Martedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

La prima metamorfosi avviene quaggiù 
mediante l'illuminazione e la conversione, 
cioè col passaggio dalla morte alla vita, 
dal peccato alla giustizia, 
dalla infedeltà alla fede, 
dalle cattive azioni ad una santa condotta. 
Coloro che risuscitano con questa risurrezione 
non subiscono la seconda morte. 

San Fulgenzio di Ruspe



UN ALTRO COMMENTO









L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Luca 7,11-17. 

In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla. 
Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. 
Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: «Non piangere!». 
E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Giovinetto, dico a te, alzati!». 
Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre. 
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo». 
La fama di questi fatti si diffuse in tutta la Giudea e per tutta la regione. 










RISUSCITATI DALLA COMPASSIONE DEL FIGLIO PER INTERCESSIONE DELLA MADRE CHIESA

Nell'episodio si percepisce un'assenza decisiva. Manca il "padre". Se la "madre" è "vedova" significa che il figlio è orfano di padre. Ed è proprio questa la malattia che lo aveva ucciso! Egli è immagine di Adamo, scacciato nella “morte” - che è il salario del peccato - per aver accettato l'inganno con cui il demonio lo ha indotto a ribellarsi del Padre. Come il figlio prodigo, è "morto" per aver scelto l’autonomia tagliando con il “padre”. Sarebbe "tornato in vita" solo tornando a casa. Sì, chi non ha Padre è morto. In questo ragazzo possiamo specchiarci tutti, inguaribilmente schiavi di un narcisismo che cerca l'identità lontano da Dio. Perduto il Padre, siamo diventati orfani che generano orfani, morti che generano morti, riducendo la vita a un tragico ossimoro. Dalla bara dove l'abbiamo deposta, pur sposandoci, pur essendo preti o catechisti, dirigenti o professori, siamo incapaci d’essere padri, di dare cioè una testimonianza credibile da seminare nel cuore per generarvi il desiderio di viverla. Poi i figli e le persone che ci sono accanto, vorranno avere la loro esperienza e la loro fede, è normale, tentando di adeguare alla propria personalità quanto gli abbiamo testimoniato e annunciato. E questo si chiama crescita, maturazione; così si diventa adulti. Ma se abbiamo tagliato con il Padre del Cielo e i padri della terra, in noi questa crescita umana e cristiana è stata abortita; e se non abbiamo avuto una seria iniziazione cristiana non siamo diventati adulti nella fede. Per questo non abbiamo nulla di autentico e decisivo da trasmettere, la fede; stiamo fallendo la nostra vita, accompagnando le persone al sepolcro, a quello che anche noi stiamo vivendo: mondo, carne e inganni del demonio. Mentre siamo nati e chiamati alla Chiesa per innescare in tutti il desiderio di essere e vivere come noi; che non significa imitazione, ma ispirazione a camminare seguendo le stesse orme, e apertura a Cristo perché operi in ciascuno come in noi. Era ciò che accadeva alla Chiesa primitiva, che compiva così la sua missione: "Vogliamo vivere come voi" dicevano i pagani ai cristiani. Per questo, la “madre vedova” è immagine delle comunità nelle quali, per i peccati e l’indurimento dei fratelli o la negligenza dei pastori, si era spento lo zelo per il Vangelo, raffreddato l’amore tra i fratelli, indebolita la capacità di restare crocifisse sul candelabro della storia. Avevano perduto lo Sposo e i loro “figli” stavano morendo. Accadeva allora, accade oggi… Comunità che non hanno nulla da annunciare, autoreferenziali come ripete Papa Francesco, dove non si danno i segni della fede che ha vinto la morte; mondanizzate, possono solo accompagnare il mondo alla sua tomba. Ma proprio quando tutto sembra perduto, giunge Gesù. Lo ha promesso e lo mantiene: Ecco, Io sarò con voi tutti i giorni. Con te, con me, con la Chiesa. Anche il giorno, questo, del nostro funerale conseguenza della superbia che ci ha separato dal Padre della Vita; anche oggi che il sale della comunità ha perduto il sapore e sta per essere gettato via e calpestato. Lui è il Figlio prediletto e scelto perché, con la sua morte e resurrezione, riconducesse ogni figlio al Padre perduto. Non per caso si trovava lì, in quel momento preciso: era profezia del suo cammino verso la Croce e la tomba, fuori dalle “porte” di Gerusalemme. Avvocato di ogni uomo, doveva incontrare quell'orfano ormai morto proprio “alla porta della città”, dove a quel tempo si svolgevano i processi. Doveva farlo assolvere annunciando che avrebbe preso su di sé la sua condanna, andando Lui, innocente, nella tomba preparata per ogni peccatore.

