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EMILIANO JIMENEZ. IL PADRE NOSTRO



Il Padre nostro

Come esempio di preghiera cristiana, Matteo colloca in questa sezione la preghiera del Padrenostro. È la preghiera che mostra l'originalità dell'orazione cristiana, totalmente differente dall'orazione dei farisei o dei pagani. Il Signore ci ha assicurato che Dio ascolta la nostra preghiera. Ma non si limita a questo, bensì ci insegna persino le parole con le quali rivolgerci a Dio Padre. Ci ha insegnato la preghiera del Padre-nostro, la preghiera del Signore, la preghiera che nasce dal cuore dei figli di Dio. Per i primi cristiani, la scoperta che Dio è Padre e può essere invocato come Padre li riempì di una gioia ineffabile. Al centro del discorso della montagna, Matteo colloca il Padrenostro, perché è il centro di quanto ci ha rivelato Gesù Cristo, il Figlio Unigenito del Padre, che ci ha reso partecipi della filiazione divina. Rinati nell'acqua e nello Spirito Santo siamo stati costituiti figli di Dio e possiamo, pertanto, invocarlo come Padre. Gesù dice apertamente ai suoi discepoli: «Voi dunque pregate così»
(Mt 6,9). Se Cristo non ce lo avesse insegnato e non ci avesse autorizzato, nessuno di noi avrebbe osato rivolgersi a Dio invocandolo come Padre, servendosi della stessa parola usata dal Figlio. Dio è nostro Padre e desidera che glielo diciamo, che lo invochiamo come tale. Tre volte al giorno lo invocano con la orazione dei figli, secondo la raccomandazione della Didachè. Il Padre nostro è la preghiera che rivolge al Padre lo Spirito santo, infuso nei nostri cuori dal Figlio Unigenito. Lo Spirito Santo ci spinge a chiedere in sintonia con la volontà del Padre. Dio Padre santifica sempre il suo nome, regna su tutto l'universo, fa la sua volontà in cielo e sulla terra, dà il pane e il perdono ai suoi figli ogni giorno, ci salva dalla tentazione e ci libera dal maligno. Lo Spirito Santo, che supplisce alla nostra ignoranza, ci fa pregare secondo gli stessi desideri di Dio Padre, volere quello che Egli vuole, sperare ciò che Egli desidera comunicare. La preghiera che Gesù insegna ai suoi discepoli inizia, dunque, invocando Dio come Padre: «Padre nostro che sei nei cieli» (Mt 6,9). È così che Gesù prega Dio, suo Padre. La parola adoperata da Gesù nell'invocare Dio è «Abbà» (Mc 14,36), la parola con la quale il bambino si rivolge al proprio padre, espressione della massima familiarità e fiducia possibili. E Gesù associa i suoi discepoli a questa fiducia, introducendoli nell'intimità della sua relazione con il Padre. Questa espressione è tanto sorprendente che nelle comunità paoline sopravvive il termine aramaico, accompagnato dalla traduzione greca (Rm 8,15; Gal 4,6). Pregare da cristiani significa in primo luogo pregare come Gesù, osando usare l'intima invocazione di «Abbà», «Papà», come Egli la usava e come ci insegnò a usarla, sebbene per noi sia una temerarietà. Così si esprime la Chiesa nella sua liturgia, introducendo il Padrenostro nella celebrazione eucaristica con la formula: «Fedeli alla parola del Signore e seguendo il suo divino insegnamento, osiamo dire». Il Padrenostro è la preghiera del discepolo che si rivolge a Dio nell'assemblea liturgica. E la preghiera della comunità cristiana. Ma è la pre-ghiera singolare di ogni cristiano, figlio di Dio, nato dall'acqua e dallo Spirito Santo. Una volta che l'orante ha stabilito la sua comunicazione con Dio quale Padre suo, la prima cosa che implora è che «sia santificato il suo Nome» (Mt 6,9). E la petizione più urgente che il vero figlio di Dio sente nell'intimo del suo essere. Il resto verrà dopo. Il credente, che vive sotto l'influsso della parola di Dio, soffre interiormente per la continua profanazione del nome divino tra gli uomini. Il disprezzo di Dio, l'idolatria, le perversioni morali, cioè l'opposizione a Dio e al suo disegno d'amore sugli uomini e sulla creazione, è una ferita che si apre nell'anima del credente che vive nel mondo. Il profeta Ezechiele lo vive nella sua carne e ce lo grida, mettendo sulla bocca dello stesso Dio: «Giunsero fra le nazioni dove erano spinti e disonorarono il mio nome santo, perché di loro si diceva: Costoro sono il popolo del Signore e tuttavia sono stati scacciati dal suo paese. Ma io ho avuto riguardo del mio nome santo, che gli israeliti avevano disonorato fra le genti presso le quali sono andati. Annunzia alla casa di Israele: Così dice il Signore Dio: Io agisco non per riguardo a voi, gente d'Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete disonorato fra le genti presso le quali siete andati. Santificherò il mio nome grande, disonorato fra le genti, profa-nato da voi in mezzo a loro. Allora le genti sapranno che io sono il Signore - parola del Signore Dio - quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi» (Ez 36,20-23; cfr. 39,7; 28,22; 20,39; 43,7s). La seconda petizione - «venga il tuo Regno» - è intima-mente unita alla prima. Il nome di Dio è santificato quando è riconosciuta e accettata la sua regalità, la sua sovranità sul mondo. Gesù è venuto ad annunciare il regno di Dio (Mt 4,17) e desidera che si stabilisca tra gli uomini. Con Cristo è certamente arrivato il regno di Dio. Ma si trova nel mondo come un granello di senape. Questo inizio già garantisce il finale. L'orante desidera e chiede che il seme del regno di Dio germini, cresca e diventi un albero che possa dare ombra a tutti gli uomini (Mt 13,31-32). La terza petizione prolunga le prime due, chiedendo che «si faccia la volontà di Dio, come in cielo così in terra». Accettando la volontà di Dio, l'uomo realizza il regno di Dio sulla terra e in questo modo il suo nome è santificato tra gli uomini. Tuttavia, la petizione del Padrenostro acquista una specie di urgenza, scoprendo la volontà salvifica del Padre, manifestata inviando il Figlio suo a salvare il mondo. Gesù ci rivela che «il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli» (Mt 18,14). Gesù, nella sua preghiera al Getsemani, nel momento di affrontare la morte in favore degli uomini, dice al Padre: «Sia fatta la tua volontà» (Mt 26,42), ripetendo letteralmente le parole del Padrenostro. L'orante è angosciato per la situazione della terra, si preoccupa per la condizione degli uomini e anche per il continuo rifiuto della salvezza di Dio. Rinnegando Dio, opponendosi alla sua volontà, l'uomo si chiude all'amore di Dio. Il cristiano, nella sua preghiera sacerdotale, si colloca tra Dio e gli uomini, difendendo la causa di Dio e quella degli uomini, che in realtà è una sola, poiché Gesù ci ha detto: «Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell'ultimo giorno» (Gv 6,38-40). Il discepolo, consacrato al regno, spera e chiede a Dio il pane necessario per mantenersi al suo servizio. E il pane di oggi. È il pane sovrannaturale. E il pane della volontà di Dio: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». San Giovanni Crisostomo commenta: «Cristo non ci invita a chiedere ricchezze, cose delicate, vesti preziose o cose simili,ma solo il pane, e il pane quotidiano, senza preoccuparci per il domani. Per questo dice: dacci il pane quotidiano e, non contento di questa precisione, aggiunge: oggi, per allontanare da noi ogni preoccupazione per il giorno seguente». In questa petizione c'è una velata allusione alla manna che Dio concedeva di giorno in giorno al suo popolo nella sua marcia attraverso il deserto: «Ecco che cosa comanda il Signore: Raccoglietene quanto ciascuno può mangiarne, un omer a testa, secondo il numero delle persone con voi. Ne prenderete ciascuno per quelli della propria tenda [...] Così fecero gli israeliti [...] avevano raccolto secondo quanto ciascuno poteva mangiarne. Poi Mosè disse loro: Nessuno ne faccia avanzare fino al mattino [...] Essi dunque ne raccoglievano ogni mattina secondo quanto ciascuno mangiava; quando il sole cominciava a scaldare, si scioglieva» (Es 16,16-21). Dal pane materiale il credente passa facilmente a supplicare il pane spirituale della parola e dell'Eucaristia. San Cipriano scrive: «Noi supplichiamo che il nostro pane, cioè Cristo, ci sia concesso ogni giorno». Cosciente della sua fragilità, il cristiano vive del quotidiano perdono di Dio. E chi vive grazie al perdono è chiamato a per-donare. Gesù illustra questa petizione con la parabola del servo spietato al quale il suo signore condona una somma immensa e poi lui non condona a un compagno una somma insignificante (Mt 18,23ss). Il discepolo di Gesù comprende l'incoerenza di questa condotta e ogni giorno prega Dio: «rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Le ultime due petizioni sono intimamente unite. Il cristiano sa che la sua salvezza non è garantita dai suoi meriti. La precarietà della sua vita lo mantiene legato a Dio. Il timore di perdere la grazia ricevuta lo fa vivere nell'umiltà, supplicando: «E non indurci in tentazione, ma liberaci dal male». La tentazione dalla quale Dio lo deve liberare non è una tentazione qualunque, ma la tentazione nella quale è in gioco la sua condizione di discepolo. Si tratta del rischio dell'apostasia. Il Maligno può rubargli la parola di Dio (Mc 4,15) e persino la fede. La memoria dei prodigi di Dio si può cancellare con un avvenimento. La croce è la manifestazione del volto glorioso di Dio nell'amore del Figlio suo Gesù Cristo. Ma Satana può capovolgerla e farla apparire come la negazione della bontà di Dio. Per questo il cristiano conclude la sua preghiera con il grido: «Non indurci in tentazione, ma liberaci dal male!». Nell'orto del Getsemani, trovando i discepoli addormentati nell'ora della prova, Gesù dice loro: «Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26,41). La prova arriva per tutti e in essa, data la precarietà della nostra esistenza, corriamo il rischio di perdere la nostra fede in Dio. Il maligno si serve della croce per portare il credente a dubitare dell'amore di Dio. La preghiera vigilante è il modo di non cadere nelle trappole del tentatore che gira sempre intorno al credente. San Pietro ci invita ad «affidare a Dio tutte le vostre preoccupazioni, poiché egli ha cura di voi. Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare» (1Pt 5,89).



