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Martedì della III settimana del Tempo di Quaresima





Ma Dio non si arrende: 
Dio trova un nuovo modo per arrivare ad un amore libero,
irrevocabile, al frutto di tale amore...
Non siamo noi che dobbiamo produrre il grande frutto;
il cristianesimo non è un moralismo,
non siamo noi che dobbiamo fare quanto Dio si aspetta dal mondo,
ma dobbiamo innanzitutto entrare in questo mistero ontologico:
Dio si dà Egli stesso.
Il suo essere, il suo amare, precede il nostro agire
e, nel contesto del suo Corpo,
nel contesto dello stare in Lui,
identificati con Lui,
nobilitati con il suo Sangue,
possiamo anche noi agire con Cristo.

Benedetto XVI, Incontro con i seminaristi di Roma, 12 febbraio 2011












Mt 18, 21-35 



In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.

A questo proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello».



Il commento (sintesi)



Il nostro debito è condonato. Come il servo malvagio probabilmente siamo così presi da noi stessi che riteniamo di aver ottenuto solo una dilazione e tutti i nostri sforzi sono nervosamente diretti a raccattare in qualsiasi modo quel che dobbiamo. Abbiamo implorato clemenza e un po' di pazienza per restituire, e il Signore ci ha condonato il debito, nulla più da restituire. Cancellato. E' questa l'esperienza che cambia radicalmente la vita. E' il cristianesimo. Un condannato a morte cui gli si sono spalancate le porte della cella ed è ormai libero. Chi non ha questa esperienza vive il proprio cristianesimo senza gioia. Regole, e sforzi per compierle. Leggi, e sacrifici per rispettarle. La vita come una corsa ad ostacoli, senza amore. Esigendo da se stessi e dagli altri. Moglie, marito, figli, colleghi, tutti strapazzati perchè non scappino dai nostri rigidi schemi, ogni "prossimo" imprigionato perchè paghi il dovuto così che anche noi possimao pagare il dovuto. Nemici della Croce di Cristo, non conosciamo l'amore gratuito del Signore, il Suo sangue preziossimo che cancella ogni peccato. Il documento della nostra condanna è stato distrutto sulla Croce del Signore. Il Suo amore ci ha graziati. Oggi. E ogni giorno. Non si tratta di porci dei limiti all'amore, cercare dei confini che ci rassicurino. La misura dell'amore di Dio è il non avere misura. Settanta volte sette, cioè infinite volte. L'amore di un Padre e l'amore di un Figlio. La pace, la gioia, la vita vera è tutta in questo amore. Papà e suo Figlio. 




Il commento (Approfondito)



