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Sabato della XIII settimana del Tempo Ordinario


Cristo re di pace e Sposo della Chiesa – Min. bizantina, Vat. gr. 1162, fol 82v (sec. XII).


Uomini che hanno in sé un desiderio così possente 
che supera la loro natura, 
ed essi bramano e desiderano più di quanto 
all’uomo sia consono aspirare, 
questi uomini sono stati colpiti dallo Sposo stesso; 
Egli stesso ha inviato ai loro occhi 
un raggio ardente della sua bellezza. 
L’ampiezza della ferita rivela già 
quale sia lo strale e l’intensità del desiderio 
lascia intuire Chi sia colui che ha scoccato il dardo.

N. Kabasilas






Mt 9, 14-17 

In quel tempo, si accostarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno. Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo squarcia il vestito e si fa uno strappo peggiore. Né si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa e gli otri van perduti. Ma si mette vino nuovo in otri nuovi, e così l'uno e gli altri si conservano».


Il Commento

Amore e libertà. I discepoli di Gesù non digiunano come gli altri. I discepoli di Gesù digiunano per amore, in libertà. Il digiuno cristiano non è solo una pratica pia, un segno religioso in vista d'una purificazione. Il digiuno dei discepoli di Gesù è memoria. E' inginocchiarsi dinanzi al Crocifisso e implorare il Suo ritorno. E' una condizione essenziale dell'esistenza, digiunare è vivere in pienezza la vita terrena. Che è già e non ancora. Lo Sposo è con noi, ma, contemporaneamente, non è qui. La pienezza è il Cielo. La terra è ancora un cammino, passi che si susseguono verso il Cielo, e la mancanza e il desiderio di pienezza si acuisce all'avvicinarsi della meta. Le nostre nozze con il Signore sono certo indissolubili, eppure vi sono giorni nei quali lo sposo ci è tolto. Allora la nostra vita si addentra nel mistero di una compiutezza pregustata ma non ancora completamente assaporata.


E' il mistero della Chiesa, sposa e vedova allo stesso tempo, che esplode di gioia intorno alla mensa eucaristica, ma che digiuna nell'attesa del compimento. La Chiesa che vive del memoriale del suo Signore, l'eucarestia, presenza viva del suo Sposo amatissimo. Per Lui getta ogni avere, gli spiccioli che ha per vivere, per Lui digiuna, perchè è Lui la sua vita. Infatti “La vera vedova, dice l’apostolo Paolo, mette la sua speranza nel Signore, e persevera notte e giorno nella preghiera e nell’orazione”” (cf. 1 Tm 5, 5). La Chiesa che nel mezzo del banchetto pasquale rinnovato ogni settimana erompe in un grido di nostalgia e speranza:maranathà, vieni, ritorna Signore Gesù. Il digiuno è il nostro maranathà, le lacrime appassionate della Maddalena presso la tomba del suo Signore; il digiuno è l'attesa fatta preghiera, perchè lo Sposo torni presto per portarci con Lui, verso il posto che ha preparato per noi. E' lì che ci attende. Infatti Gesù presentando il calice nell’ultima cena, ha detto: «In verità vi dico, non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio» (Mc 14,25). Dopo quella cena lo Sposo sarà tolto e i discepoli dovranno digiunare nell’attesa del suo ritorno; nell’attesa dell’eterno «banchetto delle nozze dell’Agnello » (Ap 19,9). Il nostro digiuno partecipa così di quello di Gesù. Un digiuno che è una promessa. Un appuntamento d'amore, l'attesa di bere con Lui il vino nuovo del regno di Dio.


Per questo il morire è meglio del vivere e San Paolo e tantissimi altri cristiani hanno desiderato ardentemente il Cielo. Cristo. "Muoio perchè non muoio" diceva Santa Teresa d'Avila, e non era disprezzo della vita. Anzi, più si vive intensamente la vita più si desidera di addormentarsi per risvegliarsi in Cielo. Più la vita è perduta per amore, più forte è l'ansia d'un amore perfetto e definitivo. “Uomini che hanno in sé un desiderio così possente che supera la loro natura, ed essi bramano e desiderano più di quanto all’uomo sia consono aspirare, questi uomini sono stati colpiti dallo Sposo stesso; Egli stesso ha inviato ai loro occhi un raggio ardente della sua bellezza. L’ampiezza della ferita rivela già quale sia lo strale e l’intensità del desiderio lascia intuire Chi sia colui che ha scoccato il dardo” (N. Kabasilas). Feriti dal dardo d'amore del loro Sposo i figli delle nozze vivono un'attesa di pienezza che nulla può colmare.


Il digiuno è dunque la condizione del cristiano. Le sofferenze, la precarietà, le malattie, i fallimenti, le proprie debolezze sono il digiuno d'ogni giorno. La Croce è il digiuno. Per questo in alcuni momenti, quando più intensa è l'esperienza della mancanza della pienezza, quando più acre è il fiele della Croce, in quei tempi quando più viva è la consapevolezza che la presenza assoluta dello Sposo è questione di vita o di morte, quando siamo incastrati sul legno della Croce è naturale il digiuno. Non mangiare, non fumare, non parlare, digiunare da qualcosa non è così solo una pratica ascetica per ingrassare l'uomo vecchio che fa anche della religione qualcosa di carnale. Digiunare è un'esigenza, un grido dalla Croce, l'eco stesso delle parole del Signore Crocifisso: "Dio mio, Dio mio, Sposo mio perchè mi hai abbandonato?". Il digiuno sono le lacrime che sperano il Suo amore. E' questa l'ascesi, l'ascesa al trono di misericordia che sappiamo non deludere mai. Digiunare è lasciare che la verità prenda il posto delle menzogne, delle fughe e delle alienazioni. La fame che il digiuno suscita è la verità, la nostra realtà, nella quale il Corpo benedetto e risorto del Signore è l'unico vero cibo capace di saziarci. Digiunare è spogliarci in attesa d'essere una sola carne redenta con il nostro Sposo, nell'ansia del santo e castissimo amplesso, quell'amore eterno per il quale siamo stati creati. E' la novita' della vita nuova, di un rapporto nuovo con Dio, non piu' basato sul timore ma sull'amore. Un abito nuovo, una nuova forma di vita. Un vino nuovo, una festa e un'allegria nuove che scaturiscono dall'amore. 


Digiunare in ogni relazione, a casa, al lavoro, nei rapporti d'amore, ovunque, significa non chiedere agli altri quella pienezza che non possono darci; digiunare dlla comprensine, dall'accoglienza, dalle parole quando divengono ingombranti ed inutili, germe di polemica e litigi sterili; digiunare dall'affetto che la nostra carne reclama, guardando e vivendo ogni relazione nell'orizzonte del Cielo, nella consapevolezza che sulla terra la debolezza della carne ci fa vedove cui è stato sottratto lo sposo: sì, quando l'altro si fa ostile, non corrisponde a quanto desidereremmo, o quando ci stringe la tentazione di appropriarcene attraverso la sessualità, il digiuno è l'unica via, la verità sulla nostra e l'altrui vita, il perimetro dell'incompiutezza che ci fa vigili, prudenti, casti e sobri. Siamo vedove, il nostro vero Sposo, anche se felicemente sposati, non è qui, ci precede in Galilea, in un costante pi in là che ci fa uscire da noi stessi per donarci senza riserve nell'attesa della pienezza che solo in Lui potremo trovare. Le persone che ci sono accanto, anche quelle a cui abbiamo consegnato la nostra vita sacramentalmente, sono immagine e presenza di Cristo, ma circoscritte nei limiti della carne. Digiunare è avere e fare memoria sempre di questa realtà. Per questo, il digiuno è amore all'altro, così come è, e rispetto e pazienza e misericordia. Digiunare è la radice di ogni rapporto vissuto nell'autenticità e nella libertà, segnato dal già e non ancora, la nostalgia struggente di chi cerca Cristo, unico e vero Sposo capace di rispondere pienamente ad ogni desiderio. Digiunare è la sapienza che ci slega dalle catene affettive che scambiano il Creatore con la creatura, per vivere ogni momento della nostra esistenza con la pace e la misura, la libertà e la moderazione che non fa di ogni relazione un assoluto, ma che in tutto attende, dal Cielo, il compimento. E' questo l'abito nuovo dei figli di Dio, il vino nuovo della sposa di Cristo.

