Si può vivere da orfani o da figli. Schiavi o liberi. Infelici o felici. Chiediamoci oggi se viviamo da figli liberi; o se siamo schiavi di un sorriso, di un'attenzione, di un affetto. Diceva Papa Francesco: "I nostri bambini, i nostri ragazzi soffrono di orfanezza!" Oggi più che mai il mondo ci offre gadget per orfani, kit di sopravvivenza per anime prosciugate di senso e sostanza. Li abbiamo visti i nostri figli? Sembrano automi, la mano si infila in automatico nella tasca ogni tre, quattro minuti per tirar fuori lo smartphone, e lo sguardo inebetito a fissarne lo schermo, sperando un commento, un post, qualcosa che riempia il vuoto pneumatico di un tempo che ha il solo compito di scivolare via come una parentesi tra un messaggio e l’altro. Ma forse anche noi, padri e madri, siamo incapsulati nella stessa nevrosi che fa della vita un pedaggio da pagare per entrare nelle grazie degli altri, “sprecata” come quella dei nostri figli. Allo stesso modo, una preghiera piena di parole “sprecate” è il sintomo di chi si sente tradito, inutile, disprezzato, dimenticato ai bordi della storia che conta, delle scelte importanti, e tenta, con le parole, di farsi notare e di essere importante. Come noi, spesso orfani che cercano di costruirsi un’identità che non sia ignorata. Le “tante parole” della preghiera, come i post gettati parossisticamente nei social networks, o nelle discussioni senza fine, in televisione come al bar o i famiglia, segnano una vita in ginocchio davanti agli uomini e alle cose, perché prostrata dinanzi a sé stessi; “come i pagani”: molti dei, nessun Padre. Conoscere Lui, infatti, è la vita eterna, è sapere d’essere amati, ora, così come siamo, senza condizioni. I rabbini raccontavano questa breve parabola: "Il figlio di un re aveva preso una cattiva strada. Il re gli inviò il suo precettore con questo messaggio: “Ritorna figlio mio!”. Ma il figlio gli fece rispondere: “Con che faccia posso tornare? Mi vergogno a comparirti dinanzi”. Il padre allora gli mandò a dire: “Può un figlio vergognarsi di tornare da suo padre? E se tu torni, non torni da tuo padre?" (Dt R. 2,24). Chi ha conosciuto il Padre ha la libertà di ritornare sempre alla fonte e all'origine del proprio essere, di gettarsi tra le sue braccia con semplicità schietta, fiducia filiale, umile audacia, nella certezza di essere accolti con misericordia: “La consapevolezza che abbiamo della nostra condizione di schiavi ci farebbe sprofondare sotto terra, il nostro essere di terra si scioglierebbe in polvere se l’autorità dello stesso nostro Padre e lo Spirito del Figlio suo non ci spingessero a proferire questo grido: “Abbà, Padre!”. Quando la debolezza di un mortale oserebbe chiamare Dio suo Padre se non soltanto allorché l’intimo dell’uomo è animato dalla potenza dall’alto?” (S. Pietro Crisologo, Ser. 71). Chi ha “una stanza” dove ritirarsi e sfogare le proprie angosce, confessare i propri peccati, piangere e stringersi al petto di suo Padre, non ha più bisogno di prostrarsi agli idoli, e la sofferenza procurata dai rifiuti, dalle incomprensioni, dai fallimenti, non ha il potere di strappargli la speranza e la pace. Conoscere il Padre nell'esperienza del suo amore presente in ogni evento della nostra vita, ci sazia e ci fa persone, ci rende la dignità che ci spetta, l’attenzione, la stima, l’amore. Chi attinge al cuore del Padre sa amare gli altri di un amore libero, sganciato dalle rincorse affannate e deluse, sfugge ai compromessi, lotta per la castità, vive nella luce della verità, dona la sua vita senza appropriarsi di quella altrui: "Chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino" (Benedetto XVI, Deus caritas est, 42). L'incontro con Dio mio Padre fa scaturire il Padre nostro nel quale vivere ogni istante. Nell'intima preghiera che si abbandona totalmente a Lui, ritroviamo anche tutti gli altri uomini. In mio Padre nessuno mi è più estraneo, e ogni relazione assume i contorni della libertà e della verità. Come fu per Gesù nel Getsemani, l'Abbà che sgorga dal cuore attira a Dio, misteriosamente, schiere di uomini. Il Padre nostro è la prima missione che ci è affidata: abbandonati come un bimbo tra le braccia di suo Padre, avere nel cuore ogni figlio di nostro Padre, ogni nostro fratello. Per loro - perduti, dispersi, sofferenti - è la nostra vita di figli, ritmata e accompagnata dalle "parole" della preghiera. Esse invocano il “Nome di Dio santificato” nelle nostre esistenze, perché si veda “il Cielo in terra” nelle opere che Dio compie in ciascuno, opere sante, ovvero separate e diverse da quelle del mondo: le attitudini e i gesti, i criteri e le scelte che rivelano la paternità di Dio. Le opere dei figli di Dio. Rivela la paternità di Dio chi accoglie un genitore anziano in casa ad esempio, dedicandogli il tempo destinato alle vacanze, allo stadio o al cinema, frantumando il proprio ego per far posto al suo, tornato ad essere quello di un bambino; così testimonia ai propri figli e al mondo che i genitori terreni sono icona e riflesso del Padre celeste, che tutti ama e a tutti provvede, e che siamo chiamati a venerare e servire Lui nel padre e nella madre della carne. Rivelano la paternità di Dio un padre e una madre che sanno occupare il proprio posto senza usurpare quello dell'altro: se la madre fa un passo indietro e lascia che sia il marito e padre ad esercitare l'autorità, mordendosi la lingua se necessario, e crocifiggendo la carne che non vorrebbe vedere la severità; se il padre sa ascoltare la moglie per accoglierne le ragioni, nella libertà da se stessi che desidera solo il bene dei figli, che è il riverbero della tenerezza, della severità, della libertà e della misericordia di Dio Padre verso tutti noi. Rivelano la paternità di Dio lo zelo inesausto dei vescovi e dei presbiteri, che non dimenticano mai d'essere figli dello stesso Padre insieme con la porzione di popolo a loro affidata: Se infatti al vescovo è allestito un seggio più elevato, è perché tocca a lui sorvegliare, cioè custodire, il popolo. Difatti "vescovo", in latino "sorvegliante", uno cioè che dal di sopra osserva e vede dall'alto... Occorre una tale disposizione che, sebbene collocati quassù, in virtù dell'umiltà ci sentiamo sotto i vostri piedi, e insieme preghiamo per voi, affinché colui che conosce i vostri sentimenti vi custodisca... Noi ci diamo da fare per custodirvi, ma sarebbe inutile ogni nostro lavoro se non vi custodisse colui che scruta i vostri pensieri. Egli vi custodisce durante la veglia e durante il sonno. Addormentatosi infatti una sola volta sulla croce, ne è risuscitato e ormai non dorme più... Quanto a noi, infatti, è vero che vi custodiamo in forza dell'ufficio affidatoci, ma vogliamo essere custoditi insieme con voi. Nei vostri confronti siamo come pastori, ma rispetto al sommo Pastore siamo delle pecore come voi. A considerare il posto che occupiamo, siamo vostri maestri, ma rispetto a quell'unico Maestro, siamo vostri condiscepoli e frequentiamo la stessa scuola" (Sant'Agostino). Siamo padri, madri, vescovi, presbiteri che camminano insieme ai fratelli come figli dell'unico "Padre Nostro" sulla via della conversione; per loro imploriamo che "Dio santifichi il suo Nome" impresso nei suoi figli con il battesimo: chiediamo che in tutti possa crescere il seme della vita divina, e per questo eterna, che abbiamo ricevuto nel fonte battesimale. Quando preghiamo così, significa che desideriamo essere accolti e formati in una Iniziazione Cristiana dove, come nel catecumenato della Chiesa primitiva, ascoltare la Parola di Dio e lasciarsi illuminare e trasformare da essa: "La mia Parola si farà strada tra di voi, la mia Parola sarà per voi un Dio redentore, e voi sarete un Popolo di santi per il mio Nome" (Targum Neophiti). Chiediamo dunque che il Padre apra per noi un cammino di conversione, e che ci renda fedeli nell'obbedienza alla Chiesa, perché ci accompagni nella maturazione, sino a che la fede divenga adulta, e si manifesti in opere di vita eterna che solo i cristiani possono compiere. Essi sono "santi", separati come il Popolo di Israele, al quale fu data la "Legge di Santità", nella quale è contemplato ogni aspetto della vita: "Voi siete santi perché io sono santo. Come io sono separato anche voi siete separati. Io vi separerò dai popoli, perché siete miei. Se siete separati dalle Nazioni, allora mi appartenete, se non lo siete, allora apparterete a Nabucodonosor, re di Babilonia e ai suoi simili" (Sifre Qedoshim). La Chiesa non si può mescolare al mondo. Preghiamo perciò anche perché nelle nostre comunità non si insinui alcuna radice velenosa di incredulità. Proprio perché sappiamo di essere deboli e peccatori, inclini al male e alle seduzioni mondane, chiediamo a Dio che "venga il suo regno", che difenda la sua Chiesa, la colmi del suo Spirito che la separa dal peccato e realizzi in noi la Legge di santità dell'amore sino al nemico. Così, mostrando concretamente la vita divina in noi, "venga" e si renda visibile "il regno" che rivela la "santità di Dio" al mondo, ovvero il suo essere totalmente altro, diverso dagli idoli, separato dalla corruzione, amore puro che supera i limiti della carne. Per questo, implorando “l'avvento del Regno” chiediamo al Padre Nostro che ci accolga nella sua intimita dove vivere come figli del Re, regnando sul denaro e sugli idoli mondani, rinunciando al prestigio e alla carriera per compiere la missione affidata di formare famiglie cristiane, di essere presbiteri offerti all'evangelizzazione, suore e religiosi liberi per servire i piccoli e i poveri: regnare con Cristo per dischiudere a tutti le porte sul destino che attende ogni uomo, il Regno dei Cieli che giunge ovunque appaiano i cristiani, laddove la Chiesa estende la sua testimonianza di libertà e amore. E sappiamo che il trono di Dio qui sulla terra è la Croce sulla quale ha innalzato suo Figlio: "l’iscrizione regale, alta sulla Croce, schiude le profondità del mistero: Gesù è il Re e la Croce il suo trono. La regalità di Gesù, scritta in tre lingue, è un messaggio universale: per il