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Martedì della XI settimana del Tempo Ordinario




Nella sua morte in croce si compie 
quel volgersi di Dio contro se stesso 
nel quale Egli si dona per rialzare l'uomo e salvarlo
 — amore, questo, nella sua forma più radicale. 
Lo sguardo rivolto al fianco squarciato di Cristo, 
perchè è lì che questa verità può essere contemplata. 
E partendo da lì deve ora definirsi che cosa sia l'amore. 
A partire da questo sguardo 
il cristiano trova la strada del suo vivere e del suo amare.


Benedetto XVI




Dal Vangelo secondo Matteo 5,43-48.

Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.


IL COMMENTO




La perfezione è un amore che non è di questo mondo. E' l'amore che giunge sino al nemico. Ma chi è il nemico? Buona domanda. Le anime belle diranno che non hanno nemici. Ingannandosi. Niente pacifismo, e neanche non-violenza, che si traduce in un altro tipo di violenza, immancabilmente. Niente sfilate, niente manifestazioni, niente bandiere arcobaleno, ma amore. Amore crocifisso, la vita donata, senza riserve. Sant’Agostino ci insegna che "la misura dell’amore è amare senza misura", ossia infinitamente, come ama Dio. L'amore manifestato in Cristo. L'amore che non resiste al male, che non fa calcoli, che, paziente, si lascia tradire, insultare, disprezzare. L'amore che non cerca il proprio interesse, o gratificazioni e gratitudine. L'amor puro che ama perchè ama. E basta. E' un amore che non è di questo mondo, non ci appartiene per natura.


Scriveva H. De Lubac: "L'umanesimo cristiano deve essere un umanesimo convertito. Nessun amore naturale può esistere senza l'irruzione nel soprannaturale. Ci si deve perdere per trovarsi. Dialettica spirituale, la cui inesorabilità si impone all'umanità come al singolo, vale a dire sia al mio amore per l'uomo come al mio amore per me stesso. Legge dell'exodus, legge dell'exstasis" (H. De Lubac, Katholizismus als Gemeinshaft). L'amore che ci annuncia oggi il Signore è dunque l'amore pasquale, che passa attraverso la Croce per esplodere nella risurrezione, l'esodo che conduce all'estasi, la visione del Cielo, la visione di Cristo risuscitato.


E' l'esperienza di Santo Stefano, inginocchiato in un amore che è esattamente quello di Gesù: sotto i colpi della lapidazione, il cuore di Stefano, ricolmo di Cristo, traboccante del suo amore, schiude i suoi occhi alla contemplazione del compimento. Nel martirio, nell'amore ai suoi persecutori egli è già nel Cielo. La preghiera per i nemici conduce lo sguardo di Stefano al volto di Cristo risuscitato alla destra del Padre. E' il Cielo in terra e la terra in Cielo. Per questo l'amore al nemico e' un dono celeste, non può essere un frutto degli sforzi umani. Non si colora dell'indifferenza con la quale, indossando sorrisi e compromessi di tolleranza, crediamo di risolvere i problemi. No. In certe situazioni, quando appare il nemico, si può solo amare.


La moglie, il marito, i figli, sì proprio i figli, i colleghi, i condomìni, i parenti, gli amici, quando cercano di invadere i nostri territori si tramutano in nemici. Quando l'altro parte alla conquista delle nostre idee, dei nostri schemi, delle nostre certezze, delle decisioni, del tempo, del denaro, dei nostri diritti. Ecco, decine di volte al giorno ci imbattiamo nei nemici, spesso con i soliti nemici, e si finisce con il divorziare, giuridicamente o solo nel cuore, e, comunque, si spezza qualcosa, perchè ci è impossibile amare oltre la morte che l'altro, diventatoci nemico, spesso solo con la presenza, ci procura. Come potremo amare allora? Come potremo essere perfetti, cioè felici, realizzati, compiuti, secondo il senso etimologicamente più profondo della parola che appare nel Vangelo? La perfezione è innanzi tutto non mancare di nulla.


Solo chi è perfetto davvero, cioè colmo d'amore, può amare. Solo chi ha conosciuto il Buon Pastore che nulla fa mancare alle sue pecore, può vivere senza difendere nulla, perchè la vita che riceve è eterna, non può finire. Anche se strappata non si esaurisce. Perfetto è il figlio che confida in suo padre, nella certezza che mai gli farà mancare qualcosa. Perfetto è Gesù, il Figlio che possiede tutto quello che è di suo Padre. Per questo ama, dona la sua vita ancr prima che qualcuno gliela tolga. Nei discorsi di Gesù il Padre appare come la fonte di ogni bene, come il criterio di misura dell'uomo divenuto retto («perfetto»): «Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni...» (Mt 5,44s). «L'amore sino alla fine» (cfr. Gv 13,1), che il Signore ha portato a compimento sulla croce pregando per i suoi nemici, ci mostra la natura del Padre: Egli è questo Amore. Poiché Gesù lo pratica, Egli è totalmente «Figlio» e ci invita a diventare a nostra volta «figli» - a partire da questo criterio" (Benedetto XVI).


Perfetti sono i figli nel Figlio, i cristiani che tutto ricevono dal Padre, la pienezza della vita, della pace, della felicità. Ancora Benedetto XVI ci aiuta a comprendere, attraverso le parole dell'Enciclica "Deus caritas est": "Egli per primo ci ha amati e continua ad amarci per primo; per questo anche noi possiamo rispondere con l'amore. Dio non ci ordina un sentimento che non possiamo suscitare in noi stessi. Egli ci ama, ci fa vedere e sperimentare il suo amore e, da questo « prima » di Dio, può come risposta spuntare l'amore anche in noi.... Si rivela così possibile l'amore del prossimo nel senso enunciato dalla Bibbia, da Gesù. Esso consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Questo può realizzarsi solo a partire dall'intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest'altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico. Al di là dell'apparenza esteriore dell'altro scorgo la sua interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione, che io non faccio arrivare a lui soltanto attraverso le organizzazioni a ciò deputate, accettandolo magari come necessità politica. Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all'altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno".


