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Sabato della IV settimana del Tempo Ordinario


Noi abbiamo bisogno di questo intimo legame con Dio nella nostra vita quotidiana.
E come possiamo ottenerlo? Attraverso la preghiera

Beata Teresa di Calcutta


Mc 6,30-34


In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato.
Ed egli disse loro: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”.
Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte.
Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero.
Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

IL COMMENTO

Di questi tempi l'importante è avere da fare. Essere impegnati, le agende piene. I cosiddetti operatori pastorali sempre in giro a far cose, ma anche le mamme e i papà, e i rispettivi pargoletti. Attività scolastiche e para-scolastiche, lavorative e para-lavorative, impegni sociali e aiuto ai più deboli. "Opzioni preferenziali per i poveri" e corse per dare una mano. E oggi il Vangelo come una saetta vibra una parola tra le ore indaffarate delle nostre vite: commozione, che nel greco del Vangelo, è una parola vicinissima a "viscere", al cuore della vita che risiede nel seno di una madre. Gli apostoli vanno, inviati da un amore più grande, l'amore di una madre, assorbito nell'intimità con il Signore. La missione, qualunque missione, si svela nel cuore di Maria, ferito dall'amore, come quello del suo Figlio; "Chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino" (Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 37). Predicano, annunciano, guariscono. Tornano e si rifugiano dal loro Amato, il Signore che li "rapisce" in un luogo di riposo. Sono questi i ritmi autentici della vita. L'intimità con il Signore, segnata dal prima e dal dopo la missione, la partenza e l'arrivo d'ogni attività: Lui, Gesù. Ogni istante inscritto nell'unione profonda con il Signore. Da Lui, per Lui, con Lui, a Lui.
 
L'intimità con il Signore, secondo la Scrittura condensata nel Vangelo di oggi, ha un luogo, il deserto. Qui si svela come l'intimità, il riposo, lo stare con il Signore, siano la fonte e la radice di ogni missione, perchè essa sorge nel deserto. Il deserto nella Bibbia è il luogo della memoria dell’amore e dell’ascolto dell’Amato: è il luogo del primo amore, quello a cui ritornare sempre per non abbattersi di fronte alle difficoltà: “Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata” (Ger. 2,2). Ma il deserto, in ebraico “midbar”, è anche il luogo-simbolo dell’ascolto della Parola, in ebraico: “dabar”; al centro della missione vi è dunque un luogo dove amare, e dove amare è ascoltare, perchè ascoltare è obbedire, e dove vi è obbedienza vi è sempre amore, il puro amore.
 
Nel deserto cresce l'amore degli apostoli, nell'ascolto obbediente della parola di Gesù la fede si fa adulta. Come Maria, secondo le parole dei Padri, la Chiesa diviene il “deserto fiorito”, la debolezza rivestita della Grazia, l'ascolto che dischiude alla Parola il potere di trasformare il deserto dell'impossibile umano nel possibile di Dio. Il deserto è così l'esperienza che si fa memoriale e fondamento per ogni missione, anche la più difficile, anche quella che conduce al martirio, sia esso quello del sangue, sia esso quello di una predicazione in una terra indifferente, sia esso quello di un giovane che voglia vivere un fidanzamento casto, sia esso quello di una madre che si apre alla vita, sia esso quello di chi non resiste al male e si lascia privare dell'onore offrendo l'altra guancia.
 
Il deserto infatti è anche il luogo della prova. Nel Deuteronomio è scritto: “Il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire” (Dt. 8,14-16). Si tratta delle prove conosciute da Israele nel cammino dell’Esodo, ma evocano anche la dura prova della Donna dell'Apocalisse, perseguitata dal drago che vuole divorare il bambino appena nato. Questa donna è Maria, che ha conosciuto la prova della fede, la spada che le ha attraversato l'anima, come la lancia che ha ferito il costato del suo Figlio. Nel deserto Ella fugge per esservi nutrita, esattamente come gli apostoli nel Vangelo di oggi. “Egli lo trovò in terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo circondò, lo allevò, lo custodì come pupilla del suo occhio. Come un'aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali. Il Signore lo guidò da solo, non c’era con lui alcun dio straniero” (Dt. 32,10-12).
Nel mezzo delle angustie e delle persecuzioni sofferte per il Vangelo il Signore dona a Maria e ai suoi figli le "ali della grande aquila" per volare nel deserto preparato per la Chiesa, per gli Apostoli, per ciascuno di noi, come un luogo di rifugio, un porto sicuro dove attraccare la barca della nostra vita; dove imparare l'amore nell'ascolto, dove sperimentare la potenza e la protezione di Dio, dove essere nutriti dall'unico alimento che sazia e rende capaci di qualunque cosa, come è stato per Elia che, nutrito dal cibo del Cielo, ha sfidato gli idoli uscendone vincitore.
 
Possiamo far mille cose, ma senza l'esperienza del deserto, senza vivere come in una cella dove essere con il Signore, se non è Lui il centro, tutto ciò che facciamo, fosse anche il miracolo più straordinario, non sarà altro che l'ennesima iniezione di fumo a riempire un vuoto abissale. Lo diceva San Paolo, si può far tutto, anche le cose più sante, ma senza la Carità, senza Cristo, è tutto fumo, vapore, vanità di vanità. "Occorre guardarsi, osservava San Bernardo, dai pericoli di una attività eccessiva, qualunque sia la condizione e l’ufficio che si ricopre, perché le molte occupazioni conducono spesso alla "durezza del cuore", "non sono altro che sofferenza dello spirito, smarrimento dell’intelligenza, dispersione della grazia... Ecco dove ti possono trascinare queste maledette occupazioni, se continui a perderti in esse… nulla lasciando di te a te stesso" (Benedetto XVI, Angelus del 20 agosto 2006; San Bernardo, De consideratione. II, 3).
 
