Martedì della VII settimana del Tempo Ordinario


αποφθεγμα Apoftegma

O umiltà di Cristo! All’anima doni una gioia indescrivibile. 
Di te ho sete, perché in te l’anima dimentica la terra 
e tende sempre più ardentemente verso Dio. 
Se il mondo capisse la potenza della parola di Cristo: 
«Imparate da me la mitezza e l’umiltà», 
metterebbe da parte ogni altra scienza 
per acquistare questa conoscenza celeste.
Gli uomini non conoscono la forza dell’umiltà di Cristo; 
e desiderano le cose della terra. 
Ma l’uomo non può giungere alla potenza di queste parole del Signore 
senza lo Spirito Santo. 
Chi le ha penetrate non le abbandona più, 
nemmeno se gli fossero offerti tutti i tesori del mondo… 
Chi ha assaporato questo amore di Dio infinitamente mite, 
non può più pensare alle cose della terra; 
si sente attirato senza tregua da questo amore.

Silvano del Monte Athos










L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Marco 9,30-37.

Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà». Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni. Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo lungo la via?». Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».









BAMBINI POSTI NEL MEZZO DELLA VERITA' DOVE GESU' CI ABBRACCIA PER UNIRCI A LUI 


Per dirci la serietà del peccato Gesù ce ne mostra le conseguenze, rivelandoci con la sua libera consegna alla morte il suo amore per noi, tanto grande da far paura. Gesù è inchiodato sulla Croce per un amore che ha esigito la morte, come l'amore d'una madre esige il dolore del parto. La morte di Gesù ci parla di noi, dei nostri peccati, che hanno esigito la morte di Gesù. Siamo peccatori: «E neppure i demoni lo crocifissero, ma sei stato tu con essi a crocifiggerlo, e ancora lo crocifiggi, quando ti diletti nei vizi e nei peccati». (San Francesco d'Assisi). Ecco perché l'annuncio di Gesù terrorizza i discepoli e tutti noi; ecco perché la morte ci fa paura: il peccato ha avvelenato la nostra vita, e non lo possiamo accettare, siamo abituati a dare la colpa a tutto ciò che si trova fuori di noi. Discutiamo sempre su chi sia il più grande, ed è un'immagine delle relazioni avvelenate di chi non accetta la realtà dei propri peccati a causa dell'orgoglio che, scalando prestigio, potere e affetto, camuffa l'estrema indigenza di un cuore malvagio. Non possiamo accettare di essere smascherati come peccatori, empi che hanno ucciso davvero Cristo. Ma nella Chiesa ci è offerto un cammino di conversione nel quale Gesù si consegna a noi attraverso la Parola e i Sacramenti che hanno il potere di riconsegnarci alla nostra realtà. Per essere salvati abbiamo bisogno che la Chiesa ci "faccia" bambini, immagine di ogni uomo che, pur ferito dal peccato originale, può consegnarsi a Cristo. Un bambino è quello che è, tante volte capriccioso i bambini è però "naturalmente" consapevole della propria debolezza e per questo, di fronte alle cose più grandi, è capace del puro abbandono alla mano dei genitori in una semplice e umile accoglienza del loro amore. Per questo Gesù parla dei piccoli per indicare chi crede in Lui e i suoi discepoli inviati ad evangelizzare. Un cristiano è rinato nell'amore che lo "fa" essere, in pace, quello che è; per questo "non va in cerca di cose grandi superiori alle sue forze" ma, "come un bimbo che riposa in braccio a sua madre" dopo la poppata, consegna tutto se stesso a Cristo che si è consegnato a lui senza riserve. La verità della nostra piccolezza emerge infatti dall'enormità del suo amore; dinanzi alla Croce non possiamo che scoprirci bambini per sperimentare la beatitudine annunciata dal Signore proprio agli antipodi di quelli che il mondo considera come i luoghi dove si può essere felici: "Beato il servo, che non si ritiene migliore, quando viene lodato e esaltato dagli uomini, di quando è ritenuto vile, semplice e spregevole, poiché quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più" ammoniva San Francesco. E come lui, che ai piedi della Croce ha compreso di valere infinitamente nell'abbraccio di Gesù, anche noi, giungendo alla verità, potremo sperimentare la grandezza dell'amore di Dio che dà un valore inestimabile proprio alla nostra piccolezza. Perché Gesù prende in braccio i piccoli, i poveri, i peccatori. La croce che ci umilia infatti, è dove si stende il suo abbraccio con cui ci accoglie nel perdono. Ecco il segreto nascosto alla sapienza mondana: l'amore si fa bambino per ricrearci bambini, indifeso perché smettiamo di difenderci, piccolo perché abbandoniamo i miseri sogni di grandezza. La storia che oggi ci crocifigge e ci fa paura è lo scrigno nel quale l'amore del Padre amore si fa bambino nel suo Figlio per incarnarsi nella nostra vita. Accompagnati dalla Chiesa impariamo allora ad accogliere la storia di ogni giorno per abbracciare Gesù laddove Egli ci abbraccia, nell'indigenza che ci fa suoi prediletti. Chi vive così è un cristiano, uno cioè che sa di essere l'ultimo di tutti e ne è felice, perché all'ultimo posto ha conosciuto il Signore sceso sin lì per unirsi a lui. E chi vive in Lui serve tutti perché è Cristo che si consegna attraverso le sue parole e i suoi gesti, offrendo a ogni uomo la possibilità di accogliere Lui e il Padre che lo ha inviato nei suoi fratelli più piccoli posti in mezzo alla storia nell'abbraccio che li crocifigge nell'amore. 


