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Mercoledì della II settimana del Tempo di Quaresima




Il calice di Gesù


Ogni giorno, come una risacca, riemerge in noi il medesimo desiderio, la solita concupiscenza: "alla destra e alla sinistra" del potere, per dirigere la vita e sfuggire alla morte. Come Giacomo e Giovanni siamo figli della carne: nostra madre, come ogni madre, aspira ai primi posti, illudendosi di sfuggire così al dolore e al fallimento. Concepiti nel peccato "non sappiamo cosa chiedere" a Dio e alla vita, sempre in cerca di fatti ed emozioni nuove, di qualcosa che ci colmi che neanche conosciamo. Facciamo i capricci e basta, come i bambini. E, ciechi sulla nostra debolezza, ci "sdegniamo" delle pretese altrui. Ma la vita ogni giorno ci porta "a Gerusalemme", e la Quaresima ce lo ricorda. La storia ci presenta un "calice" attraverso le difficoltà, i problemi e i fallimenti. Per esempio, questo calice è tuo marito; forse non lo hai mai guardato così, o forse sì, ma non ne hai mai bevuto sino in fondo. Hai sorseggiato un pochino, e subito la sua violenza, la superficialità e l'indifferenza, la debolezza cronica che lo rende incapace di prendere decisioni, ti ha dato alla testa; e il demonio ha avuto buon gioco per dirti di non accostarti più a lui, che nel vino è mescolato il veleno, un'altro sorso e moriresti. Quanti giorni sono che non gli parli? Quante mormorazioni mentre gli stiri le camice? Per questo la Quaresima viene in tuo aiuto, così come a ciascuno di noi, tutti disposti superbamente a bere di qualunque calice, per poi sputarne immediatamente il vino appena sorseggiato. In questo tempo la Chiesa ci invita di nuovo a prendere il calice che Cristo ci porge. E' il suo, perché tuo marito, come tua moglie, tuo figlio e ogni altra persona, tutti sono stati riscattati e comprati al caro prezzo del sangue di Cristo. Non potremo sperimentare la Pasqua senza accostarci al calice del Signore, senza berne sino in fondo per gustare il suo amore. E' vero, c'è del veleno, il demonio non ha mentito; c'è il peccato, e la morte che ne consegue. Ma ha nascosto l'altra parte della realtà, la verità più importante. Proprio il vino che vi è dentro è il sangue di Cristo, spremuto e pigiato nel tino della sua Croce. E' più forte del peccato e della morte, ha assorbito e reso innocuo il veleno. Bere oggi al calice di Cristo significa, infatti, partecipare della Nuova Alleanza, attingere alla Coppa che chiude, come un sigillo, il Seder della notte di Pasqua, per uscire con Lui nella notte dove si è infilato Giuda per offrirsi proprio a lui. In quel giardino Gesù ci ha mostrato la libertà; nessuno più libero di Lui, libero di donarsi spontaneamente a chi lo tradiva perché certo dell'amore del Padre. Convertirci significa quindi bere al calice di Cristo per gustare, misteriosamente, proprio al culmine del dolore, la libertà che si fa pienezza e anticipo della terra promessa. Non temere allora per qualche brivido, per il dolore che ti ha procurato tuo marito. Esci con Cristo da te stessa e consegnati a Giuda, allo sposo che mentre ti baciava ti ha tradito. Proprio lì sperimenterai la Pasqua del tuo matrimonio, la resurrezione dell'amore autentico che si incarna nel "servizio" gratuito e disinteressato. E' di questo che ha bisogno ogni matrimonio, come ogni altra relazione, con i figli, con gli amici, con i nemici. Solo entrando nella storia concreta di ogni giorno si può sperimentare la libertà conquistata da Cristo quando ha superato la barriera della morte. E lì, all'ultimo posto, dietro a tutti - alla moglie, al marito, ai fratelli, al figlio, al collega - l'orizzonte si allarga e diveniamo "i primi", ovvero le "primizie" di coloro che hanno vinto la morte. L'ultimo posto, infatti, è l'unico che compie il naturale desiderio di essere i primiprimi come Gesù, il Primogenito, guardando tutto dal basso verso l'alto, capovolgendo criteri e gerarchie, nella follia di un conteggio che fa saltare la matematica dell'orgoglio. E' il paradosso divino al quale siamo chiamati: il Padre "celeste" guarda tutto dall'alto abbracciando il senso pieno di ogni esistenza, dal concepimento alla morte, dove ogni particolare è incastonato nel suo progetto totale, proprio perché, nel suo Figlio, ha deposto lo sguardo sull'ultimo posto della terra, il più distante dal Cielo. In esso, infatti, si comincia a contare dall'ultimo posto, quello del suo Re e Signore: così "tra di voi" nella Chiesa, nelle famiglie cristiane, ovunque vi sia un fratello del Primo tra i risorti dalla morte. Coraggio allora, il Signore "ci chiama a sé" e ci annuncia che "berremo al suo calice". Non importa se non sappiamo "il posto" che ci sarà assegnato nel Regno dei Cieli: lì la carne non saprà distinguere un posto da un altro, perché "Cristo sarà tutto in tutti". Sulla terra, l'ultimo posto che ha preso il Signore, ci ammaestra e prepara a quello che occuperemo in Cielo: dove siamo con Cristo è già il Paradiso; piccoli con il più piccolo per essere i più grandi con il più grande nell'amore




QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI



    

Martedì della II settimana del Tempo di Quaresima



Isacco benedice Giacobbe. Chagall

Intimità 


Viviamo dissipati tra mille impegni pur di sfuggire dalla verità che si svela nell'intimità, con Cristo prima, e poi con marito e moglie, con i figli, con i fratelli: "Ogni uomo è "fugitivus cordis sui", si allontana dal suo proprio cuore" (S. Agostino). Siamo come Esaù, "uomo della campagna", che cacciava per suo padre ma viveva lontano da lui, sino a perdere la primogenitura. Giacobbe, invece, l' "uomo tranquillo e semplice, che viveva nelle tende", pur essendo un furbastro, è immagine del cristiano che la Quaresima ci chiama a diventare. Aveva capito l'importanza dell'intimità con il padre, e per questo ha avuto in eredità benedizione e primogenitura. Ohella tenda dove dimorava, è anche sinonimo di una Beth Midrash, la sala di studio della Torah. Non a caso in ebraico "filatterio" significa "luogo in cui si conserva"; erano, infatti, delle custodie cubiche di cuoio contenenti piccoli rotoli di pergamena su cui erano scritti alcuni passi della Torah. Fissati con cinghie alla parte superiore del braccio e alla fronte, costituivano una sorta di piccola Beth Midrash che accompagnava i rabbini durante le loro giornate. Erano il segno dello studio e dell'intimità con la Parola che avrebbe dovuto illuminare ogni loro passo. Una parte dei farisei e degli scribi, invece, ne avevano fatto il tabernacolo della loro ipocrisia: dal servizio alla Parola alla Parola assunta a proprio servizio. Li "allargavano" davanti alla gente per non dilatare il cuore nell'intimità con Dio; così "pulivano l'esterno" della coppa, lasciando imputridire l'"interno". Ogni pratica religiosa era ostentata "per essere ammirati dagli uomini", dai quali bramavano i saluti per sentirsi importanti. Avevano ridotto le cose sante a merce esposta nella vetrine monobrand del proprio ego, impegnati a scalare "i primi posti" nelle vendite, sino ad usurpare la "Cattedra di Mosè". Raggiunta questa avrebbero arpionato l'autorità suprema che legittimava ogni altra autorità sul Popolo. Esattamente come accade a noi, pronti ad azzannare ogni Grazia, a convertire tutto in legge, a usare tutto e tutti per soddisfare desideri, concupiscenze, bisogni ed esigenze. Quante preghiere ostentate, quanta affettata umiltà, disponibilità, mitezza per carpire benevolenza, stima, prestigio. "Seduti sulla cattedra di Mosè" pretendiamo di dare disposizioni a destra e a manca, da come si prepara un caffè a come gestire i conti dell'Italia. Non cerchi forse il tuo "posto d'onore", il primo ovviamente, nel cuore dei figli, dei genitori, della fidanzata? Anche le parvenze d'umiltà sono, spesso, simulacri dell'orgoglio che ci divora. Ma il Signore ci chiama oggi nella sua tenda, nella Beth Midrash della sua intimità. E lì, ad inginocchiarci ai piedi dell'unico Maestro, per ascoltare e imparare a vivere dell'unica cosa di cui abbiamo bisogno, la sua Parola di misericordia. Con la Quaresima la Chiesa ci invita per questo a digiunare dalla visibilità a tutti i costi, dal presenzialismo non-stop sui social networks; e a dare in elemosina quanto usiamo