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Frédéric Manns. Maria una donna ebrea


La gloria di Maria viene dalla sua fede, e non dal fatto di appartenere al popolo ebraico. «Beata colei che ha creduto», dice Elisabetta a Maria. Però la nostra fede nell'incarnazione ci costringe a reinserire Maria e Gesù nel loro contesto sociale e religioso della Galilea del primo secolo.
Ogni mattina Maria, come tutte le donne ebree, recitava una benedizione quando si svegliava: «Benedetto sei tu Signore che mi ha creato secondo la tua volontà». Gli uomini invece recitavano tre benedizioni diverse. In altre parole ogni giorno Maria accettava la sua condizione di donna, che in Oriente era inferiore a quella dell'uomo. Faceva memoria che era una creatura di Dio e che Dio aveva coronato la sua creatura di gloria e di onore come dice il Salmo 8.
Maria sapeva come tutti gli ebrei che il corpo dell'uomo e della donna è un tempio dello Spirito. Filone di Alessandria e Paolo di Tarso avevano sviluppato questa teologia. Come Tempio ciascuno porta in se la sua Menorah sul suo viso dove ci sono sette aperture. Quindi accendere laMenorah del volto significa fare un sorriso all'altro, riguardarlo con simpatia e trasmettere la luce dello Spirito.
Maria aveva possibilità di recarsi alla sinagoga, perché nel primo secolo le sinagoghe erano molto semplici: una stanza rettangolare con una porta. Le sinagoghe antiche di Gamla, Gerico e Massada sono conosciute. I testi del Talmud dicono espressamente che le donne potevano recarsi nella sinagoga. Anche se per le donne non c'era nessun obbligo di pregare alla sinagoga, c'è un fatto da ricordare: le più belle preghiere della Bibbia sono preghiere di donne (il canto di Myriam, sorella di Mosè, il canto di Debora, il canto di Anna, le preghiere di Ester).
Maria alla sinagoga poteva memorizzare facilmente le preghiere delle donne di cui parla la Bibbia. E ascoltava la recita quotidiana da parte degli uomini della preghiera dello Shema Israel. Ascoltava i poemi del Servo di Dio che ricordavano che la missione di Israele è di portare la luce nel mondo. Anche Maria entrerà in questa prospettiva accettando di essere la serva del Signore.
Quando visiterà Elisabetta si ricorderà di tanti passi della Scrittura nel suo Magnificat, il che testimonia la sua conoscenza delle Scritture.
Il giudaismo non è una ortodossia, ma una ortoprassi. L'albero si riconosce dai frutti. Sappiamo che il giudeo si distingue quando pratica le opere di carità. Il Targum di Gen 35, 9 offre la lista delle opere di carità: partecipare ai matrimoni, perché Dio ha unito Adama ed Eva; rallegrarsi con chi è nella gioia e piangere con chi piange. Visitare i malati, consolare quelli che piangono, seppellire i morti, dividere il pane con l'affamato e vestire gli ignudi.
Maria, donna ebrea, mette in pratica queste opere di carità. Assiste al matrimonio di Cana, perché era la prima opera di carità da fare per un ebreo. È chiaro che il Vangelo di Giovanni non limita il segno di Cana a questo senso letterale. Aggiunge un senso spirituale molto più ricco. Maria pratica anche un'altra opera di carità: va a trovare Elisabetta, sua cugina, che è incinta. Di nuovo Luca non riduce la scena a questo senso letterale. Ma non si può eliminare questo senso letterale.
Nell'apocrifo conosciuto sotto il titolo di Dormizione di Maria, prima di morire, Maria chiede a una sua serva di dare i suoi vestiti dopo la sua morte ai poveri. Di nuovo l'apocrifo presenta Maria come una donna che mette in pratica le opere di carità.
Il giudaismo insiste molto sulle regole di purità, specialmente per la donna. Maria ha osservato queste regole. A Nazaret furono trovati tre miqwaot, bagni per le purificazioni delle donne. Sappiamo che 40 giorni dopo la nascita di Gesù Maria si reca a presentare il figlio al tempio e offre secondo la legge di Mosè il sacrificio per i poveri: «Quando venne il tempo della loro purificazione, portarono il bambino a Gerusalemme». Lev 12, 2-4 dice che quando una donna darà alla luce un maschio sarà immonda per sette giorni. L'ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi rimarrà 33 giorni a purificarsi dal suo sangue: non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione. Maria ha osservato queste norme senza pretendere nessun privilegio.
Ogni sabato Maria preparava la candela sulla mensa di famiglia ed aveva il privilegio di recitare la benedizione quando accendeva la candela: «Benedetto sei tu Signore che ci hai chiesto di accendere la luce». La donna trasmette la luce divenendo madre. Il fariseo Paolo lo ripeterà: la donna si salva divenendo madre (1Tim 2,15). Dopo questa cerimonia seguiva il pranzo, e generalmente dopo la cena venivano eseguiti alcuni canti. Il sabato doveva essere un oneg, un piacere, perché ricordava la creazione. Dio stesso si era riposato dopo aver creato il cielo e la terra.
Maria compiva il pellegrinaggio a Gerusalemme. Sappiamo dalla Bibbia che solo i maschi avevano l'obbligo di recarsi tre volte all'anno a Gerusalemme «per essere visti dal Signore». Ma le fonti giudaiche ci dicono che nel primo secolo, probabilmente sotto l'influsso dei greci e dei romani, le donne volevano venire anch'esse in pellegrinaggio. Anche il Nuovo Testamento lo conferma: famiglie intere salivano a Gerusalemme. Per la festa di Succot, si dava un posto speciale alle donne. La cerimonia veniva chiamata: la gioia dell'attingimento dell'acqua (simhat bet ha shoeva).
Quando all'età di 12 anni Gesù fa la sua Bar Mitswa (anche se il termine è tardivo la realtà esisteva già come risulta dalla Mishna Abot) Maria è presente con lui. Giuseppe recita la benedizione: «Benedetto sei tu Signore che mi hai tolto la responsabilità di questo ragazzo». A Nazaret Giuseppe e Gesù recitavano ogni mattino e ogni sera lo Shema Israel (Deut 6,4). Maria ascoltava, si univa in silenzio alla loro preghiera, come ogni donna educata fa. Giuseppe e Gesù recitavano la preghiera del Qaddish quando avevano letto un brano della Scrittura. Anche in questa occasione Maria ascoltava: «Che sia esaltato, glorificato, celebrato il suo Nome santo. Che venga il suo regno nei nostri giorni». Maria sapeva che la santificazione del nome veniva fatta non in parole, ma nella vita. Negli apocrifi, in modo speciale nel Protovangelo di Giacomo, Maria viene presentata come nuova Sara, nuova Rebecca e nuova Rachele. Già Luca presenta Maria come nuova Sara. «Niente è impossibile a Dio», la frase dell'angelo si trova già nel racconto della promessa fatta a Sara la donna sterile: «Niente è impossibile a Dio».
L'apocrifo della Dormizione di Maria presenta gli ultimi giorni di Maria sotto forma di testamento. Sappiamo che il genere letterario del testamento era molto usato. Maria dà le ultime volontà a Giovanni e a Pietro. Poi celebra la sua ultima Festa delle tende, perché questa festa era presentata come anticipazione della celebrazione della risurrezione dei corpi. Maria prende la palma, si reca sul Monte degli Ulivi, il monte della Risurrezione. La cerimonia della sepoltura viene celebrata come nel mondo ebraico. Gli apostoli cantano il salmo di Pasqua: «Quando Israele usci dall'Egitto». L'iconografia bizantina sfrutta molto questo testo apocrifo per evocare gli ultimi momenti terrestri di Maria. Siccome la tradizione giudaica aveva riconosciuto che Myriam, la sorella di Mosé,  era morta con un bacio di Dio (al pi Adonai) e che non aveva conosciuto la corruzione della tomba, la comunità giudeo-cristiana dirà che Maria è la nuova Myriam. Come nuova Myriam muore in un bacio del figlio: Gesù si avvicinò a sua madre, la baciò e prese la sua anima, che consegnò nelle mani dell'arcangelo Michele. Maria non ebbe la visita dell'angelo della morte.
Fermiamoci un istante sul Magnificat che non è opera della teologia di Luca, ma espressione della fede biblica di Maria. È importante correggere lo sbaglio di traduzione: «Ha guardato l'umiltà della sua serva». Tapeinosis non significa umiltà, ma condizione umile e povera. Luca è l'evangelista dei poveri. Se Maria vantasse la sua umiltà, che tipo di umiltà sarebbe?
I due versetti che manifestano l'intenzione della lode (Lc 1,46b-47: «L'anima mia magnifica il Signore perché ha guardato l'umiltà della sua serva» ) trovano molti riscontri puntuali nei Salmi: «Benedici, anima mia, il Signore e quanto è in me il suo santo nome (...) Benedici, anima mia, il Signore» (Sal 102,1.22; cfr. 103,1.35). Nel riferirsi alla sua esperienza religiosa, Maria riprende atteggiamenti di donne del passato, in particolare di Anna, per il motivo della gioia della salvezza e per l'espressione «ha guardato l'umiltà (tapeinosis) della sua serva»: «Mi sono rallegrata nella sua salvezza» (1 Sam 2,1). «(Signore...) se davvero guarderai l'umiltà della tua serva...» (1 Sam 1,11).
Il tema della beatitudine risuona nelle parole della madre d'Israele Lea e anche in quelle di Giuditta: «Benedetta sono io, perché le donne mi chiameranno beata» (Gen 30,13). «Quando entrarono da lei, la benedissero tutti insieme e le dissero: «Tu sei la glorificazione di Gerusalemme, tu il grande orgoglio di Israele, tu il grande vanto della nostra gente» (Gdt 15,9).
Un altro ricordo di Sara si trova nei motivi: «Un sorriso fece per me il Signore, infatti chiunque sentirà ciò, si rallegrerà con me» (Gen 21,6).
Maria viene presentata come orante secondo il modello dei Salmi che lei recitava. Basta citare alcuni versetti dei salmi: «La mia anima esulterà nel Signore / si rallegrerà nella sua salvezza» (Sal 34,9). «Esulterò e mi allieterò nella tua misericordia / poiché hai rivolto lo sguardo alla mia umiltà» (Sal 30,8). «(Il Signore...) santo e terribile è il suo nome» (Sal 110,9).
L'affermazione del Magnificat circa la misericordia perenne di Dio (v. 50) ha un parallelo nel Sal 102: «Poiché come l'altezza del cielo dalla terra / il Signore magnificò la sua misericordia su coloro che lo temono (...) / Come un padre ha pietà dei figli,  / il Signore ha avuto pietà di coloro che lo temono (...) E la misericordia del Signore è da sempre e per sempre su coloro che lo temono / e la sua giustizia sui figli dei figli» (Sal 102,11.13.17).
La misericordia, che è il comportamento costante di Dio, è il tema guida del Magnificat che collega l'esperienza personale di Maria a quella di Israele. Maria legge l'opera di Dio in lei alla luce delle opere antiche in favore del popolo («ha fatto per me cose grandi - ha fatto prodezze col suo braccio») e, viceversa, vede il futuro del popolo mutato dall'opera che Dio ha fatto in lei. Quest'opera non solo corrisponde all'agire passato del Signore e al suo costante comportamento verso gli uomini, ma addirittura costituisce il compimento delle promesse fatte ai padri a favore dei discendenti di Abramo.
© Terrasanta.net

