Giovedì della XXX settimana del Tempo Ordinario


Chagall. Giosuè e l'angelo del Signore


SINTESI

La missione di Gesù esige radicalità. La consapevolezza dell'opera da compiere lo rende forte e audace. L'autenticità della profezia si rivela nella fermezza e nella parresia del profeta. La missione di Gesù è il compimento di quella affidata a Giosuè; in ebraico il nome “Giosuè” (yehosu‘a) è una forma antica del nome “Gesù” (yesu‘a). Giosuè doveva guidare il popolo alla conquista della terra promessa, combattendo gli abitanti di Canaan; Gesù dovrà scacciare i demoni per introdurre gli uomini nel Regno di Dio. Il suo programma è semplice: deve andare per la sua strada sino a Gerusalemme. Ha davanti a sé un tempo limitato, due giorni, che lo prepara al compimento dell'opera nel terzo giorno. E' questo il tempo di Dio, tre giorni, il Mistero Pasquale. Ogni missione profetica segue lo stesso schema: annuncio, processo, rifiuto, passione, croce, sepolcro e risurrezione. Questo significa che ogni profezia deve passare per il crogiuolo, per il sacrificio dell'agnello. Solo così essa potrà mostrare la sua autenticità, la verità capace di liberare davvero. Gesù lo sapeva e per questo non temeva di dirigersi a Gerusalemme, il luogo dove la Pasqua doveva essere celebrata, come non era possibile che un profeta morisse fuori da Gerusalemme. Ogni profezia, infatti, annuncia il mistero della Pasqua, rivelando, negli eventi della storia, la sapienza della Croce: essa distrugge ogni falsa sapienza, l'astuzia di Erode la volpe, l'ipocrisia dei farisei. Per questo, ogni criterio che induce a fuggire dalla croce è figlio di satana. Occorre coraggio per vivere ogni giorno il ministero profetico che ci è assegnato, senza scappare. Il coraggio che scaturisce dalla fede; dubitare è spegnere la profezia e sbiadire la vita. Dio ci ha chiamato per compiere la stessa opera di Giosuè e di Gesù: tre giorni per condurre questa generazione al di là del Giordano. Unica condizione è fare quello che il Signore ha indicato a Giosuè: meditare giorno e notte la Scrittura e nutrirsi delle provviste capaci di far entrare nel passaggio attraverso la morte, profezia della vita spirituale di una comunità cristiana, perché sia Cristo ad operare in noiCi attende Gerusalemme, il rifiuto e la morte: non è possibile che la storia di ogni giorno non ci conduca alla moglie, al marito, ai colleghi, come ad un sepolcro. E' la verità, perché esiste il peccato che insidia la Grazia. Per questo l'amore autentico appare quando si ergono i nemici contro di noi. Non è possibile morire fuori dalla storia, perché l'autenticità della nostra vita cristiana sia provata, e divenga profezia di salvezza per coloro ai quali siamo inviati. Certo, il rifiuto della profezia genera solitudine e morte, il destino della casa di Gerusalemme. Ma, misteriosamente, anche questo è necessario: per essere scacciato, satana deve venire alla luce. In Gerusalemme sono coagulati i peccati di ogni generazione. Il rifiuto e la condanna trascineranno la carne del Signore nella tomba, e la stessa casa di Gerusalemme diverrà un sepolcro deserto. Ma proprio questo passaggio segnerà l'aurora gloriosa del Benedetto che viene nel nome del Signore; la sua vittoria sarà la pace. Secondo un’etimologia popolare Gerusalemme era interpretata come "visione della pace". Questa visione sarà compiuta quando i discepoli rivedranno il Maestro risorto al terzo giorno: "Pace a voi!". E' Gesù stesso, il Tempio ricostruito in tre giorni, la visione della pace, la nuova Gerusalemme i cui figli sono raccolti come una covata sotto le ali della chioccia. E' necessario che Gesù si diriga oggi alla nostra vita, per far luce e smascherare i nostri peccati. La sua strada siamo noi che, come Gerusalemme, rifiutiamo la profezia e il Profeta. I passi di Gesù ci cercano anche oggi in un desiderio ardente di far pasqua con noi, di amarci, di perdonarci. I suoi passi cercano i nostri peccati. Troppe volte abbiamo visto la nostra casa deserta, la famiglia dispersa e incapace di perdonarsi. Troppe volte abbiamo rifiutato la profezia che ci avrebbe resi liberi, trattenendo e difendendo i nostri peccati. Occorre imparare a darglieli, come San Girolamo. Oggi il Signore ci viene a prendere sotto le sue ali, per farci sperimentare il potere del suo amore. Oggi possiamo incontrarlo di nuovo, vittorioso su ogni nostro peccato, e accoglierlo abbandonandoci nell'umile fede di chi, dal fondo del suo deserto, riconosce in Gesù la benedizione inviata dal Padre.



