Giovedì della II settimana del Tempo di Quaresima



αποφθεγμα Apoftegma

Il Signore ci vuole condurre da un’intelligenza stolta alla vera sapienza,
ci vuole insegnare a riconoscere il vero bene.
E così, anche se ciò non si trova nel testo,
possiamo in base ai Salmi dire che il ricco epulone
già in questo mondo era un uomo dal cuore vuoto,
che nei suoi stravizi 
voleva solo soffocare il vuoto che era in lui:
nell’aldilà viene solo alla luce 
la verità che era ormai presente anche nell’aldiquà.

Benedetto XVI



    






L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 16,19-31
   
In quel tempo, Gesù disse ai farisei: "C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell'inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti.
Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi".




IL CAMBIO DI MENTALITA' CHE OPERA LA GRAZIA PER APRIRE GLI OCCHI DEL NOSTRO CUORE SUL DOLORE DI CHI CI E' ACCANTO


Vivere seriamente la Quaresima ci allena a vivere ogni giorno in conversione, disposti cioè a un cambio radicale del modo di pensare, secondo il significato dell'originale greco metànoia. E qual'è il modo di pensare che siamo chiamati a rigettare? Ingoiati da una società che ci stritola nel fare per godere senza pensare alle conseguenze di pensieri, gesti e parole, abbiamo dinanzi sempre e solo "i nostri beni", con i quali ci illudiamo di sfuggire i "mali". Viviamo cercando di essere "ricchi" per non diventare come Lazzaro, perché i "suoi patimenti" ci fanno paura. Il demonio, infatti, ci ha ingannato presentandoci la terra dove ci facciamo dio come un Paradiso, e il Paradiso dove obbedire a Dio come un inferno. Ma, per quanto ci vestiamo di "porpora e bisso" e "banchettiamo lautamente", sperimentiamo ogni giorno che non siamo dio. Peggio, perdiamo la nostra identità, come il ricco che, a differenza di Lazzaro, "non ha nomequesta è la maledizione più forte di quello che confida in se stesso o nelle forze, nelle possibilità degli uomini e non in Dio: perdere il nome. Come ti chiami? Conto numero tale, nella banca tale. Come ti chiami? Tante proprietà, tante ville, tanti... E tu confidi in quello, e quest’uomo è maledetto" (Papa Francesco, Omelia a Santa Marta, 20 marzo 2014). E' proprio qui che inizia la nostra conversione. Anche se andiamo a messa e frequentiamo gruppi e movimenti: basta vedere quante volte al giorno pensiamo ai soldi e quante alla morte. Hai pensato che oggi potresti morire? Che potrebbe morire tuo marito, addirittura tuo figlio? Mai, perché la morte l'abbiamo rimossa. Convertirci significa allora smettere di fuggire e cominciare a pensare ai Novissimi, "morte, giudizio, inferno e paradiso", come ci insegna il Catechismo di san Pio X: "È bene pensare ai Novissimi ogni giorno, e massimamente nel fare orazione alla mattina subito svegliati, alla sera prima di andare a riposo e tutte le volte che siamo tentati a far male, perché questo pensiero è validissimo a farci evitare il peccato". Di fronte ad ogni evento, infatti, siamo "tentati a far male" per non guardare il "povero Lazzaro" nel quale si specchia la nostra realtà. 