Digiunamo allora, senza occhi smorti ostentando chissà quale sacrificio. Digiuniamo così che sia distrutta l'ipocrisia e il mondo stesso, che giace nelle tenebre della menzogna e dell'illusione, tra diete e godimenti d'ogni genere, riceva un raggio di luce. Il digiuno è il cammino che svela la verità celata nelle apparenze. Potremmo dire che digiunare è come dipigere un'icona. Un'immagine del destino promesso tra le pieghe delle vicende umane. Le nostre, donate ad ogni uomo. Infatti " Pavel Evdokimov ha indicato in maniera così pregnante quale percorso interiore l’icona presupponga. L’icona non è semplicemente la riproduzione di quanto è percepibile con i sensi, ma piuttosto presuppone, come egli afferma, un “digiuno della vista”. La percezione interiore deve liberarsi dalla mera impressione dei sensi ed in preghiera ed ascesi acquisire una nuova, più profonda capacità di vedere, compiere il passaggio da ciò che è meramente esteriore verso la profondità della realtà, in modo che l’artista veda ciò che i sensi in quanto tali non vedono e ciò che tuttavia nel sensibile appare: lo splendore della gloria di Dio, la “gloria di Dio sul volto di Cristo” (2, Cor 4,6) (J. Ratzinger, Messaggio inviato al Meetig di Rimini, 2002). La nostra vita come un'icona che svela al mondo la Verità trasfigurata nella carne delle nostre storie quotidiane. Il digiuno è dunque parte essenziale della missione che ci è affidata, aprire il Cielo della speranza a questa generazione. Qui ed ora non sono il definitivo destino. Ogni uomo è nato per il Cielo. Il nostro digiuno ne è un segno. Per ogni uomo.
San Paciano (? - circa 390), vescovo di Barcellona
Discorso sull'battesimo ; PL 13, 1092


« Lo Sposo è con loro »

Il peccato di Adamo era passato a tutto il genere umano... È quindi necessario che anche la giustizia di Cristo passi a tutto il genere umano e, come Adamo col suo peccato fu causa di rovina per tutta la sua discendenza, così Cristo sarà causa di salvezza per la sua giustizia (fr Rm 5,19s)...
Nella pienezza dei tempi Cristo prese da Maria l'anima e la carne. Questa è la carne che egli venne a salvare, che non abbandonò negli inferi (Sal 15,10) e che unì al suo spirito e fece sua. Queste sono le nozze del Signore, contratte con una sola carne, perché «Cristo e la Chiesa», secondo quel «grande mistero», fossero «due in una sola carne» (Ef 5,31). Da queste nozze nasce il popolo cristiano, mentre dall'alto discende lo Spirito del Signore. Il germe celeste viene infuso e unito alla sostanza della nostra anima; cominciamo così a svilupparci nel seno materno; quindi, venendo alla luce, entriamo nella vita che ci viene data dal Cristo. Per questo l'apostolo Paolo dice: «Il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l'ultimo Adamo divenne spirito datore di vita» (1 Cor 15,45).
In questo modo Cristo genera la Chiesa per mezzo dei suoi sacerdoti, come si esprime lo stesso apostolo: «Io vi ho generato in Cristo» (1 Cor 4,15). Così Cristo, mediante lo Spirito di Dio, per il ministero del sacerdote e la forza della fede dà alla luce l'uomo nuovo, formato nel seno della Madre e accolto nella Chiesa col parto del fonte battesimale... Bisogna quindi accogliere Cristo, perché egli possa rigenerarci. Lo afferma l'apostolo Giovanni: «A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).






San Giovanni della Croce (1542-1591), carmelitano, dottore della Chiesa 
Fiamma d'amore viva, str. 3, 6

« Lo sposo è con loro »

Quando uno ama e fa del bene a un altro, lo ama e gli fa del bene secondo la propria condizione e le proprie capacità. E così il tuo Sposo, dimorando in te, ti concede grazie degne di sé. Così, essendo Egli onnipotente, senti che ti fa del bene e ti ama con onnipotenza.
Essendo Egli sapiente, senti che ti fa del bene e ti ama con sapienza; essendo infinitamente buono, senti che ti ama con bontà; essendo santo, senti che ti ama ed elargisce grazie con santità, essendo giusto, senti che ti ama e ti concede grazie secondo giustizia; essendo misericordioso, pietoso e clemente, senti la sua misericordia, pietà e clemenza; ed essendo forte, sublime e delicato, senti che ti ama in modo forte, sublime e delicato; ed essendo limpido e puro senti che ti ama in modo limpido e puro; poiché è generoso, senti che ti ama con generosità, senza nessun interesse, solo per farti del bene; poiché infine Egli è la virtù della somma umiltà, ti ama con grande bontà e con grande stima.
Ti rende uguale a lui, mostrandosi a te con gioia e con il volto pieno di grazia attraverso i sentieri delle conoscenze che ti dona. E lo senti dire: «Io sono tuo e per te, e ho piacere di essere quale sono per darmi a te e poter essere tuo per sempre ». O anima fortunata, chi dirà ciò che senti sapendoti così amata e con tanta stima innalzata?



Beato Jan Ruysbroeck (1293-1381), canonico regolare
Le Nozze spirituali, prologo


« Ecco lo Sposo, andategli incontro » (Mt 25,6)


Quando era giunto per Dio il tempo di avere compassione della sofferenza dell’umanità, sua diletta, mandò il Figlio suo unigenito sulla terra in quel palazzo sontuoso e tempio glorioso che era il corpo della Vergine Maria. Là, sposò la nostra natura e la unì alla sua persona, grazie al sangue purissimo della nobile Vergine. Fu lo Spirito Santo, il sacerdote che celebrò le nozze. L’angelo Gabriele ne fu l’araldo, e la gloriosa Vergine diede il suo consenso. In questo modo Cristo, nostro sposo fedele, si unì alla nostra natura, venne a visitarci in una terra straniera e ci insegnò i costumi celesti e una perfetta fedeltà.
Come un campione, ha faticato e ha combattuto contro i nostri nemici, ha distrutto il carcere ed è uscito vincitore dalla lotta. Con la sua morte, ha messo a morte la nostra morte, ci ha riscattati con il suo sangue, ci ha liberati, nel battesimo, con l’acqua del suo costato (Gv 19,34), e con i suoi sacramenti e i suoi doni ci ha resi ricchi, affinché uscissimo, agghindati con ogni sorte di virtù, e lo incontrassimo nel palazzo della sua gloria, per godere di lui senza fine, per l’eternità.



Venerdì della XIII settimana del Tempo Ordinario



Il nostro Signore ha scelto Matteo, 
il riscossore delle imposte, 
per incoraggiare i suoi colleghi a venire con lui. 
Ha visto dei peccatori, 
li ha chiamati e li ha fatti sedere presso di lui. 
Quale spettacolo mirabile: 
gli angeli stanno in piedi e tremano, 
mentre i pubblicani, seduti, si rallegrano. 
Satana l'ha visto e è andato in bestia; 
la morte l'ha visto ed ha perso vigore; 
gli scribi l'hanno visto e sono stati molto turbati. 
C'era gioia nei cieli ed esultanza dagli angeli 
perché i ribelli erano stati convinti, 
i recalcitranti si erano rinsaviti 
e i peccatori si erano emendati, 
e perché questi pubblicani erano stati giustificati.

