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Sabato della XIV settimana del Tempo Ordinario




“Esorcizzare”, 
collocare il mondo nella luce della ratio 
che proviene dall’eterna Ragione creatrice 
come pure dalla sua bontà risanatrice e a essa rimanda, 
questo è un durevole e centrale 
compito dei messaggeri di Gesù Cristo.

Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Vol. I








Dal Vangelo secondo Matteo 10,24-33.


Un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone; 
è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro e per il servo come il suo padrone. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più i suoi familiari! 
Non li temete dunque, poiché non v'è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. 
Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti. 
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna. 
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. 
Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri! 
Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli. 

IL COMMENTO 

Siamo parte della famiglia di Gesù. Tutto quello che riguarda Lui riguarda anche noi. La nostra vita è legata indissolubilmente alla sua, perchè siamo nati per essere conformi alla sua immagine. "Tra il Figlio di Dio fatto carne e la sua Chiesa v'è una profonda, inscindibile e misteriosa continuità, in forza della quale Cristo è presente oggi nel suo popolo. È sempre contemporaneo a noi, è sempre contemporaneo nella Chiesa costruita sul fondamento degli Apostoli" (Benedetto XVI, La volontà di Gesù sulla Chiesa e la scelta dei Dodici15 marzo 2006). Il Signore è il primogenito della nuova creazione e, come Lui, in Lui e per Lui, non possiamo che suscitare sconcerto, scandalo, persecuzione. L'apparire di Gesù infatti scatenava infatti l'ira dei demoni, stanati nell'ombra delle loro menzogne. Allo stesso modo l'avvento della Chiesa, la parola e la vita degli apostoli, svela le trame occulte del principe di questo mondo, perchè la Verità illumina la menzogna, inescusabilmente.


Così quando in ufficio, a scuola, tra gli amici, nelle diverse relazioni, si fa presente l'avvenimento di Cristo incarnato negli apostoli, tutto quello che non gli è conforme - i nemici della croce - è come risucchiato in superficie, e, una volta smascherato, schiuma ira e calunnia, e violenza che giunge ad uccidere, pur di ricacciare nell'ombra la menzogna di un'esistenza preda dell'inganno. Come Giovanni fu inviato a svelare i pensieri di molti cuori, il Signore stesso fu, ed è e nei suoi apostoli, segno di contraddizione. Quando al supermercato, all'uscita dall'asilo o spesso, purtroppo,  anche a messa, appare una mamma circondata dalla nidiata dei suoi cinque, o sette, o dieci figli, è come una saetta precipitata laddove si sono posati i suoi piedi: risolini, ghigni, ironie, e insulti. E' la Verità che sconfessa la menzogna, il velo del Tempio squarciato dalla stessa carne di Cristo. In quella madre, come in ogni cristiano che incarni il vivere di Cristo, appare il Maestro, il Primogenito risorto e vivo che ha vinto la morte dell'egoismo, della paura e del mondo; quei bambini che le fanno ressa ululante intorno sono i segreti che Gesù le ha sussurrato all'orecchio e che lei annuncia alla luce e predica dai tetti; i suoi figli sono il corpo di Cristo che squarcia il velo del Cielo, e ne lascia intravvedere la bellezza e la pace, l'infinita estensione nell'amore che non conosce barriere. Quei volti venuti alla luce per un miracolo di amore e risurrezione sono il profumo del Regno, la testimonianza dell'unica Verità capace di rendere libero l'uomo. L'impatto con la dura scorza della menzogna provoca, inevitabilmente, il grido violento di chi ha ceduto all'inganno, e si è accomodato sul sofà tranquillo dell'egoismo mascherato di ragionevolezza. 

Ma dentro ogni uomo è scritto il codice genetico dell'amore, la volontà di felicità che ne ha disegnato la mappa del Dna spirituale. Quando, in quella mamma, come in ogni apostolo, si fa prossima la Verità, il compimento di quel codice nell'esistenza quotidiana, il pus velenoso della menzogna erompe come un vulcano, e allora giù lava di violenza. Ma sotto, nel fondo nascosto di tanta ira, si ode il grido incancellabile che reclama giustizia, il seme di vita eterna deposto da sempre nel cuore. La persecuzione che si scatena contro la Chiesa è sempre dettata dall'orgoglio che induce a non arrendersi, a difendere le certezze acquisite, non importa se gravide di morte; la superbia che spinge a non abbandonarsi alla misericordia. La persecuzione, la calunnia, l'odio che gli apostoli attirano su di sé, sono il segno inequivocabile che il Regno dei Cieli è arrivato e il regno di satana ha le ore contate: è segno di debolezza, la stessa che gridavano i demoni alla vista di Gesù: "Che cosa abbiamo in comune con te, Gesù nazareno? Sei venuto a rovinarci?". 


Sì, Gesù è venuto per la rovina dei demoni, e per questo, dopo di Lui, anche i suoi apostoli saranno apostrofati quali principi dei demoni, perchè l'opera più astuta di satana è proprio quella di camuffarsi e scambiare il bene con il male, Gesù con egli stesso. E' quanto abbiamo sotto gli occhi ogni giorno: è bene uccidere un bambino nel seno di sua madre, è male farlo nascere. Beelzebùl  è Cristo, il Papa suo Vicario, ed ogni apostolo che incarna il Vangelo della vita. La compassione, la pietà, il bene si compiono in quanti operano per cancellare il dolore, fuggire la sofferenza, disintegrare l'uomo peccatore impedendogli l'incontro con la misericordia autentica che schiude alla felicità eterna. Ed è solo un esempio, il più evidente.   


La Chiesa dunque è inviata come un agnello in mezzo ai lupi, ad attirare su di sè il disprezzo, il rifiuto, la morte vomitati da satana. La Chiesa è inviata come il suo Maestro e capofamiglia a catalizzare su di sé tutto il male della storia, perchè, una volta stanato e fuoriuscito, lasci posto alla Grazia capace di sanare, perdonare, ricreare: "l’annuncio del regno di Dio non è mai solo parola, mai solo insegnamento. E’ avvenimento, così come Gesù stesso è avvenimento, parola di Dio in persona. Annunciandolo, conducono all’incontro con Lui. Poiché il mondo è dominato dalle potenze del male, quest’annuncio è allo stesso tempo una lotta contro queste potenze. “I messaggeri di Gesù mirano, al suo seguito, ad un’esorcizzazione del mondo, alla fondazione di una nuova forma di vita nello Spirito Santo, che liberi dall’ossessione diabolica” (R. Pesch)... Si sente tutto l’impeto di quest’irruzione nelle parole di Paolo, quando dice: “Nessuno è Dio se non uno solo. E in realtà, anche se vi sono cosìddetti dèi sia nel cielo sia sulla terra, e difatti ci sono molti dèi e molti signori, per noi c’e un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per Lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per Lui” (1 Cor 8,4ss). In queste parole c’e un potere liberatorio - il grande esorcismo che purifica il mondo. Per quanti dèi possano fluttuare nel mondo - Dio è uno solo e uno solo è il Signore. Se apparteniamo a Lui, tutto il resto non ha più potere, perde lo splendore della divinità" (J. Ratzinger - Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Vol. I).


La missione è dunque una lotta, è parte del combattimento escatologico che appare nell'Apocalisse, soprattutto al Capitolo XII. La Donna è perseguitata dal grande drago che vuole divorare il bambino appena nato, Cristo fatto carne nella Chiesa, nei suoi fratelli più piccoli. Ogni istante della vita dei discepoli, ogni aspetto della nostra vita è un frammento di questa grande e cruenta battaglia. Ma non siamo soli, tutto ci accade perchè siamo di Cristo, perchè Lui è vivo in noi. Con Lui ci accompagnano i martiri di ogni generazione, e i fratelli che subiscono le stesse prove in ogni angolo della terra. Al lavoro, a casa, a scuola, con amici e colleghi, con il fidanzato o con i parenti, ovunque e sempre ci è consegnata una tessera del mosaico che compone la volontà di Dio su ogni uomo. Deporla al suo posto prevede che sia "esorcizzata", tolta la tessera falsa, apparentemente somigliante, ma inautentica. E questo accade non senza pagare un prezzo spesso salatissimo, la nostra dignità, il nostro onore, l'amicizia, la stima, l'affetto. Caricarsi, con Cristo, del peccato e del male che si scatena intorno e verso di noi, è l'amore più grande, gratuito, che libera e conduce al Regno. "Ma nella fede, nella comunione con l’unico vero Signore del mondo, gli è donata l’“armatura di Dio”, con cui - nella comunione dell’intero Corpo di Cristo - può opporsi a queste potenze, sapendo che il Signore ci restituisce nella fede l’aria depurata da respirare - il soffio del Creatore, il soffio dello Spirito Santo, nel quale soltanto il mondo può essere risanato" (J. Ratzinger - Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Vol. I).


