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Sabato della XI settimana del Tempo Ordinario


Tra le mani di Dio tutto riesce, tutto si volge in bene.
Bisogna che un'anima di fede cammini sempre con sicurezza,
prendendo tutto come velo e travestimento di Dio.
Non c'è niente di più generoso di un cuore che ha la fede,
che sa scorgere la vita divina nei travagli e nei pericoli più mortali.
Anche se si dovesse inghiottire del veleno,
esporsi sulla breccia,
fare da schiavo a degli appestati,
si trova in tutto ciò una pienezza di vita divina
che non si dà soltanto a goccia a goccia,
ma che in un istante inonda l'anima e la sommerge.
Jean Pierre de Caussade



Mt 6, 24-34
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Nessuno può servire a due padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro: non potete servire a Dio e a mammóna.
Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito?
Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno.
Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena».


Il Commento

Non si scappa. Il nostro cuore non puo' sopravvivere ai compromessi. Anche se la nostra vita ne e' piena, non possiamo servire a due padroni. Le parole di Gesu' sono chiarissime: amare mammona, il denaro, significa odiare Dio. Basta questo per inchiodarci. I fiori del campo e gli uccelli del cielo sono esempi che declinano queste parole.
Soffermiamoci oggi sui termini usati da Gesu'. Amare e odiare. Il denaro e' potere, prestigio, gloria. Con il denaro compriamo gli affetti, leghiamo le persone. Il denaro si sovrappone alla nostra stessa persona, e ne diventiamo i suoi docili servitori. l'attaccamento al denaro e' la radice di tutti i mali. Non contano le messe, l'appartenenza ai gruppi, l'impegno in parrocchia. Non conta neanche essere prete o vescovo.
Gesu' punta diritto al cuore e, come sempre, non concede margini alle giustificazioni. Se il cuore e' attaccato al denaro sta odiando Dio. Odiare. Non e' un caso se Giuda appare nel Vangelo come l'apostolo che teneva la borsa... Non si scherza. Chi ha conosciuto davvero il Signore, chi gli appartiene non pu; legarsi in nesun modo al denaro e agli idoli di questo mondo. Pena la schizofrenia, ovvero la follia. Preoccuparsi del domani, affannarsi per il denaro e' cosa dei pagani, di quelli che non conoscono Dio. Ma forse dobbiamo ammettere che neanche noi conosciamo Dio, non abbiamo l'esperienza del suo potere sul peccato, sulla morte, in ogni circostanza. Forse il nostro approccio alle vicende della vita, in famiglia, al lavoro, nella Chiesa, e' profondamente mondano. Forse e' il denaro che ci guida nelle scelte. Come accumularlo, come metterlo da parte, come averne di piu'.

Non si tratta di pauperismo buonista, si tratta del rapporto che ciascunoi di noi ha con il denaro. Certo che occorre essere prudenti; anche una presunta generosità spesso maschera un rapporto malato con il denaro. Il punto e' il cuore. Gesu' ci parla per aiutarci a scoprire che peso abbia oggi nella nostra vita mammona. E' la via piu' semplice per scoprire quello risrevato invece a Dio. Il mondo e' mosso dal denaro: i voti delle elezioni politiche si muovono a seconda deglle politiche economiche, e premiano chi promette abbassamenti delle tasse e buste paga pi] robuste, anche se si tratta di una banda di delinquenti, anche se poi legifereranno a favore dell'aborto e dell'eutanasia.
Il mondo e chi gli appartiene guarda innanzi tutto al portafoglio. E' li' il suo cuore. Non cosi' per chi ha conosciuto il Signore. Chi ha fatto esperienza della sua misericordia non ci pensa due volte a spargere olio di nardo costosissimo, la propria vita consegnata totalamente al Signore. Chi ha conosciuto l'amore di Dio getta via tutto quanto ha per vivere perche' sa che la propria vita non viene dai beni, ma da Dio. Un cristiano e' diverso da ogni altro uomo perche' ha dentro un'altra vita, perche' vive nascosto con Cristo in Dio e sperimenta, nella precdarieta' di ogni giorno, la mano provvidente di suo Padre. Un cristiano che cerca di assicurarsi il domani, che vive nell'angoscia del futuro, che accumula, che guarda tutto con gli occhi di un agente di borsa, e' lo scandalo piu' grande. Odia Dio, odia il suo amore, la sua misericordia, odia la croce. Non crede nel potere di Gesu', e ogni suo rapporto sara' viziato dal sospetto, dal timore, dalla ricerca spasmodica di una sicurezza che, comunque, la carne e il denaro non potranno offrirgli.
Per questo oggi il Signore ci chiama seriamente a conversione, a gettarci tra le sue braccia, a disfarci dei beni, di tutti quei beni che si frappongono tra noi e Lui. Buttare via tutto quello che, nel nostro cuore, usurpa il posto di Dio, avvelenandoci e facendoci oggetto di scandalo. La condizione di un cristiano e' la precarieta', l'incertezza che accompagna ogni istante. In essa un cristiano procede abbandonato a Dio, certo, come Abramo, che il Signore sul monte provvede. Amare Cristo oggi e' vendere tutto, lasciare vuoto il nostro cuore per Lui. Impossibile per le nostre forze, per le nostre menti. Ma possibile a Lui. Cerchiamo Lui, il Regno di Dio, oggi, e ogni istante, in ogni evento, in ogni decisione, in ogni pensiero, in ogni parola.
Accostiamoci allora al Signore, con cuore contrito, e supplichiamo che compia in noi questa parola, che ci faccia quello per cui siamo stati eletti ancor prima di venire al mondo. Cristiani.
San Serafino di Sarov (1759-1833), monaco russo
Colloqui con Motovilov


« Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta »


[San Serafino e Motovilov si trovano subito immersi in una grande luce e in una grande dolcezza. Serafino gli dice:] Amico mio, gli uomini sono stati creati affinché la grazia divina abitasse nel più profondo del nostro essere, nel nostro cuore. Il Signore ha detto: “Il regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc 17,21). Con Regno di Dio, intende la grazia dello Spirito Santo; questo Regno di Dio è in mezzo a noi due in questo momento. Il Santo Spirito ci illumina e ci riscalda; riempie l’aria dei suoi profumi, rallegra i nostri sensi e abbevera i nostri cuori di una gioia indicibile. Sperimentiamo ciò che dice l’apostolo Paolo: “Il regno di Dio non è questione di cibo e di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Rm 14,17)... Ecco, amico di Dio, quale gioia incomparabile il Signore si è degnato di concederci. Ecco ciò che significa essere “nella pienezza dello Spirito Santo”... Umili come siamo, il Signore ci ha ricolmati della pienezza del suo Spirito. Mi sembra che da ora in poi non avrete più da interrogarmi sul modo nel quale si manifesti nell’uomo la presenza e la grazia dello Spirito Santo...

