NELLA FEDE DELLA CHIESA SAPPIAMO CHE OGNI ISTANTE COSTITUISCE QUEL SOLO "UN POCO" PER PASSARE DALLA MORTE ALLA VITA



Come noi, gli apostoli “non comprendevano” le parole di GesùIl verbo greco "oida" tradotto con “comprendere”, in virtù della sua radice e del suo uso semantico è legato al verbo “vedere”: "so, perché ho visto. Un sapere in base a una propria visione" (Bruno Snell). “Oida” designa "la conoscenza come una meta raggiunta, come un assoluto" (I. De La Potterie); esprime un'evidenza della conoscenza, quella ad esempio acquisita dal cieco nato nell'incontro salvifico con il Signore: “Se sia un peccatore o no, non lo so; questo io so bene: ero cieco e ora ci vedo" (Gv. 9,25, e ciò significa che "questa è una cosa che so benissimo". Al contrario, “non sapere” è non avere una conoscenza certa, assoluta e profonda. Così è per i discepoli dinanzi all'annuncio di Gesù: “non sappiamo” cosa dice; si trovano in un'ignoranza radicale perché non hanno l'esperienza di quello che Gesù sta dicendo. Sono radicalmente impotenti, manca loro la chiave per conoscere con assoluta certezza, e quindi per vivere quello che gli viene annunciato. Risuonano in questo le crude parole di Giobbe: "L'uomo, nato di donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come un fiore spunta e avvizzisce, fugge come l'ombra e mai si ferma". Anche noi “non sappiamo”, siamo radicalmente ignoranti su dove andrà a finire il fidanzamento, su che ne sarà di nostro figlio, se completeremo gli studi e troveremo lavoro, se ci licenzieranno, se saremo fedeli al marito, se e quando la salute ci abbandonerà, se guariremo da questa malattia, se ce la faremo ad arrivare alla fine del mese, se qualcuno ascolterà l'annuncio del Vangelo. Ma proprio le parole di Gesù sono la password che ci abilita ad entrare nel fantastico programma che è la nostra vita. Ogni suo frammento, infatti, è parte della vita di Cristo, così che, annunciando il suo destino, ci svela il nostro: "ancora un poco e quanto avete potuto vedere attentamente di me, la mia carne, sarà sottratta al vostro sguardo. Ma ancora un po' di tempo e potrete vedermi di nuovo, in pienezza, riconoscendo in me la vittoria sulla morte che vi ho annunciato: allora saprete, saprete perché avrete visto". Ma per passare a questa visione è necessario il “poco” di tempo di cui parla Gesù. La conoscenza, infatti, si radica nel tempo, in esso cresce, si trasforma in un sapere certo e assoluto, nella fede capace di smuovere le montagne. “Un poco” traduce “mikron”, da cui la stessa unità di misura, da cui microscopio. Un “tempo mickron”, cioè breve, nel quale però si accende il mistero pasquale del Signore. In una frazione di tempo si squarcia il velo del tempio, e la carne di Gesù varca la soglia del tempo cronologico per entrare nel tempo di Dio: "In Gesù Cristo, Verbo incarnato, il tempo diventa una dimensione di Dio, che in se stesso è eterno; così Cristo diviene il Signore del tempo, è il suo principio e il suo compimento; ogni anno, ogni giorno e ogni momento vengono abbracciati nella sua incarnazione e risurrezione, per ritrovarsi in questo modo nella "pienezza del tempo" (Giovanni Paolo II). Per questo il tempo della Passione e il tempo della tomba, i due "un poco" del Vangelo di oggi, sono micro-tempi, assorbiti e come innestati nella pienezza del tempo, nel tempo eterno di Dio. Questo significa che nulla è assoluto, ineluttabile, perché il tempo è il luogo dove Dio ci dà appuntamento perché, camminando in esso, passiamo da una visione carnale alla visione piena dell'amore di Dio nella debolezza della carne. Per questo, alla nostra domanda identica a quella dei discepoli Gesù risponde con l'annuncio della sua Pasqua che si compirà in loro. Coraggio fratelli, anche la litigata con tuo marito, anche la crisi di tuo figlio, tutto quello che stiamo vivendo, perfino il cancro, è solo “un poco”, perché tutta la vita è racchiusa in questo "mikron" tra lacrime e gioia piena. Il mistero pasquale del Signore è il paradigma di ogni esistenza: in ogni tempo vi è "un poco" per non vedere e "un poco" per vedere, un tempo per la Croce e il sepolcro, e un tempo per la risurrezione. Ciò significa non lasciarsi afferrare da nessuno per donarsi a tutti. La cifra autentica del tempo, infatti, è la libertà, che conferisce contenuto e sostanza a ogni istante. La libertà apparsa e compiuta nel Signore. Essa ci è donata attraverso la Chiesa, nella quale impariamo che la vita è, per grazia di Dio, un passaggio dalle lacrime e la gioia. In ebraico il termine "lacrima", "demah", esprime anche il sangue dell'occhio, mentre un altro significato della parola occhio è "sorgente". Così, una lacrima, il sangue dell'occhio, è una sorgente di vita, perché, nella Scrittura, il sangue è la vita. Allora coraggio, non temere: quando appare la Croce e i cristiani sono chiamati ad offrirvi la vita “il mondo si rallegra”, perché crede di aver avuto ragione di loro. Ride di fronte a un martire della castità, dell’apertura alla vita, dell’amore al nemico. Ma non sanno che proprio le “lacrime” che scorreranno sul nostro viso anche oggi sono il grembo fecondo della “gioia” che in noi testimonierà la vittoria di Cristo al mondo.



