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Sabato della I settimana del Tempo Ordinario




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Mc 2,13-17

In quel tempo, Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».



IL COMMENTO

Scriveva Santa Teresa di Lisieux nella sua Storia di un’anima. “... Il Re della Patria luminosa è venuto a vivere trentatrè anni nel paese delle tenebre. Ahimè! Le tenebre non hanno capito che quel Re divino era la luce del mondo. Ma, Signore, la vostra figlia ha capito la vostra luce divina, vi chiede perdono per i suoi fratelli, accetta di nutrirsi per quanto tempo voi vorrete del pane di dolore e non vuole alzarsi da questa tavola colma di amarezza dove mangiano i poveri peccatori prima del giorno che voi avete segnato. Ma anche lei osa dire, a nome proprio e dei suoi fratelli: Abbiate pietà di noi Signore perchè siamo poveri peccatori. Oh Signore, rimandateci giustificati.... che tutti coloro che non sono illuminati dalla fiaccola limpida della fede, la vedano finalmente... Gesù, se è necessario che la tavola insozzata da essi sia purificata da un’anima la quale vi ama, voglio ben mangiare sola il pane della prova fino a quando vi piaccia introdurmi nel vostro Regno luminoso. La sola grazia che vi chiedo è di non offendervi mai” (Manoscritti autobiografici, n. 277). Teresina aveva imparato che cosa significhi la misericordia. Le viscere appassionate di Dio. Il sacrificio nella misericordia.

Teresa, chiamata, scelta, eletta, come noi, come Matteo. Amati esattamente dove eravamo, come eravamo. La certezza di non essere migliori di nessuno, la santa umiltà. Con Teresa impariamo anche noi a ripetere al Signore, a nome nostro e dei nostri fratelli, di avere pietà di tutti noi poveri peccatori. E’ questo il cuore autentico di una madre, di un padre, di un figlio, di un amico, di un collega di lavoro. Insieme a chi vive con noi, a chi ci fa del male, a chi sta gettando la vita nella tomba dei peccati. In ogni prova che ci attende sul cammino, in ogni sofferenza brilla la luce della fede, occhi limpidi che vi intuiscono l’occasione propizia di tendere una mano di salvezza. Le nostre angosce, le sofferenze di oggi, e di domani, sono la mano di Gesù che cerca peccatori da salvare. Le Sue ferite nelle nostre ferite. La nostra vita insanguinata offerta per chi ci è caro, perchè tutti ci sono cari, anche i nemici, schiavi come lo eravamo noi. Il loro male - il male di un figlio che disperde i suoi giorni, di un marito prostrato nel dolore di una malattia, il dolore nella prova qualunque essa sia - diviene, nell'offerta a Cristo, un balsamo di salvezza.

E' questo il modo di amare, vero, gratuito, divino. Crocifisso. Con Teresa, nell’ora della prova, la luce della fede ci fa sapere d’essere, proprio in quel momento, seduti alla mensa dei peccatori. Con Teresa, con Gesù. Ogni spada che ci trapassa il cuore è una sorgente di salvezza per infinite persone. La nostra com-passione per chi non ha fede, per chi soffre la vera atrocità, che è non conoscere l’amore di Cristo. Ogni momento di sofferenza è dunque un momento di Grazia, un tesoro che ci accumuliamo in cielo, per noi, e per molti altri.

E' l'esperienza di Matteo il pubblicano, così come appare nel Vangelo. Il Signore si è avvicinato al tavolo dove strozzava la vita ai poveri, agli orfani, alle vedove, ai suoi fratelli, al suo stesso sangue tradito. Gesù è sceso sino al suo inferno, al peccato più grande, e lo ha guardato, fissato, amato. Senza l'ombra di un giudizio ha lasciato che il suo sguardo di misericordia incontrasse lo sguardo sperduto e impaurito di Matteo. Ed è sorto lo stupore, un'esperienza travolgente, insperata, inattesa. Matteo ha conosciuto il perdono nel bel mezzo del peccato. Il pubblicano, il reietto aveva incontrato il Santo, il Puro, l'Amore. Gesù si era seduto alla sua tavola, ne aveva condiviso la solitudine, il disprezzo, la morte. Nella Chiamata di Matteo risuona il grido crocifisso, "Dio mio, perchè mi hai abbandonato?". Il Figlio fatto peccato, giusto tra i peccatori, ha sperimentato l'estrema solitudine, la più atroce, l'inferno, l'assenza di Dio. Gesù è sceso al fondo dell'abisso perchè nessuno di quelli che vi giacciono rimanga escluso dalla misericordia. La chiamata di Matteo è il riscatto, il perdono, l'invito al banchetto delle nozze. E' la chiamata a lasciare la solitudine per entrare nella comunione, nell'intimità con Dio, perduta a causa del peccato.

Così Gesù si è seduto alla nostra mensa, quando eravamo malvagi e con il cuore lontano da Lui. Il Cristianesimo non è una serie di sacrifici per scalare il cielo, e tantomeno semplice filantropia. E’ misericordia, persone che hanno sperimentato la misericordia e in essa incontrano e amano tutti gli altri uomini. Matteo rinato ha immediatamente e naturalmente moltiplicato la sua esperienza, ne ha fatto cibo per i suoi amici, peccatori come Lui. La sua chiamata si è trasformata immediatamente in cento, mille chiamate. La Grazia sperimentata è diventata Grazia per molti altri. L'esperienza del perdono ha coinvolto il Signore in un'opera ancor più grande. Matteo, il peccatore, è divenuto così la porta ad un fiume di Grazie. Gesù si era seduto alla sua tavola. Ora accompagna Gesù a sedersi con lui alla mensa dei suoi amici, poveri e disgraziati compagni di solitudine e peccato. Matteo fonte di misericordia, amato da Gesù ne diviene l'amico, il fratello e lo conduce sui passi della sua vita, della sua storia, a diffondere la stessa misericordia da lui sperimentata.

In Matteo appare la nostra stessa chiamata. Perdonati per accompagnare Cristo sulle strade dei nostri giorni. Spendere la vita donata e riscattata alla mensa dei peccatori, lasciando che scenda, con Cristo, nelle macchie della storia, le grandi e le piccole, purificate dalle nostre anime amate infinitamente dal Signore. Seduti, sino all’ultimo giorno, accanto a chi non Lo conosce. Per donare, con gioia, la misericordia che salva.





Evangelio según San Marcos 2,13-17.
Jesús salió nuevamente a la orilla del mar; toda la gente acudía allí, y él les enseñaba.
Al pasar vio a Leví, hijo de Alfeo, sentado a la mesa de recaudación de impuestos, y le dijo: "Sígueme". El se levantó y lo siguió.
Mientras Jesús estaba comiendo en su casa, muchos publicanos y pecadores se sentaron a comer con él y sus discípulos; porque eran muchos los que lo seguían.
Los escribas del grupo de los fariseos, al ver que comía con pecadores y publicanos, decían a los discípulos: "¿Por qué come con publicanos y pecadores?".
Jesús, que había oído, les dijo: "No son los sanos los que tienen necesidad del médico, sino los enfermos. Yo no he venido a llamar a los justos, sino a los pecadores".



COMENTARIO


Escribió Santa Teresa de Lisieux en su Historia de un alma. "... El Rey de la Patria luminosa ha venido a vivir trenta y tres años en el país de las tinieblas. ¡Ay de mí! Las tinieblas no han entendido que aquel Rey divino era la luz del mundo. Pero, Señor, vuestra hija ha entendido vuestra luz divina, os pide perdón por sus hermanos, acepta de comer pan de dolor por cuanto tiempo vosotros querréis, y no quiere levantarse de esta mesa colmada de amargura donde los pobres pecadores comen antes del día que vosotros habéis señalado. Pero también ella osa decir, a nombre propio y de sus hermanos: Tengáis piedad de nosotros Señor, porque somos pobres pecadores. Ay Señor, que podemos ser justificados.... qué todos los que no son iluminados por la antorcha límpida de la fe, la vean por fin... Jesús, si es necesario que la mesa ensuciada por ellos sea purificada por un alma que os quiere, quiero bien comer sola el pan de la prueba hasta cuando os guste introducirme en vuestro Reino luminoso. La sola gracia que os pido es de no ofendervos nunca" (Manuscritos autobiográficos, n. 277). Teresita aprendió qué significa la misericordia. Las entrañas apasionadas de Dios. El sacrificio en la misericordia.

