VII Domenica del Tempo Ordinario. Anno A




αποφθεγμα Apoftegma

Cristo, che è il nuovo Adamo, 
proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore 
svela anche pienamente l’uomo all’uomo 
e gli fa nota la sua altissima vocazione.

Gaudium et spes, n. 22








GIUSTIFICATI DA CRISTO PER GIUSTIFICARE OGNI FRATELLO NELL'AMORE CHE CI HA ACCOLTO QUANDO ERAVAMO SUOI NEMICI

Con il brano di questa domenica entriamo nel cuore del Discorso della Montagna, il cuore di Dio. Qui il Padre ci ha pensato con struggente tenerezza, chiamandoci all’esistenza in un battito d’amore. Ogni fibra del nostro spirito e ciascun millimetro della nostra carne è stato creato in questa Parola: l’amore è in ogni nostra cellula, nelle pupille come nei polpastrelli, nei muscoli come nel cervello.
Quel giorno sulla splendida erta del Monte Korazim, di fronte al Mare di Galilea, Gesù dava voce al Mistero nel quale siamo stati creati. Un prodigio di “perfezione”, un ingranaggio fatto di carne e spirito plasmato per schiudere in terra una finestra sul Cielo.
Sappiamo come poi sia andata, l’invidia del demonio e il peccato che ci ha graffiato il cuore. Per questo Gesù era salito su quel Monte, per annunciare a tutti il perdono di ogni peccato e la speranza di vivere amando. Quelle parole venivano dall’eternità e planavano finalmente in terra, nella storia degli uomini che non le avevano mai viste compiute. 
Con esse Gesù annuncia che Dio ama ciascuno esattamente come è: il Discorso della montagna, infatti, è storia e cronaca diretta dell’amore fatto carne in Gesù per ciascuno di noi. Racconta come Egli ci ami istante dopo istante descrivendo l’attitudine paziente e misericordiosa con cui ha sempre risposto ad ogni nostro peccato. E profetizza l’uomo nuovo ricreato in Lui, tu ed io liberi per amare comesiamo amati.
Quante volte Gesù ci ha offerto “l’altra guancia” mentre lo schiaffeggiavamo sulla destra, sfidandolo a duello. Per dare uno schiaffo sulla guancia destra, infatti, occorre darlo di manrovescio, nel gesto proprio della sfida a duello. Magari è stato ieri, quando, incapaci di accettare la stanchezza della moglie o l’ira del marito, abbiamo sbattuto la porta e urlato più forte, chiudendo il cuore per ottenere giustizia. 
Era Gesù che sfidavamo per lavare nel sangue il tradimento che crediamo ci abbia fatto non compiendo la nostra volontà di cambiare l’altro. E Lui ha offerto l’altra guancia a parare il colpo, salvando ancora una volta il matrimonio…  
Quante volte si è lasciato “citare in giudizio” dalle nostre mormorazioni che lo hanno condannato a non contare nulla nelle decisioni. E Lui lì zitto, come un agnello di fronte ai suoi tosatori, a lasciarsi condannare perché noi fossimo assolti.
Quante “tuniche” e quanti “mantelli” gli abbiamo chiesto e mai restituito, gli unici beni inalienabili dei poveri, secondo la legge dell’Antico Testamento, e per questo segni della stessa vita. E giudicare un fratello come spessissimo facciamo con una superficialità disarmante, è togliergli la vita, così come la calunnia o il parlar male e lo spettegolare. E Gesù, eccolo lasciarsi spogliare di tutto e morire nudo sulla Croce, dalla quale ha abbracciato calunniatori e calunniati per riconciliarli nel mantello della sua misericordia.
Quante volte Gesù ha accettato l’ingiustizia di “percorrere un miglio in più”, qualcosa di proibito secondo la Legge che stabiliva in meno di un miglio il limite massimo del lavoro permesso; uno sforzo sovrumano, destinato alla morte. E sulla via del Calvario quante miglia ha percorso al posto nostro, pigri nello zelo e nel compiere la volontà di Dio. 
Ogni volta che siamo scappati imboscandoci, schivando le responsabilità di coniugi, genitori, pastori, Lui era lì a fare quel tratto di strada che toccava a noi, sino a morire per proteggerci da una pena che avremmo meritato. Per questo oggi ci è concesso di ascoltare ancora la sua Parola, mentre dovremmo essere rinchiusi in qualche prigione…
