Visualizzazione post con etichetta Tempo Ordinario. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tempo Ordinario. Mostra tutti i post

Sabato della XXXIV settimana del Tempo Ordinario


Noi non ci atteniamo mai al tempo presente.
Siamo così imprudenti che erriamo nei tempi che non sono nostri,
e non pensiamo affatto al solo che ci appartiene,
e così vani, che riflettiamo su quelli che non sono più nulla,
e ci preoccupiamo di disporre le cose che non sono in nostro potere,
per un tempo al quale non siamo affatto sicuri di arrivare…
e fuggiamo senza riflettere quel solo che esiste...

Blaise Pascal, Pensieri



Dal Vangelo secondo Luca 21,34-36

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra.
Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».


Il commento


La più grande novità del cristianesimo è rivelata da questa parola: “vegliate in ogni momento”. Nella vita non vi è nulla da derubricare e sottrarre all’”attenzione”: “ogni momento” è importante e decisivo perché costituisce quel frammento del Regno di Dio nel quale siamo chiamati a “comparire davanti al Figlio dell’uomo”, in piedi, nell'atteggiamento di chi è giudicato innocente dal magistrato. Il Regno di Dio, infatti, “è vicino”, ma “non è un luogo, è un evento” (Card. Joseph Ratzinger, Escatologia), è Cristo stesso vivo in mezzo a noi. Non a caso il termine usato è “in ogni kairos”, perché con il suo irrompere nella storia, Cristo ha colmato di sé il chronos - il tempo che per i greci e la mentalità del mondo divora i suoi figli – trasformando ogni istante in un momento favorevole nel quale incontrare il suo amore e aprirsi a Lui; per questo, quando ci ammonisce dicendoci “state attenti a voi stessi”, il Signore ci invita a vivere sino in fondo, con intensità e autenticità, “ogni momento”, senza sprecare nulla del tempo e di noi stessi. Per “tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra”, infatti, è preparato lo stesso “giorno” del Messia. I cristiani sanno di non avere un destino diverso da tutti gli altri: “non abitano città proprie, né conducono un genere di vita speciale, dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo” (Lettera a Diogneto) e così, sono già “sfuggiti” ai “lacci” che si “abbattono” di sorpresa su chi ha “appesantito” il “cuore” negli “affanni” per salvare “la vita”. 

Nulla, infatti, “è improvviso” per chi ha un “cuore” che “vigila” attingendo la “forza” dalla “preghiera”, “attento”, come chi dorme all’aperto, a non farsi sorprendere dalle insidie che si nascondono nella notte. Il cristiano, infatti, “non è delle tenebre, ma del giorno”; mentre il mondo è immerso nella notte dove “mangiare e bere” sino a “ubriacarsi” perché tanto si deve morire ed è meglio non pensarci, il suo “cuore veglia” in attesa dello Sposo al quale donarsi. I cristiani "hanno tra di loro un rispetto inconcepibile agli altri" (Lettera a Diogneto), stanno ben "attenti" a non perdere di vista il centro dell'esistenza, impedendo così al "cuore" di "dissiparsi" negli affetti, nel lavoro, nei beni; "vigilano" su tutto e su tutti con rispetto - termine derivante dal latino respicio - che significa guardare tenendo presente qualcosa d'altro che domina sull'orizzonte. Solo con la preghiera si può guardare il prossimo e gli eventi con amore, "sfuggendo" ai "lacci" della carne che stringono, "improvvisamente", in un cappio mortale, ricevendo la "forza" per dire a chi ci è accanto: "Sei nel centro del mio occhio e del mio cuore, ma sull'orizzonte ultimo, perché un'altra figura ti illumina, ti dà vita: sei mia perché sei di un Altro. Riconoscendo che sei di un Altro, anche io scopro di essere di un Altro" (Mons. Luigi Giussani). Lavando i piatti come deliberando in un consiglio di amministrazione, mettendo un timbro su una pratica come operando un paziente per salvargli la vita, siamo dunque chiamati a fare tutto per amore a Cristo, con il “cuore” indiviso, “abitando” alla sua presenza “ogni momento” come nel “giorno che non conosce tramonto”, trasformando così l’intera esistenza in una “preghiera” incessante: “Fa cut ardeat cor meum in amando Christum ut sibi complaceam - Fa’ che il mio cuore sia pieno di ardore nell’amore a Cristo, così che possa piacergli” (Jacopone da Todi, Stabat Mater).