25 marzo. Annunciazione del Signore





Nazaret ha un messaggio permanente per la Chiesa.
La Nuova Alleanza non comincia nel Tempio, 
né sulla Montagna Santa,
ma nella piccola casa della Vergine,
nella casa del lavoratore,
in uno dei luoghi dimenticati della "Galilea dei pagani",
dal quale nessuno aspettava qualcosa di buono.
Solo partendo da lì 
la Chiesa potrà prendere un nuovo slancio e guarire.

Joseph Ratzinger, Il Dio di Gesù Cristo



Lc 1,26-38

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.



IL COMMENTO

Maria, l'amata
un saluto imprevisto e un turbamento. Un annuncio intrecciato su poche, essenziali parole, e subito è colta da una vertigine, come quando si sale a quote che l'uomo non può sopportare, manca l'ossigeno. E' il turbamento di Maria: in un baleno intuisce che nulla sarebbe stato più come prima. Sino a quel momento Ella era, semplicemente, una fanciulla come tante, vergine promessa sposa di un uomo come tanti, Giuseppe della casa di Davide. Attendeva le nozze, e con esse Grazie e gioia certo, ma ora quelle parole le giungevano inaspettate: perchè ricordarle quanto, in fondo, stava vivendo come ogni ragazza innamorata del suo promesso sposo, nella letizia dell'attesa del giorno delle nozze? Maria, figlia di Sion, per la fede trasmessa dai suoi genitori, per i salmi pregati ogni giorno, per la Torah ascoltata e meditata nel cuore, per la storia viva del suo popolo, sapeva che il Signore era con Lei; ma conosceva anche l'invito profetico alla gioia che giaceva nel cuore di Israele: "Gioisci, Figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme". E forse era proprio l'eco di queste parole a turbarla. La gioia annunciata dal Profeta infatti, non era una gioia qualunque, era quella che sarebbe esplosa all'arrivo del Messia. L'angelo non aveva ancora detto nulla, ma quelle parole così dirette e schiette, illuminavano una realtà, la sua, e faceva tremare i polsi. «Rallégrati, piena di Grazia: il Signore è con te»: la Grazia di cui era ricolma e la gioia a cui era invitata ad abbandonarsi, erano dunque qualcosa di molto più grande di quel matrimonio e di quell'uomo a cui aveva deciso di donare la propria vita. Quel saluto doveva essere speciale, ed Ella lo sapeva; quella voce d'angelo recava il profumo del Cielo, e il Cielo non si muove se non per qualcosa di eccezionale, e tanto bastava per turbarla, e molto. Che c'entrava Lei, fanciulla di Nazaret, con la gioia per il Messia? Che senso aveva tutto questo? 


In quel saluto si condensava una Storia che abbracciava generazioni, una trama fitta di peccati e perdono, e ora quel passato era tutto dentro di Lei, ed era indifesa, piccola, vergine dinanzi al compimento di tutte le parole d'amore e misericordia raccolte dal suo popolo. Che senso aveva, perchè quell'annuncio ripetuto tante volte negli anni ai suoi padri, era ora rivolto a Lei, nel segreto della sua verginità, di nascosto da qualunque altro orecchio? L'annuncio che, nel buio degli anni trascorsi in esilio, e poi schiavi nella propria terra, aveva tenuto in vita la speranza dei suoi fratelli, ora giungeva a Lei, a Lei sola, la più piccola, insignificante ragazza di Israele. Che senso aveva? 


E non v'è risposta. Nessun senso da scoprire, nessuna logica, nessuna spiegazione. Solo un Figlio da accogliere, il Messia da gestare e donare al mondo. Un fatto, un'elezione, un pensiero divino, troppo più grande, e non resta che abbandonarsi, consegnando, senza riserve, tutto se stessi. Al turbamento che in Maria era sorto dall'intuizione di qualcosa che in nulla corrispondeva con la sua vita, la sua persona, la sua storia, l'angelo la invita, semplicemente, a non temere. Maria è dinanzi a un'opera esclusiva di Dio, la più bella, quella decisiva per il destino di ogni uomo. Non è necessario "conoscere uomo", non è frutto della carne, anche se è un'opera che prenderà in Lei la carne per riscattare ogni carne. E' la verginità che serve, la piccolezza, la povertà, quella fanciulla che è Maria in quell'istante, la pienezza dei tempi distillata in quel suo tempo. Dio ha bisogno dell'impossibile per salvare chi nulla e nessuno può salvare. Dio ha bisogno di quella sua verginità, di null'altro. Dio ha bisogno di Lei, la più piccola, la più insignificante, la più sconosciuta. Dio ha bisogno della sua "umiliazione". E di una parola, il frutto del suo cuore immacolato, il frutto della Grazia che schiuda le labbra all'amen decisivo. 

