Venerdì Santo


Dopo la luce rossa delle torce su volti sudati
Dopo il silenzio gelido nei giardini
Dopo l'angoscia in luoghi petrosi
Le grida e i pianti
La prigione e il palazzo e il suono riecheggiato
Del tuono a primavera su monti lontani
Colui che era vivo ora è morto
Noi che eravamo vivi ora stiamo morendo.

T. S. Eliot, La Terra desolata




Dalla Passione di Gesù

"Giuseppe d’Arimatea... chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse... Vi andò anche Nicodemo... e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com’è usanza seppellire per i giudei" (Gv 19,38-40). "Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo e lo depose nella sua tomba nuova che si era fatta scavare nella roccia: rotolata poi una gran pietra sulla porta del sepolcro se ne andò... Il giorno dopo, che era Parasceve (venerdì, giorno in cui si facevano i preparativi per il sabato), si riunirono presso Pilato i sommi sacerdoti e i farisei dicendo: "Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore disse, mentre era vivo: dopo tre giorni risorgerò. Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, perché non vengano i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: È risuscitato dai morti. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima! Pilato disse loro: Avete la vostra guardia, andate e assicuratevi come credete. Ed essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia" (Mt 27,59-66).


Meditazione

Immaginiamo per un momento che cosa sia accaduto quel giorno. Un tumulto si impossessa di quel mattino di festa, quel Galileo che parla bene da commuovere, che fa miracoli da far pensare al Messia, ora è trascinato fuori della città come un impostore e un provocatore, lì dove si giustiziano i delinquenti. Una morte atroce e poi un rantolo della terra nel rantolo delle carni, segni sconvolgenti, e poi più nulla, il silenzio, e un corpo deposto in una tomba.

E' qui che oggi desideriamo fermarci, nell'ultimo capitolo della Passione di Gesù. Ci siamo genuflessi all'estremo sospiro di Gesù, abbiamo seguito la traiettoria della lancia vergare il suo fianco, abbiamo desiderato quell'acqua e quel sangue, abbiamo pianto con Maria abbracciando il suo corpo esanime, ed è stata l'ultima emozione.

Ora tutto tace. Gesù è disteso sul marmo gelido del sepolcro, riposa nell'oscurità, non vede nessuno, nessuno lo vede; una pietra lo separa dalla vita, da questa vita nostra, dai sogni e dalle speranze, dai pensieri, dalle famiglie, dal lavoro, anche dai nostri mal di denti. Sino a qualche istante prima si era appassionato per le vicende della nostra storia, e tutti noi, come seguendo il filo di un racconto incalzante, ci eravamo appassionati a Lui, afferrati da quell'amore così sconvolgente; sino a un istante fa ci eravamo sentiti amati, avevamo provato dolore per Lui e per i nostri peccati, la sua lancia aveva dilaniato anche le nostre coscienze; abbiamo pianto, commossi da tanto dolore e tanto male.

E ci eravamo visti, protagonisti negativi, nel fluire esagitato di quegli eventi malvagi, come nella nostra storia di tutti i giorni, disseminata degli stessi frammenti raccolti nelle ore di Passione di Gesù. Abbiamo accettato la nostra dura realtà di peccato, ci è sorto dentro il desiderio d'esser perdonati, una fitta nel petto, la compunzione madre della conversione.

Però ora abbiamo fretta che sia domenica, che sia resurrezione. Gli eroi vincono sempre, anche quando perdono. E vogliamo che sia vittoria, vittoria subito. E scivoliamo, veloci e distratti, sul sabato santo. In fondo sappiamo che dietro l'angolo di quella passione c'è il lieto fine. E' un film che abbiamo visto migliaia di volte, e ogni volta ci ha rapito, scuotendoci il cuore e rigandoci il volto di lacrime e commozione; ma l'aver visto l'epilogo, ci priva di qualcosa, ci protegge dallo scendere davvero in fondo al baratro del non essere.

Sembra paradossale, ma sapere che tanto poi Lui risorgerà ci immunizza dal sabato santo. Conoscere il risultato finale della partita, anche se in bilico sino all'ultimo secondo, ci anestetizza inconsapevolmente, e fa della tomba una sala d'aspetto d'aeroporto, tappa anonima e obbligata di ogni viaggio: sappiamo che cosa abbiamo lasciato, conosciamo la meta, quella sala è nient'altro che un istante da sfogliare riviste o da approfittare per dormire un pochino.

