Sabato della XXVIII settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

Occorre tornare ad annunciare con vigore e gioia
l’evento della morte e risurrezione di Cristo,
cuore del Cristianesimo,
fulcro portante della nostra fede,
leva potente delle nostre certezze,
vento impetuoso che spazza ogni paura e indecisione,
ogni dubbio e calcolo umano.

Benedetto XVI, Omelia a Verona, 1985  










L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 12,8-12

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Io vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio.
Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo, gli sarà perdonato; ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo, non sarà perdonato.
Quando vi porteranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi di come o di che cosa discolparvi, o di che cosa dire, perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire».


DAI FRUTTI DELLA FEDE IL MONDO RICONOSCE CRISTO NEI SUOI FRATELLI PIU' PICCOLI 



La preoccupazione non si addice a un testimone di Cristo. Non era preoccupato il Signore, sapeva bene che a Gerusalemme le «autorità» si sarebbero «radunate contro il Messia» per condannarlo unanimi alla Croce. Ma «proprio per questo» si avviava alla «sua ora», doveva farsi peccato per «riconoscere» come suoi fratelli davanti al Padre tutti noi peccatori che abbiamo «parlato contro» di Lui. Lo stesso destino attende anche noi, «riconoscere» il Signore e il suo amore dinanzi alle «sinagoghe» e ai «magistrati» che ogni giorno processano e condannano Dio scandalizzati dal male e dalla sofferenza. Preoccuparsi è pericoloso. Induce a cercare in noi o in altri la «colpa» per trovarci dinanzi a un tribunale. Perché non mi accettano? Ho fatto qualcosa di male o, come dicono tutti, il cristianesimo vissuto così radicalmente è solo un’intollerante fondamentalismo? E il dolore innocente? La Croce, la risurrezione, non sarà tutto un inganno? Preoccupandosi si finisce con il credere alla menzogna del demonio, la vita con Cristo diventa insopportabile sino a doverlo «rinnegare» e, con una «bestemmia» contro lo Spirito Santo, cancellare la sua opera. Muore così la fede e si chiude inesorabilmente la porta al perdono, perché Dio nulla può contro la libertà. È vero, ci attendono catene, processi e condanne. Davanti al ginecologo dopo essere rimaste incinta del quinto figlio, ai compagni di scuola che ci invitano all’ennesimo spinello, al ragazzo che vorrebbe allungare la mano, a colleghi, amici e parenti. Sulla carne sentiamo i graffi del loro disprezzo, ci ferisce il loro rifiuto; ma proprio attraverso quanti ci perseguitano è lo Spirito Santo che «ci porta», cesellando in noi l’immagine del Signore perché sia «riconosciuta». Se ci rifiutano e perseguitano è segno che l’opera sta riuscendo bene; lo Spirito ci ha strappato alla paura e, mentre nel cuore «ci attesta che siamo figli di Dio», scioglie sulle nostre labbra davanti a tutti lo stesso abbandono obbediente del Figlio: «Abbà! Padre!», le parole che ci hanno salvato e che lo Spirito ci «insegna» facendo di ogni «momento» una buona notizia per il mondo.


La "preoccupazione" non si addice a un testimone di Cristo. Non era preoccupato il Signore, sapeva bene che a Gerusalemme le "autorità" religiose e civili si sarebbero "radunate contro il Messia" per condannarlo unanimi alla Croce. Ma "proprio per questo" si avviava alla "sua ora": doveva farsi peccato per "riconoscere" davanti al Padre come suoi fratelli tutti noi peccatori che abbiamo "parlato contro" di Lui. Lo stesso destino attende anche noi, "riconoscere" il Signore e il suo amore dinanzi alle "sinagoghe" e ai "magistrati" che ogni giorno processano e condannano Dio, scandalizzati dal male e dalla sofferenza. In questo agone "preoccuparsi" è pericoloso. Induce a cercare in noi o in altri la "colpa" per trovarci dinanzi a un tribunale. Perché non mi accettano? Ho fatto qualcosa di male o, come dicono tutti, il cristianesimo vissuto così radicalmente è solo un’intollerante fondamentalismo? E il dolore innocente? La Croce, la risurrezione, non sarà tutto un inganno? "Preoccupandoci" di come "discolparci" si può finire molto male fratelli. Come Giuda che, avendo "bestemmiato", ovvero "parlato male" contro lo Spirito Santo che stava agendo in Gesù spingendolo verso la Croce, ha finito con il credere al demonio di cui era divenuto luogotenente e si è impiccato disperando del perdono; perché il vero obbiettivo del demonio è la nostra disperazione intrisa di orgoglio che si chiude ostinatamente al perdono. E proprio il "preparare che cosa dire" quando appare la Croce è il primo passo che conduce a bestemmiare lo Spirito Santo, perché, sottolineando l'azione umana, insinua la sua irrilevanza. "Preoccuparsi di che cosa dire" è, in fondo, avere accettato l'inganno del demonio che non è il peccato a far male all'uomo, ma i limiti che Dio pone alla sua creatura, impedendogli di essere libero e autonomo come Lui. Riconosciamolo, abbiamo bestemmiato tante volte, perché nel fondo, forse anche oggi, abbiamo creduto anche noi che Dio non ci ami; per questo, illudendoci di sfuggire la sofferenza, tagliamo con Lui addossandogli la "colpa" dei nostri fallimenti. E gridiamo al mondo, con parole e opere, che no, non c'entriamo con Lui, non lo conosciamo. Ma coraggio fratelli, non siamo ancora precipitati nella condanna irrevocabile. Possiamo ancora rivolgere la "bestemmia" contro il Signore per non dirigerla contro lo Spirito Santo. Ma che dici? Dico che Dio è diventato "Figlio dell'uomo" per farsi peccato e prendere su di sé ogni bestemmia, ogni mormorazione e rancore, odio e peccato che sorgono dal cuore dell'uomo avvelenato dalla menzogna del demonio. Gesù è nato per questo fratello mio! Allora coraggio, parla male di Lui, cioè addossagli la colpa perché Lui possa darti in cambio il "perdono". Perché ci sia anche tu tra "chiunque parla male del Figlio dell'uomo" e "gli sarà perdonato". Sfogati con Lui nella preghiera, vai a confessarti e vomita sul suo ministro il tuo veleno. Contempla oggi la Croce, inginocchiati e leggi la Passione; ascolterai il gallo cantare, la profezia dell'alba di risurrezione nel mezzo della Passione, il seme del perdono deposto nel pentimento (la chiesa primitiva, durante la veglia pasquale, non immergeva i catecumeni nelle acque del battesimo sino a che il gallo non avesse cantato). Contempla il Servo di Yahwè che ha dato la vita per te, e piangi, come Pietro, che di fronte al pericolo ha "rinnegato" tre volte Cristo dicendo che lui proprio non c'entrava con tutto quel macello. Accetta di essere quello che il Signore, pur conoscendolo, ha scelto con amore infinito. Immergiti nella compunzione, spezzetta nella contrizione il tuo cuore, umiliati e lascia a Cristo le tue bestemmie travestite da preoccupazione, perché non si trasformino in disprezzo di te inducendoti a disperare della salvezza.  

