Sabato della V settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

L'immagine vera dell'uomo
è quella del mendicante appoggiato ad un angolo della strada
che tende la mano e aspetta,
senza pretendere nulla.

Don Luigi Giussani




UN ALTRO COMMENTO







L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Marco 8,1-10.

In quei giorni, essendoci di nuovo molta folla che non aveva da mangiare, chiamò a sé i discepoli e disse loro: «Sento compassione di questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare. Se li rimando digiuni alle proprie case, verranno meno per via; e alcuni di loro vengono di lontano». Gli risposero i discepoli: «E come si potrebbe sfamarli di pane qui, in un deserto?». E domandò loro: «Quanti pani avete?». Gli dissero: «Sette». Gesù ordinò alla folla di sedersi per terra. Presi allora quei sette pani, rese grazie, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. Avevano anche pochi pesciolini; dopo aver pronunziata la benedizione su di essi, disse di distribuire anche quelli. Così essi mangiarono e si saziarono; e portarono via sette sporte di pezzi avanzati. Erano circa quattromila. E li congedò. Salì poi sulla barca con i suoi discepoli e andò dalle parti di Dalmanùta.




PRESA IN MANO DA CRISTO, LA NOSTRA VITA INFECONDA PERCHE' FERITA DAL PECCATO, E' MOLTIPLICATA DALLA SOVRABBONDANZA DEL SUO AMORE PER ESSERE DONATA AL MONDO

Gesù conosce il nostro cuore affamato d'amore, sa che veniamo da lontano e senza un incontro reale con la sua compassione verremmo meno di fronte alle sofferenze. Per questo paradossalmente ci attira nel deserto dove non c'è vita. Tre giorni seguendolo come mendicanti nel suo tempo disteso nella tomba, la nostra che ha fatto sua. Perché camminare dietro a Lui significa, innanzi tutto, scoprire i peccati che hanno generato in noi la morte che ci affama, per sperimentare di essere amati così come siamo. Il deserto infatti, è anche il luogo dove la Chiesa ci conduce per proteggerci dal demonio e nutrirci con la vita di Gesù. Separati dal mondo, attraverso la predicazione che illumina i fatti e le relazioni, Gesù ci chiede "Quanti pani avete?" per farci scoprire che non abbiamo vita e amore per sfamare gli altri. E svelare la mancanza di fede che inaridisce e affama il nostro cuore: "E come si potrebbe sfamarli di pane qui, in un deserto?". Ma Cristo vuole proprio la nostra debolezza per colmarla della sua forza, l'incredulità per moltiplicare in noi la fede, il nostro cinismo, per rendere la nostra vita piena, bella, gioiosa. Il miracolo comincia nel suo sguardo di compassione che ci chiede i nostri "sette" peccati che rendono il pane inservibile a sfamare perché dove è abbondato il peccato sovrabbondi la Grazia. Abbiamo per caso incontrato qualcuno che abbia avuto bisogno della nostra indigenza? Nessuno vero? Nessuno di fronte al quale potere essere davvero noi stessi. Questo è possibile solo nella Chiesa dove, davanti a Cristo, sperimentiamo come "la più bella preghiera che i mendicanti possano rivolgerGli è di mettere sotto i suoi occhi le loro piaghe e i loro bisogni" (S. Francesco di Sales). In essa ci attendono le acque del battesimo (i sacramenti) nelle quali possiamo immergerci completamente nudi perché lì ci attende lo Sposo, nudo sulla Croce per rivestirci della sua Gloria. E' il mistero della nostra dignità, del valore di ogni frammento della nostra vita anche se sporcato dal peccato. Perché la Parola illumina i nostri fallimenti non per condannarci, ma per farci "trarre profitto dai nostri peccati" consegnandoli a Cristo umilmente, seduti per terra (humus) immagine della nostra realtà dove riposare dall'ipocrisia saziandoci del suo amore distribuito dagli apostoli. Nelle liturgie infatti, Gesù prende in mano il pane insufficiente e il pesce morto che siamo e li trasforma nel pane della sua carne capace di offrirsi gratuitamente sulla croce, e nel pesce simbolo della vita pescata nella morte che possiamo donare perché  inesauribile. E' il miracolo che fa della Chiesa il Sacramento di Salvezza (Concilio Vaticano II) per il mondo annunciando il perdono dei peccati con le piaghe gloriose dei suoi figli. Saziati di Lui essi sono inviati nel mondo quale segno della sovrabbondanza di vita preparata per ogni uomo, come le sette sporte avanzate segno del perdono di ogni peccato trasformato in fonte di Grazia.

COMMENTO ESTESO
La compassione di Gesù ci sfama. Seguire Gesù senza l'esperienza di essere realmente sfamati significa sicuramente venir meno per via. Essere con Lui, seguirlo sin nel deserto, attirati dalle Sue Parole, dai Suoi miracoli può non essere sufficiente. Anzi. Come giungere in ritardo anche di un solo minuto alla consegna di un premio. Risuonano le parole di Gesù a coloro che protestano l'essere stati con Lui, l'aver predicato nel Suo nome: "Non vi conosco!". La prossimità non è sufficiente. Non sazia. Decisivo è l'incontro personale con la Sua compassione. La Sua passione con la nostra. Il Suo dolore con il nostro. La Sua vita con la nostra. Lui in noi. Gesù conosce il nostro cuore, i suoi vuoti, i suoi smarrimenti. La nostra fame d'amore. E ha compassione. Le sue viscere si commuovono dinanzi a ciascuno di noi. Lui sa che veniamo da lontano, perduti e spauriti. Conosce i nostri peccati. E anche il deserto dove Lui stesso ci ha condotto. Non c'è pane nel deserto, non c'è vita. "E vi sono tante forme di deserto. Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell'abbandono, della solitudine, dell'amore distrutto. Vi è il deserto dell'oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell'uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perchè i deserti interiori sono diventati così ampi" (Benedetto XVI, Omelia nella Messa di inizio Pontificato, 24 Aprile 2005). Si, seguire il Signore significa innanzi tutto scendere con Lui sino al vero che ci riguarda più profondamente. Scendere sino a dove siamo esattamente quel che siamo, per essere amati e sfamati così come siamo. Siamo impotenti, incapaci, poveri, mendicanti. "Rispondimi, o Dio, nell’ora in cui la morte m’inghiotte: non è dunque sufficiente tutta la volontà di un uomo per conseguire una sola parte di salvezza?" (Henrik Ibsen, Brand). Ci ha cercati, ci ha trovati al fondo delle nostre tombe. Tre giorni dietro a Lui a mendicare. Tre giorni, inconsapevoli, seguendolo nel Suo tempo disteso nella tomba, la Sua, le nostre. Conoscere il Signore è dunque innanzi tutto conoscere il buio che ci copre, la morte che ci paralizza. E scoprire che sino a quel fondo è giunta la Sua compassione. E lì, nella stessa tomba, "nell'ora in cui la morte ci inghiotte" lasciarci sfamare. Alzare le mani, arrenderci dinanzi all'evidenza dei fallimenti d'ogni pretesa autonomia, obbedire alla Sua voce e sederci. Smettere di agitarci, di stringere i pugni.