Ogni capello del nostro capo è contato, siamo già cittadini del Cielo, non un secondo della nostra vita scivola dalle mani di Cristo. La fiducia e l'abbandono alla sua volontà è l'unico che ci viene richiesto: dare spazio alla Grazia, all'autentica libertà, all'amore che vince il timore e la morte, e fa di noi luce splendente della Verità che ogni uomo, anche se violento e nemico, attende con ansia. Chiuderci alla Grazia è rinnegare Cristo, sciogliere nell'acido la nostra identità autentica, scappare dalla sua famiglia, e cadere prede della Geenna. Ma come potremo farlo se anche oggi, ora, stiamo sperimentando l'amore infinito che ci perdona, consola, accompagna, protegge e ci fa felici davvero? Temiamo dunque il Signore, abbandoniamoci alla sua fedeltà, Lui che ha il potere di condurci al porto sospirato della Vita eterna. Armiamoci del santo timore di Dio, e camminiamo nella storia che Lui ci ha preparato, sorgente di salvezza per ogni uomo a cui saremo inviati.



Benedetto XVI. La missione grande esorcismo del mondo

San Paolo, nella Lettera agli Efesini, ha descritto una volta, da un’altra prospettiva, questo carattere esorcistico del cristianesimo, dicendo: “Attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza! Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” (Ef 6,10-12). Heinrich Schlier ha spiegato così questa rappresentazione della lotta del cristiano, che oggi ci appare sorprendente o anche strana: “l nemici non sono questo o quell’altro e nemmeno io stesso, non sono carne e sangue [...], il contrasto va più nel profondo. Si rivolge contro una quantità innumerevole di nemici che sono instancabilmente all’attacco, avversari non ben definibili che non hanno veri nomi, ma solo denominazioni collettive; sono anche a priori superiori all’uomo e questo per la loro posizione superiore, per la loro posizione “nei cieli” dell’esistenza, superiori anche per l’impenetrabilità e l’inattaccabilità della loro posizione. La loro posizione è, appunto, l'“atmosfera” dell’esistenza, un’atmosfera che essi stessi diffondono intorno a sé, essendo infine tutti ricolmi di una malvagità sostanziale e mortale”. Chi non vedrebbe che queste parole descrivono proprio anche il nostro mondo, nel quale il cristiano è minacciato da un’atmosfera anonima, da quello che “è nell’aria”, che vuol fargli apparire ridicola e insensata la fede? E chi non vedrebbe che ci sono avvelenamenti mondiali del clima spirituale che minacciano l’umanità nella sua dignità, addirittura nella sua esistenza? La singola persona, anzi, le stesse comunità umane sembrano irrimediabilmente abbandonate all’azione di queste potenze. Il cristiano sa che, da solo, neppure lui può riuscire a dominare questa minaccia. Ma nella fede, nella comunione con l’unico vero Signore del mondo, gli è donata l’“armatura di Dio”, con cui - nella comunione dell’intero Corpo di Cristo - può opporsi a queste potenze, sapendo che il Signore ci restituisce nella fede l’aria depurata da respirare - il soffio del Creatore, il soffio dello Spirito Santo, nel quale soltanto il mondo può essere risanato.



San Patrizio (circa 385-vers 461), monaco missionario, vescovo 
Confessione, § 43- 47 ; SC 249, 119 




« Quello che ascoltate all'orecchio, predicatelo sui tetti »


        Non per mia iniziativa ho cominciato questa opera, ma Cristo Signore mi ha ordinato di venire a trascorrere tra i pagani Irlandesi il resto dei miei giorni – se lo vuole il Signore e se mi custodisce da ogni via cattiva... Ma non confido in me stesso «finché sono in questo corpo votato alla morte» (2 Pt 1,13; Rm 7,24)... Non ho condotto una vita perfetta come altri fedeli; ma lo confesso al mio Signore e non arrossisco alla sua presenza. Infatti non mentisco: da quando l'ho conosciuto nella mia giovinezza, l'amore di Dio è cresciuto in me, insieme al suo timore, e fino a oggi, per la grazia del Signore, «ho conservato la fede» (2 Tm 4,7).

        Rida dunque e mi insulti chiunque vorrà; io non tacerò e non nasconderò «i prodigi e i miracoli» (Dn 6,28) che il Signore che conosce ogni cosa mi ha mostrato, molti anni prima che succedessero. Per questo dovrei rendere senza sosta grazie a Dio, che tanto spesso ha perdonato la mia stupidità e la mia trascuratezza e non si è irritato neanche una sola volta contro di me, nonostante sia stato eletto vescovo. Il Signore mi «ha fatto grazia», «in favore di mille generazioni» (Es 20,6), perché ha visto che ero disponibile... Infatti numerosi erano coloro he si opponevano a questa missione; parlavano anche fra di loro a mia insaputa e dicevano: «Perché costui si getta in un'impresa pericolosa presso degli stranieri che non conoscono Dio?» Non per malizia si esprimevano così; io stesso lo attesto: a causa della mia rustichezza non potevano capire perché io fossi stato nominato vescovo. Neanch'io sono stato pronto a riconoscere la grazia che era in me. Ora tutto questo è diventato chiaro per me.

        Ora dunque, espongo semplicemente ai miei fratelli e ai miei compagni di servizio che mi hanno creduto, perché «ho predicato prima e lo ripeto ora» (2 Cor 13,2), allo scopo di fortificare e di confermare la vostra fede. Possiate anche voi ricercare scopi più elevati e compiere opere più eccellenti. Questo sarà la mia felicità, poiché «il figlio saggio rende lieto il padre» (Pr 10,1).

Venerdì della XIV settimana del Tempo Ordinario




Davide e Nabal




L’annuncio del regno di Dio non è mai solo parola, 
mai solo insegnamento. 
E’ avvenimento, così come Gesù stesso è avvenimento, 
parola di Dio in persona. 
Annunciandolo, conducono all’incontro con Lui.

Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Vol. I





Dal Vangelo secondo Matteo 10,16-23.


Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.
Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe;
e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani.
E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire:
non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
Il fratello darà a morte il fratello e il padre il figlio, e i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire.
E sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi persevererà sino alla fine sarà salvato.
Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un'altra; in verità vi dico: non avrete finito di percorrere le città di Israele, prima che venga il Figlio dell'uomo. 





IL COMMENTO

Il Signore invia i suoi apostoli come pecore in mezzo ai lupi. Indifesi. Esposti agli attacchi di tutti. Proprio per essere di Cristo. Non c’è nulla da stupirsi. L’apostolo incarna Colui che lo manda. E’ Lui che perseguitano. E’ Lui che odiano. Anche noi ne sappiamo qualcosa, quando il nostro cuore in fermento è incapace di accettare un minimo rimprovero, un semplice aiuto. Quante volte abbiamo rifiutato e perseguitato, ucciso nei nostri cuori i messaggeri del Signore. Lui è la Verità. E l’essere smascherati non piace a nessuno. L’orgoglio ferito muove rabbiosamente le acque torbide della violenza nascosta.

