Visualizzazione post con etichetta Libertà. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Libertà. Mostra tutti i post

Lunedì della VIII settimana del Tempo Ordinario



Vi auguro di sperimentare uno sguardo così! 
Vi auguro di sperimentare la verità che egli, il Cristo, 
vi guarda con amore!
La consapevolezza che il Padre 
ci ha da sempre amati nel suo Figlio, 
che il Cristo ama ognuno e sempre, 
diventa un fermo punto di sostegno 
per tutta la nostra esistenza umana.

Giovanni Paolo II, Lettera ai giovani, n. 7


Dal Vangelo secondo Marco 10,17-27.

Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!». I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: «Figlioli, com'è difficile entrare nel regno di Dio! E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: «E chi mai si può salvare?». Ma Gesù, guardandoli, disse: «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio». 


IL COMMENTO


Gesù esce per mettersi in viaggio, Lui è sempre in cammino. Gesù è il cammino. Passa, chiama, attira, e coinvolge nel movimento che strappa all'installazione, all'imborghesimento, al grigio della vita. Gesù è un vortice che purifica e stana chi vorrebbe nascondersi e fuggire dalla realtà. Il "tale" che appare nel Vangelo di oggi non ha nome, perchè non ha consistenza. E' immagine dei tanti che scivolano nella vita aggrapati alle proprie ricchezze, non solo economiche. Vuole la vita eterna, come ciascuno di noi. Ma è davvero quello che il suo cuore desidera? 
Corre incontro a Gesù, e si mette in ginocchio. Quante volte ci mettiamo in ginocchio davanti a Gesù! Quante volte ci mettiamo a pregare chiedendo luce su quel che dobbiamo fare. E nulla, ce ne torniamo tristi alla vita di ogni giorno, magari mormorando per non aver sentito nulla, per non aver capito, per essere rimasti al punto di partenza. La Parola del Vangelo di oggi invece è una luce di libertà, capace di smascherare quello che davvero vi è nel nostro cuore, l'atteggiamento ultimo e decisivo con il quale ci avviciniamo al Signore. Non basta mettersi in ginocchio. Non basta correre in Chiesa. Non bastano neanche le nostre opere di giustizia, perchè il cammino di Gesù è qualcosa di diverso. 


Esso svela l'essenza della Legge che non è un cumulo di articoli del codice da rispettare. La Legge del Sinai, i Dieci Comandamenti sono le Parole della Vita, il cammino che Dio ha lasciato all'uomo per ereditare la vita che non muore. Ne sono un anticipo perchè sgorgano dal cuore stesso di Dio. I comandamenti sono pura Grazia perchè mostrano, nella vita quotidiana, la libertà di chi appartiene totalmente a Dio. Egli infatti "ha scritto sulle Tavole della Legge ciò che gli uomini non riuscivano a leggere nei loro cuori" (S. Agostino, Enarratio en Psalmum 57,1). Per questo, nel dialogo di oggi, cominciando con l'elencare i comandamenti da "non uccidere", Gesù è come se nascondesse la prima parte del Decalogo, quella che fonda e genera ogni comandamento, e che fa riferimento proprio al cammino che Dio ha aperto al suo popolo quando lo ha liberato dall'Egitto. Da quel miracolo d'amore che è stata la liberazione dall'angoscia della schiavitù sorge un amore nuovo, l'amore a Dio con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze. Pensare di compiere la Legge senza aver conosciuto l'amore di Dio nella propria vita è pura illusioneQuando Gesù scopre le carte e presenta al ricco la perfezione, che nel linguaggio del Nuovo Testamento indica i cristiani sine-glossa, (i "perfetti" erano i battezzati), il "tale" si spaventa, si rattrista, perchè si rende conto che, in realtà, non aveva compiuto nessun comandamento. Aveva rispettato alcuni codici della Legge, ma il suo cuore era lontano, e la sua relazione con Dio era solo un vestito indossato. E' un cuore liberato la sorgente di una vita santa, separata, consacrata. 


Così il Signore, attraverso la tristezza del "tale" del vangelo, ci dice che cosa sia essere cristiani. Non sono parole esclusive per frati o monache, sono per noi, oggi. Gesù non si rivolge a un'elite si super cristiani, quasi che la libertà sia riservata ad un club esclusivo. Il "tale" che desiderava la vita eterna, in fondo desiderava essere cristiano, ma, all'udire l'annuncio di Gesù, torna alla sua vita triste, perchè il suo cuore non aveva conosciuto l'amore, quell'amore con il quale il Signore lo aveva amato fissandolo e annunciandogli la verità. Non aveva compreso che Colui che lo invitava a lasciare tutto e seguirlo, era Dio stesso, l'unico che poteva fissare in quel modo, giungere al cuore, amare e chiamare con quella autorità. Un cristiano è invece immagine della gioia di chi, come gli apostoli, ha incontrato in quello sguardo, l'amore di Dio, e per quell'amore unico, lasciare i propri beni non è una rinuncia ma una liberazione. Quel "tale" invece non ama che se stesso, non è mai uscito dall'Egitto, continua a fare mattoni, opere di buona fattura, ma impiegate per costruire una cattedrale al proprio io. La gioia e la pienezza della vita non derivano dal compiere la Legge, ma dalla rettitudine di intenzione con la quale si opera. C'è chi lavora e studia con grande profitto, ma resta incatenato alla tristezza. C'è chi paga le tasse sino all'ultimo centesimo, ed è pieno di livore e odio per chi evade il fisco. Senza amore, nella vita tutto non è che vanità... Nel "tale" del vangelo infatti, si riflette l'immagine di tutti coloro che credono di poter raggiungere il Cielo con le proprie forze e che la vita eterna sia una questione di meriti da porre dinanzi a Dio; o, più laicamente, un attestato di "civiltà" presso la "società civile", tanto di moda in questi tempi di moralismi amorali. Da qualunque parte lo si consideri, è lui, il proprio ego, il centro della sua vita. E' immagine di chi si sforza, di chi si impegna per compiere la legge, di non sgarrare, dell'uomo che vive l'orizzonte della religiosità naturale, dove non c'è posto per la Grazia. San Tommaso d'Aquino, commentando l'affermazione di San Paolo «Certo, noi sappiamo che la legge è buona, se uno ne usa legittimamente» (1 Tim. 1,8): scriveva «L'Apostolo si riferisce qui ai precetti morali perché aggiunge che si tratta di legge posta per i peccati... Il loro uso legittimo [potremmo anche tradurre ragionevole] è che l'uomo non attribuisca a questi precetti più di quanto è in essi contenuto. La legge è data per conoscere il peccato. Non vi è dunque in questi precetti morali la speranza di essere resi giusti, ma solo nella grazia della fede».


Il "tale" chiama buono Gesù, ma nel fondo non lo riconosce come Dio, il solo buono, non gli dà credito, non si abbandona al potere della sua parola. Le ricchezze, segno del proprio io che la fa da padrone, gli impediscono di ascoltare, credere, e seguire Gesù nel cammino verso la Pasqua. E' la nostra realtà. Preghiamo, andiamo a messa, facciamo opere di carità, ci sforziamo cercando come fare per essere felici, ma siamo tremendamente gelosi di noi stessi, delle nostre ricchezze. Qualcuno ci ha nascosto la verità che sostiene e colma la nostra esistenza: il demonio ci sta ingannando con arte, proprio occultandoci l'incipit del Decalogo, l'amore di Dio nel quale siamo stati creati! Gesù vuole accompagnare il giovane ricco e ciascuno di noi alle fonti e alle radici della nostra storia, laddove si annida l'inganno, per svelarci di nuovo la verità: "Una sola cosa ti manca...", la sola cosa buona, necessaria, fondamentale che aveva scelto Maria mettendosi ai suoi piedi in ascolto della sua Parola. Abbiamo tutto e ci manca l'unica cosa davvero importante! E' uno shock, è lo tsunami che accompagna l'irrompere della verità. Quel giovane, come ciascuno di noi, sbatte violentemente contro se stesso, e si scopre usurpatore, insediatosi nel posto riservato a Dio. E' figlio di Adamo, la sua vita sgorga dalla menzogna primordiale: si sta corrompendo nel peggiore dei modi, perchè irretita nell'illusione di voler compiere la volontà di Dio mentre il cuore è inceppato sui desideri della propria carne. L'esito non può che essere la tristezza, la stessa che sperimentiamo anche quando abbiamo realizzato qualcosa di importante; dopo un breve entusiasmo, al seccarsi delle lacrime commosse, ci resta l'amaro dell'insoddisfazione, ci "manca qualcosa" per essere felici davvero, perchè quella gioia si stabilisca nel nostro intimo senza evaporare irrimediabilmente. Ci manca "una sola cosa"....  