COMMENTO COMPLETO

Il Signore ci "istruisce", senza ingannarci. Camminando dinanzi a noi ci indica il nostro destino, non diverso dal suo. Non fa sconti sentimentali, non annacqua le parole. Per dirci oggi la serietà del peccato Gesù ce ne mostra le conseguenze, e il suo amore per noi, tanto grande da far paura. Gesù ne già aveva parlato. " La prima volta.... satana uscì allo scoperto, con un'opposizione netta, "questo non ti accadrà mai...". Questa volta si nasconde nell'incomprensione, e fa seccare il seme nel mutismo di un cuore di pietra" (S. Fausti, Ricorda e racconta il Vangelo). Quante volte ci ritroviamo come pietrificati dinanzi agli avvenimenti! Il timore di capire e di accedere al mistero celato dietro gli eventi ci paralizza la lingua, perché la mente non le invia nessun impulso, gelata dalla paura, quella terribile della morte, di scoprire una verità che abbiamo rimosso, che non abbiamo voluto credere: il male è vero, quello capace di uccidere la speranza, la fiducia, ogni relazione. O, più banalmente, la paura che sperimentiamo al mercato, o sul tram: quando qualcuno ci parla di un evento luttuoso vorremmo tagliar corto, non approfondire, voltare lo sguardo a cercare la vita. In un ospedale, al capezzale di un malato terminale, le parole ci escono a brandelli, caricature fuori luogo di pronte guarigioni, di future mangiate, vacanze e lunghe passeggiate in montagna. Di fronte alla morte, l'unico che ci viene da dire sono speranze illusorie balbettate come una pacca sulla spalla mentre il cuore gela. Eufemismi. Il cancro è diventato un " brutto male". E guai ad evocare la morte, perché la morte mette paura. E diventa ancor più incomprensibile quando appare come un segno d'amore: la morte che Gesù annuncia ai suoi discepoli e a ciascuno di noi, la consegna della propria vita alle mani degli assassini, è il suo amore vero, perfetto, autenticoNon si comprende la morte di Gesù se non si accoglie il suo amore che ne è la causa prima e fondamentale. Lo ha detto Lui, e tutti i passi evangelici che ne fanno riferimento lo illustrano inequivocabilmente: è Lui che ha consegnato la sua vita per amore, molto prima che altri gliela togliessero. Risuona infatti in tantissimi testi il verbo “consegnare” (“paradìdomi”)Gesù è consegnato: il tradimento di uno dei suoi apostoli lo consegna agli avversari. Il sinedrio lo consegna al potere romano. Pilato lo consegna alla Croce compiendo così quanto Gesù ha preannunciato. Eppure nella trama di consegne di cui sarà fatto oggetto emerge qualcosa di infinitamente più grande di una semplice sequenza sfortunata di eventi, come quelli di cui spesso anche noi crediamo di essere vittime. Prima ancora d'essere consegnato da mani umane, è il Figlio stesso a consegnarsi, per amore: «Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). Consegnandosi al Padre e alla sua volontà, Gesù si è consegnato a ciascun uomo, perché tutti fossimo riconsegnati al Cielo, in un unico e perfetto amore: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito!» e «Chinato il capo consegnò lo Spirito». La sua offerta lo consegna alla solitudine, al cuore d'ogni dolore, alla madre della nostra paura. Gesù si consegna alla morte, all'assenza di Dio, alla patria del peccato di cui tutti facciamo dolorosa esperienza. E, consegnando lo spirito, grida l'estrema solitudine: «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?». Il Padre e il Figlio uniti in un'unico, infinito amore, un dolore lancinante che spinge il perdono a bussare alla porta della nostra tomba, quella di oggi. E' scandaloso, ma è andata proprio così: il Padre ha voluto consegnare suo Figlio per noi, non è stato un incidente a cui Dio, con la resurrezione, ha messo fine. Uomini empi hanno ucciso Gesù, ma proprio quell'empietà con cui l'uomo raggiungeva il limite estremo della lontananza tra Dio e la sua creatura diveniva lo strumento con cui Dio stesso raggiungeva quel luogo di solitudine e angoscia, l'ultimo gradino dell'inferno, per riscattarvi il peccatore peggiore, il più lontano da Lui: “Il dramma tra l’uomo e Dio raggiunge qui il suo acme, poiché la perversa libertà finita getta tutta la sua colpa su Dio come sull’unico imputato e capro espiatorio, e Dio se ne lascia totalmente colpire non solo nell’umanità di Cristo, ma nella sua stessa missione trinitaria, dove nel mistero dell’ottenebrazione e della alienazione tra Dio ed il Figlio portatore del peccato, compare l’onnipotente impotenza dell’amore di Dio” (Von Balthasar, Teodrammatica). 





