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Sabato della XXXIII settimana del Tempo Ordinario. Approfondimenti








APPROFONDIMENTI


Benedetto XVI. Il roveto ardente

"Mosè, mentre pascola il gregge, vede un roveto in fiamme, che non si consuma. Si avvicina per osservare questo prodigio, quando una voce lo chiama per nome e, invitandolo a prendere coscienza della sua indegnità, gli comanda di togliersi i sandali, perché quel luogo è santo. "Io sono il Dio di tuo padre – gli dice la voce – il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe"; e aggiunge: "Io sono Colui che sono!" (Es 3,6a.14). Dio si manifesta in diversi modi anche nella vita di ciascuno di noi. Per poter riconoscere la sua presenza è però necessario che ci accostiamo a lui consapevoli della nostra miseria e con profondo rispetto. Diversamente ci rendiamo incapaci di incontrarlo e di entrare in comunione con Lui" (Benedetto XVI, Angelus del 7 marzo 2010).



Beato Giovanni Paolo II (1920-2005), papa

Udienza generale del 01/12/82 (© copyright Libreria Editrice Vaticana)

«Essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio»


Il matrimonio - come sacramento nato dal mistero della Redenzione e rinato, in certo senso, nell'amore sponsale di Cristo e della Chiesa (Cf Ef 5, 22-23) - è una efficace espressione della potenza salvifica di Dio, che realizza il suo eterno disegno anche dopo il peccato e malgrado la triplice concupiscenza, nascosta nel cuore di ogni uomo, maschio e femmina... Questa verità - che cioè il matrimonio, quale sacramento scaturito dal mistero della Redenzione... determina inoltre il carattere del matrimonio quale uno dei sacramenti della Chiesa. Come sacramento della Chiesa, il matrimonio ha indole di indissolubilità. Come sacramento della Chiesa, esso è anche parola dello Spirito, che esorta l'uomo e la donna a modellare tutta la loro convivenza attingendo forza dal mistero della «redenzione del corpo»... La redenzione del corpo significa... anche quella «speranza» che, nella dimensione del matrimonio, può essere definita speranza del giorno quotidiano, speranza della temporalità...

Coloro che, come coniugi, secondo l'eterno disegno divino si uniscono così da divenire, in certo senso, «una sola carne», sono anche a loro volta chiamati, mediante il sacramento, ad una vita «secondo lo Spirito»... La vita «secondo lo Spirito»,... a cui corrisponde la dignità degli stessi coniugi in qualità di genitori, si esprime nella profonda consapevolezza della santità della vita..., a cui ambedue danno origine, partecipando - come i progenitori - alle forze del mistero della creazione. Alla luce di quella speranza, che è connessa col mistero della redenzione del corpo, questa nuova vita umana, l'uomo nuovo concepito e nato dall'unione coniugale di suo padre e di sua madre, si apre alle «primizie dello Spirito» «per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8, 21). E se «tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto» (Rm 8, 22), una particolare speranza accompagna le doglie della madre partoriente, cioè la speranza della «rivelazione dei figli di Dio» (cf. Rm 8, 19-23), speranza di cui ogni neonato che viene al mondo porta con sé una scintilla.... A ciò si riferiscono le parole, in cui Cristo si richiama alla risurrezione dei corpi...«Essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio».


Venerdì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario



Come primo passo dell’evangelizzazione 
dobbiamo cercare di tenere desta la ricerca di Dio negli uomini...
 Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi 
aprire una sorta di “cortile dei gentili” 
dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio
senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, 
al cui servizio sta la vita interna della Chiesa.

Benedetto XVI




Lc 19,45-48

In quel tempo, Gesù entrato nel tempio, cominciò a scacciare i venditori, dicendo: "Sta scritto: La mia casa sarà casa di preghiera. Ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri!".
Ogni giorno insegnava nel tempio. I sommi sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo perire e così anche i notabili del popolo; ma non sapevano come fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue parole.


Il commento


Il Signore si accende di zelo nel cortile del Tempio, riservato ai "gentili" che non avevano accesso al luogo separato per gli ebrei. Quel cortile costituiva la ragione d'essere del Tempio: Il Santo dei Santi era separato e inaccessibile proprio per proteggere dalla profanazione dei compromessi l'Arca della presenza di Dio, dove era custodita la Torah, la Parola creatrice e liberatrice che il Popolo aveva ascoltato come una primizia perchè fosse fatta conoscere alle Nazioni. Allo stesso modo, la santità dettata dalla Legge che separava Israele dai pagani e dal loro modo di vivere avrebbe dovuto custodire integra la fede e la primogenitura perchè ogni uomo potesse incontrare in quel Popolo santo e così "diverso da tutte le Nazioni"  il volto misericordioso di Dio. La santità, infatti, non è mai segregazione narcisistica ed esclusione sprezzante. Per questo l'ira di Gesù si scatena sui venditori che, disprezzando il cuore della Legge, avevano piantato i loro traffici impuri nel luogo decisivo per l'annuncio del suo amore, sulla porta della fede, della salvezza e della vita. Egli entra nei cortili dove la santità s'era fatta mercato, e la "casa di preghiera" e di incontro con Dio per tutti i popoli era divenuta una "spelonca di ladri" che rubavano la speranza dei piccoli e dei pagani lucrando sulle cose sante. Con un gesto profetico Gesù getta luce su quel disordine che aveva pervertito la santità del Tempio, in vista della purificazione che avrebbe portato a compimento sulla Croce preparata per Lui dai "sommi sacerdoti, dai notabili del popolo e dagli scribi" che "cercavano di farlo perire" perché aveva smascherato la loro ipocrisia.
Anche la castità, la sincerità, la sobrietà e tutte le virtù che il Signore dona ai cristiani sono i segni della vita nuova e santa che certificano l'autenticità del Vangelo che la Chiesa, nuovo Israele, è chiamata ad annunciare al mondo: "Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di “cortile dei gentili” dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio" perché al loro "servizio sta la vita interna della Chiesa" (Benedetto XVI). La nostra vita rinnovata dal Vangelo è come il cortile dei gentili, l'incarnazione della ferita del costato di Cristo, la porta del suo cuore dischiusa ad accogliere i peccatori. La formazione che riceviamo nella Chiesa attraverso la Parola di Dio e i sacramenti è "al servizio" dell'umanità, affinché in ogni relazione ed evento, con le parole e le opere della fede adulta, possiamo annunciare la Buona Notizia attraverso la quale chi ci è accanto possa "agganciarsi a Dio. Per questo chi non annuncia il Vangelo optando per le mediazioni mondane annacquando la fede, riduce la Chiesa ad una "spelonca di ladri" che rubano i tesori della Grazia offerti ad essa per far conoscere agli uomini l'amore di Dio. E' necessaria allora la fedeltà quotidiana al Vangelo, lottando per preservare incontaminato il deposito della fede, senza dimenticare che appartenere a Cristo significa anche appartenere ad ogni uomo. Può accadere, infatti, anche a noi di commerciare ciò che è gratuito profanando così il Tempio che è la nostra vita destinata a custodire la presenza di Dio. Commerciare i doni santi di Dio per ricattare e legare a noi le persone vendendo o prestando a usura affetto, stima, pazienza e addirittura il perdono, approfittando della fragilità dell'altro, fa di noi uno scandalo che impedisce al Vangelo di "agganciare" i più deboli. Lo zelo del Signore geloso della "sua casa", irrompe allora nelle nostre esistenze e le stravolge purificandole. Per questo in ogni giornata è nascosto l'imprevisto, un mal di testa, un tamponamento, un fallimento, un'incomprensione, la Croce. Attraverso di essa Gesù "scaccia" i demoni - come recita il verbo originale del vangelo identico a quello "tecnico" utilizzato negli esorcismi - per ridonarci la santità perduta. Ma il suo zelo per noi rivela anche il suo amore per ciascun uomo. Purifica noi per salvare il mondo, perché "ogni giorno" questa generazione possa ascoltarlo "insegnare nel Tempio" del nostro corpo e della nostra vita, e così "pendere dalle sue labbra" che annunciano il perdono e la pace.



