Mercoledì della III settimana del Tempo Ordinario






Terra buona e feconda di frutti per salvare la terra infruttuosa



Una barca sul mare, e sulla terra “una folla enorme” di volti e cuori in attesa. Di che cosa hanno bisogno? Di una parabola, che li strappi uno ad uno dall’anonimato che stinge l’unicità di ciascuno impedendo un rapporto vivo con Cristo. Tra le “molte cose” che Egli insegnava, il Vangelo ne registra una, trasmessa attraverso una parabola che racconta di un Seminatore che è “uscito a seminare” il seme della Parola. Immaginiamo che si riferisse alla terra che aveva davanti, la Galilea, fatta di pescatori e peccatori, uomini capaci di gesti generosi e coraggiosi come quando ci si infila nel mare per strappargli il cibo per vivere; ma anche testardi e duri di cuore, incapaci di comprendere la Parola. La Galilea, così simile alla terra della nostra vita, attraversata dalle "strade" del pensiero mondano dove corrono veloci le menzogne del demonio per scipparci la Parola ascoltata. Piena di "pietre", dure come i nostri cuori gonfiati dall'ego, che si infiammano al sole dei facili entusiasmi, mentre però occupano con la superbia spazi preziosi di terra sottraendoli alle radici del seme. Aggredita dalle "spine" acuminate come i pensieri che il demonio ci insinua di fronte alla precarietà per farci dubitare di Dio; si conficcano nell'intimo condannandoci all'avarizia e all'avidità con cui ci illudiamo di possedere cose e persone, mentre invece "soffochiamo" il seme che, fruttificando, ci darebbe libertà e pace. Ma proprio nella descrizione che Gesù fa della "terra" su cui è seminata la Parola è celata la chiave che ci apre all'intelligenza di tutte le parabole: a noi, infatti, è "confidato il mistero del regno di Dio", ovvero l'esistenza di un lembo di "terra buona" in mezzo alla "terra infruttuosa". Tutte le parabole ne parlano, descrivendolo piccolo come un "seme" appunto, perseguitato, nascosto, accerchiato dalla zizzania, mentre la sua crescita sarà proprio come avviene quando "un uomo getta un seme nella terra". La Parola che il seminatore è uscito a seminare è dunque il seme del Regno di Dio! Esso è rifiutato dalla maggioranza degli uomini, ma accolto da un resto, chiamato ed eletto perché il seme possa crescere e divenire un sacramento di salvezza per il mondo. Gesù sta parlando della Chiesa, del suo stare nel mondo come “terra bella” e feconda di "frutti" che hanno il sapore della vita eterna, il destino per il quale ogni uomo è venuto al mondo. Ma quello che Gesù dice della Chiesa vale anche per ciascuno di noi, che siamo chiamati nella Chiesa a "dare frutto" per la salvezza del mondo. Come ogni uomo anche noi, a causa del peccato, viviamo su una "terra" che non è quella "buona e bella" del Paradiso, proprio come annunciato da Dio ad Adamo: "poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato: «Non devi mangiarne», maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba dei campi(Gen 3,17-18)In queste parole sono profetizzati i tipi di terra nei quali il seme della Parola non attecchisce, cioè la situazione concreta del mondo e di chi ne è parte. Eppure, come è accaduto agli apostoli, anche in noi il Signore ha visto un pezzo di "terra buona", così piccolo e nascosto che probabilmente nessuno ci ha mai fatto caso; neanche noi, che forse ci sentiamo "abbattuti" perché "incostanti" e fragili dinanzi ai problemi e alle sofferenze, induriti nell'orgoglio e schiavi delle concupiscenze. Ma il Vangelo di oggi ci annuncia che in noi c'è un frammento di Paradiso, e lì Gesù vuol seminare la sua Parola! La natura umana, infatti "non è interamente corrotta: è ferita nelle sue proprie forze naturali, sottoposta all’ignoranza, alla sofferenza e al potere della morte, e inclinata al peccato (questa inclinazione al male è chiamata « concupiscenza »)". Ma "il Battesimo, donando la vita della grazia di Cristo, cancella il peccato originale e volge di nuovo l’uomo verso Dio; le conseguenze di tale peccato sulla natura indebolita e incline al male rimangono nell’uomo e lo provocano al combattimento spirituale" (Catechismo della Chiesa Cattolica 405). Il battesimo, ecco il “mistero del Regno di Dio” che Gesù “ci confida” oggi! Come descritto nella parabola, nella Chiesa primitiva si giungeva al battesimo dopo una lunga preparazione che iniziava con la “semina”, ovvero con l’ascolto del kerygma, della Buona Notizia. I pagani raggiunti dallo zelo degli apostoli erano peccatori, schiavi delle concupiscenze, concubini e adulteri, non importava quanto fosse infeconda la loro terra. Importava che la Chiesa li avesse raggiunti, che i cristiani avessero offerto la testimonianza dei propri frutti chiamandoli alla fede, e che ascoltassero la predicazione che seminava in loro la Parola. E che iniziassero un serio cammino di conversione guidati dalla Chiesa, proprio perché il seme caduto nella “terra buona” dei catecumeni giungesse a maturazione. Un cammino di iniziazione cristiana nel quale essa potesse mettere radici e crescere sino a dare i frutti di una vita nuova nella "Grazia di Cristo". Grazie ad essa, infatti, “il sasso può diventare una terra fertile, la strada non essere più calpestata dai passanti e diventare un campo fecondo, le spine essere sradicate e permettere al seme di dare frutto liberamente” (San Giovanni Crisostomo). Si trattava di un lungo cammino di conversione perché doveva essere cacciato “satana” sempre pronto a “portare via la parola seminata in loro”. Occorreva vincere l’“incostanza” togliendo una ad una le “pietre” dal loro cuore perché in esso la Parola potesse mettere “radici” e resistere senza “abbattersi” “al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della parola”. Era necessario cambiare mentalità togliendo le “spine” del pensiero mondano, perché la Parola non restasse “soffocata” dalle “preoccupazioni del mondo, dall'inganno della ricchezza e da tutte le altre bramosie”. Il battesimo giungeva solo dopo questo cammino, che alcuni abbandonavano come afferma chiaramente il Signore nella parabola. Esso sigillava l'opera di Dio nel neofita, che, annegando nell’acqua l’uomo vecchio schiavo del peccato e per questo infecondo, risorgeva con Cristo come un figlio del Regno, pronto a offrire al mondo i suoi frutti, “dove il trenta, dove il sessanta, dove il cento”. Non tutti, infatti, sono chiamati con la stessa vocazione, ma in ciascuno la Parola produce il frutto necessario in quel momento, per quella persona che si trova in quella situazione. Per questo con la parabola di oggi Gesù ci ridesta perché torniamo al cuore e al fondamento della nostra chiamata; altrimenti, come accade per le parabole, non capiremo nulla della nostra vita. Perché essa sia compiuta e dia i “frutti” che Dio ha pensato per noi dobbiamo tornare al battesimo attraverso i cammini che la Chiesa ci offre. Solo così saremo le primizie del Regno che solca il mare della morte. Per questo “la barca” di Gesù che, “seduto”, annuncia il Vangelo e insegna la Verità come l'unico Maestro, è separata dalla terraferma: è il segno sua risurrezione!. Così è la Chiesa, la “terra buona” che risplende feconda; così le nostre comunità sparse nel mondo senza appartenergli; così ciascuno di noi, issati su quella barca per assumere il combattimento spirituale di ogni giorno per difendere la bellezza della vita celeste in noi, il frutto squisito dell'amore da offrire a chi ci è accanto. 