Non aver paura, perché Lui ha già "rinnegato davanti al Padre" il tuo uomo vecchio che lo ha "rinnegato" davanti agli uomini per "riconoscere in Cielo" il tuo uomo nuovo che si "riconosce" peccatore per "riconoscere" il perdono di Gesù "davanti agli uomini". Coraggio, abbandonati alla misericordia di Dio, e lasciati crocifiggere con Cristo per passare con Lui dalla morte del peccato alla vita nuova nello Spirito Santo che scende copioso sulla comunità cristiana riunita in preghiera. Partecipa fedelmente alle celebrazioni, ascolta la Parola di Dio, nutriti dei sacramenti, assapora quanto è bello l'amore tra i fratelli, e lo zelo per il vangelo che ti ha salvato crescerà in te, con l'amore per ogni uomo che giace nella rete del demonio obbligato a vivere bestemmiando. La "parresia" (franchezza), infatti, è un'opera dello Spirito Santo che caratterizza il modo di esistere di chi, nella Chiesa, è rinato in Cristo. In loro, i frutti della fede adulta fanno "riconoscere" il volto di Cristo, come accadde a Santo Stefano. Per questo, a causa dei "segni" del Signore risorto e vivo in noi - a causa cioè del Kerygma che incarniamo per pura Grazia - ci attendono catene, processi e condanne: davanti al ginecologo dopo essere rimaste incinta del quinto figlio, ai compagni di scuola che ci invitano all’ennesimo spinello, al ragazzo che vorrebbe allungare la mano, a colleghi, amici e parenti che ci spingono a far causa a chi ci ha fatto un'ingiustizia. Sulla carne sentiremo i graffi del loro disprezzo, ci ferirà il loro rifiuto; ma proprio mentre ci perseguiteranno lo Spirito Santo "ci porterà" (secondo l'originale greco tradotto con "vi insegnerà"), cesellando in noi l’immagine del Signore perché Egli sia "riconosciuto" e quindi crocifisso in noi. Se ci rifiutano e perseguitano è segno che l’opera sta riuscendo bene; lo Spirito ci ha strappato alla paura e, mentre nel cuore "ci attesta che siamo figli di Dio", scioglie sulle nostre labbra e davanti a tutti lo stesso abbandono obbediente del Figlio: "Abbà! Padre!", le parole che nel Getsemani ci hanno salvato e che lo Spirito ci "insegna" in ogni nostro Getsemani, facendo di ogni "momento" una buona notizia per il mondo. Quando infatti "riconosciamo" Gesù come il Signore, Egli "ci riconosce davanti agli angeli di Dio", testimoniando così in terra che esiste il Cielo. Come? Donandoci pace, serenità, pazienza e addirittura letizia nelle persecuzioni e nelle malattie, sigillo inconfondibile della vita soprannaturale che alberga in quella naturale, spingendola oltre i limiti della carne. Esattamente come accadde a Gesù nel Getsemani, dove la volontà di Dio ha preso per mano quella umana, "trascinandola" (Ratzinger) nel Mistero Pasquale che oggi si fa carne in noi, perché chiunque ci veda possa sperare di passare dalla bestemmia alla benedizione, dall’inferno al Paradiso.










Venerdì della XXVIII settimana del Tempo Ordinario

I 26 martiri crocifissi a Nagasaki



αποφθεγμα Apoftegma

I cristiani devono essere testimoni di Cristo,
della sua Croce, della sua Resurrezione,
della sua fede, della sua speranza, della sua carità.
Ecco questo è il lievito.
Ed è una bella cosa se questo lievito vuole espandersi,
oltre i limiti della propria parrocchia
per portare il fermento del Vangelo anche ai non cristiani,
per essere lievito in quelle masse,
affinché tutta l'umanità sia raggiunta dal lievito evangelico
e diventare Regno di Dio.

Giovanni Paolo II 








L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 12,1-7

In quel tempo, radunatesi migliaia di persone a tal punto che si calpestavano a vicenda, Gesù cominciò a dire anzitutto ai discepoli: «Guardatevi dal lievito dei farisei, che è l'ipocrisìa. Non c'è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Pertanto ciò che avrete detto nelle tenebre, sarà udito in piena luce; e ciò che avrete detto all'orecchio nelle stanze più interne, sarà annunziato sui tetti.
A voi miei amici, dico: Non temete coloro che uccidono il corpo e dopo non possono far più nulla. Vi mostrerò invece chi dovete temere: temete Colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna. Sì, ve lo dico, temete Costui. Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete, voi valete più di molti passeri».



L'AMORE DI DIO E' IL SEGRETO SVELATO DALLA NOSTRA VITA SALVATA DALL'IPOCRISIA

Un discepolo di Cristo non ha «segreti», la sua vita è destinata a risplendere «in piena luce» come una parola di speranza «annunziata sui tetti». L’amore di Dio infatti è un talento che non può restare «nascosto» nell’ipocrisia di chi cerca in esso la propria gloria; l’amore invece è fecondo e «svela» all’«esterno» le opere della fede che colmano l’«interno». Ė come tra due sposi: con pudore «nascondono» nell’intimità della «stanza più interna» effusioni e sguardi in un linguaggio di parole e corpi che solo loro comprendono. Ma ognuno di quegli istanti d’amore, pur restando un «segreto» sigillato tra i due, è destinato a fissarsi scolpito nella vita dei loro figli. Così Gesù rivela il suo mistero «anzitutto» ai suoi discepoli, scegliendoli come primizie perché «stiano con Lui» sperimentando il suo amore per farlo poi «conoscere» al mondo. Nell'intimità della comunità, nella comunione della liturgia, nel segreto della preghiera essi si uniscono allo Sposo, per poi offrire al mondo i frutti della Grazia e della Parola che hanno accolto. Così la Chiesa ha fatto da sempre con i suoi figli attraverso l’iniziazione cristiana. Così ha accolto e gestato noi, feriti e «calpestati» dall’egoismo che muove il mondo; ci ha annunciato «all’orecchio» la Parola di vita che illumina le «tenebre» del peccato; ci ha lavato nelle sue viscere di misericordia per ricolmarci di Spirito Santo; ci ha introdotto nella «cella del vino», nutrendoci con il Pane del Cielo. E ora ci invia a «predicare sui tetti» le parole che il Signore ci ha confidato nel «segreto» del talamo dove si è donato a noi, la Croce con cui ha dischiuso il Cielo. Non c’è nulla da temere, siamo il suo «corpo» consegnato nel martirio a chi ci è accanto perché veda in noi il «valore» immenso di ogni vita «davanti a Dio», e possa credere che oltre la morte esiste un «dopo» di gioia e pienezza dove il demonio «non potrà fare più nulla». Unico pericolo, l’«ipocrisia» che rende vana la Croce di Cristo, il «lievito» di una vita doppia che «nasconde» sotto terra il talento. Da essa dobbiamo fuggire, rifugiandoci nel «santo timore di Dio», Colui che ha il potere di gettare all’inferno chi rifiuta il suo amore.

