Giovedì della XVII settimana del Tempo Ordinario













L'ANNUNCIO
In quel tempo, Gesù disse alla folla: “Il regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete capito tutte queste cose?”. Gli risposero: “Sì”.
Ed egli disse loro: “Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”.
Terminate queste parabole, Gesù partì di là.
 
(Dal Vangelo secondo Matteo 13, 47-53)




Pazienza e misericordia, timore e pietà scandiscono il tempo del nostro pellegrinaggio. Siamo tutti parrocchiani, ovvero pellegrini in terra straniera, le cose a cui incolliamo i nostri cuori e i nostri sensi non ci soddisfano. Siamo nel mondo, ma non siamo del mondo. Viviamo nella carne, ma non viviamo per la carne. E' il mistero che tende la nostra vita come una corda di violino. Come pesci tratti dal mare cerchiamo ancora l'acqua che, in apparenza, assomiglia alla vita per la quale siamo stati creati. Ma non è così: apparteniamo a una specie unica e diversa da tutte le altre. Siamo i fratelli di Gesù, il pesce pescato all'amo della Croce, come lo raffiguravano i cristiani delle origini (Icthys, che significa in greco pesce, dalla frase ‘Iesus Cristos Théou Uios Soter, ov­vero Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore). Siamo nati e salvati per un'altra Patria, per il Cielo. Gli inganni, le menzogne, le tentazioni ci sospingono con irruenza verso l'abisso da cui siamo stati tratti. Mentre nel nostro intimo lo Spirito Santo ci sussurra "Vieni al Padre". Benedetto XVI, inaugurando il suo pontificato, ricordava un'immagine cara ai Padri: "Per il pesce, creato per l’acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all’uomo. Ma nella missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita. E’ proprio così – nella missione di pescatore di uomini, al seguito di Cristo, occorre portare gli uomini fuori dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, verso la luce di Dio. E’ proprio così: noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita. Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di DioCiascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario. Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con lui" (Benedetto XVI). Per questo, ogni istante che ci è dato è l'attesa d'un compimento. La chiave della nostra vita è tutta qui: un'attesa che geme come nei travagli del parto. Siamo stati pescati dalla rete di Cristo. La sua Croce ci ha salvati dall'abisso della morte. Ma non è finita. Siamo in cammino per raggiungere la "riva", la terra promessa, la vita nuova dei figli di Dio, primizia di quella eterna. Siamo chiamati ad essere "pesci buoni", come il grano buono, e belloPesci puri, "commestibili" secondo la Legge, perché lavati, salvati, santificati dal sangue di Cristo. Ma con noi è pescata "una grande quantità di pesci", e dobbiamo convivere con quelli "cattivi", "impuri" secondo un significato dell'originale, segni di morte che nessun ebreo poteva mangiare. Pesci cattivi che si rendono impuri, tagliati fuori dal popolo della promessa; pesci ai quali il demonio ha nascosto l'eredità. Sono accanto a noi, come un segno; sono i fratelli dal cuore indurito che, nonostante siano stati salvati dalla morte, continuano a mormorare, giudicare; gelosi delle "cose vecchie" rifiutano le "nuove", perché, come i farisei e gli scribi, si illudono nella loro superbia di poter fare a meno di Gesù. Anzi, pervertono la salvezza ottenuta per Grazia spacciandola a se stessi e agli altri come un frutto della loro buona volontà, del loro impegno, della loro alta moralità; i "pesci cattivi" sono affetti dal cosiddetto "pelagianesimo dei pii. Essi non vogliono avere nessun perdono e in genere nessun vero dono di Dio. Essi vogliono essere in ordine: non perdono ma giusta ricompensa. Vorrebbero non speranza ma sicurezza. Con un duro rigorismo di esercizi religiosi, con preghiere e azioni, essi vogliono procurarsi un diritto alla beatitudine. Manca loro l'umiltà essenziale per ogni amore, l'umiltà di ricevere doni a di là del nostro agire e meritare... Così questo pelagianesimo è un'apostasia dall'amore e dalla speranza, ma in profondità anche dalla fede" (J. Ratzinger). "Apostasia" di chi è già nella "rete" della Chiesa, ma ha rinnegato la Grazia, nella quale sono donate le virtù che definiscono un "pesce buono", ovvero un cristiano. Possono essere preti, suore, come padri e madri di famiglia. Per l'ipocrisia, infatti, non c'è altra appartenenza che la menzogna... A loro sono dirette le parole che Paolo scrisse ai Galati: "Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia" (Gal 5,4). Ecco, chi dimentica da dove è stato pescato, chi non vede la grazia della rete che lo ha colto mentre nuotava nel mare della morte, non ha più nulla a che fare con Cristo. La cosa più terribile che possa accadere, la morte. Sono "morti" che camminano, hanno dentro un vuoto insopportabile, e sono affetti dalla terribile schizofrenia dell'anima che significa essere "pesci cattivi"; questa è, infatti, una contraddizione in termini: non si può essere nella rete di Cristo e non appartenergli, non si può servire a due padroni, perché si amerà l'uno e si disprezzerà l'altro. Per questo li trovi sempre in piedi a giudicare, a farsi vanto della loro presunta giustizia, e si siedono sulle cattedre e impongono leggi, mentre nel cuore nascondono abomini e rapine: giudizi, passioni, maldicenze, avarizia, violenza. Sono ormai "impuri", non possono accedere al culto "nuovo" in spirito e verità; proprio loro, che invece si ritengono gli unici puri, gli impegnati, quelli che stanno salvando il mondo, sempre in prima fila nelle liturgie, a leggere, a raccogliere le offerte, "perché se non ci fossi io, questa parrocchia come finirebbe"; e giudicano, con dentro il cuore di Marta prima che incontrasse davvero Gesù, e così vanificano la Croce di Cristo che li ha salvati gratuitamente. "Pesci cattivi" come tanti preti sempre ad esigere impegno in parrocchia dal gregge loro affidato; o come le madri e i padri, i fratelli, che tanto si prodigano, in apparenza sono stupendi, ligi, ma nel loro cuore abita lo stesso demone che aveva afferrato il fratello maggiore della parabola del figlio prodigo. Ecco, questi è proprio un'immagine fedele di chi sia un "pesce cattivo": vive in "casa" con il Padre, è "sempre con Lui", e tutto di Lui gli appartiene; ma non si sente figlio. Il demonio gli ha fatto credere che il Padre fosse un mostro, un senza cuore: è geloso, e finisce con il giudicare suo Padre, perché prima aveva disprezzato e cancellato il fratello minore. E' un "pesce" che, una volta nella "rete" si è "adirato"; credeva, infatti, di averne il diritto solo lui, e non quello scapestrato del fratello. Si indigna e scandalizza per la bontà del Padre, perché non così dovrebbero andare le cose, non c'è giustizia: "Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo ordine, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici". I "pesci cattivi" hanno ancora il cuore "fuori dalla rete"; desiderano "far festa con gli amici" di prima: non sono mai passati alla fede, non hanno rinunciato agli idoli, non hanno cambiato mentalità, sono ancora in Egitto, del quale rimpiangono agli e cipolle. Per questo il figlio maggiore "non voleva entrare" di nuovo in casa: chiamato a diventare figlio, era rimasto abbracciato al suo ego, schiavo della superbia e dell'idolatria. Le stesse malattie mortali dell'anima che affliggono chi si corrompe dopo essere stato salvato: "corruptio optimi pessima" scriveva S. Gregorio Magno, ovvero "Ciò che era ottimo, una volta corrotto, è pessimo". Ed è un pericolo che è sempre accanto a noi, vicinissimo: "La vergogna della Chiesa! Ma ci siamo vergognati di quegli scandali, di quelle sconfitte di preti, di vescovi, di laici? La Parola di Dio in quegli scandali era rara; in quegli uomini e in quelle donne la Parola di Dio era rara! Non avevano un legame con Dio! Avevano una posizione nella Chiesa, una posizione di potere, anche di comodità. Ma la Parola di Dio, no! "Ma, io porto una medaglia"; "Io porto la croce"… Portavano l'arca come i leviti, ma senza il rapporto vivo con Dio e con la Parola di Dio! Mi viene in mente quella Parola di Gesù per quelli per i quali vengono gli scandali… E qui lo scandalo è venuto: tutta una decadenza del popolo di Dio, fino alla debolezza, alla corruzione dei sacerdoti" (Papa Francesco). Ecco, il Vangelo di oggi è anche una chiamata serissima alla vigilanza, all'ascolto della Parola con un cuore docile e aperto alla sua realizzazione in noi. All'obbedienza alla Chiesa, all'umiltà di chi non presume d'essere un "pesce buono" grazie alle sue forze, rigettando la stoltezza di sentirci a posto, senza bisogno di convertirci. Non dimentichiamolo, il diavolo come un leone ruggente ci gira intorno cercando chi divorare; anche lui è un cercatore di perle, e punta a quelle di "grande valore", i cristiani amati e pescati da Cristo... Coraggio allora, non allontaniamoci mai dal Memoriale della nostra salvezza, l'Eucarestia che ci ricorda la pesca del Signore, il suo mistero pasquale nel quale siamo stati salvati, e che lo realizza ancora nell'oggi nel quale lo celebriamo. Coraggio, camminiamo umilmente con il nostro Dio, guardiamo con il santo timore di Lui i "pesci cattivi", pensiamo come i padri del deserto, che si ritenevano gli ultimi e i peggiori della terra; guardiamo ai "pesci cattivi" e pensiamo che essi si salveranno e noi no, se non resteremo uniti a Cristo indissolubilmente. E preghiamo per loro, e per loro offriamo le nostre sofferenze. E attenzione a non ergerci a giudici dei fratelli! A non trasformarci in pubblici ministeri impegnati costantemente nelle indagini di una malsana operazione "anime pulite". Ciò che nella Chiesa anima i "pesci buoni" nelle relazioni con quelli "cattivi" è la pazienza che nasce dall'amore e dallo zelo di custodire l'unità; è la stessa carità di Cristo effusa in loro, quella che li rende appunto "buoni" nella bontà del "pescatore", lo stesso amore testardo di Dio che non vuole che nessuno si perda: "Il Signore stesso è un esempio straordinario di pazienza: sopportò la presenza del demonio addirittura fra gli stessi dodici Apostoli, fino alla passione. Non per questo, tuttavia, ritenne che dovesse essere soppressa ogni disciplina nella Chiesa; anzi raccomandò di farne uso quando disse: Fate attenzione: se tuo fratello ha commesso una mancanza contro di te, vai e riprendilo fra te e lui solo. Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello. Ma oggi noi vediamo uomini che considerano solo precetti rigorosi che ordinano di reprimere i perturbatori, di “non dare le cose sante ai cani”, di “trattare come un  pubblicano” chi disprezza la Chiesa, di staccare dal corpo il membro che dà scandalo. Il loro zelo inopportuno turba la Chiesa, perché vorrebbero togliere la zizzania prima del tempo e l’ accecamento li rende essi stessi nemici dell’unità di Gesù Cristo... Stiamo attenti che nel nostro cuore non cresca l'empia e funesta presunzione per la quale pensiamo di doverci separare da loro per non essere contaminati dai loro peccati, cercando poi di trascinarci dietro un codazzo di discepoli puri e santi. Non faremmo che rompere l’unità, col pretesto di non frequentare i cattivi. Piuttosto, ci vengano in mente quelle parabole, quelle divine predizioni e quegli esempi così chiari delle Scritture con i quali è stato manifestato e preannunziato che i cattivi saranno mescolati ai buoni nella Chiesa fino alla fine del tempo, fino al momento del giudizio e che, in questa unitaria partecipazione ai Sacramenti, essi non saranno di alcun danno per i buoni che non diventeranno complici delle loro azioni" (S. Agostino). Non siamo chiamati a "separare e gettare nella fornace"; in questa tentazione si rivede quella originale, quando il serpente indusse Adamo ed Eva a farsi come Dio, per conoscere il bene e il male e così giudicare da se stessi chi fosse buono e chi cattivo. E' ciò che hanno fatto tutte le dittature, ma è tutta farina del demonio, perché per i cristiani la misericordia ha sempre la meglio nel giudizio. La carità tutto copre, tutto scusa, tutto crede, a costo di far passare per deboli e stolti i "pesci buoni". La carità di Cristo spinge a cercare un varco, una fessura, un micron di apertura nel cuore dei "pesci cattivi", per entrare in relazione con loro e stanare l'opera del demonio con l'annuncio di quella misericordiosa di Dio: siamo chiamati ad "aprirci agli altri, al prossimo. Ad uscire da sé. E quando io esco da me, incontro Dio e incontro gli altri. Come li incontro gli altri? Da lontano o da vicino? Occorre incontrarli da vicino, la vicinanza. Vicinanza è una parola chiave: essere vicino. Non spaventarsi di niente. Essere vicino. L’uomo di Dio non si spaventa. Si tratta di vicinanza a una cultura, vicinanza alle persone, al loro modo di pensare, ai loro dolori, ai loro risentimenti. Tante volte questa della vicinanza è proprio una penitenza, perché dobbiamo sentire cose noiose, cose offensive. E’ quella vicinanza prudente, che sa fino a dove si deve arrivare. Ma, vicinanza significa pure dialogo; bisogna leggere nella Ecclesiam Suam, la dottrina sul dialogo, poi ripetuta dagli altri Papi. Il dialogo è tanto importante, ma per dialogare sono necessarie due cose: la propria identità come punto di partenza e l’empatia con gli altri. Se io non sono sicuro della mia identità e vado a dialogare, finisco per barattare la mia fede. Non si può dialogare se non partendo dalla propria identità, e l’empatia, cioè non condannare a priori. Ogni uomo, ogni donna ha qualcosa di proprio da donarci; ogni uomo, ogni donna, ha la propria storia, la propria situazione e dobbiamo ascoltarla. Poi la prudenza dello Spirito Santo ci dirà come rispondervi. Partire dalla propria identità per dialogare, ma il dialogo, non è fare l’apologetica, anche se alcune volte si deve fare, quando ci vengono poste delle domande che richiedono una spiegazione. Il dialogo è cosa umana, sono i cuori, le anime che dialogano, e questo è tanto importante! Non avere paura di dialogare con nessuno. Si diceva di un santo, un po’ scherzando – non ricordo, credo fosse San Filippo Neri, ma non sono sicuro – che fosse capace di dialogare anche con il diavolo. Perché? Perché aveva quella libertà di ascoltare tutte le persone, ma partendo dalla propria identità. Papa Benedetto ha un’espressione tanto bella: “La Chiesa cresce non per proselitismo, ma per attrazione”. E cosa è l’attrazione? È questa empatia umana che poi viene guidata dallo Spirito Santo" (Papa Francesco). Sono parole stupende, magari le potessimo accogliere e farle nostre, sino a viverle in casa, quando il coniuge, o un figlio si trasformano in "pesci cattivi"; o nelle nostre comunità, quando un fratello si lascia ingannare dal demonio. O con un amico, un parente, un collega, perché è anche vero