Giovedì della XXIX settimana del Tempo Ordinario






Nel cuore della Chiesa brucia il fuoco dell’amore che Gesù ha «gettato» sulla terra perché anche su di essa si possa compiere la volontà del Cielo. In ogni apostolo «c’è una passione che deve crescere nella fede e che deve trasformarsi in carità che accenda come fuoco anche l’altro» (Benedetto XVI). La stessa “angoscia” sofferta da Gesù fino al “compimento del battesimo” che lo avrebbe inabissato negli inferi a liberare Adamo e ogni uomo, spinge da duemila anni gli apostoli sul «carro di fuoco» ad annunciare il Vangelo sino ai confini della terra. Quando però una sua interpretazione sentimentale e orgogliosa induce ad adattarlo alle culture e alle mode, si spegne la profezia, si «discredita il cristianesimo» e si inganna il mondo, offrendogli solo una triste edizione rivisitata di ciò che è già suo e non ha potuto salvarlo: “I vostri volti non sono volti di salvati, per questo io non crederò mai al vostro Signore” (J. P. Sartre). Sono i volti di un genitore, un educatore, un prete, una fidanzata, un amico quando accettano un compromesso, e lo scambiano per amore. Invece tradiscono l’amore consegnando l’altro alla menzogna e al peccato, perché dubitano del Vangelo, hanno smesso di credere che Cristo è risorto, se mai ci hanno creduto. Al contrario, il “fuoco” acceso da Gesù sulla Croce, riduce in cenere i legami morbosi che si nascondono nei desideri della carne e ci fa liberi di osare, per amore, la fedeltà alla Verità sino a vederci rifiutati anche da chi ci ha dato la vita. Come Edith Stein, che, pur soffrendo la “divisione” nella sua carne, non ha esitato ad abbandonare religione e madre per seguire il Signore. Ma sarà proprio nella camera a gas del suo martirio di ebrea e cristiana, che tutto si illuminerà e compirà: unita a Cristo nell’amore che la consumava, ha offerto se stessa per salvare anche ciò che aveva “dovuto” abbandonare. Anche per noi ci sono momenti in cui più esigente si fa sentire la chiamata del Signore, e non ci sembra vero che proprio Lui ci separi dagli affetti più cari. Crediamo che la “divisione” inevitabile che sperimenta un discepolo per seguire il Signore sia discomunione, che cerchiamo di ricucire chiudendo un occhio sulla verità per non soffrire. Ma l’amore autentico che circoncide il cuore e desidera il bene dell’altro non è mai senza dolore. Il Signore lo sa, e per questo ci attira anche oggi nel suo “fuoco” che ci purifica, per discendere liberi con Lui nel “battesimo” che ci immerge nel dolore del prossimo perché incontri in noi il suo amore.



IL DIALOGO DI EDITH STEIN CON SUA MADRE EBREA 
CUI COMUNICA DI ESSERSI CONVERTITA AL CATTOLICESIMO





Auguste: Sei ancora giovane. Hai il mondo davanti a te.
Edith: Sei tu che mi hai insegnato ad essere buona e giusta. Come cristiana la mia anima appartiene a Dio, a Gesù. Ma come ebrea il mio sangue appartiene al mio popolo.
Auguste: Ho il cuore oppresso dal dolore. Mi domando se sei mia figlia.
Edith: Sono tua figlia. Sono esattamente come te.
Auguste: Edith, la mano forte di un uomo ti è sempre mancata. Tuo padre...
Edith: Si, mi è mancato. Ma ora è diverso, ora la mia anima è promessa.
Auguste: Non ritornare più a casa, Edith. Lasciami morire.
Edith: Non mi vuoi più vedere?
Auguste: No.




L'ANNUNCIO
Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C'è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D'ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».
(Dal Vangelo secondo Luca 12,49-53)




Nel cuore della Chiesa brucia il fuoco dell’amore che Gesù ha «gettato» sulla terra perché anche su di essa si possa compiere la volontà del Cielo. In ogni apostolo «c’è una passione che deve crescere nella fede e che deve trasformarsi in carità che accenda come fuoco anche l’altro» (Benedetto XVI). La stessa “angoscia” sofferta da Gesù fino al “compimento del battesimo” che lo avrebbe inabissato negli inferi a liberare Adamo e ogni uomo, spinge da duemila anni gli apostoli sul «carro di fuoco» della visione del profeta Ezechiele, per annunciare il Vangelo sino ai confini della terra. Quando però una sua interpretazione sentimentale e orgogliosa induce ad adattarlo alle culture e alle mode, si spegne la profezia, si «discredita il cristianesimo» e si inganna il mondo, offrendogli solo una triste edizione rivisitata di ciò che è già suo e non ha potuto salvarlo: “I vostri volti non sono volti di salvati, per questo io non crederò mai al vostro Signore” (J. P. Sartre). Sono i volti di un genitore, un educatore, un prete, una fidanzata, un amico quando accettano un compromesso. Tradiscono l’amore consegnando l’altro alla menzogna e al peccato. Se un padre, laddove appare - magari nascosta da sofismi sottili - una divisione con il figlio circa la volontà di Dio e l'adesione a Cristo, si lascia ingannare e inizia un dialogo teso a smussare e a frammentare la verità, avrà consegnato suo figlio al demonio. Se un parroco si illude che la divisione nella parrocchia sia causata da una mancanza di dialogo e di comprensione, e cercherà un compromesso non individuando i demoni che si nascondono in certe posizioni che vogliono limitare il soffio dello Spirito, spegnerà lo Spirito e lascerà che l'inganno si radichi. 

