Lunedì della XXVI settimana del Tempo Ordinario





αποφθεγμα Apoftegma


E sono rimasta li’, sul marciapiede del quartiere povero di Calcutta, 
e ho visto che quella non era l’unica donna che vi giaceva, 
e che veniva mangiata dai topi. 
Ho visto anche che era Cristo stesso a soffrire su quel marciapiede.
Mi sono voltata e sono tornata indietro da quella donna, 
ho cacciato via i topi, l’ho sollevata e, 
siccome non volevano accoglierla in nessun luogo,
io stessa l’ho curata. 
Da quel giorno la mia vita e’ cambiata. 
Da quel giorno il mio progetto e’ stato chiaro: 
avrei dovuto vivere per e con il piu’ povero dei poveri su questa terra, 
dovunque lo avessi trovato.

Madre Teresa di Calcutta

    









L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 9,46-50.

In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande. 
Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande».
Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi». Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi».



SENZA DIRITTI A CAUSA DEI NOSTRI PECCATI GESU' CI CHIAMA ACCANTO SE' PER FARE GRANDE NEL CUORE DEL PADRE LA NOSTRA PICCOLEZZA



Vi è una piccolezza che è l'unica e autentica grandezza. Un mistero, un arcano che rimane velato ai discepoli perché non si tratta di un insegnamento da recepire intellettualmente, di una legge morale, di una meta da raggiungere, di un impegno da prendere. E' la piccolezza rivelata sulla Croce. E' lì che Gesù sarà apostolo perfetto del Padre; sulla Croce tutto sarà compiuto. All'udire l'annuncio di questo compimento - il passaggio doloroso del Messia nel rifiuto, nell'umiliazione e nella morte di croce - i discepoli restano come indifferenti, rimuovono la questione in modo del tutto naturale, secondo la carne, e, in tutta risposta, cominciano a discutere su chi, tra loro, fosse il più grande. Letteralmente, entra in loro un pensiero, ovvero, secondo il significato originale del termine "dialogismos", una riflessione interiore e non di una vera e propria discussione tra i discepoli. Ciascuno dialoga con se stesso, ed è la trappola più subdola: l'orizzonte celeste è chiuso, si guarda solo a se stessi, non si riconosce un Altro cui sottoporre i propri pensieri; non si ascolta, è pura solitudine e soliloquio, profezia di una morte incipiente. Dialogando con se stessi ci si consola, ci si vizia, ci si compatisce; o, al contrario, ci si disprezza, ci si giudica senza misericordia. Su tutto campeggia un idolo che si fa sempre più grande, il proprio ego, inizio e fine di ogni pensiero, desiderio, progetto. Sono evidenti le tracce del diavolo, di colui che, attraverso il dialogo, ha diviso il cuore dell'uomo, spezzando il filo di abbandono, dipendenza e obbedienza fiduciosa che lo legava al suo Creatore. Dialogando con se stessi su chi fosse il più grande, i discepoli, senza rendersene conto, dialogavano con il demonio, nemico della Croce. Come ci accade di fronte alla via crucis che ci attende allo schiudersi di un nuovo giorno, e ci troviamo a dialogare con noi stessi, cercando di scoprire la nostra grandezza, il peso nella famiglia, tra gli amici, nel matrimonio, con il fidanzato, a scuola e al lavoro. Cerchiamo una grandezza che ci rassicuri, che scacci timori e precarietà, che ci strappi all'insignificanza, che dia sostanza al nostro stare al mondo. Per questo Gesù, conoscendo la nostra debolezza, prende anche oggi un bambino e lo pone accanto a sé. Che significa? I bambini, nella società di duemila anni fa, erano nulla, erano non persone, miserabili, pitocchi, secondo la traduzione dell'originale termine greco del Vangelo. Al bambino era negato anche il diritto alla vita. Nel caso suo padre non lo avesse accolto in famiglia, il bambino poteva essere gettato fuori, buttato giù da una rupe, lasciato per strada a morire, o essere ceduto come schiavo. Così oggi Gesù, prendendo vicino a sé un fanciullo, ci presenta a noi stessi! Ci svela verità che il demonio vuole occultarci. 