semplice e il sapiente, per il povero e il potente, per chi si affida alla Legge divina e per chi confida nel potere politico. L’immagine del Crocifisso, che nessuna sentenza umana potrà mai rimuovere dalle pareti del nostro cuore, resterà per sempre la Parola regale della Verità" (Suor Maria Rita Piccione). Chiedere che "venga il tuo Regno", significa dunque pregare perché non ci manchi mai la Croce, e che ci aiuti a non fuggire da essa. Impossibile se non desideriamo che "si compia la volontà di Dio, come in Cielo così in terra”: i cristiani, infatti, attraverso l'essere crocifissi con Cristo, incarnano sulla terra la vita celeste. Dio, infatti, rispettando la nostra libertà, può essere l'unico "Padre Nostro" solo nel nostro abbandono filiale del Getsemani, dove "Gesù ha trasformato la nostra volontà umana ribelle in volontà conforme ed unita alla volontà divina. Ha sofferto tutto il dramma della nostra autonomia – e proprio portando la nostra volontà nelle mani di Dio, ci dona la vera libertà: Non come voglio io, ma come vuoi tu" (Joseph Ratzinger). E come vuole il Padre la nostra vita di ogni giorno? Crocifissa con Cristo, perché in tutto possiamo vivere come figli nel Figlio. E questo significa concretamente: "umiltà nella conversazione, fermezza nella fede, discrezione nelle parole, nelle azioni giustizia, nelle opere misericordia, nei costumi severità... non fare dei torti e tollerare il torto subito, mantenere la pace con i fratelli, amare Dio con tutto il cuore... nulla assolutamente anteporre a Cristo, poiché neppure lui ha preferito qualcosa a noi. Volontà di Dio è stare inseparabilmente uniti al suo amore, rimanere accanto alla sua croce con coraggio e forza" (S. Cipriano, Trattato «Sul Padre nostro»). Ma il coraggio e la forza non ci verranno dal "pane" con cui il mondo cerca di sfamarsi. Qualsiasi alimento mondano, di fronte alla croce, mostra i suoi limiti invalicabili: non sarà l'aver frequentato l'università migliore ed essermi laureato con il massimo dei voti a farmi distendere le braccia per donarmi a mia moglie e a mio marito così come sono. Non sarà un lavoro gratificante e l'essere diventato dirigente ad aiutarmi quando un figlio si ribella e corre verso i peccati. Non saranno i soldi a darmi il coraggio per accettare un cancro e la forza per offrirmi con amore attraverso di esso. Non saranno i beni di questo mondo ad alimentare l'uomo nuovo che resta crocifisso con Cristo. Al contrario, i desideri della carne sono nemici di Dio e gli muovono guerra. Per questo il Signore ci insegna a chiedere al Padre il "nostro pane quotidiano ogni giorno", ben diverso da quello degli altri, dei pagani. C'è un solo "pane" che è "nostro", che ci appartiene e ci è dovuto, l'unico adatto alla nostra anima, appropriato al nostro cuore, conveniente alle nostre forze; il "pane" caratteristico ed esclusivo del "Regno" che "viene" (non a caso una traduzione possibile di "pane quotidiano", forse la più esatta grammaticalmente, è "pane che viene"); il solo "pane" proprio dei cristiani, i "santi" chiamati "ogni giorno" a "santificare il Nome" del Padre "compiendo la sua volontà come in Cielo così in terra" attraverso lo Shemà dell'amore crocifisso a Dio e a prossimo. Questa petizione sgorga, infatti, dall'intimo di coloro che, nel cammino di gestazione alla fede, hanno sperimentato come il Popolo di Israele "tutto il cammino che il Signore tuo Dio gli ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto, per umiliarli e metterli alla prova, per sapere quello che aveva nel cuore e se avrebbero osservato o no i suoi comandi". In esso il Signore "li ha umiliati, gli ha fatto provare la fame, poi li ha nutriti di manna, che non conoscevano... per fargli capire che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore" (Cfr. Dt 8). Per questo il Padre Nostro è la preghiera della Chiesa, il Nuovo Israele che è "ogni giorno" in conversione per compiere la sua missione. Nel deserto della vita, tra difficoltà e dolori, ansie e problemi, frustrazioni e umiliazioni, prega il Padre perché gli dia "ogni giorno" la manna di cui ha bisogno, come durante l'esodo al Popolo di Israele ora nel nuovo esodo che è chiamata a compiere; la Chiesa sa che i suoi figli potrebbero dimenticare il Padre e corrompersi, esattamente come la manna, per questo fa ripetere loro "ogni giorno" la preghiera che chiede il "pane che discende dal Cielo", l'unico che può saziare. Così scopriamo che il Signore ci invita a chiedere al Padre il dono di se stesso, "il pane della vita, perché chi ne mangia non muoia". Lui è "il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno" (Cfr. Gv 6). Con il Padre nostro, chiediamo dunque a Dio di non farci mai mancare l'Eucarestia, la predicazione della Parola, il corpo vivo di Cristo che è la comunione della Chiesa. Che "ogni giorno", nella comunità, possiamo nutrirci di Cristo per essere figli di Dio uniti indissolubilmente alla sua "carne offerta per la vita nel mondo". Nella Chiesa, infatti, si impara ad essere marito e moglie, padri e figli, fidanzati e amici, colleghi e parenti, ricevendo ogni giorno la "ricompensa" del "pane celeste" sul quale Dio ha messo il suo "sigillo", lo Spirito Santo che ci fa immagine e somiglianza del Padre e le difende nelle diverse circostanze della vita. Così, anche se soli nella stanza dell'ufficio o in classe, al mercato o in un letto d'ospedale, dove il mondo e la sua mentalità la fanno da padrone, possiamo pregare in comunione con tutta la Chiesa, ed entrare "ogni giorno" nel combattimento con le tentazioni del demonio. Questi, infatti, ci attende per indurci ad esigere che Dio trasformi le pietre in pane: ogni relazione, oggetto, evento convertito in cibo commestibile da afferrare e disporre a piacimento per saziare gli appetiti della carne. Il Padre Nostro è la preghiera che emerge in filigrana dalle "parole" di Gesù con le quali ha polverizzato i fendenti subdoli del demonio quando fu tentato da lui nel deserto. Il "pane quotidiano" della "volontà di Dio", il cibo che l'uomo non conosce, la docilità del cuore che non "tenta" Dio, l'obbedienza che non "serve" gli idoli ma "Dio solo". Comprendiamo allora perché, subito dopo la petizione del "Pane" il Signore ci insegni a chiedere al Padre di "perdonare i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori"; è questo il "pane" di cui si nutrito il Signore, la volontà di Dio che lo attendeva, l'opera preparata per Lui: dischiudere il "Regno santo" ai peccatori con il "perdono". Ancora una volta Gesù ci invita a chiedere al Padre di crocifiggerci con Lui per sperimentare in ogni istante il suo perdono ed essere trasformati in perdono offerto ai "nostri debitori". Se non accoglieremo il "perdono" di Dio umiliandoci nella confessione e nel riconoscimento dei nostri peccati anche di fronte ai fratelli, e se non "perdoneremo" i "debiti" di chi ci è accanto, anche dei nemici, non saremo figli di Dio, ma figliastri del padre della menzogna. Così è illuminata anche l'ultima petizione, con la quale chiediamo al Padre di "non indurci in tentazione e liberarci dal male". I cristiani sono sotto l'assedio del demonio, c'è poco da scherzare. Anche se molti non ci credono più perché hanno smesso di credere a Cristo e hanno fatto della Chiesa una ONG sterile, come ripete Papa Francesco. No, il demonio esiste, e vuole distruggere i cristiani e la Chiesa, perché non compiano la missione di predicare il vangelo e testimoniare il "Regno di Dio" con il perdono dei nemici, e salvare così l'umanità che tiene schiava con le sue menzogne. Anche se "lo spirito è pronto, la carne è debole". Sant'Ignazio di Loyola ammoniva che il demonio tenta soprattutto sub specie boni, cioè sotto apparenza di bene, inducendo a compiere la sua volontà che sembra, a prima vista, ragionevole, bella e utile, piacevole, esattamente come accadde a Eva. E ci caschiamo tutti, soprattutto di fronte all'assurdo che è perdonare il nemico. Non è ragionevole, non è buono, non è utile né piacevole. E' stolto e pericoloso. Se accettiamo questa logica perversa, automaticamente ci apparirà ragionevole, addirittura doveroso e santo, il suo contrario, e finiremo per pensare, scegliere e agire senza discernimento; e così peccheremo, perché tutto ciò che non è pensato, scelto e fatto con l'amore di Cristo è peccato. Per questo il Signore ci invita a chiedere al Padre di "non indurci nella tentazione" dei pensieri, di "liberarci dal male" che si insinua ben camuffato sotto apparenza di bene umano e carnale. A chiedere con insistenza di non spingerci sino all'albero dove si nasconde il serpente, di non lasciarci avvicinare così tanto alla menzogna come fece Eva, perché non ce la faremmo; cadremmo in un istante nella trappola del dialogo interiore con il demonio. A chiedere di non "indurci in tentazione" e di "indurci" invece ad ascoltare la sua Parola, a spingerci tra le braccia del Signore. A proteggerci per non farci "indurre" dal demonio a tentare Dio, come aveva insinuato a Gesù nel deserto; noi non resisteremmo alla tentazione di obbligare Dio a fare quello che vogliamo. Con questa ultima petizione Gesù ci chiama a conversione, e, insegnandoci a pregare così, ci invita a fare quotidianamente una professione di umiltà! E a non presumere di noi stessi come i farisei, a supplicare il Padre di aiutarci a non giocare con il fuoco avvicinandoci alle sue fiamme, di scioglierci dalle catene dei sofismi satanici, di aiutarci, come recita il salmo, a rifugiarci in Lui mentre sono scosse le fondamenta della verità che ha salvato la nostra vita, e fuggire come un passero verso il monte della Croce, dove, in silenzio e con le orecchie tappate, resistere alle onde malefiche dei pensieri del demonio, che ci arrivano forse proprio da chi ci è più vicino. Come Cristo di fronte a chi lo tentava di scendere dalla Croce per rivelare se era davvero Dio, che taceva e pregava il Padre di perdonare i suoi assassini, compiendo sino alla fine quello che la Chiesa e tutti noi chiediamo nel Padre Nostro: "Abbà, Papà, nelle tue mani consegno il mio Spirito".
