Veronica, una madre. Prima di tutto e per sempre



Una riflessione come un percorso interiore per scoprire che c'è speranza per ogni madre e, quindi per ogni uomo, anche nel baratro più oscuro

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22 dicembre





L'umiltà del Magnificat


Natale è umiltà. E’ una Donna umile ebbra di gioia. Maria, immacolata sin dalla concezione, priva del veleno che ci distrugge la vita, la superbia che tiene Dio fuori dalla porta. L’inganno che ci fa credere d'essere quel che non siamo, e dilapidare tutte le nostre energie per diventare quello che non saremo mai. Immaginare futuri impossibili, cambi di marcia, le ore cucite sui sogni bambini che rincorrono professioni e mestieri da fare quando si diventerà grandi. Grandi, sempre più grandi, in amore, al lavoro, nello sport, ovunque e sempre. Anche quando non riusciamo, e il volto s'appesantisce di pensieri depressi, nell'acre malessere di chi non riesce a smaltire la sbornia dei sogni infranti, degli ideali spezzati, dei progetti falliti. Per questo Maria e Giuseppe per consegnare Gesù al mondo non hanno trovato se non una misera stalla. Meglio così, a Lui non si addice nessuna delle nostre torri di Babele lanciate in improbabili scalate alla divinità. Lui è la Verità, e cerca il vero. Cerca Maria, lo scrigno della Verità. Dio “ha guardato” alla sua “umiliazione”, la semplice verità di una fanciulla vergine nella carne perché vergine nello spirito, nella mente e nel cuore. Maria, donna vera, la creatura pura che non teme e non ricusa d'esser creatura. Maria, autentica perché semplice nella quotidianità d'una vita sciolta nella volontà del Creatore. Maria, e null'altro, perché questa è la verginità alla quale tutti siamo chiamati. Maria, una fanciulla di Nazaret, e niente di diverso desiderato. In Lei è svelata l’immagine di ciascuno di noi così come dipinto nella mente di Dio, prima d'ogni inalazione mortifera di superbia originale. Le sue viscere materne sono la grotta povera, spoglia, semplice e umile che si addice - l'unica - al Dio che si fa uomo. La sua umiliazione accoglie oggi ogni frammento divino che è in noi: il cuore, la mente, il corpo che ci sono donati per servire e che giacciono schiavi del tiranno che ci ha insegnato l'orgoglio con le parole della menzogna. Maria è l'eletta che ha riassunto in sé ogni creatura perduta, immacolata per i macchiati, umile per i superbi, vera per i falsi. Guardando la sua umiliazione, gli occhi misericordiosi del Padre hanno fissato in Lei il suo primo progetto, un Figlio, una Figlia, e l'abbandono totale tra le braccia dell'amore. Dio ha guardato all'umiliazione di Maria come ha guardato il popolo gemente sotto il giogo del Faraone, come oggi fissa le sofferenze e le angosce di tutti noi scappati dall'ovile della verità. Sulla soglia di questo Natale, Maria ci insegna a gridare, ad aspettare, ad accogliere; specchiandoci in Lei scopriamo il vuoto che ci pervade, mentre ci aiuta a non averne paura, ad accettare quello che siamo, a lasciare ogni sogno e ogni desiderio alla volontà di Dio per noi, per schiuderci alla Grazia e allo stupore di fronte alle meraviglie della misericordia di Dio preparate per ciascuno di noi. Coraggio, di certo siamo lontanissimi da Maria, ma non temiamo! Lei ci accoglie ancora, nella Chiesa della quale è immagine. In essa possiamo essere illuminati e vedere nei fatti e nelle persone che ci umiliano, anche negli errori e nei peccati l'umiliazione di Maria che, per il peccato originale abbiamo rifiutato. Solo nella Chiesa incontriamo lo stesso sguardo di Dio che ha fissato la piccolezza di Maria: Lei l'aveva accolta naturalmente, essendo senza peccato; noi la possiamo accettare solo attraverso la debolezza e i peccati che ce la svelano. Ma insieme a Maria, altrimenti l'umiliazione diventerebbe l'occasione per commettere altri peccati. Perché Maria, cioè la Chiesa, ci coccola con la misericordia, l'unica lente con cui si può scoprire la verità senza sentirsi falliti e condannati. Anche "in noi", infatti, "Dio ha compiuto, sta compiendo e compirà cose grandi"; più piccoli ci scopriremo, più grandi contempleremo le meraviglie del suo amore. Anche alle soglie di questo Natale Maria ci accoglie perché il suo è il grembo dove si gesta il Magnificat, il canto di lode che professa la fede adulta. La fede non è cosa di un giorno. Neanche del giorno Natale. L'annuncio dell'angelo che ascoltiamo nella predicazione, come quello che hanno ascoltato i pastori nella notte, mette in cammino, sempre. Va accolto e curato perché cresca nelle liturgie, nei sacramenti, nella preghiera e nell'esperienza reale della comunione soprannaturale con i fratelli. Maria ci accompagna in questo cammino sul quale impariamo a vivere nell'umiltà, accogliendo come Lei l'opera di Dio nella nostra storia: proprio i fatti e le persone che sembrano frustrare progetti e desideri, sono i segni dell'amore geloso del Signore che “disperde i pensieri superbi” annidati nei nostri cuori, quelli che guardano con mormorazione la storia e con diffidenza il fratello. Lui ci fa semplici “svuotando le nostre mani" piene di false ricchezze, che sono anche gli affetti morbosi che ci seccano la vita. E ci fa liberi nella verità, “rovesciandoci dai troni” del potere, dell'arroganza con cui vorremmo condurre la vita e dominare gli altri appropriandocene: al lavoro, a scuola, anche in famiglia dove non siamo capaci di fare mai un passo indietro, i nostri peccati sono lì a testimoniarci che sul trono è seduto Cristo, e non noi. Alla sua Croce, infatti, ci conduce la sapienza della Chiesa; ai suoi piedi ci attende Maria per adottarci di nuovo, ogni giorno; per abbracciarci come abbracciò Elisabetta, e così unirci alla sua lode, il "magnificat" che annuncia l'esistenza e l'amore di Dio in mezzo al mondo che non ha posto per Lui e lo bestemmia, l'esultanza crocifissa dei cristiani offerta a tutti come una tavola di salvezza nel mare in tempesta delle disillusioni e dei peccati. 









