Lunedì della XXV settimana del Tempo Ordinario


αποφθεγμα Apoftegma

Chiamò lucerniere la santa Chiesa,
perché in essa risplende la parola di Dio
mediante la predicazione,
e così, con i bagliori della verità,
illumina quanti si trovano in questo mondo come in una casa.

San Massimo il Confessore



UN ALTRO COMMENTO








L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 8, 16-18

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce.
Non c’è nulla di segreto che non sia manifestato, nulla di nascosto che non sia conosciuto e venga in piena luce. Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere».






ASCOLTARE UMILMENTE PER ACCOGLIERE LA GRAZIA CHE RIVELA LA VITA DI CRISTO IN NOI
"Come ascoltiamo"? Non è una domanda da poco conto. C'è una misura nell'ascoltare, una capacità di ascolto che, nelle parole di Gesù, appare decisiva. Perché ciascuno "ha" secondo come ascolta: si potrebbe coniugare le parole di Gesù dicendo che "a chi ha" ascoltato "sarà dato", ma "a chi non ha" ascoltato "sarà tolto anche ciò che crede di avere". Quindi, non tutti modi in cui si presta orecchio  hanno lo stesso valore. Parole, musica, rumori, ci sfiorano senza lasciare tracce. E poi le parole di chi ci è accanto, non parliamone neanche... refoli di vento a sfiorare le orecchie, spesso fastidiosi, mai che giungano al cuore. A meno che non si tratti di lodi e riconoscimenti... Nulla riesce a penetrare la barriera che erigiamo per paura della morte, ovvero della verità che venga a scuotere il nostro torpore borghese. Anche la Parola di Dio resta confinata sulla soglia, sia essa la strada, la pietra o le spine. Il seme non scende, non ci feconda, e restiamo senza frutto, come il fico pieno solo di foglie, come una lampada coperta da un vaso e posta sotto un letto, come il talento nascosto nel fazzoletto o sotto terra. Così è buona parte della nostra vita, ed è ridicola oltre che stolta... "Nessuno" accende una lampada e la nasconde, eppure vi è qualcuno che fa esattamente così con la propria vita. Riceve da Dio doni immensi, neanche se ne accorge, e li mette nel cassetto. La vita stessa, un dono meraviglioso, "full optional", pronta a partire sui cammini della storia per amare e donarsi, e invece, preferiamo una bicicletta scassata, e lasciamo la vita vera chiusa in garage. Spesso ce ne vergogniamo, la riteniamo sfortunata, piena di aspetti da nascondere, impresentabile. Meglio un po' di ipocrisia, flash di parole e inganni per non farci coinvolgere davvero nei problemi, e così non dover perdere nulla di noi stessi. Tutto questo accade perché ascoltiamo male, superficialmente e con arroganza, con la sicumera di chi la sa lunga su tutto. Chi può parlarti? Pensi che vi sia qualcuno che abbia qualcosa da dirti? Forse un medico di fronte a dei sintomi che non sai di dove vengano. Ma così, repentinamente, nel bel mezzo del lavoro, o in famiglia o a scuola, qualcuno può parlarti? Chi c'è oggi nella tua vita che pensi abbia qualche parola da aggiungere alle tue, una profezia, una correzione, un annuncio.... Ne hai bisogno? Perché per ascoltare ci vuole tantissima umiltà, e riconoscere di avere molto da imparare e quindi molto da ascoltare. E accettare che sino ad ora abbiamo vissuto nell'illusione di "avere qualcosa" e invece, immancabilmente, facciamo ogni giorno la triste esperienza di vederci portar via quello che "crediamo di avere". La ragione nelle questioni e nelle discussioni innanzi tutto e poi i criteri, i valori, sino alle persone e agli affetti più cari. Ma guarda un po', tutto è legato all'ascolto... Perché la fede, il fondamento dell'esistenza, viene dall'ascolto del Kerygma, dell'annuncioAllora, una cosa sola è necessaria e buona e bella, ascoltare bene come Maria, ai piedi di Gesù istante dopo istante, per ricevere la fede che nessuno potrà toglierci; ciò significa riconoscere nelle parole che ci arrivano l'annuncio della Buona Notizia. Anche in quelle irritate della moglie, o ribelli del figlio, o ingannevoli dei colleghi. Ogni parola contiene l'annuncio più importante, quello che dona e fa maturare la fede. Se non lo intercettiamo saremo condannati a vivere follemente: pur avendo ricevuto in dono la vita colma di amore, la strangoleremo nell'egoismo, regalo del demonio che non ci lascia mai in pace. Ascolta male, infatti, chi ascolta il padre della menzogna e, come Adamo ed Eva, riempie i giorni di ipocrisie, falsità e fughe, schiavo del proprio io. Chi ascolta male si nasconde, e che fatica....


