Martedì Santo. Commento audio al Vangelo



Martedì Santo



Reclinare il capo sul petto di Gesù



αποφθεγμα Apoftegma

A chi, afflitto da una prova particolarmente dura
o schiacciato dal peso dei peccati commessi,
ha smarrito ogni fiducia nella vita
ed è tentato di cedere alla disperazione,
si presenta il volto dolce di Cristo,
su di lui arrivano quei raggi che partono dal suo cuore
e illuminano, riscaldano, 
indicano il cammino e infondono speranza.

Giovanni Paolo II
Gesù sapeva tutto. Sapeva chi lo avrebbe tradito, e come lo avrebbe consegnato, e non fa nulla per cambiarne la rotta. Il mondo, e noi in esso, farebbe carte false per sapere in anticipo, non dico i numeri del lotto, ma anche solo le proprie vicende sentimentali, il futuro dei figli, l'epilogo di storie intricate. Le cartomanti invadono le televisioni, gli oroscopi appaiono sulle prime pagine dei giornali, sedute spiritiche e pellicole di fantasia legate alla magia riempiono le sale cinematografiche. Il desiderio di appropriarsi del futuro e di manipolarlo secondo i propri progetti di felicità ci accomuna tutti. Vorremmo sapere, per regolarci, per parlare, per aggiustare, per non sbagliare; per non morire. E ci inventiamo prevenzioni, diete che promettono salute e benessere fatte per essere smentite, assicurazioni sulla vita, contratti a tempo indeterminato, tutte cose alle quali ci aggrappiamo illudendoci di "aggiungere un'ora sola alla nostra vita". C'è addirittura chi si priva preventivamente di alcune parti del proprio corpo per non ammalarsi di cancro... Gesù invece sa e non fa nulla. Anzi. Lui conosce il destino che lo attende e, attraverso il crogiuolo del Getsemani, vi entra sereno, senza dire parola, come chi ha già vintoEra consapevole che la sua vita non aveva altro senso e direzione che Gerusalemme, il Golgota e il sepolcro dove "glorificare il Padre" passando dalla morte alla vita. Sapeva perché portava sigillato nel cuore il segreto del Padrel'amore che riempiva quella volontà, che appariva alla carne così cruenta. Gesù non aveva bisogno di maghi, di indovini e di oroscopi, neanche di illusionisti che vendono fumo spacciandolo per qualità della vita, o di politici che promettono denaro e lavoro; non aveva bisogno di personal trainer e di motivatori, filosofi e tuttologi dispensatori di consigli e segreti per cavarsela e riuscire nella vita. Gesù sapeva di essere Figlio di Dio, e questo era tutto: la volontà del Padre era la sua, ed era amore perché nessuno si perda. Come Abramo e Isacco, “i due si guardavano negli occhi” come in uno specchio, perché avevano lo stesso cuore, la stessa mente, e lo stesso Spirito. Esattamente ciò che manca a noi, che invece di fissare il Padre contempliamo narcisisticamente noi stessi. Per questo, tristi e insoddisfatti, siamo come obbligati a dare ogni giorno un senso alla marcia della vita, sforzandoci di cambiarne l'orientamento quando non è secondo le nostre carte di bordo. Ci illudiamo di stabilire la meta, tracciamo di conseguenza il percorso, dimenticando però chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando. 

