6 agosto. Trasfigurazione del Signore.


αποφθεγμα Apoftegma

Proprio nello spaventoso incontro con la gloria di Dio in Gesù
 i tre apostoli devono imparare 
ciò che Paolo dice ai discepoli di tutti i tempi 
nella Prima Lettera ai Corinzi: 
«Noi predichiamo Cristo crocifisso, 
scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; 
ma per coloro che sono chiamati, 
sia Giudei che Greci, 
predichiamo Cri­sto potenza di Dio [dinamis] e sapienza di Dio». 
Questa «potenza» del regno futuro 
appare loro nel Gesù trasfigurato 
che parla con i testi­moni dell' Antica Alleanza 
della «necessità» della sua passione come via verso la gloria. 

Joseph Ratzinger - Benedetto XVI








TRASFIGURATI NELLA LUCE DI PASQUA CHE RISPLENDE PER NOI NEL CORPO DI CRISTO CHE E' LA CHIESA, POSSIAMO CAMMINARE SULLA TERRA FONDATI NELLA CERTEZZA DEL CIELO 


Immaginiamo, come scrisse Chesterton, di vedere il mondo capovolto: "Se uno ha visto il mondo capovolto, con tutti gli alberi e le torri appesi all’in giù come quando si specchiano in uno stagno, un possibile risultato sarebbe di mettere l’accento sul concetto di dipendenza. La correlazione è latina e letteraria; infatti il termine dipendente propriamente significa appeso"Ecco, contemplando "Gesù trasfigurato davanti a loro", Pietro, Giacomo e Giovanni devono aver fatto un'esperienza simile. Essa è ben rappresentata in moltissima iconografia della "trasfigurazione": Gesù appare "appeso", mentre i tre apostoli lo guardano proprio dal basso, con la testa sul suolo: "avvolti dalla nube luminosa", infatti, all'udire "la voce" del Padre essi "caddero con la faccia a terra". In quei momenti, non stavano guardando il "mondo capovolto"? Sul Tabor quell'uomo, quell'amico e maestro, stava infatti capovolgendo ogni loro idea sull'uomo, sull'amicizia, sulla vita. I loro occhi si erano aperti su un di più che può esplodere nella carne; stavano contemplando una possibilità che appariva loro "appesa" a un biancore e un'intensità che esistono solo in Cielo. Nella sua "trasfigurazione", Gesù stava svelando loro che, nascosta nella carne, esiste una vita che "dipende", nasce dal Cielo e ad esso è legata, "appesa" appunto. Mai visto niente di simile: nella debolezza che, come una "veste", ricopre le ore dell'esistenza, può dunque risplendere una luce mai vista; da ogni colore, anche dal grigio della routine, anche dal rosso della passione e del dolore, anche dal nero della morte e del dolore, può scaturire il "candore" della libertà, della gioia, della pace. Quel "volto" che avevano fissato tante volte, rigato di sudore, corrugato per la fatica, disteso nella gioia, ora "brillava come il sole", ed era un annuncio sconvolgente: la realtà, anche quella più familiare, la realtà delle persone con cui si parla, si cammina, si soffre e si gioisce, si mangia e si beve, non è solo quello che si vede, si ascolta e si tocca. Anzi, essa cela un segreto, pronto a rivelarsi in una "metamorfosi", un "cambio di forma", che è l'originale greco tradotto con "trasfigurazione". L'evento prodigioso al quale i tre apostoli più intimi di Gesù stavano assistendo affermava che soggiace in ciascuno un'identità nascosta, una "forma" diversa da quella che appare ogni giorno. Ma non basta! La trasfigurazione di Gesù desta la storia, risveglia le profezie che sembravano assopite nel ricordo: infatti, "ecco, apparvero Mosè ed Elia che conversavano con Lui". Il destino di tutta la storia della salvezza, il compimento di tutte le Scritture era quel volto radiante e quelle vesti candide. Ciò significa che il destino di ogni evento della vita e il compimento dell'annuncio della Chiesa è la nostra "trasfigurazione". Il "cambio di forma" è la chiamata che ci ha raggiunto, e la nuova forma di essere, ovvero di pensare, di vedere le cose, di parlare, di agire, è l'opera che Dio vuol fare con ciascuno di noi. La "trasfigurazione" è il passaggio dalle nostre opere alle opere di Dio. Un mondo rovesciato, dunque, proprio come scriveva Chesterton a proposito di San Francesco, il santo nel quale si è compiuta al meglio la "trasfigurazione": "Se in uno dei suoi strani sogni san Francesco avesse visto la città di Assisi capovolta, sarebbe stata perfettamente uguale a se stessa, tranne che per il fatto di essere capovolta... San Francesco avrebbe potuto amare la sua cittadina quanto l’amava prima, o forse anche di più; ma pur amandola di più, l’essenza del suo amore sarebbe stata diversa. Avrebbe potuto vedere e amare ogni tegola dei tetti spioventi e ogni uccello posato sui bastioni, ma li avrebbe visti in una prospettiva nuova e soprannaturale di costante pericolo e dipendenza. Invece di essere semplicemente fiero della sua città perché forte e salda, avrebbe ringraziato Dio onnipotente perché non l’aveva lasciata cadere, avrebbe ringraziato Dio perché non lasciava cadere l’intero cosmo come un vaso di cristallo che si infrangesse in una miriade di stelle cadenti". Così anche i tre apostoli avevano visto la realtà da una "nuova prospettiva soprannaturale e di grande pericolo": erano ebrei, e per questo portavano dentro l'esperienza della precarietà vissuta nel deserto, dove "Dio onnipotente non aveva lasciato cadere" il Popolo. Per questo, di fronte a quel rovesciamento di prospettiva, è risuonata in loro la Pasqua, e il "cambiamento di forma" di cui Israele aveva esperienza: dalla schiavitù alla libertà, dalla sottomissione al giogo del faraone al cammino nel deserto sino alla libertà della Terra promessa. E, al centro di quell'esperienza, il Sinai e il dono della Legge, perché fosse osservata da un popolo diverso da tutti gli altri. 