Esattamente come si trova ora alle “porte” della nostra vita, al limite estremo che ci separa dalla polvere impura di solitudine e silenzio dei terreni fuori città, dove sorgevano i cimiteri. Ma, per ridonarci il Padre, Gesù ha bisogno di guardare e avere compassione di nostra Madre. E chi è nostra Madre? Non solo colei che ci ha generato nella carne. E' Maria, la Madre che ha dato alla luce il Figlio del Padre di ogni uomo. Anche di Lei è immagine la vedova del Vangelo. Oggi di nuovo Maria piange per noi perché ci ama; per salvarci, deve essere lì, accanto ai peccatori, dove incontrare la “compassione” di Gesù e ascoltare l’annuncio capace di consolare e schiudere la tomba: "Non piangere!". Noi siamo morti, e, schiacciati dall’orgoglio, da soli non avremmo la forza di ascoltare. Solo abbandonati alle lacrime di compassione della Chiesa, appoggiati alla sua fede e insieme alla comunità, potremo dischiudere il cuore per accogliere le parole di Gesù. "Non piangere!", le stesse parole che hanno fatto fremere il cuore di Maria Maddalena piangente aprendolo alla sua vittoria, sino a conoscere, in Lui, il Padre suo e Padre nostro; come oggi risvegliano in noi la Verità che la Chiesa ci ha annunciato mille volte: non piangere, la morte è vinta, ogni peccato è perdonato, Cristo è risorto dal sepolcroLa "compassione" di Gesù è quella di suo Padre che lo ha “toccato” con il suo Spirito quando giaceva esanime nella tomba, riscattandolo dalla morte. E' la stessa con cui Gesù “tocca” oggi la nostra bara, contaminandosi con la nostra morte per purificarci e “rialzarci” a una nuova vita. "Dico a te!": a me, a te, proprio a noi, e non sono parole dette così, alla massa. Sono una chiamata personale ad alzarci dalla tomba, forse a confessare quel peccato che abbiamo sempre occultato o minimizzato, perché Gesù vuole “riconsegnarci a nostra Madre”. È il potere della sua Parola che ci libera dal peccato e ci fa tornare vivi a casa, nella comunità cristiana, dove ascoltare la Parola di Dio e accostarci al banchetto che il Padre ha preparato per donarci il suo Figlio. Solo così potremo “sederci ricominciare a parlare", come facevano i rabbini, cioè come qualcuno che ha qualcosa di autentico da trasmettere. Il Signore ha il potere di fare di noi, anche se “giovinetti”, ancora deboli, fragili e inesperti, dei padri e maestri per questa generazione. Liberi dal narcisismo perché figli di Dio, potremo amare e perdere la vita perché tutti ascoltino l’annuncio che ha salvato noi.





QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI





Lunedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

Oh, umiltà di Cristo!
Ti conosco ma non sono capace di raggiungerti,
Ti conosco per grazia di Dio, ma non riesco a descriverti.
Ti cerco come una perla preziosa e splendente.
Tu sei delizia per l'anima e sei più dolce di ogni cosa al mondo.


Silvano del Monte Athos





UN ALTRO COMMENTO 









L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Luca 7,1-10.

Quando ebbe terminato di rivolgere tutte queste parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafarnao. Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l'aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro giunti da Gesù lo pregavano con insistenza: «Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano, perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga». Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito. Anch'io infatti sono uomo sottoposto a un'autorità, e ho sotto di me dei soldati; e dico all'uno: Và ed egli va, e a un altro: Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fà questo, ed egli lo fa». All'udire questo Gesù restò ammirato e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.









L'ASCOLTO DELLA PREDICAZIONE DONA LA FEDE CHE CRESCE IN UN CAMMINO DOVE SPERIMENTARE IL SUO COMPIMENTO



"Dì soltanto una parola e il mio servo sarà salvato": l'indegnità accettata si fa dignità perché l'Agnello sgozzato, l'unico degno di prendere il Libro e di aprirne i sigilli, rende degno con il suo sangue chiunque ne invochi il Nome. Il centurione non si riteneva degno che Gesù entrasse nella sua casa, pur avendone costruito una proprio per Lui. Il cammino di fede verso Gesù Cristo gli aveva aperto gli occhi della mente e del cuore sino ad identificare, in una sola preghiera, La Parola con la Persona, la Parola con Colui che ha il potere di vincere il peccato e la morte. L'umiltà e la fede gli avevano dato l'ardire di credere possibile l'impossibile. E l'impossibile è avvenuto, la Parola di salvezza era entrata nella sua casa e vi aveva preso dimora guarendo il servo. La promessa s'era compiuta e la Parola incarnata. L'amore fatto dono aveva incontrato l'Amore totale, il dono più grande, la Vita nella morte. E quell'Amore atteso e sperato era ormai la casa eterna del centurione, la sua dimora. E oggi, ascoltando anche noi questa stessa Parola, lasciamo aperto il cuore al suo compimento, o chiudiamo invece, orgogliosi, le porte di casa? Ci abbandoniamo all'unico in grado di guarire nostro figlio, il rapporto logorato con moglie o genero, oppure ci rintaniamo ottusamente nella superbia di chi crede ancora di farcela da solo? Ma oggi il Signore ci rammenta e annuncia ancora che la fede del centurione, è quella che ci è stata promessa: radicata nell'umiltà, che si fa certezza ogni giorno più forte, attraverso la conoscenza di noi stessi, sino a scoprire e ad accettare la nostra totale indegnità. La Chiesa ci sta conducendo a questa soglia, laddove le acque vivificanti del battesimo ci attendono per immergerci nella morte e risurrezione stessa di Cristo, da dove sorgere ad una vita nuova e piena, colma dell'Amore infinito di Dio.