La Quaresima, con il digiuno che ci fa assaporare la fame, la preghiera che ci rivela bisognosi e l'elemosina che ci sradica dalle sicurezze, ci aiuta a scoprirci poveri e mendicanti come Lazzaro, mentre illumina il ricco epulone che è in noi come la tragica maschera del demonio. Convertirci significa dunque prendere di peso la nostra vita deponendola sotto la luce del Vangelo profetizzato da "Mosè e i Profeti". Li "abbiamo" nella Chiesa nostra Madre che illumina i nostri cuori e il senso della nostra vita perché, sentendoci trafiggere il cuore scoprendoci peccatori, possiamo desiderare di convertirci. Non illudiamoci sperando miracoli che ci cambino la vita: anche se in questo istante apparisse tuo padre risorto, non cambierebbe nulla; non saremmo "persuasi" e non crederemmo alla vita eterna perché per credere occorre la fede adulta generata dall'esperienza. Solo chi, "piagato e mendicante" alle porte della Chiesa, è stato accolto e "sfamato" con amore dalle "briciole" del corpo di Cristo crocifisso, può credere alla vita dopo la morte. Solo chi ha sperimentato la morte e l'inferno della solitudine a causa dei peccati, il giudizio di misericordia annunciato dal Vangelo, e la vita nuova capace di amare primizia del Paradiso, può cambiare mentalità e guardare con fede alla Verità dei Novissimi. E la fede viene dall'ascolto della predicazione, perché Dio ha voluto salvare gli uomini con la sua stoltezza. In essa Gesù ci raggiunge dove siamo. Per salvarci ha assunto la stessa nostra natura di poveri Lazzaro: è Lui che, "piagato" dalle frustate inferte dai peccati, "giace alla porta" della nostra vita mondana, orgogliosa e arrogante. "Brama di sfamarsi delle briciole che cadono dalla nostra mensa", ovvero desidera ardentemente mangiare con noi la Pasqua raccogliendo i frammenti nei quali abbiamo lacerato la nostra vita; donataci come cibo da spezzare e donare agli altri sulla mensa della storia, l'abbiamo invece buttata via "banchettando lautamente" per saziare ogni concupiscenza. Così Gesù ha capovolto i criteri con cui il  mondo sotto il potere di satana intende la giustizia. La sua Croce ha assunto tutti i "mali" di Lazzaro per farne la via che conduce alla "consolazione" eterna, smascherando la menzogna dei "beni" che, incatenandoci all'egoismo, ci accompagnano nei "tormenti". "Convertiti e credi al Vangelo", così abbiamo iniziato la Quaresima. Così siamo chiamati ad iniziare ogni giorno. E' il cammino di una vita, nulla si improvvisa. Il Paradiso inizia in questa terra, esattamente come l'inferno. Dopo la morte non si potrà più "passare" dall'uno all'altro. La storia che ci è data è l'annuncio e la preparazione ad affrontare i Novissimi, la Pasqua ultima e definitiva. Convertiamoci e apriamo gli occhi: oggi ci attende la morte nascosta nell'insulto di tua moglie, nella superficialità di tuo marito, nell'arroganza di tuo figlio e nella calunnia del tuo collega, nella malattia e nella precarietà economica. Non temere, ascolta il Vangelo e credi che con Cristo puoi donarti e salire sulla Croce. Su di essa sperimenterai il giudizio di misericordia che anticipa quello finale, donandoti già oggi la "consolazione" che profuma di Paradiso. Di essa siamo chiamati a essere noi stessi una profezia, "mandati a casa di nostro padre" e dai nostri "cinque fratelli" perché siano "ammoniti" dalle nostre piaghe rese gloriose dal perdono; e così "non vadano anch'essi nel luogo di tormento" ma, abbeverandosi di misericordia alle piaghe di Cristo impresse nelle nostre, si convertano e gustino con noi le primizie del Paradiso.



Mercoledì della II Settimana del Tempo di Quaresima


Francisco GoyaCristo nell'orto con l'angelo, 1819, Madrid, Escuelas Pías de San Antón


αποφθεγμα Apoftegma

Ricordiamoci spesso di Gesù Cristo,
perché il cristianesimo è l’annuncio che Dio si è fatto uomo
e soltanto vivendo il più possibile i nostri rapporti con Cristo
noi “rischiamo” di fare come Lui.

