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San Francesco di Sales. Sui figli di Zebedeo

Dai Discorsi di san Francesco di Sales.

Sermon pour la fète de Saint Jean ad Portam Latinam. Oeuvres.Annecy,1897,t.IX,73-79.

Oggi la santa Chiesa celebra la festa di un apostolo. Invece di parlarci delle perfezioni, dei carismi e delle virtù di san Giacomo, il vangelo ci riferisce uno dei suoi grandi limiti, l'ambizione che lo agitava.

Ammiro la semplicità degli evangelisti nello scrivere questo episodio. Cosi possiamo vedere come lo Spirito di Dio sia opposto a quello del mondo. Quando infatti la gente del mondo vuol lodare i suoi campioni, ne segnala sempre le virtù, le perfezioni, i lati positivi, li insignisce di tutti i titoli e le qualità che li rendano più onorabili, tacendo però quanto potrebbe scalfirne la reputazione.

La nostra madre Chiesa fa esattamente il contrario. Ella ama teneramente i suoi figli, ma quando vuole lodarli o esaltare, riferisce senza attenuanti i peccati che essi commisero prima della conversione. In questo modo la Chiesa procura molto più onore e gloria alla maestà di Dio, che santificò questi uomini irradiando su di essi la sua infinita misericordia Dio infatti, dopo averli tratti fuori dalla miseria morale e dalla colpa, li ha colmati con le sue grazie e il suo amore mediante cui sono pervenuti alla santità.

L'apostolo san Giovanni aveva pochissimi limiti, così innocente com'era, e poi puro, casto, giovanissimo. Tuttavia, il vangelo ci riferisce che lui e suo fratello Giacomo avevano il desiderio assillante di sedere l'uno a destra e l'altro a sinistra di nostro Signore.

Possiamo credere che i due fratelli concertarono il modo per conquistare quella dignità, ma non la vollero chiedere apertamente. Si sa che gli ambiziosi non usano pretendere di persona quanto bramano, nel timore di essere giudicati per quello che sono.

I figli di Zebedeo escogitarono perciò un espediente: si rivolsero alla madre, perché fosse lei a presentare la petizione al Signore. Giacomo e Giovanni erano certi che Gesù avrebbe concesso quel favore a motivo dell'affetto che aveva per loro. In realtà, il Signore amava assai i due fratelli e in modo speciale san Giovanni, la cui dolcezza e purità glielo rendevano tanto caro.

Per ottenere più facilmente quanto desiderano, i due si rivolgono dunque alla madre; questa, tutta zelante per il bene e l'onore dei figli, va a presentarsi da nostro Signore, il loro buon maestro. Si prostra ai suoi piedi con umiltà per guadagnarselo e venire esaudita.

Di' che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno. L 'evangelista Marco specifica che i due fratelli soggiunsero: Maestro. noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo. 1.( Mc 10, 35 )

Vi prego di notare quanto sia grande la nostra miseria! Desideriamo che Dio faccia la nostra volontà e non vogliamo fare la sua quando non concorda con la nostra. A un attento esame troveremo che la maggioranza delle nostre richieste sono piene di imperfezione e mirano unicamente al nostro soddisfacimento.

Vi cito un caso: se stiamo pregando, vogliamo che prontamente il Signore ci parli, ci visiti, ci consoli. Gli diciamo di far questo, di darci quello, e se per il nostro bene lui non lo fa, eccoci inquieti e rannuvolati.

Quanto saremmo felici se regnasse in noi la santa volontà di Dio! Non commetteremmo più nessun peccato baderemmo di non vivere alla mercé dei nostri umori delle nostre inclinazioni disordinate, poiché la volontà divina è la regola di ogni autentica santità.

Il Signore risponde ai nostri due santi: " Potete bere il calice che io sto per bere? Non immaginatevi che esso consista nel raccogliere onori, dignità, posti prestigiosi e gratificanti. Niente di tutto questo. Bere al mio calice vuol dire condividere passione, pene, sofferenze, chiodi e spine; signi fica bere fiele e aceto, e alla fine morire sulla croce con me".

