DALLA VANAGLORIA NARCISITICA DELL'EGOISMO ALLA GLORIA DI DIO DELLA VITA NUOVA SPESA PER AMORE


La Quaresima che ci accompagna alla Verità, ci aiuta a scoprire che, come tra i Giudei, anche nelle nostre famiglie, come negli uffici, nei gruppi di amici, in parrocchia, tutti cerchiamo gloria gli uni dagli altri. Le nostre relazioni sono come quei sistemi di allarme costituiti da una serie di elementi che inviano tra di loro raggi infrarossi, formando così una barriera invisibile. Appena il segnale tra le parti viene interrotto scatta l'allarme. Così, quando i fallimenti dolorosi interrompono bruscamente la trama di gesti, parole e atteggiamenti ipocriti che ci lega invisibilmente agli altri, scattano le liti piene d'ira e rancori che sembra ne stessimo facendo scorta da anni. Perché tessiamo una trama di menzogne con cui ci avviciniamo agli altri, non per donarci, ma cercando in loro dei "testimoni" a nostro favore, qualcuno che ci dicesse che esistiamo, che siamo importanti, che valiamo. Ma, anche se ottenute, si tratta di false testimonianze, tutte carnali, lacci che danno gloria per riceverne. Senza l'amore di Dio dentro, unica consistenza che dia valore alla vita, senza il suo amore a testimoniare l'unicità di ciascuno di noi, tutto è vanità: "Aveva ben ragione san Girolamo di paragonare la vanagloria all’ombra. Difatti l’ombra segue dovunque il corpo, ne misura persino i passi... Lo stesso fa la vanagloria, segue dovunque la virtù. Invano cercherebbe il corpo fuggire la sua ombra, questa sempre e dovunque la segue e le va appresso" (Padre Pio da Petralcina). La vanagloria è un'ombra di morte, il ripiegamento orgoglioso su se stessi che impedisce la fede: come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?. Non può credere chi cerca dagli altri, dalla loro stima e dal loro consenso, la gloria - il peso, il valore, la consistenza della propria esistenza, secondo l'etimologia del termine greco dóxa e di quello ebraico "kavod". Grava su di lui la maledizione descritta dal profeta Geremia: "Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamerisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere" (Ger. 17,5 ss). Due amici che fondano la propria relazione sulla vanagloria si ritroveranno con odio e invidia; così due sposi, o due fidanzati, se cercano nell'altro la felicità che dia senso alla loro vita, non avranno che gelosia e rancore. Soprattutto, chi pone la sua gloria nella carne "non vedrà venire il bene", non riconoscerà cioè Gesù negli eventi e nelle persone; non lo vedrà nelle "opere" da Lui compiute, e per questo "non potrà credere in Colui che lo ha inviato". Nelle situazioni difficili, nelle prove della vita, quando l'amico mostrerà la sua debolezza, quando lo sposo tradirà le attese, quando la fidanzata entrerà in crisi, non saprà discernere oltre la sofferenza della carne la chiamata di Dio a donarsi, e fuggirà nascondendosi nell'inganno delle passioni, per sperimentarvi la morte. La vanagloria, infatti, chiude la porta al Messia e la apre ai falsi profeti che vengono "nel proprio nome". Per questo spesso rifiutiamo Cristo che, "nel nome del Padre", ci offre gratuitamente il suo amore. Per non cedere alle lusinghe della superbia non basta "scrutare le Scritture"; certo, in esse possiamo avere la "vita eterna", ma occorre lasciarci giudicare da esse, e umiliarci per scoprire in essa la "testimonianza" di Cristo che giunge sino alla nostra storia e ci chiama per "andare a Lui e avere la vita". Invece, come i Giudei, "ci siamo rallegrati tante volte della luce di Giovanni Battista", ci ha scaldato la "lampada" della profezia che "arde" nella predicazione, ma è stato "per poco". Tutto bello e commovente, ma la carne tira di più... "Per poterci salvare" la Quaresima ci chiama a conversione: basta ipocrisie! Se non viviamo nell'intimità con Cristo ogni evento significa che non abbiamo "creduto davvero all'Inviato del Padre". Per giustificare la propria incredulità i Giudei si appellano a "Mosè" dei cui "scritti" si ritengono fedeli osservatori; ma Gesù smaschera questa pretesa perché, rifiutando Lui, dimostrano di non aver mai creduto alla Torah che di Lui parla e Lui profetizza. Si sono accostati alla Scrittura per trarne "vanto", mentre la Torah restava lettera lasciando fuori lo Spirito che dà la vita. Anche noi possiamo riempirci la bocca della Parola di Dio, esibire lignaggi di famiglie da sempre nella Chiesa, certificati di partecipazione a convegni, ritiri, messe e rosari, non ci servirà a nulla. Se "non vogliamo andare a Lui" per consegnargli sino in fondo la nostra vita significa che siamo ancora orfani, "non abbiamo mai udito la voce del Padre, né abbiamo visto il suo volto, e non abbiamo la sua parola che dimora in noi". Riconosciamolo, "non abbiamo in noi l'amore di Dio", non si vede nelle nostre opere. Ma coraggio, Gesù lo sa e ci ama così. Ci conosce e viene a salvarci, non a "prendere gloria dagli uomini"; in noi, infatti, cerca solo i peccati per perdonarli. La "testimonianza su di Lui" e sulla sua identità, non proviene dalla carne, nei modi che vorremo noi, ma dal Cielo e si manifesta nelle opere d'amore con cui pazienta e prende su di sé i nostri peccati. La sua è Gloria autentica, il peso della sua vita offerta per noi. Amare il nemico, ecco la Gloria di Cristo, la sostanza divina della sua vita, l'intimità con il Padre che schiude il Cielo in ogni evento di morte. La stessa preparata per te e per me se nella Chiesa "abbiamo accolto in noi il suo amore". La Gloria che viene da Dio ci libera dalla condanna di cercare la vita negli altri: che meraviglia un padre che non cerca gloria nel figlio perché vive in Dio! Non esigerà ma educherà, nel senso originale del termine: condurrà il figlio fuori dalla menzogna, per consegnarlo, libero, a Cristo. E così una moglie, un marito, colmi della Gloria di Dio, possono donarsi senza riserve. Chi ha l'amore di Dio può morire ogni giorno per amore, non fugge, vede il bene per sé e per gli altri anche nella Croce. Elisabetta della Trinità lo aveva compreso bene: "Il mio Sposo mi ha fatto capire che la mia vocazione in terra d’esilio è essere lode della sua Gloria". Per questo Elisabetta si gettò con fede e amore nel «folto della croce». Accettò tutto con il sorriso e l’abbandono alla volontà di Dio, diventando veramente “lode di gloria della Trinità”, un'anima "che adora sempre e, per così dire, è tutta trasformata nella lode e nell'amore, nella passione della gloria del suo Dio".