Gesù scaccia i mercanti dal Tempio. Video da Gesù di Nazaret, di Franco Zeffirelli





APPROFONDIMENTI



Credo che la rievangelizzazione dell’Occidente, chiestaci con sacrosanta insistenza da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, non sia che questo: non, innanzitutto, complesse dottrine, bensì il ricominciare dal kérygma, dalla base su cui tutto si regge. Tornare a proclamare un semplice e al contempo scandaloso: Jesùs estì kyrios, Gesù è il Signore.

Vittorio Messori



Benedetto XVI. Nell'evangelizzazione occorre riaprire il Cortile dei Gentili



J. Ratzinger - Benedetto XVI. La Purificazione del Tempio. Da "Gesù di Nazaret" Seconda Parte.

Tornare a proclamare un semplice e al contempo scandaloso: Jesùs estì kyrios, Gesù è il Signore. Vittorio Messori

Il Cortile dei gentili nel tempio di Gerusalemme. G. Ravasi

Ha abbattuto il muro di separazione che era frammezzo. Raniero Cantalamessa


Gesù abbatte il muro di inimicizia compiendo nella Chiesa le su nozze con l'umanità











Inganniamo per rubare gli affetti












Giovanni Taulero (circa 1300-1361), domenicano a Strasburgo 
Discorsi,  69

« Ogni giorno insegnava nel Tempio »

Il nostro Signore in persona ci insegna quello che dobbiamo fare affinché il nostro intimo diventi una casa di preghiera. Infatti l'uomo è veramente un tempio consacrato a Dio. In primo luogo dobbiamo cacciarne i venditori, cioè le immagini e le rappresentazioni dei beni creati, e tutto quanto vi sia di soddisfacimento nelle creature e di godimento della volontà propria. Poi occorre lavare il tempio con le lacrime per purificarlo. Tutti i templi non sono santi per il solo fatto di essere delle dimore abitabili; occorre che Dio li renda santi. Il tempio di cui si tratta qui è l'amabile tempio di Dio, in cui Dio si rivela in verità quando abbiamo fatto piazza pulita. Come Dio avrebbe potuto eleggere la sua dimora nell'anima prima che questa avesse avuto il minimo pensiero di Dio? Non sarebbe forse imgombra da tante altre cose?


Giovedì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario



Io mi chiedo se questo pianto di Gesù 
non si riferisca alla nostra Gerusalemme. 
Noi infatti siamo la Gerusalemme sulla quale Gesù ha pianto. 
Se dopo aver conosciuto i misteri della Verità, 
dopo aver ricevuto la Parola del Vangelo 
e gli insegnamenti della Chiesa, 
uno di noi pecca, vi saranno pianto e lacrime su di lui. 
Non si piange su quelli che non sono credenti, 
ma su quello che dopo aver fatto parte di Gerusalemme, 
smette di appartenerle. 
Si piange su questa nostra Gerusalemme, 
perchè, dopo che ha peccato, 
la assedieranno i nemici, cioè le potenze avverse, 
gli spiriti malvagi e scaveranno attorno ad essa una trincea, 
l'assedieranno e non lasceranno pietra su pietra.
Origene


Dal Vangelo secondo Luca 19,41-44.
Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».
Il commento
Quando ancora non era che un pugno di uomini, il cristianesimo veniva chiamato semplicemente la “via". Tutto cominciava dalla "visita" degli apostoli itineranti nelle sinagoghe, nelle case e nelle piazze, dove annunciavano la Buona Notizia. Le loro parole erano l'eco di quelle del Maestro risorto: "Pace a voi!". Lo stesso saluto scambiato infinite volte, sulle labbra degli apostoli diveniva realtà sin dentro la vita, come era accaduto la sera di Pasqua. E tutto cambiava: l'esistenza era sradicata dalle vecchie abitudini e posta in cammino alla sequela del Signore sulla "via della pace". Ma accadeva anche che molti non “riconoscevano” nell’annuncio della Chiesa la “visita” del Signore, e il rifiuto diveniva spesso persecuzione. Come fu per “Gerusalemme” nei giorni del Messia, e poi molte volte nei secoli. E Gesù “piange” il rifiuto, “giorno” dopo “giorno”, insieme ai suoi apostoli, in ogni angolo della terra, mentre potrebbe lasciar sfogo alla sua ira. Le lacrime, infatti, segnano sempre l'annuncio del Vangelo. Esse recano il sapore di Cristo, della sofferenza con la quale ha redento il mondo. Lacrime di misericordia davanti a tutto quello che ancora non è stato “visitato” e “salvato”. In esse impariamo a guardare ai fratelli con pazienza e amore, per annunciare il Vangelo attraverso il dono silenzioso di noi stessi, quando la Parola non è accolta, come Gesù ha fatto nella città che lo rifiutava. Egli, infatti, di generazione in generazione, freme di compassione fissando profeticamente le rovine in cui si ridurrà la vita di chi non lo può "comprendere" perché ingannato dalla menzogna del demonio. Vede in anticipo i "giorni in cui i nemici” dell’anima che lo rifiuta, “cingeranno di trincee, circonderanno e stringeranno da ogni parte" pensieri e sentimenti inducendo a scappare nel peccato; Gesù sa che chi non lo accoglie rimane preda dell'orgoglio che "abbatte" genitori e figli, amici, parenti e colleghi, distruggendo ogni relazione senza "lasciare pietra su pietra". E’ quando la “via della pace” scompare dall’orizzonte e le guerre, le inimicizie, le gelosie, le invidie, i divorzi, i tribunali segnano il cammino doloroso dell’uomo. E Cristo con la sua Chiesa non può far altro che amare di nuovo “sino alla fine”, andando a prendere il peccato del mondo in ogni città che rifiuta il Vangelo e perseguita i suoi apostoli.  
Anche per noi "oggi" è il "kairos" della “visita” di Gesù, il momento favorevole nel quale, attraverso i fatti e le persone, Egli si fa presente per accoglierci nel suo movimento di pace e libertà. Ma spesso ci accade, come fu per Gerusalemme, di non saper "riconoscere" nella carne la "visita" del Signore; ci sembra impossibile che Egli possa indossare i panni della suocera o del capo ufficio, e rifiutiamo l’annuncio della Chiesa che illumina la storia con il Vangelo… La "via della pace" allora si "nasconde ai nostri occhi", che si spengono a poco a poco nei rancori e nei giudizi, suscitando l'incontenibile commozione di Gesù. Eccolo infatti, ancora una volta alla nostra porta come a quella di ogni uomo, a confondere le sue lacrime con le nostre, con il sale aspro del suo dolore ad accogliere il nostro, quasi implorando d'essere, finalmente, "riconosciuto" e accolto. Le sue lacrime solcano dolcemente le nostre ferite come un cammino di pace per schiuderle al suo perdono risanatore, e suscitare in noi, come accadde a Pietro, lacrime sante di pentimento. Lasciamolo entrare allora "in questo giorno" nella nostra Gerusalemme, perché torni ad essere la Città della Pace che Lui ha "scelto come sua dimora per sempre", un segno di speranza da annunciare ad ogni uomo intingendo nelle nostre lacrime la misericordia di Dio. 

