NOVENA DELLA GRAZIA A SAN FRANCESCO SAVERIO


Il grande apostolo dell'Asia, la cui memoria celebreremo il 3 dicembre, è pronto per donarvi la grazia di cui avete bisogno. Vi invito a pregare questa novena, ogni giorno per nove giorni, da oggi (o da domani).







Santa Teresa di Gesù Bambino dopo aver fatto la novena (1896), pochi mesi prima di morire, disse: “Ho domandato la grazia di far del bene dopo la mia morte, e adesso sono sicura d’essere stata esaudita, perché per mezzo di questa novena si ottiene tutto ciò che si desidera”.


O amabilissimo e amatissimo San Francesco Saverio, con te adoro con riverenza la divina Maestà. Mi compiaccio degli specialissimi doni di grazia di cui Dio ti ha favorito durante la tua vita terrena e di quelli di gloria di cui ti ha arricchito dopo la morte e vivamente lo ringrazio. Ti supplico con tutto l’affetto del mio cuore di chiedere per me, con la tua efficacissima intercessione, prima di tutto la grazia di vivere e morire santamente. Ti supplico inoltre di ottenermi la grazia… Ma se ciò che chiedo non fosse secondo la maggior gloria di Dio ed il maggior bene dell’anima mia, ti prego di supplicare il Signore affinché mi conceda ciò che è più utile all’una e all’altra cosa. Amen.

Pater, Ave, Gloria.



Lunedì della XXXIV settimana del Tempo Ordinario





Tutto


Per il «superfluo» non di rado occupiamo le nostre migliore energie, dando importanza agli aspetti marginali della vita, mentre fluiamo sull’essenziale e fondamentale, secondo l'etimologia latina del termine «superfluus», composto da «super» - «sopra» - e «fluus» (da «fluere») - «scorrere». Marginali e «inutili», secondo un altro significato del termine, sono, ad esempio le passioni civili così trendy e quelle sentimentali che, negli sconvolgimenti ormonali, incendiano il cuore; quando catturano la scena dell’esistenza diventandone i protagonisti «assoluti», stringono anima, mente e cuore in un cappio mortale senza recare altro «utile» che l’insoddisfazione e l’ira giustiziera che ne consegue. Al Tempio, i ricchi «gettano» a Dio il loro «superfluo». Essi sono immagine di chi idolatra il proprio impegno e le proprie pretese virtù nell’illusione di darsi agli altri e agli ideali, solo perché assorbono forze, entusiasmi e tempo, ma è incapace di consegnare, oltre la superficie, la «propria vita». La libido, infatti, è attratta irresistibilmente da ciò che ci costruisce, «innalza» e sembra appagare, mentre la paura di morire impedisce di donarci senza riserve. Non è un caso che il contrasto evidenziato dal Signore sia tra una «una povera vedova» e «alcuni ricchi»: essi sono come sposi adulteri perché idolatri. Con le «loro offerte» non si mettono in gioco: impegnando solo il «superfluo» rivelano come i loro rapporti siano chiusi nell’egoismo che tradisce Dio e il prossimo nell'immagine falsa dell'impegno volontaristico. Non si fidano di nessuno perché non conoscono l’amore gratuito, e così offrono, e a caro prezzo, solo quella parte di se stessi che non li espone ai rischi di un impegno autentico e totale, cercando con essa di servirsi di Dio e del prossimo. Tra il «superfluo» e la propria «ricchezza» vi è come un anticoncezionale che li protegge da eventi imprevisti; come accade nei rapporti sessuali chiusi alla vita, pre o post matrimoniali: ci si illude di poter piegare la storia e gli affetti secondo le passioni della carne, traendone una momentanea soddisfazione, senza accorgersi di sciupare così nella sterilità la propria vita e quella degli altri. La «vedova», invece, è fedele al suo unico Sposo. Entra nel Tempio appena purificato dal Signore con la stessa certezza che aveva accompagnato Abramo mentre saliva al Moria per sacrificare il suo unico figlio: il «Dio dei vivi» che poteva risuscitare i morti e non aveva sottratto Isacco a suo padre, le avrebbe restituito, moltiplicato, «tutto quello che aveva per vivere» e che si accingeva a offrire. Giunge al Tempio spogliata d'ogni «superfluo», come l’«ultima nella società», secondo l'originale greco reso nella traduzione con «nella sua miseria». Senza alcuna sicurezza, ha solo quei «due spiccioli» tra le mani: «due» come lei e il suo Sposo uniti in una stessa carne e in un solo spirito; nulla più di quell’amore esclusivo, l’unico capace di farla «vivere». E’ «vedova», segno profetico di chi vive già ogni relazione come i «figli della risurrezione», al di là dell’egoismo carnale. La storia l’ha resa come «un angelo del cielo» che sulla terra non ha più nulla capace di soddisfarla. Anela all’unica cosa «cosa necessaria», il compimento dell’amore con il quale Cristo l’ha sposata, del quale ha sperimentato le primizie. Per questo «getta le due monete» nel tesoro del Tempio, restituendo a Dio la vita da Lui ricevuta, unita al sacrificio di Cristo che ha «gettato» la propria nella morte per riscattarla e farla sua sposa per l’eternità; ella è certa che, proprio donandosi, vedrà compiute le sue nozze come una pietra preziosa incastonata nel Tempio della Gerusalemme celeste. L’amore autentico, infatti, è sempre aperto alla vita che non muore, una profezia escatologica che rivela il Cielo, perché la vita vera, piena e autentica sgorga solo dall’intimità fedele e totale con Cristo. Mentre le «offerte dei ricchi» avranno certamente catturato l’attenzione e il plauso di tutti, nessuno si sarà accorto dei due spiccioli «deposti» dalla «vedova». Ella è lontana dagli sguardi e dalla gloria vana di questo mondo, vive d’amore nel «segreto della sua stanza» nuziale: solo lo Sposo può vederla nuda e abbandonata a Lui. Anche noi siamo chiamati a non aver paura di consegnarci a Dio uniti a Cristo in un rapporto vissuto come un segreto che nessuno può sapere, forse senza apparente significato o valore umano. Così è il dono perseverante di tutta la vita, l'offerta delle piccole cose che la costituiscono; non si tratta di grandi gesti «superflui», ma della «fedeltà nel poco», lo «spicciolo» che costituisce oggi la nostra vita da offrire insieme a Cristo: è Lui che tesse ogni filo della nostra esistenza, anche quello che sembra non avere capo né coda, per farne un drappeggio meraviglioso. Se «gettata» con il Signore e «deposta» nel «tesoro» del suo amore, questa giornata ha dunque, istante per istante, un valore infinito, come uno spicciolo d’oro incorruttibile che risplende già per l’eternità, accanto a Cristo e a tutti coloro che, per mezzo del sacrificio silenzioso di noi stessi, saranno accolti in Cielo: sappiamo infatti che «Dio non esige il valore del metallo luccicante, ma quell'oro che nel giorno del giudizio il fuoco non può consumare» (S. Ambrogio).