S. Efrem il Siro




Mt 9, 9-13


In quel tempo, Gesù passando, vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Séguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».

Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

IL COMMENTO



Scriveva Santa Teresa di Lisieux nella sua Storia di un’anima. “... Il Re della Patria luminosa è venuto a vivere trentatrè anni nel paese delle tenebre. Ahimè! Le tenebre non hanno capito che quel Re divino era la luce del mondo. Ma, Signore, la vostra figlia ha capito la vostra luce divina, vi chiede perdono per i suoi fratelli, accetta di nutrirsi per quanto tempo voi vorrete del pane di dolore e non vuole alzarsi da questa tavola colma di amarezza dove mangiano i poveri peccatori prima del giorno che voi avete segnato.
Ma anche lei osa dire, a nome proprio e dei suoi fratelli: Abbiate pietà di noi Signore perchè siamo poveri peccatori. Oh Signore, rimandateci giustificati.... che tutti coloro che non sono illuminati dalla fiaccola limpida della fede, la vedano finalmente. ... Gesù, se è necessario che la tavola insozzata da essi sia purificata da un’anima la quale vi ama, voglio ben mangiare sola il pane della prova fino a quando vi piaccia introdurmi nel vostro Regno luminoso. La sola grazia che vi chiedo è di non offendervi mai” ( Manoscritti autobiografici, n. 277).



Teresina aveva imparato che cosa significhi la misericordia. Le viscere appassionate di Dio. Il sacrificio nella misericordia. Teresa chiamata come noi, come Matteo. Amati esattamente dove eravamo, come eravamo. La certezza di non essere migliori di nessuno, la santa umiltà. Con Teresa impariamo anche noi a ripetere al Signore, a nome nostro e dei nostri fratelli, di avere pietà di tutti noi poveri peccatori. É’ questo il cuore di una madre, di un padre, di un figlio, di un amico, di un collega di lavoro.



Insieme a chi vive con noi, a chi ci fa del male, a chi sta gettando la vita nella tomba dei peccati. In ogni prova che ci attende sul cammino, in ogni sofferenza, brilla la luce della fede, occhi limpidi che che vi intuiscano l’occasione propizia di tendere una mano di salvezza. Le nostre angosce, le sofferenze di oggi, e di domani, sono la mano di Gesù che cerca peccatori da salvare. Le Sue ferite nelle nostre ferite. La nostra vita insanguinata offerta per chi ci è caro, chè tutti ci son cari, anche i nemici, schiavi come lo eravamo noi. Il loro male, il male di un figlio o di un marito nel dolore di una malattia, nella prova qualunque essa sia, diviene un balsamo di salvezza. E' questo il modo di amare, vero, gratuito, divino. Crocifisso. Con Teresa nell’ora della prova sapere d’essere, proprio in quel momento, seduti alla mensa dei peccatori. Con Teresa, con Gesù. Ogni spada che ci trapassa il cuore è una sorgente di salvezza per infinite persone. La nostra com-passione per chi non ha fede, per chi soffre la vera atrocità, che è non conoscere l’amore di Cristo. Ogni momento di sofferenza è dunque un momento di Grazia, un tesoro che ci accumuliamo in cielo, per noi, e per molti altri. Il Signore si è seduto alla nostra mensa, quando eravamo malvagi e con il cuore lontano da Lui.



Il Cristianesimo non è una serie di sacrifici per scalare il cielo, e tantomeno semplice filantropia. E’ misericordia, persone che hanno sperimentato la misericordia e in essa incontrano tutti gli altri uomini. Spendere la vita che ci è stata donata e riscattata alla mensa dei peccatori, le macchie della storia, le grandi e le piccole, purificate dalle nostre anime amate infinitamente dal Signore. Seduti, sino all’ultimo giorno, accanto a chi non Lo conosce. Per donare, con gioia, la misericordia che salva.





Sant'Efrem Siro (circa 306-373), diacono in Siria, dottore della Chiesa
Commento sul Diatèssaron, 5, 17 ; SC 121, 115


« Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori? »

Il nostro Signore ha scelto Matteo, il riscossore delle imposte, per incoraggiare i suoi colleghi a venire con lui. Ha visto dei peccatori, li ha chiamati e li ha fatti sedere presso di lui. Quale spettacolo mirabile: gli angeli stanno in piedi e tremano, mentre i pubblicani, seduti, si rallegrano. Gli angeli sono colti dal timore per la grandezza del Signore, e i peccatori mangiano e bevono con lui. Gli scribi si rodono per l'odio e il dispetto, e i pubblicani esultano per la sua misericordia. I cieli hanno visto questo spettacolo e ne sono stati ammirati; gli inferi l'hanno visto e sono impazziti. Satana l'ha visto e è andato in bestia; la morte l'ha visto ed ha perso vigore; gli scribi l'hanno visto e sono stati molto turbati. C'era gioia nei cieli ed esultanza dagli angeli perché i ribelli erano stati convinti, i recalcitranti si erano rinsaviti e i peccatori si erano emendati, e perché questi pubblicani erano stati giustificati. Così come le esortazioni dei suoi amici (Mt 16,22) non hanno fatto rinunciare il nostro Signore all'ignominia della croce, neanche gli scherni dei suoi nemici non lo hanno fatto rinunciare alla compagnia dei pubblicani. Ha disprezzato le beffe e disdegnato la lode, facendo tutto quello che di meglio poteva fare per gli uomini.




