La vita offerta quale perdono. E il perdono è un corpo crocifisso. Il Suo corpo benedetto. La perfezione è distesa tra due braccia aperte in un abbraccio misericordioso. La perfezione sgorga da un cuore squarciato per amore. La Sua vita zampillante sui nostri peccati. Amore allo stato purissimo. Raffinato nel crogiuolo della sofferenza. Vino pigiato nel tino della storia. Ai piedi dei nemici, servo dei malvagi, ultimo dietro l'ultimo uomo. In fondo, alle spalle del peggiore della storia, del più sanguinario, del più abietto. Ultimo per rovesciare la fila, dietrofront!, e gli ultimi, i peccatori, siano i primi, dietro il primo che ha vinto la morte e il peccato ed è entrato trionfante nel Paradiso. L'ultimo, il ladrone crocifisso accanto a Gesù, il primo dietro di Lui: "Oggi sarai con me in paradiso". 


Il mondo - e noi nel mondo - condanna e giustizia ogni nemico. Nel mondo si muove guerra al nemico. Sino all'annientamento. Ma Lui ci dice di amarlo il nemico, e la Sua Parola è verità. E' realtà. Già qui ed ora si compie in noi, nemici di Dio intenti, ogni giorno, ad ammazzare i nemici, smarrendo per via pazienza, perdono e amore. Noi, obesi di malvagità, amati e riamati infinitamente. La nostra vita perduta, riscattata e compiuta nel Suo perdono. Le Sue braccia aperte sono anche oggi il nostro rifugio, la nostra perfezione. Siamo dunque perfetti, compiuti solo nascosti tra le Sue ferite d'amore. "È lì che questa verità può essere contemplata. E partendo da lì deve ora definirsi che cosa sia l'amore. A partire da questo sguardo il cristiano trova la strada del suo vivere e del suo amare" (Benedetto XVI, Deus caritas est n.12). Trafitti dalla Sua misericordia diventiamo noi stessi le Sue ferite aperte sul mondo, segno di salvezza, vita e perdono per ogni uomo. Le nostre piaghe quotidiane unite alle Sue piaghe sono la perfezione che salva il mondo. Disprezzati, rifiutati, insultati, derisi, licenziati, trattati ingiustamente sul lavoro, e poi da mogli e mariti, suocere, figli, nipoti, nuore e generi. Lì, inchiodati alla nostra croce siamo perfetti. Laddove nessuno saluta, laddove si cela il sole e si trafuga la pioggia, laddove il mondo cancella gli ingiusti, i figli del Padre celeste offrono la vita, gratuitamente, senza sperare nulla. Laddove il mondo odia, i discepoli dell'Amore amano. La nostra vita è così compiuta sulla Croce, Crocifissi con Lui. "Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono. Certo, l'uomo può — come ci dice il Signore — diventare sorgente dalla quale sgorgano fiumi di acqua viva (cfr Gv 7, 37-38). Ma per divenire una tale sorgente, egli stesso deve bere, sempre di nuovo, a quella prima, originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l'amore di Dio (cfr Gv 19, 34)" (Benedetto XVI, Deus caritas est n.7). E' Lui vivo in noi ad amare ogni uomo, scende in noi all'ultimo posto, servo di questa generazione per aprire il Cielo ad ogni nemico, nel Suo sangue trasformato in amico. Di più, ogni nemico è fratello agli occhi di Cristo. Come lo siamo stati noi, appena un secondo fa... O Ieri. O lo saremo domani. 


"Allora imparo a guardare quest'altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico. Al di là dell'apparenza esteriore dell'altro scorgo la sua interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione... Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all'altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno" (Benedetto XVI, Deus caritas est n.18). Gli occhi di Dio, che ama tutti donando a tutti il necessario, senza distizione alcuna, sono gli occhi di Gesù posati su questa umanità attraverso i nostri stessi occhi. Lo sguardo d'amore che ha folgorato Matteo, che tutti ci ha coinvolto in un cammino di conversione e di gioia. La quaresima ne è un paradigma, il segno dell'opera di Dio in ciascuno di noi: l'amore che polverizza il vecchio cuore di pietra per donarci un cuore di carne. Il cuore di Cristo. La nostra vita è così trasformata nella Pasqua dei nemici divenuti fratelli. Di Cristo, Suoi coeredi, figli dello stesso Padre, figli della misericordia.




Benedetto XVI. Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro. 
Angelus del 20 febbraio 2011




Cari fratelli e sorelle!


In questa settima domenica del Tempo Ordinario, le letture bibliche ci parlano della volontà di Dio di rendere partecipi gli uomini della sua vita: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» - si legge nel Libro del Levitico (19,1). Con queste parole, e i precetti che ne conseguono, il Signore invitava il popolo che si era scelto ad essere fedele all’alleanza con Lui camminando sulle sue vie e fondava la legislazione sociale sul comandamento «amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv 19,18). Se ascoltiamo, poi, Gesù, nel quale Dio ha assunto un corpo mortale per farsi prossimo di ogni uomo e rivelare il suo amore infinito per noi, ritroviamo quella stessa chiamata, quello stesso audace obiettivo. Dice, infatti, il Signore: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Ma chi potrebbe diventare perfetto? La nostra perfezione è vivere con umiltà come figli di Dio compiendo concretamente la sua volontà. San Cipriano scriveva che «alla paternità di Dio deve corrispondere un comportamento da figli di Dio, perché Dio sia glorificato e lodato dalla buona condotta dell’uomo» (De zelo et livore, 15: CCL 3a, 83).
In che modo possiamo imitare Gesù? Gesù stesso dice: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,44-45). Chi accoglie il Signore nella propria vita e lo ama con tutto il cuore è capace di un nuovo inizio. Riesce a compiere la volontà di Dio: realizzare una nuova forma di esistenza animata dall’amore e destinata all’eternità. L’apostolo Paolo aggiunge: «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (1 Cor 3,16). Se siamo veramente consapevoli di questa realtà, e la nostra vita ne viene profondamente plasmata, allora la nostra testimonianza diventa chiara, eloquente ed efficace. Un autore medievale ha scritto: «Quando l’intero essere dell’uomo si è, per così dire, mescolato all’amore di Dio, allora lo splendore della sua anima si riflette anche nell’aspetto esteriore» (GIOVANNI CLIMACO, Scala Paradisi, XXX: PG 88, 1157 B), nella totalità della vita. «Grande cosa è l’amore – leggiamo nel libro dell’Imitazione di Cristo –, un bene che rende leggera ogni cosa pesante e sopporta tranquillamente ogni cosa difficile. L’amore aspira a salire in alto, senza essere trattenuto da alcunché di terreno. Nasce da Dio e soltanto in Dio può trovare riposo» (III, V, 3).
Cari amici, dopodomani, 22 febbraio, celebreremo la festa della Cattedra di San Pietro. A lui, primo degli Apostoli, Cristo ha affidato il compito di Maestro e di Pastore per la guida spirituale del Popolo di Dio, affinché esso possa innalzarsi fino al Cielo. Esorto, pertanto, tutti i Pastori ad «assimilare quel "nuovo stile di vita" che è stato inaugurato dal Signore Gesù ed è stato fatto proprio dagli Apostoli» (Lettera Indizione Anno Sacerdotale). Invochiamo la Vergine Maria, Madre di Dio e della Chiesa, affinché ci insegni ad amarci gli uni gli altri e ad accoglierci come fratelli, figli dello stesso Padre celeste.




