1 ottobre. Santa Teresa di Lisieux. Approfondimenti: biografia, spirituali, scritti


BREVE BIOGRAFIA




Teresa Martin nasce ad Alençon in Francia il 2 gennaio 1873. È battezzata due giorni più tardi nella Chiesa di Notre-Dame, ricevendo i nomi di Maria Francesca Teresa. I suoi genitori sono Louis Martin e Zélie Guérin. Dopo la morte della madre, avvenuta il 28 agosto 1877, Teresa si trasferisce con tutta la famiglia nella città di Lisieux.
Verso la fine del 1879 si accosta per la prima volta al sacramento della penitenza. Nel giorno di Pentecoste del 1883 ha la singolare grazia della guarigione da una grave malattia, per l'intercessione di nostra Signora delle Vittorie. Educata dalle Benedettine di Lisieux, riceve la prima comunione l'8 maggio 1884, dopo una intensa preparazione, coronata da una singolare esperienza della grazia dell'unione intima con Cristo. Poche settimane più tardi, il 14 giugno dello stesso anno, riceve il sacramento della cresima, con viva consapevolezza di ciò che comporta il dono dello Spirito Santo nella personale partecipazione alla grazia della Pentecoste.
Desiderosa di abbracciare la vita contemplativa, come le sue sorelle Paolina e Maria nel Carmelo di Lisieux, ma impedita per la sua giovane età, durante un pellegrinaggio in Italia, dopo aver visitato la Santa Casa di Loreto e i luoghi della Città Eterna, nell'udienza concessa dal Papa ai fedeli della diocesi di Lisieux, il 20 novembre 1887, con filiale audacia chiede a  Leone XIII di poter entrare nel Carmelo all'età di 15 anni.
Il 9 aprile del 1888 entra nel Carmelo di Lisieux ove il 10 gennaio dell'anno seguente riceve l'abito dell'Ordine della Vergine ed emette la sua professione religiosa l'8 settembre del 1890, festa della Natività della Vergine Maria.
Intraprende nel Carmelo il cammino della perfezione, tracciato dalla Madre Fondatrice, Teresa di Gesù, con autentico fervore e fedeltà, nell'adempimento dei diversi uffici comunitari a lei affidati. Illuminata dalla Parola di Dio, provata in modo particolare dalla malattia del suo amatissimo padre, Louis Martin, che muore il 29 luglio del 1894, si incammina verso la santità, ispirata dalla lettura del Vangelo, insistendo sulla centralità dell'amore. Teresa ci ha lasciato nei suoi manoscritti autobiografici non solo i ricordi dell'infanzia e dell'adolescenza, ma anche il ritratto della sua anima e le sue esperienze più intime. Scopre e comunica alle novizie affidate alla sue cure la piccola via dell'infanzia spirituale; riceve come dono speciale di accompagnare con il sacrificio e la preghiera due « fratelli missionari». Penetra sempre di più nel mistero della Chiesa e, attirata dall'amore di Cristo, sente crescere in sé la vocazione apostolica e missionaria che la spinge a trascinare tutti con sé, incontro allo Sposo divino.
Il 9 giugno del 1895, nella festa della Santissima Trinità, si offre vittima di olocausto all'Amore misericordioso di Dio. Nel frattempo redige il primo manoscritto autobiografico, che consegna a Madre Agnese di Gesù nella sua festa, il 21 gennaio 1896.
Pochi mesi più tardi, il 3 aprile, durante la notte fra il giovedì ed il venerdì santo, ha una prima manifestazione della malattia che la condurrà alla morte e che Lei accoglie come la misteriosa visita dello Sposo divino. Nello stesso tempo entra nella prova della fede che durerà fino alla sua morte e della quale offrirà una sconvolgente testimonianza nei suoi scritti. Durante il mese di settembre conclude il Manoscritto B, che costituisce una stupenda illustrazione della piena maturità della Santa, specialmente mediante la scoperta della sua vocazione nel cuore della Chiesa.
Mentre peggiora la sua salute e continua il tempo della prova, nel mese di giugno inizia il Manoscritto C, dedicato alla Madre Maria di Gonzaga; nuove grazie la conducono ad una più alta perfezione ed ella scopre nuove luci sull'estensione del suo messaggio nella Chiesa a vantaggio delle anime che seguiranno la sua via. L'8 luglio 1897 viene trasferita in infermeria. Le sue sorelle ed altre religiose raccolgono le sue parole, mentre i dolori e le prove, sopportati con pazienza, si intensificano fino a culminare con la morte, nel pomeriggio del 30 settembre del 1897. «Io non muoio, entro nella vita», aveva scritto al suo fratello spirituale missionario don Bellier. Le sue ultime parole « Dio mio, io ti amo » sono il sigillo della sua esistenza, che all'età di 24 anni si spegne sulla terra per entrare, secondo il suo desiderio, in una nuova fase di presenza apostolica in favore delle anime, nella comunione dei Santi, per spargere una pioggia di rose sul mondo.
Fu canonizzata da Pio XI il 17 maggio 1925 e dallo stesso Papa proclamata Patrona universale delle missioni, insieme a San Francesco Saverio, il 14 dicembre 1927.
La sua dottrina ed il suo esempio di santità sono stati recepiti da ogni ceto di fedeli di questo secolo con un grande entusiasmo, anche fuori della Chiesa cattolica e del cristianesimo.
Molte Conferenze Episcopali in occasione del Centenario della sua morte hanno chiesto al Papa che fosse proclamata Dottore della Chiesa, per la solidità della sua sapienza spirituale, ispirata al Vangelo, per l'originalità delle sue intuizioni teologiche, nelle quali risplende la sua eminente dottrina, per l'universalità della recezione del suo messaggio spirituale accolto in tutto il mondo e diffuso con la traduzione delle sue opere in una cinquantina di lingue diverse.
Accogliendo questi desideri, il Santo Padre Giovanni Paolo II ha voluto che fosse studiata la convenienza di dichiarare Teresa di Lisieux Dottore della Chiesa universale dalla competente Congregazione delle Cause dei Santi, con il voto della Congregazione per la Dottrina della Fede per quanto riguarda la sua eminente dottrina.

Il 24 agosto 1997, al momento della preghiera dell'« Angelus », alla presenza di centinaia di Vescovi e davanti ad una sterminata folla di giovani di tutto l'orbe, radunata a Parigi per la XII Giornata Mondiale della Gioventù, Giovanni Paolo II ha annunziato il suo proposito di proclamare Teresa di Gesù Bambino e del Santo Volto Dottore della Chiesa universale, il 19 ottobre 1997, nella Domenica in cui si celebra la Giornata Mondiale delle Missioni.


La piccola via


Consigli e ricordi di Céline Martin, una delle quattro sorelle di santa Teresina


Al processo, quando il promotore della fede mi ha domandato perché desideravo la beatificazione di suor Teresa del Bambin Gesù, gli risposi che era soltanto per far conoscere la “piccola via”. È così che Teresa chiamava la sua spiritualità, il suo modo di andare a Dio. 

Egli replicò: «Se parlate di “via” la causa cadrà inevitabilmente, come è successo già in diverse circostanze analoghe». 
«Tanto peggio», ho risposto io, «la paura di perdere la causa di suor Teresa, non mi impedirà certo di valorizzare il solo punto che mi interessa: fare in certo modo canonizzare la “piccola via”». 
Tenni duro e la causa non naufragò. Per questo ho provato più gioia quando Benedetto XV esaltava nel suo discorso l’«infanzia spirituale», che durante la beatificazione e la canonizzazione della nostra santa. Il mio scopo era stato raggiunto quel giorno, il 14 agosto 1921. 
D’altra parte il Summarium ha registrato questa risposta che io detti a proposito dei «doni soprannaturali»: 
«Essi furono assai rari nella vita della serva di Dio. Per me, io preferirei che non fosse beatificata piuttosto che presentare il suo ritratto diverso da come io lo credo in coscienza vero... La sua vita doveva essere semplice per servire da modello alle “piccole anime”»1. 
È incontestabile che in ogni incontro la nostra cara maestra ci indicava la sua “piccola via”. 
«Per camminare» affermava «occorre essere umilipoveri di spirito e semplici». 
Certamente avrebbe gustato, se l’avesse conosciuta, questa preghiera di Bossuet2: «Gran Dio... non lasciare giammai che alcuni spiriti, di cui alcuni si annoverano tra i dotti, altri tra gli spirituali, possano essere accusati al tuo terribile tribunale di aver contribuito in qualche modo a chiuderti l’accesso in non so quanti cuori, perché tu volevi entrarvi in un modo la cui sola semplicità li urtava, e attraverso una porta la quale, benché aperta dai santi fin dai primi secoli della Chiesa, non era, forse, ancora abbastanza loro nota; piuttosto fa’ in modo che, diventando tutti piccoli come fanciulli, come Gesù Cristo comanda, noi possiamo entrare una buona volta per questa piccola porta, per poterla poi mostrare agli altri con più sicurezza e con più efficacia. Così sia». 
Niente di strano se alla sua ultima ora, questo grande uomo abbia pronunciato queste commoventi parole: «Se potessi ricominciare a vivere, non vorrei essere che un piccolo fanciullo che dà sempre la mano al Bambin Gesù». 
Teresa, nella luce rivelata ai piccoli, seppe magnificamente scoprire questa porta di salvezza e indicarla agli altri. La sapienza divina e quella umana non hanno forse indicato in questo spirito d’infanzia la «vera grandezza dell’animo»? 
Così l’hanno fissato in forti definizioni questi grandi filosofi cinesi: 
«La virtù matura approda allo stato d’infanzia» (Lao Tse, VII sec. a.C.). 
«Grande uomo è colui che non ha perduto il suo cuore di fanciullo» (Meng Tse, IV sec. a.C.)3. 
E ancora: «Conoscere la virtù virile significa progredire sempre nella via del bene e ritornare all’infanzia» (Tao Ta-Ching)4. 
Per la nostra santa, questa “piccola via” consisteva praticamente nell’umiltà, come ho già detto. Ma si traduceva ancora attraverso uno spirito d’infanzia molto accentuato. 

Così Teresa amava molto intrattenermi con queste parole che attingeva dal Vangelo: «Lasciate che i fanciulli vengano a me, perché di essi è il regno dei cieli... i loro angeli vedono continuamente il volto del Padre mio celeste... Chiunque diventerà piccolo come un fanciullo sarà grande nel regno dei cieli... Gesù abbracciava i fanciulli dopo averli benedetti»5. 

Essa le aveva ricopiate sul retro di una immagine sulla quale c’erano le fotografie dei nostri quattro fratelli e sorelle partiti per il Cielo in tenera età. Me ne fece un regalo, tenendosene una simile nel breviario. Le foto sono ora, in parte, sbiadite dal tempo. 
Sotto questi testi evangelici, ne aveva aggiunti altri, tratti dalla Sacra Scrittura, che la colmavano di gioia e sempre in relazione con lo spirito d’infanzia: «Beati quelli che Dio reputa giusti senza le opere, rispetto a quelli che fanno opere, perché la ricompensa non è considerata come una grazia da questi ultimi, ma come una cosa loro dovuta... È dunque gratuitamente che coloro che non fanno le opere sono giustificati dalla grazia in virtù della redenzione operata da Gesù Cristo». 
«Il Signore condurrà il suo gregge nei pascoli. Egli riunirà i piccoli agnelli e li prenderà in grembo»6. 
Nel retro di un’altra grande immagine, aveva ancora riportato citazioni della Scrittura, alcune delle quali ripetono le precedenti. Ma è interessante vedere fino a che punto esse spiegano la sua via. 
Prediligeva anche e in modo del tutto particolare una scultura raffigurante un bambino seduto sulle ginocchia di Nostro Signore che si sforza di raggiungere il divino volto e di baciarlo. Io le mostrai un “memento” con la foto di una bambina morta in tenera età; mise il suo dito sul volto della bimba dicendo con tenerezza e fierezza: «Sono tutti sotto la mia tutela!», come se prevedesse già il titolo attribuitole di “Regina dei piccolissimi”. 
Suor Teresa del Bambin Gesù era alta: misurava un metro e sessantadue centimetri; madre Agnese di Gesù invece era molto più bassa. Un giorno le dissi: «Se ti fosse stata data la facoltà di scegliere, avresti preferito essere alta o bassa?». 
Senza esitare rispose: «Avrei scelto di essere piccola di statura per essere piccola in tutto». 
La Chiesa ha sempre visto in Teresa del Bambin Gesù la santa dell’infanzia spirituale. Numerose sono le testimonianze dei papi a questo proposito. Mi limiterò a citarne due di sua santità Pio XII; la prima quando era legato a latere di Pio XI, in occasione dell’inaugurazione della Basilica di Lisieux, l’11 luglio 1937; e l’altra 17 anni più tardi: «Santa Teresa del Bambin Gesù ha una missione e una dottrina. Ma la sua dottrina, come tutta la sua persona, è umile e semplice; è racchiusa in due parole: infanzia spirituale, o nelle altre due equivalenti: piccola via». 
«È il Vangelo stesso, è il cuore del Vangelo che lei ha riscoperto; ma con quale grazia e freschezza: «“Se non diventerete come bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18, 3)»7. 