  

Martedì della III settimana del Tempo Ordinario






Madri, fratelli e sorelle di Gesù



Si può "cercare" Gesù in tanti modi. Spinti dai legami di carne per esempio, come "i fratelli e le sorelle di Gesù" che trascinano anche Maria "sua Madre" per "chiamarlo". Ma restano "fuori", non si possono avvicinare a Gesù, perché le relazioni invischiate nell'affettività, nella gelosia e nell'invidia non sono libere. Tra loro vi è, come un muro invalicabile, "la folla seduta attorno a Gesù" che ascoltava la sua predicazione, immagine della comunione nuova, celeste e libera che nasce dall'ascolto della Parola di Dio. E' questa, infatti, che determina l'autentica familiarità con Gesù: è suo "fratello, sorella e madre" solo "chi compie la volontà di Dio". Ma per compierla occorre conoscerla, e per conoscerla occorre averla ascoltata, e per ascoltarla occorre stare seduti intorno a Lui, come discepoli ai piedi del proprio Maestro. E' quindi necessaria la comunità cristiana, la Madre di Cristo che gesta nelle sue viscere di misericordia i figli di Dio, partorendo attraverso il battesimo e gli altri sacramenti i "fratelli" e le "sorelle" di Gesù. E' loro che Gesù «fissa girando tutto intorno lo sguardo», svelandone l'identità nuova e sorprendente: sono il nuovo Israele convocato intorno al nuovo Sinai; in loro appare la Chiesa, la Ecclesia, assemblea convocata per ascoltare, accogliere e obbedire. La fede adulta che genera opere di vita eterna, ovvero il compimento della volontà di Dio che è sempre soprannaturale e mai schiava della carne, viene infatti dall'ascolto: è come per la terra assetata, arida e sterile, quando è bagnata dall'acqua che feconda perché porti frutto. Allora, «fare la volontà di Dio» non è nulla di volontaristico e moralistico, ma innanzitutto "essere seduti attorno a Gesù e ascoltare la sua parola": così ad esempio per quanto riguarda la paternità responsabile, della quale tanto si è parlato in questi giorni. Due sposi sono "responsabili" perché ascoltano la Parola e la accolgono perché dia frutto in loro. Non c'è altra responsabilità, non si tratta di ragionare e far calcoli, perché la Parola è di Dio e si fa carne nella storia concreta di ciascuno. Ma forse non ci piace "sederci" e "ascoltare" nella comunità cristiana, vogliamo decidere noi da soli, spinti dalla menzogna del demonio che ci a dubitare che Dio è un Padre buono, che conosce noi e la nostra situazione, e sa di cosa abbiamo bisogno. Per questo oggi il Signore ci chiama a stringerci a Lui, a non restare "fuori" adorando i nostri pensieri mondani. Ad essere quegli uomini sotto lo sguardo fisso di Gesù: è quello il posto dove ascoltare per obbedire. Solo chi ascolta ama e per questo compie la volontà dell'amato. Come accadde a Gesù nel Getsemani dove ha ascoltato e accolto la Parola del Padre e così, combattendo con le resistenze della carne, si è consegnato alla sua volontà. Non si sbaglia mai: quando l'amore irrora il cuore e la mente ci si abbandona sempre alla volontà di Dio, anche se mille ostacoli e tentazioni si oppongono, anche se i pensieri mondani strepitano mostrando la follia e l'incomprensibilità del piano di Dio per la mente carnale. La via crucis, la morte, il sepolcro e la risurrezione sono stati il frutto benedetto di quell'ascolto fattosi obbedienza; da essa e in essa è sorta la Chiesa, la comunità dei "fratelli e sorelle" di Gesù, la madre che lo genera, gesta e partorisce nella storia. Gesù ci chiama a percorrere in essa il cammino che anche Maria ha dovuto fare: passare dalla conoscenza secondo la carne a quella nuova dello Spirito, per essere di fronte a ogni persona gli occhi e lo sguardo, la voce e le parole, l'amore e le viscere di misericordia di Gesù fatte carne in noi. Per questo la Chiesa ci protegge dalle tentazioni di "uscire fuori" dalla volontà del Padre. A volte non è facile, perché "fuori" c'è il passato nel quale abbiamo vissuto, persone care, situazioni ancora irrisolte a cui vorremmo mettere mano. "Fuori" c'è la carne che "ci cerca" mostrandoci "nostra madre", la persona più importante della nostra vita, per ridestare in noi i sentimenti di affetto che però ci separerebbero da Gesù. Ma coraggio, se resteremo stretti intorno a Lui nella comunità nulla ci potrà separare dal suo amore; e in esso ritroveremo trasfigurati in rapporti nuovi perché liberi nell'amore vero anche nostra madre nella carne e le persone a cui vogliamo bene; solo nella Chiesa sapremo guardare alla nostra storia con discernimento, rintracciando in essa l'amore di Dio. 



