S.Matteo apostolo ed evangelista nei dipinti del Caravaggio per la Cappella Contarelli a S.Luigi dei Francesi in Roma


di Paola Grassi e Andrea Lonardo

I tre dipinti sulla vita di S. Matteo sono tra le opere più significative del Caravaggio (Michelangelo Merisi da Caravaggio, Caravaggio, 1573 - Porto Ercole 1610) a Roma.
Giunto da poco a Roma, ma già conosciuto soprattutto in ambito ecclesiastico, il Caravaggio, nel 1599, venne segnalato dal cardinal Del Monte per completare una cappella in San Luigi dei Francesi, che doveva essere decorata - secondo un programma iconografico già stabilito dal porporato francese Matteo Contarelli (Mathieu Cointrel), gran datario di papa Gregorio XIII, morto nel 1585 e proprietario della cappella - con storie di San Matteo, eponimo del committente.
Il Cavalier d'Arpino, fra i pittori più famosi in Roma all'epoca, era stato chiamato nel 1591 per questa impresa decorativa, ma otto anni dopo, anche a causa delle discordie testamentarie seguite alla morte del Cointrel, aveva terminato solamente l'affresco della volta. L'incarico fu allora affidato al Merisi che dipinse la Vocazione di San Matteo per la parete di sinistra ed ilMartirio di San Matteo per quella destra . Nel 1602, quando venne protestata la statua per l'altare maggiore realizzata dallo scultore Cobaert, il Caravaggio ricette l'incarico anche per la pala d'altare centrale, il San Matteo e l'Angelo.



Vocazione di San Matteo

Vocazione di San Matteo

Questa tela rappresenta il momento culminante della chiamata del peccatore (come La caduta di Saulo che il Caravaggio dipingerà per Santa Maria del Popolo in Roma) disposto a pentirsi ed a cambiare nome e vita. Qui il protagonista è l'avido esattore delle tasse Levi seduto al tavolo con quattro uomini della sua specie nel chiuso di una buia stanza dalla cui finestra ben in vista non filtra un solo raggio di sole.
Sulla destra il Cristo lo chiama con un gesto della mano ma soprattutto lo colpisce con la luce della grazia salvifica.
Questa fonte spirituale che colpisce tutti e cinque i gabellieri è la trasposizione pittorica della tesi cattolica del libero arbitrio secondo cui l'uomo, una volta che gli è stata manifestata la luce del Cristo, può scegliere se seguire o meno la via della salvezza. Due dei compagni di Levi, infatti, si voltano verso il Cristo mentre gli altri due non distolgono nemmeno per un secondo lo sguardo dai soldi appena intascati.
Il Cristo è come filtrato da Pietro (la Chiesa). Dall'analisi radiografica la presenza di Pietro risulta essere un ripensamento dell'opera, non essendo presente nel primo abbozzo.
La risposta subitanea di Levi, il cui gesto della mano rivela tutto lo stupore di chi comprende di essere stato chiamato, lo porterà a seguire Gesù con il nome di Matteo (nome che in ebraico ricorda la radice del verbo “donare”).
Dopo ciò egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C'era una folla di pubblicani e d'altra gente seduta con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?». Gesù rispose: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi».
(Lc. 5, 27-32)

Particolare dalla Vocazione di S.Matteo

Particolare dalla Vocazione di S.Matteo


In questa, come in ogni sua opera, il Caravaggio sostituisce ad una visione agiografica delle storie bibliche una visione attuale e per ciò stessa viva. Mentre Gesù e Pietro sono vestiti con abiti che ricordano il passato, tutti e cinque i personaggi seduti alla tavola sono ritratti in abiti “moderni”. Questo permette di cogliere come la “storia” evangelica interpelli drammaticamente il presente, dove la parola “dramma”, nel suo significato etimologico, non vuol dire tanto “tragedia”, quanto “azione”, “scelta”, “decisione” (dal verbo greco drao).
In questo dettaglio dell'opera vediamo a destra la mano di Matteo ed a sinistra la mano del cambiavalute che gli è al fianco. Si toccano, intente a contare le stesse monete, ma diverso sarà l'esito esistenziale di mani così vicine.