Quanto ai nostri stati differenti di monaco e di laico, non preoccupatevene. Dio cerca innanzi tutto un cuore pieno di fede in lui e in suo Figlio. In cambio manda dall’alto la grazia dello Spirito Santo. Il Signore cerca un cuore pieno di amore per lui e per il prossimo – questo è un trono sul quale gli piace sedere e dove appare nella pienezza della sua gloria. “Figlio mio, dammi il tuo cuore, e il resto ti sarà dato in aggiunta” (Prov 23,26). Il cuore dell’uomo è capace di contenere il Regno dei Cieli. « Cercate prima il Regno di Dio e la sua verità, dice il Signore, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta, perché Dio nostro Padre sa che ne avete bisogno ».


San Silvano (1886-1938), monaco ortodosso
Scritti


« Non affanatevi per la vostra vita »

Il Signore ha detto ai suoi discepoli: «Vi do la mia pace» (Gv 14,27). Questa pace di Cristo occorre domandarla a Dio, e il Signore la darà a chi la domanda; quando la riceviamo, dobbiamo vegliare santamente su di essa e farla crescere.
Colui che, nell'afflizione, non si abbandona alla volontà di Dio non può conoscere la misericordia di Dio. Se ti colpisce una disgrazia, non lasciarti abbattere, ma ricordati che il Signore ti guarda con benevolenza. Non accettare questo pensiero: «Il Signore getterà forse lo sguardo su di me che l'ho offeso?» perché il Signore è benevolenza per natura. Invece rivolgiti con fede a Dio e di' come il figlio prodigo nel Vangelo: «Non sono degno di essere chiamato tuo figlio» (Lc 15,21). Allora vedrai quanto sei caro al Padre, e il tuo animo conoscerà una gioia indescrivibile.


San Giovanni Crisostomo (c. 345-407), sacerdote ad Antiochia poi vescovo di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelia sul Vangelo di San Matteo, 1 ; PG 57, 294-296

 « Non potete servire a Dio e a Mammona »


Vedete quali vantaggi Gesù Cristo ci promette e quanto i suoi precetti ci sono utili, poiché ci liberano da mali così grandi. Il male che vi causano le ricchezze, dice, non è soltanto fornire arme ai ladri contro di voi e riempire la vostra mente di spesse tenebre. La grande piaga che fanno è staccarvi dalla beata servitù di Gesù Cristo per rendervi schiavi di un metallo insensibile e inanimato.
« Non potete servire a Dio e al Denaro ». Tremiamo, fratelli, al pensiero che costringiamo Gesù Cristo a parlarci del denaro come di una divinità opposta a Dio ! Però, direte voi, gli antichi patriarchi non hanno forse trovato il modo di servire insieme a Dio e al denaro ? Niente affatto. Ma come Abramo, come Giobbe hanno emanato tanto splendore per la loro magnificenza ? Vi rispondo che non bisogna considerare qui coloro che hanno posseduto ricchezze, bensì coloro che sono stati posseduti da esse. Giobbe era ricco ; si serviva del denaro, però non serviva al denaro, ne era il padrone e non l'adoratore. Considerava il suo bene, come se fosse stato altro, si riteneva come suo dispensatore e non come suo proprietario. Ecco perché non si afflisse quando lo perse.

Venerdì della XI settimana del Tempo Ordinario




Pascalis Via MatrisMaria presenta l’umanità a Cristo Crocifisso -
Miniatura medioevale del Cantico dei Cantici, Biblioteca di Bamberga.

Hai avuto in me il donatore, rendimi presto debitore... 
Mi dai poco, renderò di più. 
Mi dài beni terreni, te ne renderò di celesti. 
Mi dài beni temporali, ti renderò beni eterni. 
A te renderò te stesso quando avrò restituito te a me.

Sant'Agostino




Vangelo Mt 6, 19-23

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignuòla e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignuòla né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.
La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!».

Il Commento


Lo sguardo scruta ciò che il cuore suggerisce. Sempre. Gli occhi cercano il tesoro del cuore. Senza posa, affannati, guardiamo, fissiamo, sogniamo. Un tesoro luminoso accende lo sguardo di pace e di letizia. Inconfondibile è lo sguardo di chi vive in Dio. E' Trasfigurato e reca le tracce splendenti del Cielo perchè occhi innamorati di Cristo ne riflettono la mitezza. Ed ogni mossa, ogni parola, ogni passo parlano di Lui. E oggi, noi, dove abbiamo il nostro tesoro? Da che cosa è attirato il nostro sguardo? Per chi palpita il nostro cuore? Per chi o per che cosa stiamo accumulando? Gli sforzi, il lavoro, gli affetti. Se non sono per il Cielo, sono irrimediabilmente per la terra. Per la corruzione. 



Chi vive per Dio vive per l’eternità, ed ogni aspetto della vita, anche il più semplice e apparentemente insignificante, reca il segno dell’incorruttibile amore. Chi vive per se stesso, solo per questa vita, è già roso dai vermi: le cose, gli amori, le amicizie, sfuggono, i ladri sono già alla porta pronti a scassinare, mentre lo sguardo, come quello di Caino, si fa torvo. E le parole, e gli atti si impregnano di sfiducia, di rancori, di tristezza inrancidita. Ma no, i nostri occhi sono fatti per Lui, il nostro cuore attende Lui. Il Signore Gesù. E' Lui la nostra vita. Il nostro tesoro, l’amore che dà luce e pace. Lui, per noi. Noi per Lui. Oggi. Sempre.

Sant’Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorso 123

« Accumulatevi tesori nel cielo »

Tu che sei? Ricco, o povero? Molti mi dicono: Sono povero, e dicono il vero. Riconosco povero chi possiede qualcosa, riconosco povero anche l'indigente. Ma c'è chi possiede in abbondanza oro e argento. O se si riconoscesse povero! Si riconosce povero chi si accorge di avere accanto a sé un povero. Com'è? Per molto che tu voglia avere, chiunque ricco tu sia, sei il mendìco di Dio.
Si viene all'ora della preghiera... Tu chiedi. Come, non sei povero tu che chiedi? Aggiungo di più: chiedi pane. Non sei forse sul punto di dire: “Dacci il nostro pane quotidiano” ? Tu che chiedi il pane quotidiano sei povero o ricco? Eppure Cristo ti dice: Dammi di ciò che ti ho dato. Che hai portato con te quando sei venuto al mondo? Quaggiù hai trovato esistente tutto ciò che ho creato. Niente hai recato, nulla porterai via di qui. Per quale ragione non mi doni del mio? E' perché sei ricco, mentre il povero è privo di tutto. Considerate all'origine la vostra vita: entrambi veniste alla luce nudi. Anche tu perciò nascesti nudo. Trovasti qui molte cose: recasti con te qualcosa? Ti chiedo del mio: dammi ed io ti rendo.
“Hai avuto in me il donatore, rendimi presto debitore... Mi dai poco, renderò di più. Mi dài beni terreni, te ne renderò di celesti. Mi dài beni temporali, ti renderò beni eterni. A te renderò te stesso quando avrò restituito te a me”.




Giovedì della XI settimana del Tempo Ordinario




Guardate figlie mie, 
ciò che Dio ha dato al Figlio suo che egli amava al di sopra di tutto; 
in questo potrete riconoscere quale sia la sua volontà. 
Sì, tali sono proprio i beni che egli fa a noi in questo mondo. 
Dà in proporzione all'amore che nutre per ognuno di noi.

