XII Domenica del Tempo Ordinario. Anno A


Stefan Lochner. La Passione degli Apostoli



αποφθεγμα Apoftegma
















Toros Roslin. Cristo predice la sofferenza apostoli. Miniatura armena del XIII secolo

INVIATI AD ANNUNCIARE OVUNQUE LA PAROLA DELLA CROCE SVELATA NELL'INTIMITA' DELLA CHIESA PER STRAPPARE GLI UOMINI ALLA MENZOGNA


Siamo parte della famiglia di Gesù. Tutto quello che riguarda Lui riguarda anche noi. La nostra vita è legata indissolubilmente alla sua, perché siamo nati per essere conformi alla sua immagine. Il Signore è il primogenito della nuova creazione e, come Lui, in Lui e per Lui, non possiamo che suscitare sconcerto, scandalo, persecuzione. L'apparire di Gesù scatenava l'ira dei demoni, stanati nell'ombra delle loro menzogne. Allo stesso modo l'avvento della Chiesa nella parola e nella vita degli apostoli, svela le trame occulte del principe di questo mondo, perché la Verità illumina la menzogna, Così, quando in ufficio, a scuola, tra gli amici, nelle diverse relazioni, si fa presente l'avvenimento di Cristo incarnato negli apostoli, tutto quello che non gli è conforme - i nemici della croce - è come risucchiato in superficie, e, una volta smascherato, schiuma ira e calunnia, e violenza che giunge ad uccidere, pur di ricacciare nell'ombra la menzogna di un'esistenza preda dell'inganno. Quando al supermercato, all'uscita dall'asilo o spesso, purtroppo, anche a messa, appare una mamma circondata dalla nidiata dei suoi cinque, o sette, o dieci figli, è come una saetta precipitata laddove si sono posati i suoi piedi: risolini, ghigni, ironie, e insulti. In quella madre, come in ogni cristiano che incarni il vivere di Cristo, appare il Maestro, il Primogenito risorto e vivo che ha vinto la morte dell'egoismo, della paura e del pensiero del mondo; quei bambini che le fanno ressa ululante intorno sono il frutto dei "segreti" che Gesù le ha "sussurrato all'orecchio" e che lei "annuncia alla luce e predica dai tetti". La Chiesa sa che in ogni uomo è inscritto il codice genetico dell'amore, la volontà di felicità che ne ha disegnato la mappa del Dna spirituale. Quando, in quella mamma, come in ogni apostolo, lo Spirito Santo fa visibile quel codice nell'esistenza quotidiana, come un liquido di contrasto intercetta il grumo di cellule impazzite che ha attaccato il Dna per stravolgerlo e lo attacca come una massiccia dose di chemioterapia spirituale; allora si palesano gli stessi effetti di quella usata nei protocolli medici oncologici: nausea, vomito, debolezza, e l'uomo vecchio aggredito dal cancro lascia il passo, con dolore, alle cellule rinnovate. La persecuzione che si scatena contro la Chiesa è sempre dettata dall'orgoglio che induce a non arrendersi, a difendere le certezze acquisite, non importa se gravide di morte; la superbia che spinge a non abbandonarsi alla misericordia. La persecuzione, la calunnia, l'odio che gli apostoli attirano su di sé, sono il segno inequivocabile che il Regno dei Cieli è arrivato e il regno di satana ha le ore contate: è segno di debolezza. Gesù è venuto per la rovina dei demoni, e per questo, dopo di Lui, il "padrone della casa" che è immagine della Chiesa, anche "i suoi familiari", ovvero gli apostoli, saranno identificati come demoni a servizio del principe dei demoni, perché l'opera più astuta di satana è proprio quella di camuffarsi e scambiare il bene con il male, Gesù con il demonio. E' quanto abbiamo sotto gli occhi ogni giorno... 

