I tuoi peccati
sono perdonati
della XIII settimana del Tempo Ordinario
Indice
Vangelo del giorno
Prologo
Capitolo I - "Si sfiorano, ma non hanno nessuna relazione"
Capitolo II - "Perché pensiamo cose malvagie nel nostro cuore?"
Capitolo III - "Porta sempre la croce": il lettuccio e la chiave
Capitolo IV - "Vi è una sola paralisi: il peccato"
Capitolo V - "Perché pensate male?"
Capitolo VI - "Torna nella sua città come vincitore"
Capitolo VII - "Io sono un paralitico"
Capitolo VIII - "Il target di questa giornata"
Appendice I - Padre Serafino Tognetti
Appendice II - I logismoi
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 9,1-8)
Dal Vangelo secondo Matteo. In quel tempo, salito su una barca, Gesù passò all'altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portarono un paralitico disteso su un letto.
Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: "Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati". Allora alcuni scribi dissero fra sé: "Costui bestemmia". Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: "Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa è più facile, dire «ti sono perdonati i peccati» oppure dire «alzati e cammina»? Ma perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati" — disse allora al paralitico: "Alzati, prendi il tuo letto e va' a casa tua".
Ed egli si alzò e andò a casa sua. Le folle, vedendo questo, furono prese da timore e resero gloria a Dio, che aveva dato un tale potere agli uomini.
"O Signore, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa". Gesù è mosso dalla fede degli amici del paralitico a compiere il miracolo del perdono riconsegnando forza e vigore alle membra paralizzate. Abbiamo bisogno della comunità cristiana, dei pastori e dei fratelli, del Popolo santo che è capace, per amore del povero e del debole, di scoperchiare i tetti e deporre i malati ai piedi di Gesù. Abbiamo bisogno della fede della Chiesa che apre per noi un cammino distruggendo pareti e tetti che ci accerchiano e ci impediscono di andare a Cristo, per condurci a Lui e conoscerlo. Ed essere liberati e tornare a casa, nella storia di ogni giorno con il letto che è la memoria dei nostri peccati e la consapevolezza della nostra debolezza nella
quale si rivela pienamente la potenza dell'amore di Dio. A noi la memoria di quello che siamo, a Gesù l'amore e il perdono. Benedetto XVI
Prologo
Per caso ti senti bloccato? Forse è da un po' che non riesci a muoverti, non fisicamente ma spiritualmente. Ti riesce difficile, impossibile, seguire l'urgenza dell'amore. Questo capita quando tuo figlio è a pochi metri, o tua moglie è nella stessa casa. Magari tuo padre è in balcone, non ci parli da tanto tempo, ma tu non riesci ad avvicinarti senza giudicarlo, senza difenderti, senza pretendere. Corri tutto il giorno, lavori, rispondi ai messaggi, fai mille cose, eppure davanti a quella persona sei paralizzato. Come in un vagone pieno, dove tutti si sfiorano ma nessuno entra davvero nella vita dell'altro. Questa è la paralisi che Gesù vede nel Vangelo di oggi. Gli portano un uomo disteso su un letto, e Lui non comincia dalle gambe, ma dal cuore: coraggio, figlio, i tuoi peccati sono perdonati. Perché il problema più profondo dell'uomo non è semplicemente il rapporto umano che si è inceppato. Il problema non è tuo marito che è fatto così, tua moglie che risponde sempre nello stesso modo, o tuo figlio che non ascolta. Il problema non è neppure la malattia, il lavoro precario, che non riesci ad avere figli. Il problema è nel cuore, perché non so e non posso amare, chiedere perdono e offrirlo. Penso male nel cuore. Pensieri malvagi su Dio e sul fratello. Chiamo giustizia ciò che spesso è solo orgoglio ferito. E questi pensieri avvelenati producono in me la paralisi. Ma coraggio, perché Gesù, che non è un tecnico dell'anima, non viene a sistemare la vita secondo i nostri piani. Viene piuttosto a sciogliere la radice che ci tiene prigionieri, quella menzogna del demonio che ci sussurra: ormai è impossibile, non cambierà nulla, Dio non mi ascolta, potrebbe fare, ma non agisce. E finiamo con il dare del bestemmiatore a Gesù Cristo, reo di non recitare la parte che gli assegniamo, come fecero quanti, di fronte ai segni da Lui operati, lo consideravano un demonio.
Ma c'è la Chiesa, la sua fede, a cui guarda il Signore, la Comunità cristiana che ci porta a Lui: fratelli, pastori, catechisti, che ci accompagnano quando proprio
la fede sembra dileguata. Ci porta e ci depone ai piedi di Cristo. E il paralitico non dice nulla, si lascia portare, ed è il primo miracolo: smettere di giustificarsi e lasciarsi amare. Perché solo davanti a un uomo che si è finalmente arreso alla sua realtà e al suo bisogno, Gesù può dire: alzati, prendi il tuo letto e va' a casa tua. Non dice di dimenticare la debolezza, ma di portarla. Quel lettuccio, prima segno del sepolcro, diventa memoria del perdono. Lo porti sulle spalle come una croce, come il giogo da portare con Cristo, e proprio per questo diventa leggero. La tua debolezza, le tentazioni, le sofferenze, ma anche i rifiuti, le ingiustizie, tutto diventa leggero e soave, perché lo porta Cristo con te. Anzi, lo porta Cristo, e tu ti fai portare. È questo il paradosso meraviglioso: noi portiamo il lettuccio, portiamo la nostra realtà, la nostra storia, ma in effetti porta tutto Cristo. Perché l'ha già portata sul Calvario, perché è risorto e ha trasformato la Croce in porta dischiusa sul Cielo, in luogo di vittoria, dove muore l'uomo vecchio mentre Lui fa nuove tutte le cose. Per questo dice: prendi il tuo lettuccio e cammina. È come se dicesse: prendimi con te, in te, intimamente, e insieme faremo meraviglie. Sì, con Lui possiamo entrare in ogni evento, in ogni circostanza, senza che nulla ci schiacci e paralizzi, perché Cristo ha vinto la morte, e la morte non ha più potere su di Lui. E su chi è unito a Lui.
Per questo la Parola di Gesù ha autorità, ha potere. Quando dice: ti sono perdonati i tuoi peccati, è l'uomo Gesù che lo dice, ma è Dio che attua in Gesù uomo. Questo è il mistero grande dell'Incarnazione: il potere di perdonare i peccati, e quindi di guarire l'uomo, è entrato nella carne. Nessuna filosofia, nessuna psicologia, nessuna amicizia, nessun amore umano può fare questo. Neanche l'amore di una madre ha questo potere. Certo fa moltissimo, aiuta moltissimo, ma ciò che una madre può fare più di ogni altra cosa, come un amico, come un prete, come uno coniuge per l'altro, è fare quello che hanno fatto quegli uomini nel Vangelo: portare l'altro a Cristo. Essi sono immagine della Chiesa, dei genitori, degli sposi, degli amici, dei sacerdoti. Portano l'altro a
Cristo perché loro, per primi, sono stati portati a Cristo. Come accade a noi, portati gratuitamente e senza alcun merito, e continuiamo a essere portati dalla Chiesa a Cristo. Perché il suo potere, dato alla Chiesa, dato agli uomini, giunga a distruggere il veleno del peccato, della menzogna del demonio, e ci esorcizzi nel profondo. Non ci sono altre soluzioni per il mondo, se non il potere di Gesù Cristo che cambia il cuore degli uomini e rimette in moto l'uomo intero, perché possa compiere la sua vita camminando verso l'altro, donandosi, amando.
Sono i sacramenti che realizzano questo potere. È l'ascolto della Parola che ha potere, proclamata da bocche umane, che arriva a noi con una voce umana, ma che dentro contiene Dio, contiene il suo potere. La voce contiene Dio, e questo potere si realizza attraverso i sacramenti. Per questo è inutile parlare, discutere, andare chissà dove a cercare una soluzione. Hai problemi con tua moglie e non ti puoi avvicinare a lei? Hai problemi con tuo figlio? Portalo alla Chiesa. E se non puoi portarlo fisicamente, perché in questo tempo, che magari durerà anni, non ti ascolta e non vuole, portalo lo stesso con la preghiera. Inginocchiati davanti al Santissimo, prega il rosario, invoca il nome del Signore, invoca la Vergine Maria, invoca la comunione celeste dei santi. Porta tuo figlio, porta la persona con la quale hai problemi, porta proprio quella storia dove ti senti bloccato, perché tu sei paralizzato o perché l'altro ti paralizza con il suo rifiuto. Portala a Cristo con la preghiera, con la parola quando il Signore te la ispira, quando è possibile, alle volte anche inopportunamente, senza esigere effetti immediati. Porta tuo figlio, porta chi hai a cuore, porta questa generazione a Cristo, come la Chiesa porta costantemente te a Cristo. Vedrai meraviglie. Vedrai la gloria di Dio risplendere dal tuo lettuccio, dalla Croce che salva te e, attraverso di te, chi ti è accanto.
Capitolo I - "Si sfiorano, ma non hanno nessuna relazione"
Forse sentirete i rumori di fondo, anzi sicuramente. Mi trovo in un treno al centro di Tokyo, sto andando verso la stazione di Tokyo, e questo Vangelo credo si incarni perfettamente in questa situazione, in questa città dove tutti corrono. È impressionante: sui treni, prendere i treni, agli incroci, a piedi, negli ospedali, negli uffici, tutti corrono, a parte in macchina, in macchina no, rispettano i limiti, ma ovunque corrono, ovunque code, ovunque file e masse di gente che si incrociano, si sfiorano ma non hanno nessuna relazione. Mi stupisce, in questo vagone, sentire alcuni che parlano tra loro e sorridono, perché normalmente c'è un silenzio di tomba, entri in un treno e piombi davvero nell'era glaciale, un silenzio assordante, invece probabilmente le cose stanno cambiando anche qui, ma comunque normalmente questa massa informe di persone non contiene nessun tipo di relazione.
Ed è proprio l'immagine che mi viene nel Vangelo di oggi: di questo paralitico, una persona che è incapace di alzarsi e di camminare, di andare verso l'altro. Ora il problema non è camminare, il problema è verso dove andare, perché si può camminare rimanendo nel proprio giaciglio, esattamente come accadde al popolo di Israele: uscì dall'Egitto, ma il loro cuore, il cuore dei figli di Israele, rimase in Egitto, con la nostalgia degli agli e delle cipolle, paradossalmente con la nostalgia della schiavitù, perché la schiavitù diventa, con il passare del tempo, un guscio. Le tane e i nidi che vedevamo alcuni giorni fa: sedimentandosi il tempo, i gesti, i rituali di ogni giorno, compressi nella schiavitù diventano come un nido. Avete visto come fanno i nidi, come fanno i nidi delle rondini, per esempio? Mettono uno strato sopra l'altro, bastoncini, foglie, aghi di pino eccetera, e costruiscono così un nido che poi diventa però una prigione per noi.
NOTA FILOLOGICA — PARALYTIKOS, KLINE
Matteo presenta il malato con essenzialità: è un paralitico disteso su un letto. Il termine traslitterato paralytikos indica un uomo reso incapace di muoversi, sciolto nelle membra, privato della forza operativa. Il letto, kline, non è un dettaglio ornamentale. All'inizio porta il paralitico; alla fine sarà portato dal paralitico. Il racconto è costruito su questo rovesciamento. Ciò che sosteneva la sua impotenza diventa il segno visibile della sua guarigione. Il verbo che descrive l'azione dei portatori è prosphero: portare verso, presentare, offrire — nel greco biblico può avere sfumature cultuali, perché si portano offerte, si presentano doni, si conduce qualcuno davanti a Dio. Il paralitico non arriva da sé. Viene presentato a Cristo.
Per questo il problema non è camminare, il problema non è sapere quale treno prendere e a che ora prenderlo. Il problema è uscire davvero dal proprio guscio, uscire davvero dalla propria tana, uscire davvero dall'Egitto, dalla schiavitù, per andare verso l'altro. E normalmente, per andare verso l'altro, per andare verso la moglie, verso il marito, per andare verso i figli, per andare verso i colleghi di lavoro, per andare verso quella storia che si manifesta ogni giorno, occorre essere disposti, come Abramo, a lasciare la propria terra, a lasciare la propria parentela, a lasciare i propri costumi, a lasciare le proprie abitudini, a lasciare il guscio, a lasciare il nido, a lasciare la tomba, per andare dove non si sa.
È molto più che alzarsi, lavarsi e andare al lavoro, prendere un treno, sapere perfettamente gli orari. No: qui non sai nulla, perché non è assolutamente detto che tua moglie giunga a quel binario a quell'ora, che tuo marito parta da quel binario a quell'ora. Non sai da quale stazione arriverà il tuo figlio questa mattina, non sai che cosa ha vissuto ieri, che cosa ha pensato, la zaffanata che ha fatto con la sua fidanzata mentre tu eri andata a dormire, le chat, non sai nulla,
non sai quello che sta accadendo nel suo cuore. Per questo puoi avere la piantina di tutta la rete metropolitana e i treni di Tokyo, puoi avere un'applicazione super nuova, meravigliosa, che ti dice tutto, dove scendere, dove salire, dove cambiare treno, quanti passi devi fare tra una piattaforma e l'altra per prendere il treno, ma non ti serve a nulla. Non è quella mappa, non è quell'applicazione sul tuo cellulare che ti indicherà come andare verso la persona che ti è accanto.
Non ci sono ricorsi umani, per quanto moderni, per quanto sviluppati, per quanto progrediti, perché le relazioni sono un imprevisto costante. Non serve il satellite, non serve assolutamente nulla, non servono i consigli degli amici, le indicazioni degli amici, i suggerimenti del parente, non servono i manuali, non servono i romanzi che abbiamo letto, non serve nulla. Alle volte, anzi diciamo spesso, non ci serve neanche l'esperienza, perché quello che tu sei oggi non sarà quello di domani; quello che è tuo figlio è oggi, quello che è tua moglie è oggi, è diverso da quello che era ieri o cinque anni fa. E se ieri o cinque anni fa in qualche modo sei riuscito ad avvicinarla, oggi non ci riesci: oggi ti trovi paralizzato, paralizzato da uno sguardo, da una risposta, da un'incomprensione, paralizzato da un rifiuto forse che tu non ti aspettavi, dal fatto che tuo marito continua a non rispettarti nonostante te l'abbia promesso mille volte. Forse ti trovi paralizzato da ciò che vedi negli altri, e ti trovi intruppato, come mi trovo in questo momento io, salendo qui le scale alla stazione, e non riesci, non riesci a divincolarti, non riesci a uscire da questo fiume che è il pensiero comune, che è il senso comune carnale, che ti porta a non accettare l'altro, che ti porta dalla parte opposta di dove l'altro si trova.
Scopri che la tua amica del cuore aveva un ragazzo e non te lo aveva mai detto, perché tu sei quasi disperata, perché non riesci a trovare un fidanzato, e non solo, ma scopri che si sposa, o vedi che le altre amiche piano piano trovano tutti un fidanzato e si sposano, hanno figli, e tu rimani lì. Le altre famiglie con le
quali forse stai condividendo la missione sono insopportabili, non riesci a capire perché si comportano in quel modo, perché il prete ha un'attenzione speciale per quello piuttosto che per quell'altro. Tutto questo ci paralizza, vero? Ci paralizza. Ora davvero mi sembra quasi di soffocare, lo dico sinceramente, perché qui è pieno, pieno, pienissimo di gente, e poi c'è un silenzio, quasi silenzio, adesso voi sentite rumori sottofondo, ma immaginate quanta gente ci sia qui, non potete neanche immaginarlo. Questo anonimato, questo scivolarsi a fianco senza sapere nulla l'uno dell'altro, è terrificante, no? Perché è quello che non vorremmo vivere, ma quello che viviamo spessissimo, spessissimo: paralizzati.