Allora, chiederci "come ascoltiamo" significa interrogarci su "chi ascoltiamo". Perché per riconoscere una buona notizia in un responso medico che ti annuncia un cancro, beh, bisogna aver visto il Signore risorto e avere la certezza che sia Lui a parlarci, e metterci in ascolto di Lui; altrimenti ascolteremo il demonio, e lui di certo non ci presenterà la Croce come la salvezza e l'amore di Dio. Dunque, chi stiamo ascoltando? È facile rispondere: ascoltare in ebraico significa anche obbedire. Si tratta dell'obbedienza a ciò che fonda e dirige l'esistenza, alla parola che ci ha creati e che ci dona ogni istante la vita, anche ora. La Parola del demonio rende schiavi, quella di Gesù libera per amare. Chi è stato liberato vive liberamente. Chi è stato illuminato vive nella Luce. Chi è stato amato gratuitamente ama gratuitamente, perché in tutto ascolta la voce di Cristo. Per questo tutto diviene suo, e ogni giorno riceve qualcosa in più. La Croce, infatti, si rinnova sempre: "abbiamo" oggi la Croce? l'abbiamo ricevuta come un dono attraverso l'ascolto della parola del Signore? Allora "ce ne sarà data" ancora, e con essa più amore, più pace... Un insulto, un incomprensione, una difficoltà e un'umiliazione... Chi ha Cristo e la fede che lo riconosce in ogni circostanza e persona, vede moltiplicarsi l'intimità con Lui che solo si sperimenta sulla Croce, e in essa le consolazioni autentiche e non sentimentali, l'esperienza del suo amore. Chi scappa dalla Croce e difende la sua vita spegnendosi e occultando le grazie "sotto il letto", invece - rispondendo al male con il male ad esempio - perderà tutto, giorno dopo giorno. Chi si chiuderà all'ascolto di Dio che parla attraverso la sofferenza di un figlio, il suo disagio che ci urta e scomoda, perderà suo figlio!!! E così, se non ascolteranno, accadrà a un prete con i suoi parrocchiani, a un professore con i suoi alunni, a un fidanzato con la sua fidanzata. Come è allora oggi oggi la nostra vita? Non possiamo dimenticare che nulla di quanto ci è stato dato, nessuna parola di vita che ci è stata predicata resterà nascosta: la predicazione che ci salva, ascoltata con "cuore buono e perfetto" e obbedita giorno dopo giorno, ci arricchisce ogni giorno di più, e fa della nostra vita qualcosa di bello, ma bello davvero; tanto bello da essere messo in vetrina, come il frutto più squisito e prezioso dell'amore di Cristo. L'ascolto umile e accogliente ci depone sul "lampadario", perché la nostra vita sia un riverbero della luce della Verità. Tutto quello che siamo chiamati a vivere ci issa sul lampadario che è la Croce, da dove filtra, misteriosamente, la luce della Pasqua e della vita tra le piaghe della morte. Ecco a cosa oggi ci chiama il Signore: ad ascoltare e a lasciarci attirare sulla Croce con Lui: "l’anima destinata a regnare con Gesù Cristo nella gloria eterna deve essere ripulita a colpi di martello e di scalpello, di cui l’Artista divino si serve per preparare le pietre, cioè le anime elette. Ma quali sono questi colpi di martello e di scalpello? Sorella mia, sono le ombre, i timori, le tentazioni, le afflizioni di spirito e i tremori spirituali con qualche aroma di desolazione e anche il malessere fisico" (San Pio da Pietralcina). Alla Croce dunque, può accedere solo chi "ha" molto e molto e molto di più, l'amore infinito di Dio, perché esso non ha misura e si dona senza misura. Sulla Croce, che è la verità della storia e della nostra esistenza, può salire solo chi ascolta senza misura, nella completa disponibilità, libero per accogliere i "colpi di di martello e di scalpello" che purificano l'dito. Sì, l'ascolto è l'ascensore che, attraverso la Croce, ci conduce al Cielo, insieme a tutti quelli che "entrando" - nella famiglia, la comunità, la Chiesa, o la nostra vita ovunque essa giunga - possono contemplarvi la luce che annuncia e illumina il destino eterno di amore e misericordia preparato per ogni uomo. Una vita stupenda dunque è quella di ciascuno, tanto più bella quanto più orientata all'ascolto; tanto bella da essere, ogni giorno, esposta davanti al mondo, come uno spettacolo, identico a quello di Cristo sul Calvario: ogni giorno siamo infatti, con Lui, come condannati a morte, come pecore condotte al macello. Questa è la Chiesa, legata a Cristo crocifisso come i rami al tronco dell'albero. E così offriamo noi stessi perché innestati a Cristo grazie all'ascolto, fondati nella certezza che questo è l'amore autentico e primizia inconfondibile di un Cielo che la terra non conosce. Aspetta, infatti, il candelabro su cui vedere risplendere la nostra vita, perché nulla di essa, bagnata dalla Grazia e dalla misericordia, potrà restare nascosta, neanche un istante, nemmeno quello che agli occhi della carne, appare insignificante. Tutto di noi, anche oggi, sarà rivelato; come una buona notizia se avremo accolto il Signore, come uno scandalo se lo avremo rifiutato. E, stiamone certi, lo capiremo subito, cominciando dalla nostra famiglia. 


