Mercoledì della IV settimana di Quaresima



Mistero dei misteri,
che introduce dentro i misteri,
Lui ha messo in mano nostra 
la sua speranza eterna e noi, peccatori 
non metteremo la nostra debole speranza nelle
sue eterne mani?

C. Peguy




Gv 5,17-30 


In quel tempo, Gesù rispose ai Giudei: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero”. Proprio per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio. 
Gesù riprese a parlare e disse: “In verità, in verità vi dico, il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati. 
Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole; il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato. 
In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. 
In verità, in verità vi dico: è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno. Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso; e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. 
Non vi meravigliate di questo, poiché verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene, per una risurrezione di vita e quanti fecero il male, per una risurrezione di condanna. Io non posso far nulla da me stesso; giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato”.


IL COMMENTO


Come possono i morti ascoltare? Solo se vi è una voce capace di penetrare la pietra di un sepolcro e una parola così potente da raggiungere chi vi giace privo di vita ridestandolo all'esistenza. Il Vangelo di oggi, rivelandoci che esiste questa Parola, ci mostra qualcosa di stupefacente: "Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati". Voi ne resterete stupiti. Ci si stupisce per un fatto imprevisto, che supera la stessa immaginazione. E lo stupore si trasforma in meraviglia quando l'evento mi riguarda direttamente e mi coinvolge rispondendo alla speranza, forse confusa, che giace nel fondo del cuore. Gesù aveva appena guarito un paralitico, ma nei farisei questo evento straordinario aveva suscitato uno stupore indignato; l'inossidabilità delle loro certezze aveva ossidato la speranza, la ruggine dell'autosufficienza aveva indurito il cuore facendo dimenticare la promessa che la sosteneva. Così il miracolo, invece di generare lo stupore meravigliato aveva innescato il rifiuto, gestato nel legalismo moralista in nome del quale "cominciarono a perseguitare Gesù". Con questo miracolo inizia il processo a Gesù, la verità e l'amore sottoposti a giudizio.


E' di scena il dramma che definisce la vita di ogni uomo, di ogni società e di ogni cultura. La via alla salvezza, alla felicità piena che essa dischiude, passa per la porta stretta dello stupore. La può attraversare solo un bambino. Un povero, uno che gli eventi della storia ha umiliato, "abbassato": "Tutto quel che c’è di piccolo è tutto quel che c’è di più bello e di più grande. Tutto quel che c’è di nuovo è tutto quel che c’è di più bello e di più grande. Ha una forza, una novità, una freschezza come l'alba. Una giovinezza, uno slancio, un'ingenuità, una nascita che non si trova mai più. C'è in quello che comincia una fonte, una razza che non ritorna. Una partenza, un'infanzia che non si ritrova mai più. Ora la piccola speranza è colei che sempre comincia. Quella nascita, quell'infanzia perpetua" (C. Peguy, Il Portico del mistero di S. Giovanna D'Arco). Il paralitico guarito è immagine di questo inizio, di questa infanzia capace di stupore; non ha fatto nulla, la sua speranza ha incontrato, per Grazia, Colui che l'ha trasformata in desiderio prima ed in compimento poi.


Il paralitico ha cominciato a camminare, la "piccola speranza" ha iniziato a deporre i suoi passi sul selciato di una vita nuova; la guarigione è stata "quella nascita, quell'infanzia perpetua" che definisce il destino di ogni uomo: la vita eterna, il gaudio senza fine. E' questa l'opera più grande che genera la meraviglia: i morti possono ascoltare una voce e risorgere! Secondo l'antropologia ebraica la morte non è considerata una separazione del corpo dall'anima. "Un vivente è un'anima (nefesh) vivente, un morto è un'anima (nefesh) morta. La morte non è un annientamento: finchè sussiste il corpo, finchè restano almeno le ossa, l'anima sussiste, in uno stato di estrema debolezza, come un'ombra nella dimora sotterranea dello Sheol" (R. De Vaux, Le Istituzioni dell'Antico Testamento).