La consegna alla morte per amore, il dolore per amore: «Il Padre, Dio dell'universo, paziente e misericordioso, sente egli stesso in certo modo il dolore... Il Padre stesso non è senza dolore! Se qualcuno lo implora egli è preso da pietà e compassione; soffre attraverso l'amore; ha sentimenti che non potrebbe avere secondo la sua natura sublime. Riguardo a noi egli sente il dolore umano» (Origene, Hom. in Ezech. 6,6). L'incomprensibile si svela oggi dinanzi a noi. «In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati». Gesù è inchiodato sulla Croce per un amore che ha esigito la morte, il salario d'ogni peccato. Come l'amore d'una madre esige il dolore del parto. E molto di più. Amore divino, geloso, compassionevole, pietoso, misericordioso. La morte di Gesù ci parla dunque di noi, dei nostri peccati, che hanno esigito la morte di Gesù. Senza la sua morte saremmo ancora nei peccati dice san Paolo. Senza la sua morte il suo amore non ci avrebbe raggiunti, salvati. risuscitati, perché il peccato conduce alla morte, sempre. E lì, nella morte, doveva giungere il suo amore, per distruggere la radice della paura. E lì, nel freddo silenzio del terrore, oggi possiamo incontrarlo per mezzo dello Spirito Santo, quando Gesù, al culmine della sua passione, dopo aver gridato la sua incarnazione nella nostra carne morta, «Chinato il capo, consegnò lo Spirito» (Gv 19,30). Siamo peccatori: «E neppure i demoni lo crocifissero, ma sei stato tu con essi a crocifiggerlo, e ancora lo crocifiggi, quando ti diletti nei vizi e nei peccati». (San Francesco d'Assisi, Admonitio, 5, 3). Ecco perché l'annuncio di Gesù terrorizza i discepoli e tutti noi; ecco perché la morte ci fa paura: il peccato ha avvelenato la nostra vita, e non lo possiamo accettare, siamo abituati a dare la colpa a tutto ciò che si trova fuori di noi, alle circostanze, agli eventi sfortunati e alla malvagità altrui. Discutiamo sempre su chi sia il più grande, il più perfetto, ed è un'immagine delle relazioni avvelenate di chi non accetta la propria debolezza, la realtà dei propri peccati. L'orgoglio che, scalando prestigio, potere e affetto, camuffa l'estrema indigenza di un cuore malvagio. Non possiamo accettare di essere smascherati come peccatori, empi che hanno ucciso davvero Cristo. Causerebbe un terremoto nella nostra vita, certezze e rendite di posizione evaporerebbero come neve al sole, non potremmo più discutere e lottare per essere i più grandi, non ne avremmo diritto, l'evidenza ci getterebbe piuttosto all'ultimo posto. Dovremmo umiliarci, e guardare con occhi diversi la nostra storia, la moglie, il marito, i figli, i genitori, noi stessi. E, come peccatori, sperimentare un perdono che non abbiamo mai conosciuto, e ricevere l'amore scandaloso, gratuito, divino, che ci "farebbe bambini", pura accoglienza perché pura debolezza. L'amore infatti è consegnato per essere accolto, e Gesù cerca un bambino che accolga il suo donoL'umiltà di sapersi piccoli, gli ultimi, non per una virtù morale, ma perché è proprio così. Un bambino è quello che è. L'annuncio di Gesù oggi fa luce su chi noi siamo veramente. La verità sulla nostra piccolezza emerge dall'enormità del suo amore. Dinanzi alla Croce non possiamo che scoprirci bambini, infinitamente piccoli. Dinanzi al peccato il suo amore svela la nostra identità: mendicanti d'amore. Come san Francesco, che infatti ai piedi della Croce è stato abbracciato da Gesù, perchè Lui prende in braccio i piccoli, i poveri, i peccatori. La sua Croce è il suo abbraccio consegnato a ciascuno di noi, il suo perdono, il suo amore. «Non sono che una fanciulla, incapace e debole, tuttavia è la mia stessa debolezza che mi dà l'audacia di offrirmi Vittima al tuo Amore, o Gesù! Una volta solo le vittime pure e senza macchia erano gradite al Dio Forte e Potente. Per soddisfare la Giustizia Divina, erano necessarie vittime perfette, ma alla legge del timore è succeduta la legge d'Amore, e l'Amore mi ha scelta per olocausto, me, debole e imperfetta creatura... Questa scelta non è forse degna dell'Amore?... Si, perché l'Amore sia pienamente soddisfatto, bisogna che Egli si abbassi, che si abbassi fino al nulla e che trasformi in fuoco questo nulla... » (Santa Teresa di Lisieux). Ecco il segreto: l'amore si fa bambino perché noi si diventi bambini: indifeso perché smettiamo di difenderci, piccolo perché abbandoniamo i miseri sogni di grandezza. La storia che oggi ci crocifigge, che ci fa paura, è il suo amore che si fa fanciullo, che dal Cielo discende sulla terra, e si fa vita nostra, ore e lavoro, famiglia e amicizia, amore che si fa carne nella nostra carne: aspra nelle conseguenze del peccato, ma che reca, misteriosamente, proprio laddove dovrebbe uccidere e gettare all'inferno, l'amore capace di riscattare, il perdono che rigenera e trasforma il nulla nella pienezza di gioia e pace. Accogliere la storia in ogni suo aspetto, perché in essa Gesù si fa bambino, da abbracciare, come si abbraccia la Croce. E così scoprirsi figli del Padre che lo ha inviato. Abbracciare Gesù laddove Egli stesso abbraccia la nostra vita, la piccolezza che ci fa autentici, l'indigenza che ci fa suoi prediletti. Fin dall'infanzia il demonio ha tenuto schiavo ciascuno di noi, all'infanzia ci riconduce il Signore; laddove l'abbiamo perduta, Egli ci riconsegna l'innocenza che crede oltre ogni evidenza, che ci fa consegnare l'intera nostra esistenza alla sua misericordia. Il suo amore che ci fa servi, gli ultimi di tutti, non perché nella nostra presunta magnanimità ci spogliamo di una grandezza inesistente, ma perché amati nella piccolezza e per questo primi nell'amarenel donare se stessi gratuitamente, perché gratuitamente abbiamo ricevuto tutto.