Ma la paralisi è interna, ecco cosa ci dice oggi il Vangelo, ecco cosa ci dice oggi il Signore.
Guardate cosa succede, in questo stesso Vangelo, un istante prima. Gesù è appena sbarcato dall'altra parte del lago, nella terra dei Gadareni, dove ha liberato due uomini dal demonio, e la gente del posto, invece di trattenerlo, lo prega di andarsene. Gesù risale in barca, riattraversa, arriva nella sua città. E qui alcuni uomini fanno il contrario: non chiedono a Cristo di allontanarsi, gli portano un uomo che da solo non può arrivarci. È la stessa scelta che hai davanti ogni giorno, in ogni relazione che ti sembra un binario mai in orario: puoi chiedere a Cristo di allontanarsi da quella storia, oppure portarGliela sulle spalle, anche se tu per primo non sai come arrivarci.
NOTA FILOLOGICA — LA SUA CITTÀ
La scena nasce da una traversata. Gesù sale sulla barca, passa all'altra riva e arriva nella "sua città". La "sua città" è probabilmente Cafarnao, centro galilaico del ministero pubblico di Gesù. Ma occorre guardarsi dal ridurre il dettaglio a una nota geografica: in Matteo la geografia diventa spesso teologia narrata. Gesù non è nel tempio di
Gerusalemme, non è nel luogo istituzionale del sacrificio, non è davanti a sacerdoti in servizio. È in una città della Galilea, davanti a un uomo disteso su un letto. Proprio lì pronuncia la parola che appartiene a Dio: "Ti sono rimessi i peccati".
Capitolo II - "Perché pensiamo cose malvagie nel nostro cuore?"
Perché noi pensiamo cose malvagie nel nostro cuore? Questo che emerge oggi: la nostra paralisi non è dovuta al fatto che l'altro sia diverso da ciò che noi ci aspettiamo. La nostra paralisi viene da noi, non ci blocca l'altro, siamo bloccati noi. Spesso gli psicologi, gli uomini di cultura, appunto le varie mappe umane delle quali ci serviamo, gli amici eccetera, continuano a ripeterci che è l'altro che ti blocca, è il carattere dell'altro che ti inibisce, è quello e quell'altro, per esempio i professori, sì, beh, indubbiamente c'è questa componente. Ma se il nostro cuore è libero, se il nostro cuore è sciolto dai legami del demonio, dalla menzogna, se il nostro cuore è capace di alzarsi e andare verso l'altro, cioè è capace di amare, allora non c'è inibizione che tenga, perché molto spesso andare verso l'altro significa anche rimanere fermi: cioè non obbligare l'altro, non esigere dall'altro. Perché molte volte noi andiamo all'altro con esigenza, andiamo all'altro cercando di piegarlo, obbligandolo spesso a perdonarci, obbligandolo spesso a capirci, e poi entriamo in crisi se questo non succede, e scambiamo questo per amore. Poi l'altro ci risponde male, l'altro non ne vuole sapere, e allora giù crisi, giù nevrosi, giù follia, il mondo casca.
Ma tutto questo è perché il nostro cuore è malato. Per questo dice il Signore: ti sono perdonati i tuoi peccati, non gli dice immediatamente alzati e cammina, non è questo il punto. Il punto è guarire il cuore, perché se guarisci il cuore puoi camminare. Il miracolo non è mai qualcosa di esteriore, il miracolo autentico sorge e nasce dal miracolo interiore, dal miracolo nascosto agli occhi del mondo, agli occhi della carne.
Lo diceva già Giovanni Crisostomo, commentando questo stesso brano tanti secoli fa: Cristo guarì prima ciò che è invisibile, l'anima, perdonando i peccati. Il corpo sarebbe venuto dopo, e sarebbe stato guarito davvero, ma sciogliere un'anima è cosa più grande che rimettere in piedi una gamba: il Signore comincia da lì, dal punto che nessun medico può raggiungere.
SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, OMELIA 29 SU MATTEO
"Guarì prima ciò che è invisibile, l'anima, perdonando i peccati." Nella traduzione inglese antica pubblicata da New Advent si legge: "He healed first that which is invisible, the soul, by forgiving his sins." Crisostomo paragona Cristo al medico che non cura soltanto il sintomo, ma cerca la radice: dice che il Signore parla prima al peccato perché "è abitudine dei medici distruggere la causa originaria della malattia prima di rimuovere la malattia stessa", e aggiunge che il peccato è "sorgente, radice e madre di tutti i mali". Altrove Crisostomo formula il principio con precisione quasi scolastica: "Quanto anima corpore potior est, tanto peccatum dimittere maius est quam corpus sanare" — "quanto l'anima è più preziosa del corpo, tanto è cosa più grande rimettere il peccato che guarire il corpo". Il perdono non si vede, la guarigione sì. Perciò Cristo compie il miracolo più evidente per dimostrare quello più grande e nascosto: "Fa il minore, che è più manifesto, per dimostrare il maggiore, che non è manifesto."
Per questo è necessaria la Chiesa, per questo è necessario chi ci conduca a Cristo, il punto è tutto lì, qualcuno che abbia pietà e misericordia di noi e ci conduca ai piedi di Cristo, perché tu e io non riusciamo a uscire dal circolo vizioso dell'incapacità di amare, della paralisi, dei pensieri malvagi che portiamo nel cuore, e con i quali giudichiamo Dio, con i quali pensiamo di Gesù Cristo che sia un blasfemo, uno che in fondo non abbia veramente a cuore la nostra
realtà, la nostra famiglia, i nostri figli, perché non ascolta, perché non guarisce, non cambia, non rende possibile l'accesso all'altro, non mi rende possibile il camminare verso l'altro. Capite? Perché sempre il problema è la strada, il problema è l'altro, il problema è il fatto che questo treno dell'altro non arriva mai in orario, che cambia sempre stazione, che cambia sempre banchina, il problema è quello.
Il Signore dice: attenzione, questi sono pensieri malvagi, questi sono pensieri che vengono dal demonio. Capisci? Dal demonio, dall'inganno del demonio: Dio non è buono, Dio non ti ama, è sempre lo stesso. La psicologia, e ripeto, i consigli degli amici eccetera, ci fanno del male, per questo non c'è da parlare. Io veramente vi ripeto e vi dico con forza: attenzione ai consigli degli amici. Guardate Giobbe, pieno di amici e nessuno che gli avesse detto una parola vera, anche usando parole sante, dicevano la menzogna. Attenzione, il tuo consigliere sia uno su mille, dice la Scrittura: piuttosto lasciatevi portare dalla Chiesa. Possiamo riposare? Questo paralitico non ha detto una parola: è la Chiesa che ci porta, è la Chiesa che ci porta ai piedi di Cristo, è la Chiesa, è la pazienza, la tenerezza, l'attenzione dei pastori, dei catechisti, dei fratelli. È nella comunità cristiana che noi sperimentiamo l'amore di Dio, cioè il perdono dei peccati, quello che è davvero quel gancio che entra dentro al nostro cuore e ci tira su, e ci alza dai nostri peccati.
Allora, è più facile dire che ti sono perdonati i tuoi peccati o dire alzati e cammina? Secondo te che cosa è più facile? Alzati e cammina è un miracolo che avviene se c'è un potere sulla natura, un fatto fisico che non possa camminare, come ieri abbiamo visto nella traversata. Chi è costui al quale anche i venti e i mari obbediscono, non la natura ferita? Chi è? È Dio. Perché è molto più difficile dire ti sono perdonati i tuoi peccati, perché camminare è il frutto del perdono dei peccati. L'ordine della natura, cioè usare le gambe per amare, usare le gambe per andare a lavorare e quindi per perdere la vita, usare le gambe per
annunciare il Vangelo, "quanto sono belli i piedi di coloro che annunciano il Vangelo", dice il profeta Isaia, è un ordine, è l'ordine della creazione. Allora ricreare è molto più difficile: bisogna andare fino al focolaio, fino a dove questo disordine che arriva anche alle gambe impedendo di muoversi, e al cervello impedendo di dare gli impulsi per muoversi, quindi al cuore che non fa circolare bene il sangue. Bisogna andare all'origine. L'origine qual è? La menzogna del demonio, il peccato. Ecco Cristo: è molto difficile per Cristo dire ti sono perdonati i tuoi peccati, perché è dovuto morirci dentro i peccati nostri per poterlo dire, ma c'è morto, è morto per noi, è morto per te, e oggi ti dà la possibilità di ascoltare questa parola, perché la Chiesa, attraverso la predicazione, attraverso il sacramento, attraverso il cammino di fede, attraverso le liturgie, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, la fede della Chiesa ci porta. Per questo togli ogni clericalismo a noi preti, togli ogni moralismo ai genitori, ai fratelli, ai parenti, ai figli, agli sposi, perché non vedi più nell'altro un impedimento, non vedi nei fatti, nella malattia, nei problemi economici, nella politica, non vedi in tutto questo la causa della tua impossibilità di essere felice perché impossibilità di amare. No: tu vedrai la schiavitù che c'è nel tuo cuore, quindi vedrai la schiavitù che c'è nel cuore del fratello. Insieme siamo deposti ai piedi di Cristo, come Maria che ha scelto la parte migliore, la parte buona, la parte bella, l'unica che non verrà tolta.
Come discepoli, in questa immagine del discepolo si guarisce essendo discepoli, si guarisce ai piedi di Cristo, nella Chiesa, nella comunità. Allora sì che si può alzarsi e camminare, andare verso l'alto, perché hai guarito il cuore, hai guarito il cuore. Perché allora passerai dai pensieri malvagi allo stupore, nel vedere che Dio ha dato il potere di perdonare i peccati e quindi di guarire la carne incapacitata, di ridare ordine alle tue mani, ai tuoi occhi, alla tua bocca, alla tua lingua, ai tuoi pensieri.
Capitolo III - "Porta sempre la croce": il lettuccio e la chiave
Un ordine nuovo che nasce dal sentirti amato, che nasce dal perdono dei peccati, dalla rigenerazione, dalla Pasqua che si compie in te, dall'essere tu strappato dalla morte. Allora, se tu sei stato perdonato, se la misericordia ti ha incontrato, se tu stai ai piedi di Gesù e ascolti la Sua parola e ti senti rigenerato perché sei stato messo dentro le viscere di misericordia della Chiesa, allora tutto nasce di nuovo, tutto prende la forma originale, la forma bella, quella bellezza che salva il mondo: cioè l'immagine e la somiglianza di Dio. Allora tu puoi veramente alzarti e camminare, e andare verso l'altro, e distendere le braccia sulla croce per l'altro. Perché ciò che ti salva cos'è? La croce. Per questo dice: portati il tuo lettuccio, portati la memoria di chi tu sei. Guardate che gesto strano, se ci pensate bene. Gesù non gli dice: lascialo lì, quel lettuccio, non ti serve più, sei guarito. Gli dice il contrario: prendilo, portalo. Gregorio Magno lo aveva già visto: il letto prima portava lui, malato, adesso è lui, guarito, che porta il letto. Prima quel legno lo teneva prigioniero della carne, diventato prova invece che condanna; ora lo porta sulle spalle, come si porta una croce, senza più esserne dominato.
PIETRO CRISOLOGO, ILARIO DI POITIERS, RABANO MAURO,
GREGORIO MAGNO
Pietro Crisologo legge il comando "prendi il tuo letto" con grande forza simbolica: "Ut quod fuit probatio infirmitatis, sit testimonium sanitatis" — "ciò che era stato prova della sua infermità diventi ora testimonianza della sua guarigione". Il letto non sparisce. Gesù non dice al paralitico di abbandonarlo come se non fosse mai esistito. Gli dice di prenderlo. Il segno della miseria diventa segno della misericordia.
Ilario di Poitires apre il testo in direzione ecclesiale e universale: "In paralytico autem gentium universitas offertur medenda" — "in questo paralitico viene offerto per essere guarito tutto il mondo dei gentili". Aggiunge che il paralitico "è chiamato figlio, perché è opera di Dio; gli sono rimessi i peccati dell'anima, che la Legge non poteva sciogliere", e legge nel comando di prendere il letto un segno di risurrezione: Cristo "mostra la potenza della risurrezione", insegnando che ogni infermità sarà tolta dal corpo. Rabano Mauro legge lo stesso gesto in chiave morale: "il suo alzarsi è il distacco dell'anima dalle concupiscenze carnali; il prendere il letto è elevare la carne dai desideri terreni ai piaceri spirituali; l'andare a casa è il ritorno al Paradiso o alla vigilanza interiore contro il peccato." Gregorio Magno, nei Moralia, spiega il roveschamento morale nello stesso senso: "con il letto è indicato il piacere del corpo. Gli viene comandato, ormai guarito, di portare ciò su cui giaceva quando era malato" — chi è malato giace nei piaceri carnali, chi è guarito porta la carne, cioè ne sopporta il peso senza esserne più dominato.
Cioè sapere che tu sei un poveraccio, come il popolo quando entrerà in Israele nella terra promessa: guardati dal dimenticare chi eri, guardati dal dimenticare quello che ha fatto Dio con te, perché tu non ti inorgoglisca. Allora porta sempre la croce, porta quella croce sulla quale il demonio ti aveva schiacciato e ucciso, ma sulla quale, incontrandoti con Cristo, hai trovato la porta al cielo, la porta verso l'altro, la chiave che sarà data alla Chiesa, la chiave che apre questa porta che ci separa dall'altro, che ci separa dalla storia, che ci separa dall'entrare nella malattia, dall'entrare nella volontà di Dio. Questa porta è la croce. E la chiave è Cristo, è Cristo crocifisso: questo codice, questa forma, questo profilo unico e irripetibile che è Cristo crocifisso con te, che ti permette di entrare ogni giorno nella volontà di Dio, di passare all'altro, di camminare.
E questo potere, di perdonare i peccati, cioè di crocifiggerti con Cristo nella sua morte per partecipare alla sua risurrezione, per passare dalla morte alla vita, questo è stato dato agli uomini, cioè alla Chiesa, cioè al corpo vivo di Cristo, cioè alla carne e sangue di ogni uomo, di ogni figlio di Dio, di ogni cristiano rigenerato nell'amore di Dio, nel perdono. Che possono legare e sciogliere: sciogliere dalle catene inique, e legare a Cristo per l'eternità.
Il Vangelo, alla fine, dice che quel potere è stato dato "agli uomini", al plurale. Rimane vivo oggi, nella Chiesa, in ogni confessionale dove qualcuno scioglie nel nome di Cristo quello che tu da solo non sai sciogliere.