Mercoledì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario



I due primi servi hanno impiegato bene la somma ricevuta
e hanno aumentato le ricchezze del padrone
inducendo altri a credere in lui.
Chi trascura questo compito
è rappresentato da quel servo che tenne la sua mina nascosta nel fazzoletto.
Ci sono in effetti delle persone che nella loro perversione
si lusingano dicendo: " Basta a ciascuno render conto di se stesso.
Che bisogno c’è di predicare agli altri o di assumere un ministero,
per poi render conto anche di loro?
Perché certuni volendo evitare il pericolo del giudizio,
mossi da pigrizia e mollezza rifuggono dal prestare il servizio della parola.
Ora comportarsi così è come legare in un fazzoletto la moneta ricevuta.
S. Agostino


Lc 19,11-28

In quel tempo, Gesù disse una parabola perché era vicino a Gerusalemme e i discepoli credevano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro. Disse dunque: “Un uomo di nobile stirpe partì per un paese lontano per ricevere un titolo regale e poi ritornare. Chiamati dieci servi, consegnò loro dieci mine, dicendo: Impiegatele fino al mio ritorno. Ma i suoi cittadini lo odiavano e gli mandarono dietro un’ambasceria a dire: Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi. Quando fu di ritorno, dopo aver ottenuto il titolo di re, fece chiamare i servi ai quali aveva consegnato il denaro, per vedere quanto ciascuno avesse guadagnato. Si presentò il primo e disse: Signore, la tua mina ha fruttato altre dieci mine. Gli disse: Bene, bravo servitore; poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città. Poi si presentò il secondo e disse: La tua mina, signore, ha fruttato altre cinque mine. A questo disse: Sarai tu pure a capo di cinque città. Venne poi anche l’altro e disse: Signore, ecco la tua mina, che ho tenuto riposta in un fazzoletto; avevo paura di te che sei un uomo severo e prendi quello che non hai messo in deposito, mieti quello che non hai seminato. Gli rispose: Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi. Disse poi ai presenti: Toglietegli la mina e datela a colui che ne ha dieci. Gli risposero: Signore, ha già dieci mine! Vi dico: A chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”. Dette queste cose, Gesù proseguì avanti agli altri salendo verso Gerusalemme.

Il commento

Gesù era ormai giunto con i discepoli "vicino a Gerusalemme". Ma in loro emergeva una strana euforia, come quella, pericolosa, con la quale i giocatori di una grande squadra talvolta affrontano compagini molto più deboli. Con tutti quei miracoli che avevano cambiato "all’istante" la vita di tante persone davanti agli occhi, i discepoli si erano convinti che il Regno si sarebbe "manifestato" altrettanto "immediatamente". E proprio loro erano i prescelti del Messia, si vedevano già ricoperti di cariche "alla sua destra e alla sua sinistra". Era pur vero che Gesù aveva ripetuto di "mettersi bene in testa" che stava andando a Gerusalemme per morire crocifisso e risorgere, ma "quel parlare restava oscuro", e l’avevano rimosso. Erano pronti a morire con Lui, ma per un regno di questo mondo. La parabola rimette la cose al loro posto. Gesù, "Uomo di nobile stirpe", morendo, risuscitando e ascendendo al Cielo, sarebbe "partito" verso il "lontano paese" del Padre "per ricevere un titolo regale e poi ritornare"; ai discepoli suoi "servi", avrebbe affidato la "mina" del Vangelo per "impiegarla" - «pragmateoeuomai» nel greco originale - nel tempo inaugurato con la sua partenza, "amministrandone proficuamente il capitale", e "commerciandola" per ottenere un "guadagno" secondo la volontà del Signore. Gesù dunque non andava a Gerusalemme per ristabilire il Regno che tutti aspettavano. Egli vi saliva per aprire un varco attraverso la morte e inaugurare un tempo di salvezza per tutte le genti; apparendo risorto sul Monte di Galilea, il Signore avrebbe poi affidato il Vangelo ai suoi discepoli, inviandoli a "trafficarlo" come aveva fatto Lui, con la predicazione e il martirio, in tutte le città e villaggi, sino ai confini della terra.
Anche noi oggi siamo "vicini" alla croce piantata nella nostra "Gerusalemme", la famiglia, il lavoro, la scuola. Forse siamo ancora acerbi, e pensiamo che il cristianesimo sia una religione come tutte le altre, dalla quale attingere "da un momento all’altro" quello di cui abbiamo bisogno. Ma il Signore ci rivela oggi la verità che dà senso e sostanza alla nostra vita: Lui ci ha scelti, chiamati, perdonati per affidarci la "mina" che definisce la nostra primogenitura. Il Vangelo ha operato in noi molti segni, e oggi siamo inviati a tutti per "trafficarlo", annunciando e offrendo la salvezza in cambio dei peccati, perché "quando noi moriamo il mondo riceve la vita". La nostra storia è immersa in un tempo di Grazia, dove ogni evento è un’occasione irripetibile per "guadagnare" un’anima a Cristo. Per questo il demonio, il "nemico" che "non vuole che il Signore regni" sugli uomini, farà di tutto per distoglierci dalla nostra missione e così trasformarci in "servi malvagi". Userà la croce di ogni giorno per mostrarci il Signore come un "uomo severo" che "prende" l'amore che "non ha messo in deposito", e vuole "mietere" la vittoria "che non ha seminato", lasciandoci soli di fronte alle difficoltà e ai fallimenti. Ci tenterà con la "paura" della morte per spingerci a "nascondere nel fazzoletto" della superbia e dell'ipocrisia il Vangelo, perché non giunga a chi ci è accanto. Vorrà ingannarci con gli scandali mentendo sulla Chiesa che ci ama come una madre, la "banca" cui ricorrere per difendere il "capitale" in tempi di crisi. Possiamo difenderci solo "giudicando" il demonio "dalle sue stesse parole", confrontandole una per una con quelle del Vangelo compiute nella nostra vita e in quella di tanti fratelli, nella certezza che il Signore ci difenderà e tornerà ad "uccidere davanti a lui il nemico". Ci attende una ricompensa eterna, la vita piena "data a chiunque ha" frutti da presentare, la gioia moltiplicata dalla Grazia che ci accompagna ogni giorno, da condividere nella "città celeste" con coloro a cui abbiamo annunciato il Vangelo donandoci senza riserve qui sulla terra.