Ma quel giorno, sul bordo della piscina, Gesù ha annunciato l'imprevedibile: è giunto il momento, il kairos, il tempo favorevole, ed è questo, questo in cui ha guarito il paralitico che giaceva, come un'ombra, sul bordo della piscina; quell'uomo era lì, tutti lo vedevano, ma per tutti non era che un'ombra, nessuno si era preoccupato di aiutarlo nel momento favorevole per guarire, quando le acque si agitavano. Ed ora il momento s'era fatto carne in quell'uomo, e voce da udire, e parola da credere. Il momento favorevole era venuto a lui dischiudendogli un momento eterno di salvezza. L'esperienza fatta dal paralitico è dunque il compimento profetico di quanto Gesù annuncia nel Vangelo di oggi: è giunto il momento, ed è questo, in cui i morti, le ombre che giacciono nello Sheol, "udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno". La vita di Dio distrugge le porte della tomba e dona vita alle ombre. Dietro la lapide di una tomba non vi è solamente un corpo destinato alla putrefazione, ma un'anima, un uomo che attende una Parola. "Noi tutti esistiamo perché egli ci ama, perché egli ci ha pensati e ci ha chiamati alla vita. Esistiamo nei pensieri e nell’amore di Dio. Esistiamo in tutta la nostra realtà. La nostra serenità, la nostra speranza, la nostra pace si fondano proprio su questo: in Dio, nel Suo pensiero e nel Suo amore, non sopravvive soltanto un’«ombra» di noi stessi, ma in Lui, nel suo amore creatore, noi siamo custoditi e introdotti con tutta la nostra vita, con tutto il nostro essere nell’eternità. E' il suo Amore che vince la morte e ci dona l’eternità... Dio conosce ed ama tutto l’uomo, ciò che noi siamo. E Dio accoglie nella Sua eternità ciò che ora, nella nostra vita, fatta di sofferenza e amore, di speranza, di gioia e di tristezza, cresce e diviene. Tutto l’uomo, tutta la sua vita viene presa da Dio ed in Lui purificata riceve l’eternità. Il Cristianesimo non annuncia solo una qualche salvezza dell’anima in un impreciso al di là, nel quale tutto ciò che in questo mondo ci è stato prezioso e caro verrebbe cancellato, ma promette la vita eterna, «la vita del mondo che verrà»: niente di ciò che ci è prezioso e caro andrà in rovina, ma troverà pienezza in Dio." (Benedetto XVI, Omelia nella Solennità dell'Assunzione della Vergine Maria, 15 agosto 2010).


Dio è sceso sino al limite della nostra flebile speranza, laddove essa è bambina, indifesa. Dio è sceso perchè essa scocchi come un nuovo inizio, una forza, una novità, una freschezza come l'alba, il mattino fragrante della resurrezione. Dio è sceso con suo Figlio. Tutto dell'uno è riversato nell'altro, la stessa vita fluisce e giunge laddove regna la morte. L'amore infinito del Padre e del Figlio si è fatto Parola che salva. L'amore si è fatto ascoltare da chi giace nell'ombra perchè possa credere e passare dalla morte alla vita. E' l'esodo dell'amore che passa dal Cielo alla tomba per far passare dalla tomba al Cielo ogni uomo. E' questo il giudizio di misericordia che appare oggi nel Vangelo. Il potere di dare la vita è il potere di giudicare, di "mettere in crisi", secondo l'etimologia greca di giudicare, la morte. Gesù, con il Padre e per conto del Padre, ha giudicato la morte, condannandola a restituire quelli che aveva imprigionato. E' il giudizio che la Parola di Dio opera sempre, risuscitando i piccoli, guarendo i paralitici, ridonando amore a chi lo ha smarrito. 


