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21 dicembre




Anche a ognuno di noi, 
con la trasmissione della fede, 
è stato detto che la vita ha un destino.
Nella sincerità del nostro cuore 
può riecheggiare in modo vero il Magnificat.
Qualunque sia la condizione attuale della nostra vita
è gratitudine perché cammino a quel destino in cui vedremo Dio.

Don Luigi Giussani





Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca  Lc 1,39-45.

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Il commento

Il Signore viene a visitarci, sempre attraverso una carne concreta, il seno purissimo di Maria, tabernacolo della presenza di Dio. Ambasciatrice dell'amore di Dio, è sempre Lei che ci visita e ci dona il Signore, celato nelle Sue castissime viscere. Lei è l'immagine più fedele della storia di salvezza che Dio ha preparato per ogni uomo, lo specchio fedele di quel che accade ogni giorno nelle nostre povere vite: Dio incarnato, adagiato nel seno d'una donna, disceso alla nostra vita, per impregnare del suo amore le nostre ore. In noi è già seminato il miracolo d'una vita celeste, come lo fu Giovanni per Elisabetta. Proprio ora è vivo in noi qualcosa che le nostre forze, le nostre opere, i nostri desideri non hanno avuto il potere di generare. Sterili siamo, come ogni uomo, incapaci di darci vita, e di donarla. Sterili per accogliere la Grazia. Come Elisabetta intuiamo e cominciamo a sperimentare la novità, ma abbiamo bisogno d'una visita perché il miracolo di Grazia si schiuda in un canto di lode. Viviamo l'amore di Dio dentro di noi, ne sentiamo spesso tutta la portata soprannaturale, proprio come una donna incinta vive ogni cosa in modo particolare, afferrata da una presenza interna, misteriosa che le appartiene e, allo stesso tempo, le sfugge. Ma, con Elisabetta, abbiamo bisogno di Maria, immagine della Chiesa, e del “saluto” che il nostro cuore attende, l’annuncio della Parola capace di sciogliere in noi quello che, da sempre, la Grazia ha seminato, che muove in noi la Vita in un sussulto di gioia.

Ed è vero che fuori della Chiesa non v'è salvezza, perché in ogni istante della storia che scorre in ogni angolo della terra, risuona la Parola, l’unica che reca la salvezza, Cristo Gesù, nascosto nel seno verginale di Maria, Madre della Chiesa e Madre nostra. La Chiesa, con la sua voce, abbraccia l'universo in attesa della salvezza. La storia, infatti, è il tabernacolo del Figlio incarnato. Da quel giorno a Nazaret, quando Dio ha deposto il Suo seme nel seno di Maria, nulla è più lo stesso. Tutta la storia, passata, presente e futura è stata inondata d'una Grazia nuova, e tutte le cose sono state rinnovate, e il Signore, l'Emmanuele, ha preso dimora in ogni istante del tempo. Tutto di noi dunque, miracolosamente, è stato santificato, salvato, redento. La vita non è più una corsa verso la morte, perché Il Cielo s'è dischiuso irrevocabilmente da quell’istante nascosto in una remota città della Galilea. Ogni esistenza, anche quella che appare più distrutta dal peccato, anche quella che odora di morte, la più sterile, è pronta ormai per essere visitata, salvata e liberata per lasciar posto a un’esultanza di gioia. Scriveva san Gregorio di Nissa: «L'uomo che, tra gli esseri, non conta nulla, che è polvere, erba, vanità, una volta che è adottato dal Dio dell'universo come figlio, diventa familiare di questo Essere, la cui eccellenza e grandezza nessuno può vedere, ascoltare e comprendere. Con quale parola, pensiero o slancio dello spirito si potrà esaltare la sovrabbondanza di questa grazia? L'uomo sorpassa la sua natura: da mortale diventa immortale, da perituro imperituro, da effimero eterno, da uomo diventa dio» (Sulle beatitudini, Sermone VII). E’ bastato un annuncio, la parola feconda che, discesa dalle labbra dell’Angelo, ha deposto la Vita divina in Maria dal cui seno è poi rimbalzata divenendo il saluto eterno sulle labbra della Chiesa. I passi veloci della Figlia di Sion sul crinale delle montagne di Giuda sono i passi urgenti degli apostoli di ogni tempo, mossi dallo "zelo", il termine originale greco tradotto con "in fretta". La "cura" con la quale Dio ci ama attraverso l'incedere degli eventi che ci visitano per accoglierci quotidianamente, rivela il suo progetto: "Infatti io so i pensieri che medito per voi», dice il Signore: «pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza" (Ger. 29,11). “Shalom!” Il saluto "sguainato" da Maria, secondo il senso sotteso al verbo greco salutare, giunge alla cugina come il sorriso di Dio che finalmente si affaccia dal Cielo come una spada pronta ad infilzare la tristezza della sterilità; la cura di Maria per la bellezza della vita sorta nel seno di Elisabetta, come l'attenzione premurosa della Chiesa per ogni vagito della Grazia in ciascuno dei suoi figli, l'amore compassionevole e gratuito capace di destare la gioia nel seno di tutti noi, finalmente amati e fecondati per offrire al mondo il dono ricevuto. "Pace!" Il saluto di Maria che accende la speranza e la benedizione dimenticate nella sfiducia per ciò che pensiamo come perso irrimediabilmente; la gioia della risurrezione di tutto quello che in noi era morto, e invece è vivo nel perdono, ed è bello perché "visitato" dalla Bellezza di Cristo, il frutto benedetto del seno di Maria consegnatoci ogni giorno dalla Chiesa. La storia nostra di oggi, e di ogni giorno, ci arriva al cuore attraverso il saluto di Maria. "La maternità della Chiesa è riflesso dell’amore premuroso di Dio, di cui parla il profeta Isaia: “Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati” (Is 66,13). Una maternità che parla senza parole, che suscita nei cuori la consolazione, una gioia intima, una gioia che paradossalmente convive con il dolore, con la sofferenza. La Chiesa, come Maria, custodisce dentro di sé i drammi dell’uomo e la consolazione di Dio, li tiene insieme, lungo il pellegrinaggio della storia. Attraverso i secoli, la Chiesa mostra i segni dell’amore di Dio, che continua ad operare cose grandi nelle persone umili e semplici" (Benedetto XVI, 11 febbraio 2010). E tutto si illumina, anche il passato oscuro che ci ha preparato a questo incontro. Nell'ascoltare la voce di Maria, anche le debolezze, anche i peccati, brillano d'una luce nuova, la stessa del Figlio risorto: “Pace a voi!”.



APPROFONDIMENTI






Giovanni Paolo II. Maria si mise in viaggio verso la montagna...


Concludiamo ai piedi di questa Grotta, che richiama alla mente il Santuario di Lourdes, cammino mariano svolto nel corso del mese di maggio. Riviviamo insieme il mistero della Visitazione di Maria Santissima, in questo pellegrinaggio attraverso i Giardini Vaticani, che ogni anno coinvolge insieme con Cardinali e Vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, seminaristi e tanti fedeli. Sono grato al caro Cardinale Virgilio Noè e a tutti coloro che hanno attentamente curata la preparazione di questo appuntamento di preghiera ai piedi della Vergine.
Risuonano nel nostro cuore le parole dell'evangelista Luca: "Appena ebbe udito il saluto di Maria,... Elisabetta fu piena di Spirito Santo" (1,41).
L'incontro tra la Madonna e la cugina Elisabetta è come una sorta di "piccola Pentecoste". Vorrei sottolinearlo questa sera alla vigilia ormai della grande solennità dello Spirito Santo.
Nel racconto evangelico, la Visitazione segue immediatamente l'Annunciazione: la Vergine Santa, che porta in grembo il Figlio concepito per opera dello Spirito Santo, irradia intorno a sé grazia e gaudio spirituale. E' la presenza in Lei dello Spirito che fa sussultare di gioia il figlio di Elisabetta, Giovanni, destinato a preparare la via al Figlio di Dio fatto uomo.
Dove c'è Maria, c'è Cristo; e dove c'è Cristo, c'è il suo Spirito Santo, che procede dal Padre e da Lui nel mistero sacrosanto della vita trinitaria. Gli Atti degli Apostoli sottolineano a ragione la presenza orante di Maria, nel Cenacolo, insieme con gli Apostoli riuniti in attesa di ricevere la "potenza dall'Alto". Il "sì" della Vergine attira sull'umanità il Dono di Dio: come nell'Annunciazione, così nella Pentecoste. Così continua ad avvenire nel cammino della Chiesa.
Riuniti in preghiera con Maria, invochiamo una copiosa effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa intera, perché a vele spiegate prenda il largo nel nuovo millennio. In modo particolare, invochiamolo su quanti operano quotidianamente al servizio della Sede Apostolica, affinché il lavoro di ciascuno sia sempre animato da spirito di fede e di zelo apostolico
Si chiude il nostro pellegrinaggio mariano nella quiete della sera e questo ci induce anche a pensare all'orizzonte ultimo della nostra esistenza. La Vergine Maria cammina con la Chiesa pellegrinante e, al tempo stesso, regna nel Paradiso tra gli Angeli e i Santi. Ella ci insegni, con la sua Visitazione, che la gioia si trova spendendo la vita per Cristo. E' così, infatti, che ci si prepara ad entrare con Lui nella gloria del Padre celeste. Possa lo Spirito Santo rafforzare i nostri passi su questa via, che ci conduce al Cielo.
Con questi sentimenti, tutti di cuore vi benedico.
E’ molto significativo che l’ultimo giorno di maggio ci porti la festa della Visitazione. Con questa conclusione è come se volessimo dire che ogni giorno di questo mese è stato una sorta di visitazione. Abbiamo vissuto durante il mese di maggio una continua visitazione, così come l’hanno vissuta Maria ed Elisabetta. Siamo grati a Dio che questo fatto biblico oggi ci sia riproposto dalla Liturgia.
A tutti voi, qui riuniti così numerosi, auguro che la grazia della visitazione mariana, vissuta durante il mese di maggio e specialmente in quest’ultima serata, si prolunghi nei giorni che verranno.