Ecco, allora coraggio: siamo nella Chiesa, solo nella Chiesa possiamo passare, passare verso l'altro, passare all'altra riva. E questo è quello di cui ha bisogno tuo figlio, quello che ha bisogno ogni uomo: di vedere nella Chiesa la speranza, di vedere nella Chiesa la possibilità di guarire profondamente, che il mondo non è cattivo perché gli altri sono cattivi, non sono le strutture, non è nulla che distrugge nell'uomo la capacità di amare, ma il demonio. Il demonio, perché chi ha dentro Cristo, chi ha Cristo dentro, chi ha la vita nuova dentro, ha questa chiave. Capite? È crocifisso con Cristo, porta il suo lettuccio dove ha incontrato Cristo, in questo lettuccio che è letto d'amore dove Cristo ci sposa, trova il pertugio, trova la fessura attraverso la quale passare e uscire. Qualunque sia il carcere, qualunque sia l'istituzione che lo distrugge, il lavoro alienante, la malvagità dei capi, qualunque sia il carattere della moglie, qualunque sia il carattere del marito, la sofferenza del figlio che distrugge i tuoi piani, la malattia, il cancro, qualsiasi sia la tua situazione, che il mondo dice che è la causa della tua infelicità, no.
Se tu hai dentro Cristo, se tu sei un figlio della Chiesa, hai la chiave per aprire qualunque prigione, qualunque situazione difficile, e puoi essere felice anche nella situazione che rende tutti gli uomini che non conoscono Dio infelici. Tu
puoi essere felice. Perché? Perché in tutto, in tutto puoi trovare il cammino per amare, la strada per amare, per dare la tua vita. Coraggio, buona giornata.
Capitolo IV - "Vi è una sola paralisi: il peccato"
"Perché pensiamo cose malvagie nel cuore"? Perché pensiamo che Gesù "bestemmi"? Perché portiamo dentro lo scandalo della sofferenza e non crediamo che Gesù abbia il potere di giungere alla radice del male ed estirparlo. Non crediamo al perdono, non immaginiamo neanche che esista. Sappiamo che Dio è buono, onnipotente, e nel Credo professiamo la fede nel perdono dei peccati. Ma che un Uomo, carne della nostra carne, con una semplice Parola, abbia il potere di sciogliere un altro uomo dalle catene del male e dei peccati, beh, questo è impensabile: non lo abbiamo visto e non possiamo crederlo. E giudichiamo Gesù, pensando male di Lui.
Tutto questo accade molto concretamente quando, di fronte alla "paralisi", uomini come noi, gli apostoli della Chiesa corpo di Cristo, ci invitano a dare credito al Signore e a non intestardirci cercando soluzioni impossibili. Quando la Chiesa ci chiama alla fede, ad abbandonarci all'amore di Dio e a portare ai piedi di Gesù e aspettare che Lui operi la guarigione delle situazioni difficili, delle relazioni paralizzate, quello che in noi vi è di infermo. "Pensiamo male di Gesù" soprattutto quando, di fronte alle persone e agli eventi "paralizzati", induriamo il cuore e non vogliamo pensare che alla radice di qualsiasi problema vi siano i peccati. Come nel Vangelo, la mormorazione e il giudizio scattano quando Gesù, invece di operare il miracolo che guarisca le situazioni, punta diritto i peccati. Quando la Chiesa ci depone ai piedi di Gesù perché ci perdoni e liberi il cuore perché possa amare e donarsi, no, ci ribelliamo a chi ci annuncia che vi è il peccato dietro la paralisi del dialogo e della comunione con il coniuge, o le esplosioni continue dei figli che non siamo capaci di far ragionare e ci trascinano in altrettante esplosioni di ira.
Vi è una sola paralisi: il peccato. Lo ha detto anche Benedetto XVI, commentando questo stesso paralitico: il peccato è una sorta di paralisi dello spirito, e da quella paralisi può liberarci soltanto la potenza dell'amore misericordioso di Dio.
SILVANO FAUSTI E FILIPPO CLERICI, LECTIO SU MT 9,1-7
Nella lectio su questo brano, padre Silvano Fausti e padre Filippo Clerici insistono anzitutto sul fatto che i miracoli sono segni, e che il Signore rifiuta il miracolo a chi ne è "ghiotto", perché è dato "per significare qualcos'altro". La frase centrale della lectio è netta: "il senso di ogni miracolo è il perdono". Il perdono viene spiegato come uscita dal peccato inteso come fallimento, come ciò che blocca la vita, chiude l'uomo in sé stesso, lo separa da Dio, dal proprio io e dagli altri — a partire da Genesi 3, dove il peccato è descritto come cessazione della relazione: con Dio, con sé, con l'altro, con la natura, con la vita e con il fine ultimo. L'uomo è relazione; il peccato è separazione. Per questo paralizza. Sull'accusa di bestemmia, Fausti-Clerici osservano che essa è, paradossalmente, giusta nel percepire la grandezza dell'evento: se si capisce davvero che cos'è il perdono, esso è sconvolgente. Scrivono: "Un Dio il cui giudizio è morire in croce per chi lo mette in croce, è un giudice interessante." E sulla domanda di Gesù su che cosa sia più facile dire, rispondono con una formula efficace: "Uno è impossibile e l'altro invece pure." Per questo Cristo fa quello esterno e visibile, il paralitico che cammina, per indicare quello interno che gli interessa di più.
Attenzione, però, a non capire questo alla rovescia. Qui non si tratta di dire che se uno è malato è perché ha peccato, come pensavano gli amici di Giobbe, o quelli che, davanti al cieco nato, chiedevano a Gesù chi avesse peccato, lui o i
suoi genitori. Gesù stesso smonta quella lettura: né lui né i suoi genitori. Il peccato non è la spiegazione di ogni male fisico che ti capita. È la radice di quella paralisi più profonda che nessuna medicina raggiunge, quella che ti impedisce di amare anche quando le gambe funzionano benissimo.
Vorremmo capire i perché di tante atrocità, di tante ingiustizie, ma rifiutiamo di accettare che esista una radice del male, il pensiero unico che domina la nostra cultura non la prevede, mentre il peccato è accovacciato alla nostra porta, insinuato nel nostro cuore. Da esso sgorgano tutti gli abomini. Adagiati nel peccato pensiamo cose malvagie. Non riconoscerlo, guardarlo con supponenza, sorvolarne la serietà e la drammaticità, è dare del bestemmiatore a Gesù. Significa essere nemici della sua Croce. Ignorare il peccato è ignorare Dio, il suo potere, il suo amore. Restare appiattiti sulle sue conseguenze, cercando come eluderle o sbianchettarle, dimenticando la Rivelazione che indica nel peccato la radice di ogni male, anche quelli che chiamiamo malattie o disastri naturali, conduce a pensare male di Dio, o a escluderlo dalla vita; non possiamo accettare un Dio che sembra non agire contro le ingiustizie, e preferiamo dimenticarlo, o cercare comunque e ad ogni costo un capro espiatorio su cui riversare il dolore e il risentimento. Il giustizialismo e l'indignazione di questi tempi nascondono negli armadi gli scheletri di una società che ha legittimato l'omicidio più efferato, quello perpetrato sulle creature più indifese. Il cortocircuito demoniaco stringe come un cappio mortale le nostre vite, cadute nell'illusione che si possa vincere il male con un male più grande travestito da bene.
Insieme con la cultura mondana, non crediamo che la paralisi indichi il disordine del peccato, ma è piuttosto un incidente cui ribellarsi: agli occhi degli "scribi" quel paralitico non è uno schiavo di cui avere misericordia, ma un'occasione di scandalo di fronte alla quale reagire con la malvagità che colma i loro cuori. E così, per loro, chiudersi alla misericordia diviene la bestemmia contro lo Spirito Santo, il peccato che non potrà essere perdonato. La Scrittura
ci rivela che la morte è entrata nel mondo per invidia del demonio, e ne fanno esperienza quelli che gli appartengono. E il male si spande. Anche sugli innocenti. Ma noi, che innocenti non siamo, ne siamo schiavi, paralizzati, stesi sul letto della solita vita, dei soliti peccati.
Vi è un solo cammino per guarire: guardare in faccia la Verità, lasciarci giudicare dalle Parole d'amore di Gesù. In Lui i peccati sono rimessi e sperimentiamo la vera liberazione, perché il mistero del male si svela nel perdono. A Boezio che si chiedeva "Si Deus est, unde malum? et si non est, unde bonum?", san Tommaso d'Aquino poteva rispondere capovolgendo i termini: "Si malum est, Deus est", perché l'esistenza di Dio è affermata e argomentata proprio a partire dalla realtà del male (Contra Gentiles, l. III, c. 71). Il perdono ci fa accettare le conseguenze dei nostri peccati e, in esse, le conseguenze dei peccati di ogni uomo. Da questa attitudine nasce l'umiltà, e spariscono i pensieri malvagi, i giudizi, la malizia. Sulla roccia della Verità si infrangono le onde del male, e sorge un pensiero nuovo, di pazienza e misericordia. Nella Verità si dischiude la porta della vita davanti ad ogni peccatore, a ciascuno di noi: lasciarsi amare, riconciliare, perdonare. Accettare d'essere peccatori, e gettarsi tra le braccia del Signore. Ai Suoi piedi, piangendo e implorando. Aiutati e accompagnati dalla Chiesa.
San Giovanni Paolo II la chiamava "rottura del peccato": da lì nascono tutte le altre fratture, nell'uomo e intorno a lui. Una riconciliazione vera, diceva, richiede di raggiungere il peccato nelle sue radici più profonde. Ricucire un rapporto in famiglia non basta, se resta aperta la frattura con Dio.
Nella liturgia eucaristica, prima di accostarci alla comunione, ripetiamo con il Celebrante: "O Signore, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa". Gesù è mosso dalla fede degli amici del paralitico a compiere il miracolo del perdono, riconsegnando forza e vigore alle membra paralizzate. Per questo abbiamo bisogno della comunità cristiana, dei pastori e dei fratelli, del
Popolo santo che è capace, per amore del povero e del debole, di scoperchiare i tetti e deporre i malati ai piedi di Gesù. Abbiamo bisogno della fede della Chiesa che apre per noi un cammino distruggendo pareti e tetti che ci accerchiano e ci impediscono di andare a Cristo, per condurci a Lui e conoscerlo, ed essere liberati e tornare a casa, nella storia di ogni giorno, con il letto che è la memoria dei nostri peccati e la consapevolezza della nostra debolezza, nella quale si rivela pienamente la potenza dell'amore di Dio. A noi la memoria di quello che siamo, a Gesù l'amore e il perdono. Solo così potremo vivere risanati, abbandonati alla sua fedeltà senza nulla presumere di noi stessi, liberi nella "città di Gesù", dove unica legge è l'amore.
Capitolo V - "Perché pensate male?"
Perché pensate male? Perché avete pensieri malvagi nel vostro cuore? Questa domanda è la lama di un coltello che arriva fino al profondo del nostro cuore. Quante volte noi pensiamo male? Pensiamo male di Dio? Pensiamo male di Gesù Cristo? Pensiamo male di fronte a ciò che ci accade? Guardate, è molto, molto, molto semplice. È molto semplice. Perché non è che ci mettiamo lì seduti e iniziamo a pensare male di Gesù Cristo, a bestemmiare e tutto il resto. No. A volte questo arriva dopo molti cattivi pensieri nelle piccole cose. Nelle cose piccole. Riguardo a tuo figlio, a tuo marito, a te stesso. Perché non ci piace che Gesù Cristo dica: coraggio figlio, i tuoi peccati ti sono perdonati. No. Ciò che noi ci aspettiamo da Cristo è qualcosa di diverso. Ciò che ci aspettiamo da Cristo è che agisca secondo il nostro modo di pensare. Egli deve intervenire nei fatti reali e concreti della nostra vita, forgiandoli, plasmandoli, insomma, cambiandoli. Vediamo: quando ti arrabbi con tuo figlio, quando ti arrabbi con l'altro, stai pensando male di Dio? Non parlo della rabbia del momento, che poi passa subito. No, parlo della rabbia che nasce da un giudizio, da un pregiudizio che tu e io abbiamo dentro verso nostro fratello, verso chi ci sta accanto, o verso la storia, verso alcuni eventi che ci rendono così nervosi. Non accettiamo di essere messi da parte, non accettiamo di essere umiliati, non accettiamo che nostra moglie si comporti sempre allo stesso modo, o nostro marito, insomma, cose molto comuni, molto normali. Lì dove noi, nel fondo del nostro cuore, ben seduti sul lettuccio del nostro cuore, stiamo cercando, stiamo aspettando un cambiamento, che qualcosa cambi, che qualcosa dia una direzione nuova alla vita, una svolta.
Questo è pensare male di Dio. Questo è pensare male di Gesù Cristo. Perché non pensiamo come pensa Cristo. Non vediamo le cose come le vede Cristo.
Quindi, pensare male di Cristo significa pensare in modo diverso da Lui. Avere un pensiero diverso dal pensiero di Cristo. Noi non vediamo nell'altro che è schiavo di un peccato, perché non lo pensi di te stesso. Perché tu pensi di avere ragione, credi di avere il diritto che ti venga fatta giustizia nei fatti, nella storia, in ciò che ti accade. Pensare così, vedere le cose senza fede, senza discernimento, significa pensare male di Dio. Avere pensieri cattivi e giudicare il fatto che Gesù Cristo stia abbracciando gli altri.
E badate, non erano stupidi, quegli scribi. Se Gesù fosse stato soltanto un rabbino come tanti, avrebbero avuto ragione: solo Dio può rimettere i peccati, e lo sapevano bene, dalla Scrittura. Il loro errore non è nella dottrina, è negli occhi: vedono un uomo che usurpa Dio, e non riescono a vedere Dio che visita l'uomo proprio in quell'uomo. È lo stesso errore di chi conosce la Scrittura a memoria e la usa per giudicare invece che per riconoscere.
È così semplice: gli scribi, quelli che sono in cammino, quelli che conoscono la Scrittura, i preti. Quante volte i preti, nella missione, vedono delle cose? Noi, non loro; noi vediamo cose che loro non vedono. La liturgia, nella missione, le famiglie, come educano i figli, ad esempio. Ma questo non riguarda solo i preti, ma anche gli altri. La famiglia che pensa di capire tutto, veri dotti, con la Scrittura in mano, discernono tutto secondo la Scrittura e la applicano in modo fantastico. E applicando, applicando, applicando la Scrittura, arriviamo a giudicare il fatto che Cristo stia abbracciando le persone. Perché? Perché questa famiglia che è con te in missione, questo prete, questo fratello della tua comunità, questa persona che ti è accanto, è amata così com'è. Gesù Cristo la ama, ama questa famiglia che è con te e che tu non sopporti, che non sopporti per come agisce, per come pensa, per come. Gesù Cristo ama tuo figlio, Gesù Cristo ama tua figlia, tuo marito, tua moglie, il tuo collega di lavoro. Li ama, e l'unica cosa che fa è avere misericordia, perdonarli, perdonarli.
La soluzione a ogni problema è una sola: che l'uomo possa incontrare Cristo, che gli perdoni i peccati, che lo liberi da quella schiavitù che abbiamo visto ieri, da quelle catene che lo legano al demonio, a una menzogna, a un inganno o a un peccato. Questa è l'unica soluzione.