La preghiera porta al perdono

La catechesi sulla preghiera si conclude con l'esortazione al perdono tra i cristiani. Si tratta di un prolungamento della quinta petizione. La comunità dei figli di Dio vive del perdono di Dio e del perdono reciproco: «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,14-15). C'è una falsità nella preghiera che implora da Dio il perdono delle proprie colpe, mentre non si perdonano le offese ricevute. Già lo denunciava Gesù Ben Sira: «Perdona l'offesa al tuo prossimo e allora per la tua preghiera ti saranno rimes-si i peccati. Se qualcuno conserva la collera verso un altro uomo, come oserà chiedere la guarigione al Signore? Egli non ha misericordia per l'uomo suo simile, e osa pregare per i suoi peccati? Egli, che è soltanto carne, conserva rancore; chi perdonerà i suoi peccati?» (Sir 28,2-5). E ciò che il Signore ripete nel Vangelo (Mt 18,23-25). A Dio ripugna la preghiera di chi eleva a Lui le sue mani macchiate di sangue, di odi, rancori o inimicizia: «Quando stendete le mani, io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi» (Is 1,15s). Perciò il perdono delle offese come atteggiamento sincero davanti a Dio è una caratteristica della comunità cristiana. Gesù non si stanca di inculcarlo nei suoi discepoli: «Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati» (Mc 11,25). Già nelle beatitudini, Gesù ha proclamato: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7). Giacomo sintetizza con forza: «Il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio» (Gc 2,13).




BENEDETTO XVI. IL PADRE NOSTRO. Da 'Gesù di Nazaret'



Padre nostro nei cieli

Iniziamo con l'invocazione «Padre». Nella sua interpretazione del Padre nostro Reinhold Schneider scrive a questo proposito: «Il Padre nostro inizia con una grande consolazione; noi possiamo dire Padre. In questa sola parola è racchiusa l'intera storia della redenzione. Possiamo dire Padre, perché il Figlio era nostro fratello e ci ha rivelato il Padre; perché per opera di Cristo siamo tornati ad essere figli di Dio» (p. 10). L'uomo di oggi, però, non avverte immediatamente la grande consolazione della parola «padre», poiché l'esperienza del padre è spesso o del tutto assente o offuscata dall'insufficienza dei padri. Così dobbiamo imparare, a partire da Gesù, innanzitutto che cosa «padre» propriamente significhi. Nei discorsi di Gesù il Padre appare come la fonte di ogni bene, come il criterio di misura dell'uomo divenuto retto («perfetto»): «Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni...» (Mt 5,44s). «L'amore sino alla fine» (cfr. Gv 13,1), che il Signore ha portato a compimento sulla croce pregando per i suoi nemici, ci mostra la natura del Padre: Egli è questo Amore. Poiché Gesù lo pratica, Egli è totalmente «Figlio» e ci invita a diventare a nostra volta «figli» - a partire da questo criterio. Prendiamo ancora un altro testo. Il Signore ricorda che i padri non danno una pietra ai loro figli che chiedono un pane e continua: «Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!» (Mt 7,9ss). Luca specifica le «cose buone» che dà il Padre, dicendo: «Quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!» (Lc 11,13). Ciò vuol dire: il dono di Dio è Dio stesso. La «cosa buona» che Egli ci dona è Lui stesso. A questo punto diviene sorprendentemente palese che cosa è in gioco quando si prega: non si tratta di questo o di quello, ma di Dio che vuole donarsi a noi - questo è il dono dei doni, la «sola cosa di cui c'è bisogno» (cfr. Lc 10,42). La preghiera è una via per purificare a poco a poco i nostri desideri, correggerli e conoscere pian piano di che cosa abbiamo veramente bisogno: di Dio e del suo Spirito.
Quando il Signore insegna a conoscere la natura di Dio Padre a partire dall'amore per i nemici e a trovare in ciò la propria «perfezione» così da diventare noi stessi «figli», allora la relazione tra Padre e Figlio è perfettamente manifesta. Allora diventa evidente che nello specchio della figura di Gesù noi conosciamo chi è e come è Dio: attraverso il Figlio troviamo il Padre. «Chi ha visto me ha visto il Padre», dice Gesù nel Cenacolo a Filippo in risposta alla sua richiesta: «Mostraci il Padre» (Gv 14,8s). «Signore, mostraci il Padre», ripetiamo in continuazione a Gesù e la risposta, sempre di nuovo, è il Figlio: attraverso di Lui, solo attraverso di Lui impariamo a conoscere il Padre. E così diventa poi evidente il criterio della vera paternità. Il Padre nostro non proietta un'immagine umana nel cielo, ma a partire dal cielo - da Gesù - ci mostra come dovremmo e come possiamo diventare uomini. Ora, però, dobbiamo guardare ancora meglio, per renderci conto che, secondo il messaggio di Gesù, in Dio l'essere Padre presenta per noi due dimensioni. Dio è innanzitutto nostro Padre in quanto è nostro Creatore. Poiché Egli ci ha creato, noi apparteniamo a Lui: l'essere come tale viene da Lui e perciò è buono, è partecipazione di Dio. Ciò vale per l'uomo in modo tutto particolare. Il Salmo 33,15, secondo la traduzione latina, dice: «Egli che ha plasmato i cuori di tutti [...] fa attenzione a tutte le loro opere». Il pensiero che Dio ha creato ogni singolo essere umano fa parte dell'immagine biblica dell'uomo. Ogni uomo, individualmente e come tale, è voluto da Dio. Egli conosce ciascuno singolarmente. In questo senso, già in virtù della creazione l'essere umano è in modo speciale «figlio» di Dio, Dio è il suo vero Padre: che l'uomo sia immagine di Dio è un altro modo di esprimere questo pensiero.
Questo ci conduce alla seconda dimensione della paternità dì Dio. Cristo è in modo unico «immagine di Dio» (cfr. 2 Cor 4,4; Col 1,15). In base a ciò i Padri della Chiesa dicono che Dio, quando creò l'uomo «a sua immagine», guardò in anticipo a Cristo e creò l'uomo a immagine del «nuovo Adamo», dell'Uomo che è il canone dell'umanità. Soprattutto, però, Gesù è «il Figlio» in senso proprio - è della stessa sostanza del Padre. Egli vuole accoglierci tutti nel suo essere uomo e così nel suo essere Figlio, nella piena appartenenza a Dio. Così la filiazione è divenuta un concetto dinamico: noi non siamo già in modo compiuto figli di Dio, ma dobbiamo diventarlo ed esserlo sempre di più mediante una nostra sempre più profonda comunione con Gesù. Essere figli diventa l'equivalente di seguire Cristo. La parola che qualifica Dio come Padre diviene così un appello per noi: a vivere come «figlio» e «figlia». «Tutte le cose mie sono tue», dice Gesù al Padre nella preghiera sacerdotale (Gv 17,10), e la stessa cosa ha detto il padre al fratello maggiore del figlio prodigo (cfr. Lc 15,31). La parola «Padre» ci invita a vivere sulla base di questa consapevolezza. Così viene superata anche la smania della falsa emancipazione che stava all'inizio della storia del peccato dell'umanità. Adamo, infatti, sulla parola del serpente, vuole essere lui stesso dio e non aver più bisogno di Dio. Diviene evidente che «essere figli» non significa dipendenza, ma quel rimanere nella relazione di amore che sostiene l'esistenza umana, le dà senso e grandezza.
Rimane infine ancora la domanda: Dio non è anche madre? Il paragone dell'amore di Dio con l'amore di una madre esiste: «Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò» (Is 66,13). «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15). In modo particolarmente toccante appare il mistero dell'amore materno di Dio nella parola ebraica rahamim, che originariamente significa «grembo materno», ma poi diventa il termine per il compatire di Dio con l'uomo, per la misericordia di Dio. Nell'Antico Testamento, organi del corpo umano vengono spesso impiegati per indicare atteggiamenti fondamentali dell'uomo o anche i sentimenti di Dio, così come «cuore» o «cervello» sono ancora oggi impiegati per esprimere qualche aspetto della nostra esistenza. In questo modo l'Antico Testamento illustra gli atteggiamenti fondamentali dell'esistenza non con termini astratti, ma con il linguaggio di immagini tratte dal corpo. Il grembo materno è l'espressione più concreta dell'intimo intreccio di due esistenze e delle attenzioni verso la creatura debole e dipendente che, in corpo e anima, è totalmente custodita nel grembo della madre. Il linguaggio figurato del corpo ci offre così una comprensione dei sentimenti di Dio per l'uomo più profonda di quanto permetterebbe un qualsiasi linguaggio concettuale. Se nel linguaggio plasmato a partire dalla corporeità dell'uomo l'amore della madre appare inscritto nell'immagine di Dio, è tuttavia anche vero che Dio non viene mai qualificato né invocato come madre, sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento. «Madre» nella Bibbia è un'immagine ma non un titolo di Dio. Perché? Solo a tastoni possiamo cercare di comprenderlo. Naturalmente Dio non è né uomo né donna, ma appunto Dio, il Creatore dell'uomo e della donna. Le divinità-madri, che circondavano il popolo d'Israele come anche la Chiesa del Nuovo Testamento, mostravano un'immagine del rapporto tra Dio e mondo decisamente antitetica rispetto all'immagine biblica di Dio. Esse includevano sempre e forse inevitabilmente concezioni panteistiche, nelle quali la differenza tra Creatore e creatura scompariva. Partendo da questo presupposto, l'essere delle cose e degli uomini appare necessariamente come un'emanazione dal grembo materno dell'Essere che, entrando nella dimensione del tempo, si concretizza nella molteplicità delle realtà esistenti. Al contrario, l'immagine del padre era ed è adatta a esprimere l'alterità tra Creatore e creatura, la sovranità del suo atto creativo. Solo mediante l'esclusione delle divinità-madri l'Antico Testamento poteva portare a maturità la sua immagine di Dio, la pura trascendenza di Dio. Ma anche se non possiamo dare delle ragioni assolutamente cogenti, resta per noi normativo il linguaggio della preghiera di tutta la Bibbia, nella quale, come detto or ora, nonostante le grandi metafore dell'amore materno, «madre» non è un titolo di Dio, non è un appellativo con cui rivolgersi a Dio. Noi preghiamo così come Gesù, sullo sfondo della Sacra Scrittura, ci ha insegnato a pregare, non come ci viene in mente o come ci piace. Solo così preghiamo nel modo giusto.
Da ultimo dobbiamo ancora riflettere sulla parola «nostro». Solo Gesù poteva dire «Padre mio» a pieno diritto, perché solo Lui è davvero il Figlio unigenito di Dio, della stessa sostanza del Padre. Noi tutti dobbiamo invece dire: «Padre nostro». Solo nel «noi» dei discepoli possiamo dire «Padre» a Dio, perché solo mediante la comunione con Gesù Cristo diventiamo veramente «figli di Dio». Così questa parola «nostro» è decisamente impegnativa: ci chiede di uscire dal recinto chiuso del nostro «io». Ci chiede di entrare nella comunità degli altri figli di Dio. Ci chiede di abbandonare ciò che è soltanto nostro, ciò che separa. Ci chiede di accogliere l'altro, gli altri - di aprire a loro il nostro orecchio, il nostro cuore. Con questa parola «nostro» diciamo «sì» alla Chiesa vivente, nella quale il Signore ha voluto raccogliere la sua nuova famiglia. Così il Padre nostro è una preghiera molto personale e insieme pienamente ecclesiale. Nel recitare il Padre nostro noi preghiamo totalmente col nostro cuore, ma preghiamo allo stesso tempo in comunione con l'intera famiglia di Dio, con i vivi e con i defunti, con gli uomini di ogni estrazione sociale, di ogni cultura, di ogni razza. Il Padre nostro fa di noi una famiglia al di là di ogni confine.
A partire da questo «nostro» comprendiamo ora anche l'ulteriore aggiunta: «che sei nei cieli». Con queste parole noi non collochiamo Dio, il Padre, su un qualche astro lontano, ma affermiamo che noi, pur avendo padri terreni diversi, proveniamo tutti da un unico Padre, che è misura e origine di ogni paternità. «Io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome», dice san Paolo (Ef 3,14s). Sullo sfondo udiamo la parola del Signore: «Non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo» (Mt 23,9). La paternità di Dio è più reale della paternità umana, perché ultimamente il nostro essere lo abbiamo da Lui; perché Egli ci ha pensati e voluti fin dall'eternità; perché è Lui che ci dona l'autentica casa del Padre, quella eterna. E se la paternità terrena separa, quella celeste unisce: cielo significa dunque quell'altra altezza di Dio, dalla quale tutti noi veniamo e verso la quale tutti noi dobbiamo essere in cammino. La paternità «nei cieli» ci rimanda a quel «noi» più grande che oltrepassa ogni frontiera, abbatte tutti i muri e crea la pace.