Per questo, la missione della Chiesa è una lotta, è parte del combattimento escatologico che appare nell'Apocalisse, soprattutto al Capitolo XII. La Donna è perseguitata dal grande drago che vuole divorare il bambino appena nato, Cristo fatto carne nella Chiesa, nei suoi fratelli più piccoli. Ogni istante della loro vita, ogni aspetto della nostra esistenza è un capitolo unico e inevitabile di questa grande e cruenta battaglia. Al lavoro, a casa, a scuola, con amici e colleghi, con il fidanzato o con i parenti, ovunque e sempre ci è consegnata una tessera del mosaico che compone la volontà di Dio su ogni uomo. Per poterla deporre al suo posto è necessario che sia "esorcizzata" e tolta la tessera falsa, apparentemente somigliante, ma inautentica. E questo accade non senza pagare un prezzo spesso salatissimo: la nostra dignità, il nostro onore, l'amicizia, la stima, l'affetto. Caricarsi, con Cristo, del peccato e del male che si scatena intorno e verso di noi, è l'amore più grande, l'unico autenticamente gratuito, che libera e conduce al Regno. In questa guerra contro satana, non dobbiamo "temere" nessuno; non dobbiamo temere l'esercito nemico, i pensieri, le tentazioni e coloro che, in questo mondo, obbediscono ai suoi ordini: il demonio non ha il potere di uccidere l'anima! Non c'è peccato, per quanto grande, che possa uccidere definitivamente l'anima! Siamo invece chiamati a temere Cristo, che significa abbandonarsi fiduciosi al suo amore. Temere di perderlo, di entrare nella morte soli, senza il nostro Avvocato, nella superbia di chi bestemmia l'opera dello Spirito Santo, l'unico che, nel giudizio, potrà difenderci. E questo ogni giorno: anche oggi ci attende un giudizio, al quale giungeremo passando attraverso gli eventi che ci metteranno a morte. Non sono questi, non sono i nemici che dobbiamo temere; dobbiamo invece fuggire con paura anche solo l'ipotesi di entrare nella storia soli con la nostra superbia, di trovarci davanti al Padre nudi come Adamo, senza l'armatura di Cristo. Se così accade, stasera ci sentiremo soli e condannati, perderemo la speranza per il matrimonio, per i figli, per la nostra vita, assaporando le primizie della "Geenna" invece di quelle del Paradiso. Il santo timore sigilla in noi che "ogni capello del nostro capo è contato": siamo già cittadini del Cielo, non un secondo della nostra vita scivola dalle mani di Cristo. Nulla di quello che ci accade è fuori dalla volontà di Dio, eccetto il peccato. Vivere in questa certezza è già compiere la missione, in mezzo a un mondo che contesta l'esistenza e l'amore di Dio. Chi vive nel mistero pasquale di Cristo in ogni circostanza "lo riconosce" davanti agli uomini, così come Lui, anche quando cadiamo nel peccato, "riconosce" in noi la sua opera più forte della debolezza. "Non riconoscerlo" significa opporsi alla Grazia e rifiutare, con la storia e le persone, il suo annuncio, l'irrompere dello Spirito Santo, il suo farsi carne in noi: come potrà allora Gesù, in chi ostinatamente lo ha scacciato, "riconoscere" se stesso davanti al Padre? Temiamo dunque il Signore, abbandoniamoci alla sua fedeltà, Lui che ha "il potere" di condurci al porto sospirato della Vita eterna dove ci "riconoscerà" come suoi fratelli. 




RINATI CON CRISTO NELLA VITA NUOVA CHE, COME GIOVANNI BATTISTA, ANNUNCIA AL MONDO IL SUO AMORE


Insieme al Signore e alla Vergine Maria, Giovanni Battista è l'unico "Nato di donna" del quale la Chiesa celebra la natività. Significa che nella sua nascita vi è qualcosa che riguarda tutti noi. Giovanni, infatti, il "nome nuovo" scelto da Dio, significa "Dio fa grazia oraper una storia nuova che può cominciare ora. La tua e la mia, e quella di ciascun uomo "battezzato" nelle viscere d’amore a cui tutti aneliamo. Che cos' è la nostra vita se non una continua ricerca di misericordia? Di un amore che ci accolga nel suo grembo senza condizioni, così come siamo, che non presenti conti da pagare, per il quale non doversi acconciare? Un amore che ci faccia liberi d’essere esattamente quel che siamo. "Nessuno nella nostra parentela porta il nome" di questo amore, la carne non la prevede. I rapporti, infatti, si infrangono tutti sul limite severo della debolezza carnale. E ciascuno di noi è il frutto di una storia concreta di debolezze, come quella del Popolo di Israele, l’eletto incapace di reggere la prova della libertà. Una storia di schiavitù e liberazioni, di adulteri e perdoni, simile a una strada sconnessa e piena di buche, ma che segue un percorso certo e diritto sulle orme di una promessa: l'avvento del Messia, il Salvatore, il Figlio che compirà, con la sua carne, la Legge impossibile per la nostra carne. In questa storia, Giovanni è la soglia della speranza, l’uscio socchiuso sul compimento di ogni promessa. La sua nascita dal grembo sterile di Elisabetta, immagine