Siamo bambini che dipendono in tutto da Dio! Viviamo per pura Grazia, e questa è la nostra unica e autentica grandezza: nella misura in cui ci lasciamo amare, la grandezza di Dio colma la nostra vita; presi e posti accanto a Cristo siamo grandi, come il ladrone crocifisso al suo lato. Era lì, ed è entrato in Paradiso con il Signore, il primo di tutti... Coraggio allora, facciamoci prendere da Gesù e lasciamoci crocifiggere con Lui, perché i fatti che oggi ci umilieranno ci purificheranno conducendoci alla verità, all'originalità di ciascuno, che è quella di Adamo prima del peccato, obbediente e abbandonato al Padre. La Croce, infatti, spogliandoci della menzogna, ci unisce a Cristo che, per salvarci, si è fatto il più piccolo di tutti. Non saremo soli nelle difficoltà! C'è Lui che ci prende e ci accoglie nella sua intimità per ridonarci la dignità perduta. Allora, è all'ultimo posto che nasce la vera comunione con i fratelli, segreto di un matrimonio santo, di un fidanzamento autentico e di un'amicizia inossidabile, perché la propria realtà accettata umilmente è il grembo che accoglie l'amore di Dio. Nella Verità, infatti, cessano le invidie, le gelosie e gli antagonismi; nella debolezza e nell'indigenza comune a marito e moglie, prete e parrocchiani, genitori e figli, fratello e fratello, opera la stessa potenza di Dio che scaccia il demonio. Nella comunità cristiana è impossibile impedire a Cristo di compiere il bene! L'imperfetto usato nell'originale greco,infatti, indica proprio il tentativo ripetuto e fallito di impedire al tale di scacciare il demonio. Ciò significa che chi cammina nella Chiesa e scende ogni giorno i gradini dell'umiltà, impara ad accogliere se stesso (piccolo e debole) e gli altri (così come sono) "nel nome di Gesù", ovvero nel suo potere che opera miracoli quando, dove e in chi proprio non ce lo aspetteremmo. In te e in me, come in tuo figlio e in quel fratello che stai giudicando perché non ti segue nei tuoi schemi. Quante difficoltà hanno incontrato e continuano a incontrare i carismi donati da Dio alla Chiesa, scontrandosi, nella loro effervescenza e nel loro zelo, con la durezza di chi, spesso affetto da clericalismo cronico, ritiene di essere l'unico depositario del Nome di Gesù.... Ma è proprio quel Nome che si fa dono (carisma) anche nei tempi e luoghi e alle persone più imprevedibili, perché ovunque sia annunciato e conduca alla salvezza le generazioni. Gesù stesso in fondo è stato un carisma incompreso, uno che, secondo il Sinedrio e i potenti di Israele, aveva usato in modo improprio del Nome di Dio, sino a morire per aver bestemmiato ed essersi fatto Dio, ovvero apostolo del Padre. Ma Gesù impedisce che sia impedito l'annuncio, educando così i suoi discepoli a quello che, di lì a poco, anche loro sperimenteranno: il rifiuto da parte della comunità ebraica, la proibizione esplicita di parlare nel Nome di Gesù, sino al martirio. Gesù spezza il laccio della gelosia svelando la verità, che nessuno è contro chi annuncia il Vangelo, non vi può essere rivalità tra chi è stato raggiunto dalla stessa Grazia, dallo stesso amore gratuito.