Devozione al mistero dell’Incarnazione e del presepe 
Ogni anno festeggiava con la più grande devozione il 25 marzo perché, diceva lei: «Questo è il giorno, nel quale Gesù, nel seno di Maria, è stato il più piccolo». 
Ma amava in modo del tutto particolare il mistero del presepe. È qui che il Bambino Gesù le rivelò tutti i suoi segreti sulla semplicità e sull’abbandono. 
Al contrario dell’eretico Marcione che diceva con disprezzo: «Toglietemi davanti questi pannolini e questo presepe, indegni di un Dio!», Teresa era innamorata degli abbassamenti di Nostro Signore, fattosi così piccolo per amore nostro. 
Su immaginette natalizie che lei stessa dipingeva, scriveva con piacere questa frase di san Bernardo: «Gesù, chi ti ha fatto così piccolo? L’amore!». 
Il nome di Teresa del Bambino Gesù, che fece suo fin dall’età di nove anni, quando manifestò il desiderio di farsi carmelitana, resterà per lei sempre attuale e si sforzò di meritarselo costantemente. Più tardi sotto un’immagine di Gesù Bambino, scriverà questa frase: «O piccolo Bambino, mio unico tesoro, mi abbandono ai tuoi divini capricci, non voglio avere altra gioia che quella di farti sorridere. Imprimi in me le tue grazie e le tue virtù infantili, affinché il giorno della mia nascita al cielo, gli angeli e i santi riconoscano nella tua piccola sposa: Teresa del Bambin Gesù». 
Queste virtù infantili, che Teresa desiderava, prima di lei avevano affascinato l’austero san Girolamo che non è tacciato per questo di puerilità. 


Ladri di cielo 
«I miei protettori e i miei prediletti del cielo sono quelli che lo hanno rubato, come i santi Innocenti e il buon ladrone». 
«I grandi santi se lo sono guadagnato con le loro opere: io voglio imitare i ladri, voglio averlo con l’astuzia, ma astuzia d’amore che ne aprirà la porta, a me e ai poveri peccatori. Lo Spirito Santo sembra incoraggiarmi quando dice nei Proverbi: “O piccolissimo! Vieni, apprendi da me la prudenza”»8. 



La dimora dei piccoli 
Le parlavo delle mortificazioni dei santi e lei mi rispondeva: «Che buona cosa ha fatto il Signore ricordandoci che ci sono molte dimore nella casa del Padre suo!9. Se non fosse cosí ce lo avrebbe detto...». 
«Sì, se tutte le anime chiamate alla perfezione avessero dovuto, per entrare in cielo, praticare tali penitenze, Egli ce lo avrebbe detto e noi ce le saremmo imposte con molta serietà. Ma ci fa presente che “ci sono molte dimore nella sua casa”. E se c’è quella delle grandi anime, quella dei padri del deserto e dei martiri della penitenza, deve esserci anche quella dei fanciulli. 
«Il nostro posto è custodito là, se noi amiamo molto Lui, Gesù con il Padre celeste e lo Spirito d’amore». 
Suor Teresa del Bambin Gesù era, come si vede, un’anima molto semplice, che si è fatta santa con mezzi ordinari. 
Si capisce da ciò che una frequenza di doni straordinari nella sua vita sarebbe stata contraria a ciò che lei diceva essere il disegno di Dio su di lei. La sua vita doveva poter servire da modello alle piccole anime. 



I piccoli non si dannano 
«Che cosa faresti» le dicevo «se ti fosse data la possibilità di ricominciare la tua vita religiosa?». 
«Penso» mi rispose «che rifarei quello che ho fatto». 
«Tu non condividi dunque il sentimento di quel solitario che affermava: “Quand’anche avessi vissuto per molti anni nella penitenza, finché mi resterà un quarto d’ora, un soffio di vita, avrò paura di dannarmi?”». 
«No, non posso condividere quella paura, sono troppo piccola per dannarmi; i bambini non si dannano». 


Passare sotto il cavallo 
Molto scoraggiata e col cuore che mi batteva forte per una lotta che mi sembrava insuperabile, corsi da lei dicendo: «Questa volta è impossibile, non posso farcela!». «Ciò mi stupisce», rispose; «noi siamo troppo piccole per superare le difficoltà; è necessario che vi passiamo al di sotto». E mi ricordò un episodio della nostra infanzia; eccolo: ci trovavamo in casa di vicini ad Alençon; un cavallo ci sbarrava l’entrata del giardino. Mentre le persone grandi cercavano un’altra entrata, una nostra compagnetta10 non trovò niente di più facile che passare sotto al cavallo. Passò per prima e mi tese la mano; la seguii portandomi dietro Teresa e, senza piegare troppo la nostra schiena, passammo dall’altra parte. 
E concluse: «Ecco cosa ci si guadagna a essere piccoli. Per i piccoli non esistono ostacoli, si infilano dappertutto. Le grandi anime possono passare sopra le vicende, aggirare le difficoltà, riuscire, col ragionamento o con la virtù, a mettersi al di sopra di tutto, ma noi che siamo tanto piccole, dobbiamo guardarci bene dal tentare una simile impresa. Passiamo da sotto! Passare sotto le vicende significa non dar loro troppa importanza né ragionarci sopra»11. 


Dirigere le intenzioni 
Durante la sua malattia, accettava le medicine più ripugnanti e le cure più penose con una inalterabile pazienza, pur costatando che ciò era inutile; non manifestava mai all’esterno la fatica che ciò comportava. Mi confidava di aver offerto a Dio tutte queste inutili cure per quel missionario che non avesse né il tempo né i mezzi per curarsi, domandando che tutto fosse utile a lui... 
Siccome le manifestavo il mio rammarico per non avere tali pensieri rispose: «Questa intenzione esplicita non è necessaria per un’anima che si è donata completamente a Dio. Il bambino prende il latte dal seno della madre per così dire meccanicamente e senza presentire l’utilità della sua azione e intanto vive e si sviluppa, senza peraltro che questo fosse nella sua intenzione». E aggiungeva: «Un pittore che lavora per il suo padrone non ha bisogno di ripetere a ogni tocco di pennello: “È per il signor tal dei tali, è per il signor tal dei tali...”; basta che egli si metta al lavoro con la volontà di lavorare per il suo padrone». 
«È bene raccogliersi spesso e dare un indirizzo alle proprie intenzioni, ma senza eccessiva costrizione spirituale. Dio intuisce i bei pensieri e le ingegnose intenzioni che vorremmo avere. Egli è il Padre e noi i suoi bambini». 
«Gesù non può essere triste per i nostri accomodamenti». 
Io le dicevo: «È necessario che io lavori, altrimenti Gesù sarà triste...». 
«Oh no, sei tu che saresti triste. Egli non può essere triste per i nostri accomodamenti12. Ma per noi, quale dolore non potergli dare tutto quello che possiamo!». 



Essere santa senza diventar grande... 
Per essere profondamente umile, suor Teresa del Bambin Gesù «si sentiva incapace di percorrere il duro cammino della perfezione», e si sforzò pertanto di diventare sempre più piccola, affinché Dio si prendesse completamente cura delle sue cose, e la prendesse tra le sue braccia, come succede nelle famiglie per i bambini più piccoli. Voleva essere santa ma senza diventare grande, poiché, come le piccole malefatte dei bambini non fanno adirare i genitori, così le imperfezioni delle anime umili non possono offendere gravemente il buon Dio, e gli errori non saranno imputabili loro come colpa, secondo le parole della Scrittura: «Ai piccoli si perdona per pietà»13. Di conseguenza si guardava bene dal desiderare di sentirsi perfetta e che gli altri la considerassero come tale, perché sarebbe cresciuta e Dio l’avrebbe lasciata camminare da sola. 
«I bambini non lavorano per farsi una posizione», diceva; «se sono saggi lo fanno per far contenti i loro genitori. Allo stesso modo non occorre lavorare per diventare santi, ma per fare piacere a Dio». 


Come baciare il proprio crocifisso 
Durante la sua malattia, avendo fatto uno sbaglio ed essendomene pentita profondamente mi disse: «Adesso bacia il tuo crocifisso». Lo baciai ai piedi. 
«È lì che una bambina bacia suo padre? Via, via, si bacia il viso!». Lo baciai. Aggiunse: «E ora ci si fa baciare da lui». Dovetti appoggiare il crocifisso sulla mia guancia. Allora Teresa concluse: «Così va bene; ora tutto è dimenticato!». 

La ricompensa dei piccoli 

«Nostro Signore rispose una volta alla madre dei figli di Zebedeo: “Sedere alla mia destra e alla mia sinistra spetta a quelli cui il Padre mio l’ha destinato”»14. 
«Io mi immagino che quei posti scelti, rifiutati a grandi santi, a grandi martiri, spetteranno ai piccoli... Non lo predisse forse David, quando disse che il piccolo Beniamino presiederà le assemblee (dei santi)?»15. 
Le si domandò con quale nome avremmo dovuto pregarla quando fosse in cielo. «Mi chiamerete Teresina », rispose umilmente. 




Note 



1 Par. 2341, p. 799. 
2 Bossuet, fine del suo opuscolo sulla Manière courte et facile pour faire oraison
3 Citato da Giovanni Wu Ching-Hioung, già ministro della Cina presso la Santa Sede, nell’opuscolo Dom Lou. Sa vie spirituelle; un grand témoignage, Desclée de Brouwer, Parigi-Tournai 1949, p. 41. 
4 Giovanni Wu Ching-Hioung, La science de l’amour, p. 29. 
5 Ecco i riferimenti: Mt 19, 14; Mc 10, 14; Lc 18, 16; Mt18, 10 e 4; Mc 10, 16. 
6 Ecco i riferimenti completi dei due testi: Rm 4, 4-6; Is 40, 11. 
7 Messaggio dell’11 luglio 1954 durante la consacrazione solenne della Basilica di Lisieux. 
Pr 1, 4. 
Gv 14, 2. 
10 Teresa Lehoux, sette anni circa, della stessa età di Céline. 
11 La santa si rivolgeva con queste parole a delle novizie alle quali consigliava di non perder tempo ad analizzare inutilmente le difficoltà. 
12 Con «i nostri accomodamenti», suor Teresa del Bambin Gesù intendeva riferirsi allo spirito d’infanzia. Gesù non può addolorarsi per gli errori involontari, dovuti alle debolezze e alla fragilità delle anime umili e innamorate, che si abbandonano a Lui. 
13 Sap 6, 6. 
14 Mt 20, 23; Mc 10, 40. 
15 Sal 67, 28. 




BENEDETTO XVI. SANTA TERESA DI LISIEUX

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlarvi di santa Teresa di Lisieux, Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, che visse in questo mondo solo 24 anni, alla fine del XIX secolo, conducendo una vita molto semplice e nascosta, ma che, dopo la morte e la pubblicazione dei suoi scritti, è diventata una delle sante più conosciute e amate. La "piccola Teresa" non ha mai smesso di aiutare le anime più semplici, i piccoli, i poveri e i sofferenti che la pregano, ma ha anche illuminato tutta la Chiesa con la sua profonda dottrina spirituale, a tal punto che il Venerabile Papa Giovanni Paolo II, nel 1997, ha voluto darle il titolo di Dottore della Chiesa, in aggiunta a quello di Patrona delle Missioni, già attribuitole da Pio XI nel 1927. Il mio amato Predecessore la definì "esperta della scientia amoris" (Novo Millennio ineunte, 27). Questa scienza, che vede risplendere nell'amore tutta la verità della fede, Teresa la esprime principalmente nel racconto della sua vita, pubblicato un anno dopo la sua morte sotto il titolo di Storia di un'anima. E’ un libro che ebbe subito un enorme successo, fu tradotto in molte lingue e diffuso in tutto il mondo. Vorrei invitarvi a riscoprire questo piccolo-grande tesoro, questo luminoso commento del Vangelo pienamente vissuto! La Storia di un'anima, infatti, è una meravigliosa storia d'Amore, raccontata con una tale autenticità, semplicità e freschezza che il lettore non può non rimanerne affascinato! Ma qual è questo Amore che ha riempito tutta la vita di Teresa, dall’infanzia fino alla morte? Cari amici, questo Amore ha un Volto, ha un Nome, è Gesù! La Santa parla continuamente di Gesù. Vogliamo ripercorrere, allora, le grandi tappe della sua vita, per entrare nel cuore della sua dottrina.

Teresa nasce il 2 gennaio 1873 ad Alençon, una città della Normandia, in Francia. E' l'ultima figlia di Luigi e Zelia Martin, sposi e genitori esemplari, beatificati insieme il 19 ottobre 2008. Ebbero nove figli; di essi quattro morirono in tenera età. Rimasero le cinque figlie, che diventarono tutte religiose. Teresa, a 4 anni, rimase profondamente ferita dalla morte della madre (Ms A, 13r). Il padre con le figlie si trasferì allora nella città di Lisieux, dove si svolgerà tutta la vita della Santa.  Più tardi Teresa, colpita da una grave malattia nervosa, guarì per una grazia divina, che lei stessa definisce il "sorriso della Madonna" (ibid., 29v-30v). Ricevette poi la Prima Comunione, intensamente vissuta (ibid., 35r), e mise Gesù Eucaristia al centro della sua esistenza.

La "Grazia di Natale" del 1886 segna la grande svolta, da lei chiamata la sua "completa conversione" (ibid., 44v-45r). Guarisce, infatti, totalmente dalla sua ipersensibilità infantile e inizia una "corsa da gigante". All'età di 14 anni, Teresa si avvicina sempre più, con grande fede, a Gesù Crocifisso, e si prende a cuore il caso, apparentemente disperato, di un criminale condannato a morte e impenitente (ibid., 45v-46v). "Volli ad ogni costo impedirgli di cadere nell'inferno", scrive la Santa, con la certezza che la sua preghiera lo avrebbe messo a contatto con il Sangue redentore di Gesù. E' la sua prima e fondamentale esperienza di maternità spirituale: "Tanta fiducia avevo nella Misericordia Infinita di Gesù", scrive. Con Maria Santissima, la giovane Teresa ama, crede e spera con "un cuore di madre" (cfr PR 6/10r).