Martedì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario



Un uomo alla ricerca di Dio chiese a un cristiano:
“Come posso trovare Dio?”.
Il cristiano replicò: “Ora te lo mostro”.
Lo portò sulla riva del mare
e immerse la faccia dell’altro nell’acqua per tre volte.
Poi gli chiese:
“Cosa desideravi più di ogni altra cosa quando la tua faccia era nell’acqua?”.
“L’aria”, replicò l’uomo che cercava Dio.
“Quando desidererai Dio come hai desiderato l’aria, lo troverai”, disse il cristiano.
Un Padre del deserto

Dal Vangelo secondo Luca 19,1-10.
Entrato in Gerico, attraversava la città. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «E' andato ad alloggiare da un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch'egli è figlio di Abramo; il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».
Il commento

Per Zaccheo l’"Arci-pubblicano”, arci-peccatore, “ricco” e “perduto”,  quello fu un giorno speciale. Aveva sentito il suono dello Shofar, la tromba del gran Giorno del Giudizio che inaugurava i dieci giorni del pentimento, nei quali ogni ebreo era chiamato ad andare a casa di chi aveva offeso per riconciliarsi con lui, preparandosi così a Yom Kippur, il Giorno dell’espiazione. Ed era inquieto, come sempre in quei giorni; aveva "frodato e rubato" tanto a molti suoi fratelli tradendoli con gli invasori romani; lo disprezzavano e sfuggivano, ma proprio non riusciva a liberarsi da quella vita. Quel giorno però, Gerico gli appariva strana, piena di euforia e gioia, nonostante ancora non fossero spuntate le prime stelle che chiudevano il Giorno dell’Espiazione. Non riusciva a collegare la guarigione del cieco e quel frastuono con quei giorni che avrebbero dovuto essere austeri di lacrime e pentimento; non poteva riconoscere in Gesù il nuovo Giosuè che, proprio al suono dello Shofar, era entrato in Gerico abbattendo le mura dell’egoismo e dell’orgoglio che impedivano anche a lui d’essere felice, votando allo sterminio tutti i peccati. E così Zaccheo si era messo a “correre avanti” per “vedere quale fosse” quel Rabbì così speciale, mosso dalla curiosità e da una segreta e ancora acerba speranza, perché sentiva che “doveva passare di là”, nella sua vita. Lo aveva visto “attraversare” la città, ma non poteva sospettare che, così, Gesù compiva quanto prescritto dalla Torah, e che stava cercando proprio lui, per riconciliarlo con Dio e con i suoi fratelli. Non era Zaccheo che avrebbe dovuto chiedere perdono? E invece era il Figlio di Dio che si stava facendo peccato per renderlo "puro", come il suo nome significava. Allo stesso modo oggi Gesù cerca ciascuno di noi, schiavi dei nostri peccati, incapaci di perdonare e di chiedere perdono, ma con un desiderio insopprimibile di “vederlo”, chissà che non succeda anche a noi come a quel fratello che si è riconciliato con sua moglie.
Ma, come Zaccheo, cerchiamo Gesù ancora con occhi troppo umani; lo crediamo simile a noi, e pensiamo che per incontrarlo dovremmo fare come siamo abituati con gli altri: “salire” sul “sicomoro” per essere diversi dalla “folla”, cambiare in qualche modo la nostra realtà, che ci sembra inadeguata e di inciampo. Ma Gesù ci stupisce con il suo amore che fa proprio del sicomoro così meschino e ridicolo sul quale ci issiamo, il “katalyma”, come la grotta di Betlemme e il Calvario, - nei cui brani è usato lo stesso termine - il "seno" benedetto dove si rinasce a vita nuova. Gesù, che conosce il nostro nome come quello di Zaccheo, ci guarda e ci dice: "Puro, scendi subito, che devo fermarmi a casa tua”. Non importa se puri non siamo, i suoi occhi intrisi di misericordia ci vedono già così, “anche noi figli di Abramo”, nonostante tutto; per questo “deve” venire, e “fermarsi” a casa nostra per “purificarci” riconciliandoci con Dio e con i fratelli. E non c'è tempo di mettere ordine, di spazzare, di prepararci all'incontro, perché Lui ci anticipa sempre. Solo la Sua Parola può  compiere il Giorno del Perdono: "scendi", convertiti, torna in te, scendi i gradini del cammino che ti conduce al battesimo, "non temere, io ti amo così come sei". Gesù anche oggi è in ginocchio davanti a ciascuno di noi per lavarci ogni peccato; ci guarda dal basso, “alza lo sguardo” e, se ci chiama a “scendere”, è perché Lui è già lì, dove abbiamo “derubato e frodato”. Per amarci il Signore non pone condizioni: la conversione è il frutto del suo amore, perché “l'agire segue sempre l'essere”, e l'essere deve essere prima rinnovato. “E il Signore vide proprio Zaccheo. Fu visto e vide; ma se non fosse stato veduto, non avrebbe visto... Siamo stati veduti perché potessimo vedere; siamo stati amati affinché potessimo amare” (S. Agostino, Discorso 174). Zaccheo, nevrotico e sempre in lotta con se stesso e con i suoi complessi, si è specchiato in Cristo e ha trovato in Lui la pace, la statura ideale per la sua vita: è tornato ad essere il “figlio di Abramo” che s’era “perduto” a causa del peccato. Zaccheo, “cercato” e “salvato” senza condizioni, vede il suo cuore ormai trasformato gratuitamente in una sorgente d'amore, nonostante le “mormorazioni” e lo “scandalo” che sempre provoca una conversione impensata. Liberato da se stesso si dona senza misura ai fratelli, “poveri” come lui. Accogliendo “oggi” Cristo che si auto-invita nella nostra casa, possiamo vivere in pienezza ogni giorno come Yom Kippur. Era “necessario”, come recita il greco originale, che Cristo si “fermasse” nella casa di Zaccheo, come "oggi" nella nostra vita, per poter finalmente restituire “quattro volte tanto” quanto abbiamo sottratto ingiustamente a chi ci è accanto, l’amore di cui avevano diritto moltiplicato dalla misericordia di Dio.


Lunedì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario



Si trovano l’uno di fronte all’altro:
Dio con la sua volontà di guarire
e l’uomo con il suo desiderio di essere guarito.
Due libertà, due volontà convergenti:
"Che vuoi che io ti faccia?", gli chiede il Signore.
"Che io riabbia la vista!", risponde il cieco.
"Va’, la tua fede ti ha salvato".
Con queste parole si compie il miracolo. Gioia di Dio, gioia dell’uomo.
Benedetto XVI 

Dal Vangelo secondo Luca 18,35-43.
Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto a mendicare lungo la strada. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli risposero: «Passa Gesù il Nazareno!». Allora incominciò a gridare: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo sgridavano, perché tacesse; ma lui continuava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù allora si fermò e ordinò che glielo conducessero. Quando gli fu vicino, gli domandò: «Che vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io riabbia la vista». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo lodando Dio. E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Dio. 