NOTA FILOLOGICA — APHIEMI, EXOUSIA
Il centro linguistico e teologico del brano è la frase aphientai sou hai hamartiai: "ti sono rimessi i peccati". Il verbo aphiemi significa lasciare andare, rilasciare, condonare, perdonare. Nel retroterra biblico richiama il perdono come rimozione della colpa, come liberazione da un peso, come remissione di un debito che l'uomo non può estinguere da solo. Al v. 6 la parola decisiva è exousia: autorità, potestà legittima, diritto sovrano. Non è soltanto potenza taumaturgica. Per indicare la pura forza miracolosa si potrebbe usare dynamis. Matteo sceglie exousia perché il punto non è semplicemente che Gesù "può" guarire, ma che ha il diritto divino di rimettere i peccati. La sua parola non è abusiva. È sovrana. Il titolo "Figlio dell'uomo" tiene insieme umiltà e gloria: in aramaico, bar enash può indicare semplicemente l'uomo, ma in Matteo il titolo è attraversato da Daniele 7, dove uno "come figlio d'uomo" riceve dominio, gloria e regno. Qui, però, quella gloria non appare in uno scenario celeste: è davanti a un letto, in una città della Galilea, nel corpo immobile di un uomo. L'autorità escatologica entra nella terra.
Per questo oggi compare la Chiesa, che è un dono immenso. Perché? Perché è la Chiesa che va oltre noi stessi. La Chiesa va oltre un prete, e per questo distrugge e guarisce ogni radicalismo. Nella missione, nella comunità, nella Chiesa in generale. Perché è la Chiesa? È la fede della Chiesa che, nella città di Cristo, a Cafarnao, in casa sua, lì, tra i suoi familiari, nella comunità cristiana, fa sì che
siano i fratelli a portare il fratello malato, il fratello paralitico, il fratello che non riesce ad amare, che non riesce a obbedire, che non riesce a essere casto, che non sa agire diversamente, che è cieco e non vede le cose, cose che tu invece, nella tua saggezza, vedi chiaramente. Questo fratello viene portato ai piedi di Cristo. È la comunità che porta i fratelli malati, cioè tutti i fratelli, ai piedi di Cristo, attraverso la liturgia, attraverso la preghiera, attraverso il cammino, il camminare insieme. Non guardate ai nostri peccati, ma allo Spirito della Chiesa. È questo che ci salva. Camminare insieme alla famiglia che è con te in missione, camminare insieme a questo fratello, camminare nella Chiesa, perché nella Chiesa tu e io facciamo ogni giorno questa stessa esperienza. La nostra malattia, la nostra paralisi, che ci impedisce di amare, di avere pazienza, di avere misericordia verso il fratello, noi che abbiamo pensieri cattivi, perché? Perché non crediamo che sia il peccato a far soffrire, perché vogliamo cambiare la storia dei fatti e delle persone, e poiché da soli non ci riusciamo, veniamo tutti i giorni, tutti i giorni, deposti e portati ai piedi di Cristo. Un giorno, poi un altro giorno, e un altro ancora, a vedere questa misericordia che Egli ha.
Questo paralitico non fa nulla, fa tutto la Chiesa. La Chiesa è Cristo, questo è il mistero. Noi siamo dentro questo corpo che viene salvato ogni giorno da Cristo, dal suo amore, dalla sua misericordia. Per questo si dice che la gente, nel vedere questo, nel vedere segni concreti, perché è chiaro, se Cristo ha il potere di perdonare i peccati, questo si vede concretamente nel fatto che l'uomo guarito, l'uomo salvato, l'uomo rialzato, risuscitato, inizia a camminare in una vita nuova, inizia a rendersene conto, inizia a camminare, ad andare, inizia a poco a poco ad amare, a obbedire; ed è quello che stiamo vedendo tutti i giorni, in questi anni del nostro cammino nei fratelli. I fratelli lo vedono in noi. Per questo si dice che restavano stupiti, restavano sgomenti, e lodavano Dio perché aveva dato agli uomini tale potere. Agli uomini, alla Chiesa, a Pietro, come avevamo visto ieri. E continua oggi con la chiave, la chiave per aprire cosa? La
porta dei malati, la porta della morte, la porta della tomba, affinché l'uomo possa passare dalla morte alla vita, possa passare all'altro, possa amare, perdonare, aprirsi alla vita, avere pazienza, studiare, soffrire, affrontare il cancro, affrontare la precarietà economica, la disoccupazione, qualunque cosa. E a te, Pietro, alla Chiesa, apre la porta per rispettare, per avere pazienza, per avere misericordia, la porta dei suoi occhi, degli occhi del tuo cuore, nella fede, affinché tu possa vedere l'opera di Dio, l'opera di Gesù Cristo nei fratelli. Questa è la Chiesa, il mistero della carne e del sangue visitati dallo Spirito Santo, che dona alla Chiesa il potere di aprire, ma come? Con la croce, con la croce.
Per questo il paralitico viene guarito sul suo lettuccio. Questa croce, che lo aveva quasi ucciso, diventa il luogo in cui viene salvato. Per questo gli dice: prendi il tuo lettuccio e vai a casa tua. Questa è la chiave, il ricordo, la memoria, la storia della nostra debolezza, da cui il Signore ci ha tirato fuori, per stare insieme, crocifissi con Cristo, in questa chiave che apre. Poiché sul lettuccio hai incontrato Cristo, non puoi abbandonare il lettuccio. Tuo figlio non può abbandonare questa debolezza, non la abbandonerà. Porterà sempre con sé la sua debolezza. Tua moglie, tuo marito, tu stesso, avrai sempre questa debolezza, che ti porta a poco a poco verso l'altro, che ti porta all'umiltà, che ti porta a camminare in una vita nuova. In Cristo, con Cristo, per Cristo, crocifissi con Lui, proprio perché porti con te il lettuccio, puoi entrare nella storia. Puoi vivere in modo diverso. E tu, io, portando il lettuccio, cominceremo ad avere altri pensieri. Vedi? Benedicendo Dio. Non pensi più male. Ora benedici. Ora vedi Dio come l'amore, l'amore vero che raggiunge le persone e le trasforma dal profondo del cuore. E forse non cambia nulla della storia, non cambia nulla del carattere, non cambia nulla. No, no, no, no. Solo tu puoi vedere in te e nei fratelli, poiché portiamo tutti lo stesso lettuccio, nella stessa Chiesa, nella stessa comunità, nello stesso cammino, l'opera di Dio. E possiamo benedire. Guarda, siamo tutti paralitici. Tutti i giorni paralitici e tutti i giorni guariti. Tutti i
giorni salvati, perdonati. Questo cambia il cuore. Questo cambia la radice del pensiero umano, della maledizione, del concepire Cristo come un mero trasformatore. E invece Egli è il nostro Salvatore, perché ci perdona. Perché ha il potere di perdonare. E dà alla carne della Chiesa, che è la sua carne, che è il suo corpo che ha affrontato la morte per risuscitare, alla carne della sua Chiesa dà lo stesso potere. Tu partecipi di questo potere. Tu puoi perdonare. Certo, i presbiteri lo fanno sacramentalmente, ma tu, io, noi possiamo perdonare. Questo potere cambia il cuore. Perché il potere che tu hai visto in Cristo, e che hai visto nei fratelli, e che hai visto nella Chiesa, giunge a te e cambia il tuo cuore.
Coraggio, dunque. Nella nostra carne debole è stato affidato un potere infinito. L'unico vero potere presente in questo mondo in grado di distruggere il potere del demonio. Quale? Il perdono dei peccati. Tutti coloro che ne sono degni giungono al perdono dei peccati. L'esperienza di Cristo è l'esperienza di essere perdonati. E di poter perdonare.
Capitolo VI - "Torna nella sua città come vincitore"
Gesù Cristo torna anche oggi a Cafarnao. Egli viene. La sua città è la vostra città. Gesù Cristo, dopo aver attraversato il mare, aver fatto la Pasqua, aver compiuto esorcismi e aver liberato due uomini resi schiavi dal demonio, torna nella sua città. Torna nella sua città come vincitore. Torna da voi. E oggi c'è davvero un Vangelo meraviglioso. Oggi c'è un Vangelo di grande consolazione. Forse voi, proprio come me, avete poca fede. Nutrite ancora dei dubbi. E questa fede debole non riesce a farci muovere. Poiché non abbiamo fede, pur potendo camminare, non riusciamo a farlo. Certo, andrete al lavoro. Andrete a scuola. Andrete in bicicletta. Salirete in macchina. Ci salirete. Prenderete il treno. Probabilmente sapete già tutto. Conoscete gli orari e ogni altra cosa. Ormai ci siete abituati. Giorno dopo giorno. Ma questo serve per andare al lavoro. Per andare a scuola. Tuttavia, per andare incontro all'altro, non basta nessuna mappa, nessuna applicazione per smartphone, nessuna saggezza umana, nessun discernimento razionale. Senza fede non possiamo muoverci. Anche se oggi ci svegliamo e ci alziamo, per entrare nel mondo di nostra moglie, senza fede non ne abbiamo la forza. Non ci riusciamo. Perché? Da dove viene vostra moglie? In che stato si trova? O meglio, in quale condizione si è svegliata? Oggi vostro marito, i vostri figli, pensate di conoscere i vostri figli. Ma forse ieri vostro figlio ha chattato con la fidanzata. Forse le ha parlato, ma magari hanno litigato. Forse l'altra persona ha tradito vostro figlio, o vostra figlia. Forse vostro marito è smarrito in pensieri profondi. E voi non avete la forza di entrare facilmente in quel mondo. Perché non avete fede. E senza fede non si può avere discernimento. Non conoscete nemmeno la strada da percorrere. E non avete i piedi per andarci. I piedi non si possono muovere.
E Cristo lo sa. Ma non solo Cristo. Lo sanno anche gli amici dell'uomo paralizzato che appare nel Vangelo di oggi. Lo amano. Tengono a lui. Poiché hanno la fede necessaria per uscire da sé stessi e fare qualsiasi cosa per lui. Questi amici sono l'immagine dei fratelli della Chiesa.
San Girolamo, commentando questo stesso brano, diceva che qui non conta tanto la fede di chi viene portato, ma la fede di chi lo porta. E Pietro Crisologo, ancora più a fondo: quanto deve valere presso Dio la fede di ciascuno, se è bastata quella di altri per guarire un uomo dentro e fuori. Papa Francesco lo ha chiamato coraggio creativo: quello degli amici che, pur di portare il malato fino a Cristo, non si fermano davanti a nessun ostacolo, nemmeno davanti a un tetto da scoperchiare.
GIROLAMO E PIETRO CRISOLOGO, DALLA CATENA AUREA
Sulla fede dei portatori, la Catena Aurea conserva la distinzione precisa di Girolamo: "Non eius qui offerebatur, sed eorum qui offerebant" — "non la fede di colui che veniva offerto, ma di coloro che lo offrivano". Crisostomo, dal canto suo, non esclude la fede del paralitico, perché se non avesse creduto non si sarebbe lasciato condurre davanti a Cristo. Le due letture non si oppongono: Matteo mette in luce la fede comunitaria, la fede che diventa intercessione. Pietro Crisologo formula qui una delle frasi più belle della tradizione: "Quantum valet apud Deum fides propria, apud quem sic valuit aliena, ut intus et extra sanaret hominem?" — "quanto deve valere presso Dio la fede propria, se così ha valso quella altrui, da guarire un uomo dentro e fuori". E aggiunge, sulla fede degli altri: "il Signore non richiede in questo mondo la volontà di coloro che sono senza intelligenza, ma guarda alla fede degli altri; come il medico non consulta il desiderio del malato quando la sua malattia richiede altre cure."
La Chiesa, la comunità. E questa è per noi la consolazione più grande. Non importa se siamo deboli. Non importa se oggi non riuscite a muovervi. Se oggi per caso avete una fede debole e vi manca la forza, non preoccupatevi. Se siete nella Chiesa, se siete uniti alla Chiesa, se appartenete alla Chiesa, se camminate insieme alla comunità, sarete trasportati dalla fede della comunità. Sarete portati. La comunità, la Chiesa, il corpo di Cristo vi sosterrà e si prenderà cura di voi. Anche se non riuscite a prendervi cura di voi stessi, i vostri fratelli, il vostro pastore, il vostro catechista, le persone che mettono in gioco la vita per voi, vi porteranno e vi condurranno. Vi accompagneranno. Dove? Da Cristo. Vi porteranno fino ai piedi di Cristo. Qual è il cammino della fede? È proprio questo. Noi, all'interno della comunità, percorriamo il cammino della fede. Questo cammino di fede non si fonda sulle nostre forze. Noi possiamo intraprendere questo cammino grazie alla fede che è stata donata alla comunità. Riusciamo a camminare. Quel miracolo, avvenuto vedendo la loro fede, è reso possibile dalla Chiesa, ovvero dal sangue di tutti i martiri del Giappone, dai missionari che hanno rischiato la vita lavorando nella Chiesa, dai nostri antenati, da coloro che hanno ricevuto la fede prima di noi. E anche oggi, ancora oggi, voi appartenete sicuramente a una comunità specifica e concreta. A quella comunità Dio dona la fede. E ciascun membro vive grazie alla fede donata a quella comunità. Viene liberato. Viene guarito. Viene sanato. È attraverso la Chiesa che noi possiamo amare l'altro. Possiamo amare nostra moglie. Possiamo amare nostro marito. Anche se non capiamo i nostri figli, possiamo restare svegli e affrontarli così come siamo. Possiamo trasmettere ai nostri figli parole di fede.
Naturalmente, ci sono ancora molti inciampi per noi. Proprio come accade nel Vangelo di oggi. Si inciampa nella carne. Si inciampa nelle proprie debolezze. Si inciampa nelle debolezze dei fratelli della comunità. Cos'è questo? Cos'è? Perché? È davvero possibile che Dio operi attraverso questa persona? Questa
persona è debole. Proprio come pensavano di Gesù Cristo quegli scribi, quelle persone sagge. Anche noi a volte pensiamo di possedere la saggezza. Pensiamo di capire. Pensiamo di capire più dell'altro. E in quel momento, inciampiamo. È naturale. Dio si è fatto uomo. E facendosi uomo, è diventato proprio l'uomo più debole. Si è fatto uomo scendendo al livello più basso. Per salvare le persone più deboli. Cos'è questa salvezza? Qui c'è un segreto, è nascosto. Il perdono dei peccati. La Chiesa è stata posta in questo mondo per perdonare i peccati. Per perdonare i peccati. Se i nostri peccati vengono perdonati, se siamo veramente perdonati, diventiamo persone nuove. Questo potere è stato dato agli uomini. È scritto chiaramente nel Vangelo di oggi. Queste cose sono scritte in modo inequivocabile. In altre parole, fratelli della Chiesa. La Chiesa. La Chiesa formata da uomini. Ai vostri fratelli è stato dato il potere di perdonare quei peccati. Certo, il sacramento viene amministrato solo dal sacerdote. Pur essendo uomo, gli viene donata in modo speciale l'essenza divina, e nel nome di Dio, attraverso il vero Dio, ci perdona sacramentalmente. E tramite questo, tramite quel perdono, anche noi possiamo perdonare. In altre parole, camminare. Perché, per andare incontro alla propria moglie, al proprio marito, agli amici, ai figli e persino ai nemici, è necessario il potere di perdonare i peccati. Attraverso la fede. Cioè, è mediante la fede che noi riceviamo e sperimentiamo questo perdono dei peccati, per poi farlo giungere all'altro. Il Vangelo di oggi manifesta tutto questo. Questo miracolo meraviglioso diventa un sacramento, e poi diventa il nostro modo di vivere. Potremmo dire che diventa noi stessi. Diventare persone di perdono. La persona che cammina è sia la persona che è stata perdonata, sia quella che riesce a perdonare. Questo è il significato.