Nel novembre del 1887, Teresa si reca in pellegrinaggio a Roma insieme al padre e alla sorella Celina (ibid., 55v-67r). Per lei, il momento culminante è l'Udienza del Papa Leone XIII, al quale domanda il permesso di entrare, appena quindicenne, nel Carmelo di Lisieux. Un anno dopo, il suo desiderio si realizza: si fa Carmelitana, "per salvare le anime e pregare per i sacerdoti" (ibid., 69v). Contemporaneamente, inizia anche la dolorosa ed umiliante malattia mentale di suo padre. E’ una grande sofferenza che conduce Teresa alla contemplazione del Volto di Gesù nella sua Passione (ibid., 71rv). Così, il suo nome da Religiosa - suor Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo - esprime il programma di tutta la sua vita, nella comunione ai Misteri centrali dell'Incarnazione e della Redenzione. La sua professione religiosa, nella festa della Natività di Maria, l’8 settembre 1890, è per lei un vero matrimonio spirituale nella “piccolezza” evangelica, caratterizzata dal simbolo del fiore: "Che bella festa la Natività di Maria per diventare la sposa di Gesù! - scrive - Era la piccola Vergine Santa di un giorno che presentava il suo piccolo fiore al piccolo Gesù" (ibid., 77r). Per Teresa essere religiosa significa essere sposa di Gesù e madre delle anime (cfr Ms B, 2v). Lo stesso giorno, la Santa scrive una preghiera che indica tutto l'orientamento della sua vita: chiede a Gesù il dono del suo Amore infinito, di essere la più piccola, e sopratutto chiede la salvezza di tutti gli uomini: "Che nessuna anima sia dannata oggi" (Pr 2). Di grande importanza è la sua Offerta all'Amore Misericordioso, fatta nella festa della Santissima Trinità del 1895 (Ms A, 83v-84r; Pr 6): un'offerta che Teresa condivide subito con le sue consorelle, essendo già vice maestra delle novizie.

Dieci anni dopo la "Grazia di Natale", nel 1896, viene la "Grazia di Pasqua", che apre l'ultimo periodo della vita di Teresa, con l'inizio della sua passione in unione profonda alla Passione di Gesù; si tratta della passione del corpo, con la malattia che la condurrà alla morte attraverso grandi sofferenze, ma soprattutto si tratta della passione dell'anima, con una dolorosissima prova della fede (Ms C, 4v-7v). Con Maria accanto alla Croce di Gesù, Teresa vive allora la fede più eroica, come luce nelle tenebre che le invadono l’anima. La Carmelitana ha coscienza di vivere questa grande prova per la salvezza di tutti gli atei del mondo moderno, chiamati da lei "fratelli". Vive allora ancora più intensamente l'amore fraterno (8r-33v): verso le sorelle della sua comunità, verso i suoi due fratelli spirituali missionari, verso i sacerdoti e tutti gli uomini, specialmente i più lontani. Diventa veramente una "sorella universale"! La sua carità amabile e sorridente è l'espressione della gioia profonda di cui ci rivela il segreto: "Gesù, la mia gioia è amare Te" (P 45/7). In questo contesto di sofferenza, vivendo il più grande amore nelle più piccole cose della vita quotidiana, la Santa porta a compimento la sua vocazione di essere l’Amore nel cuore della Chiesa (cfr Ms B, 3v).

Teresa muore la sera del 30 settembre 1897, pronunciando le semplici parole "Mio Dio, vi amo!", guardando il Crocifisso che stringeva nelle sue mani. Queste ultime parole della Santa sono la chiave di tutta la sua dottrina, della sua interpretazione del Vangelo. L'atto d'amore, espresso nel suo ultimo soffio, era come il continuo respiro della sua anima, come il battito del suo cuore. Le semplici parole “Gesù Ti amo” sono al centro di tutti i suoi scritti. L'atto d'amore a Gesù la immerge nella Santissima Trinità. Ella scrive: "Ah tu lo sai, Divin Gesù Ti amo, / Lo Spirito d'Amore m'infiamma col suo fuoco, / E' amando Te che io attiro il Padre" (P 17/2).

Cari amici, anche noi con santa Teresa di Gesù Bambino dovremmo poter ripetere ogni giorno al Signore che vogliamo vivere di amore a Lui e agli altri, imparare alla scuola dei santi ad amare in modo autentico e totale. Teresa è uno dei “piccoli” del Vangelo che si lasciano condurre da Dio nelle profondità del suo Mistero. Una guida per tutti, soprattutto per coloro che, nel Popolo di Dio, svolgono il ministero di teologi. Con l'umiltà e la carità, la fede e la speranza, Teresa entra continuamente nel cuore della Sacra Scrittura che racchiude il Mistero di Cristo. E tale lettura della Bibbia, nutrita dalla scienza dell’amore, non si oppone alla scienza accademica. La scienza dei santi, infatti, di cui lei stessa parla nell'ultima pagina della Storia di un'anima, è la scienza più alta. "Tutti i santi l'hanno capito e in modo più particolare forse quelli che riempirono l'universo con l'irradiazione della dottrina evangelica. Non è forse dall'orazione che i Santi Paolo, Agostino, Giovanni della Croce, Tommaso d'Aquino, Francesco, Domenico e tanti altri illustri Amici di Dio hanno attinto questa scienza divina che affascina i geni più grandi?" (Ms C, 36r). Inseparabile dal Vangelo, l'Eucaristia è per Teresa il Sacramento dell'Amore Divino che si abbassa all'estremo per innalzarci fino a Lui. Nella sua ultima Lettera, su un'immagine che rappresenta Gesù Bambino nell'Ostia consacrata, la Santa scrive queste semplici parole: "Non posso temere un Dio che per me si è fatto così piccolo! (...) Io Lo amo! Infatti, Egli non è che Amore e Misericordia!" (LT 266).


Nel Vangelo, Teresa scopre soprattutto la Misericordia di Gesù, al punto da affermare: "A me Egli ha dato la sua Misericordia infinita, attraverso essa contemplo e adoro le altre perfezioni divine! (...) Allora tutte mi paiono raggianti d'amore, la Giustizia stessa (e forse ancor più di qualsiasi altra) mi sembra rivestita d'amore" (Ms A, 84r). Così si esprime anche nelle ultime righe della Storia di un'anima: "Appena do un'occhiata al Santo Vangelo, subito respiro i profumi della vita di Gesù e so da che parte correre... Non è al primo posto, ma all'ultimo che mi slancio… Sì lo sento, anche se avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere, andrei, con il cuore spezzato dal pentimento, a gettarmi tra le braccia di Gesù, perché so quanto ami il figliol prodigo che ritorna a Lui" (Ms C, 36v-37r). "Fiducia e Amore" sono dunque il punto finale del racconto della sua vita, due parole che come fari hanno illuminato tutto il suo cammino di santità, per poter guidare gli altri sulla stessa sua "piccola via di fiducia e di amore", dell’infanzia spirituale (cf Ms C, 2v-3r; LT 226). Fiducia come quella del bambino che si abbandona nelle mani di Dio, inseparabile dall'impegno forte, radicale del vero amore, che è dono totale di sé, per sempre, come dice la Santa contemplando Maria: "Amare è dare tutto, e dare se stesso" (Perché ti amo, o Maria, P 54/22). Così Teresa indica a tutti noi che la vita cristiana consiste nel vivere pienamente la grazia del Battesimo nel dono totale di sé all'Amore del Padre, per vivere come Cristo, nel fuoco dello Spirito Santo, il Suo stesso amore per tutti gli altri. Grazie.



