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Sabato della III settimana del Tempo di Pasqua



Si chiama "fede" l'intelligenza umana quando, 
rimanendo nella povertà della sua natura originale, 
è tutta riempita da altro, poiché in sé è vuota, 
come braccia spalancate 
che hanno ancora da afferrare la persona che attendono. 
Non mi posso concepire se non immerso nel Tuo grande Mistero: 
la pietra scartata dai costruttori di questo mondo, 
o da ogni uomo che immagina e progetta la sua vita, 
si è fatta pietra d'angolo su cui solo si possa costruire.

Mons. Luigi Giussani



Dal Vangelo secondo Giovanni 6,60-69.

Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?». Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell'uomo salire là dov'era prima? E' lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Ma vi sono alcuni tra voi che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E continuò: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio». Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». 




IL COMMENTO


"Volete andarvene anche voi?". La domanda di Gesù ci interroga oggi con tenerezza e fermezza. Gesù conosceva il destino di solitudine che lo attendeva. Sarebbe rimasto solo nella passione e sulla Croce; solo sarebbe stato deposto nel sepolcro. Ma proprio quell'estrema solitudine lo ha costituito primogenito di una moltitudine immensa. Dalla sua solitudine è sorta la Chiesa, frutto primaticcio della sua risurrezione. Sì, Gesù è morto solo per risorgere insieme ad ogni uomo, perchè "se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto." (Gv 12,24). E' la solitudine della Croce che genera la comunione; il dono totale di sé suppone l'essere abbandonati, rifiutati, lasciati soli, perchè esso avviene sempre quando le strategie umane segnano il passo, quando ogni relazione risulta compromessa. Ci si dona veramente solo quando l'altro non ha più nulla da dare, quando tradisce, quando rifiuta. L'amore si rivela autentico e fecondo, gratuito, proprio quando non ha nulla da sperare dall'altro, quando questi sembra perduto. Per questo Gesù risorto dirà alla Maddalena di andare ad annunciare ai suoi fratelli che Egli sarebbe salito al "Padre suo e Padre loro, Dio suo e Dio loro": il passaggio solitario nella morte aveva misteriosamente condotto quanti lo avevano tradito e lasciato solo nella comunione ormai senza limiti dei figli dello stesso Padre. Come Giuseppe, proprio perchè venduto e abbandonato dai fratelli, ha potuto provvedere alla loro indigenza, stringendosi con essi in una comunione rinnovata, capace di superare i peccati. 

La domanda di Gesù scaturisce dalla consapevolezza del suo destino di solitudine. Gesù vi andava incontro senza indugio, e scruta i cuori dei suoi discepoli; non chiede loro di rimanere con Lui, sapeva che non l'avrebbero fatto. Illumina il loro cuore per liberarlo dalla menzogna e dall'inganno. Li prepara per lo stesso suo destino. Seguire il Signore infatti è partecipare della sua solitudine. Ogni apostolo è chiamato ad offrire la propria vita con Lui, proprio quando il linguaggio della predicazione e della testimonianza si farà duro, impossibile da comprendere. La missione della Chiesa infatti è quella di essere in ogni generazione sacramento di salvezza, come un'ostia offerta per ogni uomo. La Chiesa è il corpo di Cristo abbandonato e tradito, lasciato solo nella morte perchè il mondo riceva la vita. 

"Volete andarvene anche voi?", volete anche voi rifiutare la durezza salutare del linguaggio della Croce, l'unico capace di distruggere la durezza del peccato? Le parole con le quali Gesù ha annunciato la sua missione di Pane celeste, di unico e vero alimento che risuscita e dà la vita, sono parole dure, difficili da comprendere perchè è duro il giogo del peccato che imprigiona la carne. I discepoli mormorano e non capiscono perchè la carne soggetta al peccato occulta l'estrema serietà e tragicità di un'esistenza lontana da Dio. E' necessario lo Spirito Santo che illumini e liberi la carne; sono necessarie le parole di Gesù che infondono Spirito e Vita. Restare con Gesù, seguirlo e dimorare con Lui significa dunque accogliere le sue parole che generano la fede, perchè si compiano nella propria vita."Quest’inquietante provocazione ci risuona nel cuore ed attende da ciascuno una risposta personale. Gesù infatti non si accontenta di un’appartenenza superficiale e formale, non gli è sufficiente una prima ed entusiastica adesione; occorre, al contrario, prendere parte per tutta la vita "al suo pensare e al suo volere". SeguirLo riempie il cuore di gioia e dà senso pieno alla nostra esistenza, ma comporta difficoltà e rinunce perché molto spesso si deve andare controcorrente" (Benedetto XVI, Angelus  del 23 agosto 2009).

Fede e conoscenza dunque, bastioni su cui la noia, le alienazioni, la disperazione si infrangono senza recar danno. Dove andare se davvero abbiamo incontrato Cristo? Per quali sentieri sciogliere la mente se una Parola ci ha donato la vita eterna? Il mondo sbuccia la vita come un carciofo, cerca, ricerca, e non trova nulla. Noi invece, per pura Grazia, abbiamo incontrato una Parola, quella che nessuno ha mai pronunciato, la Parola di Gesù. A volte può sembrar dura, spesso lo è davvero, specie quando ci smaschera e ci chiude nell'angolo della verità. Ma è sempre una Parola di libertà, la misericordia che ci ha colto quando non meritavamo nulla, se non una condanna esemplare, forse oggi, forse ora. Un amore senza limiti capace di ricreare quanto in noi il peccato ha distrutto. Una Parola di vita eterna.

Non un articolo, non un'opinione, non un proclama. Una semplice Parola capace di incastrarsi nel nostro cuore e farne un prodigio, trasformarlo nel cuore di Cristo. Dove andare, cosa ancora cercare, quali speranza ancora inseguire, se davvero abbiamo ascoltato la Sua Parola, se in essa abbiamo conosciuto Cristo, l'unico che ci ama davvero? La vita è molto meno complicata di quel che crediamo, la vita si risolve in un incontro. La Chiesa è qui, oggi e sino alla fine del mondo, perchè ogni uomo possa fare questo incontro. La nostra stessa vita ci è donata per incontrare il Signore. Quando ciò accade, le nostre ore, tutto di noi diviene l'occasione offerta da Dio ad ogni uomo per incontrare Cristo. Accettando la solitudine in famiglia, al lavoro, nella scuola, la solitudine profonda che ci afferra quando il marito non ci comprende, quando il fidanzato vorrebbe quello che proprio non possiamo e non dobbiamo dare, quando un figlio si intestardisce e non ascolta più; accettare la solitudine provocata da una parola dura annunciata al prossimo, parola di verità rifiutata e calpestata: accettare ed entrare in questa solitudine per riscattare proprio chi ci rifiuta e ci abbandona, per riconsegnarlo al Padre. Non vi è altra missione per noi, essere la carne e il sangue di Cristo per chiunque si affacci alla nostra vita: "noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio", per questo abbiamo in noi la vita che non muore, e con essa possiamo scendere nella solitudine del sepolcro dove giace chi ci è accanto, per risvegliarlo e riscattarlo, perchè possa riconoscere, con noi, in Dio suo Padre.  




Benedetto XVI. "VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI"?
Angelus 23 agosto 2009

Cari fratelli e sorelle!