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COMMENTO COMPLETO


Tra la "folla" anonima che "si accalca e calpesta a vicenda", i discepoli sono come il lievito nella massa: non si vede, ma esercita una forza capace di sprigionare vita e fermentare tutta la pasta. Proprio perché sciolto come sale e lievito può illuminare il mondo intero. E' il paradosso cristiano nel quale siamo stati coinvolti con la chiamata che ci ha raggiunti: come il nostro Signore ci aspetta un torchio dove essere spremuti sino all'ultima goccia, perché il sangue di Cristo giunga ad ogni uomo; la missione della Chiesa, infatti, è lasciarsi impastare nel mondo per presentare i pagani a Dio come un'oblazione pura. I martiri ci indicano il cammino, come quelli di Nagasaki, crocifissi mentre cantavano i salmi che facevano risuonare, proprio per i loro carnefici, le melodie che gli angeli cantano in Cielo per l'eternità. A questo canto tra le fiamme della fornace ardente delle tentazioni e delle persecuzioni siamo chiamati fratelli; per questo la Chiesa ci sta insegnando come innalzare nel mondo l'inno di lode per il Dio bestemmiato e dimenticato. Unico pericolo, l’"ipocrisia", peggiore de peccati stessi, perché rende vana la Croce di Cristo e frustra la missione della Chiesa; il "lievito" di una vita doppia che infetta tutta la pasta, perché "nasconde" l'idolatria come fece il Popolo di Israele sorprendentemente sconfitto in battaglia ad Ai: "Israele ha peccato. Essi hanno trasgredito l’alleanza che avevo loro prescritto e hanno preso ciò che era votato allo sterminio: hanno rubato, hanno dissimulato e messo nei loro sacchi! Gli Israeliti non potranno resistere ai loro nemici, volteranno le spalle ai loro nemici, perché sono incorsi nello sterminio. Non sarò più con voi, se non eliminerete da voi chi è incorso nello sterminio. Orsù, santifica il popolo... Allora Acan disse a Giosuè: "In verità, proprio io ho peccato contro il Signore, Dio di Israele. Avevo visto nel bottino (di Gerico appena conquistata) un bel mantello di Sennaar, duecento sicli d'argento e un lingotto d'oro del peso di cinquanta sicli; ne sentii bramosia e li presi ed eccoli nascosti in terra in mezzo alla mia tenda e l'argento è sotto"... Giosuè allora prese Acan di Zerach e l'argento, il mantello, il lingotto d'oro, i suoi figli, le sue figlie, il suo bue, il suo asino, le sue pecore, la sua tenda e quanto gli apparteneva. Tutto Israele lo seguiva ed egli li condusse alla valle di Acòr. Giosuè disse: "Come tu hai portato sventura a noi, così il Signore oggi la porti a te!". Tutto Israele lo lapidò, li bruciarono tutti e li uccisero tutti a sassate" (cfr Gs cap.7). Fratelli, il Vangelo di oggi ci annuncia le stesse parole che ascoltò Giosuè: stiamo nascondendo un idolo nel cuore! Cercalo, e consegnalo a Cristo, altrimenti la tua vita sarà un fallimento, e scapperai pieno di paura davanti "a coloro che uccidono il corpo e dopo non possono far più nulla": ti infilerai in ipocrisie sempre più sottili, aggiungerai menzogna a menzogna, con tua moglie, i tuoi figli, i tuoi fratelli e colleghi, perché nascondendo l'idolatria impediamo a Cristo di operare con potenza; essa infatti si manifesta pienamente nella debolezza, non nell'ipocrita autonomia dell'orgoglioso. Per questo Gesù si dirige "innanzitutto" a noi, "suoi amici", per metterci in guardia dall'ipocrisia, il vero pericolo per la Chiesa, che per sua causa diventa sale che ha perduto il sapore ed è "calpestato" come gli ipocriti tra i farisei, sepolcri di cui nessuno si avvede, e come noi, i discepoli, che perdendo la primogenitura profetica, torniamo ad essere folla anonima che si "calpesta" a vicenda: "Corruptio optimi pessima", ovvero "ciò che era ottimo, una volta corrotto, è pessimo" (San Gregorio Magno). Ma coraggio, il Signore ha preso il tuo posto! Tu hai portato sventura alla tua famiglia, alla Chiesa e al mondo con la tua idolatria, ma la morte che meritavi ha raggiunto Cristo sulla Croce. Accetta oggi quella che la storia ti presenta, dove puoi sperimentare il perdono di Dio che estirpa dal tuo cuore l'idolatria "nascosta" per deporvi la sua natura. Lasciati "attirare" da Cristo che ti vuol "condurre nel deserto": entra nella storia di aridità e solitudine che non sopporti, perché è proprio dove Lui vuole "parlare al tuo cuore" per salvarti: nel tuo deserto, infatti, Gesù "trasformerà la valle di Acòr (quella dove è stato lapidato e bruciato il colpevole della disfatta del Popolo di Israele) in porta di speranza". Ascolta che cosa dice il Signore di te attraverso il Profeta Osea: "Là (nel deserto, proprio dove hai nascosto l'idolatria e hai sperimentato il fallimento del peccato) canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d'Egitto. E avverrà in quel giorno che mi chiamerai: Marito mio, e non mi chiamerai più: Mio padrone. Le toglierò dalla bocca i nomi dei Baal (gli idoli dei popoli pagani), che non saranno più ricordati. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell'amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore" (cfr Os. cap 2). 

Così sono salvati gli "amici" di Gesù, e per questo chiamati alla "parresia" di gridare la mondo che esiste "mio Dio", come la Maddalena dopo aver incontrato il Signore risorto lo ha annunciato con franchezza e gioia senza temere di non essere creduta. La "parresia" infatti, è il lievito che trasforma una massa anonima in una comunità, perché, attirando su di sé l'odio e la persecuzione di chi non accetta la Verità annunciata senza compromessi, semina con fecondità i cristiani attraverso il sangue sparso nel martirio. Solo dove risplende l'autenticità del Vangelo, infatti, le persone sono poste di fronte all'amore di Cristo, perché desti in loro il desiderio di vivere come i cristiani, beati nella fame e nella povertà, tra le lacrime e le persecuzioni. Sulla croce, infatti, ogni "segreto viene alla luce": se l'interno è stato purificato e colmato di fede, esso splenderà nell'amore più forte della morte; se invece è pieno di iniquità e incredulità, sarà svelata l'ipocrisia, con grave danno per i piccoli e i peccatori. Se stai perdonando il tuo nemico, oppure offrendo il dolore della malattia, allora significa che in te è vivo Cristo per mezzo della fede adulta. Come sappiamo dal primo rito del battesimo, essa ci dà la vita eterna, e chi ce l'ha non teme le persecuzioni più feroci: sa che "ogni suo capello è contato", perché la sua vita è custodita nel cuore di Dio. Per questo un cristiano può amare donandosi nel martirio, "svelando" così all'"esterno" le opere della fede che colmano l'"interno". Ė come tra due sposi: con pudore "nascondono" nell’intimità della "stanza più interna" effusioni e sguardi in un linguaggio di parole e corpi che solo loro comprendono. Ma ognuno di quegli istanti d’amore, pur restando un "segreto" sigillato tra i due, è destinato a fissarsi scolpito nella vita dei loro figli, che in quei momenti in cui sono concepiti, ereditano dai genitori la somiglianza. Così Gesù rivela il suo mistero "anzitutto" ai suoi discepoli, scegliendoli come primizie perché "stiano con Lui" sul talamo della Croce dove sperimentano il suo amore che li fa immagine somigliante dello stesso Padre; solo dopo potranno farlo "conoscere" al mondo. Come accadeva nella Chiesa primitiva quando ciò che gli apostoli predicavano "nel segreto" del catecumenato e delle assemblee delle comunità, una volta fatto carne e vita nei cristiani rinati da acqua e da Spirito, era "annunciato sui tetti". Quella Parola li spogliava dell'ipocrisia illuminando l'idolatria che si nasconde nel fondo del cuore perché fosse consegnata ai sacramenti insieme ai peccati che genera.  Anche noi abbiamo bisogno di "stanze più interne" dove essere iniziati alla fede adulta, che è l'esperienza di vedere trasformate le nostre valli di Acor in porte di speranza; "stanze" come il Cenacolo, dove gli apostoli si erano "nascosti" per timore dei Giudei e hanno visto Gesù vivo passare oltre le porte della morte e della paura, lo hanno ascoltato annunciare la Pace, hanno mangiato con Lui e hanno ricevuto lo Spirito Santo. Grazie ad Esso, "nulla" di tutto questo che avevano ascoltato e sperimentato è "rimasto nascosto", ma è stato "svelato" dal loro annuncio e dalla loro testimonianza, sino al martirio! Per questo il Signore ci invita a "nasconderci" nel Cenacolo per passare dal "timore" di "coloro che uccidono il corpo e dopo non possono far più nulla" - dal demonio e da chi lo incarna - al "timore di Dio", che è un dono dello Spirito Santo che scende, appunto, nel Cenacolo. Nella comunità cristiana, infatti, sperimentiamo "anche i capelli del nostro capo sono contati", perché l'amore di Dio cerca "hametz" (il lievito vecchio) anche negli angoli più nascosti; perfino in un capello può nascondersi un'insidia, come in una parola, in uno sguardo, in un pensiero: tutto è "contato" attraverso la predicazione della Parola di Dio alla quale non sfugge nulla, perché nulla manchi all'appello della misericordia. Tutto è passato al setaccio del fuoco dello Spirito Santo che purifica e ci dona il "timore", il "principio della sapienza" che ci fa vivere sapendo che la "Geenna" esiste, che la chiusura ostinata alla Grazia può condurre Dio a minacciare di "uccidere", proprio come dice Gesù nel vangelo di oggi. Non scandalizzatevi, è la serietà con cui Dio prende la nostra vita. Ricordate il sacrificio di Isacco? Per crescere nella fede Abramo doveva passare per quella prova atroce che lo chiamava a legare Isacco; per entrare nella libertà che genera l'amore e la parresia doveva obbedire al di là della propria ragione. Anche per noi è preparato il Moria della prova dove vivere nel "timore" di Dio, come su un letto d'amore dove donarci a Cristo e attingere in Lui lo zelo e l'amore per ogni uomo. Nella prova, infatti, gli "amici" di Gesù sono il segno profetico che desta nella "folla che si accalca" l'interrogativo capace di aprire il cuore a Cristo, quello che un cristiano senza fede diluirebbe nell'ipocrisia del buonismo: davvero Dio mi ama? Nelle situazioni che sembrano negare l'esistenza di Dio e il suo amore, i discepoli crocifissi con Cristo rivelano il segreto più intimo di Dio: Dio ama ogni persona così come è. Il mondo non lo sa, e per questo "vende cinque passeri per due soldi", disprezza le persone per le quali Gesù ha pagato il riscatto con la sua vita. Per la sapienza carnale, infatti, i "passeri", immagine dei piccoli e degli ultimi perché sono tra le creature più deboli e indifese, non valgono nulla. Per Cristo invece, tu spogliato della maschera ipocrita, tu così come sei, piccolo e debole, "vali" infinitamente, perché "vali" quanto il sangue che Cristo ha versato per te. Allora coraggio, lasciati spogliare, ed entra nudo nelle viscere di misericordia della Chiesa per rinascere come un Vangelo vivente annunciato sui "tetti" perché tutti possano ascoltarlo e salvarsi.




