«Non piangere!». Martedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario



Oggi si è adempiuta questa scrittura 
che voi avete udita con i vostri orecchi



το κήρυγμα Il Kèrygma


In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla. 
Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. 
Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere!». 
E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Giovinetto, dico a te, alzati!». 
Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre. 
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo». 
La fama di questi fatti si diffuse in tutta la Giudea e per tutta la regione. 

 (Dal Vangelo secondo Luca 7,11-17)



Nell'episodio si percepisce un'assenza decisiva. Manca il "padre". Se la "madre" è "vedova" significa che il figlio è orfano di padre. Ed è proprio questa la malattia che lo aveva ucciso! 

Egli è immagine di Adamo, scacciato nella “morte” - che è il salario del peccato - per aver accettato l'inganno con cui il demonio lo ha indotto a ribellarsi del Padre. Come il figlio prodigo, è "morto" per aver scelto l’autonomia tagliando con il “padre”. Sarebbe "tornato in vita" solo tornando a casa.

Sì, chi non ha Padre è morto. In questo ragazzo possiamo specchiarci tutti, inguaribilmente schiavi di un narcisismo che cerca l'identità lontano da Dio.

Perduto il Padre, siamo diventati orfani che generano orfani, morti che generano morti, riducendo la vita a un tragico ossimoro. Dalla bara dove l'abbiamo deposta, pur sposandoci, pur essendo preti o catechisti, dirigenti o professori, siamo incapaci d’essere padri, di dare cioè una testimonianza credibile da seminare nel cuore per generarvi il desiderio di viverla.

Poi i figli e le persone che ci sono accanto, vorranno avere la loro esperienza e la loro fede, è normale, tentando di adeguare alla propria personalità quanto gli abbiamo testimoniato e annunciato. E questo si chiama crescita, maturazione; così si diventa adulti.

Ma se abbiamo tagliato con il Padre del Cielo e i padri della terra, in noi questa crescita umana e cristiana è stata abortita; e se non abbiamo avuto una seria iniziazione cristiana non siamo diventati adulti nella fede. Per questo non abbiamo nulla di autentico e decisivo da trasmettere, la fede; stiamo fallendo la nostra vita, accompagnando le persone al sepolcro, a quello che anche noi stiamo vivendo: mondo, carne e inganni del demonio.

Mentre siamo nati e chiamati alla Chiesa per innescare in tutti il desiderio di essere e vivere come noi; che non significa imitazione, ma ispirazione a camminare seguendo le stesse orme, e apertura a Cristo perché operi in loro come in noi.

Era ciò che accadeva alla Chiesa primitiva, che compiva così la sua missione: "Vogliamo vivere come voi" dicevano i pagani ai cristiani. Per questo, la “madre vedova” è immagine delle comunità nelle quali, per i peccati e l’indurimento dei fratelli o la negligenza dei pastori, si era spento lo zelo per il Vangelo, raffreddato l’amore tra i fratelli, indebolita la capacità di restare crocifisse sul candelabro della storia. Avevano perduto lo Sposo e i loro “figli” stavano morendo. 

Accadeva allora, accade oggi… Comunità che non hanno nulla da annunciare, autoreferenziali come ripete Papa Francesco, dove non si danno i segni della fede che ha vinto la morte; mondanizzate, possono solo accompagnare il mondo alla sua tomba.

Ma proprio quando tutto sembra perduto, giunge Gesù. Lo ha promesso e lo mantiene: Ecco, Io sarò con voi tutti i giorni. Con te, con me, con la Chiesa. Anche il giorno, questo, del nostro funerale conseguenza della superbia che ci ha separato dal Padre della Vita; anche oggi che il sale della comunità ha perduto il sapore e sta per essere gettato via e calpestato.

Lui è il Figlio prediletto e scelto perché, con la sua morte e resurrezione, riconducesse ogni figlio al Padre perduto. Non per caso si trovava lì, in quel momento preciso: era profezia del suo cammino verso la Croce e la tomba, fuori dalle “porte” di Gerusalemme.