Il commento


"Gerico era saldamente sbarrata dinanzi agli Israeliti; nessuno usciva e nessuno entrava" (Gs. 5,13). Qui giaceva la vita del cieco, inchiodata come la nostra dinanzi alle barriere che si ergono nelle relazioni e ci spingono a “mendicare” un po’ di affetto, stima e considerazione; quelle mura, infatti, ci impediscono di vedere nel fratello la Terra che ci è stata promessa, il “tu” a cui donarci ed essere felici. Ma Gerico non è un caso o un ghigno crudele del destino. Come aveva fatto con Israele, il Signore ha condotto anche noi dinanzi a questa città fortificata. “Al popolo Giosuè aveva ordinato: «Non urlate, non fate neppur sentire la voce e non una parola esca dalla vostra bocca finché vi dirò: Lanciate il grido di guerra, allora griderete». Come il popolo, così anche il cieco era rimasto  silenzioso, sino al passaggio di Gesù. Egli è l’immagine dell'uomo ferito dal peccato, incapace di tutto eppure spinto a superare il limite imposto da quegli occhi chiusi sul mondo. La sua mano è tesa come la nostra: proprio “mendicando” e cedendo a compromessi grossolani, essa esprime balbettando il desiderio della pienezza di vita per la quale siamo nati, quella che il suo cuore "vedeva" prima del peccato, e che poi aveva smarrito. Non a caso, infatti, prima di conquistarla, i sacerdoti e il popolo girano per sei giorni intorno a Gerico portando con sé l’Arca dell’Alleanza, il segno della presenza di Dio. Sei giorni, come la ferialità della nostra vita passata a “mendicare”, senza però che il Signore abbia smesso un istante di alimentare e sostenere in noi il desiderio del settimo giorno. Per questo il fallimento e la meschinità dove è precipitata la nostra esistenza sono già un'opera divina: ci umiliano, preparandoci a ricevere la stessa Grazia donata al cieco, quella di trovarsi in quel luogo, in quel momento, dentro a quell'appuntamento che lui non aveva fissato.

Giunge oggi il settimo giorno, “passa Gesù il Nazareno”, ce lo annunciano quelli che "camminano avanti", il Popolo in procinto di entrare in Gerico. E’ arrivata la Pasqua della Vita e del perdono, dove prorompere in grida altissime capaci di far cadere le mura di Gerico. Ma spesso, nella Chiesa come dentro di noi, i sensi di colpa, il moralismo e il legalismo vorrebbero intimarci il silenzio. Invece il cieco continua, prende forza dalla sua debolezza e dalla fede accolta attraverso l'ascolto della predicazione, e grida "ancora più forte". Ha scoperto che tutto è Grazia, perfino quel suo stare là come l’ultimo della città... E' bastato il passaggio di Gesù ad accendere la fede e a decodificarla in un grido, a professarla con semplici parole: "Figlio di Davide, abbi pietà di me!". Abbi pietà “tu” di me: anche la nostra mano ha trovato la “pietà” vera, non importa se cercata come può poveramente un cieco, spesso nei peccati... E quel grido ferma Gesù. Occorre che Egli si accorga di lui e si fermi, che la scintilla della fede lo raggiunga e sciolga la sua “commozione”. Perché l'appuntamento cui siamo destinati si traduca in un avvenimento reale, è necessario dare del "tu" a Gesù, consegnandogli l'”autorità” per compiere la volontà del Padre in noi. Cristo stesso, infatti, “mendica” da noi l’amen che gli permetta di offrire la pietà mendicata. Diceva Mons. Giussani che "l’esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo". "Che vuoi che io faccia per te?": questa domanda è oggi rivolta a ciascuno di noi. Possiamo riacquistare la vista per contemplare il volto di Cristo, e scoprire che, da sempre, era impresso in noi e nella nostra storia. Da questo incontro nasce un discepolo ebbro di “gioia” e di “lode”, che non smette però di "mendicare": segue Cristo perché sa a Chi chiedere, in un cammino di fede e di illuminazione che durerà per tutta la vita, per imparare ad entrare ogni giorno nella Terra della libertà e donarsi ad ogni "tu" nel quale vedrà il Signore.

Sabato della XXXIII settimana del Tempo Ordinario



Il fuoco ineffabile e prodigioso nascosto nell’essenza delle cose, 
come nel roveto ardente di Mosè, 
è il fuoco dell’amore divino 
e lo splendore fulgido della sua bellezza presente in tutte le cose.

San Massimo il Confessore




Dal Vangelo secondo Luca 20,27-40. 


Gli si avvicinarono poi alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda:
«Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello. C'erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli.Da ultimo anche la donna morì. Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie».
Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui».
Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene».
E non osavano più fargli alcuna domanda.


IL COMMENTO


Esiste la risurrezione perchè esiste un altro mondo. Ed esistono coloro i quali ne sono giudicati degni. La resurrezione è vincolata ad un giudizio e la vita sulla terra non può prescinderne. Gesù risponde alla  questione posta dai sadducei, che negavano la risurrezione, rivelando il destino dell'uomo. Gesù risponde come sempre, chiamando, mettendo in movimento. Annuncia la risurrezione illuminando profeticamente la storia. Il nucleo del kerygma, dell'annuncio della Chiesa, è infatti: Gesù Cristo è il Signore! Nella traduzione greca dell´Antico Testamento, kyrios è presente circa novemila volte, e traduce quasi sempre il nome ebraico di Dio. Anche nel Nuovo Testamento kyrios è un termine frequentissimo, si trova in settecentodiciotto passi. Vi è un uso profano che indica, ad esempio, il padrone, il proprietario di uno schiavo, il datore di lavoro, il marito. Un altro uso riferisce kyrios a Dio. Un altro ancora, il più frequente, fa riferimento a Gesù Cristo, e attesta la sua divinità e la sua signoria. Dio è kyrios e si è rivelato nel suo Figlio vittorioso sulla morte. Il suo suo svuotamento, la sua umiliazione, il suo cammino sino agli abissi della morte gli ha spalancato il Regno eterno: "Per questo Dio l´ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre». Gesù è stato giudicato degno dell'altro mondo per essersi umiliato sino alla morte di croce, per non essersi difeso, per aver offerto la propria vita. E' kyrios perchè ha amato sino alla fine. 