Per un ebreo, quel cammino di libertà abbracciato alla Torah era la "bellezza". Per questo Pietro dice a Gesù: "Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia". Non era semplicemente un voler catturare quel momento estatico. Pietro intuiva che ciò che stava accadendo aveva relazione con l'esperienza del suo popolo, per questo vorrebbe costruire tre "capanne", come ogni ebreo fa durante la festa di Succot, Le tende, o capanne, infatti sono il segno della permanenza del popolo nel deserto. E proprio in quel momento, quando cioè Pietro ha intuito cosa stava accadendo, mentre "stava ancora parlando, una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo»". Dalla stessa "nube" che aveva guidato gli israeliti durante i quarant'anni dell'Esodo, la voce del Padre ripete agli Apostoli quello che aveva annunciato nel deserto: "Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!". Tra una mormorazione e l'altra, tra le maglie di una debolezza infinita, ogni ebreo aveva fatto l'incomparabile esperienza di poter (e dover) vivere del solo cibo della Parola di Dio, capace di trasformare la roccia in acqua. Pietro, attento ai segni come ogni buon ebreo, aveva saputo riconoscere in quell'evento il compimento dell'Esodo del suo Popolo; su quel Monte Dio aveva di nuovo parlato, ed era di una "bellezza" mai contemplata. Era "bello" quel momento, era "bello" starci dentro, ma che schianto... L'urto di quell'epifania non poteva non stordire le povere carni degli apostoli. In un momento era apparsa dinanzi a loro la visione della Verità, di ciò che di autentico, glorioso, ovvero di peso, consistente, si cela nella realtà. Ma ciò significava anche "precarietà", la stessa vissuta dal popolo nel deserto, identica a quella di Assisi rovesciata, "in costante pericolo e dipendenza". Vivere una vita trasfigurata contempla anche accettare la propria debolezza, e la "dipendenza" da Dio. Essere cristiani significa essere istante dopo istante "appesi" al Cielo, perché i "pericoli" sono "costanti". E il filo che ci lega al Padre, quello al quale siamo "appesi" per vivere in pienezza ogni frammento della nostra vita, è l"ascolto" del Figlio amato di Dio. Non c'è altro cammino sul quale trasfigurare la nostra realtà in un0identità celeste, in un amore oltre la morte, che "ascoltare" Cristo. Sul Tabor iniziava per gli apostoli, come per ciascuno di noi, un cammino nuovo, che li avrebbe condotti con Gesù al Calvario. Un altro Monte, dove si sarebbe compiuto il rovesciamento di ogni realtà, la trasfigurazione della morte in un'esplosione di luce. E' il cammino che Dio ha preparato anche per noi nella Chiesa. Essa è la Madre di ogni trasfigurazione, perché nel suo seno si compie il mistero accaduto sul Tabor. In essa possiamo "ascoltare" le Parole del Figlio che "cambiano forma" al nostro essere, sino a farci "brillare come il sole", rivestiti delle vesti battesimali "candide" di misericordia. Coraggio, il Signore si "avvicina" a noi anche oggi, e ci "tocca", attraverso i sacramenti. E ci dice di "alzarci, di risuscitare e di non temere". E' questa la "trasfigurazione" che ci attende: risorgere dalla morte dei nostri peccati, dalla schiavitù alla menzogna, alla concupiscenza, all'egoismo, per essere trasformati in puro amore. Siamo chiamati a vivere come uomini trasformati dalla Grazia, che camminano nel mondo a testa in giù, indicando a tutti dove guardare: al Cielo, dove ogni uomo è appeso pur non sapendolo. Basta mostrarglielo, come ha fatto Gesù ai suoi apostoli. 



Venerdì della XVII settimana del Tempo Ordinario


αποφθεγμα Apoftegma

Non è questi il figlio di Giuseppe, il carpentiere?” 
Questo appunto dicevano i Giudei increduli per diminuire il Figlio di Dio, 
perché lo credevano figlio di un carpentiere. 
Ma, talvolta, l’iniquità, a sua insaputa, suole riuscire profetica. 
Veramente il Signore e Salvatore nostro era figlio di un carpentiere, 
ma di quel carpentiere, cioè di Dio Padre, che per mezzo del medesimo Figlio 
si è degnato di creare il cielo e la terra e tutto l’universo. 
Questo è il figlio del carpentiere, che per piantare il ferro nel legno 
allo scopo di lavorare i cuori dei credenti, 
si degnò di essere appeso in croce. 
Senza dubbio, davvero figlio del carpentiere, 
perché col fuoco spirituale rammollì i cuori degli uomini come ferro, 
per chiamarli alla grazia della sua fede. 
Infatti il carpentiere suole rammollire il ferro col fuoco.

Cromazio di Aquileia








L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Matteo 13,54-58.
In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. 
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.