Il nostro debito è stato condonato. Ma la parola condono evoca sempre sdegno, sa di qualcosa che non si è meritato, ai cuori che si ritengono giusti e onesti appare come un'ingiustizia. Il condono è sempre fuori-legge, contestato e rigettato in nome della giustizia, sia per i grandi evasori fiscali, sia per i popoli poveri e in via di sviluppo. Al di là delle questioni politiche, appare evidente come l'uomo, di qualunque cultura e orientamento politico sia, non è abituato al condono dei debiti. La colpa rimane incastrata nel cuore perché non si è mai fatta l'esperienza esistenziale di un perdono capace non solo di condonare, ma anche di ricreare un cuore nuovo, orientato al bene proprio laddove lo era stato al male. Nella nostra vita ci è spesso accaduto come al servo spietato: nella preghiera, nell'accostarci al sacramento della penitenza, abbiamo "implorato clemenza e un po' di pazienza per restituire", dimenticando o ignorando che il Signore perdona condonando tutto il debito e, in più, donando lo Spirito Santo che trasforma radicalmente il cuore, come il Battesimo: "Il sacramento della penitenza e della riconciliazione permette un ritorno santificante al mistero del Battesimo e costituisce la forma sacramentale di riconciliazione con Dio e l'attualità del suo perdono, grazie alla redenzione data in Cristo" (Commissione Teologica Internazionale. Alcune questioni sulla Teologia della Redenzione). Il suo perdono è "la seconda tavola di salvezza dopo il naufragio della grazia perduta" (Tertulliano, De paenitentia, 4, 2): il Signore ha distrutto il “documento scritto della nostra colpa; lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce” (Col 2, 14). Nessun debito da estinguere, perché “non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù” (Rm 8, 1). Nulla più da restituire. E' questa l'esperienza che cambia radicalmente la vita, il cuore del cristianesimo; e questo è un cristiano: un condannato a morte al quale siano state spalancate le porte della cella; è libero, ha conosciuto nel suo intimo la misericordia di Dio, e per questo, al termine di ogni eucarestia, di ogni confessione, all'ascoltare la predicazione del Vangelo, nel segreto della sua preghiera contrita e umiliata, può esultare con la Chiesa come nella notte di Pasqua quando canta "O felix culpa, felice colpa, che meritò di avere un così grande redentore!" (Exultet di Pasqua). La gratitudine, la pace, la consolazione e la gioia sono gli effetti immediati del perdono: "Tutto il valore della Penitenza consiste nel restituirci alla grazia di Dio stringendoci a lui in intima e grande amicizia. Coloro che ricevono il sacramento della Penitenza con cuore contrito e in una disposizione religiosa conseguono la pace e la serenità della coscienza insieme a una vivissima consolazione dello spirito. Infatti, il sacramento della Riconciliazione con Dio opera una autentica risurrezione spirituale, restituisce la dignità e i beni della vita dei figli di Dio, di cui il più prezioso è l'amicizia di Dio" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1468). Il servo aveva ottenuto tutto ciò: il debito che lo separava dal suo re era stato cancellato, la magnanimità lo aveva fatto risorgere dalla prigione alla quale era condannato, gli erano stati restituiti la dignità e i beni, poteva ancora amministrarli nell'intima e grande amicizia con il suo re. Eppure non appaiono in lui la gratitudine, la consolazione e la pace. Sembra piuttosto non accorgersi di nulla, una scorza sul cuore gli impedisce di lasciarsi raggiungere dalla misericordia del Re che "si era impietosito di lui". Troppo grande, stupefacente, incredibile quell'amore, e così rispettoso della sua libertà al punto di lasciare che si rinchiudesse nel suo orgoglio incapace di accogliere la gratuità del condono. Come accade a noi, che, pur rivolgendoci a Dio, lo consideriamo uno strozzino che può solo dilazionare i tempi della restituzione: lo conosciamo attraverso la carne, e proiettiamo su di Lui l'immagine che abbiamo dell'uomo e della giustizia mondana, il poco di cui abbiamo esperienza empirica. Per questo siamo preoccupati di quello che dovremmo fare per estinguere il debito, illusi e sedotti dall'inganno "originale" d'essere diventati come dio, nella superba certezza di poterlo trattare da pari a pari, issati sulla sommità della torre di Babele ci crediamo re come Lui, e di saper raccogliere una fortuna quale la sua; e ci ritroviamo stretti nel moralismo e nel legalismo che ci soffocano l'anima, effetti subdoli del demonio. La parabola infatti, ci illumina su quale sia il vero obiettivo di satana: il peccato concreto è solo uno strumento con il quale egli cerca di inchiodarci alla disperazione cieca sull'amore infinito di Dio: sollecita l'orgoglio perché, ferito dal fallimento, ci spinga nell'abisso di violenza, odio ed esigenza che cancella la speranza, la fede e la carità dal cuore, anticipo dell'inferno al quale vuole condurci. 