 APPROFONDIMENTI








Giovedì della XXXIV settimana del Tempo Ordinario



Il cuore di Dio freme di compassione! 
...Il mistero del cuore di un Dio che si commuove 
e riversa tutto il suo amore sull'umanità. 
Un amore misterioso, che ci viene rivelato 
come incommensurabile passione di Dio per l'uomo. 
Egli non si arrende dinanzi all'ingratitudine 
e nemmeno davanti al rifiuto del popolo che si è scelto; 
anzi, con infinita misericordia, 
invia nel mondo l'Unigenito suo Figlio 
perché prenda su di sé il destino dell'amore distrutto; 
perché, sconfiggendo il potere del male e della morte, 
possa restituire dignità di figli agli esseri umani resi schiavi dal peccato. 
Tutto questo a caro prezzo: 
il Figlio Unigenito del Padre si immola sulla croce: 
"Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine". 
Simbolo di tale amore che va oltre la morte 
è il suo fianco squarciato da una lancia. 

Benedetto XVI, Omelia del 19 giugno 2009






Dal Vangelo secondo Luca 21, 20-28

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano verso i monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli che stanno in campagna non tornino in città; quelli infatti saranno giorni di vendetta, affinché tutto ciò che è stato scritto si compia. In quei giorni guai alle donne che sono incinte e a quelle che allattano, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri in tutte le nazioni; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani non siano compiuti.
Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».


Il commento

Ci aspettano “giorni di vendetta” dove esploderà l’ "ira” di Dio, che in ebraico indica anche lo zelo e la gelosia, l'amore ardente di Dio che non può rassegnarsi nel vedere i suoi figli incapaci di accogliere il Messia, perduti a inseguire idoli falsi e vani. Tutto ciò che Gesù profetizza e accadrà è il segno della sua misericordia che offre sino all'ultimo, in mille modi diversi, anche attraverso le drammatiche conseguenze dei peccati, l'occasione per riconoscere nel suo Figlio il Messia. Se proprio Gerusalemme, il luogo che Dio ha scelto per sua dimora, con il suo Tempio e le sue liturgie è incapace di accogliere il Signore, essa “sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti” e il "Popolo", purificato nell' "ira" ardente d'amore, saprà finalmente riconoscere il Messia. Allo stesso modo, se li abbiamo convertiti in idoli che ci impediscono di aprirci a Cristo, anche i luoghi che ci sono più cari e familiari, persino quelli che Dio aveva benedetto per incontrarsi con noi, saranno ridotti ad un cumulo di macerie “perché tutto ciò che il Padre ha scritto di noi si compia”, e ci convertiamo alla sua volontà. Per questo, quando in famiglia, sul lavoro, nella stessa nostra povera Chiesa, accadranno “tutte queste cose”, sarà importante comprendere l'urgenza del momento favorevole; “quando sono scosse le fondamenta” della vita, imitando il “giusto” del salmo che sa riconoscere la visita del Signore e per questo “fugge come un passero verso il monte”, siamo chiamati anche noi a non indugiare nella conversione, e non “tornare nella città” per rimettere insieme i cocci degli errori passati e salvare il salvabile. “In quei momenti”, infatti, prorompe la voce del Signore che ci ordina di “risuscitare”, secondo l’originale greco tradotto con “alzate gli occhi" e "sollevate il capo". La passione di Cristo per ogni uomo, che precede sempre e di nuovo la risurrezione, viene a salvarci “sconvolgendo” addirittura il corso della natura con "segni nel sole, nella luna e nelle stelle", e verga amori, lavoro, studio con le stigmate del suo amore. Se si ode oggi nella nostra vita “il fragore del mare e dei flutti”, è il segno che Gesù viene a purificarci “sulla nube” della sua shekinà ; con la “Gloria e la Potenza” della Croce gloriosa viene per “condurre prigioniero” il nostro uomo vecchio e farlo “cadere a fil di spada”: dalle ceneri della carne Egli saprà trarre un cuore capace di amare davvero. 

