Mercoledì della XIX settimana del Tempo Ordinario


La "sinfonia" della comunione
















αποφθεγμα Apoftegma


E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore 
ed ami me suo servo e tuo, 
se ti comporterai in questa maniera, e cioè: 
che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, 
che, dopo aver visto i tuoi occhi, 
non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede;
e se non chiedesse perdono, 
chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. 
E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, 
amalo più di me per questo: 
che tu possa attrarlo al Signore
ed abbi sempre misericordia per tali fratelli.

San Francesco, Lettera a un ministro

    


La comunione è uno tra i beni più preziosi donati dallo Sposo alla Sposa; rivelando l'amore e l'unità tra i "fratelli", essa è il segno che Dio offre al mondo perché "creda". Il termine greco "koinonia" traduce l'ebraico "khaburah"; entrambi indicavano, in origine, una cooperativa, una società, come quella dei pescatori Pietro, Giacomo e Giovanni. Ma khaburah indicava anche la comunità di almeno dieci persone riunita per celebrare la Pasqua. Quindi anche gli apostoli riuniti con Gesù nel Cenacolo formavano una khaburah: nella comunione umana, la partecipazione al Mistero Pasquale del Signore gettava le fondamenta della comunione celeste! Dio che s'era fatto carne, provocando scandalo e rifiuto, diveniva tanto prossimo all'uomo da farsi pane da mangiare e sangue da bere, fondando così la comunione tra gli uomini nella comunione con Gesù; in virtù del suo Mistero Pasquale, il Figlio di Dio "comunica" se stesso ai suoi apostoli che, uniti a Lui, divengono così figli del suo stesso Padre. Cristo, infatti, si è “legato a noi in terra” nella Chiesa attraverso la Parola e i sacramenti, per “legarci anche in cielo" al Padre. “Sciogliendoci in terra” dal potere del demonio e dai lacci del peccato, infatti, ci “ha sciolto anche in cielo" dalla condanna che meritavamo, ha rotto ogni barriera tra noi e Dio e così ci ha “legato” in terra ai fratelli nel suo amore. Per questo, Cristo freme di compassione in ogni cristiano nel vedere un “fratello” che si sta separando consegnandosi di nuovo all’inganno del demonio. Ogni passo che Gesù oggi indica alla Chiesa per "guadagnare il fratello" è quindi l'attualizzazione nella storia e l'annuncio salvifico di quello che ha fatto Lui per ogni suo “fratello” perduto: fattosi peccato, è stato accusato nell'assemblea e alla fine è stato gettato fuori, a morire crocifisso, "come un pagano e un pubblicano", per scendere nella tomba di ogni fratello che si è separato e, risorgendo con lui, "scioglierlo" dalla morte per "legarlo" di nuovo al Padre. Ma tu, hai a cuore il destino del fratello?  O meglio, quello che ti è accanto è davvero “tuo fratello” al punto che se si è perduto a causa di un peccato - un tradimento del coniuge, un rancore incancrenito - senti che hai perduto una parte di te? O forse lo stai giudicando, e lo hai già perduto perché lo hai rifiutato nel tuo cuore? Se è così, allora le parole di Gesù sono innanzi tutto una chiamata a conversione per te, perché ti umili profondamente, chiedi perdono a Dio, ti confessi e fai penitenza, per "guadagnare" il fratello nel tuo cuore. Così forse ti renderai conto che, prima di andare a correggerlo, dovrai incamminarti per inginocchiarti dinanzi a lui e chiedergli perdono. Sino a che l'altro non è tuo fratello non potrai correggere nessuno... Può darsi, infatti, che quello che abbiamo visto nel fratello sia solo apparenza. "Se qualcuno ha peccato": è importante quel “se”... Spesso noi lo omettiamo, in preda ai nostri giudizi e pregiudizi. Allora il criterio migliore è mettersi dalla parte del fratello; solo quando avrai esaurito ogni possibile giustificazione del suo operato, allora potrai avvicinarti a lui, non senza esserti prima immedesimato in lui. Avvicinarsi cioè senza dimenticare la trave che è nel tuo occhio: tu sei stato lui, anzi, senza la misericordia di Dio, tu saresti molto peggio di lui. Se non c'è questo atteggiamento, allora è meglio lasciar perdere, perché "correggere" significa "reggere insieme". La correzione è un frutto purissimo dell'amore, forse la sua incarnazione più difficile. Per correggere occorre amare l'altro al punto di desiderare di portare con lui il peso dei suoi peccati. 