Giovedì della VI settimana del Tempo di Pasqua. Commento audio






Giovedì della VI settimana del Tempo di Pasqua


αποφθεγμα Apoftegma

Grazie alla venuta di Dio sulla terra il tempo umano, 
iniziato nella creazione, 
ha raggiunto la sua pienezza. 
"La pienezza del tempo" è soltanto l'eternità, 
anzi Colui che è eterno, cioè Dio. 
Entrare nella "pienezza del tempo" significa dunque 
raggiungere il termine del tempo
e uscire dai suoi confini, 
per trovarne il compimento nell'eternità di Dio.  

Giovanni Paolo II, Tertio millennio adveniente, 10










L'ANNUNCIO

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 16,16-20.
 
Ancora un poco e non mi vedrete; un po' ancora e mi vedrete». 
Dissero allora alcuni dei suoi discepoli tra loro: «Che cos'è questo che ci dice: Ancora un poco e non mi vedrete, e un po' ancora e mi vedrete, e questo: Perché vado al Padre?». 
Dicevano perciò: «Che cos'è mai questo "un poco" di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». 
Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «Andate indagando tra voi perché ho detto: Ancora un poco e non mi vedrete e un po' ancora e mi vedrete? In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia. 







SOLO "UN POCO" PER PASSARE DALLA MORTE ALLA VITA

Come noi, gli apostoli “non comprendevano” le parole di GesùIl verbo greco "oida" tradotto con “comprendere”, in virtù della sua radice e del suo uso semantico è legato al verbo “vedere”: "so, perché ho visto. Un sapere in base a una propria visione" (Bruno Snell). “Oida” designa "la conoscenza come una meta raggiunta, come un assoluto" (I. De La Potterie); esprime un'evidenza della conoscenza, quella ad esempio acquisita dal cieco nato nell'incontro salvifico con il Signore: “Se sia un peccatore o no, non lo so; questo io so bene: ero cieco e ora ci vedo" (Gv. 9,25, e ciò significa che "questa è una cosa che so benissimo". Al contrario, “non sapere” è non avere una conoscenza certa, assoluta e profonda. Così è per i discepoli dinanzi all'annuncio di Gesù: “non sappiamo” cosa dice; si trovano in un'ignoranza radicale perché non hanno l'esperienza di quello che Gesù sta dicendo. Sono radicalmente impotenti, manca loro la chiave per conoscere con assoluta certezza, e quindi per vivere quello che gli viene annunciato. Risuonano in questo le crude parole di Giobbe: "L'uomo, nato di donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come un fiore spunta e avvizzisce, fugge come l'ombra e mai si ferma". Anche noi “non sappiamo”, siamo radicalmente ignoranti su dove andrà a finire il fidanzamento, su che ne sarà di nostro figlio, se completeremo gli studi e troveremo lavoro, se ci licenzieranno, se saremo fedeli al marito, se e quando la salute ci abbandonerà, se guariremo da questa malattia, se ce la faremo ad arrivare alla fine del mese, se qualcuno ascolterà l'annuncio del Vangelo. Ma proprio le parole di Gesù sono la password che ci abilita ad entrare nel fantastico programma che è la nostra vita. Ogni suo frammento, infatti, è parte della vita di Cristo, così che, annunciando il suo destino, ci svela il nostro: "ancora un poco e quanto avete potuto vedere attentamente di me, la mia carne, sarà sottratta al vostro sguardo. Ma ancora un po' di tempo e potrete vedermi di nuovo, in pienezza, riconoscendo in me la vittoria sulla morte che vi ho annunciato: allora saprete, saprete perché avrete visto".