Così in moltissimi altri casi, perché la divisione portata da Cristo ci spaventa, stentiamo a crederla possibile; l'immagine buonista e sentimentale secondo la quale il Signore debba ricucire sempre tutto e a qualunque prezzo, ci rende tiepidi e lascia campo aperto ad eresie striscianti, scismi incipienti, divisioni autentiche e laceranti: esse restano come germi infetti coperti da compromessi travestiti di pace e benessere. Ma è necessario che avvengano gli scandali, è necessario che appaiono, tristi e violente, le divisioni: chi ha detto che esse sono sempre un male e che debbano essere prontamente risanate? Ma è il Signore che provoca la divisione, come accade con le novità ispirate dallo Spirito Santo: i carismi, i movimenti, gli ordini religiosi, lo zelo rinnovato nelle parrocchie. E il Papa, oggi Francesco come ieri i suoi predecessori, rivelando che lo stesso Spirito che rinnova la Tradizione soffia nell’Istituzione e nei carismi. E’, infatti, la novità di un amore assoluto e radicale, che reclama per sé tutto, perché tutto di sé ha donato; la novità che, abbiamo visto, raggiunge ogni ambito della vita: sessualità, lavoro, affetti, amicizie... Laddove si fa presente la divisione di fronte al Vangelo appare evidente dove sia la novità e chi la accoglie: "Chi è vicino a me, è vicino al fuoco; chi è lontano da me, è lontano dal Regno! (Vangelo sec. Tommaso, in: Origene, In Jerem. lat., 1 [3], v. 104) 

Il grigio non è colore cristiano... Per questo, spesso proprio la "divisione" svela il Regno di Dio, e smaschera la sua contraffazione. E' buona solo quella "portata" da Gesù con amore e misericordia; la stessa di un chirurgo che taglia per curare; non certo la divisione insinuata dal diavolo, il padre di ogni discomunione, frutto amaro della superbia e dell'orgoglio che si fanno invidia, come negli scismi e nei divorzi ad esempio: "un cuore geloso è un cuore acido, un cuore che invece del sangue sembra avere l’aceto; è un cuore che non è mai felice, è un cuore che smembra la comunità" (Papa Francesco).  Il fuoco di Cristo, invece, divide per evitare di ricorrere alle toppe e annuncia il vino nuovo riversato in otri nuovi! Famiglie nuove, amicizie nuove, fidanzamenti nuovi. Tutto santo e libero perché tutto vissuto in Cristo, nella vera pace, la sua pace, che ci attende anche oggi, quella di un amore libero capace di donarsi gratuitamente. L'amore al quale Dio ci torna a chiamare nel mezzo del nostro cuore ormai raffreddatosi, preoccupato più dell’apologia che dell’annuncio. Apologia di se stessi, delle proprie posizioni, anche del Magistero della Chiesa, tutto usato come una clava contro chi non la pensa come noi; tutto, anche le cose sante usate per soddisfare il proprio uomo vecchio, mentre degli altri, del peccatore, che sono per i quali esiste la Chiesa, non ci importa nulla. A casa come in Chiesa, con i familiari come tra sacerdoti, è sempre una continua lotta tra, da una parte l'"irrigidimento ostile, cioè il voler chiudersi dentro lo scritto (la lettera) e non lasciarsi sorprendere da Dio, dal Dio delle sorprese (lo spirito); dentro la legge, dentro la certezza di ciò che conosciamo e non di ciò che dobbiamo ancora imparare e raggiungere"; e dall'altra il "buonismo distruttivoche a nome di una misericordia ingannatrice fascia le ferite senza prima curarle e medicarle; che tratta i sintomi e non le cause e le radici" (Papa Francesco).  

