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«Mai un uomo ha parlato così!»






La Quaresima ci sta insegnando che c'è sempre un fariseo accanto o dentro di noi che vorrebbe "arrestare" l'opera di Gesù, rendere vana la sua Croce. La voce minacciosa ci ammonisce a non farci "ingannare" da un profeta così mal messo, quando gli affari da sbrigare sono così seri che la stoltezza della predicazione è solo roba per bigotti...Anche nelle nostre famiglie può "sorgere dissenso", letteralmente divisione, circa l'identità di Gesù. Ah, a casa litighiamo perché abbiamo pensieri diversi sul Signore? Mi sono adirato con il fidanzato perché non condividiamo la stessa fede? Sì, ogni lite, ogni dissenso è opera del diavolo, il divisore, che ci separa da Dio per separarci tra noi. Ci tenta e ci inganna su Gesù, e così ci toglie il luogo della comunione,
il cuore e la carne di Cristo dove perdonarci, accettarci, accoglierci, amarci. E' lo stesso che accadde nell'Eden. Mentendo, il serpente ha insinuato un dubbio su Dio e il suo amore, che, accolto, ha poi eroso la comunione tra i due progenitori. Dovevano essere due in una carne, si sono ritrovati nudi, soli, divisi, due carni esposte alla morte. Per abbattere il muro della divisione occorreva la stessa Parola che ha tratto l'ordine della creazione dal caos primordiale. Le Parole di Gesù. Mai, infatti, un uomo ha parlato come parla quest'uomo!": nessun filosofo o politico, nessuna madre e nessun padre, nessun fidanzato, nessun prete. Le parole di cui avevamo bisogno non potevano cadere da un Cielo troppo lontano, ma nemmeno potevano essere così umane come quelle di cui saremmo capaci anche noi. Le parole di Gesù, la cui divinità era celata nella debolezza di una carne come la nostra. Lui è la "Parola fatta carne" che "è venuta ad abitare in mezzo a noi". Nel seno di Maria ha udito le prime parole umane, nella Santa Famiglia di Nazaret ha appreso a ripeterle, nel cuore del suo popolo le ha sentite risuonare colme di angosce, speranze, gioie e dolori. Il Figlio di Dio "ha imparato dalle cose che ha patito" a coniugare la Parola del Padre in una parola umana: come ha assunto la nostra carne, così ha assunto il nostro linguaggio, per colmarlo del senso autentico. Solo chi ha dimestichezza con lo stringente bisogno di amore, può cogliere il mistero di Gesù. Solo coloro che i farisei consideravano "maledetti", gli impuri, i pubblicani, le prostitute, i ladri, i pastori, i peccatori, "il popolo", solo gli ultimi possono ascoltare e vedere rinnovata la propria vita. "Maledetti" perché non conoscevano la Legge, o meglio l'idea di Legge che si erano fatta i farisei; non avevano la forza per osservare i precetti della tradizione; per loro è già troppo il peso di ogni giorno. La storia li aveva umiliati, e questo, agli occhi dei capi e degli intelligenti, dei religiosi e dei moralisti, era il segno inequivocabile della maledizione divina. Ma proprio per loro Dio si è fatto maledizione. Ti senti maledetto, ovvero scontento e infelice perché ti stai giudicando e disprezzando? Tutti soffriamo perchè ci riteniamo impresentabili, vorremmo essere diversi, ed è quello che, di conseguenza,  esigiamo dagli altri. Se ti senti maledetto allora avrai sicuramente giudicato qualcuno come maledetto, cioè incoerente, fallito, perduto. Sei schiavo di una concezione moralistica della Legge e del cristianesimo? Qualunque sia la tua situazione, anche se nella tua famiglia ci sono divisioni, incomprensioni perché hai posto a pretesto la Legge o Cristo per difenderti e affermarti. se sei qualcosa o tutto questo coraggio! Dio si è fatto uomo per te, Lui ti è accanto, nel fratello che stai giudicando, nella tua vita maledetta perché incostante nel bene, ipocrita e impaurita. Solo la semplicità del bisogno può accogliere il figlio di Giuseppe, il falegname venuto da Nazaret; solo chi è schiacciato dai peccati può abbandonarsi all'unico che si è fatto scandalosamente peccato. Gesù che "viene da Nazaret" è già carne offerta per prendere su di sé la nostra debolezza. "Da Nazaret" significa da Roma, da Reggio Emilia, da Tokyo o da Buenos Aires. Che hai da disprezzare ancora? Lui è nato nella tua mediocrità, nell'irilevanza del tuo lavoro, nel grigio della tua debolezza. Lui è vissuto a Nazaret, nella Galilea lontana da Gerusalemme, cioè è stato accanto a te nei tuoi compromessi pagani, nei tuoi traffici, nella tua vita spesa ben distante dal Tempio e dalla sua santità. Lui è venuto per te; si è fatto come te; Lui ama te, così come sei, per farti come Lui. Per dimostrare stolta la sapienza del mondo, e anche quella dei moralsti religiosi, che tanto "studiano" per non accorgersi che il Messia in persona, molto più che un profeta, "viene proprio dalla Galilea". Il Messia viene dalla povertà e dalla maledizione per fare di ogni vita una benedizione. Accogliamolo allora, perché ci doni la sapienza crocifissa che, in tutti quelli che pensiamo siano maledetti e senza speranza, possiamo anche noi rinvenire le sembianze di Gesù, che ha dato il suo sangue perchè risplendessero per l'eternità. A noi accostarci senza esigere nulla, con pazienza e misericordia, con le stesse uniche "parole" con cui Cristo ha salvato noi.

"Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia"



Quella delle Capanne era "la" festa, ricordava l'Alleanza e il tempo del deserto, le viscere nelle quali si è formato il popolo di Israele, il catecumenato dove ha imparato a conoscere Dio e se stesso: "…tutti i cittadini d’Israele dimoreranno in capanne, perché i vostri discendenti sappiano che io ho fatto dimorare in capanne gli Israeliti, quando li ho condotti fuori dal paese d’Egitto" (Lv 23:41). Al tempo di Gesù aveva fortissime connotazioni messianiche, profetizzando il tempo in cui “il mio popolo abiterà in una dimora di pace, in abitazioni tranquille, in luoghi sicuri” (Is 32:18). L'aria era pregna d'attesa. La schiavitù e l'asservimento a Roma erano divenuti impossibili. La Festa cadeva in settembre al culmine del raccolto; per facilitare la raccolta, si rimaneva nei campi per tutta la settimana invece di ritornare a casa, abitando nella capanne costruite per l’occasione, anche in ricordo dei quarant'anni nel deserto. Accanto all'attesa, Israele celebrava dunque il compimento, che si apriva di nuovo all'attesa della nuova stagione. La speranza, infatti, non era un chiudere gli occhi sognando un futuro diverso, ma si radicava nella propria esperienza. Le capanne erano il segno di una promessa che iniziava a compiersi, il raccolto di un anno preludeva a quello del prossimo. La Festa delle Capanne era la celebrazione della fedeltà di Diola luce che illumina il cammino, l'acqua che disseta e dona la vita dove non c'è, Alleanza gratuita che sigilla un'elezione irrevocabile, misericordia che sostiene i passi incerti. Per questo era chiamata anche Festa della gioia; essa seguiva la grande espiazione di Kippur, l'esperienza del perdono che rigenera la comunità nella comunione fondata sulla gratuità della misericordia. Gesù giunge alla Festa di nascosto. Ed è un segno, perché Lui ne incarna il senso più profondo: la precarietà della capanna allude, infatti, alla sua carne, nella quale si cela la sua divinità. E' Figlio di Dio, ma lo è in una carne del tutto simile a quella dei suoi "fratelli". Gesù è lì per ridestare la loro memoria, perché i Giudei possano scendere al cuore di quello che stanno celebrando. Gesù è il compimento, e, nascosto tra la folla, celebra la festa con il Popolo, come si cela nella storia di ciascun uomo, perché possa scoprire, al fondo di ciò che vive ogni giorno, il compimento della propria vitaGesù è la gioia, perché in Lui la vita ha senso e compimento. Le capanne o tende rammentavano la promessa ricevuta, per ridestare la speranza e accogliere il compimento: "Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell'amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore" (Os. 2,21-22). San Giovanni descrive l’Incarnazione alludendo alla tenda: "E il Verbo si fece carne e costruì la sua “skēnē” (la sua tenda) in mezzo a noi". La tenda era il luogo dove riposarsi durante il raccolto e durante il cammino dell'esodo; così, paradossalmente, proprio la carne costituisce il luogo dove riposarsi e riprendere le forze, dove sostare. Ma essa è segnata dalla precarietà, è un'orma sul cammino, un memoriale, non è l'origine, non è il sostegno, non è ciò che dà senso e gioia alla vita, esattamente come non lo era il Tempio di Gerusalemme dove, non a caso, il Signore si trova ad insegnare. Fermarsi alla carne conduce ad ucciderla: una relazione che si ferma ad essa e non cammina verso il suo compimento, si risolve, inevitabilmente, in un voler possedere l'altro, in una conoscenza parziale attraverso la quale imprigionare e gestire, mentre la stolta architettura senza fondamento di affetti sregolati e passioni è destinata a franare. Come è accaduto ai  Giudei, che inciampano sulla tenda visibile, arrestandosi sulla soglia del mistero che il segno contiene e indica, e "decidono di arrestare" l'amore. Ai loro occhi, Gesù era troppo uomo, troppo "comprensibile"... Il Messia, invece, porrà termine a tutta questa incertezza, alla dura fatica della vita; finirà il tempo dell'attesa, smonteremo le capanne, metteremo radici e nulla più ci creerà problemi. E invece, nel bel mezzo di questa attesa che si fa concupiscenza, ecce homo, ecco l'uomo. Come tutti, debole, fragile e precario. Anche Lui in una capanna, la sua vita come quella di ciascuno di noi, in una barca in mezzo alle onde. Per questo non può essere il Messia: Nazaret, la Galilea, niente studi, niente lignaggio, neanche un sacerdote, un rabbino tra i parenti! Troppo umano, semplicemente uomo. No. Conosciamo fin troppo bene quest'uomo. Non è di Lui che abbiamo bisogno, ma di forza, intelligenza, programmazione e tanti bei miracoli a risolvere le nostre sofferenze e porre fine alla precarietà. Un Messia come un distributore automatico di miracoli, ecco chi stiamo aspettiamo. E, nell'attesa, ci portiamo avanti il lavoro, aiutiamo Dio a fare il suo mestiere, secondo i nostri gusti e le nostre conoscenze, quelle apprese un giorno nel Giardino dinanzi all'albero della vita, sedotti dal serpente... Ci facciamo dio, idolatriamo la carne perché essa idolatri noi, e il Tempio destinato a Dio è trasformato in un mausoleo al nostro io: così con il coniuge, con i figli, i colleghi, gli amici; così con noi stessi. Crediamo di "conoscere da dove venga" chi ci è accanto, e, certamente, nell'ambito della carne, lo sappiamo. Ma non sappiamo riconoscere nel prossimo le sembianze del Figlio di Dio, perché serrati nella falsa certezza che non può incarnarsi in quella debolezza. Pensiamo che il Messia debba venire da chissà dove, da un carattere smussato, un corpo trasformato in quello di una modella, un amore da sogno, lavoro, denaro e salute; invece Egli bussa alla nostra porta attraverso la carne debole del marito, della moglie, del figlio, del contratto a termine, della salute malferma, della storia e delle persone che si avvicinano a noi. La Buona Notizia, infatti, è proprio la precarietà, rivelata nelle capanne, in un Servo che si fa ultimo, un Agnello che si fa macellare; in un Uomo che è Dio e rende divina ogni precarietà, che fa della vita, quella che oggi siamo chiamati a vivere, un prodigio. Ogni lacrima, ogni angoscia, ogni dubbio, ogni paura, ogni dolore, tutto è assunto dal Dio fatto uomo, trasfigurato e divinizzato. Lui, il Messia, scende nel nostro deserto per farne un Giardino come il paradisoper