di Israele sterile vigna senza frutto, ne è il segno. Tutta la storia si coagulava in quel grembo, come oggi anche la nostra giunge a questo giorno come una "contrazione" nel grembo di una madre. Tutto ciò che ha reso infeconda la nostra vita può diventare il segno dell'amore che trasforma la morte in vita. Come accadde al principio della storia con Isacco, figlio insperato di Abramo e di Sara, gli avvizziti patriarchi. Una storia di salvezza iniziata con il miracolo che ne profetizzava il compimento. Anche il nostro apparire nel mondo è stato un miracolo d'amore; ma poi, di fronte alle sofferenze, il demonio ha avuto ragione della nostra debolezza, e, ingannandoci, ci ha chiuso nel grigio dell'egoismo sterile di chi ha smesso di credere all'amore di DIo. Per strapparci alla deriva del mondo occorreva un miracolo: Giovanni, la misericordia di Dio, la sua Grazia proprio ora, quando forse tutto sembra remarci contro. Non l’abbiamo conosciuta nella carne, non v’è n’è traccia nella storia del mondo. E’ un nome nuovo, l'assoluta novità di uno sguardo posato su Cristo, il Messia capace di salvarci e far bella la nostra vita di oggi: famiglia, lavoro, amicizie, tutto rinnovato perché compiuto nell'amore. Giunge oggi Giovanni, la Parola di Dio per noi. Parla al nostro cuore e ci annuncia la buona notizia che è finita la nostra schiavitù. Ai rapporti malsani inchiodati ai compromessi, al dare e avere d’ogni nostra relazione, ai padri che vorrebbero fare dei propri figli il prolungamento di se stessi, e ai figli schiacciati dall'eredità carnale dei propri genitori, anche quella di peccato e violenza. Ecco oggi la buona notizia per le nostre storie sterili che sembrano non aver nulla di nuovo da dire, per gli anziani ormai rassegnati, per i giovani cui il mondo ha sottratto la speranza; per le coppie sedutesi sulla routine, quando il volto del marito e della moglie appaiono ormai come un soprammobile in più; ai preti e religiosi infilatisi, senza accorgersene, nell'accidia che dà spazio ai compromessi e inaridisce lo zelo; ai tanti presi al laccio dell'insoddisfazione che li schiaccia in una continua, sterile, rivendicazione di diritti; a chi non riesce più a vedere la propria vita, e quella di chi è accanto, come un prodigio. Attraverso Giovanni è annunciata oggi a ogni uomo la buona notizia: come "la mano di Dio era su di lui", sigillo della nuova ed eterna alleanza, così la mano del Padre è su di noi, per realizzare qualcosa di assolutamente nuovo, e fare, della nostra vita, una porta spalancata verso il Signore Gesù. Oggi possiamo guardare la nostra vita con occhi diversi. Dio, infatti, "ha esaltato anche in noi", come in Elisabetta, "la sua misericordia". Si è chinato sulla nostra sterilità e ne ha fatto un prodigio di fecondità. Giovanni è immagine del nostro cuore assetato d’amore, il segno dell’intimo di noi che anela a Cristo. La misericordia attesa e bramata bussa oggi al nostro cuore, Giovanni ce la offre gratuitamente a nome del Messia. Oggi si compiono "i nostri giorni del parto", e tutto di noi brilla di luce nuova: ogni istante del passato trasfigurato nel miracolo d’amore del Signore. Nulla è impossibile a Dio, non vi è sterilità che non possa essere trasformata in fecondità, nessun peccato che non possa essere perdonato. La nostra storia ci ha condotto a quest’oggi di Grazia e di gioia. Tutto in noi, ogni evento e ogni persona apparsi della nostra vita, come doni di Dio, hanno preparato l’incontro con la sua misericordia. Lasciamoci "meravigliare" di fronte all'amore di Dio, ai dettagli che lo avvicinano alle nostre giornate. Come Giovanni, "cresciamo e rafforziamoci nello Spirito", perché ci attende una missione meravigliosa, quando e come Dio vorrà, dove Lui ha già pensato: Annunciare il Messia, l’atteso delle genti. Fin dal grembo materno ci ha chiamati, oggi ce lo rivela. Siamo amati, salvati, redenti, perdonati, e la nostra vita è un vaso attraverso il quale Dio offre al mondo la sua misericordia; per questo, tutto di noi è un prodigio, il più grande, le braccia distese nella consegna di noi stessi per gli altri. Che timore, che gioia! Davvero, “che sarà mai questo bambino?”, che sarà mai la nostra vita? E quella di tuo figlio, anche se in questo tempo sembra seppellito tra grugniti e ira. Il Signore, giorno dopo giorno, ce lo rivelerà, ma sappiamo già che giungerà esattamente dove è approdata la vita di Giovanni: a divenire, nel martirio, un segno, una luce che indichi la salvezza, l'Agnello che toglie il peccato del mondo. In famiglia, al lavoro, a scuola, ovunque, questa vita concreta è un prodigio, il segno autentico ed efficace dell'amore che salva ogni "ora", che fa di ogni istante il principio di una novità che riscatta e infonde pace e felicità. Gettiamoci allora, senza paura, nell’avventura che Dio ci ha preparato. 