Cattoliche, irachene, 80 anni. 
Ma davanti ai jihadisti non hanno tremato: 
«Per la nostra fede siamo pronte a morire qui e ora»




Quando lo Stato islamico ha invaso ad agosto il villaggio di Caramles, nella piana di Ninive, tutti i cristiani sono scappati di notte verso il Kurdistan. Invece Victoria (nella foto, © Aid to the Church in Need), 80 anni, non si è accorta di niente. Quando la mattina seguente si è alzata, come ogni giorno si è recata in chiesa e per la prima volta l’ha trovata chiusa. Vedendo le strade deserte, la vedova cattolica si è allora resa conto che i jihadisti erano arrivati.
La vedova è rimasta chiusa in casa per quattro giorni insieme alla sua vicina, Gazella, «sostenute dalla fede». Una volta finite le scorte di cibo e acqua, sono state costrette ad uscire e si sono imbattute nei soldati del Califfato. I jihadisti hanno subito chiesto loro di convertirsi e davanti a un primo rifiuto le hanno aiutate, distribuendo cibo e acqua. Dopo pochi giorni, i terroristi sono tornati a prenderle e le hanno portate al santuario di santa Barbara, dove si trovavano già un’altra dozzina di persone, gli ultimi cristiani rimasti in città. «Dovete convertirvi – i terroristi hanno detto loro – la nostra fede può promettervi il Paradiso». Victoria e Gazella hanno risposto senza paura: «Noi sappiamo che se mostriamo amore e gentilezza, perdono e misericordia possiamo portare il regno di Dio sulla terra. Il Paradiso riguarda l’amore. Se voi volete ucciderci per la nostra fede, allora siamo pronte a morire qui e ora».



Giovedì della XXVIII settimana del Tempo Ordinario



E proprio qui, ai piedi di questa stupenda policromia Sistina,
si riuniscono i cardinali -
una comunità responsabile per il lascito delle chiavi del Regno.
Giunge proprio qui.
La policromia sistina allora propagherà la Parola del Signore:
Tu es Petrus - udì Simone, il figlio di Giona.
"A te consegnerò le chiavi del Regno".
La stirpe, a cui è stata affidata la tutela del lascito delle chiavi,
si riunisce qui, lasciandosi circondare dalla policromia sistina,
da questa visione che Michelangelo ci ha lasciato -
"Con-clave": una compartecipata premura del lascito delle chiavi, delle chiavi del Regno.
Ecco, si vedono tra il Principio e la Fine, 
tra il Giorno della Creazione e il Giorno del Giudizio. 
E' dato all'uomo di morire una volta sola e poi il Giudizio! 
Una finale trasparenza e luce. 
La trasparenza degli eventi - 
La trasparenza delle coscienze - 
Bisogna che, in occasione del conclave, Michelangelo insegni 
al popolo - 
Non dimenticate: Omnia nuda et aperta sunt ante oculos Eius.
Tu che penetri tutto - indica!
Lui additerà...

Giovanni Paolo II, Trittico


    








L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 11,47-54

In quel tempo, il Signore disse: «Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. Così voi date la testimonianza e approvazione alle opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite loro i sepolcri.
Per questo la sapienza di Dio ha detto: Manderò a loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno; perché sia chiesto conto a questa generazione del sangue di tutti i profeti, versato fin dall'inizio del mondo, dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccarìa, che fu ucciso tra l'altare e il santuario. Sì, vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione.
Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l'avete impedito».
Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo ostilmente e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca.



CON LA CHIAVE DELLA CROCE GESU' APRE LA PORTA DEL CIELO CHE LA NOSTRA SUPERBIA AVEVA CHIUSO


Chiudiamo, eccome se chiudiamo, e quante volte, le porte in faccia ai fratelli. Come i Dottori della Legge ci appropriamo della chiave della scienza e ci infiliamo nel buio più pesto del non senso e vi trasciniamo quelli che ci sono vicini. Ai Dottori era stato affidato il tesoro più grande, la Scienza, ovvero la Torah, la Legge, l'Alleanza, la chiave dell'elezione e della missione del Popolo, e se ne erano appropriati nell'inganno demoniaco del potere e della vanagloria; chi ha le chiavi ha tutto, può decidere, può scegliere se aprire o chiudere, se far entrare nella felicità o lasciar fuori nella frustrazione. I Dottori della Legge invece di custodire il tesoro affidato, attraverso le chiavi della responsabilità e della fedeltà, se ne sono impadroniti facendone uno strumento per farsi dio e usurparne il posto. Accanto a noi è accovacciata la stessa perversione di appropriarci del tesoro che ci è affidato, i figli, il matrimonio, il lavoro, gli affetti, e la Grazia. Sì, afferriamo anche la Grazia facendone una nostra opera e accampiamo diritti. E così scandalizziamo i piccoli, perché la corruzione dei cristiani, chiude la porta della Vita a tutti. "Guai a noi" dice il Signore, infelici d'aver perduto il letto d'amore dove la vita, la pace e la gioia vera ci attendono. "Guai a noi" cadaveri ambulanti che vagano nei giorni disorientati senza Sapienza. Quante volte abbiamo disprezzato e spento la profezia nella nostra vita. Quante volte ci siamo tappati le orecchie per non sentire le parole di verità che illuminano i nostri cuori, preferendo la menzogna superba che ci dilania. Quanti sepolcri abbiamo aperto all'amore vero, quello che non fa sconti al peccato ma ha misericordia del peccatore. Ma il Signore Gesù ha cercato e raccolto la chiave. Era la Croce, dove ha compiuto la Scienza in amore. Anche oggi, anche ora, il Signore scende sino agli inferi quotidiani di tutti noi e con la Chiave della Croce ci spalanca le porte dei sepolcri, quelli costruiti per i profeti e nei quali, invece, precipitiamo ad ogni menzogna. In Lui e' svelata l'autentica sapienza, quella sublime dell'amore che riscatta e trasforma una vita schiacciata nell'egoismo e nella ricerca di sé in un dono totale. La Chiave della Croce apre il cuore indurito e chiuso nell'orgoglio; scioglie le catene della paura e della menzogna per aprire su nuovi orizzonti di verità. E, come a Pietro, il Signore ce le consegna nella Chiesa come frutto della fede. Nella comunità cristiana cresciamo, infatti, nell'esperienza che davvero Gesù è il Figlio di Dio vivo: lo abbiamo visto vincere sui nostri peccati, per questo non dubitiamo che le Chiavi che ci affida siano capaci di scardinare le tombe nelle quali giace chi ci è accanto, e schiudere per loro la porta del Cielo. Anche di un matrimonio che tanti, troppi anche nella Chiesa, ci consigliano di buttare. La Chiave che ha il potere di "sciogliere" in terra le catene della paura di farsi peccato per il peccatore, e di "legare" in Cielo ogni fallimento umano all'amore incorruttibile di Dio che lo trasforma in un successo eterno.