Per questo oggi, accanto a Gesù, appare, con “il capo reclinato sul suo petto”, la figura del “discepolo che Lui amava”. Tu, ed io. Siamo noi i discepoli che Gesù ama: la sua dolcezza, la sua tenerezza infinita, la sua mitezza di fronte alla storia che lo conduce alla morte, il suo amore, ci attirano a sé, nel profondo del suo cuore. La luce per la nostra vita, per comprenderne il senso e discernere il cammino, è la luce di Pasqua che emerge dal suo cuore squarciato, immagine del sepolcro aperto sulla vita e definitivamente serrato in faccia alla morte. Siamo chiamati a deporre la nostra mente sul cuore di Gesù, come un corpo nel sepolcro, come un catecumeno si immerge nella piscina battesimale: "Rapisca, ti prego, o Signore, l’ardente e dolce forza del tuo amore la mente mia da tutte le cose che sono sotto il cielo, perché io muoia  per amore dell’amor tuo, come tu ti sei degnato morire per amore dell’amor mio" (San Francesco). Gesù ci chiama oggi a lasciare che i pensieri, i progetti, i criteri, fossero anche i più santi e ragionevoli, siano assorbiti nel fuoco del suo cuore, per vederli trasformati in palpiti d'amore; nulla di smielato e sentimentale però, piuttosto l'amore autentico e fatto carne nella vita che "muore per amore" dell'amore di Cristo; l'amore che offre la mente alle spine della stessa sua corona, per non dimenticare il dolore dei peccati che sorgono sempre da un pensiero mondano, e tenere desta la memoria della sua misericordia. "Reclinare il capo sul petto di Gesù" significa entrare nello scrigno del suo intimo, dove è custodito il senso di ogni evento, anche il più banale. Perché, come scrisse il Beato Card. Newman, "il cuore parla al cuore", e solo chi lo ascolta può accoglierne i tesori. Sul petto di Gesù, tutto in noi è santo, così come è, non dobbiamo toccare nulla; niente da togliere, niente da aggiungere

Giuda invece "è finito sotto il dominio di qualcun altro: chi rompe l’amicizia con Gesù, chi si scrolla di dosso il suo «dolce giogo», non diventa libero, ma diventa invece schiavo di altre potenze" (Benedetto XVI). Quando poi, comprendendo l'errore, Giuda tenterà un ritorno, l'orgoglio a cui si era consegnato gli impedirà di credere all'amore smisurato di Cristo. Non aveva mai reclinato il suo capo sul petto di Gesù, non aveva udito i battiti del suo cuore che si commuoveva per lui, non aveva quindi potuto comprendere la sua Parola e il suo amore. Giuda “mangia il boccone intinto” da Gesù, ma dubitando di Lui; e, dice San Paolo, "chi mangia dubitando si condanna". Gesù, pur conoscendo la malizia del suo cuore, non esita a “prendere” quel boccone sacramento del suo corpo, e a “darglielo”, perché sa che senza quel boccone non avrebbe compiuto la sua missione. E’ tremendo: da una parte emerge l’amore di Gesù che, in quel boccone, si offre da se stesso a Giuda e alla Croce prima ancora di essere consegnato; dall’altra si rivela l’abisso a cui può arrivare il cuore dell’uomo: invece di reclinare il capo sul petto di Gesù, tutti possiamo prendere e mangiare i segni del suo amore con un cuore doppio, dubitando che sia davvero amore, e aprendo così a satana la porta del nostro cuore. E’ dopo aver mangiato quel boccone, infatti, che “satana entra in Giuda”. Prima c’era solo la sua debolezza che poteva ancora abbandonarsi alla misericordia di Cristo. Prima c’erano i suoi dubbi, i suoi ragionamenti, i suoi criteri, che avrebbe potuto gettare nel cuore di Cristo. E invece si è chiuso in se stesso, e quel boccone di vita si è trasformato in cibo di morte. Attenzione eh, si tratta di un pericolo in agguato per tutti noi. Giuda, infatti, è l'immagine di quanti, chiusi gli occhi alla luce dell'amore, si infilano "nella notte" della giustizia umana che non conosce misericordia. Attenti allora, perché Giuda, ovvero lo spirito malvagio e incredulo del demonio, ci aspetta al varco, nella notte di questo mondo: è in ufficio, a scuola, forse in famiglia; in un tradimento, nel disprezzo, nella solitudine. O nelle malattie, nelle difficoltà, nei fallimenti e nella precarietà. Ci aspetta soprattutto con il suo ghigno beffardo, quando ci scopriamo peccatori, incapaci di amare, un blocco granitico di orgoglio e superbia; è allora che, prendendo spunto dalla nostra debolezza, ci induce a dubitare, anzi a disperare e a disprezzarci, e così a rinnegare Cristo e il suo amore, troppo grande per essere vero. Giuda si nasconde anche nella paura di fronte alla grandezza della chiamata, al matrimonio o al celibato, nel terrore dinanzi alla possibilità di un amore indissolubile che urta con la provvisorietà delle nostre affezioni. Ma proprio le nostre debolezze e le contraddizioni della storia sono il luogo dove sperimentare che in tutto e in ogni istante, scorre l'amore di Dio, come un fiume di Grazia. Ma per riconoscerlo, dobbiamo accogliere in noi lo sguardo di Gesù che vedeva la trama positiva, di Grazia e di Gloria anche negli occhi assassini di Giuda. Lo sguardo del suo cuore che, oltrepassando i deboli sentimenti d'affetto e di giustizia di Pietro, lo vedeva già piangente sui suoi peccati, perché lo aveva già perdonato. 