La novità del Concilio Vaticano II, come di ogni altro, e i suoi frutti fecondati dallo Spirito Santo, sconvolgono come fuoco la Chiesa, così come ogni figlio provoca un terremoto impensato nella famiglia. Ma, nella Chiesa gerarchica come nelle nostre parrocchie, e anche nelle nostre famiglie, sono forti le tentazioni ricordate dal papa a conclusione dell'Assemblea speciale del Sinodo sulla famiglia: " La tentazione di trasformare la pietra in pane per rompere un digiuno lungo, pesante e dolente e anche di trasformare il pane in pietra e scagliarla contro i peccatori, i deboli e i malati  cioè di trasformarlo in "fardelli insopportabili". La tentazione di scendere dalla croce, per accontentare la gente, e non rimanerci, per compiere la volontà del Padre; di piegarsi allo spirito mondano invece di purificarlo e piegarlo allo Spirito di Dio. La tentazione di trascurare il "depositum fidei", considerandosi non custodi ma proprietari e padroni o, dall'altra parte, la tentazione di trascurare la realtà utilizzando una lingua minuziosa e un linguaggio di levigatura per dire tante cose e non dire niente! Li chiamavano "bizantinismi", credo, queste cose".

Il “fuoco” acceso da Gesù sulla Croce riduce in cenere i legami morbosi che si nascondono nei desideri della carne e ; il "fuoco" che la Chiesa sempre riaccende sino agli estremi confini della terra, ci fa liberi di osare, per amore, la fedeltà alla Verità. Occorre osare di fronte al capoufficio rischiando il posto di lavoro, pur di testimoniare la verità universale e ultima che abbiamo sperimentato. Osare la notte quando, unendosi al coniuge, siamo chiamati ad offrire i nostri corpi alla volontà di Dio, ad aprirci alla fecondità e alla vita, accogliendo il terzo, quinto o decimo figlio, per riaffermare il significato assoluto e universale che Dio ha nella nostra storia come in quella del mondo. 
Occorre osare la castità ed il rispetto nel fidanzamento per annunciare la verità dell'amore crocifisso, l'unico autentico che, nel sacrificio, rivela il dono più grande, puro, disinteressato, quello di Cristo, gioia del loro cuoreosare nell'educazione, lottando con i compromessi affettivi, non temendo il rifiuto e la ribellione, perché i figli o gli studenti o i cristiani affidati siano ogni giorno più conformati e uniti a Cristo, pienezza delle loro aspirazioni

Osare la stolta arrendevolezza della Croce
, il non resistere al male che non è in contraddizione con l'affermazione senza smagliature della verità. Perché la Verità è sempre crocifissa, o non sarà Verità, anche se fosse la professione senza se e senza ma dei principi non negoziabili, anche se trovasse il rifiuto violento e la morte eroica. Resterebbe, appunto, una morte eroica, ma non un martirio; la testimonianza, infatti, è sempre l'offerta gratuita e gioiosa della propria vita per amore dell'altro divenuto nemico. Il dogma che abbraccia e infonde vita ad ogni altro dogma è la Croce, l'unico luogo che afferma, senza tema d'essere smentito, la gratuità e l'universalità dell'amore di Dio. Solo Lui, e coloro che a Lui sono uniti, possono osare il dono totale di sé, senza sperare nulla se non la salvezza del mondo. Solo questo amore è credibile, nel senso che solo chi ama il nemico sino a dare la vita per lui conferisce anche al dogma, ai valori e ai principi morali irrinunciabili e non negoziabili, l'autorevolezza dell'autenticità. L'amore, infatti, li rivela "in presa diretta" mentre si realizzano nei cristiani, come connaturali all'uomo, come gli unici che si addicono alla persona, di qualunque razza e cultura. Solo l'amore riesce a far decodificare il grido nascosto nelle mille grida di dolore dell'umanità, riconoscendo in esso il bisogno di un'accoglienza e di un perdono che superi anche le regole della convivenza civile e finanche la legge naturale. 

E' vero, essa è inscritta nel cuore di ogni uomo, non vi è condizionamento capace di cancellarla sino in fondo, ed è altrettanto vero che, usando della libertà, gli uomini l'abbiano infranta. Tu ed io, non meno di un pagano o di un politeista, di un ateo o di un agnostico. Sottolineare all'infinito questa realtà non serve a nulla, neanche battersi perché venga accettata. Essa sarà rivelata solo in carni e vite capaci di superare i limiti della natura e delle leggi che Dio stesso le ha imposto, andando a ripescare chi, liberamente e orgogliosamente, le ha infrante. La legge naturale risplenderà solo in coloro che compiranno leggi soprannaturali, quelle dell'amore che ha sconfitto la morte, il limite estremo e invalicabile della natura. I cristiani lo possono superare, entrano nel regno dei morti, si aggirano negli inferi e toccano, destano e si caricano dei relitti umani che vi si trovano. Amano senza condizioni chi ha abortito, ucciso, rubato, adulterato; si consegnano ai pedofili, ai terroristi, ai torturatori, agli evasori fiscali, ai corrotti, alla loro moglie e ai loro mariti, gratuitamente, nello stesso modo i cui sono stati amati. In quegli inferi depongono un raggio di speranza, un lampo della luce di Pasqua, la testimonianza credibile della vittoria di Cristo sulla morte e del conseguente perdono di ogni peccato. Non solo, proprio nel buio disperato di chi si disprezza al punto di non saper più vivere secondo natura, la Chiesa osa offrire la possibilità di una vita nuova, la stessa vita di Cristo, quella che scorre nelle sue vene: la vita soprannaturale che include, compie e sublima la legge naturale; il rispetto gioioso di ogni principio non negoziabile, l'affermazione perentoria e incontestabile della vita incastonata nella vita di chi la sta perdendo per puro amore.