Obbedire al più comodo degli ordini: sederci. Abbandonarci. Riposare. Lasciare che il Suo pane, il Suo stesso corpo, il Suo amore fatto carne, la Sua misericordia fatta alimento, che Lui stesso ci sazi. E che riempia la nostra vita, che vi faccia sovrabbondare la Sua Vita. "L’esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo" (Don Luigi Giussani,Testimonianza durante l’incontro del Santo Padre Giovanni Paolo II con i movimenti ecclesiali e le nuove comunità, Roma, 30 maggio 1998). Lui ci sferza con la sua mendicanza - "quanti pani avete?" - ci chiede in prestito la nostra povertà, quella su cui, ormai, sappiamo di non poter fare affidamento. L'indigenza che ci spinge sull'orlo del cinismo, quel vuoto di energie e speranze che forse non è neanche umiltà, ma solo amara sfiducia. Ci guarda e ci chiede proprio quello che per noi è ormai incapace di sfamare, ci assedia mentre siamo prigionieri del dubbio - "E come si potrebbe sfamarli di pane qui, in un deserto?" - ci invita a raccogliere quel poco che ci portiamo dietro e a prestarglielo. Per rendercelo trasfigurato, moltiplicato, colmato. Per questo ci ha cercati, incontrati e attirati a sé, per saziarci. Per fare con la nostra povertà, con la nostra indigenza, perfino con la nostra sfiducia e il nostro freddo e disincantato cinismo, per fare della nostra vita mendicata dalla sua compassione, una vita piena, bella, gioiosa. Il miracolo comincia qui, nel suo sguardo di compassione che cerca la nostra povertà per farne la pienezza con cui sfamare il mondo. Il cuore del miracolo è racchiuso nel suo bisogno della nostra indigenza, nella sua compassione che mendica i nostri fallimenti per poter moltiplicare la vitaIl miracolo si compie prima in Lui, per poter compiersi in ciascuno poi. E' il mistero della nostra dignità, del valore di ogni nostra vita, di ogni briciola in cui è frantumata, di ogni frammento che ai nostri occhi sembra non aver senso, ormai incapace "di conseguire una sola parte di salvezza". Il suo prendere in mano quel che oggi siamo - il matrimonio,il fidanzamento o la solitudine, la vecchiaia e la malattia, il lavoro e le amicizie, i tradimenti e le incomprensioni, il carattere che ci rende indigesti a noi stessi e agli altri, il fisico che non ci piace, la storia così come si è dipanata - il suo raccogliere il pane e il pesce che abbiamo e umanamente insufficiente, ci trasforma in pane buono perchè Lui lo possa moltiplicare, trasformando l'indigenza in pienezza capace di sfamare e di abbondare, la Vita che Lui ha promesso ad ogni uomo. Quello che noi oggi siamo, esattamente così com'è, preso e trasformato da Lui, è il miracolo di salvezza per il mondo, per chi ci è vicino, chiunque sia, amato o forse sconosciuto. Il miracolo che si rinnova in noi, nella Chiesa, in ogni evento, ogni giorno. Saziati del Suo amore e inviati, come queste sporte avanzate, ad ogni uomo, a tutte le Nazioni, a chiunque ancora non conosce il Suo amore, l'unico capace di saziare i desideri di tutti. Perchè tutti ricevano la Vita, e Vita in abbondanza.







Venerdì della V settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

Che cosa può ridare entusiasmo e fiducia,
che cosa può incoraggiare l’animo umano a ritrovare il cammino,
ad alzare lo sguardo sull’orizzonte,
a sognare una vita degna della sua vocazione se non la bellezza?
L’esperienza del bello, del bello autentico, non effimero né superficiale,
non è qualcosa di accessorio o di secondario nella ricerca del senso e della felicità,
perché tale esperienza non allontana dalla realtà,
ma, al contrario, porta ad un confronto serrato con il vissuto quotidiano,
per liberarlo dall’oscurità e trasfigurarlo, per renderlo luminoso, bello.

Benedetto XVI agli artisti, 21 novembre 2009



UN ALTRO COMMENTO







L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Marco 7, 31-37

In quel tempo, di ritorno dalla regione di Tiro, passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano. E portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: «Effatà» cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!».