Così, mentre “gli uomini muoiono di paura” di fronte ai cataclismi, alle crisi economiche, alle malattie, alle conseguenze del peccato che ha voluto cancellare Dio, noi restiamo saldi nel suo amore. Dove il mondo vede morte e “calamità”, gli occhi dei cristiani sanno riconoscere la passione di Cristo nella passione del mondo. "Guarderanno a Colui che hanno trafitto": nella distruzione del mondo riconoscono impresse le piaghe di Gesù. Siamo le su avanguardie tra le macerie della società, i segni della sua gloriosa potenza: proprio dove tutto cade, il Signore ci “solleva” in una vita nuova. La missione profetica della Chiesa è sperare laddove tutti disperano, puntando il cielo mentre vi è “sulla terra angoscia di popoli in ansia”. Il sostantivo "synochē", tradotto con "angoscia", significa letteralmente "costrizione", e nella versione greca della Bibbia è usato a proposito di un "assedio". L'"aporia", tradotto con "ansia", rimanda a un passaggio impraticabile, una strada senza uscita: "l'aporia è la difficoltà irrisolvibile, l' impasse logica … nella quale la realtà che si mostra nell'esperienza entra in conflitto con la realtà mostrata dalla logica" (Dizionario filosofico). Quante volte la logica dei nostri ragionamenti entra in conflitto con l'evidenza amara della realtà! E così nel mondo, dove la logica di teorie politiche e sistemi ideologici non regge l'urto con il peccato che "costringe" la storia in un "assedio" mortale. Nell’aporia della vita siamo chiamati ad “alzare la testa” per mostrare ad ogni uomo la Verità che supera ogni contraddizione, perché tutte le assume nell'unica logica possibile, quella dell'amore che pone fine al male prendendolo su di sé per bruciarlo nell' "ira" di un cuore ardente di gelosia.


APPROFONDIMENTI



Giuseppe Ricciotti. La distruzione di Gerusalemme dell’anno 70

J. Ratzinger – Benedetto XVI. Profezia e apocalisse nel discorso escatologico

Mappa ragionata della Distruzione di Gerusalemme

Il verbo sollevare ricorda la donna ricurva riconsegnata da Gesù alla sua dignità


Mercoledì della XXXIV settimana del Tempo Ordinario



La perseveranza è il vigore delle forze, 
la consumazione della virtù, 
la nutrice dei meriti, 
la mediatrice delle ricompense, 
la sorella della pazienza, 
la figlia della costanza, 
l'amica della pace, 
il nodo della carità, 
il legame dell'unanimità, 
la cittadella della santità. 
Togliete la perseveranza, 
e l'obbedienza non ritrae più premio, 
il beneficio perde la sua grazia, 
il coraggio non merita più lode. 
Solo alla perseveranza si concede l'eternità, 
meglio, è essa che restituisce l'uomo all'eternità, dicendo il Signore: 
Chi persevera fino alla fine, sarà salvo.
San Bernardo

Lc 21,12-19
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Questo vi darà occasione di render testimonianza. Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”.
Il commento