LA SAPIENZA DEL PROFETA SMASCHERA L'INCREDULITA' NASCOSTA NELLO SCANDALO E NEL RIFIUTO PER OFFRIRCI LA POSSIBILITA' DI CONVERTIRCI E GESU' POSSA OPERARE MIRACOLI IN NOI

Gesù viene oggi a Nazaret, la sua patria. Viene cioè nelle nostre città, nei nostri quartieri, nei luoghi che frequentiamo ogni giorno. Viene perché “colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine”. Ciò significa che anche oggi abbiamo bisogno di nuovo di essere messi da parte, strappati al mondo, alla carne e al demonio che ci seducono per non farci vivere secondo la volontà di Dio che ci ha scelti ed eletti per essere suoi figli. Eppure può succedere come quel giorno a Nazaret, e chissà quante volte è già accaduto… Possiamo cioè “scandalizzarci” del fatto che, “per ridurre all’impotenza il demonio” e farci figli del suo stesso Padre, Gesù “divenga partecipe” oggi della nostra carne e del nostro sangue. E’ difficile infatti imbattersi in un amore così e non inciampare sulla sua gratuità. Nessuno si è fatto mai compatriota dei nostri fallimenti. Nessuno ci ha amato sino a farsi peccato, sino a condividere le conseguenze dei nostri peccati. Non a caso nel parallelo di Luca la scena del rifiuto si svolge in sinagoga, dopo che Gesù aveva annunciato solennemente che proprio in quel giorno si stavano compiendo le profezie che Egli stesso aveva proclamato. Gesù, il loro compatriota, era il Vangelo fatto carne, lì, in quel momento, per loro. E che dicevano le profezie? Annunciavano la libertà! L'uomo nuovo che rinasce dal battesimo. Gesù è "venuto nella sua patria" per spalancare le porte sprangate che la chiudevano nella schiavitù della paura della morte. Gesù è venuto per strappare ai confini terreni e carnali la sua patria, e quindi quella di ogni uomo; per demolire le barriere della morte che limitano e rinserrano ogni rapporto nell'egoismo e nella concupiscenza. Come accade sovente anche a noi, in un primo momento la "gente" di Nazaret si "stupisce" per gli "insegnamenti" di Gesù. Non parlava, infatti, come i loro scribi, e aveva una "sapienza" e un potere di compiere "miracoli" che non avevano mai visto. Ma ai loro occhi era come se quella sua eccezionalità straripasse dalla sua carne, era impossibile che quell'uomo che aveva vissuto con loro tanto tempo potesse contenerla; già, "da dove gli veniva"? Gli veniva dallo stesso Cielo dal quale i cristiani, i nuovi compatrioti, avrebbero ricevuto in dono lo Spirito Santo; gli "veniva" dalla "patria" che è madre di tutte le patrie, dalla Gerusalemme celeste; gli "veniva" dal Padre, dal quale ogni paternità, e quindi ogni patria prende origine. E perché Nazaret fosse accolta nella paternità divina, perché tutte le patrie degli uomini diventassero parte della Patria celeste, Gesù è "venuto" a prendersi il rifiuto dei suoi patrioti. Per renderli figli di Dio e così fratelli oltre la carne, ha lasciato che il peccato lo uccidesse nella carne. Per liberarli e introdurli nella vita nuova "è divenuto partecipe della loro carne e del loro sangue" con cui è entrato nella morte, e con cui ne è uscito vittorioso. Per salvarci ha assunto su di sé le invidie, le gelosie, le meschinerie che ci avvelenano la vita; si è fatto peccato, peccato nella carne, nella famiglia, nei rapporti dove tutti inciampiamo. Ha lasciato che il peccato originale, consumato non a caso da due sposi, lo deponesse nella tomba. Ma è risorto, per fare di ogni peccatore la sua sposa senza macchia né ruga, perché ogni legame bloccato dal peccato e dalla paura, potesse ritrovare la libertà dell'amore autentico, libero e nella verità. 