26 Gennaio. Santi Timoteo e Tito




Inviati dall'Agnello che ci ha preparato un posto nel Cielo


Gesù guarda ogni uomo dal "posto" che ha preparato per lui in Cielo. C’è un destino che spetta a tutti, per questo "la messe è abbondante", comprende tutti gli uomini di ogni generazione. C’è anche il tuo posto, lo sai? Oggi tu vivi qui sulla terra, andrai a lavorare, accompagnerai i bimbi a scuola, starai in fila per le analisi, magari tamponerai la macchina davanti, e perderai la giornata tra vigili urbani, denunce all’assicurazione, carro attrezzi e officine. E sarai nervoso e nessuno potrà rivolgerti la parola, e forse lo sconteranno moglie e figli stasera. Ma contemporaneamente tu hai un destino eterno, così come sei. La tua vita non inizia e non finisce qui, la “pace” vera non si perde per un tamponamento. Neanche per un licenziamento, neppure se scopri di avere un cancro. Perché la “pace” che i “settantadue” discepoli sono inviati ad annunciare è il pegno qui sulla terra della vita celeste. E’ il frammento di Paradiso che Cristo risorto ha consegnato alla sua Chiesa. E’ la sua firma vergata con il sangue sul contratto che ti costituisce erede di un “posto” nella casa del Padre. Il tuo che nessuno potrà occupare e dal quale mai nessuno ti sfratterà. Un Agnello, infatti, offrendosi muto in sacrificio lo ha conquistato per te. Non ha vinto il male, non l'ingiustizia, non la menzogna del demonio. Ha vinto Gesù, per sempre, “il leone che si è fatto agnello per soffrire” (S. Vittorino di Pettau), perché la sofferenza non ci allontani più da Lui. Sarebbe stato più facile restare leone tra i leoni e distruggere con la sua forza infinitamente più grande l’orgoglio del demonio. Ma Dio ci ama, non aveva bisogno di dimostrare la sua onnipotenza, ma il potere della sua misericordia. Per questo ha inviato il Figlio “come un agnello in mezzo ai lupi”, una follia che l’avrebbe consegnato alla loro furia, ad essere sbranato senza combattere. Solo un Leone che si fa agnello poteva annunciare e testimoniare a me e a te che Dio ci ama sino alla fine, dove nessuno potrebbe amarci. Sino a morire sotto i denti affilati dei nostri peccati, senza resistere, per unirci a Lui, così come siamo. Non lo sai? Non lo hai ancora sperimentato? E’ così che ci ha sposato, strappandoci all’abbraccio mortale del demonio, prendendo su di sé i nostri peccati, attirando sulla sua carne la nostra infettata dal male. Così ci ha guarito, assorbendo l'infezione per iniettarci il vaccino del suo amore. Peccavamo? E lui ci stringeva a sé. Lo rifiutavamo? E Lui accoglieva il rifiuto per trasformarlo in amore. Giorno dopo giorno, peccato dopo peccato, Lui era lì, “sul legno per essere nostro sposo”. Anche oggi quando ti adirerai, e tradirai chi ti è accanto vendendo ad altro e ad altri il tempo, le cure e le attenzioni che gli spettano, Gesù come un agnello condotto al sacrificio offrirà se stesso e “discenderà negli inferi in cerca di te, pecora perduta. E con te salirà di nuovo al Cielo, per farti entrare nella casa del Padre” (cfr. S. Vittorino di Pettau). Allo stesso modo siamo inviati anche noi "avanti" a Cristo, agnelli nell'Agnello perché in noi Egli possa prendere i peccati di tutti e perdonarli, consegnando con le nostre vite le chiavi del posto di ciascuno in Cielo, la Pace che scaturisce dalla sua vittoria sulla morte.