L'ANNUNCIO
In quel giorno si avvicinarono alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere». 
Egli rispose: «Andate a dire a quella volpe: Ecco, io scaccio i demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno avrò finito. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme. 
Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa vi viene lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!».
(Dal Vangelo secondo Lc 13, 31-35)





Gesù deve andare per la sua strada. Nulla e nessuno potrà fermarlo. La sua missione esige radicalità. La consapevolezza dell'opera da compiere lo rende forte e audace. Non saranno le minacce di morte che lo distoglieranno dal compiere il mandato ricevuto dal Padre. L'autenticità della profezia si rivela nella fermezza e nella parresia del profeta. La missione di Gesù è il compimento di quella affidata a Giosuè; in ebraico il nome “Giosuè” (yehosu‘a), infatti, è una forma antica del nome “Gesù” (yesu‘a). Giosuè doveva guidare il popolo alla conquista della terra promessa, combattendo gli abitanti di Canaan; Gesù dovrà scacciare i demoni per introdurre gli uomini nel Regno di Dio: "E' lui infatti che dopo la morte di Mosè ha assunto il comando, è lui che ha condotto l’esercito e ha combattuto contro Amalec; e ciò che era adombrato dalle braccia distese sul monte egli lo ha realizzato inchiodando alla croce i principi e le potenze sulle quali egli, in se stesso, trionfa" ((Origene, Omelie su Giosuè, I, 3). 

Il Signore invia Giosuè infondendogli coraggio: "Sii coraggioso e forte, poiché tu dovrai mettere questo popolo in possesso della terra che ho giurato ai loro padri di dare loro. Solo sii forte e molto coraggioso, cercando di agire secondo tutta la legge che ti ha prescritta Mosè, mio servo. Non deviare da essa né a destra né a sinistra, perché tu abbia successo in qualunque tua impresa. Non si allontani dalla tua bocca il libro di questa legge, ma mèditalo giorno e notte, perché tu cerchi di agire secondo quanto vi è scritto; poiché allora tu porterai a buon fine le tue imprese e avrai successo. Non ti ho io comandato: Sii forte e coraggioso? Non temere dunque e non spaventarti, perché è con te il Signore tuo Dio, dovunque tu vada... Allora Giosuè comandò agli scribi del popolo: «Passate in mezzo all'accampamento e comandate al popolo: Fatevi provviste di viveri, poiché fra tre giorni voi passerete questo Giordano, per andare ad occupare il paese che il Signore vostro Dio vi dà in possesso»" (Gs. 1,3 ss.). 


Gesù fa sue le parole rivolte a Giosuè, e con coraggio si dirige a Gerusalemme: sa di non essere solo, il Padre è sempre con Lui perché Egli compie sempre la sua volontà, non devia da essa né a destra né a sinistra; Gesù medita giorno e notte la Scrittura, dirige su di essa i suoi passi, la incarna e la compie in ogni istante, è sempre presente sulle sue labbra. Per questo non teme e non si spaventa: raccoglie i suoi discepoli, consegna se stesso come provvista, annunciandogli il mistero che lo attende, la morte e la risurrezione che avverrà dopo tre giorni; allora passeranno finalmente il Giordano della paura, per andare ad annunciare il Vangelo e occupare il paese soggiogato da satana che il Signore dà loro in possesso sino ai confini della terra. 

