Visualizzazione post con etichetta Quaresima. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Quaresima. Mostra tutti i post

Venerdì dopo le Ceneri


Il digiuno è racchiuso nell'immagine della Pietà: la Vergine Maria che, con l'anima trafitta dal dolore, contempla colma d'amore e speranza il corpo senza vita del suo Figlio. Lo guarda e vede oltre i sensi il suo ritorno vittorioso, senza che ciò le risparmi il dolore d'una madre di fronte alla morte di suo Figlio. In questa prospettiva comprendiamo come digiunare costituisca una condizione essenziale dell'esistenza, la forma concreta di vivere in pienezza la vita terrena, che è già e non ancora. Lo Sposo è con noi, ma, nello stesso tempo, non è qui, perché il compimento al quale siamo chiamati ci attende nel Cielo. La terra è un cammino, e la mancanza e il desiderio di pienezza si acuiscono nell'avvicinarsi alla meta: "Già presente nella sua Chiesa, il regno di Cristo non è tuttavia ancora compiuto «con potenza e gloria grande» (Lc 21,27) mediante la venuta del Re sulla terra. Questo regno è ancora insidiato dalle potenze inique, anche se esse sono già state vinte radicalmente dalla pasqua di Cristo. Fino al momento in cui tutto sarà a lui sottomesso, «fino a che non vi saranno i nuovi cieli e la terra nuova, nei quali la giustizia ha la sua dimora, la Chiesa pellegrinante, nei suoi sacramenti e nelle sue istituzioni, che appartengono all'età presente, porta la figura fugace di questo mondo, e vive tra le creature, le quali sono in gemito e nel travaglio del parto sino ad ora e attendono la manifestazione dei figli di Dio" (Catechismo della Chiesa cattolica). Per questo digiunare è inginocchiarsi dinanzi al Crocifisso e implorare il suo ritorno, nella consapevolezza che proprio la perseveranza nella carità - innanzi tutto l'annuncio del Vangelo in ogni tempo e luogo - è l'unica via per affrettare la sua venuta: nella fornace del mondo, infatti, siamo chiamati a vivere "nella santità della condotta e nella pietà, attendendo e affrettando la venuta del giorno di Dio" (2 Pt. 3,12). 



αποφθεγμα Apoftegma

Oggi, che si parla tanto di catecumenato,
non dobbiamo di nuovo riconoscere molto più seriamente
che il tempo del digiuno deve essere un catecumenato universale
in cui noi con la nostra vita ricuperiamo concretamente il nostro battesimo
o piuttosto facciamo in modo che la nostra vita ricuperi le esigenze del battesimo?

Joseph Ratzinger, in "Speranza di un granello di senape"




 
CATECHESI SUL DIGIUNO CRISTIANO







L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Matteo 9,14-15
In quel tempo, giunto Gesù all’altra riva del lago, nella regione dei Gadareni, gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: “Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?”. E Gesù disse loro: “Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno”.




LA SPOSA, COLMA DELLA CERTEZZA DELL'AMORE DELLO SPOSO, DIGIUNA PER SAZIARSI DELLA VOLONTA' DEL PADRE 



Il digiuno dei cristiani è amore e memoria, una novità che esprime il mistero della Chiesa; sposa e vedova allo stesso tempo essa esplode di gioia intorno alla mensa eucaristica, ma al suo culmine erompe in un grido di nostalgia e speranza: maranathà, vieni, ritorna Signore Gesù. Per questo, “mentre i discepoli di Giovanni e i farisei digiunano" per purificarsi, i discepoli di Gesù “non possono fare lutto”, ma gioiscono e, purificati dal suo sangue e per questo "invitati alle nozze" dell'Agnello, celebrano l’amore dello Sposo che li ha perdonati. E cominciano a digiunare quando, terminata la liturgia, uniti a Cristo si gettano nel mondo ad annunciare il Vangelo: "Ite, missa estIn questo saluto ci è dato di cogliere il rapporto tra la Messa celebrata e la missione cristiana nel mondo. Nell'antichità «missa» significava semplicemente «dimissione». Tuttavia nell'uso cristiano l'espressione si trasforma in «missione». Questo saluto esprime sinteticamente la natura missionaria della Chiesa" (Benedetto XVI). Come accadde il giorno dell’Ascensione che ha inaugurato i “giorni in cui lo Sposo è stato tolto" alla vista dei discepoli, dopo averli inviati in missione. Da quel giorno, mandati "nella regione dei Gadareni", immagine di ogni terra pagana, gli apostoli digiunano evangelizzando. Digiunano dai propri schemi, dai progetti e dalle aspettative, dalle sicurezze e dai successi, per abbandonarsi all'opera divina che guida e provvede alla missione. 