QUI IL COMMENTO COMPLETO E UNA CATECHESI DI BENEDETTO XVI SUI SANTI TIMOTEO E TITO

    

III Domenica del Tempo Ordinario. Anno B





Dammi prima questo pescatore — dice il Signore. 
Vieni tu, o povero, seguimi; 
non hai nulla, non sai nulla, seguimi. 
Tu che sei ignorante e povero, seguimi! 
Tu non hai nulla che spaventi, 
ma hai molto che si può riempire. 
Bisogna avvicinare il recipiente vuoto 
a una sorgente così abbondante. 
Ha abbandonato le reti il pescatore, 
ha ricevuto la grazia il peccatore 
ed è diventato divino oratore. 
Adesso si leggono le parole dei pescatori 
e si chinano le teste degli oratori. 
Vengano dunque tolti di mezzo i venti sterili, 
si tolga di mezzo il fumo, che svanisce col gonfiarsi: 
cose che bisogna assolutamente disprezzare, se vogliamo la salvezza.

S. Agostino




Mc 1,14-20

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. Subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.



Il commento



“Il tempo è compiuto, Il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al Vangelo”: Il cuore della predicazione di Gesù e della Chiesa risuona per noi nella liturgia di questa domenica. Ma che senso hanno per te, concretamente, queste parole? Sono davvero un Vangelo? Hanno il potere dirompente che avevano in Galilea duemila anni fa?

Forse no. Forse siamo abituati alla parola vangelo, e lo associamo inconsciamente ai quattro libri scritti da Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Come se si trattasse di credere a un libro stampato, sacro per carità, ma comunque un libro. Capace di cambiare aspetti della vita, come anche i buoni romanzi possono fare, ma nulla di più... 

Così, le parole di Gesù non ci giungono come l’unica Buona Notizia capace di cambiare radicalmente il nostro cuore e il nostro modo di vivere. 


Forse non ne sentiamo neanche il bisogno. O forse sì, perché siamo precipitati in situazioni dalle quali vorremmo uscire, ma non “crediamo” che le parole di Gesù abbiano il potere di liberarci.

La Chiesa, Madre che ci conosce, viene in nostro aiuto, annunciandoci per bocca di Giona “quanto il Signore vuole dirci”: “ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”. C’è un tempo - ed è questo - che “si è fatto breve” perché ”colmato” dalla presenza di Dio fatto carne in suo Figlio. Il tempo favorevole che ci è offerto per convertirci. Terminato, e non sappiamo quando, sarà distrutta la nostra città, quello che abbiamo faticosamente costruito!

Ehi, per favore, questa è roba da medioevo, quando i predicatori incutevano paura dicendo: “ricordati che devi morire”. Ma a quel tempo c’erano le epidemie, arrivava improvvisa la peste e ci si ammalava per un nulla. La vita era costantemente in pericolo, ma oggi la scienza ha colmato il gap con la natura. Certo si muore, ma la medicina fa miracoli, se ti dice bene l’ambulanza e un defribillatore ti salvano la vita. I vaccini e le medicine, le condizioni di vita, non si muore più di parto eh.

Ecco, proprio qui è il problema: siamo diventati professionisti della superbia travestita da scienza, progresso e conquiste di civiltà. Non ci rendiamo più conto che la morte fisica è solo una profezia di quella dell’anima. Abbiamo dimenticato che è il frutto amaro del peccato. Ci conviviamo tra i video atroci dei terroristi fondamentalisti, film e serie televisive dove si uccide e si muore senza pietà; ci alleviamo i pupi lasciandoli pascolare sui videogiochi che fanno della morte, violenta, il piatto forte.

Ci illudiamo di sfuggire alla nostra “distruzione” spettacolizzandola, ma è solo perché ormai il demonio è riuscito a togliere valore alla vita e alla persona, non perché abbiamo una visione seria della vicenda umana e abbiamo saputo dare una risposta alla morte.

Mi colpisce la figura del medico legale nelle fiction e nei film: ironizza sempre sulle cause della morte, esegue autopsie asettiche, stila referti su freddi cadaveri; non sembra proprio che quel cadavere sia stato tempio dello Spirito Santo. E questo è profondamente legato alla crescita esponenziale della cremazione, alla pornografia e alla moda che cancellano, subdolamente, valore al corpo e alla vita che esso custodisce.