COMMENTO COMPLETO


In una disputa con i Giudei Gesù ebbe ad affermare che "Dio è capace di far sorgere figli di Abramo anche dalle pietre". Nel Vangelo di oggi questo si fa evidente. Ed è una parola importante per la Chiesa, per ripensare la sua missione "Ad Gentes". Appare infatti la fede in un centurione romano, un gentile, un pagano. Non fa parte del Popolo di Israele, non è entrato nella comunità. Ma "ama questo popolo", e ha mostrato questo amore con un fatto concreto: "ha costruito la loro sinagoga", la loro casa di riunione. Ha messo il suo denaro a disposizione della loro assemblea, rendendo così possibile l'ascolto della Parola. In un certo senso si potrebbe dire che ha donato qualcosa di se stesso alla Parola, ha intrecciato la sua vita con la vita della comunità accanto alla quale viveva, e, così facendo, si è fatto, in qualche modo, servo della Parola. L'amore di questo centurione ha legato la sua esistenza a quella Parola che aveva costituito, formato, salvato e vivificato il Popolo d'Israele. L'amore era così divenuto, misteriosamente, amore alla promessa racchiusa nella Parola divina per testimoniare la quale quel Popolo era stato eletto. E l'amore aveva condotto il centurione sulle soglie dello stesso compimento atteso dal Popolo oggetto della sua carità. In lui si riassumono le parole dei Profeti, ed ora era, come l'umanità d'ogni generazione, come ogni uomo d'ogni latitudine, in attesa dell'Atteso delle Genti. Ma non lo aveva condotto da Gesù una ricerca esibita o resa esplicita attraverso preghiere o altro. Forse sino a quel momento, il centurione non aveva neanche pensato di avvicinarsi al Profeta di Nazaret. Ma un evento di morte aveva sconvolto la sua vita: "un servo a lui caro giaceva moribondo"; l'angoscia stringeva il suo cuore, come il cuore di ciascun uomo, come il nostro cuore dinanzi ad un dolore per qualcosa o qualcuno a cui teniamo tantissimo. E' questa la soglia ultima dell'attesa, lo sconvolgimento doloroso che afferra quanto ci è più caro, un figlio, il matrimonio, il lavoro, un amico, la nostra stessa anima. Questa fitta nel petto, questo dolore di stomaco che abbiamo oggi, per qualcosa di ineluttabile che ci sta portando via ciò che amiamo. Un servo, uno schiavo è colui che serve la nostra vita, che conosce le nostre abitudini, che lava i nostri piedi, che ci prepara da mangiare, che attende ai nostri desideri. Colui del quale non possiamo fare a meno. E ancor di più, nel caso del centurione, si trattava di uno schiavo amato, uno schiavo-amico, probabilmente confidente e custode dei segreti più intimi. E stava male da morirci quello schiavo. Come sta male la nostra anima, in bilico tra la vita e la morte, in una tentazione o forse in un peccato, o in un dolore lancinante che fa tremare le radici della fede, o nella notte oscura che spegne speranza e gioia. Era questa la soglia donde il centurione era giunto, la pienezza dei tempi, il momento favorevole per l'incontro decisivo. Come lo sono per noi i momenti duri e angosciosi, quelli dove la morte nelle sue diverse coniugazioni si fa presente e non possiamo far nulla. Come la pozza di letame nella quale era precipitata la vita del figlio prodigo, dove nessuno poteva dargli nulla. L'esito fallimentare ma autentico dei tentativi di risolvere i problemi o di innalzarci per cercare di realizzare la vita. Ma il centurione aveva percorso un cammino d'amore, aveva legato la sua vita a quella promessa e a quella Parola di vita. Come ciascuno di noi ha ascoltato la stessa Parola, ha creduto alla stessa promessa e si è messo in cammino. E ora era giunto al crocevia più importante del suo cammino, alla soglia del compimento della Promessa racchiusa nella Parola. Il Compimento era proprio lì, era appena entrato nella sua città, si era fatto carne per lui: la Parola che aveva servito si era avvicinata a lui, si era incarnata in quell'Uomo, Gesù di Nazaret. Qualcosa aveva intuito, risuonava misteriosamente in lui la Parola e aderiva al suo cuore la promessa a cui aveva legato la propria vita. L'amore, infatti, spinge sempre a superare ragioni e logiche umane: lo stesso amore nutrito per Israele che lo aveva condotto a superare le regole di un ufficiale di un esercito occupante, era quello per il suo servo, e lo spingeva a cercare la sua guarigione e salvezza in quella Parola e nel suo compimento che s'erano fatti così prossimi. Un'intuizione, un moto dell'anima, l'eco inconfondibile d'un amore che ora fruttificava in fede e speranza, qualcosa di tutto ciò a cui possiamo dare il nome di Grazia, muoveva ora il centurione.