Ma per passare a questa visione è necessario il “poco” di tempo di cui parla Gesù. La conoscenza, infatti, si radica nel tempo, in esso cresce, si trasforma in un sapere certo e assoluto, nella fede capace di smuovere le montagne. “Un poco” traduce “mikron”, da cui la stessa unità di misura, da cui microscopio. Un “tempo mickron”, cioè breve, nel quale però si accende il mistero pasquale del Signore. In una frazione di tempo si squarcia il velo del tempio, e la carne di Gesù varca la soglia del tempo cronologico per entrare nel tempo di Dio: "In Gesù Cristo, Verbo incarnato, il tempo diventa una dimensione di Dio, che in se stesso è eterno; così Cristo diviene il Signore del tempo, è il suo principio e il suo compimento; ogni anno, ogni giorno e ogni momento vengono abbracciati nella sua incarnazione e risurrezione, per ritrovarsi in questo modo nella "pienezza del tempo" (Giovanni Paolo II). Per questo il tempo della Passione e il tempo della tomba, i due "un poco" del Vangelo di oggi, sono micro-tempi, assorbiti e come innestati nella pienezza del tempo, nel tempo eterno di Dio. Questo significa che nulla è assoluto, ineluttabile, perché il tempo è il luogo dove Dio ci dà appuntamento perché, camminando in esso, passiamo da una visione carnale alla visione piena dell'amore di Dio nella debolezza della carne. Per questo, alla nostra domanda identica a quella dei discepoli Gesù risponde con l'annuncio della sua Pasqua che si compirà in loro. Coraggio fratelli, anche la litigata con tuo marito, anche la crisi di tuo figlio, tutto quello che stiamo vivendo, perfino il cancro, è solo “un poco”, perché tutta la vita è racchiusa in questo "mikron" tra lacrime e gioia piena. Il mistero pasquale del Signore è il paradigma di ogni esistenza: in ogni tempo vi è "un poco" per non vedere e "un poco" per vedere, un tempo per la Croce e il sepolcro, e un tempo per la risurrezione. Ciò significa non lasciarsi afferrare da nessuno per donarsi a tutti. La cifra autentica del tempo, infatti, è la libertà, che conferisce contenuto e sostanza a ogni istante. La libertà apparsa e compiuta nel Signore. Essa ci è donata attraverso la Chiesa, nella quale impariamo che la vita è, per grazia di Dio, un passaggio dalle lacrime e la gioia. In ebraico il termine "lacrima", "demah", esprime anche il sangue dell'occhio, mentre un altro significato della parola occhio è "sorgente". Così, una lacrima, il sangue dell'occhio, è una sorgente di vita, perché, nella Scrittura, il sangue è la vita. Allora coraggio, non temere: quando appare la Croce e i cristiani sono chiamati ad offrirvi la vita “il mondo si rallegra”, perché crede di aver avuto ragione di loro. Ride di fronte a un martire della castità, dell’apertura alla vita, dell’amore al nemico. Ma non sanno che proprio le “lacrime” che scorreranno sul nostro viso anche oggi sono il grembo fecondo della “gioia” che in noi testimonierà la vittoria di Cristo al mondo.



QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI





IL PESO DELLA VERITA' CHE LO SPIRITO SANTO CI RIVELA E PORTA CON NOI



La Verità "pesa". La conoscenza della verità, infatti, spesso è un peso difficile da portare, anche perché oggi è considerata un deragliamento verso il fondamentalismo intollerante che attenta alla libertà altrui: "La non verità, il restare lontani dalla verità, sarebbe per l’uomo meglio della verità. Non è la verità a liberarlo, anzi egli dovrebbe piuttosto esserne liberato. L’uomo sta a suo agio più nelle tenebre che nella luce; la fede non è un bel dono del buon Dio, ma piuttosto una maledizione. Stando così le cose, come dalla fede potrebbe provenire gioia? Chi potrebbe avere addirittura il coraggio di trasmettere la fede ad altri? Essa sembra essere piuttosto il guscio della soggettività, in cui l’uomo può sfuggire alla realtà e nascondersi ad essa." (Joseph Ratzinger). Occorre vivere secondo coscienza, ci viene ripetuto. Scriveva J.G.Fichte: “La coscienza non erra mai e non può mai errare”, poiché è “essa stessa giudice di ogni convinzione, non conosce alcun giudice sopra di sé”. La coscienza decide in ultima istanza, ed è per natura inappellabile: "dal momento che i giudizi di coscienza si contraddicono, ci sarebbe dunque solo una verità del soggetto, che si ridurrebbe alla sua sincerità... la coscienza è l’istanza che ci dispensa dalla verità e si trasforma nella giustificazione della soggettività, che non si lascia più mettere in questione, così come nella giustificazione del conformismo sociale, che, come minimo denominatore comune tra le diverse soggettività, ha il compito di rendere possibile la vita nella società" (J. Ratzinger). Si tratta anche della nostra esperienza, la superficialità del "carpe diem", del cogliere l'attimo, rinunciando alla possibilità di conoscere la verità. La "dittatura della coscienza", lungi dall'aver liberato l'uomo, lo costringe a nuove e più schiavizzanti catalogazioni, alla sottomissione a marchi ideologici indelebili. Li vedete i nostri figli? E il pensiero unico che rimbalza ovunque? Non ci "pesa" dirci cristiani, con parole e gesti? L'ambiente circostante, infatti, prima ti assorbe e poi si trasforma in uno spietato aguzzino che esige la coerenza del proprio status, pena il rifiuto, l'esclusione e l'espulsione. Quando si cade - fumando una sigaretta o mangiandoti una bistecca alla brace - infrangendo le dure regole tracciate dalla "tolleranza che non tollera" sbandamenti da quanto ha stabilito sia tollerabile, è già troppo tardi, non si hanno vie d'uscita. Di norma l'intollerabile del tollerante è Gesù Cristo e coloro che gli appartengono. La coscienza collettiva moderna tollera tutto, ma non la Croce. La tolleranza intollerante è l'abito culturale indossato dall'Anticristo, l'anti-verità: "Il Cristo col suo moralismo ha diviso gli uomini secondo il bene e il male, mentre io li unirò coi benefici che sono ugualmente necessari ai buoni e ai cattivi” (Vladimir Sergeevic Solovev). L'Anticristo aborriva “l'assoluta unicità” di Cristo: "Egli è uno dei tanti; o meglio è stato il mio precursore, perché il salvatore perfetto e definitivo sono io, che ho purificato il suo messaggio da ciò che è inaccettabile all’uomo d’oggi". E non accettava che Cristo fosse vivo: “Lui non è tra i vivi e non lo sarà mai. Non è risorto, non è risorto, non è risorto. È marcito, è marcito nel sepolcro...”