Ma succede perché la morte ci fa paura come nel medioevo, e indottrinati dai nipotini di Voltaire e compagni, ci illudiamo di liberarcene nascondendola nell'ironia, nel disprezzo della vita con cui relativizzarla; oppure eliminandola uccidendo chi ne porta le stigmate e ce la ricorda o ci avvicina ad essa: embrioni malati o in sovrannumero, bambini e anziani malati, e via così, sino ad eliminare l'altro che mi dà la morte, il coniuge con il divorzio ad esempio. Perché per l'uomo vecchio "gli altri sono l'inferno", come scriveva Sartre, mi sottraggono pezzi di vita, e di vita ne abbiamo così poca che guai a chi ce la tocca.   

Siamo immersi in una società che odora di morte, altro che medioevo, che poi non è quello dei libri di Umberto Eco e dei film con i quali ci hanno lavato il cervello per denigrare la Chiesa. 

Oggi la morte è più aggressiva, perché aggredisce l’anima, devastando la speranza. Non è una chiamata a conversione perché hanno chiuso il Cielo e qui sulla terra non resta altro che violenza, fisica e verbale, dileggio delle persone, insulto alla dignità, libero sfogo degli istinti. E’ pericoloso mandare i figli perfino alle scuole elementari perché non sai che traumi potrebbe procurar loro la follia del pensiero unico dell'anticristo. 

Ma tutto è mosso per difendere il proprio ego, dittatore implacabile ed efferato. Come lo siamo noi, tu ed io, disarmati dinanzi alle tentazioni del demonio, perché probabilmente schiavi da molto tempo delle sue menzogne: non viviamo capovolte le parole di San Paolo? Cerchiamo di “usare” fino all’ultima goccia di piacere “i beni del mondo”; compriamo per “possedere” con avidità insaziabile; “prendiamo moglie” per “averla”, farne cioè un oggetto di cui disporre; “piangiamo” e “gioiamo” con un’intensità e una passione tipiche di chi fa un assoluto di ogni evento e relazione.

E ciò succede perché sappiamo bene che “passa la figura (forma) di questo mondo” ma, ingannati dal demonio, invece di vivere sula terra come un anticipo del Cielo, schiavi della paura di morire, difendiamo con i denti il precario pezzo di mondo che ci illudiamo di possedere; oppure, ancora più ingannati, ci convinciamo di essere come dio, e che la morte non ci debba cogliere; la rifiutiamo chiudendola in un cassetto, sforzandoci di piegare tutto e tutti alle nostre concupiscenze.

Come “gli abitanti di Ninive”, che “non sapevano distinguere la destra dalla sinistra”, senza cioè discernimento, e per questo schiavi del male che compivano. 

Ma Dio ci ama, e non permette che si prolunghi all’infinito la nostra schiavitù. E’ paziente e lento all’ira, ma è anche Signore del tempo, e sa che nel tempo si gioca la nostra salvezza. E arriva la morte, eccome se arriva, dopo “quaranta giorni”, immagine di ogni tempo di conversione; come i quaranta anni passati dal Popolo di Israele nel deserto, come i quaranta giorni di Gesù nel deserto.

Come la quaresima, che ha raccolto il tempo più lungo che la Chiesa primitiva riservava al catecumenato, nel quale preparava i pagani al battesimo. Al termine di esso era infatti distrutta la vecchia Ninive, immagine della vita pagana dell'uomo della carne, con le sue leggi e abitudini, e ricostruita la nuova, immagine della vita celeste del cristiano rinato dall'acqua e dallo Spirito.

Allora, oggi il Signore passa nella nostra Galilea e ci chiama a conversione, a cambiare verso, e non è uno slogan politico... “Il Regno di Dio è vicino”, ovvero la comunione con Lui, la vita nuova secondo lo Spirito, l’amore che colma e trasforma le esistenze, tutto questo è accanto a noi! La felicità e la pace sono vicine, a un niente!

Ma per entrarci occorre la fede, “credere alla Buona Notizia” che Ninive, destinata alla distruzione, può salvarsi lasciandosi trasformare in una città nuova, perché Gesù si è offerto alla morte al posto suo. Al posto tuo e mio. E’ morto per noi perché noi non morissimo! E ci ha donato una comunità, anch'essa profetizzata dalla Ninive preservata dalla distruzione, un resto deposto nel mondo schiavo del demonio, dove vivere da figli di Dio.

Per credere però abbiamo bisogno di un cammino di conversione attraverso il quale entrare nei “quaranta giorni” dove imparare a rinunciare al demonio, al mondo e alla carne. A spogliarci dell’uomo vecchio “vestendo di sacco e digiunando”, che sono i segni di chi cambia abito di vita avvolgendosi nell’umiltà, e di chi lascia che la predicazione della Chiesa, Parola di Dio e i sacramenti trasformino la propria mentalità perché sappia discernere la volontà del Padre. 

Apriamo gli occhi fratelli: stiamo per morire, fisicamente e spiritualmente, perché stiamo costruendo la vita per saziare egoisticamente il nostro vuoto! Andrea e Simone, Giacomo e Giovanni lo avevano compreso: stavano vivendo per se stessi, pescando per saziarsi. Per questo, incontrando Gesù che annunciava loro il Vangelo, hanno lasciato subito tutto quello che li legava alla vita mondana e alla corruzione per seguire Gesù sul cammino della conversione.