E’ Lui che anche oggi ci “dona tutto quel chiediamo”, senza sperarne nulla, sapendo di aver gettato la sua vita in mano a degli “ingrati” che usano della religione per aggiustarsi la vita. 
Così, istante dopo istante, ci ama Dio, innanzi tutto lasciandoci liberi, perfino di diventare suoi nemici. L’amore, infatti, è prima di tutto libertà. Ma quella vera, che rischia tutto, anche di perdere l’amato. Per questo l’amore è anche dolore, chiodi e aceto e Croce, altro che sentimento… Se lasci davvero libera la persona amata sai che potrebbe tradirti, abbandonarti, rivolgersi contro di te.
E allora l’amore non potrà che essere quello che appare nelle parole di Gesù. Un amore che si fa peccato perché l’altro si salvi; l’amore crocifisso che prende su di sé il male dell’amato divenuto nemico perché desidera solo il suo bene. 
Le anime belle diranno che non hanno nemici, ingannandosi. L’eros dei “pagani”, infatti, è passione, sentimento che si esaurisce nel perimetro del contraccambio; evapora quando l’altro non corrisponde all’affetto profuso, secondo quanto ci si aspetta. Si spegne dinanzi al nemico  perché il massimo che un uomo può fare è “occhio per occhio e dente per dente”, ovvero amore per amore e odio per odio. 
Ne facciamo esperienza tutti. Creati nell’amore e rinati nel battesimo, dobbiamo convenire che il seme ricevuto nel fonte ha prodotto un bonsai e non un albero pieno di frutti. Amore? Zero, o quasi… “Salutiamo solo i fratelli”, perché in tutto, anche negli slanci più generosi, speriamo il contraccambio, e quando non arriva… Siamo ancora “come i pagani”, rinchiusi in una vita grigia e monotona, che però finisce per scontrarsi con l’imprevedibilità del cuore. 
Abbiamo bisogno di rinascere dall’alto, di rientrare nel seno della Chiesa ed essere gestati perché il seme dell’amore giunga a “perfezione". L’amore dei “perfetti”, come erano chiamati i cristiani nella Chiesa primitiva, supera la carne e la routine; è, appunto, la “perfezione”, che significa, innanzi tutto, non mancare di nulla. E’ l’amore di ogni pecora perduta e ritrovata e issata sulle spalle del Buon Pastore che nulla fa mancare al suo gregge. 
Nella Chiesa possiamo giungere alla statura “perfetta”, per vivere senza difendere nulla, sperimentando ogni giorno che la vita ricevuta è eterna, non può finire. Anche se strappata non si esaurisce e può donarla al nemico.
Ma chi è il nemico? Ne abbiamo una lista infinita… La moglie, il marito, i figli, sì proprio i figli, e poi i colleghi, i condomìni, i parenti, gli amici, che diventano i nostri nemici. Non si tratta dei nemici delle istituzioni, tanto di moda, o dei confini del nostro Paese. Gesù parla di chi cerca di invadere i nostri territori, il posto dello spazzolino, il programma alla televisione, la decisione di comprare le scarpe, sino a quelli più intimi, come le relazioni sessuali e i tempi di ciascuno, gelosamente custoditi e troppo spesso usati per ricattare e vendicarsi.
Quando l’altro parte alla conquista delle nostre idee, dei nostri schemi, delle nostre certezze, delle decisioni, del tempo, del denaro, dei nostri diritti diventa un nemico acerrimo. Non possiamo amarlo ed essere felici e pienamente realizzati se non siamo profondamente uniti a Cristo, nella concretezza spesso acida e inospitale: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Gal. 2,20).
Questa è la perfezione dell’amore, perché si compia in noi lo “straordinario” per il quale siamo nati: amare il prossimo straordinariamente, oltre i confini dei pagani: l’amore all’altro sino alla fine, dove termina la sua dolcezza, la sua simpatia, la sua bellezza e iniziano i difetti, i peccati. 
Siamo la carne dove si compie il “ma ora io vi dico” di Gesù. La nostra vita è la novità che infonde speranza al mondo. E’ L’amore che “prega per i persecutori” perché si offre senza sperare nulla; l’amore che fa gli straordinari non pagati secondo la giustizia umana ma secondo quella celeste, una “ricompensa” di gioia e pace che il mondo non conosce. L’amore che, “come pioggia”, scende sull’altro, sia come sia, che “sorge come sole” di giustizia ogni giorno. 