In Lui si compie la storia della salvezza. In Lui il Dio dei vivi autentica la sua signoria sulla morte. In Lui si comprende il mistero del roveto ardente, la rivelazione di Dio attraverso il suo Nome. "Chi sei?, Chi mi manda?": nella domanda di Mosè Gesù trova la risposta per i sadducei. E' nel dialogo tra Dio e Mosè, un dialogo di elezione e missione, che bisogna cercare la risposta sula risurrezione. In quel roveto che non si consuma appare Dio, Colui che è bruciando d'amore. Un amore che consuma la morte e il peccato, che perdona al di là di ogni ragionevolezza; Colui che, per amore, invia Mosè, e poi Giosuè, e poi i Giudici, e poi i Profeti, e poi il suo Figlio. La domanda dei sadducei è una traduzione della domanda di Mosè. Di fronte all'inestricabilità della schiavitù chi può avere tanto potere da liberare un manipolo di poveri uomini dal giogo di ferro del più potente dei re della terra, e per di più attraverso un pover'uomo che balbetta? Nella resurrezione, - ammesso che ci sia.. - chi sarà lo sposo di una donna che, in virtù della legge del levirato che doveva garantire una discendenza, ha avuto sette mariti? Io sono colui che sono! Come il roveto pur bruciando non si consuma, così non esiste fuoco di schiavitù e di morte capace di estinguere il mio amore. La vita di Dio plana sulla terra e stravolge l'equilibrio precario dettato dalla corruzione figlia del peccato. La vita di dio scende nella vita dell'uomo e la libera dagli angusti confini della carne. Dio è kyrios perchè manifesta il suo potere in un amore così grande da attirare l'uomo e farlo partecipare della sua vita. E' il Dio di Baramo, Isacco e Giacobbe, il Dio dei vivi, perchè ciò che ha iniziato in loro è portato a compimento nel suo Figlio. E' il Dio della storia che, pur essendo un roveto che brucia ogni vita nell'ineluttabilità della morte, è redenta e trasfigurata nel suo amore che nulla può consumare. L'amore rivelato in Cristo.


In Lui si inaugura il compimento della storia della salvezza. L'elezione, le promesse di libertà e pace, il Regno che non avrà fine, il roveto che non si consuma è, in Cristo, accessibile ad ogni uomo. Accogliere Gesù significa accogliere il Nome stesso di Dio, al di sopra di ogni altro potere; accogliere Lui è accogliere il suo amore capace di trasfigurare la nostra vita, i tentativi di dare senso e continuità a quello che siamo e facciamo. Siamo schiavi di una carne incapace di andare oltre la biologia ferita dal peccato. Siamo noi questa sposa data in sposa a sette mariti. Sette mariti, e nessun figlio. Siamo sterili, le tentiamo tutte, ma la vita ci scappa di mano. Come il Popolo di Israele schiavo in Egitto. Il lavoro, il matrimonio, le amicizie, sono mariti incapaci di darci una discendenza, il sigillo dell'eternità, l'amore che sfugga alla corruzione. Ma siamo chiamati a ben altro! A vivere una vita feconda, a fare frutti che rimangano, a un amore che, tra le fiamme della storia, non si consumi. Siamo chiamati ad essere figli di Dio, figli nel Figlio che ha vinto la morte. In Lui, e solo in Lui, possiamo essere giudicati degni di un altro mondo, quello dove la corruzione non infetti le relazioni, i pensieri, le opere. Il mondo di Dio, dove regna un amore che ha varcato le porte della morte. Siamo chiamati ad accogliere Gesù, il kyrios, il marito che ci attende per farci sua sposa per l'eternità, nella fedeltà e nell'amore, da oggi, nella storia concreta che stiamo vivendo. Esiste la risurrezione perchè Dio è il Dio dei vivi, dei chiamati e amati, di Abramo, di Isacco e Giacobbe; di Gesù Cristo e di ciascuno di noi. Ascoltiamo la sua Parola che esce proprio dal fuoco che sembra volerci distruggere. E' dalle fiamme che ci avvolgono che giunge oggi a noi la Parola capace di salvarci, di farci felici, il perdono e l'amore che ci donano la certezza della risurrezione, già oggi, quì, nella nostra vita.


"Mosè, mentre pascola il gregge, vede un roveto in fiamme, che non si consuma. Si avvicina per osservare questo prodigio, quando una voce lo chiama per nome e, invitandolo a prendere coscienza della sua indegnità, gli comanda di togliersi i sandali, perché quel luogo è santo. "Io sono il Dio di tuo padre – gli dice la voce – il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe"; e aggiunge: "Io sono Colui che sono!" (Es 3,6a.14). Dio si manifesta in diversi modi anche nella vita di ciascuno di noi. Per poter riconoscere la sua presenza è però necessario che ci accostiamo a lui consapevoli della nostra miseria e con profondo rispetto. Diversamente ci rendiamo incapaci di incontrarlo e di entrare in comunione con Lui" (Benedetto XVI, Angelus del 7 marzo 2010).




Beato Giovanni Paolo II (1920-2005), papa
Udienza generale del 01/12/82 (© copyright Libreria Editrice Vaticana)


«Essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio»


        Il matrimonio - come sacramento nato dal mistero della Redenzione e rinato, in certo senso, nell'amore sponsale di Cristo e della Chiesa (Cf Ef 5, 22-23) - è una efficace espressione della potenza salvifica di Dio, che realizza il suo eterno disegno anche dopo il peccato e malgrado la triplice concupiscenza, nascosta nel cuore di ogni uomo, maschio e femmina... Questa verità - che cioè il matrimonio, quale sacramento scaturito dal mistero della Redenzione... determina inoltre il carattere del matrimonio quale uno dei sacramenti della Chiesa. Come sacramento della Chiesa, il matrimonio ha indole di indissolubilità. Come sacramento della Chiesa, esso è anche parola dello Spirito, che esorta l'uomo e la donna a modellare tutta la loro convivenza attingendo forza dal mistero della «redenzione del corpo»... La redenzione del corpo significa... anche quella «speranza» che, nella dimensione del matrimonio, può essere definita speranza del giorno quotidiano, speranza della temporalità...


         Coloro che, come coniugi, secondo l'eterno disegno divino si uniscono così da divenire, in certo senso, «una sola carne», sono anche a loro volta chiamati, mediante il sacramento, ad una vita «secondo lo Spirito»... La vita «secondo lo Spirito»,... a cui corrisponde la dignità degli stessi coniugi in qualità di genitori, si esprime nella profonda consapevolezza della santità della vita..., a cui ambedue danno origine, partecipando - come i progenitori - alle forze del mistero della creazione. Alla luce di quella speranza, che è connessa col mistero della redenzione del corpo, questa nuova vita umana, l'uomo nuovo concepito e nato dall'unione coniugale di suo padre e di sua madre, si apre alle «primizie dello Spirito» «per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8, 21). E se «tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto» (Rm 8, 22), una particolare speranza accompagna le doglie della madre partoriente, cioè la speranza della «rivelazione dei figli di Dio» (cf. Rm 8, 19-23), speranza di cui ogni neonato che viene al mondo porta con sé una scintilla.... A ciò si riferiscono le parole, in cui Cristo si richiama alla risurrezione dei corpi...«Essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio».