Teresa, llamada, elegida, como nosotros, como Mateo. Queridos exactamente dónde fuimos, como fuimos. La certeza de no ser mejor que nadie, la santa humildad. Con Teresa nosotros también aprendemos a repetirle al Señor, a nuestro nombre y de nuestros hermanos, de tener piedad de todos nosotros pobres pecadores. Este es el corazón auténtico de una madre, de un padre, de un hijo, de un amigo, de un colega de trabajo. Junto a quien vivas con nosotros, a quién nos hace del mal, a quien está echando la vida en la tumba de los pecados. En cada prueba que nos espera en el camino, en cada sufrimiento, brilla la luz de la fe, ojos límpidos que intuyen la ocasión propicia de echar una mano de salvación. Nuestras angustias, los sufrimientos de hoy, y de mañana, son la mano de Jesús que busca pecadores que salvar. Sus heridas en nuestras heridas. Nuestra vida ensangrentada ofrecida para quién nos es querido, porque todos son nuestros queridos, también los enemigos, esclavos como lo fuimos nosotros. El mal que nos rodea y afecta - el mal de un hijo que dispersa sus días, de un marido postrado en el dolor de una enfermedad, el dolor de la prueba, cualquier ella sea - se vuelve, en la oferta a Cristo, en un bálsamo de salvación.

Esta es la forma de amar, autentica, gratuita, divina. Crucificada. Con Teresa, en la hora de la prueba, la luz de la fe nos hace saber de ser, justo en aquel entonces, sentados a la mesa de los pecadores. Con Teresa, con Mateo, con Jesús. Cada espada que nos traspasa el corazón es un manantial de salvación por infinitas personas. Es nuestra com-pasión por quién no tiene fe, por quien sufre la verdadera atrocidad, que es no conocer el amor de Cristo. Cada momento de sufrimiento es un momento de Gracia, un tesoro que nos acumulamos en el Cielo, por nosotros, y por muchos otros.

Es la experiencia de Mateo el publicano, tal como aparece en el Evangelio. El Señor se ha acercado a la mesa dónde estava estrangulando la vida a los pobres, a los huérfanos, a las viudas, a sus hermanos, a su misma sangre traicionada. Jesús ha bajado hasta a su infierno, al pecado más grande, y lo ha mirado, fijado con amor. Sin la sombra de un juicio ha dejado que su mirada de misericordia encontrara la mirada solitaria y asustada de Mateo. Y ha surgido el estupor, una experiencia irresistible, inesperada. Mateo ha conocido el perdón en el medio del pecado. El publicano, el emarginado ha encontrado el Santo, el Puro, el Amor. Jesús se ha sentado a su mesa, compartiendo de ello la soledad, el desprecio, la muerte. En la llamada de Mateo resuena el grito crucificado, "Dios mio, por qué me has abandonado?". El Hijo hecho pecado, justo entre los pecadores, ha experimentado la extrema soledad, la más atroz, el infierno, la ausencia de Dios. Jesús ha bajado al fondo del abismo porque nadie de aquéllos que allì yacen quede excluido de la la misericordia. La llamada de Mateo es el rescate, el perdón, la invitación al banquete de la bodas. Es la llamada a dejar la soledad para entrar en la comunión, en la intimidad con Dios, perdida a causa del pecado.

Así Jesús se ha sentado a nuestra mesa, cuando fuimos malvados y con el corazón lejos de Él. El Cristianismo no es una serie de sacrificios para escalar el cielo y mucho meno simple filantropía. Es misericordia, personas que han experimentado la misericordia y en ella encuentran y quieren a todos los demas hombres. Mateo renacido multiplica enseguida y naturalmente su experiencia, ha hecho de ella comida por sus amigos, pecadores como Él. Su llamada se ha transformado enseguida en cien, mil llamadas. La Gracia experimentada se ha convertido en Gracia por muchos otros. La experiencia del perdón ha implicado el Señor en una obra aun más grande. Mateo, el pecador, se ha vuelto así en un río de Gracias. Jesús se ha sentado a su mesa. Ahora Mateo acompaña a Jesús a sentarse con él a la mesa de sus amigos, pobres y desgraciados compañeros de soledad y pecado. Mateo manantial de misericordia, querido por Jesús se vuelve en su amigo y hermano, y lo conduce en los pasos de su vida, de su historia, a difundir la misma misericordia experimentada.

En Mateo aparece nuestra misma llamada. Perdonados para acompañar Cristo en las calles de nuestros días. Gastar la vida donada y rescatada a la mesa de los pecadores, dejando que baje, con Cristo, en las manchas de la historia, las grandes y las pequeñas, purificadas por nuestras almas queridas infinitamente por el Señor. Sentados, hasta al último día, junto a quién no lo conoce. Para donar, con alegría, la misericordia que salva.



Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Confessioni, X, 27

« Egli, alzatosi, lo seguì »

Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace.

Quando mi sarò unito a te con tutto me stesso, non esisterà per me dolore e pena dovunque. Sarà vera vita la mia vita, tutta piena di te. Tu sollevi chi riempi; io ora, non essendo pieno di te, sono un peso per me... le mie afflizioni maligne contrastano le mie gioie oneste, e non so da quale parte stia la vittoria. Ahimè, Signore, abbi pietà di me! Ahimè! Vedi che non nascondo le mie piaghe. Tu sei medico, io sono malato; tu sei misericordioso, io sono misero.




San Agustín (354-430), obispo de Hipona (África del Norte) y doctor de la Iglesia
Confesiones, X, 27

«Se levantó y lo siguió»

¡Tarde te amé, oh Hermosura siempre antigua y siempre nueva, tarde te amé! He aquí que tú estabas dentro de mí y yo fuera de mí mismo. Te buscaba afuera, me precipitaba, deforme como era, sobre las cosas hermosas de tu creación. Tú estabas conmigo, pero yo no estaba contigo; estaba retenido lejos de ti a través de esas cosas que no existirían si no estuvieran en ti. Has clamado, y tu grito ha quebrantado mi sordera; has brillado, y tu resplandor ha curado mi ceguera; has exhalado tu perfume, lo he aspirado, y ahora te anhelo a ti. Te he gustado, y ahora tengo hambre y sed de ti; me has tocado, y ardo en deseo de la paz que tú das.

Cuando todo mi ser esté unido a ti, ya no habrá para mí dolor ni fatiga. Entonces mi vida, llena de ti, será la verdadera vida. Al que llenas tú, lo aligeras; ahora, puesto que todavía no estoy lleno de ti, soy un peso para mí mismo... ¡Señor, ten piedad de mí! Mis malas tristezas, luchan contra mis buenos gozos; ¿saldré victorioso de esta lucha? ¡Ten piedad de mí, Señor! ¡Soy tan pobre! Aquí tienes mis heridas, no te las escondo. Tú eres el médico, yo soy el enfermo. Tú eres la misma misericordia, yo soy miseria.



Venerdì della I del Tempo Ordinario




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Dal Vangelo secondo Marco 2,1-12.


Ed entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta, ed egli annunziava loro la parola. Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov'egli si trovava e, fatta un'apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?». Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e và a casa tua». Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».



IL COMMENTO


Cose malvage pensate nel cuore. Il nostro pensar bene di Dio e della vita si infrange sullo scandalo di una paralisi. Il potere che esigiamo da Dio è quello di scioglierci dai nodi dell’esistenza. Crediamo? Senza dubbio. Ma in un totem che risolva il contingente. Quelle situazioni che ci angosciano e che vorremmo cancellare. Le cose malvage pensate nel cuore altro non sono che il nostro modo di tentare Dio per trascinarlo su cammini che non gli si addicono. Un taumaturgo piegato ai nostri desideri.

E non lo conosciamo. E non ci conosciamo. V’è solo una paralisi. Il peccato. Dio si confronta con il peccato. Il male, il mistero dell’iniquità si cela nel peccato. Vorremmo capire i perchè di tante atrocità, di tante ingiustizie. Ma rifiutiamo la radice del male, anche il solo prenderla in considerazione. Il peccato. Accovacciato alla nostra porta, insinuato nel nostro cuore. Da esso sgorgano tutti gli abomini. Adagiati nel peccato pensiamo cose malvage. Non riconoscerlo, guardarlo con supponenza, sorvolarne la serietà e la drammaticità è dare del bestemmiatore a Gesù. Significa essere nemici della Sua Croce. Ignorare il peccato è ignorare Dio, il Suo potere, il Suo amore. Chiudersi alla misericordia è la bestemmia contro lo Spirito Santo, il peccato che non potrà essere perdonato.