Giovedì della IV settimana del Tempo di Quaresima. Commento audio







Giovedì della IV settimana del Tempo di Quaresima




αποφθεγμα Apoftegma

Signore, guardate voi il vostro dono in me;
perché io ne sono il ladro,
quando ne rubo a voi la gloria e l'attribuisco a me.

San Francesco


La vanità, il vantarsi di se stessi, 
è un atteggiamento della mondanità spirituale, 
che è il peccato peggiore nella Chiesa.  
La mondanità spirituale è un antropocentrismo religioso 
che ha degli aspetti gnostici
Guardate il pavone, com’è bello se lo vedi da davanti.
 Ma se fai qualche passo, e lo vedi da dietro, cogli la realtà… 
Chi cede a questa vanità autoreferenziale 
in fondo nasconde una miseria molto grande.

Papa Francesco 








L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Giovanni 5,31-47

In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: “Se fossi io a render testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera; ma c’è un altro che mi rende testimonianza, e so che la testimonianza che egli mi rende è verace. Voi avete inviato messaggeri da Giovanni ed egli ha reso testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché possiate salvarvi. Egli era una lampada che arde e risplende, e voi avete voluto solo per un momento rallegrarvi alla sua luce.
Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il Padre, che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me. Ma voi non avete mai udito la sua voce, né avete visto il suo volto, e non avete la sua parola che dimora in voi, perché non credete a colui che egli ha mandato.
Voi scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza. Ma voi non volete venire a me per avere la vita.
Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma io vi conosco e so che non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste. E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?
Non crediate che sia io ad accusarvi davanti al Padre; c’è già chi vi accusa, Mosè, nel quale avete riposto la vostra speranza. Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?”.