Nascosto tra le parole con cui il Signore rivela l'amore autentico che non tace la Verità a costo di attirarsi le "ostilità" e dover camminare in mezzo alle "insidie", vi è un oggetto che vale infinitamente di più di qualsiasi altro tesoro: la "chiave della scienza". E perché è così importante e preziosa? Perché essa apre le porte del Paradiso, il Destino per il quale ogni uomo è stato pensato, amato e creato da Dio. Chi non ce l'ha o non l'ha mai vista, vaga nella vita senza speranza e senza meta; dà per scontato che la morte sia una porta chiusa per sempre, al punto di convincersi che oltre l'ultimo respiro vi sia il nulla. L'ateo è proprio come un uomo che ha perduto le chiavi, e si è dovuto abituare a sopravvivere fuori di casa; è un "homeless" senza fissa dimora, che perde poco a poco identità e dignità, come il figlio prodigo e la pecora perduta delle parabole. Come ciascuno di noi prima di ascoltare la predicazione del Kerygma, la Buona Notizia della morte e risurrezione del Signore che, aprendo con la forza della misericordia i nostri sepolcri, ci ha dischiuso le porte del Paradiso dal quale peccando eravamo stati scacciati. Avendo ascoltato la predicazione e la proclamazione della Parola nella comunità cristiana, siamo anche noi diventati "dottori della Legge" ai quali è stata consegnata la "chiave della scienza". Come loro siamo stati scelti per contemplare il volto di Dio, primizia del Paradiso perduto che Israele avrebbe testimoniato alle Nazioni; lo abbiamo visto risplendere nella Parola del Figlio che, sulla collina delle Beatitudini ha consegnato ai suoi discepoli il Discorso della Montagna, la "chiave del Cielo". Nella Chiesa abbiamo sperimentato mille volte il potere di quella Parola di verità che ci ha denunciato di peccato per coprirci con il manto della misericordia e rigenerarci in essa come figli di Dio. Abbiamo cioè sperimentato che la Parola di Dio ha la "scanalatura" giusta per superare gli "ostacoli" della serratura con la quale era chiuso il Paradiso, ovvero l'amore e la comunione con Dio e i fratelli. Lo possiamo annunciare e testimoniare no? Il matrimonio salvato non è un frammento di Paradiso? La libertà con la quale a volte riesci a parlare con tuo marito non è un anticipo dell'amore puro, libero e incorruttibile del Cielo? E i figli, e la vita celibe e casta di un sacerdote innamorato di Cristo? E la fede con cui, nella pace, un cristiano accoglie un cancro e soffre e muore trasfigurato nell'offerta di sé? Sono i segni che alla Chiesa è stata affidata la "chiave della scienza" per la salvezza del mondo: consegnandola a Pietro, infatti, Gesù ha dato mandato a lui e ai suoi fratelli di legare e sciogliere in terra perché sia legato e sciolto anche in Cielo. Quella "chiave" è dunque l'unica che apre o chiude l'accesso alla salvezza. Insieme a Pietro, è stata data anche a te e a me perché sia un sacramento di salvezza per questa generazione; e oggi viene a Gesù a chiederci: "che ne hai fatto?". L'abbiamo "tolta" fratelli; non ti scandalizzare, è così perché ce ne siamo appropriati illudendoci di diventare come Dio: chi ha le "chiavi" comanda, dirige la sua vita perché ne diventa proprietario, può decidere se aprire o chiudere. Avete presente le lotte dei giovani per ottenere le chiavi di casa e rientrare quando vogliono? Sono il segno dell'emancipazione, dell'età adulta. Dovrebbero significare la responsabilità e la maturità raggiunte, invece troppo spesso aprono le porte delle tombe nelle quali scendono tanti giovani vittime della droga e dell'alcool. Proprio come era accaduto a quei "dottori della Legge" e accade a noi: invece di custodire il tesoro affidato attraverso le "chiavi" della responsabilità e della fedeltà, ce ne siamo impadroniti credendo di potere aprire o chiudere a piacimento le porte delle varie esperienze, scegliendo quali fossero un bene e quali un male, in base alla "scienza" ormai divenuta carnale perché priva dello Spirito Santo. In nome della Legge si possono compiere i peggiori peccati; in quanto prete posso uccidere, come un genitore o un coniuge. I farisei e i dottori della Legge, infatti, godevano di grande prestigio; erano le guide spirituali del popolo, insegnavano nella "casa della conoscenza" (la traduzione esatta dell'originale reso con "scienza"), la "casa dello studio", la "yeshivà" dove gli ebrei scrutano ancora la Torah per attualizzarla in favore del Popolo, perché potesse accoglierla e vivere alla sua luce. "Entrare nella conoscenza" era come entrare nel Regno di Dio perché in essa si riviveva l'esperienza del Sinai. I Farisei e i dottori avevano le "chiavi" di questa casa, ma le avevano "tolte" chiudendo la porta del regno di Dio a se stessi e a quanti la desideravano, "uccidendo" (secondo un altro significato del termine "togliere") in loro la speranza, obbligandoli a vivere come atei scacciati lontano dal Paradiso. Ma questo spesso accade anche nella comunità cristiana, dove, chiamati a crescere nella "conoscenza" di Dio, ci inorgogliamo al punto di chiudere fuori i piccoli. Quante parrocchie si trasformano in bunker di perfezionisti ipocriti, impenetrabili agli impuri... Quanti pastori frenano l'azione dello Spirito Santo rubando e nascondendo la chiave del Cielo, impedendo ai peccatori di incontrare il Signore attraverso i doni che Dio dà, come, dove e quando vuole alla sua Chiesa...