Frédéric Manns. Maria una donna ebrea


La gloria di Maria viene dalla sua fede, e non dal fatto di appartenere al popolo ebraico. «Beata colei che ha creduto», dice Elisabetta a Maria. Però la nostra fede nell'incarnazione ci costringe a reinserire Maria e Gesù nel loro contesto sociale e religioso della Galilea del primo secolo.
Ogni mattina Maria, come tutte le donne ebree, recitava una benedizione quando si svegliava: «Benedetto sei tu Signore che mi ha creato secondo la tua volontà». Gli uomini invece recitavano tre benedizioni diverse. In altre parole ogni giorno Maria accettava la sua condizione di donna, che in Oriente era inferiore a quella dell'uomo. Faceva memoria che era una creatura di Dio e che Dio aveva coronato la sua creatura di gloria e di onore come dice il Salmo 8.
Maria sapeva come tutti gli ebrei che il corpo dell'uomo e della donna è un tempio dello Spirito. Filone di Alessandria e Paolo di Tarso avevano sviluppato questa teologia. Come Tempio ciascuno porta in se la sua Menorah sul suo viso dove ci sono sette aperture. Quindi accendere laMenorah del volto significa fare un sorriso all'altro, riguardarlo con simpatia e trasmettere la luce dello Spirito.
Maria aveva possibilità di recarsi alla sinagoga, perché nel primo secolo le sinagoghe erano molto semplici: una stanza rettangolare con una porta. Le sinagoghe antiche di Gamla, Gerico e Massada sono conosciute. I testi del Talmud dicono espressamente che le donne potevano recarsi nella sinagoga. Anche se per le donne non c'era nessun obbligo di pregare alla sinagoga, c'è un fatto da ricordare: le più belle preghiere della Bibbia sono preghiere di donne (il canto di Myriam, sorella di Mosè, il canto di Debora, il canto di Anna, le preghiere di Ester).
Maria alla sinagoga poteva memorizzare facilmente le preghiere delle donne di cui parla la Bibbia. E ascoltava la recita quotidiana da parte degli uomini della preghiera dello Shema Israel. Ascoltava i poemi del Servo di Dio che ricordavano che la missione di Israele è di portare la luce nel mondo. Anche Maria entrerà in questa prospettiva accettando di essere la serva del Signore.
Quando visiterà Elisabetta si ricorderà di tanti passi della Scrittura nel suo Magnificat, il che testimonia la sua conoscenza delle Scritture.
Il giudaismo non è una ortodossia, ma una ortoprassi. L'albero si riconosce dai frutti. Sappiamo che il giudeo si distingue quando pratica le opere di carità. Il Targum di Gen 35, 9 offre la lista delle opere di carità: partecipare ai matrimoni, perché Dio ha unito Adama ed Eva; rallegrarsi con chi è nella gioia e piangere con chi piange. Visitare i malati, consolare quelli che piangono, seppellire i morti, dividere il pane con l'affamato e vestire gli ignudi.
Maria, donna ebrea, mette in pratica queste opere di carità. Assiste al matrimonio di Cana, perché era la prima opera di carità da fare per un ebreo. È chiaro che il Vangelo di Giovanni non limita il segno di Cana a questo senso letterale. Aggiunge un senso spirituale molto più ricco. Maria pratica anche un'altra opera di carità: va a trovare Elisabetta, sua cugina, che è incinta. Di nuovo Luca non riduce la scena a questo senso letterale. Ma non si può eliminare questo senso letterale.
Nell'apocrifo conosciuto sotto il titolo di Dormizione di Maria, prima di morire, Maria chiede a una sua serva di dare i suoi vestiti dopo la sua morte ai poveri. Di nuovo l'apocrifo presenta Maria come una donna che mette in pratica le opere di carità.
Il giudaismo insiste molto sulle regole di purità, specialmente per la donna. Maria ha osservato queste regole. A Nazaret furono trovati tre miqwaot, bagni per le purificazioni delle donne. Sappiamo che 40 giorni dopo la nascita di Gesù Maria si reca a presentare il figlio al tempio e offre secondo la legge di Mosè il sacrificio per i poveri: «Quando venne il tempo della loro purificazione, portarono il bambino a Gerusalemme». Lev 12, 2-4 dice che quando una donna darà alla luce un maschio sarà immonda per sette giorni. L'ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi rimarrà 33 giorni a purificarsi dal suo sangue: non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione. Maria ha osservato queste norme senza pretendere nessun privilegio.
Ogni sabato Maria preparava la candela sulla mensa di famiglia ed aveva il privilegio di recitare la benedizione quando accendeva la candela: «Benedetto sei tu Signore che ci hai chiesto di accendere la luce». La donna trasmette la luce divenendo madre. Il fariseo Paolo lo ripeterà: la donna si salva divenendo madre (1Tim 2,15). Dopo questa cerimonia seguiva il pranzo, e generalmente dopo la cena venivano eseguiti alcuni canti. Il sabato doveva essere un oneg, un piacere, perché ricordava la creazione. Dio stesso si era riposato dopo aver creato il cielo e la terra.
Maria compiva il pellegrinaggio a Gerusalemme. Sappiamo dalla Bibbia che solo i maschi avevano l'obbligo di recarsi tre volte all'anno a Gerusalemme «per essere visti dal Signore». Ma le fonti giudaiche ci dicono che nel primo secolo, probabilmente sotto l'influsso dei greci e dei romani, le donne volevano venire anch'esse in pellegrinaggio. Anche il Nuovo Testamento lo conferma: famiglie intere salivano a Gerusalemme. Per la festa di Succot, si dava un posto speciale alle donne. La cerimonia veniva chiamata: la gioia dell'attingimento dell'acqua (simhat bet ha shoeva).
Quando all'età di 12 anni Gesù fa la sua Bar Mitswa (anche se il termine è tardivo la realtà esisteva già come risulta dalla Mishna Abot) Maria è presente con lui. Giuseppe recita la benedizione: «Benedetto sei tu Signore che mi hai tolto la responsabilità di questo ragazzo». A Nazaret Giuseppe e Gesù recitavano ogni mattino e ogni sera lo Shema Israel (Deut 6,4). Maria ascoltava, si univa in silenzio alla loro preghiera, come ogni donna educata fa. Giuseppe e Gesù recitavano la preghiera del Qaddish quando avevano letto un brano della Scrittura. Anche in questa occasione Maria ascoltava: «Che sia esaltato, glorificato, celebrato il suo Nome santo. Che venga il suo regno nei nostri giorni». Maria sapeva che la santificazione del nome veniva fatta non in parole, ma nella vita. Negli apocrifi, in modo speciale nel Protovangelo di Giacomo, Maria viene presentata come nuova Sara, nuova Rebecca e nuova Rachele. Già Luca presenta Maria come nuova Sara. «Niente è impossibile a Dio», la frase dell'angelo si trova già nel racconto della promessa fatta a Sara la donna sterile: «Niente è impossibile a Dio».
L'apocrifo della Dormizione di Maria presenta gli ultimi giorni di Maria sotto forma di testamento. Sappiamo che il genere letterario del testamento era molto usato. Maria dà le ultime volontà a Giovanni e a Pietro. Poi celebra la sua ultima Festa delle tende, perché questa festa era presentata come anticipazione della celebrazione della risurrezione dei corpi. Maria prende la palma, si reca sul Monte degli Ulivi, il monte della Risurrezione. La cerimonia della sepoltura viene celebrata come nel mondo ebraico. Gli apostoli cantano il salmo di Pasqua: «Quando Israele usci dall'Egitto». L'iconografia bizantina sfrutta molto questo testo apocrifo per evocare gli ultimi momenti terrestri di Maria. Siccome la tradizione giudaica aveva riconosciuto che Myriam, la sorella di Mosé,  era morta con un bacio di Dio (al pi Adonai) e che non aveva conosciuto la corruzione della tomba, la comunità giudeo-cristiana dirà che Maria è la nuova Myriam. Come nuova Myriam muore in un bacio del figlio: Gesù si avvicinò a sua madre, la baciò e prese la sua anima, che consegnò nelle mani dell'arcangelo Michele. Maria non ebbe la visita dell'angelo della morte.
Fermiamoci un istante sul Magnificat che non è opera della teologia di Luca, ma espressione della fede biblica di Maria. È importante correggere lo sbaglio di traduzione: «Ha guardato l'umiltà della sua serva». Tapeinosis non significa umiltà, ma condizione umile e povera. Luca è l'evangelista dei poveri. Se Maria vantasse la sua umiltà, che tipo di umiltà sarebbe?
I due versetti che manifestano l'intenzione della lode (Lc 1,46b-47: «L'anima mia magnifica il Signore perché ha guardato l'umiltà della sua serva» ) trovano molti riscontri puntuali nei Salmi: «Benedici, anima mia, il Signore e quanto è in me il suo santo nome (...) Benedici, anima mia, il Signore» (Sal 102,1.22; cfr. 103,1.35). Nel riferirsi alla sua esperienza religiosa, Maria riprende atteggiamenti di donne del passato, in particolare di Anna, per il motivo della gioia della salvezza e per l'espressione «ha guardato l'umiltà (tapeinosis) della sua serva»: «Mi sono rallegrata nella sua salvezza» (1 Sam 2,1). «(Signore...) se davvero guarderai l'umiltà della tua serva...» (1 Sam 1,11).
Il tema della beatitudine risuona nelle parole della madre d'Israele Lea e anche in quelle di Giuditta: «Benedetta sono io, perché le donne mi chiameranno beata» (Gen 30,13). «Quando entrarono da lei, la benedissero tutti insieme e le dissero: «Tu sei la glorificazione di Gerusalemme, tu il grande orgoglio di Israele, tu il grande vanto della nostra gente» (Gdt 15,9).
Un altro ricordo di Sara si trova nei motivi: «Un sorriso fece per me il Signore, infatti chiunque sentirà ciò, si rallegrerà con me» (Gen 21,6).
Maria viene presentata come orante secondo il modello dei Salmi che lei recitava. Basta citare alcuni versetti dei salmi: «La mia anima esulterà nel Signore / si rallegrerà nella sua salvezza» (Sal 34,9). «Esulterò e mi allieterò nella tua misericordia / poiché hai rivolto lo sguardo alla mia umiltà» (Sal 30,8). «(Il Signore...) santo e terribile è il suo nome» (Sal 110,9).
L'affermazione del Magnificat circa la misericordia perenne di Dio (v. 50) ha un parallelo nel Sal 102: «Poiché come l'altezza del cielo dalla terra / il Signore magnificò la sua misericordia su coloro che lo temono (...) / Come un padre ha pietà dei figli,  / il Signore ha avuto pietà di coloro che lo temono (...) E la misericordia del Signore è da sempre e per sempre su coloro che lo temono / e la sua giustizia sui figli dei figli» (Sal 102,11.13.17).
La misericordia, che è il comportamento costante di Dio, è il tema guida del Magnificat che collega l'esperienza personale di Maria a quella di Israele. Maria legge l'opera di Dio in lei alla luce delle opere antiche in favore del popolo («ha fatto per me cose grandi - ha fatto prodezze col suo braccio») e, viceversa, vede il futuro del popolo mutato dall'opera che Dio ha fatto in lei. Quest'opera non solo corrisponde all'agire passato del Signore e al suo costante comportamento verso gli uomini, ma addirittura costituisce il compimento delle promesse fatte ai padri a favore dei discendenti di Abramo.
© Terrasanta.net