CON LA SUA PAROLA GESU' APRE LE NOSTRE ORECCHIE PERCHE', ACCOLTA NELLA FEDE, FACCIA BELLA TUTTA LA NOSTRA VITA


Tutti abbiamo problemi con lo specchio. Non ci piacciamo, spesso ci disprezziamo. Ma l’aspetto fisico c’entra solo marginalmente. Il fatto è che il demonio, con la sua menzogna, ci ha resi sordi e balbuzienti, come suggerisce l’originale greco. I suoi sofismi sono come una bomba che ci scoppia a pochi metri, fa saltare i timpani. Per questo non possiamo più ascoltare la voce di Dio che ci annuncia il suo amore infinito; e ci ritroviamo a “tartagliare” parole incomprensibili perché si parla ciò che si ascolta, e le menzogne del demonio sono un linguaggio innaturale per l'uomo creato da Dio. L'incapacità di comunicare ascoltando e parlando è il segno di una vita che il demonio, separandola dal Padre e isolandola dagli altri, ha reso brutta. Dove manca l’amore svanisce il senso delle cose che si fanno, ci si chiude nell’egoismo, e tutto diventa sciatto, incolore, insapore. Per questo non ci piacciamo e ci disprezziamo scivolando in uno stato perenne di angoscia, nevrosi e insoddisfazione. Per questo, e non solo per i modelli mondani, le nostre figlie lambiscono la voragine dell'anoressia e della bulimia, e così spesso ci cadono dilaniandoci il cuore. Il demonio ci inganna nascondendoci il sole che fa “bella” la nostra vita, ovvero l'amore di Dio che bruciando i peccati nel perdono fa risplendere in noi la sua immagine. Chi non si sente amato da Dio si vede brutto, sempre. E chi si vede brutto può fare qualunque cosa, trascinando gli altri nel buio della propria vita ormai senza valore. E non possiamo farci nulla, serve un miracolo, di quelli che solo Gesù può fare. Non illudiamoci, è inutile esigere perché un sordomuto è isolato dal mondo e ha perciò bisogno di qualcuno che lo conduca a Gesù e lo preghi a suo nome. Chi da tanto non ascolta Dio infatti, non ha parole da rivolgergli. Ma Lui passa oggi per Sidone, in pieno territorio della Decapoli, cioè nel pieno della vita pagana di chi non conosce o ha tagliato con l'unico vero Dio, lasciamoci condurre dalla Chiesa che prega per noi nel deserto dell'intimità con Cristo. Qui sono all'opera le sue dita creatrici e la sua saliva, ovvero la sua carne e le sue parole che sono i sacramenti e la predicazione, con cui compie in noi il Mistero Pasquale: la sua carne trafitta trafigge la corazza d'orgoglio che ci fa sordi, mentre la sua saliva, che reca impresse le parole della sua stessa bocca, scioglie la nostra lingua come rugiada del mattino. “Effatà, apriti!” sono le parole che rinnovano in noi la Grazia del battesimo come nel seno dischiuso della Chiesa in parto, perché la Parola di Dio partorisce ciò che annunzia, mentre quello che il suo dito disegna è tutto "bello" perché tutto gli assomiglia: "Una funzione essenziale della vera bellezza consiste nel comunicare all’uomo una salutare scossa, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo risveglia aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto" (Benedetto XVI). Verso il Cielo dove Gesù guarda sospirando l'alito creatore di Vita. Come in un bacio il Signore ci dona se stesso deponendo sulla nostra lingua le sue Parole di Vita, e con una carezza di misericordia il Signore apre le nostre orecchie per annunciarle correttamente. Un cristiano, infatti, è colui che, dopo aver ascoltato sa parlare “con-rettitudine” di Dio, cioè nella lode e nella gratitudine, perché ha sperimentato che nell’amore ha fatto bella ogni cosa nella sua vita: "Attraverso le dita di carne il sordomuto ha sentito che gli si toccavano la lingua. Attraverso le dita palpabili, ha percepito la divinità intoccabile quando il nodo della sua lingua venne sciolto. Infatti l’architetto e l’artigiano del corpo è venuto fino a lui e, con una parola dolce, ha creato senza dolore, delle aperture nei suoi orecchi sordi; allora, anche questa bocca chiusa, finora incapace di dare alla luce la parola, ha messo al mondo la lode di colui che ha fatto portare frutto alla sua sterilità" (Sant’Efrem Siro).


COMMENTO ESTESO


La bellezza è ascoltare e parlare, la bellezza è comunicare, comunione, accogliere e dare, amare. Gesù ha fatto bene ogni cosa, ma la traduzione più fedele del greco originale rimanda alla bellezza per cui sarebbe meglio tradurre con "Ha fatto bella ogni cosa...". La bellezza appare così legata al miracolo che oggi contempliamo nel Vangelo. Un uomo guarito, capace di ascoltare e parlare. Erano soli, in disparte lontano dalla folla, Gesù e il sordomuto. La prima voce che questi ha potuto ascoltare è stata quella di Gesù. "Effatà", "Apriti", la prima parola udita. Una parola creatrice, la Parola di Dio. Una parola subito incarnata nell'esperienza della sua autenticità. Contenuto, parola ed effetto indissolubilmente legati. Dio parla così, creando. Che è come dire perdonando. "Attraverso le dita di carne il sordomuto ha sentito che gli si toccavano la lingua. Attraverso le dita palpabili, ha percepito la divinità intoccabile quando il nodo della sua lingua venne sciolto. Infatti l’architetto e l’artigiano del corpo è venuto fino a lui e, con una parola dolce, ha creato senza dolore, delle aperture nei suoi orecchi sordi; allora, anche questa bocca chiusa, finora incapace di dare alla luce la parola, ha messo al mondo la lode di colui che ha fatto portare frutto alla sua sterilità" (Sant’Efrem Siro, Discorso «Sul Signore», 10-11). La Parola di Dio è la sua stessa misericordia, le sue stesse viscere capaci di generare la vita laddove non ve n'è traccia. La stessa parola di Gesù "apriti!" evoca il seno di una donna dinanzi all'ultimo dolore del parto. La Parola di Dio partorisce quel che annunzia. E ciò che il dito di Dio disegna è tutto bello, perchè tutto gli assomiglia. Le dita di Gesù si avvicinano agli orecchi e alla lingua del sordomuto e fanno di organi inservibili un prodigio capace di ascoltare e comunicare. Non basta avere orecchie e lingua, occorre che il dito di Dio, vi tracci il segno "bello" del Suo amore. "Una funzione essenziale della vera bellezza, infatti, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare “scossa”, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo “risveglia” aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto. L’espressione di Dostoevskij è senz’altro ardita e paradossale, ma invita a riflettere: “L’umanità può vivere senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo. Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui”. La bellezza colpisce, ma proprio così richiama l’uomo al suo destino ultimo, lo rimette in marcia, lo riempie di nuova speranza, gli dona il coraggio di vivere fino in fondo il dono unico dell’esistenza" (Benedetto XVI agli artisti, 21 novembre 2009). Senza la bellezza di Cristo, il più bello tra i figli di Adamo, senza questa sua bellezza che ferisce per sanare, non si può vivere, non vi è parola, non vi è relazione, non vi è amore, l'unica cosa da fare al mondo. L'amore del Signore infatti rompe il muro di menzogna che ci impedisce di ascoltare, lo stesso dito che ha scritto sulla sabbia il cumulo di peccati della peccatrice perchè il vento se li portasse via, con un tocco di misericordia cancella inganni e peccati dalle nostre orecchie. La sua carne trafitta trafigge la corazza d'orgoglio che ci fa sordi al suo amore. E la Sua saliva, che reca impresse le parole della Sua stessa bocca, scioglie la nostra lingua come rugiada del mattino. Quasi come in un bacio il Signore ci trasmette se stesso, e depone con tenerezza sulla nostra lingua le sue parole, la sua stessa Vita, e scioglie quel nodo che ci ha legati ad un mutismo fatto di mormorazioni, insulti, improperi, giudizi e lamenti. Gesù anche oggi scioglie Il nodo che il demonio ha stretto sui sentieri delle nostre esistenze, inchiodandoci alla tristezza diluita in parole vuote, scomposte, ovvie. Il mutismo figlio di orecchie sorde alla Verità, all'amore infinito di Dio.