L'ANNUNCIO
In quel tempo, mentre era nel tempio, Gesù, alzati gli occhi, vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro. Vide anche una povera vedova che vi gettava due spiccioli e disse: “In verità vi dico: questa vedova, povera, ha messo più di tutti. Tutti costoro, infatti, han deposto come offerta del loro superfluo, questa invece nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere”.
 (Dal Vangelo secondo Luca 21, 1-4)







Il superfluo è esattamente la zona della vita dove passiamo la maggior parte del nostro tempo e per la quale occupiamo le nostre migliore energie e risorse. Francamente, il superfluo, tutto ciò che è periferico a quel che davvero conta, tutto quello che è laterale alla tremenda serietà della vita, questo davvero ci appassiona e ci trascina. Facciamo surf sulle onde della vita,  fluiamo sopra gli eventi e le relazioni, non vi entriamo mai realmente, secondo l'etimologia latina del termine superfluus composto di super - "sopra" - e fluus da fluere - "scorrere"-. 

L'illusione di essere vivi e di vivere fino in fondo le cose, ha quasi sempre il sopravvento su ogni timido tentativo di prendere seriamente la vita tra le mani e chiedersi per quale motivo ci vien data e per che cosa valga la pena viverla. I cosiddetti amori travolgenti, passionali, dove il cuore in gola acceso da uno sconvolgimento ormonale cattura tutta la scena e diventa l'assoluto protagonista dell'esistenza; o qualunque altra "passione", civile, sportiva, culturale, religiosa, perché no?, al diventare "assolute" stringono mortalmente le anime, le menti e i cuori in un cappio mortale. La menzogna del superfluo, del marginale che assurge ad assoluto. Il superfluo che diventa il motore dell'esistenza.



Attenzione, il superfluo non è un male, anzi, fa parte della vita, ma è come la terra che gira intorno il sole, non è il centro e il fondamento dell'esistenza. E' "super", è lo stesso "di più" che il Signore ha miracolosamente moltiplicato. E' l'abbondanza che Dio non disdegna, anzi, al punto che in tutta la letteratura profetica e sapienziale il "superfluo" - cheetimologicamente, si può anche leggere traboccante, che scorre sopra il livello -  l'abbondanza, sono segni dell'ormai avvenuta era messianica. Ma porre il superfluo come centro della vita è rovesciare la verità delle cose in menzogna, scambiare il frutto con l'albero, il Creatore con la creatura. "Voi mi cercate non perché avete visto dei segni - i pani moltiplicati e avanzati, al punto di divenire "superflui" - ma perché avete mangiato e vi siete saziati" diceva il Signore a Cafarnao dopo la moltiplicazione dei pani. E' idolatria. E' la fonte della più grande sofferenza. E' la porta della solitudine.

Al Tempio, i ricchi, i tronfi che credono di possedere e invece sono così stolti da aver perso la bussola e smarrito il centro e il senso dell'esistenza, gettano del loro superfluo. Come Caino, riconoscono al Signore una parte minima della loro esistenza, e neanche la migliore. E superfluo può voler dire anche inutile, che non serve, come il grasso superfluo, le parole superflue... Essi sono immagini di tutti noi che viviamo una vita in superficie e in superficie viviamo il rapporto con il Signore. La vedova invece, è ormai priva di tutto, ha terminato il suo cammino di fede attraverso la spoliazione d'ogni superfluo, non le rimane che l'"essenziale" per vivere. La vedova non ha nulla sulla terra. 

Anche i beni messianici, anche l'abbondanza delle benedizioni celesti sembrano essere scomparse: il marito, i figli, nessuno più. Nuda con due centesimi. Tutta la sua vita. Ha gettato tutta la sua vita nel tesoro del Tempio, nel cuore di Cristo. Non consegna al Signore il superfluo, i pani avanzati, il segno del suo amore in lei; ella consegna la sua vita colmata, risanata. Ella consegna i talenti moltiplicati, la sua vita e l'opera di Dio; non conserva nulla, non difende, perché ormai in lei è tutto rigenerato, ordinato, pacificato. In questa vedova si compie lo Shemà, ella ama con tutta la sua mente, con tutto il suo cuore, con tutte le sue forze.


Gesù registra un dato, non loda l'aspetto morale della vicenda, la generosità della vedova: solo chi ha camminato nella fede sino a non avere più nessuna sicurezza su questa terra, solo la vedova, l'"ultima" nella società (secondo la traduzione della parola greca "sua povertà" che appare nel Vangelo), solo chi dalla periferia della vita è stato condotto al centro dove si gioca il destino dell'esistenza, solo chi ha percorso il cammino in discesa che conduce alle acque battesimali, può "gettare", consegnare, perdere la sua vita. Tutta. 