che solo Dio sa sin dove arriva la sua rete di misericordia. Noi sappiamo che è arrivata sino a noi, peccatori e lontani... E, nell'amore che supera i confini giuridici, sino a ogni uomo. Certo, vi è una "rete" visibile, senza la quale nessuno potrebbe salvarsi. Ma non dimentichiamo mai che essa è sacramento di salvezza per tutti gli uomini. A loro siamo inviati, attraverso l'annuncio della Verità e la vicinanza, la pazienza e la misericordia; con amore, amore, amore verso ogni "pesce cattivo". Perché chi non lo è stato? E chi non ha sofferto il moralismo senza carità di chi ci ha giudicato ed emarginato? E chi, invece, non ha sperimentato almeno una volta la fermezza dolce dell'amore di Cristo, attraverso una Chiesa che ci ha detto sì la verità sui nostri peccati, ma per annunciarci il perdono capace di rigenerare anche il "pesce più cattivo"? E se per caso ci rendessimo conto di essere tra i "pesci cattivi", coraggio! Il Vangelo di oggi è una Buona Notizia: c'è speranza! Se hai scoperto di avere giudizi, di essere ancora attaccato ai beni di questo mondo, soprattutto al denaro; se lo spirito malvagio di questa società si è infilato in te trasformandoti in un giustiziere implacabile, in un indignato, prostrato dinanzi agli idoli culturali che scambiano il bene con il male; se stai mormorando contro Dio, c'è speranza: convertiti oggi e apriti al perdono che la Chiesa ti offre. E accetta il combattimento che ci attende ogni giorno. In esso però, come scriveva Péguy, “il Padre ha messo nelle nostre mani, nelle nostre deboli mani, la sua speranza eterna”. La speranza donata a Pietro dalle mani di Cristo che lo tiravano fuori dall'abisso nel quale era caduto per la sua incredulità. Anche Pietro, come ciascuno di noi, prima d'essere pescatore di uomini, ha sperimentato cosa significhi essere un uomo pescato da Cristo, cioè tratto dal fondo della debolezza, della carne e dell'incredulità. Coraggio allora, perché anche oggi vi saranno angeli inviati dal Padre a separare il buono dal cattivo, il puro dall'impuro. Anche oggi i messaggeri della Buona Notizia ci incontreranno per salvarci. Che il Signore ci conceda di non indurire il nostro cuore, di lasciarci amare e riconciliare, di essere strappati alle menzogne e ai veleni del nemico. Che oggi, anticipo della fine dei tempi, il Signore ci faccia ancora suoi, gettando nella fornace tutto quello che in noi ci separa da Lui, tutto quello che ci impedisce di amarlo e lodarlo, le nostre impurità. E ci doni la misericordia e la pazienza di fronte alla storia, nella quale è Lui che agisce. La pazienza della speranza, la perseveranza dell'amore: "Quando Cristo ha guardato la Maddalena con uno sguardo furtivo per la strada, era una cosa semplice: era un richiamarla con una semplicità ad una semplicità in cui la purità dominava, ridominava; contraria alla sua storia, ma non contraria alla sua possibilità presente" (Mons. Luigi Giussani). La pazienza di sapersi ogni giorno bisognosi di essere ri-pescati, ogni giorno strappati alla carne e al peccato che in essa abita, e liberati dalla memoria avvelenata della nostra storia impura per sperimentare la nuova, pura e feconda possibilità presente. Appoggiati alla sua fedeltà, che è il sigillo profetico che ci svela l'autenticità e la credibilità dell'eterna. "Capire tutte queste cose" è vivere la promessa, già deposta mentre eravamo sul fondo del mare, quando eravamo schiavi del peccato - le cose antiche - illuminata dall'amore di Cristo - la cosa nuova - che non delude. Entriamo in pace e pieni di una gioiosa speranza in questo nuovo giorno dove ci attende il nostro destino, il nostro dolcissimo Signore. Ieri hai litigato con tua moglie? Coraggio, l'annuncio del Vangelo ti ha preso nella rete le cui maglie sono una fitta trama di misericordia; lasciati pescare, e trascinare via dal risentimento, dai giudizi, dal rancore. Lasciati portare sull'altra riva, fai Pasqua con Cristo, accetta il suo perdono e chiedi perdono. In Lui tutto può ricominciare, ogni giorno. Attraverso la "rete gettata" dalla Chiesa attraverso la Parola che ci annuncia ogni giorno e i sacramenti con i quali ci rigenera in Cristo, possiamo passare dall'oscurità delle profondità marine nella quale vive l'uomo vecchio, che è "cattivo", "impuro", incapace di verità e tenerezza, pazienza e amore, alla luce senza tramonto dell'alba pasquale dove la barca della comunità cristiana, e le braccia dei fratelli, ci trascinano per respirare l'ossigeno della vita eterna. Così non inciamperemo, e arriveremo, di "riva" in "riva", sino all'ultima, quella del Paradiso: "Per incontrare la speranza, bisogna essere andati al di là della disperazione. Quando si arriva fino al colmo della notte, si incontra un’altra aurora […] Non sperano se non coloro che hanno avuto il coraggio di disperare delle illusioni e delle menzogne nelle quali trovavano una sicurezza che essi prendevano falsamente per speranza” (G. Bernanos). 