Da alcune domeniche la liturgia propone alla nostra riflessione il capitolo VI del Vangelo di Giovanni, nel quale Gesù si presenta come il "pane della vita disceso dal cielo" ed aggiunge: "se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che darò è la mia carne per la vita del mondo" (Gv. 6,51). Ai giudei che discutono aspramente tra loro chiedendosi: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?" (v. 52), Gesù ribadisce "se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita" (v. 53). Oggi, XXI domenica del tempo ordinario, meditiamo la parte conclusiva di questo capitolo, in cui il quarto Evangelista riferisce la reazione della gente e degli stessi discepoli, scandalizzati dalle parole del Signore, al punto che tanti, dopo averlo seguito sino ad allora, esclamano: "Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?" (v. 60). E da quel momento "molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con Lui" (v. 66). Gesù però non attenua le sue affermazioni, anzi si rivolge direttamente ai Dodici dicendo: "Volete andarvene anche voi?" (v. 67).
Questa provocatoria domanda non è diretta soltanto agli ascoltatori di allora, ma raggiunge i credenti e gli uomini di ogni epoca. Anche oggi, non pochi restano "scandalizzati" davanti al paradosso della fede cristiana. L’insegnamento di Gesù sembra "duro", troppo difficile da accogliere e da mettere in pratica. C’è allora chi lo rifiuta e abbandona Cristo; c’è chi cerca di "adattarne" la parola alle mode dei tempi snaturandone il senso e il valore. "Volete andarvene anche voi?". 
Quest’inquietante provocazione ci risuona nel cuore ed attende da ciascuno una risposta personale. Gesù infatti non si accontenta di un’appartenenza superficiale e formale, non gli è sufficiente una prima ed entusiastica adesione; occorre, al contrario, prendere parte per tutta la vita "al suo pensare e al suo volere". SeguirLo riempie il cuore di gioia e dà senso pieno alla nostra esistenza, ma comporta difficoltà e rinunce perché molto spesso si deve andare controcorrente.
"Volete andarvene anche voi?". Alla domanda di Gesù, Pietro risponde a nome degli Apostoli: "Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio" (vv. 68-69). 
Cari fratelli e sorelle, anche noi possiamo ripetere la risposta di Pietro, consapevoli certo della nostra umana fragilità, ma fiduciosi nella potenza dello Spirito Santo, che si esprime e si manifesta nella comunione con Gesù. La fede è dono di Dio all’uomo ed é, al tempo stesso, libero e totale affidamento dell’uomo a Dio; la fede è docile ascolto della parola del Signore, che è "lampada" per i nostri passi e "luce" sul nostro cammino (cfr Salmo 119, 105). Se apriamo con fiducia il cuore a Cristo, se ci lasciamo conquistare da Lui, possiamo sperimentare anche noi, insieme al santo Curato d’Ars, che "la nostra sola felicità su questa terra è amare Dio e sapere che Lui ci ama".
Chiediamo alla Vergine Maria di tenere sempre desta in noi questa fede impregnata di amore, che ha resa Lei, umile fanciulla di Nazaret, Madre di Dio e madre e modello di tutti i credenti.


San Bernardo (1091-1153), monaco cistercense e dottore della Chiesa
Disorsi su vari argomenti °5, su Ha ; PL 183,556

« Forse anche voi volete andarvene ? »

Leggiamo nel Vangelo che, mentre il Signore predicava e invitava i suoi discepoli a partecipare alla sua passione nel sacramento conviviale del suo corpo, alcuni dissero: “Questo linguaggio è duro”, e da quel momento non andarono più con lui. Gli apostoli, interrogati se avessero voluto andarsene anche loro, risposero: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,68).
Così vi dico, fratelli: fino a oggi ci sono persone per le quali è chiaro che le parole di Gesù sono “spirito e vita” perciò lo seguono. Ad altri invece paiono dure e cercano altrove ben magre consolazioni. “La Sapienza fa sentire la sua voce sulle piazze” (Pr 1,20), vale a dire ammonisce quelli che camminano “per la via larga e spaziosa che conduce alla morte” (Mt 7,13), per richiamare indietro quanti vi camminano. Essa grida: “Per quarant’anni mi disgustai di quella generazione e dissi: sono un popolo dal cuore traviato” (Sal 94,10). In un altro salmo trovi: “Il Signore ha parlato una sola volta” (Sal 61,12). Certo, una sola volta, perché parla sempre. Infatti unico e non interrotto ma continuo e senza fine è il suo parlare. Invita i peccatori a rientrare in sé, perché ivi egli abita e ivi parla... Se oggi udiamo la sua voce, non induriamo i nostri cuori sono press’a poco le medesime parole che si leggono nel Vangelo... “Le mie pecore ascoltano la mia voce” (Gv 10,27)... Siete il popolo del suo pascolo e il gregge che egli conduce, se oggi ascoltate la sua voce (Sal 94,8).



San Girolamo (347-420), sacerdote, traduttore della Bibbia, dottore della Chiesa
Lettera 53 a Paolino

« Le parole che vi ho dette sono spirito e vita »

Leggiamo le Sante Scritture : secondo me, il Vangelo è il corpo di Gesù, le Sante Scritture sono la sua dottrina. Certamente, la parola « Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue » trova tutta la sua attuazione nel mistero eucaristico ; ma il vero corpo di Cristo e il suo vero sangue sono anche la parola delle Scritture, la dottrina divina. Quando ci avviciniamo ai santi misteri, se un frammento viene a cadere per terra, siamo inquieti. Quando ascoltiamo la parola di Dio, se pensiamo a qualcos'altro mentre essa entra nei nostri orecchi, quanta responsabilità ne abbiamo !
La carne del Signore essendo vero cibo e il suo sangue vera bevanda, il nostro unico bene è mangiare la sua carne e bere il suo sangue, non soltanto nel mistero eucaristico, ma anche nella lettura della Scrittura.


Venerdì della III settimana di Pasqua




La divinità si nascose sotto l’umanità e si avvicinò alla morte, 
la quale uccise e a sua volta fu uccisa. 
La morte uccise la vita naturale, 
ma venne uccisa dalla vita soprannaturale. 
Siccome la morte non poteva inghiottire il Verbo senza il corpo
né gli inferi accoglierlo senza la carne
egli nacque dalla Vergine, 
per poter scendere mediante il corpo al regno dei morti. 
Ma una volta giunto colà col corpo che aveva assunto, 
distrusse e disperse tutte le ricchezze e tutti i tesori infernali.
Gloria a te che ti sei rivestito del corpo dell’uomo mortale 
e lo hai trasformato in sorgente di vita per tutti i mortali.
        Tu ora certo vivi. 
Coloro che ti hanno ucciso hanno agito verso la tua vita come gli agricoltori. 
La seminarono come frumento nel solco profondo. 
Ma di là rifiorì e fece risorgere con sé tutti.

S. Efrem, Discorso sul Signore, 3-4. 9




Dal Vangelo secondo Giovanni 6,52-59.

Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 
Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. 
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 
Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. 
Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. 
Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». 
Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao. 


IL COMMENTO



Ci troviamo all'epilogo del grande discorso di Gesù nella Sinagoga di Cafarnao. Alle parole di Gesù i Giudei cominciano a litigare tra di loro. E' questo il senso della parola greca, molto più forte di "discutere". Quell'uomo che si definisce l'unico pane di vita, e indica nella sua stessa carne la vita eterna, suscita uno scuotimento interno, e, soprattutto, obbliga a prendere posizione.