22 Febbraio. Cattedra di San Pietro


αποφθεγμα Apoftegma

In forza del suo Battesimo il cristiano 
non deve affatto considerarsi come escluso dalla vita 
del suo popolo o della sua famiglia, 
ma la sua esistenza deve dispiegarsi 
in totale armonia con gli impegni presi; 
e questo comporta necessariamente rotture 
con gli usi e i costumi della propria vita precedente, 
perché il Vangelo è un dono che viene dall'alto. 
Per vivere nella fedeltà agli impegni battesimali, 
dunque, ognuno deve avere una solida formazione nella fede
per poter fronteggiare nuovi fenomeni 
della vita contemporanea quali la crescente urbanizzazione, 
la disoccupazione diffusa tra i giovani, s
eduzioni materialiste di ogni genere 
o l'influsso di idee provenienti ormai da ogni orizzonte.

Benedetto XVI, discorso ai vescovi di Senegal, Mauritania, Guinea Bissau e Capo Verde


 

UN ALTRO COMMENTO 







L'ANNUNCIO



Dal Vangelo secondo Matteo 16,13-19

In quel tempo, essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».









SULLA CATTEDRA DELLA CROCE


«Ipse est Petrus cui dixit: “Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam”. Ubi ergo Petrus, ibi Ecclesia; ubi Ecclesia, ibi nulla mors, sed vita aeterna» (S. Ambrogio, Enarrationes in XII Psalmos davidicos). «Dove c'è Pietro, lì c'è la Chiesa; dove c'è la Chiesa, lì non c'è affatto morte ma vita eterna». Pietro e la Chiesa, la vita e la fine della morte. Pietro sulla soglia del desiderio di ogni uomo, il nostro d'oggi, il più profondo, il più intenso, l'anelito che freme insopprimibile in ogni parola, pensiero, o gesto: La vita e mai più nessuna morte. I peccati stessi gridano il nostro desiderio di felicità eterna, che si tramuta purtroppo in fuga da ogni sofferenza confondendo il piacere con l'eterno esistere a cui aspiriamo. Le guerre, i divorzi, gli aborti, gli abomini genetici, e le nostre ore intrise di rabbia, malinconia, ribellioni e mormorazioni, in fondo tutto esprime la volontà di non arrendersi all'ineluttabile scorrere, spesso purtroppo in forma paradossale che sa invece proprio di morte. Ma anche quando si uccide in nome della vita, dietro l'egoismo, la paura e l'inganno, si nasconde la nostalgia di pienezza che non accetta la corruzione, e vorrebbe cancellarla, goffamente e perversamente chissà, ma è comunque un grido che getta un accorato appello alla vita che sfugge ad ogni presa. Tutti drogati di qualcosa o di qualcuno, sperando il cristallizzarsi, seppur effimero, d'un secondo almeno, un istante di tregua e di pace dove cullare le deluse speranze vissute solo in un sogno. Leopardi descriveva magistralmente i sentimenti che s’affastellano in noi: "Questo è quel mondo? questi i diletti, l'amor, l'opre, gli eventi onde cotanto ragionammo insieme? questa la sorte dell'umane genti? All'apparir del vero tu, misera, cadesti: e con la mano la fredda morte ed una tomba ignuda mostravi di lontano" (G. Leopardi, A Silvia). Il "vero" della storia di ogni giorno ci travolge, e ci spalanca "ignude tombe", e dolori, e lacrime, e delusioni. La vita come il cammino dei due discepoli di Emmaus, che avevano sperato in Gesù di Nazaret, profeta potente in parole ed opere, dal quale si attendevano la liberazione e che invece.... Anche Lui era chiuso in una "tomba ignuda", anche Lui "all'apparir del vero" era caduto "misero" e solo. Ed erano passati tre giorni ormai. E quelle lacrime aspre di Pietro, sgorgate dal tradimento di un amore strozzato nella paura di morire, di fare la stessa fine atroce del suo amico. Come noi, come tutti. Lacrime e delusioni, sconfitte e "ignude tombe". E nudo il Signore è sceso nella tomba, un sudario a venerarne le piaghe, e una pietra a sigillare le speranze. Tre giorni là dentro, un'eternità di silenzio. E fuori le lacrime della Maddalena, scorrevano sulla pietra che aveva recluso ogni speranza e desiderio.