Avvocato di ogni uomo, doveva incontrare quell'orfano ormai morto proprio “alla porta della città”, dove a quel tempo si svolgevano i processi. Doveva farlo assolvere annunciando che avrebbe preso su di sé la sua condanna, andando Lui, innocente, nella tomba preparata per ogni peccatore.

Esattamente come si trova ora alle “porte” della nostra vita, al limite estremo che ci separa dalla polvere impura di solitudine e silenzio dei terreni fuori città, dove sorgevano i cimiteri.

Ma, per ridonarci il Padre, Gesù ha bisogno di guardare e avere compassione di nostra Madre. E chi è nostra Madre? Non solo colei che ci ha generato nella carne. E' Maria, la Madre che ha dato alla luce il Figlio del Padre di ogni uomo. Anche di Lei è immagine la vedova del Vangelo.

Oggi di nuovo Maria piange per noi perché ci ama; per salvarci, deve essere lì, accanto ai peccatori, dove incontrare la “compassione” di Gesù e ascoltare l’annuncio capace di consolare e schiudere la tomba: "Non piangere!". Noi siamo morti, e, schiacciati dall’orgoglio, da soli non avremmo la forza di ascoltare. Solo abbandonati alle lacrime di compassione della Chiesa, appoggiati alla sua fede e insieme alla comunità, potremo dischiudere il cuore per accogliere le parole di Gesù.

"Non piangere!", le stesse parole che hanno fatto fremere il cuore di Maria Maddalena piangente aprendolo alla sua vittoria, sino a conoscere, in Lui, il Padre suo e Padre nostro; come oggi risvegliano in noi la Verità che la Chiesa ci ha annunciato mille volte: non piangere, la morte è vinta, ogni peccato è perdonato, Cristo è risorto dal sepolcro!

La "compassione" di Gesù è quella di suo Padre che lo ha “toccato” con il suo Spirito quando giaceva esanime nella tomba, riscattandolo dalla morte. E' la stessa con cui Gesù “tocca” oggi la nostra bara, contaminandosi con la nostra morte per purificarci e “rialzarci” a una nuova vita.

"Dico a te!": a me, a te, proprio a noi, e non sono parole dette così, alla massa. Sono una chiamata personale ad alzarci dalla tomba, forse a confessare quel peccato che abbiamo sempre occultato o minimizzato, perché Gesù vuole “riconsegnarci a nostra Madre”. È il potere della sua Parola che ci libera dal peccato e ci fa tornare vivi a casa, nella comunità cristiana, dove ascoltare la Parola di Dio e accostarci al banchetto che il Padre ha preparato per donarci il suo Figlio.

Solo così potremo “sederci ricominciare a parlare", come facevano i rabbini, cioè come qualcuno che ha qualcosa di autentico da trasmettere. Il Signore ha il potere di fare di noi, anche se “giovinetti”, ancora deboli, fragili e inesperti, dei padri e maestri per questa generazione. Liberi dal narcisismo perché figli di Dio, potremo amare e perdere la vita perché tutti ascoltino l’annuncio che ha salvato noi.




Martedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario. Commento approfondito



15 settembre. Beata Vergine Maria Addolorata








L'ANNUNCIO

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa. 
(Dal Vangelo secondo Giovanni 19,25-27)