Vi è un episodio nel primo Libro di Samuele che esprime bene quanto stiamo dicendo. E’ l’episodio di Nabal, nel capitolo 25. In esso di Nabal si dice che “è troppo cattivo e non gli si può dire una parola" (1 Sam. 25,17). La traduzione non è esatta perchè l’originale ha, invece di cattivo, “stolto”. Nabal è accecato e non è capace di leggere gli eventi, non vuole accogliere Davide con i suoi prodi, nonostante in passato lo avessero aiutato e difeso. Nabal non ascolta nessun consiglio, mentre la moglie di nascosto si accinge ad intercedere per il marito presso Davide che desiste da ogni vendetta: “Non faccia caso il mio signore di quell`uomo cattivo che è Nabal, perchè egli è come il suo nome: stolto si chiama e stoltezza è in lui” (1 Sam. 25, 25). Nabal, al conoscere il corso degli eventi, è preso da un fremito e muore. La sorte dello stolto, strangolato dalla propria stoltezza. Davide è figura di Cristo e dei suoi Apostoli, inviati nel mondo ad annunciare il Regno. Nabal è figura di chi non accoglie la predicazione. Per stoltezza. Per orgoglio. 

Per questo il Signore invia i propri discepoli come pecore in mezzo ai lupi, indifesi dinanzi alla violenza bruta di chi è accecato dall’orgoglio e dalla presunzione, con il cuore e la mente chiusi in un vano e stolto ragionare. Per questo li invia prudenti e semplici, capaci cioè di discernere gli eventi. Semplicità e prudenza infatti sono le due facce della stessa preziosa medaglia del discernimento. Esso è un aspetto fondamentale per la missione degli apostoli. E’ fondamentale e imprescindibile per assolvere alla chiamata di cui ci ha resi partecipi il Signore. Saper leggere in ogni avvenimento l’opera di Dio, discernere tra I flutti spesso violenti della storia il dito di Dio. 

Tutto ciò che accade agli Apostoli è legato alla missionetutto quello che avviene nelle nostre vite è perchè siamo di Cristo. Tutto è a causa del suo Nome che ha preso possesso di noi. Il nome nuvo che abbiamo ricevuto nel Battesimo è infatti il dolce nome di Cristo. Siamo, con gli Apostoli di ogni generazione, il suo vessillo innalzato sul mondo. Una profezia di verità sulle tenebre della menzogna. E le tenebre non hanno accolto la luce. Non possono. Per il mondo vi è una sola salvezza, quella che è stata anche per noi: la Croce del Signore, le sue braccia distese sul male. Non v’è nulla da pre-occuparsi, lo Spirito Santo, il respiro e la mente di Dio in noi opereranno in ogni occasione secondo la Volontà del Padre. Unica occupazione, istante dopo istante, è per noi restare aggrappati al Signore. Uniti a Lui. Il Suo amore a colmare ogni spazio della nostra vita. Sappaimo come San Paolo che non ci aspettano altro che catene e persecuzioni, incomprensioni, odio. Da tutti. E’ tremendo ma è così. E’ la vita di Cristo in noi. Non può essere diverso. Il discernimento semplice e prudente di ogni evento, in famiglia, al lavoro, nelle relazioni personali, ci indicherà l’occasione per rendere testimonianza. Perchè la salvezza giunga ai nostri, ai suoi persecutori. Ogni istante della nostra vita diviene così un frutto preziosissimo della Passione del Signore, maturo per essere mangiato da tutti coloro che, affamati e accecati, hanno smarrito la vita. Stiamone certi, Lui ci verrà incontro e ci porterà con Lui, nel riposo che attende ogni umile lavoratore della Sua vigna"Sparso il seme del Vangelo mediante la sua presenza corporale, subì la passione e la morte e risuscitò, mostrando con la passione ciò che dobbiamo sopportare per la verità, con la risurrezione ciò che dobbiamo sperare nell’eternità" (S. Agostino. De civ. Dei XVIII, 49)


Benedetto XVI. La missione degli apostoli è un grande esorcismo

Poiché il mondo è dominato dalle potenze del male, quest’annuncio è allo stesso tempo una lotta contro queste potenze. “I messaggeri di Gesù mirano, al suo seguito, ad un’esorcizzazione del mondo, alla fondazione di una nuova forma di vita nello Spirito Santo, che liberi dall’ossessione diabolica” (R. Pesch). Di fatto, il mondo antico - come ha mostrato soprattutto Henri de Lubac – ha vissuto l’irruzione della fede cristiana come liberazione dalla paura dei demoni, una paura che nonostante lo scetticismo e l’illuminismo dominava tutto; e lo stesso accade anche oggi ovunque il cristianesimo prende il posto delle antiche religioni tribali e, trasformando i loro elementi positivi, li assume in sé. Si sente tutto l’impeto di quest’irruzione nelle parole di Paolo, quando dice: “Nessuno è Dio se non uno solo. E in realtà, anche se vi sono cosìddetti dèi sia nel cielo sia sulla terra, e difatti ci sono molti dèi e molti signori, per noi c’e un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per Lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per Lui” (1 Cor 8,4ss). In queste parole c’e un potere liberatorio - il grande esorcismo che purifica il mondo. Per quanti dèi possano fluttuare nel mondo - Dio è uno solo e uno solo è il Signore. Se apparteniamo a Lui, tutto il resto non ha più potere, perde lo splendore della divinità.

Giovedì della XIV settimana del Tempo Ordinario




Alle soglie del terzo millennio, 
la Chiesa tutta, Pastori e fedeli, 
deve sentire più forte la sua responsabilità 
di obbedire al comando di Cristo: 
"Andate in tutto il mondo e 
predicate il vangelo ad ogni creatura", 
rinnovando il suo slancio missionario. 
Una grande, impegnativa e magnifica 
impresa è affidata alla Chiesa: 
quella di una nuova evangelizzazione, 
di cui il mondo attuale ha immenso bisogno.
Dio apre alla Chiesa gli orizzonti di un’umanità 
più preparata alla semina evangelica. 
Sento venuto il momento di impegnare 
tutte le forze ecclesiali 
per la nuova evangelizzazione 
e per la missione Ad Gentes.


Giovanni Paolo II






Dal Vangelo secondo Matteo 10,7-15.

E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. 
Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. 
Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, 
né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento. 
In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza. 
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. 
Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi. 
Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. 
In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città.


IL COMMENTO


Il Regno dei Cieli è vicino. Gli Apostoli ne sono gli ambasciatori. E, con loro, anche noi. Il Vangelo di oggi getta una luce di consolazione sulla nostra vita, sulla missione alla quale siamo chiamati. Essere quel che siamo. Come diceva Giovanni Paolo II, questo equivale ad incendiare il mondo. Un Giapponese in Italia, faccia quel che faccia, ovunque vada, manifesta chiaramente la propria origine. La porta disegnata nei suoi occhi, se ne sente l’eco nell’accento, lo si intuisce dall’approccio alle cose della vita. Per gli Apostoli del Regno dei Cieli è esattamente lo stesso. Ovunque appaiano, si fa presente il Cielo. Lo recano impresso nelle loro vite, nel pensiero, nelle parole. Il Regno della Grazia, dove vivono coloro che hanno ricevuto tutto gratuitamente e gratuitamente lo donano. Ecco il cuore della missione, la fonte dello zelo: la gratuità con la quale siamo stati amati, riscattati, chiamati. Nessun merito, nessun curriculum, perchè se fosse per questi.... Purtroppo spesso ci troviamo davanti a Dio come chi molto ha dovuto sacrificare per "scegliere" di servirlo, come chi ha comunque diritti acquisiti sul campo, tra sforzi e rinunce; è il peggio che potrebbe capitare alla Chiesa e ai suoi apostoli, dimenticare la gratuità e l'insondabilità misteriosa dell'elezione. Si scivola nel moralismo che fa a pezzettini l'universo intero con le sue ingiutizie, che esibisce opzioni preferenziali per poveri e ultimi dal proprio saldo primo posto di potere e di arroganza, quello che polverizza i peccatori. Chi dimentica la propria storia, e l'amore con il quale Dio l'ha salvata, non sarà mai un apostolo di Lui, sarà piuttosto un superbo rappresentante di se stesso, del proprio egoismo rivestito di falso altruismo, lupi, travestiti da agnelli, mercenari della missione, sempre alla ricerca di se stessi, ingannatori tra i peggiori. Perchè le ultime parole di Gesù sulla sorte di chi non accoglie il Vangelo suppone che questi abbiano davvero incontrato Cristo, ascoltato la Buona Notizia e visto i segni del Regno di Dio, autentici, che contestino quelli, corrotti, del mondo. Se gli apostoli e la Chiesa presentano surrogati e caricature, il mondo e i suoi figli sono privati dell'oggetto stesso cui apririsi; se annunciamo la severa e inconcludente legge moralistica di un'etica senz'anima, se gettiamo pesi che non portiamo neanche con un dito, se trasmettiamo una serie di compromessi con il pensiero mondano per essere ben accetti, se dubitiamo del potere di Cristo perchè non abbiamo sperimentato o abbiamo dimenticato la gratuità del miracolo che ci ha sanati, purificati e perdonati, coloro ai quali siamo inviati saranno privati della libertà nella quale accogliere o rifiutare il Signore. Si troveranno dinanzi a una menzogna, e sarà loro sottratta la possibilità di essere salvati e ricevere la Pace messianica, quella portata da Cristo risorto. 