Venerdì della I settimana di Quaresima. Approfondimenti




Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorso 211, 5-6 ; SC 116, p. 169

« Va' prima a riconciliarti con il tuo fratello »

Fratelli, mi rivolgo a tutti voi perché, trovandoci in questi giorni sacri [della Quaresima], non rimangano in piedi le vostre discordie... Forse state parlando nella vostra mente e vi state dicendo : « Vorrei mettermi d'accordo, ma è lui che mi ha offeso... e tuttavia non vuol chiedermi perdono ». Che cosa dirò a costui ?... Bisogna stabilire tra di voi alcuni pacieri.... Tu devi semplicemente essere pronto a perdonargli, proprio pronto a perdonargli con tutto il cuore. Se sei disposto a perdonare, hai già perdonato.
Ma hai ancora una cosa che puoi fare : pregare ; prega per lui, perché ti chieda perdono ; poiché sai che va a suo danno se non lo chiede, prega per lui affinché lo chieda. Dì al Signore nella tua preghiera : « Signore, sai che non ho fatto niente contro quel mio fratello ... e che il suo peccato nei miei confronti danneggerebbe lui se non mi chiede perdono. Quanto a me ti chiedo di cuore di perdonargli ».
Ecco ciò che dovete fare per essere in pace con i vostri fratelli... affinché tutti possiamo far Pasqua con coscienza tranquilla, possiamo celebrare serenamente la passione di colui che, pur non dovendo niente a nessuno, ha saldato il debito al posto dei debitori ; parlo del Signore Gesù Cristo il quale non ha fatto torto a nessuno eppure, per così dire, il mondo intero si è scagliato contro di lui. E invece di esigere gravi punizioni ha promesso dei premi... Abbiamo lui come testimone nei nostri cuori : se abbiamo mancato contro qualcuno, chiediamogli perdono con cuore sincero ; se un altro ha mancato nei nostri confronti, siamo pronti a concedere perdono e preghiamo per i nostri nemici.

Benedetto XVI. La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo.
Messaggio per la Quaresima 2010

Cari fratelli e sorelle,
Quest’anno vorrei proporvi alcune riflessioni sul vasto tema della giustizia, partendo dall’affermazione paolina: La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22).

Giustizia: “dare cuique suum”

Mi soffermo in primo luogo sul significato del termine “giustizia”, che nel linguaggio comune implica “dare a ciascuno il suo - dare cuique suum”, secondo la nota espressione di Ulpiano, giurista romano del III secolo. In realtà, però, tale classica definizione non precisa in che cosa consista quel “suo” da assicurare a ciascuno. Ciò di cui l’uomo ha più bisogno non può essergli garantito per legge. Per godere di un’esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più intimo che può essergli accordato solo gratuitamente: potremmo dire che l’uomo vive di quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e somiglianza. Sono certamente utili e necessari i beni materiali – del resto Gesù stesso si è preoccupato di guarire i malati, di sfamare le folle che lo seguivano e di certo condanna l’indifferenza che anche oggi costringe centinaia di milioni di essere umani alla morte per mancanza di cibo, di acqua e di medicine -, ma la giustizia “distributiva” non rende all’essere umano tutto il “suo” che gli è dovuto. Come e più del pane, egli ha infatti bisogno di Dio. Nota sant’Agostino: se “la giustizia è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo... non è giustizia dell’uomo quella che sottrae l’uomo al vero Dio” (De civitate Dei, XIX, 21).

Da dove viene l’ingiustizia?

L’evangelista Marco riporta le seguenti parole di Gesù, che si inseriscono nel dibattito di allora circa ciò che è puro e ciò che è impuro: “Non c'è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro... Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male” (Mc 7,14-15.20-21). Al di là della questione immediata relativa al cibo, possiamo scorgere nella reazione dei farisei una tentazione permanente dell’uomo: quella di individuare l’origine del male in una causa esteriore. Molte delle moderne ideologie hanno, a ben vedere, questo presupposto: poiché l’ingiustizia viene “da fuori”, affinché regni la giustizia è sufficiente rimuovere le cause esteriori che ne impediscono l’attuazione. Questo modo di pensare - ammonisce Gesù - è ingenuo e miope. L’ingiustizia, frutto del male, non ha radici esclusivamente esterne; ha origine nel cuore umano, dove si trovano i germi di una misteriosa connivenza col male. Lo riconosce amaramente il Salmista: “Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre” (Sal 51,7). Sì, l’uomo è reso fragile da una spinta profonda, che lo mortifica nella capacità di entrare in comunione con l’altro. Aperto per natura al libero flusso della condivisione, avverte dentro di sé una strana forza di gravità che lo porta a ripiegarsi su se stesso, ad affermarsi sopra e contro gli altri: è l’egoismo, conseguenza della colpa originale. Adamo ed Eva, sedotti dalla menzogna di Satana, afferrando il misterioso frutto contro il comando divino, hanno sostituito alla logica del confidare nell’Amore quella del sospetto e della competizione; alla logica del ricevere, dell’attendere fiducioso dall’Altro, quella ansiosa dell’afferrare e del fare da sé (cfr Gen 3,1-6), sperimentando come risultato un senso di inquietudine e di incertezza. Come può l’uomo liberarsi da questa spinta egoistica e aprirsi all’amore?

Giustizia e Sedaqah

Nel cuore della saggezza di Israele troviamo un legame profondo tra fede nel Dio che “solleva dalla polvere il debole” (Sal 113,7) e giustizia verso il prossimo. La parola stessa con cui in ebraico si indica la virtù della giustizia, sedaqah, ben lo esprime. Sedaqah infatti significa, da una parte, accettazione piena della volontà del Dio di Israele; dall’altra, equità nei confronti del prossimo (cfr Es 20,12-17), in modo speciale del povero, del forestiero, dell’orfano e della vedova (cfr Dt 10,18-19). Ma i due significati sono legati, perché il dare al povero, per l’israelita, non è altro che il contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo. Non a caso il dono delle tavole della Legge a Mosè, sul monte Sinai, avviene dopo il passaggio del Mar Rosso. L’ascolto della Legge, cioè, presuppone la fede nel Dio che per primo ha ‘ascoltato il lamento’ del suo popolo ed è “sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto” (cfr Es 3,8). Dio è attento al grido del misero e in risposta chiede di essere ascoltato: chiede giustizia verso il povero (cfr Sir 4,4-5.8-9), il forestiero (cfr Es 22,20), lo schiavo (cfr Dt 15,12-18). Per entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire da quell’illusione di auto-sufficienza, da quello stato profondo di chiusura, che è l’origine stessa dell’ingiustizia. Occorre, in altre parole, un “esodo” più profondo di quello che Dio ha operato con Mosè, una liberazione del cuore, che la sola parola della Legge è impotente a realizzare. C’è dunque per l’uomo speranza di giustizia?