La prima versione di San Matteo e l'Angelo
La prima versione di San Matteo e l'Angelo


Fin dalle origini dell'arte cristiana ad ognuno dei quattro evangelisti era stato accostato uno dei quattro esseri presentati da Ezechiele (Ez. 1, 4-9) e richiamati dall'Apocalisse (Ap. 4, 7-8): S.Matteo e l'Angelo, S.Marco e il Leone, S.Luca e il Toro, S.Giovanni e l'Aquila. L'ispirazione divina del primo dei Vangeli è dunque esemplificata spesso, in arte, nella presenza dell'angelo che segue passo passo la stesura del libro.
Secondo la testimonianza del biografo del Caravaggio, la prima versione di questa tela fu rifiutata dai committenti, analogamente a quanto successe per le tavole della Cappella Cerasi in S.Maria del Popolo che ritraevano la Conversione di S.Paolo e la Crocifissione di S.Pietro. Ciò avvenne perché il santo era presentato come un contadino analfabeta materialmente guidato dall'angelo nello scrivere il testo sacro. Questa prima versione, dopo esser stata protestata, attraverso varie peripezie finì a Berlino, dove fu distrutta dagli eventi bellici nel 1945. Ne resta una copia fotografica che potete qui vedere.

L'attuale versione di S.Matteo e l'Angelo
L'attuale versione di S.Matteo e l'Angelo

La seconda versione, di grande bellezza, raffigura invece San Matteo vestito più dignitosamente che, penna in mano, fissa lo sguardo sull'angelo volteggiante sopra al suo capo intento a spiegargli cosa scrivere. La posizione delle dita dell'angelo sembra alludere ad una serie numerica. E' forse un'allusione al fatto che il vangelo di Matteo si caratterizza anche per una rigorosa simmetria compositiva, strutturata spesso dal numero “sette”, fin dalla genealogia di Gesù di Mt 1, che presenta tre serie di 14 (14=7+7), cioè 14 per 3 che è il massimo della perfezione. Sette sono anche le parabole e sette sono i “guai” contro i farisei del capitolo 23.
Di sicuro questa seconda versione è più rispettosa dell'idea cristiana di ispirazione che non fa tanto riferimento ad una pretesa dettatura o preesistenza divina del testo, quanto all'ispirazione divina dell'autore sacro che conserva integre le sue facoltà di vero autore del “testo sacro”, al punto che è possibile affermare che sia Dio sia l'uomo sono veri autori del testo biblico.



Martirio di San Matteo
Martirio di San Matteo

Caravaggio si trovò a dover dipingere un episodio assai raro nell'arte, la morte per martirio del santo evangelista. Egli, secondo la tradizione, evangelizzò la Giudea, e secondo alcuni, anche l'Etiopia. La tela caravaggesca raffigura il santo, vestito di candida veste bianca, riverso in terra in attesa di subire la condanna e con una mano protesa verso la palma (simbolo del martirio) offertagli dall'angelo, in arditissimo scorcio su di una nuvola, mandato da Dio. La gestualità non è quella dell'iconografia classica del martirio, ma quella di un “qualsiasi” omicidio vivo e, ancora una volta “drammatico”.
Matteo, che viene sorpreso dal sicario mentre sta celebrando la Messa su di un altare su cui è incisa la croce di Cristo, ripercorre così il sacrificio salvifico del Figlio di Dio - tanto da mostrare la stessa ferita al costato del suo Maestro - che ogni volta si ripete nel mistero dell'eucarestia. Il gruppo centrale del martire e del carnefice, inoltre, si iscrive perfettamente in un triangolo, simbolo della Trinità e tutta l'opera “nell'apparente casualità si risponde, retto come è il tumulto da rigorose armonie, da equilibrati incastri ad X, da sapienti compensi di volumi e di piani che si spingono e si richiamano” (A.Ottino Della Chiesa).
Tutto intorno a lui i personaggi, compreso il carnefice, sono colpiti dall'accecante luce della grazia divina che scaturisce dal corpo di Matteo (qui, forse, non solo colpito dalla luce della grazia divina, ma capace di irradiarla a sua volta). A differenza della Vocazione qui nessuno può rimane indifferente all'accaduto ed ogni volto mostra un diverso tipo di reazione all'evento: orrore, paura, stupore, incredulità o anche solamente curiosità (si veda il giovane con il cappello piumato sulla sinistra). Perfino il pittore stesso si ritrae sulla sinistra della tela, proprio dietro il carnefice, solo la testa emergente dall'oscurità, confuso tra gli spettatori, per contemplare con tristezza il risultato della malvagità umana.

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