Per questo perdere la vita nell'evangelizzazione e il riposo che ne segue, sono il frutto d'una commozione che sorge da un cuore unito intimamente a Cristo, di fronte a chi ci è intorno, alle pecore senza pastore, agli uomini senza Cristo. Occorre oggi guardarci dentro e chiederci che cosa ci muove: un'ansia che ci impedisce star fermi per non incontrare noi stessi, una nevrosi che cerca di dare senso all'inutile susseguirsi delle nostre ore vuote; oppure la commozione, le viscere stesse di Gesù che risuonano d'amore nelle nostre viscere, e che ci proietta in un amore più grande? L'amore che si dimentica di se stesso, che non scrive appuntamenti sulle agende, che non fa conti, ma che, come pane spezzato, si da in pasto ad ogni uomo. Come ripeteva San Francesco: "Donandosi si riceve, dimenticando se stessi ci si ritrova". E questo è vero per ogni atto della nostra vita che si fa annuncio del Vangelo: sbrigare una pratica, cambiare un pannolino, fare la spesa, studiare, uscire con il fidanzato, andare al cinema o guardarsi una partita. Lui in noi, e noi in Lui, e, insieme, per ogni uomo. Che sia questa la nostra vita.
 
 
San Cesario di Arles (470-543), monaco e vescovo
Discorso Morino 26, § 2-5 ; PLS IV, 297-299

« Gesù vide molta folla e si commosse per loro »


La vera misericordia che è nel cielo (cfr. Sal 35, 6), è Cristo nostro Signore. Quanto è dolce e quanto è buona ; senza che nessuno la cerchi, essa è scesa spontaneamente dai cieli e si è abbassata per rialzarci !...

E Cristo ci ha promesso di stare con noi fino alla consumazione dei secoli ; come egli stesso dice nel Vangelo : « Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28, 20). Quanta bontà, fratelli ! È già nel cielo alla destra del Padre, e vuole faticare ancora, con noi, sulla terra. Con noi, vuole avere fame e sete, con noi vuole soffrire, con noi essere straniero. Anzi non rifiuta di morire e di essere carcerato con noi (Mt 25, 35). Vedete quanto è grande il suo amore per noi : nella sua tenerezza indicibile, vuole soffrire in noi tutti questi mali.

Sì, la misericordia venuta dal cielo, cioè Cristo nostro Signore, ti ha creato mentre non esistavi, ti ha cercato mentre eri perduto, ti ha riscattato mentre eri stato venduto... E ora, ogni giorno, Cristo si degna di incorporarsi alla tua umanità. Purtroppo, tanti uomini non accettano di aprire la porta del loro cuore.


Silvano (1886-1938), monaco ortodosso
Scritti

« Da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. Sbarcando, Gesù vide molta folla »


Il Signore mi ha perdonato una moltitudine di peccati e mi ha dato di poter conoscere, per mezzo dello Spirito Santo, quanto egli amasse gli uomini. Il cielo intero si meraviglia dell'incarnazione del Signore : come lui, il Signore supremo, è venuto a salvare, noi peccatori, e ci ha acquisto con le sue sofferenze, il riposo eterno. La mia anima non vuole pensare a nessuna realtà terrena, ma è attirata là dove è il Signore. Dolci per il cuore sono le parole del Signore quando lo Spirito Santo concede all'animo di capirle.

Quando il Signore viveva sulla terra, molta folla lo seguiva ; lungo alcuni giorni, questi uomini non potevano staccarsi da lui, ma dimenticato il nutrimento della terra, erano affamati delle sue dolci parole. L'animo ama il Signore, e quanto lo impedisce di pensare a Dio lo affligge. E se, fin d'ora sulla terra, l'animo gusta così intensamente la dolcezza dello Spirito, quanto più grande ancora sarà la sua gioia lassù !

O Signore, quale grande amore hai dato alla tua creatura ! La mia anima non può dimenticare il tuo sguardo pacifico e mite. 
 

Sabato della IV settimana del Tempo Ordinario



Noi abbiamo bisogno di questo intimo legame con Dio nella nostra vita quotidiana.
E come possiamo ottenerlo? Attraverso la preghiera

Beata Teresa di Calcutta


Mc 6,30-34


In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato.
Ed egli disse loro: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”.
Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte.
Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero.
Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.


IL COMMENTO

Di questi tempi l'importante è avere da fare. Essere impegnati, le agende piene. I cosiddetti operatori pastorali sempre in giro a far cose, ma anche le mamme e i papà, e i rispettivi pargoletti. Attività scolastiche e para-scolastiche, lavorative e para-lavorative, impegni sociali e aiuto ai più deboli. "Opzioni preferenziali per i poveri" e corse per dare una mano. E oggi il Vangelo come una saetta vibra una parola tra le ore indaffarate delle nostre vite: commozione, che in greco, quello del Vangelo, è una parola vicinissima a "viscere", al cuore della vita che risiede nel seno di una madre. Gli apostoli vanno, inviati da un amore più grande, l'amore di una madre, assorbito nell'intimità con il Signore. La missione, qualunque missione, si svela nel cuore di Maria, ferito dall'amore, come quello del suo Figlio;
"Chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino" (Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 37). Predicano, annunciano, guariscono. Tornano e si rifugiano dal loro Amato, il Signore che li "rapisce" in un luogo di riposo. Son questi i ritmi autentici della vita. L'intimità con il Signore, segnata dal prima e dal dopo la missione, la partenza e l'arrivo d'ogni attività: Lui, Gesù. Ogni attività inscritta nell'unione profonda con il Signore. Da Lui, per Lui, con Lui, a Lui.

L'intimità con il Signore, secondo la Scrittura condensata nel Vangelo di oggi, ha un luogo, il deserto. Qui appare come l'intimità, il riposo, lo stare con il Signore siano la fonte e la radice di ogni missione. La missione sorge nel deserto. Il deserto nella Bibbia è il luogo della memoria dell’amore e dell’ascolto dell’Amato: `il primo amore, quello a cui ritornare sempre per non abbattersi difronte alle difficoltà: “Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata” (Ger. 2,2). Ma il deserto, in ebraico “midbar”, è anche il simbolo dell’ascolto della Parola, in ebraico: “dabar”; al centro della misione vi è dunque un luogo dove amare, e dove amare è ascoltare, perchè ascoltare è obbedire, e dove vi è obbedienza vi è sempre amore, il puro amore.

Nel deserto cresce l'amore degli apostoli, nell'ascolto obbediente della parola di Gesù la fede si fa adulta. Come Maria, secondo le parole dei Padri, la Chiesa diviene il “deserto fiorito”, la debolezza rivestita della Grazia, l'ascolto che dischiude alla Parola il potere di trasformare il deserto dell'impossibile umano nel possibile di Dio. Il deserto è così l'esperienza che si fa memoriale e fondamento per ogni missione, anche la più difficile, anche quella che conduce al martirio, sia esso quello del sangue, sia esso quello di una predicazione in una terra indifferente, sia esso quello di un giovane che voglia vivere un fidanzamento casto, sia esso quello di una madre che si apre alla vita, sia esso quello di chi non resiste al male e si lascia privare dell'onore offrendo l'altra guancia.