Non vi è luogo dove il Signore ricusi di scendere per far risuonare la sua voce. E' questa la certezza che muove la Chiesa sino agli estremi confini della terra, che non sono solo un luogo geografico. La Chiesa è inviata agli estremi confini dello Sheol, a predicare e annunciare la Parola capace di risuscitare i morti. Gesù è disceso agli inferi, la Chiesa suo Corpo discende agli inferi di questa e di ogni generazione. Vi scende nei suoi apostoli, in ciascuno di noi. Per questo la Chiesa non si arresta sulla soglia dei sepolcri, mai. Non dispera di fronte alle situazioni più difficili, non giudica nulla e nessuno senza speranza. Giudica tutto e tutti con il giudizio di Dio, giudizio di misericordia, perchè, in Cristo, ha la vita in se stessa. Con la vita più forte della morte, la Chiesa può scendere nello Sheol di un matrimonio in crisi, di un rapporto tra genitori e figli deteriorato, di una vita bruciata dalla droga e dall'alcool; la Chiesa ha il potere di giudicare con viscere di misericordia e ridare vita a una donna chiusa nella tomba dell'egoismo e incapace di accettare e accogliere un altro figlio; nel cuore avviato alla corruzione di chi non riesce e non vuole perdonare. La Chiesa ha la vita di Cristo suo Sposo, ha la sua Parola con il potere di ricreare e condurre a perfezione le ombre nelle quali sono polverizzate le vite schiave dei peccati. La Chiesa può mettere in crisi certezze moralistiche, legalistiche, sempre in cerca di capri espiatori su cui rovesciare le responsabilità di ogni male. La Chiesa ha imparato dal suo Signore a non far nulla da se stessa; non si avvita su superbe alchimie psicologiche, su poveri e limitati ricorsi umani. La Chiesa fa quello che vede fare al suo Sposo, imitatore perfetto del Padre. La Chiesa non cerca volontà umane di successo, desidera solo il compimento della volontà di Dio. Così può adempiere la sua missione, far risuonare la voce di Cristo nell'inferno del mondo. Così ciascuno di noi, padri, madri, presbiteri, educatori, fratelli: in Cristo e colmi della sua stessa vita, abbandonati alla volontà del Padre, siamo chiamati a scendere nello Sheol di chi ci è accanto per annunciarvi la Buona Notizia. Un padre scende nell'inferno del figlio, sempre. Per farvi risuonare la voce di Cristo, e non la propria. Così, ogni istante può divenire un momento di salvezza, anche quando sembra impossibile, perchè Gesù, con il Padre e nei suoi apostoli, opera sempre.  


Vi è solo un pericolo, il rischio della libertà. Come i farisei, possiamo oggi ascoltare la voce che ci chiama fuori dal sepolcro e restare invece aggrappati all'ombra che riteniamo essere l'unica verità. Possiamo custodire gelosamente la menzogna che ci impedisce di vedere Dio nel Figlio che ci parla. Possiamo chiuderci alla Grazia e continuare a vivere come ombre la nostra storia, imprigionati nel sepolcro, preferendo il sabato al Signore del sabato, l'opera umana all'opera divina. Non credere a Gesù, all'impossibile di un Dio che si fa carne debole come la mia, condannare il Signore perchè si fa Dio nella nostra storia per salvarci, mentre in noi non c'è posto che per un solo dio, il nostro io... E' questo il male che può condurci alla risurrezione di condanna, indurire il cuore e non ascoltare la voce di Cristo, impedendo il suo giudizio di misericordia che cancella ogni peccato. "Non ti è detto: sforzati di cercare la via per giungere alla verità e alla vita; non ti è stato detto questo. Pigro, alzati! La via stessa è venuta a te e ti ha scosso dal sonno; e se è riuscita a scuoterti, alzati e cammina!" (S. Agostino). Sarebbe davvero il peccato più grande non "approffittare" dell'offerta che oggi Gesù fa a ciascuno di noi: Il Padre ha rimesso al Figlio ogni giudizio, il documento che ci condannava Lui lo ha inchiodato alla Croce, non ci resta che accogliere, come bambini, la sua misericordia. "Ecco ora il momento favorevole, lasciatevi riconciliare con Dio". Perchè ogni uomo veda il Figlio vivo e all'opera nei suoi apostoli, e possa onorare Lui e il Padre, riconoscere e accogliere la verità, ed essere così salvato dagli inferi.



Benché lo sembrassi, non fui rigettato
né perii; eppure lo pensarono a Mio riguardo!
L’Ade Mi vide e fu prostrato;
la morte Mi vomitò fuori e con Me molti.
Aceto e fiele fui Io per essa
e con essa discesi giù per quant’essa era profonda.
Piedi e capo la morte lasciò cadere,
ché il mio volto sopportar non fu capace.

Tra i suoi morti un’assemblea di vivi ho formato (1 Pt 3:19; 4:6);
ho parlato con loro con labbra vive,
perché vana non fosse la parola Mia.
I morti corsero verso di Me;
gridavano: «Pietà di noi, Figlio di Dio!
Trattaci secondo la Tua misericordia
e liberaci dalle catene dell’oscurità.
Apri davanti a noi la porta
per la quale usciamo Teco.
Scorgiamo, difatti, che la nostra morte Te non tocca.
Deh, Teco noi pure fossimo salvi,
ché il nostro Salvatore Tu sei!».