Santa Teresa d'Avila




Mt 6, 7-15

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome;
venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».



IL COMMENTO


Papà. Tanto basta. Il segreto della nostra vita è tutto in questa parola. Papà. Si può vivere da orfani o da figli. Schiavi o liberi. Infelici o felici. Potremmo chiederci oggi come sono vissute le nostre vite. I rapporti con le persone. Gli affetti. Il lavoro. La salute. Tutto. Siamo figli? O siamo schiavi, di un sorriso, di un'attenzione, di un affetto? Le nostre parole, i nostri sguardi, i nostri pensieri, le nostre telefonate, i nostri regali, il nostro tempo, i messaggi sul cellulare, i tag su facebook: perchè, per chi? La nostra vita è un pedaggio per entrare nelle grazie degli altri, una serie di mendicanze di considerazione, di stima? Non spendiamo per caso il tempo inseguendo uno straccio d’amore che dia un po’ di tepore alle nostre giornate? Sarebbe davvero interessante fermarsi e controllare. Guardare in faccia, senza sconti, atti, parole, sentimenti, e cercarne lo spunto reale, quello che muove le nostre vite. Che cosa cerchiamo. Di che cosa abbiamo bisogno. Che cosa temiamo. Di che che cosa manchiamo. 

Una preghiera piena di parole sprecate è segno di una vita sprecata, ingannata, vissuta da chi si sente tradito, inutile, disprezzato. Soprattutto dimenticato. Di chi si vede al lato della storia che conta, degli affetti, delle scelte importanti, e tenta, con sussulti di parole blaterate, di farsi notare e cerca d’essere importante. Di chi si costruisce un’identità che non possa essere ignorata. Tutto per fuggire una vita insignificante. Le molte parole della preghiera segnano una vita in ginocchio davanti agli uomini e alle cose, perché prostrata dinanzi a sé stessi, al proprio vuoto pneumatico. Come i pagani, e le loro tante parole. Come i loro tanti idoli. I pagani: molti dei, nessun Padre. E noi, così spesso come loro. Dimenticando, o forse non avendo mai conosciuto veramente nostro Padre. Conoscere Lui infatti, dice Gesù, è la vita eterna. Conoscere il Padre è sapere d’essere amati, ora, così come siamo, senza condizioni. I rabbini raccontavano questa breve parabola: "Il figlio di un re aveva preso una cattiva strada. Il re gli inviò il suo precettore con questo messaggio: “Ritorna figlio mio!”. Ma il figlio gli fece rispondere: “Con che faccia posso tornare? Mi vergogno a comparirti dinanzi”. Il padre allora gli mandò a dire: “Può un figlio vergognarsi di tornare da suo padre? E se tu torni, non torni da tuo padre?" (Dt R. 2,24). Conoscere il Padre ci dona la libertà di ritornare sempre alla fonte e all'origine del nostro essere, la parresia di gettarsi tra le braccia di nostro Padre nella certezza di essere accolti con misericordia, con semplicità schietta, fiducia filiale, umile audacia (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2777). “La consapevolezza che abbiamo della nostra condizione di schiavi ci farebbe sprofondare sotto terra, il nostro essere di terra si scioglierebbe in polvere se l’autorità dello stesso nostro Padre e lo Spirito del Figlio suo non ci spingessero a proferire questo grido: “Abbà, Padre!”. Quando la debolezza di un mortale oserebbe chiamare Dio suo Padre se non soltanto allorché l’intimo dell’uomo è animato dalla potenza dall’alto?” (S. Pietro Crisologo, Ser. 71). Chi ha una stanza dove ritirarsi e sfogare le proprie angosce, confessare i propri peccati, piangere e stringersi al petto di suo Padre, non ha più bisogno di prostrarsi agli idoli, la sofferenza procurata dai rifiuti, dalle incomprensioni, dai fallimenti, non ha il potere di strappargli la speranza e la pace. Conoscere il Padre, avere l'esperienza del suo amore presente in ogni evento della nostra vita, ci sazia e ci fa persone, ci rende la dignità che ci spetta, l’attenzione, la stima, l’amore. Di tutto questo l'unica fonte autentica ed incorruttibile è il cuore di nostro Padre. Chi vi attinge sa amare gli altri di un amore libero, sganciato dalle rincorse affannate e deluse di un po’ di affetto, sfugge ai compromessi, lotta per la castità, vive nella luce della verità, dona la sua vita senza appropriarsi di quella altrui: "Chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino" (Benedetto XVI, Deus caritas est, 42). 


Nell'intima preghiera che si abbandona totalmente a mio Padre, ritroviamo anche tutti gli altri uomini. In mio Padre nessuno mi è più  estraneo, ma ogni relazione assume i contorni della libertà e della verità. L'incontro con mio Padre fa scaturire il Padre nostro nel quale vivere ogni istante, ogni evento, ogni rapporto. Il Padre nostro ci fa uno con il Padre e con ogni uomo: come Gesù nel Getsemani. L'Abbà che sgorga dal cuore attira a Dio, misteriosamente, schiere di uomini. Il Padre nostro è la prima missione che ci è affidata, avere nel cuore ogni figlio di nostro Padre, ogni nostro fratello. Per loro - perduti, dispersi, sofferenti - è la nostra vita di figli, ritmata e accompagnata dalle parole del Padre nostro: esse invocano il Nome di Dio incarnato e santificato nelle nostre esistenze - perchè si veda il Cielo in terra nelle opere che Dio compie in ciascuno di noi, opere sante, separate dal mondo ma ben presenti nella sua storia- ; implorano l'avvento del Regno nel quale vivere, e regnare sul denaro, sul lavoro, sugli affetti, come figli del Re - per dischiudere a tutti le porte della speranza nel destino che attende ogni uomo -; desiderano il compimento della volontà di Dio - "umiltà nella conversazione, fermezza nella fede, discrezione nelle parole, nelle azioni giustizia, nelle opere misericordia, nei costumi severità... non fare dei torti e tollerare il torto subito, mantenere la pace con i fratelli, amare Dio con tutto il cuore... nulla assolutamente anteporre a Cristo, poiché neppure lui ha preferito qualcosa a noi. Volontà di Dio è stare inseparabilmente uniti al suo amore, rimanere accanto alla sua croce con coraggio e forza, dargli ferma testimonianza quando è in discussione il suo nome e il suo onore, mostrare sicurezza della buona causa, quando ci battiamo per lui, accettare con lieto animo la morte quando essa verrà per portarci al premio" (S. Cipriano, Trattato «Sul Padre nostro»); sono affamate del pane della vita - il cibo di cui si è alimentato Gesù, la Croce che ci attende ogni giorno nella quale entrare per annunciare l'amore vittorioso di Dio - ; parole che sperano la vittoria sul demonio e il male, che desiderano il perdono sul quale si infrangano l'odio e il rancore; in questa preghiera ogni uomo prende posto nel nostro cuore. E' la sorgente dell'amore vero.