Benedetto XVI presenta l’Apostolo Matteo

Cari fratelli e sorelle,

proseguendo nella serie dei ritratti dei dodici Apostoli, che abbiamo cominciato alcune settimane fa, oggi ci soffermiamo su Matteo. Per la verità, delineare compiutamente la sua figura è quasi impossibile, perch? le notizie che lo riguardano sono poche e frammentarie. Ciò che possiamo fare, però, è tratteggiare non tanto la sua biografia quanto piuttosto il profilo che ne trasmette il Vangelo. Intanto, egli risulta sempre presente negli elenchi dei Dodici scelti da Gesù (cfr Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 6,15; At 1,13). Il suo nome ebraico significa "dono di Dio". Il primo Vangelo canonico, che va sotto il suo nome, ce lo presenta nell’elenco dei Dodici con una qualifica ben precisa: "il pubblicano" (Mt 10,3). In questo modo egli viene identificato con l’uomo seduto al banco delle imposte, che Gesù chiama alla propria sequela: "Andando via di là, Gesù vide un uomo seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli si alzò e lo seguì" (Mt 9,9).
Anche Marco (cfr 2,13-17) e Luca (cfr 5,27-30) raccontano la chiamata dell’uomo seduto al banco delle imposte, ma lo chiamano "Levi". Per immaginare la scena descritta in Mt 9,9 è sufficiente ricordare la magnifica tela di Caravaggio, conservata qui a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Dai Vangeli emerge un ulteriore particolare biografico: nel passo che precede immediatamente il racconto della chiamata viene riferito un miracolo compiuto da Gesù a Cafarnao (cfr Mt 9,1-8; Mc 2,1-12) e si accenna alla prossimità del Mare di Galilea, cioè del Lago di Tiberiade (cfr Mc 2,13-14). Si può da ciò dedurre che Matteo esercitasse la funzione di esattore a Cafarnao, posta appunto "presso il mare" (Mt 4,13), dove Gesù era ospite fisso nella casa di Pietro. Sulla base di queste semplici constatazioni che risultano dal Vangelo possiamo avanzare un paio di riflessioni. La prima è che Gesù accoglie nel gruppo dei suoi intimi un uomo che, secondo le concezioni in voga nell’Israele del tempo, era considerato un pubblico peccatore. Matteo, infatti, non solo maneggiava denaro ritenuto impuro a motivo della sua provenienza da gente estranea al popolo di Dio, ma collaborava anche con un’autorità straniera odiosamente avida, i cui tributi potevano essere determinati anche in modo arbitrario. Per questi motivi, più di una volta i Vangeli parlano unitariamente di "pubblicani e peccatori" (Mt 9,10; Lc 15,1), di "pubblicani e prostitute" (Mt 21,31). Inoltre essi vedono nei pubblicani un esempio di grettezza (cfr Mt 5,46: amano solo coloro che li amano) e menzionano uno di loro, Zaccheo, come "capo dei pubblicani e ricco" (Lc 19,2), mentre l'opinione popolare li associava a "ladri, ingiusti, adulteri" (Lc 18, 11). Un primo dato salta all’occhio sulla base di questi accenni: Gesù non esclude nessuno dalla propria amicizia. Anzi, proprio mentre si trova a tavola in casa di Matteo-Levi, in risposta a chi esprimeva scandalo per il fatto che egli frequentava compagnie poco raccomandabili, pronuncia l'importante dichiarazione: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati: non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori" (Mc 2,17).
Il buon annuncio del Vangelo consiste proprio in questo: nell’offerta della grazia di Dio al peccatore! Altrove, con la celebre parabola del fariseo e del pubblicano saliti al Tempio per pregare, Gesù indica addirittura un anonimo pubblicano come esempio apprezzabile di umile fiducia nella misericordia divina: mentre il fariseo si vanta della propria perfezione morale, "il pubblicano ... non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore»". E Gesù commenta: "Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perch? chi si esalta sarà umiliato, ma chi si umilia sarà esaltato" (Lc 18,13-14). Nella figura di Matteo, dunque, i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza. A questo proposito, san Giovanni Crisostomo fa un’annotazione significativa: egli osserva che solo nel racconto di alcune chiamate si accenna al lavoro che gli interessati stavano svolgendo. Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni sono chiamati mentre stanno pescando, Matteo appunto mentre riscuote il tributo. Si tratta di lavori di poco conto – commenta il Crisostomo - "poich? non c'è nulla di più detestabile del gabelliere e nulla di più comune della pesca" (In Matth. Hom.: PL 57, 363). La chiamata di Gesù giunge dunque anche a persone di basso rango sociale, mentre attendono al loro lavoro ordinario.
Un’altra riflessione, che proviene dal racconto evangelico, è che alla chiamata di Gesù, Matteo risponde all'istante: "egli si alzò e lo seguì". La stringatezza della frase mette chiaramente in evidenza la prontezza di Matteo nel rispondere alla chiamata. Ciò significava per lui l’abbandono di ogni cosa, soprattutto di ciò che gli garantiva un cespite di guadagno sicuro, anche se spesso ingiusto e disonorevole. Evidentemente Matteo capì che la familiarità con Gesù non gli consentiva di perseverare in attività disapprovate da Dio. Facilmente intuibile l’applicazione al presente: anche oggi non è ammissibile l’attaccamento a cose incompatibili con la sequela di Gesù, come è il caso delle ricchezze disoneste. Una volta Egli ebbe a dire senza mezzi termini: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel regno dei cieli; poi vieni e seguimi" (Mt 19,21). E’ proprio ciò che fece Matteo: si alzò e lo seguì! In questo ‘alzarsi’ è legittimo leggere il distacco da una situazione di peccato ed insieme l'adesione consapevole a un’esistenza nuova, retta, nella comunione con Gesù.
Ricordiamo, infine, che la tradizione della Chiesa antica è concorde nell’attribuire a Matteo la paternità del primo Vangelo. Ciò avviene già a partire da Papia, Vescovo di Gerapoli in Frigia attorno all’anno 130. Egli scrive: "Matteo raccolse le parole (del Signore) in lingua ebraica, e ciascuno le interpretò come poteva" (in Eusebio di Cesarea, Hist. eccl. III,39,16). Lo storico Eusebio aggiunge questa notizia: "Matteo, che dapprima aveva predicato tra gli ebrei, quando decise di andare anche presso altri popoli scrisse nella sua lingua materna il Vangelo da lui annunciato; così cercò di sostituire con lo scritto, presso coloro dai quali si separava, quello che essi perdevano con la sua partenza" (ibid., III, 24,6). Non abbiamo più il Vangelo scritto da Matteo in ebraico o in aramaico, ma nel Vangelo greco che abbiamo continuiamo a udire ancora, in qualche modo, la voce persuasiva del pubblicano Matteo che, diventato Apostolo, s?guita ad annunciarci la salvatrice misericordia di Dio e ascoltiamo questo messaggio di san Matteo, meditiamolo sempre di nuovo per imparare anche noi ad alzarci e a seguire Gesù con decisione.


Sant’Ireneo di Lione (circa130-circa 208), vescovo, teologo e martire
Contro le eresie, III, 11,8-9 ; SC 210

San Matteo, uno dei quattro evangelisti

Il numero dei vangeli non può essere diverso, n? più grande n? più piccolo. Infatti, poich? ci sono quattro regioni del mondo nelle quali abitiamo e quattro sono i venti dominanti, e poich?, d’altra parte, la Chiesa è sparsa su tutta la terra e ha come ‘colonna e sostegno” (1 Tm 3,15) il Vangelo e lo Spirito di vita, è naturale che essa abbia quattro colonne che soffino l’immortalità in ogni parte e rendano la vita agli uomini. Il Verbo, artigiano dell’universo, che siede sui Cherubini e sostiene ogni cosa (Sal 79,2: Eb 1,3), quando si è manifestato agli uomini, ci ha dato un Vangelo in quattro forme, mantenuto tuttavia da un unico Spirito. Davide, implorando la sua venuta, diceva: “Assiso sui Cherubini rifulgi” (Sal 79,2). Infatti i Cheribini hanno quattro facce (Ez 1,6), e le loro facce sono le immagini dell’attività del Figlio di Dio.
“Il primo vivente era simile a un leone” sta scritto (Ap 4,7), il che caratterizza la potenza, la preminenza e la regalità del Figlio di Dio; “il secondo essere vivente aveva l’aspetto di un vitello”, il che manifesta la sua funzione di sacrificatore e di sacerdote; “il terzo vivente aveva l’aspetto d’uomo”, il che evoca chiaramente la sua venuta umana; “il quarto vivente era simile a un’aquila mentre vola”, il che indica il dono dello Spirito volando sulla Chiesa. I vangeli secondo Giovanni, secondo Luca, secondo Matteo e secondo Marco saranno dunque anch’essi in accordo con questi viventi sui quali siede Cristo.
Gli stessi tratti si ritrovano anche nello stesso Verbo di Dio: ai patriarchi che vissero prima di Mosè, egli parlava secondo la sua divinità e la sua gloria; agli uomini che hanno vissuto sotto la Legge assegnava una funzione sacerdotale e ministeriale; in seguito, per noi, si è fatto uomo; in fine, ha mandato il dono dello Spirito su tutta la terra mettendoci al riparo all’ombra delle sue ali (Sal 16,8)... Sono dunque futili, ignoranti e presuntuosi coloro che rigettano la forma sotto la quale si presenta il Vangelo e che ne introducono un numero di figure più grande o più piccolo rispetto a quelle di cui abbiamo appena parlato.