La morte è entrata nel mondo per invidia del demonio e ne fanno esperienza quelli che gli appartengono. E il male si spande. Anche sugli innocenti. Ma noi, che innocenti non siamo, ne siamo schiavi, paralizzati. Ogni male che appare sulla terra è frutto del peccato. Per questo ci troviamo paralizzati, stesi sul letto della solita vita, dei soliti peccati.

Vi è un solo cammino per guarire: guardare in faccia la Verità, lasciarci giudicare dalle Parole d’amore di Gesù. In Lui peccati sono rimessi e sperimentiamo la vera liberazione, perchè il mistero del male si svela nel perdono. Per pura Grazia. Il perdono ci fa accettare le conseguenze dei nostri peccati e, in esse, le conseguenze dei peccati di ogni uomo. Da questa attitudine nasce l'umiltà e spariscono i pensieri malvagi, i giudizi, la malizia. Sulla roccia della Verità si infrangono le onde del male, e sorge un pensiero nuovo, di pazienza e misericordia.

Nella verità si dischiude la porta della vita davanti ad ogni peccatore, a ciascuno di noi: lasciarsi amare, riconciliare, perdonare. Accettare d’essere peccatori, e gettarsi tra le braccia del Signore. Ai Suoi piedi, piangendo e implorando. Aiutati e accompagnati dalla Chiesa. Nella liturgia eucaristica, prima di accostarci alla comunione, ripetiamo con il Celebrante: "Oh Signore, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa". Come Gesù che è mosso dalla fede degli amici del paralitico a compiere il miracolo del perdono riconsegnando forza e vigore alle membra paralizzate.

Per questo abbiamo bisogno della comunità, dei pastori e dei fratelli, del Popolo santo che è capace, per amore del povero e del debole, di scoperchiare i tetti "nel punto dove è Gesù". E' la Chiesa che apre per noi un cammino distruggendo pareti e tetti che ci accerchiano e ci impediscono di andare a Cristo. E' la comunità che "cala il lettuccio su cui giace il paralitico", dove ci troviamo noi oggi, con le nostre vite senza senso e allegria, e, senza giudicare e senza esigere, con tenerezza e pazienza, ci conduce al trono della misericordia.

Occorre dunque lasciarci calare sino ai piedi di Gesù, scendere dalle altezze dei nostri sogni e delle alienazioni. Per conoscere il potere di Dio, la Sua vittoria sul peccato e sulla morte. Per essere liberati e tornare a casa, nella storia di ogni giorno con il letto che è la memoria dei nostri peccati e la consapevolezza della nostra debolezza. A noi la memoria di quello che siamo, a Gesù l’amore e il perdono. Solo così potremo vivere risanati, abbandonati alla sua fedeltà senza nulla presumere di noi stessi.



Evangelio según San Marcos 2,1-12.

Unos días después, Jesús volvió a Cafarnaún y se difundió la noticia de que estaba en la casa.
Se reunió tanta gente, que no había más lugar ni siquiera delante de la puerta, y él les anunciaba la Palabra.
Le trajeron entonces a un paralítico, llevándolo entre cuatro hombres.
Y como no podían acercarlo a él, a causa de la multitud, levantaron el techo sobre el lugar donde Jesús estaba, y haciendo un agujero descolgaron la camilla con el paralítico.
Al ver la fe de esos hombres, Jesús dijo al paralítico: "Hijo, tus pecados te son perdonados".
Unos escribas que estaban sentados allí pensaban en su interior:
"¿Qué está diciendo este hombre? ¡Está blasfemando! ¿Quién puede perdonar los pecados, sino sólo Dios?"
Jesús, advirtiendo en seguida que pensaban así, les dijo: "¿Qué están pensando?
¿Qué es más fácil, decir al paralítico: 'Tus pecados te son perdonados', o 'Levántate, toma tu camilla y camina'?
Para que ustedes sepan que el Hijo del hombre tiene sobre la tierra el poder de perdonar los pecados
-dijo al paralítico- yo te lo mando, levántate, toma tu camilla y vete a tu casa".
El se levantó en seguida, tomó su camilla y salió a la vista de todos. La gente quedó asombrada y glorificaba a Dios, diciendo: "Nunca hemos visto nada igual".




COMENTARIO

Cosas malvadas pensadas en el corazón. Nuestro pensar bien de Dios y de la vida se para frente el escándalo de una parálisis. El poder que exigimos de Dios es desatarnos da los nudos de la existencia. ¿Creemos? Sin duda. Pero en un tótem que solucione lo que vivimos cada dia. Aquellas situaciones que nos angustian y que querríamos borrar. Las cosas malvadas pensadas en el corazón manifiestan nuestro modo de tentar a Dios para arrastrarlo sobre caminos que no le convienen. Un taumaturgo agachado a nuestros deseos.

Y no lo conocemos. Y no nos conocemos. Sólo hay una parálisis. El pecado. El Señor se enfrenta con el pecado, porque el mal, el misterio de la iniquidad se esconde en el pecado. Querríamos entender las razones de las atrocidades, de las injusticias. Pero rechazamos la raíz del mal, como la sola idea de tomarla en consideración. El pecado està agachado a nuestra puerta, insinuado en nuestro corazón. De ello desatascan todas las abominaciones. Echados en el pecado como en una cama pensamos cosas malvadas. No reconozerlo, mirarlo con presunción, sobrevolar de ello la seriedad y el peligro, es dar de blasfemo a Jesús. Significa ser hostiles de Su Cruz. Ignorar el pecado es ignorar Dios, Su poder, Su amor. Cerrarse a la misericordia es la blasfemia contra el Espíritu Santo, el pecado que no podrá ser perdonado.

La muerte ha entrado en el mundo por envidia del demonio y hacen experiencia de ello los que le pertenecen. Y el mal se esparce. También hacia los inocentes. Pero nosotros, que inocentes no somos, somos esclavos de ello, paralíticos. Cada mal que aparece sobre la tierra es fruto del pecado. Por eso nos encontramos paralíticos, extendidos sobre la cama de la vida usual, de los pecados usuales.

Hay un solo camino para curar: mirar en la cara la Verdad, dejarnos juzgar por las Palabras de amor de Jesús. En El los pecados son remitidos, y conseguimos la verdadera liberación, porque el misterio del mal queda desvelado en el perdón. Por pura Gracia. El perdón nos hace aceptar las consecuencias de nuestros pecados y, en ellas, las consecuencias de los pecados de cada hombre. De esa actitud nace la humildad y desaparacen los pensamientos malvados, los juicios, la malicia. En la verdad se quebrantan las olas del mal, y surge un pensamiento nuevo, de paciencia y misericordia.

En la Verdad se descubre la puerta abierta delante de cada pecador, de cadauno de nosotros: dejarse querer, reconciliar, perdonar. Aceptar ser pecadores, y tirarse entre los brazos del Señor. A Sus pies, llorando y suplicando. Ayudados y acompañados por la Iglesia. En la liturgia eucarística, antes de acercarnos a la comunión, repetimos con el Celebrante: "Señor, no te fijes en nuestros pecados, sino en la fe de tu Iglesia." Cómo Jesús que es movido por la fe de los amigos del paralítico a cumplir el milagro del perdón recobrando fuerza y vigor a los miembros enfermos.

Por éso necesitamos de la comunidad, de los pastores y de los hermanos, del Pueblo santo que es capaz de levantar el techo sobre el lugar donde Jesús està, por amor del pobre y del debil. Es la Iglesia que hace para nosotros un agujero en las parades, en los techos que nos rodean y nos impiden de ir a Cristo. Es la comunidad que descolga la camilla con el paralítico, con nuestras vidas sin sentido y alegria, sin juzgar, sin exigir, con ternura y paciencia, para llevarnos al trono de la misericordia.

Hace falta pues dejarnos bajar hasta a los pies de Jesús, bajar de las alturas de nuestros sueños y enajenaciones. Para conocer el poder de Dios, Su victoria sobre el pecado y sobre la muerte. Para ser liberados y volver a casa, en la historia de cada día con la cama que es la memoria de nuestros pecados y la conciencia de nuestra debilidad. A nosotros la memoria de lo que somos, a Jesús el amor y el perdón. Sólo así podremos vivir curados, abandonados a su fidelidad sin nada suponer de nosotros mismos.