Ecco, l'amore è un dono di Dio che possiamo sperimentare in ogni istante della nostra vita. E- la libertà autentica, che non ingabbia i rapporti nelle regole di una misera economia dei sentimenti. L'eros dei pagani è passione, è sentimento che si esaurisce nel perimetro del contraccambio, che evapora quando l'altro non corrisponde al nostro affetto secondo quanto ci aspettiamo. L'amore di Dio è un amore che non calcola, non progetta: Dio ama e basta. Anche ora, che siamo nemici di Dio, nei pensieri, nelle parole, negli sguardi. Riflettiamo bene, cosa abbiamo pensato di quel collega? Come abbiamo guardato quella ragazza sull'autobus? E potremmo continuare. E Dio? Dio ci ama, ci perdona, di dona la sua vita. Ci dona Cristo, ora, completamente, perfettamente. Accoglierlo giorno per giorno è compiere questo Vangelo. E' la perfezione dell'amore, essere uno con Gesù. Semplicemente, perchè si compia in noi lo straordinario per il quale siamo nati: l'amore celeste compiuto nella nostra debolezza. Amare straordinariamente il marito, la moglie, i figli, il fidanzato, l'amico. Straordinariamente, oltre i confini dell'ordinario: l'amore sino alla fine dell'altro, dove termina la sua dolcezza, la sua simpatia, la sua bellezza e iniziano i difetti, l'insopportabilità, i peccati. Amare sino a dove ci ha amato Dio, perchè in quell'amore siamo stati uniti a Lui indissolubilmente, per sempre. L'amore che, come pioggia, scende sull'altro, sia come sia, che sorge come sole di giustizia ogni giorno; amore che si fa preghiera che intercede desiderando il bene autentico dell'altro, l'incontro decisivo ed eterno con Cristo.  




Gregorio di Narek (circa 944 - vers 1010), monaco e poeta armeno
Libro di preghiere, n° 74 ; SC 78, 389

« Perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni »


Tanti sono i miei debiti, al di sopra di ogni numero,
eppure non sono tanto sorprendenti quanto la tua misericordia.
Molti sono i miei peccati,
eppure saranno sempre pochi, in confronto al tuo perdono...
Cosa potrà fare un pò di tenebra
alla tua luce divina?
Come può un po' di oscurità rivaleggiare
con i tuoi raggi, tu che sei grande!
Come la concupiscenza del mio corpo fragile
potrà essere paragonata
con la Passione della tua croce?
Che sembianze possono avere
agli occhi della tua bontà, o Onnipotente,
i peccati dell’universo intero?
Ecco che essi sono... come una bolla di acqua
che per la tua pioggia abbondante,
scompare subito...

Tu doni il sole
ai cattivi e ai buoni,
e fai piovere per ambedue senza distinzione.
Per gli uni la pace è grande a motivo dell’attesa della ricompensa;...
Ma a coloro che hanno preferito la terra
perdoni per misericordia:
dai anche a loro un rimedio di vita, insieme con i primi;
aspetti sempre che tornino a te.


Sant’Ilario di Poitiers (circa 315-367), vescovo, dottore della Chiesa
Su Matteo, IV, 27 ; SC 254, 149


« Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste »

“Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico...” La legge infatti, esigeva l’amore per il prossimo e lasciava la libertà di odiare il nemico. La fede prescrive di amare i nemici. Con il sentimento universale della carità, essa spezza i moti di violenza che sono nel cuore dell’uomo, non soltanto impedendo all’ira di vendicarsi, ma anche placandola fino al punto di farci amare colui che ha torto. Amare coloro che vi amano spetta ai pagani, e tutti hanno affetto per coloro che gliene manifestano. Cristo ci chiama dunque a vivere in quanto figli di Dio e ad imitare Colui che, con la venuta del suo Cristo, concede ai buoni come ai colpevoli il sole e la pioggia, nei sacramenti del battesimo e dello Spirito. Così ci forma alla vita perfetta con il legame della bontà verso tutti, chiamandoci ad imitare il Padre nel cielo che è perfetto.
Sant'Isacco Siriano (7o secolo), monaco nella regione di Ninive (nell'Iraq attuale)
Discorsi ascetici, 1a parte , n° 60




« Fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni »

Annuncia la bontà di Dio. Infatti nonostante tu sia indegno, egli ti guida, e mentre tu gli devi tutto, non reclama nulla da te. E per aver fatto delle piccole cose, ti dà in cambio grandi cose. Non limitarti a chiamare dunque Dio semplicemente giusto. Poiché non è in rapporto a ciò che fai tu che egli rivela la sua giustizia. Se Davide lo chiama giusto e retto (Sal 32,5), il Figlio suo ci ha rivelato che piuttosto egli è buono e mite: «Egli è benevolo verso gl'ingrati e i malvagi» (Lc 6,35).
Come puoi fermarti alla semplice giustizia di Dio, quando leggi il capitolo sulla paga degli operai? «Amico, non ti faccio torto; io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te. Sei invidioso perché io sono buono?» (Mt 20,13-15). Come possiamo dire semplicemente che Dio è giusto quando leggiamo nel capitolo del figlio prodigo che ha dissipato la ricchezza del padre vivendo da dissoluto, come alla sola compunzione mostrata dal figlio, il padre gli corse incontro, gli si gettò al collo e gli diede ogni potere su tutta la sua ricchezza (Lc 15,11s)? Tutto ciò non ci viene detto da uno qualunque di cui poter dubitare, ma proprio il Figlio suo rende in prima persona questa testimonianza a Dio. Dov'è la giustizia di Dio? Non è forse in questo «mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8)? Se Dio si mostra compassionevole quaggiù, crediamo che lo è da sempre.



Lunedì della XI settimana del Tempo Ordinario



Cristo, che è il nuovo Adamo, 
proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore 
svela anche pienamente l’uomo all’uomo 
e gli fa nota la sua altissima vocazione.


Gaudium et spes, n. 22




Dal Vangelo secondo Matteo 5,38-42.

Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l'altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle. 



IL COMMENTO


Il Cielo, un anticipo di Cielo è questa Parola. Il cuore di Dio, ferito d’amore, la lancia del malvagio sin dentro il recesso più intimo, e sangue, e acqua, e vita e misericordia sgorganti senza posa. L’amore che ci ha creati liberi si è esposto alla morte, il suo corpo dinanzi al nostro male. E guance, e dorso, e tunica, tutto offerto, senza condizioni; e miglia straziate sotto una croce. E l’amore implorato, esigito, strappato. Il suo dono intrecciato alla nostra concupiscenza. Volevamo amore, vita, rispetto, vendetta, giustizia. Abbiamo trovato il suo volto impregnato di sangue, le sue braccia distese sul mondo, le sue mani e i Suoi piedi trapassati dal ferro. Il Suo cuore squarciato d’amore. Vomitavamo peccato, ci ha donato il perdono. Non ha volto le spalle al nostro dolore violento, ci ha dato se stesso. Ed è in questo amore che siamo stati eletti e chiamati

Per comprendere il brano del Vangelo di oggi, insieme a quello di domani il cuore del discorso della montagna, dobbiamo andare ad un passo della Prima Lettera di San Pietro:



"E` una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente; che gloria sarebbe infatti sopportare il castigo se avete mancato? Ma se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. 
A questo infatti siete stati chiamati

poichè anche Cristo patì per voi,

lasciandovi un esempio, perchè ne seguiate le orme: egli non commise peccato
e non si trovò inganno sulla sua bocca, oltraggiato non rispondeva con oltraggi,
e soffrendo non minacciava vendetta,
ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con
giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo
sul legno della croce,
perchè, non vivendo più per il peccato,
vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti.
Eravate erranti come pecore,
ma ora siete tornati al pastore
e guardiano delle vostre anime" . (1 Pt. 2, 19-25)


Non si possono comprendere le parole di Gesù senza aver conosciuto Cristo, senza avere l'esperienza profonda del suo amore che ha preso e perdonato i nostri peccati; senza aver conosciuto, concretamente, le sue piaghe, ed esserne stati guariti. Il Discorso della montagna è una follia per chi continua ad errare come pecora senza pastore. Ma se davvero abbiamo gustato quanto è buono il Signore, scopriamo nella chiamata che ci ha raggiunti l'essenza del Vangelo. Anche le parole di oggi sono una Buona Notizia, una chiamata che ci coinvolge. In greco il termine Kaleo - chiamare, esprime innanzi tutto il significato di nominare, di dare un nome; spesso nella Scrittura nominare significa dare una nuova esistenza a chi è stato scelto da Dio: Giacobbe si chiamerà Israele, perchè ha conosciuto la propria debolezza e si appoggerà in Dio. Le profezie dell'Antico Testamento riferiscono del Nome nuovo che il Signore darà al suo Popolo, a Gerusalemme. Anche oggi, negli ordini religiosi, si suole scegliere un nome diverso da quello ricevuto alla nascita, a significare la nuova vita abbracciata.

Ma è al rito del Battesimo che occorre risalire per comprendere quanto la chiamata sia legata all'imposizione del nome. E' nella rinascita battesimale che un cristiano riceve dignità ed esistenza. La natura che conferisce il battesimo lega indissolubilmente quel nome ricevuto nel rito al nome di Cristo. Per questo, nella chiamata originaria, quella battesimale, si radicano le chiamate particolari, al presbiterato, alla vita consacrata, al matrimonio. Ma qualunque sia la vocazione attraverso la quale Dio ha pensato per ciascuno la vita su questo mondo, vi è una chiamata comune, un' origine e una fonte dalla quale tutte prendono vita. E' la chiamata ad essere cristiani, cioè di Cristo. La chiamata che ci unisce a Lui, che ci fa alter Christus in ogni istante della nostra vita: la chiamata ad essere santi. E' al battesimo dunque che occorre riandare, alla grazia che da esso scaturisce. Lo spiegava Benedetto XVI parlando di San Francesco al clero di Assisi: "Se oggi parliamo della conversione di Francesco, pensando alla radicale scelta di vita che egli fece da giovane, non possiamo tuttavia dimenticare che la sua prima "conversione" avvenne nel dono del Battesimo. La piena risposta che darà da adulto non sarà che la maturazione del germe di santità allora ricevuto. È importante che nella nostra vita e nella proposta pastorale prendiamo più viva coscienza della dimensione battesimale della santità. Essa è dono e compito per tutti i battezzati. A questa dimensione fece riferimento il mio venerato Predecessore, nella Lettera Apostolica Novo millennio ineunte, scrivendo: "Chiedere a un catecumeno: «Vuoi ricevere il battesimo?» significa al tempo stesso chiedergli: «Vuoi diventare santo?»" (n. 31). Il Battesimo, si dice in teologia, esprime un carattere indelebile. Questo carattere è Cristo: attraverso il catecumenato Egli è gestato, nel battesimo nasce e comincia a vivere nel cristiano.

Le parole del Vangelo di oggi sono un annuncio destinato a risvegliare il battesimo in ciascuno di noi. Esse esprimono la nostra natura più intima, quella divina. Non sono assolutamente una nuova legge da compiere. Tanto meno un moralismo esigito ai cristiani. Sono la Parola compiuta in coloro che sono di Cristo, che vivono in Lui: l'amore che descrivono è l'amore di Cristo che vive nei cristiani, secondo le parole di San Paolo: "Sono stato crocifisso con Cristo, e non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me" (Gal. 2,20). Possiamo allora chiederci se Cristo è davvero vivo in noi. O se, per il peccato, lo abbiamo imprigionato tra le parentesi della nostra volontà, dei nostri desideri, delle nostre concupiscenze. Davanti a questa Parola, ci scopriamo peccatori, bisognosi di conversione. Il battesimo ricevuto da piccoli è più simile ad un bonsai che ad un albero pieno di frutti. Dobbiamo convenire di avere bisogno di camminare ancora, e molto, nel cammino di fede che ci riporta alle acque del battesimo. 

Per questo oggi, prima di tutto, è il Signore che ci visita con il suo amore: Lui, oggi, non resiste a ciascuno di noi, alla nostra violenza, al male montante nei nostri cuori. E' Lui che porge l'altra guancia alla nostra sfida. Siamo noi che, con i pensieri, con le invidie, con i giudizi, schiaffeggiamo ancora il Signore sulla guancia destra, a significare la sfida a duello cui lo sottoponiamo. Infatti, a pensarci bene, per dare uno schiaffo sulla guancia destra occorre darlo di manrovescio: è il gesto della sfida a duello, quello che compare in tanti film, il gesto di gettare il guanto: Gesù oggi non resiste a chi, come ciascuno di noi, lo vuole trascinare in un duello per ottenere giustizia, per lavare nel sangue il tradimento che crediamo ci abbia fatto non compiendo le nostre volontà. Non resiste, si lascia uccidere e lava nel sangue, ancora una volta, i nostri peccati. E' ancora Gesù che oggi si lascia citare in giudizio e si lascia spogliare di tutto, della sua stessa vita, rappresentata dal mantello e dalla tunica, unici beni inalienabili dei poveri, secondo la legge dell'Antico Testamento. Sì, Gesù non si appella alla Legge, alla stessa Legge di Dio, e si lascia prendere ciò che è suo, il suo diritto, la sua veste, necessaria per vivere. Morirà anche oggi nudo sulla Croce, consegnato ai nostri delitti che lo spogliano del suo amore. Per la sua nudità saremo anche oggi rivestiti della sua misericordia. E' ancora Gesù che accetterà l'ingiustizia di percorrere un miglio in più, qualcosa di impensabile secondo la Legge che stabiliva in meno di un miglio il limite massimo del lavoro permesso; uno sforzo sovrumano, destinato alla morte.