La vita degli apostoli è immersa in un digiuno di fama, onore, considerazione; vanno erranti, perseguitati, affamati, rifiutati, all’ultimo posto, come condannati a morte. Digiunano di tutto per amore a Cristo e a ogni uomo, nella memoria costante di Lui. Lo sanno bene i missionari che spesso si trovano nella completa solitudine ad annunciare il Vangelo in terra ostile e indifferente; come lo sanno i genitori alle prese con la crescita ribelle dei propri figli; lo sanno i giovani cristiani chiamati ogni giorno ad affrontare i sofismi e le tentazioni del mondo della scuola; lo sanno gli anziani lasciati soli da una società che di loro non ha più bisogno; lo sanno i malati chiamati al combattimento più arduo sul fronte della sofferenza. Lo sa chiunque è stato afferrato dall'amore dello Sposo e freme della sua stessa compassione dinanzi al mondo che non lo conosce e giace esanime. Per questo il digiuno cristiano è racchiuso nell'immagine della Pietà: il digiuno della Vergine Maria che, con l'anima trafitta dal dolore, contempla colma d'amore e speranza il corpo senza vita del suo Figlio. Lo guarda e vede oltre i sensi il suo ritorno vittorioso. Il digiuno a cui siamo chiamati in questa Quaresima è fondamentale per compiere la missione che ci è affidata: per annunciare il Vangelo con fede e senza timore anche nelle situazioni più compromesse, occorre saper combattere contro le tentazioni sferrate dal demonio per dissuaderci. Per questo il digiuno è un'arma per lottare con la carne che vorrebbe nascondersi, proteggersi, installarsi. E' un segno che testimonia l'amore a Cristo e alle persone che sgorga da un cuore affamato e in attesa dello Sposo; digiuno fecondo che annuncia a tutti il suo ritorno per saziare ogni uomo nella misericordia e nel dono di una vita nuova. 



Giovedì dopo le ceneri



αποφθεγμα Apoftegma

Considera, o uomo, in quale sublime condizione ti ha posto il Signore Dio,
poiché ti ha creato e formato a immagine del suo Figlio diletto.
E neppure i demoni lo crocifissero,
ma sei stato tu con essi a crucifiggerlo,
e ancora lo crucifiggi quando ti diletti nei vizi e nei peccati.
Di che cosa puoi dunque gloriarti?
Infatti, se tu fossi tanto sottile e sapiente da possedere tutta la scienza
e da sapere interpretare tutte le lingue
e acutamente perscrutare le cose celesti,
in tutto questo non potresti gloriarti;
poiché un solo demonio seppe delle realtà celesti
e ora sa di quelle terrene più di tutti gli uomini insieme;
e se tu operassi cose mirabili, come scacciare i demoni,
tutte queste cose ti sono di ostacolo e non sono di tua pertinenza,
ed in esse non ti puoi gloriare per niente;
ma in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità
e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo.

San Francesco, Ammonizioni V




UN ALTRO COMMENTO







L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 9, 22-25

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell'uomo deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno» .
E a tutti, diceva: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.
Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà.
Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?».




RINNEGARE SE STESSI PER AFFERMARE LA SIGNORIA DI CRISTO IN NOI


“Ogni giorno” camminiamo mossi da un imperativo categorico, l'irrefrenabile esigenza di auto-affermarci. Ma, alla fine, è sempre solitudine e tristezza, il destino di chi, per "salvare la propria vita", "segue" solo se stesso e le proprie concupiscenze. Il Figlio dell'Uomo, invece, ha un'altro imperativo: "deve" essere "riprovato", morire e così "risorgere". 
Nell'originale greco, il verbo "riprovare" deriva da un termine che indicava una moneta autentica, e traduce l'ebraico “provare con il crogiuolo”. Gesù, dunque, è dovuto passare per il crogiuolo del Sinedrio, ed è stato ri-provato"Gli anziani, i sommi sacerdoti e gli scribi" credevano che non fosse Lui la moneta di cui avevano bisogno per pagare il prezzo del proprio riscatto. Bastavano a se stessi, non si sentivano schiavi; anzi, non pensavano proprio di dover essere riscattati, loro compivano la Legge... E invece era proprio di Lui che, come tutti, avevano bisogno. Lui, l'unica moneta che il Padre poteva riconoscere autentica e valida, perché consegnata al  mondo per pagare il riscatto di ogni uomo. Così, mentre satana rigettava Cristo, il Padre accoglieva noi. Il sangue e l'acqua colati sul legno della Croce hanno riportato alla luce in noi l'immagine originale di figli nel Figlio. Per questo oggi Gesù ci chiede "se vogliamo andare dietro a Lui" a pagare il riscatto per i peccatori. Lo desideriamo sinceramente? Ecco allora la Quaresima porci dinanzi lo stesso cammino di Gesù: “riprovare noi stessi”. Questo significa, concretamente, rinnegare la giustizia umana che reclama i propri diritti dimenticando il perdono, la pazienza, la tenerezza nei confronti di chi ci è accanto; rinnegare l'accidia che ci distoglie dalla fedeltà alle piccole responsabilità di ogni giorno; rinnegare l'avarizia e la concupiscenza che ci fanno arpionare cose e persone per chiuderle nella cassaforte del possesso; rinnegare ideali e idoli che invadono la nostra volontà per distoglierla dall'adeguarsi a quella di Dio. E, soprattutto, "prendere la croce ogni giorno". Qual'è oggi la tua croce? Guarda Cristo sulla via del Calvario e capirai. Che cosa oggi ci assomiglia a Lui? Cosa ci pesa, inchioda, asfissia? Ecco, questa è la nostra croce, dove sperimentare di non poter andare oltre e amare sino a tanto; di cadere sotto il peso di quella malattia inguaribile; di soffocare senza lavoro e stipendio; di sanguinare per la morte di tuo padre. Ma proprio qui Cristo ci attende per accoglierci così come siamo, perdonare la nostra ribellione, e farci sperimentare il potere della sua risurrezione. La Croce non è una condanna: è "il letto d'amore dove ci sposa il Signore" (Inno del IV secolo) e dove è impossibile auto-affermarsi. "A che giova", infatti, "guadagnare il mondo intero" che è sotto il dominio di satana, se l'anima poi sperimenta la "perdizione", l'infelicità di chi ha perduto l'amore di Cristo? "Seguiamo" il Signore allora: con Lui "perderemo la vita" che ci ha condotto alla morte, per ricevere in cambio la sua, che non si esaurisce mai e trasforma in gioia anche il dolore più grande.