Fratelli, per trasfigurare il nostro sguardo in quello di Cristo, entriamo allora con Lui nel Cenacolo in questa vigilia della sua Passione; e impariamo ad entrarci ogni giorno, prima della nostra passione: prima di un’operazione delicata, di una decisione da prendere, di fronte alle difficoltà di relazione con il coniuge e i figli, dinanzi alla Croce che ci attende. Prima del Getsemani c’è il Cenacolo, dove reclinare il capo sul petto di Gesù, perché solo così impareremo ad entrare nella storia e a reclinare il nostro sulla Croce, l'unico posto dove Cristo stesso ha potuto reclinare il suo… Quando siamo crocifissi con Cristo, scocca l'ora nella quale "glorificare il Padre" e Cristo in noi. Ogni ora nella quale la carne bestemmierebbe, è quella favorevole per rendere gloria a Dio. Ma dobbiamo preparaci nel Cenacolo, immagine della comunità cristiana, dove ci accoglie la "profonda commozione" di Gesù per ogni nostro tradimento perché ci abbandoniamo alle sue viscere di misericordia. In essa, infatti, si ascolta la sua Parola e ci si nutre di Cristo nei sacramenti; si diluiscono le angosce nella preghiera, e si depone l’inconsapevole orgoglio di Pietro nell’abbraccio amorevole del Signore, dove accettare la propria debolezza. Satana, infatti, lo si affronta solo nascosti nella fenditura della roccia da dove far udire allo Sposo la voce del nostro cuore. Le tentazioni e le incredulità si vincono solo reclinati sul petto di Gesù, come il tralcio è unito alla vite, nella consapevolezza umile che da soli non possiamo nulla. Lì dentro infatti, nella fornace ardente del cuore di Cristo, sperimenteremo di essere i suoi discepoli amati, partecipi della sua stessa missione. Il fuoco del suo amore ci fonderà in Lui perché si infranga su di noi, ormai divenuti una cosa con Cristo, il male di questa generazione. Chi vive nella comunione della Chiesa si abbevera ogni istante della misericordia che sgorga dal petto di Gesù, “e non è forse la misericordia un "secondo nome" dell'amore, colto nel suo aspetto più profondo e tenero, nella sua attitudine a farsi carico di ogni bisogno, soprattutto nella sua immensa capacità di perdono? Suor Faustina Kowalska ha lasciato scritto nel suo Diario: "Provo un dolore tremendo, quando osservo le sofferenze del prossimo. Tutti i dolori del prossimo si ripercuotono nel mio cuore; porto nel mio cuore le loro angosce, in modo tale che mi annientano anche fisicamente. Desidererei che tutti i dolori ricadessero su di me, per portare sollievo al prossimo". Ecco a quale punto di condivisione conduce l'amore quando è misurato sull'amore di Dio!" (Giovanni Paolo II). Ecco, nel cuore a cuore con Cristo che travasa in noi il suo amore, possiamo vivere il “prima” di ogni evento della nostra vita discernendo in ciascuno il suo Mistero Pasquale che ci attende; e così “potremo” entrare in quel "più tardi" nel quale “andare con Gesù dove Lui è già andato”, il Regno dove riposare eternamente sul suo petto, del quale anche in questa Pasqua ci verranno donate le primizie squisite.