La loro voce intesa
a cuore Mi presi la loro fede.
Sul loro capo posi il Mio nome,
poiché liberi figli Miei essi sono e a Me appartengono.
Alleluia.

Odi di Salomone. n. 42





Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorsi sul vangelo di Giovanni, 49, 1-3 ; CCL 36, 419-421


« Gesù grido a gran voce : Lazzaro, vieni fuori ! » (Gv 11,43)


Fra tutti i miracoli compiuti da nostro Signore Gesù Cristo, quello della risurrezione di Lazzaro è forse il più strepitoso. Ma se consideriamo chi è colui che lo ha compiuto, la nostra gioia dovrà essere ancora più grande della meraviglia. Risuscitò un uomo colui che fece l'uomo; egli infatti è l'Unigenito del Padre, per mezzo del quale, come sapete, furon fatte tutte le cose (Gv 1,3). Ora, se per mezzo di lui furon fatte le cose, fa meraviglia che per mezzo di lui sia risuscitato uno, quando ogni giorno tanti nascono per mezzo di lui? ...


Tu hai udito che il Signore Gesù risuscitò un morto: ciò ti basti per convincerti che, se avesse voluto , avrebbe potuto risuscitare tutti i morti. Del resto si è riservato di far questo alla fine del mondo; poiché « verrà l'ora in cui tutti quelli che sono nei sepolcri, udranno la sua voce e ne usciranno »; così dice colui che, come avete sentito, con un grande miracolo risuscitò uno che era morto da quattro giorni. Egli risuscitò un morto in decomposizione; ma benché in tale stato, quel cadavere conservava ancora la forma delle membra. Nell'ultimo giorno, ad un cenno, ricostituirà il corpo dalle ceneri. Ma bisognava che intanto compisse alcune cose, che a noi servissero come segni della sua potenza per credere in lui, e prepararci a quella risurrezione che sarà per la vita, non per il giudizio. E' in questo senso che egli ha detto: « Verrà l'ora in cui tutti quelli che sono nei sepolcri, udranno la sua voce e ne usciranno, quelli che hanno agito bene per la risurrezione della vita, quelli che hanno agito male per la risurrezione del giudizio » (Gv 5, 28-29)...


Se però rivolgiamo la nostra attenzione ad opere di Cristo più meravigliose di questa ci rendiamo conto che ogni uomo che crede risorge; se poi riuscissimo a comprendere l'altro genere di morte molto più detestabile, (quello cioè spirituale), vedremmo come ognuno che pecca muore. Se non che tutti temono la morte del corpo, pochi quella dell'anima... Oh, se riuscissimo a spingere gli uomini, e noi stessi insieme con loro, ad amare la vita che dura in eterno almeno nella misura che gli uomini amano la vita che fugge!

Martedì della IV settimana di Quaresima



Che tirannia è mai questa?
Sono venuto alla vita – bene –,
ma perché essa mi agita con le sue violente ondate?
Voglio dire una parola audace, 
sì audace, ma voglio dirla:
se non fossi tuo, o mio Cristo, quale ingiustizia!
Nasciamo, deperiamo, giungiamo alla fine.
Dormo, riposo, sto sveglio, cammino.
Siamo ora ammalati, ora in salute,
ora tra i piaceri, ora tra gli affanni.
Abbiamo parte alle stagioni solari 
e ai frutti della terra.
Moriamo e la nostra carne imputridisce:
questa è la sorte delle bestie,
che, per quanto ignobili, sono senza colpa.
Cosa dunque ho più di loro?
Niente se non Dio:
se non fossi tuo, o mio Cristo, quale ingiustizia!

Gregorio Nazianzeno, A Cristo




Dal Vangelo secondo Giovanni 5,1-16. 


Vi fu poi una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
V'è a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, una piscina, chiamata in ebraico Betzaetà, con cinque portici,
sotto i quali giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici.
Un angelo infatti in certi momenti discendeva nella piscina e agitava l'acqua; il primo ad entrarvi dopo l'agitazione dell'acqua guariva da qualsiasi malattia fosse affetto.
Si trovava là un uomo che da trentotto anni era malato.
Gesù vedendolo disteso e, sapendo che da molto tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?».
Gli rispose il malato: «Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l'acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me».
Gesù gli disse: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina».
E sull'istante quell'uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare. Quel giorno però era un sabato.
Dissero dunque i Giudei all'uomo guarito: «E' sabato e non ti è lecito prender su il tuo lettuccio».
Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: Prendi il tuo lettuccio e cammina».
Gli chiesero allora: «Chi è stato a dirti: Prendi il tuo lettuccio e cammina?».
Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato, essendoci folla in quel luogo.
Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio».
Quell'uomo se ne andò e disse ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo.
Per questo i Giudei cominciarono a perseguitare Gesù, perché faceva tali cose di sabato.