Cristo, giustizia di Dio

L’annuncio cristiano risponde positivamente alla sete di giustizia dell’uomo, come afferma l’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani: “Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio... per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. E’ lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue” (3,21-25).

Quale è dunque la giustizia di Cristo? E’ anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri. Il fatto che l’“espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé “la maledizione” che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la “benedizione” che spetta a Dio (cfr Gal 3,13-14). Ma ciò solleva subito un’obiezione: quale giustizia vi è là dove il giusto muore per il colpevole e il colpevole riceve in cambio la benedizione che spetta al giusto? Ciascuno non viene così a ricevere il contrario del “suo”? In realtà, qui si dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana. Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante. Di fronte alla giustizia della Croce l’uomo si può ribellare, perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso. Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza - indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia.

Si capisce allora come la fede sia tutt’altro che un fatto naturale, comodo, ovvio: occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare.

Proprio forte di questa esperienza, il cristiano è spinto a contribuire a formare società giuste, dove tutti ricevono il necessario per vivere secondo la propria dignità di uomini e dove la giustizia è vivificata dall’amore.

Cari fratelli e sorelle, la Quaresima culmina nel Triduo Pasquale, nel quale anche quest’anno celebreremo la giustizia divina, che è pienezza di carità, di dono, di salvezza. Che questo tempo penitenziale sia per ogni cristiano tempo di autentica conversione e d’intensa conoscenza del mistero di Cristo, venuto a compiere ogni giustizia. Con tali sentimenti, imparto di cuore a tutti l’Apostolica Benedizione.


Benedetto XVI. L’intercessione di Abramo per Sodoma (Gen 18,16-33)
Catechesi del 18 maggio 2011
Cari fratelli e sorelle,

Il primo testo su cui vogliamo riflettere si trova nel capitolo 18 del Libro della Genesi; si narra che la malvagità degli abitanti di Sodoma e Gomorra era giunta al culmine, tanto da rendere necessario un intervento di Dio per compiere un atto di giustizia e per fermare il male distruggendo quelle città. È qui che si inserisce Abramo con la sua preghiera di intercessione. Dio decide di rivelargli ciò che sta per accadere e gli fa conoscere la gravità del male e le sue terribili conseguenze, perché Abramo è il suo eletto, scelto per diventare un grande popolo e far giungere la benedizione divina a tutto il mondo. La sua è una missione di salvezza, che deve rispondere al peccato che ha invaso la realtà dell’uomo; attraverso di lui il Signore vuole riportare l’umanità alla fede, all’obbedienza, alla giustizia. E ora, questo amico di Dio si apre alla realtà e al bisogno del mondo, prega per coloro che stanno per essere puniti e chiede che siano salvati.

Abramo imposta subito il problema in tutta la sua gravità, e dice al Signore: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?» (vv. 23-25). Con queste parole, con grande coraggio, Abramo mette davanti a Dio la necessità di evitare una giustizia sommaria: se la città è colpevole, è giusto condannare il suo reato e infliggere la pena, ma – afferma il grande Patriarca – sarebbe ingiusto punire in modo indiscriminato tutti gli abitanti. Se nella città ci sono degli innocenti, questi non possono essere trattati come i colpevoli. Dio, che è un giudice giusto, non può agire così, dice Abramo giustamente a Dio.

Se leggiamo, però, più attentamente il testo, ci rendiamo conto che la richiesta di Abramo è ancora più seria e più profonda, perché non si limita a domandare la salvezza per gli innocenti. Abramo chiede il perdono per tutta la città e lo fa appellandosi alla giustizia di Dio; dice, infatti, al Signore: «E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?» (v. 24b). Così facendo, mette in gioco una nuova idea di giustizia: non quella che si limita a punire i colpevoli, come fanno gli uomini, ma una giustizia diversa, divina, che cerca il bene e lo crea attraverso il perdono che trasforma il peccatore, lo converte e lo salva. Con la sua preghiera, dunque, Abramo non invoca una giustizia meramente retributiva, ma un intervento di salvezza che, tenendo conto degli innocenti, liberi dalla colpa anche gli empi, perdonandoli. Il pensiero di Abramo, che sembra quasi paradossale, si potrebbe sintetizzare così: ovviamente non si possono trattare gli innocenti come i colpevoli, questo sarebbe ingiusto, bisogna invece trattare i colpevoli come gli innocenti, mettendo in atto una giustizia “superiore”, offrendo loro una possibilità di salvezza, perché se i malfattori accettano il perdono di Dio e confessano la colpa lasciandosi salvare, non continueranno più a fare il male, diventeranno anch’essi giusti, senza più necessità di essere puniti.

È questa la richiesta di giustizia che Abramo esprime nella sua intercessione, una richiesta che si basa sulla certezza che il Signore è misericordioso. Abramo non chiede a Dio una cosa contraria alla sua essenza, bussa alla porta del cuore di Dio conoscendone la vera volontà. Certo Sodoma è una grande città, cinquanta giusti sembrano poca cosa, ma la giustizia di Dio e il suo perdono non sono forse la manifestazione della forza del bene, anche se sembra più piccolo e più debole del male? La distruzione di Sodoma doveva fermare il male presente nella città, ma Abramo sa che Dio ha altri modi e altri mezzi per mettere argini alla diffusione del male. È il perdono che interrompe la spirale del peccato, e Abramo, nel suo dialogo con Dio, si appella esattamente a questo. E quando il Signore accetta di perdonare la città se vi troverà i cinquanta giusti, la sua preghiera di intercessione comincia a scendere verso gli abissi della misericordia divina. Abramo - come ricordiamo - fa diminuire progressivamente il numero degli innocenti necessari per la salvezza: se non saranno cinquanta, potrebbero bastare quarantacinque, e poi sempre più giù fino a dieci, continuando con la sua supplica, che si fa quasi ardita nell’insistenza: «forse là se ne troveranno quaranta … trenta … venti … dieci» (cfr vv. 29.30.31.32). E più piccolo diventa il numero, più grande si svela e si manifesta la misericordia di Dio, che ascolta con pazienza la preghiera, l’accoglie e ripete ad ogni supplica: «perdonerò, … non distruggerò, … non farò» (cfr vv. 26.28.29.30.31.32).