Sia santificato il tuo nome


La prima domanda del Padre nostro ci ricorda il secondo comandamento del Decalogo: «Non pronuncerai invano il nome del Signore tuo Dio» (Es 20,7; cfr. Dt 5, 11). Ma che cos'è «il nome di Dio»? Quando ne parliamo, ci torna in mente l'immagine di Mosè, che nel deserto vede un roveto che arde, ma non si consuma. In un primo momento, spinto dalla curiosità, si avvicina per vedere questo avvenimento misterioso quand'ecco che dal roveto una voce lo chiama, e questa voce gli dice: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe» (Es 3,6). Questo Dio lo rimanda in Egitto con l'incarico di condurre fuori dall'Egitto il popolo d'Israele e guidarlo nella terra promessa. Nel nome di Dio, Mosè dovrà chiedere al faraone la liberazione di Israele. Ma nel mondo di allora c'erano molti dèi; così Mosè chiede a Dio il suo nome, il nome con il quale questo Dio dimostra la sua particolare autorità di fronte agli altri dèi. L'idea del nome di Dio appartiene quindi inizialmente al mondo politeistico; in esso anche questo Dio deve darsi un nome. Ma il Dio che chiama Mosè è veramente Dio. Dio nel senso vero e proprio non esiste nella pluralità. Dio è per sua natura uno solo. Per questo non può entrare nel mondo degli dèi come uno dei tanti, non può avere un nome in mezzo agli altri nomi. Così la risposta di Dio è insieme rifiuto e assenso. Egli dice di sé semplicemente: «Io sono colui che sono» - Egli è, e basta. Questa affermazione è insieme nome e non-nome. Perciò era assolutamente corretto che in Israele non si pronunciasse questa autodefinizione di Dio percepita nella parola YHWH, che non la si degradasse a una specie di nome idolatrico. E pertanto non è corretto che nelle nuove traduzioni della Bibbia si scriva come un qualsiasi nome questo nome per Israele sempre misterioso e impronunciabile, riducendo così il mistero di Dio, del quale non esistono né immagini né nomi pronunciabili, all'ordinarietà di una comune storia delle religioni.
Resta però vero che Dio non ha semplicemente rifiutato la richiesta di Mosè, e per comprendere questo strano intreccio di nome e non-nome dobbiamo renderci conto di che cos'è veramente un nome. Potremmo dire in modo molto semplice: il nome crea la possibilità dell'invocazione, della chiamata. Stabilisce una relazione. Se Adamo dà un nome agli animali, ciò non significa che egli esprima la loro natura, ma che li integra nel suo mondo umano, li mette nella condizione di poter essere chiamati da lui. Da lì capiamo ora che cosa, positivamente, sia inteso col nome di Dio: Dio stabilisce una relazione tra sé e noi. Si rende invocabile. Egli entra in rapporto con noi e ci dà la possibilità di stare in rapporto con Lui. Ma ciò significa: Egli si consegna in qualche modo al nostro mondo umano. È divenuto accessibile e perciò anche vulnerabile. Affronta il rischio della relazione, del-'essere con noi. Ciò che giunge a compimento nell'incarnazione ha avuto inizio con la consegna del nome. Di fatto vedremo nella riflessione sulla preghiera sacerdotale di Gesù che Egli lì si presenta come il nuovo Mosè: «Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini...» (Gv 17,6). Ciò che ebbe inizio presso il roveto ardente nel deserto del Sinai si compie presso il roveto ardente della croce. Dio ora è davvero divenuto accessibile nel suo Figlio fatto uomo. Egli fa parte del nostro mondo, si è consegnato, per così dire, nelle nostre mani.
Da qui comprendiamo che cosa significhi la richiesta della santificazione del nome di Dio. Ora del nome di Dio si può abusare e così macchiare Dio stesso. Possiamo impadronirci del nome di Dio per i nostri scopi e deturpare così l'immagine di Dio. Quanto più Egli si consegna nelle nostre mani, tanto più noi possiamo oscurare la sua luce; quanto più Egli è vicino, tanto più il nostro abuso può renderlo irriconoscibile. Martin Buber ha detto una volta che con tutto l'infame abuso fatto del nome di Dio potremmo perdere il coraggio di pronunciarlo. Ma tacerlo sarebbe ancor più un rifiuto del suo amore che ci viene incontro. Buber dice che potremmo quindi solo con profondo rispetto raccogliere di nuovo i frammenti del nome imbrattato e cercare di purificarli. Ma da soli non ne siamo affatto capaci. Possiamo soltanto implorare Lui stesso che non lasci annientare la luce del suo nome in questo mondo. E questa supplica affinché Egli stesso si prenda cura della santificazione del suo nome, protegga il meraviglioso mistero della sua accessibilità da parte nostra e, sempre di nuovo, esca nella sua vera identità dalla deformazione causata da noi - questa supplica, tuttavia, costituisce sempre per noi anche un grande esame di coscienza: come tratto io il santo nome di Dio? Sto con timor riverenziale davanti al mistero del roveto ardente, davanti all'incomprensibile modalità della sua vicinanza fino alla presenza nell'Eucaristia, nella quale Egli si consegna davvero totalmente nelle nostre mani? Mi preoccupo che la santa coabitazione di Dio con noi non trascini Lui nel sudiciume, ma elevi noi alla sua purezza e santità?

Venga il tuo regno


Riflettendo sulla domanda relativa al regno di Dio ci torneranno in mente tutte le considerazioni che abbiamo fatto in precedenza sull'espressione «regno di Dio». Con questa domanda riconosciamo anzitutto il primato di Dio: dove Lui non c'è, niente può essere buono. Dove non si vede Dio, decade l'uomo e decade il mondo. E in questo senso che il Signore ci dice: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33). Con questa parola viene stabilito un ordine di priorità per l'agire umano, per il nostro atteggiamento nella vita di tutti i giorni. Non ci viene affatto promesso un paese della cuccagna per il caso che si sia pii o in qualche modo desiderosi del regno di Dio. Non viene prospettato alcun automatismo di un mondo funzionante come quello proposto nell'utopia della società senza classi, nella quale tutto dovrebbe andar bene da sé, solo perché non esiste la proprietà privata. Gesù non ci offre ricette così facili. Stabilisce piuttosto - come detto - una priorità decisiva per tutto: «regno di Dio» vuol dire «signoria di Dio» e ciò significa che la sua volontà è assunta come criterio. Questa volontà crea giustizia, nella quale è insito che noi riconosciamo a Dio il suo diritto e in ciò troviamo il criterio su cui misurare il diritto tra gli uomini.
L'ordine delle priorità che Gesù qui ci indica può ricordarci la narrazione veterotestamentaria circa la prima preghiera di Salomone dopo la sua intronizzazione. Lì si racconta che il Signore di notte apparve in sogno al giovane re e gli concesse di porgli una richiesta per la quale gli assicurava l'esaudimento. Un classico tema dei sogni dell'umanità! Che cosa chiede Salomone? «Concedi al tuo servo un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male» (1 Re 3,9). Dio lo loda perché non ha chiesto - come sarebbe stato spontaneo - né ricchezza, né beni, né gloria, né la morte dei suoi nemici e neppure una lunga vita (cfr. 2 Cr 1,11), ma la cosa veramente essenziale: il cuore docile, la capacità di distinguere il bene dal male. E perciò Salomone ottiene poi anche il resto in aggiunta. Con la domanda: «venga il tuo regno» (non il nostro!) il Signore vuole condurci proprio a questo modo di pregare e di stabilire le priorità del nostro agire. La prima cosa, quella essenziale, è il cuore docile, perché sia Dio a regnare e non noi. Il regno di Dio viene attraverso il cuore docile. Questa è la sua via. E per questo noi dobbiamo pregare sempre.
A partire dall'incontro con Cristo questa domanda assume una valenza ancora più profonda, diventa ancora più concreta. Abbiamo visto che Gesù è il regno di Dio in persona; dove è Lui, là è «regno di Dio». Così la domanda per avere il cuore docile è divenuta la domanda per la comunione con Gesù Cristo, la domanda di poter diventare sempre di più «uno» con Lui (cfr. Gal 3,28). È la domanda per la vera sequela, che diventa comunione e ci rende un solo corpo con Lui. Reinhold Schneider lo ha espresso in modo penetrante: «La vita di questo regno è la prosecuzione della vita di Cristo nei suoi; nel cuore che non viene più alimentato dalla forza vitale di Cristo, il regno finisce; nel cuore che da essa viene toccato e trasformato, comincia [...] Le radici dell'albero inestirpabile cercano di penetrare in ogni cuore. Il regno è uno; sussiste soltanto mediante il Signore che è la sua vita, la sua forza, il suo centro...» (p. 31s). Pregare per il regno di Dio significa dire a Gesù: Facci essere tuoi, Signore! Pervadici, vivi in noi; raccogli nel tuo Corpo l'umanità dispersa, affinché in te tutto venga sottomesso a Dio e tu poi possa consegnare l'universo al Padre, cosicché «Dio sia tutto in tutti» (1 Cor 15,26-28).

Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra


Dalle parole di questa domanda si rendono immediatamente evidenti due cose: c'è una volontà di Dio con noi e per noi che deve diventare il criterio del nostro volere e del nostro essere. E ancora: la caratteristica del «cielo» è che lì immancabilmente vien fatta la volontà di Dio, o con altre parole: dove si fa la volontà di Dio, è cielo. L'essenza del cielo è l'essere una cosa sola con la volontà di Dio, l'unione tra volontà e verità. La terra diventa «cielo», se e in quanto in essa vien fatta la volontà di Dio, mentre è solo «terra», polo opposto del cielo, se e in quanto essa si sottrae alla volontà di Dio. Perciò noi chiediamo che le cose in terra vadano come in cielo, che la terra diventi «cielo».
Ma che cosa significa «volontà di Dio»? Come la riconosciamo? Come possiamo adempierla? Le Sacre Scritture partono dal presupposto che l'uomo nel suo intimo sappia della volontà di Dio, che esista una comunione di sapere con Dio, profondamente inscritta in noi, che chiamiamo coscienza (cfr., per es., Rm 2,15). Ma esse sanno anche che questa comunione di sapere con il Creatore, che Egli stesso ci ha dato creandoci «a sua somiglianza», è stata sepolta nel corso della storia -mai estínguíbíle totalmente, essa tuttavia è stata ricoperta in molti modi; una fiamma debolmente guizzante, che troppo spesso rischia di essere soffocata sotto la cenere di tutti i pregiudizi immessi in noi. E per questo Dio ci ha parlato nuovamente, con parole nella storia che si rivolgono a noi dall'esterno e danno un aiuto al nostro sapere interiore ormai troppo velato. Il nucleo di queste «lezioni sussidiarie» della storia, nella rivelazione biblica, è il Decalogo del monte Sinai che - come abbiamo visto - dal Discorso della montagna non viene per nulla abolito o reso una «legge vecchia» ma, sviluppato ulteriormente, risplende ancora più chiaramente in tutta la sua profondità e grandezza. Questa Parola - l'abbiamo visto - non è una cosa che all'uomo viene imposta dall'esterno. Essa è - nella misura in cui siamo capaci di riceverla - rivelazione della natura di Dio stesso e con ciò spiegazione della verità del nostro essere: ci viene svelato lo spartito della nostra esistenza, di modo che possiamo leggerlo e tradurlo nella vita. La volontà di Dio deriva dall'essere di Dio e ci introduce quindi nella verità del nostro essere, ci libera dall'autodistruzione mediante la menzogna. Poiché il nostro essere proviene da Dio, possiamo, nonostante tutte le sozzure che ci ostacolano, metterci in cammino verso la volontà di Dio. Il concetto veterotestamentario di «giusto» significava proprio questo: vivere della parola di Dio e così della volontà di Dio ed entrare progressivamente in sintonia con questa volontà.
Ma quando Gesù ci parla della volontà di Dio e del cielo, in cui si compie la volontà di Dio, questo ha di nuovo a che fare in modo centrale con la sua missione personale. Presso il pozzo di Giacobbe Egli dice ai discepoli che gli portano da mangiare: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 4,34). Ciò significa: essere una cosa sola con la volontà del Padre è la fonte della vita di Gesù. L'unità di volontà col Padre è il nocciolo del suo essere in assoluto. Nella domanda del Padre nostro avvertiamo, però, sullo sfondo soprattutto l'appassionata lotta interiore di Gesù durante il suo dialogo nell'Orto degli ulivi: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!» - «Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà» (Mt 26,39.42). Di questa preghiera di Gesù, nella quale Egli ci permette di guardare nella sua anima umana e nel suo diventare «una» con la volontà di Dio, dovremo occuparci ancora in modo particolare quando rifletteremo sulla passione di Gesù. L'autore della Lettera agli Ebrei ha individuato nella lotta interiore dell'Orto degli ulivi lo svelamento del centro del mistero di Gesù (cfr. 5,7) e - partendo da questo sguardo nell'anima di Gesù - ha interpretato questo mistero con il Salmo 40. Egli legge il Salmo così: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. [...] Allora ho detto: ecco io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb 10,5ss; cfr. Sal 40,7-9). L'intera esistenza di Gesù è riassunta nella parola: «Ecco io vengo, per fare la tua volontà». Solo così comprendiamo pienamente la parola: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato». E a partire di là comprendiamo ora che Gesù stesso è «il cielo» nel senso più profondo e più autentico -Egli, nel quale e mediante il quale la volontà di Dio vien fatta pienamente. Guardando a Lui impariamo che, di nostro, noi non possiamo mai essere pienamente «giusti»: la forza di gravità della nostra volontà ci trascina sempre di nuovo lontano dalla volontà di Dio, ci fa diventare semplice «terra». Egli invece ci accoglie, ci attrae in alto verso di sé, dentro di sé, e nella comunione con Lui apprendiamo anche la volontà di Dio. Così, in questa terza domanda del Padre nostro, chiediamo ultimamente di avvicinarci sempre di più a Lui affinché la volontà di Dio vinca la forza di gravità del nostro egoismo e ci faccia capaci dell'altezza alla quale siamo chiamati.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano La quarta domanda del Padre nostro ci appare come la più «umana» di tutte: il Signore che orienta il nostro sguardo su ciò che è essenziale, sull'«unica cosa necessaria», sa però anche delle nostre necessità terrene e le riconosce. Egli, che ai suoi discepoli dice: «Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete» (Mt 6,25), ci invita tuttavia a pregare per il nostro cibo e a trasmettere così la nostra preoccupazione a Dio. Il pane è «frutto della terra e del lavoro dell'uomo», ma la terra non porta alcun frutto, se non riceve dall'alto sole e pioggia. Questa sinergia delle forze cosmiche, che non è stata consegnata nelle nostre mani, si contrappone alla tentazione della nostra superbia di darci la vita da soli e con le sole nostre capacità. Tale superbia rende violenti e freddi. Finisce per distruggere la terra; non può essere altrimenti, perché contrasta con la verità, che cioè noi esseri umani siamo destinati a superarci, e che solo nell'apertura a Dio diventiamo grandi, liberi e noi stessi. Possiamo chiedere e dobbiamo chiedere. Lo sappiamo: se già i padri terreni danno cose buone ai figli quando le chiedono, così Dio non ci rifiuterà i beni che solo Lui può donare (cfr. Lc 11,9-13).
Nella sua interpretazione della preghiera del Signore, san Cipriano richiama l'attenzione su due aspetti importanti della domanda. Come già nell'invocazione «Padre nostro» aveva sottolineato la parola «nostro» nel suo ampio significato, così anche qui pone in risalto che si parla del pane «nostro». Anche qui preghiamo nella comunione dei discepoli, nella comunione dei figli di Dio, e pertanto nessuno può pensare solo a se stesso. Ne consegue un secondo passo: noi preghiamo per il nostro pane - chiediamo quindi anche il pane per gli altri. Chi ha pane in abbondanza è chiamato alla condivisione. San Giovanni Crisostomo, nella sua spiegazione della Prima Lettera ai Corinzi - a proposito dello scandalo che davano i cristiani a Corinto -, sottolinea «che ogni boccone di pane è in qualche modo un boccone del pane che appartiene a tutti, del pane del mondo». Padre Kolvenbach aggiunge: «Come si può, invocando il Padre nostro sulla mensa del Signore e durante la celebrazione eucaristica nel suo insieme, dispensarsi dall'esprimere l'inalterabile volontà di aiutare tutti gli uomini, propri fratelli, ad ottenere il pane quotidiano?» (p. 98). Con la domanda alla prima persona plurale il Signore ci dice: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37).
È importante ancora una seconda osservazione di Cipriano. Chi chiede il pane per l'oggi è povero. La preghiera presuppone la povertà dei discepoli. Presuppone persone che, a causa della fede, hanno rinunciato al mondo, alle sue ricchezze e alle sue lusinghe e chiedono ormai solo quanto è necessario per la vita. «A ragione il discepolo chiede il necessario per vivere solo per il giorno stesso, perché gli è vietato di preoccuparsi del domani. Per lui sarebbe anche contraddittorio voler vivere a lungo in questo mondo, dal momento che chiediamo, appunto, che il regno di Dio venga presto» (De dom. or. 19). Nella Chiesa devono sempre esserci persone che abbandonano tutto per seguire il Signore; persone che in modo radicale si affidano a Dío, alla sua bontà che ci nutre - persone, cioè, che in questa maniera propongono un segno di fede che ci scuote dalla nostra spensieratezza e debolezza nel credere. Le persone che si affidano a Dio al punto da non cercare altra sicurezza, riguardano anche noi. Ci incoraggiano a fidarci di Dio - a contare su di Lui nelle grandi sfide della vita. Questa povertà motivata totalmente dall'impegno per Dio e il suo regno è allo stesso tempo un atto di solidarietà con i poveri del mondo -un atto che nel corso della storia ha creato nuove valutazioni e una nuova disponibilità al servizio, all'impegno per gli altri. La domanda per il pane, per il pane solo per l'oggi, suscita però anche il ricordo dei quarant'anni di peregrinazione di Israele nel deserto, quando il popolo vis-se di manna - di quel pane che Dio mandava dal cielo. Ciascuno poteva raccoglierne sempre solo la quantità necessaria per quel giorno; solo nel sesto giorno se ne poteva raccogliere la razione necessaria per due giorni, per osservare così il precetto del sabato (cfr. Es 16,16-22). La comunità dei discepoli, che ogni giorno rivive della bontà di Dio, rinnova l'esperienza del po-polo di Dio peregrinante, che veniva nutrito da Dio anche nel deserto.
Così la domanda per il pane solo per l'oggi apre prospettive che vanno oltre l'orizzonte del necessario nutrimento quotidiano. Presuppone la sequela radicale della comunità più ristretta dei discepoli, la quale rinuncia al possesso in questo mondo e si associa al cammino di chi stima «l'obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d'Egitto» (Eb 11,26). Appare l'orizzonte escatologico - le cose future che sono più importanti e più reali di quelle presenti. Con ciò tocchiamo adesso una parola di questa domanda che, nelle nostre abituali traduzioni, suona innocua: dacci oggi il nostro pane «quotidiano». Con «quotidiano» viene resa la parola greca epioúsíos. Uno dei grandi maestri della lingua greca - il teologo Origene (t 254 circa) - dice che in greco questo termine non esiste altrove, è stato creato dagli evangelisti. E vero che nel frattempo è stata trovata una testimonianza di questa parola in un papiro del V secolo dopo Cristo. Ma da sola anch'essa non può dare una certezza sul significato della parola, in ogni caso molto insolita e rara. Si deve pertanto dipendere dalle etimologie e dallo studio del contesto. Esistono oggi due interpretazioni principali. Una dice che la parola significherebbe «[il pane] necessario per l'esistenza»; dunque la domanda sarebbe: dacci oggi il pane di cui abbiamo bisogno per poter vivere. L'altra interpretazione dice che la traduzione giusta sarebbe «[il pane] futuro» - quello per il prossimo giorno. Ma la domanda di ricevere oggi il pane per domani, alla luce del modo di vivere dei discepoli, non sembra avere molto senso. I1 rimando al futuro sarebbe più comprensibile, se si pregasse per il pane veramente futuro: per la vera manna di Dio. Allora si tratterebbe di una domanda escatologica, della domanda per un'anticipazione del mondo a venire, che cioè il Signore voglia donare già «oggi» il pane futuro, il pane del mondo nuovo - se stesso. Allora la domanda otterrebbe un senso escatologico. Alcune traduzioni antiche vanno in questa direzione, come per esempio la Vulgata di san Girolamo che traduce la misteriosa parola con supersubstantialis, interpretandola nel senso della «sostanza» nuova, superiore, che il Signore ci dona nel santo Sacramento quale vero pane della nostra vita.
I Padri della Chiesa, di fatto, hanno inteso in modo praticamente unanime la quarta domanda del Padre nostro come domanda per l'Eucaristia; in questo senso la preghiera del Signore si trova nella liturgia della santa Messa come preghiera eucaristica. Questo non vuol dire che, con ciò, sia stato tolto alla domanda dei discepoli il semplice significato terreno, che poc'anzi abbiamo chiarito quale significato immediato del testo. I Padri pensano a diverse dimensioni di una parola che inizia dalla domanda dei poveri per il pane del giorno corrente, ma proprio così - guardando al Padre celeste che ci nutre - ricorda il popolo di Dio peregrinante che venne nutrito da Dio stesso. Per i cristiani, alla luce del grande discorso di Gesù sul pane, il miracolo della manna rimandava quasi automaticamente al di là di se stesso al nuovo mondo, nel quale il Logos - l'eterna parola di Dio - sarà il nostro pane, il cibo dell'eterno banchetto nuziale. È lecito pensare in tali dimensioni o ciò costituisce una «teologizzazione» sbagliata di una parola che ha invece un significato semplicemente terreno? Oggi queste «teologizzazioni» incutono un timore che non è del tutto infondato, ma che non si può nemmeno esagerare. Io penso che nella spiegazione della domanda del pane non si debba perdere di vista il più ampio contesto delle parole e delle opere di Gesù, nel quale hanno un ruolo importante contenuti essenziali della vita umana: l'acqua, il pane e - come segni della festosità e della bellezza del mondo - la vite e il vino. Il tema del pane occupa un posto rilevante nel messaggio di Gesù - dalla tentazione nel deserto attraverso la moltiplicazione dei pani fino all'Ultima Cena. Il grande discorso sul pane nel sesto capitolo del Vangelo di Giovanni dischiude l'intero spettro di significato di questo tema. All'inizio c'è la fame degli uomini che hanno ascoltato Gesù e che Egli non congeda senza averli sfamati, c'è quindi il «pane necessario» di cui abbiamo bisogno per vivere. Ma Gesù non permette poi che ci si fermi lì, non permette di ridurre il bisogno del 'uomo al pane, alle necessità biologiche e materiali. «Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4; Dt 8,3). Il pane miracolosamente moltiplicato evoca il ricordo del miracolo della manna nel deserto e rimanda così al contempo oltre se stesso: indica che il vero cibo dell'uomo è il Logos, la Parola eterna, il senso eterno da cui proveniamo e in attesa del quale viviamo. Se questo primo superamento dell'ambito fisico dice inizialmente solo ciò che anche la grande filosofia ha trovato ed è in grado di trovare, ecco giungere però immediatamente il secondo superamento: il Logos eterno diventa concretamente pane per l'uomo solo perché Egli «si è fatto carne» e ci parla con parole umane. A questo segue il terzo ed essenziale superamento che ora, però, diviene uno scandalo per la gente di Cafarnao: Colui che è diventato uomo si dà a noi nel Sacramento, e solo così la Parola eterna diventa pienamente manna, il dono del pane futuro già oggi. Poi, però, il Signore unisce ancora una volta il tutto: questa estrema corporeizzazione è appunto la vera spiritualizzazione: «È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla» (Gv 6,63). Bisogna forse supporre che nella domanda del pane Gesù abbia escluso tutto ciò che ci dice sul pane e che voleva darci come pane? Se prendiamo il messaggio di Gesù nella sua interezza, allora non si può cancellare la dimensione eucaristica nella quarta domanda del Padre nostro. La domanda del pane quotidiano per tutti è essenziale proprio nella sua concretezza terrena. Altrettanto, però, essa ci aiuta anche a superare l'aspetto puramente materiale e a chiedere già ora la realtà del «domani», il nuovo pane. E pregando oggi per la realtà del «domani», veniamo esortati a vivere già ora del «domani», dell'amore di Dio che ci chiama tutti alla responsabilità reciproca.
A questo punto vorrei dare la parola ancora una volta a Cipriano che sottolinea entrambe le dimensioni di significato. Egli riferisce però la parola «nostro», di cui abbiamo parlato più sopra, proprio anche all'Eucaristia che in un senso particolare è pane «nostro», pane dei discepoli di Gesù Cristo. Egli dice: noi, che possiamo ricevere l'Eucaristia come il nostro pane, dobbiamo tuttavia sempre pregare, affinché nessuno sia tagliato fuori, separato dal Corpo di Cristo. «Per questo preghiamo, affinché il "nostro" pane, cioè Cristo, ci sia dato quotidianamente, affinché noi che rimaniamo e viviamo in Cristo non ci allontaniamo dalla sua forza santificante e dal suo Corpo» (De dom. or.. 18).

E rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori

La quinta domanda del Padre nostro presuppone un mondo nel quale esistono debiti - debiti di uomini verso uomini, debiti di fronte a Dio; ogni colpa tra uomini comporta in qualche modo un ferimento della verità e dell'amore e si oppone così a quel Dio che è la Verità e l'Amore. Il superamento della colpa è una questione centrale di ogni esistenza umana; la storia delle religioni gira intorno a tale questione. Colpa chiama ritorsione; si forma così una catena di indebitamenti, in cui il male della colpa cresce di continuo e diventa sempre più difficile sfuggirvi. Il Signore, con questa domanda, ci dice: la colpa può essere superata solo attraverso il perdono, non attraverso la ritorsione. Dio è un Dio che perdona, perché ama le sue creature; ma il perdono può penetrare, può diventare efficace solo in colui che, da parte sua, perdona. Il tema «perdono» pervade tutto il Vangelo. Lo incontriamo subito all'inizio del Discorso della montagna nella nuova interpretazione del quinto comandamento, in cui il Signore ci dice: «Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono» (Mt 5,23s). Non si può presentare al cospetto di Dio chi non si è riconciliato con il fratello; prevenirlo nel gesto della riconciliazione, andargli incontro - questo è il presupposto per un giusto culto a Dio. Al riguardo è spontaneo pensare che Dio stesso, sapendo che noi uomini come ribelli eravamo in contrasto con Lui, dalla sua divinità si è mosso incontro a noi, per riconciliarci. Ci ricorderemo che, prima del dono dell'Eucaristia, Egli si è in-ginocchiato davanti ai suoi discepoli e ha lavato i loro piedi sporchi, li ha purificati con il suo umile amore. A metà del Vangelo di Matteo (cfr. 18,23-35) c'è la parabola del servo spietato: a lui che era un alto dignitario del re è stato condonato il debito inimmaginabile di diecimila talenti; ma lui poi non è disposto a condonare la somma, al confronto addirittura ridicola, di cento denari: qualunque cosa abbiamo da perdonarci a vicenda, è sempre piccola cosa rispetto alla bontà di Dio che perdona a noi. E infine sentiamo dalla croce la preghiera di Gesù: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).
Se vogliamo comprendere fino in fondo e fare nostra la domanda del Padre nostro, dobbiamo andare ancora un passo avanti e chiedere: che cos'è veramente il perdono? Che cosa avviene lì? La colpa è una realtà, una forza oggettiva; essa ha causato una distruzione che deve essere superata. Perciò perdonare deve essere più di un ignorare, di un semplice voler dimenticare. La colpa deve essere smaltita, sanata e così superata. Il perdono ha il suo prezzo - innanzitutto per colui che perdona: egli deve superare in sé il male subìto, deve come bruciarlo dentro di sé e con ciò rinnovare se stesso, così da coinvolgere poi in questo processo di trasformazione, di purificazioni interiori anche l'altro, il colpevole, e ambedue, soffrendo fino in fondo il male e superandolo, diventare nuovi. A questo punto ci imbattiamo nel mistero della croce di Cristo. Ma innanzitutto ci imbattiamo nei limiti della nostra forza di guarire, di superare il male. Ci imbattiamo nello strapotere del male che, con le sole nostre forze, non riusciamo a dominare. Reinhold Schneider commenta: «II male vive in mille forme; occupa i vertici del potere L..] sgorga dall'abisso. L'amore ha un'unica forma; è il tuo Figlio» (p. 68). Il pensiero che Dio per il perdono della colpa, per la guarigione degli uomini dal di dentro abbia pagato il prezzo della morte del suo Figlio, ci è diventato oggi assai estraneo: che il Signore si sia «caricato delle nostre sofferenze e addossato i nostri dolori», che Egli sia «stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità», che «per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53,4-6) - di tutto ciò non riusciamo più a capacitarci. Vi si oppone, da una parte, la banalizzazione del male, nella quale ci rifugiamo, mentre, dall'altra, prendiamo tuttavia gli orrori della storia, proprio anche di quella più recente, come pretesto irrefutabile per nega-re un Dio buono e diffamare la sua creatura, l'uomo. Alla comprensione del grande mistero dell'espiazione è poi di ostacolo, però, anche la nostra concezione individualistica dell'uomo: non riusciamo più a capire il significato della vícaríetà, perché secondo noi ogni uomo vive isolato in se stesso; non siamo più in grado di capire il profondo intreccio di tutte le nostre esistenze e il loro essere abbracciate dall'esistenza dell'Uno, del Figlio fattosi uomo. Quando parleremo della crocifissione di Cristo, dovremo riprendere questi temi. Per il momento basti un pensiero del Cardinale John Henry Newman, il quale disse una volta che Dio fu sì capace di creare il mondo intero dal nulla con una parola, ma la colpa e la sofferenza degli uomini poté superarle solo mettendosi Egli stesso in gioco, divenendo nel suo Figlio Egli stesso un sofferente che ha portato questo peso e lo ha superato per mezzo del dono di se stesso. Il superamento della colpa richiede il prezzo dell'impegno del cuore - di più: l'impegno dell'intera nostra esistenza. E anche questo impegno non basta; può divenire efficace solo mediante la comunione con Colui che ha portato il peso di tutti noi.
La domanda del perdono è più di un appello morale -è anche questo, e come tale ci sfida nuovamente ogni giorno. Ma nel più profondo essa è - come anche le altre domande - una preghiera cristologica. Ci ricorda Colui che per il perdono ha pagato il prezzo della discesa nella miseria dell'esistenza umana e della morte in croce. Così ci invita innanzitutto alla gratitudine e poi anche a smaltire con Lui il male mediante l'amore, a consumarlo soffrendo. E se ogni giorno dobbiamo riconoscere quanto poco a ciò bastino le nostre forze, quanto spesso torniamo a essere noi stessi debitori, allora questa domanda ci dona la grande consolazione che il nostro pregare è assunto nella forza del suo amore e con esso, per esso e in esso può, nonostante tutto, divenire forza di guarigione.

