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11 Giugno. San Barnaba apostolo



αποφθεγμα Apoftegma

No, non una formula ci salverà, ma una Persona, 
e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi !  
Non si tratta, allora, di inventare un «nuovo programma». 
Il programma c'è già: 
è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. 
Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, 
da conoscere, amare, imitare, 
per vivere in lui la vita trinitaria, 
e trasformare con lui la storia 
fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste...

Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 29











L'ANNUNCIO


Dal Vangelo secondo Matteo 10,7-13

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
Non procuratevi oro, nè argento, nè moneta di rame nelle vostre cinture, nè bisaccia da viaggio, nè due tuniche, nè sandali, nè bastone, perchè l'operaio ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi». 










RESI DEGNI DAL SANGUE DI CRISTO ACCOGLIAMO IL VANGELO CHE CI SALVA
Oggi la Chiesa festeggia San Barnaba, un frutto squisito dell’inesausta missione della Chiesa. Come tu ed io, raggiunti dallo zelo degli apostoli che ci hanno annunciato e testimoniato che si può vivere laddove nessuno può resistere. Con la loro vita, infatti, ci hanno mostrato uno “spettacolo” mai visto, addirittura impensabile, perché il demonio ci aveva convinti che il Cielo non esiste perché non esiste Dio, e se c'è è ingiusto: lo “spettacolo” della loro vita discesa all’“ultimo posto” su questa terra, nel quale sono come “condannati a morte” che sperimentano “il rifiuto di tutti”, e dove sono diventati la “spazzatura” del mondo” (cfr. 1 Cor 4,9ss). Come si può “sopportare” una “condanna a morte”? Che cosa avrebbe da “benedire” chi è considerato come “spazzatura”? Come fa a “confortare” tutti chi “da tutti è rifiutato”? Eppure proprio in tutto questo gli apostoli ci hanno annunciato e mostrato che “il Regno dei Cieli è vicino"! Era in loro, lo abbiamo visto e per questo abbiamo creduto, ci siamo cioè appoggiati alla loro parola e abbiamo accolto la “pace” che ci annunciavano. "Shalom" è il dono messianico che nella Scrittura è figlia dello sguardo amorevole di Dio: “il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6.26). Questo versetto si è compiuto la sera di Pasqua nel Cenacolo, quando il Signore risorto ha “rivolto il suo volto” ai discepoli impauriti annunciando e donando loro “la pace” che ha trasformato quella stanza in un frammento del “Regno dei Cieli”. Come il Maestro erano anche loro “condannati a morte”; “rifiutati da tutti” e per questo impauriti e nascosti nell’“ultimo posto”; considerati eretici e bestemmiatori da estirpare dal Popolo, proprio come “spazzatura” da buttare via. Ma in quel luogo di paura e dolore, stretti dal rimorso per il tradimento, è apparso Cristo, e con Lui la “pace”, che è un modo per dire “il Regno messianico di Dio”. E a quella vista i discepoli “gioirono” per lo “spettacolo” del loro Amico ritornato vivo dalla morte, come abbiamo gioito noi all'annuncio del Vangelo. Per questo, l’annuncio del Vangelo è un riverbero di quell’incontro nel Cenacolo; ogni apostolo, infatti, è “un altro” Gesù Cristo, come suggerisce il termine ebraico “shaliah” tradotto con "apostolo". E quanti nel mondo si trovano ora nella situazione degli apostoli tra la morte di Gesù e la sua resurrezione? Quanti "infermi" all’ “ultimo posto” dove li inchioda una malattia fisica o spirituale? Quanti sono "morti" dopo la “condanna” del mondo solo perché inadeguati, deboli, inermi? Quanti sono “rifiutati” come “spazzatura” perché "lebbrosi" coperti dalle piaghe dei tradimenti, dell’incoerenza e di ogni difetto e peccato? Quanti? Più o meno tanti quanti abitano nel mondo. A questi, nessuno escluso, la Chiesa è inviata ad annunciare la “pace” del “regno di Dio”, ovvero la pienezza di vita che si può sperimentare anche “all’ultimo posto”.



