Lunedì della XVI settimana del Tempo Ordinario


αποφθεγμα Apoftegma

Ascoltano i regnanti la voce del profeta e tremano; 
così tanto si umiliano che, gettati via i loro diademi, 
niente altro vogliono che convertirsi.
Ascoltano i principi e gridano; si tolgono le vesti lussuose 
e si coprono di umili stracci.
Ascoltano gli anziani, e per l’afflizione si coprono il capo di cenere.
Ascoltano i ricchi, e svelti spalancano i loro forzieri ai poveri.
Ascoltano gli usurai, e all’istante strappano le cambiali.
Ascoltano i debitori, e corrono a pagare i loro debiti.
Ascoltano i ladri, e in fretta restituiscono il maltolto ai proprietari.
Ascoltano i giudici, e fanno finta che i delinquenti 
non abbiano commesso crimini, condonando ogni cosa. 
Ascoltano gli assassini, e confessano i loro delitti, 
né si rifiutano di presentarsi ai giudici. 
Ma anche i giudici ascoltano, e perdonano, 
perché in questo indescrivibile tumulto 
nessuno ha più il coraggio di condannare.
Ascoltano i peccatori, e confessano le loro malvagie azioni.
Ascoltano i servi, e maggiormente rispettano i loro padroni.
Ascoltano i ricchi e le persone importanti, e abbassano la cresta.

S. Efrem









L'ANNUNCIO



Dal Vangelo secondo Matteo 12,38-42.

In quel tempo, alcuni scribi e farisei lo interrogarono: «Maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere un segno». Ed egli rispose: «Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.
Quelli di Nìnive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora qui c'è più di Giona!
La regina del sud si leverà a giudicare questa generazione e la condannerà, perché essa venne dall'estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, ora qui c'è più di Salomone!».









IL SEGNO DI GIONA NOSTRO FRATELLO CI SALVA DA NOI STESSI

Alcuni scribi e farisei chiedono a Gesù un segno che lo legittimi quale Messia, una prova che dimostri la veridicità delle sue parole. Perché Gesù risponde così severamente ad una domanda apparentemente ragionevole? Perché, chiedendo un altro segno essi vanificano di fatto quelli che Gesù aveva compiuto sino ad allora. Sono come il Popolo nel deserto che, nonostante i segni e i prodigi, continuavano a mormorare e tentare Dio per sapere "se il Signore è in mezzo a noi, sì o no" (Es 17,7). Come noi, mai sazi della tenerezza e della misericordia di Dio, esigiamo che compia i segni che il nostro cuore malato desidera. No, la vita che abbiamo non ci piace. Va bene, il Signore ci ha perdonato e aiutato molte volte, ma... Ci manca sempre qualcosa; se gli eventi prendono una piega diversa da quella che abbiamo stabilito o sperato; se la moglie, nonostante le tante esperienze di riconciliazione, continua ad essere insopportabile e non mi fa passare nulla; se il marito, nonostante lo abbia perdonato, si ostina a tradire la mia fiducia; se i figli, nonostante le mille parole e castighi, continuano a mentire e a fare il proprio comodo; se appare una malattia, o un problema al lavoro, o un incidente; se qualcuno ci si mette contro, eccoci di nuovo a chiedere al Signore che "ci faccia vedere un segno". Perché? Perché la Parola ascoltata, i mille sacramenti ricevuti, le esperienze del suo amore, non ci sono ancora bastati per credere e abbandonarci alla volontà del Padre? Lo spiega Gesù: perché non abbiamo ancora creduto al "kerygma", alla notizia che Gesù è morto e risorto per noi! Abbiamo visto dei "segni", ce ne siamo rallegrati perché hanno risolto situazioni difficili, o hanno compiuto i nostri desideri. Ma non abbiamo compreso che essi erano "segno" del Mistero Pasquale del Signore, l'unico "segno" capace di cambiare il cuore. Erano un aiuto che ci è stato offerto, una traccia per giungere al Golgota, contemplare Cristo crocifisso, lasciarci trafiggere il cuore da tanto amore, incontrarlo "nel ventre della terra" nella quale i peccati ci hanno sepolto, e lì, nella nostra realtà, alla radice di ogni peccato, aprire disarmati all'unico capace di scendere fino a noi per liberarci con la sua vittoria sulla morte. No, se stiamo ancora mormorando ed esigendo che Dio cambi eventi, persone e perfino noi stessi, significa che non abbiamo creduto al "segno di Giona profeta". Troppo ingannati dalla sapienza mondana, troppo preoccupati della giustizia carnale per accogliere, umilmente, la chiamata a "conversione" che l'unico "segno" che ci viene dato ogni giorno ci annuncia. Siamo ancora figli di "questa generazione, perversa e adultera". Per-vertiamo lo sguardo del cuore "volgendolo in un altro verso", opposto a quello di Dio; per questo abbiamo tradito il nostro Sposo, cercando affetto, stima, considerazione e vita negli amanti con i quali ci siamo pervertiti. Abbiamo creduto all'annuncio del demonio, identico a quello fatto ad Eva, e ci siamo concessi agli idoli di questo mondo. Come potremmo credere, se la carne ha desideri contrari a quelli dello Spirito? Se il "segno" che chiediamo è un idolo fabbricato dal nostro cuore malato? Per questo tentiamo Dio, rifiutando il "segno" che ci offre nella storia, in ragione delle nostre concupiscenze. Eh sì, perché chiedere che tua moglie o tuo marito cambi è una perversione; chiedere che gli eventi vadano secondo i nostri schemi è adulterio. E' "pensare secondo gli uomini", tipico di satana, il nemico della Croce. E' chiedere un "segno" eugenetico, che spiani la strada ad una vita senza problemi, senza sofferenze, senza croce. Il paradiso messianico qui e ora, e fuori dalla nostre esistenze tutti gli embrioni fallati, gli usurpatori, colleghi, parenti, il nostro stesso carattere.... Infatuati dei doni che abbiamo ricevuto, senza accorgercene, ci siamo fatti dio e tutto deve servire alla nostra maestà. Siamo diventati incapaci di godere, con semplicità, dei doni che ogni giorno il Signore ci fa, incartandoli con la ruvida carta della Croce. "Con-vertiamoci" allora, oggi, ora! "Volgiamo di nuovo lo sguardo a Colui che abbiamo trafitto", e rigettiamo sinceramente l'opera del demonio nella nostra vita. 