Per questo gli Apostoli chiamati nella gratuità, donano se stessi gratuitamente, come un frutto maturo dell'opera di Cristo: si comprende allora perchè non portano con sé alcuna sicurezza, alcun appoggio se non la Parola per la quale sono stati inviati. La Parola che conferma le loro parole, che rende evidente la loro natura, quella di figli di Dio, cittadini del Cielo. La volontà di Dio si compie in loro per pura Grazia. Monete, sandali, bisacce non fanno per loro. Il loro bagaglio, come fu per per Davide dinanzi a Golia, sono solo le cinque pietre, i cinque libri della Torah, la Parola trafitta delle cinque piaghe del Signore. Il potere di curare e guarire li accompagna, per schiudere il Cielo, la vittoria sul mondo e la corruttibilità della carne, la vita più forte della morte. La vita divina operante nella carne, è questo il miracolo più grande. Essa è un dono del Cielo, del Padre. Le virtù teologali, fede, speranza e carità, i connotati della Grazia battesimale. La Chiesa è il segno per eccellenza del Cielo, dell Regno che si avvicina. Senza timore essa opera prodigi, per questi è inviata nel mondo. Non serve se perde il sapore della Croce, il sale che purifica, sana e scaccia i demoni dai giovani, dai matrimoni, liberando chi è schiavo del peccato! La Chiesa compie ciò che annuncia, perchè Cristo è vivo in Lei, e si mostra a chiunque da essa è raggiunta.


Vivere in questa Grazia, a questo sono chiamati e inviati gli Apostoli. A questo siamo chiamati ed inviati anche noi. Ogni giorno sulle strade della nostra vita. Essere quel che siamo. La vita celeste in noi, lo Spirito Santo che ispira, guida e compie in noi le opere di vita eterna che ogni uomo attende, che tutti hanno diritto di vedere, per credere, per essere salvati. Nessun piano preventivo, nessun programma se non quello di Benedetto XVI: essere docile alla volontà di Dio, alla Sua Grazia. Ad essa attingere ogni istante, come Maria ai piedi di Gesù, ascoltare la sua Parola sussurrata tra le pieghe della vita. Anche oggi siamo dunque inviati ad accendere il mondo. Essendo quel che siamo, deboli, infarciti di difetti, peccatori. E per questo amati. Gratuitamente. Istante dopo istante. Al lavoro, in famiglia, nella malattia, nella sofferenza o nella gioia, l’amore del quale siamo amati è la nostra manna, che non imputridisce. Non portiamo due tuniche, non possiamo prendere e assicurarci il futuro. Ogni giorno dobbiamo uscire e attingere il Suo amore, nell’ascolto della Parola e nei sacramenti. Precari ma pieni di speranza. Ogni giorno sul treno della vita fin dove il Signore ci condurrà. Ad essere accolti oppure no, in ogni circostanza la pace, il dono messianico, l’aria del Cielo, nessuno potrà togliercela. Essa è con noi per sempre.    




San Cipriano (circa 200-258), vescovo di Cartagine e martire Sull'unità della Chiesa cattolica

« La vostra pace scenda sopra di essa »


Lo Spirito Santo ci dà questo avvertimento : « Cerca la pace e perseguila » (Sal 34, 15). Il figlio di pace deve cercare e perseguire la pace. Chi conosce e ama il vincolo della carità deve preservare la sua lingua dal peccato della discordia. Fra le sue prescrizioni divine e i suoi comandamenti di salvezza, il Signore, la vigilia della sua Passione, ha aggiunto questo: « Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace. » (Gv 14, 27) Tale è l'eredità che ci ha lasciata: la promessa di tutti i doni, di tutte le ricompense che vediamo in prospettiva, è stata legata alla custodia della pace. Se siamo eredi di Cristo, rimaniamo nella pace di Cristo. Se siamo figli di Dio, dobbiamo essere pacifici : « Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio. » (Mt 5, 9) Bisogna che i figli di Dio siano pacifici, miti di cuore, semplici nelle parole, in perfetto accordo di sentimenti, uniti fedelmente con il vincolo di un pensiero unanime.
Questa concordia esisteva un tempo, sotto l'autorità degli Apostoli. In questo modo, il nuovo popolo dei credenti, fedele alle prescrizioni del Signore, mantenne la carità. Da lì sorge l'efficacia delle loro preghiere : potevano essere sicuri di ottenere tutto ciò che domandavano alla misericordia di Dio.



Mercoledì della XIV settimana del Tempo Ordinario



La Gerusalemme Celeste, 1000 d.C., da una Apocalisse
conservata alla Staatsbibliothek di Bamberga, Germania

È mediante la sua condotta, 
mediante la sua vita, 
che la Chiesa evangelizzerà innanzitutto il mondo, 
vale a dire mediante la sua testimonianza 
vissuta di fedeltà al Signore Gesù, 
di povertà e di distacco, 
di libertà di fronte ai poteri di questo mondo, 
in una parola, di santità.

Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 41




Dal Vangelo secondo Matteo 10,1-7.


Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d'infermità. 
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, 
Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, 
Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota, che poi lo tradì. 
Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 
rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele. 
E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino.
IL COMMENTO
Gesù chiama a sè i primi operai per la messe del Padre. Come un fondamento innestato sulla storia di Israele essi sono la primizia e la profezia dell'opera che Egli stesso compirà: la Nuova Gerusalemme celeste, la messe riconquistata a Dio, strappata al potere del demonio. Fondamento di questa Gerusalemme saranno proprio i Dodici apostoli: inviati alle pecore perdute di Israele ad annunciare l'avvento del Regno dei Cieli essi inaugurano il cammino di ritorno al Padre. "Gesù si rivela come il nuovo Giacobbe. Il sogno del Patriarca, in cui egli vide poggiata accanto al suo capo la scala che raggiungeva il Cielo e sulla quale salivano e scendevano gli angeli di Dio - questo sogno in Gesù è divenuto realtà. Egli stesso è la "porta del Cielo", Egli è il vero Giacobbe, il "Figlio dell'uomo", il capostipite dell'Israele definitivo" (J. Ratzinger - Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Vol. I).

Giacobbe è immagine di Dio fatto carne, quella di ogni uomo, sino a diventare peccato. Gesù, gemello eletto di un'umanità che ha gettato alle ortiche la propria primogenitura, si è lasciato umiliare nella notte della morte, definitivo Jabbok nel quale ciascuno di noi ha lottato con Dio. Gesù è riemerso dall'oscurità della tomba appoggiato in Dio suo Padre, Israele purificato e circonciso nel cuore, segnato dalle stigmate che hanno trafitto il peccato. Con il femore slogato, claudicante ma libero - le piaghe gloriose della vittoria sul peccato - Gesù è il vero Giacobbe, capostipite dell'Israele rinnovato nel suo mistero di Pasqua. Da Lui e dal suo sogno profetico scaturiscono i nuovi dodici figli, i basamenti della Nuova Gerusalemme. Dalla notte di preghiera, di sogni e di lotta, sorgono i loro dodici nomi, colonne e fondamento del destino ultimo ed eterno di ogni uomo. Gli apostoli, gli angeli che salgono e scendono la scala che giunge al Cielo, la Croce del loro capostipite, il desiderio di Babele purificato e compiuto come un dono che discende dall'alto per ogni uomo. Gli apostoli, messaggeri del Regno dei Cieli, la Gerusalemme che non ha bisogno di luce alcuna perchè illuminata dall'Agnello senza macchia, sacrificato nell'amore più puro, la misericordia che polverizza il male e la sua radice demoniaca. Gli apostoli, angeli che svelano il cuore di Dio ad ogni uomo, la Gerusalemme contemplata dagli occhi di Giovanni«Vidi anche la Città Santa, la Nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: "Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo, ed Egli sarà il Dio-con-loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate." E Colui che sedeva sul trono disse: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose."» (Ap. 21,2-5).