per apparire, alienarci e sfuggire l'amore autentico che ci inchioda alla Verità. Forse l'elemosina significa rinunciare a qualche impegno nel quale crediamo di essere imprescindibili, magari anche in parrocchia; a mettere tra parentesi le attività che tu hai scelto per essere protagonista, forse proprio quelle più pie e altruistiche, dove puoi essere "salutato" e riconosciuto da parroco e sacrestano. Non ti accorgi che stai "allungando i filatteri" per farti amare? No? credi di farlo con amore e dedizione? Allora rinunciaci, e riempi quel tempo con la preghiera davanti al Santissimo o con la Scrittura in mano, con il rosario o l'Ufficio Divino, e pensa che qualcun altro lo farà molto meglio di te.... Scendi dal palco, e chiuditi nella tenda, lì, ai piedi della Croce, l'autentica "cattedra di Mosè". Solo nella verità della nostra debolezza, laddove scopriamo di non avere più filatteri da allungare perché il cuore è ferito dal peccato, potremo aprirci alla misericordia di Dio, e sperimentare che Lui basta a colmare ogni nostro desiderio. Nell'intimità con Cristo è gestata la pienezza della libertà, e dall'unione con Lui nasce la gioia di poter amare gratuitamente. E questo vale innanzitutto per preti e suore, i soggetti più a rischio di contrarre il virus dell'ipocrisia. Scopriremo allora il cuore della Quaresima che, anche quest'anno, ci vuol condurre alla conversione autentica e interiore, a "dire" di meno perché abbiamo sempre "detto e non fatto", "caricando" sulle spalle dei fratelli i pesi che non abbiamo neanche sfiorato. Padri e madri, preti e catechisti, abbiamo sulle spalle i lividi della Croce portata con Cristo? No? Allora ogni nostro "dire" è pura ipocrisia. Se hai schiantato la schiena di tuo figlio o di tua moglie con le tue leggi significa che non hai conosciuto Dio e il suo amore. Per questo la Quaresima ci invita a una rivoluzione autentica, altro che qualche cerotto spirituale! Convertirci significa "abbassarci" e scendere dalla cattedra dell'ipocrisia con cui offriamo ai figli e agli altri l'alibi per non ascoltarci; e camminare accanto a loro per divenire insieme discepoli dell'unico Maestro che dice e fa quello che dice: "figlio mio, sono una frana anche peggio di te, ma ho sperimentato che Dio è buono e fedele, e il poco di autentico che c'è in me è opera sua". Inoltre, la Quaresima ci chiama seriamente a pregare nel segreto e.... a donarci nell'intimità al nostro coniuge. Ma dai, non dovrebbe essere un tempo di mortificazione? Appunto, mortifica i tuoi appetiti travestiti di pietà e conversione, digiuna "abbassandoti"  davanti all'altro e "servendolo" in ciò di cui lui ha bisogno; questo significa anche unirsi a tua moglie o a tuo marito nei momenti che, invece, vorresti riservare per te. Sì, perché se l'intimità che credi di avere con Cristo non ti porta alla stessa intimità con chi ti stato donato da Lui, è falsa. Allora, smetti di guidare tu e lascia che il Signore ti conduca alla sua Beth Midrash, la sua intimità autentica nella quale trovare bella e santa ogni altra intimità. E in Lui abbandonarci ad Abbà, all'unico Papà che ci fa padri nel Padre, perché figli nel Figlio, maestri sulla sua cattedra della Croce


Lunedì della II settimana del Tempo di Quaresima




Imparare a misurare senza misura

Il cammino quaresimale è il ritorno a casa, alla nostra origine. In noi sono impresse sin dall'eternità l'immagine e la somiglianza di Dio, che risplendono nell'attitudine descritta nel Discorso della Montagna: "siate misericordiosi, non giudicate, perdonate, non condannate, date". Non sono ordini e neanche consigli; non tratteggiano il codice etico dei cristiani. Sono, invece, una rivelazione: ci dicono chi siamo, da dove veniamo, e dove andiamo. A "casa nostra" si vive così perché il Padre è amore infinito e i figli assomigliano a Lui. Ma il demonio ci ha ingannato dicendoci che i frutti dei vari alberi del Giardino, ovvero le diverse coniugazioni dell'amore, non valgono per farci felici, anzi. Mentendoci, il serpente ci ha insinuato che, non potendo mangiare del frutto della conoscenza del bene e del male, anche tutto il resto sarebbe diventato impossibile. Il demonio ha sovvertito l'ordine e la qualità della vita, trasformando la Grazia e la gioia dell'amore nello sforzo dell'egoismo. Il perdono e la misericordia sono divenuti un'altra cosa, e devono essere mitigati dal giudizio e dalla condanna. Così, ci siamo convinti che sia impossibile "perdonare", se prima non diventiamo come Dio, ovvero i sovrani assoluti, secondo la sua caricatura offertaci dal demonio; solo allora potremo stabilire noi i casi in cui sia un bene perdonare. Pensiamo che sia assurdo "non giudicare", se prima non diventiamo i giudici supremi della famiglia e del parentado, così da poter discernere quando e chi è bene non condannare. Siamo ormai fuori di casa, nel Paese lontano dove è andato a perdersi il figlio prodigo. Uscendone abbiamo obbligato il Padre a "misurare" ciò che non ha "misura", la nostra parte di eredità. Come Adamo ed Eva siamo caduti nel tranello del demonio di "misurare" l'amore che, invece, è infinito; si può ricevere solo restando uniti al Padre che ci rende capaci di accoglierlo. Tagliando con Lui abbiamo cominciato a misurare anche il suo amore, e ne abbiamo fatto una cosa povera, piccola, invidiabile, oggetto di gelosie e concupiscenze. Guardiamoci bene dentro, e scopriremo che l'amore è scaduto in qualcosa di carnale, sentimenti e passioni a cui chiediamo la vita che non può darci. Un amore così non si può coniugare in perdono e misericordia. Sconfitti e delusi, ci siamo chiusi senza più poter "dare" nulla: prestiamo, non doniamo. Puoi perdere un pomeriggio per tua moglie? Puoi "dare" qualcosa di te stessa lasciando che sia tuo marito a dare l'ultima parola ai tuoi figli? No, perché in fondo non lo hai perdonato quando ti ha umiliata davanti a loro, lo hai giudicato come un egoista e vigliacco, e condannato a due mesi di astinenza; non ti concedi a lui neanche sotto tortura. Non puoi perché, come ciascuno di noi, non sei più a casa tua, non vivi più immersa nella misericordia, hai solo la "misura" meschina e limitata della tua povera carne incapace di soffrire. Impauriti di morire per l'altro misuriamo tutto con avarizia. Ma coraggio, questa Quaresima ci aiuta a scendere sin dentro le viscere materne della Chiesa nostra madre, per immergerci nella "misericordia" di Dio, in ebraico rahamin, ovvero le viscere materne, l'utero dove essere rigenerati. Allora, andiamo a confessarci di giudicare tutti. Anneghiamo nel perdono le condanne, la superbia, l'avarizia, la lussuria, le menzogne, tutti i peccati con cui abbiamo provato inutilmente a sopravvivere lontano da casa. Lasciamoci abbracciare da nostro Padre per sperimentare il suo perdono; allora ritroveremo la gioia di vivere ogni relazione come un banchetto di riconciliazione: "Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato" significa, infatti, che il frutto squisito della misericordia che ci ricrea ci sazia moltiplicandosi in noi e negli altri. Ogni situazione che siamo chiamati a vivere è eccezionale e necessita un amore "smisurato", che, come il Nilo, tracimi dal letto abituale, dalle "misure" ragionevoli dell'affetto in attesa di contraccambio, per fecondare e donare la vita. Una folla di persone ci cerca per essere sfamata: di fronte alla loro storia ferita dal peccato, possiamo davvero "misurare" quello che abbiamo tra le mani? Impossibile, ma proprio quello che siamo, accolto dall'amore del Padre è trasformato e moltiplicato in "una buona misura, pigiata, scossa e traboccante" che, attraverso i sacramenti e la Parola predicata, ci "sarà versata nel grembo". Coraggio, "in cambio" della generosità con la quale avremo consegnato tutto noi stessi a Gesù, compresi tutti i peccati, ci sarà data la sua pienezza, con cui amare chi ci è accanto. Per questo il Signore usa i verbi all'imperativo: è nascosto in essi tutto il suo potere di compiere quello che annunciano: mentre ci ri-crea nella misericordia ci dice: "non condannate", e non condanneremo; "non giudicate", e non giudicheremo; "date" e daremo; "perdonate", e perdoneremo. Basta solo ascoltare e accogliere la sua Parola perché dal nostro "grembo" possa nascere solo la misericordia in misura "traboccante", incalcolabile, la stessa nella quale rinasciamo ogni istante, gratuitamente.



Sabato della I settimana del Tempo di Quaresima





Amare i nemici


Perfezionismo? No assolutamente. La perfezione cristiana è il "compimento": perfetto è colui che è compiuto. Sulla Croce "Tutto è compiuto". Solo consegnando se stesso sino all'ultimo respiro, il Signore ha potuto pronunciare queste parole, anticipate e profetizzate nel gesto con il quale si è chinato a lavare i piedi ai suoi discepoli, amati sino alla fine, letteralmente, sino al compimento. La perfezione sgorga da un cuore squarciato per amore, ai piedi dei nemici, servo dei malvagi, in fondo alla fila, alle spalle del peggiore della storia, del più sanguinario, del più abietto. Ultimo per rovesciare l'ordine della carne e della giustizia umana: dietrofront!, e gli ultimi, i peccatori, siano i primi, dietro il primo che ha vinto la morte e il peccato ed è entrato trionfante nel Paradiso. Mentre il mondo - e noi in esso - condanna e giustizia ogni nemico, e gli si muove guerra, sino all'annientamento. Ci sono momenti nei quali cominciamo a litigare, e l'ira comincia a scorrere con il sangue, e frigge la testa, e si secca la bocca, e tremiamo, e niente, non ci si ferma. L'altro deve essere polverizzato, le sue idee triturate. Ecco, quando ci capita questo, davanti abbiamo un nemico. Può essere l'amore della tua vita come il vicino di pianerottolo. Ma il Signore ci dice di amarlo il nemico, e la sua Parola è verità, l'unica ragionevole e realistica. E perché mai sarebbe ragionevole amare e lasciarmi uccidere dal nemico? Ma siamo matti? Se non "resisto" mio figlio ne farà sempre di peggio. Ah si? Guardati bene e vedi se il tuo cuore non è macchiato dal risentimento e dal giudizio. Altro che educazione... E' il tuo io di padre che deve sopraffare l'io del figlio, perché è giusto così. Eh no, la natura nuova di Cristo capovolge tutto e ci svela quale sia la via autentica dell'amore, l'unica ragionevole. Sì, è ragionevole amare il nemico, ed è il segno di un cuore "perfetto" perché Dio ci ha salvati così. Perché non c'era niente altro da fare che "salutarci" alla maniera di un ebreo, annunciandoci la Pace e il perdono come Cristo risorto, mentre lo sfuggivamo intenti ai nostri peccati. Anzi, per farci tornare a casa, nella vita vera, ci ha cercato per dirci "Pace!" mentre gli muovevamo guerra e il suo amore ci era totalmente indifferente, intenti a saziarci di passioni e concupiscenze. Se non ci avesse amato così non ci avrebbe strappato al demonio. Per amare non servono a nulla leggi, anche se le "abbiamo udite" e, tutte, ci dicono "amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico". Se Gesù avesse applicato questa legge con noi, dove saremmo?  Invece non solo ci ha amato così come siamo, dandoci il sole anche quando facevamo malvagità, e pioggia alle nostre piantagioni di odio. Non ci ha fulminati, togliendoci la vita; ci ha amato, come nessuno, continuando a darci il respiro, e l'ossigeno, perché lì, nella melma di peccato, sarebbe sceso ad abbracciarci e a perdonarci. Come fece con il ladrone sulla Croce: s'era fatto inchiodare allo stesso supplizio per salvarlo. Questo amore è il sigillo della conversione. Questa natura è per noi in questa Quaresima: "Quando l’intero essere dell’uomo si è, per così dire, mescolato all’amore di Dio, allora lo splendore della sua anima si riflette anche nell’aspetto esteriore" (Giovanni Climaco). Lasciamoci mescolare all'amore di Dio in questo tempo! E come? Nella Chiesa, nell'ascolto della Parola, nutrendoci dei sacramenti, nella comunione con i fratelli, corpo vivo di Cristo, e poi digiunando, pregando e facendo elemosina. Soprattutto restando sulla Croce di ogni giorno con Cristo. Siamo "perfetti", cristiani compiuti e realizzati nell'amore, solo nascosti tra le sue ferite d'amore. Trafitti dalla sua misericordia diventiamo noi stessi le sue ferite aperte sul mondo, segno di salvezza, vita e perdono per ogni uomo. Le nostre piaghe quotidiane unite alle sue piaghe sono la perfezione che salva il mondo. Disprezzati, rifiutati, insultati, derisi, licenziati, trattati ingiustamente sul lavoro, e poi da mogli e mariti, suocere, figli, nipoti, nuore e generi. Così, ogni nemico diviene fratello di Cristo e di ciascuno di noi. Offrire il sangue è consegnare la consanguineità anche all'estraneo, al nemico. E' una trasfusione di vita, natura e dignità. E' il miracolo dell'amore: il nemico combattuto diventa mio fratello, parte della mia famiglia, della mia casa. Vuoi recuperare il rapporto con tua moglie che non ti parla da due settimane? Vuoi tornare ad essere una cosa sola con lei? "Mescolati" con Cristo e poi offrile il tuo sangue, perdonala, parlale con misericordia, accompagnala al supermercato, rinuncia a te stesso, fai un gesto di umiltà, lava il bagno, inginocchiati davanti a lei e chiedile di scusarti. Vuoi che tua figlia ricominci a parlare e si apra con te? Non giudicarla, scendi dove lei si trova, ascoltala anche se dice tonterie infantili, aprile il cuore perché sappia che tu la ami così come è. In questa Quaresima possiamo dunque preparaci alla Pasqua lasciando che Cristo ci mescoli a sé e trasformi la nostra vita nell'amore perfetto che si fa Pasqua per accogliere di nuovo tutti i nemici dispersi.



Venerdì della I settimana del Tempo di Quaresima





Giustificati per giustificare


Il mondo intero aveva "qualcosa contro di Lui". Ogni uomo, avvelenato dagli inganni del demonio, ce l'aveva con Dio. Chi per il dolore, la malattia, il mobbing, il razzismo, i campi di concentramento, le torture, la guerra, la droga, le violenze, i disastri naturali, le incomprensioni, gli affetti che tradiscono, le pugnalate alle spalle da parte di chi credevamo un amico, un fratello, la solitudine aspra: il male spazza via dal cuore e dalla mente dell'uomo il volto di Dio e tutto precipita in un abisso senza senso. Mentre la vita si trasforma in un'enorme ingiustizia: vivere per morire, vivere per soffrire. No. Non è possibile. Dio, se c'è, è un mostro, il peggiore. Viva Barabba allora, viva chi si fa avanti con slogan e sofismi promettendoci di strapparci all'ineludibile sorte del topo. A morte l'ingiusto che ha generato l'ingiustizia. E morte è stata, per il Giusto, l'ingiustizia più grande. Ma proprio in essa Dio ha compiuto il miracolo più grande e sorprendente, distruggendo l'ingiustizia con la giustificazione che salva. Ad ogni uomo preda dell'ingiusto serpente, schiavo del peccato e della morte, è stato svelato l'inganno: il male non è l'ultima parola. Gesù è risuscitato! E ci ha cercato, ha fatto di tutto per "mettersi d'accordo con noi", poveri e sperduti come i discepoli di Emmaus, suoi avversari a causa delle nostre umane speranze infrante, dei nostri desideri carnali inesauditi, della stessa Legge che limita la libertà, brandite dal demonio per sedurci e metterci contro Dio; Lui si è fatto accanto per rifondere il "denaro" che non avevamo, quella vita che doveva "pagare sino all'ultimo spicciolo" per tutto il male e tutta l'ingiustizia; Lui ha consegnato se stesso sino alla fine, all'ultimo respiro per comprare la morte e renderla innocua, e poi distruggerla per sempre. In questa esperienza il cuore arde nel petto di gioia indicibile, come i discepoli a mensa con Gesù, quando riconoscono la sua Giustizia piena di misericordia mentre spezza il suo corpo per amore. Il cuore arde perché trasformato nella gioia di sentirsi amati, perdonati, giustificati. Gesù ha chiesto perdono per noi che non sapevamo quello che facevamo, proprio lì, "prima di offrire il suo sacrificio" sull'altare della croce. Questa è la Giustizia superiore a quella degli scribi e farisei, l'amore che fa amico il nemico. L'amore che perdona e giustifica la moglie prima di offrirsi a lei sull'altare del suo risentimento, della sua nevrosi, della sua paura; l'amore che giustifica il marito nella sua violenza, che non pretende di cambiarlo, che non esige più attenzioni, ma che si offre in olocausto per lui; l'amore che fa giusto un figlio ingiusto, guadagnandolo con la misericordia, che spesso passa per la verità e la severità non confondiamo... La Giustizia creativa, perché la Croce di Cristo ha trascinato la Giustizia di Dio al di là del suo stesso limite, sino a giustificare l'ingiustificabile. Il Vangelo di oggi ci rivela la nostra vocazione, ci attrae nella "dinamica creativa" di questa Giustizia nuova, celeste, che inventa forme nuove d'amore, tante quante sono le persone che Dio ha legato alla nostra vita. Ecco allora un'aria nuova al condominio, al lavoro, in famiglia e dovunque, l'aria di misericordia che traspare dai figli di Abramo tratti dalla sua stessa fede, i figli della Pasqua di Cristo introdotti nella libertà di donarsi arditamente senza misuraI figli del Regno dei Cieli che fa giustizia di ogni ingiustizia, innanzi tutto quella che ha dipinto Dio come un mostro ingiusto nell'amore che supera ogni male, che ribatte colpo su colpo ai fendenti del demonio: che trasfigura anche il cancro di un bambino, uno stupro, un terremoto, un incidente stradale perché apre una finestra sul destino preparato per ogni uomo, più forte di ogni ingiustizia. Il Regno dei Cieli che giustifica Dio agli occhi degli uomini, che accende la fede in mezzo all'assurdo delle tragedie, che induce a sperare contro ogni speranza, che distrugge nella serietà dell'amore la banalità di tanto male. Il Regno dei Cieli qui sulla terra, vivo nei suoi figli che rivelano il Padre mostrandosi a Lui somiglianti nella Giustizia misericordiosa che rende strumento di salvezza il dolore più grande. Che sia per tutti noi una quaresima di misericordia, per ogni nostro prossimo, come "un'appiglio di bene" (Benedetto XVI) da offrire al Signore per salvare questa generazione.



Giovedì della I settimana del Tempo di Quaresima




"Chiedere, cercare, bussare"


"Chiedere, cercare, bussare", sono i battiti del cuore in preghiera che vive seriamente la Quaresima; in essa ci prepariamo alla Pasqua, a rinunciare a Satana e rinnovare le promesse battesimali per camminare in una vita nuova, mossa dall'amore che mette l'altro davanti a sé, i bisogni di chi ci è accanto prima dei nostri desideri, dei programmi, dei criteri. Siamo dunque chiamati a convertirci, per donarci gratuitamente a chi viene da noi a "chiedere, bussare e cercare". In ufficio ad esempio, quando il collega in crisi matrimoniale si avvicina per chiederti di sostituirlo perché vorrebbe portare fuori per qualche giorno sua moglie; potrai aprire la porta del tuo cuore? Forse hai già i tuoi programmi, e mandarli all'aria proprio no. E poi, sono tre mesi che hai prenotato il calcetto con gli amici, no? Ma se ti trovassi tu nella situazione del collega? Non a caso Gesù, proprio parlando della preghiera, ci invita a "fare agli altri tutto quello che vorremmo che gli altri facessero a noi". Ma chi vive così? Chi ha lo Spirito Santo che genera una natura nuova, e davanti a ogni evento entra con Gesù nel Getsemani per abbandonare l'uomo vecchio con la propria volontà e rivestire il nuovo che compie la volontà del Padre. Per questo la preghiera è l’attitudine fondamentale del cristiano. Non "bussa, cerca, chiede" per sé, ma fissa sempre l'orizzonte infinito di necessità, dolore e speranze che l'altro dischiude dinanzi. L'uomo delle carne, invece, non prega, esige. Schiacciato su se stesso non sa "cercare", tutto deve essere subito a portata di mano. Non può "bussare" perché per lui la vita è una porta girevole, deve poter entrare e uscire da fatti e relazioni seguendo le concupiscenze. Di "chiedere" neanche parlarne, tutto gli è dovuto. Per questo così spesso le preghiere restano inascoltate; nascono dall'inganno del demonio che ci spinge a "diventare come dio", al centro dell’universo. Ma la Quaresima ci viene incontro invitandoci a rientrare in noi stessi, come il figlio prodigo. Chi riconosce i propri peccati sa pregare, intingendo le parole nell'umiltà. Riconosciamolo, abbiamo rotto i rapporti con nostro Padre, siamo usciti di casa sbattendo la porta e non abbiamo le chiavi. Siamo fuori, nudi, soli e affamati, non ci resta che "bussare". Stiamo buttando la vita, per non morire dobbiamo "cercarla". Non siamo più degni di essere figli, possiamo solo "chiedere" umilmente di essere accolti di nuovo a casa, sperando il perdono come un bambino aspetta quello di suo padre. Un bambino sa come bussare per farsi aprire; usa ogni stratagemma perché conosce la "fragilità" amorevole del cuore dei genitori. E quando un bimbo chiede, un padre, pur essendo "cattivo", cioè "schiavo" dei limiti della carne, gli dà prontamente “cose buone”. Un padre non sbaglia dono, scambiando “pani per pietre o pesci per serpenti”, pur essendo, in Israele, simili ad una prima occhiata. "Molto di più il Padre che è nei cieli" e ama oltre il peccato, si farà "trovare" e "aprirà" il suo cuore per "darci" lo Spirito Santo, l'unica "cosa buona" per la nostra vita. E' alla finestra e ci sta aspettando per correrci incontro, abbracciarci e baciarci; nella Chiesa ha preparato il banchetto, sacramenti e Parola per riversarlo in noi, basta solo che glielo “domandiamo”. E lo Spirito Santo è l'amore di Gesù Cristo, l'unico "altro" capace di "fare a noi quello che desideriamo", amarci senza limiti, giudizi, esigenze, così come siamo. Allora, saziati dal suo amore e uniti a Lui nello Spirito Santo, potremo compiere "la Legge e i Profeti", diventando per tutti un "altro" capace di "aprire" e "dare" l'amore che "cercano".