IV Domenica del Tempo di Avvento. Anno B







L'ANNUNCIO
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.
 (Dal Vangelo secondo Luca 1, 26-38)






“Nulla è impossibile a Dio”. E nulla possiamo fare senza di Lui. O tutto o nulla, non vi sono alternative. Per questo sentiamo lacerarsi il cuore, la mente, la vita. Vorremmo avere tutto e possediamo nulla. Spesso il vuoto ci preme nel petto, la frustrazione sbiadisce le nostre ore, anche le gioie più limpide si portano dietro un retrogusto amaro d'insoddisfazione.


Molti, troppi giorni giungono alla sera come limoni spremuti, e non c'è più neanche una goccia da tirar fuori. Come il grembo di una donna sterile, ghigno crudele della natura che sfregia il santuario stesso della vita. Il grembo di Elisabetta, il nulla secondo le stesse parole di Gesù. E la “vergogna” che per noi si chiama complessi, insoddisfazioni, depressioni, crisi e stanchezza.
Il nostro nulla. Ne facciamo esperienza nelle amicizie, nei rapporti coniugali, nello studio e nel lavoro. Un frammento latino del I Secolo recita: «In nihil ab nihilo quam cito recidimus», "Nel nulla dal nulla quanto presto ricadiamo" (Corpus Inscriptionum Latinarum, vol. VI, n. 26003).
Ma il nulla esiste perché esiste il tutto, la possibilità di una pienezza capace di saziare, di dare senso, di donare felicità. Dal testo biblico della Creazione scopriamo che il tutto è l'amore. Si tratta dell'amore incontenibile di Dio che si è compiuto nel creare. 


Dio ha voluto colmare il nulla, e dal nulla ha creato l'universo e l'uomo. Ciascuno di noi è frutto dell'inarrestabile volontà d'amore di Dio. Dio creando ha separato il nulla dal tutto, la notte dal giorno, il mare dalla terra ferma.
Ha conferito un ordine al mondo e questo ordine è il segno dell'amore. Dove Dio è presente brilla la luce, fiorisce la vita, esplode l'amore. Dove Dio è assente le tenebre avvolgono il nulla e la gelida solitudine del non amore.
Guardiamoci intorno, il nulla produce il nulla, ovunque, perché non c’è amore. Chiediamoci davvero, sulla soglia di questo Natale, se c’è amore nei nostri pensieri. Quando guardi chi ti è accanto, o vedi passare un volto protagonista di una notizia. Quando parli, quando lavori, studi o stai con il fidanzato o gli amici.