La sua "venuta" a Nazaret è identica alla sua "venuta" nella nostra vita, per scendere nelle profondità del peccato nel quale ci ha concepito la nostra madre nella carne. A Nazaret va in scena tutta la nostra vita, quella di ogni giorno, fatta di piccole e semplici cose, ma segnata dal peccato originale. Anche noi abbiamo bisogno di un messia che si infili nella quotidianità. Ed è necessario anche lo scandalo di fronte alla normalità del suo amore. Tanto il demonio ci ha fatto credere speciali, praticamente come Dio, che ormai sappiamo immaginarci la salvezza, la felicità, la svolta nella vita "venire" solo attraverso chissà quale effetto speciale. Mai e poi mai Gesù il Messia "verrà" dalla Nazaret che conosciamo bene, dal marito, dalla moglie, dai figli, dai fratelli, dal lavoro di ogni giorno, a casa tra pranzi, cene e pannolini, o in ufficio, snervante, deprimente; mai da un malattia, da un fallimento amoroso, da un licenziamento. No, siamo certi che la salvezza ci verrà da un fatto capace di cambiare radicalmente le nostre esistenze. E invece Gesù "viene" proprio da Nazaret, da quello che non accettiamo e che vorremmo cambiare. "Viene" da Nazaret per tornare a Nazaret; "viene" dalla nostra stessa carne, per "venire" alla nostra carne e deporvi un seme di Cielo. "Viene" da Nazaret ma "viene" anche dal Cielo, per trasformare le nostre Nazaret in meravigliose città celesti. Così è nata la Chiesa, così rinascerà la tua famiglia, simile alla santa Famiglia di Nazaret. Gesù, infatti, non "viene" a cambiarne le mura, le vie, le case, i negozi... Il tuo carattere e quello dell'altro probabilmente non cambierà di una virgola, perché il Messia "viene" a trasformare dal di dentro le relazioni, il cuore dei suoi abitanti. "Viene" a darci un cuore nuovo, capace di amare e accogliere l'altro come il Messia inviato alla nostra vita. Gesù, infatti, doveva redimere l'ordinario, perché lo straordinario non esiste, è figlio della menzogna del demonio: noi non siamo diventati come Dio, per questo Dio si è fatto uomo. Ci scandalizzerà ancora che il Messia entri dalla porta di servizio, ma l'unica verità è che siamo tutti lì, a Nazaret... Lui non si è "scandalizzato" di te, perché tu ti scandalizzi di Lui? Perché non ti accetti, non sopporti le debolezze, la precarietà spirituale... E così ti scandalizzi degli altri, e di Lui, che invece di fare il miracolo di cambiarti si fa come te... E non capiamo che è per farci, poco a poco, come Lui, lasciando intatta la nostra fragilità. Per questo, confessiamolo, è già successo, vero? che "a causa della nostra incredulità, non ha potuto fare molti prodigi"... Lo abbiamo "disprezzato" e rifiutato proprio perché si è presentato come uno di noi: un povero prete, un catechista a cui non daresti due lire; o nella carne di chi ti è accanto. Non abbiamo ascoltato le sue "profezie" perché risuonavano nelle voci che ci siamo illusi di conoscere molto bene. Ma oggi di nuovo Gesù ci annuncia una "profezia", coraggio! Guardati intorno, ti dice, guarda al più piccolo di casa, come Samuele guardò a Davide. Scruta ciò che sembra non avere valore, perché è lì che risplende la vita divina nella carne umiliata di Cristo. Così è nella storia, dove si incarna nei più poveri, negli ultimi, in quelli che il mondo neanche guarda più. Così oggi busserà alla tua porta, come Lazzaro piagato giaceva sull'uscio del ricco epulone. Lo aveva ben compreso San Francesco, che non a caso inviò Frate Rufino a predicare nudo nel Duomo di Assisi, episodio ritratto magistralmente da Liliana Cavani. La misura della fede emergeva dall'accoglienza di quell'uomo inerme, completamente nudo. Era Cristo "venuto" nella Chiesa, era il Servo di Yahwé che tutti erano capaci di venerare nelle immagini scolpite ma che rifiutavano se "veniva" loro a "insegnare" in carne e ossa di povero e ultimo. Purtroppo accade ancora oggi nella Chiesa, quando parroci e fedeli rifiutano i doni dello Spirito Santo, i carismi che Dio dona incartandoli nella carne dei loro fratelli; deboli, fragili, magari laici e non sacerdoti, e per questo disprezzati, perché è ancora vero che "un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua". E in quelle parrocchie Dio non può compiere i "molti prodigi" che avrebbe voluto compiere... E' un mistero, ma è così, profetizzato duemila anni fa da Gesù, che lo aveva vissuto in persona. Ah l'incredulità dei pii... E' puro diserbante sparso nelle comunità... E così nelle nostre case, dove amiamo e accogliamo sin tanto che l'altro non ci si presenta nudo, ferito, piagato dai propri peccati, dalla debolezza, dagli errori. Apri gli occhi del cuore allora, e guarda bene, sei tu quell'uomo ferito, è il tuo matrimonio, la tua storia, ed è Lui che "viene" ancora per salvarti. E' Lu che ti parla, è Cristo vivo in tuo marito, in tua moglie, in tuo figlio. E ti sta "insegnando" a spogliarti dell'uomo vecchio gettandolo nella misericordia di Dio; le relazioni difficili ci stanno "ammaestrando" nell'umiltà, spingendoci a chiedere aiuto alla Chiesa. Abbiamo rifiutato tante volte il Signore, scappando dalla Croce. Ebbene oggi ci è offerta una nuova possibilità: accogliamolo nella carne, anche nei difetti dei fratelli. Lui ha già rotto ogni muro che ci separa da loro. Basta aprire un pochino il cuore e lasciare che Lui compia in noi il "prodigio" della sua "sapienza" crocifissa. Allora ci farà stendere le braccia con Lui per amare, perdonare, e offrirci liberamente, senza esigere, senza usare dell'altro; allora vedremo la nostra Nazaret tingersi di Cielo. 





Mercoledì della XVII settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

Non si può rimanere nell’amore a se stessi 
senza che Cristo sia una presenza 
come è una presenza una madre per il bambino. 
Senza che Cristo sia presenza ora – ora! -, 
io non posso amarmi ora e non posso amare te ora.

Mons. Luigi Giussani









L'ANNUNCIO
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 13,44-46. 

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo. 
Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra». 