------


I «social», palazzo di vetro senza pietà

Chiara Giaccardi. Avvenire 16 settembre 2016

Una giovane donna si suicida, dopo che il video di un suo rapporto sessuale viene diffuso da chi doveva tenerlo per sé, diventando virale. Rabbia, vergogna, incredulità per le parodie e la totale mancanza di solidarietà e sdegno per questa gogna digitale hanno spezzato una vita forse già fragile. Facile dire ora che non avrebbe dovuto lasciarsi filmare, e soprattutto non avrebbe dovuto condividere il filmato con quei pochi che poi non hanno esitato renderla zimbello del web. Diciamo anche a margine che non sempre, e questa ne è prova lampante, i contenuti generati dall’utente sono una conquista e un motivo di orgoglio: possono diventare «prodotti ad alto inquinamento sociale», con una efficace espressione di Leonardo Becchetti. Ma al di là dell’amaro impasto di tristezza, indignazione per la violenza simbolica (che ha sempre effetti molto concreti) e del «certo che poteva evitare» è necessario cercare di imparare qualcosa da questa triste vicenda, che non fa onore a nessuno. Fermarci a pensare. Thinking what we are doing, come invitava a fare Hannah Arendt, in tempi bui, per non soccombere al male intorno. Questo caso, nella sua tragica concretezza, ci può far riflettere su processi più generali, nei quali siamo immersi anche come parte attiva, ma spesso troppo poco consapevole. 
Ne menziono tre, sui quali questa vicenda, e troppe altre che le somigliano, devono farci meditare. Il primo è quello che tra gli studiosi viene definito il 'collasso dei contesti'. È stata la Tv a dare inizio a una riconfigurazione della geografia della vita sociale, sganciando l’esperienza dal luogo, riscrivendo i modi della vicinanza e della lontananza, rendendo pubblico il privato. Con i social media questo processo si radicalizza: desideriamo raccontarci (l’atteggiamento di 'estimità' ed estroflessione che è il contrario dell’intimità) e pensiamo di essere in una stanza a parlare coi nostri amici, mentre invece siamo su un palcoscenico senza confini. Viviamo di fatto come in un palazzo di vetro, dove tutti vedono tutti. E questo crea un problema. Noi negoziamo infatti le nostre identità nelle relazioni con gli altri, in contesti diversi che richiedono una capacità di sintonizzarsi e assumere comportamenti appropriati; e questo implica la possibilità di rivelarci selettivamente ai diversi 'pubblici'. Non è, si badi bene, una forma di ipocrisia, bensì di consapevolezza delle differenze. Non si sta in famiglia come sul lavoro, non ci si comporta a una festa come a un funerale. 
Oggi la gestione consapevole del nascondere/mostrare è diventata molto più difficile. E non è un caso che l’universo social stia privilegiando le applicazioni che consentono un’interazione più 'privata', più intima, più simile ai tradizionali contesti faccia a faccia: il tentativo è quello di suddividere di nuovo in stanze separate l’open space creato dai social media, di ripristinare la pluralità dei contesti. Ma siamo ancora lontani, e i rischi non mancano comunque. Con i social media, in ogni caso, ilbroadcasting del sé raggiunge una scala molto ampia, lasciando tracce permanenti e recuperabili nel tempo, la cui accessibilità è al di fuori del nostro controllo. Esserne consapevoli è fondamentale. E introduce il secondo punto cui prestare attenzione: quello della comunicazione socialè un mix tra self-generated (prodotto dall’utente) e other-generated content (immagini 'taggate', commenti ai post etc.). Le audience per i contenuti creati e condivisi sono multiple, interconnesse e invisibili, potenzialmente illimitate. E non controllabili. Ciò che noi produciamo non ci appartiene più e può essere usato contro di noi. L’illusione di essere 'proprietari' di ciò che abbiamo postato, delle nostre tracce nel web è davvero pericolosa, come si dimostra. 
E infine, anche se le questioni sarebbero ancora molte, il rischio della perdita di realtà, che ci rende disumani. La mediazione del dispositivo che 'documenta per condividere' rischia di anestetizzarci, se ci adeguiamo semplicemente alla logica della fattibilità. Dove tutto è possibile, niente esiste davvero, scriveva Benasayag. Dove tutto è trasformabile in post e capitalizzabile in likes, nulla esiste davvero fuori di questa logica. Il 'capitalismo delle emozioni' ci porta a produrre, anche cinicamente, contenuti che possano diventare rapidamente virali, senza altro ordine di considerazioni se non quello quantitativo, in prospettiva autoreferenziale. Sì perché tutto questo, anche se non ci piace sentirlo dire, è figlio di un individualismo radicale dove niente conta più veramente, al di là di me. Dunque, non c’è solidarietà, compassione, rispetto che tenga. Nessuna ragione per mettere un limite alle nostre azioni. Perdita di realtà, anestesia, sé 'quantificato': non sono effetti necessari ma rischi in cui si cade senza accorgersene, se non si pensa a quel che si sta facendo. Se non si esce dalla logica di ciò che il dispositivo rende possibile, diventando puri esecutori di istruzioni scritte da altri, in preda al bisogno smodato di essere visti. 
Ecco perché, per citare un altro caso su questa scia, si arriva fino a filmare, sghignazzando, l’amica violentata nel bagno della discoteca. Probabilmente, pensando a quanti rilanci avrà il video. Perché del riconoscimento, della relazione il nostro io ha bisogno. E nella cornice dell’individualismo assoluto questo bisogno assume forme pervertite e disumane. È cronaca di questi giorni. Le donne, vittime, arrivano a farsi stolidamente complici dei carnefici. La tecnologia non libera affatto, se non ne capiamo il senso, ma anzi può essere piegata a forme subdole e sempre più perverse di umiliazione e violenza. Pensiamo a quel che stiamo facendo, a dove stiamo andando, a dove sta il senso. Per far sì che il dolore non sia inutile. Per non rendere vana questa triste morte. Che Tiziana, ora, riposi in pace.