La sua parola divide. E' la spada che penetra sino alle giunture più profonde e mostra quello che vi è di nascosto, le vere intenzioni dei cuori. La verità all'emergere provoca sempre contrasti. Siamo noi che crediamo, avvolti nei nostri moralismi, che la parola di Gesù debba automaticamente provocare consensi, pace, tranquillità. E invece no, perchè essa urta inevitabilmente con la durezza dei cuori, con l'ostinazione delle menti, con le difese della carne. Ed è un urto violento, una saetta che fa luce, che spazza via l'ipocrisa, che denuda, che polverizza le consuetudini borghesi, le alienazioni, le idolatrie, le false certezze dove l'uomo tenta, goffamente, di installarsi. Appare come in filigrana il rifiuto patito dal Signore in quel di Betlemme, dove non v'era posto per lui e per i suoi genitori in nessun albergo: "i suoi non hanno accolto" una carne che s'era fatta albergo della divinità. 


La carne schiava del peccato non può accogliere il Signore. Per questo i Giudei si mettono a litigare, è una forma di difesa, di cercare giustificazioni, un po' come è accaduto ai progenitori. Il frutto della disobbedienza è stato infatti il taglio della relazione con Dio e, conseguentemente, di quella tra Adamo ed Eva. Alla domanda con la quale Dio lo aveva cercato e scoperto, Adamo oppone un'accusa ad Eva, condita da quella diretta direttamente a Dio: "La donna che mi hai messo accanto mi ha dato il frutto da mangiare". E' la stessa situazione che incontriamo nel Vangelo di oggi, la medesima che troveremo nel deserto quando, dopo aver mormorato per la carne, il popolo comincia a litigare e ad accusare Mosè reclamando acqua per non morire di sete. Sappiamo bene che prendendosela con il loro capo in realtà stanno dirigendo i loro strali a Dio. Così nel Vangelo. Litigano tra di loro ma in fondo è la resistenza che oppongono alle parole di Gesù, e, in esse, a Gesù stesso. Esiste per i Giudei una barriera invalicabile, ed è proprio la carne di Gesù. Credono di conoscerlo, lo hanno visto crescere, sanno tutto della sua famiglia, Lui ha una storia esattamente uguale alla loro, non può salvarli, quella carne è carne come la loro, non può dare la vita. I loro occhi, i loro pensieri, i loro cuori si fermano sull'uscio della casa, non possono entrarvi. Restano alla superficie delle cose, come Eva che fu ingannata proprio dagli occhi che si fissarono sull'apparenza, come il Popolo d'Israele che, sulla soglia della Terra Promessa, cede alla paura dei popoli che l'abitavano, incapaci di riconoscere nei prodigi operati da Dio sino ad allora, la sua fedeltà e il suo potere. 


Anche noi ci fermiamo spesso alla buccia degli eventi e delle persone. Vi è un passo del Profeta Geremia che ci aiuta a comprendere che cosa è accaduto ai Giudei nella Sinagoga di Cafarnao e quello che accade a tutti noi. "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo, che pone nella carne il suo sostegno e dal Signore allontana il suo cuore. Egli sarà come un tamerisco nella steppa; quando viene il bene non lo vede. Dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine dove nessuno può vivere" (Ger. 17, 5-6). Esiste una maledizione che grava su quanti confidano nella carne, ed essa consiste proprio nel non vedere il bene quando arriva. La dimora di chi vive appoggiato alla carne è una terra dove tutto brucia, è seccato dal sale, dove non si può vivere.


Ora comprendiamo perchè Gesù risponde ai Giudei affermando che chi non mangia la sua carne e non beve il suo sangue non può avere in sé la vita. Chi resta ancorato ai propri schemi, chi si chiude ostinatamente alla grazia non può vedere il bene quando viene, non si accorge di quello che è celato sotto le apparenze, non vede e non coglie i segni. Dirà Gesù in un altro momento: "Come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri?" La Gloria è, nel linguaggio biblico, la presenza e la consistenza delle cose. I Giudei sono così l'immagine di chiunque cerca la consistenza, il valore della propria vita dalla carne di altri uomini. I vana-gloriosi non possono credere, sono prigionieri delle catene carnali, ogni giudizio, ogni pensiero, ogni progetto, ogni relazione, tutto è avvelenato dalla carne. Essa richiama la corruzione, il transitorio, la morte. "Ogni carne è come l'erba... ma la Parola di Dio rimane in eterno" (Is. 40,6). Per questo Gesù dirà che i padri hanno mangiato sì la manna ma sono morti. Essa era solo una profezia di quanto sarebbe accaduto, un segno che Dio, nella precarietà, avrebbe provveduto in modo definitivo, compiendo quanto quel frumento sceso dal Cielo stava annunciando. 


Nel cammino della vita, nella totale precarietà dell'esistenza Dio avrebbe deposto una rugiada di vita eterna. Nella carne Dio avrebbe deposto la vita che non muore. Dio avrebbe visitato di nuovo il mondo, avrebbe compiuto la Pasqua definitiva, la liberazione di ogni uomo dalla schiavitù del peccato. Sì, Dio avrebbe liberato i suoi figli dalla prigione della carne, avrebbe aperto i loro occhi sulla verità, il suo amore infinito celato in ogni istante della storia. E lo avrebbe fatto nel suo stesso Figlio, inviandolo ad ogni uomo quale apostolo della sua stessa vita. E' questo il senso profondo delle parole di Gesù. Il Padre, fonte della vita che non muore, lo ha inviato a donare quella stessa vita, l'unica capace di saziare i desideri dell'uomo. Gesù stesso ha vissuto, nella sua carne, "per mezzo" della vita del Padre. La sua carne l'ha custodita sin sulla Croce, sin dentro alla tomba, per lasciarla esplodere vittoriosa sulla morte: "La divinità si nascose sotto l’umanità e si avvicinò alla morte, la quale uccise e a sua volta fu uccisa. La morte uccise la vita naturale, ma venne uccisa dalla vita soprannaturale" (S. Efrem).

Nella carne di Cristo si è compiuta la vera e definitiva liberazione. Ad essa ogni figlio di Adamo può attingere per non vedersi più morire. In Lui si realizza l'esodo definitivo, quello che dall'Egitto che tutti sperimentiamo, la schiavitù della carne che ci obbliga a fabbricare mattoni per piramidi di morte, ci conduce alla terra della libertà, dove scorrono il latte e il miele dell'amore e della comunione, dell'intimità con Dio e della gratuità. La carne di Gesù è la carne dell'agnello offerto in riscatto per i peccati. Il sangue di Gesù è quello dell'agnello che ha protetto i figli di Israele dall'angelo della morte. Per questo la carne e il sangue di Gesù sono alimento e bevanda veri, degni di fede. Nella carne e nel sangue di Gesù Cristo crocifisso, morto e risorto, ogni uomo può vedere di nuovo il Cielo, il bene che l'inganno del demonio gli ha occultato. Per questo è necessario mangiare della sua carne e bere del suo sangue. E' necessario che Cristo rompa in ciascuno di noi le barriere della morte, che cancelli ogni peccato, che deponga la vita dove ci ha preso la morte. "La vita con Dio, la vita eterna nella vita temporale, è possibile per questo, perché esiste la vita di Dio con noi: Cristo è Dio che viene a stare con noi. In lui Dio ha tempo per noi, lui è il tempo di Dio per noi e quindi, allo stesso tempo, l'apertura del tempo sull'eternità" (J. Ratzinger, Il Dio vicino).