Dobbiamo stimare un favore e una fortuna grandissima portare la croce e venirvi inchiodati con il nostro dolce Salvatore!

I martiri bevvero quel calice in breve tempo. Alcuni lo vuotarono in un sorso, altri ci misero un'ora, chi due o tre giorni, chi un mese. Quanto a noi, se non berremo quel calice con un rapido martirio, possiamo almeno sorseggiarlo nel corso dell'intera esistenza terrena, mediante una continua abnegazione. Così fanno e devono fare tutti i religiosi e le religiose che Dio ha chiamato a questa speciale consacrazione per portare la sua croce e venire crocifissi con lui.

E' davvero un pesante martirio non fare mai la propria volontà, sottomettere continuamente il proprio modo di vedere, estirpare dal cuore ogni affetto impuro e quanto non è Dio. In breve, si tratta di non vivere più secondo le proprie inclinazioni o le proprie fantasie. per seguire la ragione e la volontà divina.

Il servo che lava i piedi. Frederic Manns

da "Voi chi dite che io sia?" pgg. 177-181


Il vangelo di Giovanni conosce tre Pasque di Gesù: la Pasqua della purificazione del Tempio, la Pasqua della moltiplicazione dei pani e la Pasqua della Passione. I sinottici, che ne conoscevano solo una, fanno convergere i tre elementi sulla Pasqua della Passione. Per Giovanni il principio rabbinico dell'assenza di cronologia — non vi è un prima e un dopo nella Bibbia — resta valido. Il discorso eucari­stico è in tal modo anticipato e si trova al capitolo 6. Allo stesso modo la purificazione del Tempio è anti­cipata per provare che il vero Tempio è quello del corpo del Cristo risorto.

Nel vangelo di Giovanni Gesù, prima di soffrire la Passione, ha lavato i piedi dei suoi discepoli: Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli al­tri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi (Gv 13,14-15). Perché questa scena nel vangelo che è stato definito il van­gelo spirituale?

La scena della lavanda dei piedi da il senso della morte di Gesù. Gesù è il servo che si abbassa volon­tariamente e che guarisce le ferite dell'umanità. Il Padrone prende il posto dello schiavo e ribalta la dialettica del Padrone e dello schiavo. Chi vuole es­sere il primo deve prendere il posto dell'ultimo.

Con questo gesto s'instaura un nuovo ordine di va­lori. Come i profeti dell'Antico Testamento Gesù ri­corre al linguaggio simbolico che è più suggestivo e più eloquente del linguaggio razionale. La lavanda dei piedi era un gesto suggestivo per chi leggeva le Scritture. Evocava parecchie pagine bibliche. In­nanzitutto, per chi era abituato alla lettura sinago-gale della Scrittura, questa scena richiamava l'e­sempio di Abramo che offriva ospitalità a gente di passaggio. Mentre la Bibbia ebraica riferisce l'or­dine del Patriarca in questi termini: Si porti dell'ac­qua (Gn 18,4), la versione del Targum diceva: «Vado a prendere dell'acqua per lavarvi i piedi». La sinagoga vedeva nell'abbassamento di Abramo una fonte di grandi meriti per i suoi figli.

Avendo Abramo offerto dell'acqua ai suoi ospiti, Dio darà acqua da bere ai figli d'Israele quando sa­ranno nel deserto. Non solo, quando si saranno sta­biliti nella Terra promessa Dio darà loro un paese di ruscelli e di fiumi, secondo la descrizione del Deu­teronomio 8,57. Infine, nei tempi escatologici, Dio farà sgorgare un fiume da sotto il Tempio per purifi­care Gerusalemme (Zc 14,8). Ciò significa che la ri­compensa di Dio ai figli di Abramo è triplice: Dio li retribuisce nel deserto, nella terra e negli ultimi tempi. La ricompensa supera enormemente il gesto di ospitalità del Patriarca.