Non esiste maternità senza dolore. Anche se in questa epoca, che rifugge il dolore come nessun'altra, tra il moltiplicarsi di parti cesarei e anestetizzati, la sofferenza legata alla maternità sembra un tabù da cancellare. Ma il dolore del parto ha radice antica, nel peccato dei progenitori, al fondo dell'esistenza dell'uomo. Diceva San Giovanni Paolo II: "Dopo il peccato... Dio dice alla donna: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli”. L’orizzonte della morte si apre dinanzi all’uomo. Queste parole hanno un carattere prospettico. L'incisiva formulazione sembra riguardare il complesso dei fatti, che in certo modo sono emersi già nell'originaria esperienza della vergogna, e che successivamente si manifesteranno in tutta l'esperienza interiore dell'uomo «storico». La storia delle coscienze e dei cuori umani avrà in sé la continua conferma delle parole contenute in questo versetto... Quelle parole, pronunciate quasi alla soglia della storia umana dopo il peccato originale, ci svelano non soltanto la situazione esteriore dell'uomo e della donna, ma ci consentono anche di penetrare all'interno dei profondi misteri del loro cuore".

Il dolore che accompagna il parto è un segno tangibile della condizione umana. E' il castigo, ma anche la cruda conseguenza della libertà tradita dalla superbia, il salario che ci consegna il peccato. E' un fatto, è lì, come lo sono la morte, la malattia, il sudore sulla fronte affaticata dal lavoro, le difficoltà e le tensioni nelle relazioni umane, specie in quelle delle coppie.

Eppure il dolore del parto segna anche quel legame carnale e profondo che lega il figlio a sua madre, il segno della ferita trasmessa che li unisce nella mendicanza di amore e redenzione. Una madre impara a conoscere intimamente le sofferenze del figlio custodendolo in grembo e partorendolo a prezzo di dolori lancinanti. E' l'amore crocifisso, che si purifica tra grida, lacrime e angosce, che impara la gratuità sulle orme della debolezza.


Quel grido è il dolore unito alla paura che definisce la grandezza e la debolezza di una donna come madre; racchiude l'essenza stessa della maternità, quell'unicum che la pone sulla soglia che separa carne e spirito, terra e Cielo. Come la Donna dell'Apocalisse che grida per i dolori del parto, stretta dal drago teso a rapirle il frutto del grembo, ed il Cielo dove è rapito il figlio appena partorito. Ogni donna grida dal versante della carne e del peccato, impaurita dalla morte, ma è un grido che è profezia d'un parto di speranza, di misericordia e vita eterna. Il parto è già segno del combattimento escatologico tra la vita e la morte, tra la menzogna e la verità, a cui, ogni madre, misteriosamente, è associata. Il grido di dolore che accompagna il parto è la porta sulla vita, la memoria d'una realtà che spera un di più.


E Maria era lì, su quella porta. Maria guardava, fissava quel suo Figlio crocifisso, sulla soglia di quella morte che dischiudeva la vita. Era lì, e la spada a trapassarle l'anima: "Del resto non avrebbe raggiunto la carne del Figlio se non passando per l'anima della Madre" (San Bernardo). Il dolore nella carne da cui era stata preservata durante il parto nella notte di Betlemme si destava in quell'ora, l'ora del suo Figlio, la sua stessa ora, perché "Colei che fu crocifissa concepì il crocifisso" (San Bonaventura).

Ogni dolore, di ogni uomo, di ogni tempo, s'era addensato nel corpo e nell'anima del suo Figlio. Non poteva non raggiungere Lei, la Madre. Era coinvolta nello stesso travaglio, e così diventava, lì presso la Croce, Madre della Chiesa nascente. La riceveva dal suo Figlio in quel figlio impaurito che le stava accanto; Madre di nuovo nello sguardo di Gesù, fecondata dalle sue parole e dal suo fianco, che di lì a poco sarebbe stato ferito per dare alla luce, nel sangue e nell'acqua, la Sposa senza macchia e senza ruga.


La Chiesa nasce così, nel dolore per poter lenire ogni dolore. Ogni volta che si annuncia il Vangelo e i piccoli lo accolgono per dare vita a una comunità, gli apostoli non possono che sperimentare lo stesso dolore; l'evangelizzazione è un parto che getta la Chiesa nel combattimento escatologico; lo scriveva San Paolo, raccontando come la sua missione si fosse svolta tra "fatiche, prigionie, percosse, spesso in pericolo di morte. Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. Chi è debole, che anch'io non lo sia?".