Così, per l’intercessione di Abramo, Sodoma potrà essere salva, se in essa si troveranno anche solamente dieci innocenti. È questa la potenza della preghiera. Perché attraverso l’intercessione, la preghiera a Dio per la salvezza degli altri, si manifesta e si esprime il desiderio di salvezza che Dio nutre sempre verso l’uomo peccatore. Il male, infatti, non può essere accettato, deve essere segnalato e distrutto attraverso la punizione: la distruzione di Sodoma aveva appunto questa funzione. Ma il Signore non vuole la morte del malvagio, ma che si converta e viva (cfr Ez 18,23; 33,11); il suo desiderio è sempre quello di perdonare, salvare, dare vita, trasformare il male in bene. Ebbene, è proprio questo desiderio divino che, nella preghiera, diventa desiderio dell’uomo e si esprime attraverso le parole dell’intercessione. Con la sua supplica, Abramo sta prestando la propria voce, ma anche il proprio cuore, alla volontà divina: il desiderio di Dio è misericordia, amore e volontà di salvezza, e questo desiderio di Dio ha trovato in Abramo e nella sua preghiera la possibilità di manifestarsi in modo concreto all’interno della storia degli uomini, per essere presente dove c’è bisogno di grazia. Con la voce della sua preghiera, Abramo sta dando voce al desiderio di Dio, che non è quello di distruggere, ma di salvare Sodoma, di dare vita al peccatore convertito.

E’ questo che il Signore vuole, e il suo dialogo con Abramo è una prolungata e inequivocabile manifestazione del suo amore misericordioso. La necessità di trovare uomini giusti all’interno della città diventa sempre meno esigente e alla fine ne basteranno dieci per salvare la totalità della popolazione. Per quale motivo Abramo si fermi a dieci, non è detto nel testo. Forse è un numero che indica un nucleo comunitario minimo (ancora oggi, dieci persone sono il quorum necessario per la preghiera pubblica ebraica). Comunque, si tratta di un numero esiguo, una piccola particella di bene da cui partire per salvare un grande male. Ma neppure dieci giusti si trovavano in Sodoma e Gomorra, e le città vennero distrutte. Una distruzione paradossalmente testimoniata come necessaria proprio dalla preghiera d’intercessione di Abramo. Perché proprio quella preghiera ha rivelato la volontà salvifica di Dio: il Signore era disposto a perdonare, desiderava farlo, ma le città erano chiuse in un male totalizzante e paralizzante, senza neppure pochi innocenti da cui partire per trasformare il male in bene. Perché è proprio questo il cammino della salvezza che anche Abramo chiedeva: essere salvati non vuol dire semplicemente sfuggire alla punizione, ma essere liberati dal male che ci abita. Non è il castigo che deve essere eliminato, ma il peccato, quel rifiuto di Dio e dell’amore che porta già in sé il castigo. Dirà il profeta Geremia al popolo ribelle: «La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Renditi conto e prova quanto è triste e amaro abbandonare il Signore, tuo Dio» (Ger 2,19). È da questa tristezza e amarezza che il Signore vuole salvare l’uomo liberandolo dal peccato. Ma serve dunque una trasformazione dall’interno, un qualche appiglio di bene, un inizio da cui partire per tramutare il male in bene, l’odio in amore, la vendetta in perdono. Per questo i giusti devono essere dentro la città, e Abramo continuamente ripete: «forse là se ne troveranno …». «Là»: è dentro la realtà malata che deve esserci quel germe di bene che può risanare e ridare la vita. E’ una parola rivolta anche a noi: che nelle nostre città si trovi il germe di bene; che facciamo di tutto perché siano non solo dieci i giusti, per far realmente vivere e sopravvivere le nostre città e per salvarci da questa amarezza interiore che è l’assenza di Dio. E nella realtà malata di Sodoma e Gomorra quel germe di bene non si trovava.

Ma la misericordia di Dio nella storia del suo popolo si allarga ulteriormente. Se per salvare Sodoma servivano dieci giusti, il profeta Geremia dirà, a nome dell’Onnipotente, che basta un solo giusto per salvare Gerusalemme: «Percorrete le vie di Gerusalemme, osservate bene e informatevi, cercate nelle sue piazze se c’è un uomo che pratichi il diritto, e cerchi la fedeltà, e io la perdonerò» (5,1). Il numero è sceso ancora, la bontà di Dio si mostra ancora più grande. Eppure questo ancora non basta, la sovrabbondante misericordia di Dio non trova la risposta di bene che cerca, e Gerusalemme cade sotto l’assedio del nemico. Bisognerà che Dio stesso diventi quel giusto. E questo è il mistero dell’Incarnazione: per garantire un giusto Egli stesso si fa uomo. Il giusto ci sarà sempre perché è Lui: bisogna però che Dio stesso diventi quel giusto. L’infinito e sorprendente amore divino sarà pienamente manifestato quando il Figlio di Dio si farà uomo, il Giusto definitivo, il perfetto Innocente, che porterà la salvezza al mondo intero morendo sulla croce, perdonando e intercedendo per coloro che «non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Allora la preghiera di ogni uomo troverà la sua risposta, allora ogni nostra intercessione sarà pienamente esaudita.

Cari fratelli e sorelle, la supplica di Abramo, nostro padre nella fede, ci insegni ad aprire sempre di più il cuore alla misericordia sovrabbondante di Dio, perché nella preghiera quotidiana sappiamo desiderare la salvezza dell’umanità e chiederla con perseveranza e con fiducia al Signore che è grande nell’amore. Grazie.


Giovedì della I settimana di Quaresima



L'uomo che si priva della preghiera 
è simile a colui che si recide con un coltello 
i tendini e i nervi dei propri arti. 
Cade a terra, incapace di fare il minimo movimento. 
Così è l'anima di colui che non prega: atrofizzata, paralizzata.

San Giovanni Crisostomo

 
Mt 7,7-12

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce, darà una serpe?
Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti”.

IL COMMENTO

Chiedere, cercare, bussare. Chi, che cosa, dove, perchè? La vita non è un quiz, si vive solo accompagnati da certezze, non importa se poche, di fatto ne basta una sola. C'è Uno che pensa a me. C'è Uno che si preoccupa di me. C'è Uno che mi ama, sempre, ovunque. Uno che ama facendo di me un altro se stesso. Uno che mi guarda ed è come se si stesse guardando in uno specchio; Uno che mi ascolta ed è come se stesse tendendo l'orecchio alle parole del proprio cuore; Uno che desidera esattamente ciò che desidero io e, misteriosamente, quel desiderio è proprio il suo; Uno che, per amore, si è spogliato di tutto per essere come me, per fare di me ciò che è Lui, al punto che nulla di me Gli è, in questo istante, indifferente; al punto che tutto di me è, in questo momento, suo, peoccupazione sua, desiderio suo, dolore suo, gioia sua. Per amore, e non per filantropia, per legge o per vana passione. Uno che ha posto il centro della sua vita in questa povera cosa che sono io oggi, e domani, e ogni giorno. Uno che in cambio della gioia che gli era posta innanzi ha scelto l'obbrobrio che ha ghermito la mia vita, sino a farlo diventare il suo obbrobrio per trasformarlo in vittoria. "Quale fu la ragione che tu ponessi l'uomo in tanta dignità? Certo l'amore inestimabile con il quale hai guardato in te medesimo la tua creatura e ti sei innamorato di lei; per amore infatti tu l'hai creata, per amore tu le hai dato un essere capace di gustare il tuo Bene eterno". (Santa Caterina da Siena, Il dialogo della Divina provvidenza).