Martedì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario. Approfondimenti








Mons. Luigi Giussani. Zaccheo

"Il capo della mafia di Gerico, Zaccheo, si arrampica su un sicomoro per vederLo, perché era piccolo di statura. Gesù gli passa vicino, guarda su, dove si era issato, e gli dice: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Immaginiamo che cosa ha dovuto sentire quell´uomo! È come se Cristo gli avesse detto: «Io ti stimo, Zaccheo, fai presto a scendere, vengo a casa tua». Ma quell´incontro non sarebbe vero - sarebbe come se non fosse avvenuto duemila anni fa - se non avvenisse adesso. Un uomo non può aderire a Cristo se non percepisce che è vero oggi! Gli incontri con persone che ci guardano e ci comprendono come Gesù ha guardato e compreso Zaccheo, e che noi possiamo guardare, sono i fatti più importanti della vita. «Guardate ogni giorno il volto dei santi e traete conforto dai loro discorsi»: è l´invito di uno dei primi documenti cristiani, la Didaché". 

Un’altra volta c’era il capomafìa di un paese, di una grossa città, anche adesso se ne parla: Gerico. Lui, dicevo, era il capomafìa, il capo dei gabellieri, venduto ai romani. Sentì dire che c’era Gesù in paese, perché tutti ne parlavano in quelle zone. Passò davanti alla folla e si arrampicò su un sicomoro, una pianta non tanto alta, per poterlo vedere passare, perché lui era troppo piccolo. La folla si avvicina, Gesù sta parlando, Gesù passa, gli è lì davanti, si ferma: «Zaccheo, io ho stima di te, vengo a casa tua. Va’, perché vengo a casa tua». Non so cosa abbia fatto Zaccheo poi nella vita, potrà averne fatte peggio di prima, ma nella sua vita la cosa che stava in mezzo all’anima, attorno a cui il cuore si avvinghiava, nella speranza e nel dolore, nel pentimento e nell’espiazione, era il ricordo di quell’istante, l’istante in cui quell’uomo lo guardò e gli disse: «Zaccheo»


LEGENDA MAGGIORE - Vita di san Francesco d'Assisi 
di SAN BONAVENTURA DA BAGNOREGIO 1032-1033

Di lì a poco si mise in viaggio; ma, appena giunto nella città più vicina (Spoleto), udì nella notte il Signore, che in tono familiare gli diceva: "Francesco, chi ti può giovare di più: il signore o il servo, il ricco o il poverello? ". " Il signore e il ricco ", rispose Francesco. E subito la voce incalzò: " E allora perché lasci il Signore per il servo; Dio così ricco, per l'uomo, così povero? ". Francesco, allora: " Signore, che vuoi che io faccia? ". " Ritorna nella tua terra -rispose il Signore - perché la visione, che tu hai avuto, raffigura una missione spirituale, che si deve compiere in te, non per disposizione umana, ma per disposizione divina ". Venuto il mattino, egli ritorna in fretta alla volta di Assisi, lieto e sicuro. Divenuto ormai modello di obbedienza, restava in attesa della volontà di Dio.
Da allora, sottraendosi al chiasso del traffico e della gente, supplicava devotamente la clemenza divina, che si degnasse mostrargli quanto doveva fare. Intanto la pratica assidua della preghiera sviluppava sempre più forte in lui la fiamma dei desideri celesti e l'amore della patria celeste gli faceva disprezzare come un nulla tutte le cose terrene. Sentiva di avere scoperto il tesoro nascosto e, da mercante saggio, si industriava di comprare la perla preziosa, che aveva trovato, a prezzo di tutti i suoi beni. Non sapeva ancora, però, in che modo realizzare ciò: un suggerimento interiore gli faceva intendere soltanto che il commercio spirituale deve iniziare dal disprezzo del mondo e che la milizia di Cristo deve iniziare dalla vittoria su se stessi.


Benedetto XVI. “Oggi devo fermarmi a casa tua. In fretta scese e l’accolse”. 

L’autentica realizzazione dell’uomo e la sua vera gioia non si trovano nel potere, nel successo, nel denaro, ma soltanto in Dio, che Gesù Cristo ci fa conoscere e ci rende vicino. E’ questa l’esperienza di Zaccheo. Egli, secondo la mentalità corrente, ha tutto: potere e denaro. Può dirsi un “uomo arrivato”: ha fatto carriera, ha raggiunto ciò che voleva e potrebbe dire, come il ricco stolto della parabola evangelica, “anima mia hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divertiti” (Lc 12,19). Per questo il suo desiderio di vedere Gesù è sorprendente. Che cosa lo spinge a ricercare l’incontro con Lui? Zaccheo si rende conto che quanto possiede non gli basta, sente il desiderio di andare oltre. Ed ecco che Gesù, il profeta di Nazaret, passa da Gerico, la sua città. Di Lui gli è giunta l’eco di alcune parole inconsuete: beati i poveri, i miti, gli afflitti, gli affamati di giustizia. 

Parole per lui strane, ma forse proprio per questo affascinanti, nuove. Vuole vedere questo Gesù. Ma Zaccheo, seppure ricco e potente, è piccolo di statura. Perciò corre avanti, sale su un albero, un sicomoro. Non gli importa di esporsi al ridicolo: ha trovato un modo per rendere possibile l’incontro. E Gesù arriva, alza lo sguardo verso di lui, lo chiama per nome: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19,5). Nulla è impossibile a Dio! Da questo incontro scaturisce per Zaccheo una vita nuova: accoglie Gesù con gioia, scoprendo finalmente la realtà che può riempire veramente e pienamente la sua vita. Ha toccato con mano la salvezza, ormai non è più quello di prima e come segno di conversione si impegna a donare metà dei suoi beni ai poveri e a restituire il quadruplo a chi aveva derubato. Ha trovato il vero tesoro, perché il Tesoro, che è Gesù, ha trovato lui! Amata Chiesa che sei in Venezia! Imita l’esempio di Zaccheo e vai oltre! Supera e aiuta l’uomo di oggi a superare gli ostacoli dell’individualismo, del relativismo; non lasciarti mai trarre verso il basso dalle mancanze che possono segnare le comunità cristiane. Sforzati di vedere da vicino la persona di Cristo, che ha detto: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). 


S. Agostino. Zaccheo
DISCORSO 174

L'episodio di Zaccheo in senso allegorico. Il sicomoro, la croce di Cristo. La croce sulla fronte.