Gesù va per la sua strada: è la profezia che stana e scaccia i demoni. E' la verità che fa liberi. Il programma di Gesù è semplice: ha davanti a sé un tempo limitato, due giorni, che lo prepara al compimento dell'opera nel terzo giorno. La missione di Gesù è riassunta nei tre giorni del suo mistero pasquale: è questo il tempo di Dio. Ogni missione profetica segue lo stesso schema: annuncio, processo, rifiuto, passione, croce, sepolcro e risurrezione. Questo significa che ogni profezia deve passare per il crogiuolo, per il sacrificio dell'agnello. Solo così essa potrà mostrare la sua autenticità, la verità capace di liberare davvero. Gesù lo sapeva e per questo non temeva di dirigersi a Gerusalemme, il luogo dove la Pasqua doveva essere celebrata, come non era possibile che un profeta morisse fuori da Gerusalemme. 

Vista di Gerusalemme con scene della Passione
Ogni profezia annuncia la Pasqua, rivelando, negli eventi della storia, la sapienza della Croce: essa distrugge ogni falsa sapienza, l'astuzia di Erode la volpe, l'ipocrisia dei farisei. Per questo, ogni criterio che induce a fuggire dalla croce è figlio di satana. Occorre coraggio per vivere ogni giorno il ministero profetico che ci è assegnato, senza scappare. Il coraggio che scaturisce dalla fede; dubitare è spegnere la profezia e sbiadire la vita. Dio ci ha chiamato per compiere la stessa opera di Giosuè e di Gesù: tre giorni per condurre questa generazione al di là del Giordano. Non siamo soli, Lui è con noi; unica condizione è meditare giorno e notte la Scrittura, essere uniti a Cristo, lasciare che sia Lui ad operare in noi

Ci attende Gerusalemme, il rifiuto e la morte: non è possibile che la storia di ogni giorno non ci conduca alla moglie, al marito, ai colleghi, come ad un sepolcro. E' la verità, perché esiste il peccato che insidia la Grazia. Per questo l'amore autentico appare quando si ergono i nemici contro di noi. Quando si è in una pace frutto del compromesso l'amore è ancora molto sentimento. E i sentimentali non sopportano l'idea che di lì a un minuto il coniuge possa convertirsi in un nemico. Ma proprio nei momenti in cui siamo rifiutati, attraverso di noi, il Signore può raggiungere e salvare chi ci è accanto. Non è possibile morire fuori dalla storia, perché l'autenticità della nostra vita sia provata, e divenga profezia di salvezza per coloro ai quali siamo inviati

Gerusalemme celeste
Il rifiuto della profezia genera solitudine e morte, il destino della casa di Gerusalemme. Ma, misteriosamente, anche questo è necessario: per essere scacciato, satana deve venire alla luce. In Gerusalemme sono coagulati il disprezzo, il rifiuto, i peccati di ogni generazione. "La tradizione ebraica associava alla città santa la creazione di Adamo e al monte Moria il sacrificio di Isacco. Lì, il nuovo Adamo sarebbe stato anch'egli tentato, e, come Isacco, sarebbe stato legato. L'intera storia biblica doveva essere ricapitolata e ricuperata alla radice" (F. Manns, Ecce Homo). Gesù deve affrontare il rifiuto della "Gerusalemme di quaggiù, schiava insieme con i suoi figli", per dischiudere le porte della "Gerusalemme di lassù, libera che è la nostra madre" (Gal. 4,25-26). Scriveva S. Ireneo che le cose "non sono create per se stesse, ma per il frutto che cresce in esse. E come per il frutto l’acino e il grano persistono mentre spariscono la resta e il graspo, così Gerusalemme, che in sé portava il giogo della schiavitù, viene soggiogata per lasciare posto alla Gerusalemme libera. Ad essa vengono condotti tutti quelli che, disseminati nel mondo intero, possono portare frutti"  (S. Ireneo, Adv. Haer.). 