Essi sono dunque il segno della novità definitiva, la dimora che come una sposa accoglie ogni peccatore, la consolazione di ogni dolore, il profumo celeste sparso da Cristo nel mondo perchè ogni uomo  riconosca in esso l'essenza della propria vita, la fragranza del proprio destino. L'opera fondamentale di Gesù è infatti la sua vittoria sul demonio e sul male, l'unica credibile, l'unica capace di dare gloria a Dio testimoniandone la presenza amorosa nella storia dell'umanità. Il male infatti, soprattutto quello innocente, è, per la ragione umana, la negazione più autorevole di Dio. Il mondo che ha cancellato dal suo orizzonte il peccato originale, non sa più da dove prendere il male: esso sguscia via dai cuori, dalle menti, dalle mani, e domina e uccide. E occulta Dio, ed il suo Regno. Occorre un miracolo, un segno, una vittoria. Urge la testimonianza che non tutto finisce ingoiato dall'assurdo della morte e del male che avvinghia la vita. Urge il Regno dei Cieli, qui ed ora, visibile, come un avvenimento autentico e gratuito, perchè l'uomo smetta di costruirselo sfuggendo la verità. E' necessario che Israele, la Chiesa di oggi, come quella di ogni generazione, sia ricondotta alla sua origine, alla sua missione fondamentale: annunciare il Regno dei Cieli, incarnando come un sacramento di salvezza, l'irrompere di Dio nella storia compromessa dell'umanità. 
Per questo il Signore, oggi come quel giorno di duemila anni fa, chiama a sè i suoi apostoli conferendo loro il potere sul demonio, la sua Parola che esorcizza gli spiriti immondi e ricostruisce Gerusalemme, la nuova, la libera, la sposa che discende dal Cielo. Si comprende allora come sia di perenne attualità l'invio degli apostoli alle pecore perdute di Israele. "Come il Battista, suo immediato precursore, Gesù si rivolge anzitutto a Israele, per farne la "raccolta" nel tempo escatologico giunto con lui. E come quella di Giovanni, così la predicazione di Gesù è al tempo stesso chiamata di grazia e segno di contraddizione e di giudizio per l'intero popolo di Dio" (Benedetto XVI, La volontà di Gesù sulla Chiesa e la scelta dei Dodici, 15 marzo 2006 ) E' la Chiesa che necessita di essere costantemente rievangelizzata, purificata, ricondotta alla freschezza del suo primo amore, perchè non sia tiepida, ma accolga la Grazia che la costituisce, e si presenti senza macchia nè ruga, sposa dell'unico Sposo, immagine credibile del Cielo. Vi sono pecore perdute anche nella Chiesa, e lo siamo tutti, spesso prede di inganni e menzogne. Vescovi, preti, laici, abbiamo tutti bisogno di ascoltare la predicazione e convertirci ogni giorno, uscire da noi stessi, dal mondo e dai suoi criteri nei quali spesso cadiamo senza forse rendercene conto, e rientrare, umilmente, nel Regno di Dio, nell'initimità con Cristo, e rioffrire le nostre membra alla sua Giustizia. In famiglia, al lavoro, a scuola, ovunque il Regno di Dio si fa prossimo alle nostre esistenze, anche oggi, anche ora. E' questo il compito degli Apostoli, che non può essere disatteso: "Anche in chi resta legato alle radici cristiane, ma vive il difficile rapporto con la modernità, è importante far comprendere che l’essere cristiano non è una specie di abito da vestire in privato o in particolari occasioni, ma è qualcosa di vivo e totalizzante" (Benedetto XVI, discorso ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, 30 maggio 2011) . I Vescovi, con loro i presbiteri, i Pastori successori degli apostoli non possono dimenticare il primo mandato del Signore, annunciare al Popolo eletto e santo il Vangelo, curarne le infermità, scacciandone i demoni. E non spegnere lo Spirito, la libertà che supera il Tempio di pietra e i suoi piani pastorali spesso atrofizzati ed ammuffiti nelle troppe parole infilzate sugli slogan, per edificare quello costituito dalle pietre vive irrorate dallo Spirito Santo, i testimoni della risurrezione nella vita quotidiana, la Chiesa che scende dal Cielo e raggiunge ogni uomo laddove esso si trovi. Solo così la Chiesa, nelle trame intricate della storia macchiata dal potere di questo mondo, potrà brillare come la nuova Gerusalemme celeste, segno profetico capace di accompagnare, quale testimonianza credibile, l'annuncio del vangelo alle genti. 

Joseph Ratzinger. Evangelizzazione e catecumenato

COMUNICAZIONE E CULTURA: NUOVI PERCORSI PER L’EVANGELIZZAZIONE NEL TERZO MILLENNIO. 9 novembre 2002

L'evangelizzazione non è mai soltanto una comunicazione intellettuale, essa è un processo vitale, una purificazione ed una trasformazione della nostra esistenza, e per questo è necessario un cammino comune. Perciò la catechesi deve necessariamente assumere la forma del catecumenato, nel quale si possano compiere i necessari risanamenti, nel quale soprattutto viene stabilito il rapporto fra pensiero e vita. Eloquente è al riguardo il racconto, che Cipriano di Cartagine (+ 258) ha dato della sua conversione alla fede cristiana. Egli ci racconta che prima della sua conversione e battesimo non poteva affatto immaginarsi, come si potesse mai vivere da cristiano e superare le abitudini del suo tempo. Egli fornisce in proposito una cruda descrizione di quelle abitudini, che ricorda proprio le Satire di Giovenale, ma anche fa pensare al contesto vitale, nel quale oggi devono vivere i giovani: si può qui essere cristiani? non è questa una forma di vita superata? Quanti si chiedono questo, a ragione in realtà parlando da un punto di vista puramente umano. Ma l'impossibile, così narra Cipriano, fu reso possibile per la grazia di Dio ed il sacramento della rinascita, che naturalmente è considerato nel luogo concreto, nel quale esso può divenire efficace: nel cammino comune dei credenti, che aprono una via alternativa da vivere e la mostrano come possibile. Qui siamo ora di nuovo al tema della cultura, al tema del "taglio". Infatti Cipriano parla proprio della violenza delle "abitudini", cioè di una cultura, che fa apparire la fede come impossibile. Più di cento anni dopo Gregorio di Nazianzo (+ 390) esalta la conversione di Cipriano con le seguenti parole: "Per le sue conoscenze... rendono testimonianza anche le opere, di cui egli compose molte e notevoli per il nostro argomento, dopo che, grazie alla bontà di Dio, 'che tutto crea' e 'volge al meglio' (Amos5,8 LXX) egli aveva messo in salvo la sua formazione precedente portandola da questa parte e aveva sottomesso l'irragionevolezza alla ragione". Proprio perché egli sul cammino della conversione, mediante il taglio del Logos, ha trasformato la cultura del suo mondo, egli ha "messo in salvo" ciò che di essenziale e di vero essa conteneva. Mediante l'incisione nel sicomoro della cultura antica i Padri l'hanno nel complesso "messa in salvo" per noi e trasformata da strumento marcio in un frutto grandioso. Questo è il compito, che oggi è a noi proposto nei confronti della cultura secolarizzata del nostro tempo - questo è evangelizzazione della cultura.