Il deserto infatti è anche il luogo della prova. Nel Deuteronomio è scritto: “Il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri, per umiliarti e per provarti, per farti felice nel tuo avvenire” (Dt. 8,14-16). Si tratta delle prove conosciute da Israele nel cammino dell’Esodo, ma evocano anche la dura prova della Donna dell'Apocalisse, perseguitata dal drago che vuole divorare il bambino appena nato. Questa donna è Maria, che ha conosciuto la prova della fede, la spada che le ha attraversato l'anima, come la lancia che ha ferito il costato del suo Figlio. Nel deserto Ella fugge per esservi nutrita, esattamente come gli apostoli nel Vangelo di oggi. “Egli lo trovò in terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo circondò, lo allevò, lo custodì come pupilla del suo occhio. Come un'aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali. Il Signore lo guidò da solo, non c’era con lui alcun dio straniero” (Dt. 32,10-12).

Nel mezzo delle angustie e delle persecuzioni sofferte per il Vangelo il Signore dona a Maria e ai suoi figli le "ali della grande aquila" per volare nel deserto preparato per la Chiesa, per gli Apostoli, per ciascuno di noi, come un luogo di rifugio, un porto sicuro dove attraccare la barca della nostra vita; dove imparare l'amore nell'ascolto, dove sperimentare la potenza e la protezione di Dio, dove essere nutriti dall'unico alimento che sazia e rende capaci di qualunque cosa, come è stato per Elia che, nutrito dal cibo del Cielo, ha sfidato gli idoli uscendone vincitore.

Possiamo far mille cose, ma senza l'esperienza del deserto, senza vivere come in una cella dove essere con il Signore, se non è Lui il centro, tutto ciò che facciamo, fosse anche il miracolo più straordinario, non sarà altro che l'ennesima iniezione di fumo a riempire un vuoto abissale. Lo diceva San Paolo, si può far tutto, anche le cose più sante, ma senza la Carità, senza Cristo, è tutto fumo, vapore, vanità di vanità. "Occorre guardarsi, osservava San Bernardo, dai pericoli di una attività eccessiva, qualunque sia la condizione e l’ufficio che si ricopre, perché - così dice al Papa di quel tempo e a tutti i Papi, a tutti noi - le molte occupazioni conducono spesso alla "durezza del cuore", "non sono altro che sofferenza dello spirito, smarrimento dell’intelligenza, dispersione della grazia... Ecco dove ti possono trascinare queste maledette occupazioni, se continui a perderti in esse… nulla lasciando di te a te stesso" (Benedetto XVI, Angelus del 20 agosto 2006; San Bernardo, De consideratione. II, 3).

Per questo perdere la vita nell'evangelizzazione e il riposo che ne segue sono il frutto d'una commozione che sorge da un cuore intimamente a Cristo, di fronte a chi ci è intorno, alle pecore senza pastore, agli uomini senza Cristo. Occorre oggi guardarci dentro e chiederci che cosa ci muove: un'ansia che ci impedisce star fermi per non incontrare noi stessi, una nevrosi che cerca di dare senso all'inutile susseguirsi delle nostre ore vuote; oppure la commozione, le viscere stesse di Gesù che risuonano d'amore nelle nostre viscere, e che ci proietta in un amore più grande? L'amore che si dimentica di se stesso, che non scrive appuntamenti sulle agende, che non fa conti, ma che, come pane spezzato, si da in pasto ad ogni uomo. Come ripeteva San Francesco: "Donandosi si riceve, dimenticando se stessi ci si ritrova". E questo è vero per ogni atto della nostra vita che si fa annuncio del Vangelo: sbrigare una pratica, cambiare un pannolino, fare la spesa, studiare, uscire con il fidanzato, andare al cinema o guardarsi una partita. Lui in noi, e noi in Lui, e, insieme, per ogni uomo. Che sia questa la nostra vita.




San Cesario di Arles (470-543), monaco e vescovo
Discorso Morino 26, § 2-5 ; PLS IV, 297-299

« Gesù vide molta folla e si commosse per loro »


La vera misericordia che è nel cielo (cfr. Sal 35, 6), è Cristo nostro Signore. Quanto è dolce e quanto è buona ; senza che nessuno la cerchi, essa è scesa spontaneamente dai cieli e si è abbassata per rialzarci !...

E Cristo ci ha promesso di stare con noi fino alla consumazione dei secoli ; come egli stesso dice nel Vangelo : « Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28, 20). Quanta bontà, fratelli ! È già nel cielo alla destra del Padre, e vuole faticare ancora, con noi, sulla terra. Con noi, vuole avere fame e sete, con noi vuole soffrire, con noi essere straniero. Anzi non rifiuta di morire e di essere carcerato con noi (Mt 25, 35). Vedete quanto è grande il suo amore per noi : nella sua tenerezza indicibile, vuole soffrire in noi tutti questi mali.

Sì, la misericordia venuta dal cielo, cioè Cristo nostro Signore, ti ha creato mentre non esistavi, ti ha cercato mentre eri perduto, ti ha riscattato mentre eri stato venduto... E ora, ogni giorno, Cristo si degna di incorporarsi alla tua umanità. Purtroppo, tanti uomini non accettano di aprire la porta del loro cuore.



Silvano (1886-1938), monaco ortodosso
Scritti

« Da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. Sbarcando, Gesù vide molta folla »


Il Signore mi ha perdonato una moltitudine di peccati e mi ha dato di poter conoscere, per mezzo dello Spirito Santo, quanto egli amasse gli uomini. Il cielo intero si meraviglia dell'incarnazione del Signore : come lui, il Signore supremo, è venuto a salvare, noi peccatori, e ci ha acquisto con le sue sofferenze, il riposo eterno. La mia anima non vuole pensare a nessuna realtà terrena, ma è attirata là dove è il Signore. Dolci per il cuore sono le parole del Signore quando lo Spirito Santo concede all'animo di capirle.

Quando il Signore viveva sulla terra, molta folla lo seguiva ; lungo alcuni giorni, questi uomini non potevano staccarsi da lui, ma dimenticato il nutrimento della terra, erano affamati delle sue dolci parole. L'animo ama il Signore, e quanto lo impedisce di pensare a Dio lo affligge. E se, fin d'ora sulla terra, l'animo gusta così intensamente la dolcezza dello Spirito, quanto più grande ancora sarà la sua gioia lassù !