Ah, è questo il cuore della vocazione! No, non c’entra diventare preti o suore, neanche sposarsi e avere figli. Gesù non aveva chiamato gli apostoli per questo, ma per "stare con Lui" e poi per inviarli in missione. La sua chiamata è innanzitutto a diventare cristiani, a conoscerlo e a diventargli intimi sino ad assomigliargli; a passare cioè dalla morte alla vita, per vivere pienamente nel "tempo compiuto" come cittadini celesti, figli nel Figlio. 

Per questo lo ascoltavano e lo seguivano i poveri, i piccoli, i peccatori, i pubblicani e le prostitute, quelli che non ce la facevano più con la loro vita disprezzata o immersa nel peccato. Sperimentavano in Cristo il perdono e cambiavano vita nella fede che nasceva dall'esperienza del suo amore e del suo potere. Solo dopo sono arrivati i ministeri e i carismi, come doni e strumenti per edificare la Chiesa e portare a compimento il mandato di annunciare il vangelo sino agli estremi confini della terra.

Anche noi e tutti quelli che sono nella Chiesa, come chiunque oggi bussa alle sue porte o da essa è raggiunto, ha bisogno innanzitutto di ascoltare l'annuncio del Vangelo che illumini la propria situazione e spinga ad aprirsi ad esso per sperimentare la liberazione dal peccato.

Per questo non si può fare a meno di entrare in un catecumenato, dove essere formati in una seria iniziazione cristiana; altrimenti ogni attività nella Chiesa sarà schiacciata sull’orizzonte umano e mondano, padre delle crisi, delle insoddisfazioni e delle frustrazioni, sino agli abbandoni del ministero e alla corruzione di cui parla con insistenza Papa Francesco, ai divorzi, al fallimento della sua missione.

Coraggio, il Signore ci chiama per “farci pescatori di uomini”: nella Chiesa, questo tempo che per il mondo separa dalla morte diventa quello favorevole di gestazione della creatura nuova. Lui trasformerà la nostra vita in un fecondo dono d'amore, capace di portare gli uomini in salvo. Non si tratterà più di pescare per sfamarsi, ma di pescare per sfamare. 

Ma prima è necessario rinnegare la carne, che ci ha fatto pescare uomini come fossero pesci, tutti presi dentro la rete dell'ipocrisia per saziare le nostre concupiscenze. E' impossibile, lo sappiamo. Ma Gesù Cristo è risorto dal mare prima di tutti: il Padre lo ha “pescato” e lo ha donato a tutti noi in cibo di vita eterna. E, attraverso la Chiesa, ha il potere di "pescare" noi per primi e farci entrare nel Regno di Dio, del quale la comunità cristiana è una primizia.

In essa Gesù ci attira dietro a Lui per farci passare dall'egoismo alla libertà e alla gratuità per trasformarci in "pescatori di uomini". Come si pesca un uomo? Tirandolo fuori dall'acqua, ovvio! Strappandolo al peccato e alla morte. 

Pescando i pesci come fossero uomini; pescando cioè chi è abituato a nuotare nel buio, perché ormai il suo habitat è il mare, l'immagine della morte. In famiglia e al lavoro, in ogni relazione, ci attende allora un mare dove gettare la nostra vita come una rete: maglie fitte di misericordia, pazienza, tenerezza, verità e parresia per annunciare il Vangelo, perché nessuno sfugga all’amore di Dio. 

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Sabato della II settimana del Tempo Ordinario