La "perseveranza" è la chiave che apre la nostra vita al suo compimento che "salva le nostre anime". Essa è una "virtù infusa" per mezzo della Grazia santificante, e ci viene data attraverso un cammino di conversione lungo e severo; il termine “perseverare” deriva infatti dal latino per - a lungo - e severus - rigoroso. Come ci ricorda la Lettera agli Ebrei siamo chiamati a lanciarci "con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede" (Eb. 12, 1-2). Nella perseveranza si rivela l’amore autentico per Cristo che, al di là del sentimentalismo, fissa gli occhi del cuore e della mente su di Lui, come un atleta fissa il traguardo. Quando nella vita viene a mancare lo scopo, tutto diviene pesante, svuotato di senso e l’amore mostra la sua inconsistenza. La vita di un cristiano, invece, è sempre in un “agôna”, la lotta nella quale tiene fisso lo sguardo su Gesù intercettandolo in tutto e in tutti. Il traguardo di ogni mia parola, pensiero o gesto è Cristo, è l'affermazione di Lui in chi mi è di fronte, come in tutto quello che faccio. Se fisso Cristo nella fidanzata, persevero nell'amore, perché non mi perdo in quello che, in lei, non c'entra con Lui, sopportando il peso dell'”odio” di quella parte dell'altro e di me che appartiene alla carne e al mondo. Non dovrò preoccuparmi perché lo Spirito Santo provvederà a tutto, a parole e atteggiamenti colmi della sapienza della Croce, capaci di resistere ai sofismi della carne. E' Lui che ci fa stare saldi nella castità, nella verità che rifugge l'ipocrisia, nella sobrietà e nella purezza. E' Lui che persevera in noi, attestandoci che “nessun capello del nostro capo perirà” e accompagnandoci in un combattimento intriso d'amore, per non anteporre nulla a Lui, assolutamente.
Contro questo amore assoluto si scatena l'odio, perché “chi è amico del mondo è nemico di Dio”. La perseveranza ci rende oggetto di odio di ciò che il nostro amore non abbraccia e ha rifiutato. L'amicizia di Dio che ci ha raggiunti e coinvolti in un cammino di conversione al Vero, al Bello, al Buono, sovverte le gerarchie delle nostre priorità. Chiaro che “tutti” si ribellino e ci “odino”; è naturale che ci “tradisca” chi si sente da noi tradito, le persone più care legate a noi dai vincoli del sangue, che devono essere purificati per rinascere nel sangue di Cristo, l’unico vincolo che non si corrompe. Dobbiamo però “metterci bene in testa di non preparare alcuna difesa” perché proprio l’odio che ci conduce ogni giorno ai “tribunali” e alle “prigioni” disseminati ovunque, dove siamo giudicati rifiutati e rinchiusi, rivela come tutta la nostra vita sia una magnifica “occasione”, uno specchio dove l'amore di Dio ha scelto di rifrangersi per la salvezza d'ogni uomo. E’ necessario essere “trascinati davanti a re e a governatori” perché in noi sia consegnato Cristo a ogni uomo. E’ “a causa del suo nome” che siamo posti sul candelabro come un segno di contraddizione, odiati perchè il mondo sia salvato. La nostra vita è la carne di Cristo offerta a tutti con amore infinito; come Santo Stefano, pervaso da una “lingua e una sapienza, a cui tutti i suoi avversari non potevano resistere, né controbattere” siamo chiamati a “tenere lo sguardo fisso su Cristo”; così il nostro volto risplenderà “come quello di un angelo”, testimone dell'amore celeste nel quale donarci e perdonare quanti ci odiano perché “non sanno quello che fanno”.