Ci manca vendere tutti i nostri beni per entrare, già oggi, nel Cielo, e pregustare, in questa terra, le primizie della vita eterna: vendere tutto per avere un tesoro in Cielo; liberi da se stessi perchè Cristo sia il centro della nostra vita; lasciare il posto che abbiamo usurpato schiacciando l'esistenza sul triste e infecondo orizzonte terreno, perchè vi si insedi Colui che ci ha amati e introdotti nel Cielo, il nostro destino autentico, luce che illumina ogni istante attirandolo nell'orizzonte infinito dell'amore, di una vita donata sino all'ultimo spicciolo, senza risparmiare nulla. Gesù dice quello che hai, perchè può camminare dietro a Lui solo chi è tutto suo, chi non si ritaglia spazi di autonomia nelle scelte. Seguire Gesù è lasciarsi liberare sino in fondo dal suo amore che fa possibile l'impossibile, cioè far nascere la vita divina in una carne corruttibile. Per questo il Vangelo di oggi è una Buona Notizia. Ci denuncia schiavi ma ci annuncia la liberazione: "Se vuoi essere perfetto...Traduci in opere queste parole e seguendo nudo la nuda Croce salirai con più prontezza la scala di Giacobbe" (S. Girolamo, Lettera a Paolina).

Non possiamo, è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che oggi, così come siamo, decidiamo di lasciare tutto e abbandonarci al suo amore per seguirlo. Ma scoprire oggi la tristezza dell'impossibilità, la frustrazione dei nostri limiti disegnati dall'egoismo, è il principio di una vita nuova, la porta stretta che conduce alla libertà. Non possiamo, forse neanche lo desideriamo davvero, ma non importa! Lui è oggi davanti a noi, e ci guarda fissandoci con amore infinito! Lui vuole compiere in noi quanto ci annuncia: Ci ha detto la verità, non abbiamo scampo, ma proprio per questo possiamo abbandonarci a Lui: Gesù non cerca i sani, i perfetti, gli illusi; Lui è venuto per te e per me esattamente come siamo oggi, tristi perchè avvinti alle nostre ricchezze che ci si corrompono tra le mani, incapaci di liberarci dal nostro io, dai nostri progetti, anche da quelli che crediamo ci debbano condurre la felicità e alla vita eterna; Lui ci ama così, ora! Lui freme di compassione, ci fissa sino al fondo del nostro cuore malato e paralizzato per entrarvi e compiere l'impossibile. La Buona Notizia di oggi è che proprio la nostra totale debolezza è il nostro autentico trofeo, la porta dischiusa sulla Vita che non muore, la pienezza cui aneliamo. Lui è il cammino al Padre e al Cielo, Lui oggi può strapparci all'Egitto e condurci, sulle sue spalle, al riposo del suo amore, compiendo in noi e con noi, sino al più piccolo iota della Legge, liberandoci da ogni ricchezza avvelenata. Guardiamolo, fissiamolo e lasciamoci rapire dal suo amore, è questa l'unica cosa che ci manca, per sperimentare la gioia della fede invece della tristezza dell'idolatria: "La forza con cui la verità si fa strada deve essere la gioia in cui essa si manifesta. Essa - la gioia della fede - porta direttamente al centro della natura umana, che attende questa gioia con tutte le fibre dell'anima" (J. Ratzinger, La festa della fede).


San Giovanni Crisostomo (verso il 345-407), vescovo di Antiochia poi di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelia sul debitore di diecimila talenti, 3 ; PG 51, 21




« Chi mai si può salvare ? »

In risposta alla domanda che gli faceva l'uomo ricco, Gesù aveva rivelato come uno potesse giungere alla vita eterna. Ma il pensiero di dovere lasciare le sue ricchezze rattristò l'uomo che se ne andò. Allora Gesù dichiarò: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno di Dio». A sua volta, si avvicina a Gesù Pietro, che si è spogliato di tutto, rinunciando al suo mestiere, alla sua barca, che non possiede più neanche un amo. E fa a Gesù questa domanda: «E chi mai si può salvare?»
Nota insieme la riserva e lo zelo di questo apostolo. Non ha detto: «Ordini l'impossibile, questo comandamento è troppo difficile, questa legge è troppo esigente». Né rimase zitto. Ma pur senza mancare di rispetto e mostrando quanto era sollecito per gli altri, disse: «E chi mai si può salvare?» Prima infatti di essere pastore, ne aveva il cuore; prima di venire investito dell'autorità..., si preoccupava già della terra intera. Un uomo ricco avrebbe probabilmente fatto questa domanda per interesse, per preoccupazione della sua situazione personale e senza pensare agli altri. Invece Pietro, che è povero, non può essere sospettato di aver fatto questa domanda per tali motivi. Questo è il segno che si preoccupava della salvezza degli altri, e che desiderava imparare dal suo Maestro come uno può giungere ad essa.
Da qui la risposta confortante di Cristo: «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio» . Vuole dire: «Non pensate che io vi abbandoni. Io in persona vi assisterò in un'affare così importante, e vi renderò facile ciò che è difficile».


San Giovanni Crisostomo (verso il 345-407), vescovo di Antiochia poi di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelia 63 su San Matteo ; PG 58, 603s

« Cosa devo fare per avere la vita eterna ? »

Questo giovane non aveva dimostrato una premura mediocre; egli era come un innamorato. Mentre gli altri si avvicinavano a Gesù per metterlo alla prova o per parlargli delle loro malattie, di quelle dei parenti o di altri ancora, lui invece si avvicina per intrattenersi con lui sulla vita eterna. Il terreno era fertile, ma era pieno di rovi pronti a soffocare il seme (Mt 13,7). Considera quanto egli sia ben disposto ad obbedire ai comandamenti: “Cosa devo fare per avere la vita eterna?”... Nessun fariseo aveva mai manifestato tali sentimenti; erano piuttosto furiosi di essere stati ridotti al silenzio. Il nostro giovane, invece, ripartì con gli occhi abbassati dalla tristezza, segno non trascurabile del fatto che non era venuto con cattive disposizioni. Era soltanto troppo debole; aveva il desiderio della vita, ma una passione difficilissima da superare lo tratteneva...
“Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dàllo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi... Udito questo, il giovane se ne andò triste” (Mt 19,21). L’evangelista mostra quale è il motivo di tale tristezza: è cioè il fatto che aveva “molte ricchezze”. Coloro che hanno poco e coloro che sono immersi nell’abbondanza non possedono i beni allo stesso modo. In costoro l’avarizia può essere una passione violenta, tirannica. Ogni nuova acquisizione accende in loro una fiamma più viva, e coloro che ne sono affetti sono più poveri di prima. Hanno più desideri eppure sentono più fortemente la loro sedicente indigenza. Comunque considera quanto qui la passione abbia mostrato la sua forza... “Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!” Non perché Cristo condannasse le ricchezze, ma piuttosto coloro che da esse sono posseduti.