O Signore, quale grande amore hai dato alla tua creatura ! La mia anima non può dimenticare il tuo sguardo pacifico e mite.


Venerdì della IV settimana del Tempo Ordinario




http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/PagineDiocesi/images/177/29%20Martirio%20Giovanni%20B.jpg


Se non c'è nessuna verità dell'uomo, egli non ha neppure nessuna libertà.
Solo la verità rende liberi.

Joseph Ratzinger



Mc 6, 14-29

In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, poiché intanto il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risuscitato dai morti e per questo il potere dei miracoli opera in lui». Altri invece dicevano: «E' Elia»; altri dicevano ancora: «E' un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare è risuscitato!».
Erode infatti aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, che egli aveva sposata. Giovanni diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello».
Per questo Erodìade gli portava rancore e avrebbe voluto farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell'ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode per il suo compleanno fece un banchetto per i grandi della sua corte, gli ufficiali e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla ragazza: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le fece questo giuramento: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». La ragazza uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». Ed entrata di corsa dal re fece la richiesta dicendo: «Voglio che tu mi dia subito su un vassoio la testa di Giovanni il Battista». Il re ne fu rattristato; tuttavia, a motivo del giuramento e dei commensali, non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia con l'ordine che gli fosse portata la testa [di Giovanni]. La guardia andò, lo decapitò in prigione e portò la testa su un vassoio, la diede alla ragazza e la ragazza la diede a sua madre.
I discepoli di Giovanni, saputa la cosa, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.



IL COMMENTO


Si, si può perdere la testa per Gesù. La verità, quella che ci fa liberi, quella che non è barattabile, la nemica dei falsi compromessi volti a salvare la pelle. La verità fa perdere la testa. Ci sono sempre tagliatori di teste in cerca di poveri profeti disarmati che annunciano senza posa la verità. E la verità, normalmente è scomoda. Ne sappiamo qualcosa anche noi, quando qualcuno osa rimproverarci, evidenziarci un errore, un peccato. Per la Bibbia correggere un saggio è renderlo ancora più saggio. Correggere uno stolto invece significa attirarne le ire.

Facciamo due conti e vediamo da che parte stiamo. Probabilmente da quella dei tagliatori di teste, degli stolti, come Nabal, letteralmente, colui al quale non si può dire nulla. Uno stolto. Uno che per tacitare la verità e potersi rimirare tranquillo allo specchio non esita a ghigliottinare lo sprovveduto profeta. Eppure la verità ci fa liberi, smaschera il serpente antico e le sue menzogne, svela le catene che ci tengono schiavi, e apre la strada al liberatore, il Signore Gesù, la Verità incarnata per la nostra salvezza.

"Non ti è lecito" gridava Giovanni Battista, e non per un rigido legalismo, ma perchè sei creato per essere libero, felice, e non ti è lecito andare contro natura, il peccato non si addice all'uomo, genera la morte, sempre. Le parole di Giovanni illuminano Erode, sono dirette al fondo del suo cuore, laddove è deposto il seme della verità, del bene, della giustizia. Sono parole capaci di riportare alla luce quel frammento di umanità che, seppure sepolto da una montagna di menzogne, alberga nel cuore di ogni uomo. Erode si era infilato in una strada senza ritorno, condannandosi ad una vita sterile, chiusa nell'egoismo. Una vita infelice. "Se uno prende la moglie del fratello è una impurità, egli ha scoperto la nudità del fratello; non avranno figli" (cfr. Lv. 18,16 e 20,21). La maledizione più grande, non avere figli, scendere nella tomba senza una discendenza, segno di una vita senza frutto, scivolata via senza amore, senza consistenza, una vita in fumo.

Quante giornate, quante relazioni, quanto lavoro, e cosa rimane? Quante volte ci ritroviamo, come Erode, preda di passioni ed entusiasmi che spengono lo sguardo e annichiliscono ogni discernimento. Come Davide che, alla vista della bellezza di Betsabea, chiude in prigione ragione e fede, si lascia trascinare dai vortici della passione, e macchina piani e menzogne per dar corpo agli sconvolgimenti dell'istinto ormai senza freno. Morirà Uria, ucciso dalla malizia di Davide. E morirà il bambino nato dalla passione, perchè ogni pensiero ed ogni azione che non siano ispirate da Dio attraverso la ragione illuminata dalla fede sono senza frutto.

Erode ascoltava perplesso, vigilava, temeva. Ma non era sufficiente. Aveva ormai consegnato il cuore ad Erodiade. Al contrario di Davide, peccatore, fragile, ma uomo secondo il cuore di Dio. Il punto è tutto qui. Un cuore radicato in Dio, anche se cade, è capace di contrizione e di umiltà. Anche se la mareggiata della passione ne ha sconvolto gli equilibri, può tornare ad aggrapparsi all'ancora che non ha smesso di attirarlo a se. Erode invece ha scelto il peccato, lo ha scelto nel fondo del suo intimo, laddove l'uomo è assolutamente libero e si giocano le sue sorti; Erode ha issato l'ancora e la tempesta ha rotto, inesorabilmente, gli ormeggi. Lo si comprende al momento propizio. Per Davide il kairos è giunto con il profeta Natan, le cui parole dissolvono la menzogna e lo conducono al pentimento: "ho peccato"; e, nel riconoscersi peccatore, Davide accetterà, umilmente, le sofferenze che ne conseguono. Erode non può. Il rancore di Erodiade, cui aveva consegnato l'anima, lo trascina nell'abisso, perchè l'accendersi di una passione spalanca sempre il passo a peccati più gravi. Erode ha soffocato la ragione nella carne, e quando la sua carne si adagia in un banchetto che ne sazia le voglie, seduto sulla propria anima, si ritrova sordo e cieco, perde la memoria delle parole del profeta, e promette e consegna la sua vita ad un'immagine effimera, il corpo seducente di una ragazza, che appare ai suoi occhi come l'albero dell'Eden, "buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza". Ed è morte, della Verità prima, della sua anima poi.

Il Vangelo di oggi ci chiama a conversione. A guardare senza sconti la nostra vita, a lasciarci illuminare sui compromessi, sulle situazioni pericolose nelle quali ci troviamo, sull'orlo del precipizio. A chiedere a Dio la grazia del cuore di davide, pronto al pentimento, a rientrare in se stesso come il figliol prodigo, ad ascoltare la voce dei profeti che, con amore e fermezza, ci chiamano a conversione, illuminando quanto, nella nostra vita, "non è lecito", quanto è destinato a restare senza figli, la parte di noi che appartiene alla terra ed è incapace di ereditare il Cielo.