La ricchezza di un simbolo non si esaurisce in un unico significato. Ciò vale anche per la lavanda dei piedi. Per un lettore che ha familiarità con la Bibbia, la scena può richiamare anche l'incontro di Giu­seppe con i suoi fratelli in Gn 43,24. Sappiamo che la figura di Giuseppe è quella di un salvatore unico nel suo genere, avendo salvato dalla carestia tanto gli egiziani quanto i suoi fratelli ebrei. Gesù porterà la salvezza agli ebrei e ai pagani significati dai quattro soldati pagani che si dividono le sue vesti e dalle quattro donne ebree che sono sotto la croce.

La lavanda dei piedi può ancora evocare le pre­scrizioni di Es 30,19 quando Aronne ordina ai figli di lavarsi i piedi prima di entrare nel santuario. L'e­breo, abituato al midrash*, non vede alcuna con­traddizione in questa sovrapposizione di significati. Poiché il nuovo Tempio è stato definito già dal se­condo capitolo del vangelo, Giovanni ricorda che i credenti, se vogliono avere libero accesso a quel santuario, devono purificarsi. Non solo, la lavanda dei piedi poteva anche evocare il testo biblico di Lev 1,9 che esige che si lavino le zampe degli ani­mali offerti in olocausto. Significa che i discepoli dovranno offrire la loro vita come ha fatto il Mae­stro? Il discepolo non è più grande del suo Maestro, ricorda Gesù. Conoscerà la stessa sorte del Maestro. Giovanni aggiunge un dettaglio che potrebbe sembrare insignificante per un lettore frettoloso: prima di lavare i piedi dei suoi discepoli Gesù si cinge i fianchi con un asciugatorio (Gv 13,4). Che significa questo gesto? Il senso primo dell'abitudine di cingersi i fianchi è spiegato dal libro dell'Esodo (12,34): tutti i partecipanti al pranzo pasquale de­vono avere un bastone in mano e i fianchi cinti. Questa tenuta caratterizzava il viaggiatore e l'israe­lita pronto a lasciare l'Egitto.

Il gesto di cingersi è anche quello del servo. Il vangelo di Luca 12,37 vi allude: Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti; li farà met­tere a tavola e passerà a servirli. Gesù si identifica con il servo che da la sua vita, ma è anche il Figlio dell'uomo esaltato.

Il gesto di cingersi la veste è anche quello del lot­tatore. Il Messia è descritto in numerosi testi del Targum come un lottatore che spezzerà i gioghi che tengono prigioniera l'umanità. L'immagine del Messia pacifico che viene a dorso d'asino deve es­sere completata con quella del Messia guerriero co­nosciuta nel Targum di Gn 49,10.

Resta un ultimo significato del gesto. Per Gio­vanni 21,18 cingersi la veste è simbolo dell'esodo definitivo, della morte. Gesù dice a Pietro: Quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi. Gesù, la vigìlia della sua Passione, si presenta come un lottatore che si accinge ad af­frontare Satana nel giardino. Il Principe di questo mondo che è entrato in Giuda sarà gettato a terra senza poter entrare nel giardino, dove sono entrati solo Gesù e i suoi discepoli. Il nuovo Adamo è stato tentato come il primo Adamo in un giardino. Gesù, cingendosi la veste, deponendo il suo vestito e ri­prendendolo, simboleggia la sua morte e la sua Ri­surrezione. La Passione è anche la rivelazione del­l'amore di Dio. Avendo amato i suoi che erano nel mondo, egli li amò fino all'ultimo, fino all'amore estremo.

I Padri della Chiesa hanno aggiunto un signifi­cato sacramentale alla scena che evoca a volte il battesimo, a volte la penitenza, senza per questo ne­gare il significato cristologico di questa pagina im­portante. Sant'Agostino in particolare torna spesso nei suoi commentari sull'episodio della lavanda dei piedi. Curiosamente si riferisce al Cantico dei Can­tici. Lo sposo, con la testa bagnata, bussa alla porta della sposa. Questa si rifiuta di aprirgli perché si è lavata i piedi e non vuole sporcarli. Agostino ap­plica il testo alla sua esperienza. Dopo la sua con­versione fu tentato dalla vita contemplativa. Ma il Signore bussava alla sua porta: «Predicami!». A ri­schio di sporcarsi i piedi l'apostolo deve annunciare Gesù, che è pronto a lavargli i piedi nel sacramento della penitenza. Così la scena della lavanda dei piedi si arricchisce di un nuovo aspetto.