San Beda il Venerabile, sacerdote. Dalle «Omelie» (Om. 21; CCL 122, 149-151)


Gesù lo guardò con sentimento di pietà e lo scelse


Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi» (Mt 9, 9). Vide non tanto con lo sguardo degli occhi del corpo, quanto con quello della bontà interiore. Vide un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: «Seguimi». Gli disse «Seguimi», cioè imitami. Seguimi, disse, non tanto col movimento dei piedi, quanto con la pratica della vita. Infatti «chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato» (1 Gv 2, 6).
«Ed egli si alzò, prosegue, e lo seguì» (Mt 9, 9). Non c'è da meravigliarsi che un pubblicano alla prima parola del Signore, che lo invitava, abbia abbandonato i guadagni della terra che gli stavano a cuore e, lasciate le ricchezze, abbia accettato di seguire colui che vedeva non avere ricchezza alcuna. Infatti lo stesso Signore che lo chiamò esternamente con la parola, lo istruì all'interno con un'invisibile spinta a seguirlo. Infuse nella sua mente la luce della grazia spirituale con cui potesse comprendere come colui che sulla terra lo strappava alle cose temporali era capace di dargli in cielo tesori incorruttibili.
«Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli» (9, 10). Ecco dunque che la conversione di un solo pubblicano servì di stimolo a quella di molti pubblicani e peccatori, e la remissione dei suoi peccati fu modello a quella di tutti costoro. Fu un autentico e magnifico segno premonitore di realtà future. Colui che sarebbe stato apostolo e maestro della fede attirò a s? una folla di peccatori già fin dal primo momento della sua conversione. Egli cominciò, subito all'inizio, appena apprese le prime nozioni della fede, quella evangelizzazione che avrebbe portato avanti di pari passo col progredire della sua santità. Se desideriamo penetrare più a fondo nel significato di ciò che è accaduto, capiremo che egli non si limitò a offrire al Signore un banchetto per il suo corpo nella propria abitazione materiale ma, con la fede e l'amore, gli preparò un convito molto più gradito nell'intimo del suo cuore. Lo afferma colui che dice: «Ecco, sto alla porta e busso; se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3, 20).
Gli apriamo la porta per accoglierlo, quando, udita la sua voce, diamo volentieri il nostro assenso ai suoi segreti o palesi inviti e ci applichiamo con impegno nel compito da lui affidatoci. Entra quindi per cenare con noi e noi con lui, perch? con la grazia del suo amore viene ad abitare nei cuori degli eletti, per ristorarli con la luce della sua presenza. Essi così sono in grado di avanzare sempre più nei desideri del cielo. A sua volta, riceve anche lui ristoro mediante il loro amore per le cose celesti, come se gli offrissero vivande gustosissime.


S.Matteo apostolo ed evangelista nei dipinti del Caravaggio per la Cappella Contarelli a S.Luigi dei Francesi in Roma

di Paola Grassi e Andrea Lonardo

I tre dipinti sulla vita di S. Matteo sono tra le opere più significative del Caravaggio (Michelangelo Merisi da Caravaggio, Caravaggio, 1573 - Porto Ercole 1610) a Roma.
Giunto da poco a Roma, ma già conosciuto soprattutto in ambito ecclesiastico, il Caravaggio, nel 1599, venne segnalato dal cardinal Del Monte per completare una cappella in San Luigi dei Francesi, che doveva essere decorata - secondo un programma iconografico già stabilito dal porporato francese Matteo Contarelli (Mathieu Cointrel), gran datario di papa Gregorio XIII, morto nel 1585 e proprietario della cappella - con storie di San Matteo, eponimo del committente.
Il Cavalier d'Arpino, fra i pittori più famosi in Roma all'epoca, era stato chiamato nel 1591 per questa impresa decorativa, ma otto anni dopo, anche a causa delle discordie testamentarie seguite alla morte del Cointrel, aveva terminato solamente l'affresco della volta. L'incarico fu allora affidato al Merisi che dipinse la Vocazione di San Matteo per la parete di sinistra ed ilMartirio di San Matteo per quella destra . Nel 1602, quando venne protestata la statua per l'altare maggiore realizzata dallo scultore Cobaert, il Caravaggio ricette l'incarico anche per la pala d'altare centrale, il San Matteo e l'Angelo.



Vocazione di San Matteo

Vocazione di San Matteo

Questa tela rappresenta il momento culminante della chiamata del peccatore (come La caduta di Saulo che il Caravaggio dipingerà per Santa Maria del Popolo in Roma) disposto a pentirsi ed a cambiare nome e vita. Qui il protagonista è l'avido esattore delle tasse Levi seduto al tavolo con quattro uomini della sua specie nel chiuso di una buia stanza dalla cui finestra ben in vista non filtra un solo raggio di sole.
Sulla destra il Cristo lo chiama con un gesto della mano ma soprattutto lo colpisce con la luce della grazia salvifica.
Questa fonte spirituale che colpisce tutti e cinque i gabellieri è la trasposizione pittorica della tesi cattolica del libero arbitrio secondo cui l'uomo, una volta che gli è stata manifestata la luce del Cristo, può scegliere se seguire o meno la via della salvezza. Due dei compagni di Levi, infatti, si voltano verso il Cristo mentre gli altri due non distolgono nemmeno per un secondo lo sguardo dai soldi appena intascati.
Il Cristo è come filtrato da Pietro (la Chiesa). Dall'analisi radiografica la presenza di Pietro risulta essere un ripensamento dell'opera, non essendo presente nel primo abbozzo.
La risposta subitanea di Levi, il cui gesto della mano rivela tutto lo stupore di chi comprende di essere stato chiamato, lo porterà a seguire Gesù con il nome di Matteo (nome che in ebraico ricorda la radice del verbo “donare”).
Dopo ciò egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C'era una folla di pubblicani e d'altra gente seduta con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?». Gesù rispose: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi».
(Lc. 5, 27-32)

Particolare dalla Vocazione di S.Matteo

Particolare dalla Vocazione di S.Matteo


In questa, come in ogni sua opera, il Caravaggio sostituisce ad una visione agiografica delle storie bibliche una visione attuale e per ciò stessa viva. Mentre Gesù e Pietro sono vestiti con abiti che ricordano il passato, tutti e cinque i personaggi seduti alla tavola sono ritratti in abiti “moderni”. Questo permette di cogliere come la “storia” evangelica interpelli drammaticamente il presente, dove la parola “dramma”, nel suo significato etimologico, non vuol dire tanto “tragedia”, quanto “azione”, “scelta”, “decisione” (dal verbo greco drao).
In questo dettaglio dell'opera vediamo a destra la mano di Matteo ed a sinistra la mano del cambiavalute che gli è al fianco. Si toccano, intente a contare le stesse monete, ma diverso sarà l'esito esistenziale di mani così vicine.



La prima versione di San Matteo e l'Angelo
La prima versione di San Matteo e l'Angelo


Fin dalle origini dell'arte cristiana ad ognuno dei quattro evangelisti era stato accostato uno dei quattro esseri presentati da Ezechiele (Ez. 1, 4-9) e richiamati dall'Apocalisse (Ap. 4, 7-8): S.Matteo e l'Angelo, S.Marco e il Leone, S.Luca e il Toro, S.Giovanni e l'Aquila. L'ispirazione divina del primo dei Vangeli è dunque esemplificata spesso, in arte, nella presenza dell'angelo che segue passo passo la stesura del libro.
Secondo la testimonianza del biografo del Caravaggio, la prima versione di questa tela fu rifiutata dai committenti, analogamente a quanto successe per le tavole della Cappella Cerasi in S.Maria del Popolo che ritraevano la Conversione di S.Paolo e la Crocifissione di S.Pietro. Ciò avvenne perché il santo era presentato come un contadino analfabeta materialmente guidato dall'angelo nello scrivere il testo sacro. Questa prima versione, dopo esser stata protestata, attraverso varie peripezie finì a Berlino, dove fu distrutta dagli eventi bellici nel 1945. Ne resta una copia fotografica che potete qui vedere.