SANTA TERESA DI GESÙ BAMBINO E I SACERDOTI



Era una domenica di luglio del 1887.
Teresa Martin, adolescente, alla fine della Messa, chiude il suo libro di preghiere, ed ecco che un’immagine di Gesù Crocifisso sporge dal margine: si vede soltanto la mano inchiodata di Gesù, e le gocce di sangue sembrano cadere nel vuoto…
Racconterà in seguito d’aver provato una grande pena, «al pensiero che quel Sangue cadeva a terra senza che nessuno si desse premura di raccoglierlo…», e che s’era ripromessa di passar la vita ai piedi della Croce, per raccogliere il sangue prezioso di Cristo e donarlo alle anime.
Iniziava così la missione ecclesiale di Teresa di Lisieux.
Ma un’annotazione, che ella subito aggiunge all’episodio, si rivela sorprendente: «Anche il grido di Gesù sulla Croce mi riecheggiava continuamente nel cuore: "Ho sete!". Queste parole accendevano in me un ardore sconosciuto e vivissimo... Volevo dar da bere al mio Amato e io stessa mi sentivo divorata dalla sete delle anime. Non erano ancora le anime di sacerdoti che mi attiravano, ma quelle dei grandi peccatori, bruciavo dal desiderio di strapparli alle fiamme eterne…» (Ms A, 45v).
Verso i quattordici anni dunque, Teresa pensava ai grandi peccatori, e implorava la salvezza di un noto criminale che stava per essere ghigliottinato.
Ai sacerdoti nemmeno pensava, perché era assolutamente convinta della loro santità.
Sappiamo che già da bambina ella li identificava semplicemente con Gesù.
Raccontando la sua prima confessione scrive:
«Madre diletta, con quanta cura lei mi aveva preparata dicendomi che non era ad un uomo, ma al buon Dio che dicevo i miei peccati. Ne ero proprio convinta perciò feci la mia confessione con grande spirito di fede e le chiesi perfino se dovevo dire a Don Ducellier che lo amavo con tutto il cuore, visto che era al buon Dio che parlavo nella sua persona…» (Ms A 16v°).
Ma quando partecipò al pellegrinaggio a Roma, organizzato dalle diocesi di Coutances e Bayeux (cento novantacinque pellegrini di cui settantatré ecclesiastici), le sue ansie apostoliche cominciarono a rivolgersi soprattutto ai sacerdoti.
Spiegò quel cambiamento, semplicemente, così:
«Pregare per i peccatori mi avvinceva, ma pregare per le anime dei sacerdoti, che credevo più pure del cristallo, mi sembrava strano!... Ah! In Italia ho capito la mia vocazione: non era un andare troppo lontano per avere una conoscenza così utile... Per un mese ho vissuto con molti sacerdoti santi e ho capito che, se la loro sublime dignità li innalza al di sopra degli angeli, ciò non toglie che siano uomini deboli e fragili... Se dei sacerdoti santi, che Gesù chiama nel suo Vangelo: "Il sale della terra". mostrano con il loro comportamento di aver un bisogno estremo di preghiere, cosa bisogna dire di quelli che sono tiepidi? Non ha detto Gesù anche: "Se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà rendere salato?" O Madre! Che bella la vocazione che ha per scopo di conservare il sale destinato alle anime! Questa è la vocazione del Carmelo, poiché l’unico fine delle nostre preghiere e dei nostri sacrifici è d’essere l’apostola degli apostoli, pregare per loro mentre evangelizzano le anime con le parole e soprattutto con gli esempi...» (Ms A 56r°).
Qualcosa dunque la colpì dolorosamente durante quel pellegrinaggio: anche i sacerdoti più «santi» non nascondevano la loro debolezza e fragilità e «mostravano col loro comportamento d’avere un bisogno estremo di preghiere»… Che ne era dunque dei «tiepidi» che sciupavano «il sale destinato alle anime»?
La domanda non scandalizzava quella fanciulla che andava a Roma per chiedere al Papa Leone XIII la grazia di poter entrare al Carmelo a quindici anni. Anzi: gettava una luce abbagliante su quella sua vocazione che tanti giudicavano ancora troppo infantile.
«Non avendo mai vissuto in intimità [con dei preti] –spiegò Teresa– non potevo capire lo scopo principale della riforma del Carmelo».
Ma, durante quel viaggio verso il centro della cristianità, quegli ecclesiastici così evidentemente bisognosi di preghiera e di contemplazione fecero sì che Teresa si sentisse chiamata a diventare «apostola degli apostoli».
Non aveva ancora quindici anni.
E non avrà ancora diciassette anni quando, dal Carmelo, scriverà alla sorella gli auguri per il 1889, con queste parole: «Celina, bisogna che in questo nuovo anno noi facciamo molti preti ("que nous fassions beaucoup de prêtres…") che sappiano amare Gesù» (LT 101).
Al momento giusto non avrà, perciò, alcuna esitazione: «Quello che venivo a fare al Carmelo, l’ho dichiarato ai piedi di Gesù Ostia, nell’esame che precedette la mia professione: "Sono venuta per salvare le anime, e soprattutto a pregare per i sacerdoti"…» (Ms A 69).
Non vale la pena indagare curiosamente su ciò che Teresa capì circa le «necessità spirituali» dei sacerdoti. Sappiamo che ci fu, durante il viaggio, qualche giovane prete che si mostrò un po’ troppo assiduo verso le due sorelle Martin –le più giovani del gruppo–, ma anche in questo valse quella intima protezione che Teresa stessa riassume nel noto aforisma: «tutto è puro per i puri» (cfr. Ms A 57r°).
Abbiamo però qualche indicazione nelle lettere di quegli anni.
Nel luglio del 1989 scrive alla sorella: «Oh, mia Celina, viviamo per le anime, siamo apostole, salviamo soprattutto le anime dei Sacerdoti: queste anime dovrebbero essere più trasparenti del cristallo. Ahimè, quanti indegni sacerdoti, quanti sacerdoti che non sono santi abbastanza! Preghiamo, soffriamo per loro e, nell’ultimo giorno, Gesù sarà riconoscente…» (LT 94).
Nell’ottobre dello stesso anno, aggiunge:
«Non esiste che Gesù che è; tutto il resto non è. Amiamolo dunque alla follia, salviamogli anime. Ah, Celina, sento che Gesù esige da noi due che estinguiamo la sua sete donandogli anime, e anime di sacerdoti soprattutto...» (LT 96).
E’ un periodo in cui Teresa, nel chiostro, soffre per la malattia del papà rinchiuso in una casa di salute, perduto nelle sue frequenti allucinazioni, il cui volto oscurato rassomiglia sempre più al Santo Volto di Cristo velato dalle umiliazioni e dalle lacrime.
Teresa vuole asciugare ambedue i volti come la Veronica, con la stessa tenerezza.
Con la sua sofferenza e la sua preghiera vuole guadagnare a Cristo «anime» che lo dissetino dandogli amore e soffrendo con Lui e per Lui.
Ed ella è convinta che Gesù attenda amore soprattutto dai suoi preti.
Quando Teresa parla dei sacerdoti «indegni», di sacerdoti «non abbastanza santi», non ha in mente una casistica morale o dei comportamenti riprovevoli di cui sia venuta a conoscenza, se non uno: il fatto che essi dimentichino l’amore esclusivo promesso con la loro stessa consacrazione, e che la loro purezza non sia quella dovuta all’Eucarestia che tengono tra le mani.
In una lettera scritta nel mese successivo alla sua professione religiosa, ella parla con entusiasmo della propria consacrazione verginale: «Io penso che il cuore del mio Sposo appartiene soltanto a me, come il mio appartiene soltanto a Lui»; ma proprio per questo non sa darsi pace al pensiero che certe anime sacerdotali si sottraggano a questa unione esclusiva, e perciò insiste:
«Celina diletta, è sempre la stessa cosa che ho da dirti. Preghiamo per i sacerdoti! Ogni giorno mostra quanto siano rari gli amici di Gesù... Mi sembra che ciò che gli deve costare di più sia l’ingratitudine, soprattutto vedendo le anime che gli sono consacrate dare ad altri quel cuore che gli appartiene in modo così assoluto... (LT 122).
E non solo l’eventuale tradimento l’addolora, ma già quella scarsa delicatezza nel trattare con Cristo che, nei sacerdoti, è segno della freddezza del cuore.
Una formula ricorrente negli scritti di Teresa è questa: occorrono sacerdoti «che sappiano amare Gesù, che lo tocchino con la stessa delicatezza con la quale Maria lo toccava nella culla!...» (LT 101).
La sua pena e la sua preghiera si approfondiscono, poi, quando le dicono che, a volte, l’amore del prete per Gesù Eucaristia sembra «invecchiare» assieme a quello di un popolo cristiano estenutato, in una chiesa dimenticata.
E’ ciò che accade quando il 17 luglio 1890 riceve questa tristissima lettera dalla sorella Celina:
«L’altro giorno siamo entrate per caso in una povera piccola chiesa (…). Non riuscivo a trattenere le lacrime. Pensa: un Tabernacolo senza tendine, un vero buco nero, forse tana di ragni, e un ciborio così povero che sembrava di rame, coperto da un pezzo di stoffa sporca che non aveva più la forma di un velo per l’eucaristia. E, nel ciborio, una sola ostia. Ahimè, non ne occorrono di più in quella parrocchia. Nemmeno una comunione l’anno fuori del tempo di Pasqua. In queste campagne, ci sono dei preti rozzi che tengono la chiesa chiusa tutto il giorno. Del resto sono vecchi e privi di risorse…».
Il giorno dopo –mentre la sorella si preoccupava di comprare una pisside nuova e al Carmelo preparavano un velo ricamato– Teresa risponde citando lunghi brani tratti dai Carmi del Servo sofferente di Jahve, sulla bellezza nascosta del Volto umiliato di Gesù che aspetta di essere riconosciuto e amato, ed esorta la sorella:
«Facciamo nel nostro cuore un piccolo tabernacolo, in cui Gesù possa rifugiarsi. Allora sarà consolato e dimenticherà ciò che noi non possiamo dimenticare: l’ingratitudine delle anime che l’abbandonano in un tabernacolo deserto! (...). Celina, preghiamo per i sacerdoti, ah, preghiamo per loro! La nostra vita sia consacrata a loro: Gesù mi fa sentire tutti i giorni che vuole questo da noi due» (LT 108).
Ma Teresa non si limitò a pregare per i sacerdoti. Ne voleva almeno qualcuno come «fratello» e chiese a Dio questa grazia nel giorno della sua professione. Quel giorno restò convinta d’averlo ottenuto, anche se pensava che l’avrebbe conosciuto soltanto in cielo.
L’avere «un fratello sacerdote» era stato sempre il sogno di Teresa che, in questo, aveva ereditato il desiderio inappagato di tutta la famiglia Martin, ed ecco che un giorno la Priora le chiese di occuparsi spiritualmente di due di loro che si erano rivolti al Carmelo per chiedere aiuto e sostegno.
Iniziò così per Teresa un capitolo nuovo nella sua esperienza spirituale (lo chiama: «la storia dei miei fratelli che occupano ora un posto così grande nella mia vita» - Ms C 33r°), documentato da circa 17 lettere, piene di tenerezza e di forza, che ella spedì a questi «fratelli spirituali» partecipando loro tutti i segreti della sua anima e della sua dottrina.
Per una carmelitana era una esperienza insolita, ma ella la visse in totale obbedienza e con la consapevolezza d’avere una missione da compiere che era stata decisa in cielo. A uno di essi non teme di scrivere: Egli mi ha creata per essere sua sorella» (LT 193).
Se fino allora ella aveva sempre pregato per i sacerdoti, ora può congiungere strettamente e visibilmente la sua preghiera al loro apostolato, cominciando col chiedere «ai due fratelli» di esercitarlo anzitutto su di lei:
«Lei mi promette, fratello mio, –scrive al P. Roulland– di continuare ogni mattina a dire al S. Altare: "Dio mio, infiammate la mia sorella carmelitana del vostro amore!"…? Io, tutto quanto chiedo a Gesù per me lo chiedo anche per lei: quando offro il mio debole amore all’Amato mi permetto di offrire anche il suo… Dopo questa vita nella quale avremo seminato insieme nelle lacrime, ci ritroveremo gioiosi portando dei covoni nelle nostre mani» (LT 201).
La stessa cosa domanda al chierico Bellière:
«Se prova consolazione pensando che al Carmelo una sorella prega incessantemente per lei, la mia riconoscenza non è meno grande della sua verso Nostro Signore che mi ha dato un piccolo fratello che egli ha destinato a diventare suo Sacerdote e suo Apostolo… Veramente è solo in cielo che lei saprà quanto mi è caro (…). Sarei molto felice se lei, ogni giorno, consentisse di fare questa preghiera: "Padre misericordioso, nel nome del nostro Dolce Gesù, della Vergine Maria e dei Santi, vi chiedo di infiammare questa mia sorella del vostro Spirito di Amore e di accordarle la grazia di farvi molto amare…" (LT 220).
Da parte sua, già da tempo ella ha composto e recita questa preghiera per sostenerlo nelle sue difficoltà vocazionali:
«O mio Gesù, ti ringrazio di colmare uno dei miei più grandi desideri: quello d’avere un fratello sacerdote e apostolo! Mi sento molto indegna di questo favore, ma giacché ti degni di concedere alla tua povera piccola sposa la grazia di lavorare specialmente alla santificazione di un’anima destinata al sacerdozio, con gioia ti offro per essa tutte le preghiere e i sacrifici di cui posso disporre. Ti chiedo, o mio Dio, di non guardare ciò che sono, ma ciò che dovrei e vorrei essere, ossia una religiosa tutta infiammata del tuo amore. Tu lo sai, Signore: l’unica mia ambizione è di farti conoscere e amare: e ora il mio desiderio sarà realizzato. Io non posso che pregare e soffrire; ma l’anima alla quale ti degni di unirmi con i dolci vincoli della carità andrà a combattere nella pianura per conquistarti dei cuori, e io, sulla montagna del Carmelo, ti supplicherò di dargli la vittoria. Divino Gesù, ascolta la preghiera che ti rivolgo per colui che vuole essere tuo missionario: custodiscilo in mezzo ai pericoli del mondo; fagli sentire sempre più il niente e la vanità delle cose passeggere e la felicità di saperle disprezzare per tuo amore. Il suo apostolato sublime si eserciti già su coloro che lo circondano: egli sia un apostolo, degno del tuo Sacro Cuore. O Maria, dolce Regina del Carmelo, a te affido l’anima del futuro sacerdote, di cui sono l’indegna piccola sorella. Degnati di insegnargli fin d’ora con quale amore tu toccavi il Divino Gesù Bambino e lo avvolgevi in fasce, affinché egli un giorno possa salire il Santo Altare e portare nelle sue mani il Re dei Cieli. Ti chiedo ancora di custodirlo sempre all’ombra del tuo manto verginale, fino al momento felice in cui, lasciando questa valle di lacrime, potrà contemplare il tuo splendore e godere durante tutta l’eternità dei frutti del suo glorioso apostolato!» (Pr n. 8).
Ciò che chiede nel segreto della preghiera lo dissemina poi nelle lettere che invia ai suoi «due fratelli».
Si preoccupa soprattutto di trasmettere loro il senso profondo di quell’esperienza di comunione che viene loro donata.
Al P. Roulland, che sta per partire missionario, scrive: «Mentre io traverserò il mare in sua compagnia, lei resterà accanto a me, ben nascosto nella nostra povera cella» (LT 193).
Ed è un ritornello accorato:
«Lavoriamo assieme alla salvezza delle anime! Non abbiamo che l’unico giorno di questa vita per salvarle e offrire così al Signore la prova del nostro amore» (LT 213).
«Quello che gli chiediamo è di lavorare per la sua gloria, è di amarlo e di farlo amare» (LT 220).
Ella sa che questa comunione non si spezzerà mai e su questo tema insiste con una sicurezza sorprendente: al Rev. Bellière annuncia che il loro legame è tale da superare anche la morte (che ormai sente prossima): «Se Gesù realizzerà i miei presentimenti, le prometto di restare anche lassù la sua piccola sorella. La nostra unione invece di essere spezzata diventerà allora più intima: non ci sarà più clausura, non ci saranno più grate e la mia anima potrà volare con lei nelle missioni lontane. I nostri ruoli resteranno gli stessi: a lei le armi apostoliche, a me la preghiera e l’amore…» (LT 220).
«Vorrei dirle, caro piccolo fratello, mille cose che comprendo solo ora che sono sulla porta dell’Eternità. Ma io non muoio, entro nella vita, e tutto quello che non posso dirle quaggiù glielo farò capire dall’alto del Cielo» (LT 244).
«[Dal cielo] gli sarò vicinissima vedrò tutto quello che le è necessario e non lascerò mai in pace il buon Dio finché non mi avrà dato tutto quello che vorrò» (LT 253).
«Conto di non stare inattiva in Cielo (…). Quello che mi attira verso la patria dei cieli è la chiamata del Signore e la speranza di farlo amare finalmente come l’ho tanto desiderato, e il pensiero che potrò farlo amare da una moltitudine di anime» (LT 254).
Sapendo di doverli lasciare, tra breve sulla terra, cerca di trasmettere loro la sua essenziale dottrina, con giudizi brevi e richiami impetuosi:
«Al di fuori dell’amabile volonta di Dio non faremo nulla, né per Gesù né per le anime» (LT 201) – scrive a P. Roulland che comincia a dibattersi nelle prime difficoltà con i suoi superiori.
«E’ molto più con le persecuzioni e la sofferenza che con predicazioni brillanti che Egli vuole affermare il suo regno sulle anime» (LT 226).
«Caro piccolo fratello, nel momento di apparire davanti al Buon Dio, comprendo più che mai che c’è una sola cosa necessaria: lavorare unicamente per lui e non fare nulla né per sé né per le creature» (LT 244) –spiega al Bellière.
«Lei non potrà essere un santo a metà, bisogna che lo sia o del tutto o proprio niente» (LT 252).
Soprattutto le preme trasmettere loro la sua dottrina sulla totale confidenza:
«Le insegnerò, caro piccolo fratello della mia anima, come dovrà navigare nel mare tempestoso del mondo con l’abbandono e l’amore di un bambino che sa che suo Padre l’ama teneramente» (LT 258).
«Il suo unico Tesoro non è Gesù? Poiché egli è in cielo, è là che deve abitare il suo cuore; e glielo dico semplicemente, piccolo fratello caro, mi sembra che le sarà più facile vivere con Gesù quando io sarò vicina a Lui per sempre… Il suo posto è nelle braccia di Gesù… Le è vietato andare in Cielo per una via diversa da quella della sua povera piccola sorella» (LT 261).
Intanto Teresa tende rapidamente alla riunificazione interiore di tutte le sue esperienze: la preghiera (e la preoccupazione) per i sacerdoti ha quasi strutturato sacerdotalmente la sua anima, invasa da «desideri» sempre più travolgenti e «infiniti».
Scrive: «Sento in me la vocazione del Sacerdote: con quanto amore, o Gesù, ti porterei tra le mani quando, alla mia voce, discenderesti dal Cielo... Con quanto amore ti darei alle anime!...» (Ms B 2v), e sogna di essere un Apostolo che percorre tutta la terra e pianta dovunque la Croce gloriosa.
Insomma: sta per raggiungere quel «cuore della Chiesa» dove attuare la vocazione onnicomprensiva di «essere l’Amore», di«essere tutto» (cfr. Ms B 2v°).
E proprio sul finire della sua vita, ella raggiunge la più alta compenetrazione possibile su questa terra tra vocazione contemplativa e vocazione apostolica.
Guarda i suoi «fratelli missionari» con gli occhi stessi di Gesù, e quasi si mette al posto di Lui. Riscrive al femminile la preghiera sacerdotale del Divino Maestro, rivolgendosi anche lei al Padre celeste per dirGli d’aver custodito sulla terra «i fratelli missionari» («Coloro che Tu mi hai dato») e che li vuole tutti con sé nella patria celeste: «affinché il mondo conosca che io Ti ho amato, come Tu mi hai amata» (cfr. Ms C 34v°).
La persuasione è travolgente:
«Mi sono unita spiritualmente agli apostoli che Gesù mi ha dato come fratelli: tutto quello che mi appartiene, appartiene ad ognuno di loro» (Ms C 31v).
Di conseguenza, la sua esistenza contemplativa, offerta ai sacerdoti, non ha più nemmeno bisogno di offrirsi intenzionalmente.
Teresa non ha più nemmeno bisogno di esplicitare o dettagliare, a loro favore, particolari intenzioni di preghiere.
Le ultime parole che ella ormai morente traccia a matita sul suo povero quaderno sono queste: «Gesù mi ha dato un mezzo semplice per compiere la mia missione… Mi ha fatto comprendere questa parola dei Cantici: "Attirami, noi corriamoall’effluvio dei tuoi profumi". O Gesù, dunque non è nemmeno necessario dire: "Attirando me, attira le anime che amo". Questa semplice parola: "Attirami" basta. Signore, lo capisco, quando un’anima si è lasciata avvincere dall’odore inebriante dei tuoi profumi, non potrebbe correre da sola, tutte le anime che ama vengono trascinate dietro di lei: questo avviene liberamente, senza fatica, è una conseguenza naturale della sua attrazione verso di te. Come un torrente che si getta impetuoso nell’oceano trascina dietro di sé tutto ciò che ha incontrato al suo passaggio, così, o mio Gesù, l’anima che si immerge nell’oceano senza sponde del tuo amore attira con sé tutti i tesori che possiede... Signore, tu lo sai, io non ho affatto altri tesori se non le anime che ti è piaciuto unire alla mia; questi tesori, sei tu che me li hai affidati, perciò oso far mie le parole che hai rivolto al Padre Celeste l’ultima sera che ti vide ancora sulla nostra terra…» (Ms C 34r°).
In tal modo la piccola Teresa di Lisieux –come vero Dottore della Chiesa– pronuncia parole conclusive sull’arduo problema dei rapporti tra contemplazione e azione nell’esperienza cristiana.
Nel mese di agosto, l’ultimo della sua vita –in mezzo a sofferenze estreme del corpo e dello spirito– ella cerca di "attirare" a sé anche il celebre predicatore spretato P. Giacinto Loyson, ex Provinciale dei Carmelitani, che percorre la Francia annunciando la sua ribellione alla Chiesa.
Teresa annota dolorosamente: «Come è poco amato il buon Dio, sulla terra!... anche dai sacerdoti e dai religiosi... No, il buon Dio non è amato molto...» (UC 7.8.1).
Per quel «monaco rinnegato» –così lo chiamano i giornali, ma Teresa lo chiama «nostro fratello, un figlio della S. Vergine»– ella offre l’ultima Comunione (il 19 agosto 1897) e sviene durante la celebrazione.
Poi invia a Don Bellière l’ultima immagine da lei dipinta con la dicitura: «Io non posso temere un Dio che per me si è fatto così piccolo!… Io l’amo… Egli non è che amore e misericordia» e sul verso scrive come testamento questa dedica: «Ultimo ricordo di un’anima sorella della sua».
Sono le ultime parole scritte da Teresa per confortare un giovane sacerdote, appassionato ma ancora incerto nell’amore del suo Dio, e anticipano quelle che ella pronuncerà al termine della sua agonia.
Ella le offre a tutti i sacerdoti perché imparino a confidare soltanto in quel Dio «che è tutto amore e misericordia» e si impegnino gioiosamente ad annunciarLo al mondo.