E poi ecco la sera del primo giorno dopo il sabato: i chiavistelli della vita ben serrati, la stanza d’una pasqua appena volata via, all'imbrunire d'un giorno di paura, d’improvviso un volto incandescente di luce, e una voce, un saluto di Pace che trapassa i muri e i cuori. La sua voce, il suo volto, le sue piaghe: è Lui, è proprio il Signore, la prova inconfutabile risplende nei segni del suo amore inchiodato ad un legno, in quella luce unica che sembra accarezzare le sue ferite. E la gioia incontenibile, indescrivibile, per un desiderio neanche osato che si era compiuto gratuitamente: Gesù era morto, lo avevano visto, e ora era lì vivo, tornato dall'ignuda tomba, e lo stavano vedendo, mentre mangiavano con Lui. In quel cenacolo era esplosa la vita sperata da ogni uomo, di ogni tempo. e luogo, e cultura. La morte non faceva più paura, il suo pungiglione, il peccato non c'era più, era rimasto inchiodato sul Legno piantato sul Golgota. In mezzo a quel manipolo terrorizzato, che era scappato, che aveva tradito, era planato l'amore, disceso come rugiada il perdono. E tra tutti Pietro, la pietra che s'era sfaldata, il primo ad essere perdonato. Il primato del perdono lo rendeva finalmente la roccia su cui il Signore aveva fondato la sua Chiesa. La beatitudine di Pietro e di tutti noi, è tutta in questa esperienza: per confermare nella fede la Chiesa attraverso i secoli, Pietro, il primo Papa, ha conosciuto un perdono che né carne e né sangue possono rivelare, quello che viene dal sepolcro, che ha attraversato l'inferno, e per questo gratuito e immeritato. Perdonato, sanato e salvato, da quella sera Pietro ha gli occhi purificati, aperti con fede in quelli di ogni Papa della storia. Solo uno sguardo purificato nel vedere e sperimentare il perdono, può riconoscere Dio onnipotente in un povero rabbì di Nazaret, innocente in un condannato a morte, vivo in un relitto d'uomo appeso esanime  a una croce. Nella precarietà, nelle contraddizioni della carne, in un corpo corruttibile, abita Dio, la Vita nella morte. Questa è la fede della Chiesa, la risposta ad ogni desiderio e speranza, sulla strada di Emmaus e su quelle d'ogni uomo, all'apparir d'ogni vero e in tutte le ignude tombe. Pietro è chiamato a confermare questa fede, perché essa offra al mondo attraverso la Chiesa i segni autentici e credibili della vita che risplende nel perdono più forte della morte. Per questo la Cattedra di Pietro è la cattedra della misericordia; nella Chiesa, infatti, si apprende l'amore. Pietro, ed ogni Papa, schiude le porte del Cielo offrendo gratuitamente ad ogni uomo l'amore di Dio, gettando le reti del perdono sui mari di morte che avvolgono il mondo. Sulla porta del mondo, Pietro dischiude le porte della sua casa, la Chiesa dov'è vivo Cristo, le viscere di misericordia di Dio. Dialogo, tolleranza, rispetto, tutto va bene per le umane, povere forze spese ad arginare il male. La casa di Pietro invece spalanca il Cielo, l'amore eterno, che il mondo non conosce, unico scoglio ad infrangere ogni male. 



APPROFONDIMENTI



"Anche oggi viene detto alla Chiesa e ai successori degli apostoli di prendere il largo nel mare della storia e di gettare le reti, per conquistare gli uomini al Vangelo - a Dio, a Cristo, alla vera vita. I Padri hanno dedicato un commento molto particolare anche a questo singolare compito. Essi dicono così: per il pesce, creato per l'acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all'uomo. Ma nella missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita. È proprio così nella missione di pescatore di uomini, al seguito di Cristo, occorre portare gli uomini fuori dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, verso la luce di Dio. È proprio così: noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita. Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell'evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario. Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l'amicizia con lui. Il compito del pastore, del pescatore di uomini può spesso apparire faticoso. Ma è bello e grande, perchè in definitiva è un servizio alla gioia, alla gioia di Dio che vuol fare il suo ingresso nel mondo" (Benedetto XVI, omelia alla Santa Messa di inizio Pontificato).