E' Lui che accetta l'ingiustizia, l'ultimo posto, il lavoro che spetterebbe a noi, il sacrificio, il dono d'amore che noi non possiamo compiere. Anche oggi si carica dei nostri pesi, perchè noi si possa  sperimentare il giogo leggero del suo amore. E' Lui che ci dona tutto quel chiediamo, senza sperarne nulla, sapendo di aver gettato la sua vita in mano a degli increduli e a degli ingrati. Anche oggi il Signore viene a ciascuno di noi con il suo perdono, l'ennesima possibilità di sperimentare la Grazia del battesimo, il perdono e la rinascita ad una vita nuova. Il Vangelo di oggi allora ci mostra innanzi tutto l'opera di Dio per ciascuno di noi: nelle parole di Gesù possiamo vedere l'acqua del battesimo, il suo amore infinito capace di purificare ogni nostra malvagità, e di ricrearci in Lui.



Sperimentare oggi questo Vangelo significa essere trasformati in esso, immersi in ciascuna di questa Parola che ci chiama ancora oggi, che ci dà il nome nuovo che risplende nell'amore che ne è descritto. Anche oggi, un passo in più nel cammino alla completa identificazione con Cristo. Lasciamoci amare allora, anche oggi, per essere trasformati, ancora un pochino in più, nello stesso amore che si dona a noi senza riserve.




San Silvano (1886-1938), monaco ortodosso
Scritti spirituali

« Non opporsi al malvagio »

Ci sono degli uomini che augurano ai loro nemici e ai nemici della Chiesa le pene e i tormenti del fuoco eterno. Non conoscono l’amore di Dio quando pensano così. Chi ha in sé l’amore e l’umiltà di Cristo piange e prega per tutti.
Signore, così come hai pregato per i tuoi nemici, insegnaci per il tuo Santo Spirito, ad amarli e a pregare per loro con lacrime. Tuttavia questo è molto difficile per noi, peccatori, se la tua grazia non è con noi !…
Se la grazia dello Spirito Santo abita il cuore di un uomo, anche se in una misura infima, quest’uomo piange per tutti gli uomini. Ha pietà più ancora di quelli che non conoscono Dio o che resistono a lui. Prega per loro giorno e notte affinchè si convertano e riconoscano Dio. Il Cristo pregava per quelli che lo crocifiggevano : « Padre, perdonali, perchè non sanno quello che fanno » (Lc 23, 34). Anche Stefano pregava per i suoi persecutori affinchè Dio non imputasse loro questo peccato (At 7, 60)… Bisogna pregare per i nostri nemici se vogliamo conservare la grazia, perchè chi non ha compassione del peccatore, non ha in sè la grazia del Santo Spirito. Lode e grazia a Dio e alla sua grande misericordia, perchè egli ha concesso, a noi uomini, la grazia dello Spirito Santo.


Santa Teresa del Bambin Gesù (1873-1897), carmelitana, dottore della Chiesa
Poesie « Vivere di amore » et « Perché ti amo, o Maria »

« Tu lascia anche il mantello »

Vivere di amore, è dare senza misura
Senza esigere il compenso quaggiù.
Ah! Senza contare io dono, essendo sicura
Che chi ama non conta!
Al Cuore divino, traboccante di tenerezza,
ho dato tutto... leggera corro
non ho più nulla se non la mia sola ricchezza:
Vivere di amore.

Vivere di amore, è bandire ogni paura,
ogni ricordo delle colpe passate.
Dei miei peccati non vedo alcun’impronta,
In un istante l’amore ha bruciato tutto!
Fiamma divina, o dolcissima fornace,
nel tuo fuoco ho stabilito la mia dimora.
Nelle tue fiamme io canto a mio agio (cf Dn 3,51):
“Vivo di amore!”...

“Vivere di amore, che strana follia!”
Mi dice il mondo. “Ah! Smetti di cantare,
Non perdere i tuoi profumi, la tua vita:
Sappi usarli utilmente”
Amarti, Gesù, che perdita feconda!
Tutti i miei profumi sono tuoi, per sempre,
Voglio cantare quando uscirò da questo mondo:
“Muoio di amore!”

Amare, è dare tutto e dare se stesso.


Sant'Ireneo di Lione (circa130-circa 208), vescovo, teologo e martire
Contro le eresie, IV, 13, 3 ; SC 100, 531





« La legge perfetta della libertà » (Gc 1,25)

«A chi ti leva il mantello, dice Cristo, non rifiutare la tunica; dà a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Lc 6, 30-31). Per cui non ci rattristeremo come qualcuno che sia stato spossessato suo malgrado, bensì ci rallegreremo come qualcuno che ha dato di buon cuore, poiché così avremo fatto un dono gratuito al prossimo, invece di aver subito un torto. «E, dice, se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due». In questo modo, non lo seguiremo come uno schiavo, ma lo precederemo da uomo libero. In ogni cosa dunque, Cristo ti invita a renderti utile al tuo prossimo, non tenendo conto della sua malvagità, ma spingendo la tua bontà al suo culmine. Ci invita così a renderci simili al Padre nostro «che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e gli ingiusti» (Mt 5,45).
Tutto questo non ci viene proposto da qualcuno che avesse abolito la Legge, bensì di colui che la compie e la amplia per noi (Mt 5,17). Il servizio della libertà è un servizio maggiore; il nostro liberatore ci propone una sottomissione e una devozione più profonda a suo riguardo. Non ci ha infatti liberati dalle costrizioni della Legge antica perché ci distaccassimo da lui... bensì perché, ricevuta una grazia più abbondante, lo amassimo maggiormente e, avendolo amato maggiormente, ricevessimo da lui una gioia più grande, quando saremo per sempre davanti al Padre suo.




Sabato della I settimana di Quaresima



Chi accoglie il Signore nella propria vita 
e lo ama con tutto il cuore è capace di un nuovo inizio. 
Riesce a compiere la volontà di Dio: 
realizzare una nuova forma di esistenza 
animata dall’amore e destinata all’eternità. 
Se siamo veramente consapevoli di questa realtà, 
e la nostra vita ne viene profondamente plasmata, 
allora la nostra testimonianza diventa chiara, 
eloquente ed efficace. 
Un autore medievale ha scritto: 
«Quando l’intero essere dell’uomo si è, per così dire, 
mescolato all’amore di Dio
allora lo splendore della sua anima si riflette anche nell’aspetto esteriore» 
(Giovanni Climaco, Scala Paradisi).

Benedetto XVI, Angelus del 20 febbraio 2012




Mt 5,43-48 


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. 
Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 
Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”.


