Venerdì in albis








L'ANNUNCIO
Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla. Quando gia era l'alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «E' il Signore!». Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po' del pesce che avete preso or ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», poiché sapevano bene che era il Signore. Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.  (Dal Vangelo secondo Giovanni 21,1-14)  



"Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete"




Dove gettiamo le nostre reti? Dove va la nostra vita, cosa e chi la muove, chi ne costituisce il fondamento? "Io vado a pescare": nelle parole di Pietro non è forse annotata la nostra esperienza quotidiana? Io, il centro del nostro universo, qualunque sia la vita che viviamo. Io, e giù decisioni, gomitate e sudate per realizzare i progetti concepiti in perfetta solitudine. Normalmente non ci piace confrontarci, e, se proprio dobbiamo, ci dotiamo di tutte le alchimie politiche e diplomatiche perché i nostri interlocutori si accomodino dalla nostra parte. Così con la moglie, il marito, i genitori, gli amici, con chiunque. Anche nella vita religiosa, dove la consegna della propria volontà sarebbe determinante, si è arrivati in questi anni alla famosissima "obbedienza dialogata", un nuovo modo di definire l'indipendenza del volere e del fare, anche sotto un bel saio o infilata in una sottana nera. Nell'atteggiamento di Pietro è dunque riassunto molto di noi. Come anche nel suo esito fallimentare. L'io si infila nel buio della notte e ne esce sconfitto. Forse è la nostra situazione oggi. Anche se è la "terza volta che il Signore si manifesta", anche se lo abbiamo visto risorto e vivo, più potente della morte prendere i nostri fallimenti e trasformarli in luce vivissima di pace e amore, Lui continuiamo a non riconoscerlo. In Chiesa forse, nelle celebrazioni, nella preghiera, ma poi, con le reti di tutti i giorni, con gli arnesi con cui prendere la storia tra le mani, nei luoghi dell'esistenza, continuiamo a non riconoscerlo nelle persone e negli eventi. E, ancora una volta incapaci di riconoscerlo nella nostre debolezze, ci intestardiamo a voler prendere la vita a modo nostro, con la sicumera stolta e superba di chi sa, di chi ha capito. e non possiamo amare, e non riconosciamo il suo volto che si affaccia all'alba dei nostri giorni. Così, stanchi, ci trasciniamo a riva con il cuore ferito dall'ennesima delusione. Albeggia anche oggi, la notte dei nostri sforzi inutili volge alla fine, e un volto ci si fa incontro. Forse un amico, forse un prete, forse quello stranoto della moglie, del marito, di nostro figlio. Una parola che ci spezza il cuore, una domanda che non avremmo mai voluto sentire: "Hai qualcosa da mangiare?". Come dire: "Com'è andata la pesca? hai di che vivere? Sei felice? Hai l'amore con il quale nutrirti e sfamare chi ti è accanto?". E la risposta è inevitabile, dopo tanto soffrire e rincorrere progetti frantumati: no. Non ho di che vivere. Nulla di amore e dono, solo tanto egoismo. E' interessante notare che Gesù nel Vangelo chiede letteralmente se i discepoli hanno del "Prosphagion" - "companatico", qualcosa che accompagni il pane, che è il cibo sostanziale. Gesù dà per scontato che il grosso, il cibo che fa vivere, lo mette Lui, e non potrebbe essere diversamente. Ma sa anche che non basta. Sa che per nutrirsene davvero, per non renderlo vano, è necessaria l'obbedienza della fede, "il companatico" delle nostre debolezze da consegnare a Lui, la nostra vita che accompagni il Pane della vita. Obbedire nella sua obbedienza, quella che l'ha condotto sino alla morte di Croce, sino al fondo dell'abisso. Gesù si è nutrito della volontà di Dio, l'autentico pane quotidiano, tuffandosi nel mare della morte; Pietro è invitato