SIAMO LE PERLE PREZIOSE DEL TESORO NASCOSTO NELLA TOMBA TROVATO E RISUSCITATO DAL SIGNORE
Le parabole di oggi ci parlano della gioia di chi ha incontrato l’Amato che aspettava da sempre, che per primo ha ritrovato il suo tesoro e la sua perla che siamo ciascuno di noi. Solo Lui infatti ha saputo vedere il valore inestimabile in noi seppelliti nella terra, sperduti forse nel negozio di un rigattiere di chissà quale paesello, in mezzo a roba vecchia e arrugginita. E per comprare il campo della nostra storia con tutti i peccati e gli errori dove è la tomba delle nostre speranze, ha dato tutto se stesso. Per comprare la perla ha versato il suo sangue. Per strapparci al mare della morte e della menzogna ha gettato dalla Croce la rete della sua carne sulla quale ha pescato i detriti dei nostri fallimenti. L'averci trovato come il Buon Pastore che ha trovato e salvato la pecora perduta, è la sua gioia, quella provata nel rivedere i suoi apostoli la sera di Pasqua. Questa stessa gioia è diventata la loro nel rivedere, vittorioso e splendente, il volto del Maestro; le sue piaghe gloriose erano il segno del Pastore che li aveva ritrovati e perdonati dopo il tradimento. Per questa gioia che sperimentiamo nella Chiesa, possiamo discernere tutto ciò che, nella nostra vita, cerca di strapparcela. Per chi l'ha sperimentata non c'è paragone tra Cristo e gli idoli del mondo. Con Lui torniamo ad essere il tesoro creato da Dio, dal quale risplende la vita eterna che dà valore al campo che è la nostra storia, passata, presente e futura. Allora, mossi dalla gioia, possiamo vendere tutta la zavorra che appesantisce il nostro cammino e ci impedisce di entrare già oggi nel Regno, e sperimentare così che esso è davvero dentro di noi, nella beatitudine dei poveri spogliati di ogni vanagloria umana, ai quali il Regno appartiene. Perché sulla Croce piantata nel campo della nostra vita di ogni giorno risplende la Gloria di Cristo risorto che dà valore infinito a ogni suo frammento.



COMMENTO COMPLETO


Sia come sia, oggi è un giorno fantastico. Qualcuno si è innamorato follemente di ciascuno di noi. Qualcuno ci ha "cercato", ci ha ardentemente desiderato, ci ha trovato laddove eravamo, nascosti e impauriti. Ci ha amato di un amore sconosciuto. Qualcuno "ha gioito" al vederci. E, pieno di quella gioia, "ha venduto tutto per acquistare noi". Per te e per me, per ogni uomo della terra, ha dato tutto se stesso: la propria vita, il proprio sangue, sino all'ultima goccia. Questo Qualcuno è Gesù, che ha visto in te e in me il suo tesoro, la sua perla preziosissima. Ai suoi occhi, infatti, siamo la sua amata perfetta, la sua colomba, e desidera poter saziarsi del nostro sguardo, ascoltare la nostra voce, e farci felici. 
Eccolo anche oggi cercarci appassionato e venirci incontro come lo Sposo del Cantico dei Cantici, sporcarsi per noi, scendere sino al giardino nel quale ci siamo nascosti, nelle nostre ore che ci appaiono sempre uguali, nel grigio di relazioni trascinate, nell'insignificanza di un lavoro che non ci soddisfa, di un'estate forse obbligata in città, al capezzale di un'amicizia evaporata. Ecco l'Amato scendere nel "suo giardino" di delizie, il "campo" che ha acquistato al prezzo della sua vita, laddove è stato crocifisso, sepolto ed è risorto. Il suo giardino che è oggi questa nostra vita, questa nostra storia per la quale forse mormoriamo, che non accettiamo, che vorremmo correggere, limare, imbellire. Ecco l'Amato "scavare" nella fossa dove siamo precipitati, la stessa nella quale è stato sepolto come un seme piccolissimo. Lui, esperto rabdomante dell'anima, ci scova negli angoli più bui, nelle solitudini più tristi, laddove ci siamo rintanati per piangere, per accarezzarci le disillusioni e i sogni infranti, per coccolarci il cuore ferito. E' l'amore dell'Amato che sente il profumo dell'amata a distanza siderale. Per Lui il nostro odore è comunque un profumo soave e inconfondibile, anche se confuso tra mille altri odori e sapori, anche in mezzo al fetore acre di spazzatura e cibo andato a male, tra la corruzione e la perversione di una vita ricevuta come un fiore pronto a sbocciare e sprecata nelle spirali dell'egoismo. Incontrarci è la sua gioia, salvarci e amarci è il suo unico desiderio, l'essenza della sua natura. Eccolo allora entrare anche oggi nelle nostre angosce, attraverso il mistero di fatti che forse non comprendiamo, le parole sarcastiche di chi ci è accanto; la Chiesa ci annuncia oggi che in ogni evento e persona è Lui che ci ama di amore gelosissimo, e per questo "scava" intorno a noi una fossa che ci illumini sulla vanità di ogni affetto che non abbia in Lui l'inizio e il compimento. Il suo amore ci strappa dall'effimero al quale restiamo abbracciati, come un bimbo al suo orsacchiotto. Ma gli idoli hanno bocca e non parlano hanno orecchi e non sentono, hanno mani e non palpano. Gli idoli ci trasformano in ciò che essi sono, burattini nelle mani di un altro, il nemico della nostra felicità. Ma Gesù viene sempre con misericordia, perché non ci giudica e ha deciso, anche oggi, di tirarci fuori dai pasticci che sono le conseguenze dei nostri peccati; viene a fare di noi, Pinocchi capricciosi e senza spina dorsale, delle persone vive. Viene a trarci dalle fauci della balena, proprio come accadde a Pinocchio: ci strappa dalla morte per insegnarci a vivere, ad entrare nella realtà e curare l'orto e guadagnarci da vivere e accudire Geppetto, ovvero amare chi ci è accanto, spendendo noi stessi per loro. Sì, il Signore viene a "scavare" nella nostra tomba, ci "trova" e ci prende tra le mani, mette il suo sigillo sulla nostra vita, ci "nasconde di nuovo" laddove eravamo, ma non è più la stessa cosa. 