Perderla non in un senso moralista e volontarista. Perderla perché è già del Signore, perdere e gettare via l'appropriazione di quel che non è nostro e che ci è stato affidato. Gettare i due spiccioli nel tesoro del Tempio significa riconsegnare a Dio ciò che è suo da sempre. Significa accogliere la verità sulla nostra povertà, sul nostro non poter fare nulla senza di Lui. Significa gettarsi tra le sue braccia, consegnargli la totale precarietà che costituisce la nostra vita.




Perdere la nostra vita nel Signore è riaverla moltiplicata eternamente. Come Cristo ha gettato e consegnato per noi la Sua vita, tutta, nel tesoro del suo tempio che siamo noi. La Sua vita in noi, completamente, perché la nostra vita sia in Lui, altrettanto completamente. Questo è vivere la vita sino in fondo, al suo centro e autenticamente. Una vita d'amore.

La vedova offre lontana dagli sguardi umani, dalla gloria vana di questo mondo. Ella vive per Dio! Il suo rapporto con Lui è un segreto che nessuno poteva conoscere, non ha apparente significato, non ha valore umano. E' come il piccolo seme gettato in terra, che rimane celato agli occhi umani. Così è il dono di tutta la vita, l'offerta delle piccole cose che la costituiscono; non sono i grandi gesti, fatti magari suonando la tromba o facendo sentire l'eco delle monete che scendono... è la fedeltà nel poco, che non significa quantità, ma il poco che siamo, il piccolo spicciolo che costituisce oggi la nostra vita: il lavoro e la sua routine che non ci piace, la stanchezza del marito, il nervosismo della moglie, il carattere del figlio, il mal di denti, il traffico, il non potersi comprare qualcosa o non poter dare ai figli quello che desiderano... 




Offrire tutto se stessi, giorno dopo giorno, nel tesoro del Tempio è farsi un tesoro nel Cielo di cui il Tempio terreno è immagine. Ma il nuovo Tempio è Cristo. Quindi dare offerte al Tempio è vivere già nel Cielo. Proprio all'ultimo posto, sconosciuti, come in un convento di clausura; eppure quelle due monete "restituite a Dio" come i Talenti, producono un frutto impressionante, proprio alle persone vicine e anche lontane. I missionari si muovono grazie alle preghiere dei conventi, l'offerta silenziosa delle sofferenze dei malati. Le nostre offerte. 

E allora, nel segreto dell'apparente insignificanza, possiamo prendere il mappamondo, girarlo e andare in un istante in qualunque parte del mondo, perché è come mettere la nostra vita in un satellite che rimanda l'immagine presa in diretta nel nostro posto di ora, nella sofferenza, e poi "vista" all'altra parte del mondo, fa frutto dall'altra parte del mondo, come al nostro fianco. Il satellite è il corpo glorioso di Cristo a cui associamo e offriamo la vita perché la presenti al Padre e faccia piovere la Grazia. Siamo ogni istante "in diretta", come un Reality segreto, dove tutta la nostra vita diviene immagine di Dio, salvezza per ogni uomo.







αποφθεγμα Apoftegma




Non voglio ammassare meriti per il cielo; 
voglio lavorare solo per il tuo Amore, 
nell'unico desiderio di farti piacere, 
di consolare il tuo sacro Cuore 
e di salvare anime che ti ameranno per sempre.
Al tramonto di questa vita, 
mi presenterò a Te, o Signore, 
con le mani vuote, 
perché non voglio domandarti di cantare le mie opere... 
Tutta la nostra giustizia si presenta macchiata ai tuoi occhi. 
Voglio rivestirmi dunque della tua Giustizia 
e ricevere dal tuo Amore il possesso eterno di Tè. 
Non voglio altro Trono o altra Corona se non Tè, o mio Diletto!...

S. Teresa di Lisieux


Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'universo. Anno A








L'ANNUNCIO
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. 
E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. 
Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. 
Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 
nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. 
Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? 
Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? 
E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? 
Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. 
Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. 
Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; 
ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. 
Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? 
Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me. 
E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna». 
 
 (Dal Vangelo secondo Matteo 25, 31-46)




“Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti”: il Re che celebriamo in quest’ultima domenica dell’anno liturgico è dunque una primizia. Ciò significa che non regna da solo. Che quello che si riferisce a Lui è comune a quanti lo seguono. Proprio come dice nella Parabola del Vangelo: “ogni volta che lo avrete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli lo avrete fatto a me”. Il Re si identifica con i sudditi, il più grande con i più piccoli.

E questo significa anche che l’intera Scrittura non è altro che una porta dischiusa; che tutta l’opera di Dio compiuta in Gesù Cristo per mezzo dello Spirito Santo è un inizio che abbraccia il compimento; che l’esistenza e la vita della Chiesa, con i suoi tempi e le sue liturgie, la predicazione e i sacramenti, sono la mano tesa di Dio all’uomo perché varchi la soglia di questo inizio.