La dialettica del padrone e dello schiavo ha reifi­cato l'uomo, affermano alcuni. La coscienza di classe ha appannato in molti l'immagine di Dio. Ma ecco che nella scena della lavanda dei piedi questa dialettica viene ribaltata. Il Padrone si fa servo. Non solo, concede all'uomo ricreato di morire all'amore sadico, alla relazione padrone-schiavo, per rinascere nello spazio infinito del Corpo di Cristo in cui soffia lo Spirito, in cui noi siamo membri gli uni degli altri e in cui ogni volto s'illumina dall'interno.

«Il comandamento dell'amore è un comandamento nuovo perché ci spoglia del vecchio uomo per far­cene rivestire uno nuovo. Questo comandamento rinnova chi lo intende, o meglio chi gli obbedisce. Non si tratta però di un amore qualunque, ma di quell'amore che il Signore distingue dall'amore na­turale dell'uomo aggiungendo: Come io vi ho amati...(Gv 15,12). Questo amore ci rinnova così to­talmente che diventiamo uomini nuovi, gli eredi della nuova alleanza, i cantori di un cantico nuovo. Questo amore ha rinnovato anche i giusti dei tempi antichi, i patriarchi e i profeti, come ha rinnovato più tardi gli apostoli. È sempre questo amore che rinnova oggi le nazioni e tutto il genere umano sparso sulla terra: ne fa un popolo nuovo che esso riunisce; è il corpo di questa nuova sposa del Figlio unico di Dio — la Chiesa — di cui è detto nel Can­tico: Chi è costei che sorge come l'aurora, bella come la luna? (Ct 6,10). E bella come la luna perché è rinnovata, e come è rinnovata se non da questo nuovo comandamento?» (S. agostino, Sermoni su san Giovanni 65,1).

Giovanni Paolo II, Omelia sul servizio

VIAGGIO APOSTOLICO A COLONIA
IN OCCASIONE DELLA XX GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ

SANTA MESSA NELLA SPIANATA DI MARIENFELD

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Colonia, Spianata di Marienfeld
Domenica, 21 agosto 2005

Parole del Santo Padre all'inizio della Celebrazione

Caro Cardinale Meisner,
cari giovani!

Vorrei ringraziarti cordialmente, caro Confratello nell'Episcopato, per queste tue parole commoventi che ci introducono tanto opportunamente in questa celebrazione liturgica. Avrei voluto percorrere col papamobile tutto il territorio in lungo e in largo per essere possibilmente vicino a ciascuno singolarmente. Per le difficoltà dei sentieri non era possibile, ma saluto ciascuno con tutto il cuore. Il Signore vede e ama ogni singola persona. Tutti noi formiamo insieme la Chiesa vivente e ringraziamo il Signore per questa ora in cui Egli ci dona il mistero della sua presenza e la possibilità di essere in comunione con Lui.

Sappiamo tutti di essere imperfetti, di non poter essere per Lui una casa appropriata. Per questo cominciamo la Santa Messa raccogliendoci e pregando il Signore di rimuovere da noi tutto ciò che ci separa da Lui e separa noi gli uni dagli altri. Ci faccia così il dono di celebrare degnamente i Santi Misteri.

***

Cari giovani!