S. Agostino scriveva: "Ciascuno è ciò che ama. Ami la terra? Sarai terra. Ami Dio? Che cosa devo dire? Che tu sarai Dio? Io non oso dirlo per conto mio. Ascoltiamo piuttosto le Scritture: Io ho detto: "voi siete dèi, e figli tutti dell'Altissimo". Se, dunque, volete essere dèi e figli dell'Altissimo, non amate il mondo, né le cose che sono nel mondo". La bellezza perduta, la Grazia del Paradiso, l'ascolto docile e obbediente e il parlare correttamente, la comunione innocente, nuda e indifesa di Adamo ed Eva, l'intimità con Dio nella quale conoscevano solo il bene, tutto fu strappato per una parola di menzogna, per aver ascoltato e accolto una menzogna. Adamo ed Eva avevano amato la terra, e terra sono ritornati ad essere, sordi e muti, nudi e impauriti, isolati e soli. Avevano ascoltato la menzogna, vi avevano creduto e hanno conosciuto il male nel loro intimo, erano diventati come Dio senza essere Dio. E il male li ha schiacciati, e le orecchie si sono chiuse, e la lingua è stata stretta in un nodo di paura. La bellezza del Paradiso era ormai perduta, rimaneva solo la tragica realtà di un mondo ostile, della concupiscenza accovacciata accanto a loro, e quell'incapacità di comunicare, di ascoltarsi e parlarsi, di amare, che faceva brutta la loro vitaBrutta come appare la nostra quando I fatti divengono occasioni di mormorazioni, nervosismi, depressioni. Fatti brutti ai nostri occhi perchè avvelenati dalla menzogna. Brutti per un'esistenza brutta, cioè sorda e muta. La nostra vita perduta nella Decapoli, territorio pagano come le nostre giornate scivolate senza senso, graffiate dal destino sempre avverso, anche una fila di troppo sulla strada che ci conduce ogni mattina al lavoro.... Come Adamo ed Eva, come il sordomuto del Vangelo, anche ciascuno di noi ha bisogno di ascoltare un'altra parola, perchè solo l'ascolto della Verità può salvare. E passa il Signore, anche oggi, come sempre, mosso dal suo invincibile amore per ciascuno di noi. La Chiesa, la nostra Madre ci conduce anche oggi, misteriosamente, a Lui. Forse attraverso un fratello, una parola, la preghiera nascosta di qualche vedova, di qualche suora sepolta in un monastero, i dolori lancinanti di qualche malato che, solo in un letto d'ospedale, li offre quotidianamente per noi. La preghiera feconda dei nostri cari che ci hanno preceduto, dei Santi che intercedono senza sosta. E Maria, mediatrice d'ogni Grazia, sollecita per ogni Suo figlio. E ci troviamo, inaspettatamente, gratuitamente, dinanzi al Signore. E' il suo amore chino su di noi a farci belli, a fare bella la nostra vita. Non ne cambia una virgola, solo ci apre orecchi e lingua, per ascoltare e parlare. Le Sue parole, la Sua vita, Lui stesso Parola del Padre incarnata per noi, Parola d'amore di Dio preparata per noi. E Lui fa tutto perchè possiamo ascoltarne la voce. L'ascolto di Lui ci fa come Lui. "Ciò fa l'amore, rende l'amante simile all'amato" (Sant'Alfonso Maria de' Liguori, Pratica di amar Gesù Cristo). Effatà, apriti! Ecco la Parola, ecco la bellezza: apriti, ama, vieni fuori Lazzaro, esci da te stesso, ascolta e parla, lasciati amare e donati nello stesso amore. Perchè, come accade nella natura, si parla ciò che si è ascoltato. Se si ascolta amore si parlerà con amore, se si ascolta Cristo si parlerà come Cristo.

Scriveva uno psicologo che “Per far si ché un bambino gitano diventi musicista, si è stabilito che durante le ultime sei settimane prima della nascita e le prime sei settimane di vita, ogni giorno, il miglior musicista di un determinato strumento vada a suonare per lui presso la madre incinta, mentre partorisce e durante l’allattamento: e sembra che il bambino, più tardi, manifesterà il desiderio di suonare proprio quello strumento, eccellendovi "(Dolto, 1985). Per questo ascoltare Gesù, dopo tanti frastuoni e menzogne, ci fa come Lui. Ascoltare le Sue Parole ci fa desiderare di "suonare" il suo stesso amore. Eccellendovi... Che miracolo! A noi che balbettiamo suoni senza contenuti, parole vuote di senso come cembali che tintinnano, segno dell'ipocrisia del dire e del non fare perchè non si è, Dio dona la sua Parola, il suo Figlio, consistenza e contenuto per le nostre vite, e per le nostre parole. E' per noi dunque quest'opera "bella" di Gesù; nell'intimità dell'incontro con Lui sui passi di questo giorno, le sue mani ci cercano, per farci belli, uomini veri, dentro una vita bella, piena, dove tutto è Grazia. Perchè in tutto v'è la traccia del Suo dito pieno d'amore che ci fa belli. Ci salva, ci ridona parola e udito, e, contemplando la sua opera bella in noi, non può che esclamare con le parole dell'amato di fronte all'amata nel Cantico dei Cantici: «Tutta bella sei, compagna mia, difetto non c'è in te!» (Ct. 4, 7). Le sue dita hanno purificato ogni difetto, ai suoi occhi siamo belli come lui. "Questo però è un processo che rimane continuamente in cammino: l'amore non è mai «concluso» e completato; si trasforma nel corso della vita, matura e proprio per questo rimane fedele a se stesso. Idem velle atque idem nolle — volere la stessa cosa e rifiutare la stessa cosa, è quanto gli antichi hanno riconosciuto come autentico contenuto dell'amore: il diventare l'uno simile all'altro, che conduce alla comunanza del volere e del pensare (...) in base all'esperienza che, di fatto, Dio è più intimo a me di quanto lo sia io stesso" (Benedetto XVI, Deus caritas est, n.17). Belli come Lui, pensieri, desideri e volontà, tutto bello come in Lui. Belli per ascoltarlo. Belli per annunciarlo. Belli per amarlo. In tutto. In tutti.