Per questo la missione della Chiesa è una sorta di "work in progress", si compie "strada facendo" alla ricerca della pecora perduta, come ha fatto Cristo, che sul cammino si è "avvicinato" ai peccatori; e, in una carne simile alla loro, ha annunciato e mostrato la “pace” alla loro carne "inferma" e preda dalla "lebbra", "morta" a causa dei "demoni" che se ne erano impossessati. In ebraico, la radice BSR del verbo "evangelizzare" è la stessa di "carne": "La prima circostanza in cui nella Torah ricorre la parola carne non è insignificante. Essa è pronunciata dall'Adamo, al quale il Signore dà colei che Egli ha desiderato per porla di fronte a Lui. Il Signore l'ha creata con la "costola" o il "fianco" dell'Adamo. Allora, l'uomo che aveva chiamato per nome gli animali, pronuncia la parola carne. E, con tenerezza, dice: Questa volta essa è carne della mia carne, osso delle mie ossa. La Torah chiama l'uomo a essere due, uno di fronte all'altro. Ma allora bisogna parlarsi. Allora soltanto, avremo una comunicazione, una carne insieme, BSR. Questa relazione potrà essere chiamata evangelizzazione, Vangelo, BSR" (M. Vidal). Questo incontro, infatti, profetizzava proprio quello di Gesù, nuovo Adamo, che, destato dal sonno della morte, si presenta alla sua Eva, la Chiesa tratta dal suo fianco squarciato, e nata nel sangue e nell’acqua che ne scaturirono: “Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: "Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho". Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi” (Lc. 24,36-40). Questo incontro è l’immagine più pregnante della missione della Chiesa. L’evangelizzazione, infatti, è “mostrare” al mondo le “mani e i piedi” di Cristo risorto, le sue ferite gloriose nella nostra carne: come diceva Papa Francesco, siamo le “braccia, le mani, i piedi, la mente e il cuore di una Chiesa in uscita" verso chi scambia la resurrezione per “un fantasma” prodotto dalla fantasia dagli uomini per alleviare la paura della morte. Fratelli, siamo dunque inviati alle persone che Dio ha messo “lungo la strada” della nostra esistenza per “apparire” dinanzi a loro con la nostra carne già resuscitata con Cristo, libera cioè dalla schiavitù del peccato e offerta “gratuitamente” per amore. E avendo lo stesso pensiero del Signore risorto quando ci ha incontrato: "questa volta" la persona che ho di fronte "è carne della mia carne, osso delle mie ossa"; lo è perché conosco la sua sofferenza, e so che senza Cristo non ci può vivere. Ha bisogno di Lui come accadde a me. E ora che è vivo in me posso vedere ciascuno come il "tu" che mi è stato tolto dal petto e che manca al mio "io" perché sia completo; il "tu" a cui annunciare Cristo, la nostra Pace. Per questo San Paolo afferma che non è un vanto annunciare il Vangelo, ma un dovere, un incarico, un imperativo che sgorga da un cuore mutilato e inquieto sino a che non ha ritrovato la propria Eva, il fratello perduto. Come è stato in Barnaba, anche noi siamo trasformati dal battesimo in "figli della consolazione". Anche noi "siamo messi da parte per l'opera alla quale Dio ci ha destinati", per vivere cioè “come condannati a morte” nell’ “ultimo posto” dove Dio ci mette, perché appaia in noi che la morte è vinta e che proprio quello è il posto più vicino al Regno di Dio. Per questo, come gli apostoli, siamo inviati senza alcuna sicurezza: niente "oro, argento, moneta di rame nelle cinture, bisaccia da viaggio, due tuniche, sandali, bastone”, immagini della nostra vita di oggi, crocifissa con Cristo, spogliata da qualsiasi consolazione umana, nella precarietà economica e nell’estrema debolezza, forse malati e disoccupati, calunniati e diffamati. Perché per "scacciare i demoni" è necessaria la Parola di Gesù e la Croce fatte carne in noi; è necessario che siamo esposti al martirio come accadde a Barnaba, lapidato e bruciato per invidia. Perché ciò che rende autentico l'annuncio del Vangelo è l'offerta della nostra vita per “con-solare” chi incontreremo vivendo la sua stessa solitudine; per dire all'altro "ossa delle mie ossa e carne della mia carne" occorre che lo siano davvero! Solo allora, sulla soglia della sua “casa”, potremo "rivolgere il saluto" di pace, annunciando la Buona Notizia della resurrezione, perché attraverso la stoltezza della predicazione quella “casa” piena di dolore e peccato sia trasformata, nella fede, in un frammento del “Regno dei Cieli”. Tutti ne "sono degni" perché Cristo ha versato il suo sangue per ogni uomo; a meno che qualcuno non indurisca il cuore e la rifiuti. Allora la "pace ritornerà su di noi" come un pegno per lui; se sapremo assumere il suo rifiuto potremo consegnarla al Padre come fosse la sua, perché abbia pietà di lui e lo faccia entrare nel Regno dei Cieli. Proprio come Barnaba, che nell'iconografia è ritratto durante il martirio mentre stringe nelle mani il Vangelo di Matteo. Al tempo dell’imperatore bizantino Zenone (474-491), in seguito a un'apparizione di Barnaba, fu ritrovato il suo corpo che aveva ancora sul petto il Vangelo di Matteo, scritto di suo pugno. Ecco la profezia che ci consegna oggi Barnaba: saremo sepolti ogni giorno agli occhi del mondo per risorgere con il Vangelo nel cuore, scritto con la nostra vita "ricevuta gratuitamente" da Cristo e "gratuitamente data" a Lui e ai fratelli, sulle pagine della loro vita riscattata dalla morte. 


Prefazio (Proprio dei Barnabiti)
 
La voce misteriosa del tuo Spirito scelse san Barnaba dalla Chiesa dei credenti in Cristo, lo associò a Paolo e al collegio degli apostoli, ordinandogli di annunziare la verità del Vangelo, perché la redenzione e la salvezza fossero predicate a tutti i popoli. Tutto questo, o Padre, è un miracolo della tua grazia e un dono del tuo amore.




11 Giugno. San Barnaba apostolo



αποφθεγμα Apoftegma

No, non una formula ci salverà, ma una Persona, 
e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi !  
Non si tratta, allora, di inventare un «nuovo programma». 
Il programma c'è già: 
è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. 
Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, 
da conoscere, amare, imitare, 
per vivere in lui la vita trinitaria, 
e trasformare con lui la storia 
fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste...

Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 29











L'ANNUNCIO


Dal Vangelo secondo Matteo 10,7-13

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
Non procuratevi oro, nè argento, nè moneta di rame nelle vostre cinture, nè bisaccia da viaggio, nè due tuniche, nè sandali, nè bastone, perchè l'operaio ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi». 