TRA VIRUS E GUERRA DIO CI PORTA NEL LUOGO DELLA CONVERSIONE

 TRA VIRUS E GUERRA DIO CI PORTA NEL LUOGO DELLA CONVERSIONE
Meditazione scritta per "La Nuova Bussola Quotidiana"


Silenzio, è Quaresima. È tempo di chiudere la porta del cuore per incontrare nostro Padre. Viviamo come orfani, che fanno tutto per riempire la voragine che stordisce e rapisce gioia e pace. Quanti orfani sparsi nel mondo, lo vediamo in questi giorni di guerra come lo abbiamo visto negli anni della pandemia. Ci siamo dentro anche noi, che non abbiamo un luogo segreto dove si è figli del Padre. Troppo spesso la nostra vita non ha segreti mentre tutto è tragicamente pubblico; sempre connessi con il mondo, attingendo dall'esterno, dal possedere cose e persone da offrire alla nostra concupiscenza, il senso che dia valore, con il fare, al nostro essere. Ma giunge la Quaresima come un seno di misericordia, amore gratuito e senza condizione preparato dal Padre per i figli perduti. La Quaresima è una buona notizia: c'è speranza. C'è la conversione, la Teshuvà direbbe un pio israelita, il ritorno, sul cui cammino smettere la maschera per indossare il sacco dell'umile riconoscimento dei propri peccati. 

 

La conversione è il figlio prodigo, la fitta che gli percuote il petto, la percezione chiara d'aver buttato la vita e di essere ormai un relitto in secca; l'esperienza dura della solitudine, anticipo dell'inferno che è assenza eterna di Dio. Molti lo hanno sperimentato nei giorni del covid, e tanti lo stanno sperimentando ancora oggi, nelle dure conseguenze di un tempo vissuto male per tante ragioni. E poi questa guerra, che ci lambisce il tempo e lo spazio. Molti temono di morire, come già per il virus, e allora si corre via, lontano, come il figlio prodigo. Si cerca un’uscita di sicurezza, e, per difendere il brandello di vita che ci rimane, randelliamo chi ci è accanto e non la pensa come noi. Ci dividiamo sulle analisi, le ragioni e le soluzioni, senza renderci conto che le sirene ideologiche ci stanno seducendo apparendoci come una zona confortevole dove il nostro ego sembra essere al sicuro. Ma è la falsa sicurezza offerta dalla superbia, che poi diventa egoismo, rancori, odi, violenze. E guerre. Perché in Ucraina, come in mille altre parti del mondo, le guerre che si stanno consumando sono identiche a quelle nelle quali, da tempo siamo entrati anche noi. Con la moglie o il marito, con i figli o i genitori, con il collega, l’amico, il fratello.

 

Non a caso e non senza malizia la narrazione ufficiale ha presentato la lotta al Covid, con termini e immagini, come una guerra. Senza Dio infatti, l’uomo è sempre in guerra con capro espiatorio sul quale riversare la frustrazione, il dolore e l’ira per il fallimento generato invece dal peccato. Così, in un attimo, non più il virus, ma fratello è diventato il nemico da combattere. Il fratello che non pensava e non agiva come noi, detentori integerrimi di verità e moralità purissime. Proprio come accade nella guerra. Ogni dittatura e ogni ideologia nasce in un cuore avvelenato dalla superbia, il peccato originale dell’uomo che ha spezzato il suo vincolo di vita e verità originale con Dio. È da un cuore attaccato a sé stesso e al denaro, potere e prestigio, che scaturisce ogni genere di male. Dichiarazioni, invasioni, resistenze, bombe e sangue che oggi vediamo scorrere davanti a noi sono, in grande scala, gli ingredienti rancidi delle nostre giornate in guerra con il mondo. Un divorzio si consuma a causa dello stesso peccato che origina una guerra, perché Putin e Zalenski siamo tu ed io. Sono importanti certo analisi lucide e non ideologiche che mettano a fuoco le responsabilità, ma non cambiano il corso degli eventi. A meno che i contendenti non si rendano conto di avere peccato, e accettino di essere in errore. E per questo depongano le armi. Che si convertano insomma.