Oggi è il momento favorevole! Guardiamoci intorno, nella Chiesa, nella nostra comunità: vedremo "alzati", ovvero "risorti" in una vita nuova gli "abitanti di Ninive", i peccatori incalliti che si sono convertiti al "kerygma" (secondo l'originale greco tradotto con "predicazione"); vedremo "levarsi", ovvero "risorgere" dalla sapienza carnale e dalla gloria vana del mondo, la "Regina del sud", i tanti "venuti dall'estremità della terra ad ascoltare la sapienza di Salomone" che gli ha annunciato l'amore celeste. Non li vedi? Guarda che sono in piedi e ti stanno "giudicando", insieme a "questa generazione" che ha rinnegato Dio. Ma è un giudizio riservato al tuo e al mio uomo vecchio, affinché sia annegato nelle viscere della misericordia di Dio. Abbiamo ancora una possibilità... Nella Chiesa ci sono donati tanti fratelli che si stanno realmente convertendo... Quanti di loro erano schiavi di alcool e droga, ma hanno creduto alla predicazione e sono risuscitati e ora sono mariti e mogli che perdono la vita l'uno per l'altro, capaci cioè di soffrire; quanti di loro avevano gettato la loro vita inseguendo il prestigio e il potere, ingannati dalle ideologie e dalla cultura del mondo, ma si sono incamminati per ascoltare la sapienza di Cristo, e ora regnano con Lui sulla Croce, padri e madri felici, occupando l'ultimo posto dove l'amore di Dio ricolma di senso la loro vita... Non finiremmo mai di guardare e contemplare l'opera che il "segno di Giona" compiuto in Cristo ha operato in loro. Ebbene oggi il Signore ci invita a lasciarci giudicare dai nostri fratelli, dalla Chiesa nella quale Cristo continua a scendere "nel ventre della terra per tre giorni". In essa, la pazienza piena di misericordia di Dio aspetta e accompagna la conversione di ciascuno di noi, per farci risorgere con Lui come nuove creature. Il "segno" per convertirci è, dunque, già accanto a noi; ma non solo: è in noi, nella nostra storia. E' la croce che anche oggi ci accompagna, come il "ventre della balena" dove sperimentiamo la solitudine, i nostri limiti, i nostri dolori, le nostre angosce, il frutto dei nostri peccati. Accettiamolo, smettiamo di tentare Dio perché ci dia "un segno" che tolga "l'unico segno" che ci può salvare. Convertiamoci, cioè riconosciamo umilmente di essere precipitati nel "cuore della terra", nella polvere da cui siamo stati tratti e alla quale siamo tornanti a causa degli "adulteri e delle perversioni". Anche oggi vi scenderà Cristo per prenderci con amore sulle sue spalle e riportarci in vita. Il segno che ci è offerto per salvarci è proprio ciò che stiamo disprezzando, contro cui stiamo lottando; la spina conficcata nella carne di oggi è la nostra salvezza, il "segno" che il Padre ci ama e non ci ha lasciato nella morte, al punto che proprio lì, dove più acuto è il dolore, è crocifisso suo Figlio. E questo significa che proprio la nostra vita è "il segno", l'unico, che ci è dato per convertirci; non ve ne sono altri, come non vi saranno altre vite, altri giorni, ma solo la croce di oggi, primo e ultimo giorno della nostra vita. Ascoltiamo la predicazione e piangiamo i nostri peccati, come Pietro; perché credere al "segno" significa avere il cuore dei niniviti, che "aspettavano la giusta collera di Dio, ma non smettevano di sperare nella sua sconfinata misericordia. Erano convinti che Dio è di grande misericordia, e spande il suo amore e la sua misericordia su chi si converte" (S.Efrem). Abbandoniamo le false sicurezze con cui ci siamo illusi di regnare, e camminiamo con la Chiesa seguendo le orme di Cristo Crocifisso. Ci porterà nel deserto, non temiamo, perché proprio in esso lo Sposo viene a parlarci, per farci di nuovo sua sposa, nella fedeltà e nell'amore, compimento di ogni autentica conversione. 



QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI


Sabato della XV settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

Dio non poteva vivere con gli uomini, 
senza assumere un modo umano di pensare e di agire. 
Per questo ha velato sotto l’umiltà 
lo splendore della sua maestà, 
che la debolezza umana non avrebbe potuto sopportare. 
Non era degna di lui, ma era necessaria all’uomo, 
e di conseguenza diveniva degna di Dio. 
Nulla infatti è tanto degno di Dio quanto la salvezza dell’uomo.

      Quanto viene perso da Dio, viene guadagnato dall’uomo

Cosicché tutti gli abbassamenti 

che il mio Dio ha sopportato per essere vicino a noi 

sono il sacramento della salvezza degli uomini. 

Dio agiva con gli uomini, 

perché loro imparassero ad agire in modo divino. 

Dio si è fatto piccolo perché l’uomo diventasse grande.

Tertulliano













L'ANNUNCIO



Dal Vangelo secondo Matteo 12,14-21.

In quel tempo, i farisei però, usciti, tennero consiglio contro di lui per toglierlo di mezzo. 
Ma Gesù, saputolo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli guarì tutti, ordinando loro di non divulgarlo, perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta Isaia: "Ecco il mio servo che io ho scelto; il mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Porrò il mio spirito sopra di lui e annunzierà la giustizia alle genti. Non contenderà, né griderà, né si udrà sulle piazze la sua voce. La canna infranta non spezzerà, non spegnerà il lucignolo fumigante, finché abbia fatto trionfare la giustizia; nel suo nome spereranno le genti". 










Il piccolo Gesù porta la Croce

GESU' NON SPEGNE IL DESIDERIO DI BENE NASCOSTO NELLA DEBOLEZZA
Il Giusto è scomodo perché il bene dà fastidio. Entrambi rompono gli equilibri, svelano le ipocrisie. Per questo vanno "tolti di mezzo". Gesù ha vissuto la sua missione con il peso di una condanna a morte. Sin dalla nascita, quando Erode lo ha cercato per ucciderlo e ha dovuto scappare in Egitto. Un bambino appena nato, piccolo, fragile, eppure così potente da far tremare i re di questo mondo. E' il destino riservato ai profeti, sempre perseguitati. Come quello del "Servo di Yawhè", nato per prendere su di sé il rifiuto del mondo. Non c'era altro modo per salvare il mondo dalle catene del suo principe che lasciarsi afferrare e uccidere. Solo così poteva essere definitivamente smascherato l'oscuro architetto del male. Non una guerra di spade, ma un umile Servo, come Davide di fronte a Golia. Un Servo colmo dello Spirito Santo, nel quale l'immagine autentica e originale dell'uomo potesse risplendere senza macchia né ruga. Un Servo che riscattasse l'umanità perché in Lui ogni uomo potesse ritornare ad essere il "compiacimento" del Padre, come il giorno della creazione, quando proprio l'uomo fu visto da Dio come la sua opera "molto buona". Gesù ci ha guardati e amati, senza giudicarci. Ha saputo intercettare nella "canna infranta" e nel "lucignolo fumigante" la firma del Padre. Non ha disprezzato nessuno, e oggi non disprezza neanche te, né tuo marito, né tuo figlio, neanche il tuo peggior nemico. Cristo sa che siamo schiavi dell'ingiustizia, e che la condanna che pesava su di Lui era quella che tutti abbiamo meritato. Per questo ha lasciato che il furore invidioso del demonio arrivasse sino alla sua vita per "toglierlo di mezzo". 