Don Giussani


    




L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Matteo 20,17-28

In quel tempo, mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i Dodici e lungo la via disse loro: “Ecco, noi stiamo salendo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi, che lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché sia schernito e flagellato e crocifisso; ma il terzo giorno risusciterà”.
Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli, e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: “Che cosa vuoi?”. Gli rispose: “Di’ che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno”. Rispose Gesù: “Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?”.
Gli dicono: “Lo possiamo”. Ed egli soggiunse: “Il mio calice lo berrete; però non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio”.
Gli altri dieci, udito questo, si sdegnarono con i due fratelli; ma Gesù, chiamatili a sé, disse: “I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti”.



BERE AL CALICE DI GESU' CHE CI PURIFICA E CONSACRA NEL SUO STESSO SERVIZIO PER OGNI UOMO


Affresco di Gesù con la croce e calice - 
Santuario dell'Icona Passatora (Amatrice)

Ogni giorno, come una risacca, riemerge in noi il medesimo desiderio, la solita concupiscenza: "alla destra e alla sinistra" del potere, per dirigere la vita e sfuggire alla morte. Come Giacomo e Giovanni siamo figli della carne: nostra madre, come ogni madre, aspira ai primi posti, illudendosi di sfuggire così al dolore e al fallimento. Concepiti nel peccato "non sappiamo cosa chiedere" a Dio e alla vita, sempre in cerca di fatti ed emozioni nuove, di qualcosa che ci colmi che neanche conosciamo. Facciamo i capricci e basta, come i bambini. E, ciechi sulla nostra debolezza, ci "sdegniamo" delle pretese altrui. Ma la vita ogni giorno ci porta "a Gerusalemme", e la Quaresima ce lo ricorda. La storia ci presenta un "calice" attraverso le difficoltà, i problemi e i fallimenti. Per esempio, questo calice è tuo marito; forse non lo hai mai guardato così, o forse sì, ma non ne hai mai bevuto sino in fondo. Hai sorseggiato un pochino, e subito la sua violenza, la superficialità e l'indifferenza, la debolezza cronica che lo rende incapace di prendere decisioni, ti ha dato alla testa; e il demonio ha avuto buon gioco per dirti di non accostarti più a lui, che nel vino è mescolato il veleno, un'altro sorso e moriresti. Quanti giorni sono che non gli parli? Quante mormorazioni mentre gli stiri le camice? Per questo la Quaresima viene in tuo aiuto, così come a ciascuno di noi, tutti disposti superbamente a bere di qualunque calice, per poi sputarne immediatamente il vino appena sorseggiato. In questo tempo la Chiesa ci invita di nuovo a prendere il calice che Cristo ci porge. E' il suo, perché tuo marito, come tua moglie, tuo figlio e ogni altra persona, tutti sono stati riscattati e comprati al caro prezzo del sangue di Cristo. Non potremo sperimentare la Pasqua senza accostarci al calice del Signore, senza berne sino in fondo per gustare il suo amore. E' vero, c'è del veleno, il demonio non ha mentito; c'è il peccato, e la morte che ne consegue. Ma ha nascosto l'altra parte della realtà, la verità più importante. Proprio il vino che vi è dentro è il sangue di Cristo, spremuto e pigiato nel tino della sua Croce. E' più forte del peccato e della morte, ha assorbito e reso innocuo il veleno. Bere oggi al calice di Cristo significa, infatti, partecipare della Nuova Alleanza, attingere alla Coppa che chiude, come un sigillo, il Seder della notte di Pasqua, per uscire con Lui nella notte dove si è infilato Giuda per offrirsi proprio a lui. In quel giardino Gesù ci ha mostrato la libertà; nessuno più libero di Lui, libero di donarsi spontaneamente a chi lo tradiva perché certo dell'amore del Padre. 
Tabernacolo - Taisten