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San Pietro Crisologo (circa 406-450), vescovo di Ravenna, dottore della Chiesa
Discorsi 50, CCL 24, p. 276-282. PL 52, 339

« Vista la loro fede »


“Venne nella sua città ; ed ecco che gli fu presentato un paralitico che giaceva su un lettuccio” (Mt 9,1). Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico : « Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati ». Il paralitico, pur avendo udito questo perdono, resta muto. Non risponde con nessun ringraziamento. Desiderava infatti la guarigione del corpo più della guarigione dell’anima. Piangeva i mali passaggeri del suo corpo ammalato mentre non piangeva i mali eterni della sua anima, ancor più malata. Riteneva infatti la vita presente più preziosa della vita futura.

Cristo a ragione, tiene conto della fede di coloro che gli presentano il malato, senza tenere in nessun conto la sciocchezza di costui. Grazie alla fede altrui, l’anima del paralitico verrà guarita prima del suo corpo. «Vista la loro fede », dice il Vangelo. Notate bene, fratelli, che Dio non si preoccupa di quanto vogliono gli uomini insensati. Non si aspetta di trovare la fede dagli ignoranti, non presta riguardo agli sciocchi desideri di un infermo. Invece, non rifiuta di portare aiuto alla fede altrui. Questa fede è un regalo della grazia, e si accorda con la volontà di Dio.



Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Esposizione sul salmo 36, no. 3, §3

« Si recarono da lui con un paralitico »

Possiamo, fratelli, sollevare costui che ha perduto in tutte le sue membra interiori la facoltà di compiere opere buone, quasi fosse un paralitico, e aprire il tetto di questa Scrittura, e presentarlo al Signore?

Io intravvedo un certo paralitico nell'anima. E vedo questo tetto (della Scrittura), e sotto il tetto riconosco Cristo nascosto. Farò, per quanto posso, ciò che si loda in coloro che, aperto il tetto, presentarono a Cristo il paralitico, affinché Egli gli dicesse: « Confida, figlio, ti sono rimessi i tuoi peccati ». Perché così salvò l'uomo interiore dalla paralisi, rimettendo i peccati, e rinsaldando la fede.

Ma vi erano là uomini che non avevano occhi capaci di vedere che il paralitico interiore era già guarito, e credettero che il Medico che lo curava bestemmiasse. « Chi è questi - dicono - che rimette i peccati? Costui bestemmia. Chi può rimettere i peccati, se non il solo Dio? » E poiché egli era Dio, intendeva ciò che essi pensavano. Pensavano queste cose di Dio, ma non vedevano il Dio presente. Compì allora quel medico qualcosa anche nel corpo del paralitico, in modo da risanare l'interiore paralisi di coloro che tali cose avevano detto. Compì cose che essi potessero vedere, e dette loro modo di credere.

Orsù, chiunque tu sia, tanto infermo e debole di cuore da attenerti agli esempi umani e voler perciò rinunziare alle opere buone, ed essere come colpito da una interiore paralisi, fatti forza per vedere se possiamo, aperto questo tetto, presentarti al Signore.




San Hilario (hacia 315-367), obispo de Poitiers y doctor de la Iglesia
Comentario al evangelio de Mateo, 8,5

«Levántate, coge tu camilla y vete a tu casa»

[En el evangelio de Mateo, Jesús acaba de curar, en territorio pagano, a dos extranjeros.] En este paralítico, es la totalidad de los paganos que se presenta ante Cristo para ser curados. Pero incluso las mismas palabras de la curación deben ser estudiadas: no dice al paralítico: «Queda sano», ni tampoco: «Levántate y anda», sino «¡Ánimo, hijo, tus pecados están perdonados» (Mt 9,2). Por un solo hombre, Adán, los pecados se transmitieron a todas las naciones. Es por eso que, el que es llamado hijo, es presentado para ser curado..., porque él es la primera obra de Dios...; ahora recibe la misericordia que viene del perdón de la primera desobediencia. En efecto, no vemos que este paralítico haya cometido algún pecado; y en otra parte el Señor había dicho que la ceguera de nacimiento no se había contraído como consecuencia de un pecado personal o hereditario (Jn 9,3)...

Nadie que no sea Dios puede perdonar pecados, así pues, el que los perdona es Dios... Y para que se pueda comprender que había tomado nuestra carne para perdonar a las almas sus pecados y para dar la resurrección a los cuerpos, dice: «Para que veáis que el Hijo del hombre tiene potestad en la tierra para perdonar pecados, dice al paralítico: 'Levántate», pero... añade: «Coge tu camilla y vete a tu casa». Primero concedió el perdón de los pecados, seguidamente mostró el poder de la resurrección, después, haciéndole coger la camilla, enseñó que la debilidad y el dolor ya no afectarán más al cuerpo. Finalmente, mandando al hombre curado que regresara a su casa, enseñó que los creyentes deben encontrar el camino que conduce de nuevo al paraíso; ése camino que Adán, padre de todos los hombres, abandonó cuando quedó roto por la mancha del pecado.




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Giovedì della I settimana del tempo Ordinario



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Ho alzato le mani al cielo, verso la grazia del Signore.
Egli ha gettato lontano da me le mie catene.
Il mio protettore mi ha innalzato secondo la sua grazia e la sua salvezza.
Mi sono spogliato dell’oscurità e ho rivestito la luce ;
le mie membra non provano più né pena, né angoscia, né dolore.
Ero disprezzato e riprovato agli occhi della moltitudine.
Mi hai dato forza e soccorso.
Hai posto la luce alla mia destra e alla mia sinistra.
Tutto in me sia luce !
Ho rivestito l’abito del tuo Spirito,
e mi hai spogliato della tunica di pelli.
La tua destra mi ha innalzato e ha cacciato lontano da me la malattia.
La tua verità mi ha irrobustito e la tua giustizia mi ha santificato.
Sono stato giustificato dal tuo amore dolcissimo,
e il tuo riposo è per me nei secoli dei secoli !
Alleluia !

Ode di Salomone



Dal Vangelo secondo Marco 1,40-45.

Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi guarirmi!». Mosso a compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, guarisci!». Subito la lebbra scomparve ed egli guarì. E, ammonendolo severamente, lo rimandò e gli disse: «Guarda di non dir niente a nessuno, ma và, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato, a testimonianza per loro». Ma quegli, allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto, al punto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti, e venivano a lui da ogni parte.



IL COMMENTO

La compassione gioca brutti scherzi. Anche a Gesù. Nel Vangelo di Marco ricorre il cosiddetto segreto messianico, il silenzio che Gesù impone perchè non fosse rivelata la sua identità confidata agli apostoli, e non fossero divulgati i suoi miracoli. Gesù riconosceva in questa sorta di segreto il piano di Dio, il cammino al compimento della sua Volontà. Essa non contemplava azioni eclatanti volte a chiamare l'attenzione, come ad obbligare a credere; p
iuttosto il piano di Dio mirava senza indugio a Gerusalemme, al rifiuto e alla Croce. I segni, i miracoli, dovevano costituire il linguaggio in codice che indicava le tracce della salvezza incipiente, codice che solo i piccoli, i poveri, i peccatori avrebbero decifrato. Ad esso Gesù si voleva adeguare.

Ma la compassione lo trascina in qualcosa di diverso. Mentre il segreto sulla sua identità di Figlio di Dio è stato mantenuto dagli apostoli e non sarebbe stato svelato pubblicamente che nella Passione dinnanzi al Sommo Sacerdote, per i miracoli la cosa è andata diversamente. La fama di Gesù infatti si andava estendendo "al punto non poteva più entrare pubblicamente in una città". La fama che derivava dalla sua compassione. Questa parola traduce in italiano l'ebraico rahamin, che rimanda all'amore viscerale di una madre (rehem = utero, seno materno). La compassione svela dunque il cuore materno di Gesù. Un cuore da cui sgorga un amore capace di dare alla luce, di creare e ricreare. La guarigione del lebbroso scaturisce dunque dalle stesse viscere del Signore, laddove vibra l'amore sconfinato di una madre, e più di una madre. "Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti porto tatuato sulle palme delle mie mani" (Is. 49,15 s.).

Il lebbroso, reietto, impuro e impossibilitato ad avvicinarsi a chiunque (cfr. Lv. 13), sente che con Gesù può infrangere le regole. Lui sa che in quell'uomo si cela un cuore di madre. Di sua madre. Allora non può temere, e si fa audace, e varca il limite imposto dalla legge che solo può attestare il male e cercare di arginarlo. Passa Gesù, e quel lebbroso intuisce che il Tempio, il culto, la vita del Popolo Santo, tutto quanto gli era stato interdetto è di nuovo lì, accanto a lui. Quell'uomo distrutto, disprezzato, solo, sa che Gesù può salvarlo, ridonargli la vita vita perduta, forse mai assaporata. E' la fede che riconosce, intimamente, il cuore materno di Gesù. Può fidarsi perchè è proprio da Lui che egli stesso proviene; la pelle straziata, le membra squassate, non possono cancellare la verità: non c'è nessuno al mondo che gli provochi gli stessi sentimenti. Lui assomiglia a Gesù, anche se i tratti somatici sono ormai sconvolti. Loro due hanno molto in comune, non sono estranei.