Ma proprio così Gesù ha "tolto di mezzo" il peccato, inchiodando sulla sua Croce il documento della nostra condanna. Non con la forza coercitiva, con una violenza più forte, ma con l'offerta di se stesso ha fatto "trionfare la giustizia". E tu, ed io? Come pensiamo di far "trionfare la giustizia"? Come il mondo, con i suoi tribunali senza misericordia? E quale è stato il frutto dei processi che, nella storia, hanno condannato i peccatori? Più tribunali, e i giudici di un tempo sono caduti sotto lo stesso giudizio, perché "tutti hanno peccato". Per questo Gesù è l'unico che "ha guarito tutti", attirando "tutti" a sé sulla Croce. E' lì che si è fatto "seguire"... Sì, il suo amore ha fatto questa pazzia: come da bambino è dovuto fuggire in Egitto, che è immagine di ogni nostra schiavitù, così si è "allontanato" per avvicinare ciascuno di noi a Lui. Non è scappato da chi lo voleva uccidere, ma è andato sino alla fine di ogni peccato, perché il Padre potesse chiamarci con Lui dall'Egitto come suoi figli. Il suo amore ha trasformato il peccato in una chiamata alla vera vita! Sulla Croce, infatti, è diventato il più lontano dal Padre, sperimentandone addirittura l'abbandono, perché nessuno fosse escluso dalla misericordia. Lasciamoci amare allora, e chiediamo a Dio la stessa misericordia piena di pazienza per non spegnere la brace del suo amore che è viva sotto la cenere che ricopre la vita di tanti che sono intorno a noi. Non spegnere tuo figlio, ma cerca l'opera di Dio in lui. Così anche con il tuo coniuge, con tutti. Solo allora "trionferà la giustizia" perché con il tuo sguardo di compassione giungerà su ogni uomo la misericordia di Dio che giustifica e ricrea.





Venerdì della XV settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

Venuto tra noi, 
il Signore portò il riposo all'anima affaticata 
e oppressa dal fardello del peccato, 
che era costretta a compiere le opere dell'ingiustizia, 
essendo assoggettata a padroni crudeli. 
Egli la alleggerì del peso insopportabile dei pensieri vani e immondi, 
la affrancò dal giogo amaro delle opere dell'ingiustizia 
e le diede il riposo.

San Macario










L'ANNUNCIO


Dal Vangelo di secondo Matteo 12,1-8.

In quel tempo Gesù passò tra le messi in giorno di sabato, e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere spighe e le mangiavano.
Ciò vedendo, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare in giorno di sabato».
Ed egli rispose: «Non avete letto quello che fece Davide quando ebbe fame insieme ai suoi compagni?
Come entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell'offerta, che non era lecito mangiare né a lui né ai suoi compagni, ma solo ai sacerdoti?
O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio infrangono il sabato e tuttavia sono senza colpa?
Ora io vi dico che qui c'è qualcosa più grande del tempio.
Se aveste compreso che cosa significa: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato individui senza colpa.
Perché il Figlio dell'uomo è signore del sabato».
 