Convertirci significa quindi bere al calice di Cristo per gustare, misteriosamente, proprio al culmine del dolore, la libertà che si fa pienezza e anticipo della terra promessa. Non temere allora per qualche brivido, per il dolore che ti ha procurato tuo marito. Esci con Cristo da te stessa e consegnati a Giuda, allo sposo che mentre ti baciava ti ha tradito. Proprio lì sperimenterai la Pasqua del tuo matrimonio, la resurrezione dell'amore autentico che si incarna nel "servizio" gratuito e disinteressato. E' di questo che ha bisogno ogni matrimonio, come ogni altra relazione, con i figli, con gli amici, con i nemici. Solo entrando nella storia concreta di ogni giorno si può sperimentare la libertà conquistata da Cristo quando ha superato la barriera della morte. E lì, all'ultimo posto, dietro a tutti - alla moglie, al marito, ai fratelli, al figlio, al collega - l'orizzonte si allarga e diveniamo "i primi", ovvero le "primizie" di coloro che hanno vinto la morte. L'ultimo posto, infatti, è l'unico che compie il naturale desiderio di essere i primiprimi come Gesù, il Primogenito, guardando tutto dal basso verso l'alto, capovolgendo criteri e gerarchie, nella follia di un conteggio che fa saltare la matematica dell'orgoglio. E' il paradosso divino al quale siamo chiamati: il Padre "celeste" guarda tutto dall'alto abbracciando il senso pieno di ogni esistenza, dal concepimento alla morte, dove ogni particolare è incastonato nel suo progetto totale, proprio perché, nel suo Figlio, ha deposto lo sguardo sull'ultimo posto della terra, il più distante dal Cielo. In esso, infatti, si comincia a contare dall'ultimo posto, quello del suo Re e Signore: così "tra di voi" nella Chiesa, nelle famiglie cristiane, ovunque vi sia un fratello del Primo tra i risorti dalla morte. Coraggio allora, il Signore "ci chiama a sé" e ci annuncia che "berremo al suo calice". Non importa se non sappiamo "il posto" che ci sarà assegnato nel Regno dei Cieli: lì la carne non saprà distinguere un posto da un altro, perché "Cristo sarà tutto in tutti". Sulla terra, l'ultimo posto che ha preso il Signore, ci ammaestra e prepara a quello che occuperemo in Cielo: dove siamo con Cristo è già il Paradiso; piccoli con il più piccolo per essere i più grandi con il più grande nell'amore.



19 Marzo. Solennità di San Giuseppe





αποφθεγμα Apoftegma

Giuseppe abbracciava il Figlio in quanto neonato,
lo serviva in quanto Dio.
Gioiva di lui in quanto buono 
e aveva soggezione di lui in quanto giusto.
Grande paradosso!
Chi mi ha dato che tu diventassi figlio mio, 
o figlio dell'Altissimo?
Volevo licenziare tua madre.
Non sapevo che nel suo utero c'era un gran tesoro,
che avrebbe arricchito in un istante la mia povertà.
Il re Davide è sorto dalla mia tribù 
e ha cinto il diadema.
A un gran abbassamento sono giunto io: 
invece che re sono carpentiere.
Mi è toccato però un diadema: 
nelle mie braccia sta il Signore dei diademi.
Mosè portava le tavole di pietra 
che il suo Signore aveva scritto.
E Giuseppe scortava solennemente la tavola pura, 
nella quale dimorava il figlio del Creatore.

S. Efrem




UN ALTRO COMMENTO







L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Matteo 1,16.18-21.24

Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo.
Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo.
Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto.
Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”.
Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo.