Il rifiuto del Messia inaugurerà l'era della nuova Gerusalemme, nella quale ogni profezia su di essa troverà compimento. Il rifiuto e la condanna trascineranno la carne del Signore nella tomba, e la stessa casa di Gerusalemme diverrà un sepolcro deserto. Ma proprio questo passaggio segnerà l'aurora gloriosa del Benedetto che viene nel nome del Signore; la sua vittoria sarà la pace. Secondo un’etimologia popolare Gerusalemme era interpretata come "visione della pace". Questa visione sarà compiuta quando i discepoli rivedranno il Maestro risorto al terzo giorno: "Pace a voi!". E' Gesù stesso, il Tempio ricostruito in tre giorni, la visione della pace, la nuova Gerusalemme i cui figli sono raccolti come una covata sotto le ali della chioccia.


Per questo è necessario che Gesù si diriga oggi alla nostra vita, per far luce e smascherare i nostri peccati. La sua strada siamo noi che, come Gerusalemme, rifiutiamo la profezia e il Profeta. I passi di Gesù ci cercano anche oggi in un desiderio ardente di far pasqua con noi, di amarci, di perdonarci. I suoi passi cercano i nostri peccati. S. Girolamo si converte e per far penitenza dei suoi peccati rimane a Betlemme per ben 35 anni, in una spelonca accanto alla grotta della Natività, pregando, studiando e traducendo in latino la Bibbia. In una notte di Natale gli appare Gesù Bambino che gli chiede: "Non hai niente da darmi nel giorno della mia Nascita? Il Santo gli risponde: Ti do il mio cuore! – Va bene, ma desidero ancora qualche altra cosa. – Ti do le mie preghiere! Va bene; ma voglio qualche cosa di più, insisteva Gesù. – Non ho più niente, che vuoi che ti dia? – Dammi i tuoi peccati, o Girolamo, rispose Gesù Bambino, perché io possa avere la gioia di perdonarli ancora". Troppe volte abbiamo visto la nostra casa deserta, la famiglia dispersa e incapace di perdonarsi. Troppe volte abbiamo rifiutato la profezia che ci avrebbe resi liberi, trattenendo e difendendo i nostri peccati. Oggi il Signore ci viene a prendere sotto le sue ali, per farci sperimentare il potere del suo amore. Oggi possiamo incontrarlo di nuovo, vittorioso su ogni nostro peccato, e accoglierlo abbandonandoci nell'umile fede di chi, dal fondo del suo deserto, riconosce in Gesù la benedizione inviata dal Padre.







αποφθεγμα Apoftegma




Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme. 
Questo si riferisce al testo che dice: 
“Non è lecito per voi immolare la pasqua 
fuori del luogo dove il Signore tuo Dio 
ha scelto di far abitare il suo nome”.