Quest'Uno, quest'Unico che è Dio! E' Dio perchè si è umiliato sino a divenire servo, l'ultimo di tutti gli uomini, perdendone persino le sembianze per me che non so più neanche chi sono, da dove vengo e dove vado, anonimo tra milioni di anonimi. E' Dio perchè si è fatto come la creatura affinchè questa potesse ritornare ad essere se stessa, capace di amare il suo creatore: "La ragione più alta della dignità dell'uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l'uomo è invitato al dialogo con Dio: non esiste, infatti, se non perché, creato per amore da Dio, da lui sempre per amore è conservato, né vive pienamente secondo verità se non lo riconosce liberamente e non si affida al suo Creatore" (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 19). E' Dio perchè tutto quello che vuole che le sue creature facciano a Lui lo ha fatto a loro, infinite volte: si è fatto uomo, è sceso sino al nulla d'amore provocato dal peccato, sino all'impossibilità di fare agli altri quello che si vorrebbe fatto a se stessi. E lì, uomo tra gli uomini, ha colmato la natura umana della Legge e dei Profeti, dell'essenza della sua Parola, l'amore vittorioso su ogni barriera, capace di donasi, di amare esattamente come il cuore di ogni uomo desidera essere amato 

E' infatti impossibile fare agli altri quel che si desidera fosse fatto a noi. E' impossibile perchè nessun "altro" può amarci come speriamo: desideriamo l'amore nel quale siamo stati creati, l'amore di Dio, senza limiti, senza giudizi, senza esigenze, misericordioso, puro, gratuito, libero. Desideriamo l'amore di Cristo, crocifisso e consegnato senza riserve e senza condizioni, l'amore perfetto, sino alla fine. Per questo Dio si è fatto uomo, prossimo a ciascuno, l'unico "altro" capace di fare a noi esattamente quello che desideriamo. Incontrare il Signore oggi, come l'Uomo che ci consegna quell'amore che bramiamo con ogni fibra del nostro essere, accoglierlo per lasciarci trasformare in Lui, è il compimento della parola del Vangelo di oggi, la pienezza della Legge e dei Profeti. Sperimentare quell'unico amore che vogliamo che gli uomini "facciano" a noi ci trasforma in questo stesso amore, apre le porte a Cristo perchè sia Lui a vivere in noi: "Si rivela così possibile l'amore del prossimo nel senso enunciato dalla Bibbia, da Gesù. Esso consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Questo può realizzarsi solo a partire dall'intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest'altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico. Al di là dell'apparenza esteriore dell'altro scorgo la sua interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione... Così non si tratta più di un «comandamento» dall'esterno che ci impone l'impossibile, bensì di un'esperienza dell'amore donata dall'interno, un amore che, per sua natura, deve essere ulteriormente partecipato ad altri. L'amore cresce attraverso l'amore. L'amore è «divino» perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia «tutto in tutti»" (Benedetto XVI, Deus caritas est, 18). In questo amore scoprire e conoscere il desiderio divino di Dio rivelato in Cristo che coincide con il nostro desiderio, ci rende capaci di "fare" agli altri lo stesso amore; vivere in Cristo significa vedere compiuto ogni desiderio nell'unico "Uomo" dal quale recarsi a bussare certi che ci sarà sempre aperto, in cui cercare sicuri di trovare, a cui chiedere nella fiducia che ci sarà dato

Per questo è inutile chiedere, bussare e cerare laddove nessuno potrà mai darci quello che il nostro cuore desidera: è inutile e fonte di grandi sofferenze sperarlo dagli "uomini", dalla moglie, dal marito, dai figli, dai genitori, dagli amici, dal fidanzato, dalla fidanzata, dai superiori, da chi è a contatto con noi. Faremmo la fine di quell'uomo aggredito dai briganti e lasciato mezzo morto mentre scendeva da Gerusalemme a Gerico. Nessuno degli "uomini" da cui ci sarebbe aspettato amore, attenzione e aiuto si è fermato a soccorrerlo, a dargli "quello che avrebbe voluto che facessero per lui". Nessuno tranne uno Straniero, Uno che veniva dal Cielo, e quindi "eretico" per chi fa della carne il suo sostegno, l'unico prossimo capace di "fargli quello di cui aveva bisogno", caricarsi della sua vita per deporla nel seno della misericordia. Per questo Gesù racconta questa parabola al fariseo che lo aveva interrogato su chi fosse il prossimo da amare, concludendo con  parole che fanno eco a quelle del vangelo di oggi: "và e fa anche tu lo stesso". Chi ha conosciuto il Samaritano buono e misericordioso, che ha sperimentato il suo amore farà lo stesso, amerà come ha imparato, sperimentato e conosciuto: "Idem velle atque idem nolle — volere la stessa cosa e rifiutare la stessa cosa, è quanto gli antichi hanno riconosciuto come autentico contenuto dell'amore: il diventare l'uno simile all'altro, che conduce alla comunanza del volere e del pensare. La storia d'amore tra Dio e l'uomo consiste appunto nel fatto che questa comunione di volontà cresce in comunione di pensiero e di sentimento e, così, il nostro volere e la volontà di Dio coincidono sempre di più: la volontà di Dio non è più per me una volontà estranea, che i comandamenti mi impongono dall'esterno, ma è la mia stessa volontà, in base all'esperienza che, di fatto, Dio è più intimo a me di quanto lo sia io stesso. Allora cresce l'abbandono in Dio e Dio diventa la nostra gioia". (Benedetto XVI, Deus caritas est, 17).

Per questo occorre bussare, cercare e chiedere con un cuore di bambino, senza timore, con audacia; ancor più forte quando ci troviamo mezzi morti sul ciglio della vita, come neonati affamati nell'ora della poppata. Un bambino infatti, senza alcun pregiudizio, per pura esperienza, si getta nell'amore del padre e chiede, cerca e bussa, senza stancarsi; lui sa come farsi aprire, usa astutamente ogni stratagemma perchè conosce la "fragilità" amorevole del cuore del padre. E quando un bimbo chiede, un padre, pur essendo "cattivo", cioè "schiavo", "prigioniero" del limite angusto della propria carne, dà prontamente cose buone al figlio. E non scambia pani per pietre o pesci per serpenti, pur essendo simili ad una prima occhiata. Non sbaglia dono, ed è solo un uomo. Certezza d'un bambino. Incrollabile fiducia di chi vede il suo papà grande, e forte, e buono, e con un cuore grandissimo, il migliore di tutti i papà. 