Aspetta un attimo, perché è proprio quello che facciamo anche a noi e si tratta davvero della più grande stoltezza: ma come, l'uomo più ricco del mondo ti ha dato le chiavi della stanza dove nasconde il suo tesoro perché tu possa essere libero di entrarvi e usarne secondo le tue necessità, e tu che fai? Ti chiudi fuori! Per questo Gesù ti dice oggi: "Guai a te!", ed è il suo lamento funebre pieno di compassione per chi vive così ingannato dal demonio da rifiutare la gratuità della vita eterna. Il serpente, infatti, spingendo i progenitori a mangiare il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male, li ha consegnati alla più grande frustrazione. La "chiave della scienza" è un dono non una preda; se il demonio riesce a fartela vedere come un oggetto da rubare per diventare come il suo padrone ha vinto, perché quella "chiave" apre solo quando si compie la Scienza, ovvero il cuore della Torah; quando cioè si realizza l'amore annunciato dallo Shemà. Chi si ribella a Dio non lo ama, e molto meno può amare il prossimo suo come se stesso; per questo, la "chiave della scienza" affidata alla nostra libertà, invece di aprire la porta del Paradiso, la chiude senza speranza di poterla riaprire. Se oggi non ami davvero significa che hai usato la "chiave" per chiuderti fuori, scandalizzando i piccoli che ti sono affidati. Un cristiano che non ama è un ostacolo insormontabile posto dinanzi agli atei, ai lontani, ai peccatori. La "scienza" che ti "gonfia", ovvero l'orgoglio, l'avarizia, la gelosia, i giudizi, la lussuria che covano dentro di te stanno chiudendo le porte del Paradiso in faccia al tuo coniuge, ai figli e a ogni prossimo. E sai perché questo è accaduto? Perché è tempo che hai chiuso il tuo cuore alla profezia, e con i tuoi atteggiamenti "ostili" alla Verità hai "costruito i sepolcri dei profeti" che ti annunciavano la misericordia di Dio. Accettalo, come me fai parte di "questa generazione" che ipocritamente celebra i profeti mentre nel cuore rifiuta il loro annuncio, e li uccide e perseguita, uccidendo e togliendo con loro la "chiave della scienza" autentica, quella dell'amore al quale ci chiamano a convertirci. Forse anche ieri abbiamo seppellito un profeta. Forse era proprio "Abele", nostro fratello; forse era nostro figlio, ferito e peccatore, che, in quella sua infinita debolezza, era una profezia del miracolo che l'amore di Dio voleva compiere. E invece abbiamo "chiuso" ogni possibilità, "chiusi" nell'orgoglio di padre ferito. Ma coraggio fratelli, oggi si compie questo Vangelo! La "Sapienza di Dio" ci invia ancora i suoi profeti e apostoli - questo vangelo per esempio - perché ci "venga chiesto conto" dei nostri peccati. E' bene fare oggi i conti con Dio e accettare di essere in debito e di non avere il denaro per estinguerlo, perché siamo ancora in tempo per accogliere la sua misericordia; il Padre infatti, proprio nel sangue dei profeti, riconosce il sangue di suo Figlio e ci condona il debito. Convertiamoci allora, e lasciamoci amare accettando di non conoscere la "filettatura" della "chiave della scienza"; camminiamo nella Chiesa dove possiamo impararne il disegno attraverso l'esperienza dell'amore gratuito di Dio. Essa infatti ha la forma della Croce sulla quale il Signore ha compiuto la "scienza" nell'amore sino alla fine. La Chiave della Croce apre il sepolcro del cuore indurito e chiuso nell'orgoglio; scioglie le catene della paura della morte per aprirlo all'amore. La felicità eterna nostra e delle persone che ci sono affidate dipende infatti dall'umiltà con la quale ascolteremo e obbediremo alla Parola di Dio che ha il potere di creare in noi la "chiave del Cielo"; come a Pietro, il Signore ce la consegna nella Chiesa plasmandola per mezzo della fede. E' nella piccola comunità cristiana che un matrimonio può essere salvato, perché, alla luce della Parola e con la forza dei sacramenti, gli sposi si scoprono peccatori entrambi, e bisognosi della stessa misericordia, sciogliendo in essa rancori e gelosie, tradimenti e incompatibilità. E' qui che si impara ad essere sposi, genitori, figli, preti modellati dalla grazia come una chiave a forma di Croce, l'unica che apre il Cielo ai fratelli.



QUI UN ALTRO COMMENTO E GLI APPROFONDIMENTI

18 ottobre. San Luca Evangelista



αποφθεγμα Apoftegma

Frate lupo, tu fai molti danni in queste parti, e hai fatti grandi malifici,
guastando e uccidendo le creature di Dio sanza Sua licenza,
e hai avuto ardire d'uccidere uomini fatti alla immagine di Dio;
per la qual cosa tu se'degno delle forche come ladro e omicida pessimo;
e ogni gente grida e mormora di te, e tutta questa terra t'è nemica.
Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro,
sicchè tu non gli offenda più, ed eglino ti perdonino ogni passata offesa,
e nè li uomini nè li cani ti perseguitino più.
Imperò che io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male...

Fioretti di San Francesco






AGNELLI NELL'AGNELLO

Dobbiamo accettare il fatto che Cristo è il Servo di Jahvè, 
il Servo sofferente che porta su di sé i peccati dell'umanità. 
La Chiesa, che lo ha incontrato resuscitato, 
lo dà al mondo attraverso la stoltezza della predicazione: 
Costui, che per un poco di tempo vediamo coperto di ignominia, 
tornerà come il "Figlio dell'Uomo" sulle nubi del cielo con potere e gloria grande. 
Portiamo la sua debolezza e la sua ignominia, 
completando nel nostro corpo quello che manc
alla sua passione in questa generazione. 
Cacciamo via la tentazione del potere, 
perché è la debolezza di Dio quella che ci converte, 
quella che salva il mondo. 
Noi predichiamo Cristo e questi crocifisso. 
Mentre gli uomini si divorano l'un l'altro e uccidono... 
La Chiesa porta i peccati con Cristo sulla croce, 
non li distrugge con la spada. 
Anche se a volte la tentazione totalitaria è molto forte, 
è sempre una menzogna, è sempre una tentazione. 
Cristo è morto senza armi sopra una croce, senza giudicare, perdonando. 
Quelli che hanno ricevuto del suo Spirito fanno sempre questa stessa cosa. 
Non lasciamoci ingannare.

KIKO ARGÜELLO





L'ANNUNCIO

Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe.
Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa.
Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi.
Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio.
(Dal Vangelo secondo Luca 10,1-9)






COME PECORE CHE SI OFFRONO PER SAZIARE CON L'AMORE DI CRISTO I LUPI CHE CONOSCONO SOLO L'INGANNO DEL DEMONIO


SINTESI

Il mondo muore di fame. In «ogni città e luogo» tutti hanno un urgente bisogno dei discepoli del Signore, come i «lupi» che si aggirano famelici in cerca di cibo, hanno bisogno degli agnelli. Il mondo giace nelle tenebre del peccato, le persone che incontriamo ogni giorno sono lupi affamati, sui loro denti cola la concupiscenza; stanno divorando famiglia, figli, chiunque, anche la propria vita, pur di saziare il vuoto e la solitudine. Solo un «Agnello sgozzato» che si offre mite può saziarli, solo un amore come il suo che arriva «sino alla fine», lì dove si fanno insopportabili i crampi della fame. Ambasciatori «inviati avanti» all'Agnello, i discepoli non possono che essere agnelli, miti e indifesi come Lui, «senza borsa, né bisaccia e calzari». La Chiesa, erede dei «72» anziani collaboratori di Mosè, adempie alla sua missione nel «deserto» del mondo con la sola sapienza della Croce, proprio quella che nessun «piano pastorale», purtroppo, prevede. Ben fondati sulla Croce che ci ha salvati, siamo inviati anche noi ad offrirci «come agnelli in mezzo ai lupi». I fidanzati come agnelli alle proprie fidanzate, per spegnere nel dono, nel rispetto e nel sacrificio gli ardori della lussuria; i genitori come agnelli alle ribellioni e all’immaturità dei propri figli, per educarli trasmettendo loro la fede nella verità e nella misericordia. E così gli sposi l'uno all'altro, i professori agli studenti, i pastori al gregge. Siamo inviati a «curare» i colleghi, gli amici, i parenti «malati», spingendoci con amore sino alla soglia delle loro «case», a quei frammenti di vita dove la paura della morte li spinge a farsi lupi; sin dentro le loro «città», per «mangiare» e prendere su di noi il dolore «che ci è messo dinanzi», senza giudicare, perché «il Medico è venuto dai malati, per guarirli mangiando con loro» (San Pietro Crisologo). Come «paraninfi» siamo inviati a cercare i «figli della Pace» e condurli al Principe della Pace loro legittimo Sposo. Come a Gubbio quel giorno San Francesco si fece capire dal lupo con parole di misericordia che seppero ammansirlo, così con il nostro annuncio e nella nostra vita si fa «vicino» ad ogni uomo il «Regno di Dio», dove Cristo sazia del suo amore la fame di tutti.