S. Efrem


Mercoledì della XXX settimana del Tempo Ordinario



SINTESI

Una «porta stretta» ci separa dalla felicità. Anticamente all’interno della porta grande ve ne era una di servizio, più piccola, che veniva chiusa per ultima. Era quella che attendeva il Servo di Dio a «Gerusalemme», e ogni suo discepolo nella propria «città». Essa è un appello di Gesù alla nostra libertà: Egli «passa», e «insegnando» la dischiude dinanzi a noi chiamandoci a seguirlo sul cammino della salvezza. Viviamo in un tempo di Grazia per convertirci, perché un giorno la porta sarà «chiusa». Il «tale» del Vangelo però sembra non lasciarsi coinvolgere. Anonimo e indifferente sulla soglia della questione fondamentale dell’esistenza, è immagine di ciascuno di noi di fronte all’urgenza della chiamata di Gesù. Come quell’uomo e i rabbini del tempo, ci interessiamo della «salvezza» accademicamente, forse scandalizzati della possibilità che i pagani - la «casta» che ruba o il collega che ci fa le scarpe - si salvino con noi che crediamo di essere già «in salvo», lontani dalla loro corruzione e malvagità. Ma non siamo salvi affatto, l’indifferenza verso il drammatico appello di Gesù nasconde la paura che ci impietrisce dinanzi alla «porta stretta» dove passare per donarci ai fratelli. «Cerchiamo» di «entrare» nella comunione e nella pace con loro ma «non ci riusciamo». Il peccato ci ha fatto sperimentare la morte e, come i progenitori «scacciati» «fuori» dalla casa del «Padrone», «non abbiamo forza» di «lottare» (sforzarci) per amare. Allora ci affrettiamo a «bussare», pregando e chiedendo consigli, ma non è la conversione. È il tentativo di giustificarci accusando Dio subdolamente opponendogli le nostre «opere». Certo Gesù ha «insegnato» nelle nostre chiese, è stato «presente» quando «abbiamo mangiato e bevuto» nelle liturgie, ma nel fondo non lo abbiamo mai accolto. Dinanzi alla «porta stretta» infatti cadono tutte le maschere e appare l’autentica matrice delle nostre «opere»: la superbia nella quale viviamo per noi stessi servendoci «iniquamente» dei fratelli. Sono opere così diverse da quelle del Figlio da renderci «irriconoscibili» al Padre; non può aprirci perché «non sa da dove veniamo», la lingua delle nostre preghiere infatti è radicalmente diversa da quella parlata nel suo Regno. Non è quella di Pentecoste, capace di farsi comprendere dal coniuge, dai figli, dai nemici, anche quando ne parlano una diversa. La lingua del Regno, infatti, è quella dell'amore che tutti ascoltano come fosse la propria. Lo Spirito Santo è l'unico che ci dona la parola giusta, il gesto unico e indispensabile, lo sguardo misericordioso, l'ascolto paziente con i quali passare per la porta stretta che mi separa dall'altro. Ogni incomprensione deriva dalla mancanza di Spirito Santo. Altro che psicologi e terapie, si tratta di avere o non avere lo Spirito di Gesù Cristo che crocifigge ogni pensiero, parola e gesto, perché ci aprano al cuore dell'altro. Un padre senza Spirito Santo può fare e dire mille cose, serviranno a poco. Una moglie senza Spirito Santo non avrà misericordia del marito. Un prete senza Spirito Santo parlerà, farà omelie, si sgolerà, ma non resterà nulla. Ma anche oggi il Signore vuole donarci il suo Spirito, che rinnova in noi il miracolo dell'amore che ci farà passare per la porta stretta che distrugge l'orgoglio e ci fa servi degli altri. E' ancora giorno, i fratelli sono accanto a noi e la «porta» è tenuta aperta dalla pazienza di Dio. Possiamo convertirci perché il «pianto» di oggi non ci accompagni domani e per l’eternità. La salvezza è dischiusa dinanzi a noi oltre la «porta stretta» del sepolcro del Signore. La forza dirompente della sua risurrezione ha rotolato via la pietra che ci impauriva. Il suo amore ci attira dietro a Lui nella «lotta» quotidiana per uscire dal peccato ed entrare nel Regno di Dio e sederci a «mensa» in compagnia dei Patriarchi e di tutti i peccatori salvati prima di noi. Lasciamo che il Signore tagli via quanto in noi è troppo grande e ci impedisce di passare, per scendere dai «primi» posti della superbia che ci aveva condannato, all’«ultimo» dell’umiltà dove il Signore ci aspetta per salvarci. Entriamo attraverso la "porta stretta" che conduce alle acque del battesimo: sacramentalmente nella comunità cristiana, dove impariamo a spogliarci dell'uomo vecchio per accostarci alla fonte della Grazia che sono i sacramenti e la Parola di Dio; e poi nella vita di tutti i giorni, dove si attualizza quanto vissuto nella Chiesa: rigettare la via larga che conduce alla perdizione, che è dare soddisfazione alla carne e ai suoi desideri, giudicare, mentire, mormorare, per entrare nei fatti che ci aspettano disegnati a forma di Croce. In essi si schiude il Cielo, la riconciliazione, la pace, la vera felicità, l'abbraccio di Gesù.