Ma, tra il dolore crocifisso e la gioia risorta, c'è il nulla del sabato santo. E' vero che le chiese in questo giorno sono disadorne; è vero che è l'unico giorno dell'anno in cui non si celebrano messe. E' vero che il tabernacolo è desolatamente vuoto. E se Lui non c'è neanche la chiesa ha senso - dove pregare, a chi pregare se tutto è spoglio e vuoto? - e infatti, al passare rapido delle ore mattutine, preti, sacrestani e fedeli sono di nuovo indaffarati a farla bella e splendente per accogliere il colpo di scena che ci ridia presto quello che abbiamo perso, che ci rassicuri e ci tolga da questo impaccio da sabato santo.

Il nulla ci disturba, è ciò che più ci inquieta; il silenzio vero, l'oscura notte che soffoca lo sguardo ci dilania. Proviamo un istante a chiudere gli occhi, e sprofondare nel silenzio di parole e sentimenti. E' la morte! Tutto il resto della Passione di Gesù ci è familiare, lo catturiamo con i sensi, possiamo gestirlo tra pensieri, sentimenti, risposte; anche il male, in fondo, si muove e ci muove, la Via Crucis è pur sempre un cammino e ci sembra d'essere vivi nonostante tutto, ma alla XIV stazione siamo stanchi di tanto dolore, e, mentre vi giungiamo, abbiamo già in mano le chiavi della macchina per tornare a casa.

Quel corpo esanime, il freddo emaciato di quel volto, e quel buio senz'aria, è la claustrofobia del cuore e dell'anima, ed è insopportabile. Eludere la tomba, sgusciarvi frettolosamente per riemergere quanto prima alla luce di Pasqua sarebbe tradire Cristo, e tradire irrimediabilmente noi stessi.

Questo giorno fatto di sepolcro, questi tre giorni secondo il cuore della fede, sono essenziali, decisivi quanto asfissianti, e non vi resistiamo, l'apnea della tomba ci spacca i polmoni, cerchiamo la luce e l'aria per vedere e respirare: la morte non ci può appartenere, sembra fatta solo per essere sfuggita. Ma la morte esiste. Esiste oggi, perché è il capolinea di ogni cosa, relazione, giornata. Non può essere diversamente, rigettarla significherebbe fare di Cristo e ella sua vicenda una caricatura, peggio, un'impostura.

Nulla è stato creato per la morte, nelle creature non c'è veleno di morte ci insegna la Sapienza della Scrittura; ma a causa di satana il nemico, la morte ha preso il suo posto nel mondo, e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono. E non appartengono a lui tante, tantissime cose di noi? Non portiamo le sue tossine sin dal seno materno? Non le porta il mondo a lui sottomesso, e la natura che geme in attesa di liberazione?

Senza ipocrisie e illusioni a buon mercato, la morte è l’amaro in cui è immersa la vita; si muore soli, esattamente come si nasce, quando ti tagliano quel cordone e devi vedertela da te. Non vi sono biberon per dissetare l'anima, non esistono flebo per nutrire lo spirito: la porta della vita è identica a quella della morte, stretta, un abito su misura, e chissà quando il sarto ha preso le tue misure, quelle di oggi, e di ieri e di domani, e nessun altro che te può varcare quella soglia.
Nel Mistero Pasquale non c’è fretta. La morte scende realmente a prendere possesso di Gesù, non si è trattato di una visita lampo, di un raid aereo. No, Gesù è stato tre lunghi giorni in quell'anfratto di solitudine. Tre giorni, spazio ricorrente nella Scrittura, anello misterioso che lega il tempo della sofferenza alla manifestazione prodigiosa di Dio, preludio necessario al suo intervento salvifico. Tre giorni in compagnia della morte. I tre giorni più importanti. Quei miracoli, quelle parole, quelle torture, quella Croce, senza il sepolcro dal quale destarsi vittorioso, non ci avrebbero salvato. Sarebbe stato un amore sino al limite, non un amore sino alla fine.

Invece Gesù, sin dalla nascita è stato come risucchiato da quella fenditura nella Roccia, dal sepolcro di Giuseppe. Lì doveva scendere, lì era la fine del suo amore sino alla fine; quell'ultimo respiro infondeva a tutto il compimento. Un alito debole, impercettibile, e dentro tutta la vita di Dio, come una benedizione che scendeva, si adagiava umile, invisibile: quel “Tutto è compiuto!” apriva il cammino al suo corpo senza vita, pervadeva quella tomba preparandola ad accogliere quella morte unica e santa. Un refolo divino interdetto all'occhio furbo dell'uomo; un mistero di vita che esplode nella morte, nessuna scienza potrà mai spingere quel bottone ad innescarlo. E' sceso lì, in quel sepolcro, il gamete di Dio, come nel seno di una donna, e ogni tomba, da quell'istante, s'è fatta Sposa dell'Altissimo.