Tutto questo è dimorare in Gesù, e, con Lui, dimorare in Dio. Gli occhi aperti sul volto di Dio, e la sua misericordia capace di saziare e purificare ogni moto del nostro cuore. La vita pacificata perchè nella precarietà della carne ha preso dimora l'incorruttibilità della vita divina. La pace di un abbandono confidente perchè sazio della carne e del sangue del Signore, del cibo che comunica il tutto di Dio. Mangiare di Gesù allora è aprirsi, giorno per giorno, ad una nuova vita, dove le stesse persone e gli stessi eventi acquistano una luce nuova, la luce che emana la vita celeste scesa sino alle profondità delle nostre storie. Esse, in Cristo, non sono lanciate verso il nulla, ma in cammino verso la pienezza di quella vita che già, oggi, possiamo pregustare. Mangiare la carne e bere il sangue del Signore è accogliere la nostra stessa vita trasformata dalla potenza della sua Vita: è Lui che ogni giorno si fa nostro prossimo, viandante con noi come sulla strada di Emmaus. Mangiare di Lui è implorarlo di non passare oltre e di fermarsi esattamente dove ci troviamo, perchè quell'evento che ci spaventa, quella relazione difficile che ci blocca, non ci incuta più il timore che ha indurito il cuore del Popolo d'Israele facendolo ritornare sui propri passi e impedendogli di entrare nel riposo promesso. Gesù è mandato oggi perchè possiamo vivere per Lui, come Lui ha vissuto per il Padre: Ciò significa vivere nella storia concreta che ci si dipana dinanzi a noi come Gesù ha vissuto il cammino alla Croce che lo attendeva. Lui vedeva la vittoria oltre il Golgota, la vita al di là della propria morte. Con Lui anche noi possiamo sperimentare proprio in ciò che ci impaurisce, nei fallimenti e nelle situazioni difficili, la vita eterna, il riposo promesso, l'amore infinito che ha distrutto la morte. La carne di Cristo nella nostra carne, il suo sangue nel nostro sangue, per vivere la sua vita, eterna, infinita, che supera le mura dell'orgoglio e della paura, per entrare ogni giorno nella storia e scoprirvi i frutti di pienezza in essa piantati: "Ogni dolore accolto, ancora così nascosto, ogni silenziosa sopportazione del male, ogni superamento interiore di se stessi, ogni inizio di amore, ogni rinuncia e ogni silenzioso atto di affidamento a Dio: tutto ciò diventa ora operante nel tutto; niente di buono accade invano. Alla potenza del male, che con i suoi tentacoli minaccia di attaccare tutta la struttura della nostra società e di soffocarla in un abbraccio mortale, si oppone questo silenzioso circuito della vera vita... nel quale si realizza il regno di Dio, poiché la volontà di Dio accade sulla terra come in cielo" (J. Ratzinger, Il Dio vicino).


L'eucarestia è in fondo questo grande mistero, imparare a dimorare, istante dopo istante, nel cuore di Dio. Dire amen nell'amen di Cristo, nutrirci della volontà di Dio, il cibo del Figlio, che la carne non può conoscere. Dire amen alla storia, alimentarci del Pane Vivo disceso dal Cielo nella nostra vita, così come si presenta: amen alla malattia della nipote, amen al carattere del marito, amen al licenziamento, amen alla ribellione del figlio, amen a ogni frammento di vita perchè ciascuno, anche il più piccolo, è un frammento del corpo benedetto di Cristo che ha assunto tutta la nostra vita. Riservare alla nostra vita la stessa attenzione devota e piena di unzione con la quale non si perde neanche il più piccolo frammento dell'ostia consacrata nella patena, perchè nella patenza della nostra carne è vivo Cristo... Imparare a vivere, giorno dopo giorno, nell'amore infinito del Padre, nell'intimità feconda, libera, pacificante, gioiosa con Cristo suo Figlio. Come Giovanni, reclinato sul petto di Gesù: “Questi è colui che giacque sopra ‘l petto del nostro Pellicano, e Questi fue di su la croce al grande officio eletto” (Dante, Paradiso, XXV, 112-114).









Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità 
Jesus, the Word to Be Spoken, 6


«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui»


Con quanta tenerezza Gesù ci parla quando si offre ai suoi nella santa comunione: «La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mo sangue dimora in me ed io in lui». Che cosa potrebbe darmi come cibo, il mio Gesù, di più della sua carne? No, Dio non potrebbe far di più, né mostrarmi un amore più grande.
La santa comunione, come dice la parola stessa, è l'unione intima di Gesù con la nostra anima e il nostro corpo. Se vogliamo avere la vita e possederla in modo più grande ancora, dobbiamo vivere della carne di nostro Signore. I santi l'hanno così ben capito che potevano passare ore in preparazione ed ancor più in rendimento di grazie. Chi potrebbe spiegarlo? «Quale profondità di ricchezza nella sapienza e scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi, esclamava Paolo, e inaccessibili le sue vie, poiché chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore?» (Rm 11,33-34).
Quando accogliete Cristo nel vostro cuore dopo aver condiviso il Pane Vivo, pensate a quanto la Madonna debba aver provato allorché lo Spirito Santo la coprì della sua ombra ed ella, piena di grazia, ricevette il corpo di Cristo (Lc 1,26s). Lo Spirito era così forte in lei che subito «ella si alzò in fretta» (v.39) per andare e servire.




J. Ratzinger. La vita divina nella nostra vita.
Da "Il Dio vicino"



"La vita con Dio, la vita eterna nella vita temporale, è possibile per questo, perché esiste la vita di Dio con noi: Cristo è Dio che viene a stare con noi. In lui Dio ha tempo per noi, lui è il tempo di Dio per noi e quindi, allo stesso tempo, l'apertura del tempo sull'eternità.
Dio non è più il Dio lontano, indeterminato, a cui non arriva alcun ponte, ma è il Dio vicino: il corpo del Figlio è il ponte delle nostre anime. Per mezzo di lui il rapporto con Dio di ciascuno di noi si è fuso nell'unicità della sua relazione con Dio, così che guardare a Dio non è più distogliere lo sguardo dagli altri e dal mondo, ma fusione del nostro sguardo e del nostro essere con lo sguardo unico e l'essere unico del Figlio. Poiché lui è disceso nelle profondità della terra (Ef 4,9s), Dio non è più solo un Dio che sta in alto, ma ci circonda e ci abbraccia, dall'alto, dal basso e dal profondo di noi stessi: Egli è tutto in tutto, e per questo a noi appartiene tutto in tutto: «Tutto quello che è mio, è tuo». Il «Dio tutto in tutto» ha avuto inizio con l'autoesproprìazione di Cristo in croce. Si compirà quando il Figlio consegnerà definitivamente al Padre il regno, cioè l'umanità radunata e la creazione tutta, insieme con essa (1Cor 15,28). Per questo non c'è più il puro privato dell'io isolato, ma «tutto ciò che è mio è tuo». Questa splendida parola del padre al figlio perduto (Lc 15,31), con cui poi Gesù ha descritto la sua esclusiva relazione con il Padre nella preghiera sacerdotale (Gv 17,10), nel corpo di Cristo vale anche per noi tutti tra di noi.
Ogni dolore accolto, ancora così nascosto, ogni silenziosa sopportazione del male, ogni superamento interiore di se stessi, ogni inizio di amore, ogni rinuncia e ogni silenzioso atto di affidamento a Dio: tutto ciò diventa ora operante nel tutto; niente di buono accade invano. Alla potenza del male, che con i suoi tentacoli minaccia di attaccare tutta la struttura della nostra società e di soffocarla in un abbraccio mortale, si oppone questo silenzioso circuito della vera vita, come la potenza liberante, in cui il regno di Dio, senza attirare l'attenzione, come dice il Signore, è già in mezzo a noi (Lc 17,21). In questo circuito si realizza il regno di Dio, poiché la volontà di Dio accade sulla terra come in cielo" (J. Ratzinger, Il Dio vicino, pagg. 154-155).