SAN GIUSEPPE. L'OBBEDIENZA CHE VEDE, AMA E CUSTODISCE GESU' IN OGNI UOMO

Oggi è una solennità meravigliosa, perché da Giuseppe possiamo implorare la grazia di una morte santa. Non solo quella che ci aprirà le porte del Cielo, ma anche quella che ci attende oggi e ogni giorno. La Grazia di morire a noi stessi come Giuseppe, per accogliere e custodire l'opera dello Spirito Santo nel prossimo. Come lui, infatti, anche noi siamo stati scelti per un compito importantissimo: dare il nome a Gesù che è gestato nella vita di chi ci è accanto. Che significa essere, come Giuseppe, il padre terreno del Figlio celeste che è generato nel grembo dei fratelli. Come Gesù, che per salvare ogni uomo doveva nascere nella carne in una famiglia santa che lo rendesse parte della discendenza di Davide, così chi ci è affidato deve poter essere accolto da una comunità che lo gesti alla fede adulta dei figli di Dio. E certo, questa missione suppone un travaglio profondo, attraverso il quale abbandonare i propri schemi e criteri e, soprattutto, la propria "giustizia". Che significa questo concretamente? Vediamo: puoi oggi tu "chiamare" Gesù tuo marito, tua moglie, i tuoi figli, i fratelli della comunità cristiana, i colleghi o gli amici? Puoi, nonostante le apparenze dicano tutto il contrario? Perché proprio le apparenze avevano gettato Giuseppe in un'angoscia profonda e nello scandalo tipico di chi non riesce a comprendere il mistero che bussa alla propria vita. Giuseppe era giusto nella rettitudine di fare tutto per "ag-giustarsi" in ogni circostanza alla volontà di Dio. Forse intuiva che c'era qualcosa di misterioso e più grande, conosceva Maria e non la poteva pensare capace di tradirlo. Ma l'eccezionalità e l'imprevedibilità di quella gravidanza erano come uno tsunami, e la giustizia appresa dalla sapienza del suo popolo non ammetteva deroghe, neanche per Lei. Il fatto era lì, incontrovertibile. Maria era incinta e Giuseppe non c'entrava nulla. La ragione umana era senza spiegazioni se non quelle rese dall'evidenza. E questa spingeva inesorabilmente Giuseppe al ripudio di quella ragazza, proprio in virtù della Legge alla quale aveva sempre adeguato la propria vita. Ma Dio appare dove nessuno se lo aspetta. Senza preavviso, senza chiedere il permesso, e per Giuseppe questo significava Maria incinta prima che andassero a vivere insieme. Per accogliere questo evento occorreva un cuore capace di dilatarsi in una giustizia che si coniugasse in un amore capace di trascendersi ben al di là di ogni pensiero umano. Non bastava "rimandarla in segreto", il massimo che i suoi "pensieri" avessero potuto escogitare pur di salvarle la vita. A Giuseppe occorreva abbandonarsi all'Autore della Legge, l'unico capace di declinarla in ogni istante della vita, perché fosse Lui a schiudere mente e cuore per discernere l'autentica "giustizia" e "decidere" di agire per compierla. In quei momenti in cui si giocavano le sorti dell'umanità Dio lo chiamava ad un salto più grande. E Giuseppe era lì, con quel dubbio a bucargli lo stomaco e a lacerargli il cuore, la vita intera precipitata in un "pensiero" come i tanti che sottraggono tempo e forze nell'inutile tentativo di individuare modi e parole per ovviare all'imponderabile, per mettere insieme amore e giustizia. Giuseppe era stato condotto dalla Storia della Salvezza al bivio decisivo, e non poteva immaginare di trovarsi di fronte all'alba di una rivoluzione che avrebbe cambiato per sempre la vita degli uomini. Doveva solo accogliere e custodire quella piccola vita deposta nel grembo di Maria, Gesù, Dio fatto carne per salvare ogni uomo con la Giustizia della Croce. 