Per questo S. Atanasio citato da Benedetto XVI, scriveva di S. Antonio del deserto parole che ci chiamano oggi a conversione, a ritornare all'intimità con nostro Padre, e a preoccuparci davvero solo di Lui e della vita che da Lui solo proviene: "Che fosse dappertutto conosciuto, da tutti ammirato e desiderato, anche da quelli che non l’avevano visto, è un segno della sua virtù e della sua anima amica di Dio. Infatti non per gli scritti né per una sapienza profana né per qualche capacità è conosciuto Antonio, ma solo per la sua pietà verso Dio. E nessuno potrebbe negare che questo sia un dono di Dio. Come infatti si sarebbe sentito parlare in Spagna e in Gallia, a Roma e in Africa di quest’uomo, che viveva ritirato tra i monti, se non l’avesse fatto conoscere dappertutto Dio stesso, come egli fa con quanti gli appartengono, e come aveva annunciato ad Antonio fin dal principio? E anche se questi agiscono nel segreto e vogliono restare nascosti, il Signore li mostra a tutti come una lucerna, perché quanti sentono parlare di loro sappiano che è possibile seguire i comandamenti e prendano coraggio nel percorrere il cammino della virtù" (Sant'Atanasio, Vita di Antonio 93,5-6).



Benedetto XVI: Il Padre Nostro. Da 'Gesù di Nazaret'

Emiliano Jimenez. Il Padre Nostro.



Santa Teresa d'Avila (1515-1582), carmelitana, dottore della Chiesa
Il cammino di perfezione, cap.32/34

« Sia fatta la tua volontà »

«Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra». O mio tenero Maestro, quale gioia per me che tu non abbia fatto dipendere il compimento della tua volontà, da un volere così debole quanto il mio! ... Quanto infelice sarei, se tu avessi voluto che dipendesse da me che si compia o no la tua volontà. Ora, ti do liberamente la mia volontà, anche se in un momento in cui questo dono non è meramente desinteressato, poiché una lunga esperienza mi ha fatto conoscere i vantaggi di tale abbandono. Che profitto immenso, amiche mie! Ma d'altra parte, che perdita immensa, se non adempiamo ciò che offriamo al Signore in questa domanda del Padre nostro...
Voglio dunque dirvi, o richiamarvi, qual'è questa volontà. Non temete che questa sia di darvi delle ricchezze, dei piaceri, degli onori né alcun bene di quaggiù. Egli non nutre per voi un amore così piccolo da darvi queste cose! Egli dà molta importanza al presente che gli offrite, e intende ricompensarvi molto per questo, poiché fin da questa vita vi dà il suo Regno... Guardate figlie mie, ciò che Dio ha dato al Figlio suo che egli amava al di sopra di tutto; in questo potrete riconoscere quale sia la sua volontà. Sì, tali sono proprio i beni che egli fa a noi in questo mondo. Dà in proporzione all'amore che nutre per ognuno di noi..., tenendo conto anche del coraggio che vede in ognuno e dell'amore che abbiamo per lui. Colui che lo ama molto, viene riconosciuto come capace di soffrire molto per lui, e colui che lo ama poco, di soffrire poco. Per parte mia, sono certa che la misura della nostra forza per portare una grande croce oppure una piccola croce, è la misura del nostro amore...
Tutti i miei consigli in questo libro tendono a questo scopo: darci interamente al Creatore sottomettere la nostra volontà alla sua, distaccarci dalle creature; sicuramente ne avete capito tutta l'importanza, non dirò di più a questo proposito. Indicherò soltanto per quale motivo il nostro buon Maestro formula questa domanda del Padre nostro. È perché conosce quale grande vantaggio ci sia per noi nel fare questo piacere al Padre suo eterno. In questo ci disponiamo a giungere prontamente allo scopo del nostro viaggio e a dissetarci alle acque vive della fonte di cui vi ho parlato. Se invece non doniamo interamente la nostra volontà al Signore affinché lui stesso si prenda cura di quanto ci riguarda, mai ci permetterà di bervi.


Mercoledì della XI settimana del Tempo Ordinario





Quando sei unito a Dio mediante la preghiera, 
esamina chi sei in verità; 
parlagli se puoi, 
e se questo ti è impossibile, 
fermati, rimani davanti a lui. 
Non darti altra preoccupazione.

San Pio (Padre Pio)

Dal Vangelo secondo Matteo 6,1-6.16-18.


Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli.
Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno gia ricevuto la loro ricompensa.
Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra,
perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno gia ricevuto la loro ricompensa.
Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno gia ricevuto la loro ricompensa.
Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto,
perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

Il Commento

Chiudere la porta e cercare nostro Padre. Scendere le scale del cuore e scoprire di vivere come orfani, chiasso all'esterno, in cose e impegni e parole, e far tutto per essere notati; anche quando ci nascondiamo scappando dagli altri, in fondo è perchè la vita, la nostra, dipende da loro, dagli altri. Una parola, questa di oggi, per gli affamati di vita e di amore. Ed è una buona notizia. C'è speranza. C'è la conversione, la Teshuvà direbbe un pio israelita, il ritorno. La conversione è il figlio prodigo, la fitta che gli percuote il petto, la percezione chiara d'aver buttato la vita e di essere ormai un relitto in secca, la solitudine, il nulla nel cuore e il freddo del vuoto, nessun viso, nessuna parola. Tutto perduto, dietro a sé stesso. E, per una Grazia misteriosa, quella che scocca al termine della discesa, rientra in sé stesso, da dove era uscito ingannato da seducenti sirene di fumo. Rientra, si trova da solo, intuisce, comprende quel che ha smarrito. Suo Padre. "Mi alzerò e tornerò da mio Padre". 

Questa parola ci invita a chiudere la porta del cuore e rientrare lì da dove siamo usciti, perduti tra i tentacoli del lavoro, degli impegni, delle cose, degli affetti, di noi spalmati sul cuore, ruvido e secco, degli "altri". Rientrare nel cuore e scoprire, senza paura, la solitudine. Il digiuno, l'elelemosina, la preghiera, sono innanzi tutto SEGNI d'una realtà che il mondo e il demonio ci occultano: la solitudine profonda della dimenticanza di Dio. Sono il SEGNO di una assenza. Non c'è il Padre. E non c'è lo Sposo. Siamo soli. Soli e infelici. Soli e affamati d'amore. Soli anche se pieni di un tanto vuoto e inafferrabile. Siamo soli anche se strepitiamo e ci facciamo notare.