Ed erano passi umili, fondati su di un'esperienza quotidiana, l'obbedienza che gli era dovuta in quanto capo e che doveva in quanto subalterno. Conosceva il suo posto, non era preda d'un sogno o di un'alienazione; e conosceva sé stesso, viveva nella verità, che è la traduzione dell'umiltà, e la verità era che, pur amando il Popolo a suon di denari donati, pur amando il suo servo, non poteva esigere nulla, non era degno. Ma proprio dalla consapevolezza della propria indegnità scaturisce la fede. L'umiltà è il seno fecondo della fede. Il centurione aveva percorso un lungo cammino, l'amore s'era intrecciato all'esperienza della propria realtà, l'umiltà stava ora sbocciando in una fede di cui il Signore si stupisce, ne resta ammirato e prenderà a modello di fede adulta per scuotere un Popolo rassegnato ad una fede bambina. E accade che l'amore, la fede e la speranza trovino compimento. La Parola a cui, con amore, aveva dato una casa era vicina a lui e al suo servo per fare di loro la sua stessa casa. Come aveva predetto Natan a Davide: "Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti?... una casa farà a te il Signore" (2 Sam. 7, 5.10). La Parola, il Logos amato e invocato nel momento cruciale dell'angoscia si fa carne, e salvezza e casa: "Dì soltanto una parola e il mio servo sarà salvato". L'indegnità accettata si fa dignità perché l'Agnello sgozzato, l'unico degno di prendere il Libro e di aprirne i sigilli, rende degno con il suo sangue chiunque ne invochi il Nome. Il centurione non si riteneva degno che Gesù entrasse nella sua casa, pur avendone costruito una proprio per Lui. Esattamente come Davide all'udire la profezia di Natan: "«Chi sono io, Signore Dio, e che cos'è mai la mia casa, perché tu mi abbia fatto arrivare fino a questo punto?... Che potrebbe dirti di più Davide? Tu conosci il tuo servo, Signore Dio!... Ora, Signore, la parola che hai pronunciata riguardo al tuo servo e alla sua casa, confermala per sempre e fa come hai detto" (2 Sam. 18.20.25). Come Davide, la fede aveva illuminato il centurione al punto di fargli vedere in una sola Parola del Profeta di Nazaret il suo stesso potere, quello di dare vita laddove regna la morte. La fede gli aveva aperto gli occhi della mente e del cuore sino ad identificare, in una sola preghiera, La Parola con la Persona, la Parola con Colui che ha il potere di vincere il peccato e la morte. L'umiltà e la fede gli avevano dato l'ardire di credere possibile l'impossibile. E l'impossibile è avvenuto, la Parola di salvezza era entrata nella sua casa e vi aveva preso dimora guarendo il servo. La promessa s'era compiuta e la Parola incarnata. L'amore fatto dono aveva incontrato l'Amore totale, il dono più grande, la Vita nella morte. E quell'Amore atteso e sperato era ormai la casa eterna del centurione, la sua dimora. E oggi, ascoltando anche noi questa stessa Parola, lasciamo aperto il cuore al suo compimento, o chiudiamo invece, orgogliosi, le porte di casa? Ci abbandoniamo all'unico in grado di guarire nostro figlio, il rapporto logorato con moglie o genero, oppure ci rintaniamo ottusamente nella superbia di chi crede ancora di farcela da solo? Ma oggi il Signore ci rammenta e annuncia ancora che la fede del centurione, è quella che ci è stata promessa: radicata nell'umiltà, che si fa certezza ogni giorno più forte, attraverso la conoscenza di noi stessi, sino a scoprire e ad accettare la nostra totale indegnità. La Chiesa ci sta conducendo a questa soglia, laddove le acque vivificanti del battesimo ci attendono per immergerci nella morte e risurrezione stessa di Cristo, da dove sorgere ad una vita nuova e piena, colma dell'Amore infinito di Dio.