. La "coscienza tollerante" moderna parte da qui: Cristo è marcito nel sepolcro, e con Lui ogni pretesa di verità. Per questo essa diviene un peso difficile da portare e l'uomo, nella sua debolezza, preferisce disfarsene. Ma non è così! La verità non è marcita nel sepolcro! Lo Spirito Santo effuso nei nostri cuori ce la svela compiendola, perché Egli insegna difendendo, perdonando. La verità tutta intera è essenzialmente perdono, quello che il mondo non conosce, la salvezza che l'Anticristo, il padre della menzogna, vuole sottrarre all'umanità. In ebraico la parola verità è 'emet, derivato dalla stessa radice da cui la parola fede. La radice 'mn ha il significato fondamentale di sicuro, attendibile, capace di portare un peso. In questa luce si comprendono le parole di Gesù: è la stessa verità che porta il suo stesso peso. E' la verità che, svelandosi, porta la sua drammatica e liberante oggettività. In altre parole significa che mentre il peccato è smascherato appare simultaneamente il perdono capace di distruggerlo e di consegnare la possibilità di una vita nuova. Quando nella Chiesa incontriamo il Signore, quando Egli prende dimora in noi attraverso il suo Spirito, si svela anche tutto ciò che non gli appartiene, come quando si accende la luce in una stanza. Ma in quella stanza piena di disordine, polvere e spazzatura che è la nostra vita c'è anche Lui con il suo perdono. Apparendo accanto a Cristo e come suo nemico, il peccato si manifesta allora come il nostro stesso nemico; da esso lo Spirito Santo ci difende, come ha difeso il Signore nel Getsemani e sulla Croce. Per questo la "verità tutta intera" alla quale conduce lo Spirito Santo è capace di liberare davvero strappandoci dalla menzogna che ci tiene schiavi perché, rivelando la Verità, la estirpa alla radice. Scriveva Sant'Agostino che "Non c’è vera confessione dei peccati che non sia lode di Dio, non c’è vera lode di Dio che non sia anche confessione dei peccati. "Non si ha nessuna pia e salutare confessione dei peccati se non si rende lode a Dio con il cuore, o anche con la bocca e la parola" (S. Agostino). Nella confessione dei propri peccati l'uomo può dar gloria a Dio, può portare "il peso" (significato del termine "gloria") della Verità perché ne diviene partecipe per aver ricevuto lo Spirito Santo. Confessare i peccati, infatti, è testimoniare il suo amore, il "mio" di Gesù che lo Spirito "prende" da Lui per annunciarlo ai suoi discepoli e a ciascuno di noi. Così, attraverso la predicazione della Chiesa, il Paraclito ci difende e consola annunciandoci e compiendo in noi "quanto è proprio del Padre", ovvero il suo perdono rigenerante rivelato nel Figlio. Che meraviglia! Sai quali sono le "cose future" che lo Spirito vuole annunciarti? Che in ogni istante Dio ti ama e fa di te un figlio unico e irripetibile, nonostante le debolezze e contraddizioni: "Proprio questo è il dramma dello Spirito Santo, il dramma della Chiesa e anche il nostro: lo sforzo di trarre lo Spirito dal fango. E non è rifuggendo il fango che ci facciamo Spirito, ma solo sopportando il fango che è in noi e negli altri; sottoponendolo alla nuova forza vitale, al respiro di Gesù Cristo, nello Spirito Santo che ancora oggi trasforma il mondo." (J. Ratzinger).