E amen è stato. Un amen sorto dalla gioia e colmo di gioia per ridonare ad ogni uomo la gioia. Maria si è abbandonata alla gioia. Nulla che sappia di sforzo, di rinuncia, di "decisione sofferta", come quelle che tante volte risuonano sulle labbra di chi, ritenendosi un eroe con diritto di medaglia e vitalizio, presenta il suo essere cristiano, prete o religioso con la seriosità dell'"opzione per Dio", in un triste egocentrismo che fa schiavi del fare e dell'essere. "
Il verbo con cui Maria esprime il suo consenso, e che è tradotto con “fiat “ o con “si faccia “, nell'originale, è all'ottativo (génoito), un modo verbale che in greco si usa per esprimere desiderio e perfino gioiosa impazienza che una certa cosa avvenga. Come se la Vergine dicesse: “Desidero anch'io, con tutto il mio essere, quello che Dio desidera; si compia presto ciò che egli vuole“." (Raniero Cantalamessa, Terza predica d'Avvento in Vaticano, 18 dicembre 2009). Maria è la gioia, la letizia liberata dall'annuncio che svela il suo essere più profondo, la sua missione, il senso della sua vita. Il turbamento ha incontrato la gioia, l'unica risposta ad ogni turbamento: sì, il Messia c'entrava eccome con Lei, quella gioia che l'aveva turbata era divenuta la luce della sua anima, la bellezza del suo volto, il candore della sua vita. Maria è la gioia del Messia, il magnificat vivo di un'anima che tutto ha ricevuto. L'allegria di chi è spettatore di un'opera tanto più grande di lui da lasciar fare completamente e senza riserve a Dio. Maria è la gioia della libertà, un amen gioioso di chi ha trovato l'autore della propria vita, l'unico a cui affidarla e consegnarla, nella certezza di non essere deluso: "Amen è parola ebraica, la cui radice significa solidità, certezza; era usata nella liturgia come risposta di fede alla parola di Dio. Con l'“amen “ si riconosce quel che è stato detto come paro­la ferma, stabile, valida e vincolante. La sua traduzione esatta, quando è risposta alla parola di Dio, è questa: “Così è e così sia “. Indica fede e obbedienza insieme; riconosce che quel che Dio dice è vero e vi si sottomette" (Raniero Cantalamessa, ibid.). Maria è l'amen obbediente e per questo gioioso, per una vita finalmente disincagliata dal giogo del proprio io. Maria è il tu totale, dove quel Tu è Dio. Maria è gioia perchè è tutta consegnata all'Onnipotente, segno dell'impossibile che si fa, istante dopo istante, possibile. Maria è gioia perchè vergine, nel cuore, nella mente, nel corpo, lo Shemà dell'amore a Dio con tutto se stessa: sì, l'amore a Dio è, innanzi tutto, la consegna a Lui della propria piccolezza, incapacità, dell'assoluta impossibilità. Per questo, l'amore è naturalmente obbediente a Colui che può laddove noi non possiamo, e quindi fonte di gioia, vera, autentica, inossidabile, la gioia dell'umiltà, della Verità, della pienezza della vita.


Si compia in me l'impossibile: nel grembo di Maria come nella nostra vita. La verginità di Maria è il guscio voluto ed eletto da Dio a dimora del miracolo, del Cielo che si racchiude in un respiro ed una carne di bimbo. La verginità è il sigillo all'impossibilità di Maria ad avere un figlio; in noi, peccatori, è sterilità, ovvero debolezza, impossibilità ad accogliere un seme e a dar frutto, incapacità di amare. Per questo, la vita che oggi abbiamo tra le mani, con i suoi problemi, con le sue ansie, con le sofferenze, è il luogo dove l'annuncio dell'angelo, dopo duemila anni, è ridetto, la buona notizia di un evento imprevedibile. Che cosa vi è di impossibile nella nostra vita? Accettare il marito, la moglie, i genitori, la suocera? Accogliere una nuova vita? Il lavoro? La malattia? La precarietà economica? Noi stessi? Guardiamoci dentro e scopriamo dov'è che il sasso dell'impotenza ci preme sul cuore sino a farlo sanguinare ferito. E' proprio lì, al fondo del dolore e della frustrazione che plana oggi l'annuncio dell'angelo per deporvi il seme dell'impossibile già reso possibile. Vi sarà poi un tempo di gestazione e maturazione sino al frutto maturo, ma oggi, ora, già cambia la nostra vita, nelle parole dell'angelo il Signore stesso viene a prendere dimora dentro di noi, a sciogliere le catene, a riconciliarci, a perdonarci, a farci liberi d'amare e di donarci.

Il turbamento che ci prende di fronte alla sproporzione tra quanto ci è annunciato e la povera realtà della nostra vita, è destinato a divenire gioia purissima. Molto più di qualunque gioia possiamo sperare dal nostro matrimonio, dal fidanzamento, dal lavoro; anche dalla missione. Poco importa come siamo fatti, quanti e quali difetti ci appesantiscano l'umore e spengano lo sguardo. Di Maria è detto poco, pochissimo. Solo è annotato il fatto che fosse vergine, di Nazaret, e promessa sposa. Soprattutto, che fosse piena di Grazia. Così è per noi, deboli, con una storia e un luogo che sono la nostra esistenza sino ad oggi, promessi sposi all'eterno amore, essendo stati creati per Lui. Forse oggi non abbiamo proprio nulla per cui gioire, anzi: ebbene, è proprio questa umiliazione che ci caratterizza oggi la fonte dell'unica e autentica gioia; essa infatti è figlia di un cuore che si riconosce finalmente sterile, povero, e proprio per questo oggetto dell'elezione di Dio. L'annuncio che la Chiesa, come l'Arcangelo Gabriele, ci trasmette oggi, ci svela il mistero della nostra vita: Dio ci ha colmati di Grazia, ora, in questo istante, per accogliere, umilmente, il dono dell'impossibile che si rende possibile, nelle pieghe della nostra vita d'ogni giorno. Come non gioire per un amore così grande, per la misericordia infinita di Dio che, nel nulla che siamo, compie l'opera più grande, farci suoi figli nel suo Figlio. Figli di Dio per essere, semplicemente e naturalmente, un segno del Cielo per ogni uomo, cittadini del Regno dove quello che sulla terra la carne rende impotente, è reso possibile dall'amore infinito del Padre. Siamo chiamati ad essere gioia per il mondo, liberi da noi stessi, deboli strumenti per l'opera di Dio. Matite nelle sue mani come ripeteva Madre Teresa di Calcutta. E' questo il segreto della vera gioia, quella che nessuno potrà mai toglierci, la stessa annunciata a Maria: il Figlio sarà grande, lo Spirito Santo ci coprirà con la sua ombra, la vita celeste prenderà dimora in questa nostra povera carne. Basta rincorrere soluzioni, escogitare strategie, basta sforzi inutili per raggranellare briciole di felicità. La gioia vera è pronta per noi, la gioia del Messia risorto dalla morte, che distrutto il peccato e il suo regno di dolore: la gioia che ha inondato Maria in questo giorno unico nella povera casa di Nazaret, la stessa che ha colmato i discepoli la sera di Pasqua nel vedere il Maestro risorto. Gioia vera, gioia per ogni uomo.





 



APPROFONDIRE

 

San Giovanni Damasceno (circa 675-749), monaco, teologo, dottore della Chiesa
Omelia sulla Natività della Vergine, 9-10


« Piena di grazia »

Questa donna sarà Madre di Dio, porta della luce, fonte di vita ; annullerà l'accusa che pesava su Eva. Di costei, « i più ricchi del popolo cercheranno il suo volto » (Sal 44, 13). Davanti a questa donna, i re delle nazioni si prostreranno, offrendole doni (Sal 71, 11 ; Mt 2, 11)... Ma la sua gloria è interiore ; è il frutto del suo seno.