E non c'indurre in tentazione

Le parole di questa domanda sono di scandalo per molti: Dio non ci induce certo in tentazione! Di fatto, san Giacomo afferma: «Nessuno, quando è tentato, dica: "Sono tentato da Dio"; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male» (1,13). Ci aiuta a fare un passo avanti il ricordarci della parola del Vangelo: «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Mi 4,1). La tentazione viene dal diavolo, ma nel compito messianico di Gesù rientra il superare le grandi tentazioni che hanno allontanato e continuano ad allontanare gli uomini da Dio. Egli deve, come abbiamo visto, sperimentare su di sé queste tentazioni fino alla morte sulla croce e aprirci in questo modo la via della salvezza. Così, non solo dopo la morte, ma in essa e durante tutta la sua vita deve in certo qual modo «discendere negli inferi», nel luogo delle nostre tentazioni e sconfitte, per prenderci per mano e portarci verso l'alto. La Lettera agli Ebrei ha sottolineato in mo-do tutto particolare questo aspetto, mettendolo in risalto come parte essenziale del cammino di Gesù: «Infatti, proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (2,18). «Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato Lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (4,15).

Uno sguardo al Libro di Giobbe, in cui sotto tanti aspetti si delinea già il mistero di Cristo, può fornirci ulteriori chiarimenti. Satana schernisce l'uomo per schernire in questo modo Dio: la sua creatura, che Egli
ha formato a sua immagine, è una creatura miserevole. Quanto in essa sembra bene, è invece solo facciata. In realtà all'uomo - a ogni uomo - interessa sempre e solo il proprio benessere. Questa è la diagnosi di Satana, che l'Apocalisse definisce «l'accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte» (Ap 12,10). La diffamazione dell'uomo e della creazione è in ultima istanza diffamazione di Dio, giustificazione del suo rifiuto. Satana vuole dimostrare la sua tesi con Giobbe, il giusto: se solo gli venisse tolto tutto, allora egli lascerebbe presto perdere anche la sua religiosità. Così Dio concede a Satana la libertà di mettere alla prova Giobbe, anche se entro limiti ben definiti: Dio non lascia cadere l'uomo, ma permette che venga messo alla prova. Qui traspare già in modo sommesso e non ancora esplicito il mistero della vicarietà, che prende una forma grandiosa in Isaia 53: le sofferenze di Giobbe servono alla giustificazione dell'uomo. Mediante la sua fede provata nella sofferenza, egli ristabilisce l'onore dell'uomo. Così le sofferenze di Giobbe sono anticipatamente sofferenze in comunione con Cristo, che ristabilisce l'onore di noi tutti al cospetto di Dio e ci in- dica la via per non perdere, neppure nell'oscurità più profonda, la fede in Dio.
Il Libro di Giobbe può anche esserci d'aiuto nel discernimento tra prova e tentazione. Per maturare, per trovare davvero sempre più la strada che da una religiosità di facciata conduce a una profonda unione con la volontà di Dio, l'uomo ha bisogno della prova. Come il succo dell'uva deve fermentare per divenire vino di qualità, così l'uomo ha bisogno di purificazioni, di trasformazioni che per lui sono pericolose, che possono provocarne la caduta, che però costituiscono le vie indispensabili per giungere a se stessi e a Dio. L'amore è sempre un processo di purificazioni, di rinunce, di trasformazioni dolorose di noi stessi e così una via di maturazione. Se Francesco Saverio poté pregare Dio dicendo: «Ti amo, non perché puoi donarmi il paradiso o l'inferno, ma semplicemente perché sei quello che sei - mio re e mio Dio», era stato certamente necessario un lungo percorso di purificazioni interiori per giungere a quest'ultima libertà - un percorso di maturazioni, in cui era in agguato la tentazione, il pericolo della caduta - e tuttavia un percorso necessario.
Così possiamo ora interpretare la sesta domanda del Padre nostro già in maniera un po' più concreta. Con essa diciamo a Dio: «So che ho bisogno di prove affinché la mia natura si purifichi. Se tu decidi di sottopormi a queste prove, se - come nel caso di Giobbe - dai un po' di mano libera al Maligno, allora pensa, per favore, alla misura limitata delle mie forze. Non credermi troppo capace. Non tracciare troppo ampi i confini entro i quali posso essere tentato, e siimi vicino con la tua mano protettrice quando la prova diventa troppo ardua per me». In questo senso san Cipriano ha interpretato la domanda. Dice: quando chiediamo «e non c'indurre in tentazione», esprimiamo la consapevolezza «che il nemico non può fare niente contro di noi se prima non gli è stato permesso da Dio; così che ogni nostro timore e devozione e culto si rivolgano a Dio, dal momento che nelle nostre tentazioni niente è lecito al Maligno, se non gliene vien data di là la facoltà» (De dom. or. 25). E poi, ponderando il profilo psicologico della tentazione, egli spiega che ci possono essere due differenti motivi per cui Dio concede al Maligno un potere limitato. Può accadere come penitenza per noi, per smorzare la nostra superbia, affinché sperimentiamo di nuovo la povertà del nostro credere, sperare e amare e non presumiamo di essere grandi da noi: pensiamo al fariseo che racconta a Dio delle proprie opere e crede di non aver bisogno di alcuna grazia. Cipriano, purtroppo, non specifica poi il significato dell'altro tipo di prova: la tentazione che Dio ci impone ad gloriam - per la sua gloria. Ma in questo caso non dovremmo ricordarci che Dio ha messo un carico particolarmente gravoso di tentazioni sulle spalle delle persone a Lui particolarmente vicine, i grandi santi, da Antonio nel deserto fino a Teresa di Lisieux nel pio mondo del suo Carmelo? Tali persone stanno, per così dire, sulle orme di Giobbe come apologia dell'uomo, che è al contempo difesa di Dio. Ancor più: sono in modo del tutto particolare in comunione con Gesù Cristo, che ha sofferto fino in fondo le nostre tentazioni. Sono chiamate a superare, per così dire, nel proprio corpo, nella propria anima le tentazioni di un'epoca, a sostenerle per noi, anime comuni, e ad aiutarci nel passaggio verso Colui che ha preso su di sé il gravame di tutti noi. Nella preghiera che esprimiamo con la sesta domanda del Padre nostro deve così essere racchiusa, da un lato, la disponibilità a prendere su di noi il peso della prova commisurata alle nostre forze; dall'altro, appunto, la domanda che Dio non ci addossi più di quanto siamo in grado di sopportare; che non ci lasci cadere dalle sue mani. Pronunciamo questa richiesta nella fiduciosa certezza per la quale san Paolo ci ha donato le parole: «Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d'uscita e la forza per sopportarla» (1 Cor 10,13).

Ma liberaci dal male

L'ultima domanda del Padre nostro riprende ancora la penultima e la volge al positivo; pertanto entrambe le domande sono strettamente connesse. Se nella penultima domanda dominava il «non» (non dare spazio al Maligno oltre la misura sopportabile), nell'ultima ci presentiamo al Padre con la speranza centrale della nostra fede. «Salvaci, redimici, liberaci!» In fin dei conti è la domanda della redenzione. Da che cosa vogliamo essere redenti? Nelle traduzioni recenti del Padre nostro «il male» di cui si parla può indicare sia «il male» impersonale, sia «il Maligno». In fondo, i due significati non si possono separare. Sì, vediamo davanti a noi il drago di cui parla l'Apocalisse (cfr. capitoli 12 e 13). Giovanni ha caratterizzato «la bestia» che ha visto «salire dal mare», dagli abissi oscuri del male, con gli attributi del potere politico romano, dando così una forma molto concreta alla minaccia che i cristiani del suo tempo vedevano incombere su di loro: il diritto totale sulla persona che veniva rivendicato attraverso il culto dell'imperatore, portando coli il potere politico-militare-economico al massimo grado dell'onnipotenza esclusiva - all'espressione del male che minaccia di ingoiarci. A questo si accompagna la disgregazione degli ordini morali mediante una forma cinica di scetticismo e di illuminismo. Sotto questa minaccia, il cristiano del tempo della persecuzione invoca il Signore come l'unica potenza in grado di salvarlo: liberaci dal male!
Anche se l'impero romano e le sue ideologie non esistono più - quanto è ancora attuale tutto ciò! Anche oggi ci sono, da un lato, le potenze del mercato, del traffico di armi, di droghe e di uomini - potenze che gravano sul mondo e trascinano l'umanità in vincoli ai quali non ci si può sottrarre. Anche oggi c'è, dall'altro lato, l'ideologia del successo, del benessere, che ci dice: Dio è solo una finzione, ci fa solo perdere tempo e ci toglie la voglia di vivere. Non ti preoccupare di Lui! Cerca da solo di carpire dalla vita quanto puoi! Anche a queste tentazioni sembra impossibile sottrarsi. Il Padre nostro nella sua interezza, e questa domanda in particolare, vogliono dirci: solo quando hai perduto Dio, hai perduto te stesso; allora sei ormai soltanto un prodotto casuale dell'evoluzione. Allora il «drago» ha vinto davvero. Finché egli non riesce a strapparti Dio, tu, nonostante tutte le sventure che ti minacciano, sei ancora rimasto intimamente sano. Così è giusto che la traduzione dica: liberaci dal male. Le sventure possono essere necessarie alla nostra purificazione, ma il male distrugge. Questo dunque chiediamo nel più profondo: che non ci venga strappata la fede che ci fa vedere Dio, che ci unisce a Cristo. Chiediamo che per i beni non per-diamo il Bene stesso; che anche nella perdita di beni non vada perso per noi il Bene, Dio; che non andiamo persi noi: liberaci dal male! Anche qui Cipriano, il Vescovo martire, che dovette sostenere di persona la situazione descritta nell'Apocalisse, trovò al riguardo parole splendide: «Quando diciamo "liberaci dal male", non resta niente che dovremmo ancora oltre ciò chiedere. Una volta ottenuta la protezione chiesta contro il male, noi siamo sicuri e custoditi contro tutto ciò che diavolo e mondo possono mettere in atto. Quale paura potrebbe ancora sorgere dal mondo per colui, il cui protettore nel mondo è Dio stesso?» (De dom. or. 27). Questa certezza ha sostenuto i martiri e li ha resi lieti e fiduciosi in un mondo colmo di angustie, ha «liberato» essi stessi nel più profondo, li ha liberati alla vera libertà. È la stessa fiducia che san Paolo ha meravigliosamente espresso con le parole: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? [...] Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? L..] In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 831-39). Pertanto, con l'ultima domanda ritorniamo alle prime tre: chiedendo la liberazione dal potere del male, chiediamo in definitiva il regno di Dio, la nostra unificazione con la sua volontà, la santificazione del suo nome. Gli oranti di tutti i tempi hanno però interpretato la domanda in senso più vasto. Nelle tribolazioni del mondo pregavano Dio anche di porre un limite ai «mali» che devastano il mondo e la nostra vita. Questo modo molto umano di interpretare la domanda è entrato nella liturgia: in tutte le liturgie, eccetto solo quella bizantina, l'ultima domanda del Padre nostro viene ampliata in una preghiera particolare che, nell'antica liturgia romana, diceva: «Liberaci, o Signore, da tutti i mali, passati, presenti e futuri. Per l'intercessione L..] di tutti i santi, concedi la pace ai nostri giorni, affinché, con l'aiuto della tua misericordia, viviamo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento». Si percepisce l'eco delle necessità in tempi turbolenti, si percepisce il grido per una redenzione completa. Questo «embolismo», con cui nelle liturgie viene rafforzata l'ultima domanda del Padre nostro, mostra l'aspetto umano della Chiesa. Sì, noi possiamo, noi dobbiamo pregare il Signore anche di liberare il mondo, noi stessi e i molti uomini e popoli sofferenti dalle tribolazioni che rendono la vita quasi insopportabile. Possiamo e dobbiamo intendere questo ampliamento dell'ultima domanda del Padre nostro anche come esame di coscienza per noi - come esortazione a collaborare affinché venga infranto lo strapotere dei «mali». Ma con ciò non dobbiamo perdere di vista la vera gerarchia dei beni e il rapporto dei mali con il Male per eccellenza: la nostra richiesta non deve decadere nella superficialità; anche in questa interpretazione della della domanda del Padre nostro resta centrale il pensiero che «veniamo liberati dai peccati», che riconosciamo «il Male» come la vera avversità e che non ci venga mai impedito lo sguardo sul Dio vivente.