 

Come, per Grazia, è accaduto al figlio prodigo visitato dalla Presenza misteriosa del Padre che non lo ha mai abbandonato, rispettosa della sua libertà e nascosta al fondo della sua anima. Al termine della discesa nell'abisso, rientra in sé stessoRientra “nel segreto”, nella stanza più intima, e incontra lo sguardo dell'unico che vede nel segreto della sua anima, che non ha mai smesso di considerarlo suo figlio, nonostante quello che ha fatto, sia quel che sia. Il figlio ritrova la verità che si nasconde dietro l'apparenza, il luogo, l'unico, dove è fondata e scaturisce la sua vita, e da dove la sua persona prende la forma bella e buona a immagine e somiglianza del Padre. Il figlio rientra in sé e intuisce, e comprende che aveva perduto il fondamento, suo Padre: "Mi alzerò e tornerò da mio Padre".

 

Inizia la Quaresima e l'annuncio del Vangelo ci prende dove siamo, per condurci in un luogo segreto dove conoscere il segreto del Padre, dove credere al suo amore e convertirci. Il luogo della preghiera e del digiuno al quale ci ha chiamato il Papa per offrire alla violenza bruta della guerra l’argine della fede, l’unico su cui può infrangersi e dissolversi. Per pregare, e poi digiunare e fare elemosina occorre fede, come quella del figlio prodigo rientrato in sé stesso. Infatti, se è vero che nel luogo dove pieghiamo le ginocchia per pregare riconosciamo di essere peccatori e mendicanti della vita e dell’amore che abbiamo perduto, è anche vero che ci possiamo rivolgere a Dio perché non dubitiamo della sua misericordia. Il figlio prodigo è potuto tornare a casa perché nel profondo del suo cuore ha rivisto la dolcezza, la bellezza e la gioia di casa sua. La fame, il dolore, la frustrazione per il fallimento e la nostalgia si sono raggrumate in una memoria potente dell’unica verità che salva, la certezza dell’amore incorruttibile di suo Padre.

 

Solo questa memoria può farci resuscitare dalla tomba per camminare nella via nuova della conversione umile che rinnega il peccato. In fondo, le guerre, trionfo della superbia, dopo escalation di violenze e sangue innocente, giungono sino all’epilogo della sconfitta perché nessuno vuole umiliarsi. Per questo l’unico antidoto ad essa, l’unica soluzione ragionevole e feconda di pace, è la conversione che appare nel figlio prodigo. Perché solo l’umiltà ha ragione della superbia. Contro un uomo umile il demonio non può nulla.

 

L’invito del Papa a pregare e digiunare per la Pace è così una chiamata a conversione dello stesso Signore. A camminare come il figlio prodigo scendendo i gradini dell’umiltà, spogliandoci delle false sicurezze con il digiuno per consegnare i nostri pensieri e le nostre parole a Dio nella preghiera. Questo cammino di conversione quaresimale di tutta la Chiesa è, vista anche l’inconsistenza di ogni ipocrita pacifismo dei potenti, l’unica possibilità per la Pace. La Chiesa è, di nuovo, chiamata alla testa di questa generazione annichilita dalle menzogne ideologiche, per aprire con Cristo un cammino pasquale da offrire a ogni uomo. Un passaggio dall’Egitto della schiavitù del peccato e delle bombe, alla Terra Promessa della vera libertà, alla casa del Padre dove regna l’amore sino alla fine del Figlio e dei suoi discepoli. Il cammino nel deserto quaresimale dove si prega, si digiuna e si fa elemosina, per giungere al Cenacolo dove Cristo risorto e vittorioso sul peccato e sulla morte, ci annuncerà pieno di gioia: “Pace a voi!”.

 

Il digiuno, l'elemosina, la preghiera, sono segni della nostra realtà che è soprattutto un'assenza e, quindi, un bisogno insopprimibile. Il digiuno per ricordare la fame mai saziata di Dio; l'elemosina, per ricordare il nostro mendicare agli idoli senso e sostanza alla vita; la preghiera, per ricordare la solitudine degli orfani. Per questo ci vengono date le armi dei figli: il digiuno per combattere la carne e gli affetti malsani; l'elemosina per combattere gli idoli muti; la preghiera per entrare, da figli, nella volontà che Dio prepara per noi. Il Padre è alla finestra, e freme nell'attesa di correrci intorno per abbracciarci nella riconciliazione con Lui, fonte della pace vera e duratura perché intrisa nel perdono, l’unico strumento capace di distrugge le barriere dell’odio e della superbia.

 


Sabato della V settimana di Quaresima



Solo un Dio che ci ama fino 
a prendere su di sé le nostre ferite e il nostro dolore,
soprattutto quello innocente,
è degno di fede.

Benedetto XVI, Pasqua 2006




Dal Vangelo secondo Giovanni 11,45-57.


Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui. Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione». Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno, disse loro: «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera». Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione andarono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e stando nel tempio dicevano tra di loro: «Che ve ne pare? Non verrà egli alla festa?». Intanto i sommi sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunziasse, perché essi potessero prenderlo.