IL COMMENTO


Perfezionismo? No assolutamente. La perfezione cristiana, la parola che incontriamo nel vangelo di oggi, è piuttosto il "compimento". Perfetto è colui che è compiuto. "Tutto è compiuto". Sulla Croce. Lì il Signore ha potuto pronunciare queste parole. Il Vangelo di Giovanni cristallizza in un'immagine il compimento: Gesù che si china a lavare i piedi ai Suoi discepoli, amati sino alla fine, letteralmente, sino al compimento. La vita offerta quale perdono. E il perdono è un corpo crocifisso. Il Suo corpo benedetto. La perfezione è distesa tra due braccia aperte in un abbraccio misericordioso. La perfezione sgorga da un cuore squarciato per amore. La Sua vita zampillante sui nostri peccati. Amore allo stato purissimo. Raffinato nel crogiuolo della sofferenza. Vino pigiato nel tino della storia. Ai piedi dei nemici, servo dei malvagi, ultimo dietro l'ultimo uomo. In fondo, alle spalle del peggiore della storia, del più sanguinario, del più abietto. Ultimo per rovesciare la fila, dietrofront!, e gli ultimi, i peccatori, siano i primi, dietro il primo che ha vinto la morte e il peccato ed è entrato trionfante nel Paradiso. L'ultimo, il ladrone crocifisso accanto a Gesù, il primo dietro di Lui: "Oggi sarai con me in paradiso". 


Il mondo - e noi nel mondo - condanna e giustizia ogni nemico. Nel mondo si muove guerra al nemico. Sino all'annientamento. Ma Lui ci dice di amarlo il nemico, e la Sua Parola è verità. E' realtà. Già qui ed ora si compie in noi, nemici di Dio intenti, ogni giorno, ad ammazzare i nemici, smarrendo per via pazienza, perdono e amore. Noi, obesi di malvagità, amati e riamati infinitamente. La nostra vita perduta, riscattata e compiuta nel Suo perdono. Le Sue braccia aperte sono anche oggi il nostro rifugio, la nostra perfezione. Siamo dunque perfetti, compiuti solo nascosti tra le Sue ferite d'amore. "È lì che questa verità può essere contemplata. E partendo da lì deve ora definirsi che cosa sia l'amore. A partire da questo sguardo il cristiano trova la strada del suo vivere e del suo amare" (Benedetto XVI, Deus caritas est n.12). Trafitti dalla Sua misericordia diventiamo noi stessi le Sue ferite aperte sul mondo, segno di salvezza, vita e perdono per ogni uomo. Le nostre piaghe quotidiane unite alle Sue piaghe sono la perfezione che salva il mondo. Disprezzati, rifiutati, insultati, derisi, licenziati, trattati ingiustamente sul lavoro, e poi da mogli e mariti, suocere, figli, nipoti, nuore e generi. Lì, inchiodati alla nostra croce siamo perfetti. Laddove nessuno saluta, laddove si cela il sole e si trafuga la pioggia, laddove il mondo cancella gli ingiusti, i figli del Padre celeste offrono la vita, gratuitamente, senza sperare nulla. Laddove il mondo odia, i discepoli dell'Amore amano. La nostra vita è così compiuta sulla Croce, Crocifissi con Lui. "Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono. Certo, l'uomo può — come ci dice il Signore — diventare sorgente dalla quale sgorgano fiumi di acqua viva (cfr Gv 7, 37-38). Ma per divenire una tale sorgente, egli stesso deve bere, sempre di nuovo, a quella prima, originaria sorgente che è Gesù Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l'amore di Dio (cfr Gv 19, 34)" (Benedetto XVI, Deus caritas est n.7). E' Lui vivo in noi ad amare ogni uomo, scende in noi all'ultimo posto, servo di questa generazione per aprire il Cielo ad ogni nemico, nel Suo sangue trasformato in amico. Di più, ogni nemico è fratello agli occhi di Cristo. Come lo siamo stati noi, appena un secondo fa... O Ieri. O lo saremo domani. 


"Allora imparo a guardare quest'altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico. Al di là dell'apparenza esteriore dell'altro scorgo la sua interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione... Io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all'altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno" (Benedetto XVI, Deus caritas est n.18). Gli occhi di Dio, che ama tutti donando a tutti il necessario, senza distizione alcuna, sono gli occhi di Gesù posati su questa umanità attraverso i nostri stessi occhi. Lo sguardo d'amore che ha folgorato Matteo, che tutti ci ha coinvolto in un cammino di conversione e di gioia. La quaresima ne è un paradigma, il segno dell'opera di Dio in ciascuno di noi: l'amore che polverizza il vecchio cuore di pietra per donarci un cuore di carne. Il cuore di Cristo. La nostra vita è così trasformata nella Pasqua dei nemici divenuti fratelli. Di Cristo, Suoi coeredi, figli dello stesso Padre, figli della misericordia.




Benedetto XVI. Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro. 
Angelus del 20 febbraio 2011




Cari fratelli e sorelle!


In questa settima domenica del Tempo Ordinario, le letture bibliche ci parlano della volontà di Dio di rendere partecipi gli uomini della sua vita: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» - si legge nel Libro del Levitico (19,1). Con queste parole, e i precetti che ne conseguono, il Signore invitava il popolo che si era scelto ad essere fedele all’alleanza con Lui camminando sulle sue vie e fondava la legislazione sociale sul comandamento «amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv 19,18). Se ascoltiamo, poi, Gesù, nel quale Dio ha assunto un corpo mortale per farsi prossimo di ogni uomo e rivelare il suo amore infinito per noi, ritroviamo quella stessa chiamata, quello stesso audace obiettivo. Dice, infatti, il Signore: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Ma chi potrebbe diventare perfetto? La nostra perfezione è vivere con umiltà come figli di Dio compiendo concretamente la sua volontà. San Cipriano scriveva che «alla paternità di Dio deve corrispondere un comportamento da figli di Dio, perché Dio sia glorificato e lodato dalla buona condotta dell’uomo» (De zelo et livore, 15: CCL 3a, 83).
In che modo possiamo imitare Gesù? Gesù stesso dice: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,44-45). Chi accoglie il Signore nella propria vita e lo ama con tutto il cuore è capace di un nuovo inizio. Riesce a compiere la volontà di Dio: realizzare una nuova forma di esistenza animata dall’amore e destinata all’eternità. L’apostolo Paolo aggiunge: «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (1 Cor 3,16). Se siamo veramente consapevoli di questa realtà, e la nostra vita ne viene profondamente plasmata, allora la nostra testimonianza diventa chiara, eloquente ed efficace. Un autore medievale ha scritto: «Quando l’intero essere dell’uomo si è, per così dire, mescolato all’amore di Dio, allora lo splendore della sua anima si riflette anche nell’aspetto esteriore» (GIOVANNI CLIMACO, Scala Paradisi, XXX: PG 88, 1157 B), nella totalità della vita. «Grande cosa è l’amore – leggiamo nel libro dell’Imitazione di Cristo –, un bene che rende leggera ogni cosa pesante e sopporta tranquillamente ogni cosa difficile. L’amore aspira a salire in alto, senza essere trattenuto da alcunché di terreno. Nasce da Dio e soltanto in Dio può trovare riposo» (III, V, 3).
Cari amici, dopodomani, 22 febbraio, celebreremo la festa della Cattedra di San Pietro. A lui, primo degli Apostoli, Cristo ha affidato il compito di Maestro e di Pastore per la guida spirituale del Popolo di Dio, affinché esso possa innalzarsi fino al Cielo. Esorto, pertanto, tutti i Pastori ad «assimilare quel "nuovo stile di vita" che è stato inaugurato dal Signore Gesù ed è stato fatto proprio dagli Apostoli» (Lettera Indizione Anno Sacerdotale). Invochiamo la Vergine Maria, Madre di Dio e della Chiesa, affinché ci insegni ad amarci gli uni gli altri e ad accoglierci come fratelli, figli dello stesso Padre celeste.