Lunedì della VII settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

San Massimo il Confessore afferma che 
dal momento della creazione dell’uomo e della donna, 
la volontà umana è orientata a quella divina 
ed è proprio nel “sì” a Dio che la volontà umana 
è pienamente libera e trova la sua realizzazione. 
Purtroppo, a causa del peccato, 
questo “sì” a Dio si è trasformato in opposizione: 
Adamo ed Eva hanno pensato che il “no” a Dio fosse il vertice della libertà, 
l’essere pienamente se stessi. 
Gesù al Monte degli Ulivi riporta la volontà umana al “sì” pieno a Dio; 
in Lui la volontà naturale è pienamente integrata nell’orientamento 
che le dà la Persona Divina. 
Gesù vive la sua esistenza secondo il centro della sua Persona: 
il suo essere Figlio di Dio. 
La sua volontà umana è attirata dentro l’Io del Figlio, 
che si abbandona totalmente al Padre. 
Così Gesù ci dice che solo nel conformare la sua propria volontà a quella divina, 
l’essere umano arriva alla sua vera altezza, diventa “divino”; 
solo uscendo da sé, solo nel “sì” a Dio, 
si realizza il desiderio di Adamo, di noi tutti, 
quello di essere completamente liberi.

Benedetto XVI











L'ANNUNCIO


Dal Vangelo secondo Marco 9,14-29

In quel tempo, Gesù sceso dal monte e giunto presso i discepoli, li vide circondati da molta folla e da scribi che discutevano con loro.
Tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?».
Gli rispose uno della folla: «Maestro, ho portato da te mio figlio, posseduto da uno spirito muto. Quando lo afferra, lo getta al suolo ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». Egli allora in risposta, disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». E glielo portarono.
Alla vista di Gesù lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava spumando. Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall'infanzia; anzi, spesso lo ha buttato persino nel fuoco e nell'acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». Il padre del fanciullo rispose ad alta voce: «Credo, aiutami nella mia incredulità».
Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito immondo dicendo: «Spirito muto e sordo, io te l'ordino, esci da lui e non vi rientrare più». E gridando e scuotendolo fortemente, se ne uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «E' morto». Ma Gesù, presolo per mano, lo sollevò ed egli si alzò in piedi.
Entrò poi in una casa e i discepoli gli chiesero in privato: «Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?». Ed egli disse loro: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».