APPROFONDIMENTI








14 Febbraio. Santi Cirillo monaco e Metodio vescovo, Patroni d'Europa



αποφθεγμα Apoftegma

"Eviti il pastore la tentazione di desiderare di essere amato dai fedeli anziché da Dio
o di essere troppo debole per timore di perdere l'affetto degli uomini;
non si esponga al rimprovero divino:
«Guai a quelli, che applicano cuscini a tutti i gomiti...
Il pastore deve bensì cercare di farsi amare,
ma allo scopo di farsi ascoltare,
non di cercare quest'affetto per utile proprio"

S. Gregorio Magno



UN ALTRO COMMENTO
 






L'ANNUNCIO
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 10,1-9.

Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.

Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe.

Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi;

non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada.

In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa.

Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi.

Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi,
curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio.




NELLA CHIESA IMPARIAMO LE NUOVE LINGUE DELL'AMORE PER ANNUNCIARE A TUTTI LA BUONA NOTIZIA CHE SALVA DALLA MORTE

Buon San Valentino a tutti! Perché no? C’è infatti Uno che è follemente innamorato di ciascuno di noi. Non ci regala cioccolatini, ma la sua vita, che è eterna. Basta riceverla, meglio se con l’entusiasmo di una ragazza innamorata, sognando un futuro meraviglioso con la persona amata. Allora dai, accogli il suo amore, e comincia a scartarlo e ad assaporarlo. Gusterai il dolce della misericordia, ma anche l’amaro della sofferenza, perché l’amore, qui sulla terra, o sale sulla Croce o è una finzione, passione e cuore palpitante, ma nulla di più. Come accadde a Cirillo e Metodio che la Chiesa festeggia oggi. Avevano conosciuto e accolto l’amore di Dio fatto Parola di carne in Cristo. Se n'erano innamorati al punto che avrebbero voluto chiudersi in un monastero per goderne senza ostacoli e distrazioni. Ma per loro Dio aveva pensato qualcosa di diverso: apostoli inviati ad annunciare il Vangelo innanzitutto, e poi pastori di quanti avrebbero accolto lo stesso dono che aveva trasformato loro. Nella loro vita brillava la sollecitudine della Chiesa che  "esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio" (Paolo VI). Il loro monastero divennero le terre slave sulle quali l'amore li spinse senza posa. L'amore più grande, infatti, è annunciare l'amore, che ha un nome, è una persona, Cristo Gesù. L'annuncio del Vangelo è sempre un'apparizione di Cristo risorto: ovunque giungano i suoi messaggeri, si rinnova il prodigio della sera di Pasqua: Pace a voi! Pace a questa casa. San Paolo scriveva agli Efesini che "Egli è venuto ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini". Egli nei suoi apostoli, nella sua Chiesa, "è venuto", e "viene" ogni giorno, passando attraverso la porta sprangata dietro la quale si nasconde l'uomo deluso e sofferente di ogni tempo, che nega l'eterno facendo delle proprie vuote parole l'assoluto su cui fondare l'esistenza. Come cantava John Lennon in "Imagine": "Immagina che non esiste paradiso, è facile se provi. Nessun inferno sotto di noi, nient’altro che il cielo su di noi. Immagina tutta la gente vivere per l’oggi, immagina non ci sono patrie. Immagina tutta la gente vivere la vita in pace". E questa sarebbe la pace che desiderano gli uomini? Non è possibile, non è vero, perché l'inferno non è sotto di noi, ma accanto a noi, spesso anche in noi. Per questo Cristo è venuto ad annunciare la Pace quale testimonianza e caparra di quel Paradiso che Lennon invitava a negare perché utopia. Come gli esploratori inviati da Mosè nella Terra di Canaan tornarono con le primizie ivi raccolte, Gesù ha fatto ritorno dal Paradiso portando il suo frutto più squisito, la Pace che rompe ogni barriera tra gli uomini. La Pace che stringe nel perdono chi stava per divorziare, che fa accogliere il frutto del proprio grembo anche se malato, che ti fa entrare nel cancro e nella morte nella certezza che di là c'è davvero il Paradiso. Accogliere oggi il dono di Cristo è lasciare che questa Pace entri in noi per creare, come fecero Cirillo e Metodio, un alfabeto nuovo per tradurre in una lingua comprensibile a tutti, le parole e i gesti dell'amore. Così, ci troveremo come loro, agnelli in mezzo ai lupi, nelle città e nei luoghi dove Cristo "deve" venire, per annunciare la pace in mezzo alla guerra, il perdono che polverizza il rancore. Che san Valentino ci aspetta fratelli... Altro che fiori e cioccolatini, potremo curare i malati senza speranza, perché è la nostra vita spogliata di ogni sicurezza umana ma piena e felice in Cristo il dono che aspetta ogni persona promessa sposa di Cristo, il Regno di Dio che si fa vicino chiunque incontreremo.