Benedetto XVI. La visitazione


Con riferimento alla liturgia odierna, vogliamo contemplare Maria Santissima nel mistero della sua Visitazione. Nella Vergine Maria che va a visitare la parente Elisabetta riconosciamo l’esempio più limpido e il significato più vero del nostro cammino di credenti e del cammino della Chiesa stessa. La Chiesa è per sua natura missionaria, è chiamata ad annunciare il Vangelo dappertutto e sempre, a trasmettere la fede ad ogni uomo e donna, e in ogni cultura.

«In quei giorni – scrive l’evangelista san Luca – Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda» (Lc 1,39). Quello di Maria è un autentico viaggio missionario. È un viaggio che la conduce lontano da casa, la spinge nel mondo, in luoghi estranei alle sue abitudini quotidiane, la fa arrivare, in un certo senso, sino ai confini da lei raggiungibili. Sta proprio qui, anche per tutti noi, il segreto della nostra vita di uomini e di cristiani. La nostra, come singoli e come Chiesa, è un’esistenza proiettata al di fuori di noi. Come era già avvenuto per Abramo, ci è chiesto di uscire da noi stessi, dai luoghi delle nostre sicurezze, per andare verso gli altri, in luoghi e ambiti diversi. È il Signore che ce lo chiede: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni… fino ai confini della terra» (At 1,8). Ed è sempre il Signore che, in questo cammino, ci mette accanto Maria quale compagna di viaggio e madre premurosa. Ella ci rassicura, perché ci ricorda che con noi c’è sempre il Figlio suo Gesù, secondo quanto ha promesso: «io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

L’evangelista annota che «Maria rimase con lei (con la parente Elisabetta) circa tre mesi» (Lc 1,56). Queste semplici parole dicono lo scopo più immediato del viaggio di Maria. Aveva saputo dall’Angelo che Elisabetta aspettava un figlio e che era già al sesto mese (cfr Lc 1,36). Ma Elisabetta era anziana e la vicinanza di Maria, ancora molto giovane, poteva esserle utile. Per questo Maria la raggiunge e rimane con lei circa tre mesi, per offrirle quella vicinanza affettuosa, quell’aiuto concreto e tutti quei servizi quotidiani di cui aveva bisogno. Elisabetta diventa così il simbolo di tante persone anziane e malate, anzi, di tutte le persone bisognose di aiuto e di amore. E quante ce ne sono anche oggi nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nelle nostre città! E Maria – che si era definita «la serva del Signore» (Lc 1,38) – si fa serva degli uomini. Più precisamente, serve il Signore che incontra nei fratelli.

La carità di Maria, però, non si ferma all’aiuto concreto, ma raggiunge il suo vertice nel donare Gesù stesso, nel “farlo incontrare”. È ancora san Luca a sottolinearlo: «Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo» (Lc 1,41). Siamo così al cuore e al culmine della missione evangelizzatrice. Siamo al significato più vero e allo scopo più genuino di ogni cammino missionario: donare agli uomini il Vangelo vivente e personale, che è lo stesso Signore Gesù. E quella di Gesù è una comunicazione e una donazione che – come attesta Elisabetta – riempie il cuore di gioia: «Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo» (Lc 1,44). Gesù è il vero e unico tesoro che noi abbiamo da dare all’umanità. È di Lui che gli uomini e le donne del nostro tempo hanno profonda nostalgia, anche quando sembrano ignorarlo o rifiutarlo. È di Lui che hanno grande bisogno la società in cui viviamo, l’Europa, il mondo intero.

A noi è affidata questa straordinaria responsabilità. Viviamola con gioia e con impegno, perché la nostra sia davvero una civiltà in cui regnano la verità, la giustizia, la libertà e l’amore, pilastri fondamentali e insostituibili di una vera convivenza ordinata e pacifica. Viviamo questa responsabilità rimanendo assidui nell’ascolto della Parola di Dio, nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (cfr At 2,42). Sia questa la grazia che insieme questa sera domandiamo alla Vergine Santissima. 

Sant'Ambrogio. Maria si mise in viaggio verso la montagna


Appena Maria ebbe saputo della maternità di sua cugina Elisabetta, vecchia e sterile, si avviò in fretta verso la montagna. Non perché fosse incredula della profezia o incerta dell'annunzio, o dubitasse della prova, ma perché era lieta della promessa e desiderosa di compiere devotamente un servizio, con lo slancio che le veniva dall'intima gioia. Dove ormai, ricolma di Dio, poteva affrettarsi ad andare se non verso l'alto ? La grazia dello Spirito Santo non comporta lentezze.

Imparate anche voi quanta premura dovete manifestare alle donne della vostra casa che sono in procinto di essere madri. Maria fino a quel momento aveva vissuto da sola nel più rigoroso ritiro ; eppure il suo pudore verginale non le ha impedito di apparire in pubblico, né la ripidezza delle montagne di attuare il suo disegno, né la lunghezza del cammino di rendere servizio. Verso le alture, la Vergine si affretta, lei che pensa solo a servire e dimentica la sua fatica, lei che trova la forza nella carità, nonostante la debolezza della sua condizione. Maria lascia la sua casa e si avvia verso le alture... Rimase da sua cugina circa tre mesi, non per il gusto di abitare presso altri, ma perché essendo venuta per rendere un servizio, aveva a cuore questo servizio.

Commento sul vangelo di Luca 19-21 ; SC 45, p. 81-82

Giovanni Paolo II. Che cosa ha spinto Maria a visitare Elisabetta?

Che cosa ha spinto Maria, giovane ragazza, ad affrontare quel viaggio? Che cosa, soprattutto, l'ha spinta a dimenticare se stessa, per spendere i primi tre mesi della sua gravidanza al servizio della cugina bisognosa di assistenza? La risposta sta scritta in un Salmo: Corro per la via dei tuoi comandamenti, [Signore,] / perché hai dilatato il mio cuore (Sal 118,32). Lo Spirito Santo, che rese presente il Figlio di Dio nella carne di Maria, dilatò il suo cuore alle dimensioni di quello di Dio e la spinse sulla via della carità. La Visitazione di Maria si comprende alla luce dell’evento che immediatamente precede nel racconto del Vangelo di Luca: l'annuncio dell'Angelo e il concepimento di Gesù ad opera dello Spirito Santo.