αποφθεγμα Apoftegma


Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; 
in un mare di oscurità senza luce. 
La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte 
e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita.
Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, 
sorpresi dal Vangelo, da Cristo.
 Non vi è niente di più bello che conoscere Lui 
e comunicare agli altri l’amicizia con lui

Benedetto XVI, Omelia di inizio Pontificato.

Mercoledì della XVII settimana del Tempo Ordinario




Rembrandt, La parabola del tesoro nascosto





L'ANNUNCIO

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra».

 (Dal Vangelo secondo Matteo 13, 44-46)




Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni, 
soffia nel mio giardino si effondano i suoi aromi. 
Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti.

Cantico dei Cantici
Sia come sia, oggi è un giorno fantastico. Qualcuno si è innamorato follemente di ciascuno di noi. Qualcuno ci ha "cercato", ci ha ardentemente desiderato, ci ha trovato laddove eravamo, nascosti e impauriti. Ci ha amato di un amore sconosciuto. Qualcuno "ha gioito" al vederci. E, pieno di quella gioia, "ha venduto tutto per acquistare noi". Per te e per me, per ogni uomo della terra, ha dato tutto se stesso: la propria vita, il proprio sangue, sino all'ultima goccia. Questo Qualcuno è Gesù, che ha visto in te e in me il suo tesoro, la sua perla preziosissima. Ai suoi occhi, infatti, siamo la sua amata perfetta, la sua colomba, e desidera poter saziarsi del nostro sguardo, ascoltare la nostra voce, e farci felici. Eccolo anche oggi cercarci appassionato e venirci incontro come lo Sposo del Cantico dei Cantici, sporcarsi per noi, scendere sino al giardino nel quale ci siamo nascosti, nelle nostre ore che ci appaiono sempre uguali, nel grigio di relazioni trascinate, nell'insignificanza di un lavoro che non ci soddisfa, di un'estate forse obbligata in città, al capezzale di un'amicizia evaporata. Ecco l'Amato scendere nel "suo giardino" di delizie, il "campo" che ha acquistato al prezzo della sua vita, laddove è stato crocifisso, sepolto ed è risorto. Il suo giardino che è oggi questa nostra vita, questa nostra storia per la quale forse mormoriamo, che non accettiamo, che vorremmo correggere, limare, imbellire. Ecco l'Amato "scavare" nella fossa dove siamo precipitati, la stessa nella quale è stato sepolto come un seme piccolissimo. Lui, esperto rabdomante dell'anima, ci scova negli angoli più bui, nelle solitudini più tristi, laddove ci siamo rintanati per piangere, per accarezzarci le disillusioni e i sogni infranti, per coccolarci il cuore ferito; laddove l'accusatore, travestito da consolatore, ci ha sospinto perché toccassimo l'albero della vita, e ne mangiassimo il frutto riservato al Creatore, illudendoci di diventare come Dio, capaci di determinare il bene e il male. Eccolo passeggiare per liberarci dall'inganno di una consolazione che prima ci adula e poi ci insulta sino a farci sentire soli al mondo, incompresi, disprezzati, sotto il fuoco amico e nemico, obiettivo dell'artiglieria di ingiustizie dei colleghi di lavoro, della suocera e del genero, del vicino di casa e del fratello che si batte il petto in Chiesa. Il Signore è l'unico che riconosce, tra la zizzania seminata dal nemico, tra le sterpaglie del malumore, del giudizio e della mormorazione, sotto metri di peccati e concupiscenze, il segno luminoso del tesoro nascosto, della perla preziosa celata. E' l'amore dell'Amato che sente il profumo dell'amata a distanza siderale. Per Lui il nostro odore è comunque un profumo soave e inconfondibile, anche se confuso tra mille altri odori e sapori, anche in mezzo al fetore acre di spazzatura e cibo andato a male, tra la corruzione e la perversione di una vita ricevuta come un fiore pronto a sbocciare e sprecata nelle spirali dell'egoismo. Il Signore ci riconosce, anche oggi, come il suo tesoro più prezioso, la sua gioia, l'amata nella quale riversare, come un fiume in piena, il suo amore traboccante di misericordia. Incontrarci è la sua gioia, salvarci e amarci è il suo unico desiderio, l'essenza della sua natura. Eccolo allora entrare anche oggi nelle nostre angosce, attraverso il mistero di fatti che forse non comprendiamo, le parole sarcastiche di chi ci è accanto; la Chiesa ci