Visualizzazione post con etichetta Discorso della montagna. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Discorso della montagna. Mostra tutti i post
Giovedì della XI settimana del Tempo Ordinario
Si può vivere da orfani o da figli. Schiavi o liberi. Infelici o felici. Chiediamoci oggi se viviamo da figli liberi; o se siamo schiavi di un sorriso, di un'attenzione, di un affetto. Diceva Papa Francesco: "I nostri bambini, i nostri ragazzi soffrono di orfanezza!" Oggi più che mai il mondo ci offre gadget per orfani, kit di sopravvivenza per anime prosciugate di senso e sostanza. Li abbiamo visti i nostri figli? Sembrano automi, la mano si infila in automatico nella tasca ogni tre, quattro minuti per tirar fuori lo smartphone, e lo sguardo inebetito a fissarne lo schermo, sperando un commento, un post, qualcosa che riempia il vuoto pneumatico di un tempo che ha il solo compito di scivolare via come una parentesi tra un messaggio e l’altro. Ma forse anche noi, padri e madri, siamo incapsulati nella stessa nevrosi che fa della vita un pedaggio da pagare per entrare nelle grazie degli altri, “sprecata” come quella dei nostri figli. Allo stesso modo, una preghiera piena di parole “sprecate” è il sintomo di chi si sente tradito, inutile, disprezzato, dimenticato ai bordi della storia che conta, delle scelte importanti, e tenta, con le parole, di farsi notare e di essere importante. Come noi, spesso orfani che cercano di costruirsi un’identità che non sia ignorata. Le “tante parole” della preghiera, come i post gettati parossisticamente nei social networks, o nelle discussioni senza fine, in televisione come al bar o i famiglia, segnano una vita in ginocchio davanti agli uomini e alle cose, perché prostrata dinanzi a sé stessi; “come i pagani”: molti dei, nessun Padre. Conoscere Lui, infatti, è la vita eterna, è sapere d’essere amati, ora, così come siamo, senza condizioni. I rabbini raccontavano questa breve parabola: "Il figlio di un re aveva preso una cattiva strada. Il re gli inviò il suo precettore con questo messaggio: “Ritorna figlio mio!”. Ma il figlio gli fece rispondere: “Con che faccia posso tornare? Mi vergogno a comparirti dinanzi”. Il padre allora gli mandò a dire: “Può un figlio vergognarsi di tornare da suo padre? E se tu torni, non torni da tuo padre?" (Dt R. 2,24). Chi ha conosciuto il Padre ha la libertà di ritornare sempre alla fonte e all'origine del proprio essere, di gettarsi tra le sue braccia con semplicità schietta, fiducia filiale, umile audacia, nella certezza di essere accolti con misericordia: “La consapevolezza che abbiamo della nostra condizione di schiavi ci farebbe sprofondare sotto terra, il nostro essere di terra si scioglierebbe in polvere se l’autorità dello stesso nostro Padre e lo Spirito del Figlio suo non ci spingessero a proferire questo grido: “Abbà, Padre!”. Quando la debolezza di un mortale oserebbe chiamare Dio suo Padre se non soltanto allorché l’intimo dell’uomo è animato dalla potenza dall’alto?” (S. Pietro Crisologo, Ser. 71). Chi ha “una stanza” dove ritirarsi e sfogare le proprie angosce, confessare i propri peccati, piangere e stringersi al petto di suo Padre, non ha più bisogno di prostrarsi agli idoli, e la sofferenza procurata dai rifiuti, dalle incomprensioni, dai fallimenti, non ha il potere di strappargli la speranza e la pace. Conoscere il Padre nell'esperienza del suo amore presente in ogni evento della nostra vita, ci sazia e ci fa persone, ci rende la dignità che ci spetta, l’attenzione, la stima, l’amore. Chi attinge al cuore del Padre sa amare gli altri di un amore libero, sganciato dalle rincorse affannate e deluse, sfugge ai compromessi, lotta per la castità, vive nella luce della verità, dona la sua vita senza appropriarsi di quella altrui: "Chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino" (Benedetto XVI, Deus caritas est, 42). L'incontro con Dio mio Padre fa scaturire il Padre nostro nel quale vivere ogni istante. Nell'intima preghiera che si abbandona totalmente a Lui, ritroviamo anche tutti gli altri uomini. In mio Padre nessuno mi è più estraneo, e ogni relazione assume i contorni della libertà e della verità. Come fu per Gesù nel Getsemani, l'Abbà che sgorga dal cuore attira a Dio, misteriosamente, schiere di uomini. Il Padre nostro è la prima missione che ci è affidata: abbandonati come un bimbo tra le braccia di suo Padre, avere nel cuore ogni figlio di nostro Padre, ogni nostro fratello. Per loro - perduti, dispersi, sofferenti - è la nostra vita di figli, ritmata e accompagnata dalle "parole" della preghiera. Esse invocano il “Nome di Dio santificato” nelle nostre esistenze, perché si veda “il Cielo in terra” nelle opere che Dio compie in ciascuno, opere sante, ovvero separate e diverse da quelle del mondo: le attitudini e i gesti, i criteri e le scelte che rivelano la paternità di Dio. Le opere dei figli di Dio. Rivela la paternità di Dio chi accoglie un genitore anziano in casa ad esempio, dedicandogli il tempo destinato alle vacanze, allo stadio o al cinema, frantumando il proprio ego per far posto al suo, tornato ad essere quello di un bambino; così testimonia ai propri figli e al mondo che i genitori terreni sono icona e riflesso del Padre celeste, che tutti ama e a tutti provvede, e che siamo chiamati a venerare e servire Lui nel padre e nella madre della carne. Rivelano la paternità di Dio un padre e una madre che sanno occupare il proprio posto senza usurpare quello dell'altro: se la madre fa un passo indietro e lascia che sia il marito e padre ad esercitare l'autorità, mordendosi la lingua se necessario, e crocifiggendo la carne che non vorrebbe vedere la severità; se il padre sa ascoltare la moglie per accoglierne le ragioni, nella libertà da se stessi che desidera solo il bene dei figli, che è il riverbero della tenerezza, della severità, della libertà e della misericordia di Dio Padre verso tutti noi. Rivelano la paternità di Dio lo zelo inesausto dei vescovi e dei presbiteri, che non dimenticano mai d'essere figli dello stesso Padre insieme con la porzione di popolo a loro affidata: Se infatti al vescovo è allestito un seggio più elevato, è perché tocca a lui sorvegliare, cioè custodire, il popolo. Difatti "vescovo", in latino "sorvegliante", uno cioè che dal di sopra osserva e vede dall'alto... Occorre una tale disposizione che, sebbene collocati quassù, in virtù dell'umiltà ci sentiamo sotto i vostri piedi, e insieme preghiamo per voi, affinché colui che conosce i vostri sentimenti vi custodisca... Noi ci diamo da fare per custodirvi, ma sarebbe inutile ogni nostro lavoro se non vi custodisse colui che scruta i vostri pensieri. Egli vi custodisce durante la veglia e durante il sonno. Addormentatosi infatti una sola volta sulla croce, ne è risuscitato e ormai non dorme più... Quanto a noi, infatti, è vero che vi custodiamo in forza dell'ufficio affidatoci, ma vogliamo essere custoditi insieme con voi. Nei vostri confronti siamo come pastori, ma rispetto al sommo Pastore siamo delle pecore come voi. A considerare il posto che occupiamo, siamo vostri maestri, ma rispetto a quell'unico Maestro, siamo vostri condiscepoli e frequentiamo la stessa scuola" (Sant'Agostino). Siamo padri, madri, vescovi, presbiteri che camminano insieme ai fratelli come figli dell'unico "Padre Nostro" sulla via della conversione; per loro imploriamo che "Dio santifichi il suo Nome" impresso nei suoi figli con il battesimo: chiediamo che in tutti possa crescere il seme della vita divina, e per questo eterna, che abbiamo ricevuto nel fonte battesimale. Quando preghiamo così, significa che desideriamo essere accolti e formati in una Iniziazione Cristiana dove, come nel catecumenato della Chiesa primitiva, ascoltare la Parola di Dio e lasciarsi illuminare e trasformare da essa: "La mia Parola si farà strada tra di voi, la mia Parola sarà per voi un Dio redentore, e voi sarete un Popolo di santi per il mio Nome" (Targum Neophiti). Chiediamo dunque che il Padre apra per noi un cammino di conversione, e che ci renda fedeli nell'obbedienza alla Chiesa, perché ci accompagni nella maturazione, sino a che la fede divenga adulta, e si manifesti in opere di vita eterna che solo i cristiani possono compiere. Essi sono "santi", separati come il Popolo di Israele, al quale fu data la "Legge di Santità", nella quale è contemplato ogni aspetto della vita: "Voi siete santi perché io sono santo. Come io sono separato anche voi siete separati. Io vi separerò dai popoli, perché siete miei. Se siete separati dalle Nazioni, allora mi appartenete, se non lo siete, allora apparterete a Nabucodonosor, re di Babilonia e ai suoi simili" (Sifre Qedoshim). La Chiesa non si può mescolare al mondo. Preghiamo perciò anche perché nelle nostre comunità non si insinui alcuna radice velenosa di incredulità. Proprio perché sappiamo di essere deboli e peccatori, inclini al male e alle seduzioni mondane, chiediamo a Dio che "venga il suo regno", che difenda la sua Chiesa, la colmi del suo Spirito che la separa dal peccato e realizzi in noi la Legge di santità dell'amore sino al nemico. Così, mostrando concretamente la vita divina in noi, "venga" e si renda visibile "il regno" che rivela la "santità di Dio" al mondo, ovvero il suo essere totalmente altro, diverso dagli idoli, separato dalla corruzione, amore puro che supera i limiti della carne. Per questo, implorando “l'avvento del Regno” chiediamo al Padre Nostro che ci accolga nella sua intimita dove vivere come figli del Re, regnando sul denaro e sugli idoli mondani, rinunciando al prestigio e alla carriera per compiere la missione affidata di formare famiglie cristiane, di essere presbiteri offerti all'evangelizzazione, suore e religiosi liberi per servire i piccoli e i poveri: regnare con Cristo per dischiudere a tutti le porte sul destino che attende ogni uomo, il Regno dei Cieli che giunge ovunque appaiano i cristiani, laddove la Chiesa estende la sua testimonianza di libertà e amore. E sappiamo che il trono di Dio qui sulla terra è la Croce sulla quale ha innalzato suo Figlio: "l’iscrizione regale, alta sulla Croce, schiude le profondità del mistero: Gesù è il Re e la Croce il suo trono. La regalità di Gesù, scritta in tre lingue, è un messaggio universale: per il semplice e il sapiente, per il povero e il potente, per chi si affida alla Legge divina e per chi confida nel potere politico. L’immagine del Crocifisso, che nessuna sentenza umana potrà mai rimuovere dalle pareti del nostro cuore, resterà per sempre la Parola regale della Verità" (Suor Maria Rita Piccione). Chiedere che "venga il tuo Regno", significa dunque pregare perché non ci manchi mai la Croce, e che ci aiuti a non fuggire da essa. Impossibile se non desideriamo che "si compia la volontà di Dio, come in Cielo così in terra”: i cristiani, infatti, attraverso l'essere crocifissi con Cristo, incarnano sulla terra la vita celeste. Dio, infatti, rispettando la nostra libertà, può essere l'unico "Padre Nostro" solo nel nostro abbandono filiale del Getsemani, dove "Gesù ha trasformato la nostra volontà umana ribelle in volontà conforme ed unita alla volontà divina. Ha sofferto tutto il dramma della nostra autonomia – e proprio portando la nostra volontà nelle mani di Dio, ci dona la vera libertà: Non come voglio io, ma come vuoi tu" (Joseph Ratzinger). E come vuole il Padre la nostra vita di ogni giorno? Crocifissa con Cristo, perché in tutto possiamo vivere come figli nel Figlio. E questo significa concretamente: "umiltà nella conversazione, fermezza nella fede, discrezione nelle parole, nelle azioni giustizia, nelle opere misericordia, nei costumi severità... non fare dei