Ogni "fratello" di Gesù, infatti, sa che "se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà". Si accorderanno, con il greco originale saranno una "sinfonia"! Note diverse per innalzare al Padre la stessa preghiera... Per questo va a cercare il "fratello" e lo "ammonisce", solo a solo; lo corregge smascherando il suo peccato, per illuminare profeticamente la sua situazione e annunciargli la vittoria di Cristo e il suo amore, e così indurlo ad "accordarsi" con lui per domandare, insieme, il perdono al Padre. Ogni correzione è, infatti, un annuncio del Vangelo. Per questo Gesù dice "se non ti ascolterà": la fede nell'amore e nel perdono viene donata, infatti, attraverso la stoltezza della predicazione. E perché il "fratello" possa ascoltare ed essere "guadagnato" si fa di tutto: si coinvolgono i fratelli più vicini e con cui egli è più in confidenza, i pastori e i catechisti, che sono i "testimoni" dell'opera di Dio in lui e della sua misericordia. Se il suo cuore è tanto duro da non ascoltare neanche loro allora si coinvolge l' "assemblea", perché l'amore di tutti sciolga le sue resistenze. Tutto per annunciare al fratello che Cristo, vivo nella comunità, vuole "guadagnarlo" alla felicità, alla libertà, alla vita di figlio di Dio. Tutto per testimoniargli l'amore infinito che i fratelli hanno per lui, che fremono di compassione nel vederlo schiavo della menzogna. Per dirgli che non possono perdere una parte così bella e unica di se stessi... A volte però è necessaria la massima severità, che è il segno della più grande misericordia. La Chiesa sa che Dio ha creato l'uomo libero sino al punto di ostinarsi sino alla fine nel peccato. La Chiesa non è buonista ma realista, e per questo ama i suoi figli nella realtà in cui si trovano. Proprio per amore della libertà, di fronte al rifiuto, non c'è altra soluzione che lasciare che il "fratello" la usi sino in fondo, sino alle sue più dolorose conseguenze. Il peccato rompe la comunione, e, non accogliendo il perdono e perseverando in esso, si torna a vivere come prima dell'incontro con Cristo, come prima del Battesimo: come "un pubblicano e un pagano". Far finta di niente, in una falsa misericordia che scioglie la verità, sarebbe rendere vana la Croce di Cristo; sarebbe anche fare torto alla dignità del "fratello", obbligandolo a vivere come lui non vuole. Alleandosi con il peccato che rompe la comunione egli se ne è chiamato fuori; ogni segno che esprima la comunione sarebbe solo un'ipocrisia che, paradossalmente, gli impedirebbe la conversione e frustrerebbe la missione della Chiesa. Una comunità divisa perché qualche "fratello ha commesso una colpa" e non si è lasciato "guadagnare" al perdono, non può compiere la sua missione nel mondo. Le accade come al Popolo di Israele, quando a causa anche di uno solo che aveva peccato e lo aveva occultato, non poteva resistere ai suoi nemici. "Se qualcuno ha peccato" non si può restare indifferenti, vi è di mezzo la conquista della Terra Promessa, il Cielo da schiudere agli uomini attraverso la Chiesa. Per questo, quando c’è ostinazione nel peccare, solo la verità delle conseguenze amare del peccato può percuotere, alla lunga, il cuore più indurito inducendolo alla conversione; come accadde al figlio prodigo, ormai lontano dalla casa paterna, che proprio lì, nella solitudine affamata, è rientrato in se stesso spinto dalla nostalgia della comunione che aveva sperimentato, la cui pienezza non aveva più gustato peccando. Per questo, “considerare un fratello" come un pagano e un pubblicano” significa “amarlo sino alla fine”, sino a dove non ci sono più parole, ma solo la preghiera e l’offerta di se stessi, ovvero i dolori, le angosce, le malattie, tutto per "guadagnare il fratello" che in quel momento non si vuole far "guadagnare". Sino a prendere i suoi peccati su di noi, perché così Cristo ci ha “guadagnato” mentre lo rifiutavamo ostinatamente... Così anche noi siamo chiamati a non disperare mai, anche quando gli eventi e le persone ci inducono alla severità della verità. Essa è sempre sinonimo dell'amore e della libertà che Dio ha dato a ciascuno, e ne abbiamo esperienza... Così sapremo educare i nostri figli che scelgono di non obbedire, ammonire il coniuge e i fratelli che peccano, nella speranza invincibile che la nostalgia di casa e la memoria struggente della comunione con il Padre e i fratelli, li faccia rientrare in se stessi per tornare, in un cammino di penitenza sincera, all'amore e all'unità.



La musica per Benedetto XVI

Che cos’è in realtà la musica? Da dove viene e a cosa tende? Una sua prima scaturigine è l’esperienza dell’amore. Quando gli uomini furono afferrati dall’amore, si schiuse loro un’altra dimensione dell’essere, una nuova grandezza e ampiezza della realtà. Ed essa spinse anche a esprimersi in modo nuovo. La poesia, il canto e la musica in genere sono nati da questo essere colpiti, da questo schiudersi di una nuova dimensione della vita.