Davanti all'Ostia sacra, nella quale Gesù per noi si è fatto pane che dall'interno sostiene e nutre la nostra vita (cfr Gv 6, 35), abbiamo ieri sera cominciato il cammino interiore dell'adorazione. Nell'Eucaristia l'adorazione deve diventare unione. Con la Celebrazione eucaristica ci troviamo in quell'"ora" di Gesù di cui parla il Vangelo di Giovanni. Mediante l'Eucaristia questa sua "ora" diventa la nostra ora, presenza sua in mezzo a noi. Insieme con i discepoli Egli celebrò la cena pasquale d'Israele, il memoriale dell'azione liberatrice di Dio che aveva guidato Israele dalla schiavitù alla libertà. Gesù segue i riti d'Israele. Recita sul pane la preghiera di lode e di benedizione. Poi però avviene una cosa nuova. Egli ringrazia Dio non soltanto per le grandi opere del passato; lo ringrazia per la propria esaltazione che si realizzerà mediante la Croce e la Risurrezione, parlando ai discepoli anche con parole che contengono la somma della Legge e dei Profeti: "Questo è il mio Corpo dato in sacrificio per voi. Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio Sangue". E così distribuisce il pane e il calice, e insieme dà loro il compito di ridire e rifare sempre di nuovo in sua memoria quello che sta dicendo e facendo in quel momento.

Che cosa sta succedendo? Come Gesù può distribuire il suo Corpo e il suo Sangue? Facendo del pane il suo Corpo e del vino il suo Sangue, Egli anticipa la sua morte, l'accetta nel suo intimo e la trasforma in un'azione di amore. Quello che dall'esterno è violenza brutale - la crocifissione -, dall'interno diventa un atto di un amore che si dona totalmente. È questa la trasformazione sostanziale che si realizzò nel cenacolo e che era destinata a suscitare un processo di trasformazioni il cui termine ultimo è la trasformazione del mondo fino a quella condizione in cui Dio sarà tutto in tutti (cfr 1 Cor 15, 28). Già da sempre tutti gli uomini in qualche modo aspettano nel loro cuore un cambiamento, una trasformazione del mondo. Ora questo è l'atto centrale di trasformazione che solo è in grado di rinnovare veramente il mondo: la violenza si trasforma in amore e quindi la morte in vita. Poiché questo atto tramuta la morte in amore, la morte come tale è già dal suo interno superata, è già presente in essa la risurrezione. La morte è, per così dire, intimamente ferita, così che non può più essere lei l'ultima parola. È questa, per usare un'immagine a noi oggi ben nota, la fissione nucleare portata nel più intimo dell'essere - la vittoria dell'amore sull'odio, la vittoria dell'amore sulla morte. Soltanto questa intima esplosione del bene che vince il male può suscitare poi la catena di trasformazioni che poco a poco cambieranno il mondo. Tutti gli altri cambiamenti rimangono superficiali e non salvano. Per questo parliamo di redenzione: quello che dal più intimo era necessario è avvenuto, e noi possiamo entrare in questo dinamismo. Gesù può distribuire il suo Corpo, perché realmente dona se stesso.

Questa prima fondamentale trasformazione della violenza in amore, della morte in vita trascina poi con sé le altre trasformazioni. Pane e vino diventano il suo Corpo e Sangue. A questo punto però la trasformazione non deve fermarsi, anzi è qui che deve cominciare appieno. Il Corpo e il Sangue di Cristo sono dati a noi affinché noi stessi veniamo trasformati a nostra volta. Noi stessi dobbiamo diventare Corpo di Cristo, consanguinei di Lui. Tutti mangiamo l'unico pane, ma questo significa che tra di noi diventiamo una cosa sola. L'adorazione, abbiamo detto, diventa unione. Dio non è più soltanto di fronte a noi, come il Totalmente Altro. È dentro di noi, e noi siamo in Lui. La sua dinamica ci penetra e da noi vuole propagarsi agli altri e estendersi a tutto il mondo, perché il suo amore diventi realmente la misura dominante del mondo. Io trovo un'allusione molto bella a questo nuovo passo che l'Ultima Cena ci ha donato nella differente accezione che la parola "adorazione" ha in greco e in latino. La parola greca suona proskynesis. Essa significa il gesto della sottomissione, il riconoscimento di Dio come nostra vera misura, la cui norma accettiamo di seguire. Significa che libertà non vuol dire godersi la vita, ritenersi assolutamente autonomi, ma orientarsi secondo la misura della verità e del bene, per diventare in tal modo noi stessi veri e buoni. Questo gesto è necessario, anche se la nostra brama di libertà in un primo momento resiste a questa prospettiva. Il farla completamente nostra sarà possibile soltanto nel secondo passo che l'Ultima Cena ci dischiude. La parola latina per adorazione è ad-oratio - contatto bocca a bocca, bacio, abbraccio e quindi in fondo amore. La sottomissione diventa unione, perché colui al quale ci sottomettiamo è Amore. Così sottomissione acquista un senso, perché non ci impone cose estranee, ma ci libera in funzione della più intima verità del nostro essere.