Figlia del re Davide e madre del Re dell'universo, capolavoro per il quale gioisce il Creatore (Is 62, 5)... , sarai il vertice della natura. Non sei nata per te, bensì per Dio ; servirai alla salvezza di tutti gli uomini, secondo il disegno di Dio stabilito fin dal principio : l'incarnazione del suo Verbo e la nostra divinizzazione. Tutto il tuo desiderio sta nel nutrirti delle parole di Dio, nel fortificarti della loro linfa, come « olivo verdeggiante nella casa di Dio » (Sal 52, 10), « albero piantato lungo corsi d'acqua », tu l'albero di vita che « ha dato frutto a suo tempo » (Sal 1, 2 ; Ez 47, 12)...

Porta di Dio sempre vergine (Ez 44, 2), le tue mani portano il tuo Dio ; le tue ginocchia sono un trono più alto dei cherubini (Sal 79, 2)... Sei la stanza nuziale dello Spirito (Ct 1, 4), la « città del Dio vivente che rallegrano un fiume e i suoi ruscelli » (Sal 46, 5), cioè l'ondata dei doni dello Spirito. Tutta bella tu sei, diletta di Dio (Ct 4, 7).

Raniero Cantalamessa. L'Amen di Maria.
Terza predica d'Avvento in Vaticano, 18 dicembre 2009 

San Paolo dice che Dio ama chi dona con gioia (2 Cor 9, 7) e Maria ha detto a Dio il suo “sì “ con gioia. Il verbo con cui Maria esprime il suo consenso, e che è tradotto con “fiat “ o con “si faccia “, nell'originale, è all'ottativo (génoito), un modo verbale che in greco si usa per esprimere desiderio e perfino gioiosa impazienza che una certa cosa avvenga. Come se la Vergine dicesse: “Desidero anch'io, con tutto il mio essere, quello che Dio desidera; si compia presto ciò che egli vuole “. Davvero, come diceva sant'Agostino, prima ancora che nel suo corpo ella concepì Cristo nel suo cuore.
Ma Maria non disse “fiat” perché non parlava latino e non disse neppure “génoito “ che è parola greca. Che cosa disse allora? Qual è la parola che, nella lingua parlata da Maria, corrisponde più da vicino a questa espressione? Quando voleva dire a Dio “sì, così sia “, un ebreo diceva “amen! “ Se è lecito cer­care di risalire, con pia riflessione, all'ipsissima vox, alla parola esatta uscita dalla bocca di Maria - o almeno alla parola che c'era, a questo punto, nella fonte giudaica usata da Luca -, que­sta deve essere stata proprio la parola “amen “. Ricordiamo i salmi che nella Volgata latina terminavano con l’espressione: “fiat, fiat”?; nel testo greco dei LXX, a quel punto, c’è “genoito, genoito” e nell’originale ebraico conosciuto da Maria c’è “amen, amen”.
Amen è parola ebraica, la cui radice significa solidità, certezza; era usata nella liturgia come risposta di fede alla parola di Dio. Con l'“amen “ si riconosce quel che è stato detto come paro­la ferma, stabile, valida e vincolante. La sua traduzione esatta, quando è risposta alla parola di Dio, è questa: “Così è e così sia “. Indica fede e obbedienza insieme; riconosce che quel che Dio dice è vero e vi si sottomette. E dire “sì “ a Dio. In questo senso lo troviamo sulla bocca stessa di Gesù: “Sì, amen, Padre, perché così è piaciuto a te... “ (cf Mt 11, 26). Egli anzi è l'Amen personificato: Così parla l’Amen... (Ap 3, 14) ed è per mezzo di lui che ogni altro “amen “ di fede pronunciato sulla terra sale ormai a Dio (cf 2 Cor l, 20). Anche Maria, dopo il Figlio, è l’ amen a Dio fatto persona.
La fede di Maria è dunque un atto d'amore e di docilità, libe­ro anche se suscitato da Dio, misterioso come misterioso è ogni volta l'incontro tra la grazia e la libertà. E questa la vera gran­dezza personale di Maria, la sua beatitudine confermata da Cri­sto stesso. “Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte” (Lc 11, 27), dice una donna nel Vangelo. La donna proclama Maria beata perché ha portato Gesù; Eli­sabetta la proclama beata perché ha creduto; la donna proclama beato il portare Gesù nel grembo, Gesù proclama beato il portarlo nel cuore: “Beati piuttosto - risponde Gesù - coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano”. Egli aiuta, in tal modo, quella donna e tutti noi, a capire dove risiede la grandezza personale di sua Madre. Chi è infatti che “custodiva“ le parole di Dio più di Maria, della quale è detto due volte, dalla stessa Scrittura, che “custodiva tutte le parole nel suo cuore “? (cf Lc 2, 19.51).




2 febbraio. Presentazione del Signore. Approfondimenti




Siamo figli della Pasqua, e per questo primogeniti. La Festa di oggi ci svela la nostra identità, e in essa è illuminata la nostra vita, il senso di tutto quanto ci accade: "Quando tuo figlio domani ti chiederà: Che significa ciò?, tu gli risponderai: Con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall'Egitto, dalla condizione servile. Poiché il Faraone si ostinava a non lasciarci partire, il Signore ha ucciso ogni primogenito nel paese d'Egitto, i primogeniti degli uomini e i primogeniti del bestiame. Per questo io sacrifico al Signore ogni primo frutto del seno materno, se di sesso maschile e riscatto ogni primogenito dei miei figli. Questo sarà un segno sulla tua mano, sarà un ornamento tra i tuoi occhi, per ricordare che con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall'Egitto" (Es, 13). Queste parole consegnate dal Signore a Mosè sono la risposta ad ogni "domani" sorto nella storia di Israele prima e della Chiesa poi; il "domani" sorto dalla notte di Pasqua, il seno benedetto di Israele, il fonte battesimale dal quale ciascuno di noi è rinato ad una vita nuova. I primogeniti sono laprimizia dell'opera di Dio, il segno di contraddizione per il mondo, perchè siano svelati i pensieri dei cuori, e risplenda sulla terra la Verità che il demonio tenta di occultare tenendo in schiavitù l'umanità, come Il faraone ostinato non voleva lasciar partire il Popolo di Israele. Sui primogeniti riverbera la luce che brilla sul volto di Cristo: "E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuoriper far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulse sul volto di Cristo" (2 Cor. 4, 6). Le nostre storie nel susseguirsi di ogni secondo ci sono date perchè possa rifulgere in esse la luce di Pasqua, la risposta divina al mistero del dolore dell'uomo. 


Ecco, ciascuno di noi è la risposta che Dio rivela all'umanità, il segno del suo amore nascosto tra le lacrime che bagnano la storia. Quanti "che significa ciò?" intorno e dentro di noi! "Che significa tutto questo?": questa mia storia senza capo né coda; questa malattia che s'è portata via mia madre a soli quarant'anni; questo incidente che mi ha strappato mio figlio mentre si affacciava alla vita; questa crisi economica che dissangua la mia famiglia; il tradimento di mio marito; il terremoto che ha azzerato la vita di migliaia di persone lasciandole senza più passato né futuro, gettate in un presente vuoto, e neanche una tomba dove piangere padri e figli; questa depressione che mi inchioda in casa; la bulimia di mia figlia, impazzita dietro a facebook e alle diete; e le ingiustizie patite, il dolore innocente, le guerre, il male. "Che significa ciò?", non comprendo... E la tristezza soffoca i giorni nella delusione e nel disincanto, l'ira strattona lingua e mani, e la violenza sgorga indomita a macchiare indelebilmente relazioni e sentimenti. 