RESI DEGNI DAL SANGUE DI CRISTO ACCOGLIAMO IL VANGELO CHE CI SALVA
Oggi la Chiesa festeggia San Barnaba, un frutto squisito dell’inesausta missione della Chiesa. Come tu ed io, raggiunti dallo zelo degli apostoli che ci hanno annunciato e testimoniato che si può vivere laddove nessuno può resistere. Con la loro vita, infatti, ci hanno mostrato uno “spettacolo” mai visto, addirittura impensabile, perché il demonio ci aveva convinti che il Cielo non esiste perché non esiste Dio, e se c'è è ingiusto: lo “spettacolo” della loro vita discesa all’“ultimo posto” su questa terra, nel quale sono come “condannati a morte” che sperimentano “il rifiuto di tutti”, e dove sono diventati la “spazzatura” del mondo” (cfr. 1 Cor 4,9ss). Come si può “sopportare” una “condanna a morte”? Che cosa avrebbe da “benedire” chi è considerato come “spazzatura”? Come fa a “confortare” tutti chi “da tutti è rifiutato”? Eppure proprio in tutto questo gli apostoli ci hanno annunciato e mostrato che “il Regno dei Cieli è vicino"! Era in loro, lo abbiamo visto e per questo abbiamo creduto, ci siamo cioè appoggiati alla loro parola e abbiamo accolto la “pace” che ci annunciavano. "Shalom" è il dono messianico che nella Scrittura è figlia dello sguardo amorevole di Dio: “il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6.26). Questo versetto si è compiuto la sera di Pasqua nel Cenacolo, quando il Signore risorto ha “rivolto il suo volto” ai discepoli impauriti annunciando e donando loro “la pace” che ha trasformato quella stanza in un frammento del “Regno dei Cieli”. Come il Maestro erano anche loro “condannati a morte”; “rifiutati da tutti” e per questo impauriti e nascosti nell’“ultimo posto”; considerati eretici e bestemmiatori da estirpare dal Popolo, proprio come “spazzatura” da buttare via. Ma in quel luogo di paura e dolore, stretti dal rimorso per il tradimento, è apparso Cristo, e con Lui la “pace”, che è un modo per dire “il Regno messianico di Dio”. E a quella vista i discepoli “gioirono” per lo “spettacolo” del loro Amico ritornato vivo dalla morte, come abbiamo gioito noi all'annuncio del Vangelo. Per questo, l’annuncio del Vangelo è un riverbero di quell’incontro nel Cenacolo; ogni apostolo, infatti, è “un altro” Gesù Cristo, come suggerisce il termine ebraico “shaliah” tradotto con "apostolo". E quanti nel mondo si trovano ora nella situazione degli apostoli tra la morte di Gesù e la sua resurrezione? Quanti "infermi" all’ “ultimo posto” dove li inchioda una malattia fisica o spirituale? Quanti sono "morti" dopo la “condanna” del mondo solo perché inadeguati, deboli, inermi? Quanti sono “rifiutati” come “spazzatura” perché "lebbrosi" coperti dalle piaghe dei tradimenti, dell’incoerenza e di ogni difetto e peccato? Quanti? Più o meno tanti quanti abitano nel mondo. A questi, nessuno escluso, la Chiesa è inviata ad annunciare la “pace” del “regno di Dio”, ovvero la pienezza di vita che si può sperimentare anche “all’ultimo posto”.



Per questo la missione della Chiesa è una sorta di "work in progress", si compie "strada facendo" alla ricerca della pecora perduta, come ha fatto Cristo, che sul cammino si è "avvicinato" ai peccatori; e, in una carne simile alla loro, ha annunciato e mostrato la “pace” alla loro carne "inferma" e preda dalla "lebbra", "morta" a causa dei "demoni" che se ne erano impossessati. In ebraico, la radice BSR del verbo "evangelizzare" è la stessa di "carne": "La prima circostanza in cui nella Torah ricorre la parola carne non è insignificante. Essa è pronunciata dall'Adamo, al quale il Signore dà colei che Egli ha desiderato per porla di fronte a Lui. Il Signore l'ha creata con la "costola" o il "fianco" dell'Adamo. Allora, l'uomo che aveva chiamato per nome gli animali, pronuncia la parola carne. E, con tenerezza, dice: Questa volta essa è carne della mia carne, osso delle mie ossa. La Torah chiama l'uomo a essere due, uno di fronte all'altro. Ma allora bisogna parlarsi. Allora soltanto, avremo una comunicazione, una carne insieme, BSR. Questa relazione potrà essere chiamata evangelizzazione, Vangelo, BSR" (M. Vidal). Questo incontro, infatti, profetizzava proprio quello di Gesù, nuovo Adamo, che, destato dal sonno della morte, si presenta alla sua Eva, la Chiesa tratta dal suo fianco squarciato, e nata nel sangue e nell’acqua che ne scaturirono: “Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: "Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho". Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi” (Lc. 24,36-40). Questo incontro è l’immagine più pregnante della missione della Chiesa. L’evangelizzazione, infatti, è “mostrare” al mondo le “mani e i piedi” di Cristo risorto, le sue ferite gloriose nella nostra carne: come diceva Papa Francesco, siamo le “braccia, le mani, i piedi, la mente e il cuore di una Chiesa in uscita" verso chi scambia la resurrezione per “un fantasma” prodotto dalla fantasia dagli uomini per alleviare la paura della morte. Fratelli, siamo dunque inviati alle persone che Dio ha messo “lungo la strada” della nostra esistenza per “apparire” dinanzi a loro con la nostra carne già resuscitata con Cristo, libera cioè dalla schiavitù del peccato e offerta “gratuitamente” per amore. E avendo lo stesso pensiero del Signore risorto quando ci ha incontrato: "questa volta" la persona che ho di fronte "è carne della mia carne, osso delle mie ossa"; lo è perché conosco la sua sofferenza, e so che senza Cristo non ci può vivere. Ha bisogno di Lui come accadde a me. E ora che è vivo in me posso vedere ciascuno come il "tu" che mi è stato tolto dal petto e che manca al mio "io" perché sia completo; il "tu" a cui annunciare Cristo, la nostra Pace. Per questo San Paolo afferma che non è un vanto annunciare il Vangelo, ma un dovere, un incarico, un imperativo che sgorga da un cuore mutilato e inquieto sino a che non ha ritrovato la propria Eva, il fratello perduto. Come è stato in Barnaba, anche noi siamo trasformati dal battesimo in "figli della consolazione". Anche noi "siamo messi da parte per l'opera alla quale Dio ci ha destinati", per vivere cioè “come condannati a morte” nell’ “ultimo posto” dove Dio ci mette, perché appaia in noi che la morte è vinta e che proprio quello è il posto più vicino al Regno di Dio. Per questo, come gli apostoli, siamo inviati senza alcuna sicurezza: niente "oro, argento, moneta di rame nelle cinture, bisaccia da viaggio, due tuniche, sandali, bastone”, immagini della nostra vita di oggi, crocifissa con Cristo, spogliata da qualsiasi consolazione umana, nella precarietà economica e nell’estrema debolezza, forse malati e disoccupati, calunniati e diffamati. Perché per "scacciare i demoni" è necessaria la Parola di Gesù e la Croce fatte carne in noi; è necessario che siamo esposti al martirio come accadde a Barnaba, lapidato e bruciato per invidia. Perché ciò che rende autentico l'annuncio del Vangelo è l'offerta della nostra vita per “con-solare” chi incontreremo vivendo la sua stessa solitudine; per dire all'altro "ossa delle mie ossa e carne della mia carne" occorre che lo siano davvero! Solo allora, sulla soglia della sua “casa”, potremo "rivolgere il saluto" di pace, annunciando la Buona Notizia della resurrezione, perché attraverso la stoltezza della predicazione quella “casa” piena di dolore e peccato sia trasformata, nella fede, in un frammento del “Regno dei Cieli”. Tutti ne "sono degni" perché Cristo ha versato il suo sangue per ogni uomo; a meno che qualcuno non indurisca il cuore e la rifiuti. Allora la "pace ritornerà su di noi" come un pegno per lui; se sapremo assumere il suo rifiuto potremo consegnarla al Padre come fosse la sua, perché abbia pietà di lui e lo faccia entrare nel Regno dei Cieli. Proprio come Barnaba, che nell'iconografia è ritratto durante il martirio mentre stringe nelle mani il Vangelo di Matteo. Al tempo dell’imperatore bizantino Zenone (474-491), in seguito a un'apparizione di Barnaba, fu ritrovato il suo corpo che aveva ancora sul petto il Vangelo di Matteo, scritto di suo pugno. Ecco la profezia che ci consegna oggi Barnaba: saremo sepolti ogni giorno agli occhi del mondo per risorgere con il Vangelo nel cuore, scritto con la nostra vita "ricevuta gratuitamente" da Cristo e "gratuitamente data" a Lui e ai fratelli, sulle pagine della loro vita riscattata dalla morte. 