ad andare a pescare proprio in quel mare che ha segnato il suo fallimento, l'unico alimento capace di dare sostanza alla vita, l'obbedienza di Cristo. Una parola, la stessa che l'ha chiamato, la profezia che l'ha sedotto e attirato nella sequela di Gesù risuona ora al capolinea della sua discesa nella verità, nel tradimento che lo aveva risospinto laddove tutto era iniziato, in una frustrazione così simile a quella dei discepoli di Emmaus, nello struggimento che ricorda quello della Maddalena. Pietro riascolta la stessa parola, dentro la stessa esperienza di fallimento, perché quella che, al principio, lo aveva raggiunto e chiamato come una profezia e una promessa, divenga ora l'esperienza decisiva del suo compimento. Nel mare della morte Pietro deve sperimentare l'incontro con il Signore, con la sua obbedienza fatta Pane e companatico, fatta carne in lui, cibo nel cibo, obbedienza nell'obbedienza, consegna mutua all'identico destino pasquale. Pietro sorgerà dal suo stesso fallimento come Cristo è risorto dalla morte, e il cammino di emersione dal mare della morte è quello dell'obbedienza, incarnazione più pura ed autentica dell'amorePietro è attirato nell'azione di Cristo, accetta infine la contraddizione che veste ogni nostro pensiero, parola e gesto, più acuta e dolorosa nel Papa, nei sacerdoti, nei religiosi, nei cristiani; Pietro è la Roccia proprio perché ci indica la terra dove piantare la fede, l'inestricabile contraddizione che ci accompagnerà sempre, e che è inutile voler estirpare inseguendo vani sogni di fedeltà e coerenza che la carne, sino all'ultimo respiro, ci impedirà; Pietro può confermare nella fede perché prima ci conferma nella nostra povera realtà, nella consapevolezza che il dato oggettivo che apre le nostre giornate è la contraddizione con cui la carne ferisce il nostro spirito, pronto a obbedire in una carne debole e incoerente; Pietro ha capito che senza Cristo non può far nulla, che la fede e l'obbedienza che le dà vita, sono dono di Lui, della sua chiamata, della Parola che, all'alba di ogni relazione e di ogni evento, risolve nell'amore più forte della carne e del peccato, ogni nostra contraddizione; Pietro ci insegna l'autentica umiltà, la terra buona e benedetta dove Gesù può compiere meraviglie per ogni uomo; Pietro rivela la Chiesa, povera e debole, la Sposa in attesa dell'amore dello Sposo per compiere la sua missione. Così Pietro, e noi con lui, cammina nell'esodo che lo fa passare dallo sconforto di ogni affanno infecondo alla tranquillità della fede, all'obbedienza libera che conferirà alla sua vita lo slancio infinito che lo condurrà alla stessa morte del Signore. Quella voce familiare che lo chiama a gettare la rete nel suo fallimento, nell'esito deludente della sua vita, lo spinge all'esperienza decisiva, quella che aprirà i suoi occhi al riconoscimento del Signore, della sua maestà infinita che infonde sovrabbondanza laddove regna il fallimento; Pietro entra, come Gesù, nel mare di morte, e ne esce con uno slancio nuovo, innamorato, appassionato, invincibile. In questa pesca Pietro è trasformato, è divenuto companatico di Cristo, amato nell'Amato trasformato. Ed è l'esperienza alla quale siamo tutti chiamati. Entrare nella notte e nel mare dei nostri fallimenti e delle nostre contraddizioni, obbedendo alla stessa parola che ci ha chiamati. Sperimentare, esattamente dove si sono infrante le nostre speranze, il potere dell'amore e dell'obbedienzaObbedire e gettare la rete alla destra della barca, immagine della Croce del Signore, lì dove sono sgorgati il sangue e l'acqua dal Suo costato. Gettare la vita nelle acque del battesimo, buttarsi in Lui, rinnegare se stessi, perdere la vita. Gettare le reti alla destra dove il Paraclito intercede per ciascuno di noi, dove lo Spirito Santo ci fa santi, ci