annuncia oggi che in ogni evento e persona è Lui che ci ama di amore gelosissimo, e per questo "scava" intorno a noi una fossa che ci illumini sulla vanità di ogni affetto che non abbia in Lui l'inizio e il compimento. Il suo amore ci strappa dall'effimero al quale restiamo abbracciati, come un bimbo al suo orsacchiotto. Ma gli idoli hanno bocca e non parlano hanno orecchi e non sentono, hanno mani e non palpano. Gli idoli ci trasformano in ciò che essi sono, burattini nelle mani di un altro, il nemico della nostra felicità. Ma Gesù viene sempre con misericordia, perché non ci giudica e ha deciso, anche oggi, di tirarci fuori dai pasticci che sono le conseguenze dei nostri peccati; viene a fare di noi, Pinocchi capricciosi e senza spina dorsale, delle persone vive. Viene a trarci dalle fauci della balena, proprio come accadde a Pinocchio: ci strappa dalla morte per insegnarci a vivere, ad entrare nella realtà e curare l'orto e guadagnarci da vivere e accudire Geppetto, ovvero amare chi ci è accanto, spendendo noi stessi per loro. Sì, il Signore viene a "scavare" nella nostra tomba, ci "trova" e ci prende tra le mani, mette il suo sigillo sulla nostra vita, ci "nasconde di nuovo" laddove eravamo, ma non è più la stessa cosa. Lui ormai ci ha "trovato", siamo il suo tesoro! Siamo ancora laddove Egli ci ha "trovato", ma il tempo che si è inaugurato dall'incontro con Lui, dall'ascolto della predicazione nella Chiesa, è impregnato del suo amore; è "contemporaneo" all'offerta di se stesso per noi, è come assorbito nel suo Mistero Pasquale, è già un tempo redento, il primo passo per essere immersi nell'acqua che ci farà rinascere a vita nuova. Per questo, misteriosamente, il nostro restare nella terra in attesa di Lui, diviene il tempo fecondo della conversione: mentre Gesù va a dare la sua vita per noi, sperimentiamo il prezzo del suo amore nella nostra vita. E' un'immagine del catecumenato, dell'iniziazione cristiana, del tempo nel quale sperimentare il potere del suo amore nella nostra debolezza. Nella terra in cui siamo "nascosti di nuovo" cresce "il tesoro" della fede che dà valore a tutto il "campo" che è la nostra vita, e non solo, ma anche quella di coloro che ci sono affidati. E' molto importante questo "nascondere": se Gesù non ci avesse "nascosto" i briganti, i ladri, i demoni ci avrebbero trovato e avrebbero rubato il seme di vita eterna che abbiamo ricevuto; avrebbero seccato la Parola che ci è stata predicata con le preoccupazioni del mondo, e l'opera di Dio sarebbe stata frustrata. Per questo Gesù ci ha "nascosto" nelle viscere della Chiesa. Per questo anche noi dobbiamo imparare a saperci "nascondere", a proteggere le Grazie che il Signore ci dona. A non vantarci di nulla, a non dimenticare che tutto il bene che nasce in noi è frutto della gratuità del suo amore, come fece San Francesco che "Cercava con ogni cura di nascondere nel segreto del suo cuore i doni del Signore, perché non voleva che, se gli erano occasione di gloria umana, gli fossero pure causa di rovina” (Vita seconda di Tommaso da Celano, 133). Anche noi, che siamo chiamati come lui a ricevere le stigmate dell'amore di Cristo, a essere trasformati in Lui e in Lui a vivere crocifissi, dobbiamo imparare da ciò che fece Francesco dopo l'episodio de La Verna: "E diceva spesso: «Il mio segreto è per me, il mio segreto è di Dio! Beato quel servo che custodisce nel suo cuore i segreti del Gran Re!». Aveva sperimentato quanto è nocivo all'anima comunicare tutto a tutti. E sapeva che non può essere uomo spirituale colui che non possiede nel suo spirito segreti più numerosi e più profondi di quelli che potevano essere letti sul viso e conosciuti e giudicati dagli altri" (Vita Prima di Tommaso da Celano). E ciò è possibile solo se resteremo uniti alla Chiesa, dove pregare e ascoltare assiduamente la Parola e nutrirci dei sacramenti. Difendere il "tesoro" è difendere Cristo in noi, il bene più grande, l'unico. Per questo bene, oggi è un giorno meraviglioso, nel quale possiamo partecipare della sua stessa gioia. Mette i brividi, lascia senza fiato: è la gioia contagiosa del Signore nel rivedere i discepoli al termine della traversata nelle profondità della terra e della morte, quando appare risuscitato e apre il loro cuore alla sua stessa gioia. L'allegria e la pace di chi si