Questa parola ci prende lì dove siamo. Come il figlio prodigo, siamo proni tra le nostre sporche e disordinate giornate, cercando invano una ghianda, un affetto, un sorriso, una parola, un qualcosa di vero che dia verità e valore alla nostra vita. E' tempo di chiudere la porta, cercare nel segreto lo sguardo di Chi abbiamo dimenticato. Per questo siamo tante volte prede della concupiscenza. E' per aver smarrito la nostra identità di figli che buttiamo i nostri corpi in relazioni fugaci. La sensualità, i peccati legati al sesso, siano essi i rappori prematrimoniali o i rapporti coniugali non aperti alla vita, o siano essi i peccati di una sessualità disordinata, la masturbazione o i rapporti omosessuali, sono tutti originati da una perdita di senso e di identità. Sono i peccati che caratterizzano gli orfani; anche la psicologia ci rivela che i disordini sessuali hanno sempre origine nella disintegrazione dei rapporti con i propri genitori. A maggior ragione essi sono il frutto avvelenato del demonio che ha soppiantato il Padre nel cuore dell'uomo. Quando è lui a far da padre, i suoi figli ne vorranno compiere i desideri. E sono sempre desideri di morte, realizzati attraverso relazioni egoistiche, che succhiano la vita dell'altro per restarne poi uccisi. E' l'esperienza della nostra vita. Fare tutto per attirare l'attenzione, accaparrarsi del cuore, dei pensieri, della stima e degli affetti di chi ci sta intorno.

E' concupiscenza pura, vivere fuori dalla tenda, come Esaù, cacciando amore e sostentamento laddove non ve ne sono, rischiando così, seriamente, la primogenitura. Vivere proiettati al di fuori di sé stessi in una continua esibizione dei propri sentimenti, delle proprie parole, delle proprie buone azioni, frecce con le quali crediamo di infilzare le nostre prede: l'amico, la fidanzata, il marito, la moglie, il capoufficio, chiunque sia, compromettendo il rapporto esistenziale con nostro Padre.

Per questo oggi Gesù ci richiama ad un segreto, a ritornare alla stanza più intima, tameion nell'originale greco del Vangelo, che può significare un magazzino o una dispensa, oppure la stanza più intima, quella meno adatta ad attirare l'attenzione degli ospiti, probabilmente perchè senza finestre. Chiudere dunque la porta, e non avere finestre, gli occhi e la bocca chiusi alla concupiscienza, in un'intimità di figli che tutto attendono da loro Padre. E' il pudore cui siamo chiamati, il segreto intimo di una relazione che ci mostra solo a nostro Padre. Esattamente come siamo. Il pudore, secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica "è una parte integrante della temperanza. Il pudore preserva l'intimità della persona. Consiste nel rifiuto di svelare ciò che deve rimanere nascosto. È ordinato alla castità, di cui esprime la delicatezza. Regola gli sguardi e i gesti in conformità alla dignità delle persone e della loro unione... Il pudore è modestia. Ispira la scelta dell'abbigliamento. Conserva il silenzio o il riserbo là dove traspare il rischio di una curiosità morbosa. Diventa discrezione". E' esattamente ciò che Tobi dice a suo figlio Tobia: "E' bene tenere nascosto il segreto del re, ma è cosa gloriosa rivelare e manifestare le opere di Dio" (Tb. 12,7).

E' l'atteggiamento di Maria che custodisce ogni parola ed ogni avvenimento come i luoghi del suo intimo rapporto con Dio, meditando nel suo cuore. E' il pudore e la castità che custodisce il proprio intimo nell'amore di Dio, ma che prorompe altresì nel Magnificat che benedice e rivela le opere del Padre. Città sul monte, candelabro che fa luce proprio perchè alla radice vi è un rapporto saldo ed esistenziale con la fonte della Vita e di ogni Bene. E' l'incontro personale con la Parola e lo Spirito che si incarnano nella vita, che si fanno benedizione e preghiera comunitaria. Per questo le parole di Gesù di oggi sono una corona nella quale è incastonato il Padre Nostro. Padre mio e Padre nostro, un unico respiro.

Lo esprime con grande chiarezza Benedetto XVI: "Come nella relazione tra uomo e donna esiste la sfera totalmente personale, che necessita dello spazio protettivo della discrezione, e allo stesso tempo il rapporto a due nel matrimonio e nella famiglia per sua essenza include pure una responsabilità pubblica, così è anche nella relazione con Dio: il «noi» della comunità orante e la dimensione personalissima di ciò che si può comunicare solo a Dio si compenetrano a vicenda" (J. Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Volume I). In ogni caso è fondamentale porre i propri occhi fissi su Cristo, principio e perfezionatore della nostra fede. Lasciarci guardare da Lui solo, desiderare solo il suo sguardo di misericordia. Noi ci mostriamo agli altri credendo che lo sguardo altrui ci dia quell'identità che abbiamo perduto; così irretiamo gli occhi di chi ci è intorno nelle nostre parole, nelle nostre opere, nella simpatia, nelle battute, nell'ipocrisia. E ne restiamo a nostra volta accalappiati.

E' l'ophtalmodoulia (Ef. 6,6), la schiavitù degli occhi. Accanto a quella delle parole, come diceva Benedetto XVI "Mi viene in mente una bellissima parola della prima lettera di san Pietro, nel primo capitolo, versetto 22. In latino suona così: 'Castificantes animas nostras in oboedentia veritatis'. L'obbedienza alla verità dovrebbe ‘castificare’ la nostra anima, e così guidare alla retta parola e alla retta azione. In altri termini, parlare per trovare applausi, parlare orientandosi a quanto gli uomini vogliono sentire, parlare in obbedienza alla dittatura delle opinioni comuni, è considerato come una specie di prostituzione della parola e dell'anima. La 'castità' a cui allude l’apostolo Pietro è non sottomettersi a questi standard, non è cercare gli applausi, ma cercare l’obbedienza alla verità" (Benedetto XVI, Omelia alla Commissione Teologica Internazionale, 6 febbraio 2007). E la Verità è Cristo, e in Lui risplende anche la verità di ciascuno, la debolezza e l'incapacità pronte ad accogliere l'onnipotenza divina. E' lui infatti che conosce sino in fondo chi siamo davvero, e, in questa conoscenza rompe ogni ipocrisia, togliendo ogni maschera che ci rende anonimi, senza identità se non quella vana, senza peso, che viene dalla vana-gloria. Cercare dunque il suo sguardo, la sua Gloria, il peso specifico della nostra esistenza in Lui; tutto, in pensieri, parole ed opere in Cristo e per Lui. E' questa la Parola di oggi, meravigliosa. In tutto quello che pensiamo, diciamo e facciamo (elemosina, digiuno e preghiera ne sono i simboli "religiosi") "è sempre in gioco il bisogno di riconoscimento. Se lo cerco negli altri, non ne avrò mai abbastanza; resterò sempre schiavo e del giudizio degli altri e dell'immagine (idolatria) del mio invece che della realtà di Dio. Se lo cerco in Dio, allora ritrovo la mia realtà in colui che mi ama di amore eterno, ai cui occhi sono prezioso e degno di stima, addirittura un prodigio (Ger. 31, 3; Is. 43, 4) Sal. 139,14)... Il mio essere è il suo vedermi e amarmi" (S. Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Matteo I, Bologna 1999, pag. 84).