Benedetto XVI. Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?
Messaggio per la XXV Giornata mondiale della Gioventù. 22 Febbraio 2010



Questo racconto esprime in maniera efficace la grande attenzione di Gesù verso i giovani, verso di voi, verso le vostre attese, le vostre speranze, e mostra quanto sia grande il suo desiderio di incontrarvi personalmente e di aprire un dialogo con ciascuno di voi. Cristo, infatti, interrompe il suo cammino per rispondere alla domanda del suo interlocutore, manifestando piena disponibilità verso quel giovane, che è mosso da un ardente desiderio di parlare con il «Maestro buono», per imparare da Lui a percorrere la strada della vita. Con questo brano evangelico, il mio Predecessore voleva esortare ciascuno di voi a “sviluppare il proprio colloquio con Cristo - un colloquio che è d'importanza fondamentale ed essenziale per un giovane” (Lettera ai giovani, n. 2).


Gesù lo guardò e lo amò
Nel racconto evangelico, San Marco sottolinea come “Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò” (cfr Mc 10,21). Nello sguardo del Signore c’è il cuore di questo specialissimo incontro e di tutta l’esperienza cristiana. Infatti il cristianesimo non è primariamente una morale, ma esperienza di Gesù Cristo, che ci ama personalmente, giovani o vecchi, poveri o ricchi; ci ama anche quando gli voltiamo le spalle.
Commentando la scena, il Papa Giovanni Paolo II aggiungeva, rivolto a voi giovani: “Vi auguro di sperimentare uno sguardo così! Vi auguro di sperimentare la verità che egli, il Cristo, vi guarda con amore!” (Lettera ai giovani, n. 7). Un amore, manifestatosi sulla Croce in maniera così piena e totale, che fa scrivere a san Paolo, con stupore: “Mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20). “La consapevolezza che il Padre ci ha da sempre amati nel suo Figlio, che il Cristo ama ognuno e sempre – scrive ancora il Papa Giovanni Paolo II -, diventa un fermo punto di sostegno per tutta la nostra esistenza umana” (Lettera ai giovani, n. 7), e ci permette di superare tutte le prove: la scoperta dei nostri peccati, la sofferenza, lo scoraggiamento.
In questo amore si trova la sorgente di tutta la vita cristiana e la ragione fondamentale dell'evangelizzazione: se abbiamo veramente incontrato Gesù, non possiamo fare a meno di testimoniarlo a coloro che non hanno ancora incrociato il suo sguardo!


La scoperta del progetto di vita
Nel giovane del Vangelo, possiamo scorgere una condizione molto simile a quella di ciascuno di voi. Anche voi siete ricchi di qualità, di energie, di sogni, di speranze: risorse che possedete in abbondanza! La stessa vostra età costituisce una grande ricchezza non soltanto per voi, ma anche per gli altri, per la Chiesa e per il mondo.
Il giovane ricco chiede a Gesù: “Che cosa devo fare?”. La stagione della vita in cui siete immersi è tempo di scoperta: dei doni che Dio vi ha elargito e delle vostre responsabilità. E’, altresì, tempo di scelte fondamentali per costruire il vostro progetto di vita. E’ il momento, quindi, di interrogarvi sul senso autentico dell’esistenza e di domandarvi: “Sono soddisfatto della mia vita? C'è qualcosa che manca?”.
Come il giovane del Vangelo, forse anche voi vivete situazioni di instabilità, di turbamento o di sofferenza, che vi portano ad aspirare ad una vita non mediocre e a chiedervi: in che consiste una vita riuscita? Che cosa devo fare? Quale potrebbe essere il mio progetto di vita? “Che cosa devo fare, affinché la mia vita abbia pieno valore e pieno senso?” (Ibid., n. 3).
Non abbiate paura di affrontare queste domande! Lontano dal sopraffarvi, esse esprimono le grandi aspirazioni, che sono presenti nel vostro cuore. Pertanto, vanno ascoltate. Esse attendono risposte non superficiali, ma capaci di soddisfare le vostre autentiche attese di vita e di felicità.
Per scoprire il progetto di vita che può rendervi pienamente felici, mettetevi in ascolto di Dio, che ha un suo disegno di amore su ciascuno di voi. Con fiducia, chiedetegli: “Signore, qual è il tuo disegno di Creatore e Padre sulla mia vita? Qual è la tua volontà? Io desidero compierla”. Siate certi che vi risponderà. Non abbiate paura della sua risposta! “Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa” (1Gv 3,20)!


Vieni e seguimi!
Gesù, invita il giovane ricco ad andare ben al di là della soddisfazione delle sue aspirazioni e dei suoi progetti personali, gli dice: “Vieni e seguimi!”. La vocazione cristiana scaturisce da una proposta d’amore del Signore e può realizzarsi solo grazie a una risposta d’amore: “Gesù invita i suoi discepoli al dono totale della loro vita, senza calcolo e tornaconto umano, con una fiducia senza riserve in Dio. I santi accolgono quest'invito esigente, e si mettono con umile docilità alla sequela di Cristo crocifisso e risorto. La loro perfezione, nella logica della fede talora umanamente incomprensibile, consiste nel non mettere più al centro se stessi, ma nello scegliere di andare controcorrente vivendo secondo il Vangelo” (Benedetto XVI, Omelia in occasione delle Canonizzazioni: L’Osservatore Romano, 12-13 ottobre 2009, p. 6).
Sull’esempio di tanti discepoli di Cristo, anche voi, cari amici, accogliete con gioia l’invito alla sequela, per vivere intensamente e con frutto in questo mondo. Con il Battesimo, infatti, egli chiama ciascuno a seguirlo con azioni concrete, ad amarlo sopra ogni cosa e a servirlo nei fratelli. Il giovane ricco, purtroppo, non accolse l’invito di Gesù e se ne andò rattristato. Non aveva trovato il coraggio di distaccarsi dai beni materiali per trovare il bene più grande proposto da Gesù.
La tristezza del giovane ricco del Vangelo è quella che nasce nel cuore di ciascuno quando non si ha il coraggio di seguire Cristo, di compiere la scelta giusta. Ma non è mai troppo tardi per rispondergli!
Gesù non si stanca mai di volgere il suo sguardo di amore e chiamare ad essere suoi discepoli, ma Egli propone ad alcuni una scelta più radicale. In quest'Anno Sacerdotale, vorrei esortare i giovani e i ragazzi ad essere attenti se il Signore invita ad un dono più grande, nella via del Sacerdozio ministeriale, e a rendersi disponibili ad accogliere con generosità ed entusiasmo questo segno di speciale predilezione, intraprendendo con un sacerdote, con il direttore spirituale il necessario cammino di discernimento. Non abbiate paura, poi, cari giovani e care giovani, se il Signore vi chiama alla vita religiosa, monastica, missionaria o di speciale consacrazione: Egli sa donare gioia profonda a chi risponde con coraggio!
Invito, inoltre, quanti sentono la vocazione al matrimonio ad accoglierla con fede, impegnandosi a porre basi solide per vivere un amore grande, fedele e aperto al dono della vita, che è ricchezza e grazia per la società e per la Chiesa.