E poi, prendere quel piccolo lettuccio su cui si era sdraiati. Su cui si giaceva. Costretti a letto. E posizionati lì. Avvicinarsi all'altro portando sempre sulle spalle quella consapevolezza. Umiltà. "Io ero questo tipo di persona". "Sono
stato perdonato". "Perdonato per grazia". Anche se non ne avevo il diritto, la mia debolezza. Riconoscere chi sono. Qualcuno che ha bisogno di perdono. Essere sempre perdonati e perdonare sempre. Questo significa camminare. Camminare veramente. Camminare verso l'altro. Andare verso l'altro e mettere in gioco la propria vita. Perdonare. Farsi carico dei peccati dell'altro e sostenerli con umiltà.
Capitolo VII - "Io sono un paralitico"
Anche oggi il Signore dialoga con noi con questa domanda: che cosa è più facile dire a un uomo, "ti sono perdonati i tuoi peccati", o dire "paralitico, alzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua"? Una domanda molto profonda, perché tocca il nostro cuore. Questa domanda rivela quello che tu ed io desideriamo da Dio, dalla storia, dalle persone. Noi desideriamo guarire, guarire fisicamente, camminare. È una domanda, come sempre, che contiene un po' una trappola, perché non dovrebbe essere posta così: non dovrebbe essere posta "che cosa è più facile dire a un paralitico, alzati e cammina, o ti sono perdonati i peccati". Invece c'è lì una piccola aggiunta che però è fondamentale, perché dice: alzati, prendi il tuo lettuccio, e cammina. Poi: prendi il tuo lettuccio. È fondamentale, perché quella frase, questa frase così semplice, "prendi il tuo lettuccio", è un trattato di antropologia. Gesù, con questa frase, rivela il cuore dell'uomo. Rivela chi è l'uomo.
E prima ancora della frase sul lettuccio, c'è un'altra parola che fa lo stesso lavoro, più in profondità. Gesù non dice a quest'uomo: malato. Né dice: peccatore. Dice: figlio. San Girolamo esclamava, leggendo questo versetto: o meravigliosa umiltà, che Cristo chiami figlio un uomo che i sacerdoti del suo tempo non si degnavano nemmeno di toccare. La dignità non arriva dopo la guarigione, come premio per essersi alzati. Arriva prima, mentre sei ancora disteso, mentre non hai dimostrato niente a nessuno.
GIROLAMO E FAUSTI-CLERICI — "FIGLIO"
La Catena Aurea attribuisce a Girolamo questa esclamazione: "O mira humilitas" — "o meravigliosa umiltà". Poi spiega: Cristo chiama figlio un uomo disprezzato, debole, sciolto in tutte le membra, che i sacerdoti
giudei non si degnavano di toccare. Il perdono non umilia il peccatore. Lo restituisce a una relazione. Fausti-Clerici, nella lectio su questo brano, leggono nel termine greco teknon la voce stessa della generazione: quasi "ti ho generato io". L'uomo può non sapere di essere figlio, ma Cristo lo sa. Questo è il punto pastorale più prezioso: prima ancora che l'uomo cammini, Gesù lo restituisce alla relazione filiale. La paralisi visibile non è il suo nome. Il peccato non è la sua identità ultima. Cristo gli dice chi è: figlio.
L'uomo è disteso su un letto: così vede Gesù ogni persona. La depressione, lo scandalo di se stessi, il disprezzo di se stessi, tutto quello che vuoi, nasce dal fatto che non ci possiamo alzare per camminare, per andare all'altro, per andare alla moglie, per andare al marito. Camminare, dice san Paolo, in una vita nuova, nella vita del figlio di Dio, una vita libera: camminare nell'obbedienza, nell'obbedienza alla volontà di Dio, nell'obbedienza alle persone che sono accanto a te, ai fatti che non ci piacciono.
Camminare veramente, dicono che camminare è importantissimo per la salute, per esempio del corpo, addirittura più di correre: camminare venti minuti, mezz'ora al giorno, è importantissimo sia per bruciare le calorie, sia per una salute psicologica, mentale, dà ossigeno. Questo che riguarda il fisico possiamo metterlo in relazione con quello che riguarda la vita spirituale: chi non cammina, chi rimane paralizzato per Cristo, è morto, cioè vive una vita innaturale, vive una vita handicappata, nel senso che non ha la possibilità di vivere secondo gli input che Dio ha dato a lui, alla persona, quando lo ha creato. Per tornare alla domanda: tu che cosa risponderesti oggi? Mettiamo che tu sei un paralitico, e io penso che tu sei un paralitico, io sono un paralitico. Un paralitico è uno che non può vivere castamente, uno che sta preso dalla sessualità, uno che non rispetta sua moglie, uno che vuole usare sua moglie,
uno che usa il suo corpo per provare piacere: è un paralitico, si muove, masturba, fa quello che sia, ma è un paralitico, perché non può usare, non può camminare nella sessualità secondo la volontà di Dio, per amare, per donarsi, per dare la vita, per lasciare che la vita passi attraverso di sé. Uno che giudica è un paralitico: non è capace di andare all'altro per giustificarlo, per tentare almeno di entrare nelle ragioni del comportamento di un altro, delle sue sofferenze, anche dello stesso peccato, per caricarlo, per perdonarlo, è un paralitico. Uno che mormora, uno che è attaccato al denaro, o uno che ha idolatrato così tanto se stesso, e questo è il cuore del Vangelo di oggi: l'idolatria di te stesso, l'idolatria di me stesso, che viene dal demonio, che ci fa cadere tante volte in depressione, ci fa disprezzare noi stessi. Ma quella è l'idolatria: io idolatro il mio corpo. Le ragazze, le donne che si disprezzano per come sono fatte fisicamente, perché sono cicciottelle, perché sono basse, perché sono grandi, perché hanno un seno piccolo, perché hanno i peli, perché non so che, in fondo, dietro, c'è un'idolatria così forte del proprio corpo che le porta a disprezzarsi perché non è come loro vorrebbero. Ora si disprezzano, per questo si vestono in un certo modo, con superficialità; si vede chiaramente da come camminano, da come si vestono, c'è un disprezzo profondo del proprio corpo: il proprio corpo non ha diritto di essere onorato come tempio dello Spirito Santo, come luogo attraverso il quale si può amare. Questa è una paralisi: sei paralizzato proprio perché idolatri. Sapete che la Scrittura dice che chi adora gli idoli diventa come un idolo? Allora l'idolo ha bocca ma non parla, ha occhi ma non vede, ha orecchie ma non sente, ha gambe ma non cammina, ha mani ma non toccano, non palpano. Se io idolatro il mio corpo mi trasformo come un idolo, sono paralizzato, non vedo, non sento, lo uso, cerco delle garanzie, cerco magari, mi concedono, una ragazza che va con superficialità, si conosce con un ragazzo e già va a letto con questo ragazzo perché deve avere una conferma dentro che in qualche modo il suo corpo, la sua sessualità, vale per qualcuno. Non è soltanto concupiscenza nel senso di libidine: è una cosa molto profonda,
molto più profonda. E poi questo, come inizia, così è una spirale che non finisce più, perché è sempre peggio: più ti disprezzi e più devi dimenticare, più devi alienarti eccetera.
Pensate a Isacco, legato sull'altare da suo padre Abramo. Lo chiamiamo "sacrificio", ma nella tradizione ebraica il nome vero è aqedah, cioè legatura: Isacco non viene ucciso, viene legato. Roberto Pasolini fa notare che il vero desiderio del Padre è sempre stato slegare ogni figlio dalla morsa del peccato, mai legarlo alla morte. Isacco è il figlio legato sull'altare. Il paralitico, disteso sul suo lettuccio, è il figlio slegato: coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati. È il rovescio di ogni immagine di un Dio che chiede sacrifici: il Padre vuole un figlio in piedi, non un uomo sull'altare della colpa.
ROBERTO PASOLINI, "(S)LEGARE" — L'AQEDAH E IL
PARALITICO
Roberto Pasolini legge Matteo 9, 1-8 accostandolo a Genesi 22, il racconto che chiamiamo comunemente "sacrificio di Isacco". Il titolo del suo commento è già una chiave: "(S)legare". La parentesi è importante. Il racconto biblico parla di una legatura; il Vangelo mostra una liberazione. Pasolini corregge anzitutto il nome del racconto: non "sacrificio", ma aqedah, cioè "legatura" di Isacco. Nel racconto, infatti, Isacco non viene sacrificato: viene legato e deposto sull'altare. Il testo di Genesi lo dice con precisione: "Abramo costruì l'altare, collocò la legna, legò suo figlio Isacco e lo depose sull'altare, sopra la legna." Questa osservazione cambia l'asse spirituale del racconto. Se lo chiamiamo soltanto "sacrificio", l'attenzione cade sull'eventuale uccisione del figlio. Se lo chiamiamo aqedah, l'attenzione cade sul legame, sul nodo, sulla prova, sul modo in cui Abramo deve attraversare il proprio rapporto con il dono ricevuto. Abramo è chiamato a prendere distanza dal proprio attaccamento a quel figlio lungamente
sospirato: il figlio non viene tolto perché Dio sia crudele, entra nella prova perché sia liberato da ogni possesso. Pasolini cita Paul Beauchamp con una frase molto forte: "L'audacia del racconto è di attribuire a Dio l'antica imposizione. Come se Dio dicesse: tu hai dato di me questa immagine di crudeltà, ma sono venuto ad abitarla perché non c'era altro modo per liberartene." Genesi 22, dunque, non va letto come rivelazione di un Dio che gode nel chiedere il figlio, ma come ingresso di Dio dentro l'immagine crudele che l'uomo si è fatto di Lui, perché quella immagine possa essere distrutta dall'interno. Dopo l'Incarnazione del Verbo, aggiunge Pasolini, non resta più alcun dubbio: all'uomo non è richiesto di sacrificare i doni della vita. Il Padre non vuole legare il figlio alla morte. Vuole scioglierlo. Qui avviene il passaggio a Matteo 9. Scrive Pasolini: "L'unico, profondo desiderio del Padre è di slegare ogni suo figlio dalla morsa terribile del peccato." Subito dopo cita la parola di Gesù al paralitico: "Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati." Isacco è il figlio legato; il paralitico è il figlio slegato. Il peccato è ciò che imprigiona e lega la vita alla morte; il perdono è ciò che scioglie il figlio e lo restituisce al cammino. Il monte di Moria e la casa di Cafarnao si illuminano a vicenda. Abramo sale sul monte portando dentro di sé una domanda terribile: che volto ha Dio? Il paralitico viene portato a Gesù con un'altra domanda, muta ma altrettanto radicale: che cosa può fare Dio davanti a un uomo bloccato? La risposta cristiana è nella parola di Gesù: non sacrificare il figlio, ma perdonarlo; non appesantire la vita, ma alleggerirla; non legare l'uomo alla colpa, ma scioglierlo dalla morte. Pasolini nota anche che i legami donati da Dio sono irrevocabili, richiamando Romani 11, 29 — "i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili". Ma questi legami devono entrare nello spazio della prova per essere slegati da ogni forma di possesso e goduti senza paura.
Questo è il punto delicato: la prova non serve a distruggere il dono, ma a purificarne il possesso. Dio non revoca Isacco. Dio libera Abramo dall'immagine di un Dio che potrebbe chiedere la distruzione del figlio. Matteo 9 diventa allora la rivelazione compiuta del Padre. Il paralitico non è interrogato, non è accusato, non è appesantito. Viene chiamato figlio. La parola "figlio" è il contrario di ogni immagine sacrificale distorta. Il Padre non vuole un uomo sull'altare della colpa; vuole un figlio in piedi, perdonato, restituito alla casa. Isacco non viene ucciso; il paralitico non viene lasciato nel letto. Abramo scopre che Dio vede e provvede; il paralitico scopre che Dio perdona e rialza. Il monte non finisce nel coltello, ma nella rivelazione del Dio che si fa vedere. La casa di Cafarnao non finisce nella bestemmia degli scribi, ma nella glorificazione di Dio che ha dato tale autorità agli uomini.
Capitolo VIII - "Il target di questa giornata"
Già, perché tu che sei guarito vorresti dimenticare chi sei, perché la guarigione, per noi, è diventare un'altra persona: è diventare quello che tu stai idolatrando. Per una ragazza, le diete, l'anoressia, tutte queste diete, diete, diete, diete, diete, tutto questo di mangiare sano, mangiare sano, mangiare sano, è tutta un'idolatria del corpo totale, per un corpo che non esiste, perché un corpo, basta dare un'infezione a un dente e già non sei più quello che eri prima. Quello che opera Cristo è una rinascita misteriosa, perché è una rinascita che ti fa portare il tuo lettuccio: cioè che non cambia, che non toglie la tua debolezza, perché il problema della tua debolezza, il problema di questo uomo che non cammina, non è nel difetto fisico, quello è il frutto di qualcosa che sta dentro al cuore, dove nessun medico può arrivare. Il peccato: è così che vede Cristo le persone. Tu soffri perché sei un peccatore, io soffro perché sono un peccatore, perché sto giudicando; dietro all'ira, certo, ci stanno il carattere eccetera, ma io dico dietro a un'ira continua, continua, una mormorazione continua, dietro ai peccati di sesso, dietro ai giudizi, c'è sempre un peccato nascosto di orgoglio e di superbia, sempre.
Gesù lo sa. Questo non si tratta di curare l'esterno: non pulire l'esterno, pulisce l'interno. Il problema non è che tu hai dei limiti, per questo non ce la fai a studiare, allora la tua vita finisce, allora entri in depressione, allora ti giudichi e cominci a giudicare gli altri, cominci a giudicare la tua famiglia, cominci a giudicare il mondo intero che è ostile, che tu, no, il problema è dentro di te, dentro di me. Attenzione a questi falsi umili, a questi falsi poveracci, a questi falsi disgraziati, a questi falsi sfigati: sono tutti superbi, siamo tutti superbi. E poi il demonio sta lì, ci prende in braccio come un gatto e comincia a carezzarci: poverino sei tu, sei tu, sei tu, sei tu, poverino, nessuno ti capisce, non è vero
niente, sei un superbo, sei un paralitico perché sei superbo, perché ti credi meglio degli altri, perché è un idolo di te, è un idolo di quello che dovrebbe essere la tua famiglia, di quello che dovrebbe essere la tua storia, quello che dovrebbe essere, tu sei Dio. Questo è il punto. Gesù lo sa, per questo fa questa domanda, tra virgolette, tra parentesi, a te, a me, oggi, e ce lo fa ogni giorno di fronte a quello che noi andiamo a vivere in quel giorno, piccole o grandi cose che siano: il matrimonio, con i figli, con lo studio, con le relazioni, con tutto, ma anche con le cose che non immediatamente ci fanno del male. Tutto: tu come lo vivi? Tu sai che dentro di te c'è una debolezza che si chiama ferita del peccato, cioè che tu sei un superbo, che tu non ascolti quello che ti dicono gli altri, che tu pensi di dover capire tutto e che tutti dovrebbero capire te, tu lo sai che questo è quello che ti fa male, quello che fa male a me. E da questa radice velenosa escono fuori tutti i peccati.