fa rinascere liberi e fecondi. Gettare ogni nostro istante in Cristo, così com'è, con le sue contraddizioni, peccati e debolezze, con gli errori e le stoltezze, è il segreto della missione, l'unico modo ragionevole di vivere, aggrappati dove c'è la vita. Senza di Lui non possiamo far nulla. Lo stiamo sperimentando, lo stiamo forse subendo. Ecco allora oggi il volto di Cristo apparire sul nostro cammino, le sembianze di chi ci parla nel suo nome e ci invita a gettare le reti in Lui, a lasciar perdere i nostri schemi, la stoltezza di chi non può ascoltare nient'altro che la propria voce. Sì, Gesù appare oggi sul nostro cammino e forse proprio attraverso chi sembra tarparci le ali, che mette in discussione il nostro pensare e il nostro operare. Lasciare le nostre decisioni, rimetterle al giudizio di chi ci è vicino, umiliarci dinanzi al prossimo, tutto questo è per noi oggi gettare le reti alla destra della barca, dove è Cristo. Ed è scoprire di gettarla in Cristo, come Pietro che si butta in mare al riconoscere il Signore, nudo e rivestito della Grazia di cui s'era spogliato preferendole il proprio io. Qui è il punto. Accogliere la fede che ci viene donata attraverso la predicazione e gli eventi e le persone che Dio ci invia per la nostra salvezza e per la missione che ci affida. Abbandonare il nostro io per indossare Cristo. E così vedremo la rete gonfiarsi e non rompersi. Vedremo prodigi inimmaginabili. Nella famiglia, nel lavoro, nello studio. Nella missione. Crediamo che tutto dipenda da chissà che cosa, ed invece si tratta solo di un briciolo d'umiltà che crocifigga il nostro uomo vecchio nell'obbedienza della fede. E' questa l'opera di Dio, anche oggi, attraverso gli eventi che ci attendono. Lui ci ama, è fedele, e porterà a compimento quello che ha iniziato in noi. Lasciamoci dunque amare, umiliare, rinnovare. Lasciamoci risuscitare nella sua misericordia gelosa che ci strappa alla menzogna e alla fallimentare alienazione per riconsegnarci alla verità di una vita santa in Cristo. Tutto questo significa, concretamente, mangiare con Lui alla mensa che ogni mattino ci prepara dinanzi. Gettare la vita in Lui, obbedire alla sua parola e riconoscerlo nel dono gratuito del suo amore che si fa pane, ogni giorno, e ci fa amare senza sforzo, nella Grazia che sgorga dalla sua vita incarnata nella nostra. "Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane": la meraviglia della vita con Cristo è tutta in questa esperienza: scoprire ogni giorno, al termine della pesca alla quale siamo inviati, che tutto era già compiuto in Cristo, che Lui aveva già preparato la pienezza della nostra vita, e ci aveva inviato a sperimentarla nella storia, armati della nostra sola debolezza colma del suo amore. Scoprire di aver vissuto ciò che Lui ha già compiuto, che la nostra vita, ovunque e comunque si svolga, non è altro che la stessa vita di Cristo. Lui viene con noi, Lui ci attende per sigillare ogni sua opera in noi. Lui è nel fondo del mare, Lui è nella barca, Lui è alla destra di ogni nostro secondo, Lui è il Pane che sostiene e accoglie il companatico, la nostra vita benedetta dalla sua Parola. Lui è la sovrabbondanza che non distrugge nulla e tutto colma di bellezza e purezza, la pienezza che dilata all'infinito le maglie delle ore e dei giorni, il senso della storia, della vita e della morte. Lui è tutto, e in tutto lo possiamo pescare, negli affetti, nel lavoro, nello svago, nel dolore e nella gioia. Lui ha già fatto della nostra vita un'opera meravigliosa cui non manca assolutamente nulla. Lui ci invia e Lui è il premio, Lui è la nostra vita, tutta. Senza indugio allora viviamo con Lui questo giorno, anticipo del banchetto celeste assaporato nelle ore che ci accolgono, frammenti eterni dove possiamo vedere il Signore, e saziarci del Suo amore.