QUI IL COMMENTO COMPLETO

XXVI Domenica del Tempo Ordinario. Anno A


αποφθεγμα Apoftegma
















NELLA VIGNA DELLA CHIESA I PECCATORI SPERIMENTANO LA MISERICORDIA CHE CI SPINGE NELLA CONVERSIONE 


“Che ve ne pare?”. Questa Domenica il Signore sembra chiederci un’opinione. Ma ascoltando bene la domanda e la parabola in essa contenuta, vedremo che, in effetti, non è questa che gli interessa, ma che ciascuno di noi scopra e accetti la verità del suo cuore.
Chi è cieco su sé stesso, infatti, non può convertirsi; non ne ha bisogno. È un ipocrita e vive ingannato; ha un cuore schizofrenico che si traduce in atti che smentiscono le parole, in comportamenti opposti alle decisioni che si illude di aver preso.
E’ schiavo di se stesso, come il secondo figlio della parabola che risponde “si, Signore. Ma non andò” nella “vigna”. L’originale greco tradotto con “sì” è “ego”, cioè “io”. Sembra strana come risposta, eppure è molto profonda. Non può dire neanche , non gli esce, fosse anche per mentire, perché Il suo “ego” lo tiene in scacco.
Non c’è spazio per l’obbedienza, perché il suo “io” soffoca quello dell’altro. Probabilmente non ha nemmeno ascoltato suo padre, impegnato a guardarsi con “vanagloria”, come i “capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo”.
Non a caso la Chiesa inizia ogni giorno con il Salmo 94: “Se oggi ascoltate la sua voce, non indurite il cuore”. Anche il padre della parabola dice qualcosa di simile ai due figli: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed è come se dicesse: “Ascoltami, e obbedisci (in ebraico lo stesso termine ha i due significati). Non chiuderti in te stesso, esci dal tuo egoismo e va’ ad operare nella vigna”.
L’originale greco tradotto con lavorare, infatti, significa anche operare, ed è un termine che nel Vangelo di Matteo e in quello di Giovanni richiama alla fedeL’opera per eccellenza è proprio credere. Niente di moralistico o volontaristico dunque. Il padre sta annunciando ai suoi due figli la Buona Notizia che per loro è preparata una “vigna” dove poter “credere”.
Allora, “che te ne pare?”, quale dei due figli sei? Hai accolto l’invito del Padre? Dove sei “oggi”? Sei andato nella “vigna”?
Se, come Giovanni Battista, ti dicessi che sei corrotto, attaccato al denaro, avido e avaro come un “pubblicano”? O se ti dicessi che sei una “prostituta”, venduto a chi ti offre più affetto e considerazione? Come reagiresti? Forse ti adireresti, e cominceresti a difenderti cercando di dimostrare che non lo sei. Sì, commetto qualche peccato, non rubo, non uccido, insomma, qualche parolaccia, uno scatto d’ira, e poco più.
Se pensi così significa che sei ancora cieco. “Pur vedendo” tanti peccatori convertirsi e camminare nella “via della giustizia” dove imparano a compiere la volontà di Dio, “non ti penti”. Non puoi “credere” all’annuncio della Chiesa perché cerchi la “vanagloria” dagli uomini. Il demonio ti sta ingannando incensando il tuo “ego”.
Sei troppo preoccupato di saziarlo che non puoi “lavorare nella vigna”: io, io, io, io… Quando gli altri ti parlano non li senti, perché non sono che appendici del tuo io. Non hanno nome, valore, importanza se non in relazione alla tua fame.
Come molti di noi hai bisogno di aprire gli occhi e scoprire che sei tu il figlio incapace di obbedire. Che sei un “pubblicano” che usa gli altri per saziarsi, come una “prostituta” che fa della sua vita, anche della chiamata ad essere cristiano, uno squallido mercimonio.
Solo chi si scopre peccatore può credere all’annuncio del Kerygma; solo chi ha compreso che è un orgoglioso e cerca la sua vita in quello che non sazia, come il secondo figlio, può obbedire al Vangelo per entrare nel Regno dei Cieli.
Ma non possiamo farlo da soli. Ci scandalizzeremmo di noi stessi, e ci disprezzeremmo. Per scoprire la verità e aprirci alla conversione abbiamo bisogno di un esodo come quello percorso nel deserto dal Popolo di Israele, nel quale scoprire quello che siamo e, contemporaneamente chi è Dio. Di una comunità dove sperimentare che non siamo soli, che Dio non ci ha abbandonati ai nostri peccati, e che Gesù cammina accanto a noi, come un fratello, con pazienza e misericordia.
Si potrebbe dire, infatti, che i due figli della parabola sono immagine il primo di Gesù, e il secondo di ciascuno di noi. Lui era il primo figlio, e si è fatto peccato, lasciando che tutti pensassero che fosse un empio millantatore; che si diceva figlio di Dio ma “non aveva voglia” di andare nella “vigna” a fare il “messia” come Israele si aspettava.
Ma proprio nella sua umiliazione ha aperto un cammino al “pentimento”, Certo, Gesù non aveva bisogno di convertirsi, ma ha voluto percorrere il cammino di ritorno a Dio perché noi tutti potessimo tornare a casa di nostro Padre, a lavorare nella sua “vigna”, come il figlio prodigo.
Nell’Antico Testamento essa era immagine di Israele, il Popolo che Dio aveva scelto per rivelarsi e divenire così segno della sua presenza tra le nazioni. Ma nel Nuovo Testamento essa diviene immagine della Chiesa, la comunità cristiana. E’ anche un anticipo del “Regno dei Cieli”, un suo segno visibile e credibile offerto al mondo.
In essa “lavorano” per crescere nella fede i figli di Dio. Ma qual è, concretamente, questo “operare”?  Ce lo spiega San Paolo: nella “vigna” si cresce nell’amore e nella comunione, imparando giorno dopo giorno, “oggi” dopo “oggi”, a “non fare nulla per rivalità o vanagloria”; nella Chiesa si sperimenta la gratuità dell’amore di Dio.
Secondo l’originale, infatti, in essa non si “lavora” per un “salario” mondano, per la “vanagloria”, ma per la “gloria” autentica, la sostanza e il peso della vita che Gesù ha acquistato per tutti attraverso la sua kenosi, il suo annientamento.
Egli ha rinunciato a tutto e si è fatto l’ultimo, il servo di tutti, andando al nostro posto nella “vigna” ad offrire se stesso sulla Croce piantata in essa. Così ha inaugurato il cammino autentico per raggiungere la “gloria” preparata per tutti nel “Regno dei Cieli”. Per essersi umiliato il Padre “lo ha esaltato” e gli ha spalancato il Cielo dove è entrato con una carne simile alla nostra, primogenito di molti fratelli.
Per questo nel “Regno dei cieli” i peccatori “precedono” quelli che si ritengono giusti. Nella “vigna”, dove lo Sposo del Cantico dei Cantici scende per unirsi alla sua Sposa, sono rovesciati i criteri mondani, perché l’amore di Dio esalta gli umili, quelli che hanno riconosciuto la propria realtà e sono pronti ad annegare l’uomo vecchio nelle viscere di misericordia di Dio, e ricominciare ogni giorno con Cristo una vita nuova.





Sabato della XXV settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

Dio ha risposto a questo angoscioso interrogativo 
che si sprigiona dallo scandalo del male 
non con una spiegazione di principio, 
quasi a volersi giustificare, 
ma con il sacrificio del proprio Figlio sulla Croce. 
Nella morte di Gesù s'incontrano 
l'apparente trionfo del male e la vittoria definitiva del bene; 
il momento più buio della storia e la rivelazione della gloria divina; 
il punto di rottura e il centro di attrazione e di ricomposizione dell'universo. 
"Io quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me".

Giovanni Paolo II








    



L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 9,43-45.

E tutti furono stupiti per la grandezza di Dio. Mentre tutti erano sbalorditi per tutte le cose che faceva, disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: Il Figlio dell'uomo sta per esser consegnato in mano degli uomini». Ma essi non comprendevano questa frase; per loro restava così misteriosa che non ne comprendevano il senso e avevano paura a rivolgergli domande su tale argomento.