L'attuale versione di S.Matteo e l'Angelo
L'attuale versione di S.Matteo e l'Angelo

La seconda versione, di grande bellezza, raffigura invece San Matteo vestito più dignitosamente che, penna in mano, fissa lo sguardo sull'angelo volteggiante sopra al suo capo intento a spiegargli cosa scrivere. La posizione delle dita dell'angelo sembra alludere ad una serie numerica. E' forse un'allusione al fatto che il vangelo di Matteo si caratterizza anche per una rigorosa simmetria compositiva, strutturata spesso dal numero “sette”, fin dalla genealogia di Gesù di Mt 1, che presenta tre serie di 14 (14=7+7), cioè 14 per 3 che è il massimo della perfezione. Sette sono anche le parabole e sette sono i “guai” contro i farisei del capitolo 23.
Di sicuro questa seconda versione è più rispettosa dell'idea cristiana di ispirazione che non fa tanto riferimento ad una pretesa dettatura o preesistenza divina del testo, quanto all'ispirazione divina dell'autore sacro che conserva integre le sue facoltà di vero autore del “testo sacro”, al punto che è possibile affermare che sia Dio sia l'uomo sono veri autori del testo biblico.



Martirio di San Matteo
Martirio di San Matteo

Caravaggio si trovò a dover dipingere un episodio assai raro nell'arte, la morte per martirio del santo evangelista. Egli, secondo la tradizione, evangelizzò la Giudea, e secondo alcuni, anche l'Etiopia. La tela caravaggesca raffigura il santo, vestito di candida veste bianca, riverso in terra in attesa di subire la condanna e con una mano protesa verso la palma (simbolo del martirio) offertagli dall'angelo, in arditissimo scorcio su di una nuvola, mandato da Dio. La gestualità non è quella dell'iconografia classica del martirio, ma quella di un “qualsiasi” omicidio vivo e, ancora una volta “drammatico”.
Matteo, che viene sorpreso dal sicario mentre sta celebrando la Messa su di un altare su cui è incisa la croce di Cristo, ripercorre così il sacrificio salvifico del Figlio di Dio - tanto da mostrare la stessa ferita al costato del suo Maestro - che ogni volta si ripete nel mistero dell'eucarestia. Il gruppo centrale del martire e del carnefice, inoltre, si iscrive perfettamente in un triangolo, simbolo della Trinità e tutta l'opera “nell'apparente casualità si risponde, retto come è il tumulto da rigorose armonie, da equilibrati incastri ad X, da sapienti compensi di volumi e di piani che si spingono e si richiamano” (A.Ottino Della Chiesa).
Tutto intorno a lui i personaggi, compreso il carnefice, sono colpiti dall'accecante luce della grazia divina che scaturisce dal corpo di Matteo (qui, forse, non solo colpito dalla luce della grazia divina, ma capace di irradiarla a sua volta). A differenza della Vocazione qui nessuno può rimane indifferente all'accaduto ed ogni volto mostra un diverso tipo di reazione all'evento: orrore, paura, stupore, incredulità o anche solamente curiosità (si veda il giovane con il cappello piumato sulla sinistra). Perfino il pittore stesso si ritrae sulla sinistra della tela, proprio dietro il carnefice, solo la testa emergente dall'oscurità, confuso tra gli spettatori, per contemplare con tristezza il risultato della malvagità umana.


Giovedì della XIII settimana del Tempo Ordinario




Chi vuole veramente guarire l’uomo, 
deve vederlo nella sua interezza 
e deve sapere che la sua definitiva guarigione 
può essere solo l’amore di Dio.

Benedetto XVI



Mt 9, 1-8 


In quel tempo, salito su una barca, Gesù passò all'altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portarono un paralitico steso su un letto.
Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati».
Allora alcuni scribi cominciarono a pensare: «Costui bestemmia». Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché mai pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa dunque è più facile, dire: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati: àlzati, disse allora al paralitico, prendi il tuo letto e và a casa tua».
Ed egli si alzò e andò a casa sua. A quella vista, la folla fu presa da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.



IL COMMENTO


Cose malvage pensate nel cuore. Il nostro pensar bene di Dio e della vita si infrange sullo scandalo di una paralisi. Il potere che esigiamo da Dio è quello di scioglierci dai nodi dell’esistenza. Crediamo, indubbiamente... Ma in un totem che risolva il contingente. Quelle situazioni che ci angosciano e che vorremmo cancellare. Le cose malvage pensate nel cuore altro non sono che tentare Dio per trascinarlo su cammini che non gli si addicono. Un taumaturgo piegato ai nostri desideri. E non lo conosciamo. E non ci conosciamo. Vi è solo una paralisi. Il peccato. Dio si confronta con il peccato. Il male, il mistero dell’iniquità si cela nel peccato. Vorremmo capire i perchè di tante atrocità, di tante ingiustizie. Ma rifiutiamo la radice del male. Il peccato. Accovacciato alla nostra porta, insinuato nel nostro cuore, dal quale escono tutti gli abomini. Nel quale pensiamo cose malvage. Non riconoscere il peccato, guardarlo con supponenza, sorvolarne la serietà e la drammaticità è dare del bestemmiatore a Gesù. Significa essere nemici della Sua Croce. 


Ignorare il peccato è ignorare Dio, il Suo potere, il Suo amore. Chiudersi alla misericordia, la bestemmia contro lo Spirito Santo, il peccato che non potrà essere perdonato. Per questo ci troviamo paralizzati, stesi sul letto della solita vita, dei soliti peccati. Guardare in faccia la Verità, lasciarci giudicare dalle Parole d’amore di Gesù. I peccati rimessi, la vera liberazione, il mistero del male svelato nel perdono. Per pura Grazia. Che fa accettare le conseguenze dei nostri peccati e, in esse, le conseguenze dei peccati di ogni uomo. La morte è entrata nel mondo per invidia del demonio e ne fanno esperienza quelli che gli appartengono. E il male si spande. Anche sugli innocenti. Ma noi, che innocenti non siamo, ne siamo schiavi, paralizzati. Ogni male che appare sulla terra è frutto del peccato. V’è una sola risposta, un’unica soluzione. Lasciarsi amare, riconciliare, perdonare. Accettare d’essere peccatori, e gettarsi tra le braccia del Signore. Ai Suoi piedi, piangendo e implorando. Per conoscere il potere di Dio, la Sua vittoria sul peccato e sulla morte. Per essere liberati e tornare a casa, nella storia d’ogni giorno con il letto che è la memoria dei nostri peccati e la consapevolezza della nostra debolezza. A noi la memoria di quello che siamo, a Gesù l’amore e il perdono.




Sant’Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa 
Discorso 256 nei giorni di Pasqua 




« Alzati e cammina »


« Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Cristo dai morti abita in voi, colui che risuscitò Cristo dai morti darà vita anche ai vostri corpi mortali » (Rm 8,11). Adesso il nostro corpo è animale, lassù sarà spirituale. In effetti « il primo uomo fu creato per essere anima vivente, l'ultimo uomo sarà spirito vivificante » (1 Cor 15,45). Per questo « darà vita anche ai vostri corpi mortali ad opera dello Spirito che abita in voi ».

Oh felice Alleluia, quello di lassù! Alleluia pronunciato in piena tranquillità, senza alcun avversario! Lassù non ci saranno nemici, non si temerà la perdita degli amici. Qui e lassù si cantano le lodi di Dio, ma qui da gente angustiata, lassù da gente libera da ogni turbamento; qui da gente che avanza verso la morte, lassù da gente viva per l'eternità; qui nella speranza, lassù nel reale possesso; qui in via, lassù in patria. Cantiamolo dunque adesso, fratelli miei, non per esprimere il gaudio del riposo ma per procurarci un sollievo nella fatica. Come sogliono cantare i viandanti, canta ma cammina; cantando consolati della fatica… Canta e cammina!

Cosa vuol dire: cammina? Avanza, avanza nel bene… Se tu progredisci, cammini; ma devi progredire nel bene, nella retta fede, nella buona condotta. Canta e cammina! Non uscire di strada, non volgerti indietro, non fermarti! Rivolti al Signore.


