V Domenica del Tempo Ordinario. Anno C



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Sabato della IV settimana del Tempo Ordinario. Commento audio



Sabato della IV settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα
 Apoftegma

Sei tu l'occhio dei ciechi, il piede degli zoppi, 
lo scudo fedelissimo delle vedove e degli orfani... 
Ami i tuoi nemici fino al punto che nessuno può discernere 
quale differenza ci sia per te tra loro e i tuoi amici. 

San Zeno di Verona



    






L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Marco 6,30-34 

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. 
Ed egli disse loro: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”. 
Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte. 
Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. 
Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.




Commossi con Cristo


E' sabato, e siamo stanchi per "tutto quello che abbiamo fatto e insegnato". D'accordo, magari non siamo tutti missionari, e forse questa settimana non abbiamo predicato. Probabilmente non siamo entrati nella storia come gli apostoli, senza borsa né denaro; e può darsi che stiamo covando qualche rancore, e non abbiamo nessuna voglia di riconciliarci, altro che andare "a due a due"... Il Signore lo sa, e per questo a tutti, attraverso la Chiesa, dona questo Vangelo, ed esso è una Parola che c'entra sempre con la nostra vita. Ci è predicata perché ci illumini e si compia in noi. Apostoli o no, di sicuro "non abbiamo neanche il tempo di mangiare". Le settimane ci scorrono sotto il naso tra ufficio, spesa, scuola, banche, ospedali, palestra, riunioni di condominio; e poi i figli, il fidanzato, i suoceri, il cane che abbaia davanti alla porta, la spazzatura che tracima come un torrente gonfiato dalla pioggia, il piccolo con la febbre alta ma è finito l’antipiretico e sono le undici e mezza, dove sarà una farmacia di turno? Se siamo preti, ecco le messe, catechismo, consiglio pastorale, riunione in decanato e mille altri incontri. E alla fine non abbiamo mai tempo per mangiare, per riposare davvero. Ma se non ci alimentiamo, e bene, il nostro fare ci distrugge. Infatti... Quanti figli, mogli, mariti, amici, colleghi, conducenti della macchina davanti e parrocchiani pagano i nostri isterismi da iperattivismo... Troppi. Siamo sempre stanchi, angosciati, nevrotici, stritolati in agende fittissime che neanche Obama. E per alimentarci solo un fast-food spirituale, e che vuoi che sia un hamburger di preghiere, ci basta per stare in piedi, cioè in pace, dieci minuti scarsi. Ma questo sabato, come tutti gli altri pieno di tutte le cose che in settimana non abbiamo potuto fare, può essere diverso. 


Andiamo allora con Gesù in un "luogo in disparte, solitario", per "riposarci un po'”. Impariamo cioè dal “riposo” di Gesù e degli apostoli come “fare” le cose di tutti i giorni. Fateci caso, anche nel riposo Gesù si “commuove”. In greco il termine “commozione” ha stretta relazione con le “viscere” di una madre. Vuol dire che Gesù non viveva a compartimenti stagni, ma tutto quello che diceva e  faceva sorgeva dalla sua “compassione”, dal suo sguardo materno che in tutti riconosceva delle “pecore senza pastore”. Ecco, oggi il Signore ci dice che c’è un solo modo di vivere autenticamente, ed è quello di una madre che si “commuove”, cioè si “muove-con” il figlio che porta nel seno. Tutto di lei è per lui: i pensieri, i gesti, i minuti. Quando mangia sta attenta a quello che potrebbe fargli male, se c'è qualche pericolo sospende qualsiasi lavoro, perfino il riposo della notte dipende strettamente dal bimbo che porta in grembo. Non si appartiene più, è trasformata in vita da donare al suo piccolo. Come una madre incinta, anche noi siamo chiamati a dare frutto per gli altri in tutto quello che facciamo. A “muoverci-con” le persone che Dio ci affida, ovvero ad amarle sino al punto di entrare nel loro dolore e nella loro gioia. A donare ogni frammento del nostro fare perché tutto nella nostra vita sia un segno della sollecitudine di Cristo. Anche la malattia che ti impedisce qualsiasi cosa, come il dolore, è amore che sgocciola dalle ferite del corpo e del cuore per la folla che soffre senza speranza. Ma la “compassione” nasce dall’essere stati a nostra volta oggetti della “compassione” di Gesù. Per questo oggi ci richiama all’ovile della Chiesa per “riposare” in Lui. E così, dalle "viscere" della comunità dove ci siamo ben alimentati, sapremo uscire ad annunciare le “molte cose” sperimentate a chi ancora vaga nella vita perché non ha conosciuto Cristo. Coraggio, perché ogni istante, ogni incontro, ogni fare è prezioso. Gli occhi della “commozione”, infatti”, sanno che ogni persona ci “precede” e non è lì per caso, perché tutti cercano Lui in noi. E' sempre stato così, chi vede un cristiano "capisce" che ha dentro qualcosa di diverso, e lo desidera anche per lui.