IL COMMENTO


Non avere nessuno per avere Cristo. Trentotto anni, una vita, giorni che sembravano perduti mentre accoglievano i passi del Signore diretti al suo incontro. Una vita in attesa, fosse anche un'attesa ormai in agonia, non è mai una vita sprecata perchè è una vita donata per incontrare Lui. Il fallimento umano è il corteggiamento di Dio. Lui ha posto i suoi occhi su di noi. Ci ha scelti per Lui. Come quest'uomo che, secondo il greco originale, si tiene nella sua infermità, legato al male e da esso imprigionato, a volte facendo di esso la sua identità per racimolare qualche spicciolo, a volte ribellandosene senza esito. Un uomo alla porta delle pecore, confuso tra tanta sofferenza, tra gli animali destinati alla macellazione sacrificale nel Tempio. In un sabato che per lui non è festa, è piuttosto legge dura d'espiazione, e "l'espiazione è il miglior combustibile al fuoco della colpa" (S. Fausti, Una comunità legge il vangelo di Giovanni). Odore di morte, acre, fumi grigi di sensi di colpa, e di salvezza improbabile. Odore di sangue. E una piscina agitata dal vento, pochi e fugaci istanti per guarigioni destinate a risolversi in altre, future infermità. E nessuno ad accorgersi di lui. Di noi. Soli con le nostre angosce, con le nostre sofferenze, con le nostre infermità. Una vita senza vita. Trentotto anni.


Che cos'è la vita? E' forse questa solitudine acida che corrode ogni speranza della moltitudine di infermi, letteralmente chi non sta in piedi, ciechi, zoppi, disseccati (secondo l'originale greco della parola paralitico) che giace ai bordi d'una speranza che delude ogni giorno di più? Cesare Pavese descrive l'invivibilità d'una vita che "taglia le gambe": "La vita dell'uomo si svolge laggiù, tra le case, nei campi. Davanti al fuoco e in un letto. E ogni giorno che spunta ti mette davanti la stessa fatica e le stesse mancanze. E' un fastidio alla fine, Melete. C'è una burrasca che rinnova le campagne - nè la morte nè i grandi dolori scoraggiano. Ma la fatica interminabile, lo sforzo di star vivi d'ora in ora, la notizia del male degli altri, del male meschino, fastidioso come le mosche d'estate - quest'è il vivere che taglia le gambe, Melete" (Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò). Questo è il vivere che sarebbe meglio non vivere, per il quale, con Geremia e con Giobbe, maledire il giorno della nascita. Nascere, perchè?


Ma dove meno te lo aspetti appare il suo volto, e senti la sua voce: "Vuoi guarire?". Un'eco come una saetta, fin nelle giunture dell'anima. E ti accorgi, come una stretta al cuore, che sei nato per Lui, che le orecchie ti son state date per ascoltare quella voce, e gli occhi per accogliere il suo sguardo, e le gambe inferme per essere guarite da Lui, e la mente senza risposte per la luce della sua sapienza, ed il cuore di pietra per il suo amore fatto carne. Se il paralitico avesse avuto qualcuno ad immergerlo, non avrebbe incontrato il Signore. Non avrebbe ascoltato la sua parola, quella chiamata che l'ha destato alla vita vera. Sarebbe guarito, forse; avrebbe trovato lavoro, una casa, un fidanzato, un bel matrimonio, un po' di salute, uno stipendio adeguato, non avrebbe perso il padre da piccolo, niente violenze, avrebbe studiato e si sarebbe laureato, sarebbe un pochino più bello e presentabile, la sua famiglia non sarebbe stata così povera, non avrebbe subito l'ombra del fratello maggiore. Non sarebbe stato crocifisso trentotto anni. E non avrebbe conosciuto il Signore. E non sarebbe stato salvato. E non sarebbe stato felice.