Lasciamoci liberare dalla verità. Lasciamo dunque che l'annuncio ci raggiunga e sconvolga le nostre precarie certezze. Lasciamoci amare sino ad innamorarci perdutamente di Lui, e testimoniare la Verità, il Suo amore infinito. Ovunque. Sino a perdere la testa. Per amore. Per Lui.

Giovedì della IV settimana del Tempo Ordinario





Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 6,7-13.
Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi.
E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche.
E diceva loro: «Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo.
Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro».
E partiti, predicavano che la gente si convertisse,
scacciavano molti demòni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano.


IL COMMENTO

L'annuncio del Vangelo è una porta aperta, quella del Paradiso sprangata da quell'alba oscura dell'umanità. L'annuncio del Vangelo è un cammino di ritorno, la speranza di ritrovare la strada di casa, la propria casa, il Paradiso. L'annuncio del Vangelo giunge ovunque il sudore della fronte e i dolori del parto assediano la vita dell'uomo, e vi depone un seme di libertà. L'annuncio del Vangelo risuona laddove le nostre vite si sbriciolano come polvere, quella di cui siamo fatti, quella a cui il fluire dei giorni e il dolore che li accompagna ci fa ritornare. Il Vangelo plana sulla polvere cui è ridotta la nostra povera esistenza, ferita all'origine, stretta in un'incontenibile nostalgia di casa e Patria, di verità, di sostanza, di eterno, di amore incorruttibile. La nostalgia del Paradiso perduto.

Per questo il Signore invia i Dodici ad annunciare la conversione, il ritorno a casa.
Li manda nudi, li manda di due in due, li manda conferendo loro il potere sugli spiriti immondi, li manda come Adamo ed Eva prima del peccato. Li manda liberi, senza difese e sostegni umani, come Adamo ed Eva prima di mangiare la disobbedienza; li manda semplici e ingenui come colombe, innocenti dell'innocenza del Vangelo, come Adamo ed Eva prima di ascoltare e accogliere le parole ingannatrici; li manda in coppia a mostrare la comunione e l'amore originari, come Adamo ed Eva prima di accusarsi e separarsi; li manda con il potere di sottomettere i serpenti, lo stesso conferito ad Adamo ed Eva; li manda come messaggeri del Paradiso, segni della vita pensata da Dio per ogni uomo, l'intimità semplice e beata radicata nell'obbedienza dell'amore.

Giungono oggi alla nostra vita gli Apostoli del Paradiso, inermi dinnanzi alla nostra libertà. Bussano alle nostre vite per consegnarci le chiavi della casa da cui siamo stati cacciati, dalla quale siamo scappati. Le loro parole, i loro segni, la loro stessa figura ci annunciano la Verità del destino per il quale siamo stati creati. Giungono come angeli, i cherubini che avevano chiuso e difeso le porte del Paradiso ci recano oggi l'annuncio che attendiamo da sempre: "Non è qui, è risorto!". Tutto è cambiato, loro stessi non sbarrano ma schiudono... Sulla soglia della tomba gli angeli ci testimoniano il prodigio capace di cambiare la nostra vita: Cristo è risorto, la sua obbedienza ha distrutto il male ed il maligno. La sua vittoria ci svela l'inganno che ci ha fatto perdede il Paradiso. Ora possiamo tornare a casa, al riposo, alla Pace. Ora la pietra che ci sbarrato il passo all'amore, al perdono, all'offerta della vita, all'obbedienza, la pietra del sepolcro è rovesciata, per sempre. Solo possiamo rifiutare il dono e la Grazia, e rimanere, per sempre, polvere da scuotere da sotto i sandali. Ascoltiamo dunque oggi l'annuncio del Vangelo, come Eva lasciamoci trarre e ricreare dal cuore di Cristo, rinnovati, sanati dall'olio del suo Spirito, soffio di Vita eterna. E' Lui la carne della nostra carne, ossa delle nostre ossa, la nostra unica vita, la nostra dimora, il nostro Paradiso.




Tertulliano (155? - 220?), teologo
Sulla Prescrizione degli eretici 19-21 ; SC 46, p.111

« Credo nella Chiesa...apostolica »

Cristo Gesù, Signore nostro, per tutto il tempo che visse sulla terra manifestò chi egli era, chi era stato, qual era la volontà del Padre, che cosa l'uomo dovesse fare. Questa rivelazione la fece apertamente al popolo e separatamente ai discepoli, fra i quali scelse i Dodici, come partecipi del suo magistero universale... Gli apostoli, il cui nome significa « mandati »...avendo ricevuto, secondo la promessa, lo Spirito Santo che doveva renderli capaci di fare i miracoli e predicare, testimoniarono la fede in Gesù Cristo prima in Giudea e poi in tutto il mondo, istituendo ovunque chiese particolari. Ovunque fecero risuonare il medesimo insegnamento e annunziarono la medesima fede. Così fondarono chiese in ogni città.

Da queste ricevettero la linfa della fede e i segni della dottrina tutte le altre chiese e tutte le altre popolazioni che tendono a divenire chiese. Tutte queste chiese venivano considerate apostoliche, in quanto figlie delle chiese degli apostoli...Tra tante e tanto grandi chiese, unica è la prima fondata dagli apostoli e dalla quale derivano tutte le altre... Che cosa poi gli apostoli abbiano predicato, cioè che cosa Cristo abbia loro rivelato, non può essere altrimenti provato che per mezzo delle chiese stesse che gli apostoli hanno fondato.





Mercoledì della IV settimana del Tempo Ordinario



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Dal Vangelo secondo Marco 6,1-6.


Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù andava attorno per i villaggi, insegnando.