Giovedì della XI settimana del Tempo Ordinario







Si può vivere da orfani o da figli. Schiavi o liberi. Infelici o felici. Chiediamoci oggi se viviamo da figli liberi; o se siamo schiavi di un sorriso, di un'attenzione, di un affetto. Diceva Papa Francesco: "I nostri bambini, i nostri ragazzi soffrono di orfanezza!" Oggi più che mai il mondo ci offre gadget per orfani, kit di sopravvivenza per anime prosciugate di senso e sostanza. Li abbiamo visti i nostri figli? Sembrano automi, la mano si infila in automatico nella tasca ogni tre, quattro minuti per tirar fuori lo smartphone, e lo sguardo inebetito a fissarne lo schermo, sperando un commento, un post, qualcosa che riempia il vuoto pneumatico di un tempo che ha il solo compito di scivolare via come una parentesi tra un messaggio e l’altro. Ma forse anche noi, padri e madri, siamo incapsulati nella stessa nevrosi che fa della vita un pedaggio da pagare per entrare nelle grazie degli altri, “sprecata” come quella dei nostri figli. Allo stesso modo, una preghiera piena di parole “sprecate” è il sintomo di chi si sente tradito, inutile, disprezzato, dimenticato ai bordi della storia che conta, delle scelte importanti, e tenta, con le parole, di farsi notare e di essere importante. Come noi, spesso orfani che cercano di costruirsi un’identità che non sia ignorata. Le “tante parole” della preghiera, come i post gettati parossisticamente nei social networks, o nelle discussioni senza fine, in televisione come al bar o i famiglia, segnano una vita in ginocchio davanti agli uomini e alle cose, perché prostrata dinanzi a sé stessi; “come i pagani”: molti dei, nessun Padre. Conoscere Lui, infatti, è la vita eterna, è sapere d’essere amati, ora, così come siamo, senza condizioni. I rabbini raccontavano questa breve parabola: "Il figlio di un re aveva preso una cattiva strada. Il re gli inviò il suo precettore con questo messaggio: “Ritorna figlio mio!”. Ma il figlio gli fece rispondere: “Con che faccia posso tornare? Mi vergogno a comparirti dinanzi”. Il padre allora gli mandò a dire: “Può un figlio vergognarsi di tornare da suo padre? E se tu torni, non torni da tuo padre?" (Dt R. 2,24). Chi ha conosciuto il Padre ha la libertà di ritornare sempre alla fonte e all'origine del proprio essere, di gettarsi tra le sue braccia con semplicità schietta, fiducia filiale, umile audacia, nella certezza di essere accolti con misericordia: “La consapevolezza che abbiamo della nostra condizione di schiavi ci farebbe sprofondare sotto terra, il nostro essere di terra si scioglierebbe in polvere se l’autorità dello stesso nostro Padre e lo Spirito del Figlio suo non ci spingessero a proferire questo grido: “Abbà, Padre!”. Quando la debolezza di un mortale oserebbe chiamare Dio suo Padre se non soltanto allorché l’intimo dell’uomo è animato dalla potenza dall’alto?” (S. Pietro Crisologo, Ser. 71). Chi ha “una stanza dove ritirarsi e sfogare le proprie angosce, confessare i propri peccati, piangere e stringersi al petto di suo Padre, non ha più bisogno di prostrarsi agli idoli, e la sofferenza procurata dai rifiuti, dalle incomprensioni, dai fallimenti, non ha il potere di strappargli la speranza e la pace. Conoscere il Padre nell'esperienza del suo amore presente in ogni evento della nostra vita, ci sazia e ci fa persone, ci rende la dignità che ci spetta, l’attenzione, la stima, l’amore. Chi attinge al cuore del Padre sa amare gli altri di un amore libero, sganciato dalle rincorse affannate e deluse, sfugge ai compromessi, lotta per la castità, vive nella luce della verità, dona la sua vita senza appropriarsi di quella altrui: "Chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino" (Benedetto XVI, Deus caritas est, 42). L'incontro con Dio mio Padre fa scaturire il Padre nostro nel quale vivere ogni istante. Nell'intima preghiera che si abbandona totalmente a Lui, ritroviamo anche tutti gli altri uomini. In mio Padre nessuno mi è più  estraneo, e ogni relazione assume i contorni della libertà e della verità. Come fu per Gesù nel Getsemani, l'Abbà che sgorga dal cuore attira a Dio, misteriosamente, schiere di uomini. Il Padre nostro è la prima missione che ci è affidata: abbandonati come un bimbo tra le braccia di suo Padre, avere nel cuore ogni figlio di nostro Padre, ogni nostro fratello. Per loro - perduti, dispersi, sofferenti - è la nostra vita di figli, ritmata e accompagnata dalle "parole" della preghiera. Esse invocano il “Nome di Dio santificato” nelle nostre esistenze, perché si veda “il Cielo in terra” nelle opere che Dio compie in ciascuno, opere sante, ovvero separate e diverse da quelle del mondo: le attitudini e i gesti, i criteri e le scelte che rivelano la paternità di Dio. Le opere dei figli di Dio. Rivela la paternità di Dio chi accoglie un genitore anziano in casa ad esempio, dedicandogli il tempo destinato alle vacanze, allo stadio o al cinema, frantumando il proprio ego per far posto al suo, tornato ad essere quello di un bambino; così testimonia ai propri figli e al mondo che i genitori terreni sono icona e riflesso del Padre celeste, che tutti ama e a tutti provvede, e che siamo chiamati a venerare e servire Lui nel padre e nella madre della carne. Rivelano la paternità di Dio un padre e una madre che sanno occupare il proprio posto senza usurpare quello dell'altro: se la madre fa un passo indietro e lascia che sia il marito e padre ad esercitare l'autorità, mordendosi la lingua se necessario, e crocifiggendo la carne che non vorrebbe vedere la severità; se il padre sa ascoltare la moglie per accoglierne le ragioni, nella libertà da se stessi che desidera solo il bene dei figli, che è il riverbero della tenerezza, della severità, della libertà e della misericordia di Dio Padre verso tutti noi. Rivelano la paternità di Dio lo zelo inesausto dei vescovi e dei presbiteri, che non dimenticano mai d'essere figli dello stesso Padre insieme con la porzione di popolo a loro affidata: Se infatti al vescovo è allestito un seggio più elevato, è perché tocca a lui sorvegliare, cioè custodire, il popolo. Difatti "vescovo", in latino "sorvegliante", uno cioè che dal di sopra osserva e vede dall'alto... Occorre una tale disposizione che, sebbene collocati quassù, in virtù dell'umiltà ci sentiamo sotto i vostri piedi, e insieme preghiamo per voi, affinché colui che conosce i vostri sentimenti vi custodisca... Noi ci diamo da fare per custodirvi, ma sarebbe inutile ogni nostro lavoro se non vi custodisse colui che scruta i vostri pensieri. Egli vi custodisce durante la veglia e durante il sonno. Addormentatosi infatti una sola volta sulla croce, ne è risuscitato e ormai non dorme più... Quanto a noi, infatti, è vero che vi custodiamo in forza dell'ufficio affidatoci, ma vogliamo essere custoditi insieme con voi. Nei vostri confronti siamo come pastori, ma rispetto al sommo Pastore siamo delle pecore come voi. A considerare il posto che occupiamo, siamo vostri maestri, ma rispetto a quell'unico Maestro, siamo vostri condiscepoli e frequentiamo la stessa scuola" (Sant'Agostino). Siamo padri, madri, vescovi, presbiteri che camminano insieme ai fratelli come figli dell'unico "Padre Nostro" sulla via della conversione; per loro imploriamo che "Dio santifichi il suo Nome" impresso nei suoi figli con il battesimo: chiediamo che in tutti possa crescere il seme della vita divina, e per questo eterna, che abbiamo ricevuto nel fonte battesimale. Quando preghiamo così, significa che desideriamo essere accolti e formati in una Iniziazione Cristiana dove, come nel catecumenato della Chiesa primitiva, ascoltare la Parola di Dio e lasciarsi illuminare e trasformare da essa: "La mia Parola si farà strada tra di voi, la mia Parola sarà per voi un Dio redentore, e voi sarete un Popolo di santi per il mio Nome" (Targum Neophiti). Chiediamo dunque che il Padre apra per noi un cammino di conversione, e che ci renda fedeli nell'obbedienza alla Chiesa, perché ci accompagni nella maturazione, sino a che la fede divenga adulta, e si manifesti in opere di vita eterna che solo i cristiani possono compiere. Essi sono "santi", separati come il Popolo di Israele, al quale fu data la "Legge di Santità", nella quale è contemplato ogni aspetto della vita: "Voi siete santi perché io sono santo. Come io sono separato anche voi siete separati. Io vi separerò dai popoli, perché siete miei. Se siete separati dalle Nazioni, allora mi appartenete, se non lo siete, allora apparterete a Nabucodonosor, re di Babilonia e ai suoi simili" (Sifre Qedoshim). La Chiesa non si può mescolare al mondo. Preghiamo perciò anche perché nelle nostre comunità non si insinui alcuna radice velenosa di incredulità. Proprio perché sappiamo di essere deboli e peccatori, inclini al male e alle seduzioni mondane, chiediamo a Dio che "venga il suo regno", che difenda la sua Chiesa, la colmi del suo Spirito che la separa dal peccato e realizzi in noi la Legge di santità dell'amore sino al nemico. Così, mostrando concretamente la vita divina in noi, "venga" e si renda visibile "il regno" che rivela la "santità di Dio" al mondo, ovvero il suo essere totalmente altro, diverso dagli idoli, separato dalla corruzione, amore puro che supera i limiti della carne. Per questo, implorando “l'avvento del Regno” chiediamo al Padre Nostro che ci accolga nella sua intimita dove vivere come figli del Re, regnando sul denaro e sugli idoli mondani, rinunciando al prestigio e alla carriera per compiere la missione affidata di formare famiglie cristiane, di essere presbiteri offerti all'evangelizzazione, suore e religiosi liberi per servire i piccoli e i poveri: regnare con Cristo per dischiudere a tutti le porte sul destino che attende ogni uomo, il Regno dei Cieli che giunge ovunque appaiano i cristiani, laddove la Chiesa estende la sua testimonianza di libertà e amore. E sappiamo che il trono di Dio qui sulla terra è la Croce sulla quale ha innalzato suo Figlio: "l’iscrizione regale, alta sulla Croce, schiude le profondità del mistero: Gesù è il Re e la Croce il suo trono. La regalità di Gesù, scritta in tre lingue, è un messaggio