Amore dico, quello che risplende sulla Croce. Prendi una croce e mettila sopra alla tua vita: quando stamattina hai parlato con tua moglie, quando hai preso quella decisione in ufficio, erano a forma di croce le parole, i pensieri? 
In ogni nostra cellula è inscritto lo stesso amore nel quale siamo stati creati, la stessa inquietudine divina, come un fiume in piena che deve, necessariamente, irrompere e riversarsi in qualche spazio.
Anche il seno di una donna che ne orienta i pensieri, ne regola i tempi, è creato per dare la vita, nell'attesa di accoglierla per gestarla e consegnarla al mondo. E' una traccia, forse la più limpida, dell'ordine d’amore insito nella creazione.





In essa non vi è veleno di morte avendo Dio creato tutto per esistere, e le sue opere sono perfette: « Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l'esistenza... Sì, Dio ha creato l'uomo per l'incorruttibilità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono » (Sap 1, 13-14; 2, 23-24).
Scriveva Giovanni Paolo II nell'Enciclica Evangelium Vitae: "Il Vangelo della vita, risuonato al principio con la creazione dell'uomo a immagine di Dio per un destino di vita piena e perfetta (cf.Gn 2, 7; Sap 9, 2-3), viene contraddetto dall'esperienza lacerante della morte che entra nel mondo e getta l'ombra del non senso sull'intera esistenza dell'uomo". 
Il peccato ha ferito la creazione, raggiungendo e deturpando il bello, il vero, il buono. Le malattie, i terremoti, le anomalie della natura ne sono il tragico segno. Il peccato si è insinuato anche alla fonte della vita, nel seno di una donna.
La sterilità era considerata in Israele come una maledizione, il segno che Dio aveva abbandonato quella donna. La Scrittura è piena di pagine al riguardo. Per questo Dio, nel suo infinito amore, ha scelto la sterilità per cominciare e ricominciare la sua ostinata storia di salvezza. Da Sara sino ad Elisabetta, una storia di “vergogna”.



L'amore del Creatore indomito dinanzi allo sfregio del peccato è sceso sempre al fondo dell'abisso del nulla, realizzando l'impossibile di trasformare quel nulla in un tutto fecondo di vita. E scende ancora, come quel giorno a Nazaret, nel “sesto mese” da quando Dio ha voluto togliere la “vergogna” dalla vita di Elisabetta.
Le nostre vergogne, quelle cose che non avremmo voluto fare, i peccati commessi, ogni istante senza amore, erano condensati nel grembo sterile di Elisabetta. E Dio ha voluto inscrivere la sua incarnazione nel mezzo di quell’opera che aveva iniziato in lei. In te e in me.
L’annuncio a Maria è un anello, il più luminoso, di una catena che unisce la misericordia di Dio alla sterilità di ogni uomo. Sì, il suo amore di Dio è incatenato al non amore dell’uomo. E’ vero che siamo nulla, ma Dio non ci ha lasciati nel buio dove ci siamo nascosti per vergogna, come Adamo.
Non è passato invano il tempo che ti ha condotto sino ad oggi. Non è da buttare, è il “sesto mese” di un miracolo che profetizza quello decisivo. Il "sesto mese" come i sei giorni della creazione: tra le mura della semplice casa di Nazaret si è inaugurato il settimo giorno del riposo, profezia di quello che sarebbe brillato la mattina di Pasqua. Cerca, rovista nella tua vita, troverai i momenti in cui Dio ha fecondato miracolosamente il tuo grembo sterile. Anche questo è vivere la Novena di Natale, in attesa del giorno in cui la luce che non conosce tramonto, del perdono e della vita vera e che non muore, si farà strada nel buio della tua vita.