Prefazio (Proprio dei Barnabiti)
 
La voce misteriosa del tuo Spirito scelse san Barnaba dalla Chiesa dei credenti in Cristo, lo associò a Paolo e al collegio degli apostoli, ordinandogli di annunziare la verità del Vangelo, perché la redenzione e la salvezza fossero predicate a tutti i popoli. Tutto questo, o Padre, è un miracolo della tua grazia e un dono del tuo amore.




11 Giugno. San Barnaba apostolo



αποφθεγμα Apoftegma

No, non una formula ci salverà, ma una Persona, 
e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi !  
Non si tratta, allora, di inventare un «nuovo programma». 
Il programma c'è già: 
è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. 
Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, 
da conoscere, amare, imitare, 
per vivere in lui la vita trinitaria, 
e trasformare con lui la storia 
fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste...

Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 29











L'ANNUNCIO


Dal Vangelo secondo Matteo 10,7-13

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
Non procuratevi oro, nè argento, nè moneta di rame nelle vostre cinture, nè bisaccia da viaggio, nè due tuniche, nè sandali, nè bastone, perchè l'operaio ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi». 







RESI DEGNI DAL SANGUE DI CRISTO ACCOGLIAMO IL VANGELO CHE CI SALVA
Oggi la Chiesa festeggia San Barnaba, un frutto squisito dell’inesausta missione della Chiesa. Come tu ed io, raggiunti dallo zelo degli apostoli che ci hanno annunciato e testimoniato che si può vivere laddove nessuno può resistere. Con la loro vita, infatti, ci hanno mostrato uno “spettacolo” mai visto, addirittura impensabile, perché il demonio ci aveva convinti che il Cielo non esiste perché non esiste Dio, e se c'è è ingiusto: lo “spettacolo” della loro vita discesa all’“ultimo posto” su questa terra, nel quale sono come “condannati a morte” che sperimentano “il rifiuto di tutti”, e dove sono diventati la “spazzatura” del mondo” (cfr. 1 Cor 4,9ss). Come si può “sopportare” una “condanna a morte”? Che cosa avrebbe da “benedire” chi è considerato come “spazzatura”? Come fa a “confortare” tutti chi “da tutti è rifiutato”? Eppure proprio in tutto questo gli apostoli ci hanno annunciato e mostrato che “il Regno dei Cieli è vicino"! Era in loro, lo abbiamo visto e per questo abbiamo creduto, ci siamo cioè appoggiati alla loro parola e abbiamo accolto la “pace” che ci annunciavano. "Shalom" è il dono messianico che nella Scrittura è figlia dello sguardo amorevole di Dio: “il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6.26). Questo versetto si è compiuto la sera di Pasqua nel Cenacolo, quando il Signore risorto ha “rivolto il suo volto” ai discepoli impauriti annunciando e donando loro “la pace” che ha trasformato quella stanza in un frammento del “Regno dei Cieli”. Come il Maestro erano anche loro “condannati a morte”; “rifiutati da tutti” e per questo impauriti e nascosti nell’“ultimo posto”; considerati eretici e bestemmiatori da estirpare dal Popolo, proprio come “spazzatura” da buttare via. Ma in quel luogo di paura e dolore, stretti dal rimorso per il tradimento, è apparso Cristo, e con Lui la “pace”, che è un modo per dire “il Regno messianico di Dio”. E a quella vista i discepoli “gioirono” per lo “spettacolo” del loro Amico ritornato vivo dalla morte, come abbiamo gioito noi all'annuncio del Vangelo. Per questo, l’annuncio del Vangelo è un riverbero di quell’incontro nel Cenacolo; ogni apostolo, infatti, è “un altro” Gesù Cristo, come suggerisce il termine ebraico “shaliah” tradotto con "apostolo". E quanti nel mondo si trovano ora nella situazione degli apostoli tra la morte di Gesù e la sua resurrezione? Quanti "infermi" all’ “ultimo posto” dove li inchioda una malattia fisica o spirituale? Quanti sono "morti" dopo la “condanna” del mondo solo perché inadeguati, deboli, inermi? Quanti sono “rifiutati” come “spazzatura” perché "lebbrosi" coperti dalle piaghe dei tradimenti, dell’incoerenza e di ogni difetto e peccato? Quanti? Più o meno tanti quanti abitano nel mondo. A questi, nessuno escluso, la Chiesa è inviata ad annunciare la “pace” del “regno di Dio”, ovvero la pienezza di vita che si può sperimentare anche “all’ultimo posto”.