CAMMINARE OGNI GIORNO NELLA LIBERTA' CHE NASCE DAL SABATO DEL MESSIA
Il Figlio dell'Uomo è Signore del Sabato, Lui è il Signore delle nozze. E noi con Lui, siamo chiamati a vivere nella libertà dei figli delle nozze. La Scrittura, infatti, disegna il rapporto tra Dio e l'uomo con i tratti gioiosi di un banchetto di nozze. La tradizione di Israele paragona proprio il "sabato" a una sposa: "Venite e andiamo avanti per accogliere la regina del sabato; R. Jannai, indossate le sue vesti, la vigilia di shabbat esclamò: "Vieni o sposa, vieni o sposa" (Shabbat, 119). Per questo, la gioia e il riposo ne costituiscono l'essenza; è un giorno dove esplode il piacere, sia fisico che spirituale: il Talmud, infatti, spiega che il venerdì sera (quando inzia lo shabbat) è il momento più appropriato per chi studia la Torah, per unirsi con la sua sposa. In giorno di sabato è perfino interrotto il lutto, perché esiste qualcosa di più grande del dolore, ed è la gioia della presenza amorevole di Dio con il suo popolo. Nulla di più lontano da una religione fatta di precetti e divieti, di regole da applicare, di un tedioso dare e avere tra la divinità e l'uomo. Spesso, invece, viviamo così i nostri rapporti matrimoniali, le nostre amicizie, le relazioni sul lavoro, anche quelle tra genitori e figli. Contratti che contemplino il rispetto e la giustizia. Quella della carne, stretta nell'angusto perimetro di leggi e codicilli, nel vano tentativo di fissare il tutto ad un precario equilibrio di coesistenze protette dallo scudo dei diritti e dei doveri. Buoni in sé, nella maggior parte dei casi, ma inevitabilmente confinati al di fuori del cuore. E il cuore, quando è coinvolto, lo è emotivamente, stretto nelle passioni, a volte travolgenti, che scambiamo per amore. Il Vangelo di oggi sconvolge questo malfermo sistema che dovrebbe garantire il buon esito della nostra vita. Le parole del Signore vanno diritte al centro del problema, puntano il cuore, l'intimo dell'uomo, le sue stesse viscere. E' da lì che sgorgano i pensieri, le decisioni, gli atteggiamenti, i peccati. E nessuna legge può nulla nei confronti del cuore. Essa è un pedagogo, un tentativo di arginare gli esiti del cuore malato. Ma nulla più. I sacrifici, la fitta rete di prescrizioni che, superando la stessa Scrittura, i Farisei avevano teso a protezione della religione e della sua purezza, la giustizia umana basata sull'adempimento della Legge attraverso le proprie forze, il tentativo di accaparrarsi la giustificazione per mezzo delle opere, tutta questa trama di precetti che teleguidavano la vita, non ha condotto ad altro che a una smisurata superbia gravida di giudizi e disprezzo. Come capita a noi quando recintiamo le nostre vite e quelle altrui di leggi figlie dei nostri criteri, che si tramutano ben presto in aguzzine violentatrici della libertà e dell'amore. Avete presente lo sketch del comico Enrico Brignano su sua madre? (lo potete vedere più sotto, aiuterà molto per comprendere il Vangelo di oggi) Sì, quello nel quale la madre, per ogni circostanza, pone una legge perché "caso mai viene qualcuno...". Ecco, molto del nostro agire è in funzione dell'arrivo di qualcuno: "caso mai venisse..." dobbiamo farci trovare in tiro. Sempre aspettando uno Shabbat nel quale riposare, una sposa con la quale godere dell'amore, un compimento per la vita. Ma, ingannati dal demonio, ci perdiamo nella pura ipocrisia vestita di moralismo, figlia del terrore della verità. Quanti genitori educano così i propri figli... Quanti pastori trasmettono il Vangelo in questo modo... Ma si dimentica di curare il cuore, con il risultato di innescare un meccanismo perverso che idolatra la trasgressione e la menzogna. Perché quando non è in gioco il cuore, ovvero l'amore e il dono di se stessi, le regole servono solo a circondare di fascino e attrattiva il peccato. Mentre il no ad esso si impone naturalmente quando un cuore è stato risanato e colmato dell'amore di Dio. E' come per uno smartphone bloccato da un codice di sicurezza: ce n'è uno solo che permette di accedere alle sue funzioni. Altri numeri non lo possono sbloccare. Sarebbe stolto adirarsi per questo, no? Chi si impunterebbe nel voler accedere al telefono inserendo la combinazione che gli piace in quel momento, o che gli hanno suggerito e consigliato gli amici, o la televisione, la rete o chiunque altro? Ebbene, per "sbloccare" la nostra vita, come quella dei nostri figli, c'è un solo codice, valido solo per quella persona. Ed è l'amore, l'unico che ci fa accedere a tutte le infinite possibilità che Dio ci ha dato quando ci pensato e creato. Ciascuno è unico e irripetibile, e per non fallire - ovvero per non peccare secondo il significato originale del termine "peccare" in ebraico (fallire il bersaglio) - occorre inserire il codice giusto. E' necessario aprire il cuore all'amore con l'amore di Dio. Altri codici non funzioneranno, per questo, i "no" ad essi si impongono da soli: la passione, la lussuria, il denaro, il prestigio, la violenza, la vendetta, l'invidia, la maldicenza, l'egoismo non accendono il cuore. Di conseguenza, i "no" alla discoteca, alle canne, a certe amicizie, alla vacanza con il fidanzato si impongono naturalmente, e sarebbe stolto impuntarsi nel cercare in tutto questo il compimento della vita. I "no" sono, dunque, figli naturali di un "sì" infinitamente più grande. Il "sì" a Cristo e al suo amore, che rigenera il cuore, facendolo riposare. Solo un cuore che ha trovato in Lui il ristoro smette di affaticarsi con altri inutili codici. Solo chi è con Lui e cammina nella vita seguendo il senso originario, quello che conduce al dono di se stesso, è libero davvero, nella libertà e nella gioia di essere figli di Dio. E i figli gustano sempre le delizie del banchetto di nozze che il Padre prepara. Le nozze della misericordia, l'amore che ha sempre la meglio nel giudizio. E' questa la vita colma di amore! Tutto quello che l'uomo cerca con la violenza, il sopruso, gli inganni, la concupiscenza e il moralismo è solo poter vivere libero, senza pesi e sensi di colpa, sganciato dal peso opprimente della superbia. Ebbene, questa libertà è preparata per noi, anche oggi. Essa è il frutto squisito della Croce, sulla quale il Signore ha mostrato l'autentica libertà: amare, senza riserve, senza aspettarsi il contraccambio; donarsi, anche ai nemici. In questo amore libero davvero c'è la felicità che dà senso e compiutezza alla vita. Il suo amore, infatti, ci strappa dalla maledizione che pesa su chi, aspettando dalla Legge la salvezza, non la compie diventandone trasgressore colpevole. 