Rimane indelebilmente impresso nella mia memoria come, ad esempio, non appena risuonavano le prime note della Messa dell’incoronazione di Mozart, il cielo quasi si aprisse e si sperimentasse molto profondamente la presenza del Signore. 


QUI GLI APPROFONDIMENTI

Venerdì della XVIII settimana del Tempo Ordinario

Cesare da Sesto. Cristo incontra sua Madre

αποφθεγμα Apoftegma

A volte il Signore ti fa sentire il peso della croce. 
E questo peso ti sembra insopportabile, 
eppure lo porti perché il Signore, pieno d’amore e di misericordia, 
ti tende la mano e ti dà la forza necessaria. 
Il Signore ha bisogno di persone che soffrono con lui 
davanti alla mancanza di pietà degli uomini. 
E’ per questa ragione che mi conduce sulle vie dolorose. 
Ma sia sempre benedetto, perché il suo amore 
porta la dolcezza in mezzo all’amarezza; 
cambia le sofferenze passeggere di questa vita 
in meriti per l’eternità.

San Pio da Pietralcina











L'ANNUNCIO


Dal Vangelo secondo Matteo 16,24-28. 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 
Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 
Qual vantaggio infatti avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l'uomo potrà dare in cambio della propria anima? 
Poiché il Figlio dell'uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni. 
In verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell'uomo venire nel suo regno». 






VUOI DAVVERO SEGUIRE IL SIGNORE?

Vuoi davvero seguire il Signore? Con questa parola che Gesù dirige "ai suoi discepoli", cioè a te e a me, il Signore rivela il suo "pragmatismo". Il cristianesimo, infatti, non è una religione misterica, una raccolta di ideali e sentimenti o una filosofia di vita. Un cristiano, invece, è un "pragmatico", perché la vita cristiana di chi "segue" il Signore è una "praxis" molto concreta; Gesù, infatti, dice proprio che "quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, renderà a ciascuno secondo la sua "praxis", cioè secondo la sua "forma" pratica consueta, abituale di vivere. Allora, fatti alla mano, vediamo se davvero abbiamo preso la decisione ferma di seguire il Signore, come suggerisce il greco originale tradotto con "se qualcuno vuole venire dietro a me". Perché camminare dietro al Signore significa, molto pragmaticamente, "rinnegare se stessi", ovvero "prendere la propria croce". Per i contemporanei di Gesù queste parole non erano delle semplici metafore, ma immagini reali che evocavano scene che avevano visto molte volte. L'espressione "prendere la propria croce", alludeva infatti all'uso romano di far andare i condannati alla crocifissione verso il luogo stabilito per l'esecuzione portando sulle spalle il "patibulum", il braccio orizzontale della Croce. Se avete visto il film "The Passion" capirete immediatamente quale forza evocativa avevano le parole di Gesù. Ecco, chi ha preso davvero la decisione di seguire Gesù sa che questo implica necessariamente il rinnegamento del proprio "io" come un condannato alla crocifissione che cammina verso il Golgota dove sarà inchiodato alla croce. Se dunque hai deciso di seguire il Signore oggi sarai condannato a morte, colpito dal flagello, sputato, deriso, caricato con un legno pesantissimo e obbligato a camminare "dove tu, ovvero il tuo io, non vorrebbe". Sarai spogliato del tuo onore, e inchiodato a una croce dove morirai per asfissia. Non potrà essere diversamente. Forse tuo marito ti umilierà, tua moglie ti aggredirà, i tuoi figli ti insulteranno, al lavoro ti faranno delle ingiustizie; oppure la malattia ti inchioderà al letto, la solitudine e il fallimento dei tuoi progetti ti umilieranno, e ti ritroverai come Gesù, uno che, sulla Via della Croce e inchiodato su di essa era divenuto irriconoscibile, "tanto era sfigurato per essere d'uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell'uomo". Ecco, chi segue Cristo sarà "trasfigurato", cambierà la sua "forma di essere" al punto di non assomigliare più a nessun uomo... Diventerà, in Lui, "l'"ecce Homo" davanti al quale si copre la faccia, cioè "senza apparenza né bellezza per attirare gli sguardi", rifiutato e disprezzato... L'ultimo della terra, il servo di Yahwé che prende su di sé il peccato degli altri. 