Per questo la missione della Chiesa è una sorta di "work in progress", si compie "strada facendo" alla ricerca della pecora perduta, come ha fatto Cristo, che sul cammino si è "avvicinato" ai peccatori; e, in una carne simile alla loro, ha annunciato e mostrato la “pace” alla loro carne "inferma" e preda dalla "lebbra", "morta" a causa dei "demoni" che se ne erano impossessati. In ebraico, la radice BSR del verbo "evangelizzare" è la stessa di "carne": "La prima circostanza in cui nella Torah ricorre la parola carne non è insignificante. Essa è pronunciata dall'Adamo, al quale il Signore dà colei che Egli ha desiderato per porla di fronte a Lui. Il Signore l'ha creata con la "costola" o il "fianco" dell'Adamo. Allora, l'uomo che aveva chiamato per nome gli animali, pronuncia la parola carne. E, con tenerezza, dice: Questa volta essa è carne della mia carne, osso delle mie ossa. La Torah chiama l'uomo a essere due, uno di fronte all'altro. Ma allora bisogna parlarsi. Allora soltanto, avremo una comunicazione, una carne insieme, BSR. Questa relazione potrà essere chiamata evangelizzazione, Vangelo, BSR" (M. Vidal). Questo incontro, infatti, profetizzava proprio quello di Gesù, nuovo Adamo, che, destato dal sonno della morte, si presenta alla sua Eva, la Chiesa tratta dal suo fianco squarciato, e nata nel sangue e nell’acqua che ne scaturirono: “Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: "Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho". Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi” (Lc. 24,36-40). Questo incontro è l’immagine più pregnante della missione della Chiesa. L’evangelizzazione, infatti, è “mostrare” al mondo le “mani e i piedi” di Cristo risorto, le sue ferite gloriose nella nostra carne: come diceva Papa Francesco, siamo le “braccia, le mani, i piedi, la mente e il cuore di una Chiesa in uscita" verso chi scambia la resurrezione per “un fantasma” prodotto dalla fantasia dagli uomini per alleviare la paura della morte. Fratelli, siamo dunque inviati alle persone che Dio ha messo “lungo la strada” della nostra esistenza per “apparire” dinanzi a loro con la nostra carne già resuscitata con Cristo, libera cioè dalla schiavitù del peccato e offerta “gratuitamente” per amore. E avendo lo stesso pensiero del Signore risorto quando ci ha incontrato: "questa volta" la persona che ho di fronte "è carne della mia carne, osso delle mie ossa"; lo è perché conosco la sua sofferenza, e so che senza Cristo non ci può vivere. Ha bisogno di Lui come accadde a me. E ora che è vivo in me posso vedere ciascuno come il "tu" che mi è stato tolto dal petto e che manca al mio "io" perché sia completo; il "tu" a cui annunciare Cristo, la nostra Pace. Per questo San Paolo afferma che non è un vanto annunciare il Vangelo, ma un dovere, un incarico, un imperativo che sgorga da un cuore mutilato e inquieto sino a che non ha ritrovato la propria Eva, il fratello perduto. Come è stato in Barnaba, anche noi siamo trasformati dal battesimo in "figli della consolazione". Anche noi "siamo messi da parte per l'opera alla quale Dio ci ha destinati", per vivere cioè “come condannati a morte” nell’ “ultimo posto” dove Dio ci mette, perché appaia in noi che la morte è vinta e che proprio quello è il posto più vicino al Regno di Dio. Per questo, come gli apostoli, siamo inviati senza alcuna sicurezza: niente "oro, argento, moneta di rame nelle cinture, bisaccia da viaggio, due tuniche, sandali, bastone”, immagini della nostra vita di oggi, crocifissa con Cristo, spogliata da qualsiasi consolazione umana, nella precarietà economica e nell’estrema debolezza, forse malati e disoccupati, calunniati e diffamati. Perché per "scacciare i demoni" è necessaria la Parola di Gesù e la Croce fatte carne in noi; è necessario che siamo esposti al martirio come accadde a Barnaba, lapidato e bruciato per invidia. Perché ciò che rende autentico l'annuncio del Vangelo è l'offerta della nostra vita per “con-solare” chi incontreremo vivendo la sua stessa solitudine; per dire all'altro "ossa delle mie ossa e carne della mia carne" occorre che lo siano davvero! Solo allora, sulla soglia della sua “casa”, potremo "rivolgere il saluto" di pace, annunciando la Buona Notizia della resurrezione, perché attraverso la stoltezza della predicazione quella “casa” piena di dolore e peccato sia trasformata, nella fede, in un frammento del “Regno dei Cieli”. Tutti ne "sono degni" perché Cristo ha versato il suo sangue per ogni uomo; a meno che qualcuno non indurisca il cuore e la rifiuti. Allora la "pace ritornerà su di noi" come un pegno per lui; se sapremo assumere il suo rifiuto potremo consegnarla al Padre come fosse la sua, perché abbia pietà di lui e lo faccia entrare nel Regno dei Cieli. Proprio come Barnaba, che nell'iconografia è ritratto durante il martirio mentre stringe nelle mani il Vangelo di Matteo. Al tempo dell’imperatore bizantino Zenone (474-491), in seguito a un'apparizione di Barnaba, fu ritrovato il suo corpo che aveva ancora sul petto il Vangelo di Matteo, scritto di suo pugno. Ecco la profezia che ci consegna oggi Barnaba: saremo sepolti ogni giorno agli occhi del mondo per risorgere con il Vangelo nel cuore, scritto con la nostra vita "ricevuta gratuitamente" da Cristo e "gratuitamente data" a Lui e ai fratelli, sulle pagine della loro vita riscattata dalla morte. 


Prefazio (Proprio dei Barnabiti)
La voce misteriosa del tuo Spirito scelse san Barnaba dalla Chiesa dei credenti in Cristo, lo associò a Paolo e al collegio degli apostoli, ordinandogli di annunziare la verità del Vangelo, perché la redenzione e la salvezza fossero predicate a tutti i popoli. Tutto questo, o Padre, è un miracolo della tua grazia e un dono del tuo amore.