Cristo viene oggi con i suoi discepoli, con la Chiesa, e ci prende per mano per introdurci nel suo Regno; sì, nella nostra comunità impariamo ad essere con Lui sacerdoti, re, profeti, e per questo liberi di mangiare dei pani di vita preparati per l'offerta rituale. Ciò significa che per un cristiano, per te e per me, non c'è più separazione tra la vita di tutti i giorni e i momenti riservati al culto. Non ci sono parentesi, ma la nostra vita impregnata del suo amore diviene una liturgia, dove ogni rapporto sgorga da un cuore sanato, capace di amore e misericordia. L'amore, infatti, è la cifra del Sabato, del Riposo, del Cielo. Chi ama è cittadino del Sabato, le nozze sono compiute, è passato all'altra riva, vive sulla sponda dove la Legge e i suoi sacrifici sono compiuti nell'amore dai sacerdoti della Nuova Alleanza, i cristiani che si offrono in cibo per ogni uomo. Quelle spighe strappate dai discepoli di Gesù, come i pani che hanno mangiato Davide e i suoi compagni, sono il cibo riservato proprio a loro, perché per loro è il sabato della misericordia. Chi, cieco su se stesso, "non comprende la misericordia, condanna individui senza colpa", perché dove c'è Cristo il peccato è perdonato e inizia una vita nuova, nella libertà e nell'amore. I "pani dell'offerta" erano profezia del corpo di Cristo, come le spighe strappate in giorno di sabato erano immagine del chicco di grano caduto in terra, nel sepolcro, proprio in giorno di sabato. Allora? Non erano proprio per sfamare chi cerca misericordia? Cristo è la novità, e la Chiesa ne è il segno! Egli è molto più del Tempio, e la comunità cristiana è infinitamente più grande di ogni legge. In Lui, Signore del Sabato, ogni cristiano è signore della storia, che diviene un unico altare dove offrirsi in una liturgia d'amore. Tutto ciò che Shabbat celebra è compiuto in Cristo, e chi vive in Cristo è già entrato nello Shabbat eterno, pur camminando nella storia. Il mondo non ha bisogno di religioni, ma di uomini che, nella propria vita, annuncino lo Shabbat che tutti attendono, e rivelino il Regno preparato per ogni uomo, nel quale si vive liberi da ogni schiavitù. Dove non ci si preoccupa perché "caso mai viene qualcuno", ma si vive intensamente il presente nel quale, l'unico Qualcuno che ogni uomo attende sin dalla nascita, è già arrivato. E' Cristo, è il perdono, è la Grazia, è la libertà! E' la Chiesa suo corpo che cammina nella storia lasciando dietro di sé le tracce del Cielo. In essa si compie ogni legge, perché chi ama ha la legge impressa nel cuore! Il Padre, infatti, non vuole sacrificio ed olocausto, ma, come al Figlio, anche a noi ha preparato un corpo nel quale compiere la sua volontà. La nostra vita, le ore che ci attendono, gli eventi che ci vengono incontro; i luoghi e i tempi della misericordia nei quali vivere e sfamarsi delle spighe mature fatte pane di vita nel corpo del Signore donato per noi. Misericordia per misericordia, perché, trasformati in spighe mature, possiamo sfamare questa generazione.



QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI





Giovedì della XV settimana del Tempo Ordinario


Il Buon Ladrone di Tiziano



αποφθεγμα Apoftegma

Lasciati portare dal legno della Sua umiltà. 

Sant'Agostino



Mediante l'umiltà viviamo con Dio, 
e Dio vive con noi in una vera pace; 
in essa si trova il fondamento vivo di ogni santità.
L'uomo umile rinuncia alla propria volontà 
e si abbandona spontaneamente nelle mani di Dio. 
Così diviene una sola volontà e una sola libertà 
con la volontà divina. 
E questo è proprio il fondo dell'umiltà. 
La volontà di Dio, che è la libertà, 
ci toglie ogni spirito di timore 
e ci rende liberi e vuoti da noi stessi. 
Allora Dio ci dà lo Spirito degli eletti, 
che ci fa gridare con il Figlio : «Abba, Padre». 

Beato Jan Ruysbroeck




COMMENTO CATECHETICO





GESU' E I DUE LADRONI. DAL FILM "THE PASSION"











L'ANNUNCIO



Dal vangelo secondo Matteo 11, 28-30

Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime.
Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero». 
