Il Re aveva condonato 10.000 talenti, una somma esorbitante, se si pensa che la rendita annua del regno di Erode era di novecento talenti (cf G. Flavio, Antichità giud.XVII, 11,4,$$ 317-320); la somma corrispondeva a 360 tonnellate di oro o di argento. Un talento era pari a 6.000 denari, mentre uno stipendio medio era di 30 denari; 10.000 talenti significavano dunque 60.000.000 di stipendi quotidiani. Per pagare questo debito il servo avrebbe dovuto lavorare circa 200.000 anni. Quale stoltezza allora appare nel servo che si illudeva di poter rifondere una fortuna così immensa! Ma il demonio è così astuto da saper innescare l'orgoglio perché si inoltri nell'irragionevolezza dove è impossibile accogliere l'unico amore ragionevole, quello che, a fronte di un debito impossibile da saldare, può solo condonarlo. Il debito del peccato, di qualunque peccato, infatti, è inestinguibile, se non a prezzo della vita, come la stessa Legge prescriveva. E non solo con la propria, ma anche con quella "della moglie e dei figli". Il peccato che rompe la relazione con Dio distrugge tutto, la famiglia, il futuro dei figli, si sparge come un'epidemia, rende schiavi e uccide. Ma Cristo ha pagato sino all'ultimo spicciolo - con la sua stessa vita - il prezzo della nostra redenzione: "Egli ha pagato per noi all'eterno Padre il debito di Adamo, e con il sangue sparso per la nostra salvezza ha cancellato la condanna della colpa antica" (Exultet di Pasqua). Ma il servo spietato non aveva capito: "lasciato andare" era rimasto imprigionato, come i canarini nati nella gabbia e per questo incapaci di volare una volta usciti. Il perdono non lo aveva toccato e rigenerato, e così si era infilato nel cammino oscuro dei sensi di colpa e dell'orgoglio ferito, di quanti vivono il proprio cristianesimo senza la gioia della resurrezione, arrestandosi nel perimetro limitato della "religione naturale": "Nelle religioni mondiali, espiazione significa normalmente riparazione e ripristino dei rapporti perturbati esistenti con la divinità, ottenuti tramite azioni propiziatrici degli uomini. Quasi tutte le religioni ruotano attorno al problema dell’espiazione; nascono dalla consapevolezza che l’uomo ha della propria colpa di fronte a Dio, e denotano il tentativo di eliminare questo sentimento di colpa, cancellando il peccato mediante opere d’espiazione offerte a Dio. L’azione espiatrice con la quale gli uomini mirano a conciliarsi e a propiziarsi la divinità, sta al centro della storia delle religioni (J. Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo, pp. 227-228). Per questo, la loro esistenza è costellata di regole e leggi, e sforzi per compierle e rispettarle; le loro giornate si dispiegano come una corsa ad ostacoli, senza amore, esigendo da se stessi e dagli altri. Moglie, marito, figli, colleghi, tutti strapazzati perchè non scappino dai propri rigidi schemi; ogni "prossimo" è imprigionato perchè paghi "il dovuto", la considerazione, la pazienza, il rispetto, l'amore di cui si è debitori verso Dio ma di cui si è sprovvisti, e che, stoltamente, si vorrebbe estorcere agli altri per poter mettere in pace la coscienza. Anche noi viviamo spesso così; il sangue di Cristo sembra non aver segnato gli stipiti delle nostre porte, e viviamo nel terrore che possa giungere da un momento all'altro l'angelo giustiziere. Una vita senza la Pasqua è una vita preda dell'angoscia e dei sensi di colpa, chiusa nell'oscurità del sospetto e dell'insoddisfazione che avvolgono ogni relazione. In debito con Dio vediamo creditori ovunque: tutti ci devono qualcosa, ci sentiamo vittime di ingiustizie di ogni tipo, nessuno ci comprende tributandoci gli onori, l'affetto e la gratitudine che ci spettano. Ma dietro ad ogni atteggiamento di esigenza vi è sempre un cuore che non ha conosciuto il perdono, la profonda riconciliazione con Dio. Chi invece si è sentito perdonato e riconciliato con Dio, vive in pace, e non pone più limiti all'amore. Ha sperimentato la Pasqua, e ha scoperto in Cristo il prezzo "dovuto" del riscatto, l'unico che poteva estinguere il nostro debito: "Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia... Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia. (cfr. 1 Pt. 1, 18-19 e 1 Pt. 2, 24). Non si tratta dunque della semplice chiusura di una partita di dare e avere. La parabola ci dice che la Redenzione operata da Cristo è qualcosa di infinitamente più grande di un pur inaudito e scandaloso condono del debito: "La morte di Gesù non è l'atto di un Dio crudele che esige il sacrificio supremo; non è un «ricomprare» da qualche potere alienante che ha reso schiavi. E il tempo e il luogo in cui un Dio che è amore e che ci ama si rende visibile. Gesù crocifisso rivela quanto Dio ci ami e afferma che in questo gesto d'amore un essere umano ha dato un assenso incondizionato alle vie di Dio" (Commissione Teologica Internazionale, ibid). Gesù ha offerto se stesso per riscattarci dalla morte che paralizzava il nostro cuore, rendendolo incapace di amare. Il condono totale del debito era necessario per liberare l'uomo dalla schiavitù del peccato e ricrearlo a immagine e somiglianza di Dio, vivo per la giustizia, come hanno ripetuto i Padri: "Dio si è fatto uomo affinché l’uomo potesse divenire dio". Il re della parabola è immagine del Padre che guarda con amore ai suoi servi, anche a quelli infedeli che hanno sperperato i suoi beni, disprezzando e usando per se stessi la Grazia della natura divina di cui erano partecipi. Un Re invincibile di fronte al debito più grande, che perdona e condona perché il servo possa di nuovo essere accolto nella sua intimità e vivere secondo la sua volontà, nell'amore e nella fedeltà. Solo se perdonati, riconciliati con Dio e ricreati in Cristo, possiamo vivere in pienezza l'amore che supera le barriere della morte, alte "settanta volte sette" la nostra statura: impossibile per l'uomo superarle, ma possibile presso Dio: "La domanda del perdono è più di un appello morale - è anche questo, e come tale ci sfida nuovamente ogni giorno... ci invita innanzitutto alla gratitudine e poi anche a smaltire con Lui il male mediante l'amore, a consumarlo soffrendo. E se ogni giorno dobbiamo riconoscere quanto poco a ciò bastino le nostre forze, quanto spesso torniamo a essere noi stessi debitori, allora questa domanda ci dona la grande consolazione che il nostro pregare è assunto nella forza del suo amore e con esso, per esso e in esso può, nonostante tutto, divenire forza di guarigione" (J. Ratzinger - Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Vol I). In Cristo e solo in Lui siamo cristiani, figli del perdono che vivono perdonando agli altri "settanta volte sette", infinite volte come infinito era il nostro debito dissolto nella misericordia: "“Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti [alla lettera: di viscere] di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi" (Col 3, 12-13). Pietro, a nome della Chiesa domanda e ascolta l'annuncio del Signore, e lo accoglie come un seme di vita nuova deposto nelle sue viscere. La Chiesa, infatti, è il luogo del perdono, il seno benedetto dove rinascere nella misericordia: "Il culto cristiano si concretizza nell’assoluta dedizione dell’amore, quale poteva estrinsecarsi unicamente in colui, nel quale l’amore stesso di Dio si era fatto amore umano; e si esplica nella nuova forma di funzione vicaria [sostituzione] inclusa in questo amore: nel fatto che egli si è incaricato di rappresentarci e noi ci lasciamo impersonare da lui. Esso comporta pure che noi ci decidiamo una buona volta ad accantonare i nostri conati di auto-giustificazione" (J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo). Chi ha conosciuto il perdono di Dio vede la sproporzione tra quanto gli è stato condonato e "i 100 denari" di cui è creditore. I suoi occhi vedono la trave che li appesantisce e non si accorgono della pagliuzza posata sugli occhi del prossimo. Se il nostro debito con Dio è estinto, anche il debito del nostro prossimo è naturalmente disciolto nelle stesse viscere di misericordia che ci hanno liberato. Un amore senza limiti che risponde a un debito infinito rompe la catena del male e della rivalsa, e disegna una nuova "economia di misericordia", la follia dell'economia divina: "L'amore appassionato di Dio per l'uomo è nello stesso tempo un amore che perdona. Esso è talmente grande da rivolgere Dio contro se stesso, il suo amore contro la sua giustizia" (Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 10). La pace, la gioia, la vita vera è tutta in questo amore: "O immensità del tuo amore per noi! O inestimabile segno di bontà: per riscattare lo schiavo, hai sacrificato il tuo Figlio!" (Exultet di Pasqua).