Venerdì della I settimana di Quaresima. Approfondimenti




Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorso 211, 5-6 ; SC 116, p. 169

« Va' prima a riconciliarti con il tuo fratello »

Fratelli, mi rivolgo a tutti voi perché, trovandoci in questi giorni sacri [della Quaresima], non rimangano in piedi le vostre discordie... Forse state parlando nella vostra mente e vi state dicendo : « Vorrei mettermi d'accordo, ma è lui che mi ha offeso... e tuttavia non vuol chiedermi perdono ». Che cosa dirò a costui ?... Bisogna stabilire tra di voi alcuni pacieri.... Tu devi semplicemente essere pronto a perdonargli, proprio pronto a perdonargli con tutto il cuore. Se sei disposto a perdonare, hai già perdonato.
Ma hai ancora una cosa che puoi fare : pregare ; prega per lui, perché ti chieda perdono ; poiché sai che va a suo danno se non lo chiede, prega per lui affinché lo chieda. Dì al Signore nella tua preghiera : « Signore, sai che non ho fatto niente contro quel mio fratello ... e che il suo peccato nei miei confronti danneggerebbe lui se non mi chiede perdono. Quanto a me ti chiedo di cuore di perdonargli ».
Ecco ciò che dovete fare per essere in pace con i vostri fratelli... affinché tutti possiamo far Pasqua con coscienza tranquilla, possiamo celebrare serenamente la passione di colui che, pur non dovendo niente a nessuno, ha saldato il debito al posto dei debitori ; parlo del Signore Gesù Cristo il quale non ha fatto torto a nessuno eppure, per così dire, il mondo intero si è scagliato contro di lui. E invece di esigere gravi punizioni ha promesso dei premi... Abbiamo lui come testimone nei nostri cuori : se abbiamo mancato contro qualcuno, chiediamogli perdono con cuore sincero ; se un altro ha mancato nei nostri confronti, siamo pronti a concedere perdono e preghiamo per i nostri nemici.

Benedetto XVI. La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo.
Messaggio per la Quaresima 2010

Cari fratelli e sorelle,
Quest’anno vorrei proporvi alcune riflessioni sul vasto tema della giustizia, partendo dall’affermazione paolina: La giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22).

Giustizia: “dare cuique suum”

Mi soffermo in primo luogo sul significato del termine “giustizia”, che nel linguaggio comune implica “dare a ciascuno il suo - dare cuique suum”, secondo la nota espressione di Ulpiano, giurista romano del III secolo. In realtà, però, tale classica definizione non precisa in che cosa consista quel “suo” da assicurare a ciascuno. Ciò di cui l’uomo ha più bisogno non può essergli garantito per legge. Per godere di un’esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa di più intimo che può essergli accordato solo gratuitamente: potremmo dire che l’uomo vive di quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo creato a sua immagine e somiglianza. Sono certamente utili e necessari i beni materiali – del resto Gesù stesso si è preoccupato di guarire i malati, di sfamare le folle che lo seguivano e di certo condanna l’indifferenza che anche oggi costringe centinaia di milioni di essere umani alla morte per mancanza di cibo, di acqua e di medicine -, ma la giustizia “distributiva” non rende all’essere umano tutto il “suo” che gli è dovuto. Come e più del pane, egli ha infatti bisogno di Dio. Nota sant’Agostino: se “la giustizia è la virtù che distribuisce a ciascuno il suo... non è giustizia dell’uomo quella che sottrae l’uomo al vero Dio” (De civitate Dei, XIX, 21).

Da dove viene l’ingiustizia?

L’evangelista Marco riporta le seguenti parole di Gesù, che si inseriscono nel dibattito di allora circa ciò che è puro e ciò che è impuro: “Non c'è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro... Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male” (Mc 7,14-15.20-21). Al di là della questione immediata relativa al cibo, possiamo scorgere nella reazione dei farisei una tentazione permanente dell’uomo: quella di individuare l’origine del male in una causa esteriore. Molte delle moderne ideologie hanno, a ben vedere, questo presupposto: poiché l’ingiustizia viene “da fuori”, affinché regni la giustizia è sufficiente rimuovere le cause esteriori che ne impediscono l’attuazione. Questo modo di pensare - ammonisce Gesù - è ingenuo e miope. L’ingiustizia, frutto del male, non ha radici esclusivamente esterne; ha origine nel cuore umano, dove si trovano i germi di una misteriosa connivenza col male. Lo riconosce amaramente il Salmista: “Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre” (Sal 51,7). Sì, l’uomo è reso fragile da una spinta profonda, che lo mortifica nella capacità di entrare in comunione con l’altro. Aperto per natura al libero flusso della condivisione, avverte dentro di sé una strana forza di gravità che lo porta a ripiegarsi su se stesso, ad affermarsi sopra e contro gli altri: è l’egoismo, conseguenza della colpa originale. Adamo ed Eva, sedotti dalla menzogna di Satana, afferrando il misterioso frutto contro il comando divino, hanno sostituito alla logica del confidare nell’Amore quella del sospetto e della competizione; alla logica del ricevere, dell’attendere fiducioso dall’Altro, quella ansiosa dell’afferrare e del fare da sé (cfr Gen 3,1-6), sperimentando come risultato un senso di inquietudine e di incertezza. Come può l’uomo liberarsi da questa spinta egoistica e aprirsi all’amore?