San Giovanni Paolo II lo spiegava, parlando proprio di questo miracolo: il segno visibile resta sempre segno del potere salvifico di Cristo, mai il traguardo. Il compito del Salvatore è liberare l'uomo dal male spirituale che lo separa da Dio, prima ancora che togliere un sintomo. Il miracolo è un dito puntato verso qualcos'altro, non uno spettacolo.
Allora Gesù, siccome tu non credi, questo faccio un segno, ma prima, è interessante, perché gli portano questo paralitico, e quello che tu ed io vorremmo che ci facesse Gesù Cristo, la Chiesa, o quello che sia, è che ci faccia camminare. E invece Gesù, la prima cosa che dice, è "ti sono perdonati i tuoi peccati", e quello potrebbe dire: chi se ne frega, io voglio camminare, che mi interessa che tu mi perdoni i peccati, me lo vado a confessare. E invece no, perché Gesù sa che lui non cammina perché il peccato domina su di lui, la vera schiavitù, la vera paralisi, è il peccato. Allora dice: siccome voi siete così tonti e siete così increduli e siete così stolti, allora, perché voi sappiate che io ho il potere di perdonare i peccati, che è la vera radice della sofferenza di ogni uomo,
dico a te: alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina. Non ti faccio solo il miracoletto lì, che tutti i miracoli sono stupendi, ma la sapienza della Chiesa già ci ammonisce, ci dice che per essere cristiano, cioè avere fede, non è obbligatorio credere ai miracoli, non è obbligatorio credere alle apparizioni, anche se poi noi ci crediamo e sappiamo che, ma non è questo il punto. Cioè io non mi posso appoggiare né a Padre Pio, non è quello il cristianesimo, è un'altra cosa; quello poi manifesta l'opera di Dio, i santi, le intercessioni dei santi. Ma nel Padre Nostro non c'è nessuna petizione di quel tipo: la preghiera che ha insegnato il Signore non c'è una petizione di quel tipo. C'è: sia fatta la tua volontà, perdona i nostri debiti, i nostri peccati, proteggici dal maligno, non ci indurre in tentazione, sia glorificato il tuo nome, in me venga il tuo regno. Allora, se viene il tuo regno, allora guarisco: sta lì dentro il fatto che una persona possa guarire anche fisicamente, che un marito possa perdonare sua moglie, che tuo figlio esca da quel peccato, ma perché viene il regno, perché c'è un potere sul demonio, perché c'è un potere sul peccato. Se no, guarisce Lazzaro e muore di nuovo, guarisce questo bambino e poi che?
Perché in fondo, in fondo, di fronte a questa richiesta così profonda, così forte, tante volte che noi abbiamo del miracolo, cioè che Dio in fondo cambi la storia e che quindi in certo senso tocchi la libertà dell'altro, la tocchi, la cambi, lo faccia schiavo di se stesso, e no, Dio non può farlo, è un rischio; io non posso partecipare del rischio di Dio quando mi ha creato. Io, come madre, non posso partecipare al rischio di Dio quando mi ha creato: Dio ha rischiato che io mi danni, cioè che una persona che lui ha creato, che ama infinitamente, che si chiama Antonello, possa fargli marameo, marameo, è nato per conto mio, e Dio farà tantissimo perché io non lo faccia; ma se arriva il momento in cui dico basta, che tutti abbiamo sperimentato, c'è stato un momento che abbiamo detto non voglio ascoltarti, e che ha fatto? Dio ti ha amato, mi ha amato soffrendo, se Dio può soffrire, nel senso, immaginiamo, parliamo con il
linguaggio umano, ma dal Vangelo sappiamo che Dio ha un viscere di misericordia e di compassione, quindi patisce con, quindi soffre con me, ma non può fare nulla, andrebbe contro se stesso. Non ci ha creato come personaggi della PlayStation, come avatar di se stesso, no: ha fatto un'altra cosa, ha fatto delle persone uniche e irripetibili. Allora se io chiedo che a mio figlio venga risparmiata la libertà di peccare, sto facendo una cosa che non viene da Dio. Attenti, è molto profondo questo, ci vuole la fede vera, adulta, anche nei confronti della malattia: sempre tremiamo, un cristiano sempre trema quando prega, anche per la guarigione; prega per la guarigione, ma se non prega per la guarigione chiedendolo, dice san Giacomo, preghiamo, imponiamo le mani perché guariscano, ma dentro c'è la certezza che Dio, compiendo la sua volontà, salva quella persona. Allora se è così buono che mi vuole regalare ancora per qualche tempo mio figlio, mia madre, mio padre, mio marito, va bene, allora quello starà anche nella sua volontà, mi ha aiutato in quel momento a vedere che lui ha il potere anche sulla salute, ma perché ha potere sulla natura, perché ha potere sulla natura ferita dal peccato, perché ha potere sul peccato. Non si possono chiedere miracoli con fede se non abbiamo sperimentato il perdono dei peccati: non posso chiedere qualcosa per mio figlio se io nel profondo non ho sperimentato prima di essere stato perdonato, perché chiederò qualcosa a chi?
C'è un'altra cosa che appare oggi nel Vangelo, un'altra cosa: la fede della Chiesa, bellissima, nella quale possiamo appoggiarci, che appare in questo Vangelo. Questo paralitico non dice una parola, non dice niente, non chiede niente: è la Chiesa, sono i suoi fratelli che lo portano a Cristo. La madre porta suo figlio a Cristo con la preghiera, con i fatti, con le parole, con quello che sia; portando i suoi peccati, le sue sofferenze, lo porta a Cristo. Porto mio figlio distrutto dal peccato, distrutto dalla malattia, lo porto ai piedi di Cristo sapendo che Cristo, la prima cosa che fa, è perdonare i peccati. Così è un matrimonio: ma se io non
credo che il peccato è quello che mi fa soffrire, se io non credo che il peccato è quello che fa soffrire mio marito, ma è il suo carattere, perché non lo accetto, allora lotterò con il suo carattere, chiederò un miracolo a Dio che cambi il carattere di mio marito, che cambi il lavoro di mio marito, a tutto quello non serve a nulla se mio marito non conosce Cristo e non conosce il suo perdono. Allora, perché voi sappiate che io posso perdonare il peccato, ti cambio il lavoro, ma questo paralitico vuole che cominciate a camminare fisicamente: poi dopo diventerà vecchio, ci avrà il bastone e andrà su una sedia a rotelle, non sono quei vent'anni in più che cammina che gli cambia, perché c'è la vita eterna.
Dico questo perché oggi è una parola meravigliosa che il Signore viene a dirci, una cosa che viene a rivelarci: chi siamo noi. Viene a rivelarci un'altra volta, perché lo dimentichiamo, che la radice vera del male sta dentro di noi, non sta nella politica, non sta nella filosofia; tutto può essere male perché è ferita da qualcosa che sta dentro anche di me. E Cristo è l'unico che ha questo potere di guarire veramente una persona: se tu incontri Cristo e guarisci nel cuore, guarisci, cioè ti senti amato da Cristo, perdonato da Cristo, cambia tutto. Se quella ragazza, quella donna, conosce Cristo, scopre di essere una superba terribile che ha idolatrato il suo corpo, e conosce Cristo che perdona questa superba, quella ragazza comincerà ad accettare e poi ad amare il suo corpo, custodirà la castità, si vestirà in un certo modo, camminerà in un certo modo. Se io ho conosciuto Cristo che mi ama e mi perdona superbo, perché ho idolatrato tanto me stesso da non accettare di avere dei limiti nello studio, per esempio, io accetterò di avere dei limiti, e invece di metterci tre anni, quattro anni, quanto necessita, ci metterò cinque anni in più, ma anche studiare è per amare, non per costruire me stesso, non per trovare la vita e la dignità e la realizzazione, l'identità, nel fatto che io posso studiare o no. Se io studio una cosa che mi può piacere, una cosa che sento che mi piace, ma lo faccio per
amare, perché domani lavorerò, darò da mangiare ai miei figli, darò da mangiare a mia moglie, nel posto di lavoro aiuterò gli altri, è per questo. Ma se io, superbo, non accetto i miei fallimenti, non accetto i miei limiti, conosco Cristo che mi perdona, decidiamo, ti sono rimessi i tuoi peccati, cioè ti sono rimessi, sono tolti fuori i tuoi peccati, quel ragazzo, quello studente, quella persona accetterà, accetterà di essere umiliato, piano piano piano piano piano; mi farò i miei esami, mi farò il mio tempo, e lì vedrò una vittoria di Cristo, perché quella tesi, quella laurea, sarà il segno che lui ha il potere di perdonare i peccati, cioè che ha il potere di fare del mio cuore egoista e superbo un cuore capace di amare, di donare. Allora anche il fallimento nello studio, anche i limiti, sono un luogo meraviglioso dove io posso imparare ad amare, quando mi vedrò limitato con i miei figli, quando mi vedrò limitato con mia moglie, con mio marito. Questo significa prendere il lettuccio: cioè avere coscienza di chi siamo noi. Questo è il più grande miracolo che appare nel Vangelo di oggi: il perdono dei peccati dà a quest'uomo il potere di alzarsi e di portare il lettuccio, cioè di non vergognarsi, di andare in giro per la città dicendo a tutti chi è, non ha più vergogna di se stesso, ha ritrovato la dignità, ha ritrovato l'innocenza che era nel paradiso, è come se andasse in giro nudo, no, come era nel paradiso, cioè una persona rinnovata, libera. A sua moglie quest'uomo dirà: guarda, io stavo su questo lettuccio, non mi venire a chiedere che ti dia la vita, io non ho vita, vallo a chiedere a Cristo; non obbligherà i figli a essere piccoli dèi, avrà il suo lettuccio che gli ricorderà sempre chi è.
Quando dice "la gente era meravigliata perché Dio aveva dato un tale potere agli uomini", è il potere che ha dato a Cristo, perché ovviamente lì era un uomo, no, quello che appare, è il potere di Dio, perché per un ebreo solo Dio può perdonare i peccati, che è la verità, lo aveva dato a Cristo; ma quello che loro vedono non è il perdono dei peccati, perché non si vede: quello che loro vedono è quest'uomo che si alza, cammina e porta il lettuccio. Quindi il potere che loro
vedono, che le persone vedono in un cristiano, qual è? Come si vede il potere di Dio in questa generazione? Come si vede il potere di Dio in due genitori, in due cristiani, in un prete che si alza ogni giorno portando il suo lettuccio? Questo è quello che vedi, e che dici: mamma mia, che potere è stato dato agli uomini, di portare la propria debolezza, di accettare di essere peccatori, di essere bisognosi di misericordia, e questa è la chiave che fa di te una persona umile, una persona felice. Tutto il contrario del mondo, che dice: butta via il tuo lettuccio, diventa capace in tutto, credi in te stesso, confida in te stesso, cresci, bravo, fai tutte le menzogne che distruggono le persone. Che sto avendo problemi con lo studio è il mio lettuccio, è la mia identità e la mia gloria: quella è la croce, la croce è la mia gloria. La croce, quello che il mondo disprezza, quello che il mondo odia, è dove io sono stato salvato, perché su quel lettuccio quest'uomo ha incontrato Cristo, se camminava non stava lì, ma perché stava disteso lì ha conosciuto Cristo. Tuo figlio, sta disteso, conoscerà Cristo; tuo marito conoscerà Cristo; io conosco Cristo ogni giorno sul lettuccio, e ogni giorno mi alzo e lo prendo e lo mostro a tutti. Questo è il potere che è stato dato agli uomini: alla carne dell'uomo è stato dato il potere di accogliere il perdono; alla carne dell'uomo, alla tua debolezza, ai miei peccati, alla mia carne piena di orgoglio e superbia, è stato dato il potere stesso di Dio, che è quello di essere amato, di essere perdonato. Il potere di Dio viene a me, io lo posso solo ricevere; ma se lo ricevo, se io vado in giro con il lettuccio, saprò dove distendere le mie braccia e perdonare a mia volta. Perdona i nostri peccati perché anche noi li perdoniamo ai nostri debitori: io sono stato perdonato, perdono. Questo è un cristiano, questo è un uomo realizzato, felice; l'uomo vero, l'uomo vero, l'uomo autentico è solo questo, e qui non c'è prete, non c'è niente, qui c'è soltanto un uomo che ha conosciuto il perdono e perdona.
FAUSTI-CLERICI — IL POTERE DI RICOLLEGARE, IL LETTO E LA
CASA
Il vertice della lectio di Fausti-Clerici è la riflessione sul potere di Dio. Il potere del Figlio dell'uomo sulla terra è rimettere i peccati. Scrivono: "il potere di Dio è quello di perdonare." Poi traducono il perdono con altri verbi: ricollegare, riconnettere, riunire. Il male divide, separa, taglia, contrappone, lacera, fa morire; Dio invece ricongiunge. Il perdono appare così come atto propriamente divino, perché solo Dio può ricreare la comunione. Sul letto e sulla casa, Fausti-Clerici notano che il letto prima portava il paralitico, ora il paralitico porta il letto. Vi leggono un simbolo della Legge: prima, per il peccatore, essa è luogo di contenzione e denuncia; dopo il perdono, l'uomo può portarla perché chi ama vive la pienezza della Legge. Non la osserva più come condanna, ma come compimento dell'amore. Il ritorno a casa è il sigillo: "È il perdono che ci riconduce a casa." E aggiungono che il potere dato agli uomini è ormai il perdono che gli uomini si accordano tra loro: nel perdono fraterno si rende presente la casa dell'uomo, la liberazione della persona, la possibilità del cammino, la presenza stessa di Dio.
Papa Francesco, commentando questo stesso Vangelo, dice che la redenzione è ri-creazione del mondo. Il paralitico è un frammento di creazione rimesso in piedi, non soltanto un malato guarito. Grazie a Cristo possiamo dire Padre, cosa che da soli non avremmo mai potuto dire. In quella parola comincia la vera libertà, quella dei figli, mai l'autonomia orgogliosa.
Tutti gli annunci del carisma, quando gli apostoli annunciano la buona notizia, sempre dicono che Cristo è morto e risorto per il perdono dei peccati. Saremo felici se nella Chiesa, in questa comunità, dice, nella sua città, noi conosciamo questo amore e siamo trasformati: perdoneremo, perdoni, perdoni, perdoni. Questa è la sua felicità, questo è l'obiettivo, il target di questa giornata: perdonare. Tutto il resto, fallirò, fallirò, andrà bene, andrà bene, quello lo sa
Dio, compatibilmente con la mia debolezza, non importa. Oggi, oggi, questa sera, quando io andrò a letto, vedo la mia vita e dico: ho fatto un sacco di macelli, non sono andato bene qua, ho sbagliato questo, ho fatto un casino sul lavoro, quello che ti pare, ci sei sentito perdonato? Hai perdonato tua moglie? Sì, perfetto. E questo sarà: alla fine della nostra vita saremo giudicati sull'amore, sull'amore con il quale siamo stati amati, che abbiamo accolto e che è passato attraverso di noi, ma l'amore si chiama perdono.
Luigi Maria Epicoco, commentando proprio questo brano, nota che a cambiare la vita è l'esperienza del perdono, più della soluzione del problema, che a volte proprio non arriva.