Crocifissione di Rubens.
Il Buon Ladrone che trova pace mentre l'altro si dimena

UMILIATI COME IL BUON LADRONE POSSIAMO OGGI ENTRARE NEL RIPOSO PRENDENDO CON CRISTO IL SUO GIOGO
Il Buon Ladrone
entra nel Paradiso
Gesù ci chiama anche oggi, per imparare la mitezza e l'umiltà, le qualità del suo cuore. Basta ascoltare e andare. E' questa la volontà di Dio per noi. Andare e fermarsi presso di Lui. Vedere dove Lui abita, stare con Lui, imparare con l'orecchio aperto come un discepolo. Ai suoi piedi, cercando e desiderando l'unica cosa buona, la sua Parola, la sua vita, il suo amore. In questo atteggiamento del cuore, e solo in esso, troveremo ristoro, riposo per il nostro intimo, per le nostre anime. Perché così entreremo nel suo riposo, nello shabbat preparato per noi; unica condizione, un cuore docile. Se oggi ascoltiamo la sua voce non induriamoci, lasciamoci sedurre dalla sua misericordia. E riposa solo chi ha presente sempre la verità: "Sappi [tre cose,] da dove vieni: da una goccia putrefatta; dove vai: verso un luogo di polvere, di larve e di vermi; e davanti a chi dovrai rendere conto: davanti al Re, il Re dei re, il Santo, benedetto Egli sia" (Avot 3,1). Sapere queste tre cose è la verità che libera dall'orgoglio e dall'arroganza di dover condurre la propria vita con lo sforzo e l'angoscia di chi presume di sé ed esige dagli altri. Sapere che, senza di Lui, non siamo nulla, schiavi del giogo del mondo, esigente e senza misericordia. Il suo Giogo invece, ovvero la Croce d'ogni giorno, è il vero cammino al riposo. Allora, prendere la Croce che la storia ci presenta, è il modo per andare al Signore: e questo cammino è già imparare ad essere miti e umili di cuore. Il mite infatti, come recita il salmo 37, possiede già la terra perché la croce pota l'orgoglio, riduce la menzogna a polvere e fa brillare la verità. Nella storia di oggi possiamo conoscere la nostra debolezza senza scandalizzarci, e lasciarci condurre, vivendo dell'autentico alimento: "Ricordati di tutto il cammino che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto fare in questi quarant'anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provar la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per insegnarti che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che vive di tutto quello che procede dalla bocca del Signore"(Deut. 8,2-3). Così, l'umiltà figlia della verità, conduce all'abbandono totale alla Parola. L'umiltà del condannato con Gesù alla stessa infamante morte di Croce e implora il suo perdono. Ecco, in quel momento l'ultimo della terra ha incontrato Colui che per lui si era fatto ancora più ultimo, prendendo su di sé la stessa condanna. Crocifisso sulla stessa Croce di Cristo trova il riposo del Regno in quello stesso "oggi" in cui morirà al mondo umiliandosi nell'accettazione delle proprie colpe. E quella Croce diviene un giogo leggero perché Cristo è sceso a prenderlo per portarlo con lui, rendendo leggero il carico delle sue colpe nel suo perdono. Quel ladrone aveva preso il giogo di Cristo su di sé sperimentando che per primo era stato Lui a prendere il suo. E per questo la sua anima ha trovato il ristoro del Cielo, dopo aver sofferto tanto a causa dei peccati. Sant'Ambrogio, afferma addirittura che Gesù stesso si era fatto "buon ladrone" per riscattare ogni "cattivo ladrone". Dopo aver stigmatizzato la crudeltà di "crocifiggere come un malfattore (quasi latronem) il Redentore di tutti", dice: "Ma nel mistero - cioè nell'interpretazione più profonda, che attinge alla pienezza del mistero della salvezza - Egli [Gesù, il Redentore] è un eccellente malfattore (bonus latro), perché ha teso un agguato al diavolo e gli ha portato via la sua roba". 