Torniamo a casa dunque, torniamo a nostro Padre insieme a Gesù. E' Lui che abbiamo perduto, la Sua ricompensa che è il Suo abbraccio di misericordia, che è il Suo Figlio stesso, il Suo amore fatto carne e sangue, l'amore che non si esaurisce. Ritorniamo a casa. Papà è alla finestra e freme nell'attesa di correrci intorno. Ma il cammino è cosa nostra, senza di esso non c'è amore vero. Il Figlio lo ha aperto per noi, risalendo dagli inferi prima di noi. Le Sue orme ci conducono dalla morte alla vita, sino alla notte delle notti, la notte dei figli nel Figlio. In Lui, nell'intimità di un pudore che si abbandona confidente, possiamo oggi tornare a casa. Ed essere davvero persone, uomini, donne, cristiani, adulti, vivi di una vita che non muore.

Benedetto XVI. Da Gesù di Nazaret

Tutti conosciamo il pericolo di recitare formule abituali, mentre lo spirito è altrove. Raggiungiamo il massimo grado di attenzione quando chiediamo qualcosa a Dio spinti da un'intima pena o quando Lo ringraziamo con il cuore colmo di gioia per un bene ricevuto. La cosa più importante -al di là di tali situazioni momentanee - è però che la relazione con Dio sia presente sul fondo della nostra anima. Perché ciò accada, è necessario tener sempre desta questa relazione e ricondurvi in continuazione gli avvenimenti quotidiani. Pregheremo tanto meglio quanto più nel profondo della nostra anima è presente l'orientamento verso Dio. Quanto più esso diventa la base portante di tutta la nostra esistenza, tanto più saremo uomini di pace. Tanto più saremo in grado di sopportare il dolore, di capire gli altri e di aprirci a loro. Questo orientamento che segna totalmente la nostra coscienza, la silenziosa presenza di Dio sul fondo del nostro pensare, meditare ed essere, noi lo chiamiamo «preghiera continua». Ed è anche questo, in fondo, che intendiamo quando parliamo di «amore di Dio»; allo stesso tempo è la condizione più intima e la forza trainante dell'amore del prossimo. Questa autentica preghiera, il silente, interiore stare con Dio ha bisogno di nutrimento, ed è a questo che serve la preghiera concreta con parole, immaginazioni o pensieri. Quanto più Dio è presente in noi, tanto più potremo davvero stare presso di Lui nelle preghiere orali. Ma vale anche il contrario: la preghiera attiva realizza e approfondisce il nostro stare con Dio. Questa preghiera può e deve sgorgare soprattutto dal nostro cuore, dalle nostre pene, speranze, gioie, sofferenze, dalla vergogna per il peccato come dalla gratitudine per il bene ed essere così preghiera del tutto personale.


Giovanni Paolo II 
Dall' UDIENZA GENERALE Mercoledì, 28 maggio 1980

Il cuore umano serba in sé contemporanearnente il desiderio e il pudore. La nascita del pudore ci orienta verso quel momento, in cui l’uomo interiore, "il cuore", chiudendosi a ciò che "viene dal Padre", si apre a ciò che "viene dal mondo". La nascita del pudore nel cuore umano va di pari passo con l’inizio della concupiscenza: della triplice concupiscenza secondo la teologia giovannea (cf. 1Gv 2,16), e in particolare della concupiscenza del corpo. L’uomo ha pudore del corpo a motivo della concupiscenza. Anzi, ha pudore non tanto del corpo, quanto proprio della concupiscenza: ha pudore del corpo a motivo della concupiscenza. Ha pudore del corpo a motivo di quello stato del suo spirito, a cui la teologia e la psicologia danno la stessa denominazione sinonimica: desiderio ovvero concupiscenza, sebbene con significato non del tutto uguale. Il significato biblico e teologico del desiderio e della concupiscenza differisce da quello usato nella psicologia. Per quest’ultima, il desiderio proviene dalla mancanza o dalla necessità, che il valore desiderato deve appagare. La concupiscenza biblica, come deduciamo da 1Gv 2,16, indica lo stato dello spirito umano allontanato dalla semplicità originaria e dalla pienezza dei valori, che l’uomo e il mondo posseggono "nelle dimensioni di Dio". Appunto tale semplicità e pienezza del valore del corpo umano nella prima esperienza della sua mascolinità-femminilità, di cui parla Genesi 2,23-25, ha subito successivamente, "nelle dimensioni del mondo", una trasformazione radicale. E allora, insieme con la concupiscenza del corpo, nacque il pudore.
Il pudore ha un duplice significato: indica la minaccia del valore e al tempo stesso preserva interiormente tale valore (cf. Karol Wojtyla, Amore e responsabilità, Torino 19782, pp. 161-178). Il fatto che il cuore umano, dal momento in cui vi nacque la concupiscenza del corpo, serbi in sé anche la vergogna, indica che si può e si deve far appello ad esso, quando si tratta di garantire quei valori, ai quali la concupiscenza toglie la loro originaria e piena dimensione. Se teniamo ciò in mente, siamo in grado di comprendere meglio perché Cristo, parlando della concupiscenza, fa appello al "cuore" umano.



San [Padre] Pio di Pietrelcina (1887-1968), cappuccino
GF, 173 ; Ep 3, 982-983

« Chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto »

Sii assiduo alla preghiera e alla meditazione. Mi hai detto che avevi già cominciato. Questa è una grandissima consolazione per un padre che ti ama come sé stesso! Continua dunque a progredire in questo esercizio dell’amore per Dio. Fa’ ogni giorno un passo avanti: di notte, al lume di lampada, fra le debolezze e nell’aridità dello spirito; o di giorno, nella gioia e l’illuminazione che abbaglia l’anima...
Se puoi, parla al Signore nell’orazione, lodalo. Se non vi riesci perché non sei ancora molto avanzato nella vita spirituale, non preoccuparti: rinchiuditi nella tua camera, e mettiti in presenza di Dio. E lui lo vedrà e apprezzerà la tua presenza e il tuo silenzio. Poi, ti prenderà per mano, ti parlerà, camminerà sù e giù nei viali del giardino dell’orazione e vi troverai la tua consolazione. Rimanere alla presenza di Dio semplicemente per manifestare la nostra volontà di riconoscerci suoi servi, questo è un eccellente esercizio spirituale che ci farà andare avanti sul cammino della perfezione.
Quando sei unito a Dio mediante la preghiera, esamina chi sei in verità; parlagli se puoi, e se questo ti è impossibile, fermati, rimani davanti a lui. Non darti altra preoccupazione.


Santa Edith Stein (1891-1942), carmelitana, martire, compatrona d’Europa
La Preghiera della Chiesa


« Il Padre tuo vede nel segreto» 

Non si tratta di concepire la preghiera interiore, libera da ogni forma tradizionale, come una pietà semplicemente soggettiva, da opporre alla liturgia che sarebbe la preghiera oggettiva della Chiesa. Ogni preghiera vera è preghiera della Chiesa; attraverso ogni preghiera vera, succede qualcosa nella Chiesa, ed è la Chiesa stessa che prega, quando, in ogni anima singola, lo Spîrito che vive in essa “intercede per noi con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). Questa è appunto la preghiera vera, perché “nessuno può dire ‘Gesù è Signore’ se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1 Cor 12,3). Quale sarebbe la preghiera della Chiesa se non l’offerta di coloro che, infiammati da un grandissimo amore, si offrono a Dio che è amore?
Il dono di sè a Dio, per amore e senza limiti, e il dono divino in risposta, cioè l’unione piena e costante, è la più alta elevazione del cuore che ci sia accessibile, il più alto grado della preghiera. Le anime che sono giunte a questo punto sono, in verità, il cuore della Chiesa; in esse vive l’amore di Gesù sommo sacerdote. Nascoste in Dio con Cristo (Col 3,3), non possono far altro che irradiare in altri cuori l’amore divino di cui sono ricolme e contribuire così all’adempimento dell’unità perfetta di tutti in Dio, questa unità che era e rimane il grande desiderio di Gesù.