La Croce, un lettuccio e la vita distesa, prostrata, inutile; la Croce, dove giunge la Parola di Gesù e, con essa, all'istante appare la Gloria, la luce della vita nelle piaghe sanguinanti. La salvezza per sempre, e la gioia, e la pace. In quel momento tutta la vita s'illumina di senso, e si rivela per quello che è sempre stata, un letto d'amore preparato per Lui: i momenti più difficili e dolorosi, illuminati e trasfigurati come un talamo eterno per la Sua misericordia. Il paralitico non lo aveva neanche immaginato, come ciascuno di noi, nell'abisso del dolore non vede altro che oscurità. Ma ogni istante passato "così", disteso, inutile a se stesso e al mondo, dimenticato, rifiutato, disprezzato, nella morsa della solitudine è stato, ed è un passo in più verso di Lui; in ogni momento della nostra vita Dio è già all'opera, è necessaria una Parola, la predicazione della Chiesa, un cammino che gesti la fede, perchè la vita, scrostata dalla patina di menzogne deposta dal demonio per far dubitare di Dio, appaia nel suo splendore autentico. Ogni istante ferito dalla Croce o anche dai nostri peccati è una fessura aperta in noi per accogliere Lui, il nostro unico possibile abbraccio d'amore a Cristo. "Ci sono uomini che impenetrabili alla grazia, non hanno difetti nell’armatura. Non sono feriti. Il loro rivestimento morale, costantemente intatto fa a loro da corazza senza difetti... La carità di Dio non medica colui che non ha delle piaghe. Proprio perchè il volto di Gesù era sporco di sudore, fu asciugato dalla Veronica. Colui che non è caduto, non sarà mai raccolto, e colui che non è sporco non sarà mai ripulito" (Charles Peguy).


La debolezza estrema che ci caratterizza, quel ritrovarci soli con la nostra povertà ci rende come la Vergine Maria che non conosceva uomo, in quel momento non c'era per lei nessuno con cui concepire il bambino annunciato. E' il segreto della verginità, il senso della nostra vita di figli. Lo Spirito Santo, alla Parola del Signore, in virtò della predicazione, scenderà e ci coprirà con la Sua ombra, e concepirà in noi la Vita che non muore. La nostra storia, come quella della Vergine Maria, è da sempre per il Signore. Lei nell'immacolatezza d'una concezione senza peccato, noi nelle piaghe della nostra debolezza, spesso tra le macerie d'una vita distesa su di un lettuccio di dolore. Ma allo stesso modo, misteriosamente, per il Signore. “In uno stato in cui nello stesso tempo essa (Maria) sa e non sa, in questa attesa che non può definire, essa vive per Dio nella confidenza. E’ l’atteggiamento già notato e che chiamerei propriamente “mariale”: la perseveranza davanti all’incomprensibile, attraverso il ricorso a Dio. Quando infine l’angelo porterà il suo messaggio, che Maria deve diventare Madre per la potenza dello Spirito Santo, la sua anima profonda dirà: “Era dunque per questo!” (Romano Guardini, La mere du Seigneur). Era dunque per questo, per essere Madre di Dio, figlia del suo Figlio. Come la storia dolorosa di Giuseppe disceso in Egitto come schiavo, era dunque per questo: per sfamare gli stessi fratelli che lo avevano tradito e venduto. Come la nostra storia, era, è dunque per questo: per essere suoi, perchè risplenda in noi la sua Gloria. Era dunque per questo ogni evento dei nostri lunghi "trentotto anni", dare alla luce il Salvatore, l'amore e la salvezza di ogni uomo. Che vita meravigliosa abbiamo avuto sino ad oggi, e che cosa non sarà quello che Dio ci ha preparato da oggi all'eternità.