Mercoledì della XIII settimana del Tempo Ordinario




L'uomo non è solo sanabile, è sanato di fatto. 
Dio ha introdotto la guarigione. 
È entrato in persona nella storia. 
Alla permanente fonte del male 
ha opposto una fonte di puro bene. 
Cristo crocifisso e risorto, nuovo Adamo, 
oppone al fiume sporco del male un fiume di luce. 
E questo fiume è presente nelle storia: 
vediamo i santi, i grandi santi 
ma anche gli umili santi, i semplici fedeli. 
Vediamo che il fiume di luce 
che viene da Cristo è presente, è forte.

Benedetto XVI, Udienza generale del 3 dicembre 2008 


Dal Vangelo secondo Matteo 8,28-34

In quel tempo, giunto Gesù all’altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli andarono incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva passare per quella strada. Ed ecco, si misero a gridare: «Che vuoi da noi, Figlio di Dio? Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo?».
A qualche distanza da loro c’era una numerosa mandria di porci al pascolo; e i demòni lo scongiuravano dicendo: «Se ci scacci, mandaci nella mandria dei porci». Egli disse loro: «Andate!». Ed essi uscirono, ed entrarono nei porci: ed ecco, tutta la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare e morirono nelle acque. 
I mandriani allora fuggirono e, entrati in città, raccontarono ogni cosa e anche il fatto degli indemoniati. Tutta la città allora uscì incontro a Gesù: quando lo videro, lo pregarono di allontanarsi dal loro territorio.



IL COMMENTO


Quanta furia nel mondo, nella nostra esistenza! Ovunque si reclama giustizia, tra sposi, tra fratelli, tra condomini, anche nella Chiesa, tra vescovi e sacerdoti, tra fedeli e pastori.  e che nessuno si avventuri a passare per la strada dove abitiamo... E' il nostro territorio, vigono le nostre regole, e che nulla si azzardi a contestarle... La nostra vita è come quelle strade private serrate dalle sbarre, sigillate perchè nessuno venga a disturbare. Poco importa se quelle sbarre obbligano i vicini e gli abitanti della città ad allungare il percorso per tornare a casa, quel pezzo di terra è un prolungamento di noi stessi, è gravido di violenza e furia, difenderlo significa proteggere le nostre idee, i nostri criteri, la nostra giustizia; quelle sbarre sono i giudizi, le calunnie, la maldicenza, la concupiscenza che fa di ogni nostro prossimo un oggetto da usare ben lontano dal cuore. Proviamo a pensare quante strade abbiamo chiuso in faccia ai fratelli: la strada della comprensione e della pazienza dinanzi alla moglie o al marito; la strada della vita dinanzi ai bambini che Dio ha pensato far nascere attraverso di noi; la strada del perdono a chi ci vive accanto e ha sbagliato; la strada della generosità di fronte a chi ha bisogno. Strade, autostrade lunghe migliaia di chilometri, dove nessuno può passare, come catene che, giorno dopo giorno, ci stringono in un abbraccio di morte e solitudine. Strade progettate e costruite dal demonio, astuto ingegnere dell'egoismo e della superbia, il nemico di Cristo e di ogni uomo. 


Per questo il Signore passa all'altra riva, per scendere negli abissi della morte e riscattare l'uomo schiavo del demonio. All'arrivo di Gesù, come attirati da Lui, i due indemoniati del Vangelo, gli si fanno incontro, ed è subito una reazione di sfida, di mormorazione, di rifiuto. Come accade a noi quando ci raggiunge la predicazione, l'annuncio della Verità che smaschera le barriere che abbiamo eretto tra noi e gli altri. "Che hai a che fare con noi...". Che vuoi Signore, sei venuto a rovinare i nostri piani, la vita pagana nella quale abbiamo immerso la nostra anima? Ma Gesù è Dio e sa riconoscere, nella caricatura che siamo diventati, nell'involucro sporco, immondo e degenerato, il suo stesso volto, il grido disperato che il seme di vita eterna seminato in noi cerca di farsi strada. Gesù riconosce nelle parole blasfeme e terribili del demonio, l'angoscia e la paura di chi ne è posseduto. Anche dentro i nostri rifiuti, nelle cadute, nelle chiusure più ostinate, Gesù sa intercettare l'inganno e il camuffamento del demonio: è lui che rigetta Cristo, noi siamo solo degli schiavi caduti nelle sue trappole, nelle pompe illusorie che ci hanno sedotti. Certo lo abbiamo fatto liberamente, vi è stato almeno un momento in cui, nel fondo del nostro cuore, abbiamo scelto di dare ascolto alla voce del demonio. Ma Gesù sa che portiamo una natura ferita: per questo, nonostante secoli di ostinazione, è sceso dal Cielo a cercare la pecora perduta, in territorio pagano, nel paese dei Gadareni, nell'accampamento nemico. 


E ascolta la voce del demonio ormai sconfitto dalla sua sola presenza, lì, su quella strada che nessuno, sino ad allora, aveva ostao percorrere. Gesù è passato all'altra riva, si è avventurato laddove nessuno ha mai potuto nulla; Gesù è l'unico che viene a cercarci laddove siamo, dove gli altri ci hanno rifiutato e non hanno più forza e desiderio di venirci a prendere. Gesù scende nei quartieri malfamati delle metropoli, quelli dove governa la mafia e la malavita, dove neanche la polizia vi entra più, i bassifondi della nostra anima piagata. Gesù entra nell'anarchia mortale che governa la vita dell'uomo. E spazza via la menzogna annidata nel cuore, il motore malefico che ci ha resi egoisti e soli. Gesù arriva e fa giustizia del nostro avversario che, ormai sconfitto, grida «Se ci scacci, mandaci nella mandria dei porci».  

Il demonio torna ad essere quello che realmente è, una mandria di porci, che si rotolano nel loro vomito, che hanno perduto il senso del peccato e la gioia dell'amore. E' l'assassino che alla fine, per l'opera di Cristo, rivolge contro di se il suo stesso proposito malvagio. Così il demonio precipita nel mare, come l'esercito del faraone, come ogni inganno illuminato dall'amore di Dio. Gesù passa il mare della morte, supera con il sonno della sua morte la furia della tempesta, ci raggiunge laddove l'inganno ci ha precipitato, e ci riporta in vita, come accade nel battesimo. Qualunque sia oggi la schiavitù che ci opprime, qualunque disordine e chiusura ci attanagli l'esistenza Lui è qui, ora, a distruggere l'autore di tanto sfacelo, e a sollevare la sbarra che impedisce al nostro prossimo di avvicinarci, e a spalancare le strade che ci conducono a donarci ad ogni uomo. Lui è la Via al Padre, il cammino di misericordia che ci fa fratelli liberi e misericordiosi, dove tutti possono, attraverso la nostra vita salvata, ritornare a Dio: "Come vedi, già nella traversata degli Ebrei, in cui l'Egiziano è perito e l'Ebreo s'è salvato, è presente la figura del santo  Battesimo. Che altro ci insegna infatti questo sacramento, se non che la colpa e annegata, l'errore abolito, mentre la pietà e l'innocenza vengono salvate? (S. Ambrogio, de Myst. 12). 