Quale migliore e più credibile e autentica affermazione "pro life" che quella di chi, per difendere la vita che non muore nella carne destinata a morire, offre la propria di vita, nella certezza di conservarla per l'eternità grazie alla resurrezione di Cristo? Quale maggiore difesa della vita nascente nel seno di una madre che quella di chi accoglie nel suo seno di misericordia madre e figlio, educando e accompagnando con il latte della misericordia e il bastone della Croce? E così per la vita di un anziano, di un malato, per il matrimonio, per le persone gay e per l'educazione, per ogni ambito della vita, soprattutto quelli più insidiati. Soprattutto per le donne, vergini, spose e madri, oggetto del'attacco del demonio più proditorio: sono le donne a dover essere accolte oggi sotto il manto della misericordia, dove possano gridare, piangere, reclamare, per incontrare la gioia del loro compimento in quanto donne che il mondo le ha sottratto. A tutto questo è chiamata la Chiesa; a questo la chiama Papa Francesco, ad osare l'amore che esce verso le periferie dell'esistenza, quelle di chi è indifferente ma soffre indicibilmente, e ai quelli non si può restare indifferenti;a osare l'amore che non si difende, soprattutto quando è percepito, paradossalmente, come odio. 

Occorre osare anche di vedersi rifiutati da chi ci ha dato la vita
; come Edith Stein, che, pur soffrendo nella carne, non ha esitato ad abbandonare la propria religione e sua madre per seguire il Signore. E sarà proprio nella camera a gas del suo "doppio" martirio, come ebrea e come cristiana, che tutto si illuminerà e compirà: nell'amore che la consumava attirava e salvava anche ciò che aveva dovuto abbandonare. La divisione che porta Cristo è il distacco dalla carne che prelude alla comunione eterna: "Cara madre superiora, mi permetta di offrirmi in sacrificio di espiazione per la vera pace: perché il regno dell’anticristo sprofondi, se possibile senza un nuovo conflitto mondiale, e che un nuovo ordine s’impianti". Chi vive in Cristo in Lui sarà perseguitato; dal suo uomo vecchio per cominciare e dal mondo perché un cristiano sarà sempre un segno di contraddizione. La sua vita sarà una profezia che, ovunque giungerà, provocherà la divisione. Gesù Cristo infatti non è un Segretario Onu, né tanto meno un gestore di fitness club o di uno di quei centri di pseudo-spiritualità dove ritrovare se stessi. Con Lui si è catapultati dritti dritti dentro le arene di ogni giorno, e leoni e tigri sono lì ad aspettarci. 

Ma è proprio questa la vita più piena, buona e vera che fa scaturire il canto di ogni cristiano divorato dai suoi carnefici, il canto nuovo dei martiri di ogni parte del mondo. Il Signore ci chiama ad essere crocifissi con Lui perché il mondo riceva la vita; santi, separati, consacrati, cioè etimologicamente divisi, "pionieri del Cielo" - secondo un altro significato della parola che compare nel Vangelo odierno. Il Cielo offerto anche e proprio a coloro dai quali pareva ci fossimo separati, genitori, figli, sposi, amici, fidanzati. Essere discepolo di Cristo significa essere suo, non ci apparteniamo più. E' questo il senso più profondo delle parole dure e difficili del Vangelo di oggi. Siamo suoi per discendere liberi con Lui nel “battesimo” che ci immerge nel dolore del prossimo perché incontri in noi il suo amore.





αποφθεγμα Apoftegma



L'astuto avversario, quando si vede scacciato dal cuore dei buoni,
cerca quanti sono molto amati da loro,
e parla per mezzo di essi con parole carezzevoli:
affinché, penetrato il cuore con la forza dell'amore,
la spada della sua persuasione irrompa facilmente
nelle fortificazioni della rettitudine interiore
S. Gregorio Magno