COMMENTO


Una profezia illumina il senso di tutta la vita e della missione di Gesù. Una profezia sorta dalle labbra di chi ne decreterà la morte. Caifa e le sue parole offrono il criterio per discernere e comprendere l'ingiustizia più grande. Il nemico risponde alla domanda più inquietante, quella che ha scosso il cuore di Gesù, la stessa che vibra nel nostro intimo: perchè? Perchè questa sofferenza, perchè questa ingiustizia? Perchè questo fallimento, questo tradimento, questa morte? Perchè il dolore degli innocenti? "Non esiste nessun interrogativo più incalzante per gli uomini" (Hans Urs Von Balthasar, Incontrare Cristo). Il Vangelo di oggi, come un tesoro che brilli all'aprirsi dello scrigno, ci rivela il segreto che colma di senso gli aspetti più bui della nostra esistenza. Proprio chi insidia la nostra vita, chi ha deciso di ucciderci, chi ci fa del male gratuitamente, proprio il nemico è il profeta che illumina di giustizia l'ingiustizia; le sue parole piene di rancore, invidia, gelosia e odio, quelle parole che decretano la nostra fine, l'oltraggio al nostro onore, che ci umiliano nell'insignificanza, proprio quelle parole svelano il senso nascosto nel male che si abbatte su di noi. Il mistero di un amore che si carica del peccato altrui, del male e della morte, per salvare, redimere, risuscitare. "Il mistero, nessun mistero quand'è tale, ossia quando procede dalla trascendenza di Dio che s'incontra con la finitezza dell'intelletto umano, «divarica» la coscienza: o la ragione si rifiuta e cade nell'ateismo cioè nel buio dell'apparente evidenza, e perciò contraddittoria, delle apparenze oppure sale con la fede nell'apertura della Verità incommutabile" (Cornelio Fabro).


Le labbra di Caifa dischiudono quest'apertura alla Verità incommutabile. Egli sussurra a Gesù il dovere da cui è afferrata la sua missione. Le parole di Caifa cercano e trovano quell'Uno solo che può salvare il Popolo e i Popoli di ogni tempo. La profezia di Caifa incontra l'ardente desiderio, la "santa concupiscenza" di Gesù di celebrare e compiere la sua Pasqua. L'astuzia politica, mondana, mista a gelosia, rancore, invidia del Sommo Sacerdote secondo la carne, intercettano la mitezza, la misericordia, l'amore dell'unico e autentico Sommo Sacerdote secondo lo Spirito: "A noi occorreva un tale Sommo Sacerdote: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori, elevato sopra i cieli... Cristo, apparso come Sommo Sacerdote dei beni futuri... non mediante il sangue di capri e vitelli, ma in virtù del proprio sangue entrò nel santuario una volta per tutte, ottenendo un riscatto eterno... quanto più il sangue di Cristo... purificherà la vostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivo!" (Eb. 7,26. 9,11-14). Il sangue di Gesù era proprio quello che occorreva per riunire i dispersi, perchè il Popolo potesse tornare a vivere la propria vocazione, quella per la quale era stato liberato dal giogo del Faraone: servire il Dio vivo! Il sangue di Gesù profetizzato da Caifa, voluto e ottenuto da Caifa.


E' il male stesso infatti che grida al bene di distruggerlo! E' il nemico che, uccidendo, implora alla sua vittima la grazia del perdono. Il male può solo lanciarsi verso la sua propria distruzione. Ma ha come bisogno di una roccia, di una barriera su cui infrangersi. E la trova in Cristo. Lo descrive magistralmente Peguy: "Ha ben saputo quel che faceva quel giorno, mio figlio che li ama tanto. Quando ha messo questa barriera fra loro e me. Padre nostro che sei nei cieli, queste tre o quattro parole. Questa barriera che la mia collera e forse la mia giustizia non supereranno mai. Beato chi s’addormenta sotto la protezione dei bastioni di queste tre o quattro parole" (C. Peguy, Il mistero dei santi innocenti). La missione del Figlio, quella di riunire ogni figlio disperso. Un solo Figlio perchè tutti tornino ad essere figli.


Per questo, nelle parole di Caifa risplende l'ultima profezia, quella decisiva. Essa riannoda il filo di tutte le altre profezie e, in poche, semplici parole che suonano come un ordine, illuminano il senso e il compimento della Storia della Salvezza. Ma i farisei e i sommi sacerdoti non avevano capito nulla, non avevano considerato bene i fatti. «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera». Il testo originale greco ci aiuta a comprendere: non conoscevano e non calcolavano che proprio i segni compiuti da Gesù lo stavano consegnando alle loro mani per salvare la Nazione. Non entravano in relazione (conoscevano) con quegli accadimenti al punto di tradurli in una volontà che si facesse azione concreta (considerare). Conoscere, così come considerare, stimare, per un ebreo non è mai qualcosa di semplicemente intellettuale; ogni attività del pensiero è strettamente legata all'agire. In Dio parlare significa compiere. Caifa rimprovera i farisei e gli altri sacerdoti di non saper leggere gli avvenimenti per tradurli in un progetto e compierlo. Non sanno interpretare i segni per escogitare un piano di salvezza per la Nazione. La profezia infatti sorge proprio da questo: "Il profeta non è uno che predice l'avvenire... il profeta è colui che dice la verità perché è in contatto con Dio e cioè si tratta della verità valida per oggi che naturalmente illumina anche il futuro.. si tratta di rendere presente in quel momento la verità divina e di indicare il cammino da prendere. Di conseguenza la parola del profeta chiede, da una parte, di essere ascoltata e seguita, pur rimanendo parola umana, e dall'altra si appoggia alla fede e si inserisce nella struttura stessa del popolo di Israele, particolarmente in ciò che attende" (J. Ratzinger, da un'intervista a di Niels Christian Hvidt). Può sembrare scandaloso, ma Caifa ha parlato in nome di Dio, ha reso presente la verità divina e ha indicato il cammino da seguire. Ed è esattamente quello che i due verbi greci che compaiono nel testo significano. Nella profezia di Isaia "il Servo di Dio fu considerato (annoverato) fra i malfattori" (Is. 53,12), dove, nella traduzione greca dei LXX è usato lo stesso verbo pronunciato da Caifa. In questo passivo vi è la volontà di Dio, il "disegno", il "calcolo" di Dio che colpiva il Servo al posto nostro, per i nostri peccati! Dio aveva considerato bene di far ricadere su uno solo il peccato di molti: "Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti... ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori. (Is. 53). Ed è quanto, nel vangelo di Luca, Gesù annuncia circa la sua missione: "Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori" (Lc. 22,37).