APPROFONDIRE

Commissione teologica internazionale. Alcune questioni sulla Teologia della Redenzione





CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA II. La morte redentrice di Cristo nel disegno divino della salvezza

«Gesù consegnato secondo il disegno prestabilito di Dio»

599 La morte violenta di Gesù non è stata frutto del caso in un concorso sfavorevole di circostanze. Essa appartiene al mistero del disegno di Dio, come spiega san Pietro agli Ebrei di Gerusalemme fin dal suo primo discorso di pentecoste: « Egli fu consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio » (At 2,23). Questo linguaggio biblico non significa che quelli che hanno consegnato Gesù 438 siano stati solo esecutori passivi di una vicenda scritta in precedenza da Dio.

600 Tutti i momenti del tempo sono presenti a Dio nella loro attualità. Egli stabilì dunque il suo disegno eterno di « predestinazione » includendovi la risposta libera di ogni uomo alla sua grazia: « Davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli d'Israele 439 per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse » (At 4,27-28). Dio ha permesso gli atti derivati dal loro accecamento 440 al fine di compiere il suo disegno di salvezza. 441

«Morto per i nostri peccati secondo le Scritture»

601 Questo disegno divino di salvezza attraverso la messa a morte del « Servo Giusto » 442 era stato anticipatamente annunziato nelle Scritture come un mistero di redenzione universale, cioè di riscatto che libera gli uomini dalla schiavitù del peccato. 443 San Paolo professa, in una confessione di fede che egli dice di avere « ricevuto », 444 che « Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture » (1 Cor 15,3). 445 La morte redentrice di Gesù compie in particolare la profezia del Servo sofferente. 446 Gesù stesso ha presentato il senso della sua vita e della sua morte alla luce del Servo sofferente. 447 Dopo la risurrezione, egli ha dato questa interpretazione delle Scritture ai discepoli di Emmaus, 448 poi agli stessi Apostoli. 449

«Dio l'ha fatto peccato per noi»

602 San Pietro può, di conseguenza, formulare così la fede apostolica nel disegno divino della salvezza: « Foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri [...] con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato, già prima della fondazione del mondo, ma si è manifestato negli ultimi tempi per voi » (1 Pt 1,18-20). I peccati degli uomini, conseguenti al peccato originale, sono sanzionati dalla morte. 450 Inviando il suo proprio Figlio nella condizione di servo, 451 quella di una umanità decaduta e votata alla morte a causa del peccato, 452 « colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio » (2 Cor 5,21).

603 Gesù non ha conosciuto la riprovazione come se egli stesso avesse peccato. 453 Ma nell'amore redentore che sempre lo univa al Padre, 454 egli ci ha assunto nella nostra separazione da Dio a causa del peccato al punto da poter dire a nome nostro sulla croce: « Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? » (Mc 15,34). 455 Avendolo reso così solidale con noi peccatori, « Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi » (Rm 8,32) affinché noi fossimo « riconciliati con lui per mezzo della morte del Figlio suo » (Rm 5,10).

Dio ha l'iniziativa dell'amore redentore universale

604 Nel consegnare suo Figlio per i nostri peccati, Dio manifesta che il suo disegno su di noi è un disegno di amore benevolo che precede ogni merito da parte nostra: « In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati » (1 Gv 4,10). 456 « Dio dimostra il suo amore verso di noi, perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi » (Rm 5,8).