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1 Per questa e tutte le citazioni seguenti, cfr. S. Teresa di Gesù Bambino, Opere complete, Libreria Editrice Vaticana-Edizioni OCD, Roma 1997, (traduzione delleOeuvres Complètes, Editions du Cerf- Desclée de Brouwer, 1992). Le sigle sono quelle riportate a p. 1589.
2 Cfr. Ms A 46r°.
3 E così ella si definirà poi: «Colei che Dio destinava a diventare l’apostola degli apostoli» (Ms A 50r°).
4 L’esame avvenne il 2 settembre 1890.
5 In una preghiera che Teresa compose per le sue novizie si legge: «Le tue figlie (che) vogliono riparare tutte le indelicatezze che ti fanno sopportare le anime sacerdotali e religiose» (Pr 4). In un’altra composta "per ottenere l’umiltà", ella medita: «Adesso è nell’Ostia che ti vedo portare al colmo il tuo annientamento. Quanta è la tua umiltà, o divino Re di Gloria, nel sottometterti a tutti i tuoi sacerdoti senza fare alcuna distinzione tra coloro che ti amano e coloro che, ahimè, sono tiepidi o freddi nel tuo servizio! Alla loro chiamata tu discendi dal cielo. Essi possono anticipare o ritardare l’ora del Santo Sacrificio; tu sei sempre pronto!» (Pr 20).
6 La si ritrova nella «pia ricreazione» Gli Angeli alla grotta di Gesù, composta da Teresa per la festa di Natale del 1895. «Bisognerebbe che un giorno i ministri dei tuoi altari ti tocchino con la stessa delicatezza di Maria quando ti avvolge nelle fasce. Ma, ahimè, molto spesso il tuo amore sarà misconosciuto e i tuoi sacerdoti non saranno degni del loro sublime carattere!», dice l’Angelo dell’Eucaristia adorando il Bambino di Betlemme, e Costui risponde: «Io vorrei che l’anima del Prete / somigliasse a un serafino del Cielo! / Vorrei che rinascere potesse / prima di salire l’Altare!.. / Per fare un simile miracolo / bisognerà che presso il Tabernacolo, / ci siano anime in continua preghiera / che per me si immolino ogni giorno». Cfr. anche la Preghiera n. 8, scritta per il chierico Maurice Bellière, che citeremo tra breve.
7 Dato che è meno facile reperirlo, riportiamo il testo anche in lingua originale: «L’autre jour nous sommes allées par hasard dans une pauvre petite église. J’ai cru que mes larmes allaient trahir mon coeur, j’avais toutes les peines du monde à les retenir. Pense: un Tabernacle sans tentures, vrai trou noir, peut-être la retraite d’araignées, un ciboire si pauvre que je l’ai cru en cuivre, et quoi pour le couvrir? Un chiffon sale, ne conservant plus la forme d’un voile de ciboire… Dans ce ciboire, une seule Hostie. élas! Il n’en est pas besoin d’autres dans cette paroisse: pas une seule communion par an, en dehors de Pâques. Puis, dans ces campagnes, des prêtres à gros grain qui ferment leur église toute la journée. Du reste, ils sont vieux et sans ressources…» (S. Thérèse de l’E.-J. et de la Sainte Face, Correspondance Générale, t. I, Editions du Cerf - Desclée de Brouwer, 1992, LC 129).
8 Una strofa della celebre poesia Viver d’amore sarà dedicata a questo tema: «Viver d’amore, o mio Divin Maestro / è supplicarti che il tuo fuoco accenda / l’anima santa e sacra del tuo prete; / più puro sia di un Serafino in cielo!» (P. 17).
9 Nella LT 201, Teresa racconta al «fratello missionario» P. Adolphe Roulland come venne prodigiosamente esaudita.
10 Per capire il significato di questa «fraternità spirituale» e la profondità teologale con cui Teresa visse questa determinante esperienza, vale la pena leggere tutto il racconto che ella ne dà nella Storia di un’Anima:
«Da molto tempo avevo un desiderio che mi pareva veramente irrealizzabile, quello di avere un fratello sacerdote: pensavo spesso che se i miei fratellini non fossero volati in Cielo avrei avuto la felicità di vederli salire all’altare; ma poiché il buon Dio li ha scelti per farne degli angioletti non potevo sperare più di vedere realizzato il mio sogno; ed ecco che Gesù non solo mi ha fatto la grazia che desideravo, ma mi ha unita con i vincoli dell’anima a due dei suoi apostoli, che sono diventati miei fratelli... Voglio, Madre amata, raccontarle nei particolari come Gesù esaudì il mio desiderio e addirittura lo superò, poiché io desideravo solo un fratello sacerdote che ogni giorno pensasse a me al santo altare. Fu la nostra Santa Madre Teresa che mi mandò, come mazzo festivo nel 1895, il mio primo fratellino. Ero in lavanderia molto occupata nel mio lavoro quando madre Agnese di Gesù mi prese in disparte e mi lesse una lettera che aveva appena ricevuto. Era un giovane seminarista, ispirato, diceva, da Santa Teresa, che chiedeva una sorella che si dedicasse in modo speciale alla salvezza della sua anima e l’aiutasse con preghiere e sacrifici quando sarebbe stato missionario affinché potesse salvare molto anime. Prometteva di avere sempre un ricordo per colei che fosse diventata sua sorella, quando avesse potuto offrire il Santo Sacrificio. Madre Agnese di Gesù mi disse che voleva che fossi io a diventare la sorella di quel futuro missionario. Madre, dirle la mia felicità sarebbe cosa impossibile: il mio desiderio appagato in modo insperato mi fece nascere in cuore una gioia che chiamerò infantile, perché devo risalire ai giorni della mia infanzia per trovare il ricordo di quelle gioie così vive che l’anima è troppo piccola per contenerle; da anni non avevo più gustato una simile felicità. Sentivo che sotto questo aspetto la mia anima era nuova, era come se fossero state toccate per la prima volta delle corde musicali rimaste fino allora nell’oblio. Capivo gli obblighi che mi imponevo, perciò mi misi all’opera cercando di raddoppiare il mio fervore (…). Era a lei, Madre amata, che il buon Dio aveva riservato di compiere l’opera iniziata (…).
«L’anno scorso alla fine del mese di maggio, ricordo che un giorno lei mi ha fatto chiamare prima del refettorio. Il cuore mi batteva tanto forte quando venni da lei, Madre diletta; mi chiedevo cosa potesse avere da dirmi, perché era la prima volta che mi faceva chiamare così. Dopo avermi detto di sedermi, ecco la proposta che mi ha fatto: "Vuoi occuparti degli interessi spirituali di un missionario che deve essere ordinato sacerdote e partire prossimamente?". E poi, Madre, mi ha letto la lettera di quel giovane Padre affinché sapessi esattamente cosa chiedeva. Il mio primo sentimento fu un sentimento di gioia che lasciò subito spazio al timore. Le spiegai, Madre amata, che avendo già offerto i miei poveri meriti per un futuro apostolo, pensavo di non poterlo fare ancora per le intenzioni di un altro e che, del resto, c’erano tante sorelle migliori di me che avrebbero potuto rispondere al suo desiderio. Tutte le mie obiezioni furono inutili: mi ha risposto che si potevano avere vari fratelli. Allora le ho chiesto se l’obbedienza poteva raddoppiare i miei meriti. Lei mi ha risposto di sì, e mi disse parecchie cose che mi fecero capire che dovevo accettare senza scrupoli un nuovo fratello. In fondo, Madre, io la pensavo come lei e anzi, poiché "lo zelo di una carmelitana deve incendiare il mondo", spero con la grazia del buon Dio di essere utile a più di due missionari, e non potrei dimenticare di pregare per tutti, senza lasciar da parte i semplici sacerdoti la cui missione è talvolta difficile quanto quella degli apostoli che predicano agli infedeli. Insomma: voglio essere figlia della Chiesa, come lo era la nostra Madre Santa Teresa e pregare secondo le intenzioni del nostro Santo Padre il Papa, sapendo che le sue intenzioni abbracciano l’universo. Ecco lo scopo generale della mia vita, ma questo non mi avrebbe impedito di pregare e di unirmi in modo speciale alle opere dei miei diletti angioletti se fossero stati sacerdoti. Ecco come mi sono unita spiritualmente agli apostoli che Gesù mi ha donato come fratelli…» (Ms C 31v° - 33v°)
11 Teresa, infatti, ne conosceva i rischi, e aggiunge questo prudente commento: «Certo è con la preghiera e il sacrificio che [noi monache] possiamo aiutare i missionari, ma talvolta, quando piace a Gesù unire due anime per la sua gloria, permette che, ogni tanto, esse possano comunicarsi i loro pensieri e stimolarsi ad amare di più Dio; ma occorre per questo una volontà esplicita dell’autorità, perché mi sembra che altrimenti questa corrispondenza farebbe più male che bene, se non al missionario almeno alla carmelitana continuamente portata, per il suo genere di vita, a ripiegarsi su se stessa. Allora invece di unirla al buon Dio, questa corrispondenza (per quanto alla lontana) che avesse sollecitato con insistenza le occuperebbe lo spirito; immaginandosi di fare meraviglie, non farebbe assolutamente niente se non procurarsi, con pretesto di zelo, una distrazione inutile. Per me, questo vale sia nel caso della corrispondenza come anche in altre situazioni: sento che, perché le mie lettere facciano del bene, bisogna che siano scritte per obbedienza e che provi ripugnanza piuttosto che piacere nello scriverle» (Ms C 32r°-v°).
12 «La nostra specifica vocazione non è quella di andare a mietere nei campi di grano maturo. Gesù non ci dice: "Chinate gli occhi, guardate le campagne e andate a mieterle". La nostra missione è ancora più sublime. Ecco le parole del nostro Gesù: «Levate gli occhi e guardate». Vedete come nel mio Cielo vi sono dei posti vuoti, tocca a voi riempirli, voi siete i miei Mosè in preghiera, domandatemi degli operai e io ne invierò; non aspetto che una preghiera, un sospiro del vostro cuore!... L’apostolato della preghiera non è, per così dire, più sublime di quello della parola? La nostra missione come Carmelitane è di formare degli operai evangelici che salveranno milioni di anime, di cui saremo le madri!... Celina, se queste non fossero le parole stesse di Gesù, chi oserebbe crederci? Trovo che la nostra parte è assai bella! Cosa abbiamo da invidiare ai sacerdoti?... Come vorrei dirti tutto quel che penso, ma mi manca il tempo, cerca di capire tutto quel che non posso scriverti!» (LT 135).
13«Chieda per me a Gesù (…) di infiammarmi col fuoco del suo Amore, affinché possa in seguito aiutarla ad accenderlo nei cuori» (LT 189). Questo legame da lei così ricercato e apprezzato fa ancor più risaltare la tristezza con cui Teresa si accorse che a molti sacerdoti restava estranea e incomprensibile la vocazione delle claustrali. Scriveva in una lettera dell’agosto 1894: «Noi non siamo delle fannullone, delle prodighe. Gesù ci ha difese nella persona della Maddalena. Era a tavola, Marta serviva, Lazzaro mangiava con Lui e i discepoli. Quanto a Maria, non pensava a prendere cibo, ma a far piacere a Colui che amava. Così prese un vaso colmo di un profumo di grande valore e spezzando il vaso lo sparse sul capo di Gesù... Allora tutta la casa fu invasa da quel profumo, ma gli apostoli mormorarono contro Maddalena!... È proprio come per noi: i cristiani più fervorosi, i sacerdoti trovano che siamo esagerate, che dovremmo servire con Marta invece che consacrare a Gesù i vasi delle nostre vite, con i profumi che vi sono racchiusi... E tuttavia che importa che i nostri vasi siano spezzati se Gesù è consolato e, suo malgrado, il mondo è obbligato asentire i profumi che ne esalano e che servono a purificare l’aria avvelenata che non smette di respirare?» (LT 169).
14 In una poesia dedicata Alla Madonna del Perpetuo Soccorso scrive: «Quando combatto, o mia Madre amata, / nella lotta il mio cuore tu rafforzi, / perché sai che, la sera della vita, / voglio al Signor offrire Sacerdoti» (P 49)
15 Ricordiamo alcune confidenze di Teresa al riguardo: «Come ero fiera, quand’ero ebdomadaria all’Ufficio, come dicevo ad alta voce le orazioni in mezzo al Coro! perché pensavo che il sacerdote nella Messa diceva le stesse orazioni e che avevo come lui il diritto di pregare ad alta voce davanti al Santo Sacramento, di dare le benedizioni, le assoluzioni, di leggere il Vangelo quando ero la prima cantora. Però posso dire che l’Ufficio è stato insieme la mia felicità e il mio martirio, perché avevo un così grande desiderio di recitarlo bene e di non farvi errori; e talvolta mi sono vista, dopo aver previsto un minuto prima quello che dovevo dire, lasciarlo passare senza aprire bocca per una distrazione proprio involontaria. Eppure non credo che qualcuno possa desiderare più di me di recitare perfettamente l’Ufficio e di assistervi in Coro (UC 6.8.1). E ancora: «Quanto avrei desiderato essere sacerdote per predicare sulla Santa Vergine! Mi sarebbe bastata una sola volta per dire tutto ciò che penso a questo proposito...» (UC 21.8.3).
16 Lo stesso ragionamento e la stessa preghiera fa per le sue novizie e per tutte le anime che, nel disegno di Dio, le sono state affidate, in terra e per l’eternità: un’anima contemplativa è apostolica perché trascina con sé tutti coloro che Dio le affida, a prescindere dal fatto che ella che ella ne abbia conoscenza.
Edith Stein spiegherà così tale dottrina «Per la carmelitana, nelle sue normali condizioni di vita, non c’è altro modo di ricambiare l’amore di Dio, se non questo: compiere, nei più minuti dettagli, i suoi doveri quotidiani; offrire con gioia, giorno dopo giorno e anno dopo anno, tutti i piccoli sacrifici che esige, da uno spirito pieno di vita, un’organizzazione della giornata e di tutta l’esistenza che prevede anche le minuzie; essere pronta, con un sorriso colmo d’amore, a tutte le rinunce che le sono imposte in continuazione da una vita in così stretto contatto con persone di diversa sensibilità; non lasciarsi sfuggire nessuna opportunità di farsi, per amore, serva degli altri. A tutto questo, si aggiungono infine quei sacrifici personali di cui il Signore può voler caricare le singole anime. E’ questa la "piccola via": un mazzo di fiorellini, per niente appariscenti che viene offerto ogni giorno al Santissimo. Magari un martirio silenzioso, che dura per tutta la vita, e di cui nessuno sospetta nulla; ma, allo stesso tempo, una sorgente di pace profonda e d’intima letizia, e una fonte zampillante di grazia che si spande su tutta la terra – noi non sappiamo dove vada, e gli uomini a cui essa giunge non sanno da dove venga» (Edith Steins Werke, XI, p. 8)
17 E’ utile leggere tutto il commento di Teresa: «Cos’è dunque chiedere di essere Attirata, se non unirsi in modo intimo all’oggetto che avvince il cuore? Se il fuoco e il ferro avessero intelligenza e quest’ultimo dicesse all’altro: Attirami, dimostrerebbe che desidera identificarsi al fuoco in modo che questo lo penetri e lo impregni con la sua sostanza bruciante e sembri formare una cosa sola con lui. Madre amata, ecco la mia preghiera: chiedo a Gesù di attirarmi nelle fiamme del suo amore, di unirmi così strettamente a Lui, in modo che Egli viva ed agisca in me. Sento che quanto più il fuoco dell’amore infiammerà il mio cuore, quanto più dirò: Attirami, tanto più le anime che si avvicineranno a me (povero piccolo rottame di ferro inutile, se mi allontanassi dal braciere divino), correranno rapidamente all’effluvio dei profumi del loro Amato, perché un’anima infiammata di amore non può restare inattiva (…). Uno Scienziato ha detto: "Datemi una leva, un punto d’appoggio, e solleverò il mondo". Quello che Archimede non ha potuto ottenere perché la sua richiesta non era rivolta a Dio ed era espressa solo dal punto di vista materiale, i Santi l’anno ottenuto in tutta la sua pienezza. L’Onnipotente ha dato loro come punto d’appoggio: Se stesso, e Sé Solo. Come leva: l’orazione, che infiamma di un fuoco d’amore, ed è così che essi hanno sollevato il mondo, è così che i Santi ancora militanti lo sollevano e i Santi futuri lo solleveranno fino alla fine del mondo» (Ms C .35v° - 36r°).
18 Ci permettiamo di citare da un nostro studio: «Dalla sua "biografia esistenziale teologica" [Teresa] trae la certezza conclusiva che la contemplazione stessa –quando ecclesializza totalmente la persona e la colloca nel cuore stesso della Chiesa– diventa, in se stessa, sommamente apostolica, tanto che la più piccola azione di una claustrale contemplativa (anche l’azione irrilevante, ma dettata da puro amore) fluisce nel mare sconfinato dell’azione di Dio, e partecipa al poderoso movimento della carità ecclesiale che abbraccia fruttuosamente il mondo. Da notare che non si sta qui parlando, soltanto, della "efficacia apostolica della preghiera", ma di una infinità euniversalità concesse alle azioni più semplici (le"piccole cose") delle contemplative, raccolte nel loro chiostro. Si tratta, in questo caso, di capire (o meglio:esperimentare) che cosa mai conceda alle più semplici azioni di una claustrale tutta l’efficacia, l’estensione, la molteplicità che sono rese possibili dai vivi canali aperti nella Comunione dei Santi. Teresa ne dà questa convinta spiegazione: ogni singola azione di una claustrale (l’agire povero, anonimo e fedele d’ogni giorno) –proprio in quella clausura che consente un continuo abbraccio sponsale– diventa azione della Sposa che si lascia attirare dallo Sposo sommamente amato, e risponde a una tale attrazione stringendosi a Lui "sempre di più" ("de plus en plus"), in modo da trascinare con sé tutte le anime che lo Sposo le affida, e in modo da attrarre nello stesso vortice un numero incalcolabile di anime: tutti coloro che Dio le concede di raggiungere efficacemente, oltre ogni confine spazio-temporale. E’ questa una fruttuosità apostolica che resta in-visibile alla claustrale, ma non sconosciuta: e la sua rinuncia a vedere i frutti della propria esistenza, come anche la rinuncia alle opere che contano, e alla preoccupazione di ammassare meriti –affinché tutto sia eucaristicamente distribuito al mondo– è parte essenziale della sua attiva contemplazione» (Sicari Antonio Maria, Comprendere per amare. Riflessioni in margine alla «Verbi Sponsa», in Rivista di Vita Spirituale, 6 / 1999, pp. 592-619, cfr. p. 606).
19 Teresa ne parla lungamente in una lettera che così si conclude: «Non smettiamo di pregare: la fiducia compie miracoli e Gesù ha detto alla beata Margherita Maria: "Un’anima giusta ha tanto potere sul mio cuore che può ottenere il perdono per mille criminali". Nessuno sa se è giusto o peccatore ma, Celina, Gesù ci ha fatto la grazia di sentire nel nostro cuore che noi preferiremmo morire piuttosto che offenderlo; d’altronde non sono i nostri meriti, ma quelli del nostro Sposo, che sono i nostri, che noi offriamo al Padre nostro che è nei Cieli, affinché nostro fratello, un figlio della santa Vergine, ritorni, vinto, a gettarsi sotto il mantello della più misericordiosa delle Madri...» (LT 129).