DALLA VANAGLORIA NARCISITICA ALLA GLORIA DI DIO DELLA VITA NUOVA 


Come i "Giudei" anche noi abbiamo paura di non essere, e scorrere sui giorni come i titoli di coda di un film che nessuno legge mai. Bisogna assolutamente escogitare qualcosa per essere protagonisti e conquistarsi un ruolo. Ma tutto quello che ci agita per cercare di essere è pura vana-gloria: "Chi cede a questa vanità autoreferenziale in fondo nasconde una miseria molto grande" (Card. J. Bergoglio). La Quaresima che ci accompagna alla Verità, ci aiuta a scoprire che, come tra i Giudei, anche nelle nostre famiglie, come negli uffici, nei gruppi di amici, in parrocchia, tutti "cerchiamo gloria gli uni dagli altri". Le nostre relazioni sono come quei sistemi di allarme costituiti da una serie di elementi che inviano tra di loro raggi infrarossi, formando così una barriera invisibile. Appena il segnale tra le parti viene interrotto scatta l'allarme. Così, quando i fallimenti dolorosi interrompono bruscamente la trama di gesti, parole e atteggiamenti ipocriti che ci lega invisibilmente agli altri, scattano le liti piene d'ira e rancori che sembra ne stessimo facendo scorta da anni. Proprio queste rivelano la trama di menzogne con cui ci siamo avvicinati agli altri, non per donarci, ma cercando in loro dei "testimoni" a nostro favore, qualcuno che ci dicesse che esistiamo, che siamo importanti, che valiamo. Ma, anche se ottenute, si tratta di false testimonianze, tutte carnali, lacci che danno gloria per riceverne. Senza l'amore di Dio dentro, unica consistenza che dia valore alla vita, senza il suo amore a testimoniare l'unicità di ciascuno di noi, tutto è vanità: "Aveva ben ragione san Girolamo di paragonare la vanagloria all’ombra. Difatti l’ombra segue dovunque il corpo, ne misura persino i passi... Lo stesso fa la vanagloria, segue dovunque la virtù. Invano cercherebbe il corpo fuggire la sua ombra, questa sempre e dovunque la segue e le va appresso" (Padre Pio da Petralcina). La vanagloria è un'ombra di morte, il ripiegamento orgoglioso su se stessi che impedisce la fede: "E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?". Non può credere chi cerca dagli altri, dalla loro stima e dal loro consenso, la gloria - il peso, il valore, la consistenza della propria esistenza, secondo l'etimologia del termine greco dóxa e di quello ebraico "kavod". Grava su di lui la maledizione descritta dal profeta Geremia: "Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamerisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere" (Ger. 17,5 ss). Due amici che fondano la propria relazione sulla vanagloria si ritroveranno con odio e invidia; così due sposi, o due fidanzati, se cercano nell'altro la felicità che dia senso alla loro vita, non avranno che gelosia e rancore. Soprattutto, chi pone la sua gloria nella carne "non vedrà venire il bene", non riconoscerà Gesù negli eventi e nelle persone; non lo vedrà nelle "opere" da Lui compiute, e per questo "non potrà credere in Colui che lo ha inviato". Nelle situazioni difficili, nelle prove della vita, quando l'amico mostrerà la sua debolezza, quando lo sposo tradirà le attese, quando la fidanzata entrerà in crisi, non saprà discernere oltre la sofferenza della carne la chiamata di Dio a donarsi, e fuggirà nascondendosi nell'inganno delle passioni, per sperimentarvi la morte. 