Su di essa torna e tornerà il Signore nella sua Gloria per accogliere ogni uomo, oggi nell'annuncio della Chiesa, e definitivamente l'ultimo giorno. Il Re che ha vinto la morte, cancellando per sempre la parola fine dall’esistenza dell’uomo. Forse non riusciamo a cogliere la portata di questo annuncio di San Paolo. Ci sembra scontato, è la fede della Chiesa, è quello che crediamo.
Ma nella vita di ogni giorno che senso ha? Siamo davvero i frutti maturi della risurrezione di Cristo? E’ facile scoprirlo, basta porsi dinanzi a tutto ciò che, nella vita, ci presenta una parete su cui si infrangono i progetti e le speranze.
Il carattere del marito, ad esempio, che, come una barriera insormontabile, si erge ogni mattina e proprio non ce la facciamo a superare la sua superficiale ironia. O la stanchezza della moglie, che è troppo tempo ormai che si rifiuta di concedersi e unirsi, e ci sembra che ci sbatta in faccia una porta blindata ogni sera.
O proprio la sessualità, così importante per il nostro matrimonio, ma che il viverla in pienezza secondo l’insegnamento della Chiesa rivelato nell’Enciclica Humanae Vitae ci si presenta come una montagna impossibile da scalare. O le crisi dei figli, la precarietà economica, le nevrosi e i complessi mai risolti, i punti oscuri della nostra storia che spargono pus velenoso e non riusciamo a guarirne, le malattie e, infine, la morte. Tutte pietre deposte sul sepolcro nel quale siamo discesi.
Perché se non siamo risorti con Cristo e non abbiamo dentro la sua vita, siamo morti, qualunque cosa facciamo. Ma se è così e la Parola ci ha illuminato, allora vuol dire che San Paolo parla proprio di noi! Siamo morti, e lo siamo oggi, perché i fatti e le persone regnano incontrastati su di noi, con il potere di toglierci la pace e la gioia.

Eppure questa morte ci parla di conversione e battesimo. In essa possiamo lasciare l'uomo vecchio perché Cristo vi è entrato a prendere possesso del suo Regno. Nessuno ci era riuscito prima, non i sapienti di questo mondo, non la cultura, neanche i nostri genitori e le persone che ci vogliono bene. Solo Cristo è “andato in cerca” di noi, “pecore smarrite”, scendendo nel sepolcro dove la menzogna del demonio ci aveva gettato.
E di lì ci vuol far risorgere, per “ricondurci all’ovile” attraverso un cammino serio di conversione nella Chiesa, dove “trovare pascolo e riposare”. Così Cristo, la Primizia, dà inizio al suo Regno, radunando i suoi “fratelli più piccoli”, “fasciandoli e curandoli” in ogni loro sofferenza.
Nella nostra situazione di oggi, di nuovo, il Regno di Dio vede il suo principio. Gesù regna sulla Croce, ed estende il suo territorio nei sepolcri dell’umanità, così che si possa ricominciare sempre. Sulla terra, infatti, il Regno comincia di nuovo ogni giorno, perché “bisogna che Gesù regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi”. I suoi nemici che sono anche i nostri... Il perdono che ci rialza sempre, ecco la resurrezione che ci attende!

Come intorno ad Israele si affacciano anche alla nostra vita nuovi nemici ogni mattina. Non ci abbattiamo e non temiamo! Camminiamo insieme alla comunità cristiana stringendoci a i fratelli e ai pastori, ascoltiamo e obbediamo alla Parola di Dio, uniamoci a Cristo con i sacramenti: sperimenteremo così che nulla più avrà potere di annientarci. 
Regneremo con Lui, frutti maturi perché fratelli della Primizia che ha vinto il peccato e la morte. Cittadini di un Regno dove ogni parete è stata abbattuta, che per questo possono vivere donandosi, perdonandosi, amandosi davvero. Nella risurrezione di Cristo ogni istante della nostra storia è illuminato, anche se non riusciamo a comprenderlo pienamente. Pur tremando, potremo allora aprirci alla vita, e vivere come re e non sudditi del lavoro, del denaro, degli affetti. 
Re comunque fragili, che cadono feriti in battaglia, ma pronti a rialzarsi perché Cristo risorto è sempre vicino e ci tiene per mano. Certo, non è facile accettare la precarietà; eppure è proprio essa che definisce il Regno dei Cieli sulla terra. La debolezza che ci fa mendicanti della vittoria di Cristo è parte del disegno di Dio su tutte le Nazioni. La “piccolezza”, infatti, ci rende a nostra volta una primizia di speranza offerta al mondo.


Dio ci ha chiamati nella Chiesa per essere una stirpe santa in mezzo alle nazioni. Piccoli, indifesi, disprezzati, gli ultimi di questa terra. Soffrendo la stessa precarietà, le medesime ingiustizie di tutti gli uomini. Ma come fratelli del Re. Nel nostro DNA è scolpita la sua immagine, quella del Servo di Yahwè, il Giusto che si offre per avere in premio le moltitudini. 
“Fratelli più piccoli” di Gesù, il Primogenito della nuova creazione “preparata” per ogni generazione, i cristiani hanno la patria nei Cieli e sono ovunque “forestieri”; senza borsa e denaro seguono il Signore sino agli estremi confini della terra “affamati e assetati”. Amano senza difendersi, “nudi” come Adamo ed Eva prima della caduta, perché la misericordia di Dio li ha liberati dal peccato rivestendoli di gloria.
Crocifissi con Cristo, prendono su di sé i peccati degli altri, sino ad “ammalarsi” e soffrirne le stesse conseguenze. Annunciano il Vangelo con zelo, nei momenti opportuni e in quelli non opportuni, quando per esso sono perseguitati e gettati “in prigione”, in Siria come in Germania.