"Fuori di sé" per essere amore in tutti noi


Gesù era "fuori di sé". Si, non viveva in se stesso, per se stesso, la sua era una vita totalmente consegnata. L'amore che lo rendeva pane gli impediva di prender pane. Gesù si nutriva di un cibo che né i suoi parenti più stretti, né ciascuno di noi conosce: il cibo della volontà di Dio che consiste, secondo le stesse parole di Gesù, nel suo desiderio che nessun uomo vada perduto, che tutti possano essere salvati. La carne è incapace di comprendere le ragioni del cuore e dello Spirito, anzi, vi muove guerra. Per questo "i suoi" secondo la carne, quelli che avevano visto Gesù bambino, e poi adolescente, e poi giovane nella bottega del padre, non potevano accettare la follia di un amore che lo sospingeva ben oltre i limiti della carne, al punto da dare la sua da mangiare nei luoghi che tutti evitavano, per le persone che tutti ritenevano ormai spacciate. Gesù era la gratuità totale, qualcosa di sconosciuto, mai visto prima in un uomo. Al punto che penseranno di Gesù cose malvagie, addirittura che fosse il principe stesso dei demoni. L'amore, quell'amore smisurato, abbaglia, ubriaca, scandalizza. I cuori induriti e con le soluzioni e le interpretazioni preconfezionate ne restano tramortiti. L'amore di Dio, non essendo di questo mondo, è un segno di contraddizione per svelare i pensieri del cuore; per questo così spesso viene preso per il suo esatto contrario. Non è possibile che sia reale un amore così, il nostro cuore non lo ha conosciuto. Ci deve essere qualcosa sotto, non si può vivere e amare così. Basta vedere quello che si è scatenato intorno alle parole del Papa, scambiando la "responsabilità" dell'amore con l'obbedienza al proprio ego. Ma è normale, come potrebbe essere diversamente? Per amare occorre uscire "fuori" da se stessi, essere passati oltre il mare che ci inchioda in Egitto schiavi del faraone. Ama solo chi vive ogni evento nella Pasqua di Cristo! Come ci si può aprire alla vita che Dio ha pensato di trascrivere eternamente nel Cielo attraverso la nostra carne se questa è rinchiusa nella paura perché l'unica esperienza che ha è la morte? Sì la morte che si nasconde quando uno prova ad uscire da se stesso: l'altro ti sbrana, la società non ti aiuta anzi. Come fai a perdere la tua vita se essa è solo un pugno di giorni amari da difendere con i denti? Cercherai di renderla meno dolorosa, è normale, finendo con il prostrarti al lavoro, al denaro, alle vacanze, alla macchina e alla casa, all'ultimo smartphone e alla messimpiega. Per questo quando appare l'amore di Cristo fatto carne in persone identiche a noi pensiamo che sia follia, esaltazione o fondamentalismo. Non siamo preparati, la carne da sola non sa dilatarsi e accogliere la gratuità. E' ferita e avvelenata dal peccato e dall'inganno del demonio, vede il male ovunque, pensa sempre male, non è semplice e limpida. Il demonio che la soggioga distorce tutto e scambia il bene in male, la libertà per schiavitù, l'amore per follia. Ma il Vangelo di oggi è una luce per tutti quelli che, come i parenti di Gesù, non sanno cosa fare dinanzi all'amore infinito di Cristo e decidono di "prenderlo", rinchiuderlo in un ghetto come accade da sempre alla Chiesa, per renderlo innocuo e non contraddica le coscienze. E spesso accade che i nemici dei cristiani siano proprio quelli della propria casa, i familiari più stretti. Quante madri si adirano con le figlie incinta del quinto o del sesto figlio! Quanti preti si scandalizzano dell'amore alla Parola di alcuni fedeli a loro affidati, ritenendo che sia un'esagerazione, un alimento troppo forte e non adatto a tutti, finendo con il "prenderli" perché rinuncino alla sovrabbondanza della vita di Cristo. Ma nel breve brano di oggi appare evidente che chi è davvero fuori e lontano dalla verità sono "i suoi" secondo la carne. Mentre Gesù è ben dentro la volontà del Padre, il Cielo che plana sulla terra, l'amore che sazia il vuoto e la solitudine. E' questa la vita vera, alla quale siamo tutti chiamati. Coraggio allora, non importa se sino ad oggi siamo stati anche noi tra i parenti di Gesù, se nelle nostre parrocchie e comunità, nei nostri gruppi, nel volontariato e nella Caritas, tra le mamme catechiste e al coro abbiamo conosciuto il Signore superficialmente, impermeabili alla chiamata a conversione del suo amore. Non importa neanche se in Chiesa è un secolo che non mettiamo piede, se anzi l'abbiamo contestata e combattuta come San Paolo. Non importa se oggi siamo ancora schiavi del peccato. Oggi possiamo accogliere semplicemente e umilmente il folle amore di Dio per uscire dalla morte e dall'egoismo con Cristo per dilatare il cuore, e le ore, e ogni passo e imparare a perdere la vita. Uscire da se stessi per offrirla in dono è l'unica via per ritrovarla vera ed eterna. Farsi cibo per saziarci, il paradosso divino, il segreto dell'amore di Dio, incarnato in Gesù e nei suoi santi. Come San Francesco Saverio ad esempio, che in una lettera scritta a Sant'Ignazio di Loyola dalla terra di missione scriveva la sua esperienza, identica a quella di Gesù: "Quando sbarcai in questi luoghi, battezzai tutti i fanciulli che ancora non erano stati battezzati, e quindi un gran numero di ragazzi, che non sapevano neppure distinguere la destra dalla sinistra… Mi assediava una folla di giovani, tanto che non riuscivo più a trovare il tempo per dire l’Ufficio, né per mangiare, né per dormire; chiedevano insistentemente che insegnassi loro nuove preghiere. Cominciai a capire che a loro appartiene il regno dei cieli". Che Dio ci conceda l'umiltà per accogliere l'amore, e che esso trasformi la nostra vita in un'unica, gioiosa, oblazione.




