8 dicembre. Solennitá della Immacolata Concezione della Vergine Maria


 αποφθεγμα Apoftegma

Il mistero dell’Immacolata Concezione è fonte
 di luce interiore, di speranza e di conforto. 
In mezzo alle prove della vita 
e specialmente alle contraddizioni
 che l’uomo sperimenta dentro di sé e intorno a sé, 
Maria, Madre di Cristo, ci dice
 che la Grazia è più grande del peccato, 
che la misericordia di Dio è più potente del male
 e sa trasformarlo in bene.

Benedetto XVI



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Mercoledì della II settimana del Tempo di Avvento. Commento audio




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Mercoledì della II settimana del Tempo di di Avvento



αποφθεγμα Apoftegma

A chiunque prende su di sé il giogo della Torah 
viene tolto il giogo del regno terreno 
e il giogo delle occupazioni mondane; 
ma a chiunque scuote da sé il giogo della Torah 
viene imposto il giogo del regno terreno 
e delle occupazioni mondane.

Pirquei Avot III,5



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L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Matteo 11, 28-30

In quel tempo, rispondendo Gesù disse: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».











PER AMMANSIRLA NELL'AMORE LO SPOSO PIU' MITE SULLA CROCE SI LEGA ALLA SUA SPOSA ORGOGLIOSA PER FARE SUO IL GIOGO DI LEI   



Forse anche oggi ci sentiamo “affaticati e oppressi” dalla stessa Parola di Dio alla quale non possiamo obbedire perché, come Esaù, “uomo della steppa”, abbiamo perduto la primogenitura della vita divina che, invece, ha acquistato Giacobbe, “uomo tranquillo che dimorava sotto le tende”.  Quando, infatti, “Esaù arrivò sfinito dalla campagna”, di fronte alla minestra di lenticchie cotta dal fratello, pur di mangiare e ritemprarsi, non ci pensò due volte a vendere quanto di più caro avesse, la sua stessa identità e dignità: “Lasciami mangiare un pò di questa minestra rossa, perché io sono sfinito. Giacobbe disse: "Vendimi subito la tua primogenitura". Rispose Esaù: "Ecco sto morendo: a che mi serve allora la primogenitura?". Giacobbe allora disse: "Giuramelo subito". Quegli lo giurò e vendette la primogenitura a Giacobbe. A tal punto Esaù aveva disprezzato la primogenitura”. Il Targum (traduzione in aramaico della Bibbia ebraica) ci rivela come l’Israele contemporaneo di Gesù comprendeva questo testo: “Esaù era estenuato perché aveva commesso, in quel giorno, cinque peccati: si era abbandonato all’idolatria, aveva versato sangue innocente, si era accostato a una giovane fidanzata, aveva negato la vita del mondo avvenire e aveva disprezzato il diritto di primogenitura” (Targum Pseudo Jonathan). Commenti rabbinici successivi hanno interpretato così questo pensiero di Esaù “ecco, sto per morire”: “Il significato semplice è che Esaù andava tutti i giorni per i campi a caccia di selvaggina, e metteva la sua vita in pericolo; quindi pensò: come faccio a sapere che erediterò da mio padre? Si può invece essere sicuri che tu (Giacobbe), seduto serenamente nella casa di studi, vivrai ed erediterai. A cosa mi serve la primogenitura?”. Ecco la stoccata finale del demonio! Dopo aver vagato e peccato molto, come un toro ormai sfinito, siamo preparati ad essere infilzati con un colpo secco che scende dritto fin dentro il cuore: che mi importa della vita eterna e del paradiso, ora sono “affaticato” e sto morendo sfinito accidenti! A che mi serve continuare ad andare in chiesa e partecipare alle liturgie? Mi sazierà ora che sono “oppresso” da mille problemi ascoltare, pregare e accostarmi ai sacramenti? E così, dopo una lunga serie di passi posati nella “steppa”, vendiamo per un piatto di lenticchie la nostra chiamata. Cadiamo nella trappola del demonio come accadde ad Esaù che, vedendo quelle lenticchie “rosse” come i suoi capelli credette fossero proprio quelle ciò che avrebbe potuto saziarlo, l’unico cibo adeguato a lui. Come lo sono per noi il farci giustizia, serbare un rancore e rifiutare il perdono, chiuderci alla vita e molte altre attitudini che ci sembrano dare “ristoro” alle nostre forze e “riposo” alle nostre anime inquiete. E invece sperimentiamo il vuoto assoluto e la morte interiore perché abbiamo “imparato” dal maestro della menzogna che ci ha insegnato a disprezzare l’amore e la Grazia con la quale il Padre ci ha creati come i suoi primogeniti. Ventiquattro ore al giorno per 365 giorni all'anno infatti, una voce fastidiosa ma così suadente ci ripete: no! Perché devi obbedire, piegarti, sottometterti al giogo e servire? E' un vero e proprio stress. La ascoltiamo, e soccombiamo, perché in fondo va a toccare sempre i nervi scoperti dalle piccole e grandi ingiustizie che subiamo o crediamo di subire: la frecciata insolente, lo sguardo ironico, il letto dei bambini da rifare mentre stai già per uscire, il dentista sadico, o l'amministratore di condominio che ti viene a chiedere i soldi giusto quando avevi dimenticato la sua esistenza e già stavi pensando di cambiare finalmente il frigorifero. L'orgoglio ci ha gettato fuori di casa, e, come il figlio prodigo, ci siamo inselvatichiti. Per noi esistono ormai solo i bisogni primari, mangiare, bere, dormire, fare sesso e soddisfare tutto ciò che, istintivamente, stuzzica la carne. Vaghiamo lontano, proprio come animali allo stato brado: cerchiamo nutrimento ovunque, e non ci rendiamo conto che stiamo rovistando tra i rifiuti, incapaci di ascoltare e obbedire.

Gesù sa che siamo morti dentro e che per questo la Legge non può salvarci, anzi, essa diventa per lui un giogo insopportabile. Non ti meravigliare dunque se tuo figlio sembra uno yeti, incapace di stare fermo, ascoltare e obbedire: è inutile ripetergli come un mantra la lista dei doveri che neanche tu puoi adempire. Abbiamo tutti bisogno di ascoltare una voce che abbia il potere di destarci dal sonno della morte, di farci rientrare in noi stessi, ci rialzi per fare ritorno a casa, il luogo dove imparare a custodire e a vivere la nostra primogenitura. Abbiamo bisogno ogni giorno di ascoltare la voce del Maestro buono che ha il potere di far tacere quella del cattivo maestro. Il “giogo” della Torah, che non a caso significa “insegnamento”, si fa leggero e dolce solo portandolo con Cristo: saremo liberi dal “giogo del regno terreno e dal giogo delle occupazioni mondane” (Avot III,5) solo "imparando" da Lui nella Chiesa, la casa dove la ascoltare  la Torah con la quale Dio si è legato a noi come già a Israele, e dove, passo dopo passo, sperimentare come Lui la incarni e la compia in noi. L'umiltà e la mitezza, infatti, si "ascoltano" nella storia. Per questo oggi Gesù ci dice di “imparare da Lui” che è “mite e umile di cuore”. Etimologicamente, la “mansuetudine” o mitezza è la caratteristica dell'animale “ammansito” perché sia docile nel sottoporsi al giogo. La carne di Gesù è l’unica “domata” perché ha "imparato ad obbedire dalle cose che ha patito”. Per questo Gesù non ci impone nulla, non insegna dall'alto della sicumera. Il cuore “umile” di Gesù ha “umiliato” la sua carne per deporla accanto alla nostra, senza scandalizzarsi della nostra, schiava della superbia."Imparate da me": il termine adottato rimanda a un rapporto, a una relazione profonda, quella tra Didaskalo e Discepolo. “Imparare” dunque è la coniugazione di un'intimità. E' conoscersi, secondo l’etimologia biblica del termine; è donare e ricevere, è amare nell'amore con cui si è amati. E’, ad ogni passo, “nascere con” Cristo come creature nuove dal suo fianco squarciato per amore nelle viscere di misericordia della Chiesa. E’ camminare sulle sue orme, dove e come Lui ha imparato, ovvero dalle cose che patì. Per questo ci invita a “prendere su di noi il suo giogo”, la Torah che proprio su di esso Egli ha compiuto. La sua carne accanto alla nostra per abbracciarci e accoglierci sulla Croce che distrugge il peccato e ci rende “miti e umili di cuore”. La Croce con la quale ci ammaestra, infatti, ha le nostre misure: è adatta a tutte le manifestazioni del nostro orgoglio, parole, progetti, schemi, atteggiamenti, per potarle dolcemente nel suo amore. Se Lui è accanto a noi portando il giogo con noi, significa che ogni passo che faremo sarà immerso nella misericordia e nell'amore. La Croce è l'unica scuola adatta a noi; ciò che ci umilia e ci sembra assurdo e inaccettabile nella nostra vita è l'unico “giogo” adeguato a noi, per mezzo del quale imparare l'obbedienza, unica porta al vero “riposo”. Diversamente saremo sempre assaliti da scrupoli e dubbi. Chi non obbedisce non è mai certo di fare la cosa giusta, perché solo chi obbedisce ama. Il “suo giogo” abbassato anche oggi sul nostro collo è “leggero e soave” perché solo in esso troviamo la nostra realizzazione che è compiere la volontà di Dio, l'unica pace. Abbracciati da Cristo sapremo distendere liberi le nostre braccia per la moglie, il marito, i figli e per ogni uomo. E’ nella nostra vita concreta, infatti, che Gesù viene a farsi carne. Per questo, l’Avvento ci chiama a offrire il “giogo” di Gesù a chi ci è accanto, scendendo ovunque si trovi, per adattarlo alle sue misure. A “imparare” da Gesù nell’intimità della comunità cristiana per uscire con Lui da noi stessi e donarci all’altro. Come il Cireneo porteremo la Croce con Cristo. Forse inconsapevoli, ma aggrappati alla sua Croce; mentre crediamo di portarla scopriremo che è proprio essa a portarci alla pace e al riposo.



Martedì della II settimana del Tempo di Avvento. Commento audio


 



Martedì della II settimana del Tempo di Avvento




αποφθεγμα Apoftegma

Per il pastore la pecora smarrita non è una tra cento, 
ma è come se fosse la sola: 
la chiama per nome e ne riconosce la voce.
In una parola, la ama. 
Così è Dio per noi.
L’uomo di oggi ha bisogno di riconoscere la voce di Cristo, 
il vero Pastore che dà la vita per le sue pecore.
Siate, pertanto, apostoli capaci di avvicinare le anime al Signore, 
aiutandole a sperimentare il consolante abbraccio della sua redenzione.

Giovanni Paolo II, Omelia di Martedì, 11 dicembre 2001










L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Matteo 18, 12-14 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Che ve ne pare? Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta? Se gli riesce di trovarla, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. 
Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli.






LA FOLLE GIOIA DELLO SPOSO CHE PER SALVARE E PERDONARE LA SPOSA CHE L'HA TRADITO LASCIA OGNI SICUREZZA E LA CERCA SEGUENDO LE SUE TRACCE SINO AL FONDO DELLA SUA PERDIZIONE 

"Che ve ne pare?". Lasceresti oggi il guadagno sicuro di novantanove pecore per andare a cercare un'unica pecora dispersa, senza alcuna certezza di trovarla, senza sapere se sia viva o morta, o sbranata dai lupi e così inutilizzabile per lana e carne? Lascerei una parrocchia piena di attività, riunioni, catechismo, messe, cori, corsi biblici, quaresimali, per andare a cercare un fratello traviato, l'unico chissà, scappato, perduto, ostinato nei suoi peccati, cieco nei suoi inganni? Chi sarebbe disposto ad azzerare il contachilometri del cammino fallimentare nei confronti di una sola persona, dura, cocciuta, decisa a fare per conto suo, lasciando le certezze accumulate con novantanove pecore obbedienti, pronte a leggere, cantare, andare a consegnare avvisi, sempre impegnate e presenti in sacrestia come in chiesa? Forse una madre con il figlio drogato. Forse per recuperarlo. Ma per ritrovarlo così com'è e perdonarlo senza condizioni, mille volte, per finire con il vederselo morire tra le braccia? Forse, ma è il figlio. Ma per un nemico ostinato? "Che ve ne pare", Gesù mira al nostro intimo, perché Gesù parla sempre al cuore: "che cosa appare nei nostri atteggiamenti quotidiani in parrocchia, nella missione, in famiglia, a scuola e al lavoro? La libertà da se stessi, dagli anni accumulati e dalle ragioni raccolte nella mente e nel cuore, per ripresentare a Dio, ogni giorno, dinanzi alle mille speranze frustrate, la propria vita, il proprio corpo, la propria mente e il proprio cuore come un foglio completamente bianco, nell'assoluta certezza che Lui saprà stupirti e compiere l'impossibile? Parole e gesti non mentono, sono parabole che rimandano a contenuti ben precisi: sei così abbandonato a Dio da credere che davvero per Lui mille anni sono come un giorno solo, e che ciò che non è accaduto in tanto tempo può compiersi in un istante? Forse no, e per questo, nonostante i tanti miracoli operati da Dio nella tua vita, ti senti ancora frustrato, e ti sfugge la gioia. Perché la gioia autentica, la gioia sovrabbondante, quel "rallegrarsi di più" del pastore della parabola, ci è data come una primizia nel "ritrovare chi era perduto"! La gioia della misericordia, che significa viscere che gestano i cristiani a una vita celeste! Essi, infatti, sono stati scelti, chiamati, perdonati, curati, formati ed eletti per vivere questo surplus di gioia del Pastore. Essa coincide con quella che vi è "nel Cielo", come spiega il parallelo del vangelo di Luca: "Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione". La nostra gioia che nessuno potrà più toglierci è proprio quella di essere stati ritrovati, la stessa dei discepoli la sera di Pasqua quando, sperduti come gregge senza Pastore, ne hanno "visto di nuovo" il volto. Una gioia straripante sgorgava dal loro intimo nel contemplare le ferite che Gesù si era procurato per cercarli: con il sangue colato da quelle ferite aveva scritto in Cielo il nome di ciascun uomo per l'eternità. Quella era la gioia di cui aveva parlato ai discepoli rientrati dalla missione, ammonendoli di non rallegrarsi del potere di cui avevano disposto, nemmeno nel vedere satana precipitare come folgore. Ora quella gioia stava per compiersi. La vista del Signore l'aveva innescata, ma doveva ancora diventare la stessa "più gioia" del Pastore. Quegli undici apostoli impauriti siamo io e te, sono immagine della Chiesa. Ma, in loro, Gesù ha ritrovato anche ogni altro uomo che ha perduto nei peccati l'immagine del Padre. Il Mistero Pasquale di Cristo, infatti, ha reso eredi legittimi di quella gioia tutti gli uomini di ogni generazione. Per questo il Signore risorto ha immediatamente colmato e rivestito di Spirito Santo la grande gioia degli apostoli, rendendola come la sua stessa gioia. Ha così trasformato quelle pecore ritrovate in pastori inviati esattamente "come il Padre ha inviato Lui". A "lasciare sui monti le novantanove ritrovate", ad affidarle cioè alla Scrittura di cui "i monti" sono immagine e ai sacramenti che scaturiscono dal monte Golgota, perché non si "smarriscano". E ad uscire per cercare la pecora perduta. Quanti fratelli mancano all'appello del nostro cuore! Nelle parole di Gesù è svelato il mistero dell'amore soprannaturale che, prendendo dimora nel cristiano per mezzo dello Spirito Santo, fa di lui una scintilla celeste che scuote il mondo, per "splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola della vita". Per una imperscrutabile volontà di Dio alcuni sono stati chiamati alla Chiesa, ed eletti a far parte del Popolo santo che ha gli stessi sentimenti di Gesù. La Chiesa avvinta dallo Spirito Santo, che la Carità di Cristo "urge", sospinge incessantemente" a cercare la pecora perduta annunciando il Vangelo a ogni creatura. Per questo i cristiani, come Gesù, sono sempre santamente inquieti, aspirando alla gioia "più grande", più dello stesso sentirsi amati e perdonati

Sì, è qui il cuore del vangelo di oggi che illumina anche il senso profondo dell'Avvento. Attendere il Signore, desiderare la sua venuta significa andargli incontro uscendo da se stessi per testimoniare e annunciare il Vangelo. Lui, infatti, è già alle porte della nostra vita incarnato in ogni "piccolo", come il Bimbo deposto nella stalla di Betlemme. Non lo senti Lazzaro che geme alla tua porta? Brama di saziarsi dello stesso amore che ha arricchito la tua vita di ogni bene! E' tuo padre, è tua figlia, tua moglie, quel collega, o quel vicino di casa che urla sempre, non ti saluta mai, schiavo di chissà quale peccato. Ascolta! Se stai male, se senti che ti manca qualcosa per essere felice, nonostante Dio ti abbia ricolmato di Grazie, è perché sei ancora un mezzo cristiano. Sei stato perdonato ma resisti ancora, ti stai di nuovo chiudendo per afferrare i piedi di Gesù, per possederlo e gustarti in pace il suo amore. Ma è impossibile! Così svanisce anche la Grazia! Noli me tangere, non mi trattenere dice Gesù alla Maddalena ritrovata e a ciascuno di noi. Alzati, ora, e "va' dai miei fratelli e annuncia loro che salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro". Va' a cercare la pecora perduta perché essa è una dei fratelli di Gesù; e annunciale che il suo nome è scritto in Cielo, che Il Padre delle novantanove rimaste nella comunità cristiana è anche Padre suo, che il Dio dei cristiani è anche Dio suo! Questo ha fatto San Paolo: "Dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli" (Rm 9, 1-3). Non c'è gioia autentica se non è gestata nel cuore dal grande dolore e dalla sofferenza continua per i "fratelli" che non sono ancora ritrovati. E' il cortocircuito del cuore di Paolo, completamente posseduto dallo zelo divino, che è misericordia, gelosia e santa ira contro il demonio. Lui sì che aveva i sentimenti di Gesù. Ritrovato mentre era lanciato ad incarcerare i suoi fratelli più "piccoli", ha sperimentato il suo perdono che lo ha, immediatamente catapultato nella missione verso i più lontani. E, una volta illuminato, ecco crescere in lui il dolore per chi stava rifiutando Cristo, al punto di voler essere egli stesso anàtema. Questo termine, che letteralmente significa  "una cosa appesa, esposta", traduce l'ebraico herem, che indica  le cose messe da parte, sia per la divinità, sia per la maledizione. Herem, infatti,  può significare sia una città votata allo sterminio, che la primizia da offrire a Dio come sacrificio. Per questo, significa anche messo al bando, escluso dalla vita, posto a termine, ovvero "separato da Cristo". Paolo amava la salvezza dei suoi fratelli più di se stesso. Come Gesù, che è divenuto anàtema per noi, "appeso" al legno della Croce per riscattare ogni pecora perduta. Ma chi di noi è così libero, e innocente, da rinunciare a tutto, anche a se stesso, rischiando la propria salvezza, offrendosi in riscatto per chi è lontano e perduto, gettandosi nell'impresa di cercare e salvare quel rapporto perduto, quell'amico diventato nemico, quel coniuge che ci ha lasciato vent'anni fa? Chi può rinunciare alla propria vita al punto di accettare che Dio sconvolga decenni di certezze, di conclusioni cementate dall'esperienza, di arguzie e discernimenti "forgiati sul campo"? Chi? Solo Gesù Cristo! Egli è l'unico che ha nel cuore cento pecore, sempre. Anche quando una scappa, si perde, lo rifiuta, lo bestemmia, spezza l'Alleanza, lo tradisce, e distrugge la propria vita e dilapida la primogenitura e le Grazie ad essa legate, per Lui il gregge è sempre di cento pecore, mai di novantanove. Gesù non cancella nessuno, non considera nessuno spacciato, sino alla fine. Per Lui è sua pecora anche la peggiore, la più ribelle; anche quella che lo umilia, e lo calunnia, e lo uccide... E' parte della sua eredità consegnatagli dal Padre come la sua missione: cento ne ha ricevute, cento vuole portare all'ovile eterno del Cielo. Per questo ha lasciato che calpestassero il suo onore, la propria volontà, gli schemi messianici nei quali era stato educato, il suo stesso essere Figlio di Dio, sino a terminare su una croce come il peggiore dei bestemmiatori. Ogni progetto, ogni logica - e che logica! - tutto è saltato, e in Lui, Pastore buono gettato alla ricerca della pecora perduta si è svelato il pensiero di Dio. Il pensiero di Dio su di me. Si, quella pecora smarrita sono io. Per me il Signore ha percorso un cammino infinito, dal Cielo alla terra. E, sulla terra, sino a me, alla mia vita, oggi. Sono scappato, preso da un'irrefrenabile frenesia di cambiare foraggio, suvvia sempre lo stesso... E ho smarrito il cammino vagando dietro ad altri compagni. Ma mentre me ne andavo sui passi del peccato il Signore era già alla mia ricerca. Si, proprio mentre saliva gagliarda la violenza dal mio cuore e seminavo di morte il mio cammino, Lui era già sulle mie tracce, perché il fuoco di un amore soprannaturale lo attirava verso di me. E verso chiunque mi è vicino e si è fatto il più lontano, l'amico che mangiava con me e mi ha tradito, vendendomi per trenta stupide monete. E' vero, questi sentimenti non ci appartengono, perché, contabili pii e saggi quali crediamo di essere, ci stringiamo alle novantanove certezze e dimentichiamo nell'inferno quella pecora che Dio ci ha dato come un tesoro unico e prezioso da custodire e amare. Se davvero abbiamo sperimentato la gioia di essere stati ritrovati dal Signore, e abbiamo ricevuto lo Spirito Santo, allora quell'unica pecora che ci è sfuggita, che non ha accolto il nostro amore, le nostre cure, parla oggi al nostro cuore: è il Signore stesso che, in lei, ci chiama alla luce della verità. Forse gli sforzi che abbiamo profuso hanno dimenticato chi quella pecora fosse realmente, e abbiamo tentato di rinchiuderla nei nostri criteri. O forse no, forse è stata davvero così perversa da rigettare il nostro amore, da rifiutarci e tradirci. Il fatto è che ora manca all'appello. E fa parte di noi, dell'eredità che Dio ci ha dato nel momento stesso in cui ci ha pensati e creati, e ci ha chiamato alla Chiesa. Non saremo noi stessi sino a che non l'avremo ritrovata, issata sulle spalle e ricondotta a Dio. Guardarsi e rimirarsi per i successi ottenuti, come per i fallimenti subiti, non è secondo il cuore di Dio. Lo zelo che arde di gelosia per la carne della propria carne dispersa e perduta non può non muovere la Chiesa e i cristiani, al di là di ogni progetto e piano pastorale o familiare, e sospingere tutti sui sentieri impervi dei bassifondi della storia. Siamo nella Chiesa per questo! Perché l'amore e la compassione di Cristo arda nei nostri cuori volgendoli verso "i piccoli", spendendo ogni istante della vita "perché nessuno si perda". E' la "volontà del nostro Padre celeste"! Non ce n'è altra. Il lavoro, il matrimonio, il ministero presbiterale? Sono strumenti per compiere quest'unica volontà d'amore del Padre, che desidera il ritorno di Gesù nella nostra vita spesa perché il suo amore possa giungere a ogni pecora perduta. Camminiamo allora in questo Avvento, immagine di tutta la nostra esistenza, preparando con la nostra conversione la strada al Signore, affinché con Lui “riusciamo” a ritrovare ogni fratello disperso.



QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI





Lunedì della II settimana del Tempo di Avvento. Commento audio




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COMMENTO CATECHETICO

 

Lunedì della II settimana del Tempo di Avvento




αποφθεγμα Apoftegma

Tu sei benedetto, Signore nostro Dio, 
il sovrano del mondo, che ha creato tutto per la sua gloria.
Tu sei benedetto, Signore nostro Dio, 
il sovrano del mondo, il creatore dell'uomo.
Tu sei benedetto, Signore nostro Dio, il sovrano del mondo, 
che ha creato l'uomo a tua immagine...
Che la città sia giubilante, 
felice e gioiosa nel suo abbraccio pieno di gioia con i suoi figli. 
Tu sei benedetto, o Signore, che fa gioire Sion con i suoi figli.
Fa che la coppia di innamorati sia molto felice, 
proprio come hai fatto la creazione felice nel giardino di Eden... 
Tu sei benedetto, o Signore, che fai lo sposo e la sposa felice.
Tu sei benedetto, Signore nostro Dio, il sovrano del mondo, 
che hai creato la gioia e la festa, 
lo sposo e la sposa, la festa, tripudio, gioia e il piacere, 
l'amore e la fratellanza, la pace e l'amicizia. 
Possa presto essere udita nella città di Giuda e nelle strade di Gerusalemme, 
la voce di gioia e letizia, 
la voce dello sposo e la voce della sposa, 
la voce di giubilo degli sposi sotto il baldacchino nuziale
e di giovani dalle loro feste di canto. 
Benedetto sei tu, Signore, che doni la gioia dello sposo per la sposa. 

Benedizioni degli sposi nel matrimonio ebraico






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COMMENTO CATECHETICO






L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 5,17-26

Un giorno Gesù sedeva insegnando. Sedevano là anche farisei e dottori della legge, venuti da ogni villaggio della Galilea, della Giudea e da Gerusalemme. E la potenza del Signore gli faceva operare guarigioni.
Ed ecco alcuni uomini, portando sopra un letto un paralitico, cercavano di farlo passare e metterlo davanti a lui. Non trovando da qual parte introdurlo a causa della folla, salirono sul tetto e lo calarono attraverso le tegole con il lettuccio davanti a Gesù, nel mezzo della stanza. Veduta la loro fede, disse: “Uomo, i tuoi peccati ti sono rimessi”.
Gli scribi e i farisei cominciarono a discutere dicendo: “Chi è costui che pronunzia bestemmie? Chi può rimettere i peccati, se non Dio soltanto?”. Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: “Che cosa andate ragionando nei vostri cuori? Che cosa è più facile, dire: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Àlzati e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati: io ti dico - esclamò rivolto al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua”. Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e si avviò verso casa glorificando Dio.
Tutti rimasero stupiti e levavano lode a Dio; pieni di timore dicevano: “Oggi abbiamo visto cose prodigiose”.


LE NOZZE DEL PERDONO


Un paralitico non può muoversi. Sembra evidente, ma purtroppo spesso non lo è. La verità è che spesso siamo come dei paralitici convinti di poter camminare e di fare, liberamente, qualunque movimento. Tentiamo di alzarci, immaginiamo, rincorrendo sogni e fantasie, di correre, danzare, nuotare, tirare calci sublimi a un pallone. Mentre la realtà è ben altra, schiacciati come siamo su un lettuccio di dolori. L'inno "Il Natale" di Alessandro Manzoni inizia con un'immagine che descrive bene la situazione: è quella di un masso caduto dall'alto di una montagna che giace sul fondo della valle: 

"Là dove cadde, immobile 
Giace in sua lenta mole; 
Nè per mutar di secoli, 
Fia che rivede il sole 
Della sua cima antica, 
Se una virtude amica 
In alto nol trarrà". 

Il sasso precipitato dall'alto d'una montagna non potrà mai rivedere il sole che si contempla dalla cima, se una "forza amica non lo prende e non lo riporta su. 


"Tal si giaceva il misero 
Figliol del fallo primo". 

E' l'uomo decaduto per il peccato originale. 

"Donde il superbo collo
più non poteva levar". 

Il paralitico. Incapace di levare lo sguardo, il collo superbo di una mente obnubilata, ingannata dalla menzogna de demonio. Caduto, è ormai condannato a contemplare se stesso, i suoi sogni e i suoi ideali trasformati in idoli. Come scriveva don Giussani a proposito del peccato originale, "chiuso nell'affermazione di sé prima che la realtà". Totalmente alienato. Prosegue Manzoni 

"Qual mai tra i nati all'odio 
Quale era mai persona, 
Che al Santo inaccessibile 
Potesse dir : perdona? 
Far novo patto eterno? 
Al vincitore inferno 
La preda sua strappar?". 

Chi può invocare il Santo inaccessibile tra tanta folla, tante voci, muri d'orgoglio, di affetti, gente accalcata, carne mescolata, affari, lavoro, progetti, denaro. Come potrà un paralitico, incapace di tutto, annichilito su un lettuccio, vedere il Sole, la Luce, e chiedere perdono? Chi potrà strappare le nostre vite paralizzate, i nostri cuori induriti dalle grinfie del demonio? Chi potrà strapparci dal crederci capaci, dal sentirci in vena, dal mostrarci a posto? Chi strapperà noi povere prede dagli inganni dell'accusatore? Chi se non una "Virtude amica"? Chi se non la Chiesa, con la sua fede irrorata del sangue dei martiri, da duemila anni sui sentieri della storia a cercare i paralitici di ogni generazione. Chi se non la Sposa del Signore potrà risollevarci eludendo il muro dell'anonimo cinismo e l'ipocrisia dei religiosi di facciata? La Chiesa ci conduce, assolutamente incapaci e indegni, all'incontro con il perdono. La virtù amica della Chiesa ci guida nel cammino verso Cristo, verso ciò che occhio umano mai ha potuto vedere: il perdono di un peccatore, ovvero un paralitico che cammina. La virtù amica della Chiesa che con il magistero e la predicazione, con l'annuncio e la tenerezza ci accompagna nell'intimità del cuore di Cristo facendoci passare attraverso il "tetto", immagine di riparo, segno del matrimonio e della famiglia.

Nella Scrittura e nelle religioni, il baldacchino è il segno dell'intimità familiare, della Gloria di Dio che custodisce il talamo nuziale. La celebrazione del matrimonio nella tradizione ebraica è singolarmente vicina all'episodio del Vangelo di oggi. "...Le persone presenti alla cerimonia nuziale procedono verso la "chuppà" (la tenda nuziale), dove avrà luogo il matrimonio, secondo un ordine preciso. Lo sposo attende la sposa davanti alla "chuppà" che simbolicamente rappresenta la dimora dello sposo. La transizione della sposa dalla casa paterna a quella del marito viene, quindi, simbolicamente rappresentata attraverso la processione di entrambi i genitori accompagnanti la sposa verso la sua nuova destinazione.... Chiariamo il significato del termine "Chuppà". Esso originariamente era riferito al tetto o alla camera nuziale e, qualche volta al matrimonio stesso. Nei tempi antichi la chuppà era la tenda o la stanza dello sposo a cui la sposa era portata in festosa processione per l’unione matrimoniale. Ai tempi talmudici era d’uso che fosse il padre dello sposo ad erigerla. Il termine "chuppà" significa, in ebraico, "protezione" e si riferisce al baldacchino o alla tenda che copriva gli sposi durante la cerimonia nuziale. Esso serve ad uno scopo legale: rappresenta l’atto decisivo con cui veniva formalmente attestata l’unione matrimoniale e la conclusione dell’atto matrimoniale iniziato con il fidanzamento. Insieme questi due atti di acquisizione, il fidanzamento ed il matrimonio, vengono chiamati chuppà ve’kiddushin". Il Vangelo di oggi ci parla delle nozze che uniscono la creatura al Creatore. La Chuppà è l'immagine della nube che ricorda il dono della Torah al Popolo sul Sinai, le nozze fondate sulla Parola e l'obbedienza, l'Alleanza gratuita che sigilla la primogenitura. Il paralitico è immagine di un Popolo infedele, chiamato a camminare nella Torah del Signore, a vivere nella sua intimità che è compierne la volontà, ma incapace di muovere un solo passo. Per questo Gesù perdona i suoi peccati! Le gambe non si muovono perché il cuore è malato. E Gesù punta diritto al cuore, per guarirlo e renderlo capace di amare, di obbedire, di vivere alla luce della Torah. Il Vangelo oggi, ci annuncia le nozze fondate sul perdono. La nostra genitrice, la Chiesa, ci conduce a Cristo - la nostra nuova destinazione - sotto la Chuppà, il tetto della misericordia nella quale diventiamo una sola carne con il nostro Sposo. E' lì, sul letto d'amore dove ci ha sposato il Signore, sulla sua Croce gloriosa, che la Chiesa ci depone ogni giorno. Ai piedi di Gesù la essa ci fa, con un atto decisivo, suoi discepoli; nell'ascolto della Sua Parola impariamo la sua misericordia; nel riconoscerci paralitici, peccatori sempre deboli e bisognosi del suo amore, sperimentiamo la gratuità dell'Alleanza nella quale siamo stati chiamati. La Chiesa ci sposa a Cristo: noi poveri e con l'unica dote dei nostri peccati, Lui, ricco di ogni benedizione. Senza la sua intimità non v'è salvezza, solo arroganza e falsa religione, quella degli scribi e dei farisei, di chiunque si scandalizza di fronte a Cristo e al suo potere di rimettere i peccati. Lui è Dio e lo certifica nel frutto del perdono: il paralitico si alza, risorge, e comincia a camminare, a compiere la volontà di Dio. E' la Grazia del perdono che solo Dio può offrire; per questo il paralitico porta con sé la memoria della sua fragilità, la verità del suo essere debole e incline al male. Con il "lettuccio" caricato sulle spalle, immagine anche della Croce che lo ha redento, potrà camminare nell'abbandono totale alla misericordia che lo ha salvato.