La vanagloria, infatti, chiude la porta al Messia e la apre ai falsi profeti che vengono "nel proprio nome"; rifiutiamo cioè Cristo che, "nel nome del Padre", ci offre gratuitamente il suo amore perché abbiamo accolto chi, per carpire gloria per se stesso, ci adula gonfiando il nostro uomo vecchio: "L’«io» al centro del mondo: si tratta del mio io superbo, che sa tutto. Se sono arrogante, se sono superbo, vorrei sempre piacere e se non ci riesco sono misero, sono infelice e devo sempre cercare questo piacere" (Benedetto XVI). Per non cedere alle lusinghe della superbia non basta "scrutare le Scritture"; certo, in esse possiamo avere la "vita eterna", ma occorre lasciarci giudicare dalla Parola, metterci sotto la sua luce e umiliarci per scoprire in essa la "testimonianza" di Cristo che giunge sino alla nostra storia e ci chiama per "andare a Lui e avere la vita". Invece, come i Giudei, "ci siamo rallegrati tante volte della luce di Giovanni Battista", ci ha scaldato la "lampada" della profezia che "arde" nella predicazione, ma è stato "per poco". Tutto bello e commovente, ma la carne tira di più... "Per poterci salvare" la Quaresima ci chiama a conversione: basta ipocrisie! Se non viviamo nell'intimità con Cristo, se non ci lasciamo abbracciare e stringere alla sua Croce come San Francesco, significa che non abbiamo "creduto davvero all'Inviato del Padre". Per giustificare la propria incredulità i Giudei si appellano a "Mosè" dei cui "scritti" si ritengono fedeli osservatori; ma Gesù smaschera questa pretesa perché, rifiutando Lui, dimostrano di non aver mai creduto alla Torah che di Lui parla e Lui profetizza. Mai si sono accostati alla Scrittura con amore, per ascoltarla e lasciarsi plasmare da essa. Ne hanno fatto occasione di "vanto", segno di distinzione, gloria di razza da esibire. Ma era una vernice, perché la Torah restava lettera senza mai divenire Spirito che dà la vita. Anche noi possiamo riempirci la bocca della Parola di Dio, esibire lignaggi di famiglie da sempre nella Chiesa, certificati di partecipazione a convegni, ritiri, messe e rosari, non ci servirà a nulla. Se "non vogliamo andare a Lui" per consegnargli sino in fondo la nostra vita significa che siamo ancora orfani, "non abbiamo mai udito la voce del Padre, né abbiamo visto il suo volto, e non abbiamo la sua parola che dimora in noi". Riconosciamolo, "non abbiamo in noi l'amore di Dio", non si vede in nessuno dei rapporti che abbiamo. Gesù lo "sa", e ci ama. Ci conosce e viene a salvarci, non a "prendere gloria dagli uomini"; in noi, infatti, cerca solo i peccati per perdonarli. Non ha bisogno di appoggi e considerazioni umane, perché la "testimonianza su di Lui" e sulla sua identità, non proviene dalla carne, ma dal Cielo e si manifesta in opere celesti. Ecco la Gloria autentica, il peso della vita: l'amore a chi ci è accanto, il perdono, la pazienza, scusare l'inescusabile, credere l'incredibile, lasciarsi togliere l'onore perché l'altro non lo perda. Amare il nemico, ecco la Gloria di Cristo, la sostanza divina della sua vita, l'intimità con il Padre che schiude il Cielo in ogni evento di morte. La stessa preparata per te e per me se "abbiamo accolto in noi il suo amore". La Gloria che viene da Dio ci libera dalla condanna di cercare la vita negli altri: che meraviglia un padre che non cerca gloria nel figlio perché vive in Dio! Non esigerà ma educherà, nel senso originale del termine: condurrà il figlio fuori dalla menzogna, per consegnarlo, libero, a Cristo. E così una moglie, un marito, colmi della Gloria di Dio, possono donarsi senza riserve. Chi ha l'amore di Dio può morire ogni giorno per amore, non fugge, vede il bene per sé e per gli altri anche nella Croce. Elisabetta della Trinità lo aveva compreso bene: "Il mio Sposo mi ha fatto capire che la mia vocazione in terra d’esilio è essere lode della sua Gloria". Per questo Elisabetta si gettò con fede e amore nel «folto della croce». Accettò tutto con il sorriso e l’abbandono alla volontà di Dio, diventando veramente “lode di gloria della Trinità”, un'anima "che adora sempre e, per così dire, è tutta trasformata nella lode e nell'amore, nella passione della gloria del suo Dio".




QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI





NELLA CHIESA POSSIAMO ASCOLTARE LA PAROLA PER ACCOGLIERE IL GIUDIZIO DI MISERICORDIA CHE CI STRAPPA ALLA TOMBA



Gesù aveva appena guarito un paralitico, suscitando però in coloro che Giovanni chiama "Giudei", ovvero il gruppo forte tra i capi che hanno rifiutato Gesù come Messia, prima lo sdegno e poi un desiderio crescente di ucciderlo. Ma come, uno fa del bene e lo vogliono far fuori? Sì, è così, perché in quell’Uomo capace di compiere l’impossibile si nascondeva una pretesa inaccettabile alla superbia del demonio: chiamare Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio. Eh no, questa è proprio la falsa promessa con la quale lui seduce gli uomini. Ne ha i diritti d'autore, Gesù entra a gamba tesa nel suo business di anime, regalando il prodotto che lui finge di vendere al prezzo salatissimo dell'anima degli acquirenti. Gesù gli rovina il mercato rubandogli uno ad uno i clienti gettando la luce della risurrezione su "Shabbat", il giorno che aveva rivelato come "kairos", momento favorevole per compiere la salvezza scrutando il cuore di ciascuno come ai raggi di una radiografia. L'amore autentico, infatti, attira il rancore, l'invidia, la gelosia, il marciume che vi s'annidano. E non c'è da stupirsi se, tra marito e moglie, spesso accade proprio così; o se i figli, invece della gratitudine, presentano impietosi il conto per i difetti dei genitori. E' ovvio, perché quando è gratuito, l'amore mette a nudo la superbia; come la guarigione del paralitico era un’evidente “opera” divina che smascherava il cuore di quei giudei ostili a Gesù. Finché ciò non accade l'uomo vecchio non può riconoscere i suoi peccati per accogliere la Parola di perdono. E noi, abbiamo bisogno di "ascoltare la voce" di Gesù che "risuscita i morti"? Accettiamo di essere dei paralitici incapaci di camminare nella volontà di Dio? Se si, coraggio, è "giunto" anche per noi, come accadde a Lazzaro, il momento di ascoltare la voce di Gesù che ci trasmette la Chiesa che ci parla dinanzi alla lapide dietro la quale giace un matrimonio, un'amicizia o qualsiasi relazione. Ci parla perché il Padre gli manifesta tutto quello che fa e le opere più grandi che sta per compiere con la tua famiglia, con tuo figlio caduto nella droga, nella tua malattia, nella disoccupazione, nella solitudine della vecchiaia. Mentre Gesù ti chiama per liberarti dal peccato, il Padre già sta compiendo la sua opera. Il Signore, infatti, non può far nulla se non quello che ha visto fare dal Padre quando, calato inerme nel sepolcro, è stato ridestato alla vita dalla sua Parola d’amore. Non era dunque Gesù a violare il Sabato, ma quei giudei che, nella loro arrogante superbia, ne avevano pervertito lo spirito al punto di giudicare Dio in suo nome, e uccidere suo Figlio che osservava il sabato colmandolo del suo amore. Ma proprio in questo paradosso malvagio si celava il mistero che ci ha salvato: originando l'ostilità contro Gesù, il miracolo coglieva il suo obiettivo. La guarigione del paralitico, infatti, era stata solo un pretesto profetico che annunciava l’amore del Padre offerto gratuitamente nella Croce del Figlio. Come è accaduto per ogni nostro rifiuto opposto all'amore di Dio, sino ad oggi. Se la Chiesa ti annuncia che Cristo è risorto e in Lui sei già perdonato, lo fa perché Lui è già sceso nel tuo sepolcro e ora è accanto a te per farti udire la sua voce. La Chiesa, infatti, deve parlare le parole di Gesù perché esiste solo per risuscitare i morti nelle famiglie, nelle scuole e nei posti di lavoro dove è inviata a far udire la voce del Figlio di Dio perché quelli che l’ascolteranno e crederanno al Padre che l’ha mandato, passino dalla morte alla vita. C’è una missione più grande? Parlare ai morti per risuscitarli; annunciare il Vangelo per salvare un matrimonio, per salvare tuo figlio, tuo cugino, ogni uomo! Per questo ogni oggi nel quale è predicata la Buona Notizia è il giorno del giudizio che anticipa quello dell’ultimo giorno. Anche noi oggi possiamo udire la sua voce e uscire dai sepolcri per una risurrezione di vita o di condanna. Abbiamo fatto "il bene"? Rendiamo grazie a Dio che lo ha compiuto in noi. Abbiamo fatto il male? Sì, ma siamo ancora in tempo per ascoltare e uscire dal peccato consegnando attraverso i sacramenti la nostra condanna a Colui che ha il potere di giudicare con il potere di dare la vita, perché mette in crisi la morte, secondo l'etimologia del verbo "giudicare". Ha affidato alla Chiesa il potere di giudicare con viscere di misericordia perché non fa nulla da se stessa ma solo quello che vede fare al suo Sposo. Con la Chiesa, siamo chiamati in questa Quaresima a non disperare di fronte alle situazioni più difficili, per giudicare noi stessi e gli altri con il giudizio di Dio. Non dobbiamo inventare nulla, perché la misericordia non è genialità, ma viscere umili che accolgono l'altro così com'è. E questo si impara solo copiando Cristo, ovvero sperimentando ogni giorno il suo amore per donarlo agli altri che è la volontà del Padre; così ogni uomo, vedendo il Figlio vivo  che opera nei suoi apostoli, potrà onorare Lui e il Padre accogliendo la sua Parola; per Dio, infatti, non c'è onore più grande di un peccatore strappato al demonio e alla morte.