"Tu gli risponderai: Con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall'Egitto, dalla condizione servile": Dio ha fatto uscire dalla tomba suo Figlio, ha vinto il male, il peccato e la morte. Tu gli risponderai con la tua vita, crocifissa con Cristo e con Lui risuscitata. La Chiesa è il segno del braccio potente del Signore, capace di liberare dalla condizione servile nei confronti del demonio, dalla schiavitù alla paura della morte. La nostra vita è stata riscatta da Cristo, come una primizia per ogni uomo. In Lui, ciascuno di noi è primogenito della libertà e siamo chiamati a vivere in ogni evento il suo stesso mistero pasquale: "Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita" (2 Cor. 4,8 ss). Ecco la risposta di Dio, i primogeniti offerti in sacrificio perchè nel mondo operi la vita


Quel "tu gli risponderai" giunge oggi diritto al cuore di ciascuno di noi; quel "tu" si fa "io" nel mistero che oggi celebriamo. Gesù, un bambino di appena quaranta giorni, è condotto al Tempio per essere offerto al Signore. Il Figlio di Dio, apparso per pura grazia nel seno della Vergine Maria, è ufficialmente e pubblicamente consegnato a suo Padre. Dio gioca a carte scoperte, sin dall'inizio. Alla luce di quanto Maria e Giuseppe compiono nel brano odierno, si comprendono le parole di Gesù dodicenne ritrovato tra i dottori nel Tempio: "Devo occuparmi delle cose del Padre mio". Gesù è il primogenito perfetto sacro al Signore, tutta la sua vita sarà un cammino verso il compimento della missione affidatagli. Non si lascerà attirare dalle sirene della carne e non temerà di dire più volte a sua Madre: "Donna, che ho a che fare con te?"; scapperà dalle lusinghe del successo perchè incamminato "decisamente" sulla via del Calvario; Gesù è il primogenito sacro al Signore, in Lui deve risplendere la Luce della Vita nelle tenebre della morte: nulla lo può distogliere, neanche sua Madre, neanche Pietro e gli altri apostoli. 


Così è per ciascuno di noi. Per un'insondabile condiscendenza del cuore di Dio siamo stati eletti ad essere primogeniti della nuova creazione, apostoli del Cielo, missionari dell'amore infinito di Dio. Siamo stati presentati al Tempio, la vita non ci appartiene. Essa è la risposta di Dio a chi ci è vicino, a chi soffre senza essere capace di dare un senso al suo dolore. Per questo è necessario tutto quello che ci accade, ogni istante della nostra vita è prezioso, un candelabro acceso posto sull'altare della storia. Nulla è a caso, tutto è per mostrare al mondo il braccio potente del Signore, il suo amore infinito che ha ragione di ogni male. Per questo il male deve raggiungerci, ghermirci, portarci in Egitto. Secondo i rabbini, la schiavitù in Egitto è stata causata dalla malvagità dei fratelli di Giuseppe che lo hanno venduto per invidia. Il midràsh ci spiega che il prezzo del riscatto dei primogeniti fu fissato dalla Torà in base al denaro ricevuto dai fratelli per la vendita di Giuseppe: "E vendettero Giuseppe per 20 denari (Gen. 37, 28) Disse il Santo Benedetto Egli Sia: voi vendete il figlio di Rachele per 20 pezzi d’argento, che corrisponde al prezzo di cinque Selaìm; perciò ciascuno di voi dovrà dare per il riscatto di suo figlio cinque Selaìm" (Ber. Rabbà 84, 18). La sapienza di Israele vede dunque nell'offerta dei primogeniti un legame stretto con il peccato compiuto dai figli di Giacobbe nei confronti del loro fratello. I primogeniti divengono così il segno del riscatto di Giuseppe: il braccio potente del Signore rivela la sua misericordia che perdona riscattando i discendenti di Giacobbe caduti in schiavitù. Gesù, come Giuseppe, è stato venduto per poche monete, e così crocifisso, ucciso e sepolto nella tomba. Ma Dio lo ha riscattato dalla morte, primogenito di molti fratelli, il segno checontraddice per sempre il peccato e la morte. In Lui risplende la misericordia di Dio che non ha lasciato che i suoi figli rimanessero a marcire nel dolore e nella morte eternamente e senza risposta. Scrive Benedetto XVI che “l’ingiustizia, il male come realtà non può semplicemente essere ignorato, lasciato stare. Deve essere smaltito, vinto. Questa è la vera misericordia. E che ora, poiché gli uomini non ne sono in grado, lo faccia Dio stesso – questa è la bontà incondizionata di Dio” (J. Ratzinger - Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, II Parte, pp. 151).


Così l'offerta della nostra vita che segna la nostra primogenitura è il sigillo della sua misericordia che Dio pone in questa generazione. Siamo la prova e la memoria del suo amore, perchè ogni uomo che giace in Egitto possa ricominciare a sperare e la sua speranza non sia delusa. La parola ebraica che definisce il "primogenito", o  "bekhor" deriva dal radicalebkr che significa "portare frutti primaticci, conferire il diritto di primogenitura, essere nato come primogenito, partorire un primogenito". Siamo chiamati a portare i frutti primaticci dello Spirito Santo, l'amore capace di lasciarsi crocifiggere, i segni della fede adulta operante in noi. In un'omelia per il Venerdì Santo, per spiegare la missione dei cristiani, il Padre Cantalamessa esponeva un esempio eloquente: "Cosa si fa per assicurare qualcuno che una certa bevanda non contiene veleno? La si beve prima di lui, davanti a lui! Così ha fatto Dio con gli uomini. Egli ha bevuto il calice amaro della passione. Non può essere dunque avvelenato il dolore umano, non può essere solo negatività, perdita, assurdo, se Dio stesso ha scelto di assaporarlo. In fondo al calice ci deve essere una perla. E questa perla è la risurrezione!". Ciascuno di noi ha conosciuto questa perla nell'esperienza della sua vita. E' la perla che dà sostanza alla primogenitura. E' Cristo stesso, e con Lui possiamo bere ogni giorno il calice amaro della passione che siamo chiamati a vivere. E mostrare al mondo che si può bere anche il veleno, perchè in Cristo, nulla può danneggiare! Secondo il midrash il compito più importante assegnato al primogenito fin dai tempi di Abramo fu di certo quello di esercitare il culto sacerdotale (Ber. Rabbà 63, 18). La nostra vita di primogeniti è dunque una liturgia da servire come sacerdoti santi: "L’unzione nel Battesimo e nella Confermazione è un’unzione che introduce in questo ministero sacerdotale per l’umanità. I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarlo e condurre a lui. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, in quanto siamo battezzati, ciò non è una ragione per farne un vanto. È una domanda che, insieme, ci dà gioia e ci inquieta: siamo veramente il santuario di Dio nel mondo e per il mondo? Apriamo agli uomini l’accesso a Dio o piuttosto lo nascondiamo? Non siamo forse noi – popolo di Dio – diventati in gran parte un popolo dell’incredulità e della lontananza da Dio? Non è forse vero che l’Occidente, i Paesi centrali del cristianesimo sono stanchi della loro fede e, annoiati della propria storia e cultura, non vogliono più conoscere la fede in Gesù Cristo? Abbiamo motivo di gridare in quest’ora a Dio: Non permettere che diventiamo un non-popolo! Fa’ che ti riconosciamo di nuovo! Infatti, ci hai unti con il tuo amore, hai posto il tuo Spirito Santo su di noi. Fa’ che la forza del tuo Spirito diventi nuovamente efficace in noi, affinché con gioia testimoniamo il tuo messaggio!" (Benedetto XVI).


Oggi questa forza dello Spirito viene ancora una volta in aiuto alla nostra debolezza. E' vero, abbiamo questo tesoro in vasi di creta, ma è bene che sia così perchè appaia chiaramente l'opera di Dio che può compiersi in chiunque. Come si è compiuta in Shahbaz Bhatti, l'uomo politico indiano ucciso recentemente per la sua fede. Nel suo testamento scriveva: “Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora, in questo mio sforzo e in questa mia battaglia per aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del mio paese, Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire”.