Mercoledì della VI settimana del Tempo di Pasqua. Commento audio

Mercoledì della VI settimana del Tempo di Pasqua




αποφθεγμα Apoftegma

La verità consiste nell'aver bisogno del perdono.
Una comunione concorde tra gli uomini 
può darsi in generale solo sotto la Grazia del perdono.
La verità è che siamo colpevoli, che siamo peccatori
e che possiamo vivere solo se Dio è perdono,
 solo se ci viene perdonato.

Card. Joseph Ratzinger










L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Giovanni 16,12-15.

"Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà.
Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l'annunzierà".











IL PESO DELLA VERITA' CHE LO SPIRITO SANTO CI RIVELA E PORTA CON NOI

La Verità "pesa". La conoscenza della verità, infatti, spesso è un peso difficile da portare, anche perché oggi è considerata un deragliamento verso il fondamentalismo intollerante che attenta alla libertà altrui: "La non verità, il restare lontani dalla verità, sarebbe per l’uomo meglio della verità. Non è la verità a liberarlo, anzi egli dovrebbe piuttosto esserne liberato. L’uomo sta a suo agio più nelle tenebre che nella luce; la fede non è un bel dono del buon Dio, ma piuttosto una maledizione. Stando così le cose, come dalla fede potrebbe provenire gioia? Chi potrebbe avere addirittura il coraggio di trasmettere la fede ad altri? Essa sembra essere piuttosto il guscio della soggettività, in cui l’uomo può sfuggire alla realtà e nascondersi ad essa." (Joseph Ratzinger). Occorre vivere secondo coscienza, ci viene ripetuto. Scriveva J.G.Fichte: “La coscienza non erra mai e non può mai errare”, poiché è “essa stessa giudice di ogni convinzione, non conosce alcun giudice sopra di sé”. La coscienza decide in ultima istanza, ed è per natura inappellabile: "dal momento che i giudizi di coscienza si contraddicono, ci sarebbe dunque solo una verità del soggetto, che si ridurrebbe alla sua sincerità... la coscienza è l’istanza che ci dispensa dalla verità e si trasforma nella giustificazione della soggettività, che non si lascia più mettere in questione, così come nella giustificazione del conformismo sociale, che, come minimo denominatore comune tra le diverse soggettività, ha il compito di rendere possibile la vita nella società" (J. Ratzinger). Si tratta anche della nostra esperienza, la superficialità del "carpe diem", del cogliere l'attimo, rinunciando alla possibilità di conoscere la verità. La "dittatura della coscienza", lungi dall'aver liberato l'uomo, lo costringe a nuove e più schiavizzanti catalogazioni, alla sottomissione a marchi ideologici indelebili. Li vedete i nostri figli? E il pensiero unico che rimbalza ovunque? Non ci "pesa" dirci cristiani, con parole e gesti? L'ambiente circostante, infatti, prima ti assorbe e poi si trasforma in uno spietato aguzzino che esige la coerenza del proprio status, pena il rifiuto, l'esclusione e l'espulsione. Quando si cade - fumando una sigaretta o mangiandoti una bistecca alla brace - infrangendo le dure regole tracciate dalla "tolleranza che non tollera" sbandamenti da quanto ha stabilito sia tollerabile, è già troppo tardi, non si hanno vie d'uscita. Di norma l'intollerabile del tollerante è Gesù Cristo e coloro che gli appartengono. La coscienza collettiva moderna tollera tutto, ma non la Croce. La tolleranza intollerante è l'abito culturale indossato dall'Anticristo, l'anti-verità: "Il Cristo col suo moralismo ha diviso gli uomini secondo il bene e il male, mentre io li unirò coi benefici che sono ugualmente necessari ai buoni e ai cattivi” (Vladimir Sergeevic Solovev). L'Anticristo aborriva “l'assoluta unicità” di Cristo: "Egli è uno dei tanti; o meglio è stato il mio precursore, perché il salvatore perfetto e definitivo sono io, che ho purificato il suo messaggio da ciò che è inaccettabile all’uomo d’oggi". E non accettava che Cristo fosse vivo: “Lui non è tra i vivi e non lo sarà mai. Non è risorto, non è risorto, non è risorto. È marcito, è marcito nel sepolcro...”. La "coscienza tollerante" moderna parte da qui: Cristo è marcito nel sepolcro, e con Lui ogni pretesa di verità. Per questo essa diviene un peso difficile da portare e l'uomo, nella sua debolezza, preferisce disfarsene. 