APPROFONDIMENTI



MISTERO PASQUALE


Giovanni Paolo II:L’amore misericordioso di Dio si rivela pienamente e definitivamente nel Mistero pasquale.
Paolo VI. Il Mistero Pasquale
H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna
J. Ratzinger. La fede nella Risurrezione
J Jeremias La Pasqua
Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
La pasqua dei primi secoli
Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"
Catechesi di Giovanni Paolo II sulla Resurrezione
Meditazione di Don Divo Barsotti sulla Pasqua
Ignace DE LA POTTERIE. Testi sulla Risurrezione di Gesù in Giovanni
La Pasqua dell''ebreo Gesù
I giorni della Pasqua

J Jeremias La Pasqua
Ratzinger - Benedetto XVI. Meditazione sulla La Pasqua
Tutti i passi della storia varcano il sepolcro vuoto
Meditazione di Don Divo Barsotti sulla Pasqua
Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
J. Galot. Il sepolcro vuoto: Da piccoli indizi, lo stupore della fede
LA TOMBA VUOTA E LA SINDONE DI TORINO
Presenza di Maria nel mistero pasquale
tomba vuota e panni sepolcrali
Padre Raniero Cantalamessa. La storicità della risurrezione di Cristo
Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"
Marc Chagall. Il mistero della Pasqua

A. Socci. Ipotesi su Gesù e la sua resurrezione.
Don Giussani: Cristo contro il nulla
Paul O’Callaghan. Resurrezione. Teologia
LE APPARIZIONI «UFFICIALI» DEL RISORTO AL GRUPPO APOSTOLICO (GV 20,19-31)


αποφθεγμα Apoftegma



Stavolta li incontra sul mare,
luogo che richiama alla mente le difficoltà e le tribolazioni della vita;
li incontra sul far del mattino,
dopo un’inutile fatica durata l’intera nottata.
La loro rete è vuota.
In certo modo, ciò appare come il bilancio della loro esperienza con Gesù:
lo avevano conosciuto, gli erano stati accanto, 
ed Egli aveva loro promesso tante cose.
Eppure ora si ritrovavano con la rete vuota di pesci"


Benedetto XVI, Omelia nella Concelebrazione Eucaristica nella Piazza Ducale di Vigevano

Giovedì in albis







L'ANNUNCIO
Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni.  (Dal Vangelo secondo Luca 24,35-48)  



"Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture"