COMMENTO ESTESO

Andare e annunciare, la Chiesa è tutta in questi due verbi: "Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio" (Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 14). E un amore infinito a muovere gambe e cuore, l'amore più grande, annunciare l'amore, che ha un nome, che è una persona, Cristo Gesù. Ed è Verità, l'unica Verità che rende liberi, perché "Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione... Più che mai ora, in questa generazione che sembra aver smarrito i sentieri del vero, è urgente un annuncio capace di ridestare in ogni uomo il seme di Verità deposto in Lui. Per questo non c'è amore più grande che annunciare la Verità a tutti, perché «la Verità interroga il cuore» (J. Ratzinger). L'annuncio del Vangelo è sempre un'apparizione di Cristo risorto: ovunque giungano i suoi messaggeri, si rinnova il prodigio della sera di Pasqua: "Pace a voi! Pace a questa casa", lo stesso annuncio che ha deposto il Cielo sulla terra. San Paolo scriveva agli Efesini che "Egli è venuto ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini". Egli nei suoi apostoli, Egli nella sua Chiesa, "è venuto", e "viene" ogni giorno, da oltre la morte annunciando la Pace, che è autentica solo se reca il certificato che la garantisce proveniente dal di là della barriera su cui si infrangono le speranze e gli sforzi dell'uomo. Gesù annuncia la Pace passando attraverso la porta sprangata dietro la quale si nasconde l'uomo di ogni tempo, alienato in un cinismo che nega ogni possibilità all'autentico e all'eterno facendo delle proprie vuote parole l'assoluto su cui fondare l'esistenza. E' quello che canta John Lennon in una famosissima canzone - Imagine, Immagina - che ha sedotto milioni di giovani e meno giovani. Un' immagine di questa generazione perduta in sogni e utopie che evaporano tra cocaina e pasticche, depressioni e anoressie, corpi e dignità gettate nei rifiuti, bambini gettati in pasto a relazioni abominevoli che chiamano matrimonio, speranze defraudate e pervertite in una teoria interminabile di "carpe diem", "Cogli l'attimo", che acutizzano i morsi della fame senza saziare:

Immagina che non esiste paradiso,
è facile se provi.
Nessun inferno sotto di noi,
nient’altro che il cielo su di noi.
Immagina tutta la gente vivere per l’oggi,
immagina non ci sono patrie.
Non è difficile, vedrai.
Nulla per cui uccidere o morire
e nessuna religione più.
Immagina tutta la gente vivere la vita in pace.
Ti sembro un sognatore?
Non sono il solo.
Spero che un giorno ti unirai a noi
e il mondo sarà una cosa sola.


Cristo è venuto ad annunciare la Pace sgretolando questo immaginare falso e distruttivo, e lo ha fatto portando proprio la Pace quale pegno, testimonianza, caparra di quel Paradiso che Lennon invitava a immaginare come non esistente. Gesù, come gli esploratori che, inviati da Mosè nella Terra di Canaan, tornano con le primizie ivi raccolte, fa ritorno dal Paradiso portando il suo frutto più squisito, la Pace che fa dei due, di ogni Adamo ed Eva inesorabilmente separati dal veleno del peccato, una sola creazione nuova. E' venuto Lui, la Primizia, l'Uomo Nuovo, è venuto dal Cielo, nel quale è entrato con la nostra stessa carne, trasfigurandola, purificandola, liberandola. Interrogato da Pilato, Gesù ha affermato: "Io sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla Verità", ovvero a se stesso, all'opera di misericordia affidatagli dal Padre. E questo gli ha costato la vita. Sant’Agostino, commentando il colloquio con Pilato, scrisse: "Quid est veritas? Vir qui adest". Cos’é la Verità? Era quell'uomo di fronte a Pilato, quell'Uomo apparso ai discepoli dopo aver trionfato sulla morte e sul loro tradimento. Pilato si girò e uscì, scappando da quel fascio di luce che lo aveva raggiunto. Gli Apostoli, stupiti, gioirono; erano figli della Pace, e la Pace discese su di loro. Annunciata da Cristo risorto si rivela al cuore degli Apostoli come la Verità: era vero, lo avevano visto e toccato, avevano mangiato con Lui, quell'Uomo che avevano contemplato crocifisso era Dio. In ebraico ed in greco la parola Verità rimanda a ciò che non passa; nella Verità risuona l'incorruttibilità. Per Pavel Florenskij il senso etimologico di Verità in greco (aletheia), è ciò che non si dimentica, che resiste saldo nel fluire del tempo. La Verità, quella che fonda l'esistenza, la sostanza della Vita, ciò che la orienta, la guida e la realizza, è dunque il Cielo, l'eternità per la quale ogni uomo è stato creato; la Pace annunciata dal Signore risorto ne è l'esperienza offerta agli Apostoli. Per essi, il suo corpo visibile in questa terra, sono inviati senza nulla, come figli del Regno, essi stessi Pace annunciata e offerta al mondo. Nulla per il viaggio, nessuna sicurezza, nessun sostegno di quelli in uso al di là del muro che separa il Cielo dalla terra, nel mondo soggiogato e soggetto al demonio e al peccato. Gli Apostoli sono la fragranza del Paradiso, con loro giunge Cristo. La loro vita è un anticipo del Cielo, un segno compiuto della vocazione di ogni uomoIl loro annuncio è uno squillo nella notte, la sua credibilità risiede nell'autenticità della loro vita. Nulla possiedono, nulla che passi con il tempo è per loro sostegno e sostanza, la loro esistenza è un segno tangibile della Pace che realizza la Verità, la memoria eterna di Colui che ha introdotto l'eterno nel tempo. Peccatori, fragili, eppure rivestiti della Gloria celeste, "come pecore in mezzo ai lupi", percossi, rifiutati, perseguitati, uccisi eppure sempre lieti, rispondendo a tutto con amore, perché in loro la morte che pone fine a tutto  è stata vinta. I loro occhi brillano come quelli di Stefano sotto la tempesta di sassi, lo sguardo di un angelo che fissa la sua Patria, un messaggero al quale niente e nessuno può strappare la Pace che sgorga dal sentirsi amato di un amore più forte della morte e del peccato. Un amore per cui dare anche tutti i beni della terra sarebbe ancora irriderlo, non considerarlo per quello che è; un amore che si fa naturalmente annuncio, grido, misericordia per ogni uomo, perché «la speranza nei cieli non è nemica della fedeltà alla terra», che Nietzsche reclamava, ma «è speranza anche per la terra» (J. Ratzinger, Elogio della coscienza).