APPROFONDIMENTI


Martedì della XXXIV settimana del Tempo Ordinario



Si abbeveravano le greggi,
cioè da lì si attingeva lo Spirito Santo.
E la pietra era grande, era la gioia della Presa d'acqua.
E chi non conosce la gioia della Presa d'acqua 
non conosce la gioia dello Spirito Santo.
Si rimetteva la pietra fino alla festa successiva.
E quando non la si rimetterà più
sarà la festa di Sukkot dei tempi messianici.
Midrash Tanaim 94


Lc 21,5-11
In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, Gesù disse: “Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta”. Gli domandarono: “Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?”. Rispose: “Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: ‘‘Sono io’’ e: ‘‘Il tempo è prossimo’’; non seguiteli. Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine”. Poi disse loro: “Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo”.
Il commento
Ciò che distingue i cristiani è il discernimento, lo sguardo celeste sul mondo e la storia, quella registrata sui libri come quella scritta sulle pagine della propria vita. Discernere è saper leggere i segni dei tempi con “attenzione” per “non lasciarsi ingannare” dal pensiero del mondo che, infiltrandosi spesso anche nella Chiesa, pretende di parlare “nel nome” del Signore; esso legge il “tempo” che viviamo come “prossimo” a chissà quali “rivoluzioni” morali e “guerre” culturali, destinate ad inaugurare un mondo nuovo di pace e tolleranza. “Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo”, ammoniva l’allora Card. Ratzinger. Chi è stato riscattato dal Signore e vive ormai “crocifisso con Lui” è entrato nella “libertà dei figli di Dio che credono insieme nel Corpo di Cristo, e vedono così la realtà, e sono capaci di rispondere alle sfide del nostro tempo” (Benedetto XVI). Per questo non siamo “terrorizzati” davanti alla storia, e non ci lasciamo “prendere dal panico” per “seguire” la menzogna dei falsi profeti. Sappiamo, per esperienza, di vivere nel “prima” dove Dio parla e agisce con i “segni” della Croce che, come un aratro, dissoda il terreno della storia perché vi sia seminata la salvezza. In essa il Signore ci abbraccia e ci “inchioda” alla “sua amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discerneretra vero e falso, tra inganno e verità” (Benedetto XVI), nella certezza che in ogni secondo è racchiuso il destino dell'umanità. 
Nella vita dell’unico “Io sono” - il nome con cui Gesù si rivela come Dio - vi è una linea rossa che, con “segni” concreti gli rivela la “necessità” di “visitare” ogni Zaccheo “perduto”, perché la “salvezza entri nella casa” di tutti. Per questo “è necessario che accadano” gli sconvolgimenti nella vita degli uomini: i “terremoti, le carestie e le pestilenze” sono certo i frutti del peccato, ma Dio non vi si oppone proprio perché ci ama e vuole svegliarci. Il male “deve” emergere “di luogo in luogo”, come il pus da una ferita, perché possa incontrare ancora e sempre il Medico che lo assuma trasformandolo in misericordia. Nelle “sollevazioni di popoli e regni” gli uni contro gli altri, appare la divisione seminata dal demonio, il peccato che ha reso nemici Adamo ed Eva, e poi, come un fiume in piena, tutti i loro figli da Caino e Abele per ogni generazione, sino a “distruggere” il vero Tempio, il corpo benedetto del Signore. Il rumore sordo delle “pietre” che cadono le une sopra le altre, annuncia infatti il mistero Pasquale di Gesù che “distrugge” ogni “spelonca di ladri”, esteriormente “bella” e degna di “ammirazione”, ma “piena di rapina e iniquità” al suo interno. Quelle pietre ci ricordano la pietra grande deposta sul pozzo di Sichem, che impediva a Rachele di far abbeverare il suo gregge, pesante come quella che serrava il sepolcro del Signore. Un midrash ci racconta che "una rugiada di risurrezione discese dai cieli su Giacobbe rendendolo coraggioso e forte. Grazie a questa potenza, rotolò la pietra dalla bocca del pozzo, e le acque salirono dalle profondità, traboccarono e inondarono. I pastori stavano in piedi, stupefatti, perché non era più necessario il secchio per attingere". Con la stessa potenza il Signore è risorto dal sepolcro facendone rotolare via la pietra. Per questo, i cumuli di pietre in cui si riducono le opere delle mani dell’uomo sono i “segni” che decretano la “fine” di ogni sapienza della carne perché "non sia più necessaria per attingere scampoli di felicità"; ma annunciano contemporaneamente il fine della vita di ogni uomo, la vita eterna conquistataci da Cristo. Dietro ad ogni “fatto terrificante” e ai “segni grandi dal cielo” che sconvolgono la storia e la nostra vita, vi è il Signore "forte e coraggioso" che sta rovesciando di nuovo la pietra che ci tiene prigionieri nella tomba, per aprire un varco affinché la sua vittoria sulla morte giunga sino a noi come acqua che "trabocca" di vita. E’ Lui che, a tutti noi assetati d’amore e verità, attraverso la forza dei fatti che per il mondo significano solo distruzione, rivela il potere del suo amore che dischiude, come fece Giacobbe innamorato di Rachele, il pozzo dove “dissetarci con gioia dell’acqua viva dello Spirito Santo che zampilla sino alla vita eterna”.