torti e tollerare il torto subito, mantenere la pace con i fratelli, amare Dio con tutto il cuore... nulla assolutamente anteporre a Cristo, poiché neppure lui ha preferito qualcosa a noi. Volontà di Dio è stare inseparabilmente uniti al suo amore, rimanere accanto alla sua croce con coraggio e forza" (S. Cipriano, Trattato «Sul Padre nostro»). Ma il coraggio e la forza non ci verranno dal "pane" con cui il mondo cerca di sfamarsi. Qualsiasi alimento mondano, di fronte alla croce, mostra i suoi limiti invalicabili: non sarà l'aver frequentato l'università migliore ed essermi laureato con il massimo dei voti a farmi distendere le braccia per donarmi a mia moglie e a mio marito così come sono. Non sarà un lavoro gratificante e l'essere diventato dirigente ad aiutarmi quando un figlio si ribella e corre verso i peccati. Non saranno i soldi a darmi il coraggio per accettare un cancro e la forza per offrirmi con amore attraverso di esso. Non saranno i beni di questo mondo ad alimentare l'uomo nuovo che resta crocifisso con Cristo. Al contrario, i desideri della carne sono nemici di Dio e gli muovono guerra. Per questo il Signore ci insegna a chiedere al Padre il "nostro pane quotidiano ogni giorno", ben diverso da quello degli altri, dei pagani. C'è un solo "pane" che è "nostro", che ci appartiene e ci è dovuto, l'unico adatto alla nostra anima, appropriato al nostro cuore, conveniente alle nostre forze; il "pane" caratteristico ed esclusivo del "Regno" che "viene" (non a caso una traduzione possibile di "pane quotidiano", forse la più esatta grammaticalmente, è "pane che viene"); il solo "pane" proprio dei cristiani, i "santi" chiamati "ogni giorno" a "santificare il Nome" del Padre "compiendo la sua volontà come in Cielo così in terra" attraverso lo Shemà dell'amore crocifisso a Dio e a prossimo. Questa petizione sgorga, infatti, dall'intimo di coloro che, nel cammino di gestazione alla fede, hanno sperimentato come il Popolo di Israele "tutto il cammino che il Signore tuo Dio gli ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto, per umiliarli e metterli alla prova, per sapere quello che aveva nel cuore e se avrebbero osservato o no i suoi comandi". In esso il Signore "li ha umiliati, gli ha fatto provare la fame, poi li ha nutriti di manna, che non conoscevano... per fargli capire che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore" (Cfr. Dt 8). Per questo il Padre Nostro è la preghiera della Chiesa, il Nuovo Israele che è "ogni giorno" in conversione per compiere la sua missione. Nel deserto della vita, tra difficoltà e dolori, ansie e problemi, frustrazioni e umiliazioni, prega il Padre perché gli dia "ogni giorno" la manna di cui ha bisogno, come durante l'esodo al Popolo di Israele ora nel nuovo esodo che è chiamata a compiere; la Chiesa sa che i suoi figli potrebbero dimenticare il Padre e corrompersi, esattamente come la manna, per questo fa ripetere loro "ogni giorno" la preghiera che chiede il "pane che discende dal Cielo", l'unico che può saziare. Così scopriamo che il Signore ci invita a chiedere al Padre il dono di se stesso, "il pane della vita, perché chi ne mangia non muoia". Lui è "il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno" (Cfr. Gv 6). Con il Padre nostro, chiediamo dunque a Dio di non farci mai mancare l'Eucarestia, la predicazione della Parola, il corpo vivo di Cristo che è la comunione della Chiesa. Che "ogni giorno", nella comunità, possiamo nutrirci di Cristo per essere figli di Dio uniti indissolubilmente alla sua "carne offerta per la vita nel mondo". Nella Chiesa, infatti, si impara ad essere marito e moglie, padri e figli, fidanzati e amici, colleghi e parenti, ricevendo ogni giorno la "ricompensa" del "pane celeste" sul quale Dio ha messo il suo "sigillo", lo Spirito Santo che ci fa immagine e somiglianza del Padre e le difende nelle diverse circostanze della vita. Così, anche se soli nella stanza dell'ufficio o in classe, al mercato o in un letto d'ospedale, dove il mondo e la sua mentalità la fanno da padrone, possiamo pregare in comunione con tutta la Chiesa, ed entrare "ogni giorno" nel combattimento con le tentazioni del demonio. Questi, infatti, ci attende per indurci ad esigere che Dio trasformi le pietre in pane: ogni relazione, oggetto, evento convertito in cibo commestibile da afferrare e disporre a piacimento per saziare gli appetiti della carne. Il Padre Nostro è la preghiera che emerge in filigrana dalle "parole" di Gesù con le quali ha polverizzato i fendenti subdoli del demonio quando fu tentato da lui nel deserto. Il "pane quotidiano" della "volontà di Dio", il cibo che l'uomo non conosce, la docilità del cuore che non "tenta" Dio, l'obbedienza che non "serve" gli idoli ma "Dio solo". Comprendiamo allora perché, subito dopo la petizione del "Pane" il Signore ci insegni a chiedere al Padre di "perdonare i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori"; è questo il "pane" di cui si nutrito il Signore, la volontà di Dio che lo attendeva, l'opera preparata per Lui: dischiudere il "Regno santo" ai peccatori con il "perdono". Ancora una volta Gesù ci invita a chiedere al Padre di crocifiggerci con Lui per sperimentare in ogni istante il suo perdono ed essere trasformati in perdono offerto ai "nostri debitori". Se non accoglieremo il "perdono" di Dio umiliandoci nella confessione e nel riconoscimento dei nostri peccati anche di fronte ai fratelli, e se non "perdoneremo" i "debiti" di chi ci è accanto, anche dei nemici, non saremo figli di Dio, ma figliastri del padre della menzogna. Così è illuminata anche l'ultima petizione, con la quale chiediamo al Padre di "non indurci in tentazione e liberarci dal male". I cristiani sono sotto l'assedio del demonio, c'è poco da scherzare. Anche se molti non ci credono più perché hanno smesso di credere a Cristo e hanno fatto della Chiesa una ONG sterile, come ripete Papa Francesco. No, il demonio esiste, e vuole distruggere i cristiani e la Chiesa, perché non compiano la missione di predicare il vangelo e testimoniare il "Regno di Dio" con il perdono dei nemici, e salvare così l'umanità che tiene schiava con le sue menzogne. Anche se "lo spirito è pronto, la carne è debole". Sant'Ignazio di Loyola ammoniva che il demonio tenta soprattutto sub specie boni, cioè sotto apparenza di bene, inducendo a compiere la sua volontà che sembra, a prima vista, ragionevole, bella e utile, piacevole, esattamente come accadde a Eva. E ci caschiamo tutti, soprattutto di fronte all'assurdo che è perdonare il nemico. Non è ragionevole, non è buono, non è utile né piacevole. E' stolto e pericoloso. Se accettiamo questa logica perversa, automaticamente ci apparirà ragionevole, addirittura doveroso e santo, il suo contrario, e finiremo per pensare, scegliere e agire senza discernimento; e così peccheremo, perché tutto ciò che non è pensato, scelto e fatto con l'amore di Cristo è peccato. Per questo il Signore ci invita a chiedere al Padre di "non indurci nella tentazione" dei pensieri, di "liberarci dal male" che si insinua ben camuffato sotto apparenza di bene umano e carnale. A chiedere con insistenza di non spingerci sino all'albero dove si nasconde il serpente, di non lasciarci avvicinare così tanto alla menzogna come fece Eva, perché non ce la faremmo; cadremmo in un istante nella trappola del dialogo interiore con il demonio. A chiedere di non "indurci in tentazione" e di "indurci" invece ad ascoltare la sua Parola, a spingerci tra le braccia del Signore. A proteggerci per non farci "indurre" dal demonio a tentare Dio, come aveva insinuato a Gesù nel deserto; noi non resisteremmo alla tentazione di obbligare Dio a fare quello che vogliamo. Con questa ultima petizione Gesù ci chiama a conversione, e, insegnandoci a pregare così, ci invita a fare quotidianamente una professione di umiltà! E a non presumere di noi stessi come i farisei, a supplicare il Padre di aiutarci a non giocare con il fuoco avvicinandoci alle sue fiamme, di scioglierci dalle catene dei sofismi satanici, di aiutarci, come recita il salmo, a rifugiarci in Lui mentre sono scosse le fondamenta della verità che ha salvato la nostra vita, e fuggire come un passero verso il monte della Croce, dove, in silenzio e con le orecchie tappate, resistere alle onde malefiche dei pensieri del demonio, che ci arrivano forse proprio da chi ci è più vicino. Come Cristo di fronte a chi lo tentava di scendere dalla Croce per rivelare se era davvero Dio, che taceva e pregava il Padre di perdonare i suoi assassini, compiendo sino alla fine quello che la Chiesa e tutti noi chiediamo nel Padre Nostro: "Abbà, Papà, nelle tue mani consegno il mio Spirito".
Sabato della I settimana del Tempo di Quaresima
Chi accoglie il Signore nella propria vita
e lo ama con tutto il cuore è capace di un nuovo inizio.
Riesce a compiere la volontà di Dio:
realizzare una nuova forma di esistenza
animata dall’amore e destinata all’eternità.
Se siamo veramente consapevoli di questa realtà,
e la nostra vita ne viene profondamente plasmata,
allora la nostra testimonianza diventa chiara,
eloquente ed efficace.
Un autore medievale ha scritto:
«Quando l’intero essere dell’uomo si è, per così dire,
mescolato all’amore di Dio,
allora lo splendore della sua anima si riflette anche nell’aspetto esteriore»
(Giovanni Climaco, Scala Paradisi).
Benedetto XVI, Angelus del 20 febbraio 2012
Dal Vangelo secondo MAtteo 5,43-48
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.
Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”.
Il commento
Perfezionismo? No assolutamente. La perfezione cristiana, quella che incontriamo nel vangelo di oggi, è piuttosto il "compimento": perfetto è colui che è compiuto. Sulla Croce "Tutto è compiuto". Solo consegnando se stesso sino al'ultimo respiro, il Signore ha potuto pronunciare queste parole, anticipate e profetizzate nel gesto con il quale Gesù si è chinato a lavare i piedi ai suoi discepoli, amati sino alla fine, letteralmente, sino al compimento. Esso appare dunque nella sua vita offerta per perdonare. La perfezione è distesa tra due braccia aperte in un abbraccio misericordioso. La perfezione sgorga da un cuore squarciato per amore. Amore allo stato purissimo, raffinato nel crogiuolo della sofferenza. Vino pigiato nel tino della storia. Ai piedi dei nemici, servo dei malvagi, ultimo dietro l'ultimo uomo. In fondo alla fila, alle spalle del peggiore della storia, del più sanguinario, del più abietto. Ultimo per rovesciare l'ordine della carne e della giustizia umana, dietrofront!, e gli ultimi, i peccatori, siano i primi, dietro il primo che ha vinto la morte e il peccato ed è entrato trionfante nel Paradiso. L'ultimo, il ladrone crocifisso accanto a Gesù, il primo dietro di Lui: "Oggi sarai con me in paradiso". Mentre il mondo - e noi nel mondo - condanna e giustizia ogni nemico al quale si muove guerra, sino all'annientamento. Ma Lui ci dice di amarlo il nemico, e la sua Parola è verità, l'unica ragionevole e realistica. Già qui ed ora si compie in noi, nemici di Dio intenti, ogni giorno, ad ammazzare chi si mette di traverso sul nostro cammino, smarrendo per via pazienza, perdono e amore. Noi, obesi di malvagità, amati e riamati infinitamente. La nostra vita perduta, ma riscattata e compiuta nel suo perdono. Le sue braccia aperte sono anche oggi il nostro rifugio, la nostra perfezione. Siamo perfetti, compiuti solo nascosti tra le sue ferite d'amore. "È lì che questa verità può essere contemplata. E partendo da lì deve ora definirsi che cosa sia l'amore. A partire da questo sguardo il cristiano trova la strada del suo vivere e del suo amare" (Benedetto XVI, Deus caritas est n.12).