PER RADICARE IN NOI IL SUO AMORE, CON L'ESPERIENZA CHE FACCIAMO NELLA COMUNITA',GESU' PIANTA NELLE ORECCHIE E NEL CUORE LA PAROLA CHE LA CHIESA CI ANNUNCIA



Dio è grande, onnipotente, ma oggi ci stupisce per la sua... testardaggine. Gesù, infatti, conosceva quello che gli uomini avevano nel cuore; sapeva che i suoi discepoli non avevano capito nulla di quello che Egli diceva e faceva. Non solo, si nascondevano per paura come Adamo, e, pur avendo accanto a loro l'Autore di quei gesti e di quelle parole, non riuscivano neppure a rivolgergli domande su quell'amore incredibile. Ebbene, perché Gesù, pur sapendo tutto questo dei suoi discepoli, si intestardisce al punto di conficcare nelle loro orecchie parole che non avrebbero compreso e dalle quali sarebbero sfuggiti? Non si tratta di una questione di poco conto. E' anzi attualissima, in questo tempo in cui regna l'idolo della tolleranza e del rispetto di ogni diritto. Ecco, è proprio qui il punto: non solo gli ideologi, i cattivi maestri e i falsi profeti di turno esaltano e idolatrano la menzogna ipocrita dell'indifferenza spacciata per amore; anche noi, vescovi, preti, padri e madri, cristiani, siamo intrappolati nell'inganno subdolo del demonio che, con la scusa del rispetto, ci imbavaglia perché non si annunci il vangelo. Non è opportuno, è troppo presto, non capirebbero... Non si può far violenza, occorre la delicatezza che sa avere pazienza e cogliere il momento propizio. I consigli pastorali e i differenti comitati che organizzano a tavolino la missione della Chiesa come fosse una qualsiasi multinazionale, nascono da questo inganno di fondo. Così come le crisi dei genitori che, dopo aver sperimentato tante volte il rifiuto dei figli e la totale chiusura alle loro parole, si ritirano in una libertaria e moderna tolleranza, perché in fondo capiranno da soli con l'esperienza, non è capitato anche a noi? A me no, e sono ancora distante anni luce dalla conversione; ma nemmeno ai santi, come a nessun cristiano. Non si aprono gli occhi solo in virtù della propria esperienza, anzi; spesso questa porta a cadere ancora più in basso, a chiudersi nella paura e a non domandare aiuto e luce, proprio come i discepoli di Gesù. Per convertirsi, per aprirsi cioè all'amore di Dio rivelato in Cristo suo Figlio, occorre che qualcuno pianti la sua Parola nelle orecchie. Il testo originale dice proprio così: seminate, piantate, infilate bene e a fondo "queste parole". Conficcatele nelle orecchie perché penetrino nel cuore. Come fece, ad esempio, S. Ignazio di Loyola con quella stoffa grezza e ribelle che era, all'inizio, Francesco Saverio. Come una goccia d'acqua che cade sul ferro sino a forarlo, Ignazio ripeteva ogni giorno al giovane studente queste parole di Gesù: "Che gioverà a un uomo aver guadagnato tutto il mondo se perde poi l’anima sua?". Francesco Saverio era in quel momento lanciato verso il futuro; dotato di una intelligenza fuori dal comune, brillante e geniale, sognava di diventare un intellettuale, un giurista o un uomo d’armi per ottenere una posizione di rilievo nella sua nativa Javier, e risollevare così la sua famiglia umiliata dalle vicende avverse dela storia. Si trovava quindi nel momento meno favorevole per accogliere la parola di Gesù annunciata da Ignazio. E invece, la sua ripetizione incessante, ebbe ragione del cuore duro e indocile del giovane navarro, e vi si conficcò per non sganciarvisi mai più. Quella parola "messa bene nelle sue orecchie" cominciò ad ardere nel suo cuore trasformandosi in amore e zelo che lo spinsero a consumare la sua vita per annunciarla in ogni angolo dell'Asia. Grazie ad Ignazio che non ebbe timore e rispetto umano, Francesco Saverio percorse senza sosta un continente immenso per "mettere bene nelle orecchie" di chi ancora non lo conosceva, le Parole redentrici di Cristo.