Così, quando appare Caifa nella nostra vita, occorre prestare ascolto alle sue parole. Sono la profezia che ci indica la verità divina e ci indica il cammino da seguire. Quando sull'orizzonte della nostra storia si profila l'ingiustizia ed il nemico si muove contro di noi, è il momento di ascoltare la Parola di Dio racchiusa in questi avvenimenti, pur rimanendo parola umana, nell'assurdo di un nemico che la incarna. Ma è una Parola che si appoggia alla fede e ci invita a guardare a quello che ci attende. L'ingiustizia, il nemico, il male, il dolore innocente ci profetizzano la Verità e ci mostrano il cammino che conduce al nostro autentico destino, come quello di ogni uomo. Nell'onda che ci viene incontro per travolgerci è sigillato il tesoro più prezioso, l'amore infinito di Dio che attende di farsi carne in noi per la salvezza di ogni uomo. Dobbiamo ammettere di non aver capito nulla e di non aver considerato la nostra esistenza. Non conosciamo, non accogliamo e facciamo nostra la storia che Dio ci dona, non calcoliamo le occasioni che essa ci offre. Deve compiersi in noi la stessa parola che ha dovuto compiersi in Gesù. Siamo frutto del suo riscatto, ogni nostra cellula, ogni nostro istante, tutto di noi è stato ed è bagnato dal suo sangue benedetto. Dispersi nei peccati, dissipati nei vizi, con le vite prive di senso, siamo stati riscattati dal suo amore, dalla sua vita offerta per tutti noi.


Morire perhypér, è questo il senso primo ed ultimo della nostra vita, il valore che la sostiene e la rende feconda. E di più, offrire la vita per molti è la fonte della gioia autentica; calcolare, considerare, riconoscere negli eventi che ci contrastano, nelle ingiustizie, nel volto del nemico, nel male che ci coinvolge, la volontà di Dio preparata perchè la nostra vita dia frutto. Così ogni istante, ogni evento, ogni persona custodisce per noi la stessa profezia di Caifa. Il dolore innocente, non quello che ci coinvolge quale conseguenza dei nostri peccati, ma quello che scaturisce dalla banalità del male, trova nelle parole del Sommo Sacerdote il senso nascosto che solo la fede è capace di decifrare. La fede che nasce dall'esperienza, nella propria vita, del senso che ha avuto il sacrificio di Gesù, l'innocente che ha attirato su di sé il castigo diretto a noi colpevoli. "Ecco cosa ha raccontato loro mio figlio. Mio figlio ha svelato loro il segreto del giudizio stesso E adesso ecco come mi sembrano; ecco come li vedo; Ecco come sono obbligato a vederli... E davanti allo sguardo della mia collera e davanti allo sguardo della mia giustizia. Si sono tutti nascosti dietro di lui (C. Peguy, Il mistero dei santi innocenti). Ci siamo nascosti dietro le braccia distese del Figlio crocifisso, e da lì dietro, abbiamo incontrato lo sguardo misericordioso del Padre. Questa esperienza ci conduce a conoscere e a calcolare secondo Dio, con il suo stesso sguardo ogni evento, e a diventare, uniti a Cristo, un segno del suo amore infinito: "È una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente; che gloria sarebbe infatti sopportare il castigo se avete mancato? Ma se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme; egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca, oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore ma ora siete tornati al pastore, e guardiano delle vostre anime" (1 Pt. 2, 21-25).