Orientati verso la vita eterna
“Che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Questa domanda del giovane del Vangelo appare lontana dalle preoccupazioni di molti giovani contemporanei, poiché, come osservava il mio Predecessore, “non siamo noi la generazione, alla quale il mondo e il progresso temporale riempiono completamente l'orizzonte dell'esistenza?” (Lettera ai giovani, n. 5). Ma la domanda sulla “vita eterna” affiora in particolari momenti dolorosi dell’esistenza, quando subiamo la perdita di una persona vicina o quando viviamo l’esperienza dell’insuccesso.
Ma cos’è la “vita eterna” cui si riferisce il giovane ricco? Ce lo illustra Gesù, quando, rivolto ai suoi discepoli, afferma: “Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Gv 16,22). Sono parole che indicano una proposta esaltante di felicità senza fine, della gioia di essere colmati dall'amore divino per sempre.
Interrogarsi sul futuro definitivo che attende ciascuno di noi dà senso pieno all’esistenza, poiché orienta il progetto di vita verso orizzonti non limitati e passeggeri, ma ampi e profondi, che portano ad amare il mondo, da Dio stesso tanto amato, a dedicarci al suo sviluppo, ma sempre con la libertà e la gioia che nascono dalla fede e dalla speranza. Sono orizzonti che aiutano a non assolutizzare le realtà terrene, sentendo che Dio ci prepara una prospettiva più grande, e a ripetere con Sant’Agostino: “Desideriamo insieme la patria celeste, sospiriamo verso la patria celeste, sentiamoci pellegrini quaggiù” (Commento al Vangelo di San Giovanni, Omelia 35, 9). Tenendo fisso lo sguardo alla vita eterna, il Beato Pier Giorgio Frassati, morto nel 1925 all'età di 24 anni, diceva: “Voglio vivere e non vivacchiare!” e sulla foto di una scalata, inviata ad un amico, scriveva: “Verso l’alto”, alludendo alla perfezione cristiana, ma anche alla vita eterna.
Cari giovani, vi esorto a non dimenticare questa prospettiva nel vostro progetto di vita: siamo chiamati all’eternità. Dio ci ha creati per stare con Lui, per sempre. Essa vi aiuterà a dare un senso pieno alle vostre scelte e a dare qualità alla vostra esistenza.


I comandamenti, via dell'amore autentico
Gesù ricorda al giovane ricco i dieci comandamenti, come condizioni necessarie per “avere in eredità la vita eterna”. Essi sono punti di riferimento essenziali per vivere nell’amore, per distinguere chiaramente il bene dal male e costruire un progetto di vita solido e duraturo. Anche a voi, Gesù chiede se conoscete i comandamenti, se vi preoccupate di formare la vostra coscienza secondo la legge divina e se li mettete in pratica.
Certo, si tratta di domande controcorrente rispetto alla mentalità attuale, che propone una libertà svincolata da valori, da regole, da norme oggettive e invita a rifiutare ogni limite ai desideri del momento. Ma questo tipo di proposta invece di condurre alla vera libertà, porta l'uomo a diventare schiavo di se stesso, dei suoi desideri immediati, degli idoli come il potere, il denaro, il piacere sfrenato e le seduzioni del mondo, rendendolo incapace di seguire la sua nativa vocazione all'amore.
Dio ci dà i comandamenti perché ci vuole educare alla vera libertà, perché vuole costruire con noi un Regno di amore, di giustizia e di pace. Ascoltarli e metterli in pratica non significa alienarsi, ma trovare il cammino della libertà e dell'amore autentici, perché i comandamenti non limitano la felicità, ma indicano come trovarla. Gesù all'inizio del dialogo con il giovane ricco, ricorda che la legge data da Dio è buona, perché “Dio è buono”.


Abbiamo bisogno di voi
Chi vive oggi la condizione giovanile si trova ad affrontare molti problemi derivanti dalla disoccupazione, dalla mancanza di riferimenti ideali certi e di prospettive concrete per il futuro. Talora si può avere l'impressione di essere impotenti di fronte alle crisi e alle derive attuali. Nonostante le difficoltà, non lasciatevi scoraggiare e non rinunciate ai vostri sogni! Coltivate invece nel cuore desideri grandi di fraternità, di giustizia e di pace. Il futuro è nelle mani di chi sa cercare e trovare ragioni forti di vita e di speranza. Se vorrete, il futuro è nelle vostre mani, perché i doni e le ricchezze che il Signore ha rinchiuso nel cuore di ciascuno di voi, plasmati dall’incontro con Cristo, possono recare autentica speranza al mondo! È la fede nel suo amore che, rendendovi forti e generosi, vi darà il coraggio di affrontare con serenità il cammino della vita ed assumere responsabilità familiari e professionali. Impegnatevi a costruire il vostro futuro attraverso percorsi seri di formazione personale e di studio, per servire in maniera competente e generosa il bene comune.
Nella mia recente Lettera enciclica sullo sviluppo umano integrale, Caritas in veritate, ho elencato alcune grandi sfide attuali, che sono urgenti ed essenziali per la vita di questo mondo: l'uso delle risorse della terra e il rispetto dell'ecologia, la giusta divisione dei beni e il controllo dei meccanismi finanziari, la solidarietà con i Paesi poveri nell'ambito della famiglia umana, la lotta contro la fame nel mondo, la promozione della dignità del lavoro umano, il servizio alla cultura della vita, la costruzione della pace tra i popoli, il dialogo interreligioso, il buon uso dei mezzi di comunicazione sociale.
Sono sfide alle quali siete chiamati a rispondere per costruire un mondo più giusto e fraterno. Sono sfide che chiedono un progetto di vita esigente ed appassionante, nel quale mettere tutta la vostra ricchezza secondo il disegno che Dio ha su ciascuno di voi. Non si tratta di compiere gesti eroici né straordinari, ma di agire mettendo a frutto i propri talenti e le proprie possibilità, impegnandosi a progredire costantemente nella fede e nell'amore.
In quest'Anno Sacerdotale, vi invito a conoscere la vita dei santi, in particolare quella dei santi sacerdoti. Vedrete che Dio li ha guidati e che hanno trovato la loro strada giorno dopo giorno, proprio nella fede, nella speranza e nell'amore. Cristo chiama ciascuno di voi a impegnarsi con Lui e ad assumersi le proprie responsabilità per costruire la civiltà dell’amore. Se seguirete la sua Parola, anche la vostra strada si illuminerà e vi condurrà a traguardi alti, che danno gioia e senso pieno alla vita.
Che la Vergine Maria, Madre della Chiesa, vi accompagni con la sua protezione. Vi assicuro il mio ricordo nella preghiera e con grande affetto vi benedico.



Venerdì della V settimana del Tempo di Pasqua




Si un grano del pensar arder pudiera,
no en el amante, en el amor,
sería la mas honda verdad la que se viera.

Se un seme del pensare potesse ardere,
non nell’amante, ma nell’amore,
potrebbe vedere la verità più profonda.

Antonio Machado



Dal Vangelo secondo Giovanni 15,12-17.

Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.




IL COMMENTO

"Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perchè andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga": essere scelti da qualcun altro, il mistero della nostra vita è tutto qui. Ogni nostra scelta sorge da questa "prima scelta" nella quale esistiamo. Secondo la tradizione giudaica, erano i discepoli che sceglievano il Rabbì. Come ciascuno di noi sceglie, o vorrebbe scegliere, la scuola, il fidanzato, il lavoro, la casa, la macchina, il film da vedere, che cosa mangiare, come vestirsi. Al centro della vita ci siamo noi, con il bagaglio di criteri e gusti che abbiamo accumulato; e identifichiamo la libertà con il poter scegliere in completa autonomia tra le diverse opzioni che ci presenta la vita. Spesso le passioni ci acciuffano e si impadroniscono di noi rendendoci schiavi dei loro impulsi ed istinti. Ma assumiamo anch'esse nella grande famiglia della nostra libertà, magari definendole come la loro più completa espressione. Rompere i tabù, lasciarsi andare, cogliere l'attimo, sono le grandi conquiste della civiltà moderna che, non a caso, avrebbe liberato la sessualità e i suoi orientamenti, i sentimenti, i desideri, le pulsioni e molto altro.