universale: per il semplice e il sapiente, per il povero e il potente, per chi si affida alla Legge divina e per chi confida nel potere politico. L’immagine del Crocifisso, che nessuna sentenza umana potrà mai rimuovere dalle pareti del nostro cuore, resterà per sempre la Parola regale della Verità" (Suor Maria Rita Piccione). Chiedere che "venga il tuo Regno", significa dunque pregare perché non ci manchi mai la Croce, e che ci aiuti a non fuggire da essa. Impossibile se non desideriamo che "si compia la volontà di Dio, come in Cielo così in terra”: i cristiani, infatti, attraverso l'essere crocifissi con Cristo, incarnano sulla terra la vita celeste. Dio, infatti, rispettando la nostra libertà, può essere l'unico "Padre Nostro" solo nel nostro abbandono filiale del Getsemani, dove "Gesù ha trasformato la nostra volontà umana ribelle in volontà conforme ed unita alla volontà divina. Ha sofferto tutto il dramma della nostra autonomia – e proprio portando la nostra volontà nelle mani di Dio, ci dona la vera libertà: Non come voglio io, ma come vuoi tu(Joseph Ratzinger). E come vuole il Padre la nostra vita di ogni giorno? Crocifissa con Cristo, perché in tutto possiamo vivere come figli nel Figlio. E questo significa concretamente: "umiltà nella conversazione, fermezza nella fede, discrezione nelle parole, nelle azioni giustizia, nelle opere misericordia, nei costumi severità... non fare dei torti e tollerare il torto subito, mantenere la pace con i fratelli, amare Dio con tutto il cuore... nulla assolutamente anteporre a Cristo, poiché neppure lui ha preferito qualcosa a noi. Volontà di Dio è stare inseparabilmente uniti al suo amore, rimanere accanto alla sua croce con coraggio e forza" (S. Cipriano, Trattato «Sul Padre nostro»). Ma il coraggio e la forza non ci verranno dal "pane" con cui il mondo cerca di sfamarsi. Qualsiasi alimento mondano, di fronte alla croce, mostra i suoi limiti invalicabili: non sarà l'aver frequentato l'università migliore ed essermi laureato con il massimo dei voti a farmi distendere le braccia per donarmi a mia moglie e a mio marito così come sono. Non sarà un lavoro gratificante e l'essere diventato dirigente ad aiutarmi quando un figlio si ribella e corre verso i peccati. Non saranno i soldi a darmi il coraggio per accettare un cancro e la forza per offrirmi con amore attraverso di esso. Non saranno i beni di questo mondo ad alimentare l'uomo nuovo che resta crocifisso con Cristo. Al contrario, i desideri della carne sono nemici di Dio e gli muovono guerra. Per questo il Signore ci insegna a chiedere al Padre il "nostro pane quotidiano ogni giorno", ben diverso da quello degli altri, dei pagani. C'è un solo "pane" che è "nostro", che ci appartiene e ci è dovuto, l'unico adatto alla nostra anima, appropriato al nostro cuore, conveniente alle nostre forze; il "pane" caratteristico ed esclusivo del "Regno" che "viene" (non a caso una traduzione possibile di "pane quotidiano", forse la più esatta grammaticalmente, è "pane che viene"); il solo "pane" proprio dei cristiani, i "santi" chiamati "ogni giorno" a "santificare il Nome" del Padre "compiendo la sua volontà come in Cielo così in terra" attraverso lo Shemà dell'amore crocifisso a Dio e a prossimo. Questa petizione sgorga, infatti, dall'intimo di coloro che, nel cammino di gestazione alla fede, hanno sperimentato come il Popolo di Israele "tutto il cammino che il Signore tuo Dio gli ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto, per umiliarli e metterli alla prova, per sapere quello che aveva nel cuore e se avrebbero osservato o no i suoi comandi". In esso il Signore "li ha umiliati, gli ha fatto provare la fame, poi li ha nutriti di manna, che non conoscevano... per fargli capire che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore" (Cfr. Dt 8). Per questo il Padre Nostro è la preghiera della Chiesa, il Nuovo Israele che è "ogni giorno" in conversione per compiere la sua missione. Nel deserto della vita, tra difficoltà e dolori, ansie e problemi, frustrazioni e umiliazioni, prega il Padre perché gli dia 
"ogni giorno" la manna di cui ha bisogno, come durante l'esodo al Popolo di Israele ora nel nuovo esodo che è chiamata a compiere; la Chiesa sa che i suoi figli potrebbero dimenticare il Padre e corrompersi, esattamente come la manna, per questo fa ripetere loro "ogni giorno" la preghiera che chiede il "pane che discende dal Cielo", l'unico che può saziare. Così scopriamo che il Signore ci invita a chiedere al Padre il dono di se stesso, "il pane della vita, perché chi ne mangia non muoia". Lui è "il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno" (Cfr. Gv 6). Con il Padre nostro, chiediamo dunque a Dio di non farci mai mancare l'Eucarestia, la predicazione della Parola, il corpo vivo di Cristo che è la comunione della Chiesa. Che "ogni giorno", nella comunità, possiamo nutrirci di Cristo per essere figli di Dio uniti indissolubilmente alla sua "carne offerta per la vita nel mondo". Nella Chiesa, infatti, si impara ad essere marito e moglie, padri e figli, fidanzati e amici, colleghi e parenti, ricevendo ogni giorno la "ricompensa" del "pane celeste" sul quale Dio ha messo il suo "sigillo", lo Spirito Santo che ci fa immagine e somiglianza del Padre e le difende nelle diverse circostanze della vita. Così, anche se soli nella stanza dell'ufficio o in classe, al mercato o in un letto d'ospedale, dove il mondo e la sua mentalità la fanno da padrone, possiamo pregare in comunione con tutta la Chiesa, ed entrare "ogni giorno" nel combattimento con le tentazioni del demonio. Questi, infatti, ci attende per indurci ad esigere che Dio trasformi le pietre in pane: ogni relazione, oggetto, evento convertito in cibo commestibile da afferrare e disporre a piacimento per saziare gli appetiti della carne. Il Padre Nostro è la preghiera che emerge in filigrana dalle "parole" di Gesù con le quali ha polverizzato i fendenti subdoli del demonio quando fu tentato da lui nel deserto. Il "pane quotidiano" della "volontà di Dio", il cibo che l'uomo non conosce, la docilità del cuore che non "tenta" Dio, l'obbedienza che non "serve" gli idoli ma "Dio solo". Comprendiamo allora perché, subito dopo la petizione del "Pane" il Signore ci insegni a chiedere al Padre di "perdonare i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori"; è questo il "pane" di cui si nutrito il Signore, la volontà di Dio che lo attendeva, l'opera preparata per Lui: dischiudere il "Regno santo" ai peccatori con il "perdono". Ancora una volta Gesù ci invita a chiedere al Padre di crocifiggerci con Lui per sperimentare in ogni istante il suo perdono ed essere trasformati in perdono offerto ai "nostri debitori". Se non accoglieremo il "perdono" di Dio umiliandoci nella confessione e nel riconoscimento dei nostri peccati anche di fronte ai fratelli, e se non "perdoneremo" i "debiti" di chi ci è accanto, anche dei nemici, non saremo figli di Dio, ma figliastri del padre della menzogna. Così è illuminata anche l'ultima petizione, con la quale chiediamo al Padre di "non indurci in tentazione e liberarci dal male". I cristiani sono sotto l'assedio del demonio, c'è poco da scherzare. Anche se molti non ci credono più perché hanno smesso di credere a Cristo e hanno fatto della Chiesa una ONG sterile, come ripete Papa Francesco. No, il demonio esiste, e vuole distruggere i cristiani e la Chiesa, perché non compiano la missione di predicare il vangelo e testimoniare il "Regno di Dio" con il perdono dei nemici, e salvare così l'umanità che tiene schiava con le sue menzogne. Anche se "lo spirito è pronto, la carne è debole". Sant'Ignazio di Loyola ammoniva che il demonio tenta soprattutto sub specie boni, cioè sotto apparenza di bene, inducendo a compiere la sua volontà che sembra, a prima vista, ragionevole, bella e utile, piacevole, esattamente come accadde a Eva. E ci caschiamo tutti, soprattutto di fronte all'assurdo che è perdonare il nemico. Non è ragionevole, non è buono, non è utile né piacevole. E' stolto e pericoloso. Se accettiamo questa logica perversa, automaticamente ci apparirà ragionevole, addirittura doveroso e santo, il suo contrario, e finiremo per pensare, scegliere e agire senza discernimento; e così peccheremo, perché tutto ciò che non è pensato, scelto e fatto con l'amore di Cristo è peccato. Per questo il Signore ci invita a chiedere al Padre di "non indurci nella tentazione" dei pensieri, di "liberarci dal male" che si insinua ben camuffato sotto apparenza di bene umano e carnale. A chiedere con insistenza di non spingerci sino all'albero dove si nasconde il serpente, di non lasciarci avvicinare così tanto alla menzogna come fece Eva, perché non ce la faremmo; cadremmo in un istante nella trappola del dialogo interiore con il demonio. A chiedere di non "indurci in tentazione" e di "indurci" invece ad ascoltare la sua Parola, a spingerci tra le braccia del Signore. A proteggerci per non farci "indurre" dal demonio a tentare Dio, come aveva insinuato a Gesù nel deserto; noi non resisteremmo alla tentazione di obbligare Dio a fare quello che vogliamo. Con questa ultima petizione Gesù ci chiama a conversione, e, insegnandoci a pregare così, ci invita a fare quotidianamente una professione di umiltà! E a non presumere di noi stessi come i farisei, a supplicare il Padre di aiutarci a non giocare con il fuoco avvicinandoci alle sue fiamme, di scioglierci dalle catene dei sofismi satanici, di aiutarci, come recita il salmo, a rifugiarci in Lui mentre sono scosse le fondamenta della verità che ha salvato la nostra vita, e fuggire come un passero verso il monte della Croce, dove, in silenzio e con le orecchie tappate, resistere alle onde malefiche dei pensieri del demonio, che ci arrivano forse proprio da chi ci è più vicino. Come Cristo di fronte a chi lo tentava di scendere dalla Croce per rivelare se era davvero Dio, che taceva e pregava il Padre di perdonare i suoi assassini, compiendo sino alla fine quello che la Chiesa e tutti noi chiediamo nel Padre Nostro: "Abbà, Papà, nelle tue mani consegno il mio Spirito".