I PAPI E SANTA TERESA

   Della lunga e dettagliata analisi dell'esame dei rapporti fra i Papi di questo secolo e santa Teresa del Bambino Gesù ci piace sottolineare quanto segue:

            1. C'è un aspetto strettamente personale dei Pontefici verso la santa di Lisieux. Tutti indistintamente, per un motivo o per l'altro, furono attratti dalla santità e dalla personalità di questa giovane Carmelitana e hanno nutrito per Lei una devozione par­ticolaris­sima; ne hanno promosso il culto e favorito la sua divulgazione in tutto il mondo. Fra tutti si è distinto in maniera eccezionale Pio XI, che guardava a Teresa come alla « Stella del suo Pontificato » e ha dimostrato in tanti modi la sua devozione e il suo legame verso di lei.

            2. C'è poi l'aspetto della sua santità: da Pio X, che ne introdusse la causa, a Giovanni Paolo II, che si fece pellegrino a Lisieux, c'è un continuo richiamo alla santità di Teresa, alla eroicità delle sue virtù e all'at­tualità del suo esempio. Pio XI - cosa eccezionale nel Pon­tificato Romano - fu il Papa che dichiarò Teresa di Lisieux la prima beata e la prima santa del suo Pontificato. Da tutti i documenti pontifici traspare il richiamo a Teresa, anche per gli uomini del nostro tempo, modello in tutte le virtù evangeliche, specialmente nella « piccola via dell'infa­nzia spirituale », sintesi di amore alla sofferenza, all'abbandono in Dio, alla preghiera, all'amore alla  Chiesa e a tutte le anime. In determinate circostanze storiche i Pontefici hanno richiamato la santità e la spiritualità di Teresa e l'hanno nuovamente proposta agli uomini dei nostri   tempi, come figura sempre attuale e che non invecchia mai, perché scaturita dalle fonti perenni del vangelo, e perciò mai superata.

            3. Riguardo alla sua dottrina c'è qualcosa di più da sottolineare. Quando i Papi parlano della santa di Lisieux non mettono in luce solamente la sua santità e l'eroicità delle virtù; ma nel loro insegnamento lasciano intravedere qualche cosa che va oltre questi aspetti pur tanto importanti; la presentano maestra degli uomini del nostro tempo, non solo nella via della santità, ma nella ricerca di
Dio e nell'approfondimento della sua parola. Si tratta quindi di un richiamo a un valore caratteristico e
magisteriale della sua dottrina. Alcune frasi sparse nei vari discorsi rivelano una valutazione par­ticolarmente positiva della dottrina della santa, della sua singolarità, delle sue basi bibliche e teologiche. 

LEONE  XIII (1878-1903)

            Nel novembre del 1887, Teresa Martin, in occasione delle nozze sacerdotali di Leone XIII, partecipò con il padre a un pellegrinaggio a Roma.
            Per Teresa il Papa era la più grande meraviglia di Roma: ne parla con un profondo senso di ammirazione e di devozione. Per un suo colloquio con Leone XIII,   durante l'Udienza concessa ai pellegrini francesi, aveva un preciso programma: chiederGli cioè la grazia di poter entrare al Carmelo a quindici anni. Non ottenne ciò che chiedeva; ma non per questo diminuì la sua devozione al Romano Pontefice.
            Leone XIII non aveva concesso direttamente la grazia di entrare al Carmelo a quindici anni, come Teresa ardentemente desiderava, ma non la volle neppure scoraggiarla. Scrive la santa: " (Il Papa) mi guardò fissamente, e pronunciò queste parole appoggiando su ciascuna sillaba: « Bene, bene, entrerete  se Dio lo vorrà! »". Commenta Teresa: "La sua espressione era così penetrante e convinta, che mi pare d'intenderlo ancora".
            Nonostante questo fatto increscioso Teresa ha conservato per tutta la vita un graditissimo ricordo della sua visita al Santo Padre Leone XIII. Il ricordo diverrà conforto nel periodo della malattia del padre. Il Signor Martin era stato presentato al Santo Padre come il padre di due carmelitane: "Il Sommo Pon­tefice, in segno di particolare fervore posò la sua mano sulla testa venerabile del mio caro Re - scrive la santa -, e parve imprimere in lui così unsigillo misterioso, nel nome di colui che veramente egli rappresenta".