Forse, in quell'impeto misterioso che la fede sa muovere, quel lebbroso ha visto Gesù sulla via del Calvario, e lo ha visto come se si fosse guardato in uno specchio, senza apparenze d'uomo disprezzato, rifiuto degli uomini, come uno davanti al quale ci si copre il volto (Cfr. Is. 53). Lo ha visto come un altro se stesso, come se stesso, lebbroso e crocifisso. Era ora dinnazi all'uomo dei dolori, che conosce bene il patire; era quel Profeta di Nazaret, era Gesù il Sommo Sacerdote dal quale aveva sognato di andare un giorno a presentare la sua carne guarita come prescriveva la Legge; e il Sommo sacerdote di cui aveva bisogno, Santo, perfetto e separato dagli uomini, ora era lì, accanto a lui; non si trovava nel Tempio ad aspettare per certificare, ma gli era accanto, dentro alla sua solitudine. Era il Sommo Sacerdote che sapeva compatire le sue infermità, perchè sarebbe stato lui stesso, di lì a poco, provato in ogni cosa, anche nella sua lebbra, eccetto il peccato. Quel lebbroso si poteva dunque accostare con piena fiducia la trono della Grazia, per ricevere misericordia e trovare Grazia ed essere aiutato al momento opportuno (cfr. Eb. 4, 15-16).

Per questo sgorga dal cuore del lebbroso in ginocchio l'invocazione che è una professione di fede: "Se vuoi puoi guarirmi". Mi hai amato, pensato e creato tu, sono tuo, se vuoi puoi ancora aver misericordia, tu conosci, come solo una madre può conoscere, le mie sofferenze. Sono carne della tua carne, e tu, con questa stessa carne, distruggerai la morte. Distruggila ora in me, tu puoi, se vuoi. E le viscere di Gesù si commuovono, come per un figlio, e le sue mani toccano quelle carni straziate. Quelle mani che lo portavano, da sempre, tatuato, quale figlio carissimo e preziosissimo. Quelle mani che saranno trapassate dai chiodi a far scaturire il sangue che laverà ogni peccato ed ogni lebbra.

Ma la compassione gioca un brutto scherzo a Gesù. Seppur intimato severamente di non dire nulla ma di andare finalmente ai sacerdoti per testimoniare l'avvento del Messia attraverso ll segno compiuto in lui, il lebbroso comincia, ebbro di gioia, ad annunciare la Buona Notizia. L'esperienza travolgente non può essere contenuta, prorompe in grida di lode. Il lebbroso diviene apostolo, annunciatore, araldo, e senza aver studiato; la Buona Notizia la portava nella carne, era luce e sale e lievito perchè recava in sé l'opera di Dio compiuta in lui, il Mistero Pasquale incarnato.

In Lui era stata vinta la lebbra, la solitudine, il peccato, la morte. Era la sua vita a parlare, era la sua carne rigenerata a gridare la vittoria di Gesù. Le parole avrebbero solo spiegato, dato ragione di un fatto, un avvenimento incontrovertibile. E' questa la missione della Chiesa, e di ogni apostolo: far presente nella propria concreta esistenza la Buona Notizia. Mostrare i segni e i prodigi che accompagnano la parola della predicazione. E non sono cose che si imparano, sono fatti, esperienze, vita. E' la fede che si fa notizia. Certo è necessario approfondire, studiare, ma la prima e fondamentale formazione di ogni apostolo è sul campo, quello della propria vita. Si può essere finissimi esegeti, acuti teologi, accorti liturgisti, ma senza fede si resta come cembali tintinnanti.

Così la compassione di Gesù ha dischiuso le porte all'evangelizzazione, senza averla prevista e preparata a tavolino. Anzi, sorprendendo e spiazzando anche Gesù. Quel miracolo doveva restare segreto, avrebbe poi pensato Lui ad inviare i suoi discepoli. Ma il lebbroso disubbidisce, non può tacere, è ridiventato bambino, ed i bambini non sanno mantenere i segreti. E si apre una falla nel piano di Dio. Può sembrare assurdo e paradossale, ma il Vangelo ce lo mostra così. Gesù è costretto a fare i bagagli e scappare nel deserto. Va a rifugiarsi da dove il lebbroso era scappato ormai libero dalla sua lebbra. La compassione ha condotto Gesù per un cammino che non sembra avesse previsto. Perchè è proprio la compassione che guida i suoi passi, la natura divina che muove la sua natura umana. Gesù è come il vento, si lascia portare e non si oppone alla sconfinata misericordia del Padre che scuce le trame della sua stessa volontà per aprirle all'infinita urgenza dell'amore.

Sì, in questo passo del Vangelo si ode l'eco della voce di Maria a Cana che spinge Gesù ad anticipare la sua ora. Come gli sposi di Cana hanno fatto scoccare, anticipata, l'ora di Gesù, che si sarebbe compiuta sul Golgota, così nelle carni del lebbroso la stessa ora si fa urgente e presente, accolta e anticipata dalla misericordia. E quell'ora giunta improvvisa e fuori tabella svela la libertà intrisa d'amore di Gesù. Il suo cuore brucia di compassione e guarda senza limiti, esattamente come guarda il Padre.

Lebbrosi sanati, anche noi siamo chiamati alla stessa libertà. L'esperienza del potere di Gesù Cristo su ogni nostra lebbra ci apre inevitabilmente ad una vita posta sul candelabro. L'audacia della fede nella quale possiamo vincere l'orgoglio nascosto che ci fa paurosi e incapaci di implorare aiuto, ci svela la nostra più intima vocazione. L'urgenza della nostra salvezza captata dal cuore materno di Gesù ci sospinge nell'arena delle urgenze del mondo. Non possiamo restare aggrappati ai nostri sogni, ai nostri progetti, anche a quelli più santi. Sognare è giusto, fare progetti è divino, ma noi siamo di Dio, la sua libertà è il nostro tesoro, la stessa che ha mosso Gesù ad anticipare la sua ora, a cedere all'urgenza dell'amore e giocarsi la vita molto prima dello stesso piano di Dio. Possiamo sognare e progettare il nostro futuro lasciandoglielo nelle sue mani; possiamo ogni giorno sognare con Lui, progettando e desiderando con le sue mani, con i suoi occhi, con il suo cuore. Non ci sarà tolto nulla, anzi, i sogni, i desideri e i progetti si dilateranno all'infinito, togliendoci il respiro ed inondandoci di gioia e di pace.

La compassione infatti spariglia e ci schiude orizzonti impensati. Mentre siamo chini sulle nostre sofferenze, ci intristiamo alla ricerca della volontà di Dio che non riusciamo a trovare, o siamo prigionieri di progetti che non riusciamo a realizzare, anche oggi Gesù giunge alla nostra vita, la tocca, la ricrea, ne fa un prodigio. E' il segno che può sconvolgere i nostri piani e le nostre speranze, e svelarci un orizzonte che neanche immaginiamo. La nostra vita è dentro un'urgenza più grande dei nostri pensieri. Lasciamoci accompagnare da Gesù sulle strade della libertà, quella che rimette tutto di noi a Dio. Che faccia di noi quel che vuole, che la sua compassione ci trasformi in segni di misericordia per ogni uomo. Ovunque. In qualsiasi momento. Anche ora, al lavoro, a casa, o a migliaia di chilometri. Che la compassione possa anche oggi giocarci lo scherzo di una vita nuova abbandonata alla volontà di Dio.






Evangelio según San Marcos 1,40-45.
Entonces se le acercó un leproso para pedirle ayuda y, cayendo de rodillas, le dijo: "Si quieres, puedes purificarme".
Jesús, conmovido, extendió la mano y lo tocó, diciendo: "Lo quiero, queda purificado".
En seguida la lepra desapareció y quedó purificado.
Jesús lo despidió, advirtiéndole severamente:
"No le digas nada a nadie, pero ve a presentarte al sacerdote y entrega por tu purificación la ofrenda que ordenó Moisés, para que les sirva de testimonio".
Sin embargo, apenas se fue, empezó a proclamarlo a todo el mundo, divulgando lo sucedido, de tal manera que Jesús ya no podía entrar públicamente en ninguna ciudad, sino que debía quedarse afuera, en lugares desiertos. Y acudían a él de todas partes.