Lui ormai ci ha "trovato", siamo il suo tesoro! Siamo ancora laddove Egli ci ha "trovato", ma il tempo che si è inaugurato dall'incontro con Lui, dall'ascolto della predicazione nella Chiesa, è impregnato del suo amore; è "contemporaneo" all'offerta di se stesso per noi, è come assorbito nel suo Mistero Pasquale, è già un tempo redento, il primo passo per essere immersi nell'acqua che ci farà rinascere a vita nuova. Per questo, misteriosamente, il nostro restare nella terra in attesa di Lui, diviene il tempo fecondo della conversione: mentre Gesù va a dare la sua vita per noi, sperimentiamo il prezzo del suo amore nella nostra vita. E' un'immagine del catecumenato, dell'iniziazione cristiana, del tempo nel quale sperimentare il potere del suo amore nella nostra debolezza. Nella terra in cui siamo "nascosti di nuovo" cresce "il tesoro" della fede che dà valore a tutto il "campo" che è la nostra vita, e non solo, ma anche quella di coloro che ci sono affidati. E' molto importante questo "nascondere"; Gesù ci ha "nascosto" nelle viscere della Chiesa per proteggere la sua opera in noi. Per questo anche noi dobbiamo imparare a saperci "nascondere", a proteggere le Grazie che il Signore ci dona. A non vantarci di nulla, a non dimenticare che tutto il bene che nasce in noi è frutto della gratuità del suo amore, come fece San Francesco che "Cercava con ogni cura di nascondere nel segreto del suo cuore i doni del Signore, perché non voleva che, se gli erano occasione di gloria umana, gli fossero pure causa di rovina”. Anche noi, che siamo chiamati come lui a ricevere le stigmate dell'amore di Cristo, a essere trasformati in Lui e in Lui a vivere crocifissi, dobbiamo imparare da ciò che fece Francesco dopo l'episodio de La Verna: "E diceva spesso: «Il mio segreto è per me, il mio segreto è di Dio! Beato quel servo che custodisce nel suo cuore i segreti del Gran Re!». Aveva sperimentato quanto è nocivo all'anima comunicare tutto a tutti. E sapeva che "non può essere uomo spirituale colui che non possiede nel suo spirito segreti più numerosi e più profondi di quelli che potevano essere letti sul viso e conosciuti e giudicati dagli altri". E ciò è possibile solo se resteremo uniti alla Chiesa, dove pregare e ascoltare assiduamente la Parola e nutrirci dei sacramenti. Difendere il "tesoro" è difendere Cristo in noi, il bene più grande, l'unico, nel quale possiamo partecipare della sua stessa gioia. Gioire in essa è gioire per quello che siamo, per l'amore con il quale siamo amati; e ci fa entrare in una verità che distrugge perfezionismo, moralismo e orgoglio. Gioia vera, umiltà autentica. Siamo nulla, deboli, fragili, peccatori ma un tesoro è nascosto in noi. Solo il suo sguardo pieno di compassione è capace di trarlo alla luce, perché tra le sue mani creatrici, risplenda del suo valore, l'infinito valore della sua immagine impressa in ciascuno di noi, lavata e restaurata dal suo sangue, e riportata alla luce dalla sua resurrezione.  Per questo il Signore ha comprato "tutto il campo", non solo quell'appezzamento dove ha individuato il tesoro. Tutta la nostra storia, tutto di noi è oggetto delle sue attenzioni, del suo amore. Nulla in noi è da buttare, nulla nella nostra storia è stato, è e sarà senza senso.Ci ha amati per trasformarci in Lui, e continuare ad amare, in noi, ogni peccatore. Siamo un "tesoro" destinato a tutti i poveri della terra. Capito? Per questo la gioia di Cristo è così grande: perché ci amati come se fossimo gli unici al mondo, ma contemporaneamente ha visto in noi il suo tesoro da regalare a chi nulla ha, le infinite grazie con le quali ci colma perché giunga il suo amore a chi non lo ha conosciuto o ha perduto la sua amicizia. Quante volte ci disprezziamo, ci buttiamo via e pensiamo male di noi stessi, del nostro fisico, del nostro carattere, delle nostre storie. Disprezziamo ciò che per Gesù ha un valore immenso, anche i difetti, che tra le sue mani brillano come perle preziosissime, anche i peccati che Lui ha perdonato, destinati ad essere un segno di speranza per il mondo, per chi ci è accanto. Mentre noi vorremmo cancellare quanto di più prezioso il Signore ha voluto riscattare e fare suo. Ecco la radice di tante nostre sofferenze: guardarci con occhi diversi da quelli con i quali ci guarda Gesù. Se avessimo oggi il suo sguardo su di noi, la sua pazienza, la sua misericordia, il suo amore.... Abbiamo "cercato" tanto, come il "cercatore di perle", il senso della nostra vita. Tutta la vita è un "andare in cerca" di perle preziose: l'amicizia, gli affetti, il lavoro, lo studio, il matrimonio, i figli, la musica, le montagne e il mare, anche una partita di calcio. Ma, trovatele, non ci saziano. Continuiamo il viaggio, perché noi abbiamo bisogno della "perla di grande valore", come il Padre, dopo aver creato l'universo ha avuto bisogno di creare l'uomo per riversarvi il suo amore e donargli tutto il creato; come Cristo ha avuto bisogno di noi per compiere la sua vita e amarci sino alla fine S', alla fine del suo viaggio ha "trovato" noi, e pieno di gioia ha lasciato che lo spogliassero di tutto. Aveva "trovato" te e me, capito? a nulla gli serviva tutto il resto, perfino la sua dignità di Figlio di Dio ha abbandonato, pur di salvare te e me e farci suoi per sempre. E per questo ha ritrovato, insieme a noi, la sua dignità, e il Cielo, e la vita che non muore! Per questo "trovare la perla di grande valore" che è Cristo è la pienezza della gioia! Nulla le si può paragonare. Tutto di noi tendeva ad essa. Tutto di noi anelava a Cristo. E la cosa sorprendente è che "trovare" la perla significa proprio farsi trovare da Lui. La possiamo "trovare" perché Lui ha trovato noi. Lasciamoci amare allora, oggi. Lasciamoci riscattare, riconciliare, rigenerare. L'incontro con questo amore ci farà liberi, schiavi di tutti perché liberi da tutti. Colmi di un tale amore venderemo tutto a nostra volta, e non sarà sacrificio, e non sarà un semplice commercio di cose sante, religiosità del dare e avere destinata alla delusione. Sarà amore, quello autentico che sa e può camminare nella notte oscura dove tutto, dinanzi al Signore, perde il falso valore per acquistarne il giusto. Per questo sarà naturale non anteporre nulla all'amore di Cristo, e dare tutto perché Lui ci ha dato tutto se stesso. Come non annunciarlo a tutti, uscire per le strade, le piazze, ovunque, e gridare la gioia di un incontro, l'unico, capace di salvare, colmare, ridare vita, valore, senso e pienezza a ogni centimetro della vita di ogni uomo? Chi ha incontrato l'Amato non può più essere indifferente, è trasformato in un cercatore di tesori tra i campi del mondo, in famiglia innanzitutto, nel campo del marito e della moglie, dei figli e dei suoceri, e poi al lavoro, a scuola; ovunque c'è un pezzo di terra da "scavare" con l'annuncio del Vangelo, e dare per esso la nostra stessa vita, per riconsegnare alla luce della Vita i forzieri nascosti dalla malvagità del nemico. E' questo il mistero gioioso del Regno al quale siamo chiamati, la missione della Chiesa che ci ha accolto come il tesoro più prezioso del suo Amato.  








Martedì della XVII settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

"Ecclesia... Sancta simul et semper purificanda, 
poenitentiam et renovationem continuo prosequitur", 
è nello stesso tempo santa e ha bisogno, per essere santa, 
di purificazione e cammina sulla strada continua della penitenza, 
che è sempre la sua strada, 
e così trova sempre il rinnovo, sempre necessario.
La Chiesa del Signore, 
che è venuto a cercare i peccatori 
e ha mangiato alla tavola dei peccatori volutamente, 
non può essere una Chiesa fuori della realtà del peccato, 
ma è la Chiesa nella quale vi sono zizzania e grano.

Card. Joseph Ratzinger 





QUI UN ALTRO COMMENTO






L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Matteo 13,36-43 

In quel tempo, Gesù congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». 
Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».







CON LA PAZIENZA DI CRISTO ACCANTO ALLA ZIZZANIA PER SALVARLA 

La Parabola della zizzania illumina la natura della Chiesa e l'identità dei cristiani: sono figli di un Regno che non è di questo mondo, dove si trovano gomito a gomito con la "zizzania", con i "figli del maligno". E qui Gesù precipita inesorabilmente nel politicamente e religiosamente scorrettissimi: esistono i figli del demonio. Cioè, coloro che ne compiono i desideri, che obbediscono a un padre che è nemico acerrimo di Dio. Sono assassini, e cercano di uccidere Cristo. Intorno a noi c'è il male perché esiste il demonio che, come annuncia l'Apocalisse, cerca il bambino per divorarlo, per farci cioè rinunciare alla primogenitura, all'immagine di Cristo in ciascuno di noi, figli del Regno. E gli attacchi non sono solo quelli del sesso, del denaro, del potere. Esistono i fendenti più subdoli, quelli con cui il demonio cerca di ancorare la menzogna nella mente attraverso l'evidente ragionevolezza della lotta all'ingiustizia. La parabola è come il bozzetto del quadro che Gesù stesso dipingerà con il colore del suo sangue. Con i tratteggi del grano e della zizzania il Signore stava profetizzando l'episodio che sarebbe andato in scena davanti a Pilato, anticipando indirettamente ai discepoli la domanda che il Procuratore avrebbe rivolto al Popolo: "chi volete che vi liberi, Gesù o Barabba?". Il grano o la zizzania? La Chiesa sarà sempre posta al fianco di Barabba, come ciascuno di noi, ogni giorno. E sempre seguirà le orme del suo Signore; di fronte al dilagare delle persecuzioni e del male, ascolterà di nuovo le parole che Gesù rivolse a Pietro nel Getsemani: "Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada; Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli? Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?" (Mt. 26, 52-54). Gesù sapeva infatti che quella "spada" era preparata per Lui, e non per quelli che lo volevano morto. Per Lui, l'unico "seme buono" che il Padre aveva seminato nel seno della Vergine Maria, l'unica "terra buona". Gesù sapeva che "proprio per quello era giunto a quell'ora", perché "se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Gv. 12, 24). Doveva portare frutto e moltiplicare il "seme buono": con la sua morte e la sua resurrezione, infatti, avrebbe seminato nel mondo i "figli del Regno", perché "completassero in loro quello che sarebbe mancato alla sua Passione" in ogni generazione, ovvero carne e sangue da versare per salvare il mondo, la Chiesa martire del suo amore. Sul Golgota era scesa, violenta la "spada" che doveva colpire e purificare il mondo giunto al "colmo delle sue malvagità". 






Ma il Golgota è preparato anche per noi, "figli del Regno" rinati dall'acqua e dal sangue zampillati dal costato di Cristo trafitto dalla "spada". Sappiamo bene che, giudei o greci non importa, tutti eravamo peccatori, "ma siamo stati lavati, santificati, giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!" (1 Cor 6,4). Per questo, anche per noi è pronto il flagello: proprio come la zizzania che cresce e si distende quasi a soffocare il grano, ci percuoteranno le ingiustizie, ci feriranno le calunnie con cui ci toglieranno l'onore, con l'inganno ci ruberanno quello che ci appartiene; perfino quelli di casa saranno i nostri nemici, e poi gli amici, i colleghi, i professori che vorranno imporre le loro vuote ideologie, e il governo che vorrà impedirci di annunciare la verità, e la cultura, e i media; esattamente come fu già contro Gesù, e, nei secoli, contro la sua Chiesa. Il mondo sceglierà ancora Barabba, e lo lascerà libero, illudendosi di avere ragione delle ingiustizie con la violenza. Gli aborti si moltiplicheranno, con i divorzi, le guerre e gli abomini. La "spada" giungerà ancora sulla terra, e colpirà i cristiani, come accadde a Nagasaki, dove la bomba atomica fu gettata attraverso l'unico spazio che s'era aperto tra le nuvole, e cadde proprio sul quartiere cristiano, distruggendo la cattedrale e mietendo migliaia di vittime. E' il Mistero Pasquale di Cristo nel quale siamo stati salvati e che si compirà in noi, perché la pazienza di Dio si estenda anche a tuo figlio, a quel collega che ha appena divorziato, a quella cugina che ha abortito, ai signori della guerra e ai mafiosi. La misericordia di Dio, infatti, ci ha "seminati nel campo" per "fiorire e fruttificare": è un immagine profetica del battesimo, "per mezzo del quale siamo stati sepolti con Cristo nella morte, e siamo risuscitati con Lui per camminare in una vita nuova" (Rm 6,4). La morte è vinta, esiste il Regno dei Cieli, ed esiste un giudizio! Il male non trionferà, non si scherza. Lo sappiamo per esperienza... Ma proprio perché scampati alla "spada" solo per la misericordia di Dio, siamo ora inviati ad annunciare e a testimoniare a tutti la stessa misericordia, prendendo su di noi i colpi della "spada", nella consapevolezza che "la nostra lotta non è contro le creature di sangue e di carne, ma contro il nemico" che ha seminato con la menzogna i suoi figli nel mondo. Fratelli, con questa parabola il Signore ci invita a tornare al nostro battesimo, per vivere intimamente uniti a Cristo. Mentre il mondo sradica ciò che secondo il suo pensiero avvelenato è zizzania, la Chiesa ama, sino alla fine. Anche oggi siamo inviati a non opporre resistenza "ai figli del maligno"; sì, non andrai a sradicare tuo figlio, né tuo marito, nessuno. Ma dovremo essere profondamente uniti al nostro Sposo, ascoltando la sua voce, nutrendoci della sua stessa vita, perché è l'unico modo per "crescere" nella fede e nell'amore accanto alla zizzania che "cresce" nell'idolatria e nel male, nell'attesa della "mietitura": "Gesù ci avverte che, dopo la semina fatta dal padrone, “mentre tutti dormivano” è intervenuto “il suo nemico”, che ha seminato l’erba cattiva. Questo significa che dobbiamo essere pronti a custodire la grazia ricevuta dal giorno del Battesimo, continuando ad alimentare la fede nel Signore, che impedisce al male di mettere radici. Sant’Agostino, commentando questa parabola, osserva che “molti prima sono zizzania e poi diventano buon grano” e aggiunge: “se costoro, quando sono cattivi, non venissero tollerati con pazienza, non giungerebbero al lodevole cambiamento” " (Benedetto XVI). Non scandalizzatevi, ma accogliete oggi questo "paradosso divino": il grano è accanto alla zizzania per proteggerla sino alla "fine del mondo", per dare, cioè, occasione di convertirsi ai "figli del maligno seminati dal diavolo". Perché, sino all'ultimo istante della loro vita, possano alzare lo sguardo e implorare la misericordia, quell'amore impresso nei fratelli di Cristo. I figli del regno, infatti, sono come il miele per le api, come la dolcezza dell'amore di Cristo tra i pungiglioni della morte che sono i peccati di ogni generazione. L'amore infinito che sperimentiamo nella comunità cristiana è come miele che cola dall'arnia della scuola, del lavoro, del condominio, del mercato; della malattia e della precarietà, di ogni istante che ci è donato. Miele dolcissimo, capace di salvare, per sempre, anche il peggior figlio del maligno, perché non cada nella fornace ardente ed eterna. Il miele di Cristo, che ci attrae e ricrea ogni istante.




QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI



VI CONSIGLIO IL FILM "BARABBA" DEL 1961 CON ANTHONY QUINN MOLTO BELLO 
(IDEALE DA VEDERE CON I FIGLI IN ESTATE)