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Lunedì Santo. Commento audio



Lunedì Santo



"Sprecare" la vita per Cristo e ogni uomo


αποφθεγμα Apoftegma

Gesù, aiutaci a diffondere il tuo profumo ovunque noi andiamo;
inondaci del tuo spirito e della tua vita;
prendi possesso del nostro essere così pienamente,
che tutta la nostra vita sia soltanto un' irradiazione della tua;
risplendi in noi e attraverso di noi;
che chiunque ci avvicini senta in noi la tua presenza;
chi viene a noi cerchi Te e veda soltanto Te;
resta con noi, così cominceremo a risplendere come risplendi Tu,
così da essere luce per gli altri;
la luce, Gesù, verrà tutta da Te, e nulla di essa sarà nostra proprietà;
sarai Tu ad illuminare attraverso di noi;
fa che noi Ti lodiamo nel modo che piace a Te,
effondendo la Tua luce su quanti ci stanno attorno;
che noi predichiamo di te, senza predicare,
ma con il nostro esempio, con la forza che trascina,
con il suadente influsso del nostro operare,
con l'evidente pienezza dell'amore di cui il nostro cuore trabocca.
Amen.
John Henry Newman
“Sei giorni prima della Pasqua”, ovvero sulla soglia di questa Settimana Santa, unica, diversa da tutte le altre, la Chiesa ci pone dinanzi una casa e tre figure. A Betania (casa dei poveri) la casa di Lazzaro (Dio aiuta), risuscitato dai morti; Maria (amata da Dio), che ha conosciuto e scelto la parte buona della vita; Giuda, intelligente e avaro, ladro, prigioniero di se stesso e dei suoi averi, materiali e intellettuali; e Gesù, oggetto di discussioni, al centro di scelte decisive per la vita o per la morte. Entriamo in un tempo speciale, la nostra vita può cambiare davvero. Per questo, Gesù scende oggi a casa nostra, suoi amici, poveri Lazzaro resuscitati dal suo amore infinito, per cercare il fondo del nostro cuore e liberarci; ma non lo può fare se prima non illumina senza sconti le nostre schiavitù. Per fare Pasqua, ogni ebreo doveva e deve innanzi tutto cercare “hametz” il lievito vecchio e farlo sparire, come scriveva San Paolo: “Celebriamo la festa non con il lievito vecchio né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità”. Il termine “hametz” è usato per designare il pane fatto con il lievito (quello che si mangia abitualmente), in opposizione a “matzah”, il pane non fermentato o pane azzimo. Perché si proibisce il pane fermentato? Perché il lievito cambia il carattere naturale dell’oblazione, o la profana, e tutte le offerte che si facevano nel Tempio di Gerusalemme dovevano essere assolutamente pure; ciò che è fermentato era considerato impuro, poiché risultava acido e “hametz” significa anche “acido”. Dicevano i cabalisti che, come la pasta si gonfia di aria e cresce e prende il sapore acido del fermento, anche l’uomo si gonfia di vuota vanità e adotta l’atteggiamento acido dello sciocco. Più appetitoso e gradevole della "matzah", "hametz" rappresenta l’istinto cattivo. Il lievito stabilisce una continuità tra il pane di oggi e quello di ieri, perché il lievito naturale è preso dalla pasta fermentata del giorno precedente. Il pane azzimo invece segna un nuovo inizio! Per questo Gesù desidera passare gli ultimi giorni della sua vita a casa dei suoi amici, immagine della Chiesa: per prepararli a qualcosa di nuovo e sorprendente li illumina con la sua Parola, che penetra sino alle zone più profonde dell’uomo per scovarne i più piccoli frammenti di “hametz”, il lievito del pane (la vita) che mangia abitualmente l’uomo vecchio, il pane di Giuda; esso è lievitato dalla sua arroganza, dalla sua intelligenza legata indissolubilmente all’avarizia, che lo porta a essere ladro; dal suo credere di capire sempre tutto e di avere per tutto la soluzione ideale. E con l’avarizia insaziabile che, diceva San Paolo, è pura idolatria, che si trasforma in furto. Un avaro è sempre un ladro: ruba le cose dell'altro, la sua dignità perché se ne vuole appropriare per offrirlo a se stesso e saziare i suoi desideri. Giuda era avaro, vuoto di vanità e acido di mormorazioni e giudizi, che se ne infischia di chiunque gli sia accanto, pur ostentando un’apparente interesse filantropico per poveri e bisognosi. Giuda che non sopporta lo spreco perché lui "ha capito bene per che cosa vale la pena vivere, e spendere i soldi". Ha capito che l’unico che davvero importa è il proprio io e il proprio stomaco, e tutto il resto è spreco: tempo sprecato, denaro sprecato, affetto sprecato. Non c’è anche in noi lo stesso lievito di Giuda che lo ha spinto a tradire Gesù? Visto che, comunque, gli altri non ci capiscono, e non ci contraccambiano come vorremmo, visto che ognuno, perfino il coniuge e i figli, “coglie il proprio attimo”, non pensiamo forse anche noi che consegnare la vita a Gesù, e con Lui donarla agli altri, sia “sprecarla”? Non finiamo con il tradirlo quando chiudiamo in faccia agli altri la porta del nostro egoismo e della nostra avarizia ipocrita, che sembra orientata al bene mentre è solo paura e mancanza di fede? Non rubiamo anche noi la vita e la dignità degli altri?