COMENTARIO


La compasión puede transformarse en una "trampa". También por Jesús. En el Evangelio de Marco recurre el asillamado secreto mesiánico, el silencio que Jesús impone porque no fuera revelada su identidad confiada solamente a los apóstoles, y no fueran divulgados sus milagros. Jesús reconoció en este secreto el plan de Dios, el camino al cumplimiento de su Voluntad. Ella no contemplava acciones epatantes para llamar la atención, como a obligar a creer; el plan de Dios mirava derecho y sin demora a Jerusalén, al rechazo y a la Cruz. Las señales, los milagros, constituian el lenguaje en código que indicva las huellas de la salvación incipiente, código que sólo los pequeños, los pobres, los pecadores habrían descifrado. A ello Jesús se quiso adecuar.

Pero la compasión lo arrastra en algo diferente. Mientras el secreto sobre su identidad de Hijo de Dios ha sido mantenido por los apóstoles y no habría sido desvelado públicamente que en la Pasión frente al Sumo Sacerdote, por los milagros la cosa ha ido de otra manera. En efecto la fama de Jesús se fue extendiendo "de tal manera que ya no podía entrar públicamente en ninguna ciudad." La fama que brotava de su compasión. Esta palabra traduce al español el hebreo rahamin, que se refiere al amor visceral de una madre, rehem = útero, seno materno. La compasión desvela pues el corazón materno de Jesús. Un corazón de que desatasca un amor capaz de dar a la luz, de crear y recrear. La curación del leproso mana de las mismas entrañas del Dios, allì donde vibra el amor ilimitado de una madre y más que una madre. "¿Quizás se olvida una mujer de su niño, así de no conmoverse para el hijo de sus entrañas? Aunque esta mujer se olvidaria, en cambio yo no te olvidaré nunca. He aquí, te llevo tatuado sobre las palmas de mis manos" (Is. 49,15 s.).

El leproso, repudiado, impuro e imposibilitado a acercarse a quienquiera, (cfr. Lv. 13), siente que con Jesús puede romper las reglas. Él sabe que en aquel hombre se esconde un corazón de madre. De su madre. Entonces no puede temer, y se hace audaz, y pasa el límite impuesto por la ley que sólo puede certificar el mal y tratar de encauzarlo. Jesús pasa, y aquel leproso intuye que el Templo, el culto, la vida del Pueblo Santo, todo cuanto le habia sido prohibido està de nuevo allí, junto a él. Aquel hombre destruído, despreciado, sólo, sabe que Jesús puede salvarlo, devolverle la vida vida perdida, quizás nunca saboreada . Es la fe que reconoce, íntimamente, el corazón materno de Jesús. Puede fiarse porque es justo de Él que él mismo proviene; la piel atormentada, los membros heridos, no pueden borrar la verdad: no hay nadie al mundo que le provocan aquellos sentimientos . Él se parece a Jesús, aunque los rasgos somáticos ya son revueltos. Ellos dos tiene mucho en común, no son extraños.

Quizás, en aquel ímpetu misterioso que la fe sabe mover, aquel leproso ha visto a Jesús en el camino del Calvario, y lo ha visto cómo si se hubiera mirado en un espejo, sin apariencias de hombre, despreciado, rechazo de los hombres como uno delante de los que se cubre el rostro, (Cfr Is. 53). Lo ha visto cómo otro si mismo como si mismo, leproso y crucificado. Ahora estava frente al hombre de los dolores, que conoce bien el padecer; era aquel Profeta de Nazaret, era Jesús el Sumo Sacerdote donde soñava con ir un día a presentar su carne curada como prescribia la Ley; y el Sumo sacerdote de que necesitava, San, perfecto y separado por los hombres, ahora estuva allí, junto a él; no se encontrava en el Templo a esperar para certificar, sino que le estaba cerca, dentro de su soledad. Era el Sumo Sacerdote que supo compadecer sus enfermedades, porque habría sido él mismo, de allí a poco, probado en cada cosa, también en su lepra, excepto el pecado. Aquel leproso se podia acercar pues con llena confianza al trono de la Gracia, para recibir misericordia y encontrar Gracia y ser ayudado al momento oportuno, (cfr. Eb. 4, 15-16).

Por éso del corazón del leproso de rodillas desatasca la invocación que es una profesión de fe: "Si quieres puedes curarme." Me has querido, pensado y creado tú, soy tuyo, si quieres todavía puedes tener misericordia, tú conoces, como solo una madre puede conocer, mis sufrimientos. Soy carne de tu carne y tú, con esta misma carne, destruirás la muerte. Ahora destrúyela en mí, tú puedes, si quieres. Y las entrañas de Jesús se conmueven, como para un hijo, y sus manos tocan aquellas carnes atormentadas. Aquellas manos que lo llevaron, desde siempre, tatuado, cuál hijo querido y precioso. Aquellas manos que serán traspasadas por los clavos a hacer manar la sangre que lavará cada pecado y cada lepra.

Pero la compasión se transforma en una "trampa". Aunque intimado severamente de no decir nada, solo de irl a los sacerdotes para testimoniar la llegada del Mesías atravieso la señal aparecida en él, el leproso empieza, ebrio de gozo, a anunciar la Buena Noticia. La experiencia irresistible no puede ser contenida, desborda en gritos de alabanza. El leproso se vuelve apóstol, anunciador, heraldo, y sin haber estudiado; la Buena Noticia la llevava en la carne, fue luz y sal y levadura porque llevava en si la obra de Dios cumplida, el Misterio Pasqual encarnado.

En Cristo habia sido vencida la lepra, la soledad, el pecado, la muerte. Era su vida a hablar, su carne resucitada a gritar la victoria de Jesús. Las palabras sólo habrían explicado la razón de un hecho, un acontecimiento incontrovertible. Es esta la misión de la Iglesia, y de cada apóstol: hacer presente en la propia concreta existencia la Buena Noticia. Enseñar las señales y los prodigios que acompañan la palabra de la predicación. Y no son cosas que se aprenden, son hechos, experiencias, vida. Es la fe que se hace noticia. Ciertamente es necesario profundizar, estudiar, pero antes hay la fundamental formación de cada apóstol en el el campo, la formacion de la misma vida. Se puede ser refinos exegétas, agudos teólogos, prudentes liturgistas, pero sin fe se queda como panderetas tintineantes.

Así la compasión de Jesús ha abierto las puertas a la evangelización, sin tenerla prevista y lista en teoría. Más bien, sorprendiendo y desplazando también a Jesús. Aquel milagro no era previsto, y tenia que quedar secreto. Pero el leproso desobedece, no puede callar, se habia convertido en un niño, y los niños no saben mantener los secretos. Y se abre una brecha en el plan de Dios. Puede parecer absurdo y paradójico, pero el Evangelio lo enseña así. Jesús es obligado a hacer los equipajes y escapar en el desierto. Va a ampararse justo donde el leproso ya escapó libre de su lepra. La compasión ha conducido a Jesús por un camino que no parece hubiera previsto. Porque es justo la compasión que guía sus pasos, la naturaleza divina que mueve su naturaleza humana. Jesús es como el viento, se deja llevar y no se opone a la ilimitada misericordia del Padre que descose las tramas de su misma voluntad para abrirla a la infinita urgencia del amor.

Sí, en este Evangelio se oye el eco de la voz de Maria a Cana que empuja a Jesús a adelantar su hora. Como los novios de Cana han hecho disparar, anticipada, la hora de Jesús, que se habría cumplido sobre el Golgota, así en las carnes del leproso la misma hora se hace urgente y presente, acogida y adelantada por la misericordia. Y aquella hora llegada repentinamente y fuera de horario, desvela la libertad empapada de amor de Jesús. Su corazón quema de compasión y mira sin límites, exactamente como mira el Padre .

Leprosos saneados, también nosotros somos llamados a la misma libertad. La experiencia del poder de Jesúcristo sobre cada nuestra lepra nos abre inevitablemente a una vida metida sobre el candelabro. La osadía de la fe en la que podemos vencer el orgullo escondido que nos hace asustadizos e incapaces de suplicar ayuda, nos desvela nuestra más íntima vocación. La urgencia de nuestra salvación captada por el corazón materno de Jesús nos empuja en la arena de las urgencias del mundo. No podemos quedar agarrados a nuestros sueños, a nuestros proyectos, también a aquellos más santos. Soñar es justo, hacer proyectos es bueno, pero nosotros somos de Dios, su libertad es nuestro tesoro, la misma que ha movido Jesús a adelantar su hora, a ceder a la urgencia del amor y jugarse la vida mucho antes del mismo plan de Dios. Podemos soñar y planear nuestro futuro dejándoselo en sus manos; podemos cada día soñar con Él, planeando y deseando con sus manos, con sus ojos, con su corazón. Asì nada nos será quitado, más bien, los sueños, los deseos y los proyectos se dilatarán al infinito, sacándonos el respiro e inundándonos de alegría y de paz.