Lo Spirito scese sulla Vergine, la potenza dell'Altissimo stese su di Lei la sua ombra (cfr Lc 1,35). Quello stesso Spirito la spinse ad alzarsi e a partire senza indugio (cfr Lc 1,39), per essere di aiuto all'anziana parente. Gesù ha appena incominciato a formarsi nel seno di Maria, ma il suo Spirito ha già riempito il cuore di Lei, così che la Madre inizia già a seguire il Figlio divino: sulla via che dalla Galilea conduce in Giudea è lo stesso Gesù a spingere Maria, infondendole lo slancio generoso di andare incontro al prossimo che ha bisogno, il coraggio di non mettere avanti le proprie legittime esigenze, le difficoltà, le preoccupazioni, i pericoli per la sua stessa vita. E’ Gesù che l’aiuta a superare tutto lasciandosi guidare dalla fede che opera mediante la carità (cfr Gal 5,6).

Meditando questo mistero, noi vediamo bene che cosa significhi che la carità cristiana è una virtù teologale. Vediamo che il cuore di Maria è visitato dalla grazia del Padre, è permeato dalla forza dello Spirito e spinto interiormente dal Figlio; vediamo cioè un cuore umano perfettamente inserito nel dinamismo della Santissima Trinità. Questo movimento è la carità, che in Maria è perfetta e diventa modello della carità della Chiesa, come manifestazione dell'amore trinitario (cfr Enc. Deus caritas est, 19).

Ogni gesto di amore genuino, anche il più piccolo, contiene in sé una scintilla del mistero infinito di Dio: lo sguardo di attenzione al fratello, il farsi vicino a lui, la condivisione del suo bisogno, la cura delle sue ferite, la responsabilità per il suo futuro, tutto, fin nei minimi dettagli, diventa teologale quando è animato dallo Spirito di Cristo. Ci ottenga Maria il dono di saper amare come Lei ha saputo amare.

Grotta della Madonna di Lourdes nei Giardini Vaticani
Giovedì, 31 maggio 2007

San Francesco di Sales. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente

È caratteristico dello Spirito Santo, quando colpisce un cuore, cacciarne ogni tiepidezza. Egli ama la prontezza, ed è nemico degli indugi, dei ritardi nell'adempiere la volontà di Dio... « Maria partì in fretta » ...
Quante grazie si riversarono sulla casa di Zaccaria, quando Maria vi entrò ! Se Abramo ricevette tante grazie per aver ospitato tre angeli nella sua casa, quante benedizioni inondarono la casa di Zaccaria nella quale entrò l'angelo del superno consiglio, l'arca vera dell'alleanza, il divino profeta, Nostro Signore portato nel seno di Maria ! Tutta la casa fu piena di gioia : il bambino sussultò, il padre riebbe la vista, la madre fu piena dello Spirito Santo e ricevette il dono di profezia. Vedendo la Madonna entrare nella sua casa, esclamò : « A che debbo che la madre del mio Signore venga a me ? »... E Maria, udito quello che sua cugina diceva a sua lode, umiliò se stessa e rese gloria a Dio per tutto. Confessando che la sua felicità procedeva dal fatto che Dio « aveva guardato l'umiltà della sua serva », intonò il suo bel e mirabile cantico del Magnificat.
Quanto, anche noi, dobbiamo essere pieni di gioia, quando quel divino Salvatore ci visita nel Santissimo e nelle grazie interiori, le parole che dice ogni giorno nel nostro cuore!

L'icona della Visitazione




La festa della Visitazione si celebra nel calendario romano il 31 maggio, mentre l’episodio evangelico di Luca (1, 39-45) è meditato nella IV domenica di Avvento. È una festa celebrata discretamente, senza solennità e nella Chiesa Orientale non è inclusa nel calendario. Eppure è proprio in questo episodio, dall’apparenza di normale vita domestica come una visita fra cugine, che si colgono dei tesori di una grandiosità che ci confonde e ci fa percepire l’inadeguatezza delle parole per esprimerne la portata cosmica. L’immagine iconica dovrebbe venire in aiuto alla parola per evidenziare il mistero racchiuso nelle laconiche parole di san Luca che unico, ne riporta l’avvenimento, ma la Tradizione non ci ha consegnato se non una scarna raffigurazione.

L’iconografia orientale non è molto ricca di esempi, essendo il tema oggetto prevalente dei cicli pittorici illustranti l’inno Acatisto, che nella quinta strofa canta proprio la Visitazione. Molto ricco invece è il patrimonio di immagini sorto nei secoli nell’ambito della Chiesa Occidentale. Il titolo Visitazione in greco è reso con il termine Aspasmos, cioè “saluto”, “accoglienza espansiva”, “abbraccio”.
L’icona vuol rendere quest’espansività con lo slancio nell’incontro tra le due cugine, che si gettano l’una nelle braccia dell’altra. Questa espansività, o forza dinamica, è rivelatrice della forza dello Spirito che qui è in azione, Potenza divina che opera irrompendo nella vita di questi santi personaggi. Se ciò era già avvenuto per Maria nell’Annunciazione, ora è come un’Annunciazione che si propaga. La buona novella dell’Annunciazione viene recata a Elisabetta e al Battista che ella porta in seno, poi a Zaccaria e poi a Giuseppe. Ecco i primi santi, frutto dell’azione salvifica, santificatrice del Verbo Incarnato quando ancora è nel grembo di Maria.

Questa irruzione dello Spirito Santo, della Grazia divina, provoca un’esplosione vitale in Elisabetta che, ispirata, benedice la Madonna con le parole che ripetiamo infinite volte nell’Ave Maria. Maria stessa canta, in risposta, il suo Magnificat che accompagnerà sempre la preghiera della Chiesa nel vespro. Questa forza dello Spirito farà poi sobbalzare in seno a Elisabetta il Precursore, santificandolo ancor prima di nascere: il Precursore è preceduto dalla Precorritrice, se così possiamo dire di Maria che veramente si “affretta” come dice l’Evangelista a portare e donare la nostra causa di salvezza.

L’icona è semplice nei suoi elementi: una casa, una montagna, un muretto di recinto che suggerisce una cornice spaziale all’evento sacro. Discreta, dietro una tenda, è raffigurata a volte una fanciulla che assiste alla scena, un personaggio non identificato; spesso, infatti, nell’iconografia si rappresenta quello che viene chiamato “il testimone dell’epifania” e raffigura noi tutti beneficiari di questo episodio che, avvenuto nel tempo, la Sacra Scrittura, la Liturgia e l’Iconografia cristallizzano per consegnarlo alla Chiesa come episodio di perenne forza sacramentale.

Ma il cuore grandioso del tema sacro è quel Grembo che ha «tessuto un corpo», che ha «accolto l’incontenibile», che è «più ampio dei cieli», come si esprimono le metafore patristiche per evocare l’arcano disegno di Dio di attuare l’Incarnazione della Parola divina. Il mistero qui è così grande da rendere questo soggetto iconografico ai vertici della contemplazione mistica. I teologi ne esplorano solo progressivamente la portata tanto è umanamente ineffabile il mistero di questo grembo purissimo di “accoglienza materna” di un Dio.

L’Antico Testamento è incentrato sulla Presenza nell’Arca Santa: ora si realizza nella pienezza del tempo questo mistero e getta una luce sulla figura di Maria vera Arca di Dio, Trono della Sapienza, Vaso di Elezione… In quasi tutte le rappresentazioni della Visitazione le due donne mostrano il loro grembo gravido e spesso Elisabetta tocca quello di Maria come per attingere al suo prezioso tesoro nascosto. Maria è infatti la “Portatrice” del Tesoro a tutti.

In alcuni esempi iconografici, si raffigurano visibilmente delineate le figure dei due bambini: uno come seduto in trono, l’altro sobbalzante e profondamente chino di fronte all’Agnello di Dio.
La preghiera dell’Ave Maria riporta, come abbiamo detto, le parole di Elisabetta ispirata: «Benedetta fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo». Ecco, questa è l’icona dell’Ave Maria, è l’icona del Grembo Purissimo.

Meditando su questo arcano possiamo percepire una luce che si diffonde su innumerevoli passi misteriosi della Sacra Scrittura, dalla Genesi all’Apocalisse, e dare un nome preciso a realtà ineffabili e solo simbolicamente adombrate.


Giovanni Mezzalira

31 maggio. Visitazione della Beata Vergine Maria


Il Vangelo di oggi e il commento Visitazione della B. Vergine Maria

Festa della Visitazione. Note liturgiche, storia della festa, approfondimenti

J. Ratzinger. Meditazione sul Magnificat

GIOVANNI PAOLO II. Visitazione di Maria a Santa Elisabetta

Padre Raniero Cantalamessa. HA GUARDATO L’UMILTA’ DELLA SUA SERVA

S. Ambrogio. La Visitazione: un cammino verginale di fede, di amore, di umiltà

La Visitazione. Testi patristici

La Visitazione: Omelia di San Carlo Borromeo

Beata Anna Caterina Emmerick: La Visitazione

Suor Maria di Gesù Agreda. La Visitazione nella "La Mistica Città di Dio"

La salvezza e la liberazione messianica nel Magnificat


Dal Vangelo secondo Luca 1,39-56.

In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore». Allora Maria disse: «L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.