Trafitti dalla sua misericordia diventiamo noi stessi le sue ferite aperte sul mondo, segno di salvezza, vita e perdono per ogni uomo: "Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono. Certo, l'uomo può diventare sorgente dalla quale sgorgano fiumi di acqua viva. Ma per divenire una tale sorgente, egli stesso deve bere, sempre di nuovo, a quella prima, originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l'amore di Dio" (Benedetto XVI, ibid n.7). Le nostre piaghe quotidiane unite alle sue piaghe sono la perfezione che salva il mondo. Disprezzati, rifiutati, insultati, derisi, licenziati, trattati ingiustamente sul lavoro, e poi da mogli e mariti, suocere, figli, nipoti, nuore e generi. Lì, inchiodati alla nostra croce siamo perfetti. Laddove nessuno saluta e si vuole celare il sole e trafugare la pioggia ai malvagi, laddove il mondo cancella gli ingiusti, i figli del Padre celeste offrono la vita, gratuitamente, senza sperare nulla. Laddove il mondo odia, i discepoli dell'Amore amano. E' Lui vivo in noi che ama ogni uomo, e scende all'ultimo posto, servo di questa generazione per aprire il Cielo ad ogni nemico, nel suo sangue trasformato in amico. Di più, ogni nemico è fratello agli occhi di Cristo, come lo siamo stati noi, appena un secondo fa... O Ieri. O come lo saremo domani. "Allora imparo a guardare quest'altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico. Al di là dell'apparenza esteriore dell'altro scorgo la sua interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione... Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all'altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno" (Benedetto XVI, ibid n.18). Gli occhi di Dio, che ama ciascun uomo donando a tutti il necessario, senza distizione alcuna, sono gli occhi di Gesù posati su questa umanità attraverso i nostri stessi occhi. Lo sguardo d'amore che ha folgorato Matteo, che tutti ci ha coinvolto in un cammino di conversione e di gioia. La quaresima ne è un paradigma, il segno dell'opera di Dio in ciascuno di noi: l'amore che polverizza il vecchio cuore di pietra per donarci un cuore di carne, il cuore di Cristo. La nostra vita è così trasformata nella Pasqua dei nemici divenuti fratelli di Cristo, coeredi con Lui perché figli dello stesso Padre, figli della misericordia.
APPROFONDIMENTI
Benedetto XVI. Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro
Giovedì della I settimana del Tempo di Avvento,
Se
non riesci a “osservare i comandamenti” non considerarti mai perso,
non
ti inacidire in modo moralistico o volontaristico.
Più
a fondo, più in basso della tua vergogna o della tua caduta c’è Cristo.
Volgiti
a lui, lascia che ti ami, che ti comunichi la sua forza.
E’
inutile che ti accanisci in superficie:
è
il cuore che deve capovolgersi.
Non
devi cercare nemmeno innanzitutto di amare Dio,
ti
basta capire che Dio ti ama.
Oggi.
Olivier
Clèment
La preghiera è la roccia su cui si infrangono le tempeste
della vita
La gioia di compiere la volontà di Dio
Benedetto XVI. Guardarsi da una prostituzione della Parola
Benedetto XVI. Le parole di Gesù nascono dal silenzio
S. Agostino. Sia fatta la tua volontà
Beato John Henry Newman. « Per entrare nel regno dei cieli, bisogna fare la volontà del Padre mio »
Anno
dopo anno, il tempo trascorre in silenzio ; la venuta di Cristo si fa sempre
più vicina. Se soltanto potessimo avvicinarci a lui, come egli si avvicina alla
terra ! O fratelli miei, pregatelo affinché vi dia il coraggio di cercarlo in
tutta sincerità. Pregatelo perché vi renda ardenti... Pregatelo affinché vi dia
ciò che la Scrittura chiama « un cuore buono e onesto », o « un cuore
perfetto » (Lc 8, 15), e, senza aspettare, cominciate subito ad obbedirgli con
il cuore disposto al meglio. L'obbedienza foss'anche minima vale più del non
obbedire... Dovete cercare il suo volto (Sal 27, 8) ; l'obbedienza è l'unico
modo di cercarlo. Tutti i nostri doveri sono obbedienza... Fare ciò che egli
domanda, questo è obbedirgli. E obbedirgli è avvicinarsi a lui. Ogni atto di
obbedienza ci avvicina a lui che, malgrado le apparenze, non è lontano bensì
vicinissimo dietro la realtà materiale nella quale viviamo ; la terra e il
cielo sono soltanto un velo fra lui e noi ; verrà il giorno in cui egli
strapperà questo velo e si mostrerà a noi. E allora a seconda del modo in cui
l'abbiamo aspettato, ci ricompenserà. Se l'abbiamo dimenticato, non ci
riconoscerà ; invece, « beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà
ancora svegli » (Lc 12, 37). Tale sia la sorte di ognuno di noi ! È difficile
giungere a questo, ma non giungervi è affliggente. La vita è breve, la morte è
certa, e il mondo che viene è eterno.
Benedetto XVI. Guardarsi da una prostituzione della Parola
«Castificantes
animas nostras in oboedentia veritatis». L'obbedienza alla
verità dovrebbe "castificare" la nostra anima, e così
guidare alla retta parola e alla retta azione. In altri termini, parlare per
trovare applausi, parlare orientandosi a quanto gli uomini vogliono sentire,
parlare in obbedienza alla dittatura delle opinione comuni, è considerato come
una specie di prostituzione della parola e dell'anima. La
"castità" a cui allude l’apostolo Pietro è non
sottomettersi a questi standard, non cercare gli applausi, ma cercare
l'obbedienza alla verità. E penso che questa sia la virtù fondamentale del
teologo, questa disciplina anche dura dell'obbedienza alla verità che ci
fa collaboratori della verità, bocca della verità, perché non parliamo noi in
questo fiume di parole di oggi, ma realmente purificati e resi casti
dall'obbedienza alla verità, la verità parli in noi. E possiamo così essere
veramente portatori della verità".
Omelia
del 6 ottobre 2006
La preghiera è la roccia su cui si infrangono le tempeste della vita
Recita
un salmo: "Ma quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può
fare?". Quando non si hanno più certezze, quando la vita ti spinge in mare
aperto, di notte, in mezzo alla nebbia; quando né la famiglia, né il lavoro, né
la salute, neanche te stesso riescono a dare un briciolo di stabilità; quando
il diluvio si abbatte sulla casa, quando sei trascinato in esilio e nulla ti è
più familiare, il giusto che cosa può fare? Colui che vive nell'unica giustizia
che salva, quella della Croce, che cosa può fare? Fermarsi e sedersi, solitario
e silenzioso, con la bocca nella polvere, e rimettere tutto a Dio. E attendere,
entrare nell'Avvento, nella storia concreta che si è divorata le fondamenta,
perché il giusto che ha puntato tutto sull'amore crocifisso vedrà la Luce, il
Cielo aprirsi, la verità svelata. Perché è proprio quando tutto trema che si
può fare l'esperienza incontrovertibile dell'esistenza di Dio.
La gioia di compiere la volontà di Dio
La
sapienza è fare la volontà di Dio. La parola “volontà” - in greco
Thelema - è la traduzione di due termini ebraici: hapetz
e ratzah. Sorprendentemente scopriamo che le due radici non rimandano a
verbi quali “comandare imporre ordinare”, ma significano invece
“compiacersi - provare gioia - desiderare ardentemente”. Compiere
la volontà di Dio è allora l'incontro tra la gioia, il compiacersi e il
desiderare ardentemente di Dio e dell'uomo. La volontà di Dio è il luogo dove
si uniscono fecondamente la gioia del Padre e quella del Figlio. Si
comprendono allora tante parole della Scrittura che assimilano la Torah e il
suo compiersi alla gioia del pio israelita. E le parole di Gesù nelle quali
esprime il suo ardente desiderio di mangiare la Pasqua con i discepoli, e la
gioia esultante di fronte alla rivelazione dei misteri del Regno ai suoi
piccoli discepoli. E' la volontà del Padre che si fa carne, e produce gioia,
compiacimento, quello del Padre alla vita del Figlio che emerge dalle acque del
battesimo, profezia del suo mistero pasquale, culmine del compimento della sua
volontà. Il Signore ha per noi progetti di pace, non di sventura. Il Padre
desidera ardentemente la gioia dei suoi figli! Castificare l'anima significa dunque immergersi nella gioia di
Cristo, nella nostra piccolezza che ne è la ragione più pura. Non si tratta di
gonfiare i polmoni e gridare "Signore, Signore!"; si tratta piuttosto
di riconoscere la nostra impotenza, la debolezza e l'orgoglio che ci ferisce.
Accettare la piccolezza indigente che ci consegna alla castità perfetta di
Cristo. Entrare con Lui nel Getsemani di ogni giorno, casa, scuola, lavoro, e
lasciarci "trascinare" nelle sue caste e obbedienti parole rivolte al
Padre. Vivere ogni istante come dentro l'obbedienza di Cristo: ogni
aspetto della nostra storia e del nostro essere è una parola di Gesù purificata
e consegnata al Padre. Per questo Egli dice: “Sono disceso dal cielo non
per fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato. E questa
è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda
nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno” (Gv
6,38-39). Ogni istante ci è dato come un frammento attraverso il quale Gesù ci
possa custodire e deporre nell'eternità, senza tralasciare nulla. Tutto è
santo, e contribuisce al bene, alla gioia, al compimento della nostra vita.
Lunedì della XII settimana del Tempo Ordinario. Approfondimenti
LA SANTITA'
Orando un dì S. Antonio, intese questa voce: Antonio tu non sei ancora giunto alla perfezione di un tal Coriario, ch'è in Alessandria. Andò subito il Santo a trovar colui; e richiestolo dalla sua vita, quegli rispose: Io non so d'aver mai fatto bene alcuno; onde alzato che sono la mattina, dico tra me, che tutta la gente di questa Città si salverà per le sue buone opere, ed io solo mi perderò per li miei peccati; e l'istesso dico pure la sera con tutta sincerità prima d'andare a letto. No, no, ripigliò S. Antonio, tu coll'arte tua t'ha assicurato il Cielo; ed io, come senza discrezione, non sono arrivato alla tua misura.
Nelle vite dei Santi Padri. si narra di un certo Monaco, il quale dando conto del suo interno all'Abate Sisois, disse, che portava quasi di continuo dentro di se la memoria di Dio. L'Abate gli rispose. Questa non è gran cosa: la gran cosa sarebbe se tu vedessi sempre te stesso sotto ogni creatura. Essendo stato ricevuto in un Monastero un uomo principale d'Alessandria, l'Abate, che nel suo aspetto, e da altri segni lo prese per uomo aspro, altiero, e gonfio della vanità del secolo, volle guidarlo per la via sicura dell'Umiltà, e però lo mise alla porteria con ordine di gettarsi a' piedi di tutti quelli, ch'entravano ed uscivano, dicendo, che pregassero Dio per lui, ch'era un peccatore. Ubbidì colui esattamente, e dopo d'essere stato sette anni in quell'esercizio, e di aver acquistata una grande Umiltà, stimò bene l'Abate di fargli prendere l'ordine, ed ammetterlo in compagnia degli altri. Ma egli, ciò inteso, tanto lo pregò e lo scongiurò di lasciarlo in quell'impiego per quel poco tempo, che dicea dovergli restar di vit , che finalmente l'ottenne. E fu indovino, perché dieci giorni dopo se ne morì con gran quiete, e sicurezza della sua salute. Il fatto vien riferito da S. Giovanni Climaco, il quale dicea di aver parlato con quest'uomo; e che avendogli domandato in che si occupasse in tutto quel tempo che stava alla porta; rispose, che tutto il suo esercizio era di riputarsi indegno di stare in quel Monastero, e di godere la compagnia e vista dei Padri, e di neppur alzar gli occhi per guardarli.