IN CRISTO NESSUN "SE", SOLO LA CERTEZZA GRANITICA DEL SUO AMORE ONNIPOTENTE

Ogni giorno, come un fiume carsico, scorre in noi una sottile sofferenza; spesso non ne comprendiamo l'origine, siamo tristi e basta. Spesso ne imputiamo le cause a chi ci sta intorno, ai fatti del presente o del passato, perché non crediamo che l'unica ragione di ogni nostra sofferenza è il peccato, generato in noi dall'ascolto che abbiamo prestato al "se" insinuatoci dal demonio. "Se tu puoi qualcosa" è figlio del "se" sibilato dal serpente mentre ipnotizzava le debolezze di Adamo ed Eva: "se Dio ti ama" perché ti proibisce di mangiare questo frutto? Perché è geloso e sa che, "una volta che ne mangiaste, diventereste come Lui"... Così, con un "se" gonfio di invidia la morte è entrata nel mondo, ed è giunta sino a te e a me. Lo stesso "se" ci attende per sporcarci lo sguardo su chi ci è accanto, stravolgendo le sue parole, seminando pregiudizi sulle sue intenzioni. Soffriamo perché i "se" ci succhiano le energie, spogliando la vita della sua autenticità, per catapultarci in una selva di dubbi e angosce che ci impediscono di entrare nella storia. Per questo, di fronte all'incredulità, Gesù ci chiede oggi da quanto tempo siamo incapaci di perdonare, la minima avvisaglia di umiliazione ci riempie di spavento e cominciamo a tremare e ci difendiamo. Da quanto tempo non possiamo fare a meno di essere al centro dell'attenzione? Soffriamo dall'infanzia, da quando cioè il demonio ci ha ingannato. Il figlio del Vangelo è immagine di ogni uomo che, concepito nel peccato fin dal grembo materno, è parte della generazione incredula, stirpe di Adamo ed Eva. Anche noi sperimentiamo le conseguenze che appaiono nel ragazzo, magari le vedi oggi in tuo marito o tua moglie, nei tuoi figli: tutto si fa ostile, mentre il rancore getta nel fuoco delle passioni o nell'acqua melmosa della depressione. Il demonio afferra con i pensieri, getta al suolo incapaci di perdonare, pazientare, scusare; e si comincia a schiumare ira di fronte ai torti e alle ingiustizie, si digrignano i denti pieni di sdegno per le debolezze dell'altro, ci si irrigidisce nelle proprie posizioniE non possiamo farci nulla perché, ingannati, lottiamo contro le creature di carne e di sangue o gli eventi per cambiarli, e non ci abbandoniamo all'unico che può scacciare dalla nostra vita il demonio. Sino a quando Gesù, stanco di stare"accanto e sopportare tanta incredulità, pieno di gelosia e per i suoi fratelli presi al laccio dei "se", non ci viene incontro. La sua sola presenza nelle liturgie dove ci conduce la Chiesa scuote il cuore perché sia svelato lo spirito muto che ci isola dagli altri e dalla storia. Eppure, proprio le convulsioni provocate dalla Parola predicata dalla Chiesa sono il segno che si comincia a guarire. E quando sembra che neanche i preti e i catechisti possano nulla, il Signore può annunciarci le stesse parole rivolte dall'angelo a Maria: Tutto è possibile per chi crede. Parole che, rispondendo con amore alla nostra incredulità, illuminano il "se" nascosto nel cuore per aprirci a Lui con l'umiltà della fede. Pur nell'apparente contraddizione, credere innanzitutto che siamo increduli, per credere poi che Gesù, oggi e ogni istante della nostra vita, può aiutarci nella nostra incredulità. "Credo", ed è un dono del Cielo; "aiutami nella mia incredulità", e siamo noi che accettiamo di essere, atterriti dal male impossibile da sconfiggere, incapaci di tutto, perfino di appoggiarci a Lui. Scacciare un demonio installato nel cuore infatti, è l'impossibile per eccellenza. Solo la preghiera insistita della Chiesa che siamo chiamati a fare nostra, può innescare il potere infinito di Gesù. Chi ama prega, non si perde in chiacchiere e ricorsi umani, perché amare è conoscere l'origine della sofferenza dell'altro e sapere che solo un esorcismo può salvarlo. Se non preghi è perché non ami davvero, neanche tuo figlio. Forse hai a cuore la sua salvezza umana, non certo il suo destino eterno con Cristo. Per questo, chi ama sua moglie, suo marito, i suoi figli, le pecore affidategli, si lascia assorbire nell'intimità di Cristo dove può consegnargli, nella preghiera, anche i casi più disperati, nella certezza della fede della Chiesa, che a Lui nulla è impossibile. Ma può pregare solo chi, ascoltando il Signore ordinare allo spirito malvagio di uscire da lui, ha sperimentato la morte dell'uomo vecchio e la liberazione dal demonio, autentica perché non è più rientrato nel suo cuore. Allora non nevrotizzeremo somatizzando interiormente le convulsioni dei figli o di chi ci è accanto, ma sapremo riconoscere in esse il demonio che, uscendo, li lascia come morti perché non possono fare quello che la carne esigerebbe facendosi del male. E discernere nella pace la mano di Cristo che, per mezzo della Chiesa, li sta sollevando rimettendoli in piedi, ovvero risuscitando nella dignità dei figli di Dio

COMMENTO COMPLETO

Ogni giorno, come un fiume carsico, scorre in noi una sottile sofferenza; spesso non ne comprendiamo l'origine, siamo tristi e basta. Più spesso imputiamo le cause della sofferenza e della frustrazione a chi ci sta intorno, ai fatti del presente o del passato. Ma, sia che lo psicologo ci abbia illuminato la sorgente, sia che brancoliamo nel buio, continuiamo a soffrire e non sappiamo come uscirne, perché non crediamo che l'unica ragione di ogni nostra sofferenza è il peccato, generato in noi dall'ascolto che abbiamo prestato al "se" insinuatoci dal demonio. "Se tu puoi qualcosa" è figlio del "se" sibilato dal serpente mentre ipnotizzava le debolezze di Adamo ed Eva: "se Dio ti ama" perché ti proibisce di mangiare questo frutto? Perché è geloso e sa che, "una volta che ne mangiaste, diventereste come Lui"... Così, con un "se" gonfio di invidia la morte è entrata nel mondo, ed è giunta sino a te e a me. Lo stesso "se" ci attende per sporcarci lo sguardo su chi ci è accanto, stravolgendo le sue parole, seminando pregiudizi sulle sue intenzioni. Soffriamo dunque perché i "se" ci succhiano le energie, spogliando la vita della sua autenticità, per catapultarci in una selva di dubbi e angosce che ci impediscono di entrare nella storia. Soffriamo perché "dall'infanzia" abbiamo accolto il "se" che ci ha sottratto la Verità. Per questo, di fronte all'incredulità, Gesù ci chiede oggi "da quanto tempo" siamo incapaci di perdonare. "Da quanto tempo" la minima avvisaglia di umiliazione ci riempie di spavento e cominciamo a tremare e ci difendiamo, magari attaccando gratuitamente chi ci è accanto? "Da quanto tempo" non possiamo fare a meno di essere al centro dell'attenzione? Soffriamo "dall'infanzia", quando il demonio, ingannandoci, ha conficcato la menzogna nel nostro cuore e nella nostra mente. Prendendo spunto da una sofferenza, da un'ingiustizia, dalla croce con la quale ogni uomo è segnato sin dalla nascita, il demonio ci ha reso schiavi dei suoi desideri che cercano, sempre, di uccidere Cristo. Il figlio del Vangelo è immagine di ogni uomo che, fin dal grembo materno, è stato concepito nel peccato. Siamo tutti figli di una "generazione incredula", stirpe di Adamo ed Eva. Il demonio esiste, e si frappone sempre tra noi e Dio, e insinua il dubbio, agita lo spettro della sofferenza, della solitudine, e ci spinge a farci dio, a stabilire le regole del gioco, per decidere che sono un bene gli appetiti da lui suscitati, mentre è male quanto proviene da Dio. Per questo, credere al demonio è non credere a Dio. Le conseguenze appaiono nel ragazzo del Vangelo: tutto si fa ostile, ci getta nel fuoco delle passioni, nell'acqua melmosa della depressione: non lo sperimentiamo ogni giorno? Il demonio ci "afferra" con i pensieri, ci "getta al suolo" incapaci di perdonare, pazientare, scusare; e cominciamo a "schiumare" ira di fronte ai torti e alle ingiustizie, "digrigniamo i denti" pieni di sdegno per le debolezze dell'altro, e ci "irrigidiamo" nelle nostre posizioni, nei criteri e giudiziE non c'è verso, non possiamo farci nulla perché, ingannati, lottiamo contro le creature di carne e di sangue, muoviamo guerra agli eventi per cambiarli, e non ci abbandoniamo all'unico che "può scacciare" dalla nostra vita il demonio. 