Torniamo ancora all'Ultima Cena. La novità che lì si verificò, stava nella nuova profondità dell'antica preghiera di benedizione d'Israele, che da allora diventa la parola della trasformazione e dona a noi la partecipazione all'"ora" di Cristo. Gesù non ci ha dato il compito di ripetere la Cena pasquale che, del resto, in quanto anniversario, non è ripetibile a piacimento. Ci ha dato il compito di entrare nella sua "ora". Entriamo in essa mediante la parola del potere sacro della consacrazione - una trasformazione che si realizza mediante la preghiera di lode, che ci pone in continuità con Israele e con tutta la storia della salvezza, e al contempo ci dona la novità verso cui quella preghiera per sua intima natura tendeva. Questa preghiera - chiamata dalla Chiesa "preghiera eucaristica" - pone in essere l'Eucaristia. Essa è parola di potere, che trasforma i doni della terra in modo del tutto nuovo nel dono di sé di Dio e ci coinvolge in questo processo di trasformazione. Per questo chiamiamo questo avvenimento Eucaristia, che è la traduzione della parola ebraica beracha - ringraziamento, lode, benedizione, e così trasformazione a partire dal Signore: presenza della sua "ora". L'ora di Gesù è l'ora in cui vince l'amore. In altri termini: è Dio che ha vinto, perché Egli è l'Amore. L'ora di Gesù vuole diventare la nostra ora e lo diventerà, se noi, mediante la celebrazione dell'Eucaristia, ci lasciamo tirare dentro quel processo di trasformazioni che il Signore ha di mira. L'Eucaristia deve diventare il centro della nostra vita. Non è positivismo o brama di potere, se la Chiesa ci dice che l'Eucaristia è parte della domenica. Al mattino di Pasqua, prima le donne e poi i discepoli ebbero la grazia di vedere il Signore. D'allora in poi essi seppero che ormai il primo giorno della settimana, la domenica, sarebbe stato il giorno di Lui, di Cristo. Il giorno dell'inizio della creazione diventava il giorno del rinnovamento della creazione. Creazione e redenzione vanno insieme. Per questo è così importante la domenica. È bello che oggi, in molte culture, la domenica sia un giorno libero o, insieme col sabato, costituisca addirittura il cosiddetto "fine-settimana" libero. Questo tempo libero, tuttavia, rimane vuoto se in esso non c'è Dio. Cari amici! Qualche volta, in un primo momento, può risultare piuttosto scomodo dover programmare nella domenica anche la Messa. Ma se vi ponete impegno, constaterete poi che è proprio questo che dà il giusto centro al tempo libero. Non lasciatevi dissuadere dal partecipare all'Eucaristia domenicale ed aiutate anche gli altri a scoprirla. Certo, perché da essa si sprigioni la gioia di cui abbiamo bisogno, dobbiamo imparare a comprenderla sempre di più nelle sue profondità, dobbiamo imparare ad amarla. Impegniamoci in questo senso - ne vale la pena! Scopriamo l'intima ricchezza della liturgia della Chiesa e la sua vera grandezza: non siamo noi a far festa per noi, ma è invece lo stesso Dio vivente a preparare per noi una festa. Con l'amore per l'Eucaristia riscoprirete anche il sacramento della Riconciliazione, nel quale la bontà misericordiosa di Dio consente sempre un nuovo inizio alla nostra vita.