14 settembre. Esaltazione della Santa Croce




αποφθεγμα Apoftegma

Quest'albero è per me di salvezza eterna:
di esso mi nutro,
di esso mi pasco.
Per le sue radici io affondo le mie radici,
per i suoi rami mi espando,
della sua rugiada mi inebrio,
del suo spirito, come da soffio delizioso, sono fecondato.
Sotto la sua ombra ho piantato la mia tenda
e ho trovato riparo dalla calura estiva.
Quest'albero è nutrimento alla mia fame,
sorgente per la mia sete,
manto per la mia nudità;
le sue foglie sono spirito di vita e non foglie di fico.
Quest'albero è mia salvaguardia quando temo Dio,
appoggio quando vacillo,
premio quando combatto,
trofeo quando ho vinto.
Quest'albero è per me "il sentiero angusto e la via stretta";
è la scala di Giacobbe,
è la via degli angeli
alla cui sommità realmente è "appoggiato" il Signore.
Quest'albero dalle dimensioni celesti si è elevato dalla terra al cielo
fondamento di tutte le cose,
sostegno dell'universo,
supporto del mondo intero,
vincolo cosmico che tiene unita la instabile natura umana,
assicurandola con i chiodi invisibili dello Spirito,
affinchè stretta alla divinità non possa più distaccarsene.
Con l'estremità superiore tocca il cielo,
con i piedi rafferma la terra,
tiene stretto da ogni parte, con le braccia sconfinate,
lo spirito numeroso e intermedio dell'aria.
Egli era in tutte le cose e dappertutto.
E mentre riempie di sè l'universo intero,
si è svestito per scendere in lizza nudo contro le potenze dell'aria.


Dal Trattato "Sulla Santa Pasqua" dell' Anonimo Quartodecimano (Pseudo-Ippolito)





UN ALTRO COMMENTO



BREVE CATECHESI SULLA CROCE









L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Giovanni 3,13-17.

In quel tempo Gesù disse a Nicodemo: «Nessuno è mai salito al cielo, fuorchè il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo.
E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo,
perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. 











ESALTATI NEL CIELO PERCHE' UNITI A COLUI CHE PER AMORE SI E' UMILIATO LASCIANDOSI INCHIODARE ALLA CROCE  

Stravaganti questi cristiani; mentre nel mondo si esaltano il denaro e i successi, loro esaltano uno tra i patiboli più cruenti della storia. Da sempre questa adorazione per la Croce è stata presa di mira dagli avversari del cristianesimo. E’ incomprensibile che qualcuno possa credere che un uomo visto da tutti inchiodato e morto su una croce sia risuscitato, come disse “a gran voce” il Re Agrippa a San Paolo che glielo aveva annunciato: “Sei pazzo, Paolo; la troppa scienza ti ha dato al cervello!”. E a te, e a me? La scienza della Croce ci ha dato al cervello, ha operato cioè un cambio radicale di mentalità? Come per San Paolo, il “mio e il tuo unico vanto è la Croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per noi è stato crocifisso, come noi per il mondo”? Forse no… Forse abbiamo dimenticato che il primo gesto con cui la Chiesa ci ha accolto è stato proprio il segno della Croce. Per questo i pastori non possono predicare niente altro che Cristo crocifisso, come i genitori cristiani, che sin dall’inizio hanno crocifisso profeticamente con Lui i propri figli. Certo, per il mondo è una pazzia. Quale genitore si augurerebbe la Croce per i propri figli? Se la pensi così significa che non sei ancora un cristiano. Non hai capito che Dio non ha giudicato il mondo, ma lo ha amato tanto da dare il suo unico figlio. Tu odi il mondo, perché odi te stesso e la tua vita, e giudichi Dio che permette in essa e nel mondo l’ingiustizia e il male. Il demonio ha tanto “esaltato” il tuo ego da farti scambiare il deserto di questo mondo con il tuo paradiso. Per questo, come il Popolo di Israele, mormori costantemente. Hai dimenticato che Dio ti ha scelto dal mondo liberandoti dalla schiavitù al peccato per farti camminare nel mondo con il Popolo di Dio per testimoniare ad esso l’amore di Dio. Ha salvato te per salvarne molti. Non ti ha giudicato perché il mondo non si senta giudicato. Ma il demonio è riuscito a non farti accettare di camminare nel “deserto” della precarietà. Tu vuoi il paradiso già, come lo desidera la tua carne. Dove “non ci sono né pane né acqua”, sei “nauseato dal cibo” che Dio ti dona, non ti basta il suo amore perché per il tuo cuore indurito è troppo “leggero”. Nel deserto il sibilo del “serpente” si fa più suadente, e ci insinua che Dio ci ha liberato “per farci morire”. E riesce a “morderci” perché l’odore e il sapore di agli e cipolle ci è rimasto appiccicato addosso, come le esperienze di peccato che il demonio, invitandoci a guardare indietro, usa contro di noi per farci disperare della salvezza. Per questo passiamo tanto tempo guardando il passato con nostalgia e rimpianto, e restiamo paralizzati, come “morti”, depressi e incapaci di amare davvero. La mormorazione è gestata e nasce da un cuore ancorato al passato dal quale il demonio è riuscito a trafugare la memoria dell’amore di Dio, e che per questo pensa al presente e al futuro come la sua nefasta conseguenza.