Giustizia e Sedaqah

Nel cuore della saggezza di Israele troviamo un legame profondo tra fede nel Dio che “solleva dalla polvere il debole” (Sal 113,7) e giustizia verso il prossimo. La parola stessa con cui in ebraico si indica la virtù della giustizia, sedaqah, ben lo esprime. Sedaqah infatti significa, da una parte, accettazione piena della volontà del Dio di Israele; dall’altra, equità nei confronti del prossimo (cfr Es 20,12-17), in modo speciale del povero, del forestiero, dell’orfano e della vedova (cfr Dt 10,18-19). Ma i due significati sono legati, perché il dare al povero, per l’israelita, non è altro che il contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo. Non a caso il dono delle tavole della Legge a Mosè, sul monte Sinai, avviene dopo il passaggio del Mar Rosso. L’ascolto della Legge, cioè, presuppone la fede nel Dio che per primo ha ‘ascoltato il lamento’ del suo popolo ed è “sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto” (cfr Es 3,8). Dio è attento al grido del misero e in risposta chiede di essere ascoltato: chiede giustizia verso il povero (cfr Sir 4,4-5.8-9), il forestiero (cfr Es 22,20), lo schiavo (cfr Dt 15,12-18). Per entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire da quell’illusione di auto-sufficienza, da quello stato profondo di chiusura, che è l’origine stessa dell’ingiustizia. Occorre, in altre parole, un “esodo” più profondo di quello che Dio ha operato con Mosè, una liberazione del cuore, che la sola parola della Legge è impotente a realizzare. C’è dunque per l’uomo speranza di giustizia?

Cristo, giustizia di Dio

L’annuncio cristiano risponde positivamente alla sete di giustizia dell’uomo, come afferma l’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani: “Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio... per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. E’ lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue” (3,21-25).

Quale è dunque la giustizia di Cristo? E’ anzitutto la giustizia che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara, guarisce se stesso e gli altri. Il fatto che l’“espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé “la maledizione” che spetta all’uomo, per trasmettergli in cambio la “benedizione” che spetta a Dio (cfr Gal 3,13-14). Ma ciò solleva subito un’obiezione: quale giustizia vi è là dove il giusto muore per il colpevole e il colpevole riceve in cambio la benedizione che spetta al giusto? Ciascuno non viene così a ricevere il contrario del “suo”? In realtà, qui si dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da quella umana. Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante. Di fronte alla giustizia della Croce l’uomo si può ribellare, perché essa mette in evidenza che l’uomo non è un essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per essere pienamente se stesso. Convertirsi a Cristo, credere al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza - indigenza degli altri e di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia.

Si capisce allora come la fede sia tutt’altro che un fatto naturale, comodo, ovvio: occorre umiltà per accettare di aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene particolarmente nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Grazie all’azione di Cristo, noi possiamo entrare nella giustizia “più grande”, che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa aspettare.

Proprio forte di questa esperienza, il cristiano è spinto a contribuire a formare società giuste, dove tutti ricevono il necessario per vivere secondo la propria dignità di uomini e dove la giustizia è vivificata dall’amore.

Cari fratelli e sorelle, la Quaresima culmina nel Triduo Pasquale, nel quale anche quest’anno celebreremo la giustizia divina, che è pienezza di carità, di dono, di salvezza. Che questo tempo penitenziale sia per ogni cristiano tempo di autentica conversione e d’intensa conoscenza del mistero di Cristo, venuto a compiere ogni giustizia. Con tali sentimenti, imparto di cuore a tutti l’Apostolica Benedizione.


Benedetto XVI. L’intercessione di Abramo per Sodoma (Gen 18,16-33)
Catechesi del 18 maggio 2011
Cari fratelli e sorelle,

Il primo testo su cui vogliamo riflettere si trova nel capitolo 18 del Libro della Genesi; si narra che la malvagità degli abitanti di Sodoma e Gomorra era giunta al culmine, tanto da rendere necessario un intervento di Dio per compiere un atto di giustizia e per fermare il male distruggendo quelle città. È qui che si inserisce Abramo con la sua preghiera di intercessione. Dio decide di rivelargli ciò che sta per accadere e gli fa conoscere la gravità del male e le sue terribili conseguenze, perché Abramo è il suo eletto, scelto per diventare un grande popolo e far giungere la benedizione divina a tutto il mondo. La sua è una missione di salvezza, che deve rispondere al peccato che ha invaso la realtà dell’uomo; attraverso di lui il Signore vuole riportare l’umanità alla fede, all’obbedienza, alla giustizia. E ora, questo amico di Dio si apre alla realtà e al bisogno del mondo, prega per coloro che stanno per essere puniti e chiede che siano salvati.

Abramo imposta subito il problema in tutta la sua gravità, e dice al Signore: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?» (vv. 23-25). Con queste parole, con grande coraggio, Abramo mette davanti a Dio la necessità di evitare una giustizia sommaria: se la città è colpevole, è giusto condannare il suo reato e infliggere la pena, ma – afferma il grande Patriarca – sarebbe ingiusto punire in modo indiscriminato tutti gli abitanti. Se nella città ci sono degli innocenti, questi non possono essere trattati come i colpevoli. Dio, che è un giudice giusto, non può agire così, dice Abramo giustamente a Dio.

Se leggiamo, però, più attentamente il testo, ci rendiamo conto che la richiesta di Abramo è ancora più seria e più profonda, perché non si limita a domandare la salvezza per gli innocenti. Abramo chiede il perdono per tutta la città e lo fa appellandosi alla giustizia di Dio; dice, infatti, al Signore: «E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?» (v. 24b). Così facendo, mette in gioco una nuova idea di giustizia: non quella che si limita a punire i colpevoli, come fanno gli uomini, ma una giustizia diversa, divina, che cerca il bene e lo crea attraverso il perdono che trasforma il peccatore, lo converte e lo salva. Con la sua preghiera, dunque, Abramo non invoca una giustizia meramente retributiva, ma un intervento di salvezza che, tenendo conto degli innocenti, liberi dalla colpa anche gli empi, perdonandoli. Il pensiero di Abramo, che sembra quasi paradossale, si potrebbe sintetizzare così: ovviamente non si possono trattare gli innocenti come i colpevoli, questo sarebbe ingiusto, bisogna invece trattare i colpevoli come gli innocenti, mettendo in atto una giustizia “superiore”, offrendo loro una possibilità di salvezza, perché se i malfattori accettano il perdono di Dio e confessano la colpa lasciandosi salvare, non continueranno più a fare il male, diventeranno anch’essi giusti, senza più necessità di essere puniti.