deporre la vita nella morte. Il Messia, Gesù, non cambia nulla, neanche una virgola delle nostre esistenze; le assume, le fa sue, le rende divine, le ricolma di Vita e le fa sante. Per questo siamo chiamati a vivere nelle capanne senza scendere dalla Croce di cui esse sono immagine e profezia, in una totale precarietà, stretti nell'intimità con il Signore. Così la relazione con il Signore diviene il modello per ogni relazione. Dimorare e camminare nella precarietà della capanna significa essere crocifissi con Cristo; concretamente, ciò si realizza vivendo ogni rapporto nella carne con gli occhi e il cuore fissi su Colui che essa nascondeContemplare nel prossimo il Mistero Pasquale del Signore, e così intercettare il prodigio in corso d'opera che, nella precarietà della tenda, sta costruendo una dimora per l'eternità. Guardare un figlio con questi occhi, come il Tempio che Dio ha scelto per sua dimora, il Santo dei Santi dove dispensare la Grazia del perdono... come cambierebbero le parole, gli sguardi, gli atteggiamenti... La bellezza della fidanzata, la simpatia dell'amico, la tenerezza dei figli, la fratellanza della comunità, sono i rami di palma, i Lulav, agitati durante la Festa delle Capanne. Ad essi sono legati due rami di salice ('aravà) e tre di mirto (hadàs); a questi si aggiunge un cedro (etròg). La palma dà un frutto dolce, ma senza profumo; il salice non ha né sapore né profumo; il mirto ha profumo ma non sapore; il cedro ha sapore e profumo. Le quattro specie di vegetali legati nel lulàv simboleggiano i quattro tipi di persone in cui si può riassumere il genere umano. Alcune sono sapienti e generose, altre sapienti ma non generose, altre generose ma non sapienti, altre ancora né sapienti né generose. Il lulav è la carne preparata per accogliere la natura divina, la debolezza che fa festa allo Spirito, la sposa della vita immortale che, l'arca e il roveto ardente che portano e difendono il destino celesteL'umanità, qualunque essa sia, innesca l'amore, come i due occhi splendidi di una ragazza muovono il cuore all'innamoramento. Ma occorre entrare in quegli occhi e scoprirvi il Mistero che essi trasmettono. Dimorare nello sguardo dell'amata, nelle sue parole, nei suoi sorrisi, anche nei suoi difetti, cercando e fissando il "più in là", l'altra riva che essi, spesso nascostamente, indicano. Per questo la Quaresima ci invita all'intimità con Cristo dove tutto questo è plausibile, si può sperimentare. Per imparare da Lui a conoscere il Padre, "sapere" anche noi "da dove veniamo", nella certezza che nulla è a caso, ma che in ogni evento è il Padre che "ci invia" a compiere la nostra missione, manifestare il suo amore che supera ogni limite e ogni aspettativa.



"Come potete credere voi, che prendete gloria gli uni dagli altri?"



Come i "Giudei" anche noi abbiamo paura di non essere, e scorrere sui giorni come i titoli di coda di un film che nessuno legge mai. Bisogna assolutamente escogitare qualcosa per essere protagonisti e conquistarsi un ruolo. Ma tutto quello che ci agita per cercare di essere è pura vana-gloria: "Chi cede a questa vanità autoreferenziale in fondo nasconde una miseria molto grande" (Card. J. Bergoglio). La Quaresima che ci accompagna alla Verità, ci aiuta a scoprire che, come tra i Giudei, anche nelle nostre famiglie, come negli uffici, nei gruppi di amici, in parrocchia, tutti "cerchiamo gloria gli uni dagli altri". Le nostre relazioni sono come quei sistemi di allarme costituiti da una serie di elementi che inviano tra di loro raggi infrarossi, formando così una barriera invisibile. Appena il segnale tra le parti viene interrotto scatta l'allarme. Così, quando i fallimenti dolorosi interrompono bruscamente la trama di gesti, parole e atteggiamenti ipocriti che ci lega invisibilmente agli altri, scattano le liti piene d'ira e rancori che sembra ne stessimo facendo scorta da anni. Proprio queste rivelano la trama di menzogne con cui ci siamo avvicinati agli altri, non per donarci, ma cercando in loro dei "testimoni" a nostro favore, qualcuno che ci dicesse che esistiamo, che siamo importanti, che valiamo. Ma, anche se ottenute, si tratta di false testimonianze, tutte carnali, lacci che danno gloria per riceverne. Senza l'amore di Dio dentro, unica consistenza che dia valore alla vita, senza il suo amore a testimoniare l'unicità di ciascuno di noi, tutto è vanità: "Aveva ben ragione san Girolamo di paragonare la vanagloria all’ombra. Difatti l’ombra segue dovunque il corpo, ne misura persino i passi... Lo stesso fa la vanagloria, segue dovunque la virtù. Invano cercherebbe il corpo fuggire la sua ombra, questa sempre e dovunque la segue e le va appresso" (Padre Pio da Petralcina). La vanagloria è un'ombra di morte, il ripiegamento orgoglioso su se stessi che impedisce la fede: "E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?". Non può credere chi cerca dagli altri, dalla loro stima e dal loro consenso, la gloria - il peso, il valore, la consistenza della propria esistenza, secondo l'etimologia del termine greco dóxa e di quello ebraico "kavod". Grava su di lui la maledizione descritta dal profeta Geremia: "Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamerisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere" (Ger. 17, 5 ss). Due amici che fondano la propria relazione sulla vanagloria si ritroveranno con odio e invidia; così due sposi, o due fidanzati, se cercano nell'altro la felicità che dia senso alla loro vita, non avranno che gelosia e rancore. Soprattutto, chi pone la sua gloria nella carne "non vedrà venire il bene", non riconoscerà Gesù negli eventi e nelle persone; non lo vedrà nelle "opere" da Lui compiute, e per questo "non potrà credere in Colui che lo ha inviato". Nelle situazioni difficili, nelle prove della vita, quando l'amico mostrerà la sua debolezza, quando lo sposo tradirà le attese, quando la fidanzata entrerà in crisi, non saprà discernere oltre la sofferenza della carne la chiamata di Dio a donarsi, e fuggirà nascondendosi nell'inganno delle passioni, per sperimentarvi la morte. La vanagloria, infatti, chiude la porta al Messia e la apre ai falsi profeti che vengono "nel proprio nome"; rifiutiamo cioè Cristo che, "nel nome del Padre", ci offre gratuitamente il suo amore perché abbiamo accolto chi, per carpire gloria per se stesso, ci adula