Mercoledì della XXIX settimana del Tempo Ordinario


Giuseppe si fa riconoscere dai suoi fratelli


SINTESI



Il Signore “conosceva” la volontà del Padre, sapeva che era giunta la sua ora; nessun altro poteva entrarvi per curare le “piaghe che non si lasciano toccare che con mani trafitte da chiodi” (François Mauriac), per inginocchiarsi dinanzi ai piedi che non si lasciano lavare che dal suo sangue. I piedi di Pietro e degli apostoli, i nostri piedi, che hanno lasciato orme di dolore e peccati sino ad oggi, perdonati uno ad uno, sino a quest’ultimo testardamente commesso, perché Gesù ci ama sino “alla fine”. Nessuno di noi "conosceva la volontà di Dio", per questo abbiamo fatto cose "meritevoli di percosse", come il mondo. Ma ne abbiamo "ricevute poche", nulla in relazione al male commesso. abbiamo gustato l'amara conseguenza dei peccati, ma siamo ancora qui, ad ascoltare la Parola, a nutrirci dei sacramenti. Le "percosse" destinate a noi, infatti, si sono abbattute su Gesù, carne crocifissa e sangue versato per trasformarci “in una nuova forma di essere, nell'apertura per Dio e nella comunione con Lui” (Benedetto XVI). Questo mistero si rinnova ogni giorno nella Chiesa, dove il Signore parla “a noi” per salvare “tutti”. Ci chiede anche oggi se abbiamo “capito” che cosa Egli ha fatto nella nostra vita. Ne va della nostra “beatitudine”, del nostro compimento in terra e in cielo. “Sapendo” che la “volontà del Padrone” è “darci molto” di sé, e "affidarci il molto" del suo amore, “saremo beati” se lo accoglieremo, per realizzare il “lavoro” nel quale essere “pronti” in attesa del suo ritorno. Ogni “ora” può essere quella di Cristo che viene a compiersi in noi. Siamo infatti “amministratori” dei beni di Dio, non conduciamo noi la storia e nulla ci appartiene. Ci ha scelti per essere "servi fedeli" come Giuseppe, il figlio di Giacobbe. E' lui la profezia del Servo di Yahwè, che nella discesa - ingiusta - agli inferi del tradimento e della prigione, ha imparato la "fedeltà" alla chiamata ben chiara sin da piccolo, e la "saggezza" nel discernere in ogni evento, anche i più tragici, l'opera di Dio: "Non voi mi avete venduto, dirà ai fratelli, ma il Signore mi ha inviato qui prima di voi proprio per sfamare voi, come oggi accade". Giuseppe è figura del Servo di Dio, Gesù, che nella morte di Croce è stato fedele e saggio nel discernere la "necessità" di quell'angusto cammino per poter dare da mangiare la salvezza a ogni uomo: "Nessuno mi toglie la vita, ma sono io che la dono", e così è stato. E' vero che le mani degli empi, le nostre, lo hanno crocifisso, ma Lui sapeva che su quel Legno benedetto lo aveva inviato il Padre, prima di noi e per noi. Il Signore “conosceva” la volontà del Padre, sapeva che era giunta la sua ora. “Fedeltà e saggezza”, allora, significa "amministrare" con la giustizia della Croce, seguendo le orme di Cristo; proprio per essersi offerto nell’umiliazione del Calvario, Gesù è stato “costituito” Signore e “capo” per “distribuire” a ogni uomo la “razione” d’amore di cui ha bisogno. Siamo chiamati a seguire il suo “esempio”, senza temere che “il ladro scassini” la casa della nostra vita, perché il Padre ne ha fatto cibo offerto gratuitamente a chi ci è “affidato”. Invece la croce ci spaventa e sembra “ritardare” l’avvento del Signore. Le ore spesso insignificanti, le frustrazioni, sono il luogo dove siamo chiamati a "servire" il coniuge, i figli, i fedeli affidati. Ma spesso non lo accettiamo, e cerchiamo di riempirle con le alienazioni, "mangiando e bevendo" e "ubriacandoci" con il piacere per non soffrire. Così, "quando non ce lo aspettiamo", arriva il Signore, attraverso una persona o un fatto, e ci ritroviamo tra gli "infedeli"; ci scopriamo cioè senza fede, pagani nel cuore e nella mente. E non possiamo "dare la razione di cibo" - l'amore, la pazienza, il perdono, una parola di verità e consolazione - perché non abbiamo saputo entrare in quel "a suo tempo", il tempo del fratello affamato... La triste conseguenza è la condanna a passare il tempo in quel "posto riservato agli infedeli", che è il non senso e l'incapacità di amare, un anticipo dell'inferno. Mentre quello che ci presenta la volontà di Dio, anche quando sembra una stucchevole routine incartata nell'indifferenza dell'altro, è pieno di luce e di pace, un antipasto del paradiso; solo entrandoci e restandoci si può vivere autenticamente! Fare la volontà di Dio, purissima dove non ci è consentito far nulla di ciò che vorremmo: questo è essere cristiani, vivere nudi come Cristo sulla Croce, per offrire, semplicemente, noi stessi. Nessuno può vivere così, se non è scelto per essere servo nel Servo. Ma ti assicuro, anche se la superbia ce la mette tutta per riprendersi quello che sta perdendo, e cadiamo peccando infantilmente tra gelosie e invidie, servire è il segreto della gioia vera, la beatitudine che ci sazia di Lui, l'amore che nessuno e nulla può toglierci. La sofferenza ci purifica e “sala” i beni per impedirci di vivere “infedelmente”, cioè servendo noi stessi. Chi vive per se, infatti, “percuote” con parole e ricatti chi gli è donato, per saziare irragionevolmente i suoi istinti. Ma coraggio, non siamo più grandi del Padrone che ci ama come amici, il suo cammino è il nostro; passa per dove non vorremmo andare, ma giunge alla beatitudine che la carne detesta, e lo Spirito desidera da sempre: l'ultimo posto, quello più in basso di tutti, in ginocchio davanti al fratello. Solo lì, dove oggi la storia ti metterà, "sarai beato mettendo in pratica", lasciando cioè che Cristo realizzi in te l'amore che si dona gratuitamente. Ogni volto che ci è accanto è il "molto che ci è stato affidato"; ci sarà richiesto "molto di più", cioè il prossimo raggiunto dalla riconciliazione, dal perdono, dalla speranza, dalla pace, dalla gioia; da Cristo, che è il "di più" che realizza ogni uomo. "Ci è stato dato molto" amore nella Chiesa, no? E' per gli altri, perché sia moltiplicato in loro attraverso l'annuncio del Vangelo e il dono della nostra vita, testimonianza credibile della "beatitudine" preparata per tutti.