Ma non è così! La verità non è marcita nel sepolcro! Lo Spirito Santo effuso nei nostri cuori ce la svela compiendola, perché Egli insegna difendendo, perdonando. La verità tutta intera è essenzialmente perdono, quello che il mondo non conosce, la salvezza che l'Anticristo, il padre della menzogna, vuole sottrarre all'umanità. In ebraico la parola verità è 'emet, derivato dalla stessa radice da cui la parola fede. La radice 'mn ha il significato fondamentale di sicuro, attendibile, capace di portare un peso. In questa luce si comprendono le parole di Gesù: è la stessa verità che porta il suo stesso peso. E' la verità che, svelandosi, porta la sua drammatica e liberante oggettività. In altre parole significa che mentre il peccato è smascherato appare simultaneamente il perdono capace di distruggerlo e di consegnare la possibilità di una vita nuova. Quando nella Chiesa incontriamo il Signore, quando Egli prende dimora in noi attraverso il suo Spirito, si svela anche tutto ciò che non gli appartiene, come quando si accende la luce in una stanza. Ma in quella stanza piena di disordine, polvere e spazzatura che è la nostra vita c'è anche Lui con il suo perdono. Apparendo accanto a Cristo e come suo nemico, il peccato si manifesta allora come il nostro stesso nemico; da esso lo Spirito Santo ci difende, come ha difeso il Signore nel Getsemani e sulla Croce. Per questo la "verità tutta intera" alla quale conduce lo Spirito Santo è capace di liberare davvero strappandoci dalla menzogna che ci tiene schiavi perché, rivelando la Verità, la estirpa alla radice. Scriveva Sant'Agostino che "Non c’è vera confessione dei peccati che non sia lode di Dio, non c’è vera lode di Dio che non sia anche confessione dei peccati. "Non si ha nessuna pia e salutare confessione dei peccati se non si rende lode a Dio con il cuore, o anche con la bocca e la parola" (S. Agostino). Nella confessione dei propri peccati l'uomo può dar gloria a Dio, può portare "il peso" (significato del termine "gloria") della Verità perché ne diviene partecipe per aver ricevuto lo Spirito Santo. Confessare i peccati, infatti, è testimoniare il suo amore, il "mio" di Gesù che lo Spirito "prende" da Lui per annunciarlo ai suoi discepoli e a ciascuno di noi. Così, attraverso la predicazione della Chiesa, il Paraclito ci difende e consola annunciandoci e compiendo in noi "quanto è proprio del Padre", ovvero il suo perdono rigenerante rivelato nel Figlio. Che meraviglia! Sai quali sono le "cose future" che lo Spirito vuole annunciarti? Che in ogni istante Dio ti ama e fa di te un figlio unico e irripetibile, nonostante le debolezze e contraddizioni: "Proprio questo è il dramma dello Spirito Santo, il dramma della Chiesa e anche il nostro: lo sforzo di trarre lo Spirito dal fango. E non è rifuggendo il fango che ci facciamo Spirito, ma solo sopportando il fango che è in noi e negli altri; sottoponendolo alla nuova forza vitale, al respiro di Gesù Cristo, nello Spirito Santo che ancora oggi trasforma il mondo." (J. Ratzinger).





QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI





LO SPIRITO SANTO EFFUSO IN NOI NELLA CHIESA CI CONVINCE DELLA VERITA', ILLUMINANDO IL PECCATO, LA GIUSTIZIA E IL GIUDIZIO