Sino a quando Gesù, stanco di "stare" accanto e "sopportare" tanta incredulità, pieno di gelosia e zelo per i suoi fratelli presi la laccio dei "se", non ci viene incontro; e comincia a "scuotere" il nostro cuore perché sia svelato l'inganno, lo "spirito muto" che, con la menzogna, ci ha chiusa mente, cuore e bocca di fonte alla Verità. E allora, anche questo lo sperimentiamo, anche da bambini come no..., ci prendono le "convulsioni" e cominciamo a "spumare" bugie e giustificazioni grottesche, perché è dura per l'orgoglio scoprirci peccatori. Ma Lui ci ama davvero, ci ha visti già liberati nell'estasi della Trasfigurazione da cui è appena disceso; non si scandalizza e non si ferma, ma ci annuncia le stesse parole rivolte dall'angelo a Maria: "Tutto è possibile per chi crede". Parole d'amore che schiudono le labbra e il cuore alle parole della fede: "credo, aiutami nella mia incredulità". E' l'apparente contraddizione che ci apre alla conversione e alla salvezza: credere innanzitutto che siamo increduli, per credere poi che Gesù, oggi e ogni istante della nostra vita, può aiutarci nella nostra incredulità. "Credo", ed è un dono del Cielo; "aiutami nella mia incredulità", ed è la nostra povera carne mendicante di vita. In questa preghiera c'è tutta la nostra vita, il cammino di fede a cui siamo chiamati. Il poco che siamo non è l'inizio della fine, ma l'aurora della salvezza. Basta solo una parola, l'annuncio amoroso che Dio può tutto, soprattutto l'impossibile. E scacciare un demonio installato nel cuore di una persona è l'impossibile per eccellenza. Solo la preghiera robusta di fede adulta può innescare il potere infinito di Gesù. Per questo chi ama prega, non si perde in chiacchiere e dolcinerie; chi ama conosce l'origine della sofferenza dell'altro e sa che solo un esorcismo può salvarlo. Per questo, chi ama sua moglie, suo marito e i suoi figli, chi ama le pecore affidategli, si lascia assorbire nell'intimità di Cristo dove può vedere trasfigurata ogni situazione e discernere le primizie del Cielo in ogni dolore. E così consegnargli, nella preghiera, anche i casi più disperati, nella certezza che nulla è impossibile a Dio. Solo chi, guarito dai demoni muti e sordo ai "se" satanici, prega incessantemente e vive la propria vita come una liturgia di lode, non ha paura di ripetere l'unico annuncio che può salvare: "spirito muto e sordo, io te l'ordino, esci da lui e non vi rientrare più"; solo chi è risuscitato con Cristo sa che nell'incontro con Lui l'uomo vecchio è destinato a "morire". Nessun timore allora se, consegnato a Cristo, il figlio comincia a "gridare" e a ribellarsi "scuotendosi" perché non vorrebbe abbandonare i peccati. E' proprio il segno che il demonio sta "uscendo", lasciandolo "come morto". E' triste forse per non poter più uscire con quella ragazza o quegli amici, a buttar via la sua gioventù. E' allora che, senza nevrosi di fronte alla morte dell'uomo vecchio, occorre prestare la propria "mano" a Cristo, lasciando che Lui, pieno di misericordia, ci ispiri parole e amore con cui "sollevare" e "rimettere in piedi" nostro figlio. E questo siamo chiamati a viverlo con chiunque, perché così, attraverso la Chiesa, Gesù ha fatto con noi, ridonandoci la dignità di persone e la Grazia per entrare laddove i "se" ci avevano impedito di donarci.



QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI





Solennità di Pentecoste. Anno B



αποφθεγμα Apoftegma

Quel vento mondava i cuori dalla paglia carnale; 
quel fuoco bruciava il fieno dell'antica concupiscenza; 
quelle lingue, nelle quali si esprimevano 
coloro che erano stati riempiti dallo Spirito Santo, 
preannunziavano la Chiesa che sarebbe stata presente 
nelle lingue di tutti i popoli. 
Perché ciò che la discordia aveva disperso venisse raccolto dalla carità 
e le membra sparpagliate del genere umano, 
come le membra di un unico corpo, 
venissero riunite, ben compaginate, all'unico capo, Cristo, 
e si fondessero col fuoco dell'amore in un unico corpo santo.