24 Giugno. Natività di San Giovanni Battista. Commento audio




24 Giugno. Natività di San Giovanni Battista



αποφθεγμα Apoftegma

Il messaggio del Battista 
è quello di invitare il popolo di Israele 
a guardarsi dentro e a convertirsi 
per poter riconoscere, nell'ora della salvezza, 
Colui che Israele ha sempre atteso e che ora è presente. 
Giovanni impersonifica in questo senso 
l'ultimo dei profeti 
e l'economia specifica della speranza dell'Antica Alleanza.

Benedetto XVI











L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 1,57-66.80.

Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei. All'ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c'è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta, e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Coloro che le udivano, le serbavano in cuor loro: «Che sarà mai questo bambino?» si dicevano. Davvero la mano del Signore stava con lui. Il fanciullo cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele. 








RINATI CON CRISTO NELLA VITA NUOVA CHE ANNUNCIA AL MONDO IL SUO AMORE

Insieme al Signore e alla Vergine Maria, Giovanni Battista è l'unico "Nato di donna" del quale la Chiesa celebra la natività. Significa che nella sua nascita vi è qualcosa che riguarda tutti noi. Giovanni, infatti, il "nome nuovo" scelto da Dio, significa "Dio fa grazia oraper una storia nuova che può cominciare ora. La tua e la mia, e quella di ciascun uomo "battezzato" nelle viscere d’amore a cui tutti aneliamo. Che cos' è la nostra vita se non una continua ricerca di misericordia? Di un amore che ci accolga nel suo grembo senza condizioni, così come siamo, che non presenti conti da pagare, per il quale non doversi acconciare? Un amore che ci faccia liberi d’essere esattamente quel che siamo. "Nessuno nella nostra parentela porta il nome" di questo amore, la carne non la prevede. I rapporti, infatti, si infrangono tutti sul limite severo della debolezza carnale. E ciascuno di noi è il frutto di una storia concreta di debolezze, come quella del Popolo di Israele, l’eletto incapace di reggere la prova della libertà. Una storia di schiavitù e liberazioni, di adulteri e perdoni, simile a una strada sconnessa e piena di buche, ma che segue un percorso certo e diritto sulle orme di una promessa: l'avvento del Messia, il Salvatore, il Figlio che compirà, con la sua carne, la Legge impossibile per la nostra carne. In questa storia, Giovanni è la soglia della speranza, l’uscio socchiuso sul compimento di ogni promessa. La sua nascita dal grembo sterile di Elisabetta, immagine di Israele sterile vigna senza frutto, ne è il segno. Tutta la storia si coagulava in quel grembo, come oggi anche la nostra giunge a questo giorno come una "contrazione" nel grembo di una madre. Tutto ciò che ha reso infeconda la nostra vita può diventare il segno dell'amore che trasforma la morte in vita. Come accadde al principio della storia con Isacco, figlio insperato di Abramo e di Sara, gli avvizziti patriarchi. Una storia di salvezza iniziata con il miracolo che ne profetizzava il compimento. Anche il nostro apparire nel mondo è stato un miracolo d'amore; ma poi, di fronte alle sofferenze, il demonio ha avuto ragione della nostra debolezza, e, ingannandoci, ci ha chiuso nel grigio dell'egoismo sterile di chi ha smesso di credere all'amore di DIo. Per strapparci alla deriva del mondo occorreva un miracolo: Giovanni, la misericordia di Dio, la sua Grazia proprio ora, quando forse tutto sembra remarci contro. Non l’abbiamo conosciuta nella carne, non v’è n’è traccia nella storia del mondo. E’ un nome nuovo, l'assoluta novità di uno sguardo posato su Cristo, il Messia capace di salvarci e far bella la nostra vita di oggi: famiglia, lavoro, amicizie, tutto rinnovato perché compiuto nell'amore. Giunge oggi Giovanni, la Parola di Dio per noi. Parla al nostro cuore e ci annuncia la buona notizia che è finita la nostra schiavitù. Ai rapporti malsani inchiodati ai compromessi, al dare e avere d’ogni nostra relazione, ai padri che vorrebbero fare dei propri figli il prolungamento di se stessi, e ai figli schiacciati dall'eredità carnale dei propri genitori, anche quella di peccato e violenza. 


Ecco oggi la buona notizia per le nostre storie sterili che sembrano non aver nulla di nuovo da dire, per gli anziani ormai rassegnati, per i giovani cui il mondo ha sottratto la speranza; per le coppie sedutesi sulla routine, quando il volto del marito e della moglie appaiono ormai come un soprammobile in più; ai preti e religiosi infilatisi, senza accorgersene, nell'accidia che dà spazio ai compromessi e inaridisce lo zelo; ai tanti presi al laccio dell'insoddisfazione che li schiaccia in una continua, sterile, rivendicazione di diritti; a chi non riesce più a vedere la propria vita, e quella di chi è accanto, come un prodigio. Attraverso Giovanni è annunciata oggi a ogni uomo la buona notizia: come "la mano di Dio era su di lui", sigillo della nuova ed eterna alleanza, così la mano del Padre è su di noi, per realizzare qualcosa di assolutamente nuovo, e fare, della nostra vita, una porta spalancata verso il Signore Gesù. Oggi possiamo guardare la nostra vita con occhi diversi. Dio, infatti, "ha esaltato anche in noi", come in Elisabetta, "la sua misericordia". Si è chinato sulla nostra sterilità e ne ha fatto un prodigio di fecondità. Giovanni è immagine del nostro cuore assetato d’amore, il segno dell’intimo di noi che anela a Cristo. La misericordia attesa e bramata bussa oggi al nostro cuore, Giovanni ce la offre gratuitamente a nome del Messia. Oggi si compiono "i nostri giorni del parto", e tutto di noi brilla di luce nuova: ogni istante del passato trasfigurato nel miracolo d’amore del Signore. Nulla è impossibile a Dio, non vi è sterilità che non possa essere trasformata in fecondità, nessun peccato che non possa essere perdonato. La nostra storia ci ha condotto a quest’oggi di Grazia e di gioia. Tutto in noi, ogni evento e ogni persona apparsi della nostra vita, come doni di Dio, hanno preparato l’incontro con la sua misericordia. Lasciamoci "meravigliare" di fronte all'amore di Dio, ai dettagli che lo avvicinano alle nostre giornate. Come Giovanni, "cresciamo e rafforziamoci nello Spirito", perché ci attende una missione meravigliosa, quando e come Dio vorrà, dove Lui ha già pensato: Annunciare il Messia, l’atteso delle genti. Fin dal grembo materno ci ha chiamati, oggi ce lo rivela. Siamo amati, salvati, redenti, perdonati, e la nostra vita è un vaso attraverso il quale Dio offre al mondo la sua misericordia; per questo, tutto di noi è un prodigio, il più grande, le braccia distese nella consegna di noi stessi per gli altri. Che timore, che gioia! Davvero, “che sarà mai questo bambino?”, che sarà mai la nostra vita? E quella di tuo figlio, anche se in questo tempo sembra seppellito tra grugniti e ira. Il Signore, giorno dopo giorno, ce lo rivelerà, ma sappiamo già che giungerà esattamente dove è approdata la vita di Giovanni: a divenire, nel martirio, un segno, una luce che indichi la salvezza, l'Agnello che toglie il peccato del mondo. In famiglia, al lavoro, a scuola, ovunque, questa vita concreta è un prodigio, il segno autentico ed efficace dell'amore che salva ogni "ora", che fa di ogni istante il principio di una novità che riscatta e infonde pace e felicità. Gettiamoci allora, senza paura, nell’avventura che Dio ci ha preparato. 