Non a caso il testo evangelico di oggi descrive quale sarà il giudizio dei popoli al di fuori di Israele; l'espressione greca “panta ta ethné” (tutte le Nazioni), infatti, in Matteo designa sempre i Gentili, i popoli pagani, in contrapposizione a “laos” che indica Israele.
Per essi è “preparato dal Padre un Regno fin dalla fondazione del mondo”, ovvero la benedizione di Dio, l'intimità significata dalla chiamata a stare “alla destra di Gesù”. Per i pagani è pronta la stessa eredità promessa ai cristiani.
Per ogni uomo, infatti, "la salvezza di Cristo è accessibile in virtù di una grazia che, pur avendo una misteriosa relazione con la Chiesa, non li introduce formalmente in essa, ma li illumina in modo adeguato alla loro situazione interiore e ambientale. Questa grazia proviene da Cristo, è frutto del suo sacrificio ed è comunicata dallo Spirito Santo» (Dei Verbum, n. 82). La grazia che li conduce all'incontro con Cristo attraverso i suoi “fratelli più piccoli.
La salvezza e il Regno dipenderanno così da un incontro, il misterioso "quando" nel quale i pagani - forse il tuo collega, forse tuo figlio che ha abbandonato la Chiesa, forse tuo padre - vedranno Cristo nei cristiani: "I Saggi ci hanno insegnato una grande regola: la misericordia non inizia con il dono ma con la vista" (Siftè Chajm III, 154).
Un piccolo atto d'amore e di misericordia fatto ai piccoli di Gesù proprio quando saranno più deboli, sarà la chiave che schiuderà a chi non fa parte della Chiesa le porte del Cielo. Grande è la nostra responsabilità! Essa inizia con l’accogliere Cristo perché regni nella nostra vita, accettando umilmente ciò che ci rende i suoi “fratelli più piccoli”.
La missione della Chiesa, infatti, comincia dalla sua debolezza. Come l’educazione, che parte dall’inadeguatezza, e il ministero di un pastore, che sboccia dalla precarietà. Come quella notte a Betlemme, quando il Re bambino fu deposto nella mangiatoia, per essere “visto” e adorato. Il più piccolo era già cibo dei più poveri, e così in quella grotta il Regno iniziava a vedere la luce nella carne. 

Ogni giorno è preparata anche per noi una mangiatoia, un "quando" decisivo per la salvezza nostra e di chi Dio ci pone accanto. Ogni istante della nostra vita è prezioso: non disprezziamo nessuna sofferenza e debolezza che ci crocifigge con Cristo, perché a chi è misteriosamente legato alla nostra vita non sia negato il “quando” nel quale “vedere” Cristo. Il dolore, il rifiuto, la precarietà, sono i nostri tesori! Il mondo ci racconta il contrario, ma è solo perché non sa cosa fare con la verità. 
Il mondo cerca di esorcizzare la morte e il dolore issandosi sempre più in alto sulla torre di Babele: per questo Dio ha inviato la Chiesa a stare più in basso di tutti, così da essere pronta a raccogliere chiunque cade rovinosamente utrando con il peccato. I cristiani stanno all'ultimo posto per non lasciare soli quelli che vi scivolano sospinti dall'orgoglio e dalla crudeltà della società senza Dio. Sono lì, più piccoli di coloro che la vita ha reso piccoli, per offrire loro un gesto d'amore, un moto del cuore gratuito. 

Tu ed io siamo gli ultimi in famiglia, in ufficio, a scuola, e non è sfortuna! E' la volontà di Dio che vuole che tutti gli uomini siano salvati. Guai se un padre non fosse il più piccolo della famiglia: non potrebbe compiere la missione che Dio gli ha affidato. Guai se un prete non fosse l'ultimo della parrocchia: non potrebbe condurre a Cristo il gregge che gli è stato dato da pascere. Ultimi, i più piccoli perché anche nel più grande peccatore, possa darsi un sussulto della Grazia, un atto di carità tra la dura scorza dell'arroganza, capace di commuovere Dio perché gli apra le porte del Paradiso.  


Sì, i cristiani regnano quando sono i più piccoli fratelli di Gesù, “affamati, assetati, nudi, ammalati, in prigione”. Non può essere diversamente, perché così è stato per Cristo. Così ci ha salvati, così ci invia a salvare il mondo. “I più piccoli” dinanzi a tutti, autentici e umili, indifesi e senza arroganza, per suscitare nei cuori un balbettio di misericordia.
Per qualcuno, il più piccolo gesto di accoglienza nei nostri confronti sarà la chiave che schiuderà le porte del Cielo. Forse non andrà mai in Chiesa, perché il Regno di Cristo lo avrà accolto nella nostra carne crocifissa. Per qualcun altro, invece, sarà il primo passo per convertirsi e non abortire, perdonare e non divorziare. A noi è chiesto di essere lì, uniti a Cristo, nulla di più. 




αποφθεγμα Apoftegma




In una comunità dei Padri del deserto, correva voce che un padre anziano della comunità vedesse continuamente Gesù. I fratelli più giovani, dunque, un giorno andarono da lui e gli chiesero: "Abbà, vorremmo vedere Gesù, come lo vedi tu!". E l'Abbà rispose che per vedere Gesù avrebbero dovuto attraversare il deserto e giungere su una montagna dove egli avrebbe fatto vedere loro Gesù. L'indomani, all'alba, si misero in cammino diretti a quella montagna. E mentre attraversavano il deserto quei giovani incontrarono  un povero, ferito, assetato e affamato, ma essi non si fermarono, presi dall'idea di giungere presto sulla montagna. Per lo stesso sentiero del deserto passò anche il frate anziano il quale, alla vista di quel povero, si fermò, si prese cura di lui, gli dette da bere e da mangiare, poi lo prese con sé e lo portò sulla montagna. Lì, i giovani che l'attendevano chiesero subito: "Abbà, ci fai vedere Gesù?" E l'Abbà anziano disse: "Ecco Gesù", mostrando loro quel povero che nel deserto essi avevano ignorato e lasciato nella sua sofferenza.