gonfiando il nostro uomo vecchio: "L’«io» al centro del mondo: si tratta del mio io superbo, che sa tutto. Se sono arrogante, se sono superbo, vorrei sempre piacere e se non ci riesco sono misero, sono infelice e devo sempre cercare questo piacere" (Benedetto XVI). Per non cedere alle lusinghe della superbia non basta "scrutare le Scritture"; certo, in esse possiamo avere la "vita eterna", ma occorre lasciarci giudicare dalla Parola, metterci sotto la sua luce e umiliarci per scoprire in essa la "testimonianza" di Cristo che giunge sino alla nostra storia e ci chiama per "andare a Lui e avere la vita". Invece, come i Giudei, "ci siamo rallegrati tante volte della luce di Giovanni Battista", ci ha scaldato la "lampada" della profezia che "arde" nella predicazione, ma è stato "per poco". Tutto bello e commovente, ma la carne tira di più... "Per poterci salvare" la Quaresima ci chiama a conversione: basta ipocrisie! Se non viviamo nell'intimità con Cristo, se non ci lasciamo abbracciare e stringere alla sua Croce come San Francesco, significa che non abbiamo "creduto davvero all'Inviato del Padre". Per giustificare la propria incredulità i Giudei si appellano a "Mosè" dei cui "scritti" si ritengono fedeli osservatori; ma Gesù smaschera questa pretesa perché, rifiutando Lui, dimostrano di non aver mai creduto alla Torah che di Lui parla e Lui profetizza. Mai si sono accostati alla Scrittura con amore, per ascoltarla e lasciarsi plasmare da essa. Ne hanno fatto occasione di "vanto", segno di distinzione, gloria di razza da esibire. Ma era una vernice, perché la Torah restava lettera senza mai divenire Spirito che dà la vita. Anche noi possiamo riempirci la bocca della Parola di Dio, esibire lignaggi di famiglie da sempre nella Chiesa, certificati di partecipazione a convegni, ritiri, messe e rosari, non ci servirà a nulla. Se "non vogliamo andare a Lui" per consegniargli sino in fondo la nostra vita significa che siamo ancora orfani, "non abbiamo mai udito la voce del Padre, né abbiamo visto il suo volto, e non abbiamo la sua parola che dimora in noi". Riconosciamolo, "non abbiamo in noi l'amore di Dio", non si vede in nessuno dei rapporti che abbiamo. Gesù lo "sa", e ci ama. Ci conosce e viene a salvarci, non a "prendere gloria dagli uomini"; in noi, infatti, cerca solo i peccati per perdonarli. Non ha bisogno di appoggi e considerazioni umane, perché la "testimonianza su di Lui" e sulla sua identità, non proviene dalla carne, ma dal Cielo e si manifesta in opere celesti. Ecco la Gloria autentica, il peso della vita: l'amore a chi ci è accanto, il perdono, la pazienza, scusare l'inescusabile, credere l'incredibile, lasciarsi togliere l'onore perché l'altro non lo perda. Amare il nemico, ecco la Gloria di Cristo, la sostanza divina della sua vita, l'intimità con il Padre che schiude il Cielo in ogni evento di morte. La stessa preparata per te e per me se "abbiamo accolto in noi il suo amore". La Gloria che viene da Dio ci libera dalla condanna di cercare la vita negli altri: che meraviglia un padre che non cerca gloria nel figlio perché vive in Dio! Non esigerà ma educherà, nel senso originale del termine: condurrà il figlio fuori dalla menzogna, per consegnarlo, libero, a Cristo. E così una moglie, un marito, colmi della Gloria di Dio, possono donarsi senza riserve. Chi ha l'amore di Dio può morire ogni giorno per amore, non fugge, vede il bene per sé e per gli altri anche nella Croce. Elisabetta della Trinità lo aveva compreso bene: "Il mio Sposo mi ha fatto capire che la mia vocazione in terra d’esilio è essere lode della sua Gloria". Per questo Elisabetta si gettò con fede e amore nel «folto della croce». Accettò tutto con il sorriso e l’abbandono alla volontà di Dio, diventando veramente “lode di gloria della Trinità”, un'anima "che adora sempre e, per così dire, è tutta trasformata nella lode e nell'amore, nella passione della gloria del suo Dio".



"I morti udranno la sua voce e risorgeranno"




Gesù aveva appena guarito un paralitico, suscitando però nei Giudei prima lo sdegno e poi un desiderio crescente di “ucciderlo”. Ma come, uno fa del bene e lo vogliono far fuori? Sì, è così, perché in quell’Uomo capace di compiere l’impossibile si nascondeva una pretesa inaccettabile alla superbia del demonio: “chiamare Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio”. I fatti erano quelli, ma le modalità non potevano essere quelle del Messia. Gesù aveva “violato il sabato” accidenti, giustificandosi con parole blasfeme: “il Padre mio opera sempre e anche io opero”. Non è facile comprendere la portata di questa affermazione. Gesù stava mettendo in crisi il rapporto che i giudei avevano avuto sino ad allora con lo “Shabbat”, uno dei fondamenti del giudaismo. Con poche parole aveva sgretolato certezze inossidabili e usi consolidati: Uno: Dio è mio Padre, ovvero io sono Dio. Due: il Padre opera sempre e non si ferma neanche di sabato, e io faccio lo stesso perché sono suo figlio. Ciò significa smentire addirittura la Scrittura che, uno: proibisce di farsi immagini di Dio, figuriamoci se era possibile pensare che un uomo potesse assomigliargli tanto da essere suo figlio; due: essa insegna che Dio si è riposato dalle sue opere il settimo giorno, fondando così la stretta osservanza delle regole per celebrare Shabbat. Ancora una volta i giudei, come ciascuno di noi, non avevano capito nulla. Lo zampino del demonio è evidente: come ha fatto con Adamo ed Eva nel giardino e con Gesù nel deserto, lui stravolge sempre il senso della Scrittura per farne un cappio da stringere intorno al collo. Il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato: la Legge è per la felicità dell’uomo, che non gli verrà dall’osservarla, perché ne è incapace. Allora la Legge significa qualcosa d’altro che un insieme di regole da rispettare per essere buoni e bravi e andare in paradiso. Di questo sta parlando Gesù, del destino al quale ogni uomo è chiamato. Per questo aveva guarito un paralitico, mostrando così che senza di Lui nessuno può camminare verso il Cielo; se Lui non “opera” la “volontà del Padre” in ogni istante, sempre, tu ed io siamo destinati a “una resurrezione di condanna”. Il riposo del sabato è per aiutare l’uomo a guardare a Lui che provvede alla sua vita, sempre. Ciò significa che, proprio di sabato, il Signore moltiplica la