XXV Domenica del Tempo Ordinario. Anno A



αποφθεγμα Apoftegma

Giusto per noi è “ciò che è all’altro dovuto”, 
mentre misericordioso è ciò che è donato per bontà. 
E una cosa sembra escludere l’altra. 
Ma per Dio non è così: in Lui giustizia e carità coincidono; 
non c’è un’azione giusta 
che non sia anche atto di misericordia e di perdono 
e, nello stesso tempo, non c’è un’azione misericordiosa 
che non sia perfettamente giusta.
Come è lontana la logica di Dio dalla nostra! 
E come è diverso dal nostro il suo modo di agire! 
Il Signore ci invita a cogliere e osservare il vero spirito della legge, 
per darle pieno compimento nell’amore verso chi è nel bisogno.

Benedetto XVI











GUARDATI, AMATI, PERDONATI, CHIAMATI E STRETTI IN UN'ALLEANZA DI AMORE ETERNO PER LAVORARE NELLA VIGNA PREGUSTANDO IL SALARIO DELLA VITA ETERNA


Sei felice della tua vita? Con la parabola di questa domenica, come uno Sposo innamorato Gesù ci ricorda che, per farci felici, è “uscito all’alba” della mattina di Pasqua vittorioso sulla morte. Che è venuto a cercarci per “salvarci” e strapparci all’ozio e ai vizi, frutto della “disoccupazione” del cuore, “prendendoci a giornata” per “lavorare” nella sua “vigna”.
Che ci ha promesso “quello che è giusto”, ovvero la giustificazione, il condono di ogni debito. E ci ricorda anche che lo abbiamo creduto: sì, nella “vigna” saremmo stati rigenerati e finalmente potevamo essere felici perché “occupati” per amare.
Credere è “convenire” che il salario promesso dal Signore è fantastico, proprio quello che il nostro cuore desidera. Ogni volta che accogliamo la predicazione, o riceviamo il perdono sacramentale, o mangiamo il Corpo del Signore, Cristo si fa nostro “salario”; è Lui stesso in noi che fa di “ogni giornata” un evento irripetibile, traboccante di vita.
E così siamo “andati” nella “vigna”, a camminare nella comunità cristiana dove sperimentare le promesse del Signore.
E oggi, si sono compiute in te? Sei felice o no? Forse dovrai dire, con molti altri, che no, non lo sei; se stai “mormorando” significa che sei ancora preda dei “tuoi pensieri”, così diversi da quelli di Dio.
Sei “invidioso”, ovvero, traducendo dal greco originale, il tuo “occhio è cattivo”; affetto di strabismo spirituale, guardi tutto di traverso con insoddisfazione ed esigenza.
Sei “invidioso” della “bontà” di Dio, come il demonio! Vorresti essere come Lui, “buono” con chi gli pare e come gli pare. Ma come? Nella sua imperscrutabile bontà non gli era parso di amare te che non ne avevi alcun diritto? Non ti ha “salvato” mille volte? Così satana rovescia la realtà nella nostra vita… 
Hai dimenticato le promesse e il “salario” accordato”. Non ti basta, Cristo non ti basta. Vuoi altro, quello che il mondo offre, quello che la carne reclama; magari ti basterebbe un sofà dove riposare, invece di discutere con tuo figlio o dover ascoltare le nevrosi di tua moglie.
Il demonio ha ancora potere e continua a sporcati lo sguardo; ti rapisce il cuore con i “pensieri” ragionevoli, accordati sul tuo sentimento di giustizia, perché tu metta il tuo tesoro nel salario che credi di meritare.
Sei così ingannato, infatti, che pensi di esserti sacrificato per seguire Gesù, di aver perduto molto per non aver ricevuto nulla in cambio, nulla di quanto speravi. Tua moglie continua ad essere identica a dieci anni fa, tuo marito è addirittura peggiorato, e tu, sì tu, ancora con gli stessi difetti, quelle debolezze che ti umiliano così tanto. 
Ma no, coraggio! Il Signore viene anche oggi ad annunciarci il suo amore! Il “Padrone”, ovvero il Padre, “fa delle sue cose quello che vuole”: “fa” cioè, di te e di me la sua volontà: “fa” una creazione nuova di te e di me, poveri peccatori “oziosi”.
Ci “fa” suoi “amici”, e per questo ci dona esattamente la stessa vita che ha dato al Primogenito, a Cristo! Allora, è un “torto” ricevere la natura di Dio, il suo potere sulla morte, l’amore nel quale offrirci agli altri e sperimentare la “ricompensa” che nessuno potrà toglierci?
E’ un “torto” ricevere in dono l’eredità che il Padre ha dato a suo Figlio? Pensa quanto ci inganna il demonio… Ma non ti rendi conto che sei “l’ultimo” di questo mondo? Che anche io, prete e missionario, dovrei stare all’inferno per i peccati che ho commesso, in pensieri, parole, opere e le omissioni?
Solo così potremmo aprire gli occhi e vedere che proprio per te e per me, Gesù si è fatto l’ultimo, lo “strumento d’espiazione nel suo sangue”, e viene a cercarci per farci diventare i “primi” tra i salvati. Ultimi perché deboli, incoerenti, nevrotici, peccatori, e “primi” perché più intensamente possiamo sperimentare il suo amore, gratuito, immeritato, insperato. 
Ora si comprende perché Gesù aveva detto al giovane ricco che Dio è “l’unico buono”: è l’unico che ama così, sovvertendo ogni idea sindacale della misericordia. Lui ricompensa di più chi meno merita… Anche se la carne pensa che sia ingiusto, questa è l’unica giustizia possibile, perché abbraccia tutti senza distinzioni.
Quello che non sa il mondo con i suoi “pensieri” che non prevedono il peccato originale nel cuore dell’uomo, è che nessuno merita nulla perché tutti sono stati “disoccupati” nell’incapacità di amare: “Non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù” (Rm 3, 22-30).  
Se, per Grazia, siamo stati chiamati alla salvezza prima dei pagani che ancora sono schiavi del mondo, è in vista della loro salvezza. Lo aveva capito Pietro: ha continuato a seguire Gesù, cadendo altre mille volte, scandalizzandosi della Croce e tradendo; ma così ha sperimentato di essere stato chiamato ad essere il “primo” proprio perché era l’”ultimo” tra tutti, il peggiore.
Come aveva ben chiaro San Paolo: “Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana ” (1 Cor. 8,15-10). 
Proprio per questo desiderava morire per andare con Cristo! Aveva sperimentato quale fosse il “guadagno” che lo Sposo aveva “convenuto” con lui. Ma sapeva che c’era una “vigna” dove “occupare” il proprio “corpo” per “lavorare con frutto” annunciando il Vangelo.
Abbiamo bisogno di camminare molto per scoprire e accettare di essere gli “ultimi”, stupiti e felici del “denaro” ricevuto immeritatamente ogni giorno. Allora “Cristo sarà glorificato in noi” e saremo una primizia tra i risorti inviata agli ultimi della terra, per annunciare loro la “giustificazione” gratuita di Dio che li “fa primi nel Regno dei Cieli”.