Il Figlio di Dio, uguale a Dio, Dio in Persona, doveva donarsi senza riserve a colei che tutti ci imprigiona; doveva passare da lei, la morte, per giungere a noi, suoi schiavi. Doveva immergersi nella nostra realtà perché ci accorgessimo di Lui accorgendoci della morte che portiamo dentro; doveva sposarci in quel sepolcro per riportarci nel Paradiso.

Il sepolcro che oggi contempliamo, riflesso della nostra vita, donata per essere giardino e vissuta come un deserto. Ma è proprio lì, come il chicco caduto in terra di cui nessuno si accorge, che è deposta la vita. La sterilità diviene fecondità, l'impotenza è trasformata in potere senza barriere, la morte si volge in seno benedetto di vita. Il sepolcro nello scrigno della letizia che non ha fine. Quei tre giorni, lunghi, amari, oscuri e dolorosi, quei tre giorni nei quali la vita è sottratta e sembra non esservi più speranza, quei tre giorni sono i più fecondi.

Nessuno sapeva quello che stava accadendo dietro quella pietra, nessuno, forse neanche noi stessi, sa quale mistero inaudito si stia compiendo in noi. Ora, esattamente in questa situazione concreta, che forse durerà ancora molto, il tempo necessario e perfetto, forse sino all'ultimo nostro respiro. Nessuno poteva immaginare che in quel sepolcro nella sperduta terra di Giudea, in un giorno come tutti gli altri, per il contadino egiziano, per la prostituta romana, per il navigatore fenicio di molti secoli prima, per il derelitto che vaga nella metropoli del terzo millennio, per ciascuno di noi, in quel sepolcro si giocava la salvezza, la felicità eterna.

L'evento decisivo della storia si consumava nel chiuso di un sepolcro, lontano anni luce dai riflettori dei media, dalla gloria mondana, come lontano dalla frenesia quotidiana in cui scorre la vita di tutti. Mentre il mondo prima, durante e dopo quei tre giorni di sepolcro, ha continuato a fare le stesse identiche cose, in quella gola di morte, Lui vinceva proprio la morte e ogni peccato. Mentre gli occhi vedevano un sepolcro e una pietra a sigillarlo, Lui ci ridava la vita.

E' questo il cuore di questi giorni, è qui che è seminata la Pasqua. Nel suo sepolcro, che è il nostro. La vita che oggi ci è data, quest'apnea priva d'aria e pace e felicità, questi tre giorni che sembrano non passare mai, sono già la Pasqua, indispensabile passaggio alla pienezza della vita. Santa solitudine, benedetta angoscia, beata sofferenza del tempo fecondo che prepara la vita eterna. Assorbiti oggi nel fallimento di Gesù, uniti alla sua morte, soli con Lui e invisibili per il mondo, si compie in noi pienamente la vita che ci è donata. Non manca nulla alla nostra Pasqua, a quest'oggi che è già Pasqua.

Occorre solo restare, pazienti, nel sepolcro. Abbandonati all'abbandono di Dio, il paradosso che ci ha redenti. Con Cristo consegnare tutto, senza riserve, lasciare che il Padre si prenda tutto, ma proprio tutto, che ci faccia morire su una Croce, che ci deponga in un sepolcro, che ci chiuda nel buio del suo abbandono, della sua assenza, alla solitudine totale. Come ha fatto con suo Figlio. 
E lì, in quel nulla che ti crolla addosso come una pietra, scoprire il volto sconosciuto di Dio, quello sguardo che nessuno ha mai potuto vedere scolpito sul volto di quel suo Figlio crocifisso: lo sguardo di Gesù rivolto al Padre nell'ultimo, decisivo abbandono, consegna ciascuno di noi al perdono che è l'amore più grande, che fa di ogni lontananza la prossimità più intima, come la luce della Pasqua che si fa strada nel duro spessore della roccia.


Sieda costui solitario e resti in silenzio,
poiché egli glielo ha imposto;
cacci nella polvere la bocca,
forse c'è ancora speranza;
porga a chi lo percuote la sua guancia,
si sazi di umiliazioni.
Poiché il Signore non rigetta mai...
Ma, se affligge, avrà anche pietà
secondo la sua grande misericordia.