La compasión pone todo a pata arriba, y abre horizontes inesperados. Mientras estamos revueltos sobre nuestros sufrimientos, nos entristecemos a la búsqueda de la voluntad de Dios que no logramos encontrar, o somos prisioneros de proyectos que no logramos realizar, también hoy Jesús llega a nuestra vida, la toca, la recrea, hace de ella un prodigio. Es la señal que puede revolver nuestros planes y nuestras esperanzas, y desvelarnos un horizonte que tampoco imaginamos. Nuestra vida está dentro de una urgencia más grande de nuestros pensamientos. Dejemos acompañarnos de Jesús sobre las sendas de la libertad, la que entrega todo de nosotros a Dios. Qué haga de nosotros lo que quiere, que su compasión nos transforme en señales de misericordia para cada hombre. En todo lugar. En cualquier momento. También ahora, en el trabajo, a casa, o lejos miles de kilómetros de donde vivimos. Qué la compasión también pueda hoy jugarnos la broma de una vida nueva abandonada a la voluntad de Dios.


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Meditazione del giorno:

San Giovanni della Croce (1542-1591), carmelitano, dottore della Chiesa
Fiamma d'amore viva, strofa 2

« Gesù stese la mano e lo toccò »


O vita divina, tu dai la morte solo per dare la vita, ferisci solo per guarire. Mi hai ferito per guarirmi, o mano divina! Hai ucciso in me ciò che mi teneva nella morte! Ero allora privo della vita di Dio, in cui ora, invece, mi trovo a vivere! Debbo questo favore alla liberalità della tua generosa grazia verso di me quando mi hai fatto sentire il tocco di Colui che è « irradiazione della tua gloria e impronta della tua sostanza » (Eb 1,3), cioè il tuo Figlio unigenito, nel quale, come tua Sapienza, tu tocchi « da un confine all'altro della terra con forza per la sua purezza » (Sap 8,1).

O tocco delicato, o Verbo, Figlio di Dio, che con la delicatezza del tuo essere divino penetri sottilmente la sostanza della mia anima e, toccandola tutta con delicatezza, l'assorbi completamente in te e adoperi mezzi del tutto divini per colmarla di soavità « mai sentita in terra di Canaan né mai viste in Teman » (Bar 3,22)! O tocco delicato, divinamente delicato del Verbo, tanto più delicato in me in quanto tu facevi sobbalzare i monti e spaccavi le rocce sul monte Oreb con l'ombra del tuo potere e la forza che lo precedeva, ti facesti sentire dal profeta « nel soffio leggero del vento » (1Re 19,11-12)!

O soffio leggero, che sei così fine e delicato, dimmi: come puoi toccare così sottilmente e delicatamente, o Verbo, Figlio di Dio, pur essendo così terribile e potente? O felice, mille volte felice, Signor mio, l'anima che tocchi così delicatamente e dolcemente... « Tu nascondi queste anime nel segreto del tuo volto, che è il tuo divin Figlio, lontano dagli intrighi degli uomini » (Sal 30,21).


Odi di Salomone (testo cristiano ebraico del 2o secolo)
N° 21 et 25

«Allontanatosi, cominciò a proclamare e a divulgare il fatto »

Ho alzato le mani al cielo, verso la grazia del Signore.
Egli ha gettato lontano da me le mie catene.
Il mio protettore mi ha innalzato secondo la sua grazia e la sua salvezza.
Mi sono spogliato dell’oscurità e ho rivestito la luce ;
le mie membra non provano più né pena, né angoscia, né dolore.
Il pensiero del Signore mi ha soccorso ;
la sua luce mi ha esaltato ;
ho camminato alla sua presenza ;
mi avvicinerò a lui lodandolo e glorificandolo.
Il mio cuore ha traboccato, ha pervaso la mia bocca,
ha sgorgato sulle mie labbra.
La gioia del Signore e la sua lode illuminano il mio viso.
Alleluia !

Sono scappato dalle mie catene, e sono fuggito verso di te, o mio Dio !
Sei stato la mia destra, la mia salvezza e il mio aiuto.
Hai contenuto coloro che insorgevano contro di me e sono scomparsi.
Il tuo volto è stato con me e la tua grazia mi ha salvato.
Ero disprezzato e riprovato agli occhi della moltitudine.
Mi hai dato forza e soccorso.
Hai posto la luce alla mia destra e alla mia sinistra.
Tutto in me sia luce !
Ho rivestito l’abito del tuo Spirito,
e mi hai spogliato della tunica di pelli (Gen 3, 21).
La tua destra mi ha innalzato e ha cacciato lontano da me la malattia.
La tua verità mi ha irrobustito e la tua giustizia mi ha santificato.
Sono stato giustificato dal tuo amore dolcissimo,
e il tuo riposo è per me nei secoli dei secoli !
Alleluia !



Odas de Salomón (texto cristiano hebraico de principios del siglo II)
Nº 21 y 25

«Cuando se fue, empezó a divulgar el hecho con grandes ponderaciones»

Levanté los brazos al cielo, hacia la gracia del Señor.
Echó mis cadenas lejos de mí.
Mi protector me levantó conforme a su gracia y su salvación.
Me despojé de la oscuridad y me revestí de la luz;
mis miembros no experimentaron ningún sufrimiento,
ni angustia, ni dolor.

El pensamiento del Señor me socorrió;
su luz me exaltó;
caminé en su presencia;
me acercaré a él alabándolo y glorificándolo.
Mi corazón se desbordó, invadió toda mi boca,
saltó hasta mis labios.
El gozo del Señor y su alabanza despejan mi rostro.
¡Aleluya!

¡Me escapé de mis cadenas y huí hasta ti, Dios mío!
Tú has sido mi derecha, mi salvación, mi ayuda.
Tú has detenido a los que se levantaban contra mí
y han desaparecido.
Tu rostro estaba conmigo y tu gracia me salvaba.
Era despreciado y rechazado a los ojos de la multitud.
Pero tú me has dado fuerza y ayuda.
Has colocado la luz a mi derecha y a mi izquierda.
¡Que en mí todo sea luz!
Me he revestido con la vestidura de tu Espíritu,
has quitado de mí los vestidos de piel (Gn 3,21).
Tu derecha me ha levantado y ha echado lejos de mí
mi enfermedad.

Tu verdad me ha robustecido y tu justicia me ha santificado.
He sido justificado por tu amor tan suave,
y tu descanso es para mí por los siglos de los siglos.
¡Aleluya!


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Mercoledì della I settimana del Tempo Ordinario




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Dal Vangelo secondo Marco 1,29-39.


E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.


IL COMMENTO

A letto con la febbre si ha bisogno di tutto e nulla si può fare. La spossatezza toglie anche la voglia di leggere, di guardare la televisione, di parlare. La suocera di Pietro è immagine di quella febbre dello spirito che spesso ci assale e ci paralizza, impedendoci di servire, di amare. E' la febbre di questo tempo in preda a depressioni e anoressie. E' la febbre dell'alcool, della droga, di tutti quei giacigli nei quali ci rifugiamo per sfuggire alle incombenze serie della vita, quelle che ci chiamano a donare la vita. La febbre è sintomo di una malattia più profonda, un'infezione che corrode il cuore. Per quanto si cerchi di riposare, le fughe si risolvono sempre in fallimenti, e la febbre aumenta.