Sabato della XXIV settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

La terra buona produce frutto con la pazienza: 
con ciò intendiamo che le nostre buone opere 
potranno avere qualche valore se sopporteremo con pazienza 
le noie procurateci dal nostro prossimo. 
Del resto, quanto più avanziamo verso la perfezione, 
tanto più abbiamo prove da sopportare; 
una volta che la nostra anima ha abbandonato l'amore del mondo presente, 
l'ostilità di questo mondo cresce. 
Per questo ne vediamo tanti affaticarsi sotto un carico pesante, 
quando le loro opere sono buone... 
Eppure secondo la parola del Signore, «producono frutto con la loro perseveranza» 
nel sopportare umilmente queste prove, 
cosicché, dopo aver faticato, saranno invitati a entrare nella pace del cielo.

San Gregorio Magno


    









L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Luca 8, 4-15 

In quel tempo, poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché vedendo non vedano e ascoltando non comprendano.Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.








PERSEVERANTI NEL BENE PERCHE' SEMINATI NELLA TERRA BUONA DELLA CHIESA



"Poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città" Gesù mette in chiaro le cose. Insieme alla folla si può "ascoltare" la sua Parola, ma ciò non significa avere fede. Fateci caso, negli esempi che fa Gesù, emerge un tempo successivo all'ascolto, quello nel quale esso dovrebbe penetrare nella terra, mettervi radici e crescere libero. Tra il momento dell'ascolto e quello in cui appare la fede adulta di chi "crede" e dà frutto, vi è un "dopo", un tempo decisivoNon basta dunque ascoltare la Parola di Dio per avere fede. Non è sufficiente ascoltarla durante la messa della domenica, nei gruppi di ascolto, nelle conferenze e nei corsi biblici. E' necessario un tempo di crescita nella fede perché, "dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, si custodisca per produrre frutto con perseveranza". Attenzione, non ci confondiamo: Gesù identifica il seme con coloro che "ascoltano", non i vari tipi di terreno. Ciò significa che, a prescindere della situazione nella quale essi si trovano, la Parola entra e si fa carne con loro. Non importa se si trovano in peccato, se non si sono preparati ad ascoltare. La predicazione giunge quando meno te lo aspetti, perché Dio conosce i tempi e i momenti, e sa quale è quello favorevole per ciascuno. Forse uno ha un'amante da tempo, e ha una doppia vita che lo sta dilaniando. Forse un altro sta rubando sul lavoro, o è schiavo dell'alcool o della droga; forse ha un rancore sordo da anni. Bene, nel momento della predicazione non c'è ostacolo alla semina della Parola. Anzi, i peccatori hanno più possibilità di quelli che si ritengono giusti. E la fede viene dalla predicazione dice San Paolo. In un momento può cambiare la vita, eccome, perché la Parola di Dio ha il potere di risuscitare i morti. Infatti Gesù non dice che il seme che non ha dato frutto è simile a coloro che non hanno creduto. Anzi, tutti hanno accolto e hanno creduto in quel primo momento. Ma poi è successo qualcosa. E' di questo che sta parlando Gesù, del "dopo" successivo alla predicazione e all'ascolto. Quando il "seminatore esce a seminare" siamo ancora nel momento in cui chi ascolta è uno della "folla", confuso tra la "gente" che "accorre a Gesù da ogni città". "Dopo" deve scegliere dove camminare; se seguire l'invito degli apostoli a convertirsi e andare a farsi battezzare, a camminare cioè in una seria iniziazione cristiana, il "terreno buono" dove far crescere il seme, oppure se scegliere un percorso fai da te. Questo è il punto decisivo, e si può cambiare "terreno" anche "strada facendo". Perché