APPROFONDIMENTI












Sacratissimo Cuore di Gesù. Anno A



αποφθεγμα Apoftegma

Ti supplico, 
che la mitezza della tua carità ridia coraggio al mio cuore. 
Per grazia, le viscere della tua misericordia 
si commuovano in mio favore, 
perché purtroppo, numerosi sono i miei demeriti, 
nulli i miei meriti.
E donami, o caro Gesù, di amare te solo, 
in ogni cosa e al di sopra di tutto, 
di attaccarmi a te con fervore, 
di sperare in te, 
e di non mettere alla mia speranza nessun limite.

Santa Geltrude di Elfta 








L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Matteo 11,25-30.

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. 
Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. 
Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare». 
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. 
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. 
Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero». 




AMATI GRATUITAMENTE POSSIAMO RIPOSARE NEL CUORE DI GESU' CHE SI SCHIUDE PER NOI NELLA CHIESA

Cosa ti farebbe gioire così tanto da esultare? Pensaci un momento e rispondi. E il mondo? I colleghi, gli amici, i vip e gli opinionisti così "intelligenti"? E gli intellettuali così "sapienti"? C'è qualcosa che li farebbe scomodare dalla loro pura seriosità e farli gridare di gioia? Ora vediamo invece per chi si rallegra Dio: il Padre e il Figlio esultano per ciò che di sicuro neanche hai pensato; sì, la ragione della loro esultanza sono quelli che noi e il mondo non degniamo di nessuna attenzione, perché nulla fanno per attirarla: sono troppo "piccoli" per gli uomini che si credono molto grandi, che si aspettano grandi eventi, grandi cambiamenti, grandi consolazioni. Invece il Padre, infinitamente più grande della sua creatura più grande, si avventura in un testacoda incredibile e plana dove l'occhio superbo proprio non può cadere... "Sì, perché a Lui è piaciuto così", ha scelto cioè gli "infanti", i "piccoli" secondo la Vulgata, coloro che non hanno ancora l'uso della parola, i"fanciulli", i "lattanti", per "rivelare le sue cose". Capito? Il Padre rivela il suo cuore a chi ancora non sa parlare, e il Figlio "esulta nello Spirito Santo". Vallo a capire Dio... Impossibile per chi ha un altro padre a cui cerca di assomigliare e spera la gioia dal compimento dei suoi desideri, carnali, effimeri, indigesti, quasi sempre mortali. Ascolta le sue parole che lo adulano, e ne fa un idolo da adorare e imitare. E' così, vero? Ascoltiamo le parole avvelenate del serpente, le accogliamo nel cuore, e cominciamo a ripeterle declinandole in ogni situazione che viviamo. E chiacchieriamo, per giustificare, per legare, per sciogliere, per ingannare, per sedurre, per vincere, per vendicare, per uccidere. La Scrittura mette in guardia dal troppo e dal vano parlare: "Le parole della bocca dell'uomo sono acqua profonda... con la bocca l'uomo sazia il suo stomaco, egli si sazia con il prodotto delle sue labbra. Morte e vita sono in potere della lingua, e chi l'accarezza ne mangerà i frutti" (Pr. 18, 4. 20-21). Ecco, ci illudiamo di saziarci con le nostre parole perché abbiamo creduto che le parole del demonio ci avrebbero fatto diventare come Dio, e sai che esultanza. Per questo c'è come un'ingordigia nelle nostre parole, le accarezziamo credendo di trovarne beneficio, mentre, proprio come dopo aver accolto quelle del serpente, ne sperimentiamo i frutti avvelenati: divisioni, liti, invidie, passioni. Per questo siamo sempre più stanchi, "affaticati e oppressi". Come stai? Nove su dieci rispondono: stanchissimo guarda, non ti dico quante cose ho dovuto fare. E poi, sempre in tiro, guai ad abbassare la guardia, chi agnello si fa il lupo se lo mangia... E poi quella stanchezza per gli sforzi e i tentativi di obbedire alle leggi e ai moralismi che lo Stato e la società ci impongono per essere accettati, o quelli più subdoli della religione che ci siamo inventati, e i peggiori, quelli che noi stessi ci carichiamo sulle spalle. Fardelli insopportabili, che infatti ci schiacciano e ci fanno esplodere come quando buchi un palloncino: una deflagrazione di peccati che si abbatte su chi ci è intorno, dai quali esigiamo senza pietà ciò che noi non siamo stati capaci di compiere. E ancora più stanchi, perché ciò che "opprime e affatica" il cuore sono soprattutto i peccati. 