Ma c'è la Chiesa. Come una madre premurosa si preoccupa di noi, e ne parla con il suo Signore. E' questa la prima missione della Chiesa: pregare, implorare, affidare. Come diceva Santa Caterina da Siena, spesso accade che sia molto più fecondo parlare a Dio degli uomini che non di Dio agli uomini. Ed è una parola anche per i genitori, per i catechisti, per i presbiteri. E' il criterio che appare nel Vangelo, dove Gesù è solo, nella notte, in preghiera. E' questo il grembo da cui nasce ogni missione. Parlare al Padre del proprio figlio in difficoltà, della moglie in crisi, del marito depresso, di chiunque abbiamo a cuore ed è in preda alla febbre, di ogni relazione, del lavoro, del matrimonio, del fidanzamento, dell'amicizia. Senza questa preghiera, senza questo parlare a Dio, la Chiesa e ciascuno di noi sbaglierà tempi e parole, rinchiuderà ogni opera nell'angusto confine della carne e dei suoi criteri, e sarà fallimento. Si tratta di inginocchiarsi e aprire il cuore al Signore, far nomi e cognomi, e implorare l'aiuto. Secondo la sua volontà. In essa solo si trova la pace anche in situazioni limite, conflittuali, apparentemente senza sbocchi. E' la preghiera insistente che apre il cammino al Signore, perchè è Lui che opera, che sana, che ridesta alla vita.

La Chiesa accompagna Cristo al capezzale della suocera di Pietro, e lascia che Lui compia la volontà del Padre. Non si tratta solo di guarire dalla febbre, un'aspirina e via; non è cucire una toppa su un vestito vecchio. E' il vino nuovo della vita quello che Gesù infonde, la sua vittoria sulla malizia che alberga nel cuore, il peccato di cui la febbre è solo un sintomo. Gesù sa guardare oltre le apparenze, e la sua diagnosi non fallisce. La suocera di Pietro è afflitta da un morbo maligno di morte, giace a letto, e nel Vangelo il verbo greco è lo stesso usato per definire il giacere nella tomba. Per questo Gesù prende per mano la donna e la solleva, la risuscita secondo il verbo originale greco. Ed il frutto sarà il servizio, la diaconia, l'amore gratuito, l'offerta della propria vita. Gesù infatti, di fronte alle gelosie dei discepoli, si presenta proprio come colui che serve, essendo venuto non per essere servito, ma per dare la vita in riscatto per molti. E' questo il miracolo che ci presenta il Vangelo, Gesù che si accosta a ciascuno di noi, perchè non viviamo più per noi stessi. E' molto più di una semplice guarigione, è un cambio di natura, da schiavo a figlio, e, perchè figlio, servo.

Si comprende così l'atteggiamento di Gesù che non si ferma laddove tutti lo cercano. Esattamente il contrario di ciò che cerchiamo e desideriamo: essere acclamati, amati, apprezzati. Gesù invece sfugge alla carne perchè è uscito-venuto dal Padre per compiere una missione, e la sua vita non gli appartiene; essa è una porta aperta come quella della casa di Pietro, come quella della Chiesa. Tutta la città può entrare attraverso di Lui, perchè è l'unico pastore che conosce sino in fondo le sue pecore. Di esse conosce e condivide ogni dolore, ogni angoscia, ogni peccato. Nella notte della morte che si stende sulla vita degli uomini Gesù è lì, ad annunciare l'amore di Dio suo Padre, più forte della notte, del peccato, della morte. Gesù schiude anche oggi la porta della vita, della misericordia e dell'amore; attraverso di essa possiamo entrare di nuovo nell'intimità di Dio, essergli familiari, figli, e da figli vivere e camminare nel servizio che è l'amore gratuito per il quale siamo stati creati.


PER APPROFONDIRE



Evangelio según San Marcos 1,29-39.
Cuando salió de la sinagoga, fue con Santiago y Juan a casa de Simón y Andrés.
La suegra de Simón estaba en cama con fiebre, y se lo dijeron de inmediato.
El se acercó, la tomó de la mano y la hizo levantar. Entonces ella no tuvo más fiebre y se puso a servirlos.
Al atardecer, después de ponerse el sol, le llevaron a todos los enfermos y endemoniados,
y la ciudad entera se reunió delante de la puerta.
Jesús curó a muchos enfermos, que sufrían de diversos males, y expulsó a muchos demonios; pero a estos no los dejaba hablar, porque sabían quién era él.
Por la mañana, antes que amaneciera, Jesús se levantó, salió y fue a un lugar desierto; allí estuvo orando.
Simón salió a buscarlo con sus compañeros,
y cuando lo encontraron, le dijeron: "Todos te andan buscando".
El les respondió: "Vayamos a otra parte, a predicar también en las poblaciones vecinas, porque para eso he salido".
Y fue predicando en las sinagogas de toda la Galilea y expulsando demonios.


COMENTARIO


En la cama con la fiebre estamos necesidados de todo, y no podemos hacer nada. El agotamiento también saca la gana de leer, de ver la televisión, de hablar. La suegra de Pedro es imagen de aquella fiebre del espíritu que nos ataca a menudo y nos paraliza, impidiéndonos servir, de amar. Es la fiebre de este tiempo en poder de depresiones y anorexias. Es la fiebre del alcohol, de la droga, de todos aquellos jergones en los que el mundo y nosotros buscamos refugio para huir de las incumbencias serias de la vida, las que nos llaman a entregarnos. La fiebre es síntoma de una enfermedad más profunda, una infección que corroe el corazón. Por cuánto buscamos el descanso, las fugas siempre se solucionan en quiebras, y la fiebre aumenta.

Pero està la Iglesia. Como una madre atenta se preocupa de nosotros, y habla con su Señor. Esta es la primera misión de la Iglesia: rezar, suplicar, confiar. Como dijo Santa Catalina de Siena, hay momentos en los cuales es mucho más fecundo hablarle a Dios de los hombres que no de Dios a los hombres. Y también es una palabra para los padres, los catequistas, los presbiterios. Es el criterio que aparece en el Evangelio, dónde Jesús está solo, en la noche, en oracion. Es este el seno de que nace cada misión. Hablarle al Padre del propio hijo en dificultad, de la mujer en crisis, del marido deprimido, de quienquiera tenemos a corazón y está en poder de la fiebre; y tambien de cada relación, del trabajo, del matrimonio, del noviazgo, de la amistad. Sin esta oracion, sin éste hablar a Dios, la Iglesia y cada uno de nosotros equivocará tiempos y palabras, encerrará cada obra en el estrecho confín de la carne y sus criterios, y será fracaso. Se trata de arrodillarse y abrir el corazón al Señor, hacer nombres y apellidos, y suplicar la ayuda. Según su voluntad. En ella sólo se encuentra la paz en situaciones dificiles, conflictivas, aparentemente sin salidas. Es la plegaria insistente que abre el camino al Señor, porque es Él que obra, que sana, que despierta a la vida.

La Iglesia acompaña Cristo a la cabecera de la suegra de Pedro, y deja que Él cumpla la voluntad del Padre. No se trata solamente de curar de la fiebre, una aspirina y ya hestà; no escoser un parche sobre un vestido viejo. Es el vino nuevo de la vida lo que Jesús infunde, su victoria sobre la malicia que aloja en el corazón, el pecado de que la fiebre sólo es un síntoma. Jesús sabe mirar más allá de las apariencias, y su diagnóstico no falla. La suegra de Pedro està afligida por un morbo malvado de muerte, yace en la cama, y en el Evangelio el verbo griego es lo que se usa para definir el yacer en la tumba. Por eso Jesús coge por la mano a la mujer y la levanta, la resucita según el verbo original griego. Y el fruto snoerá el servicio, la diaconia, el amor gratuito, la oferta de la misma vida. Jesús en efecto, frente a los celos de los discípulos, se presenta justo como al que sirve, habiendo venido no para ser servido, si para dar la vida en rescate por muchos. Es esto el milagro que nos presenta el Evangelio, Jesús que se acerca a cada uno de nosotros, porque no vivimos ya por nosotros mismos. Es mucho más de una simple curación, es un cambio de naturaleza, de esclavo a hijo, y, porque hijo, siervo.

Se comprende así la actitud de Jesús que no se para donde todos lo busquen. Exactamente el contrario de lo que nosotros buscamos y deseamos: ser aclamado, queridos, estimados. En cambio Jesús huye de la carne porque ha salido-venido del Padre para cumplir una misión, y su vida no le pertenece; ella es como una puerta abierta, como la de la casa de Pedro, como la de la Iglesia. Toda la ciudad puede entrar por Él, porque es el único Pastor que conoce hasta el fondo sus ovejas. De ellas conoce y comparte cada dolor, cada angustia, cada fracaso. hasta la muerte. En la noche de la muerte que arropa la vida de los hombres Jesús está allí, a anunciar el amor de Dios su Padre, más fuerte que la noche, del pecado, de la muerte. Jesús también nos abre hoy la puerta de la vida, de la misericordia y del amor; a raves ella podemos entrar de nuevo en la intimidad de Dios, serle familiares, hijos, y como hijos vivir y caminar en el servicio que es el amor gratuito por el que hemos sido creados.