Così è stata la vita di Cirillo e Metodio che hanno saputo, seguendo fedelmente l'ispirazione del Vangelo, incarnarlo nelle terre loro affidate. Senza compromessi, ma con un amore infinito. Si parla tanto oggi di inculturazione del Vangelo, spesso con grande confusione. E si dimentica, probabilmente, ciò che muove l'evangelizzazione. Ci si dimentica dell'amore. Si ingabbia il Vangelo nelle trame delle diverse culture sino a gettarlo prono dinanzi alla dittatura del relativismo etico e morale dei tempi e delle mode; si pensa di renderlo più fruibile, commestibile, appetibile. Stretti dalla paura del rifiuto e del fallimento spesso limiamo la verità più profonda sino a farla coincidere con quanto la cultura dei vari luoghi sottolinea e presenta come peculiare. E' l'esperienza del compromesso, che tutti facciamo nella nostra vita. La paura, infatti, governa le nostre relazioni e le rende sempre più precarie. L'amore che "proviamo" non trascende il perimetro della nostra carne, dei sentimenti, del tangibile. Non è amore, è passione. E', in definitiva, un narcisistico amore per noi stessi fatto salire sul treno di atti e parole che colpiscano il cuore dell'altro, che lo aggancino, lo leghino, lo facciano partorire sentimenti di gratitudine e di affetto. E' un amore che cerca di irretire l'amore dell'altro. Così anche in molti tentativi di inculturizzare il Vangelo. Ciò che realmente preme è non fallire, è l'essere compresi, accettati. Lo scandalo della Croce fa paura, perché si è dimenticato il Cielo che essa dischiude. E si camuffa la verità, si fa di Cristo un manichino su cui indossare gli abiti più consoni ai nostri schemi ormai privi di fede, speranza e carità. Si diluisce il cuore del Vangelo credendo che aiutare l'altro a situarsi nella realtà - denunciare i peccati e chiamare a conversione - sia giudicare la cultura o le tradizioni o la stessa persona. L'annuncio sine glossa del Vangelo è, per molti in Asia, in Africa e purtroppo anche in Europa, sinonimo di fondamentalismo intollerante. E' la nostra esperienza nelle relazioni quotidiane, come l'esperienza di tanti tentativi missionari. L'amore, e la missione che ne è mossa, quella a cui siamo chiamati ogni giorno, e quella della Chiesa nel suo complesso, sono ben altra cosa. E' la libertà che ha sperimentato San Paolo e che gli ha permesso davvero di farsi tutto a tutti. La libertà del Figlio che nulla difende, che scende al fondo della vita di ciascuno per amore, per annunciarvi la Verità che genera la Pace. E' l'esperienza della misericordia, del perdono, la Luce pasquale nelle tenebre dei giorni, che illumina ciò che abita nel cuore di ogni uomo: "Nell’esperienza di un grande amore tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito" (R. Guardini,L’essenza del cristianesimo, 1981, p. 12). La Verità del Vangelo è l'esperienza di un grande amore, il più grande. Annunciarlo, con valentia, parresia - coraggio, adeguandone le forme di comunicazione seguendo le tracce delle Spirito Santo senza annacquarlo nei pruriti pseudo culturali che dissimulano l'orgoglio che lascia Cristo fuori della porta, senza dimenticare che "Dio ha voluto salvare il mondo con la stoltezza della predicazione". Un cuore grato perché liberato dalla schiavitù del peccato e ricolmo d'amore, come quello dei Santi Cirillo e Metodio, è il cuore che trabocca, e che è bruciato da uno zelo indomabile. Il cuore del missionario è un cuore ricreato ad immagine di quello di Cristo, spinto dall'urgenza dell'annuncio di ciò che ha sperimentato. Un apostolo sa che «l’uomo non può esistere senza inchinarsi (...) Si inchinerà, allora, a un idolo di legno o d’oro, o del pensiero... o di dèi senza Dio» (F. Dostoevskij. L'Adolescente). Ed ogni cultura resa assoluta e come tale idolatrata, come ogni idea trasformata in ideologia, esigono ginocchia pronte a piegarsi per rapire dall'anima la Verità, e con essa la vita: fare della terra il cielo senza credere al Cielo, come cantava Lennon, come cantano tutti i falsi profeti. Il cuore del missionario è un cuore come quello di Cirillo e Metodio, capace di scrivere con caratteri nuovi la Verità, senza diluire, ammorbidire, adeguare, ma con passione, perché giunga ad ogni cuore, nella lingua con la quale è capace di accogliere, l'annuncio del Vangelo. Settantadue discepoli, come le lingue conosciute in quel tempo, settantadue, l'universalità dell'annuncio destinato a tutte le Nazioni. Per questo è necessario un cuore che freme di gelosia, come quello di Dio, che vede in ogni uomo l'inganno di cui è preda, ed offre la propria vita, la vita stessa di Cristo, per liberarlo e ricondurlo all'autentico Sposo. Un cuore gonfio d'amore, che, per amore, accetta il rifiuto, lo carica su di sé, sino a consegnarsi, martire-testimone della Verità come il suo Signore, anche per chi, del suo annuncio, non sa che farsene. L'amore di Cristo che scorre in una vita donata, nemica dei compromessi, testimone della Verità sino all'effusione del sangue. Un cuore mite, compassionevole, sincero, che brucia di zelo per la salvezza, vera, di ogni uomo.



APPROFONDIMENTI






Mercoledì della V settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

O sangue ed acqua che scaturisci dal cuore di Gesù
come sorgente di Misericordia, confido in Te!

Santa Faustina








L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Marco 7, 14-23

In quel tempo, Gesù, chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall'uomo a contaminarlo». 
Quando entrò in una casa lontano dalla folla, i discepoli lo interrogarono sul significato di quella parabola. E disse loro: «Siete anche voi così privi di intelletto? Non capite che tutto ciò che entra nell'uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va a finire nella fogna?». Dichiarava così mondi tutti gli alimenti. 
Quindi soggiunse: «Ciò che esce dall'uomo, questo sì contamina l'uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l'uomo».