Mercoledì della IV settimana del Tempo di Quaresima. Commento audio




UN ALTRO COMMENTO PIU' ESTESO








Mercoledì della IV settimana del Tempo di Quaresima



αποφθεγμα Apoftegma


Mistero dei misteri,
che introduce dentro i misteri,
Lui ha messo in mano nostra 
la sua speranza eterna e noi, peccatori 
non metteremo la nostra debole speranza nelle
sue eterne mani?

C. Peguy





UN ALTRO COMMENTO PIU' ESTESO










L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Giovanni 5,17-30 

In quel tempo, Gesù rispose ai Giudei: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero”. Proprio per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio. 
Gesù riprese a parlare e disse: “In verità, in verità vi dico, il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati. 
Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole; il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato. 
In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. 
In verità, in verità vi dico: è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno. Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso; e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. 
Non vi meravigliate di questo, poiché verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene, per una risurrezione di vita e quanti fecero il male, per una risurrezione di condanna. Io non posso far nulla da me stesso; giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato”.




LA VOCE CHE CI RESUSCITA CHE LA CHIESA CI ANNUNCIA OGNI GIORNO


Gesù aveva appena guarito un paralitico, suscitando però in coloro che Giovanni chiama "Giudei", ovvero il gruppo forte tra i capi che hanno rifiutato Gesù come Messia, prima lo sdegno e poi un desiderio crescente di “ucciderlo”. Ma come, uno fa del bene e lo vogliono far fuori? Sì, è così, perché in quell’Uomo capace di compiere l’impossibile si nascondeva una pretesa inaccettabile alla superbia del demonio: “chiamare Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio”. Eh no, questa è proprio la falsa promessa con la quale lui seduce gli uomini. Ne ha i diritti d'autore, Gesù entra a gamba tesa nel suo business di
anime, regalando il prodotto che lui finge di vendere al prezzo salatissimo dell'anima degli acquirenti, rifilando però a tutti il solito "pacco" vuoto... Gesù gli rovina il mercato rubandogli uno ad uno i clienti, smascherando e menzogne di satana con la gratuità del suo amore che li ricrea a immagine e somiglianza di Dio. E lo fa gettando la luce della risurrezione su "Shabbat", il giorno che aveva rivelato come "kairos", momento favorevole per compiere la salvezza. "Era giunto il momento" e in esso e di fronte ad esso il cuore di ciascuno era scrutato come ai raggi di una radiografia. L'amore autentico, infatti, attira il rancore, l'invidia, la gelosia, il marciume che s'annida nell'intimo dell'uomo schiavo del demonio per il quale tutto si risolve in una partita di dare e avere. E non c'è nulla da stupirsi se, tra marito e moglie, spesso accade proprio così; o se i figli, invece della gratitudine, presentano impietosi il conto per i difetti dei genitori. E' ovvio, perché quando è gratuito, l'amore mette a nudo la superbia; come la guarigione del paralitico era un’evidente “opera” divina che smascherava il cuore di quei giudei ostili a Gesù. Finché ciò non accade l'uomo vecchio non può riconoscere i suoi peccati per accogliere la Parola di perdono. Il paralitico non aveva fatto nulla, il suo male era evidente, non poteva nasconderlo. Lui il sabato lo osservava ogni giorno… Non poteva fare nulla, dipendeva completamente da qualcuno che lo prendesse in braccio e lo accompagnasse alla piscina. Sino a quel sabato speciale che compiva ogni altro suo sabato, dando senso a ogni istante speso sul lettuccio dell’impotenza. In quel sabato, infatti, il Buon Pastore era finalmente giunto alla “Porta delle pecore”, chiusa da trentotto anni. E’ entrato, ha guardato quell’uomo, gli ha "fatto udire la sua voce", e lui, che non poteva sperare in nessuno, ha "ascoltato" e si è visto risuscitato e condotto fuori dalla schiavitù. E tu ed io, abbiamo davvero bisogno di "ascoltare la voce" di Gesù che "risuscita i morti" o no? Accettiamo di essere dei paralitici incapaci di camminare nella volontà di Dio espressa dalla sua Legge oppure ci sentiamo a posto giudicando il mondo responsabile dei nostri fallimenti e delle nostre sofferenze? Amiamo Dio con tutto il tuo cuore, tutta la tua mente e tutte le tue forze, e il prossimo come noi stessi oppure seguiamo ancora i nostri criteri e in ogni pensiero e gesto cerchiamo la nostra gloria? Coraggio, è finalmente "giunto" anche per noi, come accadde a Lazzaro, "il momento" di "ascoltare la voce" di Gesù che ci trasmette la Chiesa. Siamo morti obbligati a vivere in un sabato di riposo forzato contro cui stiamo lottando orgogliosamente. Accettiamolo, è per i nostri peccati che la vita ci sfugge nella frustrazione. Gesù ci parla oggi dinanzi alla lapide che fu di Lazzaro e che oggi è quella che ha chiuso un matrimonio, un'amicizia o qualsiasi relazione, perché “il Padre gli manifesta tutto quello che fa... e opere più grandi" che sta per compiere con la tua famiglia, con tuo figlio caduto nella droga, nella tua malattia, nella disoccupazione, nella solitudine della vecchiaia. Sì, coraggio, perché "proprio" in questo tuo sabato di fallimenti mentre Gesù ti chiama per nome per liberarti dal peccato, il Padre già sta compiendo la sua opera. Il Signore, infatti, “non può far nulla se non quello che ha visto fare dal Padre” quando, calato inerme nel sepolcro, è stato ridestato alla vita dalla Parola d’amore del Padre. Guarendo quel paralitico Gesù stava compiendo profeticamente il suo Mistero Pasquale, dando senso e pienezza ad ogni Shabbat. Non era dunque Lui a “violarlo”, ma quei giudei, che, nella loro arrogante superbia, ne avevano pervertito lo spirito al punto di “giudicare” Dio in suo nome, e “uccidere” suo Figlio che osservava il sabato colmandolo del suo amore. Ma proprio in questo paradosso malvagio si celava il mistero che ci ha salvato: originando l'ostilità contro Gesù, il miracolo coglieva il suo obiettivo. La guarigione del paralitico, infatti, era stata solo un pretesto profetico che annunciava l’amore del Padre offerto gratuitamente nella Croce del Figlio. Come è accaduto per ogni nostro rifiuto opposto all'amore di Dio, sino ad oggi. 