APPROFONDIMENTI

Giuseppe Flavio. Descrizione del Tempio e delle sue pietre



Card. Joseph Ratzinger. Cristo è la "misura" del discernimento










Lunedì della XXXIV settimana del Tempo Ordinario



Non voglio ammassare meriti per il cielo; 
voglio lavorare solo per il tuo Amore, 
nell’unico desiderio di farti piacere, 
di consolare il tuo sacro Cuore 
e di salvare anime che ti ameranno per sempre.
Al tramonto di questa vita, 
mi presenterò a Te, o Signore, 
con le mani vuote, 
perché non voglio domandarti di cantare le mie opere… 
Tutta la nostra giustizia si presenta macchiata ai tuoi occhi. 
Voglio rivestirmi dunque della tua Giustizia 
e ricevere dal tuo Amore il possesso eterno di Tè. 
Non voglio altro Trono o altra Corona se non Tè, o mio Diletto!…
S. Teresa di Lisieux



Lc 21,1-4
In quel tempo, mentre era nel tempio, Gesù, alzati gli occhi, vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro. Vide anche una povera vedova che vi gettava due spiccioli e disse: “In verità vi dico: questa vedova, povera, ha messo più di tutti. Tutti costoro, infatti, han deposto come offerta del loro superfluo, questa invece nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere”.
Il commento
Per il «superfluo» non di rado occupiamo le nostre migliore energie, dando importanza agli aspetti marginali della vita, mentre fluiamo sull’essenziale e fondamentale, secondo l'etimologia latina del termine «superfluus», composto da «super» - «sopra» - e «fluus» (da «fluere») - «scorrere». Marginali e «inutili», secondo un altro significato del termine, sono, ad esempio le passioni civili, sportive o culturali che sembrano trionfare in questi tempi, come gli amori travolgenti che, negli sconvolgimenti ormonali, incendiano il cuore; quando catturano la scena dell’esistenza diventandone i protagonisti «assoluti», stringono anima, mente e cuore in un cappio mortale senza recare altro «utile» che l’insoddisfazione e l’ira giustiziera che ne consegue. Al Tempio, i ricchi «gettano» a Dio il loro «superfluo». Essi sono immagine di chi idolatra il proprio impegno e le proprie pretese virtù nell’illusione di darsi agli altri e agli ideali, solo perché assorbono forze, entusiasmi e tempo, ma è incapace di consegnare, oltre la superfice, la «propria vita». La libido, infatti, è attratta irresistibilmente da ciò che costruisce, «innalza» e sembra appagare, mentre la paura di morire impedisce di donarsi senza riserve. Non è un caso che il contrasto evidenziato dal Signore sia tra una «una povera vedova» e «alcuni ricchi»: essi sono come sposi adulteri perché idolatri. Con le «loro offerte» non si mettono in gioco: impegnando solo il «superfluo» rivelano come i loro rapporti siano chiusi nell’egoismo che tradisce Dio e il prossimo nascondendo la «mina» sotto terra. Non si fidano di nessuno perché non conoscono l’amore gratuito, e così offrono, e a caro prezzo, solo quella parte di se stessi che non li espone ai rischi di un impegno autentico e totale, cercando con essa di servirsi di Dio e del prossimo. Tra il «superfluo» e la propria «ricchezza» vi è come un anticoncezionale che li protegge da eventi imprevisti: come accade nei rapporti sessuali chiusi alla vita, essi si illudono di poter piegare la storia e gli affetti secondo gli impulsi della carne, traendone una momentanea soddisfazione, senza accorgersi di sciupare così nella sterilità la propria vita e quella degli altri .  