(Lam. 3,28-32)





APPROFONDIRE


A Elberti. E' la Pasqua del Signore. Venerdì Santo

A.M. Sicari. VIA CRUCIS IN COMPAGNIA DEI SANTI

Meditazione di Chiara Lubich per il Venerdì Santo
Meditazioni di monsignor Ravasi per la “Via Crucis” al Colosseo
H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna
Don Divo Barsotti. Meditazioni per il Venerdì SantoVanhoye. La Croce
Accadde al Getsemani. Fare memoria del suo dolore
V. Messori. In coda lungo le autostrade nel giorno della Via Crucis
Venerdì Santo. Romano Guardini, Il Signore
Lo sconosciuto del Getsemani
LA CROCE E IL CROCIFISSO. Uno studio da meditare
IL GIARDINO DEGLI OLIVI
Mons. Caffarra. LA CROCE E LA VERITA’ SULL’UOMO
Il Mistero nella dipinta croce
P. R. Cantalamessa: OMELIE SULLA PASSIONE DEL SIGNORE
P. R. Cantalamessa. UNO SGUARDO DA STORICI SULLA PASSIONE DI CRISTO
P. R. Cantalamessa. “Giuseppe d''Arimatea” per i crocifissi di oggi
P. Cantalamessa: “Cristo Imparò l’obbedienza dalle cose che patì”
Venerdì Santo. Hamon-Borla, Meditazioni
In Passione Domini. Dal "Libro delle Rivelazioni" di Giuliana di Norwich
Esegesi del Nuovo Testamento: Gv 13-17: i discorsi d''addio
Inos Biffi. Cristo ascende la Croce. Inizia il tempo nuovo. L''inno "All''ora terza" di sant''Ambrogio
S. Fausti. Commento esegetico alla Passione di Matteo
Sabourin. La Passione
M.J. Lagrange. La Passione
LA PASSIONE DI CRISTO di MEL GIBSON. VIDEO E LETTURA TEOLOGICO-SPIRITUALE DEL FILM
La passione di Gesu’ alla luce degli scritti di Santa Veronica Giuliani

La Passione secondo A.K. Emmerick
La Passione secondo Suor Maria d''Agreda. Dalla "Mistica Città di Dio"
Vittorio Messori. La sfida: la cronaca della passione e morte
LETTURE SULLA PASSIONE DI GESU'' CRISTO
Chi è costui? La Passione nella letteratura
Gli ultimi giorni di Gesù
Dalla via dolorosa al Golgota
Così è morto Gesù: check up della Passione
La Passione secondo Matteo di J.S.Bach. Lettura e Mp3
Tallo e l''oscuramento del sole
J. Jeremias. La Passione

La morte di Gesù come espiazione nella concezione paolina. Pino Pulcinelli
J. Ratzinger. Gesù tra la bellezza e il dolore
Giuda Iscariota. Ratzinger - Benedetto XVI, Tradizione, i Padri, esegesi
Santa Caterina da Siena. « Sapendo che era giunta la sua ora... Gesù li amò sino alla fine »


Giovedì Santo






L'ANNUNCIO
Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi». (Dal Vangelo secondo Giovanni 13, 1-15)  



"Li amò sino alla fine"




Oggi Dio si inchina dinanzi a ciascuno di noi mettendosi ai nostri piedi. Basterebbe questo per rimanere schiantati. La nostra superbia si può infrangere solo su quest'amore inimmaginabile. L'amore sino alla fine.

Gesù è l'unico che va con noi sino in fondo. Lui non lascia le cose a metà, il suo amore non si spegne, non si raffredda, non sfugge il pericolo, non rinuncia per la vergogna, non muta per opportunismo, non esige cambiamenti e attitudini particolari, sa pazientare e attendere, non si aspetta contraccambio ma guarda tutto di noi con speranza invincibile. Se ti prende per mano e ti promette di amarti sino alla fine, sarà esattamente così.

Perché l’amore di Gesù è incastonato nella dinamica dell'esodo; è un amore pasquale che lo conduce sino a inginocchiarsi dinanzi ai nostri delitti. In quante pozzanghere piene del fango del giudizio, dell’invidia, della maldicenza, dell’avarizia abbiamo posato i nostri piedi. 