Sant’Efrem, diacono. La carne crocifissa ponte che ci conduce al cielo.
Disc. sul Signore, 3-4. 9

Il nostro Signore fu schiacciato dalla morte, ma a sua volta egli la calpestò come una strada battuta. Si sottomise spontaneamente alla morte, accettò volontariamente la morte, per distruggere quella morte, che non voleva morire. Nostro Signore infatti uscì reggendo la croce perché così volle la morte. Ma sulla croce col suo grido trasse i morti fuori dagli inferi, nonostante che la morte cercasse di opporsi.
La morte lo ha ucciso nel corpo, che egli aveva assunto. Ma con le stesse armi egli trionfò sulla morte. La divinità si nascose sotto l’umanità e si avvicinò alla morte, la quale uccise e a sua volta fu uccisa. La morte uccise la vita naturale, ma venne uccisa dalla vita soprannaturale. Siccome la morte non poteva inghiottire il Verbo senza il corpo, né gli inferi accoglierlo senza la carne, egli nacque dalla Vergine, per poter scendere mediante il corpo al regno dei morti. Ma una volta giunto colà col corpo che aveva assunto, distrusse e disperse tutte le ricchezze e tutti i tesori infernali.
Cristo venne da Eva, genitrice di tutti i viventi. Ella è la vigna, la cui siepe fu aperta proprio dalla morte per le mani di quella stessa Eva che doveva, per questo, gustare i frutti della morte. Eva, madre di tutti i viventi, divenne anche causa di morte per tutti i viventi.
Fiorì poi Maria, nuova vite rispetto all’antica Eva, e in lei prese dimora la nuova vita, Cristo. Avvenne allora che la morte si avvicinasse a lui per divorarlo con la sua abituale sicurezza e ineluttabilità. Non si accorse, però, che nel frutto mortale, che mangiava, era nascosta la Vita. Fu questa che causò la fine della inconsapevole e incauta divoratrice. La morte lo inghiottì senza alcun timore ed egli liberò la vita e con essa la moltitudine degli uomini.
Fu ben potente il figlio del falegname, che portò la sua croce sopra gli inferi che ingoiavano tutto e trasferì il genere umano nella casa della vita. Siccome poi a causa del legno il genere umano era sprofondato in questi luoghi sotterranei, sopra un legno entrò nell’abitazione della vita. Perciò in quel legno in cui era stato innestato il ramoscello amaro, venne innestato un ramoscello dolce, perché riconosciamo colui al quale nessuna creatura è in grado di resistere. Gloria a te che della tua croce hai fatto un ponte sulla morte. Attraverso questo ponte le anime si possono trasferire dalla regione della morte a quella della vita.
Gloria a te che ti sei rivestito del corpo dell’uomo mortale e lo hai trasformato in sorgente di vita per tutti i mortali.
Tu ora certo vivi. Coloro che ti hanno ucciso hanno agito verso la tua vita come gli agricoltori. La seminarono come frumento nel solco profondo. Ma di là rifiorì e fece risorgere con sé tutti.
Venite, offriamo il nostro amore come sacrificio grande e universale, eleviamo cantici solenni e rivolgiamo preghiere a colui che offrì la sua croce in sacrificio a Dio, per rendere ricchi tutti noi del suo inestimabile tesoro.



APPROFONDIRE





CATECHISMO

CATECHISMO. IL SACRAMENTO DELL'EUCARISTIA


CONCORDANZE

Concordanze di Gv. 6


COMMENTI E OMELIE





Giovedì della III settimana del Tempo di Pasqua




L’uomo aspira ad una gioia senza fine,
vuole godere oltre ogni limite, anela all’infinito

Benedetto XVI, Luce del mondo


Dal Vangelo secondo Giovanni 6,44-51.

Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». 


IL COMMENTO

Abbiamo udito la voce del Padre? Nel fondo del nostro intimo abbiamo ascoltato le sue parole, quel moto dello Spirito che ci conduce a Cristo? La voce del Padre è il desiderio inappagato che ci stringe il cuore. Chi lo sente e non vi sfugge ode il Padre e va a Cristo. Chi se ne libera come di un ferrovecchio, superstizione o sentimentalismo d'accatto, non ode il Padre e non può andare a Cristo.

Dal Padre si impara il cammino al Figlio, si apprende il destino prorompente che non lascia tranquilli. "Quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito" (Cesare Pavese)Altre speranze, altri desideri insegnano altri destini, di morte, di dolore, d'inferno. Sì, perchè l'inferno comincia qui ed è l'assenza di desiderio, la sparizione dell'amore dall'orizzonte dell'esistenza. E' la manna che sfama ma non sazia, il cibo che non libera dalla morte. Scriveva Sant'Agostino: "Se il poeta ha potuto dire [cita Virgilio, Ecl. 2 ]: “Ciascuno è attratto dal suo piacere”, non dalla necessità ma dal piacere, non dalla costrizione ma dal diletto; a maggior ragione possiamo dire che si sente attratto da Cristo l’uomo che trova il suo diletto nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, in tutto ciò, insomma, che è Cristo».

Solo chi ha imparato dal Padre può comprendere, accogliere e conoscere il Figlio. E la scuola del Padre è il suo attirare con un piacere alto, impossibile all'uomo, e per questo donato dal Cielo. Imparare dal Padre significa essere attirati dal desiderio di Cristo. Ogni nostro desiderio, anche quello tradotto in concupiscenza della carne, esprime il desiderio latente dell'unico piacere che può saziare, un piacere che non uccide ma dona la vita. La sessualità ad esempio, è incastonata in un piacere carnale che non si esaurisce nella soddisfazione dell'istinto, ma che invece si dilata nella misura che sorge da una donazione totale di sé, nel compimento della volontà divina di un amore che non difende nulla, aperto alla fecondità e alla vita.

Quando l'atto sessuale è sganciato dall'autenticità del dono totale di se stessi responsabilmente e liberamente scelto nel vincolo matrimoniale, diviene manna che non sazia, un dono del Cielo pervertito al punto di condurre alla morte. Ci si può unire al proprio coniuge e morire, usando del corpo altrui per soddisfare un desiderio ed un bisogno svincolato dalla verità. E' una menzogna che uccide, molto più quando lo stesso atto sessuale è compiuto al di fuori del matrimonio, tra ragazzini o tra amanti ultra quarantenni, o quando si usano metodi anticoncezionali, ovvero anti-vita, barriere erette contro la volontà di Dio. La concupiscenza carnale infatti, come scriveva Sant'Agostino, "non è un bene procedente dalla essenza del matrimonio, ma un male, conseguenza del peccato originale".