Sabato della XXXIII settimana del Tempo Ordinario




Il fuoco che non si consuma


La risurrezione è certa perché esiste un “altro mondo” che si rivela in coloro che “ne sono giudicati degni”: la vita soprannaturale che in loro si manifesta ne è la garanzia. Un uomo il cui corpo non è più schiavo della concupiscenza, ad esempio, è come una primizia della resurrezione: quel corpo ha già conosciuto qui sulla terra una forza capace di strapparlo alla corruzione, che è sempre figlia dell’inganno demoniaco che mette in discussione l’esistenza amorevole di Dio. Per questo, Gesù risponde alla questione posta dai sadducei, immagine di tutti quelli che negano la risurrezione, “parlando bene” del “Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe”; essi sono “vivi” nella storia di salvezza e amore che Dio ha inaugurato con loro e nella quale si è affacciato divenendo l”Emmanuele”, il Dio vivo con loro, sino a farsi carne in suo Figlio. Così Gesù, per annunciare la resurrezione, insegna storia, perché è in essa che Dio si rivela e depone i semi della risurrezione. Al solo nominare i Patriarchi accanto a Dio, Egli ricorda i memoriali legati a ciascuno di loro, le tappe che un ebreo conosceva bene essendo parte della propria storia. Sino a ricondurre i sadducei all’alba della Pasqua, profezia di quella che Lui avrebbe vissuto nella sua morte e risurrezione. Chi poteva avere tanto potere da liberare gli Ebrei, quel manipolo di poveri uomini dal giogo di ferro del Faraone, più potente dei re della terra? La risposta è identica: Io sono colui che sono ha il potere di liberare gli schiavi del Faraone e quelli sottoposti agli angusti confini della carne. Così risale all'alba della Pasqua, al mistero del roveto ardente, immagine della sua vita che non ha subito la corruzione nelle fiamme degli inferi. E qui vi trova la risposta per i sadducei, perché “non osino più” interrogare surrettiziamente per mettere in dubbio il destino di resurrezione che attende ogni uomo. La resurrezione non è un’ipotesi o un mito, ma è Dio che si rivela a Mosè, ardendo in un amore che non si consuma e brucia la morte e il peccato. Quel roveto è la vita divina che brucia senza consumare la carne di Cristo; e’ la Vergine Maria, la Chiesa, nella quale il Cielo prende dimora sulla terra; è il mistero della vita divina che scorre nella carne debole e fragile dei cristiani, la tua e la mia, e ci fa vivere da risorti in un mondo di morti, come un vessillo e un annuncio. E’ il fuoco che il mondo aspetta, l’unico che avrà ragione dell’inganno che ovunque sputa corpi e menti deturpati dal peccato. Il fuoco della vita eterna che riduce in cenere le menzogne del demonio, e illumina le tenebre del pensiero unico che mette fuori gioco Dio, e contesta le certezze agnostiche di Veronesi e di tutti gli intellettuali illuminati con l’amore che arde nelle malattie facendone un altare dove offrirsi crocifissi con Cristo. Il fuoco che assorbe nella pietà le urla delle femen e tutta la pornografia che ci assedia e uccide l’immagine divina nelle donne, vergini, spose e madri; il fuoco che è capace di bruciare le radici piantate dal demonio nel cuore degli uomini per produrre leggi assassine che scartano i deboli. Il fuoco che ci conduce fuori dall’Egitto della schiavitù per condurci sul cammino dell’amore oltre la morte; il fuoco che semina nel mondo figli santi che amano oltre la morte perché, nella Chiesa che li ha rigenerati nella misericordia, sono primizie del Cielo. Come Gesù, che è stato “giudicato degno dell’altro mondo” per essersi umiliato sino alla morte di croce, per non essersi difeso e aver offerto la propria vita. E’ “Signore”, il Kyrios, perché ha amato sino alla fine. I figli di Dio, tu ed io, siamo chiamati a divenire “figli della risurrezione” nel Figlio che ha vinto la morte. I cristiani nei quali la fede ha raggiunto la statura adulta, partecipano ormai della natura e della vita divina, e sono, già in questo tempo e in questo mondo, “giudicati degni di un altro mondo e della risurrezione dai morti”: sono cittadini della Gerusalemme celeste, della quale spargono nel mondo i segni credibili che chiamino gli uomini alla fede. Nella Chiesa possiamo vivere ogni relazione in modo diverso, celeste, perché siamo “uguali agli angeli”, già oggi, nella debolezza della carne,  ma non ancora in pienezza: “hanno moglie come se non l’avessero… possiedono come se non possedessero, usano del mondo senza usarne appieno” (cfr. 1 Cor.). Per questo Gesù dice che “non prendono moglie né marito”: nei peccati abbiamo visto già “passare la scena di questo mondo”, e sappiamo che “il tempo si è fatto breve” come la distanza che ormai ci separa dal Cielo. Occorre riempirlo di opere che testimonino al mondo la vita eterna, inducendo chi ci è accanto a desiderare di vivere come i cristiani. Essi, infatti, in famiglia come a scuola e al lavoro, nel dolore  e perfino affrontando un cancro, “non possono più morire”; per questo non si difendono più come i figli di questo mondo, che afferrano e si impadroniscono voracemente di cose e persone per stordire la paura della morte, tentando così di allungare il tempo nell’illusione di allontanare la tomba. In noi è vivo il “Dio dei vivi” che vuole trasfigurare la nostra carne incapace di andare oltre la biologia ferita dal peccato, come “la donna data in sposa a sette mariti” posta ad esempio dai sadducei. Sette, come i peccati capitali, come gli sposi di Sara morti nella prima notte di nozze. Ma Gesù ha vinto il peccato e la morte e viene oggi ad unirsi a ciascuno di noi come Tobia: è Lui il Marito al quale siamo stati promessi sin dall’eternità. Egli ha inaugurato per noi l’”ottavo” giorno, del quale con i sadducei di ogni tempo anche tutti noi, schiacciati nel dubbio di fronte al dolore e alla morte, non potevamo sospettarne l’esistenza. In esso siamo chiamati a vivere già da ora attraverso una vita feconda di un amore che, tra le fiamme della storia, non si consuma, capace di perdonare e donarsi oltre i limiti della carne. In questo amore divino possiamo far risplendere la bellezza di un matrimonio indissolubile, impossibile per chi non lo ha sperimentato; e la gioia di una sessualità aperta alla vita come ci insegna la Madre Chiesa. Una famiglia numerosa che vive abbandonata alla provvidenza di Dio, è un fuoco che arde misteriosamente in mezzo a un mondo confuso come Babele, chiuso alla vita naturale e aperto a quella innaturale prodotta in laboratorio e affidata a relazioni che non conoscono la fecondità della diversità e complementarietà tra maschio e femmina inscritta da Dio nell’uomo. Esiste la risurrezione perché i cristiani, ciascuno di noi, “esistiamo per Lui”; non nei salotti della televisione, ma nella vita di ogni giorno si vede che, in tutto, il Dio dei vivi è sempre con noi, come lo è stato nella storia della salvezza con Abramo, Isacco e Giacobbe. E, attraverso di noi, sta giungendo a ogni uomo per attrarlo nella Pasqua, come ha soccorso e risuscitato il suo Figlio. 