sua opera in favore di tutti, perché in quel giorno assaporino le primizia del Paradiso, dove non sarà più il sudore della fronte a dare il pane. Dio aveva riposato proprio per incoraggiare ogni uomo a entrare nel suo Shabbat, a non fare un assoluto del proprio lavoro, a non idolatrare l’opera delle proprie mani. Il sabato è per umiliarsi e riconoscersi creature, riconsegnando a Dio il posto e “l’onore” che gli spettano. Allora non era Gesù a “violare il sabato”, ma i giudei, che, nella loro arrogante superbia, ne avevano pervertito lo spirito al punto di “giudicare” Dio in suo nome, e “uccidere” suo Figlio che osservava il sabato colmandolo del suo amore. Eppure proprio in questo paradosso malvagio si cela il mistero che ci ha salvato: originando l'ostilità contro Gesù, il miracolo coglieva il suo obiettivo. La guarigione del paralitico, infatti, era stata solo un pretesto profetico che annunciava l’amore del Padre offerto gratuitamente per svelare i pensieri dei cuori. L'amore autentico, infatti, attira il rancore, l'invidia, la gelosia, il marciume che s'annida nell'intimo, come il miele le api. E non c'è nulla da stupirsi se, tra marito e moglie, spesso accade proprio così; o se i figli, invece della gratitudine, presentano impietosi il conto per i difetti dei genitori. E' ovvio, perché un amore così scandalosamente gratuito mette a nudo la superbia; come la guarigione del paralitico è un’evidente “opera” divina che smaschera la realtà dei giudei, povere creature peccatrici… E a nessuno piace essere smascherato. Ma finché ciò non accade l'uomo vecchio non può riconoscere i suoi peccati per accogliere la Parola di perdono. Il paralitico non ha fatto nulla, il suo male era evidente, non poteva nasconderlo. Lui il sabato lo osservava ogni giorno… sino a quel sabato speciale che compiva ogni altro sabato, dando senso a ogni istante speso sul lettuccio dell’impotenza. In quel sabato, infatti, il Buon Pastore era finalmente giunto alla “Porta delle pecore”, chiusa da trentotto anni. E’ entrato, ha guardato quell’uomo paralizzato, lo ha chiamato per nome, l’ha guarito e condotto fuori. E dopo di lui tutti noi, paralitici, ciechi, sordi, malati, peccatori, "i morti che hanno udito la voce del Figlio di Dio, e avendole obbedito, sono risuscitati”. Ci ha spinto fuori, e ora cammina davanti a noi, e lo seguiamo perché conosciamo la sua voce, l'unica che annuncia il Vangelo che aspettiamo da "sempre". Solo l'amore risuscita l'amore, anche in un cimitero quale è ridotta la vita di un uomo schiavo del peccato. Gesù parla anche oggi dinanzi alla lapide che ha chiuso un matrimonio, un'amicizia o qualsiasi relazione, perché “il Padre gli manifesta tutto quello che fa... e opere più grandi" che sta per compiere con quella famiglia, con quel ragazzo caduto nella droga, con qualunque persona; ciò significa che mentre Gesù chiama per nome i tanti Lazzaro sepolti nel peccato, il Padre già sta facendo la sua opera. Egli, infatti, “non può far nulla se non quello che ha visto fare dal Padre” quando, calato inerme nel sepolcro, è stato ridestato alla vita dalla Parola d’amore del Padre. Da quel momento ogni istante della storia è un kairos, un momento favorevole per parlare e risuscitare. Gesù, infatti,  parla in ogni luogo e tempo con la predicazione della Chiesa. Guai se la Chiesa non annunciasse il Vangelo, perdendosi in mille altre attività. La Chiesa deve parlare le parole di Gesù perché esiste solo per risuscitare i morti, per accendere la Pasqua nella storia. Se tace o diluisce le sue parole in quelle mondane frustra la volontà di Dio e tradisce gli uomini lasciandoli nei sepolcri. Se la Chiesa smette di credere nella forza della predicazione non le resta che portare fiori ai cimiteri, "opere" buone e pie per carità, ma semplicemente umane, e per questo incapaci di chiamare fuori gli uomini dalle tombe. Cristo risorto, invece, ha inviato il suo Corpo sino agli estremi confini della terra, tu ed io oggi in famiglia, a scuola, al lavoro, a far “udire la voce del Figlio di Dio”, perché “quelli che l’ascolteranno e crederanno al Padre che l’ha mandato, passino dalla morte alla vita”. C’è una missione più grande? Parlare ai morti per risuscitarli; annunciare il Vangelo per salvare un matrimonio, per salvare tuo figlio, tuo cugino, ogni uomo! Oggi è il “giudizio”, perché ovunque è predicata la Buona Notizia si anticipa quello dell’ultimo giorno. Oggi possiamo “udire la sua voce e uscire dai sepolcri” concretamente, per una risurrezione di vita o di condanna. Abbiamo fatto "il bene"? Rendiamo grazie a Dio che lo ha compiuto in noi. Abbiamo fatto "il male"? Sì, "sempre". Coraggio! Siamo ancora in tempo per ascoltare e uscire dal peccato e consegnare la nostra condanna a Colui che ha “il potere di giudicare", perché non ci condanni nell’ultimo giorno. Lui ci “giudica” oggi con "il potere di dare la vita", perché è un potere che "mette in crisi" la morte, secondo l'etimologia del verbo "giudicare". Gesù, con il Padre e per conto del Padre, ha giudicato la morte, condannandola a restituire quelli che aveva imprigionato. Anche la Chiesa ha "il potere di giudicare" con viscere di misericordia e ridare vita al cuore più indurito che non vuole perdonare, perché ha imparato dal suo Signore a "non far nulla da se stessa"; non si avvita su superbe alchimie psicologiche, su poveri e limitati ricorsi umani e piani pastorali; fa solo quello che vede fare al suo Sposo, perché anche "il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa". Con la Chiesa, siamo chiamati in questa Quaresima a non disperare di fronte alle situazioni più difficili, per giudicare tutti con il giudizio di Dio. Genitori, presbiteri, educatori, fratelli non dobbiamo inventare nulla, perché la misericordia non è genialità, ma viscere umili che accolgono l'altro così com'è. E questo si impara solo "copiando" Cristo, ovvero sperimentando ogni giorno il suo amore per donarlo agli altri. Finiamola di escogitare stratagemmi, e guardiamo a Lui, sino a lasciarci crocifiggere nella sua mitezza e nella sua umiltà, per "compiere la volontà del Padre e non la nostra"; così ogni uomo, vedendo il Figlio vivo  che "opera" nei suoi apostoli, potrà "onorare Lui e il Padre" accogliendo la sua Parola; per Dio, infatti, non c'è onore più grande di un peccatore strappato al demonio e alla morte.


"Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina"



"Trentotto anni", una vita paralizzata sul ciglio della vita, deposta alla "porta delle pecore" come sulla soglia degli inferi, confusa nella sofferenza di storpi, ciechi, zoppi. "Un sabato" che non è festa, e dentro un uomo schiacciato sul giaciglio dell'impotenza, scivolando nella morte insieme alle pecore destinate alla macellazione. Ma non è soave l'odore di quelle membra sacrificate, piuttosto fumo acre di carni strappate al destino di pace e felicità, rattrappite come le nostre, vorresti muoverle e non ti rispondono, desideri amare e ne sei incapace. La paralisi ci ha reso irrilevanti; distesi sul "lettuccio" dei nostri giorni grigi, tipepidi e sterili, siamo come una mano di vernice trasparente e inodore spalmata su qualche parete, chi può accorgersi di noi? Quante volte lo abbiamo pensato; quante giornate trafelate per correre dietro a mille cose, e poi la cena, e i bimbi a letto che non vogliono dormire, e arriva lui, nervoso, neanche ti guarda, si getta sulla cena e poi sprofonda sul sofà. Quante volte ci siamo trovati sul bordo di quella "piscina", accatastando desideri e progetti come legna da ardere tra le fiamme della delusione. E il cinismo a farti la corte, perché non cedere alle sue lusinghe, in fondo è l'unico con cui ci intendiamo. E questa solitudine acida che corrode ogni speranza: "La vita dell'uomo si svolge laggiù, tra le case, nei campi. Davanti al fuoco e in un letto. E ogni giorno che spunta ti mette davanti la stessa fatica e le stesse mancanze. E' un fastidio alla fine, Melete. C'è una burrasca che rinnova le campagne - nè la morte nè i grandi dolori scoraggiano. Ma la fatica interminabile, lo sforzo di star vivi d'ora in ora, la notizia del male degli altri, del male meschino, fastidioso come le mosche d'estate - quest'è il vivere che taglia le gambe. Melete" (Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò). Siamo soli, con la fatica di parlare e discutere ancora una volta con chi non ci ha mai aiutato, e il fastidio di non riuscire mai ad immergersi nell'occasione giusta. Proprio nel momento in cui "l'angelo agita le acque", quando la predicazione, la preghiera, un'ispirazione sembrano "smuovere" l'apatia dei giorni, la routine mesta del matrimonio, l'abitudine ai silenzi con figli e colleghi, "qualcun altro arriva prima", con una menzogna, un'illusione, la paura e il peso del passato, e niente, non ce la facciamo, e le acque tornano alle stesse mancanze. Ma c'è questo tempo, ed è l'annuncio della svolta: digiuno, elemosina, preghiera, ovvero fame, povertà e speranze, la Quaresima ci proietta la clip della nostra vita, sino a questo istante. Giusto "trentotto anni", o cinquanta, o diciotto; non un giorno in più, non un anno in meno. Oggi, perché è qui che la clip ha un sussulto, un volto di luce e una parola. Qualcuno ti ha "visto", si è accorto e si preoccupa di te perché "sa che stai così da molto tempo": "Vuoi guarire?". Sei paralitico, ma non è per questo che sei nato; l'incapacità di avvicinarti all'altro e donarti a lui è una malattia, si può guarire. Benedetta domanda che libera la speranza dalle catene del cinismo! Così oggi Gesù ti dichiara il suo amore, innescando in te il desiderio di Lui ormai seccato come le tue membra. Di colpo si illumina tutto il passato, e non era quello che il demonio ci ha raccontato. Se il paralitico avesse avuto "qualcuno ad immergerlo", non avrebbe incontrato il Signore. Non avrebbe ascoltato la sua voce. Si sarebbe immerso, forse sarebbe guarito, avrebbe trovato lavoro, una casa, un fidanzato, un bel matrimonio, un po' di salute, uno stipendio adeguato, non avrebbe perso il padre da piccolo, niente violenze, avrebbe studiato e si sarebbe laureato, sarebbe un pochino più bello e presentabile, la sua famiglia non sarebbe stata così povera, non avrebbe subito l'ombra del fratello maggiore. Non sarebbe stato crocifisso trentotto anni. Non avrebbe conosciuto il Signore. E non sarebbe stato felice. La Croce, il lettuccio dove hai disteso sino ad ora la tua vita, proprio tutta la tua storia che ti è sembrata così grigia ed inutile, con le frustrazioni, la solitudine, il fastidio e la fatica di vivere, tutto è stato per incontrare Lui, la "porta" attraverso la quale entrare e trovare il pascolo della vita eterna. Il lettuccio roso dai tarli del giudizio, dell'invidia, della concupiscenza e di ogni peccato è il talamo preparato alla misericordia di Dio. Il fallimento umano, infatti, è il corteggiamento di Gesù: per vincere orgoglio e resistenze, riconoscere che siamo paralitici perché abbiamo creduto al demonio che ci ha schiacciati nella paura, e lasciarci amare da Lui. E' Gesù la piscina dove non è necessario che qualcuno ci immerga; le sue ferite sono per te, nessuno può passarti avanti. "Alzati, risorgi, prendi il tuo lettuccio e cammina": è qui la novità, il segreto, la rivoluzione. Non basta immergersi per dare una ritoccatina all'esistenza, che resta comunque marcia dentro, pronta a scivolare di nuovo nella paralisi. Gesù ci guarisce per "incominciare a camminare" in una vita nuova, in un percorso di conversione quotidiano per "non peccare più", aggrappati nella comunione della Chiesa alla Parola e ai sacramenti. Chi ha conosciuto la gratuità dell'amore di Dio sa che tornare a dar credito al demonio e peccare, sarebbe l'accadere di "qualcosa di peggio" della paralisi, ovvero precipitare all'inferno. Per questo Gesù ci invia nella storia facendo ogni istante memoria del suo amore, per non dimenticare da dove ci ha tratto. I cristiani non elaborano il passato come fosse un lutto, anzi, vivono il presente come il frutto della misericordia di Dio "prendendo il lettuccio" dove hanno sperimentato la Gloria della sua vittoria sul peccato. La vita diviene così una missione, per testimoniare Cristo a ogni fariseo per il quale la salvezza è un peccato, e che per questo tenterà di strapparci alla Grazia per schiacciarci con i moralismi; ad annunciare a tutti che Dio ha compiuto il "sabato" e ogni iota della Legge deposto con noi nella tomba per farci risorgere e così imparare a camminare nella fatica e nel fastidio di vivere, portando la Croce che tutti rifiutano. Forse saremo soli, senza nessuno che si accorga di noi per aiutarci, perché saremo noi ad immergere ogni paralitico che ci è accanto, nella misericordia di Cristo incarnata in noi.