Maria sentiva dentro il dolore del Figlio, le trapassava l'anima. Così è di ogni apostolo, pastore o catechista, missionario agli estremi confini della terra o madre di otto figli, cappellano dell'ospedale o padre alle prese con un figlio difficile, parroco o impiegato in banca: come Maria ai piedi della Croce anche per noi è preparato un parto, e in esso una "spada". In ogni dolore, problema, avversità che sperimentiamo la lama che ha trafitto l'anima di Maria penetra anche nella nostra facendoci partecipi dei suoi "sette dolori", perché accanto a noi "stanno presso la Croce di Cristo" i "discepoli che Gesù ama". Forse non lo sono ancora, probabilmente si sono allontanati da Dio e lo stanno addirittura bestemmiando. Ma Gesù guarda a ciascun uomo come a un suo "discepolo amato". Lo vede così oggi, come ha guardato ciascuno di noi "quando eravamo peccatori" e ha dato sua vita quando avremmo meritato la morte. Così, siamo chiamati a vivere come Maria che "abbraccia con amore questo Figlio in tutte le sue membra e non arrossisce di essere chiamata la madre di tutti coloro in cui vede Cristo già formato o in divenire" (Beato Guerrico d'Igny). 

Il Signore ci porta al Calvario della nostra storia per donarci gli stessi occhi materni di Maria. Sperimentandoli nella nostra vita, attraverso la maternità misericordiosa della Chiesa, li avremo per guardare chiunque ci è vicino, i fratelli "già formati" e coloro che lo sono "in divenire". Nessuno escluso, né il coniuge o i figli, e neanche il nemico che ci sta crocifiggendo. Sì, il Signore ci alimenta e ci gesta nell'amore per avere lo sguardo di Maria, addolorato del dolore stesso del Figlio che si è posato sul discepolo amato. Lo sguardo di compassione del Figlio, che da Lei aveva preso le sembianze terrene, si è trasfigurato nel suo volto di Madre, ed era lo sguardo compassionevole di Dio che varcava, con dolore, la soglia della morte di ogni uomo, per dischiudere al mondo la Vita che non muore.


E in quello sguardo il discepolo diviene figlio nel suo Figlio, partorito, accolto e amato nell'amore del Figlio. Madre e Figlio, la Chiesa e lo Sposo, tu ed io uniti a Cristo in un unico parto d'amore, per dare Vita che non muore a un popolo innumerevole. In quello sguardo fecondo s'immerge così lo sguardo del discepolo, generato nel dolore di Gesù e di Maria. 

La Madre conosce quel discepolo come conosce suo Figlio, e conoscendolo nel dolore lo può amare e accompagnare come una madre. Colei che non aveva conosciuto il peccato originale ne provava il dolore che ne deriva per poter compatire, e aver misericordia e accogliere, istante dopo istante ogni suo figlio. E' l'amore di Maria, l'amore celeste che costituisce la Chiesa e la fa un segno vivo ed autentico dell'amore di Dio.

Coraggio allora, perché siamo scelti come una primizia per accogliere Maria nella nostra vita, come già ci è accaduto tante volte. Anche oggi, infatti, siamo deboli e impauriti, forse non capiamo quello che ci sta accadendo e stentiamo ad accettare la storia e le sofferenza che ci reca. Forse vorremmo scappare dalla missione che Dio ci ha affidato, e avremmo preferito non essere stati mai scelti. Forse... Ma proprio per questo siamo "il discepolo che Gesù ama"

Non dobbiamo far altro che accogliere Maria nella nostra casa, nella nostra intimità, laddove siamo, così come siamo. Lei ci ha partoriti, e continua ogni giorno ad amarci come per partorirci di nuovo alla Vita nuova. Lei conosce tutto di noi, ci è Madre nel dolore, in quello dei peccati e che ci impediscono la pienezza e la felicità. Ma ci è madre anche nelle ferite della vita, nella solitudine, nell'amarezza, nelle angosce che vorremmo evitare, perché di nessuna è indifferente, tutte la riguardano, ciascuna ha ferito il suo stesso cuore.