Gesù Bambino che porta la Croce (Francia, Sec XVII)


No, questo no, è impossibile... Non a caso Pietro, all'udire la profezia di Gesù sul suo destino a Gerusalemme, dirà proprio queste parole, mettendosi davanti a Gesù. Aveva cioè smesso di seguirlo pretendendo di "decidere" lui come il Maestro avrebbe dovuto "salvare la propria anima" e quella degli uomini. Sì fratelli, nelle parole di Gesù si nasconde la Verità dalla quale tutti siamo chiamati ad essere illuminati. Per noi è impossibile seguire il Signore, e lo sperimentiamo ogni giorno. La via della Croce sulla quale rinnegare il nostro "io" ci spaventa. Perché "pensiamo secondo il mondo" che ci ha insegnato che "perdere la nostra vita" vorrebbe dire diventare irrilevanti, insignificanti, inutili. Per questo le parole di Gesù ci svelano una verità che, anche se ricorre sulle nostre labbra, abbiamo smarrito nel cuore: "non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate molto frutto". E' Lui che ci ha scelti e chiamati mentre eravamo schiavi dei peccati; è Lui che ci ha amati sino a rinnegare se stesso per affermare noi! Tu ed io, come Pietro, siamo solo capaci di "rinnegare il Signore" per tre volte pur di conservare la nostra vita... Lo hai rinnegato ieri, mentre ti stavano umiliando, non è vero? Ma coraggio, oggi siamo chiamati ad accettare che ancora stiamo difendendo con le unghie i pochi respiri che ci sono rimasti e con cui ci illudiamo di vivere. Stiamo brigando in tutti i modi pur di "guadagnare il mondo intero", il nostro mondo che è la famiglia, il posto di lavoro, la scuola, il gruppo di amici, il fidanzato e la fidanzata. Ma fratelli, anche se ciò ci dovesse riuscire, anche se i tuoi figli ti ubbidiscono sino a diventare i cloni di te stesso, anche se il tuo coniuge ti considera venerandoti, anche se hai successo nel lavoro e scoppi di salute, dimmi, potrai "dare" tutto questo "in cambio della tua anima"? A che ti serve commerciare (i termini usati da Gesù sono tutti relativi al commercio) tempo, forze, parole, denaro per "guadagnare il tuo mondo" e anche più in là di esso, "se poi perderai la tua anima"? No, non c'è "nessun vantaggio" perché arriverà, e forse è già arrivata la Croce sulla quale "tutti saremo attirati a Cristo" e allora lì sopra sì che "perderai l'anima". Chi, infatti, vive perdendo se stesso per "guadagnare" il mondo della corruzione, quando è inchiodato dalla sofferenza vede scivolare via la propria anima, la "nefesh" in ebraico e la "psychè" in greco, ovvero il "soffio vitale". Si sente soffocare suo malgrado, e non può fare nulla. Ma chi, invece, è stato chiamato gratuitamente da Cristo a negare il proprio "io", cioè l'uomo vecchio con i pensieri mondani, vive unito a Lui, e riceve per Grazia il "desiderio" di seguirlo e di donarsi. Ha sperimentato e sperimenta, infatti, che proprio sulla Croce Cristo gli dona la sua "anima", la sua vita eterna, il suo respiro nel quale anche lui può donarsi "pragmaticamente", con "azioni" concrete che incarnano la vita eterna e divina deposta in lui. Con Cristo anche tu puoi reclinare il capo nei fatti che ti crocifiggono per "rinnegare" il tuo egoismo pieno di superbia, per offrire la tua vita, "spirando" per amore di chi ti è accanto. E questo significa "salvarti"! Ascolta bene: seguire il Signore significa "perdere la propria vita" in virtù, cioè "a causa", di Lui, per "trovare" la vita vera, che non finisce... Sei chiamato a seguirlo per "salvarti"! Allora, vuoi davvero salvarti? Vuoi "vedere il Figlio dell'uomo venire oggi nel suo regno"? Vuoi sperimentare la gioia e la pace di chi, soffocato negli eventi, offre in essi il suo soffio vitale per amore? Perché questa è la missione della Chiesa, la tua e la mia: salvarci, convertirci e salvarci come primizie del mondo. Se tu salvi tu, si salverà anche tuo figlio; se ti converti tu, il mondo vedrà e potrà "decidere" di seguire il Signore verso il Cielo.   






Giovedì della XVIII settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

"Ed io ti dico che tu sei Pietro"
Egli infatti aveva detto: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente"
E Cristo a lui: "Ed io ti dico che tu sei Pietro, 
e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa"
Sopra questa pietra edificherò la fede che tu confessi. 
Sopra ciò che hai detto
Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente, 
edificherò la mia Chiesa
Tu sei Pietro infatti. 
Da pietra Pietro, non pietra da Pietro
Pietro da pietra così come cristiano da Cristo
Vuoi sapere da quale pietra sia chiamato Pietro? 
Ascolta un poco: ... e tutti bevvero la stessa bevanda spirituale. 
Bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava: 
e la roccia era il Cristo
Ecco da chi Pietro.

S. Agostino












L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Matteo 16,13-23.
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». 
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. 
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».