ritrova dopo che l'ineluttabile sembrava aver divorato ogni speranza, dopo che tutto pareva perduto. Egli è sceso in quella terra di nessuno che è la vita di chi è stato aggredito dall'inganno del demonio e lasciato mezzo morto sul ciglio della strada. E qui esplode la sua gioia incontenibile sciolta dall'incontro con la pecora perduta, ferita e sanguinante, ma comunque sua. E' questa l'unica e autentica gioia anche per noi, la sua gioia per il nostro riscatto. Gioire in essa è gioire per quello che siamo, per l'amore con il quale siamo amati; e ci fa entrare in una verità che distrugge perfezionismo, moralismo e orgoglio. E' simile all'esultanza ebbra di gioia e gratitudine della Vergine Maria, innescata dai suoi occhi aperti sulle grandi cose compiute dall'Onnipotente nella sua umiliazione. Gioia vera, umiltà autentica. Siamo nulla, deboli, fragili, peccatori; siamo poveri vasi di creta, campo pieno di zizzania, terra sassosa, e spine, e strade assolate. Siamo quello che siamo, ma un tesoro è nascosto in noi. Solo il suo sguardo pieno di compassione è capace di trarlo alla luce, perché tra le sue mani creatrici, risplenda del suo valore, l'infinito valore della sua immagine impressa in ciascuno di noi, lavata e restaurata dal suo sangue, e riportata alla luce dalla sua resurrezione; ed è solo gioia, dirompente che scaturisce dall'esperienza del suo amore fatto vita e storia in noi. Per questo il Signore ha comprato "tutto il campo", non solo quell'appezzamento dove ha individuato il tesoro. Tutta la nostra storia, tutto di noi è oggetto delle sue attenzioni, del suo amore. Nulla in noi è da buttare, nulla nella nostra storia è stato, è e sarà senza senso. Tutto è importante perché ai suoi occhi abbiamo un valore infinito, paradossalmente più della sua stessa vita. Ci ha amati per trasformarci in Lui, e continuare ad amare, in noi, ogni peccatore. Siamo un "tesoro" destinato a tutti i poveri della terra. Capito? Per questo la gioia di Cristo è così grande: perché ci amati come se fossimo gli unici al mondo, ma contemporaneamente ha visto in noi il suo tesoro da regalare a chi nulla ha, le infinite grazie con le quali ci colma perché giunga il suo amore a chi non lo ha conosciuto o ha perduto la sua amicizia. Quante volte ci disprezziamo, ci buttiamo via e pensiamo male di noi stessi, del nostro fisico, del nostro carattere, delle nostre storie. Disprezziamo ciò che per Gesù ha un valore immenso, anche i difetti, che tra le sue mani brillano come perle preziosissime, anche i peccati che Lui ha perdonato, destinati ad essere un segno di speranza per il mondo, per chi ci è accanto. Mentre noi vorremmo cancellare quanto di più prezioso il Signore ha voluto riscattare e fare suo. Ecco la radice di tante nostre sofferenze: guardarci con occhi diversi da quelli con i quali ci guarda Gesù. Se avessimo oggi il suo sguardo su di noi, la sua pazienza, la sua misericordia, il suo amore.... Siamo preziosi, ovvero di gran pregio, e un prezzo altissimo per riscattarci, la sua stessa vita. Come disprezzare ciò che Lui ha amato così... Siamo il suo Regno e il suo Regno è dentro di noi. La nostra vita è tutta qui, in questo mistero mozzafiato. Siamo opera sua, la più bella, la più preziosa. Abbiamo "cercato" tanto, come il "cercatore di perle", il senso della nostra vita. Abbiamo tentato di migliorarci, di progredire, come la storia dell'Europa cristiana ci insegna: anche noi abbiamo solcato i mari dell'ignoto come i grandi esploratori, perché l'annuncio del Vangelo ha innescato in noi la crescita del seme di vita eterna. Non siamo fatti per accontentarci, per chiuderci in casa e sdraiarci su un sofà a vedere la televisione dopo una giornata di lavoro. Non è questa la vita che stiamo "cercando". Tutta la vita è un "andare in cerca" di perle preziose: l'amicizia, gli affetti, il lavoro, lo studio, il matrimonio, i figli, la musica, le montagne e il mare, anche una partita di calcio. Ma, trovatele, non ci saziano. Continuiamo il viaggio, perché noi abbiamo bisogno della "perla di grande valore", come il Padre, dopo aver creato l'universo ha avuto bisogno di creare l'uomo per riversarvi il suo amore e donargli tutto il creato; come Cristo ha avuto bisogno di noi per compiere la sua vita e amarci sino alla fine S', alla fine del suo viaggio ha "trovato" noi, e