Si legge della V. M. Serafina di Dio, che parea non avesse gli occhi, che per guardare ed esagerare i propri difetti, e per ammirare negli altri la loro virtù. Ond'è che quando vedea, che gli altri facessero alcun bene, con gran sentimento dicea: o beati loro! Tutti attendono a servire Iddio fuorché io. E quando ne vedea a' piedi de' Confessori, stima, che d'altro non parlassero, che di Dio; e si rammaricava con se medesima, che altro non andava a dire a quelli, che scelleraggini e peccati. E se mai vedea farsi da alcuno qualche difetto, lo sapea facilmente scusare e compatire. Ed in questa maniera ella sapea mantenersi anche in vista degli altrui mancamenti nel concetto, che di se avea di esser peggiore di tutti.
Nelle vite dei Santi Padri. si narra di un certo Monaco, il quale dando conto del suo interno all'Abate Sisois, disse, che portava quasi di continuo dentro di se la memoria di Dio. L'Abate gli rispose. Questa non è gran cosa: la gran cosa sarebbe se tu vedessi sempre te stesso sotto ogni creatura. Essendo stato ricevuto in un Monastero un uomo principale d'Alessandria, l'Abate, che nel suo aspetto, e da altri segni lo prese per uomo aspro, altiero, e gonfio della vanità del secolo, volle guidarlo per la via sicura dell'Umiltà, e però lo mise alla porteria con ordine di gettarsi a' piedi di tutti quelli, ch'entravano ed uscivano, dicendo, che pregassero Dio per lui, ch'era un peccatore. Ubbidì colui esattamente, e dopo d'essere stato sette anni in quell'esercizio, e di aver acquistata una grande Umiltà, stimò bene l'Abate di fargli prendere l'ordine, ed ammetterlo in compagnia degli altri. Ma egli, ciò inteso, tanto lo pregò e lo scongiurò di lasciarlo in quell'impiego per quel poco tempo, che dicea dovergli restar di vit , che finalmente l'ottenne. E fu indovino, perché dieci giorni dopo se ne morì con gran quiete, e sicurezza della sua salute. Il fatto vien riferito da S. Giovanni Climaco, il quale dicea di aver parlato con quest'uomo; e che avendogli domandato in che si occupasse in tutto quel tempo che stava alla porta; rispose, che tutto il suo esercizio era di riputarsi indegno di stare in quel Monastero, e di godere la compagnia e vista dei Padri, e di neppur alzar gli occhi per guardarli.
Si legge della V. M. Serafina di Dio, che parea non avesse gli occhi, che per guardare ed esagerare i propri difetti, e per ammirare negli altri la loro virtù. Ond'è che quando vedea, che gli altri facessero alcun bene, con gran sentimento dicea: o beati loro! Tutti attendono a servire Iddio fuorché io. E quando ne vedea a' piedi de' Confessori, stima, che d'altro non parlassero, che di Dio; e si rammaricava con se medesima, che altro non andava a dire a quelli, che scelleraggini e peccati. E se mai vedea farsi da alcuno qualche difetto, lo sapea facilmente scusare e compatire. Ed in questa maniera ella sapea mantenersi anche in vista degli altrui mancamenti nel concetto, che di se avea di esser peggiore di tutti.
San Giovanni Climaco (circa 575-circa 650), monaco nel Monte Sinai
La scala santa, 10° grado
« Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello ? »
Sentiti alcuni maledire il prossimo, li ho rimproverati. Per difendersi, questi operatori di iniquità hanno risposto: «Per carità e per sollecitudine parliamo così!» Ho risposto loro: Smettete di praticare simile carità, altrimenti accuserete di menzogna colui che ha detto: «Chi calunnia in segreto il suo prossimo io lo farò perire» (Sal 100,5). Se ami quell'uomo, come dici, prega in segreto per lui e non disprezzarlo. Questo modo di amare piace al Signore; non perdere di vista questo, e applicati con molta cura a non giudicare i peccatori. Giuda era del novero dei discepoli e il ladrone faceva parte dei malfattori, eppure quale cambiamento stupendo in un attimo!...
Rispondi dunque a colui che parla male del prossimo: «Smetti, fratello! Io stesso cado ogni giorno in colpe più gravi; come allora potrei condannare costui? « Ne trarrai un doppio profitto: guarirai te stesso e guarirai il tuo prossimo. Non giudicare è una scorciatoia che conduce prontamente al perdono dei peccati, se è vera questa parola: «Non giudicate e non sarete giudicati»... Alcuni hanno commesso grandi colpe alla vista di tutti, ma hanno compiuto in segreto i più grandi atti di virtù. Così i loro accusatori si sono ingannati attaccandosi solo al fumo senza vedere il sole...
I censori frettolosi e severi cadono in tale inganno perché non conservano il ricordo e il pensiero costante dei propi peccati... Giudicare gli altri, è usurpare senza vergogna una prerogativa divina; condannarli, è rovinare la propria anima... Come un buon vendemmiatore mangia l'uva matura e non coglie l'uva verde, così uno spirito benevolo e sensato nota con cura tutte le virtù che vede negli altri; è insensato invece colui che scruta le colpe e le deficenze.
Doroteo di Gaza ( circa 500- ?), monaco in Palestina
Lettere, 1 ; SC 92, 495
« Poi ci vedrai bene »
Alcune persone convertono in umore cattivo ogni alimento che assorbon anche se questo alimento è sano. La colpa non è dell’alimento, bensì del loro temperamento che altera gli alimenti. Allo stesso modo, se la nostra anima è in una cattiva disposizione, tutto le fa del male; essa trasforma, persino le cose utili per lei in cose nocive. Se si getta un po' di erbe amare in un vaso di miele, non altereranno forse tutto il barattolo, rendendo tutto il miele amaro? È proprio quello che facciamo: diffondiamo un poco della nostra amarezza e distruggiamo il bene del prossimo, guardandolo secondo la nostra cattiva disposizione.
Altre persone invece hanno un temperamento che trasforma ogni cosa in buoni umori, persino gli alimenti cattivi... I porci hanno una buonissima costituzione. Mangiano le carrube, i noccioli di datteri e immondizie. Eppure trasformano questo cibo in una carne succulenta. Anche noi, se abbiamo buone abitudini e un buono stato d’animo, possiamo trarre profitto da tutto, persino da quello che non è utile. Lo dice benissimo il libro dei Proverbi: “Chi guarda con benevolenza otterrà misericordia” (12,13). Ma altrove: “Per l’uomo insensato, ogni cosa è contraria” (14,7).
Ho sentito dire di un fratello che se, recandosi da un altro, trovava la sua cella trascurata e in disordine, diceva dentro di sé : « Quanto è felice questo fratello poiché è totalmente distaccato dalle cose terrene e porta così bene tutto il suo spirito in alto, da non avere più il tempo per riordinare la sua cella!” Se poi andava da un’altro fratello e trovava la sua cella in ordine e pulita, diceva dentro di sé: “La cella di questo fratello è pulita quanto la sua anima. Tale è lo stato della sua anima, tale quello della sua cella!” Mai diceva riguardo a qualcuno: “Questi è disordinato” oppure: “quello è frivolo”. Grazie al suo stato eccellente, traeva profitto da tutto. Dio nella sua bontà dìa anche a noi uno stato d’animo buono perché possiamo godere di tutto e non pensare mai del male del prossimo. Se la nostra malizia ci ispira giudizi o sospetti, trasformiamo presto questi in buoni pensieri. Infatti il non vedere il male del prossimo genera, con l’aiuto di Dio, la bontà.
Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità
A Simple Path
« Non giudicate, per non essere giudicati »
L'amore non è più amore se non è condiviso. Deve essere tradotto nei fatti. Dovete amare senza aspettare nulla in cambio, agire solo per amore e non per un qualsiasi vantaggio che potreste trarne. Se sperate in qualche cosa in cambio, non amate veramente, poiché l'amore vero ama senza condizione, senza secondi fini.
Se sorge una necessità nuova, Dio vi guiderà, come ha guidato coloro che servono i malati del AIDS. Non giudichiamo questi malati, li curiamo senza domandarci cosa sia successo loro, né come si sono ammalati. Credo che Dio ci trasmetta un messaggio insistente riguardo all'AIDS : vuole che non vediamo in questa malattia altro che l'occasione di manifestare il nostro amore. I malati di AIDS forse hanno svegliato un amore pieno di tenerezza in molte persone che l'avevano scacciato fuori dalla loro vita.
Se sorge una necessità nuova, Dio vi guiderà, come ha guidato coloro che servono i malati del AIDS. Non giudichiamo questi malati, li curiamo senza domandarci cosa sia successo loro, né come si sono ammalati. Credo che Dio ci trasmetta un messaggio insistente riguardo all'AIDS : vuole che non vediamo in questa malattia altro che l'occasione di manifestare il nostro amore. I malati di AIDS forse hanno svegliato un amore pieno di tenerezza in molte persone che l'avevano scacciato fuori dalla loro vita.
Venerdì della XI settimana del Tempo Ordinario
Pascalis Via Matris: Maria presenta l’umanità a Cristo Crocifisso -
Miniatura medioevale del Cantico dei Cantici, Biblioteca di Bamberga.
Hai avuto in me il donatore, rendimi presto debitore...
Mi dai poco, renderò di più.
Mi dài beni terreni, te ne renderò di celesti.
Mi dài beni temporali, ti renderò beni eterni.
A te renderò te stesso quando avrò restituito te a me.
Sant'Agostino
Vangelo Mt 6, 19-23
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignuòla e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignuòla né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.
La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!».
Il Commento
Lo sguardo scruta ciò che il cuore suggerisce. Sempre. Gli occhi cercano il tesoro del cuore. Senza posa, affannati, guardiamo, fissiamo, sogniamo. Un tesoro luminoso accende lo sguardo di pace e di letizia. Inconfondibile è lo sguardo di chi vive in Dio. E' Trasfigurato e reca le tracce splendenti del Cielo perchè occhi innamorati di Cristo ne riflettono la mitezza. Ed ogni mossa, ogni parola, ogni passo parlano di Lui. E oggi, noi, dove abbiamo il nostro tesoro? Da che cosa è attirato il nostro sguardo? Per chi palpita il nostro cuore? Per chi o per che cosa stiamo accumulando? Gli sforzi, il lavoro, gli affetti. Se non sono per il Cielo, sono irrimediabilmente per la terra. Per la corruzione.
Chi vive per Dio vive per l’eternità, ed ogni aspetto della vita, anche il più semplice e apparentemente insignificante, reca il segno dell’incorruttibile amore. Chi vive per se stesso, solo per questa vita, è già roso dai vermi: le cose, gli amori, le amicizie, sfuggono, i ladri sono già alla porta pronti a scassinare, mentre lo sguardo, come quello di Caino, si fa torvo. E le parole, e gli atti si impregnano di sfiducia, di rancori, di tristezza inrancidita. Ma no, i nostri occhi sono fatti per Lui, il nostro cuore attende Lui. Il Signore Gesù. E' Lui la nostra vita. Il nostro tesoro, l’amore che dà luce e pace. Lui, per noi. Noi per Lui. Oggi. Sempre.
Sant’Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorso 123
« Accumulatevi tesori nel cielo »
Tu che sei? Ricco, o povero? Molti mi dicono: Sono povero, e dicono il vero. Riconosco povero chi possiede qualcosa, riconosco povero anche l'indigente. Ma c'è chi possiede in abbondanza oro e argento. O se si riconoscesse povero! Si riconosce povero chi si accorge di avere accanto a sé un povero. Com'è? Per molto che tu voglia avere, chiunque ricco tu sia, sei il mendìco di Dio.