CON LE CHIAVI DEL CIELO LA CHIESA FA DEL MONDO IL TEMPIO DOVE CRISTO RISCATTA OGNI UOMO 

La risposta immediata di Pietro è come un lampo nella notte: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". La fede che emerge da queste parole non è il frutto di una speculazione, non c'entrano "carne e sangue". Fosse per queste, in Gesù Pietro non avrebbe potuto che vedere, come gli altri, "qualcuno dei profeti". Davanti a Gesù non basta il "pensiero secondo gli uomini", per quanto sottile e intelligente: a Dio, infatti, "è piaciuto nascondere queste cose ai sapienti e agli intelligenti" per "rivelarle ai piccoli". Pietro, nel momento che, a nome della Chiesa intera, professa il fondamento della fede, è il più piccolo tra i piccoli suoi fratelli; per questo, e solo per questo, ne è divenuto il primo, vertice insostituibile di comunione. Non si tratta di un pio esercizio di umiltà, ma dellaverità: "Cristo non scelse come pietra angolare il geniale Paolo o il mistico Giovanni, ma un imbroglione, uno snob, un codardo: in una parola, un uomo. E su quella pietra Egli ha edificato la Sua Chiesa, e le porte dell'Inferno non hanno prevalso su di essa. Tutti gli imperi e tutti i regni sono crollati, per questa intrinseca e costante debolezza, che furono fondati da uomini forti su uomini forti. Ma quest'unica cosa, la storica Chiesa cristiana, fu fondata su un uomo debole, e per questo motivo è indistruttibile. Poiché nessuna catena è più forte del suo anello più debole" (Gilbert Keith Chesterton). Il peso e la gloria del primo tra gli apostoli, come quelle dei suoi successori, nascono dal segno divino impresso nel suo cuore e nella sua mente. Dovrà lottare Pietro, ogni giorno, per tenere a bada "carne e sangue". Dovrà obbedire a Cristo che, per proteggere la Verità in un mondo di menzogne, continuerà a ripetergli, nel corso dei secoli, "Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!". Ma proprio per questa sua infinita debolezza, Gesù "consegna" a Pietro "le chiavi" del Cielo, la Croce sulla quale anche lui sarà inchiodato. Le "chiavi" designano l'autorità: i genitori saggi, infatti, attendono molto prima di affidare ai figli quelle di casa... Un tempo esse erano molto grandi, per questo venivano portate sulle spalle, come incontriamo anche nella Scrittura. La Croce è la "chiave" con la quale il Signore ha aperto il Cielo e chiuso l'inferno per tutti quelli che lo accolgono; l'ha portata sulle sue spalle, ne ha sentito tutto il peso e la responsabilità mentre i chiodi ne trapassavano le carni e lo univano ad essa. Così ha consegnato a Pietro le "chiavi" del Regno, chiamandolo ad essere crocifisso con Lui, a portare con Lui il giogo leggero e soave sulle spalle, per imparare l'umiltà e la mitezza con le quali "sciogliere" gli uomini dalla schiavitù al mondo, alla carne e al demonio, e "legarli" così a Cristo in un'alleanza incorruttibile che li faccia figli del Padre celeste. Ma per "sciogliere" e "legare" è necessario innanzi tutto, essere personalmente "sciolti" dall'orgoglio e "legati" alla verità che è umiltà. Per strappare gli uomini dal potere di satana, non c'è altro cammino che quello che conduce a Gerusalemme, ogni giorno, ogni istante; Gesù lo ha "spiegato" ai suoi intimi subito dopo aver consegnato a Pietro le chiavi del regno, rivelando l'unico programma vincente per la Chiesa: il corpo di Cristo "deve andare a Gerusalemme, e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno". Come Isacco sull'erta del Moria e come il Signore sulla via del Calvario, anche Pietro dovrà essere "legato" alla Croce per essere "sciolto" dalla morte: "In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tua mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi" (Gv. 21,18). Ecco il profilo unico e inconfondibile delle "chiavi": andare dove non si vuole, che è il cuore di ogni discernimento, perché sono le chiavi che Gesù ha ricevuto nel Getsemani per entrare nella morte e uscirne vittorioso; l'obbedienza che "scioglie" ogni parola della Scrittura per "legarla" alla vita di ogni uomo. Solo il discernimento impedisce alle "potenze degli inferi" di "prevalere sulla Chiesa" e sulla vita dei suoi figli. 