Il Commento

Il Signore viene a visitarci. E viene a noi sempre attraverso una carne ben concreta. Il seno purissimo di Maria, tabernacolo della presenza di Dio tra noi. E' sempre Lei che ci visita, ambasciatrice dell'amore di Dio. E' Lei che ci dona il Signore, celato nelle Sue castissime viscere. Lei è l'immagine più fedele della storia di salvezza che Dio ha preparato per ogni uomo. Per noi. Da sempre. E oggi. E domani. Per sempre. Dio incarnato, Dio adagiato nel seno d'una donna, Dio disceso alla nostra vita, Dio che visita e impregna le nostre ore. Dio incarnato nelle nostre carni incamminate nella storia. Maria è lo specchio fedele di quel che accade ogni giorno nelle nostre povere vite. In noi è già seminato il miracolo d'una vita celeste, come lo fu Giovanni per Elisabetta. Proprio ora è vivo in noi qualcosa che le nostre forze, le nostre opere, i nostri desideri non hanno avuto il potere di generare. Sterili siamo, come ogni uomo, incapaci di darci vita, e di donarla. Sterili per accogliere la Grazia. Come Elisabetta intuiamo ma abbiamo bisogno d'una visita perchè il miracolo di Grazia si schiuda in un canto di lode. Viviamo l'amore di Dio dentro di noi, ne sentiamo spesso tutta la portata soprannaturale, proprio come una donna incinta vive ogni cosa in modo particolare, come afferrata da una presenza interna, misteriosa che le appartiene e, allo stesso tempo, le sfugge. Con Elisabetta abbiamo bisogno di Maria. E Maria è la Chiesa, il Suo saluto che risuona nel profondo è l'annuncio che il nostro cuore attende senza posa. La Parola capace di sciogliere in noi quel che, da sempre, la Grazia ha seminato. La Parola che muove in noi la Vita in un sussulto di gioia. E' l'annuncio che desta la gioia: Dio s'è fatto carne nella nostra carne, proprio nelle vicende che ci visitano per coinvolgerci, la storia nostra di ogni giorno. Maria, il mistero della nostra vita racchiuso nella dolcissima fanciulla di Nazaret. Nella storia l'eco dell'annuncio della Chiesa. Ed è vero che fuori della Chiesa non v'è salvezza, perchè in ogni istante della storia che scorre dentro ogni angolo della terra risuona la Parola, unica, di salvezza, Cristo Gesù, nascosto nel seno verginale di Maria, Madre della Chiesa e Madre nostra. La Chiesa, con la sua voce, abbraccia l'universo in attesa della salvezza. La storia è il tabernacolo del Figlio incarnato. Da quel giorno a Nazaret quando Dio ha deposto il Suo seme nel seno di Maria, nulla è più lo stesso. Tutta la storia, passata, presente e futura è stata inondata d'una Grazia nuova, e tutte le cose son state rinnovate, e il Signore, l'Emmanuele, ha preso dimora in ogni istante del tempo. Tutto di noi dunque, miracolosamente, è stato santificato, salvato, redento. Il mistero nascosto agli angeli è stato svelato, l'uomo è salvo. La vita non è più una corsa verso la morte. Il Cielo s'è dischiuso dinnanzi ad ogni uomo. Ogni esistenza, anche quella che appare più distrutta dal peccato, anche quella che odora di morte, tutte sono pronte ormai per essere salvate. Un annuncio, una parola, la visita di Maria e quel che era perduto sarà riscattato. I passi veloci della Figlia di Sion sul crinale delle montagne di Giuda sono i passi urgenti degli apostoli di ogni tempo. I passi degli eventi stessi che abbracciano ogni uomo in un saluto di Pace sono nient'altro che la rivelazione del progetto di Dio. "Infatti io so i pensieri che medito per voi», dice il Signore: «pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza" (Ger. 29,11). Shalom! Il saluto di Maria che sveglia la gioia nel seno di Elisabetta. Pace! Il saluto di Maria che ridesta la gioia che abbiamo dimenticato tra le tristezze di ciò che ormai pensiamo come perso irrimediabilmente. La gioia della risurrezione di tutto quello che in noi era morto. La risurrezione della speranza. La storia nostra di oggi, e di ogni giorno, ci arriva al cuore attraverso il saluto di Maria. E tutto si illumina, il passato ci ha preparato a questo incontro, ed è questo quello che davvero conta. Anche le debolezze, anche i peccati brillano d'una luce nuova nell'ascoltare la voce di Maria. La stessa del Figlio risorto: Pace a voi! Si, la nostra carne, la nostra storia sono la dimora di Dio, il Cielo sulla terra perchè tutto quello che di noi appatrtiene alla terra giunga, un giorno, in Cielo. Salvi, santi, Suoi.
Di Gesù, come Maria, con Maria Donna umile ebbra di gioia, che canta le meraviglie di Dio. La gioia della verità. Immacolata nella concezione, priva del veleno che distrugge le nostre vite, la superbia che tiene Dio fuori dalle nostre porte. Creati per essere veri, e liberi, e felici, gemiamo sotto la dura legge della superbia, la menzogna primordiale iniettataci dal mentitore. Pensare, credere d'essere quel che non siamo. Dilapidare tutte le nostre energie per diventare quel che non saremo mai. Immaginare futuri impossibili, cambi di marcia, le ore cucite sui sogni bambini che rincorrono professioni e mestieri da fare quando si diventerà grandi. Grandi. Le nostre cose, i nostri pensieri, le nostre opere. Noi, sempre più grandi, in amore, al lavoro, nello sport, ovunque il mondo abbia la ventura d'incontrarci. Anche quando non riusciamo, e il volto s'appesantisce di depressi pensieri. In fuga dal nulla precipitiamo nel nulla più duro, l'acre malessere di chi non riesce a smaltire la sbornia dei sogni infranti, degli ideali spezzati, dei progetti falliti. E non v'è posto infatti per Maria e Giuseppe in nessun albergo, il mondo di cartapesta, i "bed and breakfast" di sogni e chimere che segnano i nostri giorni non hanno un angolo per accogliere il Signore. Meglio, a Lui non si addice nessuna delle nostre torri di Babele lanciate in improbabili scalate alla divinità. Lui è la Verità, e cerca il vero. Cerca Maria, lo scrigno della Verità. La Sua umiliazione, la semplice verità, vergine e non deturpata da alcun veleno di superbia. Vergine nella carne perchè vergine nello spirito, nella mente e nel cuore. Maria, donna vera, la creatura pura che non teme e non ricusa d'esser creatura. Maria, l'umile di Nazaret, il culmine della storia d'ogni uomo, vera perchè semplice nella quotidianità d'una vita sciolta nella volontà del Creatore. Umile perchè serva, serva perchè creatura. La gioia che Eva ci tolse è in Lei ridonata. Nessun cedimento dinnanzi al frutto avvelenato dalla superbia. Maria, umile perchè Maria, e null'altro. Maria, una vergine di Nazaret, nulla di più, niente di diverso desiderato. In Lei è ciascuno di noi così come dipinto nella mente di Dio, prima d'ogni inalazione mortifera di superbia originale. La Sua umiliazione, la verità che ci costituisce creature in tutto dipendenti dal Creatore. Il Suo seno verginale è tutto quel che di noi appartiene al Creatore. Le Sue viscere materne son la grotta povera, spoglia, di nessun valore che si addice - l'unica - al Dio che si fa uomo. La Sua umiliazione accoglie oggi ogni frammento divino che è in noi, il cuore, la mente, il corpo che ci è donato per servire e che giace schiavo del tiranno che ci ha insegnato l'orgoglio con le parole della menzogna. Maria è l'eletta che ha riassunto in sé ogni creatura perduta, immacolata per i macchiati, umile per i superbi, vera per i falsi. E Dio ha guardato la Sua umiliazione, gli occhi misericordiosi del Padre hanno fissato in Lei il Suo primo progetto, un figlio, una figlia, e l'abbandono totale tra le braccia dell'amore. Dio ha guardato all'umiliazione di Maria, la verità di Maria fatta di terra, la Sua storia, le sofferenze e le angosce di tutti noi scappati dall'ovile della verità. Maria ci accoglie nella sua umiliazione, e ci conduce nel Magnificat della creatura che esiste nel Creatore, che è del Creatore, che vive per il Creatore. Dio guarda l'umiliazione di Maria come ha guardato il popolo gemente sotto il giogo del Faraone. E si prende cura di Lei, e, in Lei, di tutti noi schiavi della menzogna. Maria visita oggi la nostra vita, sulla soglia delle nostre ore, perchè con Lei possiamo accogliere il Salvatore. Maria ci conduce alla verità della nostra condizione e ci insegna a gridare, ad aspettare, ad accogliere. Maria ci mostra il vuoto che ci pervade, ci insegna a non averne paura, ad accettare quel che siamo, a lasciare ogni sogno, ogni desiderio alla volontà di Dio per noi. Maria ci accoglie e ci aiuta a schiuderci alla Grazia, allo stupore di fronte alle meraviglie della misericordia di Dio preparate per ciascuno di noi. Maria ci chiama, ci aiuta a lasciare che vengano dispersi i superbi pensieri annidati nei nostri cuori , che Dio faccia vuote le nostre mani piene di false ricchezze, che siamo oggi rovesciati dai troni del potere, dell'arroganza, dei vani sogni di gloria. Maria ci guida nel cammino di conversione che sono la vita e il tempo che ci son donati. Maria ci abbraccia oggi come abbracciò Elisabetta, e ci unisce al Suo canto di lode, quello per cui siamo stati creati. La lode di povere, umili creature che, istante dopo istante, son ricolmate di beni dal proprio creatore. Maria ci accompagna oggi, nella verità e nella gioia, pieni di stupore e di esultanza.