Essere costantemente attirati dal Padre e condotti verso Cristo significa dunque vivere ogni desiderio ed ogni piacere, anche la sessualità, come un dono celeste, nutrirsi di un cibo che non perisce; in ogni santo desiderio si può sperimentare la vita eterna, perchè nulla è contro l'uomo quando è vissuto in Cristo. E' Lui il piacere compiuto, e per questo si è fatto carne da mangiare. In Cristo la carne è redenta; attirati dall'amore del Padre e consegnati a Cristo possiamo sperimentare la bellezza, la pace e la sazietà della nostra carne trasfigurata, fatta essa stessa pane consegnato per la vita di chi ci è accanto. La sessualità secondo la volontà di Dio è il dono del Pane della vita, è il mistero di un amore che non esige e non si appropria di nulla, è una liturgia celeste celebrata nella carne consegnata mutuamente. Non a caso sul talamo nuziale veniva posto lo stesso baldacchino che sormontava gli altari, immagine della Shekinà divina, la presenza di Dio che dal Cielo discende sulle specie eucaristiche come sugli sposi; il letto coniugale infatti è un altare dove si consuma lo stesso mistero di vita che si compie sulla mensa eucaristica: il pane di vita che discende dal cielo e dona la vita.

Dio desta in noi il desiderio del Suo Figlio, di gustare il suo amore vivo, celeste eppure reale, che si può mangiare. Il Pane della Vita, la volontà di Dio che scende sul campo della nostra esistenza come rugiada, giorno dopo giorno come un alimento capace di saziare e che fa pregustare il destino autentico, la vita eterna. Lasciamoci oggi ammaestrare da Dio attraverso la storia, liquido di contrasto donatoci per evidenziare il desiderio con il quale Dio ci ha creati, la nostalgia di Lui, dell'amore che colma e dà senso e gioia e compiutezza alle nostre vite. Anche le sofferenze, le delusioni, i fallimenti, gli stessi peccati ci ammaestrano e ci fanno umili sino a consegnarci tra le braccia del Padre, quelle stesse crocifisse e accoglienti del suo Figlio. Attirati in Cristo, per sperimentare il sapore del Cielo in ogni relazione, in ogni evento; attirati in Cristo per gustare un amore che è la stessa vita eterna. "L’amore è “estasi”, ma estasi non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio" (Benedetto XVI, Deus caritas est).



San Pier Damiani (1007-1072), eremita poi vescovo, dottore della Chiesa
Discorsi, 45 ; PL 144,743 et 747

« Questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia »

La Vergine Maria ha dato alla luce Gesù Cristo, l'ha riscaldato nelle sue braccia, l'ha avvolto in fasce e l'ha circondato di cure materne. È proprio lo stesso Gesù di cui riceviamo ora il corpo e beviamo il sangue redentore nel sacramento dell'altare. Questo ritiene vero la fede cattolica, questo insegna fedelmente la Chiesa.
Nessuna lingua umana potrà mai glorificare abbastanza colei dalla quale ha preso carne, lo sappiamo, « il mediatore fra Dio e gli uomini » (1 Tm 2,5). Nessun omaggio umano è all'altezza di colei il cui grembo purissimo ha dato il frutto che è il cibo delle nostre anime : colui, in altri termini, che rende testimonianza a se stesso con le parole : « Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno ». Infatti, noi che eravamo stati cacciati dal paradiso di delizie a causa di un cibo, per mezzo di un cibo ritroviamo le gioie del paradiso. Eva ha preso un cibo, e siamo stati condannati a un digiuno eterno ; Maria ha dato un cibo, e la porta del banchetto del cielo ci è stata aperta.

Martedì della III settimana di Pasqua




Gesù viene in ciascuna delle nostre vite come pa­ne di vita...
per farsi mangiare, per farsi consumare da noi. Ecco come ci ama.

Teresa di Calcutta


Dal Vangelo secondo Giovanni 6,30-35.

Allora gli dissero: «Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. 


IL COMMENTO


Siamo abituati a credere vedendo. Abbiamo bisogno di poterci appoggiare a segni che ci siano familiari, non sopportiamo la precarietà di ciò che sfugge al rigido incasellamento della realtà che abbiamo prodotto. Come i Giudei in dialogo con Gesù che hanno sperimentato qualcosa di incredibile, hanno intuito l'eco di segni passati, vorrebbero la certezza che quel Gesù di Nazaret sia proprio il Profeta simile e più grande di Mosè che attendevano. Chiedono ancora un segno, magari più esplicito, ed una bella didascalia che rientri nelle loro categorie. Non escludono la possibilità che Gesù sia il Messia, ma reclamano un segno cui siano abituati, intellegibile, decodificabile. Ma mancano degli strumenti adatti per discernere il significato cui esso rimanda, è la carne che li muove, non è lo Spirito che li guida nella comprensione delle Scritture, della Storia, dei segni.

Anche se apparentemente religiosa e secondo tradizione, la questione che essi pongono sale dalla pancia, dall'esperienza della sazietà che restringe inesorabilmente il campo visivo all'istinto primordiale, mangiare per vivere. Il miracolo è schiacciato su una prospettiva tutta immanente, il Cielo è solo una finestra che si apre per sfamare gli appetiti, risolvere i problemi, provvedere alle necessità. E' questo il criterio che muove i loro occhi e le loro menti, ed appare evidente quando confondono l'umanissimo Mosè con Dio stesso. Essi non superano le sembianze, idolatrano la creatura dimenticando il Creatore. Fissano lo sguardo sulla carne pur guardando al Cielo. Come ciascuno di noi, che confondiamo gli eventi della nostra vita quali prodotti delle nostre o delle altrui forze, siano essi positivi o negativi. Dio aggiusta, aiuta, collabora, elargisce qualche strumento perchè noi si possa operare, ma nulla di più. "Aiutati che Dio ti aiuta", frase assurta al rango di Parola di Dio mentre di essa nella Scrittura non v'è traccia.

Per questo, quando le cose girano diversamente dai nostri progetti, quando non siamo esauditi nelle nostre preghiere, mormoriamo, ci chiudiamo, e tagliamo con Dio. La nostra relazione con Lui non è altro che una spruzzatina di zucchero a velo sulla torta che ci sforziamo di preparare. E Gesù oggi spiazza noi come ha spiazzato i Giudei che lo seguivano. Non è stato Mosè, ma Dio stesso a dare il Pane del Cielo, e, volgendo il verbo dal passato al presente, Gesù annuncia che l'azione di Dio non è ferma ad un momento di cui si attende la ripetizione. Mosè era un segno per il Popolo, un indicatore di Dio stesso. Non le opere degli uomini, fossero anche profeti, ma l'Opera di Dio. La fede è l'Opera di Dio perchè è incastonata nella sua stessa esistenza, nel suo amore che dona, senza riserve, la Vita. La manna, il pane del Cielo, è un segno che sfugge ai limiti dello spazio e del tempo, è il Cielo stesso che appare sulla terra; paradossalmente, proprio nel suo corrompersi giorno dopo giorno, richiama a una dipendenza quotidiana, di ogni istante, la stessa che costituiva Adamo ed Eva nel Paradiso come creature libere e felici, nude e senza difese, abbandonate al proprio Creatore. La manna annuncia il Cielo, il riposo escatologico, la Terra Promessa, il destino d'ogni uomo. Per questo solo il venerdì era concesso prenderne doppia razione, profezia del giorno senza tramonto dove non vi sarà più bisogno di nulla perchè l'amore di Dio colmerà eternamente ogni uomo.