   

San Bernardo (1091-1153), monaco cistercense e dottore della Chiesa 
Commento  del salmo 90, omelia 17, 4 : PL 183, 252


« Due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli vennero incontro »


« Presso di lui sarò nella sventura, lo salverò e lo renderò glorioso» (Sal 91, 15) « pongo le mie delizie tra i figli dell'uomo » (Pr 8, 31) : Emmanuele, Dio con noi... È sceso per essere accanto a coloro il cui cuore è preso dallo sconforto, per essere con noi nello sconforto. Però verrà il giorno in cui « saremo rapiti tra le nuvole, per andare incontro al Signore, e così saremo sempre con il Signore » ( 1 Ts 4, 17), se tuttavia abbiamo cura di avere sempre con noi, come compagno di strada, colui che ci darà in cambio la Patria, anzi, egli stesso che sarà allora la Patria, purché ora sia la Strada.
È buono, per me, Signore, essere nella sventura, purché tu sia con me ; per me, questo è preferibile che regnare senza di te, rallegrarmi senza di te, essere senza di te nella gloria. Per me è meglio stringerti da vicino nella sventura, averti con me nel crogiuolo che essere senza di te perfino nel cielo. Infatti « chi altri avrò per me in cielo ? fuori di te nulla bramo sulla terra » (Sal 72, 25). « Con il fuoco si prova l'oro e gli uomini nel crogiuolo del dolore »(Sir 2, 5). È lì che, in mezzo a coloro che si radunano nel tuo nome, ti fermi. Come quella volta fra i tre giovani nella fornace di Babilonia (Dt 3,92)... Dunque, perché tremiamo?... « Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? »(Rom 8,31) Se Dio ci toglie dalla mano dei nemici, chi potrà toglierci dalle sue mani?






Lunedì della XIII settimana del Tempo Ordinario




Rabbì Berekhiah dice in nome di Rabbì Levi: 
Le pietre che Giacobbe nostro padre aveva messo sotto il capo 
furono trasformate in un letto e un cuscino. 
Lì, con quella freschezza e quella asprezza, Egli benedisse.

Midrash GenR 68,43






Mt 8,18-22

In quel tempo, Gesù, vedendo una gran folla intorno a sé, ordinò di passare all’altra riva. Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: “Maestro, io ti seguirò dovunque andrai”. Gli rispose Gesù: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”.
E un altro dei discepoli gli disse: “Signore, permettimi di andar prima a seppellire mio padre”. Ma Gesù gli rispose: “Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti”.


IL COMMENTO

In tutti noi alberga un desiderio profondo: poter passare indenni le giornate, le prove, la vita. Apriamo gli occhi e si srotola dinanzi ai nostri occhi un futuro incerto, impegni, lavoro, rapporti, soldi, famiglia, studio. Sorge il sole e con esso la pesantezza delle ore che incontreremo. Passarvi dentro senza lasciarci la vita, ecco il desiderio che ci brucia dentro. Non restare invischiati tra le maglie dei problemi, delle preoccupazioni, delle angosce. Scapparne è pura illusione. Abbiamo provato tante droghe nella nostra vita. Ci hanno reso più fragili e meno felici. Il desiderio insaziabile di libertà, e di felicità. Ad esso risponde il Vangelo di oggi. L’ordine perentorio di Gesù di passare all’altra riva. Entrare nella Pasqua, il seno da cui è stato tratto Israele. Il Passaggio dalla schiavitù alla libertà. 



E’ dunque molto più che un desiderio, è un ordine del Signore. Da questa chiamata siamo nati. In questa chiamata viviamo, esistiamo, siamo. Passare all’altra riva, ogni giorno. Una vita che non passa, un’esistenza atrofizzata e installata nelle sicurezze schierate come reggimenti a difesa di una pace che neanche possediamo, una vita seduta, è già preda dei vermi. La corruzione ha preso il sopravvento, e tutto marcisce tra le mani, nulla soddisfa, nulla rallegra. Passare all’altra riva è l’unico modo di seguire il Signore. Lui non ha dove reclinare il capo, lo farà sulla Croce, nel sepolcro, a anche lì per lo spazio d’un breve tempo. Non sono la Croce né il sepolcro il riposo del Signore. Croce e sepolcro sono la via, non sono la meta. Seguire il Signore è prendere la Croce d’ogni giorno, entrare con Lui nei tanti sepolcri che si aprono dinanzi ai nostri passi. E passare all’altra riva. Verso il Cielo, il riposo, l’unico, anticipato qui ed ora nell’amore Suo, nel perdono, nella Sua presenza dentro la nostra vita. A volte consolante, a volte oscura e impalpabile. 


Seguirlo sulle orme di Pasqua. La nostra chiamata ad essere vivi passati nella morte. Con la caparra del riposo nel cuore, e lo sguardo fisso sul Cielo. Come Giacobbe che posò il capo su di una pietra, nel luogo di Dio, alle porte del Cielo. “Rabbì Berekhiah dice in nome di Rabbì Levi: Le pietre che Giacobbe nostro padre aveva messo sotto il capo furono trasformate in un letto e un cuscino. Lì, con quella freschezza e quella asprezza, Egli benedisse” (GenR 68,43). Così il Midrash. Così per la nostra vita, freschezza e asprezza, il passaggio dalla morte alla vita. Non è stato possibile che la morte tenesse in potere il Signore, per questo non è possibile riposare nella morte, nei fallimenti, nei dolori. Non è quello il nostro luogo. E’ un momento. Un passo nel passaggio. Colui che è di Cristo non è un rassegnato, un cultore macabro della sofferenza e della morte. Chi è di Cristo lo segue, ovunque. Era il desiderio dello Scriba, come è il nostro desiderio, il frutto dell’esser passati all’altra riva. L’esperienza della Pasqua, le viscere battesimali della nostra nuova vita sempre protesa verso un’altra riva, sino a che non giunga l’ultima, la sponda del Cielo. Seguire il Signore ci rende come il vento, che non sai di dove venga o dove vada, solo se ne apprezza la presenza. Nessuna sicurezza se non Lui. La precarietà che denuda e svuota d’ogni appoggio e schiavitù. Sul mare passa il cammino del Signore e le orme ne restano invisibili. Lui. E in Lui tutto. Lo sguardo nel Suo sguardo, senza fughe all’indietro a cercare di seppellire il passato, le cose lasciate in sospeso, che sembra sempre di non aver risolto, sistemato, spiegato, compreso. Seguirlo è lasciare che il passato seppellisca il passato, per non diventare come la moglie di Lot, una statua di sale fissata in uno sguardo di rimpianto. Seguirlo all’altra riva, la vita rinnovata istante dopo istante, libera, bella, vera.


Origene (circa 185-253), sacerdote e teologo
Omelie sui Numeri, n° 17 ; SC 29, 348




« Seguimi »

Balaam aveva profetizzato: «Come sono belle le tue tende, Giacobbe, le tue dimore, Israele,» (Nm 24,5). Qui Giacobbe simboleggia gli uomini perfetti nelle azioni e nelle opere, e Israele i ricercatori della sapienza e della conoscenza... Di colui che ha compiuto tutto il suo dovere ed è giunto alla perfezione delle opere, si dice che questa perfezione delle opere è la casa, la sua bella casa. Invece non c'è limite agli sforzi di coloro che lavorano alla sapienza e alla conoscenza – dove sarà infatti il limite della sapienza di Dio? Quanto più se ne avvicinerà, tanto più ne scoprirà la profondità; quanto più si la scruterà, tanto meglio si capirà il suo carattere ineffabile e incomprensibile; infatti la sapienza di Dio è incomprensibile e inestimabile. Balaam dunque non vanta le case di coloro che avanzano sulla strada della sapienza di Dio, perché non hanno raggiunto il termine del viaggio, invece ammira le tende con le quali si spostano sempre e avanzano sempre.
Chiunque ha fatto qualche progresso nella conoscenza delle cose di Dio e ha acquisito qualche esperienza in questo campo lo sa benissimo: raggiunto qualche squarcio, qualche comprensione dei misteri spirituali, l'anima vi soggiorna come sotto una tenda; e avendo esplorato altre regioni a partire di questa prima scoperta..., piegata la tenda, in un certo senso, protende verso un luogo più alto, e là pianta per un momento la dimora del suo spirito... Così, sempre «protesa verso il futuro» (Fil 3,13), va avanti come i nomadi con le loro tende. Non viene mai il momento in cui l'anima infiammata dal fuoco della conoscenza di Dio può darsi del tempo per riposare; è sempre rimessa in moto dal bene verso il meglio e da questo meglio verso luoghi più alti.