Il Vangelo di oggi e il commento Visitazione della B. Vergine Maria





Dal Vangelo secondo Luca 1,39-56.

In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore». Allora Maria disse: «L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.


Il Commento

Il Signore viene a visitarci. E viene a noi sempre attraverso una carne ben concreta. Il seno purissimo di Maria, tabernacolo della presenza di Dio tra noi. E' sempre Lei che ci visita, ambasciatrice dell'amore di Dio. E' Lei che ci dona il Signore, celato nelle Sue castissime viscere. Lei è l'immagine più fedele della storia di salvezza che Dio ha preparato per ogni uomo. Per noi. Da sempre. E oggi. E domani. Per sempre. Dio incarnato, Dio adagiato nel seno d'una donna, Dio disceso alla nostra vita, Dio che visita e impregna le nostre ore. Dio incarnato nelle nostre carni incamminate nella storia. Maria è lo specchio fedele di quel che accade ogni giorno nelle nostre povere vite. In noi è già seminato il miracolo d'una vita celeste, come lo fu Giovanni per Elisabetta. Proprio ora è vivo in noi qualcosa che le nostre forze, le nostre opere, i nostri desideri non hanno avuto il potere di generare. Sterili siamo, come ogni uomo, incapaci di darci vita, e di donarla. Sterili per accogliere la Grazia. Come Elisabetta intuiamo ma abbiamo bisogno d'una visita perchè il miracolo di Grazia si schiuda in un canto di lode. Viviamo l'amore di Dio dentro di noi, ne sentiamo spesso tutta la portata soprannaturale, proprio come una donna incinta vive ogni cosa in modo particolare, come afferrata da una presenza interna, misteriosa che le appartiene e, allo stesso tempo, le sfugge. Con Elisabetta abbiamo bisogno di Maria. E Maria è la Chiesa, il Suo saluto che risuona nel profondo è l'annuncio che il nostro cuore attende senza posa. La Parola capace di sciogliere in noi quel che, da sempre, la Grazia ha seminato. La Parola che muove in noi la Vita in un sussulto di gioia. E' l'annuncio che desta la gioia: Dio s'è fatto carne nella nostra carne, proprio nelle vicende che ci visitano per coinvolgerci, la storia nostra di ogni giorno. Maria, il mistero della nostra vita racchiuso nella dolcissima fanciulla di Nazaret. Nella storia l'eco dell'annuncio della Chiesa. Ed è vero che fuori della Chiesa non v'è salvezza, perchè in ogni istante della storia che scorre dentro ogni angolo della terra risuona la Parola, unica, di salvezza, Cristo Gesù, nascosto nel seno verginale di Maria, Madre della Chiesa e Madre nostra. La Chiesa, con la sua voce, abbraccia l'universo in attesa della salvezza. La storia è il tabernacolo del Figlio incarnato. Da quel giorno a Nazaret quando Dio ha deposto il Suo seme nel seno di Maria, nulla è più lo stesso. Tutta la storia, passata, presente e futura è stata inondata d'una Grazia nuova, e tutte le cose son state rinnovate, e il Signore, l'Emmanuele, ha preso dimora in ogni istante del tempo. Tutto di noi dunque, miracolosamente, è stato santificato, salvato, redento. Il mistero nascosto agli angeli è stato svelato, l'uomo è salvo. La vita non è più una corsa verso la morte. Il Cielo s'è dischiuso dinnanzi ad ogni uomo. Ogni esistenza, anche quella che appare più distrutta dal peccato, anche quella che odora di morte, tutte sono pronte ormai per essere salvate. Un annuncio, una parola, la visita di Maria e quel che era perduto sarà riscattato. I passi veloci della Figlia di Sion sul crinale delle montagne di Giuda sono i passi urgenti degli apostoli di ogni tempo. I passi degli eventi stessi che abbracciano ogni uomo in un saluto di Pace sono nient'altro che la rivelazione del progetto di Dio. "Infatti io so i pensieri che medito per voi», dice il Signore: «pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza" (Ger. 29,11). Shalom! Il saluto di Maria che sveglia la gioia nel seno di Elisabetta. Pace! Il saluto di Maria che ridesta la gioia che abbiamo dimenticato tra le tristezze di ciò che ormai pensiamo come perso irrimediabilmente. La gioia della risurrezione di tutto quello che in noi era morto. La risurrezione della speranza. La storia nostra di oggi, e di ogni giorno, ci arriva al cuore attraverso il saluto di Maria. E tutto si illumina, il passato ci ha preparato a questo incontro, ed è questo quello che davvero conta. Anche le debolezze, anche i peccati brillano d'una luce nuova nell'ascoltare la voce di Maria. La stessa del Figlio risorto: Pace a voi! Si, la nostra carne, la nostra storia sono la dimora di Dio, il Cielo sulla terra perchè tutto quello che di noi appatrtiene alla terra giunga, un giorno, in Cielo. Salvi, santi, Suoi.
Di Gesù, come Maria, con Maria Donna umile ebbra di gioia, che canta le meraviglie di Dio. La gioia della verità. Immacolata nella concezione, priva del veleno che distrugge le nostre vite, la superbia che tiene Dio fuori dalle nostre porte. Creati per essere veri, e liberi, e felici, gemiamo sotto la dura legge della superbia, la menzogna primordiale iniettataci dal mentitore. Pensare, credere d'essere quel che non siamo. Dilapidare tutte le nostre energie per diventare quel che non saremo mai. Immaginare futuri impossibili, cambi di marcia, le ore cucite sui sogni bambini che rincorrono professioni e mestieri da fare quando si diventerà grandi. Grandi. Le nostre cose, i nostri pensieri, le nostre opere. Noi, sempre più grandi, in amore, al lavoro, nello sport, ovunque il mondo abbia la ventura d'incontrarci. Anche quando non riusciamo, e il volto s'appesantisce di depressi pensieri. In fuga dal nulla precipitiamo nel nulla più duro, l'acre malessere di chi non riesce a smaltire la sbornia dei sogni infranti, degli ideali spezzati, dei progetti falliti. E non v'è posto infatti per Maria e Giuseppe in nessun albergo, il mondo di cartapesta, i "bed and breakfast" di sogni e chimere che segnano i nostri giorni non hanno un angolo per accogliere il Signore. Meglio, a Lui non si addice nessuna delle nostre torri di Babele lanciate in improbabili scalate alla divinità. Lui è la Verità, e cerca il vero. Cerca Maria, lo scrigno della Verità. La Sua umiliazione, la semplice verità, vergine e non deturpata da alcun veleno di superbia. Vergine nella carne perchè vergine nello spirito, nella mente e nel cuore. Maria, donna vera, la creatura pura che non teme e non ricusa d'esser creatura. Maria, l'umile di Nazaret, il culmine della storia d'ogni uomo, vera perchè semplice nella quotidianità d'una vita sciolta nella volontà del Creatore. Umile perchè serva, serva perchè creatura. La gioia che Eva ci tolse è in Lei ridonata. Nessun cedimento dinnanzi al frutto avvelenato dalla superbia. Maria, umile perchè Maria, e null'altro. Maria, una vergine di Nazaret, nulla di più, niente di diverso desiderato. In Lei è ciascuno di noi così come dipinto nella mente di Dio, prima d'ogni inalazione mortifera di superbia originale. La Sua umiliazione, la verità che ci costituisce creature in tutto dipendenti dal Creatore. Il Suo seno verginale è tutto quel che di noi appartiene al Creatore. Le Sue viscere materne son la grotta povera, spoglia, di nessun valore che si addice - l'unica - al Dio che si fa uomo. La Sua umiliazione accoglie oggi ogni frammento divino che è in noi, il cuore, la mente, il corpo che ci è donato per servire e che giace schiavo del tiranno che ci ha insegnato l'orgoglio con le parole della menzogna. Maria è l'eletta che ha riassunto in sé ogni creatura perduta, immacolata per i macchiati, umile per i superbi, vera per i falsi. E Dio ha guardato la Sua umiliazione, gli occhi misericordiosi del Padre hanno fissato in Lei il Suo primo progetto, un figlio, una figlia, e l'abbandono totale tra le braccia dell'amore. Dio ha guardato all'umiliazione di Maria, la verità di Maria fatta di terra, la Sua storia, le sofferenze e le angosce di tutti noi scappati dall'ovile della verità. Maria ci accoglie nella sua umiliazione, e ci conduce nel Magnificat della creatura che esiste nel Creatore, che è del Creatore, che vive per il Creatore. Dio guarda l'umiliazione di Maria come ha guardato il popolo gemente sotto il giogo del Faraone. E si prende cura di Lei, e, in Lei, di tutti noi schiavi della menzogna. Maria visita oggi la nostra vita, sulla soglia delle nostre ore, perchè con Lei possiamo accogliere il Salvatore. Maria ci conduce alla verità della nostra condizione e ci insegna a gridare, ad aspettare, ad accogliere. Maria ci mostra il vuoto che ci pervade, ci insegna a non averne paura, ad accettare quel che siamo, a lasciare ogni sogno, ogni desiderio alla volontà di Dio per noi. Maria ci accoglie e ci aiuta a schiuderci alla Grazia, allo stupore di fronte alle meraviglie della misericordia di Dio preparate per ciascuno di noi. Maria ci chiama, ci aiuta a lasciare che vengano dispersi i superbi pensieri annidati nei nostri cuori , che Dio faccia vuote le nostre mani piene di false ricchezze, che siamo oggi rovesciati dai troni del potere, dell'arroganza, dei vani sogni di gloria. Maria ci guida nel cammino di conversione che sono la vita e il tempo che ci son donati. Maria ci abbraccia oggi come abbracciò Elisabetta, e ci unisce al Suo canto di lode, quello per cui siamo stati creati. La lode di povere, umili creature che, istante dopo istante, son ricolmate di beni dal proprio creatore. Maria ci accompagna oggi, nella verità e nella gioia, pieni di stupore e di esultanza.