L'ANNUNCIO
Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate». Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore rispose: «Qual è dunque l'amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l'aspetta e in un'ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.  
 (Dal Vangelo secondo Luca 12,39-48)




La fedeltà e la saggezza ci aprono alla beatitudine. Vi sono, nella Storia come nella vita di ciascuno di noi, momenti diversi, come ci insegna Qoelet. Solo un servo sa riconoscere quelli favorevoli, i kairos nei quali donarsi. Non a caso Gesù parla di un "servo", al quale sono dati in "amministrazione" i beni di Dio: nella Chiesa l'unico titolo che abbia valore è lo stesso di Gesù. Nei cristiani riscattati dal mondo scorre lo stesso sangue: "tra di voi non sia" come nel mondo, dove tutto è pretesto per sopraffare e primeggiare. L'opera di Dio compiuta dal Signore consiste nel ricreare in ciascuno il "servo" che era stato pensato e plasmato "in principio" e deturpato dall'orgoglio iniettato dal demonio. 

La domanda di Gesù su "quale sia il servo fedele e saggio" viene oggi a cercare ciascuno di noi, come, nei secoli, ha cercato i cristiani di ogni generazione. Con essa ci viene chiesto se abbiamo accolto davvero il Signore nella nostra vita, se abbiamo creduto alla predicazione e se abbiamo lasciato libertà allo Spirito Santo di ricrearci a immagine del Servo. Le parole non bastano... Per rispondere occorrono fatti concreti, esperienze reali che disegnino una storia di salvezza e conversione. 

La "fedeltà e la saggezza" si riferiscono alla Parola ricevuta nella Chiesa. Chi l'ha accolta obbedendo fedelmente ha sperimentato una sapienza nuova condurre la propria vita. La Croce e l'amore rivelato su di essa ha cominciato ad ispirare pensieri, criteri e parole sino a divenire gesti e attitudini. Il "servo" ha preso il posto dell'uomo vecchio, arrogante, orgoglioso e incapace di donarsi. Un "servo" che guarda tutto dal suo posto di "lavoro". I suoi parametri, le sue categorie, la misura con cui giudica la storia sono quelli di un "servo". Dunque, innanzitutto non è viziato dalla cupidigia di un guadagno personale, tutto è per l'utile del Padrone. Tradotto significa che il cristiano rinato nel battesimo, che ha ascoltato l'annuncio e la Parola di Dio e questa ha prodotto frutto in lui, pensa, parla e agisce cercando sempre la volontà di Dio, che è la salvezza di ogni uomo. Per questo, un cristiano ha "discernimento", e vede l'opera di Dio dentro e oltre la realtà, la sua misericordia all'opera per raggiungere ogni uomo e vive al suo "servizio". 

Chagall. Giuseppe e i suoi fratelli
Allora, chi è il "servo" al quale verrà assegnato il compito di sfamare il popolo al tempo opportuno? Se apriamo la Scrittura troviamo la figura che risponde a questa domanda: Giuseppe, il figlio di Giacobbe. E' lui la profezia del Servo di Yahwè, che nella discesa -ingiusta - agli inferi del tradimento e della prigione, si è mantenuto "fedele" alla chiamata ben chiara sin da piccolo, e "saggio" nel discernere in ogni evento, anche i più tragici, l'opera di Dio: "Non voi mi avete venduto, dirà ai fratelli, ma il Signore mi ha inviato qui prima di voi proprio per sfamare voi, come oggi accade". Giuseppe è figura del Servo di Dio, Gesù, che nella morte di Croce è stato fedele e saggio nel discernere la "necessità" di quell'angusto cammino: "Nessuno mi toglie la vita, ma sono io che la dono", e così è stato. E' vero che le mani degli empi, le nostre, lo hanno crocifisso, ma Lui sapeva che su quel Legno benedetto lo aveva inviato il Padre, prima di noi e per noi. Il Signore “conosceva” la volontà del Padre, sapeva che era giunta la sua ora; negli eventi e nelle persone, nella persecuzione e nel rifiuto leggeva la "necessità e la convenienza" della sua morte: non dubitava, soffriva ed era angosciato, ma non metteva in discussione la missione del chicco di grano che doveva cadere nella terra della nostra vita per divenire pane capace di sfamarci. Questa è la "fedeltà", la "hesed" del Figlio: non un centimetro del cuore lontano dal cuore del Padre. Ed è la stessa fedeltà di Dio con il Figlio e con ogni uomo: tutto di Lui è per noi, con noi, in noi. Così è stato con il suo Popolo, così anche con il cuore più indurito.