BENEDETTO XVI

Meditazione sul tema:
"La Cattedra di Pietro, dono di Cristo alla sua Chiesa"
Incontro con gli studenti italiani e gruppi di pellegrini nella Basilica Vaticana:

Giovedì della VI settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

Decisivo nella vicenda fu quello che avvenne 
nella notte tra il giovedì e il venerdì della Passione. 
Cristo, condotto fuori della casa del sommo sacerdote, 
fissò Pietro negli occhi. 
L’apostolo, che lo aveva appena rinnegato tre volte, 
folgorato da quello sguardo, comprese tutto. 
Gli tornarono alla mente le parole del Maestro 
e si sentì trafiggere il cuore. 
“E uscito, pianse amaramente”
Il pianto di Pietro ci scuota nell’intimo, 
sì da spingerci ad un’autentica purificazione interiore.

San Giovanni Paolo II









L'ANNUNCIO



Dal Vangelo secondo Marco 8,27-33.


Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: «Chi dice la gente che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti». Ma egli replicò: «E voi chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno. E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: «Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
 





LA FEDE DI PIETRO PROVATA AL CROGIUOLO DELLA CROCE E' LA ROCCIA DA CUI SCATURISCE LA VITA CHE NON MUORE

Oggi possiamo fare un pit-stop sul nostro cammino di fede. Attraverso la domanda con cui Gesù ci chiede chi Lui sia per noi, la Chiesa ci interroga sui nostri pensieri: sono umani o divini? Quale sapienza è all'origine dei nostri pensieri (nel greco biblico i due termini sono molto vicini), ovvero delle aspirazioni, delle scelte e degli atti? La sapienza divina della Croce oppure, scandalizzati, prendiamo in disparte il Signore e ci mettiamo di traverso rifiutando paradossalmente il suo modo di amarci? Gesù era l'Uomo che realizzava il pensiero di Dio secondo il quale, per salvarci doveva soffrire, essere rifiutato, morire crocifisso e risorgere. Altro aveva in mente Pietro perché il veleno di satana si era impadronito dei suoi pensieri. Come? Come fa sempre, occultando la verità lasciandone scoperto solo un pezzettino. Mostra il rifiuto, la sofferenza, la Croce e la morte, e nasconde la risurrezione. Ascoltando il serpente, Pietro ha cominciato a pensare come Adamo e come ogni uomo ferito dal peccato originale della superbia. Schiacciato sulla sofferenza che il demonio interpreta come l'ingiustizia di un Dio geloso, non poteva comprendere il suo amore che esige il dover caricarsi del rifiuto e dei peccati per poter cancellarli. Non si può infatti comprendere il dover morire del Messia Gesù senza la sua risurrezione, senza cioè la garanzia, il pegno qui sulla terra del suo perdono e della vita eterna. Pietro lo capirà più tardi, quando si scoprirà apostata, in nulla diverso da quanti avevano rifiutato e ucciso il Signore. Allora, tra le lacrime di pentimento e compunzione, capirà che l'annuncio che Gesù aveva fatto quel giorno a Cesarea riguardava lui: per lui il Messia doveva soffrire, passare nella morte e risuscitare. Perché se Cristo non fosse risorto Pietro e tutti noi saremmo ancora schiavi del demonio nei nostri peccati. Come Pietro anche noi abbiamo bisogno del Cenacolo della Chiesa dove, formati nella sua fede, incontrare il Signore risorto. Apparendo risorto nelle liturgie, nella Parola, nei sacramenti e nella comunione con i fratelli, ci mostra le sue piaghe gloriose e, come a Pentecoste, ci dona il suo Spirito. Ma prima, attraverso la storia illuminata dalla predicazione della Chiesa, dobbiamo giungere ad accettare che Gesù è morto per noi che lo abbiamo ucciso nei fratelli e in noi stessi. Ogni croce che ci attende e contro la quale, preda del pensiero umano, istintivamente ci ribelliamo (una malattia, la precarietà che ci toglie le sicurezze, le relazioni fragili e nelle quali non possiamo appoggiarci) sono la prima parte del Vangelo che il Messia compie per noi e in noi con amore. Ascoltata sperimentando l'incontro con Cristo che trasforma la croce nello strumento della nostra salvezza, essa ci aprirà alla notizia della sua resurrezione e potremo accogliere, contriti e umiliati, il suo perdono che cancella i peccati per deporre nel cuore il suo Spirito. Esso formerà in noi lo stesso pensiero di Cristo che ci fa appartenere a Lui, e che guiderà la nostra carne ad offrirsi sulla Croce con Lui. Quella che Pietro ha rifiutato è infatti divenuta il destino con cui ha glorificato il Signore. Coraggio, perché quello che oggi rifiutiamo sarà il nostro trofeo, il segno di vittoria di chi, insieme a Pietro, va dietro al Signore nel cammino di conversione nel quale la fede che Dio ci dona gratuitamente attraverso la Chiesa, si incarna in opere di vita eterna che testimoniano il Cielo. 