Pregare e vivere ogni istante così, il cristiano è tutto in questa certezza. La roccia d'un amore infinito, infallibile, che conosce il nostro cuore, sa di cosa abbiamo bisogno, e non sbaglia un colpo. Non v'è necessità che Gli sia sconosciuta, è nostro Padre, è nel Cielo, e  vede me in Lui e Lui in me, e vede tutto attraverso suo Figlio fatto una sola carne con me. Nel mio cuore incontra il suo cuore, nella mia anima riconsce il seme d'infinito che Egli stesso vi ha deposto, non può che raccoglierlo e fare secondo il desiderio che in esso è celato. E' Dio, ed è buono, e ci colma di cose buone, quelle che realmente il nostro cuore desidera. Ciò per cui siamo stati creati ed esistiamo, ed esisteremo in eterno. Spine nella carne, difficoltà, solitudini, incomprensioni, tradimenti, precarietà, morte, vita, situazioni irrazionali, in tutto brilla la sua Grazia, il suo amore, e questo basta: è la cosa buona per eccellenza. E' la bontà di Dio per noi. "Apparvero la bontà di Dio... e il suo amore per gli uomini!" (Tt 3,4). Apparvero in Gesù, ed è oggi quello che desideriamo sia fatto a noi: la bontà che ci accoglie. Vivere di questo amore che si manifesta pienamente nella nostra debolezza. Chiedere, bussare, cercare questo amore. Come Gesù nell'Orto degli Ulivi, all'estremo dell'angoscia, accasciato su una certezza: la volontà del Padre è la verità, l'unica salvezza, l'unica strada alla felicità e alla Vita. Chiedere, cercare, bussare, sempre e ovunque la sua volontà in noi. Lo Spirito nel nostro spirito sciogliendo le labbra del cuore nell'unica invocazione, che è uno stringersi senza paura: Papà.

L' AMORE DELL'ETERNA SAPIENZA di S. Luigi Maria Grignion de Montfort

Catechismo della Chiesa Cattolica - Il combattimento della preghiera


San Giovanni Crisostomo (c. 345-407), sacerdote ad Antiochia poi vescovo di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelie sull'incomprensibilità di Dio, n° 5

«Chiunque chiede riceve»

        E' un'arma potente la preghiera, un tesoro indefettibile, una ricchezza inesauribile, un porto al riparo delle tempeste, un serbatoio di pace; la preghiera è radice, fonte e madre di innumerevoli beni... Ma la preghiera di cui parlo non è mediocre, né incurante; è una preghiera ardente, scaturita dalla sofferenza dell'anima e dallo sforzo dello spirito. Ecco la preghiera che sale fino al cielo... Senti ciò che dice l'autore sacro: «Nella mia angoscia ho gridato al Signore ed egli mi ha risposto» (Sal 120,1). Chi prega così nel dolore, gusterà nella sua anima, dopo la preghiera, una grande gioia...
        Per preghiera non intendo quella che affiora solo sulle labbra, ma quella che scaturisce dal profondo del cuore. Come gli alberi dalle radici profonde, anche quando i venti scatenano mille assalti, non vengono schiantati, né divelti, perché sono radicati saldamente ben dentro al terreno, ugualmente le preghiere che emergono dal profondo del cuore, così radicate, si elevano sicure e nessun pensiero di mancanza di certezza o di merito può deviarne il corso. Ecco perché il salmista esclama: «Dal profondo a te grido, o Signore» (Sal 130,1) ...
        Se raccontare agli uomini le tue sventure e descrivere le prove che ti hanno colpito porta qualche sollievo alle tue sofferenze, come se attraverso le parole si sprigionasse una brezza rinfrescante, a maggior ragione se dici al Signore le sofferenze della tua anima troverai consolazione e conforto in abbondanza! Succede spesso che la gente sopporti difficilmente chi viene a gemere o a lamentarsi; lo si respinge e lo si allontana. Dio, invece, non agisce così: ti fa avvicinare, anzi ti attira a sé; e anche se per l'intera giornata gli esponi i tuoi mali, sarà ancor più disposto ad amarti e ad esaudire le tue suppliche. 

Martedì della I settimana di Quaresima



Silenzio e contemplazione.
Nella loquacità del nostro tempo, e di altri tempi,
nell’inflazione delle parole,
rendere presenti le parole essenziali.
Nelle parole rendere presente la Parola,
la Parola che viene da Dio, la Parola che è Dio.

Benedetto XVI




Mt 6, 7-15 


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: 
Padre nostro che sei nei cieli, 
sia santificato il tuo nome; 
venga il tuo regno; 
sia fatta la tua volontà, 
come in cielo così in terra. 
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 
e rimetti a noi i nostri debiti 
come noi li rimettiamo ai nostri debitori, 
e non ci indurre in tentazione, 
ma liberaci dal male. 
Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe». 


IL COMMENTO


Chiacchieriamo e ci piace intrattenerci con le parole. Talk-show e salotti, il piacere della parola. Soprattutto gridata, brandita come un'arma, la regina di questa società travestita come uno show, apparenza pura spacciata per "reality". Mentre la Scrittura ci rivela che il reale nasce sì da una Parola, ma dall'unica autentica, la Parola di Dio. "Sia la luce". E la luce fu. Una Parola che si compie, fatta carne nella pienezza dei tempi. Una Parola, l'unica, che salva smascherando le vuote parole di tutti noi, quelle mai pensate, sempre buttate.


Purtroppo le infiliamo spesso alla rinfusa anche nelle preghiere che sembrano sgorgare da cuori impazziti di orfani senza certezze. Per pregare davvero occorre una certezza. Una sola. Che siamo figli. «Per sperare, bimba mia, bisogna essere molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia» (Charles Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù, in I Misteri). Per sperare e pregare senza dubitare è necessaria l'esperienza di avere un Padre nel Cielo che ci ama infinitamente, e sa tutto di noi. “Niente è più decisivo in una vita delle proprie origini. Per questo il padre rappresenta molto di più di un uomo in carne e ossa che ci ha generati. Ci dà un nome.[...] La nostra individualità, così concreta, è legata al nome che riceviamo da nostro padre, per noi sigillo, segno distintivo. Prima che esseri di ragione o di coscienza, d’istinto o di passione, siamo infatti figli" (Maria Zambrano, Verso un sapere dell’anima).


Alla nostra origine vi è il perdono che ha cancellato il peccato d'origine. Siamo figli della misericordia, e questo è il nome che ci distingue, il nome stesso di Dio sigillato in noi, sorgente inesauribile della nostalgia di Lui. Perchè Dio è Padre soprattutto perdonando. Basta alzare gli occhi del cuore e sussurrare "Papà", il perdono è lì. Come ha sperimentato il figliol prodigo che s'era preparato un bel discorso, parole da dire, parole per spiegare, parole per implorare. E il Padre, già da tempo alla finestra, aspetta suo figlio con il cuore traboccante di compassione, sapendo già ciò di cui il figlio aveva bisogno, il suo perdono gratuito e rigenerante. Il Padre che gli corre incontro, lo accoglie in un abbraccio e gli permette una sola parola: "Padre". L'abbraccio spegne ogni altra parola. Padre, che declina perdono, per ciascun figlio.