"Per questo" Lui si è giocato la vita, incontrandoci e salvandoci ha firmato la sua condanna, il mistero di amore che dà senso a tutto. Gesù sapeva di infrangere l'interpretazione legalistica del rigido codice farisaico; lo sapeva e ha ordinato di proposito al paralitico di prendere il suo lettuccio, perchè fosse svelata la vera infermità, il cuore seccato di chi, di fronte all'amore, si blocca a difendere i propri criteri. Sembra impossibile, eppure gli occhi dei farisei sono incapaci di vedere la luce del miracolo e fissano lo sguardo sull'apparente infrazione di un precetto umano da loro stabilito. E' questo il pericolo, l'unico, che può rendere vana la Croce di Cristo e impotente la sua Parola onnipotente. Stabilire a priori un recinto di criteri e desideri per ottenere la salvezza e obbligare Dio ad entrarvi per donarci una salvezza che, solo, può esserci donata imprevedibilmente e al di là dei nostri rachitici pensieri. Attraverso il Vangelo di oggi scopriamo dunque che la vera infermità non è quella che affligge il paralitico da trentotto anni gettato alla porta delle pecore. Il male inguaribile è il cuore indurito dei farisei. Il paralitico, grazie alla malattia, incontrerà il Signore e lo riconoscerà nel Tempio dove è potuto entrare con le sue gambe, nella vita nuova dove è entrato con la sua vita passata riconciliata e trasfigurata. Il paralitico ha conosciuto il perdono dei peccati ed il santo timore di Dio lo accompagnerà nei giorni a venire. I farisei, i cuori maliziosamente legati alla propria carne di uomo vecchio, decideranno di uccidere l'amore fatto carne. Che Dio ci conceda la grazia di lasciarci stupire ed amare al fondo del fallimento umano che ci accompagna, e vivere, da oggi, una vita senza peccato, l'intimità pura con il Signore.


APPROFONDIRE








San Massimo di Torino ( ? – circa 420), vescovo
Discorso per la Quaresima ; CC Sermon 50, 202-204 ; PL 57, 585A-586B


« Vuoi guarire ? » La Quaresima conduce al battesimo


Leggiamo nell'Antico Testamento che al tempo di Noè, mentre l'intero genere umano era in preda al peccato, le cataratte del cielo si sono aperte e durante quaranta giorni, le piogge si sono abbattute ; simbolicamente, la terra ha ricevuto l'acqua per quaranta giorni. Più di un diluvio, si tratta di un battesimo. Infatti è proprio un battesimo che ha spazzato via l'iniquità dei peccatori e risparmiato la giustizia di Noè. Allo stesso modo, oggi il Signore ha dato anche a noi la Quaresima affinché, per lo stesso numero di giorni, si aprano i cieli per inondarci dell'acquazzone della misericordia divina. Una volta lavati, nelle acque salutari del battesimo, il sacramento ci illumina ; come in questi tempi, le acque spazzano via l'iniquità delle nostre colpe e rassodano la giustizia delle nostre virtù.
La situazione di oggi è simile a quella del tempo di Noè. Il battesimo è diluvio per il peccatore e consacrazione per coloro che sono fedeli. Nel battesimo il Signore salva la giustizia e distrugge l'iniquità. Lo vediamo nell'esempio di un unico uomo ; l'apostolo Paolo, prima di essere stato purificato dai precetti spirituali, era persecutore e blasfemo. Una volta bagnato dalla pioggia celeste del battesimo, il bestemmiatore è morto, morto il persecutore, morto Saul ; allora nasce l'apostolo, il giusto, Paolo... Chiunque vivrà religiosamente la Quaresima e osserverà le prescrizioni del Signore vedrà morire in sè il peccato e vivere la grazia : egli succedendo, in un certo senso, a se stesso, muore in quanto peccatore, e vive come giusto.


Odi di Salomone (scritti cristiani del 2o secolo)
N°6


«L'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14)


Il Signore si è fatto conoscere meglio. Si adopera per far conoscere meglio i doni ricevuti dalla sua grazia. Ci ha concesso di lodare il suo nome ; i nostri spiriti cantano il suo Spirito Santo. Infatti ha fatto scaturire un ruscello ; esso è divenuto un torrente largo e potente (Ez 47, 1s). Ha inondato e solcato l'universo, l'ha trascinato via e portato verso il Tempio. Gli ostacoli posti dagli uomini non hanno potuto fermarlo, neanche gli artifici ai quali ricorrono coloro che costruiscono dighe. Perché esso è venuto su tutta la terra e l'ha interamente riempita.
Hanno bevuto, tutti gli assetati della terra ; la loro sete è stata placata, perché l'Altissimo ha dissetato i suoi. Beati quei servi ai quali egli ha affidato le sue acque. Hanno potuto placarvi le loro labbra inaridite e raddrizzare le loro volontà inferme. Le anime che morivano sono state strappate dalla morte ; le membra spossate sono state raddrizzate e stanno in piedi. Hanno dato fortezza ai loro passi e luce ai loro occhi. Sono stati conosciuti da tutti nel Signore ; vivono grazie all'acqua viva in eterno. Alleluia !