Invece le parole di Dio sono preparate per chi non ha parole. E se fossero, oggi, per noi? Se accettassimo di essere davvero "affaticati e oppressi" perché peccatori, ci ritroveremo, finalmente, senza parole. "Infanti", cioè senza favella. Allora sì che questa Solennità ci verrebbe incontro come un unguento a lenire le nostra membra ferite e stanche per tanto "andare e venire" senza frutto. Il "Sacratissimo Cuore di Gesù" si schiuderebbe davanti al nostro "cuore corrottissimo", indurito nell'orgoglio e nell'incredulità, tempestato di aritmie perché incapace di battere per amare. Accetti di avere un cuore da buttare? Accetti di aver un'urgentissimo bisogno di trapianto? Sì? Fantastico! Significa che la storia ti ha fatto scoprire di essere "piccolo" mostrando inutili le tue parole; e "povero", "tapino", secondo l'originale greco del termine "umile". Significa che la Parola di Dio ti ha illuminato e le cure materne della Chiesa ti hanno condotto alla verità, aprendo i tuoi occhi sulla "terra" di cui sei fatto, secca e arida perché hai cacciato da tempo lo Spirito Santo che le dà la vita. Sei nell'humus, stai sfiorando l'umiltà, l'unica via per entrare nel "riposo" e nel "ristoro" autentici. Perché tu, esattamente come sei oggi, "affaticato e oppresso", sei la "terra" dove Cristo è disceso per farvisi seppellire. Per Lui, infatti, non c'è nessuno più importante di te. Tu sei il "tutto" che "il Padre ha dato al Figlio". E oggi viene a prenderselo, perché non c'è gioia più grande in Cielo che per un peccatore che si converte. "Un" peccatore, tu. Ma perché Gesù possa "esultare nello Spirito Santo" per te come il Buon Pastore dinanzi alla sua pecora che s'era perduta, come il "Padre" abbracciando il suo figlio che era morto, è necessario che anche tu "conosca il Padre": è questa infatti la sua gioia, che un "tapino" come te "conosca" suo Padre, perché, come diceva Filippo, "questo ci basta". Ma "nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare", cioè a te. Per esserti accanto oggi e "rivelarti" nel suo volto il tuo Padre, pur essendo Figlio, ha "imparato" l'obbedienza dalle cose che patì. "Mite" come un agnellino condotto al macello, si è "umiliato" per entrare nella tua "umiltà", nella tua realtà più dura e arida. Ascolta allora questa Parola, è Lui che nella Chiesa ti sta parlando dicendoti "vieni a me". Puoi uscire da te stesso, perché nella sua chiamata vi è il potere di compiere quello che dice. Vai a Lui che ti chiama per "insegnarti" il "riposo e il ristoro", immagini della vita celeste preparata per noi che il cuore che "ha imparato da Lui" può pregustare. Il termine "imparare" adottato da Gesù, infatti, rimanda al rapporto tra "Didaskalo" e "discepolo", tra il Maestro e l'allievo. "Imparare", dunque, è la coniugazione di un'intimità che si realizza pienamente solo dove il Signore ci "rivela" il Padre amandoci "sino alla fine", cioè sulla Croce, il "suo giogo" preparato per noi ogni giorno. Su di essa, infatti, "ha preso su di sé" ogni nostro peccato, angoscia e dolore, unendosi così a noi indissolubilmente; e con noi è sceso nella "terra" che ci ha sepolto, e da lì ci ha fatti risuscitare con Lui per portarci al "riposo" e al "ristoro" del Paradiso. Per questo la Croce è l'unico "giogo soave", l'unico "carico leggero", cioè l'unico adatto a noi, perché Gesù Cristo è l'unico che si è adeguato a noi, "facendosi peccato perché i peccati non ci allontanassero da Lui" (Ode VII di Salomone). "Imparare da Lui" significa dunque lasciarsi legare nella sua intimità "prendendo su di noi" la nostra Croce che Gesù ha fatto il "suo giogo". Il "carico" di ogni giorno, proprio quello che la carne rifiuta come l'assurdo più lontano dal "riposo" e dalla gioia, è sulle sue spalle; e oggi viene a chiamarci proprio nell'ostinazione con cui abbiamo sempre rifiutato di portare la Croce per dirci di non aver paura ad entrare con Lui nei fatti e nelle relazioni che ci spaventano. In essi "impareremo" la "mitezza", perché proprio la moglie o il marito, la malattia o qualunque sofferenza, ci "ammansiscono", "domano" il puledro selvaggio che è la nostra carne; "impareremo" da Gesù l'"umiltà" che ci fa riposare nella realtà, anche se dolorosa, e la "mitezza" di fronte ai fatti e alle persone, per accogliere la volontà di Dio senza esigere nulla. Benedetta la nostra storia, benedetta la Croce che Dio vi ha piantato: su di essa si schiude il "cuore" di Cristo per accoglierci nel suo amore e "rivelarci il Padre", l'unico "ristoro" a cui anela la nostra "anima".   



APPROFONDIMENTI











I FIGLI DI DIO NON SPRECANO PAROLE MA COME UNA PREGHIERA SI OFFRONO AL PADRE CHE HA SALVATO OGNI FRAMMENTO DELLA LORO VITA