---- Il mondo muore di fame. In «ogni città e luogo» tutti hanno un urgente bisogno dei discepoli del Signore, come i «lupi» che si aggirano famelici in cerca di cibo, hanno bisogno degli agnelli. Il mondo giace nelle tenebre del peccato, le persone che incontriamo ogni giorno sono lupi affamati, sui loro denti cola la concupiscenza; stanno divorando famiglia, figli, chiunque, anche la propria vita, pur di saziare il vuoto e la solitudine. Solo un «Agnello sgozzato» che si offre mite può saziarli, solo un amore come il suo che arriva «sino alla fine», lì dove si fanno insopportabili i crampi della fame. Anche noi, ogni giorno, siamo nutriti dall'Agnello immolato per la nostra salvezza; "ecco l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo": così, prima di partecipare alla beatitudine del banchetto eucaristico, il presbitero ci mostra e annuncia l'amore che ci salva. E ci salva in quel momento: possiamo alzare gli occhi e contemplarlo, come il Popolo di Israele ha fissato il serpente di bronzo, come i Popoli hanno guardato a Colui che hanno trafitto, e sono stati salvati. 



Così oggi saremo salvati dal giudizio che ci ha chiuso al fratello, dall'egoismo e dall'invidia, dall'avarizia e dalla gelosia. Ambasciatori «inviati avanti» all'Agnello, i discepoli non possono che essere agnelli, miti e indifesi come Lui, «senza borsa, né bisaccia e calzari». Ogni discepolo appare sulla soglia del giorno e della storia come gli "operai" dell'Agnello: quando ci svegliamo il Signore ci invia e ci presenta a nostro marito e a nostra moglie, ai figli e ai colleghi, ai parenti e a chiunque incontreremo al mercato o sulla metropolitana, ai compagni di scola, ai professori e al fidanzato, dicendo: "Ecco l'Agnello di Dio".... Siamo stati salvati, lo abbiamo mangiato tante volte, ci ha saziati, e siamo stati trasformati in Lui. Per questo anche oggi il Padre svela suo Figlio in noi, agnelli inviati ai lupi, al marito che è famelico, come la moglie, come tutti: homo homini lupi diceva Plauto, e lo sperimentiamo ogni giorno, sino a quando qualcuno - tu ed io - non sono trasformati, per Grazia, in piccoli, umili e indifesi agnellini... Ma sono "pochi" gli operai che hanno accolto la Grazia di vivere come gli ultimi, ogni giorno come pecore da macello. "Operai" che chiedono giustizia, che predicano se stessi e la propria carne affamata come quella del mondo, ve ne sono molti, troppi. Credono di sfamare e contribuire a un mondo migliore, e invece generano mostri, una miriade di uomini vecchi ingrassati a dovere, pieni di concupiscenze e di desideri inappagati. 

Preti, suore, padri e madri, il mondo è pieno di "operai" incapaci di andare nella "messe" di Gesù; lo diceva già San Gregorio Magno, un Papa modernissimo: "Di questa scarsità non possiamo parlare senza profonda tristezza, poiché vi sono persone che ascolterebbero la buona parola, ma mancano i predicatori. Ecco, il mondo è pieno di sacerdoti, e tuttavia si trova assai di rado chi lavora nella messe del Signore. Ci siamo assunti l'ufficio sacerdotale, ma non compiamo le opere che l'ufficio comporta". "Operai" come tu ed io, intenti a girare al largo dal Calvario autentico di questa generazione. Entriamo, invece, senza il vero antidoto che è il kerygma, l'annuncio del Vangelo che ha il potere di donare la fede a chi ascolta. 




La Chiesa è inviata a precedere profeticamente gli uomini, ad aprire nel mondo il cammino, l'unico autentico, alla vita, alla felicità, alla pienezza: "Il Signore infatti segue i suoi predicatori, perché la predicazione giunge prima, e solo allora il Signore viene ad abitare nella nostra anima, quando lo hanno preceduto le parole dell'annunzio, attraverso le quali la verità è accolta nella mente… Noi dunque spianiamo la strada a colui che sale «sul tramonto» quando predichiamo alle vostre menti la sua gloria; perché, venendo poi egli stesso, le illumini con la presenza del suo amore" (San Gregorio Magno). Gli apostoli annunciano una Buona Notizia che il mondo non conosce. Sono inviati ad annunciare la "Pace" esattamente come ha fatto Gesù con loro: a passare attraverso le porte sprangate dell'ideologia, della cultura mondana, e mostrare le sue piaghe gloriose, perché chi non conosce Cristo e il potere della sua risurrezione, ha paura di morire! Per questo tutti pecchiamo, e non c'è differenza tra Giudei e pagani, tra noi che frequentiamo la Chiesa e quelli che le sono ostili; lo scriveva San Paolo, per aprire il cuore di tutti alla stoltezza della predicazione. 

Siamo chiamati ad avere lo stesso sguardo di Dio fatto carne negli occhi di suo Figlio: gli uomini sono schiavi del demonio che li lega a sé con le catene della paura della morte. Gli "operai" sono inviati a liberarli, a caricarseli sulle spalle, e a riportarli con amore all'ovile. La Chiesa è un sacramento di salvezza, un segno del Cielo che risplende nella bellezza della comunione e dell'unità tra i fratelli. E' la primizia della Gerusalemme celeste annunciata nella concretezza della Gerusalemme terrestre. Per questo gli apostoli annunciano la "Pace" aprendo le comunità cristiane come tante piccole "Gerusalemme", tante "città della Pace", perché tutti possano esservi accolti senza essere giudicati, senza che nulla sia esigito, nella misericordia di cui parla sempre Papa Francesco. E misericordia significa viscere di madre, che si commuovono per chi ha lacerato il suo matrimonio ferendo i figli; per chi è così ingannato da credere d'essere dio e potersi scegliere identità e genere sessuale, lasciando libertà ai propri impulsi carnali. Per gli assassini e i ladri, i corrotti e i corruttori, per i peccatori, le pecore perdute di ogni generazione. Per loro esiste la Chiesa, come un "ospedale da campo" dove possono essere salvati al pronto soccorso, e poi, piano piano, secondo la sapienza amorevole del magistero, possono imparare a non peccare più sperimentando la vittoria di Cristo sulla morte e la sua paura. La Chiesa è per il mondo una comunità che accoglie e gesta le persone, perché il Signore possa estirpare dal cuore la radice velenosa che produce i frutti avvelenati che appaiono nel mondo.