Ma la Festa di oggi ci viene in aiuto, illuminando la verità sulla nostra vita bagnata dall’amore infinito di Dio. “Bisognava” che Cristo fosse “innalzato” sulla Croce: “Adamo aveva perduto il paradiso terrestre. In lacrime lo cercava: Paradiso mio, paradiso meraviglioso! Ma il Signore nel suo amore gli fece dono, sulla croce, di un paradiso migliore di quello perduto, un paradiso celeste dove rifulge la luce increata della santa Trinità” (Silvano del Monte Athos). Mormoriamo perché abbiamo perduto il Paradiso autentico, e quello che il demonio ci ha dipinto è invece un inferno! Ma Gesù si è fatto “serpente”, ovvero peccato, perché ogni “serpente” che ci ha ucciso, ossia ogni evento della nostra vita che abbiamo rifiutato con il peccato, fosse trasformato in un paradiso migliore. I cristiani “esaltano” la Croce perché essa “esalta” l’amore di Dio in ogni circostanza che ci ha “abbassato”; trasforma il matrimonio come acqua che diventa vino, infonde “vita eterna” in ogni relazione che giaceva senza amore e speranza. La Croce piantata nel mondo, nel deserto dove, come tutti nel mondo, abbiamo peccato, rivela la misericordia di Dio: su di essa, come sulla nostra storia, è colato il sangue di Cristo che ha lavato ogni peccato; su di essa, come sulla nostra carne, si è abbandonata la sua carne che ha vinto la morte per farci passare con Lui a una vita celeste, già qui, nella carne. Coraggio, mettiamo oggi una croce nel luogo più bello della casa, e passiamo un po’ di tempo ai suoi piedi con la nostra famiglia; fissiamola senza fretta, e impariamo a farlo ogni giorno. Su di essa vedremo i fatti e le relazioni che Dio ha mandato a morderci dissolversi nel suo Unigenito dato per noi, perché il dolore che abbiamo imputato a Lui ci umili spingendoci a implorare di nuovo la salvezza che abbiamo disprezzato. Esaltare la Croce, infatti, significa umiliare noi stessi nell’abbraccio senza condizioni di Cristo. Lasciarci amare così come siamo contemplando il patibolo sul quale Cristo è stato innalzato per innalzarci con Lui alla destra del Padre. Significa donarci a Cristo per appartenergli accettando di vivere crocifissi con Lui nella storia; così, chi ancora è del mondo, potrà vedere Cristo in noi, proprio attraverso la testimonianza che nel mondo, pur non essendo il Paradiso, non si è condannati a morire ma, credendo in Lui e accogliendo il suo perdono, vi si possono gustare le primizie della vita eterna.




QUI IL COMMENTO COMPLETO 

E QUI GLI APPROFONDIMENTI





Venerdì della XXIII settimana del Tempo Ordinario





αποφθεγμα Apoftegma

Frate Masseo disse a san Francesco: "Perché proprio a te? 
Perché tutto il mondo vien dietro di te e tutti vogliono vederti, ascoltarti e ubbidirti? 
Tu non sei bello, non hai grande cultura, non sei nobile. 
Perché, dunque, tutti ti seguono così? 
San Francesco a queste parole si rallegrò molto 
e guardando il cielo rimase per molto tempo rapito in Dio. 
Quando ritornò in sé si inginocchiò lodando e ringraziando il Signore, 
poi, molto infervorato, rispose a frate Masseo: 
"Vuoi sapere perché il mondo segue proprio me? 
Vedi, gli occhi dell'Altissimo Iddio che vedono in ogni luogo e in ogni cuore, 
hanno visto che non esiste peccatore più vile, più misero di me sulla terra
Per questo, per attuare il suo grande disegno, 
Dio ha scelto me, per confondere la nobiltà, la grandezza e la potenza del mondo, 
affinché si sappia che ogni virtù e ogni bene non provengono dalle creature 
ma dal Creatore e nessuno possa gloriarsi davanti a Dio. 
Solo a Lui ogni onore e gloria, nei secoli dei secoli". 

Fioretti di San Francesco






  





L'ANNUNCIO

Dal Vangelo Luca 6,39-42. 

