La "sinfonia" della comunione
αποφθεγμα Apoftegma
E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore
ed ami me suo servo e tuo,
se ti comporterai in questa maniera, e cioè:
che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare,
che, dopo aver visto i tuoi occhi,
non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede;
e se non chiedesse perdono,
chiedi tu a lui se vuole essere perdonato.
E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi,
amalo più di me per questo:
che tu possa attrarlo al Signore;
ed abbi sempre misericordia per tali fratelli.
San Francesco, Lettera a un ministro
La comunione è uno tra i beni
più preziosi donati dallo Sposo alla Sposa; rivelando l'amore e l'unità
tra i "fratelli", essa è il segno che Dio offre al mondo perché
"creda". Il termine greco "koinonia" traduce l'ebraico "khaburah";
entrambi indicavano, in origine, una cooperativa, una società, come quella dei pescatori Pietro, Giacomo e Giovanni. Ma khaburah indicava anche la
comunità di almeno dieci persone riunita per celebrare la Pasqua. Quindi anche
gli apostoli riuniti con Gesù nel Cenacolo formavano una
khaburah: nella comunione umana, la partecipazione al Mistero Pasquale del Signore gettava le
fondamenta della comunione celeste! Dio che s'era fatto carne, provocando
scandalo e rifiuto, diveniva tanto prossimo all'uomo da farsi pane da mangiare e
sangue da bere, fondando così la comunione tra gli uomini nella comunione con
Gesù; in virtù del suo Mistero Pasquale, il Figlio di Dio "comunica" se
stesso ai suoi apostoli che, uniti a Lui, divengono così figli del suo stesso
Padre. Cristo, infatti, si è “legato a noi in
terra” nella Chiesa attraverso la Parola e i sacramenti, per “legarci anche in cielo" al Padre. “Sciogliendoci
in terra” dal potere del demonio e dai lacci del peccato, infatti, ci “ha sciolto anche in cielo" dalla
condanna che meritavamo, ha rotto ogni barriera tra noi e Dio e così ci ha “legato” in terra ai fratelli nel suo amore. Per questo, Cristo freme
di compassione in ogni cristiano nel vedere un “fratello” che si sta separando consegnandosi di nuovo all’inganno del demonio. Ogni passo che Gesù oggi indica alla Chiesa per
"guadagnare il fratello" è quindi l'attualizzazione nella storia e
l'annuncio salvifico di quello che ha fatto Lui per ogni suo “fratello” perduto:
fattosi peccato, è stato accusato nell'assemblea e alla fine è stato gettato
fuori, a morire crocifisso, "come un pagano e un pubblicano", per scendere nella tomba di ogni fratello che si è separato e, risorgendo con lui, "scioglierlo" dalla morte per "legarlo" di nuovo al Padre. Ma tu, hai a cuore il destino del
fratello? O
meglio, quello che ti è accanto è davvero “tuo fratello” al punto che se si è
perduto a causa di un peccato - un tradimento del coniuge, un rancore
incancrenito - senti che hai perduto una parte di te? O forse lo stai
giudicando, e lo hai già perduto perché lo hai rifiutato nel tuo cuore? Se è
così, allora le parole di Gesù sono innanzi tutto una chiamata a conversione
per te, perché ti umili profondamente, chiedi perdono a Dio, ti confessi e fai
penitenza, per "guadagnare" il fratello nel tuo cuore. Così forse ti
renderai conto che, prima di andare a correggerlo, dovrai incamminarti per
inginocchiarti dinanzi a lui e chiedergli perdono. Sino a che l'altro
non è tuo fratello non potrai correggere nessuno... Può darsi, infatti, che quello che
abbiamo visto nel fratello sia solo apparenza. "Se qualcuno ha
peccato": è importante quel “se”... Spesso noi lo omettiamo,
in preda ai nostri giudizi e pregiudizi. Allora il criterio migliore è
mettersi dalla parte del fratello; solo quando avrai esaurito ogni possibile
giustificazione del suo operato, allora potrai avvicinarti a lui, non senza
esserti prima immedesimato in lui. Avvicinarsi cioè senza dimenticare la trave
che è nel tuo occhio: tu sei stato lui, anzi, senza la misericordia di Dio, tu
saresti molto peggio di lui. Se non c'è questo atteggiamento, allora è meglio
lasciar perdere, perché "correggere" significa "reggere
insieme". La correzione è un frutto purissimo dell'amore, forse la sua
incarnazione più difficile. Per correggere occorre amare l'altro al punto
di desiderare di portare con lui il peso dei suoi peccati.