Con il Signore si può essere opportunisti; è Lui stesso che ci invita a guardare alla sua morte come al nostro bene. Senza di essa, senza il passaggio di Gesù attraverso l'angusto pertugio della Croce, la nostra vita come quella del mondo, resterebbe avvolta nel buio più fitto, e non saremmo "convinti" della verità. E chi vive senza certezze è come un cadavere che si lascia trascinare dalla corrente. Il mondo, anche se vive è morto, afferrato dalla violenza della menzogna che sradica le radici acerbe di fragili certezze, come accade al seme nella parabola del seminatore: "tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l'uomo che ascolta la parola e subito l'accoglie con gioia, ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato. Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e l'inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto". E' la nostra esperienza quotidiana, quando ci ritroviamo senza forze di fronte a eventi che ci sorprendono e impauriscono. Non "comprendiamo" che cosa ci accade, siamo "incostanti" e ci "scandalizziamo" della Croce, siamo "soffocati" dalla "preoccupazione" e dall' "inganno" della carne, e la "tristezza riempie il nostro cuore". E' come se ogni volta che ci visitano il dolore, la precarietà, le contrarietà, vedessimo il Signore "andare via", e con Lui sparire la speranza dall'orizzonte, mentre proprio la sua morte è l'unica nostra possibilità, per non restare intrappolati nella menzogna che corrompe ogni pensiero e ogni gesto: "la morte del Figlio di Dio vince la morte umana: «Ero mors tua, o mors», come il peccato di aver crocifisso il Figlio di Dio «vince» il peccato umano! Quel peccato che si consumò a Gerusalemme il giorno del Venerdì santo - e anche ogni peccato dell'uomo. Infatti, al più grande peccato da parte dell'uomo corrisponde, nel cuore del Redentore, l'oblazione del supremo amore, che supera il male di tutti i peccati degli uomini. Sulla base di questa certezza la Chiesa nella liturgia romana non esita a ripetere ogni anno, durante la Veglia pasquale, «O felix culpa!», nell'annuncio della risurrezione dato dal diacono col canto dell'«Exsultet!»" (Giovanni Paolo II, Dominum et vivificantem). La morte di Cristo per ciascuno di noi è proprio la porta dischiusa allo spirare dello Spirito Santo, il Paraclito che ci guida alla Verità tutta intera, l'unica che può salvarci liberandoci dalla prigione della menzogna; la Croce, infatti, quella che non a caso i missionari ricevono e alla quale si appoggiano e che mostrano annunciando il Vangelo, non significa altro che una cosa: siamo peccatori, ma Gesù ha vinto il peccato e la morte. La porta che Egli ha attraversato per inoltrarsi nella morte di ciascun uomo e che, tornando vittorioso, ha oltrepassato anche se ormai chiusa sulla speranza, lascia oggi brillare su ciascuno di noi la luce incorruttibile sprigionata dallo spirare inesausto dello Spirito Santo. La morte esiste perché esiste il peccato. Accettare e abbracciare oggi la croce che ci accoglie in famiglia, a scuola, al lavoro, ovunque, è aprire la porta del nostro cuore alla Verità e alla salvezza, al soffio vivificante dello Spirito Santo, alla caparra della vita più forte di morte e peccato. In quella di Gesù, ogni morte diviene fonte di vita; nel mistero pasquale del Signore, ogni sofferenza, ogni "andare via" dalla effimera tranquillità che brama la carne, è il "bene" per ogni uomo, per te e per me. Sì, il cammino che conduce i figli, il coniuge, le persone care ad uscire da se stessi, ad "andare via" dall'egoismo attraverso le umiliazioni, i fallimenti e, a volte, gli stessi peccati, è il "bene" per ciascuno di loro. Così, spesso, "è bene" per un figlio che il padre "vada via", non cerchi di risolvere nella carne, con le astuzie mondane, le pedagogie d'accatto, o i fremiti dell'orgoglio e dell'ira; "è meglio andar via", non insistere con la moglie, il marito, le persone che ci sono accanto, per spiegare e convincere, quando hanno l'orecchio chiuso non c'è nulla di umano da fare... "E' meglio" non insistere, non intestardirsi, non sperare dalla carne ciò che essa non può dare: usciamo di scena, andiamo al Cielo con Cristo, e preghiamo con Lui, in ginocchio, nella stanza o davanti al Santissimo, che il Padre faccia scendere lo Spirito Santo, l'unico capace di raggiungere il cuore di tutti, laddove nessun uomo può arrivare. Ma crediamo che questo è il cammino? Ne siamo "convinti"? Forse no, forse ci difendiamo dalla morte, e cerchiamo di proteggere dalla Croce coloro che portiamo nel cuore, illudendoci di salvarli, mentre li lasciamo prede della menzogna e del maligno: "è bene" anche lo scandalo a volte, perché lì dentro le persone possano incontrare l'amore di Cristo al di là del sentimentalismo e delle nevrosi, il perdono e il balsamo soave dello Spirito Santo che attesta al cuore la Verità: Cristo è risorto davvero, è vivo oggi, e bussa ancora una volta al nostro cuore per riversarvi il Paraclito, l'avvocato che ci "convince" del "peccato", l'asebeia di cui parla San Paolo, l’empietà che rifiuta di “glorificare” e “ringraziare” Dio e ci condanna a una vita meschina, incapace di gioia e pace, ripiegata su noi stessi e sulle alchimie che cerchiamo per sfuggire alla morte perché "non crediamo" al suo amore. Il Paraclito che oggi il Signore vuol donarci per "convincerci" riguardo alla "giustizia" della Croce, attraverso la quale Egli è andato al Padre a presentare le sue piaghe gloriose in nostro favore, perché, anche oggi, possiamo essere certi del "giudizio" di misericordia che getta fuori dalla nostra vita il principe della menzogna per farci vivere da figli liberi del Padre celeste, ancorati alla certezza del suo amore incorruttibile, segno autentico della sua misericordia per questa generazione. Il Paraclito che ci "convince" su peccato, giustizia e giudizio - la strada, la roccia e i rovi - per fare di noi la "terra buona" dove Gesù possa crescere e divenire Parola di speranza e salvezza per ogni uomo.
 

Martedì della VI settimana del Tempo di Pasqua. Commento audio