Santa Teresa Benedetta della Croce [Edith Stein] (1891-1942), carmelitana, martire, compatrona d'Europa



« Quando preghi, entra nella tua camera »

Tutto è una medesima cosa, per coloro che hanno raggiunto l'unità profonda della vita divina: il riposo e l'azione, contemplare e agire, tacere e parlare, ascoltare e aprirsi, ricevere in sé il dono di Dio e rendere l'amore a fiumi nell'azione di grazie e la lode... Occorre per lunghe ore ascoltare in silenzio, lasciare la parola divina sbocciare in noi, finché ci inciti a lodare Dio nella preghiera e nel lavoro.
Anche le forme tradizionali ci sono necessarie e dobbiamo partecipare al culto pubblico ordinato dalla Chiesa, perché la nostra vita interiore si svegli, rimanga nella via retta e trovi l'espressione che le si addice. Occorre che la lode solenne di Dio abbia i suoi santuari sulla terra per essere celebrata con tutta la perfezione di cui sono capaci gli uomini. Da essi, nel nome della Santa Chiesa, essa può salire verso il cielo, agire su tutte le sue membra, svegliare la loro vita interiore e stimolare il loro sforzo fraterno. Tuttavia, perché questo canto di lode sia vivificato dall'interno, bisogna che ci siano, in queste luoghi di preghiera dei tempi riservati all'approfondimento spirituale nel silenzio; altrimenti, questa lode degenererà in un balbettio delle labbra spogliato di vita. Grazie a questi focolari di vita interiore questo pericolo è respinto; le anime possono meditarvi davanti a Dio nel silenzio e nella solitudine, per essere nel cuore della Chiesa i cantori dell'amore che tutto vivifica.




Martedì della XI settimana del Tempo Ordinario




Nella sua morte in croce si compie 
quel volgersi di Dio contro se stesso 
nel quale Egli si dona per rialzare l'uomo e salvarlo
 — amore, questo, nella sua forma più radicale. 
Lo sguardo rivolto al fianco squarciato di Cristo, 
perchè è lì che questa verità può essere contemplata. 
E partendo da lì deve ora definirsi che cosa sia l'amore. 
A partire da questo sguardo 
il cristiano trova la strada del suo vivere e del suo amare.


Benedetto XVI




Dal Vangelo secondo Matteo 5,43-48.

Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.


IL COMMENTO




La perfezione è un amore che non è di questo mondo. E' l'amore che giunge sino al nemico. Ma chi è il nemico? Buona domanda. Le anime belle diranno che non hanno nemici. Ingannandosi. Niente pacifismo, e neanche non-violenza, che si traduce in un altro tipo di violenza, immancabilmente. Niente sfilate, niente manifestazioni, niente bandiere arcobaleno, ma amore. Amore crocifisso, la vita donata, senza riserve. Sant’Agostino ci insegna che "la misura dell’amore è amare senza misura", ossia infinitamente, come ama Dio. L'amore manifestato in Cristo. L'amore che non resiste al male, che non fa calcoli, che, paziente, si lascia tradire, insultare, disprezzare. L'amore che non cerca il proprio interesse, o gratificazioni e gratitudine. L'amor puro che ama perchè ama. E basta. E' un amore che non è di questo mondo, non ci appartiene per natura.


Scriveva H. De Lubac: "L'umanesimo cristiano deve essere un umanesimo convertito. Nessun amore naturale può esistere senza l'irruzione nel soprannaturale. Ci si deve perdere per trovarsi. Dialettica spirituale, la cui inesorabilità si impone all'umanità come al singolo, vale a dire sia al mio amore per l'uomo come al mio amore per me stesso. Legge dell'exodus, legge dell'exstasis" (H. De Lubac, Katholizismus als Gemeinshaft). L'amore che ci annuncia oggi il Signore è dunque l'amore pasquale, che passa attraverso la Croce per esplodere nella risurrezione, l'esodo che conduce all'estasi, la visione del Cielo, la visione di Cristo risuscitato.


E' l'esperienza di Santo Stefano, inginocchiato in un amore che è esattamente quello di Gesù: sotto i colpi della lapidazione, il cuore di Stefano, ricolmo di Cristo, traboccante del suo amore, schiude i suoi occhi alla contemplazione del compimento. Nel martirio, nell'amore ai suoi persecutori egli è già nel Cielo. La preghiera per i nemici conduce lo sguardo di Stefano al volto di Cristo risuscitato alla destra del Padre. E' il Cielo in terra e la terra in Cielo. Per questo l'amore al nemico e' un dono celeste, non può essere un frutto degli sforzi umani. Non si colora dell'indifferenza con la quale, indossando sorrisi e compromessi di tolleranza, crediamo di risolvere i problemi. No. In certe situazioni, quando appare il nemico, si può solo amare.


La moglie, il marito, i figli, sì proprio i figli, i colleghi, i condomìni, i parenti, gli amici, quando cercano di invadere i nostri territori si tramutano in nemici. Quando l'altro parte alla conquista delle nostre idee, dei nostri schemi, delle nostre certezze, delle decisioni, del tempo, del denaro, dei nostri diritti. Ecco, decine di volte al giorno ci imbattiamo nei nemici, spesso con i soliti nemici, e si finisce con il divorziare, giuridicamente o solo nel cuore, e, comunque, si spezza qualcosa, perchè ci è impossibile amare oltre la morte che l'altro, diventatoci nemico, spesso solo con la presenza, ci procura. Come potremo amare allora? Come potremo essere perfetti, cioè felici, realizzati, compiuti, secondo il senso etimologicamente più profondo della parola che appare nel Vangelo? La perfezione è innanzi tutto non mancare di nulla.


Solo chi è perfetto davvero, cioè colmo d'amore, può amare. Solo chi ha conosciuto il Buon Pastore che nulla fa mancare alle sue pecore, può vivere senza difendere nulla, perchè la vita che riceve è eterna, non può finire. Anche se strappata non si esaurisce. Perfetto è il figlio che confida in suo padre, nella certezza che mai gli farà mancare qualcosa. Perfetto è Gesù, il Figlio che possiede tutto quello che è di suo Padre. Per questo ama, dona la sua vita ancr prima che qualcuno gliela tolga. Nei discorsi di Gesù il Padre appare come la fonte di ogni bene, come il criterio di misura dell'uomo divenuto retto («perfetto»): «Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni...» (Mt 5,44s). «L'amore sino alla fine» (cfr. Gv 13,1), che il Signore ha portato a compimento sulla croce pregando per i suoi nemici, ci mostra la natura del Padre: Egli è questo Amore. Poiché Gesù lo pratica, Egli è totalmente «Figlio» e ci invita a diventare a nostra volta «figli» - a partire da questo criterio" (Benedetto XVI).