Secondo il fine esegeta F. Manns, sullo sfondo del Vangelo di oggi vi è un brano del Midrash Tannaim che commenta il passo di Deuteronomio 33,5; in entrambi si ricorda il dono della Legge: "il problema che preoccupa l'autore del midrash è quello dell'autorità che ha il diritto di interpretare la Legge e di dedurne la halakah, cioè l'interpretazione giuridica. Quando il principe raduna gli anziani per deliberare sull'halakah, allora il regno dei cieli si realizza in essi in alto... Anzi, il regno è una realtà interiore che si realizza in essi, che, riuniti intorno al principe, hanno la "chiave" della scienza, ma anche la "chiave" del regno, poiché da essi dipende la realizzazione attuale del Regno dei Cieli... L'espressione legare-sciogliere significa innanzitutto il potere di interpretare la Scrittura, e di derivarne i comportamenti da indicare al popolo. Ora, questo potere di fissare la Halakah viene dato a Pietro, la roccia, che riunisce i presbiteri" (F. Manns). Tutti abbiamo bisogno della Pietra che ci aiuti a discernere gli eventi, per non restarne ciecamente irretiti; di Pietro e della Chiesa perché ci illuminino con la Parola di Dio e il Magistero il cammino che ci fa giungere alla misura della pienezza di Cristo, cui siamo chiamati ad arrivare per essere realmente adulti nella fede. Non è un caso che il capitolo seguente quello di oggi, inizi con “sei giorni dopo …” introducendo così l’episodio della Trasfigurazione; con il riferimento alle "tende" o "capanne" che Pietro vuole issare, l'autore ci offre l'indizio per inquadrare l'episodio accaduto sul monte Tabor durante la festa delle capanne (sukkoth); essa seguiva proprio di "sei giorni" la festa dello Yom Kippur, o Giorno dell'espiazione, il grande giorno del perdono, l'unico dell'anno nel quale il Sommo Sacerdote entrava nel Santo dei Santi del Tempio e vi pronunciava il nome di Dio: "Era dunque questa festa dell'Espiazione che era stata scelta da Gesù per fare la domanda sulla propria identità e ottenere da Simone la professione di fede. Era anche la data scelta per dare un nuovo nome a Simone e annunziargli il suo destino... Gesù desidera che venga pronunciato il nome divino nella nuova prospettiva in cui la liturgia dell'Antica Alleanza troverà il suo compimento. Quando Simone lo proclama Figlio del Dio vivente, risponde a questo desiderio. Pronuncia il nuovo nome divino... Senza saperlo, Simone svolge il ruolo del Sommo Sacerdote che, nella festa dell'Espiazione, proclamava il nome di Dio; lo fa esprimendo la sua fede nel Figlio di Dio, un Figlio che è Dio." (Ignace de La Potterie). Mentre nel Tempio il Sommo Sacerdote in carica Kaipha pronunciava il Nome dell'Altissimo, "nella regione di Cesarèa di Filippo", in pieno territorio pagano, Pietro - Keypha, il nuovo Sommo Sacerdote, annuncia il "Tu" di Colui che avrebbe perdonato ogni peccato, confessando la fede della Chiesa in Gesù di Nazaret, il Messia atteso, "il Cristo, il Figlio del Dio vivente". Il suo Nome non è più pronunciato nel chiuso e nel segreto del Santo dei Santi, ma annunciato in mezzo alle strade, nelle "periferie" del mondo, laddove tu ed io siamo immersi, con una familiarità e una confidenza che ci trascina, in un istante, nel cuore stesso di Dio: "Tu" sei Dio, "Tu" mio fratello, e amico, e sposo. Da quel giorno Pietro e la Chiesa annunceranno la fede che vince il mondo in ogni suo centimetro quadrato, pronti a sporcarsi come Gesù alla ricerca di ogni pecora perduta. Così noi, chiamati a riconoscere l'amore di Dio nelle situazioni più difficili, laddove il peccato "lega" gli uomini al dolore e alla morte per "scioglierli" nella libertà dei figli di Dio. "Beati" noi, allora, che siamo stati chiamati ad essere una pietra su cui ogni uomo possa posare i suoi dolori, le incertezze e i dubbi: beati noi, scelti per annunciare il Vangelo, e per questo, in ogni circostanza, il potere infinito dell'amore di Dio risplendente nella Gloria della sua risurrezione, ci terrà stretti alla sua Croce, chiave del regno di Dio: con Lui e in Lui, nella comunione della Chiesa unita a Pietro, sperimenteremo in tutto che "le potenze degli inferi non prevarranno su di essa", mentre il Vangelo del regno sarà annunciato a ogni uomo.

J. Tissot. Vade retro satana



QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI





Mercoledì della XVIII settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

Quando uno di noi ha la coscienza macchiata dall'egoismo, 
dalla superbia, dalla vana gloria, dal disprezzo, 
dall'ira, dalla gelosia o da qualche altra passione, 
ha proprio, come quella donna di Canaan, 
«una figlia crudelmente tormentata da un demonio». 
Che corra dunque a supplicare il Signore affinché egli la guarisca... 
Che faccia questo con umile sottomissione; 
che non ritenga se stesso degno di condividere 
la sorte delle pecore di Israele, cioè delle anime pure, 
invece che giudichi se stesso indegno delle ricompense del cielo.
 La disperazione, tuttavia, non lo spinga ad allentare l'insistenza della sua preghiera, 
ma che il suo cuore abbia una fiducia incrollabile 
nell'immensa bontà del Signore.
 Infatti, colui che ha potuto fare dal ladrone un confessore della fede, 
dal persecutore un apostolo, 
e da pietre dei figli di Abramo, 
è anche capace di trasformare un cagnolino in una pecora di Isarele.