Nessun altro poteva entrare in quella Passione per curare le “piaghe che non si lasciano toccare che con mani trafitte da chiodi” (François Mauriac), per inginocchiarsi dinanzi ai piedi che non si lasciano lavare che dal suo sangue. I piedi di Pietro e degli apostoli, i nostri piedi, che hanno lasciato orme di dolore e peccati sino ad oggi, perdonati uno ad uno, sino a quest’ultimo testardamente commesso, perché Gesù ci ama sino “alla fine”. 
Nessuno di noi "conosceva la volontà di Dio", per questo abbiamo fatto cose "meritevoli di percosse", come il mondo. Ma ne abbiamo "ricevute poche", nulla in relazione al male commesso. abbiamo gustato l'amara conseguenza dei peccati, ma siamo ancora qui, ad ascoltare la Parola, a nutrirci dei sacramenti. Le "percosse" destinate a noi, infatti, si sono abbattute su Gesù, carne crocifissa e sangue versato per trasformarci “in una nuova forma di essere, nell'apertura per Dio e nella comunione con Lui” (Benedetto XVI). 

Questo mistero si rinnova ogni giorno nella Chiesa dove il Signore parla “a noi” per salvare “tutti”. Ci chiede anche oggi se abbiamo “capito” che cosa Egli ha fatto nella nostra vita. Ne va della nostra “beatitudine”, del compimento della nostra vita in terra e in cielo. “Sapendo” che la “volontà del Padrone” è “darci molto” di sé, e "affidarci il molto" del suo amore, “saremo beati” se lo accoglieremo lasciando che il suo Spirito dia morte all'uomo vecchio per far nascere e crescere il nuovo, capace di realizzare il “lavoro” con il quale essere “pronti” in attesa del suo ritorno. Ogni “ora” può essere quella di Cristo che viene a compiersi in noi. Forse tra un momento, forse nella persona più cara, non possiamo saperlo. Siamo infatti “amministratori” dei beni di Dio, non li creiamo noi, nulla ci appartiene; non conduciamo noi la storia. 

“Fedeltà e saggezza” è amministrare ogni evento e relazione con la giustizia della Croce, seguendo le orme di Cristo; proprio per essersi offerto nell’umiliazione del Calvario, Gesù è stato “costituito” Signore e “capo” per “distribuire” a ogni uomo la “razione” d’amore di cui ha bisogno. Siamo chiamati a seguire il suo “esempio”, senza temere che “il ladro scassini” la casa della nostra vita, perché il Padre ne ha fatto cibo offerto gratuitamente a chi ci è “affidato”. Le sue porte sono sempre spalancate, nella certezza che con il coniuge, i figli, i colleghi e i compagni di scuola, nella missione e nell'evangelizzazione, ovunque il Padre ha preparato momenti favorevoli dove "servire" chi non ha conosciuto o ha dimenticato la misericordia. 

La paura non si addice ai cristiani, è il sentimento degli "infedeli"; il "loro posto" è nell'ombra, un inferno anticipato, oscuro di menzogna e dissimulazione, sempre angosciati nel terrore di essere smascherati. Il "giorno" e l' "ora" sono inaspettati solo per chi non sa riconoscere il momento favorevole, per chi disprezza superficialmente le occasioni offerte dal Padre. Sono celati solo a chi ha voluto, ostinatamente, chiudere occhi, orecchie e cuore: è ovvio che non veda e non senta nulla; è naturale che non possa amare...  Ma noi siamo nati per essere, oggi, il chicco di grano che gli altri aspettano da sempre. Un piccolo e invisibile chicco che, morendo alla propria volontà, è trasformato nel pane fragrante che è il corpo di Cristo risorto, perdono da mangiare gratuitamente. Certo, la croce ci spaventa e sembra “ritardare” l’avvento del Signore. Magari il figlio mangia e se ne va, non ci degna di un grazie e continua la sua vita di sempre. Esattamente come abbiamo fatto noi tante volte; appena usciti dalla messa abbiamo continuato come prima, accidiosi e rancorosi. E, infedeli, abbiamo ricevuto "molte percosse", sapendo che la volontà del padrone era ben altra... Benedette percosse, che ci hanno e ci stanno educando, e preparando a consegnare, moltiplicato in frutti squisiti, il "molto" che ci è stato dato. 