Quelle parole che annunciano la consegna del Figlio dell'uomo nelle mani degli uomini, seminate nelle orecchie dei discepoli sono il primo passo della consegna. In esse è Gesù stesso che si consegnava per essere seminato nel loro cuore. L'imperativo aoristo positivo usato da Gesù, infatti, nell'originale greco indica "la necessità di dare inizio a una cosa nuova, fare ciò che i discepoli non avevano ancora fatto" (Silvano Fausti). Si trattava della stessa necessità di Gesù di consegnarsi e lasciarsi consegnare alla morte per ogni figlio di Adamo schiavo dell'inganno del demonio che getta nell'ignoranza. I discepoli, infatti, "ignoravano" le parole di Gesù, schiavi dell'imperfetto che, nel greco originale, indica un'azione del passato che dura nel presente. Come loro, anche noi con i nostri figli siamo incapaci di comprendere l'amore di Dio che si lascia uccidere dai malvagi, perché abbiamo ascoltato e accolto la parola di menzogna del serpente, che ha chiuso la nostra mente e il nostro cuore nel sepolcro dell'ignoranza, sigillato dalla durissima pietra dell'incredulità. Per questo Gesù, nel momento in cui "stava per essere consegnato", ha voluto seminare il primo passo del suo amore proprio nei cuori di coloro che aveva scelto perché lo annunciassero a tutti gli uomini. E' un po' come fa un prestigiatore quando ti fa scegliere una carta prima di nasconderla nel mazzo; devi essere sicuro che quella che poi riuscirà a riconoscere era proprio quella che tu avevi visto e scelto. Sulla soglia del suo compimento, Gesù ha conficcato nelle orecchie dei discepoli la primizia della sua passione d'amore proprio mentre erano chiusi ad essa, perché vedendolo poi risuscitato, quel seme si dischiudesse dalla loro carne, come una fonte interiore che zampilla per la vita eterna. Gesù ha piantato la sua Parola perché facesse spazio allo Spirito che avrebbe donato dopo essere risuscitato. Il greco originale "mellein" tradotto con "sta per", indica proprio un futuro già presente e iniziato. Per amore dunque, pur conoscendo la loro ignoranza e la loro chiusura, Gesù ha voluto piantare nel cuore dei discepoli l'embrione della sua opera di salvezza. Senza quella semina della Parola nel buio di una terra ostile e, apparentemente, pure fuori stagione, il seme dell'amore non sarebbe cresciuto sino ad uscire con Cristo dal sepolcro per incontrare la luce della risurrezione, il compimento dello Spirito santo che lo avrebbe fatto fruttificare. Coraggio allora, perché anche oggi il Signore si dona a noi piantandosi nella nostra vita, anche se non capiamo e non vogliamo capire, nella paura di vederla stravolta come accadde a San Francesco Saverio. Coraggio, non temiamo di annunciare il Vangelo dell'amore infinito di Dio a chi ci è accanto, ai giapponesi che sembrano impermeabili a tutto; non cediamo alla tentazione demoniaca che, con la scusa dell’inculturazione, vorrebbe farci tacere per squagliare la Verità celeste del Vangelo nella cultura che è sempre frutto dell’uomo vecchio schiavo del peccato. Questo non è rispetto, ma disprezzo per l'altro! Annuncia, non temere, anche e soprattutto ai figli che sembrano dei muri invalicabili. Pianta nel loro cuore la Parola, una, due, mille volte, perché ogni istante è il momento nel quale Cristo "sta per consegnarsi a lui" attraverso di te, di voi genitori, e poi della comunità cristiana. Non aver paura di donarti, prendi oggi su di te la paura dell'altro, è identica alla tua, che Cristo ha vinto con la forza dell'amore piantato nella tua morte per farti risorgere con Lui nella vita nuova e libera dalla schiavitù del peccato. Perché ogni parola predicata e conficcata in chi ci è accanto prepara l'avvento dello Spirito Santo vivificante, primizia del Cielo preparato per ogni uomo.



QUI UN ALTRO COMMENTO


Venerdì della XXV settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

Cari giovani, anche oggi Cristo si rivolge a voi 
con la stessa domanda che fece agli apostoli: 
«Ma voi, chi dite che io sia?». 
Rispondetegli con generosità e audacia, 
come corrisponde a un cuore giovane qual è il vostro. 
Ditegli: Gesù, io so che Tu sei il Figlio di Dio, 
che hai dato la tua vita per me. 
Voglio seguirti con fedeltà e lasciarmi guidare dalla tua parola. 
Tu mi conosci e mi ami. 
Io mi fido di te e metto la mia intera vita nelle tue mani
Voglio che Tu sia la forza che mi sostiene, 
la gioia che mai mi abbandona.

Benedetto XVI





UN ALTRO COMMENTO









L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 9,18-22.

Un giorno, mentre Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con lui, pose loro questa domanda: «Chi sono io secondo la gente?». Essi risposero: «Per alcuni Giovanni il Battista, per altri Elia, per altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò: «Ma voi chi dite che io sia?». Pietro, prendendo la parola, rispose: «Il Cristo di Dio». Egli allora ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno. «Il Figlio dell'uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno».