Tuttavia, anche dando per buono tutto questo, ci scontriamo con un momento della nostra vita nella quale non abbiamo potuto esercitare alcun tipo di libertà. E si tratta del momento decisivo, quello che è alla nostra stessa origine: la nascita, o, più correttamente, l'istante nel quale il seme di nostro padre ha trovato accoglienza nell'ovocita di nostra madre ed è apparso quello zigote che siamo stati tu ed io. Prima di quell'istante nessuno di noi esisteva, nessuno ha scelto di essere lo spermatozoo più forte della frotta che tentava di guadagnare l'ovocita al cui Dna donare il proprio. Nessuno di noi ci ha messo nulla, semplicemente eravamo in quel seme lì e in quell'ovocita lì, punto. E siamo apparsi in questo mondo, uno zigote impercettibile, quarantasei cromosomi che contenevano tutto quello che ci avrebbe caratterizzato, il profilo del naso, il disegno della bocca, il timbro della voce, compresi i difetti. Ci siamo poi impiantati nell'utero di nostra madre attraverso il tessuto che tappezza la sua superficie interna, l'endometrio, in un "dialogo biochimico" affascinante nel quale abbiamo messo a frutto la prima cosa imparata, l'amore per il quale i nostri genitori si sono uniti dandoci la vita. Appena sorti abbiamo cominciato ad offrire qualcosa di noi, secernendo le sostanze necessarie all'impianto dell'embrione per unirle a quelle rilasciate dall'endometrio di nostra madre, altrettanto necessarie. Chimica d'amore che rivela l'identità originaria che ci caratterizza: siamo, per natura, un dono, inscritto nel dono più grande che ci ha generato; la nostra vita, sin dalle prime luci dell'alba, è donare come abbiamo ricevuto in dono, amare come siamo stati amati.

L'avverbio come, "kathós", che appare nel Vangelo, in greco non esprime solo un paragone, ma anche il fondamento e l'originel'amore di Cristo è norma e fondamento di ogni amore. Si potrebbe tradurre anche: "per il fatto che io vi ho amato così, che siete stati chiamati dentro questo mio amore concretissimo, amatevi anche voi con questo amore dal quale siate stati chiamati e costituiti, nel quale esistete; lasciate che l'amore che ho effuso in voi, con il quale vi faccio vivere, ed alzare la mattina, e guardare alla realtà, che questo amore giunga all'altro, chiunque esso sia". Come all'origine della nostra vita biologica non vi è alcuna scelta da parte nostra, così all'origine della nostra chiamata ad essere cristiani, ovvero di Cristo, suoi discepoli, non esiste alcuna nostra opzione. E' qualcosa di grande, di forte, di scandalizzante. Alcuni potrebbero obiettare che stando così le cose non esiste libertà, esattamente come non siamo stati liberi di nascere o meno. E infatti molti maledicono il giorno in cui sono nati, sino a togliersi la vita. E molti divorziano, abbandonano il presbiterato, la scuola, il lavoro, anche i figli.

Ma la prospettiva del Vangelo è molto diversa. E' la prospettiva dell'amore. Esso è sempre la più grande manifestazione della libertà, di quella vera, autentica, capace di donare tutto, anche la propria vita. Le parole di Gesù ci spingono a risalire la corrente della nostra storia dal momento presente all'origine della nostra vita e della nostra elezione, e ancor più indietro, sino all'origine della storia dell'umanità, alla sua creazione. In essa è inscritta e prefigurata la nostra origine e quindi la chiave della nostra identità. Quanto detto circa la nostra vita biologica vale molto di più per quella spirituale. Nell'omelia per la Veglia Pasquale del 2011 Benedetto XVI diceva: "Il racconto della creazione è caratterizzato dalla frase che ricorre con regolarità: “Dio disse…”. Il mondo è un prodotto della Parola, del Logos... che significa “ragione”, “senso”, “parola”. Non è soltanto ragione, ma Ragione creatrice che parla e che comunica se stessa... all’origine di tutte le cose non stava ciò che è senza ragione, senza libertà, bensì il principio di tutte le cose è la Ragione creatrice, è l'amore, è la libertà... Se l’uomo fosse soltanto un prodotto casuale dell’evoluzione in qualche posto al margine dell’universo, allora la sua vita sarebbe priva di senso o addirittura un disturbo della natura... e siccome della libertà si può fare uso indebito, esiste anche ciò che è avverso alla creazione. Ma nonostante questa contraddizione, la creazione come tale rimane buona, la vita rimane buona, perché all’origine sta la Ragione buona, l’amore creatore di Dio. Per questo il mondo può essere salvato".

Dio ha creato tutto per amore, ciascuno di noi è stato creato per il suo amore, del quale l'unione sponsale dei nostri genitori è immagine e somiglianza. Alla nostra origine vi è l'amore, e quindi la libertà più grande. Essa è inscritta in noi, nel nostro spirito come nella nostra carne, nel cuore come nelle cellule. E' la libertà che spinge a donarsi, a spendersi, a tradursi in atti concreti d'amore. E' la libertà che fa superare ogni confine nell'avventura dell'offerta di se stessi, quella che percepiamo quando ci innamoriamo, quando inizia qualcosa, qualsiasi cosa: al principio di una storia affettiva, di un fidanzamento, di un matrimonio, come di un'amicizia, alle soglie di un'impresa che ci appassiona, di studio, di lavoro, di svago, al principio vi è sempre quell'ansia di infinito, quell'entusiasmo che ci farebbe spaccare il mondo. E' quanto descrive splendidamente Peguy:


Così tutto quello che si fa, tutto quello che la gente fa, lo si fa per la piccola speranza.

Tutto quello che c'è di piccolo è tutto quello che c'è di più bello e di più grande.
Tutto quello che c'è di nuovo è tutto quello che c'è di più bello e di più grande.

Tutto quello che comincia ha una virtù che non si ritrova mai più.
Una forza, una novità, una freschezza come l’alba.
Una giovinezza, un ardore.
Uno slancio.
Un’ingenuità.
Una nascita che non si trova mai più.
C'è in quello che comincia una fonte, una razza che non ritorna.
Una partenza, un'infanzia che non si ritrova, che non si ritrova mai più.

Ora la piccola speranza
È quella che sempre comincia.
Quella nascita
Perpetua
Quell'infanzia
Perpetua.

Per sperare, bimba mia, bisogna essere molto felici.


(Pèguy, Portico del mistero della seconda virtù)


La speranza dell'inizio che scaturisce da una grande felicità è il volto della libertà che si fa amore. Dedizione. Dono. Chi si sente costretto ad amare la propria ragazza? O il proprio marito, o il proprio figlio? Chi non si sente libero nell'affaticarsi in un allenamento che prepara ad una partita decisiva? Chi si vede sottrarre la libertà nell'affrontare notti di studio in vista dell'esame che schiude le porte all'avverarsi del sogno di una vita, quello di diventare un medico, un ingegnere, un cantante d'opera? Non si sente libero solo chi non ama. Chi ha perduto la felicità che sgorga dall'amare, chi non spera più nulla. Ecco, all'inizio, all'origine della vita vi è un ardore, una freschezza, una razza che poi, purtroppo, lasciamo cadere tra le pieghe dell'egoismo e dell'utilitarismo, magari per le ferite sofferte, per le delusioni, per le sconfitte. Per questo oggi il Signore ci riannuncia la verità, ci invita a guardare alla nostra origine, che è la sua scelta. Non siamo stati noi a decidere di nascere come non abbiamo scelto noi di essere suoi discepoli. All'origine della Creazione, come all'origine della nostra vita e della nostra elezione vi è l'amore di Dio, la libertà che lo ha mosso a plasmarci così come siamo, bellissimi e perfetti perchè opera sua. La sua scelta è più forte d'ogni nostro egoismo, di tutti i nostri testardi rifiuti, delle nostre ingannate pretese di autonomia, più forte di ogni peccato. All'origine di tutto quello che ci costituisce, all'alba di questo giorno come di tutti gli altri, vi è la sua chiamata ad entrare nella sua libertà d'amore. La sua scelta è caduta su ciascuno di noi perchè andiamo nella storia e portiamo un frutto che non si corrompa, l'opera più affascinante, l'avventura più intrigante. Vivere per qualcosa di eterno, un frutto che nulla potrà mai distruggere, il suo amore da infondere nello studio, nel fidanzamento, nel lavoro, nel matrimonio. "Ciò significa che il primo, per così dire, ontologico livello del fenomeno della coscienza consiste nel fatto che è stato infuso in noi qualcosa di simile ad una originaria memoria del bene e del vero (le due realtà coincidono); che c’è una tendenza intima dell’essere dell’uomo, fatto a immagine di Dio, verso quanto a Dio è conforme. Fin dalla sua radice l’essere dell’uomo avverte un’armonia con alcune cose e si trova in contraddizione con altre. Questa anamnesi dell’origine, che deriva dal fatto che il nostro essere è costituito a somiglianza di Dio, non è un sapere già articolato concettualmente, uno scrigno di contenuti che aspetterebbero solo di venir richiamati fuori. Essa è, per così dire, un senso interiore, una capacità di riconoscimento, così che colui che ne viene interpellato, se non è interiormente ripiegato su se stesso, è capace di riconoscerne in sé l’eco. Egli se ne accorge: “Questo è ciò a cui mi inclina la mia natura e ciò che essa cerca!”. Su questa anamnesi del Creatore, che si identifica col fondamento stesso della nostra esistenza, si basa la possibilità e il diritto della missione. Il vangelo può, anzi, dev’essere predicato ai pagani, perché essi stessi, nel loro intimo, lo attendono (cfr. Is 42,4). Infatti la missione si giustifica, se i destinatari, nell’incontro con la parola del vangelo, ri-conoscono: “Ecco, questo è proprio quello che io aspettavo” (J.Ratzinger, Coscienza e verità, Conferenza a Dallas ed a Siena, in La chiesa. Una comunità sempre in cammino).