3. 3. Ma tu dirai: Se io sarò Zaccheo, a causa della folla non potrò vedere Gesù. Non rattristarti, sali sull'albero dove, per te pendette Gesù e vedrai Gesù. E su quale specie di albero salì Zaccheo? Su di un sicomoro. Nelle nostre regioni o non esiste affatto o forse raramente cresce in qualche luogo, ma in quelle località abbonda questa specie e il frutto. Sono chiamati sicomori dei pomi simili ai fichi, ma tuttavia diversi; lo possono sapere coloro che li videro e li gustarono. Tuttavia, per quanto indicano con l'etimologia del nome, in latino i sicomori sono detti " falsi fichi ". Ora guarda il mio Zaccheo, osservalo, ti prego, mentre vuole vedere Gesù in mezzo alla folla e non ne è capace. Egli era umile infatti, la folla era superba; e proprio la folla, come capita abitualmente in una ressa, impediva a se stessa di vedere bene il Signore; si sollevò al di sopra della folla e vide Gesù, non essendo di ostacolo la folla. La folla infatti si rivolge agli umili, a coloro che percorrono la via dell'umiltà, a coloro che affidano a Dio le ingiurie ricevutela e che non cercano la vendetta sui nemici, la folla insulta e dice: Uomo senza difesa, che non ti puoi vendicare. La folla fa in modo che non si veda Gesù; la folla, che si gloria, che si vanta quando è riuscita a vendicarsi, ostacola perché non si veda colui che, crocifisso, dice: Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno 10. Perciò, volendolo vedere, Zaccheo, nel quale si figurava la persona degli umili, non badò alla folla che ostacolava, ma salì su un sicomoro come l'albero del falso frutto. Dice infatti l'Apostolo: Noi predichiamo Cristo crocifisso, certamente scandalo per i Giudei - considera il sicomoro - stoltezza invece per i Pagani 11. Infine, a motivo della croce di Cristo, i sapienti di questo mondo c'insultano e dicono: Che saggezza avete voi che adorate un Dio crocifisso? Quale sapienza abbiamo? Non di certo la vostra. La sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio 12. Non abbiamo davvero la vostra saggezza. Ma voi dite stolta la nostra saggezza. Dite pure quello che volete; noi possiamo salire sul sicomoro e vedere Gesù. Voi non potete vedere Gesù appunto perché vi vergognate di salire sul sicomoro. Si aggrappi Zaccheo al sicomoro, salga umile la croce. E' poca cosa il suo salire: per non arrossire della croce di Cristo, la fissi sulla fronte dove ha posto l'onore, proprio là, là, sulla parte del volto dove appare il rossore, là si fissi per non provarne vergogna. Penso che tu te ne ridi del sicomoro, però esso mi ha permesso di vedere il Signore. Ma tu te ne ridi del sicomoro, perché sei uomo; ma la stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini 13.

Necessità della grazia preveniente.

4. 4. E il Signore vide proprio Zaccheo. Fu visto e vide; ma se non fosse stato veduto, non avrebbe visto. Quelli infatti che ha predestinati, li ha anche chiamati 14. Egli è colui che parlò a Natanaele, il quale - per così dire, con la sua testimonianza, già stava collaborando al Vangelo - disse: Da Nazareth può venire qualcosa di buono? 15 Il Signore a lui: Prima che Filippo ti chiamasse, ti ho visto quando eri sotto l'albero di fico 16. Voi sapete come i primi peccatori, Adamo ed Eva, si adattassero delle cinture. Quando peccarono si adattarono delle cinture di foglie di fico e coprirono le parti vergognose 17; infatti a causa del peccato suscitarono il senso della vergogna. Pertanto, se si fecero cinture i primi peccatori - dai quali discendiamo, nei quali eravamo periti - venendo egli a cercare e a salvare ciò che era perduto, con foglie di fico si fecero di che coprire le parti vergognose, che altro si volle dire con: Ti ho visto quando eri sotto l'albero di fico, all'infuori di: Non saresti venuto a colui che purifica dai peccati se egli per primo non ti avesse veduto nel velamento del peccato? Siamo stati veduti perché potessimo vedere; siamo stati amati affinché potessimo amare. Il mio Dio, la sua misericordia mi precederà 18.

Accogliere Gesù nel cuore.

4. 5. Ora dunque il Signore, che aveva accolto Zaccheo nel cuore, si è degnato di essere ospitato nella casa di lui. Disse: Zaccheo, scendi subito, perché devo fermarmi in casa tua 19. (Quello riteneva un grande beneficio vedere Gesù). Egli, che considerava un grande e indicibile beneficio vederlo passare, meritò immediatamente di averlo in casa. Viene infusa la grazia, la fede opera per mezzo dell'amore; Cristo, che già abitava nel cuore, viene ricevuto in casa. Dice a Cristo Zaccheo: Signore, dò la metà dei miei beni ai poveri e, se in qualche cosa ho frodato alcuno, restituisco il quadruplo 20. Quasi a dire: Per questo mi trattengo una metà, non in possesso, ma per avere di che rendere. Ecco in realtà che vuol dire ricevere Cristo, accoglierlo in cuore. Era là infatti Cristo, era in Zaccheo e attraverso di lui Zaccheo diceva a se stesso ciò che ascoltava dalla bocca di lui. Dice infatti così l'Apostolo: Che Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori 21.

Quanti si credono sani infuriano contro il medico. Il sangue del medico è il rimedio per l'uccisore.

5. 6. Perciò, perché si trattava di Zaccheo, che era il capo dei Pubblicani, che era assai peccatore, quella folla, apparentemente sana, che impediva di vedere Gesù, rimase stupita e contestò il fatto che Gesù era entrato nella casa di un peccatore. Era questo un riprovare l'ingresso del Medico nella casa di un malato. Perché appunto da peccatore Zaccheo fu deriso, fu deriso in realtà, lui sano, da gente insana, Gesù rispose ai derisori: Oggi la salvezza è entrata in questa casa 22. Ecco il motivo del mio ingresso: Oggi è entrata la salvezza. Se il Salvatore non fosse entrato, in quella casa non sarebbe assolutamente entrata la salvezza. Perché, infermo, ti meravigli allora? Chiama anche tu Gesù, non crederti sano. Chi riceve il medico è un malato che ha speranza; è un infermo senza rimedio chi, per insensatezza, fa morire il medico. Che follia è mai quella di chi uccide il medico? Non è grande veramente la bontà e la potenza del medico che del suo sangue ha fatto la medicina per il suo insensato uccisore? Colui che era venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto non diceva infatti: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno 23, mentre pendeva innocente sulla croce? Sono dei folli, io sono medico, infieriscano, tollero con pazienza; nell'uccidermi darò allora la sanità. Facciamo parte dunque di coloro che egli risana. E' parola umana e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori 24; grandi e piccoli, a salvare i peccatori. Il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto 25.


S. Ambrogio. Zaccheo

“Ritorniamo ora nelle grazie dei ricchi: non vogliamo offenderli, in quanto desideriamo, se possibile, guarirli tutti. Altrimenti, impressionati dalla parabola del cammello, e lasciati da parte nella persona di Zaccheo, essi avrebbero un giusto motivo per ritenersi ingiuriati!”. E prosegue con tono più confacente al contenuto: “ Essi debbono apprendere che non c’è colpa nell’essere ricchi, ma nel non saper usare delle ricchezze: le ricchezze, che nei malvagi ostacolano la bontà, nei buoni devono costituire un incentivo alla virtù. Ecco, qui il ricco Zaccheo è scelto da Cristo: dona la metà dei suoi beni ai poveri, e restituisce fino a quattro volte quanto aveva fraudolentemente rubato. Fare solo la prima di queste due cose non sarebbe stato sufficiente, poiché la generosità non conta niente, se permane l’ingiustizia!”.