605 Questo amore è senza esclusioni; Gesù l'ha richiamato a conclusione della parabola della pecorella smarrita: « Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli » (Mt 18,14). Egli afferma di « dare la sua vita in riscatto per molti » (Mt 20,28); quest'ultimo termine non è restrittivo: oppone l'insieme dell'umanità all'unica persona del Redentore che si consegna per salvarla. 457 La Chiesa, seguendo gli Apostoli, 458 insegna che Cristo è morto per tutti senza eccezioni: « Non vi è, non vi è stato, non vi sarà alcun uomo per il quale Cristo non abbia sofferto ». 459

III. Cristo ha offerto se stesso al Padre per i nostri peccati

Tutta la vita di Cristo è offerta al Padre

606 Il Figlio di Dio disceso dal cielo non per fare la sua volontà ma quella di colui che l'ha mandato, 460 « entrando nel mondo dice: [...] Ecco, io vengo [...] per fare, o Dio, la tua volontà. [...] Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre » (Eb 10,5-10). Dal primo istante della sua incarnazione, il Figlio abbraccia nella sua missione redentrice il disegno divino di salvezza: « Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera » (Gv 4,34). Il sacrificio di Gesù « per i peccati di tutto il mondo » (1 Gv 2,2) è l'espressione della sua comunione d'amore con il Padre: « Il Padre mi ama perché io offro la mia vita » (Gv 10,17). « Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato » (Gv 14,31).

607 Questo desiderio di abbracciare il disegno di amore redentore del Padre suo anima tutta la vita di Gesù 461 perché la sua passione redentrice è la ragion d'essere della sua incarnazione: « Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora! » (Gv 12,27). « Non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato? » (Gv 18,11). E ancora sulla croce, prima che « tutto [sia] compiuto » (Gv 19,30), egli dice: « Ho sete » (Gv 19,28).

«L'Agnello che toglie il peccato del mondo»

608 Dopo aver accettato di dargli il battesimo tra i peccatori, 462 Giovanni Battista ha visto e mostrato in Gesù l'Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo. 463 Egli manifesta così che Gesù è insieme il Servo sofferente che si lascia condurre in silenzio al macello 464 e porta il peccato delle moltitudini 465 e l'Agnello pasquale simbolo della redenzione di Israele al tempo della prima pasqua. 466 Tutta la vita di Cristo esprime la sua missione: servire e dare la propria vita in riscatto per molti.467

Gesù liberamente fa suo l'amore redentore del Padre

609 Accogliendo nel suo cuore umano l'amore del Padre per gli uomini, Gesù « li amò sino alla fine» (Gv 13,1), « perché nessuno ha un amore più grande di questo: dare la propria vita per i propri amici » (Gv 15,13). Così nella sofferenza e nella morte la sua umanità è diventata lo strumento libero e perfetto del suo amore divino che vuole la salvezza degli uomini. 468 Infatti, egli ha liberamente accettato la sua passione e la sua morte per amore del Padre suo e degli uomini che il Padre vuole salvare: « Nessuno mi toglie [la vita], ma la offro da me stesso » (Gv 10,18). Di qui la sovrana libertà del Figlio di Dio quando va liberamente verso la morte. 469

Alla Cena Gesù ha anticipato l'offerta libera della sua vita

610 La libera offerta che Gesù fa di se stesso ha la sua più alta espressione nella Cena consumata con i dodici Apostoli 470 nella « notte in cui veniva tradito » (1 Cor 11,23). La vigilia della sua passione, Gesù, quand'era ancora libero, ha fatto di quest'ultima Cena con i suoi Apostoli il memoriale della volontaria offerta di sé al Padre 471 per la salvezza degli uomini: « Questo è il mio corpo che è dato per voi » (Lc 22,19). « Questo è il mio sangue dell'Alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati » (Mt 26,28).