Non vi è nessuno più libero di chi, in un quotidiano e rinnovato inizio, con ardore e dedizione, con slancio e ingenuità, pone la sua vita al servizio della volontà di Dio, offrendo se stesso al suo amore più forte della morte, l'amore più grande, quello che "depone" (secondo l'originale greco) la sua anima, la sua vita, per gli amici. Un amore così grande da abbracciare ogni istante ed ogni millimetro della vita, dove tutto è un principio, una nascita e un'infanzia perpetua, come uno zigote che non difende nulla ma che offre ogni sostanza vitale - il tempo, le parole, i beni - all'endometrio che li attende. In quei giorni di tanti anni fa era quello zigote lì ad incontrare quell'endometrio lì, così come oggi usciremo con la fidanzata, ceneremo con il marito e i figli, incontreremo Giovanni sulla metropolitana, ci riuniremo con i colleghi, giocheremo la partita di calcetto con gli amici. E ovunque donare se stessi perchè così è scritto in noi, perchè siamo stati scelti per questo, in un amore che non conosce confini. Perchè non abbiamo scelto noi il fidanzato, e neanche la moglie, come questa scuola o questa facoltà, o il lavoro o di incontrare Giovanni sul metrò. Tutti e tutto sono stati scelti per noi in una scelta più grande, l'amore di Dio che si espande e non può arrestarsi, che deve giungere ad ogni uomo. Possiamo allora guardare la fidanzata e scoprire in lei scolpite le parole di Gesù, e rintracciarle in noi, e sperimentare la libertà di una chiamata che ha coinvolto entrambi, l'uno come un dono offerto da Dio all'altro, perchè vadano e portino un frutto che rimanga. E spariscono le nevrosi che sorgono dal nostro dover scegliere, e capire, e poi i dubbi se si è scelto bene o male. Così per il lavoro, così per la casa, così per lo studio e anche per la macchina, sino alla gonna o alla matita. Perchè tutto ha un'origine celeste, tutto è un dono scelto per noi, e occorrono occhi per vederlo e cuore per accoglierlo.

Da soli non possiamo nulla, ci stringono d'assedio orgoglio ed egoismo; abbiamo bisogno di sperimentare innanzi tutto l'amore che non delude, il perdono e la vittoria sulla morte del Signore, perchè gli occhi dei discepoli si sono aperti solo la sera di Pasqua, quando le loro menti si sono dischiuse all'intelligenza delle Scritture, della Verità profetizzata nella Parola di Dio. Può accogliere tutto come una scelta d'amore, un dono del Cielo solo chi ha incontrato Cristo risorto, il Principio che riporta le cose nel suo giusto ordine, anzi che le eleva oltre il loro primo splendore (Cfr. Orazione Colletta della Messa del mercoledì dell IV settimana del Tempo Pasquale). L'incontro capace di riaccendere l'ardore del principio e liberare la libertà di amare. "Questo incontro, infatti, aveva in sé qualcosa di sconvolgente. Il mondo era cambiato. Colui che era morto viveva di una vita, che non era più minacciata da alcuna morte. Si era inaugurata una nuova forma di vita, una nuova dimensione della creazione. Celebriamo la vittoria definitiva del Creatore e della sua creazione. Celebriamo questo giorno come origine e, al tempo stesso, come meta della nostra vita. Lo celebriamo perché ora, grazie al Risorto, vale in modo definitivo che la ragione è più forte dell’irrazionalità, la verità più forte della menzogna, l’amore è più forte della morte. Celebriamo il primo giorno, perché sappiamo che la linea oscura che attraversa la creazione non rimane per sempre. Lo celebriamo, perché sappiamo che ora vale definitivamente ciò che è detto alla fine del racconto della creazione: Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona" (Benedetto XVI, Omelia nella Veglia Pasquale, 24 aprile 2011).

Di questo amore noi siamo stati scelti quali testimoni; amici di Gesù ai quali Egli non nasconde nulla, che ci fa partecipi delle sue cose, dei suoi segreti, della sua intimità. Amici del Figlio che ci fa entrare nella sua casa, dove ci svela tutti i tesori di suo Padre, la vita che non muore, l'amore che vince il peccato, la bellezza del donarsi senza riserve per vivere l'unica esistenza autentica; nella sua intimità apriamo gli occhi sulla nuova creazione, guardiamo tutti e tutto come "cosa molto buona", perchè tutto Lui ha assunto, eccetto il peccato, dando nuova origine e nuovo destino ad ogni uomo. Lui ci porta nel suo giardino di frutti squisiti, di essi ci sfama per trasformare le nostre ore, le nostre parole, i nostri sguardi, ogni nostra azione in altrettanti frutti deliziosi capaci di sfamare, dare senso e pienezza alla vita di ogni uomo.

Non siamo servi, siamo amici. Conosciamo le intenzioni e i progetti di Dio, e sono disegnati con i colori della gioia che non si esaurisce, le tinte algide del paradiso. Non siamo servi e schiavi degli eventi, delle relazioni, delle persone. Siamo amici e liberi, perchè in tutto ed in tutti riconosciamo il mistero di Dio, la sua economia di salvezza, il destino di Gloria preparato per ogni uomo. Nel volto e negli occhi della fidanzata brilla la luce di Cristo, il suo progetto di pace e di felicità, così come in quello dello sposo, dei figli, di tutti. Amici di Cristo siamo amici di tutti, a tutti possiamo offrirci con lo stesso amore con il quale il Signore si offre a noi dandoci vita e vita piena. Liberi nell'amore in ogni istante discerniamo "naturalmente" il kairos ed il luogo dove offrire tutto noi stessi. Scriveva il poeta spagnolo Antonio Machado: "Se un seme del pensare potesse ardere, non nell’amante, ma nell’amore, potrebbe vedere la verità più profonda". I pensieri, gli sguardi, i desideri, le speranze degli amici del Signore ardono nell'amore e non nell'amante, nella sua scelta e non nelle proprie scelte. Gli amici non sono servi che non sanno che cosa vi sia dietro gli eventi, ciechi sull'opera di Dio. Non si perdono dialogando con i propri pensieri sulla bontà delle scelte, ma lasciano che i pensieri, sul presente, sul passato e sul futuro, ardano nell'amore e non su chi ama, nell'Amore, in Cristo e non in se stessi, nella propria povera carne. Ardere nell'Amore è lasciarsi afferrare dalla scelta di Gesù, come gli amici si donano all'amico, come Davide si legò dal primo istante a Gionata. Così, radicati nell'Amore, gli amici non perdono mai di vista la Verità più profonda delle cose, che illumina e costituisce ogni relazione, ogni impegno, ogni amore. Perchè la Verità più profonda è la verità del Principio, l'Origine di tutto, la barra del timone stretta dalle mani di chi conosce la rotta.