San Beda il venerabile





QUI IL FILE MP3 AUDIO DA SCARICARE 






L'ANNUNCIO



Dal Vangelo secondo Matteo 15, 21-28

In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. 
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». 
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore, – disse la donna – eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.









IL SILENZIO DI GESU' NEL QUALE E' GESTATA LA "FEDE GRANDE" DELLA CHIESA

Dalla stanza nuziale dove ha sposato il suo Popolo quale primizia della nuova umanità riscattata e unita a Lui nel Mistero Pasquale, come uno sposo innamorato Gesù esce dai confini di Israele per cercare la sposa adultera e idolatra, che vive lontana dalla santità del matrimonio per il quale è stata creata. Lascia le novantanove pecore nel recinto e si getta nel mondo, per riprendersi quella perduta; ogni uomo infatti, di qualunque cultura e di qualunque religione sia, è da sempre pecora sua, creata in Lui dall'amore del Padre. E' "una", perché "unica", e solo Lui conosce personalmente ciascuno, e sa bene dove andare a cercarlo. Per questo, Gesù varca i confini di Israele, spingendosi nella "zona di Tiro e Sidone", situata a nord-ovest della Galilea, i cui abitanti adoravano i Baal e le Ashere, attraverso riti che, per ottenere la fertilità, si tingevano di aspetti sessuali e orgiastici. Gesù si introduce in territorio nemico, tra i cananei che hanno da sempre insidiato Israele, per scendere tra i sette popoli pagani, immagine dei sette peccati capitali hanno rapito il cuore dell'uomo. "Si ritira" in terra pagana perché aveva un appuntamento d'amore a tutti sconosciuto: vi doveva incontrare quella "donna Cananea, che veniva da quella regione": Lui era lì per lei. Quella donna straziata dal dolore, infatti, era la primizia che Gesù, come gli esploratori inviati da Mosè, era andato a cercare nella terra che il Padre gli aveva promesso; quella donna era immagine e profezia di ogni anima che Gesù, compiuto il suo "esodo", avrebbe strappato all'idolatria. Lì incontra il suo pianto, il "tormento" dei peccati e l'odore acre della morte. Ma, al contrario degli inviati di Mosè, non si impaurisce di fronte al potere del nemico, ma proprio nella devastazione da esso procurata, riconosce invece il segno che era ormai giunto il tempo di svelare il suo amore a ogni uomo; di prendere su di sé quel grido di dolore e riscattare dalla morte l'anima di chi non ha conosciuto Dio, di cui è immagine la "figlia" di quella donnaTutti noi, oggi, abbiamo una "figlia straziata dal demonio": quel rancore che non riusciamo a estirpare; la concupiscenza che ci tiene schiavi di internet e della pornografia; l'avarizia che ci fa dimenticare i bisogni di moglie e figli; l'invidia per il corpo di quell'amica che ci fa disprezzare noi stessi e ci getta ai bordi dell'anoressia e nell'accidia; la disperazione che sgorga, come pus, da quella ferita dell'infanzia, di cui non riusciamo a capire il senso e che ci fa guardare al futuro come a un'incognita dalla quale sfuggire; la droga, l'alcool, l'infantilismo cronico, l'idolatria dello sport e dei gadget elettronici, l'assuefazione ai social networks, il bisogno irrefrenabile di avere un ragazzo o una ragazza a fianco, nell'illusione che possa colmare il vuoto affettivo che ci devasta, precipitando in un commercio carnale che non ha fine. Ma proprio nelle Tiro e Sidone in cui abbiamo scelto di vivere, cioè il mondo nel quale tutti hanno le stesse figlie malate e ci sembra che sia normale e di poter sopravvivere, viene oggi Gesù. Viene per noi, come se fossimo l'unica persona su questa terra. Anzi, è già accanto a noi: la sua presenza annunciataci dal Vangelo e dalla Chiesa, l'eco dei segni che ha compiuto in noi e negli amici, Lui in mezzo al nostro letame illumina la verità che abbiamo sino ad oggi sfuggito, dissimulato con impegni e sforzi, trucchi e inganni; Lui vicino a noi cambia tutto, e questa terra pagana, e il tormento provocato dal demonio, ci diventano all'improvviso alieni, scopriamo che non ci appartengono, e il dolore che abbiamo nascosto, prorompe in un grido: "Pietà di me, Signore, figlio di Davide!".