Se la Chiesa ti annuncia che Cristo è risorto e in Lui sei già perdonato, lo fa perché Lui è già sceso nel tuo sepolcro e ora è accanto a te per farti udire la sua "voce". La Chiesa, infatti, deve parlare le parole di Gesù perché esiste solo per risuscitare i morti, per accendere la Pasqua nella storia. Se tace o diluisce le sue parole in quelle mondane frustra la volontà di Dio e tradisce gli uomini lasciandoli nei sepolcri. Se la Chiesa smette di credere nella forza della predicazione non le resta che portare fiori ai cimiteri, "opere" buone e pie per carità, ma semplicemente umane, e per questo incapaci di chiamare fuori gli uomini dalle tombe. Cristo risorto, invece, ha inviato il suo Corpo sino agli estremi confini della terra, alle nostre "periferie esistenziali" per ricrearci nel suo amore e inviarci in famiglia, a scuola, al lavoro, a far “udire la voce del Figlio di Dio”, perché “quelli che l’ascolteranno e crederanno al Padre che l’ha mandato, passino dalla morte alla vita”. C’è una missione più grande? Parlare ai morti per risuscitarli; annunciare il Vangelo per salvare un matrimonio, per salvare tuo figlio, tuo cugino, ogni uomo! Oggi è il “giudizio”, perché ovunque è predicata la Buona Notizia si anticipa quello dell’ultimo giorno. Oggi tutti possono “udire la sua voce e uscire dai sepolcri” per una risurrezione di vita o di condanna. Abbiamo fatto "il bene"? Rendiamo grazie a Dio che lo ha compiuto in noi. Abbiamo fatto "il male"? Sì, "sempre". Coraggio! Siamo ancora in tempo per ascoltare e uscire dal peccato e consegnare la nostra condanna a Colui che ha “il potere di giudicare", perché non ci condanni nell’ultimo giorno. Lui ci “giudica” oggi con "il potere di dare la vita", perché è un potere che "mette in crisi" la morte, secondo l'etimologia del verbo "giudicare". Gesù, con il Padre e per conto del Padre, ha giudicato la morte, condannandola a restituire quelli che aveva imprigionato. Anche la Chiesa ha "il potere di giudicare" con viscere di misericordia e ridare vita al cuore più indurito che non vuole perdonare, perché ha imparato dal suo Signore a "non far nulla da se stessa"; non si avvita su superbe alchimie psicologiche, su poveri e limitati ricorsi umani e piani pastorali; fa solo quello che vede fare al suo Sposo. Con la Chiesa, siamo chiamati in questa Quaresima a non disperare di fronte alle situazioni più difficili, per giudicare noi stessi e gli altri con il giudizio di Dio. Non dobbiamo inventare nulla, perché la misericordia non è genialità, ma viscere umili che accolgono l'altro così com'è. E questo si impara solo "copiando" Cristo, ovvero sperimentando ogni giorno il suo amore per donarlo agli altri. Finiamola di escogitare stratagemmi con i quali difendiamo il nostro uomo vecchio, e "ascoltiamo" Lui, sino a lasciarci crocifiggere nella sua mitezza e nella sua umiltà, per "compiere la volontà del Padre e non la nostra"; così ogni uomo, vedendo il Figlio vivo  che "opera" nei suoi apostoli, potrà "onorare Lui e il Padre" accogliendo la sua Parola; per Dio, infatti, non c'è onore più grande di un peccatore strappato al demonio e alla morte.