L'ANNUNCIO
Gli si avvicinarono poi alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda:
«Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello. C'erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli.Da ultimo anche la donna morì. Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie».
Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui».
Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene».
E non osavano più fargli alcuna domanda.
 (Dal Vangelo secondo Luca 20, 27-40)


Abramo Isacco e Giacobbe

Esiste la risurrezione perchè esiste un altro mondo. Ed esistono coloro i quali ne sono giudicati degni. La resurrezione è vincolata ad un giudizio e la vita sulla terra non può prescinderne. Gesù risponde alla  questione posta dai sadducei, che negavano la risurrezione, rivelando il destino dell'uomo. Gesù risponde come sempre, chiamando, mettendo in movimento. Annuncia la risurrezione illuminando profeticamente la storia. Il nucleo del kerygma, dell'annuncio della Chiesa, è infatti: Gesù Cristo è il Signore! 


Nella traduzione greca dell´Antico Testamento, kyrios è presente circa novemila volte, e traduce quasi sempre il nome ebraico di Dio. Anche nel Nuovo Testamento kyrios è un termine frequentissimo, si trova in settecentodiciotto passi. Vi è un uso profano che indica, ad esempio, il padrone, il proprietario di uno schiavo, il datore di lavoro, il marito. Un altro uso riferisce kyrios a Dio. Un altro ancora, il più frequente, fa riferimento a Gesù Cristo, e attesta la sua divinità e la sua signoria. 

Dio è kyrios e si è rivelato nel suo Figlio vittorioso sulla morte. Il suo suo svuotamento, la sua umiliazione, il suo cammino sino agli abissi della morte gli ha spalancato il Regno eterno: "Per questo Dio l´ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre». Gesù è stato giudicato degno dell'altro mondo per essersi umiliato sino alla morte di croce, per non essersi difeso, per aver offerto la propria vita. E' kyrios perchè ha amato sino alla fine. 


In Lui si compie la storia della salvezza. In Lui il Dio dei vivi autentica la sua signoria sulla morte. In Lui si comprende il mistero del roveto ardente, la rivelazione di Dio attraverso il suo Nome. "Chi sei?, Chi mi manda?": nella domanda di Mosè Gesù trova la risposta per i sadducei. E' nel dialogo tra Dio e Mosè, un dialogo di elezione e missione, che bisogna cercare la risposta sulla risurrezione. 




In quel roveto che non si consuma appare Dio, Colui che è bruciando d'amore. Un amore che consuma la morte e il peccato, che perdona al di là di ogni ragionevolezza; Colui che, per amore, invia Mosè, e poi Giosuè, e poi i Giudici, e poi i Profeti, e poi il suo Figlio. La domanda dei sadducei è una traduzione della domanda di Mosè. Di fronte all'inestricabilità della schiavitù, chi può avere tanto potere da liberare un manipolo di poveri uomini dal giogo di ferro del più potente dei re della terra, e per di più attraverso un pover'uomo che balbetta? Nella resurrezione, - ammesso che ci sia... - chi sarà lo sposo di una donna che, in virtù della legge del levirato che doveva garantire una discendenza, ha avuto sette mariti? 




Io sono colui che sono! Come il roveto pur bruciando non si consuma, così non esiste fuoco di schiavitù e di morte capace di estinguere il mio amore. La vita di Dio plana sulla terra e stravolge l'equilibrio precario dettato dalla corruzione figlia del peccato. La vita di Dio scende nella vita dell'uomo e la libera dagli angusti confini della carne. Dio è Kyrios perchè manifesta il suo potere in un amore così grande da attirare l'uomo e farlo partecipare della sua vita.

E' il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, il Dio dei vivi, perchè ciò che ha iniziato in loro è portato a compimento nel suo Figlio. E' il Dio della storia che, pur essendo un roveto che brucia ogni vita nell'ineluttabilità della morte, è redenta e trasfigurata nel suo amore che nulla può consumare. L'amore rivelato in Cristo.

In Lui si inaugura il compimento della storia della salvezza. L'elezione, le promesse di libertà e pace, il Regno che non avrà fine, il roveto che non si consuma è, in Cristo, accessibile ad ogni uomo. Accogliere Gesù significa accogliere il Nome stesso di Dio, al di sopra di ogni altro potere; accogliere Lui è accogliere il suo amore capace di trasfigurare la nostra vita, i tentativi di dare senso e continuità a quello che siamo e facciamo. 

Siamo schiavi di una carne incapace di andare oltre la biologia ferita dal peccato. Siamo noi questa sposa data in sposa a sette mariti. Sette mariti, e nessun figlio. Siamo sterili, le tentiamo tutte, ma la vita ci scappa di mano. 