È questa la richiesta di giustizia che Abramo esprime nella sua intercessione, una richiesta che si basa sulla certezza che il Signore è misericordioso. Abramo non chiede a Dio una cosa contraria alla sua essenza, bussa alla porta del cuore di Dio conoscendone la vera volontà. Certo Sodoma è una grande città, cinquanta giusti sembrano poca cosa, ma la giustizia di Dio e il suo perdono non sono forse la manifestazione della forza del bene, anche se sembra più piccolo e più debole del male? La distruzione di Sodoma doveva fermare il male presente nella città, ma Abramo sa che Dio ha altri modi e altri mezzi per mettere argini alla diffusione del male. È il perdono che interrompe la spirale del peccato, e Abramo, nel suo dialogo con Dio, si appella esattamente a questo. E quando il Signore accetta di perdonare la città se vi troverà i cinquanta giusti, la sua preghiera di intercessione comincia a scendere verso gli abissi della misericordia divina. Abramo - come ricordiamo - fa diminuire progressivamente il numero degli innocenti necessari per la salvezza: se non saranno cinquanta, potrebbero bastare quarantacinque, e poi sempre più giù fino a dieci, continuando con la sua supplica, che si fa quasi ardita nell’insistenza: «forse là se ne troveranno quaranta … trenta … venti … dieci» (cfr vv. 29.30.31.32). E più piccolo diventa il numero, più grande si svela e si manifesta la misericordia di Dio, che ascolta con pazienza la preghiera, l’accoglie e ripete ad ogni supplica: «perdonerò, … non distruggerò, … non farò» (cfr vv. 26.28.29.30.31.32).

Così, per l’intercessione di Abramo, Sodoma potrà essere salva, se in essa si troveranno anche solamente dieci innocenti. È questa la potenza della preghiera. Perché attraverso l’intercessione, la preghiera a Dio per la salvezza degli altri, si manifesta e si esprime il desiderio di salvezza che Dio nutre sempre verso l’uomo peccatore. Il male, infatti, non può essere accettato, deve essere segnalato e distrutto attraverso la punizione: la distruzione di Sodoma aveva appunto questa funzione. Ma il Signore non vuole la morte del malvagio, ma che si converta e viva (cfr Ez 18,23; 33,11); il suo desiderio è sempre quello di perdonare, salvare, dare vita, trasformare il male in bene. Ebbene, è proprio questo desiderio divino che, nella preghiera, diventa desiderio dell’uomo e si esprime attraverso le parole dell’intercessione. Con la sua supplica, Abramo sta prestando la propria voce, ma anche il proprio cuore, alla volontà divina: il desiderio di Dio è misericordia, amore e volontà di salvezza, e questo desiderio di Dio ha trovato in Abramo e nella sua preghiera la possibilità di manifestarsi in modo concreto all’interno della storia degli uomini, per essere presente dove c’è bisogno di grazia. Con la voce della sua preghiera, Abramo sta dando voce al desiderio di Dio, che non è quello di distruggere, ma di salvare Sodoma, di dare vita al peccatore convertito.

E’ questo che il Signore vuole, e il suo dialogo con Abramo è una prolungata e inequivocabile manifestazione del suo amore misericordioso. La necessità di trovare uomini giusti all’interno della città diventa sempre meno esigente e alla fine ne basteranno dieci per salvare la totalità della popolazione. Per quale motivo Abramo si fermi a dieci, non è detto nel testo. Forse è un numero che indica un nucleo comunitario minimo (ancora oggi, dieci persone sono il quorum necessario per la preghiera pubblica ebraica). Comunque, si tratta di un numero esiguo, una piccola particella di bene da cui partire per salvare un grande male. Ma neppure dieci giusti si trovavano in Sodoma e Gomorra, e le città vennero distrutte. Una distruzione paradossalmente testimoniata come necessaria proprio dalla preghiera d’intercessione di Abramo. Perché proprio quella preghiera ha rivelato la volontà salvifica di Dio: il Signore era disposto a perdonare, desiderava farlo, ma le città erano chiuse in un male totalizzante e paralizzante, senza neppure pochi innocenti da cui partire per trasformare il male in bene. Perché è proprio questo il cammino della salvezza che anche Abramo chiedeva: essere salvati non vuol dire semplicemente sfuggire alla punizione, ma essere liberati dal male che ci abita. Non è il castigo che deve essere eliminato, ma il peccato, quel rifiuto di Dio e dell’amore che porta già in sé il castigo. Dirà il profeta Geremia al popolo ribelle: «La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Renditi conto e prova quanto è triste e amaro abbandonare il Signore, tuo Dio» (Ger 2,19). È da questa tristezza e amarezza che il Signore vuole salvare l’uomo liberandolo dal peccato. Ma serve dunque una trasformazione dall’interno, un qualche appiglio di bene, un inizio da cui partire per tramutare il male in bene, l’odio in amore, la vendetta in perdono. Per questo i giusti devono essere dentro la città, e Abramo continuamente ripete: «forse là se ne troveranno …». «Là»: è dentro la realtà malata che deve esserci quel germe di bene che può risanare e ridare la vita. E’ una parola rivolta anche a noi: che nelle nostre città si trovi il germe di bene; che facciamo di tutto perché siano non solo dieci i giusti, per far realmente vivere e sopravvivere le nostre città e per salvarci da questa amarezza interiore che è l’assenza di Dio. E nella realtà malata di Sodoma e Gomorra quel germe di bene non si trovava.

Ma la misericordia di Dio nella storia del suo popolo si allarga ulteriormente. Se per salvare Sodoma servivano dieci giusti, il profeta Geremia dirà, a nome dell’Onnipotente, che basta un solo giusto per salvare Gerusalemme: «Percorrete le vie di Gerusalemme, osservate bene e informatevi, cercate nelle sue piazze se c’è un uomo che pratichi il diritto, e cerchi la fedeltà, e io la perdonerò» (5,1). Il numero è sceso ancora, la bontà di Dio si mostra ancora più grande. Eppure questo ancora non basta, la sovrabbondante misericordia di Dio non trova la risposta di bene che cerca, e Gerusalemme cade sotto l’assedio del nemico. Bisognerà che Dio stesso diventi quel giusto. E questo è il mistero dell’Incarnazione: per garantire un giusto Egli stesso si fa uomo. Il giusto ci sarà sempre perché è Lui: bisogna però che Dio stesso diventi quel giusto. L’infinito e sorprendente amore divino sarà pienamente manifestato quando il Figlio di Dio si farà uomo, il Giusto definitivo, il perfetto Innocente, che porterà la salvezza al mondo intero morendo sulla croce, perdonando e intercedendo per coloro che «non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Allora la preghiera di ogni uomo troverà la sua risposta, allora ogni nostra intercessione sarà pienamente esaudita.

Cari fratelli e sorelle, la supplica di Abramo, nostro padre nella fede, ci insegni ad aprire sempre di più il cuore alla misericordia sovrabbondante di Dio, perché nella preghiera quotidiana sappiamo desiderare la salvezza dell’umanità e chiederla con perseveranza e con fiducia al Signore che è grande nell’amore. Grazie.