LA SOLITUDINE CHE SPESSO SPERIMENTIAMO E' IL LUOGO DOVE INCONTRARE SOLI A SOLO LO SPOSO



Quanti anni hai? E da quanti sei paralizzato in quel peccato? Sì quello che riappare ogni volta e sembra invincibile. Un giudizio? L'ira? L'avarizia? La vanagloria? Forse sei schiavo della sessualità? Per il paralitico del vangelo erano "trentotto anni", una vita paralizzata sul ciglio della vita, deposta alla "porta delle pecore" come sulla soglia degli inferi, confusa nella sofferenza di storpi, ciechi, zoppi. E "un sabato" che non era festa per quell'uomo schiacciato sul giaciglio dell'impotenza, scivolando nella morte insieme alle pecore destinate alla macellazione. Ma non è soave l'odore di quelle membra sacrificate, piuttosto fumo acre di carni strappate al destino di pace e felicità, rattrappite come le nostre, vorresti muoverle e non ti rispondono, desideri amare e ne sei incapace. La paralisi ci ha reso irrilevanti; distesi sul "lettuccio" dei nostri giorni grigi, tiepidi e sterili, siamo come una mano di vernice trasparente e inodore spalmata su qualche parete, chi può accorgersi di noi? Quante giornate trafelate per correre dietro a mille cose, e poi la cena, e i bimbi a letto che non vogliono dormire, e arriva lui, nervoso, neanche ti guarda, si getta sulla cena e poi sprofonda sul sofà. Quante volte ci siamo trovati sul bordo di quella "piscina", accatastando desideri e progetti come legna da ardere tra le fiamme della delusione. E il cinismo a farti la corte, perché non cedere alle sue lusinghe? in fondo è l'unico con cui ci intendiamo. E questa solitudine acida che corrode ogni speranza: "La vita dell'uomo si svolge laggiù, tra le case, nei campi. Davanti al fuoco e in un letto. E ogni giorno che spunta ti mette davanti la stessa fatica e le stesse mancanze. E' un fastidio alla fine, Melete. C'è una burrasca che rinnova le campagne - nè la morte nè i grandi dolori scoraggiano. Ma la fatica interminabile, lo sforzo di star vivi d'ora in ora, la notizia del male degli altri, del male meschino, fastidioso come le mosche d'estate - quest'è il vivere che taglia le gambe. Melete" (Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò). Siamo soli, con la fatica di parlare e discutere ancora una volta con chi non ci ha mai aiutato perché non poteva essendo debole come noi... E il fastidio di non riuscire mai ad immergersi nell'occasione giusta. Proprio nel momento in cui "l'angelo agita le acque", quando la predicazione, la preghiera, un'ispirazione sembrano "smuovere" l'apatia dei giorni, la routine mesta del matrimonio, l'abitudine ai silenzi con figli e colleghi, "qualcun altro arriva prima", con una menzogna, un'illusione, la paura e il peso del passato, e niente, non ce la facciamo, e le acque tornano alle stesse mancanze. Ma c'è questo tempo che ci consegna l'annuncio della svolta: digiuno, elemosina, preghiera, ovvero fame, povertà e speranze, la Quaresima ci proietta la clip della nostra vita, sino a questo istante. Giusto "trentotto anni", o cinquanta, o diciotto; non un giorno in più, non un anno in meno. Oggi, perché è qui che la clip ha un sussulto, un volto di luce e una parola. Qualcuno ti ha "visto", si è accorto e si preoccupa di te perché "sa che stai così da molto tempo": "Vuoi guarire?". Sei paralitico, ma non è per questo che sei nato; l'incapacità di avvicinarti all'altro e donarti a lui è una malattia, si può guarire. Benedetta domanda che libera la speranza dalle catene del cinismo! Così oggi Gesù ti dichiara il suo amore, innescando in te il desiderio di Lui ormai seccato come le tue membra. Di colpo si illumina tutto il passato, e non era quello che il demonio ci ha raccontato. Se il paralitico avesse avuto "qualcuno ad immergerlo", non avrebbe incontrato il Signore. Non avrebbe ascoltato la sua voce. Si sarebbe immerso, forse sarebbe guarito, avrebbe trovato lavoro, una casa, un fidanzato, un bel matrimonio, un po' di salute, uno stipendio adeguato, non avrebbe perso il padre da piccolo, niente violenze, avrebbe studiato e si sarebbe laureato, sarebbe un pochino più bello e presentabile, la sua famiglia non sarebbe stata così povera, non avrebbe subito l'ombra del fratello maggiore. Non sarebbe stato crocifisso trentotto anniNon avrebbe conosciuto il Signore. E non sarebbe stato felice. La Croce, il lettuccio dove hai disteso sino ad ora la tua vita, proprio tutta la tua storia che ti è sembrata così grigia ed inutile, con le frustrazioni, la solitudine, il fastidio e la fatica di vivere, tutto è stato per incontrare Lui, la "porta" attraverso la quale entrare e trovare il pascolo della vita eterna. Il lettuccio roso dai tarli del giudizio, dell'invidia, della concupiscenza e di ogni peccato è il talamo preparato alla misericordia di Dio. Il fallimento umano, infatti, è il corteggiamento di Gesù: per vincere orgoglio e resistenze, riconoscere che siamo paralitici perché abbiamo creduto al demonio che ci ha schiacciati nella paura, e lasciarci amare da Lui. E' Gesù la piscina dove non è necessario che qualcuno ci immerga; le sue ferite sono per te, nessuno può passarti avanti. "Alzati, risorgi, prendi il tuo lettuccio e cammina": è qui la novità, il segreto, la rivoluzione. Gesù ci guarisce per "incominciare a camminare" in una vita nuova, in un percorso di conversione quotidiano per "non peccare più", aggrappati nella comunione della Chiesa alla Parola e ai sacramenti. Chi ha conosciuto la gratuità dell'amore di Dio sa che tornare a dar credito al demonio e peccare, sarebbe l'accadere di "qualcosa di peggio" della paralisi, ovvero precipitare all'inferno. Per questo Gesù ci invia nella storia facendo ogni istante memoria del suo amore, per non dimenticare da dove ci ha tratto. I cristiani non elaborano il passato come fosse un lutto, anzi, vivono il presente come il frutto della misericordia di Dio che ha irrorato misteriosamente ogni istante sino ad oggi, e "prendendo il lettuccio" dove hanno sperimentato la Gloria della sua vittoria sul peccato. La vita diviene così una missione, per testimoniare l'amore gratuito di Cristo a chiunque è chiuso nell'orgoglio e crede che la salvezza sia un peccato, e che per questo tenterà di strapparci alla Grazia per schiacciarci con i moralismi; ad annunciare a tutti che Cristo ha compiuto il "sabato" e ogni iota della Legge deposto con noi nella tomba per farci risorgere e così imparare a camminare nella fatica e nel fastidio di vivere, portando la Croce che tutti rifiutano. Forse saremo soli, senza nessuno che si accorga di noi per aiutarci, perché, senza esigere e aspettarci nulla, saremo noi ad immergere ogni paralitico che ci è accanto, nella misericordia di Cristo incarnata in noi.



Martedì della IV settimana del Tempo di Quaresima. Commento audio




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