611 L'Eucaristia che egli istituisce in questo momento sarà il « memoriale » 472 del suo sacrificio. Gesù nella sua offerta include gli Apostoli e chiede loro di perpetuarla. 473 Con ciò, Gesù istituisce i suoi Apostoli sacerdoti della Nuova Alleanza: « Per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità » (Gv 17,19). 474

L'agonia del Getsemani

612 Il calice della Nuova Alleanza, che Gesù ha anticipato alla Cena offrendo se stesso, 475 in seguito egli lo accoglie dalle mani del Padre nell'agonia al Getsemani 476 facendosi « obbediente fino alla morte » (Fil 2,8). 477 Gesù prega: « Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! » (Mt 26,39). Egli esprime così l'orrore che la morte rappresenta per la sua natura umana. Questa, infatti, come la nostra, è destinata alla vita eterna; in più, a differenza della nostra, è perfettamente esente dal peccato 478 che causa la morte; 479 ma soprattutto è assunta dalla Persona divina dell'« Autore della vita », 480 del « Vivente ». 481 Accettando nella sua volontà umana che sia fatta la volontà del Padre, 482 Gesù accetta la sua morte in quanto redentrice, per « portare i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce » (1 Pt 2,24).

La morte di Cristo è il sacrificio unico e definitivo

613 La morte di Cristo è contemporaneamente il sacrificio pasquale che compie la redenzione definitiva degli uomini 483 per mezzo dell'Agnello che toglie il peccato del mondo 484 e il sacrificio della Nuova Alleanza, 485 che di nuovo mette l'uomo in comunione con Dio 486 riconciliandolo con lui mediante il sangue versato per molti in remissione dei peccati. 487

614 Questo sacrificio di Cristo è unico: compie e supera tutti i sacrifici. 488 Esso è innanzitutto un dono dello stesso Dio Padre che consegna il Figlio suo per riconciliare noi con lui. 489 Nel medesimo tempo è offerta del Figlio di Dio fatto uomo che, liberamente e per amore, 490 offre la propria vita 491 al Padre suo nello Spirito Santo 492 per riparare la nostra disobbedienza.

Gesù sostituisce la sua obbedienza alla nostra disobbedienza

615 « Come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti » (Rm 5,19). Con la sua obbedienza fino alla morte, Gesù ha compiuto la sostituzione del Servo sofferente che offre se stesso in espiazione, mentre porta il peccato di molti, e li giustifica addossandosi la loro iniquità. 493 Gesù ha riparato per i nostri errori e dato soddisfazione al Padre per i nostri peccati. 494

Sulla croce, Gesù consuma il suo sacrificio

616 È l'amore sino alla fine 495 che conferisce valore di redenzione e di riparazione, di espiazione e di soddisfazione al sacrificio di Cristo. Egli ci ha tutti conosciuti e amati nell'offerta della sua vita. 496 « L'amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti » (2 Cor 5,14). Nessun uomo, fosse pure il più santo, era in grado di prendere su di sé i peccati di tutti gli uomini e di offrirsi in sacrificio per tutti. L'esistenza in Cristo della Persona divina del Figlio, che supera e nel medesimo tempo abbraccia tutte le persone umane e lo costituisce Capo di tutta l'umanità, rende possibile il suo sacrificio redentore per tutti.

617 « Sua sanctissima passione in ligno crucis nobis iustificationem meruit – Con la sua santissima passione sul legno della croce ci meritò la giustificazione », insegna il Concilio di Trento 497 sottolineando il carattere unico del sacrificio di Cristo come causa di salvezza eterna. 498 E la Chiesa venera la croce cantando: « O crux, ave, spes unica! – Ave, o croce, unica speranza! ». 499

La nostra partecipazione al sacrificio di Cristo

618 La croce è l'unico sacrificio di Cristo, che è il solo mediatore tra Dio e gli uomini. 500 Ma poiché, nella sua Persona divina incarnata, « si è unito in certo modo ad ogni uomo », 501 egli offre « a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, con il mistero pasquale ». 502 Egli chiama i suoi discepoli a prendere la loro croce e a seguirlo, 503 poiché patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme. 504 Infatti egli vuole associare al suo sacrificio redentore quelli stessi che ne sono i primi beneficiari. 505 Ciò si compie in maniera eminente per sua Madre, associata più intimamente di qualsiasi altro al mistero della sua sofferenza redentrice. 506

« Al di fuori della croce non vi è altra scala per salire al cielo ». 507

(438) Cf At 3,13.

(439) Cf Sal 2,1-2.