"Và, tuo figlio vive"




Essendo un allenamento a vivere bene, la Quaresima ci insegna l'atteggiamento adeguato da assumere dinanzi agli eventi che odorano di morte, come quello in cui si è imbattuto il "funzionario del re". Abbiamo anche noi un "figlio" che "sta per morire". E' a "Cafarnao", la Patria di Gesù, ma non sa dargli "onore". Non può riconoscerlo come "profeta". Siamo nella Chiesa, eppure proprio la prossimità con Gesù, con la sua Parola, con i sacramenti, con le attività della parrocchia, con le celebrazioni di gruppi e comunità, ci ha fatto scivolare in un rapporto superficiale e scontato con Lui. Siamo diventati professionisti del cristianesimo, pensieri e gesti partono in automatico, ma è pura ipocrisia. Ci siamo abituati al suo amore, non siamo più capaci di stupirci per le Grazie con le quali ci accompagna istante dopo istante. E non ci siamo accorti che il "figlio" di Dio che è in noi è malato. Non abbiamo saputo discernere i sintomi che si andavano manifestando: disattenzioni ai bisogni della moglie, piccoli egoismi nei confronti del marito, insofferenza crescente agli atteggiamenti lunatici dei figli, giudizi che covano da tempo, accidia nella preghiera, attaccamento al denaro, e quel sottile e pernicioso senso di frustrazione accolto e coccolato, sino a farci sentire incompresi dal mondo intero. Il demonio, subdolamente, si è infilato nei pertugi lasciati incustoditi e ci ha chiusi lentamente nella prigione dell'orgoglio. E ora è ira travolgente a ogni inconveniente, parole pesanti in risposta alle incomprensioni del coniuge, chiusura netta a ogni richiesta dei figli, avarizia nevrotica, pregiudizi sottili verso chiunque. Il "figlio" ha perso le sembianze del Padre, incapace di donarsi, di amare salendo sulla Croce che la storia ci presenta. Stiamo morendo. Ma Gesù, in questo tempo di Grazia, torna di nuovo" a "Cana di Galilea, dove aveva cambiato l'acqua in vino", scende ancora nella nostra vita per riaccendere la memoria degli inizi, quando abbiamo ascoltato e accolto la sua Parola sperimentandone il potere. Torna per guarirci, compiendo in noi "quello che ha fatto a Gerusalemme", viene cioè a purificarci scacciando venditori e cambiavalute dal nostro cuore, per ricostruire in noi il suo Tempio. Viene per fare Pasqua con noi. La Chiesa ci annuncia oggi che Lui è qui, proprio dove lo abbiamo rifiutato. Accorriamo allora, a "chiedergli" di "scendere" nei nostri peccati. E' vero, per "credere" abbiamo ancora bisogno di "vedere segni e prodigi". Ma Gesù ci conosce, e, come già alle nozze, si lascia di nuovo strappare il suo potere, per condurre la nostra debolezza alla fede adulta. Per questo, con misericordia infinita, ci annuncia ancora la sua Parola, offrendoci un "secondo segno", una seconda possibilità di convertirci e credere. La Quaresima ci insegna a discernerla nella storia e a non tralasciarla, e a lottare, perché il demonio ci gira intorno per divorare il bambino appena nato, il figlio di Dio che si accinge ad amare, perdonare, scusare, pazientare. Ci insegna ad ascoltare la Parola di Gesù che la Chiesa ci predica; e a obbedire, a "metterci in cammino" come il "funzionario del re", per andare a sperimentare che è vera e compie esattamente ciò che annuncia, scendendo così la scala che conduce alle acque del battesimo. Ci attende una notte da attraversare, e in essa trepidazione, speranza, desiderio, stanchezza, scoramento, per incontrare finalmente la luce della resurrezione, la vita nuova in Cristo. Ci è dato un tempo, come quello nel quale il Signore aveva inviato quel padre: ogni giorno della nostra vita, sulla cui soglia Gesù ci accoglie per inviarci in missione, tra difficoltà, sofferenze e angosce, nella forza della sua Parola: "Và, tuo figlio vive". Ogni giorno è un appuntamento al quale siamo invitati per riconoscere che, "proprio nell'istante" in cui ci è stata annunciata e abbiamo obbedito, la Parola aveva già operato il prodigio: dove la carne aveva visto la morte, lo Spirito aveva già dischiuso la vita. Così Gesù guarisce il "figlio", insegnandoci, attraverso un serio cammino di fede, a vedere il suo amore operare nell'istante in cui la sua Parola è deposta, come il suo corpo nella tomba, nel matrimonio che credevamo fallito, nel lavoro senza senso, nell'amicizia tradita, in ogni nostro peccato. La fede adulta che vince il mondo e accompagna ad essa anche la nostra "famiglia", è quella che spera contro ogni speranza. Accogliamo questo Vangelo, per guarire il "figlio" che è in noi, ma anche i nostri "figli" nella carne, perché la loro fede dipende dalla nostra conversione, non dai moralismi imbastiti dalle chiacchiere che gli propiniamo ogni giorno. La fede che illumina la ragione, altro che salto nel buio. La fede che si sperimenta empiricamente, orologio alla mano, perché Dio è puntuale, si è fatto carne per dare alla carne "segni" da ascoltare, vedere e toccare, vita autentica nella morte altrettanto vera.