IL COMMENTO


I discepoli seguono Gesù di ritorno nella sua Patria dove impareranno quanto seria sia la chiamata che li aveva raggiunti. Lo sguardo di Gesù li aveva colti nelle loro ore, al lavoro, in famiglia, persino sui luoghi del peccato. Quello sguardo si era fatto parole, irresistibili, vive, efficaci, energiche, come
una spada a doppio taglio giunta sino al fondo della loro anima scrutandone i recessi; improvvisamente si erano sentiti conosciuti, ed amati, come mai. Impossibile non seguirlo, non lasciarsi attrarre da quell'Uomo che gli era entrato dentro e non si era scandalizzato di loro. Peccatori, impostori, erano quello che erano, rozzi ed ignoranti, ma Lui li aveva guardati e aveva sfiorato il fondo del loro cuore, e lo aveva amato. Non aveva posto condizioni, era tutto gratuito, era un cammino di libertà che si schiudeva, e non si poteva resistere. Li aveva strappati alla casa, alla famiglia, alla Patria. Erano con Lui, e questo bastava a lasciar tutto in un istante e seguirlo.

Avevano visto miracoli, li aveva compiuti anche a casa loro. Segni d'un Cielo che era diventato Terra, e di una Terra che s'era innalzata sino a diventare Cielo. Erano stati testimoni delle vittorie di Gesù, sui demoni, i peggiori, i più pericolosi; avevano visto la libertà sui volti stupiti di chi aveva passato una vita oppresso dalla schiavitù. Avevano contemplato
le opere e le parole di Gesù, senza capire, come storditi e con il cuore indurito, interrogandosi su chi fosse in realtà. Si erano impauriti nella tempesta, avevano dubitato e mormorato. Ma erano ancora lì, con Lui, dietro di Lui, seguendone le orme.

E ora era Nazaret, la sua casa, la sua famiglia, i suoi amici, la sua Patria. Ora lo avrebbero conosciuto meglio, sulle tracce della sua storia, tra le pieghe della sua vita nella carne. Ed erano giunti, di sabato, nella Sinagoga; la sua scuola, i suoi maestri, le sue preghiere. Ma succede qualcosa d'imprevisto, e ancora una volta, come tante altre, le parole di Gesù scuoteranno le loro esistenze, trancieranno certezze, illumineranno, formeranno. Nazaret sarà l'esperienza dello scandalo.

La Patria di Gesù, la carne della carne di Lui, imbattendosi nelle sue parole, si ribella, si agita, ed è stupore, e sono domande, ed è scandalo. Questa parola - skandalon - significa letteralmente "pietra che fa inciampare". Gesù, per la sua Patria, per amici e parenti, era come un sasso capitato tra i piedi, e tutti, tranne Maria, v'erano inciampati. E' lo scherzo che gioca la carne. Essa è come fiore del campo, al mattino fiorisce, al tramonto dissecca. La governano gli umori, i sentimenti, e sono vapori, vanità di vanità, che il vento porta via in un baleno. Affetti, amori, passioni, la melma che muove la carne. A Nazaret come nelle nostre case, nelle nostre famiglie. Gelosie, invidie, competizioni, speranze, progetti, regole e leggi, tutto quanto agita le relazioni familiari, i legami di sangue. Anche quando gli affetti sembrano più puri, il veleno della corruzione ne mina la limpidezza e la gratuità. Ne siamo tutti testimoni, anche i bimbi più piccoli ne fanno esperienza quotidiana.

Il Salmo 50 fotografa la realtà di ogni uomo: "Nel peccato mi ha concepito mia madre". Il peccato originale si trasmette come una malattia ereditaria, è necessario un intervento alla radice per estirparlo. Non si tratta di selezione eugenetica, Dio non pensa come l'uomo; se così fosse saremmo tutti embrioni strappati al seno di nostra madre. Lo scandalo della carne, l'incapacità di amare l'altro così come è, di lasciarlo libero, senza far mancare aiuto e misericordia. Quanti genitori legano i figli sino a soffocarli, spesso subdolamente; o sono incapaci di correggere per paura di essere rifiutati; quanti coniugi vivono in un continuo compromesso che accumula fascine al fuoco del risentimento; e quante esplosioni e incendi, e devastazioni, e matrimoni distrutti, e figli sbandati. La carne non può superare il suo limite, e questo è il peccato. Per questo Gesù dirà che chi non odia suo padre, sua madre, il marito, la moglie, i fratelli, i figli, la Patria, persino la propria vita, non può essere suo discepolo. Non può seguirlo. Chi ama la sua vita, chi fa un assoluto di questa vita di carne fatta di schemi, relazioni, criteri, affettività, la perderà, gli sfuggirà di mano come sfugge qualcosa di mano quando si inciampa. Chi fonda la sua vita sulla carne vivrà la maledizione della corruzione, non vedrà alcun bene, sarà cieco e senza discernimento, e inciamperà, si scandalizzerà.

La carne è un diaframma che si frappone tra lo spirito dell'uomo e Dio, ne impedisce il contatto libero e gioioso. La carne spinge all'adulazione, all'autogratificazione, alla difesa; la carne usa di tutto e di tutti per se stessa, non conosce gratuità. E, all'apparire della sofferenza, del fallimento, della solitudine si scandalizza. La carne, nello svelarsi per ciò che è, si disintegra ed è il terremoto dell'esistenza, tutto crolla, e lo scandalo ci uccide. E' l'esperienza di Pietro, profonda, simile a quella di ciascuno di noi. Il Padre dal Cielo gli rivela il cuore della fede, l'identità di Gesù, e gli schiude le labbra per proclamare che quell'uomo che viene da Nazaret è il Figlio di Dio, il Kyrios, il Signore. Pietro assapora la beatitudine di chi ha superato i vincoli e l'impotenza della carne, l'intimità con Dio, e, per questo, s'è visto chiamato e costituito come pietra di fondamento della Chiesa. La fede donata dal Padre, il tesoro nel vaso di creta della sua natura così fragile. Ma l'annuncio della passione, dell'opera del Padre che il Figlio deve compiere a Gerusalemme risveglia la carne ancora viva, l'uomo vecchio erompe in un grido di difesa e cristallizza in parole di sdegno lo scandalo provocato dala Croce.

Pietro è inciampato perchè voleva correre davanti a Cristo, guidarlo sui sentieri del mondo e della carne, secondo la sua logica, quella che non conosce il Cielo
. E Pietro dovrà sentirsi apostrofare da Gesù come satana, colui che della carne ha il dominio guidandone il pensiero, così diverso da quello di Dio. E nello stesso tempo Pietro diviene scandalo per Gesù, la pietra che invece di fondare la Chiesa, si frappone come ostacolo al suo cammino verso il compimento della volontà del Padre. E' lo scandalo della Patria di Gesù, incapace di uscire dalla conoscenza effimera della carne. Pensano d'aver capito, di sapere, e non si rendono conto che non possono credere perchè cercano la gloria, la sostanza, il peso della vita, secondo il significato della parola greca, gli uni dagli altri, dalla carne. Chiedono vita ai legami di sangue, alle tradizioni dei padri, alle conoscenze epidermiche, e cadono e si spengono i loro occhi, e rifiutano ogni miracolo. E' la maledizione di chi non vede oltre il fatto biologico, ed il bene, l'amore misericordioso di Dio, scivola via. Come succede a noi, ogni giorno.