L'ANNUNCIO
Passava per città e villaggi, insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Rispose: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete. Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d'iniquità! Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi».

(Dal Vangelo secondo Luca 13,22-30)



Gesù cammina verso Gerusalemme, passa tra le città e i villaggi, e annuncia il Vangelo, compiendo così le parole del salmo: "Tu visiti la terra e la disseti, coroni l'anno con i tuoi benefici, al tuo passaggio stilla l'abbondanza". Gesù visita la nostra "città", con le ricchezze del suo insegnamento ci disseta, passa fa stillare l'abbondanza nella nostra vitaEssa infatti "è una questione aperta, un progetto incompleto. Come si impara l'arte di vivere? Quale è la strada alla felicità? Evangelizzare vuol dire: mostrare questa strada - insegnare l'arte di vivere. Gesù dice... Io ho la risposta alla vostra domanda fondamentale; io vi mostro la strada della vita, la strada alla felicità - anzi: io sono questa strada" (Benedetto XVI). 

In questo contesto si svolge il dialogo del Vangelo. Alcuni rabbini sostenevano che tutto Israele si sarebbe salvato in virtù della fedeltà di Dio. Altri invece affermavano: «Dio ha creato questo mondo per amore di molti, ma quello futuro per pochi». Gesù non cade nel tranello, e, come al solito, mette a fuoco la questione: si tratta della salvezza, dell'arte di vivere una vita piena per ereditare quella eterna; e ciò riguarda ciascuno di noi. Non importano le statistiche, quelle ad esempio nelle quali si perdono i Testimoni di Geova. Per questo Gesù presenta l'immagine della porta stretta attraverso la quale siamo chiamati ad entrare. Innanzi tutto essa ci insegna che la salvezza è al di là del luogo dove oggi noi ci troviamo: è necessario un passaggio, una pasqua, un cambiamento. E' la metanoia, la conversione, movimento ineludibile nel quale apprendere l'arte di vivere

Ma l'immagine della porta stretta illumina anche il tempo e lo spazio della salvezza. Nelle mura della città vi era la porta grande attraverso la quale, durante il giorno, passavano i carri, gli animali e le persone. All'interno di essa ve ne era una più stretta, la porta di servizio, che veniva chiusa per ultima. C'è un tempo favorevole per entrare, poi non si potrà più. Annunciando il Vangelo nelle città e nei villaggi, Gesù inaugura il tempo della Grazia: "Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore... Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi" (Lc. 4, 18-21). 

L'anno di Grazia era l'anno giubilare della riconciliazione, del perdono, del riscatto descritto nel Libro del Levitico che iniziava con la celebrazione di Yom Kippur, la Grande festa della Riconciliazione. Per continuare ad abitare la Terra occorreva ri-entrare in essa attraverso la porta della conversione e del perdono, che supponeva la restituzione delle terre, il condono dei debiti e la liberazione degli schiavi. 

Nel corso dei secoli la Chiesa ha recuperato la Tradizione giubilare, istituzionalizzandola nel 1300, quando Bonifacio VIII diede inizio al primo giubileo della storia cristiana. Non a caso l'Anno Santo si inaugura con l'apertura della Porta Santa: il Papa, dolce Cristo in terra, la spalanca perchè ogni uomo possa attraversarla al termine di un pellegrinaggio di conversione: "Passare per quella porta significa confessare che Gesù Cristo è il Signore, rinvigorendo la fede in lui per vivere la vita nuova che Egli ci ha donato. E' una decisione che suppone la libertà di scegliere ed insieme il coraggio di lasciare qualcosa, sapendo che si acquista la vita divina. E' con questo spirito che il Papa per primo varcherà la porta santa...". E' molto interessante ricordare la storia della Porta Santa in San Pietro: "Nella Basilica Vaticana l'apertura della porta santa è attestata per la prima volta nel Natale del 1499. Una piccola porta, probabilmente di servizio, che si trovava nella parte sinistra della facciata della Basilica di S. Pietro, fu allora allargata e trasformata in porta santa, proprio nel luogo in cui si trova ancora oggi" (Mons. P. Marini, Indicazioni rituali sull'apertura della Porta Santa nel Giubileo del 2000)