La Verità più profonda che attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio e che non è il caso a governare le nostre ore, ma la Parola, la Ragione creatrice di Dio intrisa d'amore, la stessa che fu all'origine della nostra vita e che ha permesso al gamete che fummo di secernere le sue sostanze per impiantarsi nell'endometrio di nostra madre. La Parola creatrice che oggi ci sceglie e conduce ad impiantarci in chi ci è prossimo, per deporvi lo stesso amore. Il frutto sarà la creazione nuova, quella che, generata nell'amore, permarrà per l'eternità, la nuova ed eterna Alleanza nel sangue del Signore, sparso sul Golgota, vivo in quello dei suoi discepoli, i suoi martiri nella storia. "L’alleanza, la comunione tra Dio e l’uomo, è predisposta nel più profondo della creazione. Sì, l’alleanza è la ragione intrinseca della creazione come la creazione è il presupposto esteriore dell’alleanza. Dio ha fatto il mondo, perché ci sia un luogo dove Egli possa comunicare il suo amore e dal quale la risposta d’amore ritorni a Lui. Davanti a Dio, il cuore dell’uomo che gli risponde è più grande e più importante dell’intero immenso cosmo materiale." (Benedetto XVI, Omelia nella Veglia Pasquale, 24 aprile 2011).




Silvano (1886-1938), monaco ortodosso
Scritti (Sofronio)

« Come io vi ho amati »

Perché mai l'uomo soffre sulla terra? Perché sopporta delle fatiche e subisce dei mali? Soffriamo perché non abbiamo umiltà. In un'anima umile vive lo Spirito Santo, ed egli dà la libertà, la pace, l'amore e la felicità.

Soffriamo perché non amiamo il nostro fratello. Il Signore ha detto: «Amatevi gli uni gli altri e sarete miei discepoli» (cfr Gv 13,35). Quando amiamo il nostro fratello, l'amore di Dio viene a noi. L'amore di Dio è pieno di una grande mitezza; è un dono dello Spirito Santo e non si può conoscere in pienezza se non grazie allo Spirito Santo. Esiste anche un amore moderato, quello che l'uomo ottiene quando si sforza di compiere i comandamenti di Cristo e teme di offendere Dio; e anche questo è bene. Occorre sforzarci ogni giorno di fare il bene, e con tutte le forze, di imparare l'umiltà di Cristo.



Benedetto XVI. La nuova creazione della Pasqua.
Omelia nella Veglia pasquale, 24 aprile 2011

"San Giovanni, nelle prime parole del suo Vangelo, ha riassunto il significato essenziale del racconto della Creazione racconto in quest’unica frase: “In principio era il Verbo”. In effetti, il racconto della creazione è caratterizzato dalla frase che ricorre con regolarità: “Dio disse…”. Il mondo è un prodotto della Parola, del Logos, come si esprime Giovanni con un termine centrale della lingua greca. “Logos” significa “ragione”, “senso”, “parola”. Non è soltanto ragione, ma Ragione creatrice che parla e che comunica se stessa. È Ragione che è senso e che crea essa stessa senso. Il racconto della creazione ci dice, dunque, che il mondo è un prodotto della Ragione creatrice. E con ciò esso ci dice che all’origine di tutte le cose non stava ciò che è senza ragione, senza libertà, bensì il principio di tutte le cose è la Ragione creatrice, è l'amore, è la libertà. Qui ci troviamo di fronte all’alternativa ultima che è in gioco nella disputa tra fede ed incredulità: sono l’irrazionalità, l'assenza di libertà e il caso il principio di tutto, oppure sono ragione, libertà e amore, il principio dell’essere? Il primato spetta all’irrazionalità o alla ragione? Come credenti rispondiamo con il racconto della creazione e con San Giovanni: all’origine sta la ragione. All’origine sta la libertà. Per questo è cosa buona essere una persona umana. Se l’uomo fosse soltanto un prodotto casuale dell’evoluzione in qualche posto al margine dell’universo, allora la sua vita sarebbe priva di senso o addirittura un disturbo della natura. Invece no: la Ragione è all’inizio, la Ragione creatrice, divina. E siccome è Ragione, essa ha creato anche la libertà; e siccome della libertà si può fare uso indebito, esiste anche ciò che è avverso alla creazione. Per questo si estende, per così dire, una spessa linea oscura attraverso la struttura dell’universo e attraverso la natura dell’uomo. Ma nonostante questa contraddizione, la creazione come tale rimane buona, la vita rimane buona, perché all’origine sta la Ragione buona, l’amore creatore di Dio. Per questo il mondo può essere salvato. Per questo possiamo e dobbiamo metterci dalla parte della ragione, della libertà e dell’amore – dalla parte di Dio che ci ama così tanto che Egli ha sofferto per noi, affinché dalla sua morte potesse sorgere una vita nuova, definitiva, risanata".

Questo incontro, infatti, aveva in sé qualcosa di sconvolgente. Il mondo era cambiato. Colui che era morto viveva di una vita, che non era più minacciata da alcuna morte. Si era inaugurata una nuova forma di vita, una nuova dimensione della creazione. Il primo giorno, secondo il racconto della Genesi, è il giorno in cui prende inizio la creazione. Ora esso era diventato in un modo nuovo il giorno della creazione, era diventato il giorno della nuova creazione. Noi celebriamo il primo giorno. Con ciò celebriamo Dio, il Creatore, e la sua creazione. Sì, credo in Dio, Creatore del cielo e della terra. E celebriamo il Dio che si è fatto uomo, ha patito, è morto ed è stato sepolto ed è risorto. Celebriamo la vittoria definitiva del Creatore e della sua creazione. Celebriamo questo giorno come origine e, al tempo stesso, come meta della nostra vita. Lo celebriamo perché ora, grazie al Risorto, vale in modo definitivo che la ragione è più forte dell’irrazionalità, la verità più forte della menzogna, l’amore è più forte della morte. Celebriamo il primo giorno, perché sappiamo che la linea oscura che attraversa la creazione non rimane per sempre. Lo celebriamo, perché sappiamo che ora vale definitivamente ciò che è detto alla fine del racconto della creazione: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,31)


Venerdì della IV settimana del Tempo Ordinario


Se non c'è nessuna verità dell'uomo, egli non ha neppure nessuna libertà.
Solo la verità rende liberi.

Joseph Ratzinger




Mc 6, 14-29 


In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, poiché intanto il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risuscitato dai morti e per questo il potere dei miracoli opera in lui». Altri invece dicevano: «E' Elia»; altri dicevano ancora: «E' un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare è risuscitato!». 
Erode infatti aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, che egli aveva sposata. Giovanni diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello». 
Per questo Erodìade gli portava rancore e avrebbe voluto farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell'ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri. 
Venne però il giorno propizio, quando Erode per il suo compleanno fece un banchetto per i grandi della sua corte, gli ufficiali e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla ragazza: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le fece questo giuramento: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». La ragazza uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». Ed entrata di corsa dal re fece la richiesta dicendo: «Voglio che tu mi dia subito su un vassoio la testa di Giovanni il Battista». Il re ne fu rattristato; tuttavia, a motivo del giuramento e dei commensali, non volle opporle un rifiuto. 
E subito il re mandò una guardia con l'ordine che gli fosse portata la testa [di Giovanni]. La guardia andò, lo decapitò in prigione e portò la testa su un vassoio, la diede alla ragazza e la ragazza la diede a sua madre. 
I discepoli di Giovanni, saputa la cosa, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro. 