Lasciamoci perdonare da Cristo, lasciamoci portare dalla Chiesa: non serve neanche che parliamo, non serve nulla, lasciarci portare dalla Chiesa, da chi ci ama veramente, non dagli amici, non dagli psicologi, non dalla cultura dominante, da Cristo. Chi ti vuole bene, chi ti porta a Cristo? Vuoi sapere se il tuo fidanzato ti vuole bene? Se ti porta a Cristo. Vuoi sapere se quell'amico è un amico vero? Se ti porta a Cristo. Se ti porta al tuo orgoglio, alla tua superbia, se genera invidia in te, non serve quell'amico, non serve a niente: quel ragazzo non è per te, la ragazza non è per te. Coraggio, perché siamo chiamati a suscitare, nei luoghi dove il Signore ci invia, dove la storia ci conduce, la lode a Dio. La lode a Dio può nascere dal cuore di un uomo soltanto quando incontra un uomo come lui: perdonato, sanato, perché perdonato, libero perché perdonato, capace di caricare su di sé il peso della propria debolezza perché lo carica insieme a Cristo, che perdonando, istante dopo istante, fa di lui una creazione nuova.
Papa Leone XIV, parlando ai sacerdoti sulla Riconciliazione, l'ha chiamata un laboratorio di unità: il perdono ricostruisce l'unità con Dio, nell'uomo, con la Chiesa, e non resta mai una faccenda privata tra te e la tua coscienza. È la stessa opera che vediamo oggi, a Cafarnao, davanti a un uomo disteso su un lettuccio
che si alza, prende il suo letto e torna a casa. E portando quel letto porta con sé la stessa capacità appena ricevuta: perdonato, e per questo capace di perdonare.
Appendice I - Padre Serafino Tognetti, "La lotta contro i pensieri"
Il discorso del combattimento contro i pensieri è ascesi corporale, ma soprattutto il combattimento contro i pensieri. Non commettere azioni cattive, azioni, atti, è solo il primo passo, la prima tappa. Come vi ho detto ieri, l'eliminazione dei peccati cosiddetti grossolani e anche il compiere gli atti è certamente importante, ma non è tutto, non è tutto, non sono ancora affatto guarito perché la fonte dei peccati è tutta interna, i pensieri, io devo andare a combattere lì perché posso non commettere atti, il classico, uno viene a confessarsi, io non rubo, non ammazzo, non odio nessuno, va in pace, quindi viene a confessare a fare, devo vedere dentro, ma questo lo dice Gesù, non è quello che entra nel corpo dell'uomo che lo contamina, uccidi, ma è quello che esce che contamina l'uomo, quindi vuol dire che è l'interno sul quale noi dobbiamo lavorare.
San Massimo il confessore scrive, i pensieri ci fanno una guerra ben più dura delle azioni, della rinuncia agli oggetti, io posso rinunciare a tutto, andare a vivere nella grotta, il grande remita, posso andare addirittura a fare l'ostinita sulla colonna tutta la vita e dentro devo essere devastato dai cattivi pensieri e allora fare l'ostinita non mi serve a niente, perché dentro sono inquinato e accetto di vivere con i pensieri inquinati, sono sempre chiesto gli stiliti, voi vi presente l'ostinita? Quando aveva bisogno di fare i bisogni, come faceva? L'ho sempre chiesto, quindi la lotta, mica li faceva sulla colonna scusate, scendeva dalla colonna, allora non era più l'ostinita, allora diciamo, va bene, allora la vera lotta, la vera lotta, la vera lotta è invisibile, siamo qui questa mattina per capire come funziona questa lotta invisibile, perché se ci purifichiamo nei pensieri abbiamo vinto la nostra guerra, siamo guariti. I pensieri da dove vengono? Dal
mondo interiore, dalla mente che è inclinata al male dai cattivi ricordi, dal magazzino della memoria, tutto quello che abbiamo visto, vissuto e fatto è depositato nel grande magazzino, a volte anche che abbiamo subito, quindi non colpa nostra, abbiamo visto, abbiamo subito degli atti cattivi di qualsiasi genere, li abbiamo fatti e sono tutti nel magazzino della memoria, come vi ho detto il demonio li va a pescare, va a pescare, per cui quando io ricordo i peccati del passato eccetera, il demonio è subito, è come se ci soffiasse sopra, gli diamo della materia, ma a volte i pensieri sorgono senza che io lo voglia, mi arrivano delle suggestioni che vengono dall'esterno, io non voglio far peccato e mi capita di vedere una certa cosa e subito mi risorge in me una cattiva passione, ma non la voglio, non ci penso, ma mi capita, allora dobbiamo appunto capire, adesso vediamo il processo delle tentazioni, il pensiero passionale, le suggestioni che ci sono mi creano turbamento, ma ce ne sono di continuo, quindi non posso dare la colpa, io dico sempre Davide Bezzabea, una volta senti il prete che diceva, era un bescono mi sembra, che disse a colpo fu di Bezzabea, non doveva fare il bagno di fronte a Davide, avete presente, Davide va sulla terrazza, vede Bezzabea e fa il bagno, a colpa di Bezzabea scusa, tira la tenda cara Bezzabea, tu sai benissimo che c'è di fronte, c'è la reggia, quindi è colpa di Bezzabea, o no? No, la Giulia non è d'accordo, però la tenda poteva tirarla, comunque al di là della tenda diciamo, Davide vede Bezzabea, cosa deve fare? Subito distoglie lo sguardo e pensa ad altro, cioè la visione di Bezzabea non è ancora il peccato, quella si chiama suggestione. Allora andiamo subito a vedere il meccanismo della tentazione, ci sono queste 5 fasi che ho descritto, ma naturalmente vi darò nel foglio che vi consegno.
La tentazione si sviluppa e noi siamo tentati tutti i giorni, da tante cose, secondo queste fasi, la suggestione, questo lo dicono i padri, non sto inventando niente, perché da Adam e Eve poi tutti siamo tentati. La suggestione, il legame, il consenso, l'adempimento, il vizio. Che cos'è la
suggestione? È l'impulso primo, è l'attenzione che io do a ciò che il nemico o ciò che la vita mi propone.
Ho fatto l'esempio di Bezzabea, la vedo, c'è una suggestione, è una cosa interessante, questo può essere anche il cibo, passo davanti alla pasticceria, mi fermo e vedo qualcosa di buono, non è che è peccato, sono lì apposta, mi crea una suggestione, non è peccato, però mi fermo. Oppure un nemico, vedo una persona che mi sta antipatica e subito mi crea la suggestione dell'avversione. La vedo, se non la vedessi, la vedo, l'antipatia risorge in me, la rabbia, il rancore, eccetera.
Quindi queste sono suggestioni, e attenzione, le ha avute anche nostro Signore Gesù Cristo, perché le tentazioni di Gesù nel deserto non erano indifferenti, se no non sarebbero state tentazioni. Se c'è una cosa che non ci piace, che noi sentiamo repulsione, non mi crea nessuna tentazione, anzi me ne scappo, non mi piace, non la voglio. Pensate a un piatto di verdura lessa con la besciamella, non vi piace, la mettono sul tavolo, non vi piace, non è una tentazione, ne mangi il doppio.
Quindi anche per Gesù le tre tentazioni di Satana nel deserto crearono suggestioni, per esempio di che queste pietre diventino pane. Provate a non mangiare per 40 giorni, non mangiare per 40 giorni. Uno vi fa vedere una bella pagnotta, fragrante, profumata, non mi dite che non vi crea la suggestione, la vorrei. Perché, appunto, ripeto, uno che non mangia sente questa, quindi per Gesù fu una suggestione. Anzi, meno male che Gesù ha vissuto queste tentazioni, perché ci insegna a superarle. Quindi, primo passo, suggestione.
Secondo passo, legame. Il legame è l'accoglienza del pensiero. Entro in relazione col pensiero perché la cosa mi piace, quindi mi soffermo.
La becciabea, il crafen, la vetrina, il rancore con il nemico, mi piace, mi fermo. Entro in relazione. Come dice anche il libro della Genesi, sull'albero della conoscenza del bene e del male, vide che era bello, buono e desiderabile.
Lo considero nel suo aspetto positivo, gradevole. Non è ancora peccato, anche se mi fermo, anche se entro in relazione col pensiero, non è peccato. Consenso.
Il consenso è il punto terzo. Quando io ho accolto il pensiero, ecco la decisione, ecco il punto importante. Decido di seguire il pensiero e lì c'è la mia volontà.
Mentre le visioni esterne non dipendono dalla mia volontà, le vedo, le suggestioni ne ho decine tutti i giorni, il consenso invece è che decido di seguire quel pensiero e questo pensiero mi trascina. Avete presente le cascate del Niagara? Qualsiasi cascata, il fiume a 5 km è ancora tranquillo, a 4 km c'è una certa corrente che comincia ad andare verso la cascata, a 3 km tu puoi navigare il fiume, a 3 km ti dicono sta attento perché più avanti vai più la corrente diventa forte e c'è un cartello, c'è davvero, punto di non ritorno. Quindi se tu stai navigando lì con la tua barchetta e vedi il cartello enorme, punto di non ritorno, guarda che se vai avanti entri un po' più indietro perché dopo la corrente diventa forte e vai a finire di sotto.
Ecco, il consenso mi trascina, il consenso è già, peccato. L'adempimento è che ho superato il punto del non ritorno, ci sono andato volontariamente e compio il peccato in opere materialmente, non riesco più a tirarmi indietro, peccato di Davide avendo usato questo esempio, peccato di Gola, peccato di Rancore, di Oglio, tutti i peccati che sappiamo. O se questo peccato viene reiterato, ormai non pongo più nessuna resistenza, diventa vizio, cioè questi atti sono compiuti continuamente perché mi danno piacere.
Quindi il vizioso non si pone più nessun problema morale, ho fame, mangio, odio, ho Rancore con quello, lo odio, tutte le passioni che abbiamo visto,
l'avaricia è giusto che io tenga tutto per me e non dia niente a nessuno, filautia eccetera. Come vi dicevo il punto principale è il terzo perché i primi due non sono peccato, il terzo è peccato ed è fondamentale, è lì che do potere al male, decido di seguire la corrente. Allora io devo intervenire sul terzo, ma non sui primi due, a volte la gente si confessa di avere avuto delle suggestioni o anche dei legami, ma no, non confessatevi di avere avuto suggestioni, perché non è peccato, dovete confessarvi se avete accondisceso, se a quel punto avete dato il vostro consenso e confessatevi senza vergogna, io l'ho fatto, mi si è presentata quella suggestione, ho detto di sì.
Il combattimento contro i pensieri si fa a questo livello, non ai primi due, se no dovete vivere dentro una campana di vetro e oltretutto la campana non vi preserva, è vero che la visione mi sollecita, ma io la visione ce l'ho dentro, per cui posso anche non vedere niente di attraente, ma ormai ne ho visti in passato tanti e mi ritornano alla mente, allora io sto sulla mia fantasia, questo processo può venire anche nella fantasia, senza che io veda Bezzabea o veda il Grafen, perché ce li ho già dentro, capite? Allora di tanto mi ritornano alla mente e lì devo stroncare il pensiero, adesso vi dico come, e stroncare il pensiero è il segreto, è la vittoria, la volontà di stroncare il pensiero. Ci sono tre modi, anzi quattro, per stroncare il pensiero, il primo è la vigilanza, la vigilanza fa sì che io mi metta il meno possibile in tentazioni, le tentazioni ce le abbiamo, ma mi metto il meno possibile in tentazione, guardate sulla vigilanza c'è il continuo richiamo nel Vangelo, il Vangelo è un continuo richiamo, state pronti, state svegli, vigilate, qui vi ho dato tutti i passi, quindi li troverete, ma ve li leggo così, a ruota, Vangelo di Marco, state attenti, vigilate, perché non sapete quando sarà il momento preciso, è come uno che è partito per un viaggio e ha dato il potere ai suoi servi e a ciascuno il suo compito, vigilate perché non sapete quando il padrone di casa tornerà, Vangelo di Luca, vegliate e pregate in ogni momento, vegliate e pregate in ogni momento perché abbiate la forza di fuggire a tutte le
cose che devono accadere, prima Tessalonicesi, non dormiamo come gli altri, ma stiamo svegli e siamo sobri, prima Pietro, siate temperanti, vigilate il vostro nemico, il diavolo, come un leone ruggente va in giro cercando chi divorare, Gesù continuamente dice state svegli, state svegli, state svegli, pregate, ma ditemi stare svegli, stare svegli vuol dire guardate il vostro destino spirituale, attenzione alle cose vere perché il nemico gira attorno a voi, c'è una anche nei proverbi, Antico Testamento, capitolo 16, versetto 17, la via dei giusti è fuggire il male, chi vuole custodire la sua anima sorveglia la sua strada, ho citato, chi vuole custodire la sua anima sorveglia la sua strada, quindi l'attenzione a che cosa, cosa vuol dire stare svegli, captare l'insorgere dei pensieri dentro di noi e subito riconoscerli nella fonte, pensieri buoni o pensieri cattivi, da dove venite, vi cito un apoftegma, i padri del deserto, un detto dei padri del deserto, gli anziani dicevano ad ogni pensiero che giunge tu devi dire sei dei nostri o vieni dal nemico e a questa versicitazione c'è il rimando, la stellina vedi Giosuè 5.13.15, naturalmente sono andato a vedere Giosuè, capitolo 5.13.15, mentre Giosuè era presso Gerico alzò gli occhi ed ecco vide un uomo in piedi davanti a sé che aveva in mano una spada sguainata, Giosuè gli disse tu sei per noi o sei per i nostri avversari? Cioè vede uno con la spada, tipaccio, con noi o sei con i filistelli, gli avversari? Rispose, no io sono il capo dell'esercito del Signore, giungo proprio ora, allora Giosuè cadde con la faccia a terra, si prostrò e disse che cosa dice il mio Signore al suo servo? Ecco i padri del deserto ci dicono il pensiero che arriva gli dovete subito chiedere, diciamo alcuni sono palesemente di Dio, altri sono palesemente del demonio, a volte siamo un po' confusi, allora il discernimento del pensiero è questo, gli anziani dicono a ogni pensiero che ti giunge dovete dire da dove vieni, dal nemico o sei dei nostri, il portinaio del cuore.
Secondo punto, il rigetto, vi arriva un pensiero, pensiero di seduzione, capite che non viene da Dio, però vi piace, siamo nella fase di legame, aspetta questa
cosa da mangiare mi piace proprio, allora cominciate a fare i vostri ragionamentini, ma in fondo chi se ne accorge, ma in fondo che male c'è, ma in fondo i veri mali sono altri, va via un po' di rancore verso il capo ufficio, posso pure averlo, ma non sono mica un santo, sono mica un eroe, ma non si può pretendere troppo da me, eccetera, eccetera, eccetera, vi state legando, state cominciando a andare nella corrente, è lì che vi fa la mannaia, perché questo pensiero non viene da Dio, abbiamo già capito che non è dei nostri, abbiamo già capito che è una seduzione.