Sono quelli in cui ti sei aperto alla speranza, che hai balbettato un vagito di fede, e ti sei sposato, sei entrato in seminario, sei partito in missione, hai perdonato quel fratello, ti sei aperto alla vita, hai offerto uno scampolo di te stesso gratuitamente.
Bagliori di luce nel buio, ma sono i memoriali che ci legano indissolubilmente alla santa casa di Nazaret. In essa, infatti, è risuonato il tuo nome tra le parole di Gabriele: “Vedi, anche Elisabetta – e Marco, Luca, Giulia e Patrizia – tua parente, è già al sesto mese, lei che tutti dicevano sterile”.
Tu c’entri eccome con Maria, e con quell’annuncio straordinario. C’entri perché la misericordia di Dio non è mai stata lontana da te. Sei al sesto mese, ti manca poco. Ti manca la visita di Maria, della Chiesa, a portarti la notizia che questi sei mesi della tua vita profetizzavano.
L’amore non sarà più solo una serie di fulmini nella notte, ma una luce che non conosce tramonto, la luce della Pasqua. Un balzo di gioia ti attende, la tua vita sarà piena, tutta trasformata in amore.   
Questo è il cuore dell'annuncio a Maria. In Lei è apparsa la Vita che non muore; l'amore di Dio si è fatto carne per recare alla carne precipitata nel nulla la Grazia del perdono, del riscatto e del tutto capace di farla santa e capace di vita eterna.
La tua storia lo dice, lo attesta il tuo essere ora qui, ad ascoltare come la prima volta che “a Dio nulla è impossibile”. Non gli è impossibile generare un amore soprannaturale in te! Non gli è impossibile farti obbediente, come Maria e con Maria. Perché la prima ecografia dell’amore è proprio l’obbedienza, a Dio, ai fratelli, alla storia.
Coraggio, il tuo nulla sarà trasformato in umiltà, la tua sterilità in servizio fecondo, la tua superbia in obbedienza, e sarai felice davvero, perché darai alla luce Cristo in ogni frammento della tua vita.


APPROFONDIMENTI







αποφθεγμα Apoftegma





Ciò che accadde qui a Nazareth, lontano dagli sguardi del mondo, 
è stato un atto singolare di Dio, 
un potente intervento nella storia attraverso il quale un bambino fu concepito 
per portare la salvezza al mondo intero. 
Il prodigio dell'Incarnazione continua a sfidarci ad aprire la nostra intelligenza 
alle illimitate possibilità del potere trasformante di Dio, 
del suo amore per noi, del suo desiderio di essere in comunione con noi. 
Qui l'eterno Figlio di Dio divenne uomo, 
e rese così possibile a noi, suoi fratelli e sorelle, di condividere la sua figliolanza divina. 
Quel movimento di abbassamento di un amore che si è svuotato di sé 
ha reso possibile il movimento inverso di esaltazione 
nel quale anche noi siamo elevati a condividere la vita stessa di Dio.