Essa ci accoglie nella Chiesa di nuovo ogni istante, perché anche noi di nuovo a ogni caduta, presso ogni croce, possiamo incontrare lo sguardo misericordioso di Dio impresso in quello di nostra Madre; ad ogni Golgota il suo sguardo ci cerca con amore, per poterla accogliere, e farne la nostra intimità, come ciascuno di noi è già, nel suo cuore di Madre, la sua intimità più preziosa, dove ci consegna a suo Figlio, nel quale siamo suoi figli.

Così, in questa esperienza fatta dagli apostoli di ogni generazione, è gestata la missione della Chiesa e dei cristiani. Sul Golgota del perdono nasce un matrimonio, in ogni suo aspetto. Qui sorgono anche i rapporti sessuali che uniscono gli sposi, come il ministero di un presbitero o la clausura di una sposa di Cristo. Qui scaturisce la fecondità della vecchiaia, della malattia, dei rovesci economici. Qui ci conduce il Signore per dare al mondo il frutto che Cristo ha fatto germogliare sulla Croce: "è l'amore che crea la sofferenza; solo chi ama ha la capacità di soffrire, e di partecipare alla sofferenza degli altri" (P. Claudel). Sotto la Croce, con Maria, sapremo piangere il dolore di chi ci è accanto, sfiorarlo con gesti e parole ispirate da Dio, perché esso possa toccare il dolore di Cristo crocifisso. Questo significa conoscere il "discepolo amato da Gesù" come un figlio, e farsi accogliere nella sua casa, ovvero nella sua vita, per diventarne sua madre nella fede

Questo è il cuore dell'evangelizzazione, dove ardono lo zelo e la gelosia del Padre, che si fanno viscere di misericordia nel seno di Maria, della Chiesa, nel tuo e nel mio intimo. E dal cuore rinnovato nel crogiolo, usciremo verso le "periferie", prendendo il dolore che suppone l'amore, accettando la storia così come ci è data; in Cristo risorto sapremo accettare di soffrire con pazienza perché sia plasmato in noi lo stesso dolore di chi non conosce o ha dimenticato l'amore che riempie la casa, cioè la comunità cristiana, ma che, proprio per aver peccato, giace inconsapevole sotto la Croce. 


Era ai suoi piedi anche il figlio prodigo, e da lassù il Signore lo ha attirato a sé per ridestargli la memoria della casa paterna. E noi siamo inviati a cibarci dello stesso nulla, in mezzo ai porci, per piantare accanto a tutti la Croce di Gesù fatta carne in noi; le nostre sofferenze, le nostre lacrime sono la tenerezza con la quale Cristo bussa al cuore di ogni peccatore, per indurlo ad aprire e accogliere sua Madre nella propria casa. 






αποφθεγμα Apoftegma






Con la beata Maria dobbiamo sorridere e godere della nascita del Figlio suo; 
ma dobbiamo partecipare anche al suo dolore: 
nella passione del Figlio la sua anima fu trapassata da una spada, 
e quello fu il secondo parto, doloroso e ricolmo di ogni amarezza. 
E questo non deve far meraviglia, perché quel Figlio di Dio che lei, 
per opera dello Spirito Santo, vergine aveva concepito e vergine aveva dato alla luce, 
lo vedeva appeso alla croce con i chiodi, sospeso tra due ladroni. 
C'è forse da meravigliarsi, se una spada le trapassò l'anima? 
«Considerate e vedete se c'è un dolore simile al suo dolore!» (Lam 1,12). 
Prima dunque di partorirlo nella passione, lo partorì nel giorno della natività. 
prima di partorirlo nel dolore, lo partorì nella gioia.


Sant' Antonio da Padova