COMMENTO COMPLETO

Una domanda e un rimprovero, le parole di Gesù rivolte ai discepoli, a Pietro, a ciascuno di noi. Il Vangelo di oggi è stretto in questa morsa perché fuoriesca il pus che giace nascosto nei nostri cuori e nelle nostre menti. Pensare secondo gli uomini, ecco il veleno. La parola greca che nel Vangelo indica il pensiero assume una gamma di significati che ruotano attorno a quello più profondo di sapienza. La stessa che diviene astuzia nel caso del serpente. Ma indica anche la sapienza creatrice di Dio, come appare in più testi della letteratura sapienziale, dove assume il senso di giudizio, perspicacia, discernimento. Nei Vangeli, il termine indica spesso una sapienza capace di valutare, aspirare a una meta, prendere posizione. Il pensiero è dunque legato alla sapienza, che può essere secondo la carne o secondo Dio. E' una sorta di Dna spirituale, la molecola chiave nell'economia della cellula. Come in una catena di informazioni, nel Dna è contenuta l'informazione genetica dalla quale partono tutte le informazioni su come deve essere fatta e su cosa deve produrre una cellula. L'informazione viene poi trasmessa alle generazioni successive. Potremmo allora chiederci quale sapienza è all'origine dei nostri pensieri, delle aspirazioni, delle scelte e dei nostri atti. Se il nostro Dna spirituale stia scrivendo una catena carnale o una catena divina. Se in noi tutto è scomposto, frammentato, se i dubbi la fanno da padrone, oppure se si vi è un centro, un'origine che infonde pace, gioia, gratitudine. Seguiamo il Signore o lo prendiamo in disparte scandalizzati dalla Croce? Appartiene a Cristo chi ne ha lo Spirito e il pensiero. Pensare secondo la carne, seguirne i desideri significa essere nemici di Dio. Pietro con i suoi pensieri umani, carnali, era un nemico di Dio, sino ad identificarsi con Satana diventando così scandalo, l'inciampo sul cammino di obbedienza che il Figlio doveva percorrere. Il pensiero di Pietro si era posto davanti e di traverso a quello di Dio. Gesù doveva soffrire ed essere rifiutato per risorgere. Era questa la missione di Cristo, del Messia, che Pietro aveva pur riconosciuto e confessato. Era il Figlio dell'uomo, l'Uomo che realizzava il pensiero di Dio. Era la Sapienza stessa di Dio, la scandalosa Sapienza della Croce. Per questa sapienza Egli doveva donare la vita, e non era un dovere morale, ma, come suggerisce l'originale greco, era una necessità di tipo naturale. Era nel suo Dna l'amore per i propri amici e anche per i propri nemici, sino alla morte. Lui pensava un amore infinito. 