IL COMMENTO


Sì, si può perdere la testa per Gesù. La verità, quella che ci fa liberi, quella che non è barattabile, la nemica dei falsi compromessi volti a salvare la pelle, fa perdere la testa. Ci sono sempre tagliatori di teste in cerca di poveri profeti disarmati che annunciano senza posa la verità. E la verità, normalmente è scomoda. Ne sappiamo qualcosa anche noi, quando qualcuno osa rimproverarci, evidenziarci un errore, un peccato. Per la Bibbia correggere un saggio è renderlo ancora più saggio. Correggere uno stolto invece, significa attirarne le ire.


Facciamo due conti e vediamo da che parte stiamo. Probabilmente da quella dei tagliatori di teste, degli stolti, come Nabal, letteralmente, colui al quale non si può dire nulla. Uno stolto. Uno che per tacitare la verità e potersi rimirare tranquillo allo specchio non esita a ghigliottinare lo sprovveduto profeta. Eppure la verità ci fa liberi, smaschera il serpente antico e le sue menzogne, svela le catene che ci tengono schiavi, e apre la strada al liberatore, il Signore Gesù, la Verità incarnata per la nostra salvezza.


"Non ti è lecito" gridava Giovanni Battista, e non per un rigido legalismo, ma perchè sei creato per essere libero, felice, e non ti è lecito andare contro natura, il peccato non si addice all'uomo, genera la morte, sempre. Le parole di Giovanni illuminano Erode, sono dirette al fondo del suo cuore, laddove è deposto il seme della verità, del bene, della giustizia. Sono parole capaci di riportare alla luce quel frammento di umanità che, seppure sepolto da una montagna di menzogne, alberga nel cuore di ogni uomo. Erode si era infilato in una strada senza ritorno, condannandosi ad una vita sterile, chiusa nell'egoismo. Una vita infelice. "Se uno prende la moglie del fratello è una impurità, egli ha scoperto la nudità del fratello; non avranno figli" (cfr. Lv. 18,16 e 20,21). La maledizione più grande, non avere figli, scendere nella tomba senza una discendenza, segno di una vita senza frutto, scivolata via senza amore, senza consistenza, una vita in fumo.


Quante giornate, quante relazioni, quanto lavoro, e cosa rimane? Quante volte ci ritroviamo, come Erode, preda di passioni ed entusiasmi che spengono lo sguardo e annichiliscono ogni discernimento. Come Davide che, alla vista della bellezza di Betsabea, chiude in prigione ragione e fede, si lascia trascinare dai vortici della passione, e macchina piani e menzogne per dar corpo agli sconvolgimenti dell'istinto ormai senza freno. Morirà Uria, ucciso dalla malizia di Davide. E morirà il bambino nato dalla passione, perchè ogni pensiero ed ogni azione che non siano ispirate da Dio attraverso la ragione illuminata dalla fede sono senza frutto.


Erode ascoltava perplesso, vigilava, temeva. Ma non era sufficiente. Aveva ormai consegnato il cuore ad Erodiade. Al contrario di Davide, peccatore, fragile, ma uomo secondo il cuore di Dio. Il punto è tutto qui. Un cuore radicato in Dio, anche se cade, è capace di contrizione e di umiltà. Anche se la mareggiata della passione ne ha sconvolto gli equilibri, può tornare ad aggrapparsi all'àncora che non ha smesso di attirarlo a se. Erode invece ha scelto il peccato, lo ha scelto nel fondo del suo intimo, laddove l'uomo è assolutamente libero e si giocano le sue sorti; Erode ha issato l'àncora e la tempesta ha rotto, inesorabilmente, gli ormeggi. Lo si comprende al momento propizio. Per Davide il kairos è giunto con il profeta Natan, le cui parole dissolvono la menzogna e lo conducono al pentimento: "ho peccato"; e, nel riconoscersi peccatore, Davide accetterà, umilmente, le sofferenze che ne conseguono. Erode non può. Il rancore di Erodiade, cui aveva consegnato l'anima, lo trascina nell'abisso, perchè l'accendersi di una passione spalanca sempre il passo a peccati più gravi. Erode ha soffocato la ragione nella carne, e quando la sua carne si adagia in un banchetto che ne sazia le voglie, seduto sulla propria anima, si ritrova sordo e cieco, perde la memoria delle parole del profeta, e promette e consegna la sua vita ad un'immagine effimera, il corpo seducente di una ragazza, che appare ai suoi occhi come l'albero dell'Eden, "buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza". Ed è morte, della Verità prima, della sua anima poi.


Il Vangelo di oggi ci chiama a conversione. A guardare senza sconti la nostra vita, a lasciarci illuminare sui compromessi, sulle situazioni pericolose nelle quali ci troviamo, sull'orlo del precipizio e dove non abbiamo forza e volontà per tagliare, voltare pagina e abbandonarci alla fedeltà di Dio. Quell'amicizia che ci insinua calunnie sugli altri, quell'affetto troppo "corposo", che ha già messo il laccio al cuore e ci ha deposto sul piano inclinato che conduce al tradimento; quel rancore che arde, sordo, sotto la cenere del tempo che vorremmo capace di essicccare il peccato; quell'adulazione che risuona nelle nostre orecchie ci pianta al centro di un universo che ci appare ogni giorno più ostile a tutto quanto facciamo e pensiamo. Per questo l'episodio di Erode ci invita a chiedere a Dio la grazia del cuore di Davide, pronto al pentimento, a rientrare in se stesso come il figliol prodigo, ad ascoltare la voce dei profeti che, con amore e fermezza, ci chiamano a conversione, illuminando quanto, nella nostra vita, "non è lecito", quanto è destinato a restare senza figli, la parte di noi che, infeconda, appartiene alla terra ed è incapace di ereditare il Cielo.


Lasciamoci liberare dalla verità. Lasciamo dunque che l'annuncio ci raggiunga e sconvolga le nostre precarie certezze. Lasciamoci amare sino ad innamorarci perdutamente di Lui, e così testimoniare la Verità, il suo amore infinito, senza paura e compromessi, enza ipocrisie e ricatti, ovunque e sempre. Sino a perdere la testa. Per amore. Per Lui.


APPROFONDIRE

San Cipriano (circa 200-258), vescovo di Cartagine e martire
Esortazione al martirio, 13
 
Giovanni Battista, martire per la verità
 
        «Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rom 8,18). Chi non farebbe di tutto per ottenere una tale gloria diventando amico di Dio, per rallegrarsi al più presto in compagnia di Gesù e ricevere la ricompensa divina dopo le pene e i tormenti di questa terra?

        E' una gloria per i soldati di questo mondo rientrare trionfanti in patria, dopo la vittoria sui nemici. Ma non è forse una gloria maggiore aver vinto il demonio e ritornare trionfanti in quel paradiso da cui Adamo era stato espulso a causa del suo peccato? E, dopo aver sconfitto colui che l'aveva ingannato, riportarvi il trofeo della vittoria? Offrire a Dio come un magnifico bottino una fede integra, un coraggio spirituale ineccepibile, una lodevole dedizione? ... Diventare coerede di Cristo, eguale agli angeli, gioire felicemente del regno celeste coi patriarchi, gli apostoli, i profeti? Quale persecuzione può vincere tali pensieri, che possono aiutarci a superare le torture? ...
     
        La terra ci chiude in prigione con le persecuzioni, ma il cielo resta aperto.... Quale onore, quale certezza andarsene da qui nella gioia, trionfando in mezzo ai tormenti e alle prove! Socchiudere gli occhi che vedevano gli uomini e il mondo, e riaprirli immediatamente sulla gloria di Dio e di Cristo! ... Se la persecuzione si abbatte su un soldato così preparato, non potrà sconfiggere il suo coraggio. E anche se siamo chiamati in cielo prima della lotta, una fede così preparata non resterà senza ricompensa. ... Nella persecuzione, Dio ricompensa i suoi soldati; nella pace premia la buona coscienza.