PIO X (1903-1914)

L'espressione più caratteristica che uscì dalla bocca del Papa San Pio X e rivolta a un vescovo missionario, che gli aveva recato in dono un ritratto della Serva di Dio, fu: "Ecco la più grande santa dei tempi moderni".
 A chi gli faceva notare che in Teresa del Bambino Gesù non c'era nulla di straordinario, Pio X rispondeva: "La sua estrema semplicità è la cosa più straor­dinaria e degna di attenzione in quest'anima. Ristudiate la vostra teologia".
            Pio X procurò anche di accelerare il tempo per l'introdu­zione della causa della   beatificazione della Serva di Dio Teresa del Bambino Gesù. Il 10 giugno 1914 diede il suo parere favore­vole alla sentenza della Sacra Congregazione dei Riti, che concludeva il Processo Informativo, e designava la Commissione di Introdu­zione della causa di beatificazione: la causa diventava così apostolica. Ma, purtrop­po, il 20 agosto succes­sivo Pio X moriva.
            I due decreti sulla comunione frequente e sulla comunione ai bambini: Sacra Tridentina Synodus del 20 dicembre 1905 e Quam singulari dell'8 agosto 1910, non si possono forse vedere nell'ottica degli scritti teresiani?
  
BENEDETTO XV (1914-1922)

            Il 10 dicembre 1918 Benedetto XV accettò la proposta della dispensa, per la causa della Ven. Teresa di Gesù Bambino, dai cinquant'anni, che secondo il CIC dovevano passare dalla morte dei servi di Dio per la discussione delle loro virtù; e riconobbe pure la validità dei Processi apostolici e ordinari per la causa di beatificazione e canonizzazione della Serva di Dio.
            Nel lungo discorso per la promulgazione del Decreto sulle virtù eroiche della Ven. Teresa del Bambino Gesù il 14 agosto 1921, Benedetto XV faceva un panegirico delle virtù della futura Beata, focalizzandole nella considerazione della « piccola via » dell'infanzia spirituale. Fra l'altro il Papa diceva: "L'in­fan­zia spirituale è formata da confidenza in Dio e da cieco abbandono nelle mani di Lui [...]. Non è malagevole rilevare i pregi di questa infanzia spirituale sia per ciò che esclude sia per ciò che suppone. Esclude infatti il superbo sentire di sé; esclude la presunzione di raggiungere con mezzi umani un fine sopran­naturale; esclude la fallacia di bastare a sé nell'ora del pericolo e della tentazione. E, d'altra parte, suppone fede viva nella esistenza di Dio; suppone pratico omaggio alla Potenza e Misericordia di Lui; suppone fiducioso ricorso alla Provvidenza di Colui, dal quale possiamo ottenere la grazia e di evitare ogni male e di conseguire ogni bene. Sono così mirabili i pregi di questa infanzia spirituale, tanto se si considera nel lato negativo, quanto se si mira nel   positivo, che non reca meraviglia averla il Divino Maestro additata come condizione necessaria per conseguire la vita eterna [...]. Ma donde quella copiosa messe di meriti? Dai frutti meravigliosi maturati nel giardino dell'infanzia spirituale. Donde questo ampio corredo di dottrina? Dai segreti che Dio rivela ai pargoli [....]. In meno di cinque anni apparve piena di meriti; e sebbene alunna di un ordine religioso in cui il serto dei dottori è vanto anche del sesso debole, non fu nutrita di forti studi, eppure ebbe tanta scienza che conobbe per sé e seppe additare anche ad altri la vera via della salute [...]. Auguriamo che il segreto della santità di Suor Teresa di Gesù Bambino non resti occulto a nessuno".

PIO XI (1922-1939)

            Pio XI auspicava che la Basilica della santa a Lisieux fosse "molto grande e molto bella e che si facesse presto a realizzarla". A Lisieux mandò i paramenti sacri indossati per la canonizzazione della santa; ogni anno destinava a Lisieux una copia dei ceri benedetti in occasione della Can­delora. Furono in­numerevoli le grazie che Pio XI attribuiva a Teresa da Lui chiamata "il suo medico". Vicino al letto del dolore che lo portò alla tomba, volle il reliquiario di Teresa e vi posava spesso la mano, dicendo: "Io non sono solo, la piccola santa è con me".
            Teresa era la stella del Pontificato di Pio XI: è lui stesso che la chiama così. L'11 febbraio 1923 dà l'approvazione dei miracoli per la beatificazione: "Miracolo di virtù in questa grande anima, da farci ripetere col divino Poeta: « cosa venuta di cielo in terra a miracol mostrare » [...]. La piccola Teresa si è fatta Ella pure una parola di Dio [...]. La piccola Teresa del Bambino Gesù vuol dirci che ci è facile modo di partecipare a tutte le più grandi ed eroiche opere dello zelo apostolico, mediante la preghiera". Ai pellegrini francesi accorsi a Roma per la beatificazione di Teresa Pio XI ripete:: "Eccovi alla luce di questa Stella - come Noi amiamo chiamarla - che la mano di Dio ha voluto far risplendere all'inizio del Nostro Pon­tificato, presagio e promessa di una protezione, di cui Noi stiamo facendo la felice esperienza [...] capolavoro della natura e della grazia".
            Fu felice di poterla beatificare il 29 aprile 1923. Nel Decreto di beatificazione si legge che Teresa è "Carmelitarum ordinis decus et ornamentum", che "ha voluto essere chiamata « del Bambino Gesù » quasi volesse significare con il suo nome quel particolare genere di santità alla quale tese con sommo impegno, a quella perfezione chiamata quasi infanzia spirituale". Dal 28 al 30 maggio del 1923 inviava il card. A. Vico suo legato a Lisieux per presiedere ai festeggiamenti in onore della nuova Beata. Il 25 luglio seguente dava il placetper il proseguime­nto della causa. Il 19 marzo 1925 approvava i miracoli per la canoniz­zazione e il 29 marzo seguente dava il consenso per il Tuto per la canonizzazione, dicendo fra l'altro: "In un tempo di tanta impurità di vita, di tanta insolenza di sensualità, ecco la Beata Teresa del Bambino Gesù, visione di semplicità incantevolmente infantile e di purezza, che si eleva tanto in alto in quello che è della purezza l'ambiente e il regno, la disciplina cioè e la penitenza”.
            Il 17 maggio dell'Anno Santo 1925 la canonizzava e nell'Omelia ringraziava il   Signore per avergli concesso che Teresa del Bambino Gesù "era la prima beata da Lui elevata agli onori degli altari e la prima santa da Lui canonizzata". Parlando poi della sua dottrina il Pontefice affermava: "Teresa aveva attinta con profusione la vera dottrina della fede dall'istruzione catechistica, la dottrina ascetica dall'aureo libro dell'Imitazione di Cristo, e la mistica dai volumi del suo Padre Giovanni della Croce. Ma alimentava la sua mente e il suo cuore nell'assidua lettura delle Sacre Scritture. Lo Spirito di verità le comunicò e manifestò ciò che suole nascondere ai sapienti e ai prudenti e rivelare ai piccoli. Infatti ella fu dotata di tanta scienza delle cose celesti da additare agli altri la via certa della salvezza. E da questa partecipazione così copiosa della divina luce e della divina grazia divampò in Teresa un incendio così grande di carità, che alla fine la consumò [...]. Desideriamo che tutti i cristiani guardino a lei con diligenza per imitarla, rendendosi come fanciulli, poiché se non saranno tali, secondo che Gesù Cristo dice, saranno esclusi dal regno dei cieli".
            Il 17 maggio 1927, a due anni precisi dalla canonizzazione, Pio XI benediceva nei giardini Vaticani una statua di santa Teresa del Bambino Gesù, alla presenza dell'Ambasciatore di Francia presso la santa Sede, Sig. G. Doulcet, di parecchi cardinali e vescovi, della Curia Generalizia e del Collegio Internazionale dei Carmelitani Scalzi. L'amabile santa veniva posta a guardiana vigile dello Stato Pontificio. Da allora, nelle passeggiate vespertine, il Santo Padre si intratteneva amabil­mente con la celeste guardiana, confidandole le preoccupazioni e le ansie del suo cuore di Padre universale.
            Il 14 dicembre 1927 e in risposta alla richiesta di un numero ingente di vescovi missionari (ingens numerus), dichiarava santa Teresa del Bambino Gesù "Patrona principale insieme a san Francesco Saverio, di tutti i missionari e di tutte le missioni cattoliche del mondo intero". Tale atto assumerà nella Chiesa un valore profetico, come si potrà vedere negli atti del Concilio Vaticano II.
            Verso gli anni 30 c'era una violenta persecuzione contro i cattolici sia in Messico che in Russia. Nel 1927, durante la cruenta persecuzione contro la Chiesa Cattolica in Messico, il Papa esortava i vescovi di quella nazione a porre la loro fiducia nella santa di Lisieux: "Quando la pratica religiosa sarà ristabilita in Messico, desidero che venga riconosciuta in santa Teresa di Gesù Bambino, la mediatrice della pace religiosa nel vostro paese".
            L'11 luglio 1937, mentre il card. E. Pacelli, suo Legato a latere, benediceva la nuova Basilica di Lisieux, Pio XI, pellegrino di desiderio, inviava un fervido radiomessaggio, nel quale  chiedeva "di continuare a pregare per Noi; e ciò per ottenerci prima di tutto, e soprattutto e ad ogni costo la piena e perfetta conformità all'amabilissima volontà del nostro Divino Redentore Gesù Cristo, in quello spirito di ricca semplicità e di infanzia spirituale, cioè di abbandono filiale, che meritò alla vostra e Nostra cara santa Teresa di Lisieux di essere così accetta al cuore dello Sposo divino".

PIO XII (1939-1958)

            Il cardinale E. Pacelli più volte espresse la sua profonda conoscenza della dottrina teresiana. L'11 luglio 1937, come Legato a latere di Pio XI, il card. Pacelli benedisse la nuova Basilica di S. Teresa di Lisieux. In un lungo discorso il cardinale Legato stendeva una profonda meditazione sulla « piccola via »: "Teresa seppe tracciare una piccola via. La sua scienza delle cose divine, in parte acquisita e in parte infusa, ella non l'ha tenuta per sé. Infatti ha detto: « La mia missione è di fare amare il buon Dio come lo amo io, e di donare la mia piccola via alle anime ». Ecco degli aspetti meravigliosi sotto i quali ci appare questa fisionomia così attraente: la piccola Carmelitana, dal fondo del suo convento, fa lezioni al nostro secolo così orgoglioso della sua scienza. Ella ha una missione, ha una dottrina. La sua dottrina, come tutta la sua persona, è umile e semplice: è racchiusa in due parole: Infanzia spirituale, o Piccola via”.
            Il 23 marzo 1938 il card. Pacelli, al Seminario francese di Roma, benediceva  una statua di santa Teresa del Bambino Gesù, seduta, con il libro del Vangelo sulle ginocchia. La statua era stata regalata dalla Madre Agnese di Gesù, sorella della santa. Sul piedestallo stava scritto: TERESIA DOCET. Il cardinale parlò a lungo dell'influsso che la santa Carmelitana esercitava sui sacerdoti: "I miei fratelli lavorano al mio posto, e io, piccolo bambino, me ne sto vicino al trono regale. Io amo per essi che combattono". "Teresa concepiva il sacerdozio come una lotta. In questa lotta ella vi aiuterà, quando fra poco sarete impegnati. Intanto dovete preparare le vostre armi spirituali, che possono essere ridotte a due parole: studio e santificazione personale. Siamo felici di vederla qui, non soltanto portando come santa Cecilia il santo vangelo nelle pieghe del suo saio e nel profondo del suo cuore, ma anche tenendo questo libro aperto per leggere e meditare le pagine in un lungo e profondo raccoglimento".
            A un gruppo di religiose, il giorno dopo la beatificazione di Emilia di Vialar, nei primissimi mesi del suo Pontificato, il 19 giugno 1939, Pio XII ricordava: "Il Nostro predecessore Pio XI proclamava una Carmelitana di Lisieux, Patrona delle missioni: non faceva che segnare a dito Teresa Martin, che indicava lei stessa nel cielo la sua stella, come un astro di prima grandez­za". Il 26 dicembre dello stesso anno, ricevendo in Udienza la sua Guardia Nobile, diceva: "Ci piace di proporvi per modello l'amabile santa Teresa di Lisieux, la quale, nella piccola sacrestia del Carmelo, poneva una cura piena di amore per conservare senza macchia, per rendere anzi sempre più risplenden­ti i vasi sacri, che dovevano custodire il Corpo santissimo di Gesù. Così anche voi, custodi del corpo e Guardie di onore del Vicario di Cristo, conserverete, accrescerete sempre in voi quella purità di cuore e quella elevazione di animo, che sono il più bello dei vostri titoli...". Il 6 ottobre 1940, ricevendo nel cortile di San Damaso un numeroso gruppo di giovani dell'A­zio­ne Cattolica Femminile Italiana, Pio XII sottolineava: "La loro vista ci ricorda l'amabile santa Teresa di Gesù Bambino, la quale, quando era ancora la piccola Teresa Martin, aveva meritato di essere chiamata dal catechista « son petit docteur ».          Il 3 maggio 1944: Pio XII proclamava Teresa di Lisieux, Patrona secondaria della Francia.
            Il 7 agosto 1947, il Papa inviava una lettera a Mons. F. Picaud, vescovo di Bayeux e Lisieux, nella quale proponeva un nuovo studio teologico dell'infanzia spiritua­le. Ecco alcune frasi del documento pontificio: "La via d'infanzia spirituale che, dopo molti santi, ella è venuta a ricordarci, è quella raccomandata dalle parole del Salvatore ai suoi Apostoli (Mt 18, 3) [...]. Molti immaginano che questa sia una via speciale, riservata alle anime innocenti di giovani novizie per guidarle soltanto nei loro primi passi, e che non convenga a persone già mature che hanno bisogno di molta prudenza, avendo gravi responsabilità. Sarebbe dimenticare che nostro Signore stesso ha raccomandato questa via a tutti i figli di Dio, anche a coloro che hanno, come gli apostoli che egli andava formando, la più alta responsabilità, quella delle anime [...]. Questa via d'infanzia è molto elevata e tuttavia è quella che conviene ad ogni figlio di Dio, anche se fosse giunto ad età avanzata [...]. Questa via d'infanzia, a ben intenderla, ci ricorda la semplicità superiore dell'anima che va diritta a Dio con una intenzione purissima. Essa ci ripete l'importanza dell'umiltà che porta a chiedere la grazia di Dio poiché « senza di lui non possiamo far nulla » nell'ordine della salute [...]. La via d'infanzia spirituale ci fa evitare il danno dell'«attivismo » del tutto naturale ed eccessivo che impedisce di riflettere interiormente e di pregare, e che non può produrre i frutti soprannaturali di santificazione e di salute".
            Il 28 aprile 1952, ricevendo in Udienza un folto gruppo di collaboratori missionari, Pio XII richiamava: "La Patrona di tutte le missioni, santa Teresa di Gesù Bambino, ci insegna a fare della nostra vita cristiana di tutti i giorni un'offerta apostolica altamente meritoria e efficace".
            L'11 luglio 1954 Pio XII approfondisce il tema della dottrina d'infanzia spirituale nel radiomessaggio per la consacrazione della Basilica di Lisieux. Dopo aver ricordato con commozione l'11 luglio 1937 quando, a nome di Pio XI, Egli stesso benediceva la Basilica della santa, proseguiva: "Se la divina Provvidenza ha permesso la straordinaria diffusione del suo culto, è perché ella ha trasmesso e trasmette al mondo un messaggio di una sorprendente penetrazione spirituale, una testimonianza unica di umiltà, di confidenza e di amore! [...]. È il Vangelo stesso, il cuore del Vangelo che essa ha ritrovato, ma con quanto fascino e freschezza! [...]. Figlia di un cristiano ammirevole, ella ha imparato sulle ginocchia paterne i tesori di indulgenza e di compassione che si nasconde nel cuore del Signore! [...]. Dio è un padre le cui braccia sono costantemente rivolte ai figli. Perché non rispondere a questo gesto? Perché non gridare senza posa verso di lui la nostra immensa angoscia? Bisogna fidarsi della parola di Teresa, quando invita, sia il più miserabile che il più perfetto, a non far valere davanti a Dio che la debolezza radicale e la povertà spirituale di una creatura peccatrice".