Quanta polvere abbiamo calpestato, secca come l’amore per la moglie o per il marito. Quanti chilometri abbiamo percorso per allontanarci da Lui e dai fratelli. Quante piaghe sotto i nostri piedi, quante sofferenze che non abbiamo potuto lenire, quante relazioni che non siamo stati capaci di ricostruire.

Ma oggi Gesù è in ginocchio per perdonarci, per lavare ogni macchia e inviarci in un autentico esodo che dimentichi e lasci dietro le spalle le schiavitù antiche. Lui è oggi prostrato davanti a noi, per lavare i nostri piedi affinché ci facciano entrare nella Pasqua.

Lui è oggi di fronte a noi come il Buon Pastore che fascia le ferite, lava e rinfranca i nostri piedi dolenti, per prepararci e condurci al fine per cui siamo nati, i pascoli erbosi del Paradiso, la Terra preparata quale premio di ogni fatica quotidiana, il riposo che ci attende al termine dei combattimenti del deserto.

L'amore che ci porta sino alle acque del battesimo, dove rinnovare, giorno per giorno, l'alleanza con Lui. La misericordia che prepara la mensa del suo corpo e del suo sangue, la fonte della vita piena che trabocca di gioia come un calice di vino squisito.

Nel gesto di Gesù possiamo allora guardare con fiducia e speranza alla nostra vita: al passato nel quale Dio è stato tante volte fedele; al presente, dove si abbassa al punto di inginocchiarsi per riconsegnarci l'amore perduto; al futuro, dove compirà, passo dopo passo, negli eventi che ci attendono, la sua volontà in noi.

Gesù, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, dopo i tanti prodigi mostrati sino ad ora, ci ama sino alla fine, oggi e sino all'eternità.

Comprendiamo allora come la sua ora di passare da questo mondo al Padre, coincida con la stessa nostra ora, quella di passare dalla schiavitù del peccato e della carne, alla libertà dei figli di Dio. Con il Vangelo di oggi si inaugura la grande cena di Gesù, e in ogni suo gesto, in ciascuna sua parola risuona il racconto dell'antico Esodo del Popolo, che, in Lui, non solo è memoriale che riattualizza gli eventi del passato, ma si compie definitivamente. E' questo il senso più profondo dell'amore sino alla fine: in Cristo l'Esodo trova il suo compimento.

I Rabbini hanno interpretato la parola Pesach con pe sachla bocca parla, esprimendo così l'importanza di raccontare l'evento con le parole. "Come un semplice parlare di questi grandi eventi non basta, così neanche il segno da solo è sufficiente. Unicamente l'unità tra il fatto e l'articolazione in parole del suo significato conferisce alla notte pasquale il potere di riprodurre nell'assemblea gli antichi prodigi" (Daniel Lifschitz).

Con il segno della lavanda dei piedi e le parole pronunciate durante la cena, Gesù obbedisce al comando di raccontare gli eventi prodigiosi dell'Esodo mostrando contemporaneamente la novità assoluta e sorprendente del suo potere di compiere le parole e i segni.

E' questa l'esperienza che ci attende oggi, in questo Santo Giovedì. Immergerci nel mistero d'amore che il nostro cuore attende da una vita. Incontrare Colui che stiamo cercando senza posa da quando siamo nati. Lasciarci sorprendere e trafiggere dall'amore di Gesù.

Chiunque oggi si senta vuoto, solo, sfiduciato, triste, angosciato, ribellato, schiavo di peccati dai quali non può uscire. Chiunque di noi insomma, traditi dal marito forse, con un figlio malato senza possibilità di guarire, senza lavoro, ciascuno oggi può stupirsi di un amore mai conosciuto. 

Un amore che ama sino alla fine di noi stessi, sino agli angoli bui e irrisolti delle situazioni che ci tolgono pace e gioia. Sino alla fine di ogni nostro fallimento. Sino alla fine del peggior lato del nostro carattere. Sino all'ultima nostra debolezza. Sino alla fine dell'ultimo peccato inanellato. Un amore che brucia e cancella, che salva tutto quanto sembra perduto, che ricrea tutto quanto sembra morto e imputridito.

Un amore che colma l'esistenza di senso e vita nuova. Un amore fatto pane da mangiare per essere saziati; fatto vino, da bere e colmare ogni sete. Che guarisce, dona pace e gioia e risuscita e per farci camminare  nella vita per inginocchiarci a nostra volta dinanzi a chiunque appaia nelle nostre ore mendicando esattamente quello che abbiamo mendicato noi.