Un cristiano prega nell’intimità, ma mai da solo. Non è un ossimoro fratelli, perché Gesù non ha insegnato il “Padre mio” ma il “Padre nostro”; la preghiera dei figli di Dio, infatti, è la preghiera dei suoi fratelli redenti nel suo sangue. Per questo, anche quando si è da soli, preghiamo ben innestati nella comunità cristiana. Allora, dimmi come preghi e ti dirò chi sei, un figlio di Dio o un “pagano”. Chiediamoci oggi se viviamo da figli rinati con Cristo nostro primogenito, o come orfani vaganti nel mondo “compiacendosi” delle proprie parole il cui “pastore è la morte”, come recita il salmo. Per scoprirlo basta scrutare la nostra preghiera: quella piena di parole “sprecate” è tipica di chi si sente tradito, inutile, disprezzato, dimenticato ai bordi della storia che conta, delle scelte importanti, e tenta, con le parole, di farsi notare e di essere importante. Nel rapporto con Dio, come in quello con gli altri, il centro sono io. Le mie parole si infittiscono per affermarmi e piegare Dio perché faccia quello che gli chiedo. La Vergine Maria, invece, sempre silenziosa, prega con pochissime parole, che potrebbero essere la sintesi del Padre Nostro: "Eccomi, sono qui, avvenga in me secondo la tua Parola". Maria, infatti, crede che "Dio sa di che cosa ha bisogno", e in quel momento ha bisogno di essere Madre di Gesù perché tutti noi avevamo bisogno di Lui; era la sua missione, il motivo per cui era già Immacolata e piena di Grazia. Purtroppo, le nostre “tante parole” della preghiera segnano una vita in ginocchio davanti agli uomini e alle cose, perché prostrata dinanzi a sé stessi; “come i pagani”: molti dei, nessun PadrePer questo, il Padre Nostro, è innanzitutto una Buona Notizia: non siamo orfani, siamo figli del Padre Nostro che è nei Cieli. E possiamo conoscerlo. Ecco perché nella Chiesa primitiva il Padre Nostro era un arcano svelato solo molto avanti nel percorso catecumenale. Bisognava aver fatto esperienza della paternità di Dio. Solo dopo averlo conosciuto la Chiesa “consegnava” questa preghiera come una perla preziosissima, perché attraverso di essa si chiede al Padre di farci vivere da figli che, come Gesù, entrano nella storia, perché essa non è più un campo di battaglia dove odiare i nemici per farci giustizia e saziarci dell’affetto che ci è stato tolto. Il Padre Nostro è la preghiera di chi ha sperimentato che la storia è un cammino di conversione e ritorno alla casa del Padre, e in filigrana vi scorgiamo i passi del figlio prodigo. Chi ha conosciuto il Padre sperimentando che Egli "sa di cosa ha bisogno ancor prima che glielo chieda" pregherà non più per ottenere qualcosa ma per accogliere tutto quello che Lui ha già pensato di donargli per il suo bene. Perché un figlio quando prega apre se stesso come un cucciolo apre la bocca per ricevere il cibo che da solo non può procurarsi. Per questo ci ha accolto una Madre che ci insegna la fede della Vergine Maria con la quale credere che "il Padre nostro sa che abbiamo bisogno" che sia vivo in noi suo Figlio, perché il mondo ha bisogno di vedere risplendere in noi suoi figli la sua immagine e il suo amore. E ciò avviene nel "segreto" della comunità, la “stanza più intima” dove il Padre "vede" il nostro cuore per espellere da esso i demoni che ci incatenano alla paura ed effondervi lo Spirito Santo che ci fa figli nel Figlio e che grida in noi "Abbà, Papà!". Abbiamo bisogno di una comunità cristiana concreta dove ascoltare la Parola di Dio e accostarci ai sacramenti per sperimentare di essere figli di Dio insieme a fratelli concreti. Come fu per Gesù nel Getsemani, infatti, l'Abbà che sgorga dal cuore attira a Dio, misteriosamente, schiere di uomini. Per questo il Padre Nostro è la prima missione che ci è affidata: avere nel cuore ogni figlio di nostro Padre, ogni nostro fratello, sino a quelli dispersi nelle menzogne del mondo. Per loro Gesù ha versato il suo sangue, per loro sono le parole della preghiera dei cristiani: esse invocano che il “Nome di Dio sia santificato” nelle nostre esistenze, perché si veda “il Cielo in terra” nelle opere che Dio compie in ciascuno perché lo conoscano e gli diano gloria sperando in Lui; implorano “l'avvento del Regno” nel quale vivere come figli del Re, regnando cioè sul denaro e sugli idoli mondani, per testimoniare a tutti che esiste la vita eterna; desiderano il “compimento della volontà di Dio” nella propria vita come accade nel Regno dei Cieli. Pregano cioè perché la Chiesa entri ogni giorno con tutti i suoi figli laddove il mondo non può, laggiù all’ultimo posto così vicino alla morte… Per questo quelle del Padre Nostro sono le parole di chi è affamato del “pane quotidiano”, l’unico “sostanziale”, capace cioè di alimentare la vita divina. Non c’è, infatti, per i cristiani, che “il cibo di cui si è alimentato Gesù”, compiere sulla Croce l’opera che è affidata loro, “perdonare” i debiti dei nemici per mostrare al mondo la misericordia del Padre. Per questo tremano di fronte alle “tentazioni” e pregano il Padre di avere pietà di loro e “non li induca in tentazione”, "ma" - è molto importante questo "ma" - che "li liberi dal male". Hanno, infatti, imparato a conoscersi accettando la propria debolezza, e sanno che non si può vivere come figli di Dio e combattere contro le tentazioni senza essere "liberi dal male” che il demonio non cessa di tramare contro di loro per rendere vana la salvezza.


Giovedì della XI settimana del Tempo Ordinario. Commento audio



Giovedì della XI settimana del Tempo Ordinario


αποφθεγμα Apoftegma

Guardate figlie mie, 
ciò che Dio ha dato al Figlio suo che egli amava al di sopra di tutto; 
in questo potrete riconoscere quale sia la sua volontà. 
Sì, tali sono proprio i beni che egli fa a noi in questo mondo. 
Dà in proporzione all'amore che nutre per ognuno di noi.

Santa Teresa d'Avila









L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Matteo 6, 7-15

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome;
venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».