Disse loro anche una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt'e due in una buca?
Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non t'accorgi della trave che è nel tuo?
Come puoi dire al tuo fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello. 








SULLA TRAVE DELLA CROCE GESU' HA CANCELLATO I NOSTRI PECCATI PER PREPARARCI A ILLUMINARE IL MONDO CIECO DI FRONTE ALL'AMORE DI DIO 


Sansone accecato
"Nessun cieco può guidare un altro cieco”. Eppure anche oggi ci accingeremo a prendere per mano moglie e figli per accompagnarli a “cadere nelle buca”; essa è immagine delle trappole del demonio che non si vedono a occhio nudo, quello cioè di chi crede di vedere perfettamente e invece è cieco, incapace di riconoscere “la trave” infilata nella sua pupilla. Siamo ciechi perché i nostri occhi, sedotti dal demonio, hanno smesso di guardare il Creatore per fissarsi sul frutto che ci è stato proibito. Mostrandocelo "bello, buono da mangiare, e desiderabile" ci ha indotto a prenderlo per crederci "da più del Maestro", cioè più intelligenti di Gesù che ci ammaestra nella Verità, per essere liberi di decidere noi cosa sia bene o male, e così poter giudicare tutto e tutti, occupandoci a togliere le "pagliuzze" dagli occhi dei fratelli. Ci è accaduto quello che successe a Sansone che cedette alle lusinghe di Dalila (il demonio), quando "i Filistei (i peccati) lo presero e gli cavarono gli occhi; lo fecero scendere a Gaza e lo legarono con catene di rame. Egli dovette girare la macina nella prigione". Il demonio ci ha cavato gli occhi donati dal Padre per contemplare il volto di Cristo e in esso il suo amore a cui consegnare la nostra vita. Senza gli occhi della fede non vediamo più l’amore di Dio nella nostra vita e per questo non possiamo guardare con amore il prossimo. Come un uomo a cui è stato tolto lo stomaco, abbiamo cominciato a sentire una fame atroce, per saziare la quale abbiamo posato lo sguardo su immagini seducenti e avvelenate. In prigione, infatti, sognando la libertà, si immagina il mondo di fuori come un paradiso. Ma è irreale! Così, prigionieri e  obbligati a girare intorno a noi stessi per soddisfare il nostro ego senza riuscirci, guardiamo tutto privi del discernimento, e nulla più ci appare per quello che è: la moglie e il marito, i figli e i parenti, gli amici e i colleghi, il lavoro, la scuola, i fatti di ogni giorno, che nella realtà sono pagliuzze che non avrebbero il potere di farci del male, diventano travi che pesano sugli occhi, togliendoci gioia e pace. Per questo sogniamo felicità artificiali nella pornografia, negli acquisti a rate di televisori sempre più grandi, macchine e gadget elettronici, sublimando negli oggetti e nei progetti, ciò che la fantasia avvelenata vorrebbe fosse la nostra vita. L'ipocrisia nasce qui, come un anestetico per non sentire dolore. Mentre il demonio ci ripete il fatidico "stai sereno" che cela il colpo finale con cui uccidere la nostra anima, ci autoconvinciamo e cerchiamo di convincere gli altri che va tutto bene, che stiamo da Dio perché siamo Dio... Il demonio è riuscito nel suo vero obbiettivo, che non è solo farci cadere nella buca. Questo è solo il primo passo; occultandoci i peccati, vuole convincerci che non siamo ciechi per impedirci di vedere la “trave” della Croce sulla quale abbiamo crocifisso il Signore. Guardate la società, che prima di accogliere il perdono pretende di mettere le condizioni a Dio, confondendo la misericordia con il suo contrario, cioè un certificato di buona condotta. Di peccati e di dolore e compunzione per essi neanche l'ombra. Ed è ciò che accade per molti divorziati che vorrebbero accostarsi alla comunione. Ditemi, c'entra qualcosa la misericordia? Essa è come un ambulanza che appare con le sirene spiegate facendo slalom nel traffico quando uno sta male ed è moribondo. Gli autisti fanno i salti mortali pur di salvarlo. Avete mai visto un'ambulanza correre verso uno che pensa di essere sanissimo? L'avete vista nell'urgenza di portargli un defibrillatore mentre mangia a quattro palmenti? Perché questa è la misericordia per chi, non sentendosi peccatore, non pensa di aver bisogno di pentirsi. Inculcandoci subdolamente di non averne bisogno, il demonio svela il suo autentico obiettivo che è proprio farci disperare della salvezza. Sembra un paradosso invece fa proprio così: ti induce a pensare che in fondo, non avendo peccato così gravemente, non hai bisogno di così tanta misericordia da dover scomodare la Croce e il sangue di Cristo che vi è colato sopra. Se accetti questo pensiero sei fritto, perché, quando ti troverai un peccato grosso tra le mani, quando cioè ti accorgerai di essere in prigione come Sansone e di non poter uscire, il prossimo pensiero che il demonio ti presenterà sarà l'opposto: sei uno schifo, il più grande peccatore, non c’è salvezza per te. Ma siccome avevi creduto di non aver bisogno del perdono di Dio, non ne hai fatto l'esperienza o l’hai dimenticata, e quindi non puoi credere al suo amore che perdona senza giudicare. E così precipiti nella disperazione, ti convinci che per te non c'è più speranza, che non cambierai. Ma se ti guardi così, se non guardi cioè la "trave" della Croce di Gesù che ha dato se stesso per strapparti dal peccato, allora ti accanirai contro gli altri che guarderai con la stessa disperazione con la quale guardi te stesso. E ti soffermerai sulle loro pagliuzze, perché ti appariranno come travi. Chi infatti ha dimenticato o non ha mai fatto l'esperienza del perdono di Dio capace di trasformare nelle sue viscere di misericordia che sono i sacramenti le proprie travi in pagliuzze, vedrà travi in ogni pagliuzza del fratello. E divorzierà, e poi esigerà che Dio benedica e sigilli quel suo guardare stolto, mettendo la firma sulla sua cecità. 