LA FEDE DELLA COMUNITA' CRISTIANA NELLA QUALE DIO COMPIE LA VOCAZIONE DI CIASCUNO




Per parlarci delle cose serie e decisive per la nostra vita, il Signore ci conduce oggi ad aprire gli occhi sulla Chiesa, sulla comunità cristiana concreta nella quale siamo chiamati, il luogo solitario senza il quale non esiste relazione con Lui. Per ascoltare la sua voce e non indurire il cuore, abbiamo bisogno di un luogo separato dal mondo ateo e pagano (anche nel senso di una certa religiosità fai da te, orientaleggiante, gnostica e del tutto irrilevante per l’anima; come lo è quella dell’impegno sociale e civile, che, tra il plauso mondano, sposta di un millimetro le sorti dell’umanità ma incastra l’anima nel risentimento e nel giudizio). In esso, infatti, è l’uomo che fa domande a Dio, mentre nella Chiesa è Gesù che fa domande all’uomo. A cominciare dalla prima, fondamentale: “Dove sei?”, per passare a quella del brano di oggi: “voi, chi dite che io sia?”, sino all’ultima, decisiva: “mi ami tu più di costoro?”. La preghiera, che significa liturgia, ascolto e sacramenti uniti alla vita cristiana, celebra Dio, e non l’uomo. E’ Cristo al centro, non il nostro io. Per questo non si può avere una relazione con Dio e con il suo Figlio senza una comunità nella quale l’io è continuamente chiamato a decentrarsi, a lasciare la cattedra riservata a Dio per sedersi al suo posti, l’ultimo. Anche quando preghiamo nella nostra stanza, lo facciamo insieme alla comunità cristiana; le fughe intimistiche alienano e spingono verso l’eresia, che è l’assolutizzazione soggettiva di un aspetto della fede, quello più consono alla propria sensibilità e più legato alla propria storia, sempre a scapito dell’insieme e della comunione. E’ quando, illudendomi di indossare il vestito della fede, mi chiudo per chiedere a Dio di compiere la mia volontà, senza tenere conto della sua, che, proprio perché abbraccia tutti nella stessa salvezza, è l’unica buona anche per me. Per questo oggi il Signore, ci chiede: “Ma voi, chi dite che io sia?”, e quel “ma“ è una sforbiciata che taglia di netto ogni compromesso tra il pensiero mondano e quello di Dio. “Ma voi”, che ho convocato e chiamato per nome per ascoltare la mia Parola in un’assemblea dove vi ho unito a me; “ma voi” che nella comunità cristiana vi nutrite del compimento della mia Parola che sono i sacramenti; “ma voi” che siete una comunione di “tu” che si amano, si perdonano, portano i pesi e i peccati degli altri; “ma voi” che non pensate secondo il mondo, che cosa pensate e testimoniate di me? Attenzione fratelli, perché non ci sono risposte soggettive; esiste solo una risposta esatta, quella detta da Pietro a nome della comunità: “Tu sei il Cristo di Dio”. Non si tratta di omologazione, tipica del mondo nel quale proprio la presunta autodeterminazione è la cifra tragica dell’omologazione: chi ha tagliato con Dio, infatti, può pensare, dire e fare solo una cosa, peccare, come tutti gli altri. Nella Chiesa, invece, i peccati che omologano i fratelli sono perdonati, e ciascuno è riconsegnato alla sua identità autentica e irriducibile, libero per amare; e quando si ama, nessuna parola e nessun gesto è uguale all’altro, perché l’amore è creativo per raggiungere e donarsi all’altro nella sua originalità, proprio come Cristo ha fatto con ciascuno di noi, amandoci così come siamo, peccatori e traditori. Questo amore riversato in noi per mezzo dello Spirito Santo, che giunge anche al nemico, persino al martirio, è la professione di fede della Chiesa. Essa diventa così la risposta alla domanda fondamentale sull'esistenza di Dio della gente che ci è accanto. Sì, Dio esiste, perché si è reso visibile in Cristo suo Figlio, del quale noi siamo testimoni per ogni uomo.

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Per parlarci delle cose serie e decisive per la nostra vita, il Signore ci conduce oggi ad aprire gli occhi sulla Chiesa, sulla comunità cristiana concreta nella quale siamo chiamati, il luogo solitario senza il quale non esiste relazione con Lui. Per ascoltare la sua voce e non indurire il cuore, abbiamo bisogno di un luogo separato dal mondo ateo e pagano (anche nel senso di una certa religiosità fai da te, orientaleggiante, gnostica e del tutto irrilevante per l’anima; come lo è quella dell’impegno sociale e civile, che, tra il plauso mondano, sposta di un millimetro le sorti dell’umanità ma incastra l’anima nel risentimento e nel giudizio). In esso, infatti, è l’uomo che fa domande a Dio, mentre nella Chiesa è Gesù che fa domande all’uomo. A cominciare dalla prima, fondamentale: “Dove sei?”, per passare a quella del brano di oggi: “voi, chi dite che io sia?”, sino all’ultima, decisiva: “mi ami tu più di costoro?”.  La preghiera, che significa liturgia, ascolto e sacramenti uniti alla vita cristiana, celebra Dio, e non l’uomo. E’ Cristo al centro, non il nostro io. Per questo non si può avere una relazione con Dio e con il suo Figlio senza una comunità nella quale l’io è continuamente chiamato a decentrarsi, a lasciare la cattedra riservata a Dio per sedersi al suo posti, l’ultimo. Anche quando preghiamo nella nostra stanza, lo facciamo insieme alla comunità cristiana; le fughe intimistiche alienano e spingono verso l’eresia, che è l’assolutizzazione soggettiva di un aspetto della fede, quello più consono alla propria sensibilità e più legato alla propria storia, sempre a scapito dell’insieme e della comunione. E’ quando, illudendomi di indossare il vestito della fede, mi chiudo per chiedere a Dio di compiere la mia volontà, senza tenere conto della sua, che, proprio perché abbraccia tutti nella stessa salvezza, è l’unica buona anche per me. Per questo oggi il Signore, ci chiede: “Ma voi, chi dite che io sia?”, e quel “ma“ è una sforbiciata che taglia di netto ogni compromesso tra il pensiero mondano e quello di Dio. “Ma voi”, che ho convocato e chiamato per nome per ascoltare la mia Parola in un’assemblea dove vi ho unito a me; “ma voi” che nella comunità cristiana vi nutrite del compimento della mia Parola che sono i sacramenti; “ma voi” che siete una comunione di “tu” che si amano, si perdonano, portano i pesi e i peccati degli altri; “ma voi” che non pensate secondo il mondo, che cosa pensate e testimoniate di me? Attenzione fratelli, perché non ci sono risposte soggettive; esiste solo una risposta esatta, quella detta da Pietro a nome della comunità: “Tu sei il Cristo di Dio”. Tranquilli, non vi scandalizzate, non si tratta di omologazione; questa è tipica del mondo nel quale proprio la presunta autodeterminazione è la cifra tragica dell’omologazione: chi ha tagliato con Dio, infatti, può pensare, dire e fare solo una cosa, peccare, come tutti gli altri. Nella Chiesa, invece, i peccati che omologano i fratelli sono perdonati, e ciascuno è riconsegnato alla sua identità autentica e irriducibile, libero per amare; e quando si ama, nessuna parola e nessun gesto è uguale all’altro, perché l’amore è creativo per raggiungere e donarsi all’altro nella sua originalità, proprio come Cristo ha fatto con ciascuno di noi, amandoci così come siamo, peccatori e traditori. 