Chi ha scoperto Cristo deve portare altri verso di Lui. Una grande gioia non si può tenere per sé. Bisogna trasmetterla. In vaste parti del mondo esiste oggi una strana dimenticanza di Dio. Sembra che tutto vada ugualmente anche senza di Lui. Ma al tempo stesso esiste anche un sentimento di frustrazione, di insoddisfazione di tutto e di tutti. Vien fatto di esclamare: Non è possibile che questa sia la vita! Davvero no. E così insieme con la dimenticanza di Dio esiste come un boom del religioso. Non voglio screditare tutto ciò che c'è in questo contesto. Può esserci anche la gioia sincera della scoperta. Ma, per dire il vero, non di rado la religione diventa quasi un prodotto di consumo. Si sceglie quello che piace, e certuni sanno anche trarne un profitto. Ma la religione cercata alla maniera del "fai da te" alla fin fine non ci aiuta. È comoda, ma nell'ora della crisi ci abbandona a noi stessi. Aiutate gli uomini a scoprire la vera stella che ci indica la strada: Gesù Cristo! Cerchiamo noi stessi di conoscerlo sempre meglio per poter in modo convincente guidare anche gli altri verso di Lui. Per questo è così importante l'amore per la Sacra Scrittura e, di conseguenza, importante conoscere la fede della Chiesa che ci dischiude il senso della Scrittura. È lo Spirito Santo che guida la Chiesa nella sua fede crescente e l'ha fatta e la fa penetrare sempre di più nelle profondità della verità (cfr Gv 16, 13). Papa Giovanni Paolo II ci ha donato un'opera meravigliosa, nella quale la fede dei secoli è spiegata in modo sintetico: il Catechismo della Chiesa Cattolica. Io stesso recentemente ho potuto presentare il Compendio di tale Catechismo, che è stato anche elaborato a richiesta del defunto Papa. Sono due libri fondamentali che vorrei raccomandare a tutti voi.

Ovviamente, i libri da soli non bastano. Formate delle comunità sulla base della fede! Negli ultimi decenni sono nati movimenti e comunità in cui la forza del Vangelo si fa sentire con vivacità. Cercate la comunione nella fede come compagni di cammino che insieme continuano a seguire la strada del grande pellegrinaggio che i Magi dell'Oriente ci hanno indicato per primi. La spontaneità delle nuove comunità è importante, ma è pure importante conservare la comunione col Papa e con i Vescovi. Sono essi a garantire che non si sta cercando dei sentieri privati, ma invece si sta vivendo in quella grande famiglia di Dio che il Signore ha fondato con i dodici Apostoli.

Ancora una volta devo ritornare all'Eucaristia. "Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo" dice san Paolo (1 Cor 10, 17). Con ciò intende dire: Poiché riceviamo il medesimo Signore ed Egli ci accoglie e ci attira dentro di sé, siamo una cosa sola anche tra di noi. Questo deve manifestarsi nella vita. Deve mostrarsi nella capacità del perdono. Deve manifestarsi nella sensibilità per le necessità dell'altro. Deve manifestarsi nella disponibilità a condividere. Deve manifestarsi nell'impegno per il prossimo, per quello vicino come per quello esternamente lontano, che però ci riguarda sempre da vicino.

Esistono oggi forme di volontariato, modelli di servizio vicendevole, di cui proprio la nostra società ha urgentemente bisogno. Non dobbiamo, ad esempio, abbandonare gli anziani alla loro solitudine, non dobbiamo passare oltre di fronte ai sofferenti. Se pensiamo e viviamo in virtù della comunione con Cristo, allora ci si aprono gli occhi. Allora non ci adatteremo più a vivacchiare preoccupati solo di noi stessi, ma vedremo dove e come siamo necessari.

Vivendo ed agendo così ci accorgeremo ben presto che è molto più bello essere utili e stare a disposizione degli altri che preoccuparsi solo delle comodità che ci vengono offerte. Io so che voi come giovani aspirate alle cose grandi, che volete impegnarvi per un mondo migliore. Dimostratelo agli uomini, dimostratelo al mondo, che aspetta proprio questa testimonianza dai discepoli di Gesù Cristo e che, soprattutto mediante il vostro amore, potrà scoprire la stella che noi seguiamo.

Andiamo avanti con Cristo e viviamo la nostra vita da veri adoratori di Dio! Amen.