I FIGLI DI DIO NON SPRECANO PAROLE MA COME UNA PREGHIERA SI OFFRONO AL PADRE CHE HA SALVATO OGNI FRAMMENTO DELLA LORO VITA 
Un cristiano prega nell’intimità, ma mai da solo. Non è un ossimoro fratelli, perché Gesù non ha insegnato il “Padre mio” ma il “Padre nostro”; la preghiera dei figli di Dio, infatti, è la preghiera dei suoi fratelli redenti nel suo sangue. Per questo, anche quando si è da soli, preghiamo ben innestati nella comunità cristiana. Allora, dimmi come preghi e ti dirò chi sei, un figlio di Dio o un “pagano”. Chiediamoci oggi se viviamo da figli rinati con Cristo nostro primogenito, o come orfani vaganti nel mondo “compiacendosi” delle proprie parole il cui “pastore è la morte”, come recita il salmo. Per scoprirlo basta scrutare la nostra preghiera: quella piena di parole “sprecate” è tipica di chi si sente tradito, inutile, disprezzato, dimenticato ai bordi della storia che conta, delle scelte importanti, e tenta, con le parole, di farsi notare e di essere importante. Nel rapporto con Dio, come in quello con gli altri, il centro sono io. Le mie parole si infittiscono per affermarmi e piegare Dio perché faccia quello che gli chiedo. La Vergine Maria, invece, sempre silenziosa, prega con pochissime parole, che potrebbero essere la sintesi del Padre Nostro: "Eccomi, sono qui, avvenga in me secondo la tua Parola". Maria, infatti, crede che "Dio sa di che cosa ha bisogno", e in quel momento ha bisogno di essere Madre di Gesù perché tutti noi avevamo bisogno di Lui; era la sua missione, il motivo per cui era già Immacolata e piena di Grazia. Purtroppo, le nostre “tante parole” della preghiera segnano una vita in ginocchio davanti agli uomini e alle cose, perché prostrata dinanzi a sé stessi; “come i pagani”: molti dei, nessun PadrePer questo, il Padre Nostro, è innanzitutto una Buona Notizia: non siamo orfani, siamo figli del Padre Nostro che è nei Cieli. E possiamo conoscerlo. Ecco perché nella Chiesa primitiva il Padre Nostro era un arcano svelato solo molto avanti nel percorso catecumenale. Bisognava aver fatto esperienza della paternità di Dio. Solo dopo averlo conosciuto la Chiesa “consegnava” questa preghiera come una perla preziosissima, perché attraverso di essa si chiede al Padre di farci vivere da figli che, come Gesù, entrano nella storia, perché essa non è più un campo di battaglia dove odiare i nemici per farci giustizia e saziarci dell’affetto che ci è stato tolto. Il Padre Nostro è la preghiera di chi ha sperimentato che la storia è un cammino di conversione e ritorno alla casa del Padre, e in filigrana vi scorgiamo i passi del figlio prodigo. Chi ha conosciuto il Padre sperimentando che Egli "sa di cosa ha bisogno ancor prima che glielo chieda" pregherà non più per ottenere qualcosa ma per accogliere tutto quello che Lui ha già pensato di donargli per il suo bene. Perché un figlio quando prega apre se stesso come un cucciolo apre la bocca per ricevere il cibo che da solo non può procurarsi. 





Per questo ci ha accolto una Madre che ci insegna la fede della Vergine Maria con la quale credere che "il Padre nostro sa che abbiamo bisogno" che sia vivo in noi suo Figlio, perché il mondo ha bisogno di vedere risplendere in noi suoi figli la sua immagine e il suo amore. E ciò avviene nel "segreto" della comunità, la “stanza più intima” dove il Padre "vede" il nostro cuore per espellere da esso i demoni che ci incatenano alla paura ed effondervi lo Spirito Santo che ci fa figli nel Figlio e che grida in noi "Abbà, Papà!". Abbiamo bisogno di una comunità cristiana concreta dove ascoltare la Parola di Dio e accostarci ai sacramenti per sperimentare di essere figli di Dio insieme a fratelli concreti. Come fu per Gesù nel Getsemani, infatti, l'Abbà che sgorga dal cuore attira a Dio, misteriosamente, schiere di uomini. Per questo il Padre Nostro è la prima missione che ci è affidata: avere nel cuore ogni figlio di nostro Padre, ogni nostro fratello, sino a quelli dispersi nelle menzogne del mondo. Per loro Gesù ha versato il suo sangue, per loro sono le parole della preghiera dei cristiani: esse invocano che il “Nome di Dio sia santificato” nelle nostre esistenze, perché si veda “il Cielo in terra” nelle opere che Dio compie in ciascuno perché lo conoscano e gli diano gloria sperando in Lui; implorano “l'avvento del Regno” nel quale vivere come figli del Re, regnando cioè sul denaro e sugli idoli mondani, per testimoniare a tutti che esiste la vita eterna; desiderano il “compimento della volontà di Dio” nella propria vita come accade nel Regno dei Cieli. Pregano cioè perché la Chiesa entri ogni giorno con tutti i suoi figli laddove il mondo non può, laggiù all’ultimo posto così vicino alla morte… Per questo quelle del Padre Nostro sono le parole di chi è affamato del “pane quotidiano”, l’unico “sostanziale”, capace cioè di alimentare la vita divina. Non c’è, infatti, per i cristiani, che “il cibo di cui si è alimentato Gesù”, compiere sulla Croce l’opera che è affidata loro, “perdonare” i debiti dei nemici per mostrare al mondo la misericordia del Padre. Per questo tremano di fronte alle “tentazioni” e pregano il Padre di avere pietà di loro e “non li induca in tentazione”, "ma" - è molto importante questo "ma" - che "li liberi dal male". Hanno, infatti, imparato a conoscersi accettando la propria debolezza, e sanno che non si può vivere come figli di Dio e combattere contro le tentazioni senza essere "liberi dal male” che il demonio non cessa di tramare contro di loro per rendere vana la salvezza.





QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI