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Martedì della XIV settimana del Tempo Ordinario


L'ascolto che scioglie la lingua per la lode





αποφθεγμα Apoftegma

La mia vita si è avvizzita come una ragnatela. 
Nel tempo dello sconforto e del turbamento, 
siamo divenuti come dei profughi, 
e i nostri anni si sono avvizziti 
sotto la miseria e le sventure.
Signore, eterna è la tua misericordia. 
O Cristo, che sei pura misericordia, 
donaci la tua grazia;
stendi la mano e vieni in aiuto 
a quanti sono tentati, tu che sei buono. 
Abbi pietà di tutti i tuoi figli 
e vieni in loro soccorso; 
dacci, Signore misericordioso, 
di ripararci all’ombra della tua protezione 
e di essere liberati dal male 
e dai seguaci del Maligno.

S. Efrem


"Un anziano diceva: «Tre poteri di Satana precedono tutti i peccati: il primo è l'oblio, il secondo la negligenza, il terzo la cupidigia. Difatti, dall'oblio nasce la negligenza, dalla negligenza la cupidigia, e questa fa cadere l'uomo. Ma se l'anima è abbastanza attenta da scacciare l'oblio, non giungerà alla negligenza, se non è negligente non sentirà la cupidigia, e se non ha la cupidigia mai peccherà»". Mutismo e malinconia nascono dunque dall'oblio, dal dimenticare le opere d'amore compiute da Dio nella nostra vita: sono segni di un cuore "stanco e sfinito" di rincorrere esiti mai raggiunti perché ha smarrito l'amore; per se stesso innanzi tutto, in cui non trova nulla di affascinante e appassionante, speranze evaporate nei fallimenti di relazioni e progetti. E per l'altro, e quindi per ogni attività intrapresa. Ma proprio i cuori stretti nella solitudine sono la "messe" di Dio che, purtroppo, così "pochi operai" sanno riconoscere come tale; quanti farisei intorno e dentro di noi, quanti ipocriti che, ciechi su se stessi e sull'amore di Dio, scambiano il bene con il male, l'opera di Gesù con quella del "principe dei demoni". Quanti si affannano a curare l'esterno della coppa, e lasciano l'interno pieno di corruzione, a volte anche nella Chiesa... Infatti, è proprio di chi ha perduto il discernimento che nasce dalla misericordia, scambiare Dio per il demonio; e quando questo avviene si sbaglia l'approccio al fratello, e la cura della sua malattia sarà sempre un palliativo che non risolve. Ma ogni uomo, anche tu ed io come la moglie, il marito e i figli, i colleghi e chi incontriamo sulla metropolitana, è parte della "messe" di Dio, proprietà di Colui che lo ha creato a sua immagine e somiglianza. Per questo è necessario che, sulle strade d'ogni generazione e di ogni luogo, corrano con urgenza i piedi degli "operai" annunciatori del Vangelo del Regno che operino il compimento dell'opera di Dio. La predicazione è, infatti, la rugiada della compassione di Dio, le viscere di misericordia che generano la fede, danno sostanza alla speranza, muovono alla carità. L'annuncio del Vangelo è la raccolta instancabile dei frutti che scaturiscono dalla "messe". Muti possiamo essere dischiusi alla parola, alla relazione e all'amore solo dalla Parola "stolta" e semplice del Vangelo.

L'annuncio del Vangelo che bussa al nostro cuore è l'autentico Shabbat, il giorno del riposo che completa in noi l'opera che Dio ha iniziato creandoci. E' il settimo giorno, quello in cui Dio riposa e al quale ci chiama a partecipare, quando i mietitori possono rallegrarsi insieme a chi ha seminato; gli "operai" infatti subentrano nel lavoro e nella fatica del Seminatore fatto seme fecondo nelle viscere della terra. Per questo, quando si evangelizza, si entra nel giorno del riposo: le fatiche dell'apostolo sono pura gioia e moltiplicano le forze perché si tratta di raccogliere il frutto dell'amore sino alla fine di Gesù. Nell'incontro della sua Parola con il nostro mutismo, infatti, si compie la ricreazione, ed ecco ciascuno di noi ridiviene "cosa molto buona". Shabbat porta a compimento la messe di Dio, il gregge ritrova il suo Pastore che lo conduce ai pascoli del riposo, la memoria vince l'oblio come accaduto al figliol prodigo, l'attenzione e l'amore prendono il posto dell'egoismo e dell'indifferenza. Per credere, il mondo ha bisogno di vedere il perdono che rigenera, che è proprio ciò di cui "non si è mai visto di simile in Israele", nel nostro quartiere e in ogni angolo della terra. Per Israele Shabbat è la sposa da accogliere con onore e unzione. Ebbene, le viscere materne di Dio rivelate nella "compassione" del suo Figlio ci raggiungono oggi come la sposa che, in tutto, abbiamo atteso, l'aiuto simile a noi, l'Eva tratta dalla nostra stessa costola, il luogo ove riposare e deporre il nostro desiderio d'amare senza il timore che tutto si estingua nel volgere di un giorno.  E' la carne di Cristo che ha preso su di sé ogni nostra sofferenza, che ha vinto la morte che ci assedia e ci ammutolisce, la sua Parola nella carne e nella parola dei suoi messaggeri, "gli operai" della messe di Dio inviati a scacciare satana dal cuore degli uomini. Gesù cerca i nostri silenzi sanguinanti per colmarli delle sue parole di misericordia. Oggi la sua "compassione" è la nostra guarigione. Il suo amore senza condizioni anche oggi caccia dal nostro cuore il principe del silenzio, smascherando con la Parola le sue menzogne. Abbandoniamoci a Lui, consegniamogli malinconia e orgoglio, e lasciamoci amare, per correre nel mare della morte ad accogliere e prendere sulle spalle i naufraghi in cerca di pace, magari proprio quando, sporco e affamato, uno di loro si fa carne nel figlio ribelle o nel collega invidioso: "La tua volontà sia davanti a Te, Dio dei cieli, siano ascoltati e evangelizzati buoni vangeli, vangeli di salvezza, di conforto e consolazione dai quattro angoli della terra" (Liturgia di Shabbat per l'annuncio del mese, Rosh Odesh).




Lunedì della XIV settimana del Tempo Ordinario


Le frange e l'umiltà che ci salvano





αποφθεγμα Apoftegma


Allora la forza della domanda è l’altro che è presente, non tu. 
È questa la differenza tra tutta la grandezza d’animo dell’uomo 
– sia epicureo che stoico, secondo le varie versioni – e il cristiano. 
Per l’uomo normale quello che è importante è ciò che è capace di fare, 
capace di superare lui (stoico o epicureo). 
E per il cristiano… è come un bambino: 
è tutto teso alla presenza della madre, del padre, dell’altro. 
È la forza di Dio. 

Mons. Luigi Giussani, Una presenza che cambia



Anche noi siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio, ma siamo diventati figli del demonio. Come la figlia di "uno dei capi", come l'emorroissa, due donne, e non è un caso. Come Eva, abbordate e sedotte dal principe della morte, sono immagine di nostra madre, che ci ha concepito nel peccato. Una "è morta proprio ora", come la tua anima forse, come la relazione con tuo padre o con tuo cugino; l'altra erano "dodici anni che soffriva d'emorragia", dodici anni, l'età nella quale, secondo l'halakhah (la via ebraica alla vita, la tradizione normativa) una ragazza raggiungeva la maturità legale, ed era tenuta ad osservare la Torah e i precetti della tradizione. Questa donna è, dunque, immagine di Israele, la sposa di Yahwè, alla quale si era legato con l'Alleanza e il dono della Torah. Ma, giunta all'età matura, invece di sottoporsi al "giogo" della Legge, si era prostituita con gli idoli, e ora stava perdendo sangue, che è simbolo della vita. Matura, come la società civile e post-moderna nella quale viviamo, e moribonda. Matura come crediamo di essere tu ed io, ma ci ritroviamo senza forze, spossati dalla vita che abbiamo perduto dietro agli idoli. Due donne nelle quali il male si è schiantato con furia, uccidendole. E nessuno ha potuto nulla, lo dice esplicitamente il parallelo di Luca. C'era, dunque, anche quel loro male a colpire Gesù; anche la loro morte ha gustato nel sepolcro. Eccolo il male della storia, il tuo e il mio, aggredire l'uomo, e gettarlo nella tomba della disperazione. Ma quel giorno, sul Golgota, non è bastato il potere del demonio! No, proprio quando è esploso nel massimo del suo furore, al limite delle sue possibilità, quando ha creduto di uccidere il Figlio di Dio si è scontrato con un potere più forte. E ha dovuto inchinarsi, ed è stato annientato. E il brano di oggi è annuncio e profezia di questo mistero che ha "salvato" ogni uomo. Ma che cosa è successo? Come è stato che queste due donne sono state "salvate"? E' accaduta la fede, quella che, dice Gesù, "vince il mondo", perché con essa ci si abbandona a "Colui che ha vinto il mondo". Ah, è la fede che ha ragione del male! E' la fede che disinnesca la bomba nella quale deflagra il potere di Cristo! Una fede piccola come un granello di senapa, ma che contiene in germe un albero grandissimo. La fede di quel "capo" che si "prostra" dinanzi a Gesù: è l'immagine dei poteri umani che si inchinano al potere di Cristo. Senza questa kenosis, questo svuotamento non c'è fede! Non si può versare il vino nuovo della vita divina nell'otre vecchio dell'uomo della carne che presume delle sue forze; non si può cucire una toppa di tessuto grezzo su un vestito vecchio, cioè la fede non serve per rattoppare l'abito superbo che indossa l'uomo vecchio. Non si possono servire due padroni, e quel "capo" ha riconosciuto un altro "capo", più potente di lui, e, prostrandosi, ha scelto di servirlo. Per questo Gesù, ed è l'unico testo in cui appare, "si alza e segue" quel "capo". Gesù, nel pieno del suo potere di "risuscitato", si fa "discepolo" di quell'uomo. Sì, Gesù è "chiamato" dal dolore di ogni uomo schiavo e vittima del male. E' la sua "vocazione"... E si fa "discepolo della fede" di chi ne riconosce il potere. Quel "capo" è così anche immagine dei pastori, dei catechisti, dei "padri" appunto, che intercedono con fede presso Cristo perché coloro ai quali sono inviati possano "rivivere". Per questo Gesù si mette in cammino "con i discepoli" per raggiungere la casa dove giace morta la ragazza. La Chiesa si "prostra" dinanzi a Gesù e non ai poteri e ai ricorsi mondani; e lo "segue" per "seguire" ogni grido di dolore, ogni sofferenza, e scendere con Lui nei sepolcri dell'umanità.E dove giunge Cristo con la sua Chiesa cambia tutto, è un'esplosione di vita nella morte: Egli, infatti, fa "ritirare", come il vento e le onde delle tempeste, "i flautisti e la gente in agitazione". Era la liturgia funebre comune, perché in Israele "perfino il più povero non avrà meno di due flauti per il funerale di sua moglie". Era morta davvero quella ragazza, ma Gesù inaugura una liturgia nuova, nella quale al posto dei flautisti e della gente che piange con i parenti, arrivano i suoi discepoli come un corteo trionfale: con Lui arriva la vita, e dove c'è la Chiesa non c'è mai la morte! E basta che un prete, un cristiano balbetti un briciolo di fede che il Cielo si apre sulla terra! Un abbandono, nella certezza profonda d’essere ascoltati. Perché così si accende e comincia la fede, con lo sguardo di Gesù nel nostro sguardo, e la sua Parola che, mentre scende in noi, si attacca alle pareti del cuore, il cuore biblico, laddove decidiamo che sì, è vero quello che ci dice: “La fanciulla non è morta. Dorme”. La fede che nasce in questo incontro al limite della disperazione, è poi destinata a crescere, sino a che le Parole di Gesù piantate nel cuore diventino le nostre, e schiudano i nostri occhi alla loro luce: "dorme, non è morta" la speranza; dorme il tuo matrimonio, dorme tuo figlio, dorme la relazione con quel parente... Tutti ti dicono che è morta, solo Gesù afferma il contrario. Il mondo che "deride" Cristo, come ti deridono sul lavoro e a scuola, non può nulla contro il potere del male, la Chiesa sì, tu ed io sì! La fede gestata nella comunità cristiana e divenuta adulta ci dona la stessa certezza di Cristo, che sa difendersi di fronte al pensiero del mondo. Proprio per essere discesi nel sepolcro dell'impotenza e avere sperimentato il potere di Cristo, potremo annunciarlo con parresia. Proprio per esserci umiliati scendendo i gradini della piscina battesimale, ed essere da lì risuscitati con Cristo, potremo predicare la stoltezza per il mondo, la vittoria del potere di Cristo manifestata attraverso l'estrema debolezza della Croce. 

Ma è vivo ciò che sembra morto solo per chi crede; per chi non crede, anche se in effetti dorme, resta come morto. Per questo, senza la fede, crollano le speranze e non c'è nulla da fare: un prete che non ha una fede adulta non aiuterà le persone, le spingerà giù per il burrone, consigliando loro di farsi giustizia, di reclamare i propri diritti, e somministrerà placebo, al massimo un'aspirina... Un prete o un genitore, o un amico o un fidanzato senza fede accompagneranno le persone al funerale della propria vita. Ma chi, invece, ha fede, annuncerà quello che ha sperimentato, e aiuterà a "salvare" un matrimonio risuscitandolo, il figlio ad "alzarsi" come la fanciulla del vangelo, e Matteo usa proprio il verbo "egerthe" tipico della risurrezione; chi ha fede implorerà e Gesù "salverà" una ragazza dall'abortire, o un marito a vivere nella verità amando laddove il mondo dice di lasciar perdere. La fede della Chiesa, in seminario, in parrocchia, nella propria comunità o movimento, in famiglia, è l'unica che strappa l'onnipotenza a Dio. Anzi, la fede ci dona la sua stessa onnipotenza di fronte alla morte. Se lo credessimo davvero, chi ci farebbe paura? chi ci potrebbe ingannare? Nessuno, come è accaduto all'emorroissa. Il dolore per il male l'aveva resa audace; sapeva che, secondo la Legge, non poteva "toccare" Gesù. Ma stava morendo, e lì a due metri passava la vita... Un po' come Tommaso, anche lei intuiva che quel Rabbì era carne della sua carne, e solo toccandolo sarebbe potuta "guarire". Lui era l'unica carne capace di guarire la sua carne, perché in Lui la Legge s'era compiuta, e ogni promessa realizzata. Per questo cerca il "lembo del suo mantello". E' in quel frammento di stoffa che risplende la novità! Quelle frange l'avrebbero rivestita di un vestito nuovo, la veste bianca che, lavata nel sangue dell'Agnello, la poteva purificare da ogni impurità, e schiuderle l'accesso alla liturgia di lode sino allora preclusa. Toccarlo significava poter tornare in Paradiso, vivere secondo natura, una donna vera, una sposa, una madre, una vergine! In quel momento la donna si trova sulle falde del Sinai, la Torah era a un passo, con il suo potere fatto carne in Gesù. Perché per lei, come per ciascuno di noi, concretamente "toccare" Cristo è ascoltare la sua Parola, la predicazione della Chiesa, e accoglierla. Perché la "fede" viene proprio dall'ascolto! Basta un briciolo di fede, lo abbiamo visto; un moto del cuore, perché Lui le agitazioni esterne, le nevrosi e i sensi d colpa, i dubbi e i pensieri, le angosce e le derisioni del mondo, li fa "ritirare". Il suo amore si appoggia anche su una sola nostra parola balbettata. Non importa se lo cerchiamo solo quando siamo giunti all'ultima spiaggia, è Lui che ci lascia scendere, in quella relazione, in quel lavoro, nello studio, l'ultimo gradino della nostra forza presunta. E lì, di fronte al mare e con dietro l'esercito del Faraone, possiamo imparare ad attendere il suo intervento miracoloso che sgorga dall'umile confidenza di chi non ha più nulla da sperare che un miracolo. Perché appaia il Cielo nella nostra vita, un segno credibile della presenza di Dio nella storia: ogni nostra debolezza, ogni situazione limite, ogni muro invalicabile è per noi e per il mondo il luogo dell'annuncio più autentico. Per questo importa solo il desiderio profondo di toccarlo, di sfiorare il lembo del suo mantello, laddove ogni pio israelita portava lo “tzitzit” (“frangia” in ebraico). "C’è un obbligo nella Bibbia (Nm 15,38) che noi ripetiamo ogni giorno nella preghiera – fa parte dei tre brani dello shemà –, che afferma che sui quattro angoli della veste occorre portare delle frange, di cui un filo sia di colore celeste, colorato con un pigmento speciale derivato da un mollusco...  Il segno esisteva per dire a ogni ebreo: «Ricorda, anche nell’abito che indossi, che esiste Dio ai quattro angoli». Sono frange sulle quali si fanno dei nodi, che seguono una tradizione numerica particolare e simbolicamente rappresentano il nome di Dio. Come tali quindi queste frange rappresentano la parte sacra dell’abito. Ciascun ebreo osservante indossava questo abito e continua a farlo oggi. Non era una veste solo sacerdotale. L’emorroissa toccava perciò la parte sacra dell’abito, toccava quei nodi che rappresentavano il nome di Dio... potremmo dire che l’emorroissa chiedeva una grazia, come atto di bontà nei suoi confronti, hesed". (Riccardo Di Segni). Basta sfiorare la sua hesed, il suo amore misericordioso. "Nel termine hesed è insito anche lo slancio entusiastico, come un ardore, la passione nell’atto di amore o di benevolenza" (R. Di Segni). Toccare con la nostra debolezza il suo ardore d'amore; accendere il fuoco della sua passione con il solo tendere mendicante della nostra mano. Lo possiamo "toccare" nella Chiesa, che è il suo corpo, nell'esperienza dei fratelli, nella predicazione; in un istante di fiducia lo "toccheremo" in una celebrazione, nel sacramento della confessione e dell'eucarestia, nella preghiera. Questa è già la fede che "salva" per "guarire". Lì, nella parte più vera di noi, un grido. Un abbandono, nella certezza profonda d’essere ascoltati. E così, risuscitati con Cristo e divenuti una sola cosa con Lui, potremo offrirci a nostra volta per farci "toccare" dai peccatori. Ovunque andremo porteremo sul lembo della nostra carne l'onnipotenza della Parola di Dio: basta essere accanto al fratello, senza difenderci, offrendoci crocifissi per lui. Così Dio vince il male, nel silenzio nascosto del martirio dei suoi figli.


QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI

Sabato della XIII settimana del Tempo Ordinario


Il digiuno che ci unisce allo Sposo trasforma l'acqua in vino







αποφθεγμα Apoftegma


Uomini che hanno in sé un desiderio così possente 
che supera la loro natura, 
ed essi bramano e desiderano più di quanto 
all’uomo sia consono aspirare, 
questi uomini sono stati colpiti dallo Sposo stesso; 
Egli stesso ha inviato ai loro occhi 
un raggio ardente della sua bellezza. 
L’ampiezza della ferita rivela già 
quale sia lo strale e l’intensità del desiderio 
lascia intuire Chi sia colui che ha scoccato il dardo.

N. Kabasilas



I discepoli di Gesù non digiunano come gli altri, ma per amore e in libertà. Il digiuno cristiano non è solo una pratica religiosa in vista di una purificazione. Il digiuno dei discepoli di Gesù è memoria. E' inginocchiarsi dinanzi al Crocifisso e implorare il suo ritorno. E' una condizione essenziale dell'esistenza, perché digiunare è vivere in pienezza la vita terrena, che è già e non ancora. Lo Sposo è con noi, ma, contemporaneamente, non è qui, perché la pienezza è riservata al Cielo. La terra è un cammino, passi che si susseguono verso la meta, mentre il desiderio di pienezza si acuisce all'avvicinarsi del traguardo. E' vero che le nostre nozze con il Signore sono indissolubili, eppure vi sono giorni nei quali lo sposo ci è tolto. Allora la vita si addentra nel mistero di una compiutezza pregustata ma non ancora completamente assaporata. E' il mistero della Chiesa, sposa e vedova allo stesso tempo, che esplode di gioia intorno alla mensa eucaristica, ma che digiuna in attesa del compimento; che prega, perché “la vera vedova mette la sua speranza nel Signore, e persevera notte e giorno nella preghiera e nell’orazione”” (1 Tm 5, 5); che per lo per lo Sposo getta ogni avere, gli spiccioli che ha per vivere, perché Lui è la sua vita. Tutto è per Gesù, perché La Chiesa vive del memoriale del suo Signore, l'eucarestia, presenza viva del suo Sposo amatissimo, talamo casto dove si unisce a Lui; ma sa che la terra è solo un passo al cielo; meraviglioso, perché Lui è con lei tutti i giorni sino alla fine del mondo. Ma resta uno spazio e un tempo che la separa dalle nozze eterne, per le quali sa di essere nata. La vocazione di due ragazzi è il matrimonio, non il fidanzamento; la vocazione di un ragazzo è il presbiterato, non il seminario.... Così, nel mezzo del banchetto pasquale che, rinnovato ogni settimana, anticipa il suo destino eterno, la Chiesa erompe in un grido di nostalgia e speranza: maranathà, vieni, ritorna Signore Gesù. Il digiuno è il nostro maranathà, le lacrime appassionate della Maddalena presso la tomba del suo Signore; è l'attesa fatta preghiera che implora lo Sposo perché torni presto per portarci con Lui, verso il posto che ha preparato per noi. E' l'offerta dei propri beni per dirgli che non abbiamo alcun desiderio che quello di unirci a Lui per sempre. Presentando il calice nell’ultima cena, Gesù ha detto: «In verità vi dico, non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio» (Mc 14,25). Dopo quella cena, infatti, lo Sposo sarebbe stato "tolto" ai discepoli, inaugurando così il "digiuno" nell’attesa del suo ritorno, quando busserà alla porta dei suoi, per cenare con loro e servirli nell’eterno «banchetto delle nozze dell’Agnello » (Ap 19,9). Il nostro digiuno partecipa così a quello di Gesù. E' una promessa, un appuntamento d'amore, la speranza di bere con Lui il vino nuovo del Regno di Dio. Per questo San Paolo scriveva che "il morire è meglio del vivere"; chi ha conosciuto Cristo desidera ardentemente il Cielo, la terra gli sta stretta. "Muoio perchè non muoio" diceva Santa Teresa d'Avila, e non era disprezzo della vita. Anzi, più si vive intensamente la vita più si desidera addormentarsi per risvegliarsi in Cielo. Più la vita è perduta per amore, più forte è l'ansia d'un amore perfetto e definitivo: “Uomini che hanno in sé un desiderio così possente che supera la loro natura, ed essi bramano e desiderano più di quanto all’uomo sia consono aspirare, questi uomini sono stati colpiti dallo Sposo stesso; Egli stesso ha inviato ai loro occhi un raggio ardente della sua bellezza. L’ampiezza della ferita rivela già quale sia lo strale e l’intensità del desiderio lascia intuire Chi sia colui che ha scoccato il dardo” (N. Kabasilas). Feriti dal dardo d'amore del loro Sposo, illuminati dal bagliore del raggio della sua bellezza, i figli delle nozze vivono un'attesa di pienezza che nulla può colmare. Amare Cristo è l'unica verità, e chi non ama Cristo sia anatema scriveva San Paolo. Perché se hai gustato la dolcezza del suo perdono, la tenerezza della sua misericordia, la cura dei dettagli, la sollecitudine e la provvidenza, la pace e la gioia della sua presenza, se hai davvero sperimentato l'amore di Cristo, e in Lui sei stato rigenerato in una vita nuova, nulla di quella vecchia può farti davvero gola. 

Certo, le tentazioni di tornare indietro a cipolle e agli d'Egitto ci accompagnerà sempre, e la carne ferita dal peccato cercherà la terra perché la concupiscenza è una forza di gravità potente; ma se sei risorto con Cristo cercherai le cose di lassù, dove si trova il tuo Sposo, perché il suo profumo è inebriante e ti ha fatto venire i brividi, e, innamorato, ne seguirai la scia, con il cuore in gola; ti ha messo i brividi la fragranza che ha spanto quando ha salvato il tuo matrimonio, o quando ha aiutato tuo figlio liberandolo da quella situazione difficile, o quando, durante gli anni di crisi, ha provveduto alla tua famiglia non facendole mancare nulla? Se sei stato perdonato e hai sperimentato la bellezza, la pienezza, la pace, la gioia della vita nuova nella libertà dell'amore, cercherai di seguirlo dove Lui è, ti lascerai prendere da Lui che, attraverso gli eventi difficili e di dolore, viene a cercarti ogni giorno per portarti a posto che ha preparato per te. Se ti senti amato da Lui non puoi non dirgli:"Attirami dietro e te, corriamo! M'introduca il re nelle sue stanze: gioiremo e ci rallegreremo per te, ricorderemo le tue tenerezze più del vino. A ragione ti amano!" (Ct. 1,4). Ecco, se la gioia piena è riservata alle stanze del re, se le nozze saranno compiute e consumate solo nell'intimità celeste, allora si comprende come il digiuno sia la condizione del cristiano. Cercare qui, nelle persone e nelle cose, il Paradiso è cucire una toppa di tessuto grezzo su un vestito vecchio; preoccuparsi idolatricamente del presente e del futuro, significa essere ancora schiavo del nemico, desiderare di soddisfare il principe del mondo gettato fuori dal Paradiso, consumare con lui le nozze di morte e corruzione, la passione e l'avidità, la cupidigia e la concupiscenza di cui sono fatti gli "otri vecchi", nei quali è inutile versare la vita santa e celeste del "vino nuovo" di Cristo. Ma chi ha camminato nella Chiesa sperimentando il suo amore nei fatti concerti della sua vita; chi è "andato" dietro di Lui e "ha imparato cosa vuol dire misericordia io voglio e non sacrifici", beh è stanco dei sacrifici, degli sforzi, desidera abbeverarsi a sazietà alle fonti della Grazia. La sua vita è un "otre nuovo", costruito con una mentalità rinnovata, con il discernimento e la sapienza, che sa leggere in tutto ciò che gli accade il digiuno che lo separa dal Cielo; il dolore ad esempio, è l'occasione per pensare desiderare le cose di lassù; un'umiliazione? è una carezza dello Sposo che ti vuole per sé, e ti impedisce di dare il tuo cuore a un altro, purificandolo. Per questo, quando più intensa è l'esperienza della sofferenza e la presenza assoluta dello Sposo è questione di vita o di morte, quando siamo incastrati sul legno della Croce, è naturale digiunare. Non mangiare, non fumare, non parlare, non è così solo una pratica ascetica per ingrassare l'uomo vecchio che fa anche della religione qualcosa di carnale. Digiunare è un'esigenza, un grido dalla Croce, l'eco stesso delle parole del Signore Crocifisso: "Dio mio, Dio mio, Sposo mio perché mi hai abbandonato?". Il digiuno sono le lacrime che sperano il suo amore. E' questa l'ascesi, l'ascesa al trono di misericordia che sappiamo non deludere mai. Digiunare è lasciare che la verità prenda il posto delle menzogne, delle fughe e delle alienazioni. La fame che il digiuno suscita è la verità, la nostra realtà, nella quale il Corpo benedetto e risorto del Signore è l'unico vero cibo capace di saziarci. Digiunare è spogliarci in attesa d'essere una sola carne redenta con il nostro Sposo, nell'ansia del santo e castissimo amplesso, quell'amore eterno per il quale siamo stati creati. E' la novità della vita nuova, di un rapporto nuovo con Dio, non più basato sul timore ma sull'amore. Un "abito nuovo", una nuova forma di vita. Un "vino nuovo", una festa e un'allegria nuove che scaturiscono dall'amore. Digiunare in ogni relazione, a casa, al lavoro, nei rapporti d'amore, ovunque, significa non chiedere agli altri quella pienezza che non possono darci; digiunare dalla comprensione, dall'accoglienza, dalle parole quando divengono ingombranti ed inutili, germe di polemica e litigi sterili; digiunare dall'affetto che la nostra carne reclama, guardando e vivendo ogni relazione nell'orizzonte del Cielo, nella consapevolezza che sulla terra la debolezza della carne ci fa vedove cui è stato sottratto lo sposo: quando l'altro si fa ostile e non corrisponde a quanto desidereremmo, o quando ci stringe la tentazione di appropriarcene attraverso la sessualità, il digiuno è l'unica via, la verità sulla nostra e l'altrui vita, il perimetro dell'incompiutezza che ci fa vigili, prudenti, casti e sobri. Anche se felicemente sposati, siamo vedove, il nostro vero Sposo non è qui, ci precede in Galilea, in un costante pi in là che ci fa uscire da noi stessi per donarci senza riserve nell'attesa della pienezza che solo in Lui potremo trovare. Le persone che ci sono accanto, anche quelle a cui abbiamo consegnato la nostra vita sacramentalmente, sono immagine e presenza di Cristo, ma circoscritte nei limiti della carne. Digiunare è avere e fare memoria di questa realtà. Per questo, il digiuno è amore all'altro, così come è, nel rispetto, pazienza e misericordia. Digiunare è la radice di ogni rapporto vissuto nell'autenticità e nella libertà, segnato dal già e non ancora, la nostalgia struggente di chi cerca Cristo, unico e vero Sposo capace di rispondere pienamente ad ogni desiderio. Digiunare è la sapienza che ci slega dalle catene affettive che scambiano il Creatore con la creatura, per vivere ogni momento della nostra esistenza con la pace e la misura, la libertà e la moderazione che non fa di ogni relazione un assoluto, ma che in tutto attende, dal Cielo, il compimento. E' questo "l'abito nuovo" dei figli di Dio, il "vino nuovo" delle nozze con cui Cristo sposa ognuno di noi. Per questo, digiunare è obbedire a Gesù, che, per l'intercessione materna di Maria nostra Madre immagine della Chiesa, anticipa qui sulla terra la sua "ora" celeste. Oggi è l'ora di Gesù; nella situazione in cui siamo, ancora una volta, nella Chiesa, ci dona di gustare il suo Mistero di Pasqua, un frammento prezioso della sua Croce e resurrezione. Ma occorre obbedire, che è l'amore più vero: e digiunare, ovvero mettere nelle giare della Chiesa attraverso i sacramenti, l'acqua della nostra povertà e debolezza, della situazione in cui siamo. Digiuniamo allora, smettiamola di cercare la gioia nell'acqua di passioni, gelosie e compromessi affettivi, la bellezza indossando vestiti vecchi di rancori e invidie. Buttiamola quest'acqua in Cristo, digiuniamo seriamente dai pensieri e dalle parole che ci insinua il demonio, e spogliamoci dell'uomo vecchio per indossare l'abito nuziale, lavato nel sangue dell'Agnello.




3 Luglio. San Tommaso Apostolo


Gemelli di Cristo





αποφθεγμα Apoftegma

I credenti, attesta sant’Agostino, “si fortificano credendo”...
Solo credendo, quindi, la fede cresce e si rafforza; 
non c’è altra possibilità per possedere certezza sulla propria vita 
se non abbandonarsi, in un crescendo continuo, 
nelle mani di un amore che si sperimenta sempre più grande 
perché ha la sua origine in Dio.

Benedetto XVI, Porta fidei



Di Gesù Tommaso aveva un'esperienza più viva e familiare delle altre, un ricordo più fresco, tanto intenso e struggente da fargli sanguinare il cuore dal dolore. Aveva l'esperienza delle sue ferite: lo aveva visto mentre lo inchiodavano alla croce; lo aveva contemplato, forse impaurito e da lontano, mentre pendeva agonizzante da quel legno. Probabilmente le aveva anche toccate, accarezzate, baciate; forse aveva intinto il lembo del suo mantello nel loro sangue. Insomma, per Tommaso Gesù era il suo Maestro crocifisso; per credere, per uscire dall'immaginazione, aveva bisogno di quel segno concreto, l'unico che poteva riconoscere. Di più: Tommaso era chiamato "Didimo", che significa "gemello". Dunque, Tommaso stava cercando, come tutti i gemelli quando si separano dal fratello, la parte di sé che gli era venuta meno! Cercava un segno nelle piaghe di Gesù, perché cercava un senso alle sue ferite, al dolore della sua vita. mosso dalla relazione nella carne con Gesù, il primo impulso, istintivo, era andato a cercare il suo gemello, l'unica parte di sé che poteva dare compimento e completezza alla sua vita; ma lo era andato a cercare lontano dalla verità, paradossalmente, proprio lontano dalla carne di Gesù, dal corpo di Cristo che è vivo nella comunione della Chiesa, la comunità dei suoi fratelli. Forse era andato a cercarlo alla tomba, come la Maddalena, laddove i suoi occhi lo avevano visto deporre; forse non si rassegnava a vedere la carne della propria carne scendere e marcire in un sepolcro; forse Tommaso, come noi, stava rovistando tra le speranze deluse, i progetti restati in sospeso, le zone oscure del passato dove si è sbagliato qualcosa; forse Tommaso cercava la pace tra i sensi di colpa mai sopiti, tra le angosce di quella relazione così importante ma scivolata via senza poterci fare nulla. O forse voleva un rapporto diverso ed esclusivo, forse desiderava seguire il suo istinto, gli schemi che seguono gli affetti carnali; forse voleva, semplicemente, restare solo a piangere il suo dolore. 

Ma la sua relazione con il Maestro era stata anche qualcosa di più; lo aveva sentito vibrare nell'anima il suo amore soprannaturale, ne aveva percepito la tenerezza, e questa memoria mai sopita, come quella del figlio prodigo, lo ha spinto a tornare nel luogo dove ancora non lo aveva cercato. Qualcosa lo aveva attirato nella stanza dove aveva ricevuto dalle sue mani il suo corpo e il suo sangue; in quell'intimità che solo si sperimenta nella comunione con i fratelli. E Gesù, che non lo ha mai considerato perduto, lo viene a cercare; torna dopo un settimana, come torna in ogni giorno nel quale la Chiesa fa memoria della sua resurrezione. Torna per lui, assecondando con tenerezza infinita quel bisogno affettivo che, sempre, muove gli uomini verso di Lui. Il vuoto di una vita fallimentare, un matrimonio che sta andando a rotoli, una malattia, l'incompiutezza della vita sono i pertugi che Dio scava nella roccia dura dell'orgoglio. Da essi parte il cammino di ritorno, la conversione. Anche noi, spesso, dimentichiamo che l'unico luogo dove ricevere la virtù soprannaturale della fede, dove toccare e vedere Cristo risorto, dove sperimentare il suo amore più forte della morte, è la Chiesa, la comunità. Gesù, infatti, non dice che la fede è un salto nel buio. Altrimenti, perché avrebbe fondato la Chiesa? Essa è, nel mondo, proprio il suo corpo risorto offerto come segno perché il mondo possa credere. Il Signore, infatti, ama Tommaso, e ama noi. E ci attende con pazienza, e viene a cercarci ancora. Anche i momenti in cui ci siamo allontanati e abbiamo preferito la solitudine dell'orgoglio o del dolore, anche quelli infilati nel buio più oscuro, sono fecondi e preparano all'incontro decisivo che muove alla professione di fede più bella. Anche noi, anche tuo figlio e il tuo amico, anche l'uomo più lontano sta cercando il Signore! E può tornare come Tommaso attirato dall'annuncio dei suoi fratelli. Egli, anche se balbettando e ponendo condizioni, ha prestato un po' di fede alle parole dei suoi fratelli, e ora è lì, nella sua comunità. E tanto basta, e questo è tutto. Perché Gesù torna sempre dai suoi, e cerca Tommaso, e accetta ogni sua condizione! Gesù accoglie anche le nostre, anche quelle di ogni uomo, dei più piccoli e deboli, dei più grandi peccatori, e si fa carne, storia, vita dentro le nostre ore, e schiude le sue ferite, la sua misericordia, perché tutti le possiamo toccare. Gesù ha pazienza e, come un fratello maggiore, ci prende per mano e, nella Chiesa Madre e Maestra, ci insegna a camminare con la Parola e i Sacramenti, per "diventare", passo dopo passo nel catecumenato di conversione, "un credente", uno che, in ogni circostanza, vive appoggiato al suo amore incorruttibile. Nella Chiesa, infatti, possiamo fare l'esperienza della misericordia, del perdono che nulla esige e sa ricreare un uomo nuovo nella carne debole e vacillante. E' necessaria la scintilla che solo l'amore di Dio rivelato in Cristo e sigillato dallo Spirito Santo - quello che mancava a Tommaso perché assente la sera di Pasqua - può far scoccare nell'anima: allora, come San Paolo, la "conoscenza" di Cristo non sarà più secondo la carne. per resistere al pericolo che anche la fede divenga uno struggente ricordo, occorre lasciarsi crocifiggere con Cristo, per restare ben piantati con Lui nella storia, e vivere, pur non "sentendo" nulla, anche senza consolazioni, appoggiati al mistero del suo amore, spesso invisibile ma sempre all'opera. Quando l'altro ci offre la morte, quando la storia si apre come un abisso di delusione e solitudine, ci salva la comunità, il cenacolo dove toccare Cristo e imparare la fede. In essa possiamo allineare i memoriali su cui costruire, come sulla roccia, la nostra casa, capace di resistere alle tempeste e ai terremoti. Così potremo giungere alla fede adulta, la fede di Tommaso cresciuta nella sua comunità, alla presenza di Cristo risorto. E, come Lui, potremo riconoscere "il nostro Signore e il nostro Dio" nelle nostre stesse piaghe, nelle ferite della nostra vita dove non si "vede" altro che morte: per "credere" ogni giorno che nella Croce è nascosta la gloria, nella storia l'onnipotenza di Dio, nella nostra vita la signoria di Cristo.




QUI GLI APPROFONDIMENTI


Giovedì della XIII settimana del Tempo Ordinario



Risuscitati dal lettuccio dell'egoismo 





αποφθεγμα Apoftegma


Chi vuole veramente guarire l’uomo, 
deve vederlo nella sua interezza 
e deve sapere che la sua definitiva guarigione 
può essere solo l’amore di Dio.

Benedetto XVI

    

"Perché pensiamo cose malvagie nel cuore"? Perché pensiamo che Gesù "bestemmi"? Perché portiamo dentro lo scandalo della sofferenza e non crediamo che Gesù abbia il potere di giungere alla radice del male ed estirparlo. Non crediamo al perdono, non immaginiamo neanche che esista. Sappiamo che Dio è buono, onnipotente, e nel Credo professiamo la fede nel perdono dei peccati. Ma che un Uomo, carne della nostra carne, con una semplice Parola, abbia il potere di sciogliere un altro uomo dalle catene del male e dei peccati, beh questo è impensabile, non lo abbiamo visto e non possiamo crederlo. E giudichiamo Gesù, pensando male di Lui. Tutto questo accade molto concretamente quando, di fronte alla "paralisi", uomini come noi, gli apostoli della Chiesa corpo di Cristo, ci invitano a dare credito al Signore e a non intestardirci cercando soluzioni impossibili. Quando la Chiesa ci chiama alla fede, ad abbandonarci all'amore di Dio e a portare ai piedi di Gesù e aspettare che Lui operi la guarigione delle situazioni difficili, delle relazioni paralizzate, quello che in noi vi è di infermo. "Pensiamo male di Gesù" soprattutto quando, di fronte alle persone e agli eventi "paralizzati", induriamo il cuore e non vogliamo pensare che alla radice di qualsiasi problema vi siano i peccati. Come nel Vangelo, la mormorazione e il giudizio scattano quando Gesù, invece di operare il miracolo che guarisca le situazioni, punta diritto i peccati. Quando la Chiesa ci depone ai piedi di Gesù perché ci perdoni e liberi il cuore perché possa amare e donarsi. No, ci ribelliamo a chi ci annuncia che vi è il peccato dietro la paralisi del dialogo e della comunione con il coniuge o le esplosioni continue dei figli che non siamo capaci di far ragionare e ci trascinano in altrettante esplosioni di ira.

Vi è una sola paralisi: il peccato. Vorremmo capire i perché di tante atrocità, di tante ingiustizie, ma rifiutiamo di accettare che esista una radice del male, il pensiero unico che domina la nostra cultura non la prevede, mentre il peccato è accovacciato alla nostra porta, insinuato nel nostro cuore. Da esso sgorgano tutti gli abomini. Adagiati nel peccato pensiamo cose malvagie. Non riconoscerlo, guardarlo con supponenza, sorvolarne la serietà e la drammaticità è dare del bestemmiatore a Gesù. Significa essere nemici della sua Croce. Ignorare il peccato è ignorare Dio, il suo potere, il suo amore. Restare appiattiti sulle sue conseguenze, cercando come eluderle o sbianchettarle, dimenticando la Rivelazione che indica nel peccato la radice di ogni male, anche quelli che chiamiamo malattie o disastri naturali, conduce a pensare male di Dio, o a escluderlo dalla vita; non possiamo accettare un Dio che sembra non agire contro le ingiustizie, e preferiamo dimenticarlo, o cercare comunque e ad ogni costo un capro espiatorio su cui riversare il dolore e il risentimento. Il giustizialismo e l’indignazione di questi tempi nascondono negli armadi gli scheletri di una società che ha legittimato l’omicidio più efferato, quello perpetrato sulle creature più indifese. Il cortocircuito demoniaco stringe come un cappio mortale le nostre vite, cadute nell’illusione che si possa vincere il male con un male più grande travestito da bene. Insieme con la cultura mondana, non crediamo che la paralisi indichi il disordine del peccato, ma è piuttosto un incidente cui ribellarsi: agli occhi degli "scribi" quel paralitico non è uno schiavo di cui avere misericordia, ma un’occasione di scandalo di fronte alla quale reagire con la malvagità che colma i loro cuori. E così, per loro, chiudersi alla misericordia diviene la bestemmia contro lo Spirito Santo, il peccato che non potrà essere perdonato. La Scrittura ci rivela che la morte è entrata nel mondo per invidia del demonio e ne fanno esperienza quelli che gli appartengono. E il male si spande. Anche sugli innocenti. Ma noi, che innocenti non siamo, ne siamo schiavi, paralizzati, stesi sul letto della solita vita, dei soliti peccati. Vi è un solo cammino per guarire: guardare in faccia la Verità, lasciarci giudicare dalle Parole d’amore di Gesù. In Lui i peccati sono rimessi e sperimentiamo la vera liberazione, perché il mistero del male si svela nel perdono. A Boezio che si chiedeva “Si Deus est, unde malum? et si non est, unde bonum ?”, San Tommaso d’Aquino poteva rispondere capovolgendo i termini: “Si malum est, Deus est”, perché l’esistenza di Dio è affermata e argomentata proprio a partire dalla realtà del male (Contra Gentiles, 1. III, c.71). Il perdono ci fa accettare le conseguenze dei nostri peccati e, in esse, le conseguenze dei peccati di ogni uomo. Da questa attitudine nasce l’umiltà e spariscono i pensieri malvagi, i giudizi, la malizia. Sulla roccia della Verità si infrangono le onde del male, e sorge un pensiero nuovo, di pazienza e misericordia. Nella Verità si dischiude la porta della vita davanti ad ogni peccatore, a ciascuno di noi: lasciarsi amare, riconciliare, perdonare. Accettare d’essere peccatori, e gettarsi tra le braccia del Signore. Ai Suoi piedi, piangendo e implorando. Aiutati e accompagnati dalla Chiesa. Nella liturgia eucaristica, prima di accostarci alla comunione, ripetiamo con il Celebrante: “Oh Signore, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa”. Come Gesù che è mosso dalla fede degli amici del paralitico a compiere il miracolo del perdono riconsegnando forza e vigore alle membra paralizzate. Per questo abbiamo bisogno della comunità, dei pastori e dei fratelli, del Popolo santo che è capace, per amore del povero e del debole, di scoperchiare i tetti e deporre i malati ai piedi di Gesù. Abbiamo bisogno della fede della Chiesa che apre per noi un cammino distruggendo pareti e tetti che ci accerchiano e ci impediscono di andare a Cristo, per essere liberati e tornare a casa, nella storia di ogni giorno con il letto che è la memoria dei nostri peccati e la consapevolezza della nostra debolezza. A noi la memoria di quello che siamo, a Gesù l’amore e il perdono. Solo così potremo vivere risanati, abbandonati alla sua fedeltà senza nulla presumere di noi stessi, liberi nella "città di Gesù", dove unica legge è l'amore.