S. Agostino













COLMI DELLO SPIRITO SANTO NELLA COMUNITA' CRISTIANA PER ESSERE PRIMIZIE DEL CIELO IN QUESTA GENERAZIONE DISORIENTATA


Alcuni giorni fa una bambina di undici anni mi ha chiesto: “Come hanno fatto gli apostoli a toccare il Signore se era uno Spirito capace di passare attraverso le porte?”. Ecco, la Solennità di Pentecoste risponde a questa domanda, che, semplice solo in apparenza, vibra nell’aria la questione fondamentale per la vita di ogni uomo: Gesù è davvero risorto?


Tutto, infatti, dipende dall’avere o meno una risposta al dramma della vita: c’è vita oltre la morte? Come fare ad oltrepassare queste porte “sprangate” dove mi ha rinchiuso la paura della morte? E’ così l’esperienza di tutti noi, come di quella bambina che il dolore ha già visitato ferendo la sua famiglia: “come si può toccare a vita eterna se non si vede, se è qualcosa che non cade sotto i nostri sensi?”.


E’ possibile sperimentare qui ed ora che Cristo è risorto? Sì, è possibile, perché tutto il Mistero di Gesù conduce alla “sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei”. Oggi.


E’ qui e ora che “viene Gesù” per “fermarsi in mezzo a noi”. Qui, in questo nostro luogo sprangato per la paura; ora, in questa “sera” del giorno di Pasqua, “il primo dopo il sabato”, origine del giorno che non vedrà mai tramonto.

La resurrezione di Gesù, infatti, ha abbracciato l’universo e ciascun uomo di ogni generazione: da quell’alba di vittoria ogni “sera” appartiene alla luce dello “splendore del Re che ha vinto le tenebre”. 


Ciò significa che la nostra vita, come quella di ogni uomo – anche di chi vive ancora nascosto nella selva e non ha mai sentito parlare di Gesù – è stata raggiunta e accolta dalla vittoria di Cristo: per quante “sere” si avvicendino nella nostra storia, nessuna più è destinata a sciogliersi nel buio della solitudine e della morte.


E’ un fatto, è oggettivo, è la Verità. Ma tu ed io lo crediamo vero oggi? Oppure, come la bambina, non sappiamo ancora come ciò sia possibile? Forse, guardando alle relazioni in famiglia, al lavoro o tra amici, non abbiamo ancora sperimentato che si può vivere nella carne una vita capace di oltrepassare le “porte chiuse”…


Pentecoste, infatti, è il dono che si fa perdono. E’ lo Spirito Santo che si impadronisce della vita di un uomo e di una comunità e la spinge oltre la morte, a oltrepassare le porte sprangate che la chiudono nell’egoismo. 


E’ lo Spirito Santo che fa di te e di me una creatura nuova, che, semplicemente, può perdonare. La novità del cristianesimo si rivela nella misericordia che frantuma le mura issate dal peccato. Un cristiano non è più onesto, più gentile, più dolce degli altri uomini. O forse lo è anche, ma non sono queste le caratteristiche che lo definiscono e lo rendono unico. 


Il cristiano è un testimone che “annunzia nelle lingue” di ogni uomo “le grandi opere di Dio”. Non le proprie opere, la propria religiosità, i propri sforzi… Ma opere soprannaturali compiute dallo Spirito Santo in lui.


E quale è l’opera di Dio, sua e sua soltanto? Il perdono dei peccati! Questa è stata l’opera annunciata e compiuta da Gesù, quella che l’ha condotto alla Croce. E’ vero, infatti, che solo Dio può perdonare i peccati. Se Gesù ha perdonato, significa che era Dio. 


Se la Chiesa perdona i peccati, se tu ed io perdoniamo i peccati significa che Dio è vivo in noi e che ci ha trasmesso il suo stesso potere. E’ questo il dono dello Spirito Santo, che fa di noi figli di Dio, colmi della natura divina. Non so se stiamo capendo che cosa significhi essere cristiani: siamo chiamati a ricevere giorno dopo giorno lo Spirito di Dio, che ricrea in noi l’immagine e la somiglianza con il Padre, che risplende concretamente nel perdono.


E’ il perdono che assicura la “Pace” del cuore, perché passa attraverso le porte sbarrate dall’orgoglio e dai suoi figli, i sette peccati capitali. E’ nel perdono che si possono toccare le piaghe di Cristo risorto! E’ l’esperienza di essere perdonati in ciò che nessuno ha mai accettato; l’esperienza di poter perdonare quello che, sino a ieri, era stato imperdonabile. 


E’ il perdono la carne rinnovata dallo Spirito di Cristo risuscitato: parole e gesti che risuscitano un rapporto logorato e morto. Ah, è questa dunque la Pasqua, con il suo compimento nella Pentecoste: tu ed io come gli Undici Apostoli uniti a Maria, la comunità dei figli perdonati e inviati “come Gesù” a perdonare ogni uomo.


E “come” Gesù è stato inviato? Nello Spirito Santo che lo ha gettato nel deserto di ogni vita a combattere con il demonio per sconfiggerlo caricando su di sé i peccati di tutti gli uomini. Non a caso l’evangelista Giovanni indica nello spirare di Gesù sulla Croce un anticipo della Pentecoste che farà coincidere nel Vangelo di questa domenica. 