l'ascolto è solo l'inizio di un cammino serio di conversione durante il quale si vedrà, concretamente, se si ha "ascoltato con cuore integro e buono", cioè retto e sincero, oppure no. La parabola è diretta proprio a quanti sono già nella Chiesa, hanno ascoltato e creduto. A noi. E ci chiede: dove ci troviamo oggi? Stiamo camminando sul "terreno buono" della comunità cristiana, oppure abbiamo disobbedito e ci siamo avventurati sulla "strada" tracciata dai nostri criteri e asfaltata dal nostro orgoglio? Se siamo sulla "strada" allora di certo i fatti e le persone ci stanno "calpestando", ci arrivano come frustrazioni e non ci capiamo nulla. Per caso, sentimentali e bambinoni superficiali che non possono "mettere radici", dopo aver "accolto la Parola con gioia e creduto per un po'", siamo inciampati tra le "pietre" scandalizzati dalle "prove" che non ci aspettavamo? Forse abbiamo creduto che seguire Gesù ci avrebbe resi immuni dai problemi, e invece tutto il contrario, accidenti. 














E per questo, la gioia si è sciolta come neve al sole trasformandosi in una paura che ci ha chiuso il cuore per difendere i nostri beni, il nostro tempo e i nostri progetti diventando così impermeabili alla Grazia. Oppure siamo tra quelli che il mondo e i "piaceri della vita" hanno di nuovo irretito. Non solo quelli grossolani, ma anche i "piaceri" più fini e corretti: i voti migliori per i figli, una carriera dignitosa, casa e vacanze assicurate, senza esagerare per carità... E' per questo che ci sentiamo "soffocare" dalle preoccupazioni: il mutuo, le rate della macchina e del televisore, la retta della piscina e dei corsi di russo dei figli, e poi la cellulite, il dirigente che non si accorge di me... Ci siamo dentro tutti, vero? Vuol dire che siamo usciti dalla "terra buona". Ma coraggio, oggi il Signore viene di nuovo a svelarci "i misteri del Regno di Dio" per chiamarci a conversione, cioè a tornare all'unica terra dove si impara a "custodire" il "seme" dagli attacchi del diavolo che vuole "rubarlo" per impedire di credere. Solo nella comunità cristiana c'è "l'umidità" necessaria per "mettere radici" capaci di resistere alle tentazioni e nelle "prove": la cura dei pastori e dei catechisti, il Magistero della Chiesa, i sacramenti, e la predicazione che illumina di nuovo i fatti della storia alla luce della fede. Coraggio, perché il Signore ci ama, e vuole donarci la natura nuova di figli di Dio, che sa "custodire" il tesoro della vita divina e "produce il frutto" dell'amore "con perseveranza". E' in questa, infatti, che si distinguono i cristiani che camminano nella terra buona. Il loro amore dura per sempre, con tutti e in ogni circostanza. Non è passione o sentimento, è vita donata, concretamente, ogni giorno, anche al nemico. E' la vita seminata dalla predicazione che ci fa seme nel Seme, figli nel Figlio, sposa nello Sposa, amore nell'Amore. 





Venerdì della XXIV settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

Le donne sono le prime incaricate di annunciare la resurrezione. 
Avevano vissuto gli eventi tragici culminati 
nella crocifissione di Cristo sul Calvario; 
avevano sperimentato la tristezza e lo smarrimento. 
Non avevano abbandonato, però, nell´ora della prova il loro Signore. 
Vanno di nascosto nel luogo dove Gesù era stato sepolto 
per rivederlo ancora e abbracciarlo l´ultima volta. 
Le spinge l´amore
quello stesso amore che le aveva portate a seguirlo 
per le strade della Galilea e della Giudea sino al Calvario
Donne fortunate
Non sapevano ancora che quella 
era l´alba del giorno più importante della storia. 
Non potevano sapere che loro, proprio loro, 
sarebbero state le prime testimoni della risurrezione di Gesù.