APPROFONDIRE




  • Benedetto XVI: Omelia nella Festa della Presentazione al Tempio del Signore
  • La Festa della Presentazione al tempio del Signore. Storia e liturgia. Matias Augé
  • Presentazione del Signore. Omelia del Card. Caffarra
  • La festa dell'Ingresso del Signore nel Tempio Beato il sacerdote che oggi offre al Padre il Figlio del Padre
  • Festa della Presentazione al Tempio di Gesù nella Liturgia Bizantina


  • Benedetto XVI. Primogenito tra molti fratelli
    Omelia nella notte di Natale del 2010

    Nel linguaggio formatosi nella Sacra Scrittura dell’Antica Alleanza, "primogenito" non significa il primo di una serie di altri figli. La parola "primogenito" è un titolo d’onore, indipendentemente dalla questione se poi seguono altri fratelli e sorelle o no. Così, nel Libro dell’Esodo (Es 4,22), Israele viene chiamato da Dio "il mio figlio primogenito", e con ciò si esprime la sua elezione, la sua dignità unica, l’amore particolare di Dio Padre. La Chiesa nascente sapeva che in Gesù questa parola aveva ricevuto una nuova profondità; che in Lui sono riassunte le promesse fatte ad Israele. Così la Lettera agli Ebrei chiama Gesù "il primogenito" semplicemente per qualificarLo, dopo le preparazioni nell’Antico Testamento, come il Figlio che Dio manda nel mondo (cfr Eb 1,5-7). Il primogenito appartiene in modo particolare a Dio, e per questo egli – come in molte religioni – doveva essere in modo particolare consegnato a Dio ed essere riscattato mediante un sacrificio sostitutivo, come san Luca racconta nell’episodio della presentazione di Gesù al tempio. Il primogenito appartiene a Dio in modo particolare, è, per così dire, destinato al sacrificio. Nel sacrificio di Gesù sulla croce, la destinazione del primogenito si compie in modo unico. In se stesso, Egli offre l’umanità a Dio e unisce uomo e Dio in modo tale che Dio sia tutto in tutti. Paolo, nelle Lettere ai Colossesi e agli Efesini, ha ampliato ed approfondito l’idea di Gesù come primogenito: Gesù, ci dicono tali Lettere, è il Primogenito della creazione – il vero archetipo dell’uomo secondo cui Dio ha formato la creatura uomo. L’uomo può essere immagine di Dio, perché Gesù è Dio e Uomo, la vera immagine di Dio e dell’uomo. Egli è il primogenito dei morti, ci dicono inoltre queste Lettere. Nella Risurrezione, Egli ha sfondato il muro della morte per tutti noi. Ha aperto all’uomo la dimensione della vita eterna nella comunione con Dio. Infine, ci viene detto: Egli è il primogenito di molti fratelli. Sì, ora Egli è tuttavia il primo di una serie di fratelli, il primo, cioè, che inaugura per noi l’essere in comunione con Dio. Egli crea la vera fratellanza – non la fratellanza, deturpata dal peccato, di Caino ed Abele, di Romolo e Remo, ma la fratellanza nuova in cui siamo la famiglia stessa di Dio. Questa nuova famiglia di Dio inizia nel momento in cui Maria avvolge il "primogenito" in fasce e lo pone nella mangiatoia. Preghiamolo: Signore Gesù, tu che hai voluto nascere come primo di molti fratelli, donaci la vera fratellanza. Aiutaci perché diventiamo simili a te. Aiutaci a riconoscere nell’altro che ha bisogno di me, in coloro che soffrono o che sono abbandonati, in tutti gli uomini, il tuo volto, ed a vivere insieme con te come fratelli e sorelle per diventare una famiglia, la tua famiglia.

    Giovanni Paolo II. Segno di contraddizione
    Omelia nel Mercoledì delle ceneri, 1994

     “. . . Segno di contraddizione” (Lc 2, 34).

    Segno di contraddizione è la cenere che oggi la Chiesa impone sul nostro capo. Segno di contraddizione rispetto alla vita e all’immortalità per le quali l’uomo è stato creato. Il rito delle ceneri vuole dirci: “Polvere tu sei e in polvere tornerai!” (Gen 3, 19).
    Noi, tuttavia, non vogliamo fuggire davanti a questo segno. Anzi, sentiamo come un intimo bisogno di riviverlo, nella liturgia del Mercoledì delle Ceneri, perché esso racchiude una fondamentale verità sull’uomo. Mediante il segno che rappresenta la sua radicale umiliazione da parte della morte, la creatura umana pronunzia le parole della penitenza ed invoca una radicale purificazione: “Riconosco la mia colpa... Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto” (Sal 51, 5-6).
    “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore” (2 Cor 5, 21).
    Celebrando la liturgia delle Ceneri, anche la Chiesa ripete:
    “Crea in me, o Dio un cuore puro, 
    rinnova in me uno spirito saldo . . . 
    Rendimi la gioia di essere salvato” (Sal 51, 12.14).
    L’uomo, privato dell’innocenza e sottomesso alla morte, grida a Dio, Datore della Vita, grida a Colui che è il “Segno di contraddizione”:
    contraddici la mia morte,
    contraddici il mio peccato!
    L’uomo invoca da Dio questo segno, e questo segno gli è dato (cf. Is 7, 14) in Gesù Cristo


    Beato Guerrico d'Igny (circa 1080-1157), abate cistercense
    1a omelia per la Purificazione, 3-5 ; SC 166, p.313s

    « Luce per illuminare le genti »

    Mi rallegro con te e ti benedico, o piena di grazia ; hai dato alla luce la Misericordia che è venuta su di noi. Hai preparato tu questo cero che ricevo oggi nelle mani [nella liturgia di questa festa]. Hai dato tu la cera a questa fiamma...quando, Madre senza corruzione, hai vestito di una carne senza corruzione il Verbo incorruttibile.

    Fratelli, andiamo ! Oggi questo cero brucia nelle mani di Simeone. Venite a prendervi la luce, venite a accendervi i vostri ceri, voglio dire queste lampade che il Signore vuole che teniate nelle mani. « Guardate a lui e sarete raggianti » (Sal 33, 6). Non tanto per portare in mano delle fiaccole, quanto per essere voi stessi fiaccole che brillano dentro e fuori, per il bene vostro e per quello degli altri : ... Gesù accenderà la vostra fede, farà brillare il vostro esempio, vi suggerirà la parola giusta, infiammerà la vostra preghiera, purificherà la vostra intenzione...

    E per te, che possiedi dentro di te tante lampade accese, quando si spegnerà la lampada di questa vita, sorgerà la luce di quella vita che non si può spegnere. Sarà per te, di sera, come il sorgere della luce di mezzogiorno. Nel momento in cui pensavi di spegnerti, sorgerai come la stella del mattino (Gb 11, 17) e le tue tenebre saranno come il sole meridiano (Is 38, 10). Il sole non sarà più la tua luce di giorno, né ti illuminerà più il chiarore della luna. Ma il Signore sarà per te luce eterna (Is 60, 19), perché la lampada della nuova Gerusalemme è l'Agnello (Ap 21, 23). A lui sia benedizione e splendore per i secoli ! Amen.


    Adamo di Perseigne ( ?-1221), abate cistercense 
    Discorso 4 per la Purificazione

    «Ecco il Signore Dio, viene con potenza; viene a illuminare il nostro sguardo» (cfr Is, 35,4-5)  

            Il Padre di ogni luce (Gc 1,17) invita i figli della luce (Lc 16,8) a celebrare questa festa di luce: «Guardate a lui e sarete raggianti» dice il Salmo (34,6). Infatti, «colui che abita una luce inaccessibile» (1Tm 6,16) si è degnato di rendersi accessibile; si è abbassato nel velo della carne affinché il debole e il povero possano salire fino a lui. Quale cascata di misericordia! «Abbassò i cieli» cioè le altezze della divinità, «e discese» incarnandosi e una «fosca caligine era sotto i suoi piedi» (Sal 18,10). ...