Così si comprende l'annuncio di Gesù, il suo dichiararsi Pane della Vita. L'accostarsi a Lui, il credere, cioè il mangiare, istante dopo istante, la sua stessa Vita è la vera e definitiva sazietà. Lui è Dio stesso, il Cielo approdato sulla Terra, la Vita che non muore e che si fa cibo, manna da accogliere, semplicemente, giorno dopo giorno, rinnovando l'abbandono fiducioso alla sua Opera. Passare dalla carne allo Spirito, odiare padre, madre, figli, fratelli, finanche la propria vita per seguire Lui, lasciando che sia Lui ad operare in noi. "La fede non ha permanenza di per se stessa. Non la si può mai semplicemente presupporre come una cosa già in se conclusa. Deve continuamente essere rivissuta. E poiché è un atto, che abbraccia tutte le dimensioni della nostra esistenza, deve anche essere sempre ripensata e sempre di nuovo testimoniata" (da La fede della Chiesa di Roma, dell’allora cardinal Joseph Ratzinger, durante il Sinodo Romano, il 18 gennaio 1993). Solo la fede che cresce e si rinnova in un continuo andare a Cristo ci fa capaci di accogliere quello che realmente il nostro cuore desidera; non avere più fame, non dover più operare perchè gli altri ci sazino con pani che non sfamano, affetti, consolazioni, gioie che passano in un istante. Lasciamoci oggi stupire dal Signore, abbandonando quei criteri attraverso i quali filtriamo tutto, e accogliamo il segno che ci è dato, Gesù stesso, Dio fatto pane, amore sbriciolato per ciascuno di noi.


San Giustino (circa 100 -160), filosofo, martire
Prima Apologia, 67.66 ; PG 6, 427-431




«Il pane del cielo, quello vero »

Nel giorno chiamato "del Sole" [la domenica] ci si raduna tutti insieme, abitanti delle città o delle campagne, e si leggono le memorie degli Apostoli o gli scritti dei Profeti, finché il tempo consente. Poi, quando il lettore ha terminato, il preposto con un discorso ci ammonisce ed esorta ad imitare questi buoni esempi. Poi tutti insieme ci alziamo in piedi ed innalziamo preghiere; e, come abbiamo detto, terminata la preghiera, vengono portati pane, vino ed acqua, ed il preposto, nello stesso modo, secondo le sue capacità, innalza preghiere e rendimenti di grazie, ed il popolo acclama dicendo: "Amen".

Questo cibo è chiamato da noi Eucaristia, e a nessuno è lecito parteciparne, se non a chi crede che i nostri insegnamenti sono veri, si è purificato con il lavacro per la remissione dei peccati e la rigenerazione, e vive così come Cristo ha insegnato. Infatti noi li prendiamo non come pane comune e bevanda comune; ma come Gesù Cristo, il nostro Salvatore incarnatosi, per la parola di Dio, prese carne e sangue per la nostra salvezza, così abbiamo appreso che anche quel nutrimento, consacrato con la preghiera che contiene la parola di Lui stesso e di cui si nutrono il nostro sangue e la nostra carne per trasformazione, è carne e sangue di quel Gesù incarnato. Infatti gli Apostoli, nelle loro memorie chiamate vangeli, tramandarono che fu loro lasciato questo comando da Gesù, il quale prese il pane e rese grazie dicendo: "Fate questo in memoria di me, questo è il mio corpo". E parimenti, preso il calice e rese grazie disse: "Questo è il mio sangue"; e ne distribuì soltanto a loro (Mt 26,26s; 1 Cor 11,23s)... Ci raccogliamo tutti insieme nel giorno del Sole, poiché questo è il primo giorno nel quale Dio, trasformate le tenebre e la materia, creò il mondo; sempre in questo giorno Gesù Cristo, il nostro Salvatore, risuscitò dai morti.


Lunedì della III settimana del Tempo di Pasqua


O Divino Maestro,
che io non cerchi tanto di essere consolato quanto di consolare.
Non di essere compreso quanto di comprendere.
Non di essere amato, quanto di amare.
Infatti: donando si riceve.
Dimenticandosi si trova comprensione.
Perdonando si è perdonati.
Morendo si risuscita alla vera Vita.
San Francesco d’Assisi


Dal Vangelo secondo Giovanni 6,22-29.

Il giorno dopo, la folla, rimasta dall'altra parte del mare, notò che c'era una barca sola e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma soltanto i suoi discepoli erano partiti. Altre barche erano giunte nel frattempo da Tiberìade, presso il luogo dove avevano mangiato il pane dopo che il Signore aveva reso grazie. Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Gesù. Trovatolo di là dal mare, gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose: «In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?». Gesù rispose: «Questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato».

COMMENTO

Cercare Gesù per saziarsi di un cibo che si corrompe è la sventura più grande. Come non accorgersi di aver ricevuto un buono per aquistare senza limiti di spesa in un grande magazzino e comprare solo un chilo di pasta. Gesù è molto di più di quanto immaginiamo. Gesù è molto di più anche di quanto speriamo. Le sue parole di oggi sono molto serie, relativizzano gli stessi miracoli che Lui compie nella nostra vita. Essi ci saziano per un momento e sono destinati a significare altro immensamente più grande; se divengono l'assoluto che governa e muove la nostra esistenza si trasformano in fonte di corruzione. Sì, anche i doni di Dio possono corrompersi e corromperci; il matrimonio, il lavoro, lo studio, gli amici, i beni con i quali ci benedice sono segni di Lui, della sostanza che dà consistenza, autenticità e pienezza all'esistenza. Ma i segni non sono il senso della nostra vita, indicano il cammino per scoprirlo e accoglierlo. Fare del matrimonio, dei figli, dell'essere prete, della missione, degli amici, del fidanzato, dello studio, del lavoro, il fine ed il centro della nostra vita, significa strumentalizzare e pervertire le opere di Dio. Significa idolatrare un segno a scapito del significato.

E' l'esperienza che spesso facciamo: le cose belle e sante che ci sono donate ci si imputridiscono tra le mani, e scopriamo che quello che sino ad oggi sembrava averci saziati non ha più nulla da darci, non ci consola, non ci rende felici, anzi, è fonte di insoddisfazione, frustrazione, tristezza. La catechesi di Gesù nella Sinagoga di Cafarnao che inizia con il brano di oggi ci introduce nel mistero dell'eucarestia, attraverso l'illuminazione della profonda realtà del nostro cuore. La verità è imprescindibile per cogliere almeno un frammento dell'immensità dell'eucarestia. Essa è carne eterna che incontra, assume e divinizza una carne mortale, la nostra carne. Per questo è necessario conoscere innanzi tutto noi stessi, le nostre attitudini, per poter accogliere, disarmati, un amore così grande.

Il commento dei giudei al termine del discorso di Gesù è lo stesso che sorge dal nostro cuore: "questo linguaggio è duro...". E' duro scoprire le idolatrie che si annidano nel nostro intimo, l'infantilità con la quale affrontiamo la vita. Siamo degli eterni capricciosi, stringiamo tra le mani il giocattolo nuovo che ci hanno regalato e guai a chi ce lo vuole togliere. Salvo, dopo qualche ora, stufarci e cercarne un altro che soddisfi i nostri nuovi bisogni.