Ma oggi Gesù scende proprio lì, per guarirci e liberarci, per donarci il cuore di Maria. E’ lei l’immagine della nostra vocazione, un profumo sparso per Cristo: sì, sei nato per “sprecare” tutta la tua vita per Cristo, e se non lo fai sarai sempre infelice. Lui lo ha fatto per noi: ha sprecato sino all’ultima goccia la sua vita per salvarci! Nei paralleli sinottici Gesù loda il gesto di Maria dicendo che ha fatto un’opera "bella". Ecco, la nostra vita ci è data per essere un’opera bella, la bellezza che Dio aveva visto nella creazione, riflesso del suo volto e del suo cuore. La nostra vita allora è destinata a diventare un riflesso della "bellezza che salverà il mondo", quella che risplende sul volto di Gesù. Nella sua bellezza sprecata per amore, possiamo sprecare la nostra vita, assaporando la libertà che ci strappa al lievito vecchio di Giuda: non ruberemo ma ci lasceremo derubare... L'opera bella di Maria è stata un'opera profetica, compiuta "in vista della sepoltura di Gesù". Maria ha compreso laddove i discepoli non riuscivano a comprendere, ma che avevano compreso i Sadducei che per invidia, decidono di uccidere anche Lazzaro, immagine dei cristiani risuscitati da Cristo... Maria lo ha capito, e quindi ha accettato ciò che i discepoli avevano respinto: la morte crocifissa del loro Maestro. L'opera bella è dunque un'opera che accoglie ed entra con Cristo nell'assurdo della Croce, che rende onore alla sofferenza rinvenendovi i bagliori dell'alba di risurrezioneMaria non spreca, ama. E amare non è altro che ungere con quanto si ha di più prezioso, con la propria vita la vita di Cristo, il suo corpo incarnato in ogni corpo, la sua sofferenza deposta in ogni sofferenza. L'opera bella è condividere sino in fondo il dolore di Cristo, che è il dolore di ogni uomo, di tuo marito, di tuo figlio, di tua cognata. Ma perché il profumo si spanda e riempia la casa, occorre che il “vaso dell'unguento si rompa”. Occorre la lancia che ha trafitto il costato di Cristo, la spada che ha trapassato l'anima della Vergine Maria. Occorre che la storia con le sue sofferenze apra il nostro cuore perché, amando, sprechiamo tempo, denaro, fatiche, progetti, tutto noi stessi, soprattutto per chi sembra non farsene nulla, come accadde sul Calvario. Ma proprio quando, per il pensiero del mondo, si “rompe” inutilmente il nostro io, la vita si fa feconda e compiuta, bella! Il “nardo”, infatti, è un'essenza che si origina ad altissime quote. E' dal Cielo che Maria e ciascuno di noi ha ricevuto il dono dello Spirito Santo nel Battesimo. Per questo, il nardo è immagine delle grazie delle quali Dio ci ricolma perché in noi appaia la vita nuova e celeste dalla quale si spande il profumo delle opere che mostrano la vittoria sulla morte di Cristo. Il Targum del Cantico dei Cantici mette in relazione il nardo con il Paradiso: "I tuoi giovani sono pieni di opere buone... I loro odori sono come quelli dei begli alberi del giardino dell'Eden, come il cipresso e il nardo... ". Per questo, il Vangelo ci dice che si trattava di "vero nardo", autentico, non adulterato, "pistikis" - "degno di fede", secondo il significato dell'originale greco. Il vero nardo è dunque il segno dello Spirito autentico, che ispira opere degne di fede; il nardo con cui Maria unge i piedi di Gesù è il profumo autentico della sua vita fedele alla vocazione ricevuta, la fragranza della fede che si incarna in opere belle che vincono l'olezzo della corruzione e della morte.