Benedetto XVI


20 dicembre








Promessa



Maria era "vergine" e "promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe". A noi forse dice poco, ma in Israele il tempo di fidanzamento era importantissimo. Vi si gettavano le basi della vita futura. Abituati come siamo al sentimento e alla passione, parole come trattative, contratto, denaro ci sembrano stonare nel contesto dell'amore tra due ragazzi. E invece, in Israele, erano molto più importanti dei sentimenti. Per cogliere la portata dell'annunciazione, non possiamo applicare i nostri criteri e le nostre abitudini. Sicuramente Giuseppe e Maria si amavano, ma non bastava. Anzi, forse non era stato nemmeno amore all'inizio; neanche per loro, come per la maggior parte delle coppie in Israele. Amore come lo intendiamo noi, quello che ti prende prima alla pancia, e ti sembra di averci dentro una scavatrice. E poi ti mette sottosopra il cuore e la mente, e piano piano spariscono dal radar le persone e le cose, e il tempo si dilata che nessun orologio può più contenerlo. Per tutti in Israele era chiaro che prima e a fondamento di ogni sentimento vi fosse un disegno di Dio. L'amore, l'agape sarebbe scaturito da questo, garanzia della sua autenticità e indissolubilità. Sposarsi all'interno della comunità ebraica, infatti, era una “mitzvah”, un comandamento. La tradizione giudaica chiama il matrimonio «qiddushìn - santificazione» perché attraverso di esso è santificato il Nome di Dio. La santità è un attributo di Dio, il totalmente Altro e per questo perfettamente separato dalla corruzione. Come il Tempio, che custodisce la Presenza di Dio, è Santo, anche il matrimonio è considerato come un tempio nel quale risplende la santità di Dio. Il matrimonio è dunque un riflesso del Cielo, e in esso gli sposi possono riavvicinarsi alla condizione originale, quella pensata da Dio quando ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza, maschio e femmina. Essi, infatti, sono avvolti dalla benedizione di Dio che, attraverso di loro, custodisce la vita e il suo moltiplicarsi. Il matrimonio è dunque la prima e fondamentale risposta di Dio al peccato dell'uomo. Se questo ha aggredito proprio la relazione tra gli sposi, è lì che Dio doveva dare inizio alla storia della salvezza. Ricordate Abramo? Non aveva figli, era il segno della maledizione conseguente al peccato. E proprio lì, sulla soglia della storia della salvezza, scende Dio, tra Abramo e Sara, per compiere l'impossibile, lo stesso che annuncia l'Angelo a Maria. Non è impossibile essere liberati dal peccato! Ecco il cuore dell'annuncio di Gabriele: "Gesù - che significa Dio salva - sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio". La santità abiterà finalmente nella carne! Per questo la Grazia l'aveva colmata da sempre, e la Shekinàh di Dio era con Lei. Dio aveva scelto di scendere in quella "promessa", e in essa compiere la "promessa" fatta a "Davide" e ogni desiderio più profondo dell'uomo. Dio si faceva carne nel seno di Maria per aprire ogni "promessa" dell'uomo all'amore di Dio che sorpassa ogni intelligenza. Così dava compimento ad ogni matrimonio, ad ogni relazione. Nella "promessa" di ogni uomo deponeva la fedeltà, la pazienza, il dono, tutto compiuto in quel Figlio che, nel Mistero Pasquale, avrebbe sciolto dai legami con la morte e il peccato. In quel momento Dio raccoglieva per purificare e benedire la "promessa" che porta nel cuore ogni ragazzo e ragazza, ogni fidanzato, e poi in quella di ogni sposo e sposa, di ogni prete e suora, nel desiderio di autenticità, di definitività, di stabilità, di certezza, di gioia e pace che tutti abbiamo e che troppo spesso confondiamo con un obiettivo da raggiungere con le nostre forse e per questo, inciampando nell’orgoglio, deragliamo nei peccati. Per questo ferma Giuseppe e Maria prima che potessero mettere la propria carne, le proprie forze, a servizio della "promessa". Non sarebbe più intervenuto in mezzo alla carne debole, come con Abramo e Sara ed Elisabetta. No, a Nazaret quel giorno iniziava una cosa nuova, mai vista né udita: Dio stesso scendeva nella "promessa" e la compiva senza che l'uomo facesse nulla. Nulla se non aprirsi per accogliere compiuto ciò che a lui è impossibile. Perché nella casa di Maria Dio dava inizio all'impossibile definitivo, alla vittoria sulla morte che nessuna Legge, neanche nessun cuore retto avrebbe potuto realizzare. Ecco, dinanzi all'opera di Dio nella nostra vita, a quella che farà anche in questo Natale, stringiamoci a Maria, alla Chiesa nostra Madre, per fermarci anche noi, e abbandonarci nell'Amen di Maria. Sono passati "sei mesi" nella nostra vita, e, come nei sei giorni della creazione, come in Giuseppe e Maria, Dio ha iniziato con noi un'opera che abbiamo tra le mani. Nessuno dei giorni che abbiamo vissuto sino ad oggi è da buttare, in tutti Dio è sceso con amore a perdonare, a fecondare e salvare. Ma ora è giunta "la pienezza dei tempi", ora è il kairos, il momento favorevole per entrare nel giorno del riposo di Dio, quello della pienezza e del compimento. Tutta la nostra storia conduceva a quest'oggi nel quale risuona per noi lo stesso annuncio che Gabriele ha portato a Maria: "nascerà in noi Cristo", l'amore vero che compie ogni istante e trasfigura la vita in un sacramento di salvezza per chi ci è accanto. Con Maria diciamo allora a Dio: "Eccomi, sono qui. Ho fatto questo, desidero questo, progetto questo; eccomi, vivo in questa "promessa", ho preso le mie responsabilità, e spero che questo amore sia compiuto davvero. Ma non conosco uomo, non so proprio come si possa passare al di là della morte e vedere compiuta davvero ogni "promessa". Ecco il mio lavoro, il mio matrimonio, i miei figli, il mio studio, le mie amicizie, il mio fidanzamento; ecco il mio corpo, il mio cuore, la mia mente. Sono debole, sono un peccatore, e molti dei miei sforzi si sono sbriciolati nel fallimento. Non sono vergine come Maria, ma sono incapace, come una vergine di fronte a un concepimento. Eccomi, mi hai colmato di Grazia altrimenti non sarei qui, nonostante tutto; mi ha chiamato nella Chiesa, mi stai accompagnando nel cammino della conversione sul quale mi hai mostrato che sei sempre stato con me, lo so, altrimenti non potrei volgermi a te. Eccomi allora, sono tuo servo, tua serva Signore, compi in me la tua Parola, l'impossibile che vi è celato. Compi la mia vita nell'amore, sino alla fine, sino all'amaro, per gustare con te la dolcezza della tua intimità, per sempre".  
 



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