Nel suo passare attraverso i luoghi degli uomini, le loro storie comuni e quotidiane, Gesù apre la porta su un tempo nuovo e favorevole, un kairos di salvezza. "Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!" (2 Cor. 6, 2). Ci è data, ora, l'occasione per entrare - un oggi irripetibile da cogliere, un anno giubilareun anno coronato di benefici - perchè poi la porta sarà chiusa: "Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino" (Is. 55,6). Il Signore apre ogni giorno per noi delle porte attraverso le quali poterci riconciliare con il nostro passato, con le persone care; non siamo noi a stabilire i tempi della conversione, è Lui che ci visita offrendoci le occasioni per uscire dalla mediocrità e dalla dissipazione e prendere sul serio la nostra vita. 


La porta stretta significa anche che c'è uno spazio, una dimensione cui adeguarsi per entrare. Non siamo noi la "misura"; la misura autentica che ci definisce è la "porta". Il passaggio, la conversione suppone un adeguarsi alla piccolezza della porta. La porta stretta taglia e recide tutto quello che in noi ci fa schiavi della carne; essendo stretta ci obbliga a dimagrire spiritualmente. Ogni morte quotidiana, ogni evento che nella nostra vita uccide un pezzettino di uomo vecchio, è il segno dell'amore fedele di Dio, l'occasione da cogliere per adeguarci alla porta che introduce nella felicità. La porta stretta è la Croce di ogni giorno, che ricrea, nei diversi momenti favorevoli, la sua immagine in noi; così il Padre ci potrà riconoscere quali suoi figli nel Figlio, a Lui somiglianti, e aprirci la porta del Paradiso.


Gesù ci consegna anche la chiave per aprire la porta, l'atteggiamento con il quale cogliere l'occasione e adeguarci alle sue dimensioni: la lotta. La traduzione "sforzatevi" non fa giustizia all'originale greco che dice "lottare", entrare nell'agone che ci è presentato quotidianamente, la lotta per la libertà autentica. Per questo San Paolo, "di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù", considerava sterco e impedimento tutto quello che poteva essere per lui un guadagno per potersi vantare, giustificare, salvare secondo la carne. Conoscere il Signore al punto di essere crocifisso con Lui, perchè la propria vita fosse completamente unita e trasformata in quella di Cristo: identificato con Cristo per "essere trovato in lui". Così per ciascuno di noi, non basta aver partecipato all'eucarestia, aver ascoltato la sua Parola per varcare la soglia del Paradiso. 

Non vi sono passaporti validi se non quello che reca l'immagine di Cristo. "Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo lotto per correre e conquistarlo, perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù" (Fil. 3,12-14). Nella stretta porta delle Croce si spalancano le braccia del Signore colme di misericordia. In ogni istante abbiamo l'occasione di essere accolti, ultimi perchè piccoli, deboli e incapaci di nulla, e perciò primi nell'essere amati: infatti, "senza la coscienza della nostra miseria, la conoscenza di Dio porta alla presunzione; la coscienza della nostra miseria senza la conoscenza di Dio porta alla disperazione. Cristo è la mediazione perchè unisce la coscienza della nostra miseria e la conoscenza di un Dio misericordioso" (B. Pascal)





αποφθεγμα Apoftegma





La Porta Santa evoca il passaggio
che ogni cristiano è chiamato a compiere dal peccato alla grazia.
Gesù ha detto: «Io sono la porta»,
per indicare che nessuno può avere accesso al Padre
se non per mezzo suo.
C'è un solo accesso che spalanca l'ingresso nella vita di comunione con Dio:
questo accesso è Gesù, unica e assoluta via di salvezza.
Solo a lui si può applicare con piena verità la parola del Salmista:
«E' questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti».


Giovanni Paolo II, Incarnationis Mysterium