Festa della Visitazione. Note liturgiche, storia della festa, approfondimenti

http://www.ilcapoluogo.com/chiese/Santuario%20Roio/heimsuchung_mariae_hi.jpg



Una visita per un dono di grazia

Stando alla descrizione della Marialis cultus possiamo dire che la festa della Visitazione della beata vergine Maria rimanda a «una celebrazione che commemora un evento salvifico, in cui la Vergine fu strettamente associata al Figlio» e, più precisamente, «in cui si ricorda la beata vergine Maria, che porta in grembo il Figlio e che si reca da Elisabetta per porgerle l'aiuto della sua carità e per proclamare la misericordia di Dio Salvatore» (n. 7: EV 5/28). Per quanto possa sembrare sorprendente, la visita fatta dalla vergine Maria ad Elisabetta (cf. Lc 1,39-56), un vero «evento di grazia» nel senso più letterale del termine, solo in tempi relativa-mente recenti ha avuto una sua festa liturgica e non in modo uniforme in tutta la chiesa latina.

1. UNA FESTA PIUTTOSTO TARDIVA E SOLO OCCIDENTALE

Infatti, è vero che nell'oriente bizantino si celebra il 2 luglio una festa mariana, ma essa ha per titolo: «Deposizione della venerata veste della santissima Signora nostra e Madre di Dio in Blacherne». Si tratta, dunque, della memoria di una reliquia in un santuario mariano, e non di una festa concernente l'episodio lucano. Ora tale reliquia sarebbe stata portata a Costantinopoli da Gerusalemme nel 472 dai due patrizi, Galbios e Candidos. L'imperatore Leone I e la sua sposa Verina fecero costruire una cappella per racchiudere il reliquiario contenente la veste preziosa: la cerimonia di dedicazio-ne di questo santuario in Blacherne ebbe luogo nel 473. Si ricorda, inoltre, che durante l'incursione degli Avari, il 5 giugno 619, la reliquia fu affrettatamente posta al sicuro nella parte interna della città e il 2 luglio seguente venne solennemente restituita al tempio della Blacherne: di qui il nascere e il perdurare della celebrazione festiva in tale data.
D'altra parte è certamente un dato storico che il racconto della visitazione fece il suo primo ingresso nella liturgia romana quando vi si sviluppò la celebrazione dell'Avvento (cioè fin dal sec. VI) e che la pericope di Luca venne posta al venerdì delle Tempora ossia della terza domenica d'Avvento: tuttavia non si tratta di una festa a sé stante. Oggi, poi, sembra destituita di ogni fondamento la notizia secondo cui, sotto il governo di s. Bonaventura, il Capitolo generale dei frati minori svoltosi a Pisa nel 1263 abbia fatto introdurre in tutto l'ordine francescano, al 2 luglio, anche la festa della Visitazione, oltre alle feste dell'Immacolata, di s. Anna e di s. Marta.


A. L'origine nella città di Praga

Bisogna, dunque, arrivare al potente arcivescovo di Praga Giovanni Jenstein (1348-1400), al tempo del grande scisma in occidente, diviso tra il papa Urbano VI (Roma) e l'antipapa Clemente VII (Avignone), per trovare notizia sicura del sorgere della festa mariana della Visitazione. Egli, dopo aver preparato personalmente i testi liturgici per la nuova festa e dopo aver fatto ricercare dai suoi periti i fondamenti biblici e canonici per la sua plausibile istituzione, nel sinodo diocesano del 16 giugno 1386 promulgò per la sua diocesi l'introduzione della festa della Visita-zione della Madonna, da celebrarsi ogni anno il 28 aprile. Ora questo intrepido vescovo non solo difese dottrinalmente negli anni seguenti il valore teologico della celebrazione, ma anche si adoperò grandemente per la sua diffusione al di fuori della diocesi di Praga. Per questo scrisse a vescovi e a superiori generali, inviando loro anche copia degli uffici divini da lui composti, e inviò varie petizioni allo stesso papa Urbano VI, affinché istituisse tale festività in tutta la chiesa latina al fine dichiarato di porre termine allo scisma in essa dilagante. Il papa accolse favorevolmente l'idea, ma si limitò solo a promettere l'istituzione di una tale festa, dato che allora era con la sua curia quasi in esilio a Genova. Fece il suo ritorno a Roma nei primi giorni di settembre 1388 e allora, finalmente, poté dedicarsi seriamente al lavoro con la commissione di teologi e di cardinali incaricati di studiare la richiesta. Nel concistoro pubblico dell'8 aprile 1389, in presenza dei cardinali e dei numerosi prelati, il maestro del palazzo apostolico rivolse richiesta formale al papa perché promulgasse la festa della Visitazione allo scopo di ottenere, tra l'altro, l'unione della chiesa; e il papa promulgò solennemente tale festa sottolineando - pure
lui - che la causa movente era data dalla speranza della cessazione dello scisma d'occidente. In più, per onorare convenientemente la nuova festività, indisse un giubileo per l'anno seguente 1390 e, per la stessa ragione, aggiunse alle tre basiliche giubilari anche quella di S. Maria Maggiore. La curia romana cominciò a preparare quanto era necessario sia alla legislazione sulla nuova festa sia alla celebrazione dell'anno giubilare: nel mese di maggio o giugno 1389, in un secondo concistoro pubblico, il papa Urbano VI determinò che la festa della Visitazione fosse fissata nel calendario liturgico al 2 luglio e che la nuova festa avesse la vigilia e l'ottava come quella del Corpus Domini, cui veniva equiparata quanto alle indulgenze. Tuttavia, seppure avesse celebrato solennemente la festività in quell'anno a S. Maria Maggiore quasi come esperimento, il papa non riuscì a pubblicare la bolla ufficiale di promulgazione della nuova festa, perché fu colto dalla morte il 15 ottobre 1389. Nel marzo 1390, tra i numerosi pellegrini giunti a Roma per il giubileo, c'era anche il vescovo Giovanni Jenstein, il quale sollecitò il nuovo papa, Bonifacio IX, a perfezionare la pratica. Papa Bonifacio IX nell'anno 1390 emanò, finalmente, la bolla Superni benignitas Conditoris, con la quale estendeva a tutta la chiesa occidentale la nuova festività mariana: il documento porta la data ufficiale del giorno dell'incoronazione dello stesso Bonifacio IX, ossia il 9 novembre 1389.


B. La lenta diffusione

La nuova celebrazione della Visitazione si impose solo lenta-mente e progressivamente. In particolare, come era naturale, essa fu accolta solo da quei fedeli che si sentivano in comunione con il pontefice di Roma, mentre i fautori di Clemente VII o la ignorarono o addirittura la respinsero. Così, dopo lo scisma, il concilio di Basilea, nella sessione del 1° luglio 1441, dovette riconfermare la bolla di Bonifacio IX: solo allora si può dire che, giuridicamente, la celebrazione del 2 luglio divenne una realtà per tutta la chiesa occidentale. Nel concilio ecumenico di Firenze (1438-1445), sotto la presi-denza di Eugenio IV, accolsero la festa i patriarcati siro, maronita e copto, che la celebrano ancora alla data romana. Nicolò V, con la bolla Romanorum gesta Pontificum (26 marzo 1451), ripubblicò per intero la bolla di Bonifacio IX, nell'intenzione di indurre tutte le chiese particolari ad accettare unanimi la festa.


Pio V, nella riforma generale post-tridentina dei libri liturgici romani, abolì i vari uffici e messe in uso per detta festa, ne tolse la vigilia e l'ottava, e adottò gli uffici della Natività di Maria con le poche necessarie modifiche di adattamento. Clemente VIII, nella sua revisione dei libri liturgici del 1602, dopo aver elevato la festa della Visitazione al nuovo rito da lui introdotto di doppio maggio-re, ne fece ricomporre l'ufficio dal minimo p. Ruiz con l'aggiunta di antifone e responsori propri e con l'introduzione di nuove lezioni; la messa rimase quella della Natività di Maria, con la sola diversità - oltre il Vangelo di Luca - dell'epistola (Ct 2,8-14), scelta senza alcun dubbio a causa del versetto iniziale. Ora tali formulari liturgici della Visitazione sono persistiti fino alla riforma del concilio Vaticano II. Per quanto riguarda, invece, il grado di celebrazione bisogna ricordare ancora che Pio IX, dopo il periodo della Repubblica romana, che cessò appunto il 2 luglio 1849, elevò la festa al rito doppio di Il classe (31 maggio 1850). L'attuale riforma del Calendario romano, oltre ad attribuire alla celebrazione del mistero della Visitazione il grado liturgico di festum, ha creduto opportuno abbandonare anche la data tradizio-nale del 2 luglio, trasferendo la festa al 31 maggio: in questo modo la festività della Visitazione di Maria viene a situarsi tra le solennità dell'Annunciazione del Signore (25 marzo) e della Natività di s. Giovanni Battista (24 giugno), e - dicono i redattori del nuovo Calendario - così «si adatta meglio alla narrazione evangelica». Noi - con le parole della Marialis cultus - potremmo aggiungere che questo cambiamento «ha permesso di inserire in modo più organico e con un legame più stretto la memoria della Madre nel ciclo dei misteri del Figlio» (n. 2: EV 5/21), senza offuscare quelli che vengono detti i «tempi forti» dell'anno liturgico anzi facendola cadere nel tempo pasquale, in cui fiorisce con una gioia tutta speciale il canto di quelli per i quali il Signore ha fatto meraviglie (cf. il Magnificat).