Per questo Gesù dirà a Nicodemo che occorre rinascere dall'alto, entrare in un nuovo seno, che è quello della Chiesa, il fonte battesimale. In esso si lascia morire l'uomo vecchio, si rinuncia a satana, alle sue seduzioni, alle sue pompe, alla carne. Immergendosi nell'acqua del battesimo si odia tutto quello che si frappone come un ostacolo a Cristo, alla sua vita, allo Spirito Santo. E l'uomo nuovo è libero, come il vento, e vive ogni relazione liberamente, seguendo le orme di Cristo, anche quando conducono per sentieri impervi e che non vorremmo percorrere. Come sarà per Pietro, che, da vecchio, sarà condotto dove la sua carne non vorrà andare. Per questo non si può cercare di raccattate i cocci delle nostre relazioni, e andare a seppellire i morti lasciati lungo la via, tutti i rapporti familiari che non possono essere sanati per la forza della carne, della buona volontà, delle terapie di coppia; non si tratta neanche di andare a salutare quelli di casa, di cercare di spiegarsi, di lasciarsi in pace dentro promesse e propositi che non compiremo mai. Chi guarda indietro con rimpianto, chi pensa a quel che avrebbe potuto fare, chi ancora cerca nella carne l'impulso ad essere di Cristo, non può seguirlo.

Ma il Signore passa e chiama, e la sua Parola scende fino all'intimo, e recide le radici velenose, e fa male certo, ma è un dolore che libera, e fa nuove tutte le cose. Non possiamo essere se non seguendo il Signore. Non possiamo amare se non odiando la schiavitù della carne. Essa è redenta e sanata, liberata e santificata da Cristo. L'incarnazione fa nuova la carne, la conduce alla Croce e la innalza sino al Cielo. E' il cuore della fede della Chiesa, la risurrezione di Cristo e la risurrezione della carne. Ma essa non avviene senza la Croce, scandalo e stoltezza per chi non vuol ascoltare, salvezza per chi accoglie l'annuncio del Signore.

A Nazaret i discepoli hanno cominciato ad imparare tutto questo, come noi nella Chiesa. E, a poco a poco, attraverso un lungo cammino, impareranno che l'unica Patria, l'unica famiglia di Gesù sono quelle composte da chi ascolta e custodisce e compie la Parola di Dio. Quella stessa Parola che li aveva intercettati tra le reti della carne, li libererà, ne farà uomini nuovi, e si compirà in loro per la grazia dello Spirito Santo; saranno così, come ognuno di noi, per tutte le generazioni, i veri parenti di Gesù, i suoi fratelli, le sue sorelle, la sua madre; ed ogni luogo che calcheranno sarà la sua Patria, sino a giungere a quella celeste, il Regno promesso che ci attende in Cristo Gesù.




Sant'Agostino
(354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorsi

« Non è costui il carpentiere ? »


Poiché la superbia ci ha fatto allontanare, l'umiltà ci farà ritornare... Come il medico, stabilita la diagnosi, cura la malattia nella sua causa, anche tu guarisci l'origine del male, guarisci la superbia ; allora non ci sarà più in te alcun male. Per guarire la tua superbia, il Figlio di Dio e sceso ; si è fatto umile. Perché inorgoglirti ? Per te Dio si è fatto umile. Forse ti vergogneresti a imitare l'umiltà di un uomo ; imita almeno l'umiltà di Dio. Il Figlio di Dio si è fatto umile ; è venuto nell'uomo. A te, viene ordinato di essere umile ; non ti viene domandato di diventare una bestia. Lui, Dio, si è fatto uomo. Tu, uomo, riconosci che sei uomo ; tutta la tua umiltà consiste nel conoscerti.

Ascolta Dio come ti insegna l'umiltà : « Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato » (Gv 6, 38). Sono venuto, umile, ad insegnare l'umiltà, come maestro di umiltà. Colui che viene a me, viene incorporato in me ; diviene umile. Chi aderisce a me sarà umile ; non fa la mia volontà, ma quella di Dio. Perciò non sarà respinto (Gv 6, 37), come quando era superbo.


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Martedì della IV settimana del Tempo Ordinario





Mc 5,21-43

In quel tempo, essendo passato di nuovo Gesù all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare. Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi e lo pregava con insistenza: "La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva". Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: "Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita".
E all'istante le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male. Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: "Chi mi ha toccato il mantello?". I discepoli gli dissero: "Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?". Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Gesù rispose: "Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male".
Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: "Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?". Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: "Non temere, continua solo ad aver fede!". E non permise a nessuno di seguirlo fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. Entrato, disse loro: "Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme". Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. Presa la mano della bambina, le disse: "Talità kum", che significa: "Fanciulla, io ti dico, alzati!". Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare.


IL COMMENTO


"Chi mi ha toccato?". Uno tra mille. E Lui si accorge di chi lo ha toccato, con fede. Con ansia, paura, sofferenze, fallimenti. E con fede. Andiamo a messa, preghiamo, chiediamo grazie. Ci impegniamo "nel sociale", facciamo, forse, i bravi preti, le brave mamme, i bravi papà. Facciamo elemosine. Volontariato, gruppi, gite e pellegrinaggi. E Lui non si accorge di nulla. Meglio, nulla di tutto ciò scuote il Signore, nulla carpisce la Sua forza.

Il flusso del sangue è, nella Bibbia, Vita che si perde e morte che lambisce l'esistenza. Per questo l'emorragia rendeva impuri, impossibilitati al culto, alla relazione stessa con Dio. Un anticipo dell'inferno dal quale occorreva purificarsi attraverso le abluzioni e un rigido rituale. La donna del Vangelo di oggi era impura da dodici anni, un numero che indica i mesi di un anno, immagine della totalità dell'esistenza. Peggiorando. E' la nostra vita, che ci sfugge senza riuscire a trattenerla, progetti che se ne vanno in fumo, relazioni fallimentari consegnate agli psicologi, terapie di gruppo, tentativi di uscire dai tanti tunnel che incupiscono i nostri giorni. E sempre senza successo, anzi peggiorando. Sempre più poveri, dilapidando ogni avere.