La Pasqua è l'accadere dell'impossibile nelle nostre giornate. E l'impossibile è la pace. "Pace a voi!", oggi. Shalom, il modo attraverso il quale la risurrezione di Gesù giunge a ciascuno di noi. Shalom, le prime parole di Gesù risuscitato, l'incipit della nuova creazione. Non siamo nel regno dell'utopia, popolato e agitato da sogni e chimere, ideali e fantasmi, siamo entrati nella nuova creazione irradiata dalla "splendore del re che ha vinto le tenebre". Il combattimento scatenatosi nei discepoli all'apparire di Gesù è quello che sconvolge i nostri cuori ogni giorno. La stessa parola "dubbi" traduce in italiano l'originale greco che è letteralmente "pensieri", quelli che ci assalgono di continuo; essi sono i veri dominatori di questo mondo, le traspirazioni della carne, vestigia di tutto quello che è destinato a corrompersi. Diceva un Padre del deserto: "Un fratello interrogò un anziano: ‘Che devo fare poiché molti pensieri mi combattono e io non so come combatterli?’. Gli disse l’anziano: ‘Non combattere contro tutti, ma contro uno solo, perché tutti i pensieri del monaco hanno un capo. ‘E' necessario osservare chi sia questo capo e di che genere, combatterlo e così si umiliano anche gli altri pensieri’” (Nau 219)". Ogni pensiero che combatte e toglie la pace nasconde il volto del nemico più pericoloso: la philautia, l’amore di sé che ci trasforma in ‘amici di sé contro sé stessi’ (Massimo il Confessore). E' l'orgoglio che imprigiona la carne e la rende impotente, ne umilia la capacità di aprirsi e accogliere lo Spirito di Vita che la può condurre a compiere l'impossibile. Per questo i Padri dicevano anche: "Sii il portinaio del tuo cuore, affinché lo straniero non entri, chiedendo ad ogni pensiero che ti assale “Sei dei nostri o vieni dall’Avversario?”. Te lo dirà certamente! ‘Poni alla porta del tuo cuore un cherubino con la spada infuocata” (Nau 99). Antonio il Grande raccomandava ai suoi monaci: “Qualunque immagine appaia, colui che la vede non cada in trepidazione, ma piuttosto interroghi con sicurezza dicendo dapprima: “Chi sei tu e da dove vieni?… Se si tratta di una potenza diabolica, subito si indebolirà vedendo un animo sicuro e vigoroso. La domanda “chi sei tu e da dove vieni?” è infatti segno di un animo non turbato. Così Giosuè di Nun imparò interrogando; e il nemico non rimase nascosto a Daniele che interrogava” (Vita Antonii, 43, 1-3). Nel Vangelo di oggi è adombrato questo combattimento decisivo; nella vita appaiono sempre le due vie sulle quali ci si può incamminare: il bene e il male, la verità o la menzogna. I dubbi sono i pensieri che attaccano al cuore la purezza capace di discernere per scegliere, liberamente, la via buona, quella della volontà di Dio. I dubbi-pensieri si ergono come nemici della croce di Cristo, del suo amore che vince la morte. Appare Cristo risorto e sorgono i dubbi-pensieri che non credono alla risurrezione del Signore e lo identificano con un fantasma. L'apparizione del Signore nel Cenacolo è' il momento nel quale attaccare l'orizzonte che si apre davanti. Un pochino come dice Guardiola, l'allenatore del Barcellona: "il nostro centravanti è lo spazio". Non restare fissi su schemi obsoleti, i pensieri e dubbi che scaturiscono dalla carne, che vogliono nella vita un centravanti vecchia maniera, il centravanti boa, il terminale d'attacco dove far convergere ogni pallone nella speranza che lo metta in gol. No, si tratta di abbandonare la certezza che resta comunque incertezza per lasciare libertà alla fantasia e alla creatività dello Spirito Santo, come il Barcellona, che attacca dalle fasce e dal centro, aggredendo lo spazio come fosse il centravanti; la novità è proprio questo entrare senza indugio nei fatti che la storia preparata da Dio ci pone dinanzi, facendo di essi il "centravanti" capace di infilzare la porta dell'avversario. E' infatti la storia lo "spazio" dove il Signore appare vittorioso nella partita con il demonio, con i dubbi da lui insinuati e i peccati che, immancabilmente, ne conseguonoSiamo dunque nel momento decisivo nel quale discernere se i pensieri che ci assalgono sono dei nostri o del nemico, se sono dei "sì" o dei "no" all'amore. Discernere, infatti, deriva dal latino cernere, da cui la parola cernita o scelta tra diversi elementi. Senza discernimento non si può attuare. Si è agitati da pulsioni contrastanti, si cercano vie e possibilità, come soddisfare i propri progetti, il proprio piacere, spesso verniciato con idee che appaiono buonissime e santissime. Discernere è distinguere, scoprire, tra molti, il pensiero di Dio. Il Signore conosce i nostri limiti, e ci viene in aiuto mostrandoci le sue ferite, il segno del suo Amore. In quelle ferite vi è scritto il racconto dei nostri fallimenti, la mappa della via di morte che lo ha crocifisso. Nelle sue ferite vi è ciascuno di noi con il suo carico di peccati e l'amore sino alla fine che li ha presi e distrutti. In quelle ferite vi è la garanzia del perdono, che il suo amore ha vinto, è stato più forte di ogni peccato e della morte. Attraverso