La «vedova» invece è fedele al suo unico Sposo. Ella entra nel Tempio appena purificato dal Signore con la stessa certezza che aveva accompagnato Abramo mentre saliva al Moria per sacrificare il suo unico figlio: il «Dio dei vivi» che poteva risuscitare i morti e non aveva sottratto Isacco a suo padre, le avrebbe restituito, moltiplicato, «tutto quello che aveva per vivere» e che si accingeva a offrire. Giunge al Tempio spogliata d'ogni «superfluo», come l’«ultima nella società», secondo l'originale greco reso nella traduzione con «nella sua miseria»: senza alcuna sicurezza, ha solo quei «due spiccioli» tra le mani: «due» come lei e il suo Sposo uniti in una stessa carne e in un solo spirito; nulla più di quell’amore esclusivo, l’unico capace di farla «vivere». E’ «vedova», segno profetico di chi vive già ogni relazione come i «figli della risurrezione», al di là dell’egoismo carnale. La storia l’ha resa come «un angelo del cielo» che sulla terra non ha più nulla capace di soddisfarla. Anela all’unica cosa «cosa necessaria», il compimento dell’amore con il quale Cristo l’ha sposata, del quale ne ha sperimentato le primizie. Per questo «getta le due monete» nel tesoro del Tempio, restituendo a Dio la vita da Lui ricevuta, unita al sacrificio di Cristo che ha «gettato» la propria nella morte per riscattarla e farla sua sposa per l’eternità; ella è certa che, proprio donandosi, vedrà compiute le sue nozze come una pietra preziosa incastonata nel Tempio della Gerusalemme celeste. L’amore autentico, infatti, è sempre aperto alla vita che non muore, una profezia escatologica che rivela il Cielo, perché la vita vera, piena e autentica sgorga solo dall’intimità fedele e totale con Lui. Mentre le «offerte dei ricchi» avranno certamente catturato l’attenzione e il plauso di tutti, nessuno si sarà accorto dei due spiccioli «deposti» dalla «vedova». Ella è lontana dagli sguardi e dalla gloria vana di questo mondo, vive d’amore nel «segreto della sua stanza» nuziale. Anche noi siamo chiamati a non aver paura di consegnarci a Dio uniti a Cristo in un rapporto vissuto come un segreto che nessuno può sapere, forse senza apparente significato o valore umano. Così è il dono perseverante di tutta la vita, l'offerta delle piccole cose che la costituiscono; non si tratta di grandi gesti «superflui», ma della «fedeltà nel poco», lo «spicciolo» che costituisce oggi la nostra vita da offrire insieme a Cristo: è Lui che tesse ogni filo della nostra esistenza, anche quello che sembra non avere capo né coda, per farne un drappeggio meraviglioso. Se «gettata» con il Signore e «deposta» nel «tesoro» del suo amore, questa giornata ha dunque, istante per istante, un valore infinito, come uno spicciolo d’oro incorruttibile che risplende già per l’eternità, accanto a Cristo e a tutti coloro che, per mezzo del sacrificio silenzioso di noi stessi, saranno accolti in Cielo: sappiamo infatti che «Dio non esige il valore del metallo luccicante, ma quell'oro che nel giorno del giudizio il fuoco non può consumare» (S. Ambrogio).

APPROFONDIMENTI

Offrire tutto se stessi giorno dopo giorno per salvare questa generazione