            Oscurità necessaria per ridarci la luce! La luce vera si è nascosta sotto la nube della carne (cf Es 13,21), nube oscura per la somiglianza con «la nostra condizione umana di peccatori» (Rm 8,3)... Poiché la vera Luce si è nascosto nella carne noi, esseri di carne, avviciniamoci al Verbo fatto carne... per imparare a passare poco a poco dalla carne allo spirito. Avviciniamoci ora, dato che oggi un nuovo sole brilla più del solito. Finora era rinchiuso a Betlemme in un'angusta mangiatoia e conosciuto da ben pochi, ma ora a Gerusalemme è presentato a tanta gente nel Tempio del Signore... Oggi il Sole si espande ad irradiare il mondo intero...

            Se solo l'anima mia potesse bruciare del desiderio che infiammava Simeone, affinché io meriti d'essere portatore di una così grande luce! Tuttavia, se prima l'anima non è stata purificata dai suoi peccati, non potrà andare «incontro al Signore tra le nuvole» della vera libertà (1 Ts 4,17)... Solo allora potrà rallegrarsi con Simeone della vera luce e, come lui, andarsene in pace.  


    Alexander Schmemann. L'incontro tra Gesù e Simeone.

    L’immagine del vecchio uomo che tiene il bambino tra le sue braccia è suggestiva e bellissima. C’è forse qualcosa al mondo di più gioioso di un incontro con qualcuno che si ama? In questa prospettiva vivere è un attesa, un protendersi verso questo incontro. Simeone non è forse un simbolo anticipatore di questo? Non è forse la sua vita simbolo dell’attesa? Questo vecchio uomo ha speso tutta la sua vita nell’attesa della luce che illumina ogni uomo che ricolma tutto con la sua gioia. E quanto inatteso, quanto inaspettato, quando bene indicibile sopraggiunge a Simeone attraverso questo bambino. Possiamo immaginare le mani tremanti di questo vecchio che accoglie tra le sue braccia un bambino di quaranta giorni con quanta più tenerezza e attenzione possibile, i suoi occhi risplendenti e la sua felice esclamazione: “ora lasciami pure andare, perché ho visto, ho stretto tra le mie braccia, ho abbracciato il senso della mia vita”. Simeone attendeva. Attendeva da tutta la vita, meditando, pregando e approfondendo quello che attendeva, rendendo la sua vita una perenne vigilia di questo gioioso incontro. Non è il caso di chiedere a noi stessi cosa stiamo attendendo? Cosa il nostro cuore ci ricorda con più insistenza? La mia vita si sta gradualmente trasformando in questa attesa di incontro con l’essenziale? In questa festa la vita umana si rivela come affascinante bellezza di un’anima matura, continuamente liberata e arricchita. Non c’è paura, nulla è sconosciuto, tutto è pace, rendimento di grazie e amore. L’Incontro del Signore celebra l’anima che incontra l’amore, incontra colui che dona la vita e mi da la forza per trasfigurarla oggi.



    L'icona della Presentazione di Gesù al Tempio



    La "Presentazione di Gesù al Tempio" è una delle dodici Grandi feste bizantine. Le notizie storiche più antiche risalgono, come vediamo dal Diario di Viaggio di Egeria, al IV secolo. A Gerusalemme presso la chiesa della Resurrezione (Anastasis), 40 giorni dopo l'Epifania, veniva celebrata la memoria della festa semplicemente con un sermone che verteva sulla presentazione al Tempio di Gesù. Nella tradizione Orientale, questa rilevante festa prese il nome di "festa dell'Incontro" (Hypapànte). Soltanto tra la fine del V e gli inizi del VI secolo le Chiese orientali dell'impero bizantino fecero propria tale festività. La festa venne introdotta nella Chiesa occidentale intorno alla fine del settimo secolo, durante il pontificato di papa Sergio I, un siciliano proveniente dalla tradizione bizantina, con il titolo di "Purificatio Sanctae Marie", cioè purificazione di Maria. Solo dopo la riforma liturgica (Concilio Vaticano II), divenne una festa del Signore e prese il nome di "Presentazione di Gesù al Tempio".
    La legge ebraica, contemplata nel Levitico, prevedeva che se non fossero stati compiuti i giorni della purificazione previsti per le puerpere, queste non potevano toccare alcunchè di sacro, né tantomeno potevano partecipare a funzioni sacre. "Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni; sarà immonda come nel tempo delle sue regole. L'ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatre giorni a purificarsi dal suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione." (Levitico 12,1-4). Compiuti che furono i giorni della purificazione, Giuseppe condusse la sua sposa e il Bambino al tempio del Signore, così come prescriveva la legge. Molto frequentemente il modulo iconografico prevedeva la rappresentazione di Giuseppe nella posizione più esterna alla scena, volendo così mettere in evidenza il suo ruolo di protettore della Sacra Famiglia, colui che è pur sempre presente e con affetto e discrezione provvede ai bisogni della sua famiglia. Ma la famiglia di Gesù non è ricca, il povero falegname non ha i mezzi per acquistare un agnello, egli può permettersi di offrire soltanto due colombi. "Se non ha mezzi da offrire un agnello, prenderà due tortore o due colombi: uno per l'olocausto e l'altro per il sacrificio espiatorio. Il sacerdote farà il rito espiatorio per lei ed essa sarà monda". (Levitico 12,8). 
    I valori teologici che caratterizzano questa festa sono molto forti, pertanto lo schema iconografico si è fin dall'inizio mantenuto abbastanza stabile. Da un lato la Beata Vergine che porge il bambino a Simeone, dall'altro il Santo vegliardo che lo riceve. Fanno contorno le figure di San Giuseppe e della profetessa Anna. L'unico elemento importante che può differenziare le icone sta nella rappresentazione di Simeone con il bambino in braccio, in altre la tensione del gesto di Simeone per prendere in braccio Gesù. In secondo piano, ma sempre al centro della scena, si intravedono gli elementi che schematizzano il concetto del Tempio: un baldacchino (ciborium), una rappresentazione del presbiterio (vima), o frequentemente una chiesa bizantina. Non è raro vedere sullo sfondo anche degli elementi architettonici esterni; si tratta di un richiamo visivo al pinnacolo su cui il diavolo portò Gesù per tentarlo. "Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio."(Matteo 4,5)
    Il centro della scena è comunque sempre dominato dalla Vergine, ella simboleggia il Tempio vivente. 

    Inneggiando al tuo parto 
    l'universo ti canta 
    qual tempio vivente, o Regina! 
    Ponendo in tuo grembo dimora 
    Chi tutto in sua mano contiene, il Signore, 
    tutta santa ti fece e gloriosa 
    e ci insegna a lodarti:
    (Akathistos, XXIII Stanza)

    È meraviglioso contemplare l'espressione della Madonna mentre porge Gesù a Simeone, Maria era pienamente consapevole di ciò che accadeva e fra sé meditava: "Quale nome troverò per designare Te, figlio mio? Se Ti chiamo uomo, quale appari ai miei occhi, sei al di sopra dell'uomo, Tu che hai conservato intatta la mia verginità. Ti chiamerò l'uomo perfetto? Ma so bene che la tua concezione è stata divina: nessun uomo è stato mai concepito senza l'unione nè seme come fosti tu, o senza peccato. E se ti chiamo Dio, mi meraviglio vedendoti del tutto simile a me, perché non hai nulla che ti differenzi dagli attributi degli uomini, salvo che sei stato esente dal peccato nella tua concezione e nella tua nascita. Che cosa ti darò: il mio latte o la mia lode?" (Romano il Melode, XVI, 3-4). Simeone vede la beata Vergine e le viene incontro, le chiede di poter prendere fra le braccia il Salvatore del mondo. Si china sul Bambino e dopo averlo a lungo contemplato, pieno di spirito Santo si rivolge a Maria e le profetizza: "Egli è qui per la rovina e la resurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori." (Luca 2,34-35). La tradizione iconografica attribuisce alla Madonna un mantello (maphorion) di colore rosso, per simboleggiare la grande sofferenza che unirà Maria a Cristo nei momenti della passione. "E anche a te una spada trafiggerà l'anima." (Luca 2,34-35). Il ruolo di Maria sul piano teologico è tuttavia ben presente, lo prova il colore azzurro della veste, richiamo alla luce increata di Dio. 
    Vale ancora la pena osservare la centralità della figura di Maria in questa icona, Ella incarna veramente la "Lampada splendente" che porta una vera luce, apparsa a coloro che sono nelle tenebre.