11 Giugno. San Barnaba Apostolo


Martirio di San Barnaba


αποφθεγμα Apoftegma

No, non una formula ci salverà, ma una Persona, 
e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi !  
Non si tratta, allora, di inventare un «nuovo programma». 
Il programma c'è già: 
è quello di sempre, raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. 
Esso si incentra, in ultima analisi, in Cristo stesso, 
da conoscere, amare, imitare, 
per vivere in lui la vita trinitaria, 
e trasformare con lui la storia 
fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste...

Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 29














L'ANNUNCIO


Dal Vangelo secondo Matteo 10,7-13

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
Non procuratevi oro, nè argento, nè moneta di rame nelle vostre cinture, nè bisaccia da viaggio, nè due tuniche, nè sandali, nè bastone, perchè l'operaio ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi». 









RESI DEGNI DAL SANGUE DI CRISTO ACCOGLIAMO IL VANGELO CHE CI SALVA
Oggi la Chiesa festeggia San Barnaba, un frutto squisito dell’inesausta missione della Chiesa. Come tu ed io, raggiunti dallo zelo degli apostoli che ci hanno annunciato e testimoniato che si può vivere laddove nessuno può resistere. Con la loro vita, infatti, ci hanno mostrato uno “spettacolo” mai visto, addirittura impensabile, perché il demonio ci aveva convinti che il Cielo non esiste perché non esiste Dio, e se c'è è ingiusto: lo “spettacolo” della loro vita discesa all’“ultimo posto” su questa terra, nel quale sono come “condannati a morte” che sperimentano “il rifiuto di tutti”, e dove sono diventati la “spazzatura” del mondo” (cfr. 1 Cor 4,9ss). Come si può “sopportare” una “condanna a morte”? Che cosa avrebbe da “benedire” chi è considerato come “spazzatura”? Come fa a “confortare” tutti chi “da tutti è rifiutato”? Eppure proprio in tutto questo gli apostoli ci hanno annunciato e mostrato che “il Regno dei Cieli è vicino"! Era in loro, lo abbiamo visto e per questo abbiamo creduto, ci siamo cioè appoggiati alla loro parola e abbiamo accolto la “pace” che ci annunciavano. "Shalom" è il dono messianico che nella Scrittura è figlia dello sguardo amorevole di Dio: “il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6.26). Questo versetto si è compiuto la sera di Pasqua nel Cenacolo, quando il Signore risorto ha “rivolto il suo volto” ai discepoli impauriti annunciando e donando loro “la pace” che ha trasformato quella stanza in un frammento del “Regno dei Cieli”. Come il Maestro erano anche loro “condannati a morte”; “rifiutati da tutti” e per questo impauriti e nascosti nell’“ultimo posto”; considerati eretici e bestemmiatori da estirpare dal Popolo, proprio come “spazzatura” da buttare via. Ma in quel luogo di paura e dolore, stretti dal rimorso per il tradimento, è apparso Cristo, e con Lui la “pace”, che è un modo per dire “il Regno messianico di Dio”. E a quella vista i discepoli “gioirono” per lo “spettacolo” del loro Amico ritornato vivo dalla morte, come abbiamo gioito noi all'annuncio del Vangelo. Per questo, l’annuncio del Vangelo è un riverbero di quell’incontro nel Cenacolo; ogni apostolo, infatti, è “un altro” Gesù Cristo, come suggerisce il termine ebraico “shaliah” tradotto con "apostolo". E quanti nel mondo si trovano ora nella situazione degli apostoli tra la morte di Gesù e la sua resurrezione? Quanti "infermi" all’ “ultimo posto” dove li inchioda una malattia fisica o spirituale? Quanti sono "morti" dopo la “condanna” del mondo solo perché inadeguati, deboli, inermi? Quanti sono “rifiutati” come “spazzatura” perché "lebbrosi" coperti dalle piaghe dei tradimenti, dell’incoerenza e di ogni difetto e peccato? Quanti? Più o meno tanti quanti abitano nel mondo. A questi, nessuno escluso, la Chiesa è inviata ad annunciare la “pace” del “regno di Dio”, ovvero la pienezza di vita che si può sperimentare anche “all’ultimo posto”.