le sue ferite giunge agli apostoli e a ciascuno di noi la luce capace di aiutarci a considerare e a discernere, a rifiutare ogni pensiero del nemico, ad uscire dall'incredulità e a lanciarci sul cammino della Vita. Le sue ferite ed il suo corpo, risorto, trasfigurato, ma così vicino a noi, così intimo da prendere cibo con noi, di nutrirsi del nostro stesso alimento, sono un segno inequivocabile della concretezza della sua risurrezione; Gesù mangia, Gesù non è un fantasma, si può acconsentire, sentire con Lui perché Lui, risorto dai morti, sente con noi, acconsente a farci suoi fratelli, carne della sua carne e sangue del suo sangue. Si può credere, rigettando ogni dubbio, ogni pensiero come menzogna subdola e velenosa che ci spinge alla morte. Incastonata nelle sue ferite, sigillata dalla sua carne che ha oltrepassato le barriere della morte, giunge agli apostoli la pace; shalom, secondo la Scrittura, è il dono del Messia, di Gesù, ed è la primizia del Regno eterno, il respiro della vita immortale; la pace dolce e succosa come il grappolo d'uva che Cristo ci porta quale segno della Terra promessa, la vera, l'eterna, che ha esplorato per noi entrandovi con la nostra stessa carne, dove ci ha preparato un posto; la pace di Gesù è tutt'altro che un pensiero. "Penso dunque sono" è l'approdo moderno del cammino all'emancipazione inauguratosi nel giardino dell'Eden davanti all'albero del bene e del male. Pensare non significa essere, ma, semplicemente, scivolare sull'essere, illudendosi di afferrare tutto attraverso il ragionamento, ma con la libertà incatenata, e l'effetto certo d'una sofferenza senza limite, recata dai pensieri raggomitolati sull'io, per quanto intelligente e capace esso sia. Per san Tommaso non è il pensare a decidere dell'esistenza, ma è l'esistenza, l'"esse", a decidere del pensare. L'esistenza nuova inaugurata da Cristo risorto diviene il criterio decisivo di ogni pensiero. Così il pensiero, da veicolo razionale del dubbio, diviene frutto libero della fede. Pensare lo stesso pensiero di Cristo, dimorare nella sua risurrezione che dà consistenza e autenticità ad ogni pensiero. Pensare pensieri di pace, perchè Lui è risorto! La pace messianica è semplicità, ordine e sobrietà, pienezza di vita, salute integrale dell'uomo, realizzazione completa d'ogni aspirazione più profonda. La pace è la stessa vita di Dio tradotta nel concreto dipanarsi del tempo. La pace di Gesù è un frammento di Cielo, il lievito eterno che informa di sé ogni grumo di vita. La pace è il gusto dell'eternità in ogni nostro istante. La pace sbriciola le costruzioni del pensiero umano, le torri di Babele dell'arroganza, i monumenti all'orgoglio nei quali ci cimentiamo ogni giorno. La pace è la pietra scartata da noi costruttori di effimere cattedrali al nostro ego. Dostoevskij affermava: "Tutta la legge dell'esistenza umana consiste in questo: che l'uomo possa inchinarsi sempre dinanzi all'infinitamente grande. Se gli uomini venissero privati dell'infinitamente grande, essi non potrebbero più vivere e morrebbero in preda alla disperazione". La pace dunque è un miracolo perchè consiste, per grazia, nel lasciare ogni pensiero nella mente di Dio, arrendersi e pensare solo con il pensiero di Cristo. Ed esso ha il sapore della Croce. Non v'è altro pensiero in Gesù, ogni istante, ogni situazione, ogni relazione, ogni persona, tutto è visto, letto, tradotto con la grammatica della Croce. Le mani e i piedi crocifissi, le membra del Signore passate nel crogiuolo della morte e trasfigurate nella luce della risurrezione. La Croce è la porta della pace. Gesù giunge a porte chiuse proprio perchè la Croce ha scardinato la porta della morte, e nessun altro impedimento ormai lo può distogliere dai suoi fratelli. La pace oltrepassa i muri, ed è vera, reale, concreta, come mangiare un po' di pesce arrostito. Gesù è oggi dinanzi a noi come la via della vita, l'unica verità cui consegnarsi, il fondamento autentico dell'esistenza. La pace che ci annuncia è il frutto di una vita santa; il Signore risorto è la fonte della gioia, l'infinitamente grande cui inchinarsi perchè prenda possesso di noi. Scriveva S. Agostino agli eretici pelagiani: "Questo è l'orrendo e occulto veleno del vostro errore: che pretendiate di far consistere la grazia di Cristo nel Suo esempio e non nel dono della Sua Persona" (sant’Agostino, Contra Iulianum. Opus imperfectum). E' Lui la nostra pace, il perdono di ogni peccato, la fine definitiva d'ogni male, la malizia strappata dai cuori, un nuovo sguardo, puro, sul mondo. Lo sguardo di Gesù dentro i nostri occhi, il più bello, il più autentico annuncio del Vangelo destinato, nel suo Nome, a tutte le genti. I nostri occhi testimoni della pace incarnata nel Signore risorto: "Vorrei mettere in chiaro che essere sostenuti da un grande Amore e da una rivelazione non è un fardello, ma sono ali" (Benedetto XVI). Vedere e riconoscere Cristo risorto significa volare in ogni luogo ad annunciare la sua Pace, il perdono dei peccati nel suo Nome, testimoniato nelle nostre vite.