Quante volte abbiamo sperimentato l'amarezza di non poter dare quanto ci era stato richiesto. Perdonati laddove neanche lo speravamo, non siamo stati capaci di perdonare a nostra volta. Ma proprio le "percosse" ricevute, le umiliazioni e i rifiuti, il broncio della moglie e la sfrontatezza dei figli, hanno ammorbidito il nostro cuore e potato i rami secchi di malvagità. E così, con la forza del piccolo seme caduto nella nostra carne, poco a poco, abbiamo imparato a "servire", per pura Grazia. Così accadrà a chi oggi sembra che ci rifiuti, che si approfitti della nostra magnanimità. Dovremo vedere il figlio essere "percosso" dagli eventi, non ci turbiamo e non cominciamo a fremere come genitori schiavi del sentimentalismo. E' necessario, come lo è stato per noi. Tranquilli, il Signore non ritarda, è in perfetto orario, perché le sofferenze e i rifiuti arrivano nel momento stabilito alla stazione prevista. Invece la croce ci spaventa e sembra “ritardare” l’avvento del Signore. Le ore spesso insignificanti, le frustrazioni, sono il luogo dove siamo chiamati a "servire" il coniuge, i figli, i fedeli affidati. Il tempo che ci presenta la volontà di Dio, anche quando sembra una stucchevole routine incartata nell'indifferenza dell'altro, è pieno di luce e di pace, un antipasto del paradiso; solo entrandoci e restandoci si può vivere autenticamente! Fare la volontà di Dio, purissima dove non ci è consentito far nulla di ciò che vorremmo: questo è essere cristiani, vivere nudi come Cristo sulla Croce, per offrire, semplicemente, noi stessi. Nessuno può vivere così, se non è scelto per essere servo nel Servo. Ma ti assicuro, anche se la superbia ce la mette tutta per riprendersi quello che sta perdendo, e cadiamo peccando infantilmente tra gelosie e invidie, servire è il segreto della gioia vera, la beatitudine che ci sazia di Lui, l'amore che nessuno e nulla può toglierci. Per noi e per il nostro prossimo, per purificarci e “salare” i beni e così impedirci di vivere “infedelmente”, senza fede come i pagani; come accade quando il demonio riesce a demoralizzarci e ci spinge ad alienarci, "mangiando e bevendo" e "ubriacandoci" con il piacere per non soffrire,“percuotendo” con parole e ricatti chi ci è donato per saziare irragionevolmente i nostri istinti. E sperimentando l'angoscia del "posto riservato agli infedeli", che è il non senso. Ma coraggio, non siamo più grandi del Padrone che ci ama come amici, siamo "servi" che seguono le sue orme sulla via del Calvario, il suo cammino è il nostro; passa per dove non vorremmo andare, ma giunge alla beatitudine che la carne detesta, e lo Spirito desidera da sempre: l'ultimo posto, quello più in basso di tutti, in ginocchio davanti al fratello. Solo lì, dove oggi la storia ti metterà, "sarai beato mettendo in pratica", lasciando cioè che Cristo realizzi in te l'amore che si dona gratuitamente. Ogni volto che ci è accanto è il "molto che ci è stato affidato"; ci sarà richiesto "molto di più", cioè il prossimo raggiunto dalla riconciliazione, dal perdono, dalla speranza, dalla pace, dalla gioia; da Cristo, che è il "di più" che realizza ogni uomo. "Ci è stato dato molto" amore nella Chiesa, no? E' per gli altri, perché sia moltiplicato in loro attraverso l'annuncio del Vangelo e il dono della nostra vita, testimonianza credibile della "beatitudine" preparata per tutti.


APPROFONDIMENTI


Così, col tempo, si può scoprire che Dio, nella sua Provvidenza onnipotente, può trarre un bene dalle conseguenze di un maleanche morale, causato dalle sue creature: “Non siete stati voi”, dice Giuseppe ai suoi fratelli, “a mandarmi qui, ma Dio; se voi avete pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene per far vivere un popolo numeroso”. Dal più grande male morale che mai sia stato commesso, il rifiuto e l'uccisione del Figlio di Dio, causata dal peccato di tutti gli uomini, Dio, con la sovrabbondanza della sua grazia, ha tratto i più grandi beni: la glorificazione di Cristo e la nostra Redenzione. Con ciò, però, il male non diventa un bene.

Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 312




αποφθεγμα Apoftegma







Dobbiamo lavarci i piedi anche nel senso
che sempre di nuovo perdoniamo gli uni agli altri.
Il debito che il Signore ci ha condonato
è sempre infinitamente più grande di tutti i debiti
che altri possono avere nei nostri confronti
Benedetto XVI