Ogni "fratello" di Gesù, infatti, sa che "se due di voi
sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è
nei cieli ve la concederà". Si accorderanno, con il greco originale saranno una "sinfonia"! Note diverse per innalzare al Padre la stessa preghiera... Per questo va a cercare il
"fratello" e lo "ammonisce", solo a solo; lo
corregge smascherando il suo peccato, per illuminare profeticamente la sua
situazione e annunciargli la vittoria di Cristo e il suo amore, e così indurlo
ad "accordarsi" con lui per domandare, insieme, il perdono al
Padre. Ogni correzione è, infatti, un annuncio del Vangelo. Per
questo Gesù dice "se non ti ascolterà": la fede
nell'amore e nel perdono viene donata, infatti, attraverso la stoltezza della
predicazione. E perché il "fratello" possa ascoltare ed essere
"guadagnato" si fa di tutto: si coinvolgono i fratelli più vicini e
con cui egli è più in confidenza, i pastori e i catechisti, che sono i
"testimoni" dell'opera di Dio in lui e della sua misericordia. Se il
suo cuore è tanto duro da non ascoltare neanche loro allora si coinvolge l'
"assemblea", perché l'amore di tutti sciolga le sue
resistenze. Tutto per annunciare al fratello che Cristo, vivo nella
comunità, vuole "guadagnarlo" alla felicità, alla libertà, alla vita
di figlio di Dio. Tutto per testimoniargli l'amore infinito che i fratelli
hanno per lui, che fremono di compassione nel vederlo schiavo della menzogna.
Per dirgli che non possono perdere una parte così bella e unica di se stessi... A
volte però è necessaria la massima severità, che è il segno della più grande
misericordia. La Chiesa sa che Dio ha creato l'uomo libero sino al punto di ostinarsi
sino alla fine nel peccato. La Chiesa non è buonista ma realista, e per questo
ama i suoi figli nella realtà in cui si trovano. Proprio per amore della
libertà, di fronte al rifiuto, non c'è altra soluzione che lasciare che il
"fratello" la usi sino in fondo, sino alle sue più dolorose
conseguenze. Il peccato rompe la comunione, e, non accogliendo il perdono e
perseverando in esso, si torna a vivere come prima dell'incontro con Cristo,
come prima del Battesimo: come "un pubblicano e un pagano". Far finta
di niente, in una falsa misericordia che scioglie la verità, sarebbe rendere
vana la Croce di Cristo; sarebbe anche fare torto alla dignità del
"fratello", obbligandolo a vivere come lui non vuole. Alleandosi con
il peccato che rompe la comunione egli se ne è chiamato fuori; ogni segno che
esprima la comunione sarebbe solo un'ipocrisia che, paradossalmente, gli
impedirebbe la conversione e frustrerebbe la missione della Chiesa. Una comunità divisa
perché qualche "fratello ha commesso una colpa" e non si è lasciato
"guadagnare" al perdono, non può compiere la sua missione nel
mondo. Le accade come al Popolo di Israele, quando a causa anche di uno
solo che aveva peccato e lo aveva occultato, non poteva resistere ai suoi
nemici. "Se qualcuno ha peccato" non
si può restare indifferenti, vi è di mezzo la conquista della Terra Promessa,
il Cielo da schiudere agli uomini attraverso la Chiesa. Per questo, quando
c’è ostinazione nel peccare, solo la
verità delle conseguenze amare del peccato può percuotere, alla lunga, il cuore
più indurito inducendolo alla conversione; come accadde al figlio prodigo, ormai
lontano dalla casa paterna, che proprio lì, nella solitudine affamata, è
rientrato in se stesso spinto dalla nostalgia della comunione che aveva sperimentato,
la cui pienezza non aveva più gustato peccando. Per questo, “considerare
un fratello" come un pagano e un pubblicano” significa “amarlo sino alla
fine”, sino a dove non ci sono più parole, ma solo la preghiera e l’offerta di
se stessi, ovvero i dolori, le angosce, le malattie, tutto per "guadagnare il
fratello" che in quel momento non si vuole far "guadagnare". Sino
a prendere i suoi peccati su di noi, perché così Cristo ci ha “guadagnato”
mentre lo rifiutavamo ostinatamente... Così anche noi siamo chiamati a non
disperare mai, anche quando gli eventi e le persone ci inducono alla severità
della verità. Essa è sempre sinonimo dell'amore e della libertà che Dio ha dato
a ciascuno, e ne abbiamo esperienza... Così sapremo educare i nostri figli che
scelgono di non obbedire, ammonire il coniuge e i fratelli che peccano, nella
speranza invincibile che la nostalgia di casa e la memoria struggente della
comunione con il Padre e i fratelli, li faccia rientrare in se stessi per
tornare, in un cammino di penitenza sincera, all'amore e all'unità.
La musica per Benedetto XVI
Che cos’è in realtà la musica? Da dove viene e a cosa tende? Una sua prima scaturigine è l’esperienza dell’amore. Quando gli uomini furono afferrati dall’amore, si schiuse loro un’altra dimensione dell’essere, una nuova grandezza e ampiezza della realtà. Ed essa spinse anche a esprimersi in modo nuovo. La poesia, il canto e la musica in genere sono nati da questo essere colpiti, da questo schiudersi di una nuova dimensione della vita.
Rimane indelebilmente impresso nella mia memoria come, ad esempio, non appena risuonavano le prime note della Messa dell’incoronazione di Mozart, il cielo quasi si aprisse e si sperimentasse molto profondamente la presenza del Signore.
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