Si viene all'ora della preghiera... Tu chiedi. Come, non sei povero tu che chiedi? Aggiungo di più: chiedi pane. Non sei forse sul punto di dire: “Dacci il nostro pane quotidiano” ? Tu che chiedi il pane quotidiano sei povero o ricco? Eppure Cristo ti dice: Dammi di ciò che ti ho dato. Che hai portato con te quando sei venuto al mondo? Quaggiù hai trovato esistente tutto ciò che ho creato. Niente hai recato, nulla porterai via di qui. Per quale ragione non mi doni del mio? E' perché sei ricco, mentre il povero è privo di tutto. Considerate all'origine la vostra vita: entrambi veniste alla luce nudi. Anche tu perciò nascesti nudo. Trovasti qui molte cose: recasti con te qualcosa? Ti chiedo del mio: dammi ed io ti rendo.
“Hai avuto in me il donatore, rendimi presto debitore... Mi dai poco, renderò di più. Mi dài beni terreni, te ne renderò di celesti. Mi dài beni temporali, ti renderò beni eterni. A te renderò te stesso quando avrò restituito te a me”.
Mercoledì della XI settimana del Tempo Ordinario
Quando sei unito a Dio mediante la preghiera,
esamina chi sei in verità;
parlagli se puoi,
e se questo ti è impossibile,
fermati, rimani davanti a lui.
Non darti altra preoccupazione.
San Pio (Padre Pio)
Dal Vangelo secondo Matteo 6,1-6.16-18.
Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli.
Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno gia ricevuto la loro ricompensa.
Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra,
perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno gia ricevuto la loro ricompensa.
Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno gia ricevuto la loro ricompensa.
Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto,
perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Il Commento
Chiudere la porta e cercare nostro Padre. Scendere le scale del cuore e scoprire di vivere come orfani, chiasso all'esterno, in cose e impegni e parole, e far tutto per essere notati; anche quando ci nascondiamo scappando dagli altri, in fondo è perchè la vita, la nostra, dipende da loro, dagli altri. Una parola, questa di oggi, per gli affamati di vita e di amore. Ed è una buona notizia. C'è speranza. C'è la conversione, la Teshuvà direbbe un pio israelita, il ritorno. La conversione è il figlio prodigo, la fitta che gli percuote il petto, la percezione chiara d'aver buttato la vita e di essere ormai un relitto in secca, la solitudine, il nulla nel cuore e il freddo del vuoto, nessun viso, nessuna parola. Tutto perduto, dietro a sé stesso. E, per una Grazia misteriosa, quella che scocca al termine della discesa, rientra in sé stesso, da dove era uscito ingannato da seducenti sirene di fumo. Rientra, si trova da solo, intuisce, comprende quel che ha smarrito. Suo Padre. "Mi alzerò e tornerò da mio Padre".
Questa parola ci invita a chiudere la porta del cuore e rientrare lì da dove siamo usciti, perduti tra i tentacoli del lavoro, degli impegni, delle cose, degli affetti, di noi spalmati sul cuore, ruvido e secco, degli "altri". Rientrare nel cuore e scoprire, senza paura, la solitudine. Il digiuno, l'elelemosina, la preghiera, sono innanzi tutto SEGNI d'una realtà che il mondo e il demonio ci occultano: la solitudine profonda della dimenticanza di Dio. Sono il SEGNO di una assenza. Non c'è il Padre. E non c'è lo Sposo. Siamo soli. Soli e infelici. Soli e affamati d'amore. Soli anche se pieni di un tanto vuoto e inafferrabile. Siamo soli anche se strepitiamo e ci facciamo notare.
Questa parola ci prende lì dove siamo. Come il figlio prodigo, siamo proni tra le nostre sporche e disordinate giornate, cercando invano una ghianda, un affetto, un sorriso, una parola, un qualcosa di vero che dia verità e valore alla nostra vita. E' tempo di chiudere la porta, cercare nel segreto lo sguardo di Chi abbiamo dimenticato. Per questo siamo tante volte prede della concupiscenza. E' per aver smarrito la nostra identità di figli che buttiamo i nostri corpi in relazioni fugaci. La sensualità, i peccati legati al sesso, siano essi i rappori prematrimoniali o i rapporti coniugali non aperti alla vita, o siano essi i peccati di una sessualità disordinata, la masturbazione o i rapporti omosessuali, sono tutti originati da una perdita di senso e di identità. Sono i peccati che caratterizzano gli orfani; anche la psicologia ci rivela che i disordini sessuali hanno sempre origine nella disintegrazione dei rapporti con i propri genitori. A maggior ragione essi sono il frutto avvelenato del demonio che ha soppiantato il Padre nel cuore dell'uomo. Quando è lui a far da padre, i suoi figli ne vorranno compiere i desideri. E sono sempre desideri di morte, realizzati attraverso relazioni egoistiche, che succhiano la vita dell'altro per restarne poi uccisi. E' l'esperienza della nostra vita. Fare tutto per attirare l'attenzione, accaparrarsi del cuore, dei pensieri, della stima e degli affetti di chi ci sta intorno.
E' concupiscenza pura, vivere fuori dalla tenda, come Esaù, cacciando amore e sostentamento laddove non ve ne sono, rischiando così, seriamente, la primogenitura. Vivere proiettati al di fuori di sé stessi in una continua esibizione dei propri sentimenti, delle proprie parole, delle proprie buone azioni, frecce con le quali crediamo di infilzare le nostre prede: l'amico, la fidanzata, il marito, la moglie, il capoufficio, chiunque sia, compromettendo il rapporto esistenziale con nostro Padre.
Per questo oggi Gesù ci richiama ad un segreto, a ritornare alla stanza più intima, tameion nell'originale greco del Vangelo, che può significare un magazzino o una dispensa, oppure la stanza più intima, quella meno adatta ad attirare l'attenzione degli ospiti, probabilmente perchè senza finestre. Chiudere dunque la porta, e non avere finestre, gli occhi e la bocca chiusi alla concupiscienza, in un'intimità di figli che tutto attendono da loro Padre. E' il pudore cui siamo chiamati, il segreto intimo di una relazione che ci mostra solo a nostro Padre. Esattamente come siamo. Il pudore, secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica "è una parte integrante della temperanza. Il pudore preserva l'intimità della persona. Consiste nel rifiuto di svelare ciò che deve rimanere nascosto. È ordinato alla castità, di cui esprime la delicatezza. Regola gli sguardi e i gesti in conformità alla dignità delle persone e della loro unione... Il pudore è modestia. Ispira la scelta dell'abbigliamento. Conserva il silenzio o il riserbo là dove traspare il rischio di una curiosità morbosa. Diventa discrezione". E' esattamente ciò che Tobi dice a suo figlio Tobia: "E' bene tenere nascosto il segreto del re, ma è cosa gloriosa rivelare e manifestare le opere di Dio" (Tb. 12,7).
E' l'atteggiamento di Maria che custodisce ogni parola ed ogni avvenimento come i luoghi del suo intimo rapporto con Dio, meditando nel suo cuore. E' il pudore e la castità che custodisce il proprio intimo nell'amore di Dio, ma che prorompe altresì nel Magnificat che benedice e rivela le opere del Padre. Città sul monte, candelabro che fa luce proprio perchè alla radice vi è un rapporto saldo ed esistenziale con la fonte della Vita e di ogni Bene. E' l'incontro personale con la Parola e lo Spirito che si incarnano nella vita, che si fanno benedizione e preghiera comunitaria. Per questo le parole di Gesù di oggi sono una corona nella quale è incastonato il Padre Nostro. Padre mio e Padre nostro, un unico respiro.
Lo esprime con grande chiarezza Benedetto XVI: "Come nella relazione tra uomo e donna esiste la sfera totalmente personale, che necessita dello spazio protettivo della discrezione, e allo stesso tempo il rapporto a due nel matrimonio e nella famiglia per sua essenza include pure una responsabilità pubblica, così è anche nella relazione con Dio: il «noi» della comunità orante e la dimensione personalissima di ciò che si può comunicare solo a Dio si compenetrano a vicenda" (J. Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Volume I). In ogni caso è fondamentale porre i propri occhi fissi su Cristo, principio e perfezionatore della nostra fede. Lasciarci guardare da Lui solo, desiderare solo il suo sguardo di misericordia. Noi ci mostriamo agli altri credendo che lo sguardo altrui ci dia quell'identità che abbiamo perduto; così irretiamo gli occhi di chi ci è intorno nelle nostre parole, nelle nostre opere, nella simpatia, nelle battute, nell'ipocrisia. E ne restiamo a nostra volta accalappiati.
E' l'ophtalmodoulia (Ef. 6,6), la schiavitù degli occhi. Accanto a quella delle parole, come diceva Benedetto XVI "Mi viene in mente una bellissima parola della prima lettera di san Pietro, nel primo capitolo, versetto 22. In latino suona così: 'Castificantes animas nostras in oboedentia veritatis'. L'obbedienza alla verità dovrebbe ‘castificare’ la nostra anima, e così guidare alla retta parola e alla retta azione. In altri termini, parlare per trovare applausi, parlare orientandosi a quanto gli uomini vogliono sentire, parlare in obbedienza alla dittatura delle opinioni comuni, è considerato come una specie di prostituzione della parola e dell'anima. La 'castità' a cui allude l’apostolo Pietro è non sottomettersi a questi standard, non è cercare gli applausi, ma cercare l’obbedienza alla verità" (Benedetto XVI, Omelia alla Commissione Teologica Internazionale, 6 febbraio 2007). E la Verità è Cristo, e in Lui risplende anche la verità di ciascuno, la debolezza e l'incapacità pronte ad accogliere l'onnipotenza divina. E' lui infatti che conosce sino in fondo chi siamo davvero, e, in questa conoscenza rompe ogni ipocrisia, togliendo ogni maschera che ci rende anonimi, senza identità se non quella vana, senza peso, che viene dalla vana-gloria. Cercare dunque il suo sguardo, la sua Gloria, il peso specifico della nostra esistenza in Lui; tutto, in pensieri, parole ed opere in Cristo e per Lui. E' questa la Parola di oggi, meravigliosa. In tutto quello che pensiamo, diciamo e facciamo (elemosina, digiuno e preghiera ne sono i simboli "religiosi") "è sempre in gioco il bisogno di riconoscimento. Se lo cerco negli altri, non ne avrò mai abbastanza; resterò sempre schiavo e del giudizio degli altri e dell'immagine (idolatria) del mio invece che della realtà di Dio. Se lo cerco in Dio, allora ritrovo la mia realtà in colui che mi ama di amore eterno, ai cui occhi sono prezioso e degno di stima, addirittura un prodigio (Ger. 31, 3; Is. 43, 4) Sal. 139,14)... Il mio essere è il suo vedermi e amarmi" (S. Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Matteo I, Bologna 1999, pag. 84).