Nell'offerta di Cristo, nella sua consegna per tutti gli uomini, nel compimento misterioso di questo amore attraverso i secoli nei martiri noti e sconosciuti, nelle piaghe della Chiesa Corpo di Cristo che si carica con il peccato del mondo, nell'interminabile teoria dei piccoli fratelli e discepoli di Gesù che, silenziosamente, recano impresse le stigmate del Servo di Yahwè, ogni dolore innocente ritrova il suo senso. Nell'innocenza del Figlio consegnato alla morte, ogni sangue innocente diviene il tesoro più prezioso che vi sia su questa terra. In esso è racchiuso il sangue di Cristo, che, con ogni innocente porta sulle spalle e nella carne il peccato delle generazioni, per condurre ogni uomo al Cielo. "Che mistero la sofferenza di tanti innocenti che portano su di sé il peccato di altri, l’incesto, una violenza inaudita; quella fila di donne e bambini nudi verso la camera a gas, e quel dolore profondo di uno dei guardiani che dentro al suo cuore sentiva una voce: mettiti nella fila, e va con loro alla morte; e non sapeva da dove gli veniva… Dicono che dopo l’orrore di Auschwitz non si può più credere in Dio. No! Non è vero, Dio si è fatto uomo per prendersi Lui la sofferenza di tutti gli innocenti. È Lui l’innocente totale, l’agnello condotto al macello senza aprire bocca, colui che porta su di sé i peccati di tutti" (Kiko Arguello).




C. Peguy. Da Il mistero dei santi innocenti.


Io sono il loro padre, dice Dio. Padre nostro, che sei nei cieli.
Mio figlio l’ha detto loro abbastanza, che sono il loro padre.
Io sono il loro giudice. Mio figlio l’ha detto loro. Sono anche
il loro padre.
Sono soprattutto il loro padre.
Infine sono il loro padre. Colui che è padre è soprattutto padre.
Padre nostro che sei nei Cieli. Colui che è stato una volta padre
non può più essere che padre.
Essi sono i fratelli di mio figlio; sono miei figli; sono il loro
padre.
ha ben saputo quel che faceva quel giorno, mio figlio che li amava tanto.
Che ha vissuto tra di loro, che era uno come loro.
Che andava come loro, che parlava come loro, che viveva come loro.
Che soffriva.
Che soffrì come loro, che morì come loro.
E che li ama tanto dopo averli conosciuti.
Che ha riportato nel cielo un certo gusto dell’uomo, un certo
gusto della terra.
Mio figlio che li ha tanto amati, che li ama eternamente nel
cielo.
Ha ben saputo quel che faceva quel giorno, mio figlio che li ama tanto.
Quando ha messo questa barriera fra loro e me. Padre nostro
che sei nei cieli, queste tre o quattro parole.
Questa barriera che la mia collera e forse la mia giustizia non
supereranno mai.
Beato chi s’addormenta sotto la protezione dei bastioni di queste
tre o quattro parole.
Queste parole che camminano davanti a ogni preghiera come
le mani di chi supplica camminano davanti alla sua faccia.
Come le due mani giunte di chi supplica avanzano davanti alla
sua faccia e alle lacrime della sua faccia.
Queste tre o quattro parole che mi vincono, me, l’invincibile.
E che loro fanno venire davanti alla loro miseria come due
mani giunte invincibili.
Queste tre o quattro parole che s’avanzano come un bello
sperone davanti a una povera nave.
E che fendono l’onda della mia collera.
E quando lo sperone è passato, la nave passa, e dietro tutta la flotta.
Adesso, dice Dio, è così che li vedo;
E per tutta l’eternità, eternamente, dice Dio.
Per questa invenzione di mio Figlio eternamente è così che
bisogna che io li veda.
(E che bisogna che io li giudichi. Come volete, adesso, che io
li giudichi?
Dopo di questo.)
Padre nostro che sei nei cieli, mio figlio ha saputo sbrigarsela
molto bene.
Per legare le braccia della mia giustizia e per slegare le braccia
della mia misericordia.
(Non parlo della mia collera, che non è mai stata altro che la mia giustizia.
E qualche volta la mia carità.)
E adesso bisogna che io li giudichi come un padre. Per quel
che può giudicare, un padre. Un uomo aveva due figli.
Per quel che è capace di giudicare. Un uomo aveva due figli.
Si sa bene come giudica un padre. Ce n’è un esempio ben
noto.
Si sa bene come il padre ha giudicato il figlio che se n’era
andato e che è ritornato.
Era ancora il padre che piangeva di più.
Ecco cosa ha raccontato loro mio figlio. Mio figlio ha svelato
loro il segreto del giudizio stesso.
E adesso ecco come mi sembrano; ecco come li vedo;
Ecco come sono obbligato a vederli.
Come la scia di un bel vascello va allargandosi fino a sparire
e a perdersi.
Ma comincia con una punta, che è la punta stessa del vascello.
Così la scia immensa dei peccatori s’allarga fino a sparire e a
perdersi.
Ma comincia con una punta, ed è questa punta che viene verso di me,
Che è volta verso di me.
Comincia con una punta, che è la punta stessa del vascello.
E il vascello è il mio stesso figlio, carico di tutti i peccati del
mondo.
E la punta del vascello son le due mani giunte di mio figlio.
E davanti allo sguardo della mia collera e davanti allo sguardo
della mia giustizia
Si sono tutti nascosti dietro di lui.
E tutto quest’immenso corteo di preghiere, tutta questa scia
immensa s’allarga fino a sparire e a perdersi.
Ma comincia con una punta ed è questa punta che è volta
verso di me.
Che avanza verso di me.
E questa punta sono queste tre o quattro parole: Padre nostro,
che sei nei cieli; mio figlio in verità sapeva quello che faceva.
E ogni preghiera sale a me nascosta dietro queste tre o quattro parole.