Ma coraggio, perché Gesù ci viene a visitare proprio in questa situazione di ipocrisia; il demonio "non è da più del nostro Maestro" che, per liberarci dalla menzogna e salvarci dalla disperazione, ha portato sulle spalle la "trave" dei nostri peccati che è divenuta la sua Croce. Si è fatto peccato perché il Padre guardasse su di Lui "la trave" che ci condannava come a una "pagliuzza" che le sue mani trafitte hanno tolto con misericordia. Fratelli, guardando la tua trave Gesù non ha mai disperato di te; il suo amore ha ridotto a pagliuzza il peccato più grave, per togliertela con tenerezza. Coraggio, puoi guardare la Croce senza paura, non è la tua condanna, ma la porta di Verità che apre per te le viscere di misericordia nelle quali Cristo ha il potere di rigenerarti e salvare il tuo matrimonio fallito ad esempio, sino a farne una cosa nuova e meravigliosa. Inginocchiati oggi davanti alla Croce, e fissala bene. Ci troverai scritti i tuoi peccati, e quelli degli altri, tutti lavati e cancellati dal sangue preziosissimo di Cristo. Avvicinati senza timore al trono della Grazia, e lascia che il suo amore giunga sin dentro il tuo cuore, per trasformarlo con il suo perdono. Cammina giorno dopo giorno nella Chiesa dove sarai "un discepolo ben preparato" per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello. La "preparazione" di cui Gesù parla è infatti il catecumenato con il quale la Chiesa primitiva preparava i pagani a ricevere il battesimo. Ma è anche il cammino di purificazione e conversione che Dio ha preparato per noi nella Chiesa. Alla luce della Parola di Dio scoprirai cioè la trave dove hai inchiodato il Signore, ti umilierai accettando di essere un peccatore, e così vedrai l'amore con cui Cristo ha tolto i tuoi peccati inchiodandoli alla Croce. L'esperienza di essere stato perdonato mille volte illuminerà di misericordia i tuoi occhi donandoti lo sguardo di Cristo sui peccati del fratello che ti appariranno come pagliuzze; solo allora potrai avvicinarti a lui con pazienza e misericordia per accompagnarlo a Cristo, l'unico capace di togliere quella pagliuzza dai suoi occhi perché veda anche lui lo stesso amore nella sua vita. Così un padre potrà aiutare con amore suo figlio solo se è consapevole della trave che ha chiuso i suoi occhi e non dispererà della sua conversione; si avvicinerà a lui come ha visto avvicinarsi Cristo, con la speranza invincibile che gli fa vedere anche il suo peccato più orribile come una pagliuzza di fronte alla misericordia infinita di Dio e al suo potere di risuscitare i morti. E così un marito o una moglie, così con chiunque è accanto a noi. Solo dall'ultimo posto, infatti, nella nostra storia illuminata, pacificata e accettata nelle acque del battesimo, nella consapevolezza di essere gli ultimi e i più indegni, ma amati infinitamente e gratuitamente da Dio, si può servire con la verità i fratelli. Perché "togliere la pagliuzza dall'occhio del fratello" significa servirlo illuminando i suoi peccati perché si renda conto di averne con la luce dell'amore che ha tolto la trave dal proprio occhio. Come il Signore, i "discepoli" "tolgono" la pagliuzza che impedisce ai fratelli di vedere l'amore di Dio inginocchiati davanti a loro, lavando i loro piedi, prendendo su di sé i loro peccati. 



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