In un manoscritto ebraico scoperto nel 1898 nel cosiddetto Cairo Genizah, il luogo dove in una sinagoga del Cairo venivano “sepolti” i manoscritti logori contenenti le Sacre Scritture, è stato trovato questo frammento: "Venite a me, voi che siete senza istruzione, prendete dimora nella mia casa di studio [beit midrash]. Quanto tempo volete rimanere privi di queste cose, mentre la vostra anima ne è tanto assetata? Ho aperto la bocca e ho parlato della sapienza: Acquistatela senza denaro. Sottoponete il collo al suo giogo, e permettete alla vostra anima di portare il suo carico. Essa è vicina a quelli che la cercano e la persona che dà la sua anima la trova. Vedete con gli occhi che poco mi faticai, ma ho perseverato fino a quando non l’ho trovata". Dunque il "giogo" di Gesù è la "casa di studio" dove Lui insegna e dove possiamo imparare: nel greco originale, infatti, "imparate" (màthete) significa proprio "studiate"L'umiltà e la mitezza si studiano, e il libro è Cristo, la sua stessa vita incarnata nella nostra esistenza. Studiare le sue parole, il suo pensiero, i suoi sentimenti, sino ad assumerli e a farli nostri. Nulla di sentimentale o moralistico, piuttosto il com-prendere, il prendere-con noi, su di noi, il giogo della Torah, il carico leggerissimo dello straordinario compiuto in Cristo. Prendere con noi una vita inchiodata a letto, o stretta nella precarietà; prendere con noi una relazione difficile, dalla quale è sparito l'incanto della passione; prendere con noi un lavoro senza gratificazioni umane, con colleghi che ti fanno la guerra; prendere con noi anche una depressione, come gli altri un giogo pesantissimo per chi non conosce Cristo. Un giogo che, senza la Grazia, schiaccia e uccide: e questo spesso accade anche nelle nostre parrocchie, invase dallo spirito mondano, dove tutto è esigenza: esigenza di legalità, esigenza di coerenza, esigenza di impegno, solidarietà. Ce lo vorrebbero imporre da fuori, dalle cattedre e dai giornali dei maestri del pensiero unico che determina la cultura della società civile; ce lo vorrebbero imporre anche da dentro, quando i parroci si sentono frustrati e cominciano ad esigere dai parrocchiani che facciano, facciano, partecipino, si tirino su le maniche. E riducono la Chiesa un luogo di leggi, di obblighi, di volontariati asfissianti: "Gli scribi e i Farisei seggono sulla cattedra di Mosè. Fate dunque ed osservate tutte le cose che vi diranno, ma non fate secondo le opere loro; perché dicono e non fanno. Difatti, legano dei pesi gravi e li mettono sulle spalle della gente; ma loro non li vogliono muovere neppure con un dito" (Mat. 23:2-4). Ciò significa che, proprio mentre si esige impegno si scappa dalla storia. E' l'esatto contrario del cristianesimo. Non così "Mosè", che "era un uomo molto umile, più di ogni altro uomo sulla faccia della terra.” (Numeri 12,3). E perché? Perché aveva conosciuto se stesso, fragile, incoerente, mascalzone, ma eletto, chiamato a prendere il "giogo" di Cristo, e aprire al Popolo il cammino nel deserto. E' mite, infatti, chi ha imparato che la lotta d'ogni giorno non è contro le creature di carne, contro suocere o mariti o mogli o figli o colleghi di lavoro o coinquilini di condominio. Il combattimento, invece, è contro il demonio, il padre della menzogna e dell'orgoglio. In questa lotta occorre imbracciare le armi della fede, la Parola, lo zelo per il Vangelo, il suo amore infinito. La fede, la speranza e la carità, i doni del Cielo riservati a chi reclina il proprio capo sul petto di Gesù, assumendo lo stesso "giogo", l'unico che darà senso e compiutezza alla vita. Esattamente come il "giogo" serve agli animali per compiere il loro lavoro. Il Signore ci chiama a immergere la nostra mente nel suo cuore, la fonte della mitezza e dell'umiltà, la porta al riposo e alla pace. 


Simei tira i sassi al Re Davide
Ci aiuta la figura di Davide, un peccatore che non ha mai dubitato dell'amore di Dio; e ha preso il "giogo" su di sé, che significa anche accettare le conseguenze dei propri peccati senza esigere un perdono che cancelli la realtà. Dio perdona, e i peccati non esistono più. Certo, ma le conseguenze restano. Per questo Davide, di fronte a Simei che lo insultava mentre scappava da Gerusalemme braccato da suo figlio Assalonne, accetta l'umiliazione, il "giogo" legato al perdono (leggi 2 Sam 16). E non si ribella, sperando che proprio l'umiliazione lo possa condurre alla conversione e alla misericordia. Ecco, nella trama della storia, vi sono disseminate le occasioni per convertirci. Abbiamo tanto peccato, ed è una Grazia che, sul cammino, ci si accostino tanti Simei a lanciarci pietre e a inveire contro di noi: a casa, a scuola, al lavoro, ogni occasione di umiliarci è un dono di Dio. Attraverso di esse potremo imparare l'umiltà e la mitezza di fronte alla storia. Impariamo allora la mitezza caricandoci del giogo di Cristo, che ci dona l'audacia di ritornare a Dio: è questa l'umiltà, la mitezza autentica, il cuore secondo Dio che Lo conosce e non dubita di Lui, mai. Neanche davanti alla caduta più atroce, mai. Neanche dinanzi alla contraddizione più umiliante, mai. Nella certezza che, crocifissi con Cristo, nulla e nessuno potrà mai separarci dal suo amore.