    Come fiaccola ardente 
    per chi giace nell'ombre 
    contempliamo la Vergine santa, 
    che accese la luce divina 
    e guida alla scienza di Dio tutti, 
    splendendo alle menti 
    e da ognuno è lodata col canto:
    (Akathistos XXI stanza)

    Il ruolo di Gesù è però solo apparentemente secondario, l'atteggiamento del Bambino è quello del "Legislatore". Cristo ha tra le mani un documento, il chirografo su cui è scritto il debito della intera umanità, in esso sono scritti i nostri peccati, e le nostre "condizioni sfavorevoli". Sarà questo il foglio che con il suo sacrificio Gesù straccerà rendendoci definitivamente liberi.

    Condonare volendo 
    ogni debito antico, 
    fra noi, il Redentore dell'uomo 
    discese e abitò di persona: 
    fra noi che avevamo perduto la grazia. 
    Distrusse lo scritto del debito, 
    e tutti l'acclamano: Alleluia.
    (Akathistos XXII stanza)

    Il Cristo Bambino è vestito di bianco, come al momento della sua Trasfigurazione sul monte Tabor, Simeone è invece vestito di verde, colore simbolo della terra. Egli conferisce la potenza dello Spirito a ciò che è terrestre, facendo evolvere, come vedremo, la Legge in Amore. Il momento culmine della rappresentazione è l'istante in cui il Signore giunge fra le braccia di Simeone che simboleggia la figura veterotestamentaria. "Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d'Israele." (Luca, 2, 25). In questo momento la storia di Israele trova completamento. 
    "Uno dei grandi problemi dei primi secoli fu quello della validità per i cristiani dell'Antico Testamento. Se la Legge antica è sostituita dalla nuova, certamente non se ne esige l'osservanza. E se la storia del popolo ebraico arriva al suo compimento in Cristo, perché dovrebbe ancora essere letta nelle assemblee dei fedeli? La risposta dei Padri fu decisiva per salvaguardare l'intera Scrittura. L'antico testamento rimane valido, non più però secondo la lettera, secondo la carne, ma secondo lo Spirito, nel suo senso spirituale. Questo senso nuovo è dato ai testi ebraici dalla realtà della persona di Cristo. In molte e diverse maniere, ma sempre, tutte le scritture parlano di lui: Egli è il vero pane che si offre per nutrire le anime di coloro che si cibano spiritualmente di ciò che fu scritto. Beati gli occhi, dice Origene, che scoprono la gloria del Lògos di Dio sotto l'umile apparenza della lettera." (La fede secondo le icone, T. Spidlik, M. I. Rupnik). "La sua misericordia è eterna, e proprio questa misericordia ha suscitato nelle menti degli uomini, ottenebrate dal legalismo, una contraddizione che non ha permesso di riconoscerlo come il proprio Dio." (Icone delle dodici grandi feste bizantine, Gaetano Passarelli).
    Lo stesso Paolo nella lettera ai Galati ci dice: "Prima però che venisse la fede, noi eravamo rinchiusi sotto la custodia della legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Ma appena è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo. Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa." (Galati, 3, 23-29).
    La tradizione stessa sottolinea ulteriormente questo concetto; in molte icone, sull'altare raffigurato in secondo piano sono deposti un libro, o dei rotoli, simbolo delle scritture che avevano bisogno di ricevere uno spirito nuovo. 
    Colpisce la rappresentazione dinamica di Simeone di alcune Icone, che lo ritraggono in tensione verso Gesù. Simeone sembra correre, o precipitarsi verso il Bambino, contrariamente allo schema classico di composizione che privilegia la staticità dei soggetti come simbolo della perfezione divina. Analizzando con attenzione altri dipinti si può trovare in altri due casi una rappresentazione dinamica di "fretta": nella resurrezione di Lazzaro, sembra che Gesù si affretti per far uscire l'amico dal regno delle tenebre, simboleggiato dalla morte del corpo; nell'Icona dell'ingresso di Cristo a Gerusalemme, Gesù sembra aver fretta di restaurare il regno di Davide. Per analogia in questo caso è l'Antico Testamento che si affretta a ricevere il suo vero e autentico senso ultimo, che trova nella persona di Cristo l'autentico completamento del piano di Dio per gli uomini. Simeone ne è pienamente consapevole e sotto l'azione dello Spirito Santo, riconosce in Gesù il figlio di Dio, la Luce, la Salvezza promessa da Dio agli uomini e dice:

    Ora lascia, o Signore, che il tuo servo 
    vada in pace secondo la tua parola; 
    perché i miei occhi han visto la tua salvezza, 
    preparata da te davanti a tutti i popoli, 
    luce per illuminare le genti 
    e gloria del tuo popolo Israele.
    (Luca 2,29-32)

    Fra Gesù e Simeone si stabilisce uno sguardo di incredibile tenerezza, meravigliose sono le parole che Romano il Melode mette in bocca a Gesù: "Amico mio, ora permetto che tu lasci questo mondo per il soggiorno eterno. Ti invio là dove si trovano Mosè e gli altri profeti: annuncia loro che sono venuto, io di cui hanno parlato nelle loro profezie: sono nato da una vergine, come hanno predetto; sono apparso a coloro che abitano il mondo ed ho vissuto tra gli uomini come hanno annunziato. Presto verrò a trovarti riscattando l'umanità." I Vangeli apocrifi, in particolar modo quello di Nicodemo, riferiscono che Simeone, in effetti, assolse al compito di precursore che Gesù gli aveva affidato fra i giusti che attendevano negli inferi: "E mentre tutti esultavano nella luce che splendette per noi, sopraggiunse il nostro padre Simeone e disse esultante: "Glorificate il Signore Gesù Cristo Figlio di Dio, giacché, quando nacque il Bambino, io nel Tempio lo ricevetti tra le mie mani e, spinto dallo Spirito Santo, confessai e dissi: ora i miei occhi hanno visto la tua salvezza che hai il preparato al cospetto di tutti popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele". Tutta la moltitudine dei santi, udendo questo, esultava ancora di più."
    Gesù si è incarnato ed è apparso all'uomo per attirarlo a sé. Il Signore onnipotente è venuto in noi come umile servitore perché l'uomo rimanesse meravigliato di fronte alla Sua infinita grandezza accorgendosi della sua fragilità e della sua impurità, e come Simeone "correndo" dal Redentore e stringendolo a sé potesse rinascere nello Spirito sperimentandone così pienamente tutta la Sua confidenza. 

    Si stupirono gli Angeli 
    per l'evento sublime 
    della tua Incarnazione divina: 
    ché il Dio inaccessibile a tutti 
    vedevano fatto accessibile, uomo, 
    dimorare fra noi.
    (Akathistos, XVI Stanza) 

    Maria, ora come allora, è ancora al centro della scena: Ella ci porge Gesù invitandoci ad avvicinarci senza paura, esattamente come fece Simeone, sembra quasi di sentire le sue parole: "Vi invito a venire con me con totale fiducia perché io desidero farvi conoscere mio Figlio. Non abbiate paura, figli miei. Io sono con voi, sono accanto a voi. Vi mostro la strada come perdonare voi stessi, perdonare gli altri, con un pentimento sincero nel cuore, inginocchiarvi davanti al Padre. Fate sì che muoia di voi tutto ciò che vi impedisce di amare e salvare, di essere con Lui e in Lui. Decidetevi per un nuovo inizio, l'inizio dell'amore sincero di Dio stesso.".