APPROFONDIMENTI



MISTERO PASQUALE


Giovanni Paolo II:L’amore misericordioso di Dio si rivela pienamente e definitivamente nel Mistero pasquale.
Paolo VI. Il Mistero Pasquale
H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna
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J Jeremias La Pasqua
Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
La pasqua dei primi secoli
Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"
Catechesi di Giovanni Paolo II sulla Resurrezione
Meditazione di Don Divo Barsotti sulla Pasqua
Ignace DE LA POTTERIE. Testi sulla Risurrezione di Gesù in Giovanni
La Pasqua dell''ebreo Gesù
I giorni della Pasqua

J Jeremias La Pasqua
Ratzinger - Benedetto XVI. Meditazione sulla La Pasqua
Tutti i passi della storia varcano il sepolcro vuoto
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Mons. Caffarra. Testi sulla Pasqua
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LA TOMBA VUOTA E LA SINDONE DI TORINO
Presenza di Maria nel mistero pasquale
tomba vuota e panni sepolcrali
Padre Raniero Cantalamessa. La storicità della risurrezione di Cristo
Sant''Agostino. "Fides christianorum resurrectio Christi est"
Marc Chagall. Il mistero della Pasqua

A. Socci. Ipotesi su Gesù e la sua resurrezione.
Don Giussani: Cristo contro il nulla
Paul O’Callaghan. Resurrezione. Teologia
LE APPARIZIONI «UFFICIALI» DEL RISORTO AL GRUPPO APOSTOLICO (GV 20,19-31)



αποφθεγμα Apoftegma



Non abbiate paura, sono proprio io. 
Vi ho chiamati per mezzo della grazia, 
vi ho scelti nel mio perdono, 
vi ho sostenuti con la mia compassione, 
vi ho portati nel mio amore, 
e vi accolgo oggi, a motivo della mia sola bontà.


San Pietro Crisologo Discorsi, 81