Altro aveva in mente Pietro. Altro abbiamo in mente noi. Anziani, sacerdoti, scribi, sono tutte categorie che ci portiamo dentro. Costituiscono la catena del Dna dei nostri pensieri: prestigio, potere, intelligenza, religione vista e usata come un totem capace di soddisfare i nostri desideri. Gesù è infatti rifiutato proprio dai nostri pensieri, la cui immagine appare chiaramente nelle categorie "religiose" che storicamente lo condurranno al supplizio: "Sono le tre maschere dell'unico male, l'egoismo... Corrispondono alle tre concupiscenze sulle quali si struttura il mondo...e ai tre aspetti seducenti e illusori del frutto proibito, che già ad Eva parve buono, bello e desiderabile" (S. Fausti,Ricorda e racconta il Vangelo). Il veleno di satana, il Dna impazzito dei nostri pensieri. Ma proprio qui appare la salvezza, per Pietro e per ciascuno di noi. L'amore infinito di Gesù, che chiama per nome il nostro pensiero corrotto, per tirar fuori ed espellere il veleno che ci distrugge. Satana e Pietro, tu ed io. Satana che occulta la verità scoprendone solo un pezzettino. Satana che mostra il rifiuto e la morte e nasconde la risurrezione. E Pietro ci casca, e sgrida il Signore. Non ha sentito, non ha potuto ascoltare la buona notizia che il Signore aveva annunciato subito dopo quella della passione, si era bloccato alla parte che riguardava il dover soffrire; il suo pensiero inquinato gli aveva sottratto l'epilogo di Gloria. Non aveva compreso l'amore, il dover morire per risuscitare, il dover caricarsi del rifiuto e dei peccati, per cancellarli e per risorgere, garanzia del perdono e della vita eterna. Lo capirà più tardi, quando l'evento annunciato si farà carne in Lui, la carne santificata dallo Spirito di Cristo risorto. Quando il pensiero sarà, per mezzo dello Spirito Santo, lo stesso pensiero di Cristo, e guiderà la sua carne ad essere offerta in una missione identica a quella del Signore. La Croce che ora rifiuta sarà il suo destino, la morte con la quale glorificherà chi ha rifiutato. E così per noi. Esattamente quello che stiamo oggi rifiutando sarà il nostro trofeo, il candelabro sul quale brillerà la luce del Padre in noi. Malattie, fallimenti, rifiuti. La nostra croce. Per ora però, Pietro deve scendere, tornare, convertirsi. Tornare a camminare dietro Gesù. La traduzione scelta non ci aiuta a capire l'amore di Gesù verso Pietro. In greco non dice "lungi da me" ma "dietro di me". Quest'ultima è l'espressione che caratterizza il discepolo. Gesù vuole Pietro vicino come vuole noi con Lui, ma al nostro posto. Non ci giudica, ci illumina. Ci dice la verità svelando quello che abbiamo nel cuore e nella mente. E ci attira a sé con amore, per imparare a seguirlo, a camminare umilmente ogni giorno dietro di Lui, per conoscerlo negli eventi della vita. Seguirlo e conoscerlo nella misura in cui conosciamo noi stessi. Siamo oggi chiamati a pregare con San Francesco "Chi sei tu Signore, e chi sono io?" (Consid. sulle stimmate). Camminare con Lui per ricevere da Lui, in dono, il suo Spirito, il Dna sano della Sapienza celeste, quella della Croce, per pensare le cose secondo Dio, quelle di lassù per vivere quaggiù. "Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. É quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità" (J. Ratzinger, Omelia nella Missa pro eligendo Romano Pontifice).



Mercoledì della VI settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

Con l'espressione 'questo è umano' oggi si giustifica tutto.
Si cerca il divorzio: è umano.
Si beve: è umano.
Si imbroglia in un esame o in un concorso: è umano.
Si sciupa la propria giovinezza nel vizio: è umano.
Si lavora con indolenza: è umano.
Si è gelosi: è umano.
Si commette peculato: è umano.
Si è gelosi: è umano.
Non esiste alcun vizio che non si giustifichi con questa formula.
Con il termine 'umano' si caratterizza così ciò che di più caduco e meschino esiste nell'uomo.
A volte addirittura diviene sinonimo di bestiale.
Che bizzarro modo di esprimersi!
L'umano è proprio quello che ci distingue dalla bestia.
Umano è l'intelletto, il cuore, la volontà, la coscienza, la santità. Questo è umano.


Card. Saliège, in J. Ratzinger, Dogma e predicazione









L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Marco 8,22-26.