pieno di gioia ha lasciato che lo spogliassero di tutto. Aveva "trovato" te e me, capito? a nulla gli serviva tutto il resto, perfino la sua dignità di Figlio di Dio ha abbandonato, pur di salvare te e me e farci suoi per sempre. E per questo ha ritrovato, insieme a noi, la sua dignità, e il Cielo, e la vita che non muore! Per questo "trovare la perla di grande valore" che è Cristo è la pienezza della gioia! Nulla le si può paragonare. Tutto di noi tendeva ad essa. Tutto di noi anelava a Cristo. E la cosa sorprendente è che "trovare" la perla significa proprio farsi trovare da Lui. La possiamo "trovare" perché Lui ha trovato noi. Lasciamoci amare allora, oggi. Lasciamoci riscattare, riconciliare, rigenerare. L'incontro con questo amore ci farà liberi, schiavi di tutti perché liberi da tutti. Colmi di un tale amore venderemo tutto a nostra volta, e non sarà sacrificio, e non sarà un semplice commercio di cose sante, religiosità del dare e avere destinata alla delusione. Sarà amore, quello autentico che sa e può camminare nella notte oscura dove tutto, dinanzi al Signore, perde il falso valore per acquistarne il giusto. Per questo sarà naturale non anteporre nulla all'amore di Cristo, e dare tutto perché Lui ci ha dato tutto se stesso. E' l'esperienza di San Francesco che tutti noi possiamo fare ascoltando l'annuncio del Vangelo che ci offre la "perla di grande valore: " Un giorno in questa chiesa della Porziuncola si leggeva il brano del Vangelo relativo alla missione che Gesù affida agli Apostoli. Francesco, che ne aveva intuito solo il senso generale, dopo la Messa, pregò il sacerdote di spiegargli il passo. Il sacerdote glielo commentò punto per punto, e Francesco, udendo che i discepoli non devono portare né oro né argento, né denaro, ma soltanto predicare il Regno di Dio e la conversione, subito esultante esclamò: «Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore!». S’affretta allora, tutto pieno di gioia, a realizzare il santo proposito e non sopporta alcun indugio a mettere in pratica fedelmente quanto ha sentito: si scioglie dai piedi i calzari, abbandona il suo bastone, si accontenta di una sola tunica, sostituisce la sua cintura con una corda. Da quell’istante confeziona per sé una veste che riproduce l’immagine della croce e la fa ruvidissima, per crocifiggere la carne e tutti i suoi vizi e peccati, e talmente povera e grossolana che nessuno al mondo potesse invidiargliela!". Amore per amore, gioia per gioia, consegnati completamente a Lui perché Lui si è consegnato completamente a noi: "Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo Creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così per te gioirà il tuo Dio" (Is 62,5). E' questa la via, la gioia, la pace: noi sua gioia, suo tesoro, sua perla preziosa, e Lui nostra gioia, nostro tesoro, nostra perla preziosissima: "Gesù è un tesoro nascosto, un bene inestimabile che poche anime sanno trovare perché è nascosto mentre il mondo ama ciò che brilla. Ah! Se Gesù avesse voluto mostrarsi a tutte le anime con i suoi doni ineffabili; senza dubbio nessuna l'avrebbe disdegnato, ma non vuole che lo amiamo per i suoi doni. Lui in persona deve essere la nostra ricompensa" (Santa Teresa di Lisieux). Come non annunciarlo a tutti, uscire per le strade, le piazze, ovunque, e gridare la gioia di un incontro, l'unico, capace di salvare, colmare, ridare vita, valore, senso e pienezza a ogni centimetro della vita di ogni uomo? Chi ha incontrato l'Amato non può più essere indifferente, è trasformato in un cercatore di tesori tra i campi del mondo, in famiglia innanzitutto, nel campo del marito e della moglie, dei figli e dei suoceri, e poi al lavoro, a scuola; ovunque c'è un pezzo di terra da "scavare" con l'annuncio del Vangelo, e dare per esso la nostra stessa vita, per riconsegnare alla luce della Vita i forzieri nascosti dalla malvagità del nemico. E' questo il mistero gioioso del Regno al quale siamo chiamati, la missione della Chiesa che ci ha accolto come il tesoro più prezioso del suo Amato. 










αποφθεγμα Apoftegma


Non si può rimanere nell’amore a se stessi 
senza che Cristo sia una presenza 
come è una presenza una madre per il bambino. 
Senza che Cristo sia presenza ora – ora! -, 
io non posso amarmi ora e non posso amare te ora.

Mons. Luigi Giussani