Martedì della XIV settimana del Tempo Ordinario




La mia vita si è avvizzita come una ragnatela. 
Nel tempo dello sconforto e del turbamento, 
siamo divenuti come dei profughi, 
e i nostri anni si sono avvizziti 
sotto la miseria e le sventure.
Signore, eterna è la tua misericordia. 
O Cristo, che sei pura misericordia, 
donaci la tua grazia;
stendi la mano e vieni in aiuto 
a quanti sono tentati, tu che sei buono. 
Abbi pietà di tutti i tuoi figli 
e vieni in loro soccorso; 
dacci, Signore misericordioso, 
di ripararci all’ombra della tua protezione 
e di essere liberati dal male 
e dai seguaci del Maligno.

S. Efrem


Mt 9, 32-38 

In quel tempo, presentarono a Gesù un muto indemoniato. Scacciato il demonio, quel muto cominciò a parlare e la folla presa da stupore diceva: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele!». Ma i farisei dicevano: «Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni». 
Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagòghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità. Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La mèsse è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della mèsse che mandi operai nella sua mèsse!».



IL COMMENTO


Troppe parole o troppo poche. Aspetti d'uno stesso mutismo, quello del cuore. Stanchi ed affaticati spesso non riusciamo a trovare le parole giuste al momento giusto. O serriamo le labbra per chiudere con il mondo, o con qualche suo abitante: moglie, marito, amici, genitori, suocera o colleghi. Normalmente quelli che ci sono più vicini. Il demonio muto è il demonio che strozza la lode, che impedisce la gioia. Ne abbiamo esperienza. Scontenti, trasciniamo le nostre ore come le gambe di un vecchio che si affatica tra la camera e il bagno. Il demonio muto ci appesantisce, scolora le nostre esistenze, infiacchisce speranze ed entusiasmi. Ci assopisce sulla routine quotidiana smorzando la speranza. E ci ammutolisce e immalinconisce. 


Mutismo e malinconia sono segni di un cuore stanco e sfinito di rincorrere esiti mai raggiunti. Un cuore senza pastore, compiaciuto delle proprie parole vuote e senza costrutto, guidato da un mercenario che lo conduce diritto alla morte, all'estinzione della felicità e dell'attesa. Un cuore orgoglioso sigilla le labbra. Un cuore sconfitto e incapace d'accettare l'umiliazione della verità. Un cuore chiuso in un altezzoso silenzio. "Ora, con questi muscoli che non tengono, con questa stanchezza, con questa facilità alla malinconia, con questo masochismo strano che la vita di oggi tende a favorire o con questa indifferenza e questo cinismo che la vita di oggi rende, come rimedio, necessario per non subire una fatica eccessiva e non voluta, come si fa ad accettare sé e gli altri in nome di un discorso? Non si può rimanere nell’amore a se stessi senza che Cristo sia una presenza come è una presenza una madre per il bambino. Senza che Cristo sia presenza ora – ora!–, io non posso amarmi ora e non posso amare te ora" (Mons.Luigi Giussani).


Il Signore Gesù di questo cuore ha compassione, un cuore "stanco e sfinito" che ha smarrito l'amore, per se stesso innanzi tutto, in cui non trova nulla di affascinante e appassionante, speranze evaporate nei fallimenti di relazioni e progetti. Un cuore che ha smarrito l'amore all'altro, allo studio, al lavoro, al sole e al cielo. Un cuore chiuso nel petto, muto dinanzi agli eventi, come la sera del "dì di festa", sul quale scende la coltre della disillusione: "e già non sai né pensi, Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto... E fieramente mi si stringe il core, A pensar come tutto al mondo passa, E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito Il dì festivo, ed al festivo il giorno Volgar succede, e se ne porta il tempo Ogni umano accidente." (Giacomo Leopardi, La sera del dì di festa). Quante piaghe in mezzo ai nostri petti, e quante giornate sfiorite come il giorno di festa che scivola via senza aver lasciato orma duratura di gioia e di pace. Cuori stretti nella solitudine, messe di Dio senza nessuno capace di operare perchè sia donata la fede, ridestata la speranza, innescata la carità. 


Ogni uomo è infatti parte della messe di Dio, proprietà di Colui che lo ha creato a sua immagine e somiglianza. L'incompiutezza dell'opera rapita dall'inganno del demonio accolto nella libertà, grida nel petto come un graffio che impedisce la felicità: essa erompe solo nel compimento dell'opera iniziata con la nostra creazione. Per questo è necessario che, sulle strade d'ogni generazione e di ogni luogo, corrano con urgenza i piedi degli operai, degli annunciatori del Vangelo del Regno. La predicazione è infatti la rugiada della compassione di Dio, le viscere di misericordia che generano la fede, danno sostanza alla speranza, muovono alla carità. Operai che operino il compimento dell'opera di Dio, di loro ha bisogno il mondo, sterminata messe di Dio; di quest'unica opera di compassione e guarigione, di queste viscere materne che nella Parola del Regno, dell'amore e della vittoria sul peccato e sulla morte, rigenerano ad una vita nuova, ciascuno di noi ha oggi bisogno. Muti possiamo essere dischiusi alla parola, alla relazione e all'amore solo dalla Parola "stolta" e semplice del Vangelo. 


Essa è, secondo il cuore della tradizione ebraica, l'atteso "dì di festa" e giunge a noi come carne della nostra carne, ossa delle nostra ossa. L'annuncio del Vangelo che bussa al nostro cuore è l'autentico Shabbat, il giorno del riposo che completa in noi l'opera che Dio ha iniziato creandoci. L'annuncio del vangelo è il settimo giorno, il giorno in cui Dio riposa perchè, nell'incontro della sua Parola con il nostro mutismo, si compie la ricreazione, ed ecco ciascuno di noi ridiviene "cosa molto buona". Secondo la tradizione rabbinica infatti, in occasione dello Shabbat si riceve una Neshamah yeterah (anima supplementare) che permette di apprezzare nel suo più giusto valore il calore dell'amicizia e dello spirito di famiglia (B. Betsah 16a e Taanit 27b). Shabbat porta a compimento la messe di Dio, il gregge ritrova il suo Pastore che lo conduce ai pascoli del riposo. 


Ogni sua caricatura mondana ci ha sino ad ora delusi, ogni affetto, ogni progetto, ogni giorno di festa ci ha piagato il cuore nella malinconia colata dalla vanità della carne. Le viscere materne di Dio, la compassione del suo Figlio ci raggiungono oggi come la sposa che, in tutto, abbiamo atteso, l'aiuto simile a noi, l'Eva tratta dalla nostra stessa costola, il luogo ove riposare e deporre il nostro desiderio d'amare senza il timore che tutto si estingua nel volgere di un giorno. Per Israele Shabbat è la sposa da accogliere con onore e unzione. E' la carne di Cristo che ha preso su di sé ogni nostra sofferenza, che ha vinto la morte che ci assedia e ci ammutolisce, la sua Parola nella carne e nella parola dei suoi messaggeri, gli operai della messe di Dio.  


Lui cerca i nostri silenzi sanguinanti per colmarli delle Sue parole di misericordia. Oggi la Sua compassione è la nostra guarigione. Il Suo amore senza condizioni anche oggi caccia dal nostro cuore il principe del silenzio. Il Signore anche oggi sconfigge il demonio e le sue menzogne. Abbandoniamoci a Lui e consegniamogli malinconia e orgoglio. Lasciamoci amare. Anche oggi. "La tua volontà sia davanti a Te, Dio dei cieli, siano ascoltati e evangelizzati buoni vangeli, vangeli di salvezza, di conforto e consolazione dai quattro angoli della terra" (Liturgia di Shabbat per l'annuncio del mese, Rosh Odesh).