"Amare un essere è sperare da esso qualcosa di indefinibile, di imprecisabile, e, nello stesso tempo, è dargli, in certo modo, il modo di rispondere a tale aspettativa" (Gabriel Marcel). Attraverso la preghiera del Padre nostro Gesù ci insegna ad offrire a Dio il modo di rispondere alle nostre aspettative più profonde. Più dell'aria che respiriamo abbiamo bisogno d'amore, di misericordia e di perdono. Nostro Padre attende uno sguardo per donarci quanto ci appartiene per natura, quella nuova conquistataci dal Figlio, l'eredità che spetta ai figli. Sì, la preghiera del Padre Nostro ci svela quale sia l'immensità della nostra elezione, i tesori di Grazia preparati per i figli di Dio. E' per noi la santità del nome di Dio, la vita celeste, divina che si incarna nella nostra vita terrena, povera, fragile: ogni istante ci è dato perchè in esso sia santificato il nome di Dio, perchè ogni aspetto della nostra vita sia strappato alla corruzione e rivestito di incorruttibilità, separato dal mondo pur essendo nel mondo. E' per noi il pane quotidiano imprescindibile per vivere, la croce ricolma dell'amore di Dio, il cibo della fede adulta, la storia trasformata in un altare dove donarsi per la salvezza del mondo; il cibo sconosciuto di cui si è nutrito il Signore, compiere l'opera del Padre suo, consegnarsi per amore senza difendere nulla, nella certezza che al di là della croce vi è il cuore di Dio, l'intimità eterna con Lui. E' nostra eredità il suo Regno che giunge tra noi, il suo potere su ogni demonio, sul peccato, sul regno del male; è per noi la dignità regale,  una nuova forma di pensare, di guardare, di studiare, di fidanzarsi, di sposarsi, di vivere la sessualità, il rapporto con il denaro e i beni di questo mondo, con la salute e la malattia: il Regno di DIo viene ad estendere il suo dominio sul giorno che ci attende oggi, perchè la nostra vita sia un frammento di Cielo, perchè passa la scena di questo mondo. Così è nostra eredità di figli il compiersi della volontà di Dio in noi, che fa della terra il Cielo: la casa, la famiglia, la scuola, il lavoro, l'ospedale, ogni angolo di questo mondo nel quale siamo chiamati a vivere trasfigurato nel compimento dell'originaria volontà del Padre, note di amore che compongono la sinfonia celeste anticipo della contemplazione eterna; è nostra parte di eredità la liberazione dalla tirannia del maligno; è nostra sorte deliziosa il perdono; è nostra proprietà la forza capace di abbattere la tentazione. 


Come i leviti siamo nati per non possedere nulla in questo mondo, per vivere nella precarietà totale che spinge ad alzare lo sguardo e chiedere a nostro Padre la nostra eredità, la vita celeste, l'intimità con Lui, il suo Figlio: è Lui la nostra eredità, la parte che ci è riservata; è Cristo nascosto in ciascuna domanda del Padre Nostro, il Figlio nel quale si compie ogni pensiero del Padre. Quando preghiamo non sprechiamo parole solo quando imploriamo di vivere con Gesù, di essere in Lui, per Lui, con Lui. E' vera e autentica solo la preghiera che bussa al cuore di Dio, di un Padre con le viscere di madre. Abbà, papà era l’invocazione con la quale i piccoli bambini ebrei si rivolgevano al loro padre, come ricorda il Talmud: "quando un bambino gusta il sapore del grano (cioè, quando comincia a farfugliare le prime parole), impara a dire Abbà e imma, (mamma)". Papà, si compia in me il tuo volere, è la preghiera del Figlio nel Giardino dell'angoscia, l'obbedienza fatta amore confidente. Il Padre nostro ci conduce nella stessa obbedienza del Figlio, la consegna di tutto noi stessi alla Verità che ci fa liberi. "Castificantes animas nostras in oboedentia veritatis (1 Pt. 1,22). L'obbedienza alla verità dovrebbe "castificare" la nostra anima, e così guidare alla retta parola e alla retta azione" (Benedetto XVI, omelia nella messa con i membri della Commissione Teologica Internazionale, 6 aprile 2006). Il Padre Nostro è la preghiera che ci fa casti nel cuore, nella mente e nella carne, per vivere rettamente, quali figli di Dio che rimangono sempre nella casa di loro Padre, liberi nel suo amore.





Benedetto XVI: Il Padre Nostro. Da 'Gesù di Nazaret'

Emiliano Jimenez. Il Padre Nostro.




Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità
No Greater Love


La preghiera dei figli di Dio


Per essere feconda, la preghiera deve venire dal cuore e poter toccare il cuore di Dio. Vedi come Gesù ha insegnato a pregare ai suoi discepoli. Ogni volta che diciamo “Padre nostro”, Dio, ne sono sicura, rivolge lo sguardo sulle sue mani, proprio dove ci ha disegnati: “Ti ho designato sulle palme delle mie mani” (Is 49,16). Egli contempla le sue mani, e ci vede, qua, accucciati fra di esse. Che meraviglia, la tenerezza di Dio!


Preghiamo, diciamo il “Padre nostro”. Viviamolo e allora saremo dei santi. Qui c’è tutto: Dio, io, il prossimo. Se io perdono, allora posso essere santo, posso pregare. Tutto viene da un cuore umile; se avremo tale cuore, sapremo come amare Dio, amare noi stessi e amare il nostro prossimo (Mt 22,37s). Non c’è in questo nulla di complicato, eppure noi complichiamo tanto le nostre vite, gravandole di tanti sovrappesi; una sola cosa conta: essere umili e pregare. Quanto più pregherete, tanto meglio pregherete.


Un bambino non incontra nessuna difficoltà ad esprimere la sua intelligenza candida in termini semplici che dicono molto. Gesù non ha forse fatto capire a Nicodemo che occorre diventare come un bambino (Gv 3,3)? Se pregheremo secondo il Vangelo, permetteremo a Cristo di crescere in noi. Prega dunque con amore, come un bambino, con l’ardente desiderio di amare molto e di rendere amato colui che non lo è.




Charles Péguy. Chiedete a un padre....


"Chiedete a un padre se il miglior momento non è quando i suoi figli cominciano ad amarlo come uomini, lui stesso, come un uomo, liberamente, gratuitamente. Chiedetelo a un padre i cui figli stiano crescendo. Chiedete a un padre se non ci sia un'ora segreta, un momento segreto, e se non sia quando i suoi figli cominciano a diventare uomini, liberi, e lui stesso trattato come un uomo, libero! L'amano come uomo, libero, chiedetelo a un padre i cui figli stiano crescendo. Chiedete a quel padre se non ci sia una elezione fra tutte, e se non sia quando la sottomissione precisamente cessa, e quando i suoi figli, divenuti uomini, l'amano, lo trattano per così dire da conoscitori, da uomo a uomo, liberamente, gratuitamente, lo stimano così. Chiedete a quel padre se non sa che nulla vale uno sguardo d'uomo che incontra uno sguardo d'uomo. Ora io sono il loro padre, dice Dio, e conosco la condizione dell'uomo, sono io che l'ho fatta, non chiedo loro tropo, non chiedo che il loro cuore, quando ho il cuore trovo che va bene, non sono difficile. Tutte le sottomissioni da schiavo nel mondo non valgono un bello sguardo da uomo libero, o piuttosto tutte le sottomissioni da schiavo nel mondo mi ripugnano ed io darei tutto per uno bello sguardo da uomo libero, per una bella obbedienza e tenerezza e devozione da uomo libero, per uno sguardo di San Luigi IX e anche per uno sguardo di Joinville, perché Joinville è meno santo, ma non è meno libero, e non è meno cristiano e non è meno gratuito, e mio figlio è morto anche per Joinville, A questa libertà, a questa gratuità ho sacrificato tutto, dice Dio, al gusto che ho di essere amato da uomini liberi, liberamente, gratuitamente, da dei veri uomini, virili, adulti, fermi, nobili, teneri ma di una tenerezza ferma. Per ottenere questa libertà, questa gratuità ho sacrificato tutto, per creare questa libertà, questa gratuità, per far agire questa libertà, questa gratuità, per insegnare all'uomo la libertà..."