(440) Cf Mt 26,54; Gv 18,36; 19,11.

(441) Cf At 3,17-18.

(442) Cf Is 53,11; At 3,14.

(443) Cf Is 53,11-12; Gv 8,34-36.

(444) Cf 1 Cor 15,3.

(445) Cf anche At 3,18; 7,52; 13,29; 26,22-23.

(446) Cf Is 53,7-8; At 8,32-35.

(447) Cf Mt 20,28.

(448) Cf Lc 24,25-27.

(449) Cf Lc 24,44-45.

(450) Cf Rm 5,12; 1 Cor 15,56.

(451) Cf Fil 2,7.

(452) Cf Rm 8,3.

(453) Cf Gv 8,46.

(454) Cf Gv 8,29.

(455) Cf Sal 22,1.

(456) Cf 1 Gv 4,19.

(457) Cf Rm 5,18-19.

(458) Cf 2 Cor 5,15; 1 Gv 2,2.

(459) Concilio di Quierzy (anno 853), De libero arbitrio hominis et de praedestinatione, canone 4: DS 624.

(460) Cf Gv 6,38.

(461) Cf Lc 12,50; 22,15; Mt 16,21-23.

(462) Cf Lc 3,21; Mt 3,14-15.

(463) Cf Gv 1,29.36.

(464) 3 Cf Is 53,7; Ger 11,19.

(465) 3 Cf Is 53,12.

(466) Cf Es 12,3-14; Gv 19,36; 1 Cor 5,7.

(467) Cf Mc 10,45.

(468) Cf Eb 2,10.17-18; 4,15; 5,7-9.

(469) Cf Gv 18,4-6; Mt 26,53.

(470) Cf Mt 26,20.

(471) Cf 1 Cor 5,7.

(472) Cf 1 Cor 11,25.

(473) Cf Lc 22,19.

(474) Cf Concilio di Trento, Sess. 22a, Doctrina de sanctissimo Missae Sacrificio, canone 2: DS 1752; Sess. 23a, Doctrina de sacramento Ordinis, c. 1: DS 1764.

(475) Cf Lc 22,20.

(476) Cf Mt 26,42.

(477) Cf Eb 5,7-8.

(478) Cf Eb 4,15.

(479) Cf Rm 5,12.

(480) Cf At 3,15.

(481) Cf Ap 1,18; Gv 1,4; 5,26.

(482) Cf Mt 26,42.

(483) Cf 1 Cor 5,7; Gv 8,34-36.

(484) Cf Gv 1,29; 1 Pt 1,19.

(485) Cf 1 Cor 11,25.

(486) Cf Es 24,8.

(487) Cf Mt 26,28; Lv 16,15-16.

(488) Cf Eb 10,10.

(489) Cf 1 Gv 4,10.

(490) Cf Gv 15,13.

(491) Cf Gv 10,17-18.

(492) Cf Eb 9,14.

(493) Cf Is 53,10-12.

(494) Cf Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 7: DS 1529.

(495) Cf Gv 13,1.

(496) Cf Gal 2,20; Ef 5,2.25.

(497) Concilio di Trento, Sess. 6a, Decretum de iustificatione, c. 1: DS 1529.

(498) Cf Eb 5,9.

(499) Aggiunta liturgica all'inno « Vexilla Regis »: Liturgia delle Ore, v. 2 (Libreria Editrice Vaticana 1981) p. 366; v. 4 (Libreria Editrice Vaticana 1988) p. 1284.

(500) Cf 1 Tm 2,5.

(501) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 22: AAS 58 (1966) 1042.

(502) Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 22: AAS 58 (1966) 1043.

(503) Cf Mt 16,24.

(504) Cf 1 Pt 2,21.

(505) Cf Mc 10,39; Gv 21,18-19; Col 1,24.

(506) Cf Lc 2,35.

(507) Santa Rosa da Lima: P. Hansen, Vita mirabilis [...], (Roma 1664) p. 137.

(508) Cf 1 Pt 1,18.

(509) Cf Is 53,10.

(510) Cf Is 53,11; Rm 5,19.