"Chi si umilia sarà esaltato"




Andare in Chiesa, frequentarla assiduamente, lustrarla e farci catechismo, pregarci tutti i giorni, può non voler dire nulla. Si può uscirne esattamente come si è entrati. E’ quello che accade a “chi presume di essere giusto e disprezza gli altri”. Come noi che, prigionieri di un Io sconfinato che si crede “diverso”, "nullifichiamo" il prossimo. Non a caso questa società edonistica e carnale idolatra il diverso a tutti i costi, al punto che la normalità diventa l’eccezione da nascondere. Come nel Vangelo, dove il diverso, ovvero il fariseo, è in prima fila e il normale, ovvero il peccatore, se ne resta giù in fondo. Chi si sente “diverso” si arroga sempre più diritti degli altri. Niente di nuovo, succede nelle famiglie, succede a te e a me che voliamo sulle nubi della vanagloria, succede nella società con le nuove lobby “di genere”, è successo quel giorno nel Tempio. Ne è l’immagine il fariseo, di fronte a Dio come davanti a uno specchio nel quale non vedeva che se stesso travestito da dio: "stando in piedi, pregava rivolto verso se stesso", secondo il senso del greco originale. Non prega, dialoga con se stesso… Il demonio gli aveva venduto un paradiso contraffatto al cui centro aveva messo lui, il suo ego gonfiato. E così, proprio il Tempio dove Dio aveva dato convegno al suo Popolo, era diventato la passerella dell'ipocrisia. Come le nostre Chiese, le comunità, i gruppi. A causa dell’inganno del demonio la nostra vita diviene un’autocelebrazione no-stop, un Grande Fratello dove esibire ipocrite vanità, colorando di virtù anche i peccati per non essere smascherati. Ma quando la realtà ci lancia una secchiata d'acqua gelida in faccia, scopriamo le dure conseguenze della superbia: tornati a casa senza aver gustato l'amore che giustifica, cerchiamo negli altri gesti e parole che giustifichino la nostra pretesa di essere dio. Irati e nervosi seppelliamo marito, moglie e figli con lo stesso diluvio di ipocrisie con cui stiamo davanti a DioIo "non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come" voiIo, "digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo" mentre tu, tutta tua madre, guarda che disordine, mai una volta che riesca ad avere una camicia stirata come si deve; etu, come al solito, ti sei dimenticato che oggi c'era la recita della piccola; e voi, sempre con quei telefonini, a lavorare vi mando debosciati! Basta, da oggi si farà come dico io. Il pubblicano, invece, peccatore dei peggiori, impuro e per questo abituato a essere tenuto "a distanza", è entrato nel Tempio sperando l'impossibile di cui sapeva non avere diritto. “Non osava neanche alzare lo sguardo”, che invece posava sulla terra che definiva la verità su se stesso. Il testo greco suggerisce che egli non si sentiva semplicemente un peccatore, ma il peccatore. Per questo tende la mano a "percuotersi" il cuore, la fonte di ogni malvagità; stava davanti a Dio come Davide scoperto in flagrante, nella certezza che Dio "non disprezza un cuore contrito e umiliato". In lui rinveniamo le sembianze del Signore Gesù: Lui non è mai rivolto verso se stesso, ma perennemente rivolto verso il seno del Padre (cfr. Gv 1,18). Umiliato, sulla Croce ha gridato implorando a Lui perdono per tutti noi; è sceso all'ultimo posto, "a distanza" da tutti per abbracciare tutti i distanti, sino a sentire l'abbandono del Padre. Gesù si è fatto pubblicano tra i pubblicani, disprezzato dai superbi figli di Adamo perché i superbi potessero "umiliarsi" scendendo i gradini che conducono alla verità. Lo troveremo sempre là dietro, dove non te lo aspetti e non lo cercheresti: in chiesa, a casa, al lavoro, con gli amici, nella verità che vorremmo nascondere, in quel mucchio di spazzatura che sono i nostri peccati. E’ lì che si prega, perché non abbiamo altro posto che l’ultimo. Dietro tua moglie che hai giudicato, dietro tuo marito che non sai perdonare, dietro tuo figlio che non accetti, dietro ogni donna che hai guardato con concupiscenza, dietro ogni uomo che hai disprezzato. La Quaresima è il cammino che, dall'alto dove l'inganno del demonio ci ha "esaltati", ci fa "umiliare" sin dentro la verità, per entrare nudi nelle viscere di misericordia della Chiesa; qui la vittoria di Cristo cancella il peccato per "esaltarci" con Lui alla destra del Padre. Nella Chiesa, infatti, si viene per scendere e non per salire, per scoprirci tutti dei condannati a morte con la sola speranza di una "grazia" del Giudice, da raccogliere in poche, semplici e sincere parole: "Signore, abbi pietà di me che sono un peccatore". Silvano del Monte Athos lo aveva compreso bene: "Signore, insegnami che cosa devo fare perché la mia anima diventi umile". E , nel suo cuore, riceve questa risposta: "Tieni il tuo spirito agli inferi, e non disperare!". E subito comincia a mettere in pratica quella parola. Trova la pace, e lo Spirito gli testimonia la sua salvezza" (Vita di San Silvano del Monte Athos narrata dal suo discepolo, l'archimandrita Sofronio). Non ti affannare per giustificarti, stai soffrendo per il male compiuto, per questo la tua vita è un inferno di litigate, incomprensione, rancori. Accettalo e dillo al Signore: "sono un peccatore". Solo allora potrai chiedere sinceramente che "abbia pietà di te". Basta questo, basta camminare nella Chiesa per essere illuminati, perché si spalanchino le porte del carcere per "tornare a casa giustificati”. Chi ha questa esperienza non disprezzerà più nessuno; non potrà, perché la sua realtà ha fatto giustizia della sua superbia. Per questo, appena rientrato a "casa", comincia a cercare nel marito, nella moglie, nei figli il fratello al quale assomiglia; in tutti cerca il carcerato in attesa della Grazia. Sa, per esperienza, che il figlio non può evadere dalla situazione di peccato nella quale è precipitato; ma sa anche che è quella giusta per conoscere la "giustificazione"; non si attarda a discutere, non lo giudica, non esige, ma scende in quella "distanza" che era stata anche la sua; lo ama, e prende su di sé i suoi peccati perché riconosca di averne; gli annuncia che il Giudice è misericordioso e concede la Grazia a chi gliela chiede; e lo aiuta a implorarla umiliato nella sua stessa sofferenza, pregando con lui e per lui. Un peccatore giustificato ama l'altro sperando per lui la stessa giustificazione che lo ha salvato. Per questo non si allontana dall'inferno che diventa la storia degli altri macchiata dal peccato. Non vai più d'accordo con qualcuno? Le persone che ti sono accanto hanno problemi? Concentrati su te stesso, anche se sei sicuro d'aver ragione, inginocchiati, tritura il cuore davanti a Cristo, e chiedi pietà per te. Perché se ti converti tu e accogli il perdono saprai perdonare; è proprio attraverso questa tua preghiera che giungerà agli altri la giustificazione. Arriverà nel tuo sguardo trasfigurato di misericordia, umile e semplice che non difende nulla e offre l'amore di Cristo che lo ha giustificato come una roccia su cui lasciare che il male si infranga.