Lacordaire (1802-1861), domenicano Omelia del 3/5/1850, in Omelie, istruzioni e allocuzioni, 1885, t.II

« La messe è molta, ma gli operai sono pochi »

È forse stata rivolta a uomini poco numerosi e scelti questa parola : « Andate ed ammaestrate » (Mt 28, 19) ? L'apostolato è forse una particolarità nella Chiesa cattolica, oppure è una generalità ? Cristo ha forse detto soltanto ai suoi discepoli « andate ed ammaestrate » ? No, la Chiesa tutta intera è solidale con tutto ciò che viene fatto nella Chiesa. C'è una comunione di tutto e in tutto fra tutti i membri della famiglia di Cristo. Dire : « Questo è il dovere di tali cristiani nella Chiesa e non è il mio dovere » è dire una parola anticristiana. San Pietro, rivoltandosi ai primi fedeli, diceva loro : « Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce » (1 Pt 2, 9). Eredi della luce dai nostri antenati, siamo i dispensatori della luce ai nostri contemporanei e alla nostra posterità. Non soltanto per voi il « sole di giustizia » (Mal 4, 2) è stato acceso in voi ; ma affinché risplenda tutto attorno a voi. Nella natura, i vostri occhi non hanno ricevuto la luce allo scopo di tenerla ; la riflettono. Portano fuori il vostro animo e chiunque vuole comunicare con voi vi guarda negli occhi per discernervi la luce che vi si trova, che è il vostro spirito. Tutto quello che siete risplende. Perciò, se le vostre facoltà naturali, e tutte le vostre potenze risplendono, quanto più dovete risplendere nell'ordine soprannaturale !


Santa Teresa del Bambin Gesù (1873-1897), carmelitana, dottore della Chiesa 
Lettera 135

« Pregate il padrone della messe che mandi operai nella sua messe »

Un giorno, mentre stavo pensando a quello che potevo fare per salvare le anime, una parola del Vangelo mi ha fatto vedere una viva luce. Un tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli mostrando loro i campi di grano maturo: «Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura» (Gv 4,34), e un po' dopo: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate il padrone della messe che mandi operai nella sua messe». Che mistero! Gesù non è forse onnipotente? Le creature forse non appartengono a Colui che le ha create? Perché dunque Gesù disse: «Pregate il padrone della messe che mandi operai»? Perché?
Ah! è perché Gesù nutre per noi un amore tanto incomprensibile da volere che noi partecipiamo con lui alla salvezza delle anime. Non vuole fare nulla senza di noi. Il Creatore dell'universo aspetta la preghiera di una povera anima per salvare le altre anime riscattate come lei a prezzo di tutto il suo sangue. La nostra vocazione non consiste nell'andare a mietere nei campi di grano maturo. Gesù non ci dice: «Abbassate i vostri occhi, guardate le pianure e andate a mietere». La nostra vocazione (in quanto carmelitane) è ancora più sublime. Ecco le parole del nostro Gesù: «Levate i vostri occhi e guardate. Vedete quanti posti sono liberi nel mio cielo. Spetta a voi riempirli; siete i miei Mosè che pregano  sul monte (Es 17,8s). Chiedetemi degli operai e ne manderò. Non aspetto nulla se non una preghiera, un sospiro del vostro cuore!»

Lunedì della XIV settimana del Tempo Ordinario



La guarigione dell’emorroissa, catacombe dei Santi Marcellino e Pietro, Roma

Allora la forza della domanda è l’altro che è presente, non tu. 
È questa la differenza tra tutta la grandezza d’animo dell’uomo 
– sia epicureo che stoico, secondo le varie versioni – e il cristiano. 
Per l’uomo normale quello che è importante è ciò che è capace di fare, 
capace di superare lui (stoico o epicureo). 
E per il cristiano… è come un bambino: 
è tutto teso alla presenza della madre, del padre, dell’altro. 
È la forza di Dio. 

Mons. Luigi Giussani, Una presenza che cambia,


Mt 9,18-26

In quel tempo, mentre Gesù parlava, giunse uno dei capi che gli si prostrò innanzi e gli disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano sopra di lei ed essa vivrà». Alzatosi, Gesù lo seguiva con i suoi discepoli. 
Ed ecco una donna, che soffriva d'emorragia da dodici anni, gli si accostò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Pensava infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». Gesù, voltatosi, la vide e disse: «Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita». E in quell'istante la donna guarì. 
Arrivato poi Gesù nella casa del capo e veduti i flautisti e la gente in agitazione, disse: «Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme». Quelli si misero a deriderlo. Ma dopo che fu cacciata via la gente egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. 
E se ne sparse la fama in tutta quella regione.

IL COMMENTO


Ci sono momenti in cui è meglio per noi ritirarci. Lasciare che Dio agisca. Lasciare il Signore solo con la nostra soffrerenza. Lasciarlo entrare. Alberga in noi tanta sfiducia, ammettiamolo. A volte anche la derisione di fronte all’impossibile che Dio solo è capace di fare. Lasciare in disparte quella parte di noi che dubita, mormora, sogghigna di Dio. Lasciare che Lui tocchi la nostra carne morta. Che perdoni, con le sue ferite, i nostri peccati, gravidi di morte e tristezza. 

Il Signore è buono, Lui si ferma alla nostra piccolissima fede, basta un gesto, un grido. Quante volte ci gettiamo disperati ai Suoi piedi implorando la salvezza! Spesso ci ricordiamo di Lui solo quando lo necessitiamo per qualche sofferenza insopportabile. Ci avviciniamo, qualcosa dentro di noi ci dice che basta solo toccare il Suo mantello, come quello di Elia, segno - sacramento - del potere della Sua parola profetica che compie ciò che annuncia. Toccarlo è ascoltarlo. Poi, succede che dimentichiamo, ripiombiamo nell’incredulità, nella paura. Eppure a Lui basta una parola. La Sua, la nostra. Un briciolo di fede, un moto del cuore. Il nostro cuore più profondo. Le agitazioni esterne, le nevrosi e i nervosismi Lui li caccia fuori. Il suo amore si appoggia anche su una sola nostra parola. 

Non importa se lo cerchiamo solo quando siamo giunti all'ultima spiaggia, è Lui che ci lascia scendere, in quella relazione, in quel lavoro, nello studio, l'ultimo gradino della nostra forza presunta. E lì, di fronte al mare e con dietro l'esercito del Faraone, imparare ad attendere il suo intervento miracoloso che sgorga dall'umile confidenza di chi non ha più nulla da sperare che un miracolo. Perchè appaia il Cielo nella nostra vita, l'impossibile fatto possibile, un segno credibile della presenza di Dio nella storia: ogni nostra debolezza, ogni situazione limite, ogni muro invalicabile è per noi e per il mondo il luogo dell'annuncio più autentico. Per questo importa solo il desiderio profondo di toccarlo, di sfiorare il lembo del suo mantello, laddove ogni pio israelita portava lo “tzitzit” (“frangia” in ebraico). "C’è un obbligo nella Bibbia (Numeri 15, dal verso 38) che noi ripetiamo ogni giorno nella preghiera – fa parte dei tre brani dello shemà –, che afferma che sui quattro angoli della veste occorre portare delle frange, di cui un filo sia di colore celeste, colorato con un pigmento speciale derivato da un mollusco...  Il segno esisteva per dire a ogni ebreo: «Ricorda, anche nell’abito che indossi, che esiste Dio ai quattro angoli». Sono frange sulle quali si fanno dei nodi, che seguono una tradizione numerica particolare e simbolicamente rappresentano il nome di Dio. Come tali quindi queste frange rappresentano la parte sacra dell’abito. Ciascun ebreo osservante indossava questo abito e continua a farlo oggi. Non era una veste solo sacerdotale. L’emorroissa toccava perciò la parte sacra dell’abito, toccava quei nodi che rappresentavano il nome di Dio...  L’emorroissa toccava perciò la parte sacra dell’abito, toccava quei nodi che rappresentavano il nome di Dio... potremmo dire che l’emorroissa chiedeva una grazia, come atto di bontà nei suoi confronti, hesed". (Riccardo Di Segni, Il Vangelo spiegato dal Rabbino, 30 Giorni n. 10/11 2009). 

Basta sfiorare la sua hesed, il suo amore misericordioso. "Nel termine hesed è insito anche lo slancio entusiastico, come un ardore, la passione nell’atto di amore o di benevolenza" (R. Di Segni, cit.). Toccare con la nostra debolezza il suo ardore d'amore; accendere il fuoco della sua passione con il solo tendere mendicante della nostra mano. Toccarlo, in un istante di fiducia. La fede. Lì, nella parte più vera di noi. Un grido. Un abbandono. La certezza profonda d’essere ascoltati. Lo sguardo di Gesù nel nostro sguardo. “La fanciulla non è morta. Dorme”. La fede è avere questi occhi su ogni evento, su ogni sofferenza. E implorare, semplicemente, che Lui venga a destare quanto di noi s’è assopito. Il Mistero Pasquale che si compie ogni giorno. Anche oggi. "La domanda della presenza di Cristo in ogni situazione e occasione della vita – è una frase del Papa –, questo è l’ascesi. Che diventi familiare in noi la domanda della presenza di Cristo in ogni situazione e occasione della vita, questo è l’ascesi. (Mons. Luigi Giussani, L’opera del movimento. La fraternità di Comunione e liberazione).