Giovanni Paolo II, Omelia della Veglia di Pasqua, 14 aprile 2001

  



COMMENTO CATECHETICO SULLA MISSIONE DELLA DONNA










L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 8,1-3.

In seguito egli se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio. C'erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demòni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni. 





LA CHIESA, NUOVA EVA AMATA GRATUITAMENTE, SEGUE LO SPOSO DONANDO SE STESSA PER TESTIMONIARE AL MONDO IL PERDONO DI DIO 



Nel brano di oggi risplende l'esito della corte spietata dello Sposo per la Sposa che lo aveva tradito sedotta da sette demoni, la pienezza della concupiscenza. Per farla capitolare e strapparla a tante lusinghe e menzogne Gesù ha usato ciò che lo rende unico: il perdono dei peccati. Chi ne ha fatto esperienza non può più resistere a Gesù, perché il suo perdono non solo estirpa il peccato, ma depone nel cuore la sua stessa vita, che, ricevuta gratuitamente, muove "naturalmente" il cuore alla gratitudine che si fa sempre sequela e offerta della propria vita. Chi ha sperimentato l'amore di Dio rivelato in Cristo, quello che nessuno ha mai avuto per lui, non ha bisogno di appelli, di comitati, di convegni, di spot pubblicitari. Seguire Gesù senza riservare nulla a se stessi è il frutto naturale della sua vita nuova: le membra una volta offerte al peccato, risuscitate dal suo amore, ne divengono strumenti privilegiati. E' la storia delle donne del Vangelo di oggi: seguono per gratitudine lo Sposo che, per strapparle all'amante, le aveva guarite da spiriti cattivi e da infermità ammalandosi della loro stessa morte. Per questo erano lì, insieme a Pietro, anch'egli cercato e perdonato sulle sponde del lago di Galilea. La Chiesa è la comunità dei "graziati", la Sposa che, liberata dal giogo del peccato, ha abbandonato la casa di suo Padre per seguire lo Sposo più bello. Come recita il Cantico dei Cantici, dare in cambio di questo amore tutti i beni della terra sarebbe disprezzarlo; è gratuito, possiamo solo lasciare che ci seduca. Per salvare l'umanità, Gesù ha scelto tra i peggiori: donne indemoniate, malate, deboli. Le peggiori. Come te e come me. Primo perché nessuna possa gloriarsi davanti a Dio; secondo per offrire a tutti un segno credibile di speranza: se lo stiamo seguendo noi, allora vuol dire che tutti, ma proprio tutti potranno essere salvati e cambiare vita. E oggi, vivi nella gratuità che ti ha salvato e che si fa accoglienza e dono? Se no saresti una sposa a metà, come purtroppo vivono tante donne, anche nella Chiesa. Incomplete, frustrate e nevrotiche, sempre in cerca di gratificazioni. Se ti senti così, se stai continuamente mormorando contro tuo marito, il vangelo di oggi è una Buona Notizia per te: tranquilla, una madre non sarà mai un padre, e una moglie non sarà mai un marito, come la Vergine Maria non sarà mai Gesù suo Figlio. Lei non ha mai avuto problemi di ruolo e di prestigio, di identità e di parità. Lei era la Madre di Dio, la Sposa immacolata dell'Amore che non muore. Non desiderava altro perché quello che aveva era tutto, soprattutto perché quello che era stata chiamata a essere da prima della creazione era tutto, era l'avventura più affascinante, anche se piena di dolori. Per strappare l'umanità al principe di questo mondo, infatti, Dio ha scelto Maria, e in lei molte altre donne, per essere le prime testimoni della risurrezione, le prime cioè a sperimentare la concretezza e il potere del suo perdono. Che privilegio, in una società nella quale alle donne non era consentito testimoniare nulla... Senza il loro annuncio Pietro non sarebbe andato al sepolcro... Quindi, senza l'annuncio delle donne niente messe, niente confessione e niente preti. Maria, e le altre donne del Vangelo ci chiamano a conversione. Innanzitutto per imparare a guardarle con gli occhi di Cristo colmi di rispetto e tenerezza per le debolezze, venerazione per la Grazia che recano in seno. Venerazione anche per la sessualità, senza esigere, senza violenza, mettendo la carne a servizio della volontà e dell'amore. C'è poco da scherzare. Siamo chiamati a riconoscere nelle donne l'avanguardia della storia: la madre di famiglia come la suora di clausura, la sposa come la vergine consacrata, ogni donna arriva sempre prima dell'uomo. Era al sepolcro prima di tutti, prima dei preti, dei padri e dei mariti. Era lì perché, come la peccatrice di quella città che abbiamo visto ieri, ha sperimentato di essere stata perdonata tanto, e per questo amava molto, seguendo fedelmente il Signore; come Maria e la Maddalena, le uniche sotto la Croce. La donna ama e ha coraggio dove l'uomo teme e tradisce. La donna "apre" la Chiesa e il cammino che ad essa conduce. La donna è la Chiesa e per questo si apre e si dona, e accoglie ogni peccatore perché in essa incontri la misericordia nei sacramenti e nella Parola. 


Allo stesso modo, in ogni famiglia, non può mancare l'amore ardente delle donne, la loro ricerca innamorata, il loro giungere all'alba e prima di tutti sulla soglia delle situazioni disperate. La mamma arriva sempre dove sente puzza di bruciato: guarda un figlio, lo "annusa" con il suo sesto senso, e ne intercetta subito il disagio, il dolore, la crisi; la madre, non si sa come, giunge sempre per prima al sepolcro dove si è infilata la vita dei suoi figli. E sempre per venerare e amare, mai per giudicare; le madri, donne innamorate e non "zitelle" come dice ancora Papa Francesco, donne feconde e fedeli, come le mirofore al sepolcro. E lì, dove arrivano prime perché amate per prime, accade sempre lo stesso: appare Cristo risorto, parla al loro cuore, e le apre alla speranza. Per questo, le madri corrono poi a chiamare il padre, ad annunciargli quello che hanno visto piene di fede, perché vada anche lui alla tomba, e veda, e creda, e, con loro, prenda decisioni... Prima la misericordia di una madre, e poi l'autorità del Padre, che può essere accolta solo se scaturisce dalla misericordia materna. Prima l'annuncio della Buona Notizia e poi l'insegnamento, e così padre e madre si completano per il bene dei figli; come accade nella Chiesa: "una bella e vera omelia deve cominciare con il primo annuncio della salvezza. Non c’è niente di più solido, profondo e sicuro di questo annuncio. Poi si deve fare una catechesi. Infine si può tirare anche una conseguenza morale. Ma l’annuncio dell’amore salvifico di Dio è previo all’obbligazione morale e religiosa" (Papa Francesco). Per questo è necessario l'annuncio delle donne che scaturisce dalla loro esperienza di essere state guarite dalla misericordia; è decisiva la loro intercessione che si fa annuncio invincibile di speranza. Oggi il Vangelo ci annuncia proprio questo equilibrio, nella Chiesa come nelle famiglie cristiane, altrimenti non si può compiere la missione affidata: "c'erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità", e per questo offrivano senza riserve se stessi, compresi i propri beni. Se una parrocchia o una Diocesi è preoccupata per i soldi, al punto di frenare lo zelo per il vangelo, è malata, ha dimenticato il suo Sposo, tradendolo di nuovo dopo averne sperimentato il perdono. La "radice di tutti i mali, infatti, è l'avarizia"; così torniamo all'origine dell'adulterio della Sposa, perché tra le parole ingannevoli dette ad Eva dal serpente, si nascondevano proprio quelle tese a innescare nel suo cuore l'adulterio e l'idolatria, figli dell'avarizia. Tagliare con Dio per essere come Lui è anche appropriarsi dei beni che Egli ci dona e difenderli egoisticamente. L'essere donna è un bene immenso, se vissuto da figlia e creatura docile e abbandonata alla volontà del Padre e Creatore. L'orgoglio innescato da satana rompe anche l'essenza e il fondamento della natura e della specificità femminile, il suo essere vergine, sposa e madre. Una donna avara che si chiude alla vita e all'amore, attaccandosi al denaro e al prestigio, cercando al di fuori del suo essere più intimo il compimento e la gioia, e rifiutandolo come fosse una umiliazione, è ormai presa nei lacci dell'inganno. Assistiamo ogni giorno ai disastri che sta producendo questa menzogna: ovunque stanno scomparendo l'equilibrio e la complementarietà. Anche nella Chiesa, dove si sta insinuando la stolta ignoranza che esige per le donne quello che non sono e non saranno mai. Certo, se si segue l'ideologia per la quale ormai non vi sono più padri e madri ma solo genitore 1 e genitore 2, allora anche nella Chiesa, potremo avere ministro 1 e ministro 2, preti e suore liberamente intercambiabili, secondo il desiderio e il sentimento del momento. La confusione sessuale e dei ruoli che vira sempre più verso astio e desideri di autodeterminazione, perversione e libidine sfrenate, nasce sempre dall'attacco che il demonio sferra contro la donna. Come Dio ha creato l'uomo a sua immagine "maschio e femmina", così nella società e nella famiglia, come nella Chiesa, esistono maschi e femmine, diversi ma l'uno aiuto dell'altro. Mai uguali ma sempre persone con identica dignità e valore. Un prete vale più di una suora perché presiede l'eucarestia? Chi pensa così non ha compreso nulla di una famiglia, della sua natura e bellezza. L'immagine completa e autentica di Dio non è più completa in un uomo (anche se prete) che in una donna. L'immagine di Dio risplende nella diversità e nella complementarietà: "Dio crea l’umano maschio e femmina perché fosse l’amore e non l’uguaglianza ad unire le persone" (San Giovanni Crisostomo). Con Cristo, nel cammino della Chiesa per le "città e i villaggi" delle generazioni del mondo, gli apostoli sono mandati insieme alle donne per condividere e realizzare la volontà del Padre compiuta nel Figlio. Con Lui, insieme perdonati e salvati, rigenerati e inviati, uomini e donne, sacerdoti e suore, padri e madri sono inviati nel mondo a testimoniare con gratitudine l'immagine amorevole di Dio che ogni uomo desidera ardentemente di vedere.