Torniamo a casa dunque, torniamo a nostro Padre insieme a Gesù. E' Lui che abbiamo perduto, la Sua ricompensa che è il Suo abbraccio di misericordia, che è il Suo Figlio stesso, il Suo amore fatto carne e sangue, l'amore che non si esaurisce. Ritorniamo a casa. Papà è alla finestra e freme nell'attesa di correrci intorno. Ma il cammino è cosa nostra, senza di esso non c'è amore vero. Il Figlio lo ha aperto per noi, risalendo dagli inferi prima di noi. Le Sue orme ci conducono dalla morte alla vita, sino alla notte delle notti, la notte dei figli nel Figlio. In Lui, nell'intimità di un pudore che si abbandona confidente, possiamo oggi tornare a casa. Ed essere davvero persone, uomini, donne, cristiani, adulti, vivi di una vita che non muore.
Emiliano Jimenez. Elemosina, preghiera, digiuno. Sul Discorso della montagna
Benedetto XVI. La Preghiera del Signore. Attitudine della preghiera. Brani tratti da "Gesù di Nazareth"
CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA: Il pudore e la modestia, segni del "segreto" che vede solo il Padre
Benedetto XVI. Da Gesù di Nazaret
Tutti conosciamo il pericolo di recitare formule abituali, mentre lo spirito è altrove. Raggiungiamo il massimo grado di attenzione quando chiediamo qualcosa a Dio spinti da un'intima pena o quando Lo ringraziamo con il cuore colmo di gioia per un bene ricevuto. La cosa più importante -al di là di tali situazioni momentanee - è però che la relazione con Dio sia presente sul fondo della nostra anima. Perché ciò accada, è necessario tener sempre desta questa relazione e ricondurvi in continuazione gli avvenimenti quotidiani. Pregheremo tanto meglio quanto più nel profondo della nostra anima è presente l'orientamento verso Dio. Quanto più esso diventa la base portante di tutta la nostra esistenza, tanto più saremo uomini di pace. Tanto più saremo in grado di sopportare il dolore, di capire gli altri e di aprirci a loro. Questo orientamento che segna totalmente la nostra coscienza, la silenziosa presenza di Dio sul fondo del nostro pensare, meditare ed essere, noi lo chiamiamo «preghiera continua». Ed è anche questo, in fondo, che intendiamo quando parliamo di «amore di Dio»; allo stesso tempo è la condizione più intima e la forza trainante dell'amore del prossimo. Questa autentica preghiera, il silente, interiore stare con Dio ha bisogno di nutrimento, ed è a questo che serve la preghiera concreta con parole, immaginazioni o pensieri. Quanto più Dio è presente in noi, tanto più potremo davvero stare presso di Lui nelle preghiere orali. Ma vale anche il contrario: la preghiera attiva realizza e approfondisce il nostro stare con Dio. Questa preghiera può e deve sgorgare soprattutto dal nostro cuore, dalle nostre pene, speranze, gioie, sofferenze, dalla vergogna per il peccato come dalla gratitudine per il bene ed essere così preghiera del tutto personale.
Tutti conosciamo il pericolo di recitare formule abituali, mentre lo spirito è altrove. Raggiungiamo il massimo grado di attenzione quando chiediamo qualcosa a Dio spinti da un'intima pena o quando Lo ringraziamo con il cuore colmo di gioia per un bene ricevuto. La cosa più importante -al di là di tali situazioni momentanee - è però che la relazione con Dio sia presente sul fondo della nostra anima. Perché ciò accada, è necessario tener sempre desta questa relazione e ricondurvi in continuazione gli avvenimenti quotidiani. Pregheremo tanto meglio quanto più nel profondo della nostra anima è presente l'orientamento verso Dio. Quanto più esso diventa la base portante di tutta la nostra esistenza, tanto più saremo uomini di pace. Tanto più saremo in grado di sopportare il dolore, di capire gli altri e di aprirci a loro. Questo orientamento che segna totalmente la nostra coscienza, la silenziosa presenza di Dio sul fondo del nostro pensare, meditare ed essere, noi lo chiamiamo «preghiera continua». Ed è anche questo, in fondo, che intendiamo quando parliamo di «amore di Dio»; allo stesso tempo è la condizione più intima e la forza trainante dell'amore del prossimo. Questa autentica preghiera, il silente, interiore stare con Dio ha bisogno di nutrimento, ed è a questo che serve la preghiera concreta con parole, immaginazioni o pensieri. Quanto più Dio è presente in noi, tanto più potremo davvero stare presso di Lui nelle preghiere orali. Ma vale anche il contrario: la preghiera attiva realizza e approfondisce il nostro stare con Dio. Questa preghiera può e deve sgorgare soprattutto dal nostro cuore, dalle nostre pene, speranze, gioie, sofferenze, dalla vergogna per il peccato come dalla gratitudine per il bene ed essere così preghiera del tutto personale.
Giovanni Paolo II
Dall' UDIENZA GENERALE Mercoledì, 28 maggio 1980
Dall' UDIENZA GENERALE Mercoledì, 28 maggio 1980
Il cuore umano serba in sé contemporanearnente il desiderio e il pudore. La nascita del pudore ci orienta verso quel momento, in cui l’uomo interiore, "il cuore", chiudendosi a ciò che "viene dal Padre", si apre a ciò che "viene dal mondo". La nascita del pudore nel cuore umano va di pari passo con l’inizio della concupiscenza: della triplice concupiscenza secondo la teologia giovannea (cf. 1Gv 2,16), e in particolare della concupiscenza del corpo. L’uomo ha pudore del corpo a motivo della concupiscenza. Anzi, ha pudore non tanto del corpo, quanto proprio della concupiscenza: ha pudore del corpo a motivo della concupiscenza. Ha pudore del corpo a motivo di quello stato del suo spirito, a cui la teologia e la psicologia danno la stessa denominazione sinonimica: desiderio ovvero concupiscenza, sebbene con significato non del tutto uguale. Il significato biblico e teologico del desiderio e della concupiscenza differisce da quello usato nella psicologia. Per quest’ultima, il desiderio proviene dalla mancanza o dalla necessità, che il valore desiderato deve appagare. La concupiscenza biblica, come deduciamo da 1Gv 2,16, indica lo stato dello spirito umano allontanato dalla semplicità originaria e dalla pienezza dei valori, che l’uomo e il mondo posseggono "nelle dimensioni di Dio". Appunto tale semplicità e pienezza del valore del corpo umano nella prima esperienza della sua mascolinità-femminilità, di cui parla Genesi 2,23-25, ha subito successivamente, "nelle dimensioni del mondo", una trasformazione radicale. E allora, insieme con la concupiscenza del corpo, nacque il pudore.
Il pudore ha un duplice significato: indica la minaccia del valore e al tempo stesso preserva interiormente tale valore (cf. Karol Wojtyla, Amore e responsabilità, Torino 19782, pp. 161-178). Il fatto che il cuore umano, dal momento in cui vi nacque la concupiscenza del corpo, serbi in sé anche la vergogna, indica che si può e si deve far appello ad esso, quando si tratta di garantire quei valori, ai quali la concupiscenza toglie la loro originaria e piena dimensione. Se teniamo ciò in mente, siamo in grado di comprendere meglio perché Cristo, parlando della concupiscenza, fa appello al "cuore" umano.
San [Padre] Pio di Pietrelcina (1887-1968), cappuccino
GF, 173 ; Ep 3, 982-983
« Chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto »
Sii assiduo alla preghiera e alla meditazione. Mi hai detto che avevi già cominciato. Questa è una grandissima consolazione per un padre che ti ama come sé stesso! Continua dunque a progredire in questo esercizio dell’amore per Dio. Fa’ ogni giorno un passo avanti: di notte, al lume di lampada, fra le debolezze e nell’aridità dello spirito; o di giorno, nella gioia e l’illuminazione che abbaglia l’anima...
Se puoi, parla al Signore nell’orazione, lodalo. Se non vi riesci perché non sei ancora molto avanzato nella vita spirituale, non preoccuparti: rinchiuditi nella tua camera, e mettiti in presenza di Dio. E lui lo vedrà e apprezzerà la tua presenza e il tuo silenzio. Poi, ti prenderà per mano, ti parlerà, camminerà sù e giù nei viali del giardino dell’orazione e vi troverai la tua consolazione. Rimanere alla presenza di Dio semplicemente per manifestare la nostra volontà di riconoscerci suoi servi, questo è un eccellente esercizio spirituale che ci farà andare avanti sul cammino della perfezione.
Quando sei unito a Dio mediante la preghiera, esamina chi sei in verità; parlagli se puoi, e se questo ti è impossibile, fermati, rimani davanti a lui. Non darti altra preoccupazione.
Santa Edith Stein (1891-1942), carmelitana, martire, compatrona d’Europa
La Preghiera della Chiesa
« Il Padre tuo vede nel segreto»
Non si tratta di concepire la preghiera interiore, libera da ogni forma tradizionale, come una pietà semplicemente soggettiva, da opporre alla liturgia che sarebbe la preghiera oggettiva della Chiesa. Ogni preghiera vera è preghiera della Chiesa; attraverso ogni preghiera vera, succede qualcosa nella Chiesa, ed è la Chiesa stessa che prega, quando, in ogni anima singola, lo Spîrito che vive in essa “intercede per noi con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). Questa è appunto la preghiera vera, perché “nessuno può dire ‘Gesù è Signore’ se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1 Cor 12,3). Quale sarebbe la preghiera della Chiesa se non l’offerta di coloro che, infiammati da un grandissimo amore, si offrono a Dio che è amore?
Il dono di sè a Dio, per amore e senza limiti, e il dono divino in risposta, cioè l’unione piena e costante, è la più alta elevazione del cuore che ci sia accessibile, il più alto grado della preghiera. Le anime che sono giunte a questo punto sono, in verità, il cuore della Chiesa; in esse vive l’amore di Gesù sommo sacerdote. Nascoste in Dio con Cristo (Col 3,3), non possono far altro che irradiare in altri cuori l’amore divino di cui sono ricolme e contribuire così all’adempimento dell’unità perfetta di tutti in Dio, questa unità che era e rimane il grande desiderio di Gesù.
Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] (1891-1942), carmelitana, martire, compatrona d'Europa
Tutto è una medesima cosa, per coloro che hanno raggiunto l'unità profonda della vita divina: il riposo e l'azione, contemplare e agire, tacere e parlare, ascoltare e aprirsi, ricevere in sé il dono di Dio e rendere l'amore a fiumi nell'azione di grazie e la lode... Occorre per lunghe ore ascoltare in silenzio, lasciare la parola divina sbocciare in noi, finché ci inciti a lodare Dio nella preghiera e nel lavoro.
Anche le forme tradizionali ci sono necessarie e dobbiamo partecipare al culto pubblico ordinato dalla Chiesa, perché la nostra vita interiore si svegli, rimanga nella via retta e trovi l'espressione che le si addice. Occorre che la lode solenne di Dio abbia i suoi santuari sulla terra per essere celebrata con tutta la perfezione di cui sono capaci gli uomini. Da essi, nel nome della Santa Chiesa, essa può salire verso il cielo, agire su tutte le sue membra, svegliare la loro vita interiore e stimolare il loro sforzo fraterno. Tuttavia, perché questo canto di lode sia vivificato dall'interno, bisogna che ci siano, in queste luoghi di preghiera dei tempi riservati all'approfondimento spirituale nel silenzio; altrimenti, questa lode degenererà in un balbettio delle labbra spogliato di vita. Grazie a questi focolari di vita interiore questo pericolo è respinto; le anime possono meditarvi davanti a Dio nel silenzio e nella solitudine, per essere nel cuore della Chiesa i cantori dell'amore che tutto vivifica.
Iscriviti a:
Post (Atom)