San Leone Magno ( ?-circa 461), papa e dottore della Chiesa Discorso 8 sulla Passione del Signore, 7 ; SC 74 bis, 115


« Per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi »


«Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). O mirabile potenza della croce! O ineffabile gloria della Passione, che racchiude in sé il tribunale del Signore, il giudizio del mondo e la potenza del crocifisso. Hai attirato davvero ogni cosa a te, Signore, e mentre stendevi tutto il giorno le mani verso il popolo che non credeva e ti scherniva (Is 65,2), donavi a tutto il mondo di intendere e proclamare la tua maestà. Hai attirato ogni cosa a te, Signore, quando... tutti gli elementi del creato pronunciarono un'unica sentenza... e ogni creatura negò agli empi il suo servizio (Mt 27,5s)... Hai attirato ogni cosa a te, Signore, affinché, quello che si compiva nell'unico tempio di Gerusalemme sotto il velo dei segni, fosse celebrato dovunque nella pienezza e l'evidenza del sacramento, dalla devozione di tutte le genti... Poiché la tua croce è la fonte di ogni benedizione, la causa di ogni grazia: per suo mezzo, vien data ai fedeli la forza nella sofferenza, la gloria nell'umiliazione, la vita nella morte. Ora poi, essendo venuta meno la verità dei sacrifici materiali, l'unica oblazione del tuo corpo e del tuo sangue sostituisce con pienezza l'offerta molteplice delle vittime: poiché sei tu il vero «Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo» (Gv 1,29). E così, in te porti a compimento tutti i misteri e le celebrazioni rituali, affinché, come uno solo è il sacrificio per ogni vittima, così pure uno sia il regno formato da tutti i popoli.




Ruperto di Deutz (circa 1075-1130), monaco benedettino
Commento sul Vangelo di Giovanni, libro 10 ; PL 169, 646 ss.


« Per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi »


«Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: ’Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera.’ Questo però non lo disse da se stesso...»
Cosa significano queste parole: «Questo non lo disse da se stesso» se non che Caifa non traeva questa parola dal suo spirito? In verità, prima che Caifa fosse, già era stata pronunciata questa parola: «Gesù deve morire per il popolo». Sì, questa parola era stata rivelata ai santi profeti, anzi era stata pronunciata prima che i profeti fossero venuti al mondo, prima che Abramo avesse ricevuto l’esistenza, prima che Adamo fosse stato plasmato. Questa parola era già nella volontà del Padre quando dichiarò: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza» (Gen 1,26). Fu detto allora che Gesù doveva morire per il popolo.
Caifa non disse dunque questo di sua iniziativa. Ma «poiché era sommo sacerdote in quell’anno, profetizzò.» E che cosa? ... Che occorreva che uno solo, un solo uomo, il Santo dei santi, il Sole di giustizia, Gesù Cristo, morisse per il popolo, e non soltanto per il popolo nato da Abramo, ma anche per tutti coloro che Dio aveva predestinati, fin dalla creazione del mondo, ad essere suoi figli adottivi (cfr Ef 1,5). Erano stati scacciati fuori dal Paradiso originale e dispersi ai quattro venti del mondo; occorreva radunarli da tutta la massa dell’umanità, fino all’ultimo eletto.




San Cirillo d'Alessandria (380-444), vescovo e dottore della Chiesa
Commento sulla lettera ai Romani , Cap. 15, 17 (trad. dal breviario)


«Per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi»


In molti formiamo un solo corpo e siamo membra gli uni degli altri (Rm 12, 5), stringendoci Cristo nell'unità con il legame della carità, come sta scritto: « Egli è colui che ha fatto di due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, annulando la legge fatta di prescrizioni e di decreti « (Ef 2, 14). Bisogna dunque che tutti abbiamo gli stessi sentimenti. Se un membro soffre, tutte le membra ne soffrano e se un membro viene onorato, tutte la membra gioiscano (1 Cor 12, 26). « Perciò accoglietevi «, dice, « gli uni gli altri, come Cristo accolse voi per la gloria di Dio « (Rm 15, 7). Ci accoglieremo vicendevolmente se cercheremo di aver gli stessi sentimenti, sopportando l'uno il peso dell'altro e conservando « l'unità dello spirito nel vincolo della pace « (Ef 4, 2-3). Allo stesso modo Dio ha accolto anche noi in Cristo. Infatti è veritiero colui che disse: Dio ha tanto amato il mondo da dare per noi il Figlio suo (cfr. Gv 3, 16). Cristo fu sacrificato per la vita di tutti e tutti siamo stati trasferiti dalla morte alla vita e redenti dalla morte e dal peccato.
Cristo si è fatto ministro dei circoncisi per dimostrare la fedeltà di Dio. Infatti Dio aveva promesso ai progenitori degli Ebrei che avrebbe benedetto lq loro discendenza e l'avrebbe moltiplicata come le stelle del cielo. Per questo Dio, il Verbo che crea e conserva ogni cosa creata e dà a tutti la sua salvezza divina, si fece uomo e apparve visibilmente come tale. Venne in questo mondo, nella carne non per farsi servire, ma piuttosto, come dice egli stesso, per servire e dare la sua vita a redenzione di tutti (Mc 10, 45).