Proprio distendendo le braccia per dilatare ogni sua fibra nell’amore sino alla fine, Gesù ha consegnato il suo Spirito. Per questo oggi rinasce una nuova famiglia, la Chiesa, sposata da Cristo nel dono di se stesso. Oggi tu ed io celebreremo le nozze con lo Sposo al quale siamo stati promessi da sempre. Come in un santo amplesso che unisce Cielo e terra, la Torah sarà scritta con il suo fuoco nei nostri cuori, per sigillare con ciascuno di noi la Nuova ed eterna Alleanza: ci sposiamo con il Signore, capite?


Niente di sentimentale però: chiunque accoglie lo Spirito Santo è perdonato da ogni peccato e, contemporaneamente, colmato dello stesso potere che lo getta a sua volta nel mondo alla ricerca dei peccatori ai quali far giungere il perdono. Chi si unisce a Cristo, infatti, forma un solo Spirito! 


Allora, figli della Pentecoste e sposati con Cristo, potremo consumare il nostro matrimonio sul letto fecondo della Croce: qui distenderemo le nostre braccia per accogliere nel perdono nostra moglie e nostro marito, il figlio e la nuora, la figlia e il genero, suocere e suoceri, amici, colleghi, fidanzati e, soprattutto, i nemici.


Da oggi, ogni giorno ci sarà dato per accogliere “la sera” delle debolezze e dei peccati, dell’idolatria e dell’incredulità, dell’egoismo e della divisione, e lasciarvi risplendere la luce del perdono che fa della storia un frammento dell’eternità. Ogni giorno sarà, allora, parte del Giubileo che ogni cinquant’anni condonava tutti i debiti. Le nostre case saranno case del Giubileo, dove chiunque possa incontrare misericordia ed essere rigenerati per camminare in una vita nuova. 


Anche oggi è pronto a scendere sulle nostre comunità lo Spirito Santo. Esso rinnoverà i prodigi di “Shavuot”, la Pentecoste ebraica celebrata dagli Apostoli mentre scendeva su di essi lo Spirito Santo. Nel Midrash – il commento rabbinico della Scrittura – troviamo scritto: “Quando Dio consegnò la Torah sul Sinai, manifestò indicibili meraviglie a Israele con la sua voce. Che cosa è successo? Dio ha parlato e la sua voce è risuonata in tutti gli angoli del mondo: Tutto il popolo osservava il gran fragore e i lampi (Es 20,18). Notate che non dice il lampo ma i lampi; per questo R. Johanan disse che la voce di Dio, nel pronunciarsi, si divise e manifestò in settanta voci, settanta lingue, perché tutte le nazioni potessero capire” (Exodo Rabbah 5,9).


Il nostro Sinai è il luogo dove oggi celebreremo la Pentecoste. Esso è il Cenacolo che segna l’intersecarsi del tempo e della storia che stiamo vivendo: oggi, dunque, laddove siamo e così come siamo, lo Spirito Santo scenderà su di noi, perché attraverso di noi risuoni nel mondo la “sua” voce. Nelle nostre parole e nei nostri gesti risplenderanno “i lampi” del suo amore e del suo perdono declinati nelle lingue di chi ci è accanto, perché tutti possano conoscere Lui. 


Nessuno deve cambiare, non tuo marito, non tua moglie, non i tuoi figli; non le persone alle quali siamo mandati. Non è per questo che siamo inviati: il cambio morale è frutto dello Spirito Santo. Piuttosto tutti hanno diritto di “ascoltare” la “voce di Dio” in noi; tutti aspettano il suo perdono, è la loro eredità e nessuno può rubargliela, perché Gesù ha redatto testamento per loro con il suo sangue. Così, dalla Pentecoste che ci rinnova irrorandoci con lo Spirito Santo, il perdono che genera la comunione arriva a ogni uomo disperso dall’orgoglio che a Babele ha confuso le lingue. A casa, al lavoro, a scuola, ovunque giunga un cristiano il Cielo discende come l’autentica primizia di Shavuot, per tutti coloro che, ingannati dal demonio, hanno inutilmente tentato di scalarlo.



APPROFONDIMENTI

COMMENTI

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Ratzinger - Benedetto XVI. L'intelletto, lo spirito e l'amore.
Ratzinger - Benedetto XVI. SPIRITO DELLA VITA - SPIRITO NELLA CARNE
F. Manns. Gerusalemme ci ricorda il dono dello Spirito
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dom Prosper Guéranger. SABATO, VIGILIA DELLA PENTECOSTE
Escrivà. Sulla Pentecoste
P. R. Cantalamessa. Il frutto della Pentecoste è la comunità
P. R. Cantalamessa. Lo Spirito di Verità
Il Consolatore. P. R. Cantalamessa
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Giovanni Paolo II. Egli vi darà un altro Consolatore
Don Divo Barsotti. L'azione dello Spirito Santo nella nostra vita
Il Cenacolo: Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso
JEAN DANIÉLOU. LA MISSIONE DELLO SPIRITO SANTO (Da "IL MISTERO DELLA SALVEZZA DELLE NAZIONI")
Cardinale Newman. PRESENZA DI CRISTO IN COLORO CHE POSSEGGONO IL SUO SPIRITO
STANISLAO LYONNET. IL DONO DELLO SPIRITO SANTO RICEVUTO PER MEZZO DELLA FEDE


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