Venerdì della IV settimana del Tempo Ordinario. Commento audio



Venerdì della IV settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

Se non c'è nessuna verità dell'uomo, 
egli non ha neppure nessuna libertà.
Solo la verità rende liberi.

Joseph Ratzinger



    





L'ANNUNCIO
In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, poiché intanto il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risuscitato dai morti e per questo il potere dei miracoli opera in lui». Altri invece dicevano: «E' Elia»; altri dicevano ancora: «E' un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare è risuscitato!».
Erode infatti aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, che egli aveva sposata. Giovanni diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello».
Per questo Erodìade gli portava rancore e avrebbe voluto farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell'ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode per il suo compleanno fece un banchetto per i grandi della sua corte, gli ufficiali e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla ragazza: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le fece questo giuramento: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». La ragazza uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». Ed entrata di corsa dal re fece la richiesta dicendo: «Voglio che tu mi dia subito su un vassoio la testa di Giovanni il Battista». Il re ne fu rattristato; tuttavia, a motivo del giuramento e dei commensali, non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia con l'ordine che gli fosse portata la testa [di Giovanni]. La guardia andò, lo decapitò in prigione e portò la testa su un vassoio, la diede alla ragazza e la ragazza la diede a sua madre.
I discepoli di Giovanni, saputa la cosa, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.
 (Dal Vangelo secondo Marco 6, 14-29)



La Verità che ci fa liberi


"Non ti è lecito" gridava ad Erode Giovanni Battista; e non per un rigido legalismo, ma perché tu Erode sei stato creato per essere libero, felice, e “non ti è lecito” andare contro natura, il peccato non si addice all'uomo. Le parole di Giovanni erano una luce per ridestare quel frammento di Verità deposto nella coscienza. Ma Erode si era infilato in una strada senza ritorno, condannandosi a una vita infelice perché sterile: "Se uno prende la moglie del fratello è una impurità, egli ha scoperto la nudità del fratello; non avranno figli" (Lv. 18,16 e 20,21). La conseguenza del suo peccato era la maledizione più grande, scendere nella tomba senza una discendenza. Certo, Erode «ascoltava perplesso» Giovanni, perché la coscienza sfiorata da quelle parole ardenti balbettava ancora qualche monosillabo di verità. Ma non era sufficiente. Aveva ormai consegnato il cuore a Erodiade, immagine del serpente antico che aveva sedotto Adamo ed Eva. Aveva cioè scelto il peccato, laggiù, nel fondo del suo intimo, dove ogni uomo è completamente libero e si giocano le sue sorti. Il rancore di Erodiade lo aveva trascinato nell'abisso, perché l'accendersi di una passione spalanca sempre il passo a peccati più gravi. Per questo, al «momento propizio» per il demonio, quando cioè era più debole perché disteso in un «banchetto» che saziava ogni voglia della carne, Erode si lascia sedurre da un'immagine effimera, il corpo seducente di una ragazza. Ormai seduto sulla propria coscienza, esso gli appare come il frutto dell'albero agli occhi di Eva, «buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza». E' un attimo, ed entra la morte, della Verità incarnata da Giovanni prima, della sua anima poi. Questo Vangelo ci chiama a conversione illuminando i compromessi, le situazioni pericolose nelle quali ci troviamo: quell'amicizia falsa che ci insinua calunnie sugli altri; quell'affetto troppo carnale, che ha già messo il laccio al cuore e ci ha deposto sul piano inclinato che conduce al tradimento; quel rancore che arde, sordo, sotto la cenere del tempo che vorremmo capace di essiccare il peccato; quell'adulazione che risuona nelle nostre orecchie e ci pianta al centro dell’universo, mentre la realtà ci contesta gettandoci nell’ira. Ascoltiamo i profeti, i pastori, i catechisti, i fratelli, i genitori, il coniuge, gli inviati da Dio per annunciarci il Vangelo: solo conoscendo la Verità, infatti, saremo liberi davvero. Non importa quanto grande sia il nostro peccato, non importa neanche quanto pericolosa sia la situazione in cui ci troviamo. Per Dio “non è lecito” al demonio toglierci la vita, e per questo Cristo ha dato la sua vita per noi ed è risorto! E oggi può liberarci da qualunque peccato, e salvarci da qualunque situazione. Non siamo nati per essere infecondi, ma per amare e dare frutti incorruttibili. Allora, ascoltiamo il Signore che ci fa liberi come Giovanni per amare gli altri sino a “perdere la testa”, perché in tutti si faccia carne la Verità.