Nella comunità cristiana infatti, come Adamo, possiamo scoprire “dove siamo” ogni giorno, in famiglia, al lavoro, con gli amici; forse lontani da Cristo perché lo abbiamo tradito nei fratelli. E contemporaneamente, sperimentare che Dio non ci ha condannato, ma ha inviato il suo Cristo (unto) per salvarci. Sperimentare cioè quello che per la sapienza del mondo è stolto e per quella religiosa è scandaloso: la necessità ineludibile della sofferenza, del rifiuto e della morte di Gesù. Per te e per me. Per noi, che, avendo rifiutato Dio, soffriamo immensamente nel rifiutarci l’un l’altro, morendo nei peccati. Dio doveva scendere nel nostro rifiuto, come profetizzato nella figura di Giuseppe, il figlio di Giacobbe. Leggete la sua storia (dal capitolo 37 al capitolo 48 della Genesi), vi aiuterà a comprendere il mistero di Gesù; soprattutto l’ultima parte (Gen 45,1-15), che possiamo leggere in filigrana nell’episodio del Vangelo di oggi : “Allora Giuseppe non poté più contenersi dinanzi ai circostanti e gridò: « Fate uscire tutti dalla mia presenza! ». Così non restò nessuno presso di lui, mentre Giuseppe si faceva conoscere ai suoi fratelli. Ma diede in un grido di pianto e tutti gli Egiziani lo sentirono e la cosa fu risaputa nella casa del faraone. Giuseppe disse ai fratelli: « Io sono Giuseppe! Vive ancora mio padre? ». Ma i suoi fratelli non potevano rispondergli, perché atterriti dalla sua presenza. Allora Giuseppe disse ai fratelli: « Avvicinatevi a me! ». Si avvicinarono e disse a loro: « Io sono Giuseppe, il vostro fratello, che voi avete venduto per l'Egitto. Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. Perché già da due anni vi è la carestia nel paese e ancora per cinque anni non vi sarà né aratura né mietitura. Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente. Dunque non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio ed Egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d'Egitto”.  I paralleli sono evidenti: la comunità dei fratelli di Giuseppe, come la comunità degli apostoli; entrambe hanno tradito, per cui la domanda di Gesù suona così: “ma voi”, che siete la comunità che mi ha tradito, che cosa dite di me? Pietro e la Chiesa non possono dire nulla di diverso da quello che avrebbero detto i fratelli di Giuseppe: “sei il Cristo” perché ti abbiamo visto nella cisterna e poi portato via verso l’Egitto, e ora ti vediamo governatore di tutto l’Egitto. Ti abbiamo visto soffrire a causa dei nostri rifiuti, quando abbiamo tradito moglie e marito, figli e amici crocifiggendoti in loro, e ora ti vediamo risorto e vivo accoglierci e perdonarci, senza altra condizione che quella di accogliere  il tuo amore. Giuseppe scaccia tutti per restare solo con i fratelli, come Gesù con gli apostoli e le nostre comunità. Giuseppe grida, come anche Gesù secondo il testo originale. Ci sgrida intimandoci di non dire nulla su di Lui finché il suo Mistero Pasquale non si faccia carne in noi e nella nostra comunità non appaiano i segno della fede, l’amore e l’unità. Altrimenti l’annuncio del Vangelo sarebbe preda dello scandalo e dell’incredulità per causa nostra. Ed è proprio quello che accade nella Messa: ascoltiamo la Parola di Dio e la predicazione che suscita in noi la fede che professiamo recitando il Credo. Ma qui, è come se Gesù ci sgridasse per indirci ad accogliere il Mistero Pasquale che realizza la Parola ascoltata compiendosi sull’altare eucaristico. Così la fede, che è la conoscenza intima del Signore, si realizza nella liturgia della Chiesa, come profetizzato nell’incontro intimo tra Giuseppe e i suoi fratelli: è solo nel cuore della comunità cristiana, infatti, che possiamo sperimentare la necessità dell’amore di Dio che, nel sacrificio di Cristo, ci scagiona da ogni peccato. E’ folle, assurdo, impensabile; atterrisce, come accade ai fratelli di Giuseppe. Ma Gesù è questo amore fatto carne da mangiare, capace di saziare i suoi fratelli, e in loro, ogni uomo di ogni generazione. Gesù doveva soffrire molto, essere rifiutato e morire perché solo così avrebbe potuto strappare i suoi fratelli alla condanna che gravava sulla loro vita. Coraggio, avviciniamoci a Cristo allora, senza paura e senza crucci: “non siamo stati noi a consegnare Cristo alla morte”, ma è stata la volontà d’amore di Dio che ha portato Gesù nel sepolcro per essere costituito Signore sui peccati e sulla morte. Ciò non significa che tu ed io non abbiamo peccato, ma che l’amore di Dio ha trattato da peccato suo Figlio al posto nostro, per giustificarci e donarci una vita nuova. La comunità che lo sperimenta può professare e testimoniare, con Pietro, che Gesù è davvero il Cristo di Dio, l’inviato nella morte per strappare al peccato ogni figlio di Adamo. 




QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI

Giovedì della XXV settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma


Credere non è altro che,
nell'oscurità del mondo,
toccare la mano di Dio e così,
nel silenzio,
ascoltare la Parola,
vedere l'amore

Benedetto XVI, a conclusione degli Esercizi spirituali per la curia romana, 
23 febbraio 2013
 
 





ALTRI COMMENTI










    


L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 9,7-9.

Intanto il tetrarca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risuscitato dai morti»,
altri: «E' apparso Elia», e altri ancora: «E' risorto uno degli antichi profeti».
Ma Erode diceva: «Giovanni l'ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire tali cose?». E cercava di vederlo.





ASCOLTARE UMILMENTE LA PAROLA DI DIO CHE CI SVELA IL COMPIMENTO DEL SUO AMORE NELLA NOSTRA VITA 



Erode
Nel mezzo della missione della Chiesa appare la figura del tetrarca Erode. Egli è immagine di ogni potere mondano sul quale si riversa, come uno tsunami, l'annuncio del Vangelo. Ma anche noi siamo tetrarchi della porzione di vita che ci è stata assegnata: in famiglia, al lavoro, nella comunità cristiana, spesso ci comportiamo come Erode, ingannati dalla menzogna di satana che ci fa astuti come lui, che Gesù appunto chiamava "la volpe". Una volpe travestita da dio che, illudendosi di decidere da sé cosa sia bene e cosa sia male, tradisce il suo Creatore per unirsi alla carne; e, una volta scoperto e smascherato dal profeta, decapita la Verità che lo avrebbe salvato. Perché ogni volta che si fa tacere la Parola profetica che illumina la nostra vita uccidiamo noi stessi, condannandoci alla sterilità, come, secondo la Scrittura, accade a chi prende in moglie la sposa del proprio fratello. Chi taglia con la Verità prende la sua vita e la getta nella pattumiera. Che astuzia, vero? Confessiamolo oggi, è la stessa che bussa al nostro cuore ogni volta che ascoltiamo il Vangelo e, come Erode e il mondo, sentiamo parlare dell'avvenimento cristiano, e ci imbattiamo nei segni della fede offerti dalla comunità cristiana. Restiamo "perplessi", come paralizzati in una strada senza uscita. E' questo, infatti, il senso originale del termine greco, che deriva da "aporia": "aporìa significa letteralmente dubbio. L'aporia è la difficoltà irrisolvibile che fa riferimento a un determinato procedimento razionale. E' una impasse logica legata ad uno stato oggettivo del problema, nel quale la realtà che si mostra nell'esperienza entra in conflitto con la realtà mostrata dalla logica" (Dizionario filosofico). La logica dei nostri pensieri secondo il mondo si scontra con il Cielo che si fa carne nella Chiesa, e per questo non riusciamo ad afferrare la promessa che ci viene fatta con la predicazione. Cristo infatti, si accoglie umilmente, non si afferra. E' sì come uno dei profeti, risponde cioè a quello che il nostro cuore, illuminato dalla predicazione, desidera, ma non come noi vorremmo o ci aspetteremmo. 


Gesù Cristo è risorto, ed è infinitamente di più di ogni possibilità che possiamo immaginare e offrire alla nostra vita, al nostro matrimonio, ai figli. E' l'amore che supera ogni intelligenza, e risuscita dalla morte anche il più grande peccatore. Anche Erode, come accadde per Davide. Ma tra i due c'è una differenza fondamentale: la contrizione e l'umiliazione del cuore, che accetta le conseguenze dei propri peccati. In Davide c'era, in Erode no. Davide ascolta la parola del Profeta, e il segno della sua conversione autentica è proprio l'accettazione delle conseguenze del suo peccato. Il perdono di Dio non è uno smacchiatore, che "resetta" tutto. No, perché altrimenti accadrebbe in noi come nei computer resettati: perderemmo la memoria dell'amore di Dio, confondendolo con qualcosa di dovuto, perché perderemmo la memoria della nostra realtà. Che è proprio ciò che ha fatto Erode decapitando Giovanni Battista. Invece nella Chiesa l'annuncio del vangelo e il perdono dei peccati, il battesimo e i sacramenti, sono solo l'inizio del cammino in una vita nuova, che segue le orme di Cristo crocifisso. Il cristiano, infatti, è colui che, come Davide, sa discernere nella storia le orme di Dio, e le segue, sapendo che proprio in esse vi è il suo amore. Un orgoglioso, come spesso siamo noi, come lo sono i nostri figli che ascoltano ma non vogliono accettare di umiliarsi, non capirà nulla, e continuerà a sbattere, come Erode, sulla realtà di un amore che sfugge al controllo e al quale solo ci si può abbandonare rinnegando noi stessi. Per questo Erode incontrerà Gesù nel momento culminante della sua missione, nel mezzo del suo Mistero Pasquale. E non udrà altro che il suo silenzio di Agnello muto di fronte ai suoi tosatori. Di fronte a lui, come a noi, induriti nell'orgoglio. Sì fratelli, quando Dio tace significa che ci sta amando sino alla fine; sa che non ascoltiamo, conosce la durezza del nostro cuore astuto di malizia. Per questo tace, nell'estremo tentativo di far crollare le barriere di orgoglio con cui difendiamo il cuore avvelenato. Il suo silenzio, che può attirare il disprezzo e la "nullificazione" di Gesù da parte di Erode, oppure il sincero pentimento di Giobbe che apre finalmente gli occhi sull'amore di Dio e tace, per far parlare Lui.