Per questo la missione della Chiesa è una sorta di "work in progress", si compie "strada facendo" alla ricerca della pecora perduta, come ha fatto Cristo, che sul cammino si è "avvicinato" ai peccatori; e, in una carne simile alla loro, ha annunciato e mostrato la “pace” alla loro carne "inferma" e preda dalla "lebbra", "morta" a causa dei "demoni" che se ne erano impossessati. In ebraico, la radice BSR del verbo "evangelizzare" è la stessa di "carne": "La prima circostanza in cui nella Torah ricorre la parola carne non è insignificante. Essa è pronunciata dall'Adamo, al quale il Signore dà colei che Egli ha desiderato per porla di fronte a Lui. Il Signore l'ha creata con la "costola" o il "fianco" dell'Adamo. Allora, l'uomo che aveva chiamato per nome gli animali, pronuncia la parola carne. E, con tenerezza, dice: Questa volta essa è carne della mia carne, osso delle mie ossa. La Torah chiama l'uomo a essere due, uno di fronte all'altro. Ma allora bisogna parlarsi. Allora soltanto, avremo una comunicazione, una carne insieme, BSR. Questa relazione potrà essere chiamata evangelizzazione, Vangelo, BSR" (M. Vidal). Questo incontro, infatti, profetizzava proprio quello di Gesù, nuovo Adamo, che, destato dal sonno della morte, si presenta alla sua Eva, la Chiesa tratta dal suo fianco squarciato, e nata nel sangue e nell’acqua che ne scaturirono: “Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!". Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: "Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho". Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi” (Lc. 24,36-40). Questo incontro è l’immagine più pregnante della missione della Chiesa. L’evangelizzazione, infatti, è “mostrare” al mondo le “mani e i piedi” di Cristo risorto, le sue ferite gloriose nella nostra carne: come diceva Papa Francesco, siamo le “braccia, le mani, i piedi, la mente e il cuore di una Chiesa in uscita" verso chi scambia la resurrezione per “un fantasma” prodotto dalla fantasia dagli uomini per alleviare la paura della morte. Fratelli, siamo dunque inviati alle persone che Dio ha messo “lungo la strada” della nostra esistenza per “apparire” dinanzi a loro con la nostra carne già resuscitata con Cristo, libera cioè dalla schiavitù del peccato e offerta “gratuitamente” per amore. E avendo lo stesso pensiero del Signore risorto quando ci ha incontrato: "questa volta" la persona che ho di fronte "è carne della mia carne, osso delle mie ossa"; lo è perché conosco la sua sofferenza, e so che senza Cristo non ci può vivere. Ha bisogno di Lui come accadde a me. E ora che è vivo in me posso vedere ciascuno come il "tu" che mi è stato tolto dal petto e che manca al mio "io" perché sia completo; il "tu" a cui annunciare Cristo, la nostra Pace. Per questo San Paolo afferma che non è un vanto annunciare il Vangelo, ma un dovere, un incarico, un imperativo che sgorga da un cuore mutilato e inquieto sino a che non ha ritrovato la propria Eva, il fratello perduto. Come è stato in Barnaba, anche noi siamo trasformati dal battesimo in "figli della consolazione". Anche noi "siamo messi da parte per l'opera alla quale Dio ci ha destinati", per vivere cioè “come condannati a morte” nell’ “ultimo posto” dove Dio ci mette, perché appaia in noi che la morte è vinta e che proprio quello è il posto più vicino al Regno di Dio. Per questo, come gli apostoli, siamo inviati senza alcuna sicurezza: niente "oro, argento, moneta di rame nelle cinture, bisaccia da viaggio, due tuniche, sandali, bastone”, immagini della nostra vita di oggi, crocifissa con Cristo, spogliata da qualsiasi consolazione umana, nella precarietà economica e nell’estrema debolezza, forse malati e disoccupati, calunniati e diffamati. Perché per "scacciare i demoni" è necessaria la Parola di Gesù e la Croce fatte carne in noi; è necessario che siamo esposti al martirio come accadde a Barnaba, lapidato e bruciato per invidia. Perché ciò che rende autentico l'annuncio del Vangelo è l'offerta della nostra vita per “con-solare” chi incontreremo vivendo la sua stessa solitudine; per dire all'altro "ossa delle mie ossa e carne della mia carne" occorre che lo siano davvero! Solo allora, sulla soglia della sua “casa”, potremo "rivolgere il saluto" di pace, annunciando la Buona Notizia della resurrezione, perché attraverso la stoltezza della predicazione quella “casa” piena di dolore e peccato sia trasformata, nella fede, in un frammento del “Regno dei Cieli”. Tutti ne "sono degni" perché Cristo ha versato il suo sangue per ogni uomo; a meno che qualcuno non indurisca il cuore e la rifiuti. Allora la "pace ritornerà su di noi" come un pegno per lui; se sapremo assumere il suo rifiuto potremo consegnarla al Padre come fosse la sua, perché abbia pietà di lui e lo faccia entrare nel Regno dei Cieli. Proprio come Barnaba, che nell'iconografia è ritratto durante il martirio mentre stringe nelle mani il Vangelo di Matteo. Al tempo dell’imperatore bizantino Zenone (474-491), in seguito a un'apparizione di Barnaba, fu ritrovato il suo corpo che aveva ancora sul petto il Vangelo di Matteo, scritto di suo pugno. Ecco la profezia che ci consegna oggi Barnaba: saremo sepolti ogni giorno agli occhi del mondo per risorgere con il Vangelo nel cuore, scritto con la nostra vita "ricevuta gratuitamente" da Cristo e "gratuitamente data" a Lui e ai fratelli, sulle pagine della loro vita riscattata dalla morte. 