San Cirillo Alessandrino (380-444), vescovo, dottore della Chiesa
Commento al Vangelo di Giovanni, 4 ; PG 73, 560


« Entrò e le prese la mano »


Poiché Cristo, per mezzo della sua carne, è entrato in noi, risusciteremo interamente; è infatti inconcepibile, anzi impossibile, che la vita non faccia vivere coloro nei quali si è introdotta. Come si ricopre un tizzone ardente con un mucchio di paglia per mantenere intatto il germe di fuoco, così il nostro Signore Gesù Cristo nasconde la vita in noi con la sua carne e vi mette come un germe di immortalità che respinge tutta la corruzione che portiamo in noi.
Quindi non soltanto con la sua parola egli opera la risurrezione dei morti. Per mostrare che il suo corpo è donatore di vita come abbiamo detto, tocca i cadaveri e mediante il suo corpo dona la vita a questi corpi già in via di decomposizione. Se il solo contatto della sua sacra carne rende la vita ai morti, quanto profitto trarremo dalla sua eucaristia vivificante quando la riceveremo!... Non sarebbe bastato che la sola nostra anima fosse rigenerata per mezzo dello Spirito per una vita nuova. Occorreva che anche il nostro corpo pesante e terreno fosse santificato dalla sua partecipazione a un corpo così consistente quanto il suo e della stessa sua origine, e così venisse chiamato all'incorruttibilità.




Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Commento al Vangelo di San Giovanni 49, 15 (Nuova Biblioteca Agostiniana)


Vieni, imponi la tua mano sopra di lei ed essa vivrà »
        
« Chi crede in me anche se è morto vivrà, e chiunque vive e crede in me non morirà in eterno » (Gv 11, 25-26). Che vuol dire questo ? « Vivrà, perché il Cristo non è Dio dei morti ma dei viventi. » (Mt 22, 32)...
Credi dunque, e anche se sei morto, vivrai ; se non credi, sei morto anche se vivi... Quando è che muore l'anima ? Quando manca la fede. Quando è che muore il corpo ? Quando viene a mancare l'anima. La fede è l'anima della tua anima. « Chi crede in me , dice il Signore,  anche se è morto nel corpo, vivrà nell'anima, finché anche il corpo risorgerà per non più morire. E chiunque vive nel corpo e crede in me, anche se temporaneamente muore per la morte del corpo, non morirà in eterno per la vita dello spirito e per la immortalità della risurrezione. »




Benedetto XVI. Guarigione dell'emoroissa
Angelus dell'1 luglio 2012


Nell’odierna domenica, l’evangelista Marco ci presenta il racconto di due guarigioni miracolose che Gesù compie in favore di due donne: la figlia di uno dei capi della Sinagoga, di nome Giàiro, ed una donna che soffriva di emorragìa (cfr Mc 5,21-43). 
Sono due episodi in cui sono presenti due livelli di lettura; quello puramente fisico: Gesù si china sulla sofferenza umana e guarisce il corpo; e quello spirituale: Gesù è venuto a guarire il cuore dell’uomo, a donare la salvezza e chiede la fede in Lui.
Nel primo episodio, infatti, alla notiziGesù a che la figlioletta di Giàiro è morta, Gesù dice al capo della Sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!» (v. 36), lo prende con sé dove stava la bambina ed esclama: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!» (v. 41). Ed essa si alzò e si mise a camminare. San Girolamo commenta queste parole, sottolineando la potenza salvifica di Gesù: «Fanciulla, alzati per me: non per merito tuo, ma per la mia grazia. Alzati dunque per me: il fatto di essere guarita non è dipeso dalle tue virtù» (Omelie sul Vangelo di Marco, 3). Il secondo episodio, quello della donna affetta da emorragie, mette nuovamente in evidenza come sia venuto a liberare l’essere umano nella sua totalità. Infatti, il miracolo si svolge in due fasi: prima avviene la guarigione fisica, ma questa è strettamente legata alla guarigione più profonda, quella che dona la grazia di Dio a chi si apre a Lui con fede. Gesù dice alla donna: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male!» (Mc 5,34).
Questi due racconti di guarigione sono per noi un invito a superare una visione puramente orizzontale e materialista della vita.
A Dio noi chiediamo tante guarigioni da problemi, da necessità concrete, ed è giusto, ma quello che dobbiamo chiedere con insistenza è una fede sempre più salda, perché il Signore rinnovi la nostra vita, e una ferma fiducia nel suo amore, nella sua provvidenza che non ci abbandona.
Gesù che si fa attento alla sofferenza umana ci fa pensare anche a tutti coloro che aiutano gli ammalati a portare la loro croce, in particolare i medici, gli operatori sanitari e quanti assicurano l’assistenza religiosa nelle case di cura. Essi sono «riserve di amore», che recano serenità e speranza ai sofferenti. Nell’Enciclica Deus caritas est osservavo che, in questo prezioso servizio, occorre innanzitutto la competenza professionale - essa è una prima fondamentale necessità - ma questa da sola non basta. Si tratta, infatti, di esseri umani, che hanno bisogno di umanità e dell'attenzione del cuore. «Perciò, oltre alla preparazione professionale, a tali operatori è necessaria anche, e soprattutto, la “formazione del cuore”: occorre condurli a quell'incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l'amore e apra il loro animo all'altro» (n. 31).
Chiediamo alla Vergine Maria di accompagnare il nostro cammino di fede e il nostro impegno di amore concreto specialmente verso chi è nel bisogno, mentre invochiamo la sua materna intercessione per i nostri fratelli che vivono una sofferenza nel corpo o nello spirito.



Beato Charles de Foucauld (1858-1916), eremita e missionario nel Sahara 
Ritiro a Nazareth, 1897


« La tua fede ti ha guarita »


La fede, è ciò che fa che noi crediamo in fondo all'anima ... tutte le verità che la religione ci insegna, di conseguenza il contenuto della Sacra Scrittura e tutti gli insegnamenti del Vangelo, infine quanto ci è proposto dalla Chiesa. Il giusto vivrà veramente di questa fede (Rom 1,17), poiché essa prende il posto in lui della maggior parte dei sensi naturali. Trasforma talmente ogni cosa che gli altri sensi possono servire poco all'anima, che percepisce attraverso essi solo apparenze che ingannano, mentre la fede le mostra le realtà. L'occhio gli fa vedere un povero; la fede gli fa vedere Gesù (cf Mt 25,40). L'orecchio gli fa sentire ingiurie e persecuzioni; la fede gli canta: “Rallegratevi ed esultate” (Mt 5,12). I sensi ci fanno sentire i colpi di pietra ricevuti; la fede ci dice: “Abbiate una grande gioia per essere stati giudicati degni di soffrire qualcosa per il nome di Cristo” (cf At 5,41). Il gusto ci fa sentire l'incenso; la fede ci dice che il vero incenso “sono le preghiere dei santi” (Ap 8,4).
I sensi ci seducono con le bellezze del creato; la fede pensa alla bellezza increata ed ha compassione di tutte le creature che sono nulla e polvere di fronte a quella bellezza. I sensi hanno orrore del dolore; la fede lo benedice come la corona dello sposalizio che l'unisce all'Amato, il cammino col suo Sposo, la mano nella sua mano divina. I sensi si ribellano all'ingiuria; la fede la benedice: “Benedite coloro che vi maltrattano” (Lc 6,28)...; la trova dolce poiché è condividere la sorte di Gesù... I sensi sono curiosi; la fede non vuole conoscere nulla: ha sete di scomparire e vorrebbe passare tutta la vita immobile ai piedi del tabernacolo.