Proviamo ad analizzare i nostri rapporti, chiusi, assoluti, segnati dall'esigenza. Sono tutti corrotti e ci lasciano in eredità un'insoddisfazione inguaribile. Vorremmo sempre di più, dal fidanzato che assediamo con migliaia di messaggini; dalla moglie che non è mai come vorremmo; dagli amici che dovrebbero dare sempre prova di una fedeltà incondizionata; ci aggrappiamo alle persone che Dio ci ha donato come ad una fonte incontrata nel deserto. E, stoltamente, non ci rendiamo conto che sono fontane screpolate, incapaci di saziare l'autentico bisogno del nostro cuore.

Per questo Gesù oggi illumina senza sconti la nostra realtà. Lo seguiamo, lo cerchiamo perchè sazi i nostri desideri, perchè ci dia una fidanzata ed un matrimonio, dei figli, un lavoro che ci realizzi e ci faccia vivere dignitosamente, successo nelle nostre imprese, siano anche quelle missionarie; cerchiamo il Signore perchè compia i nostri progetti. Ma i suoi doni non sono altro che il suo biglietto da visita, un assaggio del banchetto che ci ha preparato. Insipienti come siamo, vorremmo fermarci agli aperitivi e agli antipasti, ingordi ci abbuffiamo di tartine e non abbiamo più spazio per i primi, i secondi, i dessert. Ci fermiamo sulla soglia del Cielo confondendolo con qualche millimetro di terra. Il matrimonio, i figli, gli amici, il lavoro, sono solo la porta a qualcosa di infinitamente più grande, l'incontro decisivo con Cristo. E' Lui il cibo che non perisce, è Lui il nostro desiderio più profondo.

Procurarsi il cibo che non si corrompe è lasciarsi amare da Lui, attirare nella sua vita che non ha confini, essere trasformati in Lui, in pane che sazia la vita di ogni uomo. Il cibo che non perisce è quello che reca il sigillo del Padre, la denominazione controllata e garantita di un'opera destinata all'eternità. Il suo amore, che offre se stesso in tutto e nulla offre a se stesso. Il cibo che non perisce è lo stesso alimento di Cristo, fare la volontà di Colui che lo ha inviato e compiere la sua opera: offrire la propria vita, passare attraverso la grande tribolazione della Croce, donarsi senza riserve, per ricevere la palma della vittoria e del martirio, dell'amore al nemico perchè al nemico siano spalancate le porte del Cielo.

Quando viviamo difendendoci sperimentiamo la vanità di ogni cosa, viviamo contro natura, e così anche il matrimonio non ci sazia, come ogni altra relazione; ci chiudiamo per offrire tutto a noi stessi; pervertiamo ogni dono di Dio in un feticcio da usare come un lecca lecca. Ma la moglie, il marito, i figli, gli amici, il lavoro, la fidanzata, sono segno di Cristo. Tutto è segno di un amore più grande che ci tascina a perdere e donare noi stessi e la nostra vita, per ritrovarla moltiplicata, eterna! Rispettare la dignità e l'unicità di tutti, la libertà e la santità di cui sono segno; saper fermarsi e non appropriarsi degli altri, ingannati da pseudo-sentimenti che sono solo egoismo infantile con conseguenze devastanti, tra sessualità perversa e degradante, gelosie, compromessi. Il cibo che non perisce è un amore casto che guarda all'altro come ad un santuario dove dimora Cristo vivo; il cibo che non perisce è una relazione fondata sul pudore, che non attenta all'intimità inviolabile dell'altro, che non esige di sapere tutto, di scoprire i segreti, che non brama di spogliare e spogliarsi per usare e farsi usare saziando appetiti che corrompono e gettano nel disprezzo di se stessi e nella disperazione. Il cibo che non perisce è un amore paziente, mansueto, conscio della propria debolezza, che fugge ogni occasione di inciampo nell'egoismo e nell'istinto sempre accovacciato alla porta del cuore. Il cibo che non perisce è un amore che ha crocifisso le proprie voglie e concupiscenze perchè guarda attraverso la carne, e intercetta in ogni persona la luce dell'eterno volto del Padre.

Il cibo che non perisce è il dono di Dio in Cristo. Nessun moralismo, nessuno sforzo, solo una Grazia da accogliere. Il Signore vuole donarci questo cibo, una vita impressionante, che neanche possiamo immaginare. Libera, autentica, bella, santa. Una vita che non subisce corruzione, pur crocifissa, condizionato dalle pressioni e dalle tentazioni del mondo, del demonio e della carne. Il Signore, donandoci Lui stesso come alimento, ci consegna, compiuta, una vita celeste, che supera le barriere che la carne frappone alla vera felicità. Una vita immersa nella misericordia, il dono più grande. Su questa vita scende lo Spirito Santo, il sigillo di Dio, il soffio di vita eterna su ogni opera fatta in Cristo, in un amore che nulla difende, che tutto dona, senza riserve. E' questo il segno dell'incorruttibile che ha assorbito il corruttibile, perchè può donare se stesso solo chi non teme di esaurire le scorte, solo chi ha vita sovrabbondante dentro. E' felice e ama solo chi ha incontrato davvero Cristo e vive tutto in Lui, alla sua presenza, per Lui e con Lui.

Non si tratta dunque di dover far qualcosa per compiere chissà quali opere, ma solo di credere, di abbandonare la propria vita all'amore di Dio rivelato in Cristo Gesù: si tratta di consegnarsi a chi si consegna a noi, a cercare Lui in ogni volto, in ogni evento. Lasciarsi attirare nel dono di se stessi, perchè l'unica vita che non perisce è proprio quella perduta per amore.


Sant'Ilario di Poitiers (circa 315-367), vescovo, dottore della Chiesa Trattato sulla Trinità, I, 37-38 (trad. dal breviario)



«Questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato»

Dipende da te concedere l'oggeto della nostra preghiera, essere presente a quanto si chiede, aprire a chi bussa. La natura è presa da una strana pigrizia e non possiamo capire ciò che ti riguarda per la debolezza della nostra intelligenza... Attendiamo dunque che tu dia slancio agli inizi di questa impresa, causa per noi di trepidazione, che la consolidi con spirito dei profeti e degli apostoli, perché possiamo capire le lro parole nello stesso senso con cui essi le hanno pronunziate e le interpretiamo nel loro significato. Parleremo, infatti, di quanto essi predicarono per tua ispirazione. Annunzieremo cioè te, Dio Eterno, padre dell'Eterno e Unigenito Dio. Confesseremo che tu solo sei senza nascita con l'unico nostro Signore, Gesù Cristo, generato da te fin dall'eternità e da non annoverarsi fra gli dèi. Generato da te, che sei l'unico Dio e non da diversa sostanza. Crederemo che è veramente Dio colui che è nato da te, che sei veramente Dio e Padre. Aprici dunque l'autentico significato delle parole, e donaci luce per comprendere efficacia di parola, vera fede. Fa che possiamo esprimere ciò che crediamo, che proclamiamo tem unico Dio Padre, e l'unico Signore Gesù Cristo... Fa' che... sappiamo affermare che tu, o Padre, sei Dio insieme al Figlio, e sappiamo predicare la divinità senza errori.