Venerdì della II settimana del Tempo Ordinario





Stare con Gesù


Gesù ha chiamato a sé quelli che Egli volle: la vocazione scaturisce esclusivamente dal suo volere. Il Signore vuole proprio noi, con i nostri nomi, con le nostre storie, così come siamo. Ci conosce e per questo ci chiamaIl Signore non è il responsabile umano dell'ufficio risorse umane della Chiesa, non assume in base al curriculum. Gesù chiama "quelli che vuole" perché i suoi occhi vedono quello che nessun occhio umano è capace di captare; Lui sceglie in base al requisito che chiunque rifiuterebbe, si innamora di quello che nessun ragazzo o ragazza vorrebbe mostrare di sé alla persona di cui sono innamorati: Gesù cerca la debolezza, la stoltezza secondo il mondo, ciò che è nulla agli occhi "intelligenti" della carne. Non ci ha Per scelto per le nostre capacità, per la pazienza, per l'arguzia, per la forza, per presunte disposizioni umane alla santità... Come fu per Davide, come per tutti i profeti, Dio non guarda all'apparenza, ma al cuore. Se ha guardato quei dodici uomini è perché conosceva profondamente il loro cuore, anche quello di chi lo avrebbe tradito. E se Lui non ha problemi con noi, anzi, perché averne noi? Guardare alle nostre capacità, all'adeguatezza delle nostre risorse umane e spirituali è come tradire il Signore. Quando entriamo in crisi dinanzi alla nostra debolezza è per orgoglio. Il demonio, infatti, attacca quelli che Dio chiama sempre allo stesso modo: li afferra per il bavero delle proprie debolezze per spingerli prima verso la sfiducia, e poi nella disperazione. Al contrario la Parola di oggi è una buona notizia che ci invita ad aver pazienza con noi stessi, a non voler farci santi e adeguati stringendo i pugni, ad accettare le imperfezioni, i difetti, e a scacciar via come subdola tentazione ogni immagine illusoria di quello che vorremmo essere. E' il Signore che porterà fedelmente a compimento la sua volontà in noi. Perché tutto è racchiuso dentro la sua chiamata gratuita. Possiamo riposare in essa perché è l'unica garanzia che ci difende dalle tentazioni. Per questo, quando ci assalgono, occorre tornare sempre alle radici della chiamata. Nel matrimonio, nel presbiterato, nella vita religiosa, e poi nel lavoro, nello studio, in tutto vi è una chiamata che ci precede e su cui Dio ha fondato la nostra vita. Non siamo noi il fondamento, è Lui! In questa gratuità che disarma il nostro orgoglio possiamo ricominciare ogni giorno, anche se siamo passati attraverso una tempesta di peccati che sembra aver distrutto tutto. L'abbandono del ministero, il divorzio, le fughe di ogni giorno dal sacrificio e dalla sofferenza nascono sempre da un errore di prospettiva che ci fa scambiare la sabbia con la roccia, il figlio con il Padre, colui che chiama con colui che risponde. Il compimento di ogni missione, invece, si fonda sull'amore gratuito che ci raggiunge, seduce e accoglie nella sua intimità. Non sarà mai un apostolo chi non ha conosciuto e non rimane nell'amore di Cristo. E' interessante notare come nella lingua spagnola amare e volere si dicano con la stessa parola: querer. Gesù "vuole" noi perché ci "ama", e nell'amore ci "fa" apostoli, come recita l'originale greco. "Costituire" gli apostoli significa farli, crearli, plasmarli, sino ad essere immagine di Lui"Apostolo", infatti, significa "inviato" e, secondo l'etimologia ebraica, esso costituiva un altro se stesso di colui che lo inviava. Per questo la chiamata di Gesù è sempre il primo passo dell'"andare a Lui" in un cammino di conversione nel quale "lo stare con Lui" ci fa assomigliare ogni giorno di più a Lui, ad avere il suo stesso pensiero di Cristo, il suo cuore, il suo sguardo, sino a diventare un "Alter Christus", come San Francesco. Non si tratta di fare molte cose, ma di camminare dietro a Lui in una compagnia come fecero gli apostoli. E ciò si realizza essenzialmente nella comunità cristiana che è il suo Corpo vivo nella storia. Accanto ai momenti di preghiera personale siamo chiamati a "stare con Lui" nella Chiesa, dove possiamo ascoltarLo e parlarGli nelle liturgie, accogliere e sperimentare il suo amore anche attraverso la comunione con le sue membra che sono i fratelli. In essa siamo al riparo dalle fughe pseudo mistiche destinate ad evaporare al sorgere delle difficoltà e delle persecuzioni: "Il cristiano non è una monade, ma appartiene ad un popolo. Un cristiano senza Chiesa è una cosa puramente ideale, non è reale. E’ una cosa di laboratorio, una cosa artificiale, una cosa che non può dar vita" (Papa Francesco). La missione, infatti, si fa feconda quando lo "stare con Lui" si fa più intenso e autentico: sulla Croce, ovvero nei momenti di più grande debolezza. Come ha sperimentato il Signore stesso, che ha salvato ogni uomo quando non ha potuto far altro che gettarsi, nella morte, tra le braccia del Padre. Stare con Gesù è dunque essere crocifisso con Lui. Allora comprendiamo perché ci ha scelti così deboli e fragili, incoerenti e nevrotici: per insegnarci ad abbandonarci a Lui e così poter operare in noi con illimitata libertà, facendo di noi un vessillo di speranza innalzato per tutti i peccatori. In quanto crocifissi, poveri, deboli, ultimi nel mondo, siamo inviati a portare ad ogni uomo i segni dell'amore del Padre, le piaghe benedette del Figlio impresse nelle nostre vite. Non a caso gli esorcismi si compiono mostrando ai demoni la Croce. Ecco, siamo un esorcismo sbattuto in faccia al demonio di questa generazione: con le sofferenze, i fallimenti, le frustrazioni lo "scacciamo". Sì, proprio quando agli occhi del mondo sembriamo soccombere al figlio, al collega, al coniuge, è il momento in cui, crocifissi con Cristo, esercitiamo con amore il "potere di scacciare i demoni" per dischiudere loro il "Regno" che "predichiamo" con zelo inesausto.