11 giugno. San Barnaba Apostolo



Martirio di San Barnaba Apostolo



"Il Regno dei Cieli è vicino": l'annuncio della Chiesa è una sorta di "work in progress", si compie "strada facendo". Se gli apostoli non camminano, il Regno di Dio non si avvicina all'umanità. L'evangelizzazione infatti è legata indissolubilmente a una dinamica, ad un uscire da se stessi per mettersi in cammino alla ricerca degli "infermi", dei "morti", dei "lebbrosi", dei "demoni" che si nascondono nella vita delle persone, per stanarli e "cacciarli". L'evangelizzazione, dunque, non è questione da pianificare in un consiglio pastorale; è il frutto dell'amore, il più puro, perché l'unico autenticamente gratuito: essa nasce dal cammino di Dio verso la pecora perduta, l'umanità, tu ed io, dispersi e schiavi del peccato. Il cammino della Parola fatta carne e giunta a ogni uomo attraverso la carne di Maria,immagine della Chiesa. "Strada facendo" Gesù si è "avvicinato" ai peccatori, e, in una carne simile alla loro, ha annunciato e mostrato il "Regno dei Cieli" come il Destino possibile alla loro carne "inferma", azzannata dalla "lebbra", "morta" a causa dei "demoni" che se ne sono impossessati. In ebraico, la radice BSR del verbo "evangelizzare" è la stessa di "carne": "La prima circostanza in cui nella Torah ricorre la parola carne non è insignificante. Essa è pronunciata dall'Adamo, al quale il Signore dà colei che Egli ha desiderato per porla di fronte a Lui. Il Signore l'ha creata con la "costola" o il "fianco" dell'Adamo. Allora, l'uomo che aveva chiamato per nome gli animali, pronuncia la parola carne. E, con tenerezza, dice: Questa volta essa è carne della mia carne, osso delle mie ossa. La Torah chiama l'uomo a essere due, uno di fronte all'altro. Ma allora bisogna parlarsi. Allora soltanto, avremo una comunicazione, una carne insieme, BSR. Questa relazione potrà essere chiamata evangelizzazione, Vangelo, BSR" (M. Vidal, Un ebreo chiamato Gesù). Così, l'evangelizzazione riporta in luce l'origine, e per questo guarisce dalle malattie. "Questa volta" la moglie che ho di fronte, come il marito, il figlio, il salumiere, il collega, il compagno di scuola, anche e soprattutto quando mi sono nemici, "è carne della mia carne, osso delle mie ossa"; non sono più animali a cui dare il nome per dominarli, ma altri me stessi, ciascuno è il "tu" che mi è stato tolto dal petto e che manca al mio "io" perché sia completo, quel frammento unico e irripetibile nel quale riversare l'amore ricevuto, a cui donare la vita perché la mia vita sia finalmente pacificata, realizzata, compiuta. Per questo San Paolo afferma che non è un vanto annunciare il Vangelo, ma un dovere, un incarico, un imperativo che sgorga da un cuore mutilato e inquieto sino a che non ha ritrovato la propria Eva, il fratello perdutoCome è stato per Giuseppe, il nome ebreo di Barnaba, anche noi siamo trasformati dal battesimo in "figli della consolazione", che è il significato del nome Barnaba. Anche in noi sta operando la Grazia che ha plasmato lui sino a fargli vendere il suo campo, per liberarci dagli idoli dove abbiamo installato le nostra vita religiosa e perbenista, e dove abbiamo nascosto le nostre sicurezze. Nella comunità facciamo l'esperienza della vita celeste: "tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune. Anzi, vendevano le proprietà e i beni, e ne distribuivano tra tutti il ricavato, in proporzione al bisogno di ciascuno" (Atti, 2, 44s). La vittoria di Cristo sull'avarizia e l'egoismo ci consegna al fratello nell'amore gratuito che non si impossessa dell'altro; attraverso questa gestazione alla fede viene creato in noi l'uomo nuovo perché, come Barnaba, pur non facendo parte del gruppo originario degli apostoli, "siamo messi da parte (che significa "fatti santi") per l'opera alla quale Dio ci ha destinati": e qual'è questa opera? Il matrimonio,il fidanzamento, i rapporti con i figli, gli amici, i colleghi, tutte le relazioni e le cose da fare sono parte dell'opera preparata da Dio per noi. "Strada facendo", a casa come in ufficio, a scuola, al bar o al banco della frutta, siamo inviati a con-solare tutti i "soli" che incontreremo: insieme con noi, infatti, si "avvicina" Cristo, e la Chiesa, l'anticipo sulla terra del "Regno di Dio", di cui la carne dalla quale è tratto chi ci è accanto fa parte senza saperlo ancora; come fece Barnaba con Paolo di fronte alla comunità di Gerusalemme che lo temeva essendo stato un feroce persecutore, anche noi siamo inviati a prendere per mano e accompagnare nel seno materno e misericordioso della Chiesa quelli che Dio ha pensato. Tuo marito, tuo figlio, il datore di lavoro, i peccatori, anche i nemici della Chiesa, addirittura i suoi persecutori, che forse hanno lacerato la santità del matrimonio e della vita, perché nel Regno di Dio che viene con noi, nelle Parole onnipotenti dell'annuncio del Vangelo, tutti possano ritrovare il proprio posto, quello lasciato vuoto proprio per loro, come quando in un puzzle, per ogni pezzo vi è una e una sola collocazione. Cristo vivo in noi suoi apostoli è lo spazio dove il prossimo può trovare la "Pace"; lo Spirito Santo ci guida da chi è "degno" del Regno, sino alla "casa", alla vita di colui per il quale è stato preparato. Chi ci è accanto, infatti, ha la "dignità" di cittadino del Cielo; forse l'ha sepolta sotto i peccati, forse la sta rifiutando. Non è questo il problema della Chiesa e dei suoi figli; Dio, infatti, ama ogni uomo lasciandolo libero di rigettare perfino la propria dignità di "figlio della Pace". A noi sono dati, per Grazia, occhi celesti per guardare chiunque con lo sguardo del Creatore: come Barnaba, che ha contemplato l'opera dello Spirito Santo nei pagani difendendola poi dalle invidie e dai moralismi legalistici dei giudaizzanti, anche a noi è dato il dono speciale di intercettare in tutti, senza parzialità e pregiudizi, l'opera spesso nascosta della Grazia che prepara ogni uomo all'incontro con Cristo. Spinti dall'amore che ci ha raggiunti, siamo inviati, istante dopo istante, a "rivolgere il saluto" a tutti, che per un ebreo è sempre "shalom! Pace!", il saluto di Cristo risorto, la sintesi del Kerygma. Per questo, la "strada" di ogni apostolo non può essere che quella percorsa da Colui che li ha inviati e del quale sono ambasciatori, la via della Croce che schiude il cammino alla resurrezione. Sono crocifissi con Cristo perché in loro chiunque possa vedere chiaramente il perdono di Dio. Sino al martirio, come accadde a Barnaba, lapidato e bruciato per invidia. Ciò che rende autentico l'annuncio del Vangelo e apre i cuori è l'offerta della propria vita, anche del sangue se necessario, la rinuncia a se stessi e ai propri schemi, per lasciarsi pervadere dalla misericordia di Dio che apre cammini impensati per raggiungere i cuori schiavi del peccato. Si comprende allora perché gli apostoli sono inviati senza portare con sé alcuna sicurezza, alcun appoggio se non la Parola da annunciare e che ha salvato loro per primi. La missione sorge, infatti, dalla gratitudine per la gratuità con la quale gli apostoli e Barnaba hanno ricevuto tutto dal Signore. "Monete, sandali, bisacce" non fanno parte del loro bagaglio, come fu per per Davide dinanzi a Golia: solo cinque pietre, i cinque libri della Torah, la Parola trafitta nelle cinque piaghe del Signore. In essa vi è il potere di curare e guarire che li accompagna, per schiudere il Cielo attraverso la vittoria sul mondo e la corruttibilità della carne, mostrando a tutti la vita più forte della morte. Con la forza creatrice della Parola del Vangelo siamo inviati anche noi come Barnaba, che nell'iconografia è ritratto durante il martirio mentre stringe nelle mani il Vangelo di Marco. Gli Atti di Barnaba ci dicono che, al tempo dell’imperatore bizantino Zenone (474-491), in seguito a un'apparizione di Barnaba, fu ritrovato il suo corpo che aveva ancora sul petto il Vangelo di Matteo, scritto di suo pugno. Ecco, magari potessimo essere sepolti e risorgere con il Vangelo sul petto, quello scritto con la nostra vita data a Cristo, sulle pagine della vita riscattata dei nostri fratelli! 


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