Ma proprio in questo momento nel quale ci si aspetterebbe la risposta e l'intervento di Gesù, accade l'impensabile: alla nostra preghiera Gesù oppone il silenzio, e "non ci rivolge neanche una parola". E' durissimo, e a nulla vale neanche l'intercessione della Chiesa: "Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!". Niente, se non una risposta che sembra la fucilata di un estremista: "Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele!". Ma come, io qui gridando e implorando, insieme ai fratelli, ai preti, alle suore, e Tu rispondi così? Ho capito, lo accetto, sono un pagano, ti ho tradito, ti chiedo di avere pietà di me, non ti basta? E' il momento in cui tante anime capricciose e infantili disperdono il grido innescato dalla fede e lo trasformano in imprecazione e bestemmia: "ti rifiuti di esaudirmi perché non faccio più parte dell'élite religiosa, di quelli che vanno a messa, che si impegnano in parrocchia e fanno volontariato?". Ebbene, proprio questo è l'incrocio decisivo per la nostra vita! Possiamo lasciare ancora libertà all'orgoglio dell'uomo vecchio, e credere all'ennesima menzogna del demonio, oppure ascoltare, umilmente, senza scappare dalla realtà, come la donna cananea. Gesù non dice che non è stato mandato da noi. Gesù dice che è stato mandato solo alle pecore perdute della casa di Israele, e che "non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini". Che vuol dire questo? La donna cananea lo aveva compreso e, per questo, si era "prostrata" dinanzi a Gesù. In Lui aveva riconosciuto se stessa, che proprio a lei era stato inviato il Signore: in un lampo che suppone un lungo cammino di umiliazione aveva scoperto d'essere lei una delle pecore perdute di Israele. Nel cammino percorso da Gesù per giungere sino a lei aveva scoperto il proprio sul quale aveva abbandonato l'immagine originaria; invece del figlio di Dio aveva generato una figlia per il demonio, invece di una vita santa, ne aveva vissuta una immonda. Ma ora, nonostante i suoi peccati che l'avevano gettata fuori dalla famiglia di Dio, come è accaduto al figlio prodigo, riconosce in sé stessa un diritto che nulla avrebbe potuto cancellare. E ad esso si appella, anche se non si sente più figlia ma solo un "cagnolino"; come il figlio minore, anche lei sa che, in casa di suo Padre, può mangiare le "briciole" che cadono dalla tavola dei figli. Sa che una briciola di quel pane è capace di salvare sua figlia, di riportare la sua anima alla dignità perduta. E questa è la "fede grande", la fede adulta della Chiesa, la "donna" che ha conosciuto se stessa sperimentando l'amore rigenerante del suo Sposo, e ha avuto l'audacia della fede per avvicinarsi, lei pagana, a un rabbì ebreo, nella certezza invincibile che non l'avrebbe rifiutata. La risposta di Gesù non è dunque un rifiuto, ma l'annuncio della verità che prepara e accende la fede nel suo amore infinito. Basterebbe la sua presenza per ridestare in noi la nostalgia di Lui, per farci rientrare in noi stessi. Eppure Gesù sa che, infantili come siamo, rispondendo subito alla preghiera, ci lascerebbe a saziarci del miracolo, a vedere suturata la ferita per andarcene di nuovo per la nostra strada, senza essere salvati davvero. Per questo anche oggi, prima di guarirci, ci rivela che siamo noi "le pecore perdute" del suo gregge illuminando come, con la nostra libertà, abbiamo scolorito in noi l'immagine di Dio; il suo silenzio ci fa rientrare in noi stessi, nella verità che apre all'umiltà e alla compunzione, rende contrito il cuore per aiutarci a credere che Lui è "capace di trasformare un cagnolino in una pecora di Israele" (San Beda). A Gesù non interessa somministrarci un antidolorifico, Lui ci rivuole come fratelli, per farci vivere come figli di suo Padre. Per questo, i suoi silenzi che sembrano non esaudire le nostre preghiere sono il segno del suo amore infinito; proprio quando non parla, ci ama più intensamente perché ci illumina la verità per spingerci nel cammino che ci conduce a prostrarci davanti a Lui nudi e senza difese, consapevoli di non avere alcun diritto, per gustare pienamente la gratuità della sua misericordia. Nulla ci può rendere indegni del Suo amore. Nulla tranne la superficialità della superbiaAccogliamo allora oggi il suo silenzio ascoltando in esso la Verità, e lasciamoci accompagnare, come la donna cananea, in un serio cammino di conversione dove accogliere la fede adulta che si nutre del pane di vita. E' questa infatti che Lui vuol seminare e si aspetta di trovare al suo ritorno: una fede che ci ottenga "quello che desideriamo", perché il nostro desiderio sarà, in tutto, quello di essere e vivere come pecore del suo gregge. Allora, "all'istante" saremo "guariti" nell'intimo e, di nuovo sposati a Lui nell'amore e nella fedeltà, potremo amare e dare frutti di vita eterna per il mondo.