Anche noi ci troviamo oggi dinanzi allo stesso bivio, in questo giorno decisivo per la sorte di chi ci è accanto, di fronte al fratello che non comprendiamo e vorremmo "rimandare in segreto" moglie e marito, smettere di polemizzare e litigare, far finta di nulla per non peggiorare le cose. Ma sperimentiamo che non basta. Vorremmo amare ma non sappiamo come fare senza mancare verso la giustizia. Chi ha sbagliato deve in qualche modo pagare, e così capire e cambiare, o no? Ma Dio non ha fatto così con noi, vero? Ha fatto come Giuseppe, accogliendoci così come siamo, per risuscitare e custodire in noi l'opera dello Spirito Santo che abbiamo tante volte frustrato; e lo ha fatto nella Chiesa, dove ci sta rigenerando per imporci lo stesso nome di suo Figlio, per farci "cristiani". Ecco perché, per salvare chi ci è accanto, ha scelto proprio noi per accogliere e custodire l'opera della sua misericordia, ripetendoci le parole che in Giuseppe hanno sciolto ogni dubbio: "Giuseppe, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quello che è generato in lei viene dallo Spirito Santo". Dice "tua sposa" perché agli occhi di Dio la "promessa" sposa è "già" pienamente sposa, ancor prima del suggello finale delle nozze. Con il suo “amen” Maria si era consegnata alla volontà di Dio. Mancava Giuseppe, che, per dare il suo "consenso" doveva immergere il suo sguardo in quello di Dio. E la Grazia ha compiuto in Giuseppe questo trapianto di occhi, e così il suo sguardo su Maria si è fatto accoglienza di quanto lo Spirito Santo aveva operato nell'ombra del mistero. La stessa parola dell'Angelo è rivolta oggi a ciascuno di noi: "Non temere", non temiamo di prendere con noi Maria, la Figlia di Sion, immagine di un Popolo e della sua storia, della nostra storia e di ogni persona con la quale abbiamo relazione. In Lei siamo tutti generati, per questo c'è nella nostra vita, come in quella del mondo e di ogni uomo un'opera misteriosa del respiro di Dio, la vita divina è, come un seme, già deposta dentro la nostra vita. Non temiamo le nostre debolezze, i nostri errori, i peccati; non rifiutiamo l'astruso passato, il presente difficile, l'incerto futuro. Non impauriamoci di fronte ai peccati di chi ci è accanto, e neanche davanti al dolore di una malattia, all'insignificanza e alla solitudine, agli eventi che ci umiliano. Anche se stiamo solo camminando nella "promessa" di essere cristiani, anche se siamo pieni di contraddizioni e cadiamo ogni due passi, agli occhi di Dio siamo "già" sposati con il suo Figlio! E lo sono anche quelli che sembrano più lontani da Lui, proprio nella storia che spesso vede scorrere sangue. Coraggio, Egli ha dato la sua vita per riscattarci e imparare a guardare noi stessi e gli altri con gli occhi del Padre, per "chiamare" tutti con il Nome del Figlio che significa la "salvezza di Dio" che già sta operando in loro. Ciò significa ascoltare l’annuncio della Chiesa e morire a noi stessi con Cristo nella notte del sepolcro per destarci con Lui e obbedire alla volontà di Dio. Solo chi è risorto, infatti, può camminare in una vita nuova che accoglie e custodisce la vita di Gesù negli altri, senza appropriarsene, nella castità di cuore e carne che si ferma sulla soglia della loro vita, per servire umilmente l'opera di Dio in ciascuno, accompagnandoli nella lunga gestazione dell'amore. Giuseppe si è abbandonato a Dio, ha obbedito e accolto Maria e, pur non vedendo se non un timido abbozzo d'uomo, ha permesso che la salvezza giungesse fino a noi. Così anche noi, obbedendo", offriremo la salvezza al mondo, in questa e nelle generazioni future.



QUI UN ALTRO COMMENTO E GLI APPROFONDIMENTI



Nella parte inferiore si trova Giuseppe rinchiuso anch’esso nel mantello dei propri pensieri, nel suo umanissimo dubbio di fronte al mistero. I vangeli apocrifi si dilungano dettagliatamente sui dubbi e sulle reazioni incredule di Giuseppe davanti al concepimento di Maria, e anche il Vangelo di Matteo lo dipinge mentre è in preda all’incertezza “Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto” ( Mt 1,19) Giuseppe, dunque, è l’uomo che si interroga davanti al mistero e di fronte a lui la tentazione del dubbio si materializza e si impersona in una figura di pastore coperto di pelli, la cui vera natura si rivela in alcune rappresentazioni, come in una cupola della Cattedrale dell’Annunciazione a Mosca, attraverso due piccoli corni che gli spuntano sul capo. La tradizione dà al pastore–diavolo il nome di Tirso, che è anche il nome del bastone di Dioniso e dei satiri.