L'amore di Dio in Cristo Gesù, per fare della nostra vita un miracolo d'amore capace di uscire e andare a cercare i nostri fratelli, per lavare i loro piedi. Celebriamo in casa il memoriale di questo amore. Prendiamoci del tempo prezioso, prima di partecipare alla celebrazione in Chiesa e raduniamoci in famiglia. Proclamiamo il Vangelo e laviamoci i piedi gli uni gli altri, chiedendoci sinceramente perdono. Il padre alla madre e ai figli, la madre al padre e ai figli, i figli ai genitori e ai fratelli.

Sarà un passaggio forte del Signore, la porta sulla notte delle notti. E non solo: andiamo a cercare il parente, il vicino di casa, il collega che abbiamo giudicato, le persone verso le quali abbiamo rancore o che sappiamo che nutrono dei risentimenti verso di noi. Preghiamo, chiediamo al Signore la Grazia di umiliarci davanti a loro, come Lui, senza peccato, si è umiliato dinanzi a noi.

Gesù è innamorato, di te, di me, di ogni uomo. Questa sera vuole riconciliarsi con noi, e donarci il perdono ad amici e nemici. Il mondo non conosce il potere dell’amore di Cristo! Non può far altro che separarsi, divorziare, fare causa. Ma non noi, raggiunti dall’umiliazione di Dio.

Oggi può ricominciare una vita nuova con tuo marito, con tua moglie. Oggi, nel perdono, può ristabilirsi una relazione autentica tra genitori e figli, fidanzati, colleghi, amici. Oggi ci possiamo fare pane nel Pane, vino nel Vino, amore nell’Amore, e così sperimentare il compimento e la pienezza della nostra vita, del nostro essere preti, mariti, mogli, padri, madri, figli.

Oggi è il giorno per contemplare questo amore: "forte come la morte è l'amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma del Signore! Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell'amore, non ne avrebbe che dispregio" (Ct. 8,6-7). E’ gratuito, nulla possiamo fare per averlo  nulla possiamo dare in cambio. Per questo, lo stupore di fronte alla gratuità disintegra l'orgoglio di Pietro, il nostro, incapace di ricevere un dono così sconvolgente.

Coraggio allora, lasciamoci lavare i piedi da Gesù. Anche oggi, infatti, depone le sue vesti, “offre” la sua vita, si spoglia della sua dignità per farsi uno con ciascuno di noi, per raggiungerci laddove siamo caduti. Nudo per rivestirci della sua dignità, in ginocchio per deporci nel Cielo.




APPROFONDIMENTI

A. Elberti. E' la Pasqua del Signore. Giovedì Santo

Louis Bouyer. L'Eucarestia I. Liturgia giudaica, liturgia cristiana
Louis Bouyer L'Eucarestia II Parola di Dio e Berachà
Louis Bouyer L'Eucarestia III. Le Berachà giudaiche
Louis Bouyer L'Eucarestia IV Dalla berachà giudaica all'eucarestia cristiana

H. U. Von Balthasar. Mysterium Paschale. La Consegna

La lavanda dei piedi. L'interpretazione della lavanda dei piedi nel IV Vangelo
La lavanda dei piedi come rito del Giovedì Santo
La lavanda dei piedi in Occidente
Lavanda dei piedi e peccato originale in S. Ambrogio

J. Jeremias. Questo è il mio corpo

F. Manns . Il cenacolo
Visita al Cenacolo

Ratzinger - Benedetto XVI. Giovedì Santo: Il presbitero: Stare davanti a Lui e servirLo sino al martirio
Ratzinger - Benedetto XVI. Giovedì Santo: il Signore s'inginocchia davanti ai nostri piedi per farci creature nuove
Ratzinger - Benedetto XVI. OMELIE NELLA SANTA MESSA DEL CRISMA
Ratzinger - Benedetto XVI. Il Papa: Al centro della Pasqua vi è la Croce. Omelia per il Giovedì Santo
Ratzinger - Benedetto XVI. OMELIE NELLA SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE
Papa Giovanni Paolo II Omelia nel Cenacolo (2000)
P. Cantalamessa. Due testi sul Giovedì Santo

Giovedì Santo: Fino alla fine...





αποφθεγμα Apoftegma









Ti sei donato a me senza riserve,
pieno di soavità hai fatto piccola la tua grandezza;
così che non tremassi nel vederti,
nell'aspetto pure come me perchè potessi riceverti

Ode VII di Salomone