Come il Popolo di Israele schiavo in Egitto. Il lavoro, il matrimonio, le amicizie, sono mariti incapaci di darci una discendenza, il sigillo dell'eternità, l'amore che sfugga alla corruzione. Ma siamo chiamati a ben altro! A vivere una vita feconda, a fare frutti che rimangano, a un amore che, tra le fiamme della storia, non si consumi. Siamo chiamati ad essere figli di Dio, figli nel Figlio che ha vinto la morte. In Lui, e solo in Lui, possiamo essere giudicati degni di un altro mondo, quello dove la corruzione non infetti le relazioni, i pensieri, le opere. Il mondo di Dio, dove regna un amore che ha varcato le porte della morte. 


Tobia e Sara

In noi è vivo il "Dio dei vivi" che vuole trasfigurare la nostra carne incapace di andare oltre la biologia ferita dal peccato, come la donna data in sposa a sette mariti. Sette, come i peccati capitali, come gli sposi di Sara morti nella prima notte di nozze. Ma Gesù ha vinto il peccato e la morte e viene oggi ad unirsi a ciascuno di noi come Tobia: è Lui il Marito al quale siamo stati promessi sin dall'eternità. Egli ha inaugurato per noi l'"ottavo" giorno, del quale con i sadducei di ogni tempo anche tutti noi, schiacciati nel dubbio di fronte al dolore e alla morte, non potevamo sospettarne l'esistenza. In esso siamo chiamati a vivere già da ora attraverso una vita feconda di frutti che rimangano per l'eternità, in un amore che, tra le fiamme della storia, non si consuma, capace di perdonare e donarsi oltre i limiti della carne. 

In questo amore divino possiamo far risplendere la bellezza di un matrimonio indissolubile, impossibile per chi non lo ha sperimentato; e la gioia di una sessualità aperta alla vita come ci insegna la Madre Chiesa. Una famiglia numerosa che vive abbandonata alla provvidenza di Dio, è un fuoco che arde misteriosamente in mezzo a un mondo confuso come Babele, chiuso alla vita naturale e aperto a quella innaturale prodotta in laboratorio e affidata a relazioni che non conoscono la fecondità della diversità e complementarietà tra maschio e femmina inscritta da Dio nell’uomo. 




Siamo chiamati ad accogliere Gesù, il kyrios, il marito che ci attende per farci sua sposa per l'eternità, nella fedeltà e nell'amore, da oggi, nella storia concreta che stiamo vivendo. Esiste la risurrezione perché Dio è il Dio dei vivi, dei chiamati e amati, di Abramo, di Isacco e Giacobbe; di Gesù Cristo e di ciascuno di noi. Ascoltiamo la sua Parola che esce proprio dal fuoco che sembra volerci distruggere. E' dalle fiamme che ci avvolgono che giunge oggi a noi la Parola capace di salvarci, di farci felici, il perdono e l'amore che ci donano la certezza della risurrezione, già oggi, qui, nella nostra vita.

"Mosè, mentre pascola il gregge, vede un roveto in fiamme, che non si consuma. Si avvicina per osservare questo prodigio, quando una voce lo chiama per nome e, invitandolo a prendere coscienza della sua indegnità, gli comanda di togliersi i sandali, perché quel luogo è santo. "Io sono il Dio di tuo padre – gli dice la voce – il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe"; e aggiunge: "Io sono Colui che sono!" (Es 3,6a.14). Dio si manifesta in diversi modi anche nella vita di ciascuno di noi. Per poter riconoscere la sua presenza è però necessario che ci accostiamo a lui consapevoli della nostra miseria e con profondo rispetto. Diversamente ci rendiamo incapaci di incontrarlo e di entrare in comunione con Lui" (Benedetto XVI, Angelus del 7 marzo 2010).



La resurrezione non è un’ipotesi o un mito, ma è Dio che si rivela a Mosè, ardendo in un amore che non si consuma e brucia la morte e il peccato. Quel roveto è la vita divina che brucia senza consumare la carne di Cristo; e’ la Vergine Maria, la Chiesa, nella quale il Cielo prende dimora sulla terra; è il mistero della vita divina che scorre nella carne debole e fragile dei cristiani, la tua e la mia, e ci fa vivere da risorti in un mondo di morti, come un vessillo e un annuncio. E’ il fuoco che il mondo aspetta, l’unico che avrà ragione dell’inganno che ovunque sputa corpi e menti deturpati dal peccato. Il fuoco della vita eterna che riduce in cenere le menzogne del demonio, e illumina le tenebre del pensiero unico che mette fuori gioco Dio, e contesta le certezze agnostiche di Veronesi e di tutti gli intellettuali illuminati con l’amore che arde nelle malattie facendone un altare dove offrirsi crocifissi con Cristo. Il fuoco che assorbe nella pietà le urla delle femen e tutta la pornografia che ci assedia e uccide l’immagine divina nelle donne, vergini, spose e madri; il fuoco che è capace di bruciare le radici piantate dal demonio nel cuore degli uomini per produrre leggi assassine che scartano i deboli. Il fuoco che ci conduce fuori dall’Egitto della schiavitù per condurci sul cammino dell’amore oltre la morte; il fuoco che semina nel mondo figli santi che amano oltre la morte perché, nella Chiesa che li ha rigenerati nella misericordia, sono primizie del Cielo. 


Esiste la risurrezione perché i cristiani, ciascuno di noi, “esistiamo per Lui”; non nei salotti della televisione, ma nella vita di ogni giorno si vede che, in tutto, il Dio dei vivi è sempre con noi, come lo è stato nella storia della salvezza con Abramo, Isacco e Giacobbe. E, attraverso di noi, sta giungendo a ogni uomo per attrarlo nella Pasqua, come ha soccorso e risuscitato il suo Figlio.







αποφθεγμα Apoftegma






Il fuoco ineffabile e prodigioso nascosto nell’essenza delle cose, 
come nel roveto ardente di Mosè, 
è il fuoco dell’amore divino 
e lo splendore fulgido della sua bellezza presente in tutte le cose.

San Massimo il Confessore