Lunedì della I settimana di Quaresima



Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di “cortile dei gentili”
dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio,
senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero,
al cui servizio sta la vita interna della Chiesa.

Benedetto XVI, 21 dicembre 2009




Mt 25, 31-46


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo.
Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.
Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?
Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me.
Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli.
Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.
Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?
Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me.
E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna» .


IL COMMENTO


Ogni uomo è chiamato ad ereditare una benedizione, il regno dei Cieli. Il senso più profondo di ciascuna esistenza è un destino di intimità con Dio oltre i confini del tempo. La parabola del vangelo di oggi, schiudendo il velo sulla fine del mondo, ci aiuta a comprendere la serietà della nostra vita. Il giudizio che oggi ci viene posto innanzi è una chiamata a conversione. Dio ha eletto la Chiesa ad essere una stirpe santa in mezzo alle nazioni, la comunità dei figli di Dio. Piccoli, indifesi, disprezzati, gli ultimi di questa terra. La Chiesa ha ereditato da Israele la missione di testimoniare al mondo l'esistenza misericordiosa di Dio, e il destino di un popolo diverso da tutte le nazioni, oggetto di persecuzioni feroci, calunnie infamanti, obiettivo di stermini programmati misteriosamente falliti. Fratelli di Gesù, nel nostro DNA è scolpita la sua immagine, quella del Servo di Yahvè, il Giusto che si offre per avere in premio le moltitudini.


Il testo evangelico di oggi descrive quale sarà il giudizio dei popoli al di fuori di Israele, secondo l'espresione greca panta ta ethné (tutte le Nazioni nella traduzione corrente) che, negli altri passi di Matteo ove compare, designa sempre i Gentili, i popoli pagani, in contrapposizione a Laos che indica il Popolo di Israele. Per essi è preparato dal Padre un Regno fin dalla fondazione del mondo, la benedizione di Dio, l'intimità significata dalla chiamata a stare alla destra di Gesù. La stessa eredità promessa ai cristiani. Per ogni uomo "la salvezza di Cristo è accessibile in virtù di una grazia che, pur avendo una misteriosa relazione con la Chiesa, non li introduce formalmente in essa, ma li illumina in modo adeguato alla loro situazione interiore e ambientale. Questa grazia proviene da Cristo, è frutto del suo sacrificio ed è comunicata dallo Spirito Santo» (Costituzione Apostolica Dei Verbum, n. 82). La Grazia che li conduce all'incontro con Cristo attraverso i Suoi fratelli più piccoli - adelphoi -che il vangelo di oggi identifica con Gesù. La salvezza e il Regno dipenderanno così da un incontro, il misterioso "quando" i pagani, chi non conosce il Signore, hanno visto Cristo nei cristiani. "I Saggi, sia il loro ricordo di benedizione, ci hanno insegnato una grande regola: la misericordia (hesed) non inizia con il dono ma con la vista". (Siftè Chajm III, 154). Un piccolo atto d'amore e di misericordia fatto ai piccoli di Gesù sarà la chiave che schiuderà a chiunque non fa parte della Chiesa le porte del Cielo.


E' grande la responsabilità che ci accompagna. Molto ci è stato dato, molto ci sarà richiesto. Ci saranno chiesti tutti gli uomini che Dio ha pensato di salvare attraverso di noi. I loro nomi sono scritti nei registri di Dio, non ne potrà mancare neppure uno, fatta salva la libertà di ciascuno. Ma anch'essa non potrà essere esercitata se non vi sarà, per ciascuno, il quando, il momento favorevole nel quale vedere, incontrare Cristo. Il quando riguarda ognuno di noi. La Chiesa è per questo un sacramento di salvezza; inviata agli estremi confini della terra inizia l'evangelizzazione mostrando Cristo nei suoi figli, vivendo e condividendo con ciascun uomo le vicende della storia. In ogni giorno ci aspetta un quando decisivo per la salvezza nostra e di chi Dio ci pone accanto. Ogni istante della nostra vita è prezioso. Ogni evento che ci rende piccoli fratelli di Gesù, immagine del Servo di Yahvè, riveste un'importanza decisiva. La missione della Chiesa e di ciascuno di noi inizia dunque con l'accogliere la storia quotidiana che Dio ci dona. Essa costituisce il luogo dove, anche senza riconoscerlo, gli uomini possono vedere il Signore. La nostra vita è il "Cortile dei Gentili dove gli uomini possano in qualche modo agganciarsi a Dio" (Benedetto XVI); ogni evento è quell'estremo confine della terra dove il Signore risorto ci invia. In questa Quaresima possiamo imparare che la conversione è, soprattutto, credere ed entrare nella volontà di Dio. Non disprezzare nulla di ciò che ci rende affamati, assetati, forestieri, nudi, disprezzati, rifiutati, prigionieri. Piccoli, crocifissi. E' la nostra vocazione, presenza di Cristo nel mondo, viscere di misericordia che accolgano ogni uomo.




San Cesario di Arles (470-543), monaco e vescovo
Discorsi, 26,5 ; SC 243, 89s


« Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno »


Cristo, ossia la misericordia celeste, viene ogni giorno alla porta della tua casa: non soltanto spiritualmente alla porta della tua anima, ma pure materialmente proprio alla porta della tua casa. Ogni volta infatti che un povero si avvicina alla tua casa, senza dubbio viene Cristo. Egli infatti ha detto: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Non indurire dunque il tuo cuore; dona un po’ di soldi a Cristo, da cui desideri ricevere il Regno; dona un pezzo di pane a colui da cui speri di ricevere la vita; accoglilo nel tuo alloggio, affinché lui ti riceva nel suo paradiso; donagli l’elemosina affinché lui ti dia in cambio la vita eterna.


Quale audacia volere regnare in cielo con colui al quale rifiuti la tua elemosina in questo mondo! Se lo riceverai durante questo viaggio terreno, egli ti accoglierà nella felicità celeste; se lo disprezzerai qui, nella tua patria, egli distoglierà lo sguardo da te nella sua gloria. Dice un salmo: “Nella tua città, Signore, fai svanire la loro immagine” (Sal 72,20 Volg.); se, nella nostra città, cioè in questa vita, disprezziamo coloro che sono stati fatti a immagine di Dio (Gen 1,26), dobbiamo temere di essere respinti nella sua città eterna. Fate dunque misericordia quaggiù,... grazie alla vostra generosità, sentirete questa beata parola a voi rivolta: “venite, benedetti, ricevete in eredità il Regno”.