Accogliamo allora oggi Gesù nella nostra casa e, come Maria, mettiamoci ai suoi piedi. Diventeremo, come lei, la Sposa più felice di questo mondo, per dare a Lui dare il meglio di noi stessi, per amore, per puro amore; proprio come recita il Cantico dei Cantici: "Mentre il re è nel suo recinto, il mio nardo spande il suo profumo". E’ la vita della sposa offerta come un balbettio d’amore all’amore infinito dello Sposo. Da oggi Gesù è a Betania, nella nostra vita, perché sia curato e protetto come gli agnelli che dovevano venire sacrificati a Pasqua. L'amore della sua famiglia prepara, infatti, l'Agnello ad immolarsi. Impressionante! Prima di entrare nella sua Passione, prima di morire, Cristo viene a prepararsi a casa nostra... Prendiamoci allora momenti per amarlo e consegnargli i peccati che andrà a perdonare sulla Croce! Elemosine, digiuni che nessuno vede come baci segreti allo Sposo, preghiamo facendo di ogni giorno il santuario dell'intimità con Lui; mentre compriamo le mele, o facciamo la doccia, o la fila alla Posta, o dal dentista, lavando i piatti o guidando, nel cuore ripetiamo ti amo e tu abbi pietà di me; prendiamo il rosario e andiamo a Lui con Maria; scrutiamo la Scrittura, chiudiamoci in camera un momento, o anche nel bagno dell'ufficio, e piangiamo, ungiamo i suoi piedi; passiamo davanti al Santissimo e diciamogli che lo amiamo; facciamo una gentilezza a chi non sopportiamo, una parola quando vorremmo star zitti, e taciamo quando vorremmo parlare... Non lasciamo neanche un'occasione per amare Gesù. Così ci prepareremo con Lui ad entrare nella Pasqua come alle nozze dell'Agnello, puro profumo d'amore per salvare ogni uomo.




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