2. IL MESSAGGIO DELL'EVENTO CELEBRATO

Evidentemente il tema della celebrazione della festa della Visitazione di Maria è dato dal racconto dell'evangelista Luca (1,39-56): attorno a questo nucleo evangelico si sviluppano tutte le .altre parti della liturgia del giorno. Si potrebbe valutare tale racconto come un idillio familiare o alla stregua di un'istantanea della vita quotidiana di Maria; ma così facendo non se ne avrebbe colto il valore profondo, dato che la Scrittura inserisce questo
episodio in un'ampia cornice storico-salvifica ben riconosciuta dall'esegesi moderna ai primi due capitoli di Luca: nell'incontro tra Maria ed Elisabetta - nel quale è inserito il tratto profondamente simbolico di un incontro tra Gesù e Giovanni - si ha la tensione e il trapasso dall'uno all'altro dei due tempi salvifici, concretizzati nell'incontro vivo di due rappresentanti per ciascuna delle rispetti-ve epoche (cf. «La legge e i profeti vanno fino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il regno di Dio...» di Lc 16,16; cf. Mt 11,12-13). Ora capire questo importante evento salvifico, in cui la Vergine esercita un ruolo eccezionale accanto al Figlio, è davvero entrare pienamente nel cuore della festa. In questo ci sono di guida valida i testi della riformata liturgia, radicalmente riformulati.


A. Sfondo biblico

Un primo aiuto per scandagliare il «mistero» celebrato ci è dato dalla duplice I lettura prevista nel proprio della messa del giorno. Infatti, si sa che il racconto lucano della visita di Maria ad Elisabetta, sfrutta, con estrema finezza, la tipologia dell'arca dell'alleanza. Ora, dando la possibilità di scelta per la I lettura tra Sof 3,14-18a e Rm 12,9-16b, il nuovo Lezionario fa capire come non intenda legare l'ascolto e la riflessione della comunità cristiana sul ruolo di Maria - arca dell'alleanza - contemplata solo in se stessa. Altrimenti avrebbe indicato come I lettura l'eulogia di Giuditta: «Benedetta tu... tra tutte le donne... e benedetto il Signore Dio» (13,18-19), che Luca mette sulle labbra di Elisabetta. Appare chiara, piuttosto, l'intenzione di evidenziare e celebrare i meravigliosi effetti salvifici, che vengono operati non solo in Maria ma anche attorno a lei e che riguardano non poco anche noi. Pertanto, se si sceglie come prima lettura il passo di Sofonia, dell'Evangelo si accentua il tema dell'esultanza e della gioia per la «presenza» del Signore, che ha «visitato» il suo popolo in adempi-mento della sua promessa di salvezza; se invece si sceglie come prima lettura la pericope ai Romani, dell'Evangelo si mette in risalto il tema della sollecitudine piena di carità di Maria verso la

parente Elisabetta bisognosa di aiuto. Dunque, dell'episodio lucano la liturgia della Parola evidenzia (attraverso la duplice I lettura) due elementi fondamentali:
a. da una parte il gioioso fervore, suscitato dallo Spirito in chi obbedisce a Dio con perfetta adesione di fede;
b. dall'altra il generoso slancio di amore al servizio premuroso del prossimo provocato dall'inabitazione della divina presenza.





B. Sfondo eucologico

Ma anche l'eucologia della messa, del tutto nuova, sottolinea -e forse pastoralmente in modo più immediato - alcune dimensioni del gesto singolare compiuto da Maria nei confronti di Elisabetta. Anzi, si può dire che le tre orazioni del nuovo formulario hanno il pregio di tentare una rilettura in forma esistenziale dell'«evento» celebrato:

a. La colletta, innanzitutto, mette in risalto che quanto ha fatto Maria è obbedienza alla mozione dello Spirito divino:

«O Dio, che nel tuo disegno di amore hai ispirato alla beata vergine Maria, che portava in grembo il tuo Figlio, di visitare sant'Elisabetta, concedi a noi di essere docili all'azione del tuo Spirito...».

Il «bene» è frutto di obbedienza alla volontà del Padre, che si è manifestata nei precetti del Figlio e che ci viene richiamata alla mente dallo Spirito, «suggeritore» di ogni opera buona. Ora la pericope lucana sottolinea che Maria è sempre disponibile alla voce dello Spirito: ella non si è accontentata di dire il fiat più decisivo della storia una volta per tutte, ma ora la vediamo prolungarlo in continui «sì» all'azione interiore di quello Spirito che l'ha adombra-ta. In questo ci è di modello: anche noi - ed è la petizione della colletta - dobbiamo essere sempre «docili all'azione dello Spirito», l'artefice della realizzazione del piano salvifico di Dio nella storia degli uomini; dobbiamo - come lei - saper dire i nostri «sì» pronti al richiamo di quello Spirito che è stato diffuso nei nostri cuori.

b. L'orazione sopra le offerte, poi, focalizza l'azione della Vergine come un grande atto di amore verso il prossimo:

«O Dio, che hai accolto e benedetto il gesto di carità di Maria, Madre del tuo unico Figlio...».

Si noti l'accostamento tra la dignità di «Madre del Figlio di Dio» e l'umile «gesto di carità», per comprendere come Maria intende chiaramente che la sua vocazione eccezionale comporta -secondo il paradigma evangelico - non dominio o privilegio bensì servizio. E lei non ha paura di andare a servire, letteralmente, e per questo si scomoda «mettendosi in viaggio», «verso la montagna»,
«in fretta»: insomma con una carità squisita. Il suo esempio ci deve spingere a comunicare il dono di Dio e a donare noi stessi prontamente ai fratelli, ben sapendo che non c'è dignità più alta di questa, dopo che il Maestro è venuto «non per essere servito, ma per servire donando la propria vita» (Mt 20,28). Dire «sì» allo Spirito è in definitiva mettersi a servizio dei fratelli: la festa sostanzialmente ci trasmette questo messaggio vitale. Dice bene il poeta David Turoldo:


«Anche noi, dunque, andiamo a servire, correndo, dietro la Madre andiamo: non può rinchiudersi mai nella casa chi porta Cristo nel sangue e nel cuore.

Regine e principi scendan le scale, escano tutti dai loro palazzi; i sacerdoti per primi dal tempio portino grazia per tutte le strade (...)».

La Vergine, frettolosa sulla strada di montagna e generosa nel servizio di casa, ci insegni che praticamente non si può essere portatori di grazia senza il dono dell'amore fattivo.

c. L'orazione dopo la comunione, infine, lode e il ringraziamento della Vergine santa:

mette in risalto la

«Ti magnifichi, o Padre, la tua chiesa, perché hai operato grandi cose per coloro che, sull'esempio di Maria, credono nella tua parola...».

Il riferimento al Magnificat è evidente. Del resto anche la colletta si chiude chiedendo che impariamo a «magnificare con Maria il santo nome» di Dio. La Vergine sa elevare la sua lode e il suo ringraziamento a Dio, facendo un centone di tanti passi dell'Antico Testamento, cioè, ispirandosi alla Scrittura, che doveva ben conoscere. Da lei dobbiamo imparare a superare la preghiera di sola pétizione, per saper sprigionare prima di tutto la nostra esultanza e la nostra riconoscenza al Signore per i benefici della salvezza, di cui la Scrittura è la testimone più fedele. Su questo versante, si potrebbe anche sottolineare l'attualizza-zione dell'evento biblico di ieri nella celebrazione misterica di oggi, gettando un ponte tra la Parola e l'eucaristia, secondo il suggeri-mento dell'orazione dopo la comunione (ma non era meglio questo cenno nell'orazione sulle offerte?):

«Come Giovanni sentì la presenza nascosta di Cristo tuo Figlio, così il popolo esultante riconosca in questo sacramento la presenza viva del suo Signore».

Ma sono sufficienti le linee di riflessione indicate per un avvio ad una celebrazione della festa in sintonia con i testi della liturgia. Lo Spirito santo, che presiede all'incontro di Maria ed Elisabetta, aprendo i loro cuori alla gioia, all'amore e alla lode festosa, dia il tono pasquale-pentecostale a questa festa della chiesa, che ormai fa un tutt'uno con la grande memoria del tempo del Risorto e del Paraclito, suscitando in essa gli stessi frutti vitali.