Ma c'è il Signore, ed é in mezzo a noi. E' all'opera e passa beneficando, anche ora sta seguendo uno dei tanti Giairo che lo implorano avendo ascoltato qualcosa di Lui, l'annuncio che Lui puó guarire davvero. Passa Gesú, il Profeta, il Salvatore, il Messia. Passa Colui che il nostro cuore attende da sempre. Si tratta semplicemente di raggiungerlo e toccarlo. Anche solo di sfuggita, anche solo il lembo del Suo mantello, il mantello del Profeta che, come quello di Elia, ha il potere di salvare. La Vita che abbiamo perso è in Lui, toccarlo è riaccenderla.

Ma sorge una domanda: abbiamo mai toccato Gesù? La donna del Vangelo lo tocca prima con la mente e con il cuore, lo tocca dentro di lei, dal fondo della sua disperazione, dal buio della sua impotenza. Tanti si accalcano, forse lo toccano, ma è curiosità, religiosità, un tentativo, un numero in più sulla ruota della vita. Per lei no, per lei è questione di vita o di morte. O Lui o la morte, quella definitiva, l'inferno di cui aveva fatto esperienza sino ad allora. Dal cuore, dal desiderio disperato che si traduce in speranza, la sua mano si allunga e, da dietro, come il pubblicano nascosto nell'ombra al fondo del tempio, lo tocca tremante. E torna alla vita. Impura tocca il puro, infrangendo la legge secondo la quale non avrebbe
assolutamente dovuto. Cosí facendo infatti, la donna contamina Gesù, (cfr. Lev. 15, 19-33) lo tocca e lo attira dentro la propria immondezza. Lei sa che toccarlo da impura significava renderlo impuro come lei. Per questo si avvicina da tergo e lo tocca forse in un baleno, sperando d'essere salvata senza essere riconosciuta, senza che nessuno se ni dia conto e accusi Gesú.

Ma il Signore va oltre le apparenze, Lui guarda il cuore. Si rende conto di quel che è successo, che la morte di quella donna lo aveva raggiunto strappandogli la vita. Il flusso di morte lo investe e apre la sorgente del flusso di vita. A Lui la morte a lei la Vita. Il mistero pasquale si compie in un incontro, immagine d'ogni sacramento che ridona la vita realizzando quel che significa, la vittoria di Gesù sulla morte. I due sanno quello che é successo, laddove gli occhi della carne non possono arrivare. Per questo ora Gesú la cerca, la vede, e il suo sguardo la chiama. Finalmente libera e tornata alla vita, anche lei sa quel che le è accaduto. Incontra il Suo sguardo e gli si getta ai piedi e professa la sua fede, la su Redditio Symboli, lì, accasciata davanti al Signore che l'ha salvata, racconta la sua vita, la verità, quella che l'ha fatta libera. Racconta e testimonia l'incontro seguito all'annuncio, come Gesù abbia avuto il potere di salvarla, laddove tutti e tutto avevano fallito. E diventa figlia, rigenerata nel potere di Gesù, attraverso la porta della fede che l'ha salvata prima di guarirla.

Ora può andare in pace, sanata alla radice dal male che l'affliggeva. Sanata perchè salvata. L'audacia della sua fede ha aperto il cuore di Dio, perché toccarlo significa la fede pura, gettarsi in Lui anche dal fondo del peccato più grave. La fede è ascoltare un annuncio e seguire i passi di Gesù sino a toccarlo dal fondo di quel che siamo veramente. Gridare a Lui dalla cella nella quale siamo rinchiusi. La fede è sporcare e contaminare Gesù, trascinarlo dentro la nostra vita mezza morta. Fare che si accorga che ci ha salvati. Obbligare il Suo potere a salvarci.
Sembra che il Signore sia quasi incapace di controllare la Sua forza, la dynamisis, il potere con il quale può far scaturire la Vita dalla morte. E' incredibile, ma è l'amore infinito di Dio che, secondo la tradizione rabbinica, prima d'ogni altra cosa ha creato la misericordia, sapendo che l'uomo creato ne avrebbe avuto bisogno. Se oggi siamo schiavi di qualsiasi cosa, se la schiavitù è di lunga data, non temiamo: passa Gesù, oggi nella nostra vita. Corriamo a toccarlo, con il cuore, con la mente, e, concretamente, nella Sua Veste che è la Chiesa dispensatrice dei sacramenti che hanno potere su ogni nostro peccato, su ogni infermità. Lasciamoci salvare toccando la Sua misericordia.



Sant'Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa
Commento sul vangelo di Luca 6, 58-61

« Io dico a te, alzati ! »


Prima di risuscitare una morta, allo scopo di condurre alla fede, Gesù comincia col guarire la donna affetta da emorragia. Il flusso si è fermato per istruirci : quando Gesù si avvicina all'una, l'altra è già guarita. Nello stesso modo, celebriamo la risurrezione nel tempo del Signore, la quale seguì la sua Passione, allo scopo di credere nella nostra vita eterna...

I servi di Giàiro che vengono a dirgli : « non disturbare il Maestro » non credono nella risurrezione predetta nella Legge e compiuta nel Vangelo. Perciò Gesù prende con sè soltanto pochi testimoni della risurrezione che sta per compiersi : infatti non un gran numero ha creduto di primo acchito alla risurrezione. La folla deride Gesù quando egli dichiara : « La bambina non è morta, ma dorme ». Coloro che non credono lo deridano. Che piangano i loro morti, coloro che li credono morti. Per quanti hanno fede nella risurrezione, la morte non è vista come una fine ma come un riposo...

E Gesù, presa la mano della bambina, la guarì ; poi ordinò di darle da mangiare. Questo è una garanzia della vita, affinché non si possa credere che sia un'illusione, ma proprio la realtà. Beata colei la cui mano è tenuta dalla Sapienza ! Piaccia a Dio che anche la nostra venga tenuta, nelle nostre azioni. Che la giustizia tenga la mia mano ; che il Verbo di Dio la tenga ; Egli mi introduca dove egli dimora, distolga il mio spirito dall'errore, e così riconduca colui che egli ha salvato. Che ordini di darmi da mangiare : il pane del cielo è il Verbo di Dio. Questa Sapienza che ha deposto sull'altare il cibo del Corpo e del Sangue del Figlio di Dio ha dichiarato : « Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato per voi » ( Pr 9, 5).