Buon Samaritano
Per questo gli apostoli vanno in cerca degli uomini feriti dai briganti per riportarli alla locanda, senza l'ipocrita saccenza dei dottori della legge e dei farisei, ma con la tenerezza e la compassione di chi sa d'essere stato ferito prima di loro, samaritani anch'essi salvati da Cristo che s'è fatto peccato per perdonare ogni peccatore. Come San Luca, che ha ascoltato la testimonianza di chi il Signore l'aveva visto risorto, e ha saputo dipingere, come un'icona, la Buona Notizia, il Vangelo della misericordia e della gioia che oggi salva noi. Le varie situazioni in cui si trova la società non costituiscono immediatamente la "messe" di Dio. Sono le conseguenze di una malattia molto più profonda, quella del peccato, la vera schiavitù che impedisce di perdonare un marito violento, di aprirsi alla vita, di essere casti e non attaccati al denaro, al prestigio e al potere. Quando dice che "sono pochi", il Signore pensa ad "operai" capaci di esorcizzare i "malati" che sono la "grande messe" di ogni generazione. Persone non strutture; uomini feriti dal demonio, da cercare e perderci la vita, come ha fatto il Buon Samaritano che non ha perso tempo per inseguire i briganti, e nemmeno i religiosi che erano passati oltre indifferenti, ma si è chinato sulle ferite dell'uomo che giaceva mezzo morto. La "messe" è colui che ti è accanto oggi, che sta divorziando o lo ha già fatto, la donna che vuole abortire o lo ha già fatto, non le leggi, non le filosofie e le culture. Sono "pochi" questi "operai", perché "pochi" credono che l'origine della sofferenza sia il peccato e il demonio suo padre. Perché "pochi", anche tra i Vescovi e i preti, lo hanno sperimentato... Credono che sia l'esterno a dover essere evangelizzato, e siccome non si può predicare a un decreto legge, si scende al suo livello, e si cominciano a usare la sapienza mondana, i metodi copiati dalla società, con le stesse parole e gli identici slogan. E che fallimenti, quando si veste la Chiesa come il mondo, con la trasparenza, la tolleranza zero, la solidarietà e l'equità. E l'annuncio del vangelo? Neanche l'ombra nelle conferenze stampa, in tante lettere pastorali... Pochissimi sono quelli che credono al potere della povera e stolta predicazione della Croce. San Paolo è chiuso negli obitori degli esegeti che si occupano di necrologia biblica, o nelle stanze delle parrocchie dove si tengono corsi biblici che non incidono sulla vita dei cristiani; quanti esegeti, o teologi, o cristiani, dopo essersi immersi nelle sue lettere, entrano nella storia reale come San Paolo, che affermava di conoscere e annunciare solo Cristo crocifisso? 

E noi? A casa, ieri sera con nostro marito che voleva unirsi e lo abbiamo rifiutato? E stamattina con il muso di nostro figlio, o due giorni fa con l'imbroglio del collega? Abbiamo annunciato e assunto la Croce o la giustizia del mondo? Per questo occorre "pregare il Padrone della messe" - l'unico che la conosce bene perché l'ha creata Lui, libera e vulnerabile - perché "mandi operai" veri a portare e annunciare il regno di Dio capace di distruggere quello del demonio. Occorre pregare perché oggi, e ogni giorno, il Padre ci invii di nuovo in missione; chiediamogli di liberarci da noi stessi e dai nostri criteri mondani perché, senza i ricorsi psicologici e politici, ideologici e pedagogici, lasciamo a casa "borsa e denari" e, impugnando solo la sapienza della Croce e il Vangelo, con zelo ci infiliamo nei luoghi della nostra vita per annunciare Cristo e Cristo crocifisso. Solo così la Chiesa, erede dei «72» anziani collaboratori di Mosè, potrà adempiere alla sua missione nel «deserto» del mondo: con la sola sapienza della Croce saprà dirimere le cause insinuate dalla malizia del demonio, perché le persone raggiunte dal Vangelo sappiano deporre le armi e riconciliarsi, nella "Pace" del Signore vittorioso sulla morte. "Operai" così nessun «piano pastorale», purtroppo, li prevede.

Ben fondati sulla Croce che ci ha salvati, siamo allora inviati anche noi ad offrirci «come agnelli in mezzo ai lupi», perché appaia compiuta nel mondo la profezia di Isaia: "Il lupo dimorerà con l'agnello". Ogni lupo può dimorare nell'ovile di
 Cristo, l'agnello muto di fronte ai suoi macellai: nella Chiesa gli agnellini ammansiscono i lupi offrendosi in cibo per loro. L'amore soprannaturale che perdona e si carica dei peccati degli altri fa della terra un' enclave del Cielo. I fidanzati come agnelli alle proprie fidanzate, per spegnere nel dono, nel rispetto e nel sacrificio gli ardori della lussuria; i genitori come agnelli alle ribellioni e all’immaturità dei propri figli, per educarli trasmettendo loro la fede nella verità e nella misericordia. E così gli sposi l'uno all'altro, i professori agli studenti, i pastori al gregge. Siamo inviati a «curare» i colleghi, gli amici, i parenti «malati», spingendoci con amore sino alla soglia delle loro «case», a quei frammenti di vita dove la paura della morte li spinge a farsi lupi; sin dentro le loro «città», per «mangiare» e prendere su di noi il dolore «che ci è messo dinanzi»; senza giudicare, perché «il Medico è venuto dai malati, per guarirli mangiando con loro» (San Pietro Crisologo). 






Come «paraninfi» siamo inviati a cercare i «figli della Pace» e condurli al Principe della Pace loro legittimo Sposo. Come a Gubbio quel giorno San Francesco si fece capire dal lupo con parole di misericordia che seppero ammansirlo, così con il nostro annuncio e nella nostra vita si fa «vicino» ad ogni uomo il «Regno di Dio», dove Cristo sazia del suo amore la fame di tutti. E dove c'è il Regno celeste non resta sui piedi neanche un po' di "polvere" della terra: essa è trasfigurata, come la storia di coloro che hanno accolto il Vangelo. Per chi, invece, lo rifiuta, la terra e la vita resteranno la povera cosa che si avvia alla corruzione. 

La "testimonianza" autentica e nella verità che illumina il destino per il quale è stato creato ogni uomo apre il cammino alla libera adesione all'annuncio, anche di chi oggi lo rifiuterà. "Operai" che dissimulano e truccano le carte non sono quelli inviati dal "Padrone" della messe. Sono ladri che non hanno a cuore nessun uomo perché non desiderano per nessuno il destino celeste. Desiderare e attuare solo per alleviare un po' di dolore oggi non è amore: spingere verso divorzio e aborto, decodificando la realtà con i parametri di un lassismo buonista che per tutto prepara un'eutanasia scacciapensieri, è odiare le persone, ingannandole. Ma no, il Signore ama davvero ogni uomo, e invia noi, gli "operai" crocifissi che annunceranno la Buona Notizia della Croce, scandalo e stoltezza che nella Chiesa diviene sapienza e vittoria, per strappare dalla morte chi oggi incontreremo.






αποφθεγμα Apoftegma



Frate lupo, tu fai molti danni in queste parti, e hai fatti grandi malifici,
guastando e uccidendo le creature di Dio sanza Sua licenza,
e hai avuto ardire d'uccidere uomini fatti alla immagine di Dio;
per la qual cosa tu se'degno delle forche come ladro e omicida pessimo;
e ogni gente grida e mormora di te, e tutta questa terra t'è nemica.
Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro,
sicchè tu non gli offenda più, ed eglino ti perdonino ogni passata offesa,
e nè li uomini nè li cani ti perseguitino più.
Imperò che io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male...

Fioretti di San Francesco


Dobbiamo accettare il fatto che Cristo è il Servo di Jahvè, 
il Servo sofferente che porta su di sé i peccati dell'umanità. 
La Chiesa, che lo ha incontrato resuscitato, 
lo dà al mondo attraverso la stoltezza della predicazione: 
Costui, che per un poco di tempo vediamo coperto di ignominia, 
tornerà come il "Figlio dell'Uomo" sulle nubi del cielo con potere e gloria grande.
Portiamo la sua debolezza e la sua ignominia, 

completando nel nostro corpo quello che manc
alla sua passione in questa generazione. 
Cacciamo via la tentazione del potere, 
perché è la debolezza di Dio quella che ci converte, 
quella che salva il mondo. 
Noi predichiamo Cristo e questi crocifisso. 
Mentre gli uomini si divorano l'un l'altro e uccidono... 
La Chiesa porta i peccati con Cristo sulla croce, 
non li distrugge con la spada. 
Anche se a volte la tentazione totalitaria è molto forte, 
è sempre una menzogna, è sempre una tentazione. 
Cristo è morto senza armi sopra una croce, senza giudicare, perdonando. 
Quelli che hanno ricevuto del suo Spirito 
fanno sempre questa stessa cosa. 
Non lasciamoci ingannare.

KIKO ARGÜELLO