Giunsero a Betsàida, dove gli condussero un cieco pregandolo di toccarlo. Allora preso il cieco per mano, lo condusse fuori del villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani e gli chiese: «Vedi qualcosa?». Quegli, alzando gli occhi, disse: «Vedo gli uomini, poiché vedo come degli alberi che camminano». Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente e fu sanato e vedeva a distanza ogni cosa. E lo rimandò a casa dicendo: «Non entrare nemmeno nel villaggio».














PRENDENDOCI PER MANO CRISTO CI CONDUCE NELL'INTIMITA' DELLA CHIESA PER GUARIRE I NOSTRI OCCHI CON LA SUA PAROLA PER CONTEMPLARE CHIARAMENTE IL SUO AMORE CROCIFISSO IMPRESSO IN OGNI UOMO

Betsaida, al confine tra la Galilea e la Decapoli, a un tiro di sasso dal paganesimo, è ogni luogo, situazione e relazione dove spesso il demonio riesce a farci distogliere lo sguardo dallo Sposo per fissarlo adorante sugli idoli. Betsaida è la nostra vita né carne né pesce, dove viviamo un po' con Dio e un po' con mammona, un po' fedeli e un po' idolatri e la frustrazione di non poter amare ci avvolge come una coltre oscura. La cecità infatti è il segno di un disordine, mostra i limiti della natura ferita dal peccato. Siamo ciechi e sbattiamo ogni giorno sulle barriere architettoniche erette dal nostro cuore indurito, dai pregiudizi, dalle concupiscenze, dai moralismi, dai pensieri e dalla carne corrotti dal peccato. Ma nulla di noi è estraneo all'amore della Chiesa che ci viene incontro nella nostra Betsaida per condurci a Gesù. Gli amici dello Sposo lo pregano infatti con pazienza perché si prenda cura di noi, spose accecate dalla menzogna del demonio. E il Signore, senza giudicarci, prende per mano la sua sposa attirandola nel deserto per parlare al suo cuore. In questi passi balbettati accanto a Gesù è tutta la nostra vita. Abbiamo bisogno di camminare per mano dello Sposo che conosce il cammino della Pasqua, per uscire dall'oscura notte della morte. Come nella Veglia Pasquale la luce del cero annuncia lo splendore del Re che ha vinto le tenebre, così la predicazione della Parola simboleggiata dalla saliva di Gesù spalmata sugli occhi del cieco ci annuncia la Buona Notizia che alla sua luce passeremo dalla cecità alla vista piena, ovvero la vita nuova dei risorti nella comunione con gli altri uomini. Essa illumina innanzi tutto l'albero della Croce dove Gesù nuovo Adamo ha condotto, per guarirla, la carne disobbediente e per questo cieca del primo Adamo. Perché non c'è guarigione senza l'esperienza con cui il cuore vede se stesso e gli altri come alberi; ciò significa che il primo passo verso la guarigione è l'umiltà che riconosce i propri peccati che hanno inchiodato Gesù vivo nei fratelli sull'albero della Croce. Ma Cristo è risorto facendo della Croce la porta gloriosa dischiisa sul Cielo. Per questo chi cammina nella Chiesa posa il primo sguardo degli occhi dischiusi nella fede sulla Gloria che riveste la sua croce. Solo l'esperienza personale che ogni umiliazione e caduta ci ha condotti all'incontro con l'amore infinito di Dio in Cristo suo Figlio, può aprire gli occhi del cuore per riconoscere un fratello in chi ci è accanto. Il contatto prolungato e ripetuto con Lui che ci tocca attraverso il battesimo e ogni sacramento, ci unisce allo Sposo sulla nostra croce di ogni giorno, dalla quale, con i suoi stessi occhi, possiamo guardare a distanza ogni cosa, senza trascurare nessun dettaglio offertoci per stendere le braccia e donarci. E' la vista piena della fede adulta, ovvero, secondo l'originale greco, un vedere perfettamente attraverso la superficie e dentro la realtà, il discernimento capace di riconoscere in chi ci è accanto lo stesso volto di Cristo. Uno sguardo d'amore capace di contemplare nel fratello la bellezza dell'immagine di Dio celata dalle ferite del peccato. Per questo, una volta guariti, non si torna più al villaggio di prima, ai rapporti feriti dalla paura e dal peccato, ma si cammina obbedienti alla sequela di Gesù, guardando la storia e le persone con i suoi stessi occhi colmi di misericordia.

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