NELLA CASA CHE CI SEPARA DAL PENSIERO MONDANO ASCOLTARE LA PAROLA CHE PURIFICA IL CUORE

Il Signore ci chiama di nuovo, ogni giorno, quasi implorandoci di ascoltare e intendere bene le sue parole perché esse illuminano la storia per vederla con occhi nuovi, liberi dalle paure e dalle angosce, dai rimpianti e dai rancori. Siamo infatti immersi full-time in un ambiente dove regna il demonio che ci insegna l'esatto contrario di quello che ci annuncia oggi Gesù. Il demonio, usando proprio la storia, quella fuori e quella che ci attende ogni giorno, riesce sovente ad avvelenarci il cuore per gettarci nella stessa paura di Adamo. Come lui, infatti, ci sentiamo nudi, cioè indifesi di fronte al male perché crediamo che sia quello esterno a noi che ci contamina. Per questo lottiamo strenuamente per cambiare le strutture sociali e politiche, per addomesticare gli eventi e correggere chi ci è accanto. Senza però riuscirci; appena qualcosa sembra cambiare ecco una nuova ingiustizia, e di nuovo la paura e il dolore. Perché il male non entra nel cuore ma nel ventre; sfiora e graffia la pancia dei sentimenti epidermici, della carne ballerina e incostante che il mondo assolutizza. Fa soffrire, certo, ma non intacca il cuore, il luogo inviolabile dove scegliamo liberamente chi ascoltare per obbedirgli. Se oggi ci troviamo in un deserto d’angoscia, paura e risentimento significa che abbiamo ascoltato il demonio. Ma proprio nel deserto Gesù vuole parlare al nostro cuore per purificarlo. Per questo ci chiama a seguirlo lontano dalla folla di pensieri e sentimenti per entrare nella casa dove ci fa santi, nel Cenacolo della famiglia celeste dove Cristo, purificandoci con il suo sangue e unendoci alla sua carne gloriosa, ci separa dal pensiero mondano circoncidendo la nostra ragione con la Parola della Croce. E' la Chiesa dove, nelle liturgie, interrogare Gesù certi che in essa ci risponde annunciandoci il perdono rivelato dal suo Mistero Pasquale che illumina le nostre responsabilità con l’amore. Ascoltiamolo per capire e accettare che non sono gli altri e le situazioni a toglierci la pace, perché è dal nostro cuore avvelenato dalla menzogna del demonio che escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. E accostiamoci ai sacramenti, attraverso i quali possiamo consegnare a Cristo il pus malvagio che viene fuori dal di dentro e ci contamina; per accogliere lo Spirito Santo che crea in noi un cuore puro e ci dona "il nous, il pensiero di Cristo" capace di riconoscere “mondo”, ovvero puro, ogni alimento. Ciò significa "intellegere", leggere attraverso la storia il suo amore, discernendo in ogni persona e in ciascun evento con cui entriamo in relazione le occasioni per distenderci con Cristo sulla Croce senza paura perché nulla nel mondo può contaminarci.  


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Il Signore ci chiama di nuovo, ogni giorno, perché ha qualcosa di importante e decisivo da dirci. Sembra implorarci di ascoltarlo e intendere bene. Quello che ci annuncia oggi, infatti, rovescia completamente schemi e criteri con cui guardiamo e interpretiamo la storia, la grande che va in televisione e finisce sui libri, e quella più piccola, nella quale scorriamo noi e si stampa nei ricordi, nella nostalgia e, spesso, nel dolore per le ingiustizie subite. Ci offre un'occasione per cominciare a vederla con occhi nuovi, liberi dalle paure e dalle angosce, dai rimpianti e dai rancori. Ma forse siamo come i discepoli, così privi di intelletto da non capire che cambio vuol fare nella nostra vita. Capisco che non è facile, abbiamo in testa altre idee circa le trasformazioni e i rinnovamenti. Mitra e fucili, oppure avvocati e giudici, comunque rivoluzioni dove si sparano proiettili o parole per eliminare ingiustizie e ingiusti dalla propria vita. Siamo immersi full-time in un ambiente che ci insegna il contrario esatto di quello che ci annuncia oggi Gesù: non c'è nulla che esce dall'uomo che possa contaminarlo; sono invece le cose fuori che, entrando in lui, lo contaminano. Apri il libro di storia o di filosofia di tuo figlio, guarda l’ultima fiction, ascolta i politici e gli intellettuali, leggi i post su Facebook, ripensa all’ultimo film che ti ha commosso abbracciandoti nella sua trama intensa di lotte per cambiare la storia, e ti accorgerai come plasmano ogni giorno le nostre idee e allevano i nostri sentimenti. Ma ciò è possibile solo perché il nostro cuore è già avvelenato dal peccato. L'innocenza che sa discernere l’amore di Dio nella storia l'abbiamo perduta così: in principio gli attacchi aerei, i bombardamenti di menzogne con i quali il demonio ci ha spiegato il dolore come un’ingiustizia che Dio lascia o addirittura fa piovere dal Cielo. Poi, una volta insinuato il dubbio che Dio non ci ami, gli attacchi di terra, con cui ci ha mitragliato con le parole della sapienza mondana che hanno interpretato la storia inducendoci a credere che fosse un'opera dell'uomo e non di Dio. Risultato? La paura di Adamo. Come lui, infatti, ci sentiamo nudi, cioè indifesi di fronte al male perché crediamo che sia quello esterno a noi che ci contamina. Per questo lottiamo strenuamente per cambiare le strutture sociali e politiche, per addomesticare gli eventi e correggere chi ci è accanto. Senza però riuscirci; appena qualcosa sembra cambiare ecco una nuova ingiustizia, e di nuovo la paura e il dolore. Perché il male non entra nel cuore ma nel ventre; sfiora e graffia la pancia, che è il simbolo dei sentimenti epidermici, della carne ballerina e incostante che il mondo assolutizza. Fa soffrire, certo, ma non intacca il cuore, il luogo inviolabile dove scegliamo liberamente a chi dare ascolto per obbedirgli. Se oggi ci troviamo in un deserto d’angoscia, paura e risentimento significa che abbiamo ascoltato il demonio. Ma Gesù vi entra con noi, come quando con i discepoli entrò in una casa lontana dalla folla. Proprio nella nostra realtà, infatti, ci è donata una casa che ci fa santi, che cioè ci separa dal pensiero mondano circoncidendo la nostra ragione con la Parola della Croce, la Chiesa dove anche noi possiamo interrogare Gesù perché messi in crisi dalla Verità. In essa ci risponde annunciandoci il perdono rivelato dal suo Mistero Pasquale che illumina le nostre responsabilità con l’amore. Coraggio allora, ascoltiamo la predicazione per capire (sperimentare) e accettare che è dal nostro cuore avvelenato dalla menzogna del demonio che escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. E accostiamoci ai sacramenti, attraverso i quali possiamo consegnare a Cristo questo pus malvagio che viene fuori dal di dentro e ci contamina per accogliere lo Spirito Santo che crea in noi un cuore puro e ci dona "il nous, il pensiero di Cristo" capace di intellegere “mondo”, ovvero puro, ogni alimento. Che significa leggere attraverso, discernere in ogni persona e in ciascun evento con cui entriamo in relazione le occasioni per distenderci senza paura sulla Croce e trasformare nell'amore le ingiustizie in porte aperte sulla speranza.  



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