Perfetti sono i figli nel Figlio, i cristiani che tutto ricevono dal Padre, la pienezza della vita, della pace, della felicità. Ancora Benedetto XVI ci aiuta a comprendere, attraverso le parole dell'Enciclica "Deus caritas est": "Egli per primo ci ha amati e continua ad amarci per primo; per questo anche noi possiamo rispondere con l'amore. Dio non ci ordina un sentimento che non possiamo suscitare in noi stessi. Egli ci ama, ci fa vedere e sperimentare il suo amore e, da questo « prima » di Dio, può come risposta spuntare l'amore anche in noi.... Si rivela così possibile l'amore del prossimo nel senso enunciato dalla Bibbia, da Gesù. Esso consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Questo può realizzarsi solo a partire dall'intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest'altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico. Al di là dell'apparenza esteriore dell'altro scorgo la sua interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione, che io non faccio arrivare a lui soltanto attraverso le organizzazioni a ciò deputate, accettandolo magari come necessità politica. Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all'altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno".


Ecco, l'amore è un dono di Dio che possiamo sperimentare in ogni istante della nostra vita. E- la libertà autentica, che non ingabbia i rapporti nelle regole di una misera economia dei sentimenti. L'eros dei pagani è passione, è sentimento che si esaurisce nel perimetro del contraccambio, che evapora quando l'altro non corrisponde al nostro affetto secondo quanto ci aspettiamo. L'amore di Dio è un amore che non calcola, non progetta: Dio ama e basta. Anche ora, che siamo nemici di Dio, nei pensieri, nelle parole, negli sguardi. Riflettiamo bene, cosa abbiamo pensato di quel collega? Come abbiamo guardato quella ragazza sull'autobus? E potremmo continuare. E Dio? Dio ci ama, ci perdona, di dona la sua vita. Ci dona Cristo, ora, completamente, perfettamente. Accoglierlo giorno per giorno è compiere questo Vangelo. E' la perfezione dell'amore, essere uno con Gesù. Semplicemente, perchè si compia in noi lo straordinario per il quale siamo nati: l'amore celeste compiuto nella nostra debolezza. Amare straordinariamente il marito, la moglie, i figli, il fidanzato, l'amico. Straordinariamente, oltre i confini dell'ordinario: l'amore sino alla fine dell'altro, dove termina la sua dolcezza, la sua simpatia, la sua bellezza e iniziano i difetti, l'insopportabilità, i peccati. Amare sino a dove ci ha amato Dio, perchè in quell'amore siamo stati uniti a Lui indissolubilmente, per sempre. L'amore che, come pioggia, scende sull'altro, sia come sia, che sorge come sole di giustizia ogni giorno; amore che si fa preghiera che intercede desiderando il bene autentico dell'altro, l'incontro decisivo ed eterno con Cristo.  




Gregorio di Narek (circa 944 - vers 1010), monaco e poeta armeno
Libro di preghiere, n° 74 ; SC 78, 389

« Perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni »


Tanti sono i miei debiti, al di sopra di ogni numero,
eppure non sono tanto sorprendenti quanto la tua misericordia.
Molti sono i miei peccati,
eppure saranno sempre pochi, in confronto al tuo perdono...
Cosa potrà fare un pò di tenebra
alla tua luce divina?
Come può un po' di oscurità rivaleggiare
con i tuoi raggi, tu che sei grande!
Come la concupiscenza del mio corpo fragile
potrà essere paragonata
con la Passione della tua croce?
Che sembianze possono avere
agli occhi della tua bontà, o Onnipotente,
i peccati dell’universo intero?
Ecco che essi sono... come una bolla di acqua
che per la tua pioggia abbondante,
scompare subito...

Tu doni il sole
ai cattivi e ai buoni,
e fai piovere per ambedue senza distinzione.
Per gli uni la pace è grande a motivo dell’attesa della ricompensa;...
Ma a coloro che hanno preferito la terra
perdoni per misericordia:
dai anche a loro un rimedio di vita, insieme con i primi;
aspetti sempre che tornino a te.


Sant’Ilario di Poitiers (circa 315-367), vescovo, dottore della Chiesa
Su Matteo, IV, 27 ; SC 254, 149


« Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste »

“Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico...” La legge infatti, esigeva l’amore per il prossimo e lasciava la libertà di odiare il nemico. La fede prescrive di amare i nemici. Con il sentimento universale della carità, essa spezza i moti di violenza che sono nel cuore dell’uomo, non soltanto impedendo all’ira di vendicarsi, ma anche placandola fino al punto di farci amare colui che ha torto. Amare coloro che vi amano spetta ai pagani, e tutti hanno affetto per coloro che gliene manifestano. Cristo ci chiama dunque a vivere in quanto figli di Dio e ad imitare Colui che, con la venuta del suo Cristo, concede ai buoni come ai colpevoli il sole e la pioggia, nei sacramenti del battesimo e dello Spirito. Così ci forma alla vita perfetta con il legame della bontà verso tutti, chiamandoci ad imitare il Padre nel cielo che è perfetto.
Sant'Isacco Siriano (7o secolo), monaco nella regione di Ninive (nell'Iraq attuale)
Discorsi ascetici, 1a parte , n° 60




« Fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni »

Annuncia la bontà di Dio. Infatti nonostante tu sia indegno, egli ti guida, e mentre tu gli devi tutto, non reclama nulla da te. E per aver fatto delle piccole cose, ti dà in cambio grandi cose. Non limitarti a chiamare dunque Dio semplicemente giusto. Poiché non è in rapporto a ciò che fai tu che egli rivela la sua giustizia. Se Davide lo chiama giusto e retto (Sal 32,5), il Figlio suo ci ha rivelato che piuttosto egli è buono e mite: «Egli è benevolo verso gl'ingrati e i malvagi» (Lc 6,35).
Come puoi fermarti alla semplice giustizia di Dio, quando leggi il capitolo sulla paga degli operai? «Amico, non ti faccio torto; io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te. Sei invidioso perché io sono buono?» (Mt 20,13-15). Come possiamo dire semplicemente che Dio è giusto quando leggiamo nel capitolo del figlio prodigo che ha dissipato la ricchezza del padre vivendo da dissoluto, come alla sola compunzione mostrata dal figlio, il padre gli corse incontro, gli si gettò al collo e gli diede ogni potere su tutta la sua ricchezza (Lc 15,11s)? Tutto ciò non ci viene detto da uno qualunque di cui poter dubitare, ma proprio il Figlio suo rende in prima persona questa testimonianza a Dio. Dov'è la giustizia di Dio? Non è forse in questo «mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8)? Se Dio si mostra compassionevole quaggiù, crediamo che lo è da sempre.