Allora i padri ci dicono, quando questo pensiero comincia a diventare attraente, ci sono due modi per rigettarlo, primo confutarlo, secondo rigettarlo, confutarlo, opporre pensieri contrari, pensieri che vengono dalla scrittura, questo lo fa Gesù con Satana, dì che queste pietre diventino pane, Gesù confuta, risponde, non di solo pane vive l'uomo, con la parola di Dio, cioè ci sta al dialogo, al dialogo col pensiero, scrive San Giuseppe, uno dei padri del deserto, Giuseppe di Panefisi o Panefisi, quando i pensieri si avvicinano, falli entrare e combatti con essi, questo è il rigettarlo, scusate il confutarlo, ma questa posizione è minoritaria dei padri del deserto, la stragrande maggioranza dei padri dice no, non confutare, perché una cosa è Gesù Cristo che dice non di solo pane vive l'uomo, una cosa è la Tiziana Gagliardi che vende tendoni, quindi quando arriva il tentatore se cominci a parlare troppo ti confondi, perché il diavolo ci lascia parlare, a voglia di dire se ti confuto con dei versetti dei salmi o nel libro delle lamentazioni, il demonio conosce la Bibbia meglio di noi, mi rimedio a Dio, conosce Dio meglio di noi, il demonio sa bene chi è Dio, conosce tutte le arti, quindi diciamo che la maggior parte dei padri dice no, non entrare nella confutazione, perché in questo modo tu entri nella sua logica, lo vuole, il demonio vuole che tu cominci a dialogare, tutti dicono rigettalo, cioè confutazione rapida, cioè taglia corto, cioè reprimilo, cioè non soffermarti sull'immagine, perché è un morso venenoso, quando riconosco il pensiero e
comincio a sentire la corrente che spinge, subito rigetto il pensiero, lo taglio, lo caccio via da me, con la preghiera in nome di Cristo, adesso vi dico, ma intanto ho scelto il metodo, non accetto che attecchisca, se lo fate attecchire siete perduti, siete malati, cadete poi nel peccato, anche se non lo consumate, perché vi ho detto che il peccato è a questo terzo livello, cioè per dire il solito peccato dell'impurità, solito perché è sempre quello, io posso non fare mai niente su questo piano, ma se dentro il pensiero è continuo, è inquinato il mondo interiore, è inquinato, sono lontano da Dio, sono nel peccato, perché lo consumo continuamente nel pensiero, diventa un incubo, come abbiamo detto il primo giorno, diventa un pensiero fisso, ma pecco, sono nel peccato, tu mi dici, ma esternamente non hai fatto niente, sì, Gesù lo dice, è quello che è dentro che devi lavorare, io non lo voglio questo inquinamento interiore, pensate l'odio, perdono ma non dimentico, c'è dentro questo rancore antico che non mi va via, sei malato, vuoi essere malato, allora non soffermatevi sul pensiero, una volta individuato che è dell'avversario, perché è questo pensiero, se ti soffermi permetti al serpente di morderti, il serpente velenoso, questo lo dice magnificamente Sant'Agostino commentando il Salmo 136, su Perflumina Babilonis, lo diciamo spesso anche noi, sui fiumi di Babilonia, là si vedevamo piangendo, ma nel breviario hanno tolto l'ultimo versetto, sapete che l'ultimo versetto di questo Salmo dice, bellissimo, parlando ai babilonesi, beato chi prenderà i tuoi bambini e li sbatterà contro la roccia, cosa c'è di atto più disgustoso di prendere un bambino di sei mesi e di sbatterlo contro la roccia, un bambino che lo sbatti contro la roccia, il Salmo dice beato, cioè l'ebreo in Babilonia prima dice no non possiamo cantare i canti di Sion in terra straniera, tutto bello, però alla fine caccia una maledizione ai babilonesi terrificante, è beato chi uccide i tuoi figli, cara Babilonia, allora Sant'Agostino dice, ma un momento, ci bisogna capire e interpretare, allora Agostino dice questi bambini sono i pensieri, i pensieri di Babilonia, i pensieri seducenti, i bambini vuol dire appena nati, allora beato, lui fa proprio questa spiritualizzazione, chi prende i
pensieri appena nati di Babilonia, cioè cattivi e li sbatte contro la roccia, è l'operazione che dobbiamo fare noi, c'è il pensiero seducente? Non dialogatevi, perché tanto sapete come va a finire, a voi invece piace il dialogo, a noi piace il dialogo perché ci riteniamo capaci di reggere e ci dà gusto intanto rimanere lì col pensiero, perché ci dà gusto, ci piace, perché è poco da fare, allora ci rimaniamo, ma lì il diavolo ha già preso e la corrente ci trascina, tutta la nostra virtù sta qui, tutta la nostra violenza sta qui, decidere di rigettare i pensieri, beato chi li sbatterà contro le rocce e come fare per rigettare i pensieri? Abbiamo un metodo straordinario, efficace, il nome di Gesù. Il buon San Porfirio, che io cito a ripetizione, vita e detti di San Porfirio, mai i prieti non ne possono più perché scrivo continuamente su San Porfirio, scrive dunque l'arma più importante contro il diavolo è il nome di Gesù, lo fa tremare. La comunicazione con Cristo quando avviene con semplicità, con delicatezza e senza sforzo, mette in fuga il diavolo.
Satana non va via con lo sforzo e la costrizione, è allontanato con l'amitezza e con la preghiera, si ritira quando vede che l'anima lo disprezza e si volge con amore a Cristo. Egli non può sopportare il disprezzo perché è un superbo. Il diavolo dovete disprezzarlo, non combattetelo con un attacco frontale.
Quando vi disturba un pensiero, una tentazione, un attacco, volgete la vostra attenzione e il vostro sguardo a Cristo. Quando vi mettete in movimento verso Dio, egli arriva in un millesimo di secondo. Stupendo questo, perché noi pensiamo che prima che arrivi il nostro Signore, devo chiamarlo, è sordo, non ci sente, mette il presente, Elia no, quando prende in giro vale, dice gridate più forte, forse il vostro Dio è in vacanza.
Gli dice questo, è andato in vacanza, allora dovete gridare più forte. Porfirio dice, ci mette un millesimo di secondo, vi mettete in movimento e subito arriva la grazia divina. Fate un sospiro ed essa arriva e agisce. Nel preciso istante in cui
la vostra anima ha bisogno e voi lottate, gridate, Signore Gesù abbi pietà di me. Questo è il grande segreto. Giratevi verso Cristo.
Attenzione, si fa venire in mente un movimento plastico, giratevi verso Cristo, correte verso Cristo, sforzatevi di conoscere, di amare, di sentire Cristo. Non bisogna dare alcun diritto di accesso al diavolo, cioè io non permetto che rimanga in me neanche un pensiero egoistico, di rancore, non faccio trovare a Satana la finestra aperta, perché la finestra è un diritto di accesso. Quando tu ti allontani da Dio, sei in pericolo perché Satana ti trova da solo.
Allora cosa fai? Avete il pensiero? Il pensiero cattivo, avete già capito che è cattivo, lo volete troncare? Però è seducente, sentite un po' questa corrente che comincia e dice seguimi, le sirene di Ulisse, avete presente? Seguimi, anche solo il pensiero, fate così, dice profilo, non agitatevi, non andate contro Satana, vi girate di 180 gradi, fisicamente, come se aveste il pensiero davanti, vi girate, gli date le spalle e dite Gesù figlio di Dio, pietà di me, peccatura. Guardate, io ve lo dico perché l'ho fatto e lo faccio, cioè vi dico, ho preso l'esempio di San Porfirio, vi assicuro, no, non la prima volta, lo dite almeno tre volte, lentamente, come dice San Porfirio, non agitatevi, adesso c'è la tentazione, come faccio? 180 gradi, vi date le spalle e dite lentamente Gesù figlio di Dio, pietà di me, peccatore, ma convinti, tre volte, vi assicuro che il pensiero se ne va, ma non perché l'ho combattuto io, perché l'ha combattuto Gesù Cristo al quale mi sono rivolto e Satana non lo sopporta e fra l'altro mentre dico lentamente Gesù figlio di Dio, pietà di me, peccatore, sento alle spalle il maligno che mi dice no, no, voltati a me, voltati a me, girati, girati, no, non mi giro, ripeto Gesù figlio di Dio, pietà di me, peccatore, passano pochi secondi e il pensiero non c'è più, io ve lo dico per esperienza, non sono né santo né chissà chi, ho letto, ho fatto e su questo devo dire l'esperienza dei padri ci aiuta, cioè io ricevo la forza e la protezione di Gesù Cristo il quale combatte per me, perché Gesù sa benissimo che sono debole, ma non fa altro che dire venite a me, sono io che combatto il demonio, quindi
questa preghiera Gesù figlio di Dio, pietà di me, peccatore, purifica immediatamente il cuore, tutte le bezzabee se ne vanno in tre secondi, ma se ne vanno tutte, i grafen, i ciccioli, i salami, sparisce tutto, tutto sparisce, bene, poi il pensiero se ne va però Satana dice tornerò, come cantava chi, torna pure, ho imparato il metodo, non mi scoraggio, cioè anche se il pensiero torna dopo mezz'ora lo sto dicendo, allora io sono sempre il soggetto a queste robe, sì va bene, mi interessa, posso essere il soggetto a questi pensieri anche a 90 anni, che credete che nella vecchiaia se uno non ha il morbo di Alzheimer non abbia le tentazioni, come se ce l'era, bene, poi più vado avanti con questo tipo di pensiero, c'è un altro pensiero che mi aiuta ed è il ricordo della morte, che per me è stupendo, l'ho segnato qua, ma quando ho tutti questi pensieri mi viene in mente, ma sì ma io fra un po' muoio, fra un po' vado in faccia al Nostro Signore, ogni tanto mi viene il pensiero, ma io fra un po' vedrò San Giuseppe, come dite, ti frega qualcosa veder San Giuseppe, ma certo, il pensiero di dire tra un po' vedrò la Madonna, la Madre di Dio, non oso neanche dirlo, non mi sembra neanche vero, non mi sembra vero, eppure se mi salvo, forse mi salverò, non lo so, che grazie di Dio, allora mi abituo a stare nella purezza, mi abituo a stare con i pensieri nel mondo reale, nel mondo dei Santi, quindi le seduzioni di questo mondo alla fin fine perdono anche potere, sì guarda che bella roba da mangiare, guarda che bel pensiero da seguire, guarda l'odio, ma dopo un po' non hanno poi tutta questa seduzione, quindi vuol dire il discernimento è facile e la passione pian piano si indebolisce, si indebolisce, ti arriva, ma mentre prima ti sembrava un uragano violento che diceva obbediscimi, man mano che si va avanti viene, se invece lasci che i pensieri rimangano, mettono radice al tuo cuore, un anziano disse i cattivi pensieri se parli con loro e ti compiacci spingono sempre più le radici nel tuo cuore, crescono e non se ne vanno più, se al contrario non parli con loro, se anziché compiacerli li hai in odio, periranno e usciranno dal tuo cuore, cioè i pensieri cattivi se ne vanno, perché non trovano sostegno e questo porta una grande pace interiore, questa è la pace, vi lascio la
pace, vi do la mia pace, ci sono degli effetti sorprendenti, ritroviamo la nostra attenzione a Dio molto più continua, l'attenzione a Dio, quindi la custodia dei pensieri diventa memoria di Dio, capiamo che stiamo meglio con lui ed è quello che il padre diceva, vivere alla divina presenza, ci sono tanti circolarmi del padre, vivete la divina presenza, sì ma se sono impestato dal diavolo con pensieri, ci sto la divina presenza, ma ci sto male, vedete che allora questo è il segreto della vittoria, della guarigione, strontamento dei pensieri, però all'inizio può essere difficile, dopo diventa facile.
Ultimo punto, rigetto, preghiera in nome di Gesù è l'uso del corpo, i padri dicono che il corpo, un corpo mai dato, ecco io vengo per fare la tua volontà, può aiutare molto lo spirito a compiere questo combattimento, ed è l'aspetto che più ci colpisce nei santi, appena leggiamo la vita di un santo ci colpisce l'aspetto della sua ascesi corporale, cioè delle penitenze che fa, moltissimi santi fanno penitenze mostruose, San Paolo stesso dice tratto duramente il mio corpo, ci colpisce, ma perché fanno tutte queste penitenze? Ma servono? Allora diciamo io non posso essere santo così, curato d'arte, non mangiava, non mangiava, lo trovarono una volta che mangiava l'erba del campo come le capre piegato, piegato in giù, mangiava l'erba, il parrochiandisi, ma padre ma cosa fa? Lui si imbarazzò ad essere sorpreso che mangiava l'erba del prato, ma chi è di voi che mangia l'erba del prato? Ma quando mai? Per non dire altre forme di penitenza, certi santi russi, uno viveva dentro un tronco di un albero, aveva, si era scavato la sostanza dell'albero e c'era il tronco vuoto, stava lì, immaginate voi camminate nel bosco, salta fuori uno da un tronco, se vi prendete un accidente, vedete uno che vive lì dentro, ma lo stesso Serafino di Sarov, leggete nella sua vita un'ascesi spaventosa, ci fa sospirarmi, ma io non posso vivere questo, ma per essere santo devo essere così, ecco allora ci allontaniamo, non sarò mai santo ai soliti discorsi, sappiate che questo ascesi corporale c'è anche nelle altre religioni, l'induismo, il fakiro che cammina sui chiodi e che cammina sui
carboni ardenti, o lo stoicismo, ma questo non dà il senso di Dio, dà il senso di sé, l'eroismo per vivere un certo benessere, invece lo scopo dell'ascesi corporale è sottomettere il corpo allo spirito, all'anima, perché la passione sensuale passa attraverso il corpo, anche nelle fantasie passa attraverso il corpo, invece è lo spirito che deve essere sovrano, ed ecco allora che l'ascesi fisica ha un misterioso effetto sullo spirito, ecco perché nella vita religiosa viene chiesto un certo digiuno, viene chiesto una certa pratica ascetica per combattere, aiutare lo spirito col corpo, perché se mangio, bevo e ho tutte le comodità e cerco il benessere corporale, lo spirito zoppica, è un misterioso legame tra il corpo e lo spirito, ma c'è, scrive Isacco De Ninive, l'anima partecipa alle afflizioni del corpo, perché il suo movimento dell'anima è stato legato a quello del corpo, da una sapienza incomprensibile.
Lo stesso San Francesco, il giullare di Dio, leggete la vita di San Francesco, leggete le penitenze che faceva, e qui abbiamo gente di città di castello, leggete la vita di Santa Veronica Giuliani, sapete che io non ci sono riuscito, mia mamma di venerata memoria un giorno mi disse, leggi questo diario, il diario di Veronica Giuliani, alla decima pagina l'ho lasciato perdere, perché una vita di penitenza, le cercava le penitenze, o il padre Dondivo Barsotti voi mi direte, ma faceva penitenza, non è che viveva in casa San Sergio, rullerata in casa San Sergio, vi dirò che il padre Barsotti come digiuno non era il top, la sua ascensione era il freddo, teneva spento il termosifone d'inverno, ovviamente d'estate. Ragazzi uno andava a vivere a casa San Sergio, freddo non ci si stava, chi è della vecchia guardia si ricorderà Sergio Scarvigli di venerata memoria che veniva in cappella col cappotto lungo fino ai piedi e un colbacco in testa che sembrava Pugaciov, russo. Il padre lo guardava apposto per dire, ma non esageriamo, il padre non si è mai lamentato, anzi quelle poche volte che gli dicevo potremmo accendere un po', dopo alla fine si convince e accendeva due ore al giorno tenendo al minimo, termo spento, ma vi assicuro che abbiamo
patito un bel freddo, però Anteprima troncata per file di grandi dimensioni
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