GIOVANNI XXIII (1958-1963)

            I rapporti di Mons. Angelo Giuseppe Roncalli con Lisieux sono molto antichi.   Papa Roncalli si può veramente chiamare il pellegrino di Lisieux. Vi andò la prima volta l'11 settembre 1930, quando era ancora Visitatore e poi Delegato Apostolico in Bul­garia. Ma soprattutto vi andò quando era Nunzio a Parigi, tre volte in incognito e due volte su invito ufficiale, sempre desiderate e in parte da lui provocate. Egli chiamava Teresa "la piccola grande santa, Stella propiziatrice della mia missione in Francia". Scriveva alla Madre Agnese: "Spesso guardo alla sua immagine di marmo che esiste nella cappella privata della Nunziatura; a lei affido le mie difficoltà e i miei sforzi nel ministero di riconciliazione e di pace che caratterizzano la mia missione nel servizio della santa Chiesa e della Francia".
            Il 16 ottobre 1960, in un Udienza generale, dopo aver parlato di S. Teresa d'Avila, aggiungeva in forma colloquiale: "…Grande fu Teresa di Avila per aver attestato, in maniera splendente, quale forza viva di santificazione ci sia nel Cri­stianesimo; grande fu Teresa di Lisieux per aver saputo nella umiltà, nella semplicità, nell'abnegazione costante, cooperare alle imprese e al lavoro della grazia per il bene di innumerevoli fedeli".
            Al P. François de Sainte Marie OCD, che gli aveva offerto l'edizione dei ritratti “Visage de Thérèse de Lisieux” Giovanni XXIII diceva: "Santa Teresa la Grande, io l'amo mol­to...ma la Piccola: ella ci conduce alla riva [...]. Bisogna predicare la sua dottrina così necessaria".
            Nella Esortazione inviata alle Religiose, a pochi mesi dell'inizio del Concilio Ecumenico, per chiedere l'aiuto delle loro preghiere, scriveva: "Da quelle che vivono nel silenzio del chiostro, e particolarmente da là, la Chiesa molto si attende. Esse, come Mosè, tengono le braccia alzate in preghiera, consapevoli che in tale supplice atteggiamento si ottiene vittoria. Ed é tanta l'importanza del contributo delle Religiose di vita contemplativa all'apostolato, che Compatrona delle missioni - emula quindi di san Francesco Saverio - Pio XI volle non una suora di vita attiva, ma una Carmelitana, santa Teresa del Bambino Gesù".

PAOLO VI (1963-1978)

            In una lettera del 18 dicembre 1938, in ringraziamento alle monache di Lisieux per il dono natalizio del Calendario e dell'Almanacco teresiano, confessava di "seguire da lunga data e col più vivo interesse lo sviluppo del Carmelo di Lisieux" e "di avere una grande devozione a santa Teresa, della quale conserva - dice la lettera - una piccola reliquia sul tavolo di lavoro". Nell'Archivio di Lisieux si conservano 20 lettere e un telegramma firmati da Mons. Montini, come Sostituto e poi Pro-Segretario di Stato di Pio XII.
            Nella parrocchia di S. Pio X, a Roma, la domenica 16 febbraio, il Papa sottolineava con chiarezza quanto aveva praticato e insegnato S. Teresa di Gesù Bambino riguardo alla fiducia che dobbiamo avere nella bontà di Dio: "Uno scrittore moderno assai noto conclude un suo libro affermando: tutto è grazia. Ma di chi è questa frase? Non del ricordato scrittore, perché anch'egli l'ha attinta - e lo dice - da altra sorgente. È di S. Teresa di Gesù Bambino. L'ha posta in una pagina dei suoi diari: "Tout est grâce". Tutto può risolversi in grazia. Del resto anche la santa Carmelitana non faceva che riecheggiare una splendida parola di S. Paolo: « Diligentibus Deum omnia cooperan­tur in bonum ». Tutta la nostra vita può risolversi in bene, se amiamo il Signore".
            C'è poi il discorso dell'Udienza del 29 dicembre 1971, quando parlando della devozione a Gesù Bambino, accennava piuttosto diffusamente a santa Teresa di Gesù Bambino e al suo spirito di infanzia spirituale. Nell'Udienza il Papa affermava di volere dedicare all'argomento "una parola sola". Ma questa parola è significativa. Egli constatava innanzitutto che "l'infan­zia spirituale è una delle correnti vivaci nella religiosità del nostro tempo". E proseguiva: "essa non ha nulla di puerile e di affettato; si esprime in un linguaggio semplice e innocente, derivato senz'altro dalla paradossale, ma sempre divina parola di Gesù: Mt 18,3; cfr. pure Mt11,25; 18,4; 19,14; 25,40". Per cui osservava: "La base evangelica di questa spiritualità non potrebbe essere più autorevole".
            Ma il pensiero di Paolo VI sulla dottrina di S. Teresa di Gesù Bambino viene più ampiamente sviluppato in occasione del I° centenario della nascita della   santa (1873-1973). In una lettera indirizzata a Mons. J. Badé, vescovo di Bayeux e Lisieux, il 2 gennaio 1973, il Papa vuole presentare la santa in "una luce provvidenziale" per gli uomini del nostro tempo. Nella dottrina e spiritualità di Teresa di Lisieux Papa Montini mette in risalto tre aspetti:
            - Prima di tutto c'è la preghiera: "Alla nostra epoca la intimità con Dio rimane come un obiettivo capitale, ma difficile. È stato infatti gettato il sospetto su Dio; si è qualificata di alienazione ogni ricerca di Dio per se stesso; un mondo lar­gamente secolarizzato spinge a staccare dalla loro sorgente e dalla loro finalità divina l'esistenza e l'azione degli uomini". Da qui "la necessità di una preghiera contemplativa, disinteres­sata, gratuita si fa maggiormente sentire. L'apostolato stesso, in tutti i suoi livelli, deve radicarsi nella preghiera, raggiungere il cuore di Cristo, sotto pena di esaurirsi in un'attività che non conserverebbe di evangelico che il nome".
Teresa "rimane quella che ha creduto appassionatamente all'amore di Dio, che ha vissuto sotto il suo sguardo i più piccoli dettagli quotidiani, camminando alla sua presenza, che ha fatto di tutta la sua vita un colloquio con il suo Diletto".
            - C'è poi la speranza: "Al giorno d'oggi molti provano duramente i limiti delle loro forze fisiche e morali; si sentono impotenti dinanzi agli immensi problemi del mondo con cui essi si stimano a giusto titolo solidali. Il lavoro quotidiano sembra loro opprimente, oscuro e inutile". Da qui la mancanza della speranza: "la debolezza, la piccolezza e la depressione [...]. Alcuni si rassegnano con passività; altri si rinchiudono nel loro egoismo e nel godimento immediato; altri si incupiscono e si rivoltano; altri infine si disperano". A tutti "Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo insegna a non contare su stessi, sia che si tratti di virtù o di limitatezza, ma sull'amore misericordioso del Cristo, che è più grande del nostro cuore e ci associa all'offerta della sua passione e la dinamismo della sua vita. Possa essa insegnare a tutti la « piccola via regale » dell'Infa­nzia spirituale, che è agli antipodi della puerilità, della passività e della tristezza".
            - C'è infine l'inserimento nella comunità: "Molti cristiani non vedono come conciliare concretamente lo sviluppo personale e le esigenze dell'obbedienza religiosa o della vita comune; la libertà e l'autorità; la santità e l'istituzione; la verità dei rapporti e la carità; la diversità dei carismi e la unità". Paolo VI osserva che "l'inserzione realista della comunità cristiana, ove si è chiamati a vivere l'istante presente, Ci sembra una grazia sommamente desiderabile per il nostro tempo". E guardando a santa Teresa scrive: "Teresa si è trovata costantemente di fronte a tali problemi [...]. Con la nitidezza della sua sensibilità, la lucidità del suo giudizio, il suo desiderio di semplificazione, il suo attaccamento personale all'essenziale, si può dire che essa ha seguito lo Spirito, segnato una via originale, sviluppato la propria personalità e permesso a molte anime di prendere uno slancio nuovo e adatto a ognuno di esse. Ma - continua Paolo VI - per fare questo Teresa non si è allontanata dall'obbedienza: ella ha saputo utilizzare gli umili mezzi che le offriva la sua comunità e che la Chiesa metteva a sua disposizione. Essa non attese, per iniziare ad agire, un modo di vita ideale, un ambiente di convivenza più perfetto, diciamo piuttosto che essa ha contribuito a cambiarli dal di dentro. L'umiltà è lo spazio dell'amore. Il valore degli atti si misura dalla loro carica d'amore. La sua ricerca dell'Assoluto e la trascendenza della sua carità le hanno permesso di vincere gli ostacoli, o piuttosto di trasfigurare i suoi limiti".
            Nel 1975 Paolo VI pubblicava l'Esortazione Apostolica Gaudete in Domino sulla gioia cristiana. A un certo momento l'Esortazione parla della gioia nel cuore dei Santi, fra i quali pone pure santa Teresa di Lisieux, della quale scrive: "In tempi più vicini, santa Teresa di Lisieux ci mostra la via coraggiosa dell'abbandono nelle mani di Dio, al quale affida la propria piccolezza. Ma non per questo essa ignora il sentimento dell'assenza di Dio, cosa di cui il nostro secolo, a suo modo, fa la dura esperienza: «Talvolta all'uccellino (a cui essa si paragona) sembra di credere che non esiste altra cosa all'infuori delle nuvole che l'avvolgono [...]. È quello il momento   della gioia perfetta per il povero debole esserino [...]. Che gioia per lui restarsene là malgrado tutto, fissare la luce invisibile che si nasconde alla sua fede »".
            Il 13 maggio 1977, ricevendo in Udienza privata il Consiglio Superiore delle Pontificie Opere Missionarie, Paolo VI propone di nuovo l'esempio di S. Teresa di Lisieux, Patrona delle missioni cattoliche. "Santa Teresa di Lisieux - affermava - che proprio cinquant'anni fa veniva proclamata Patrona universale delle missioni per aver sostenuto l'ardore missionario senza mai uscire dal suo Carmelo, ci appare come un esempio tipico della solidarietà spirituale che si deve approfondire".
            Nel Messaggio per la Giornata Mondiale indirizzato a tutta la Chiesa e pubblicato il 29 maggio 1977 è contenuto un importante riferimento a santa Teresa di   Lisieux, Patrona delle missioni: "Carissimi Fratelli e Figli della Chiesa Cattolica! Il consueto indirizzo che vi rivolgiamo in vista della prossima Giornata Missionaria, consapevoli del dovere di promuovere l'evangelizzazione, si apre quest'anno nel ricordo di una eletta figura di donna, da cui la Chiesa ha ricevuto e riceve tuttora un forte impulso missionario: santa Teresa di Lisieux che, proprio cinquant'anni fa, fu proclamata, con San Francesco Saverio, speciale Patrona delle missioni cattoliche [...]. In tutte le epoche missionarie si può infatti constatare come la presenza di un Santo diventi punto di partenza per un nuovo slancio apostolico, ed è questa la ragione ideale e insieme augurale del riferimento da Noi fatto alla insigne e santa religiosa carmelitana".

GIOVANNI PAOLO I (1978)

            Nei 33 giorni del suo Pontificato Giovanni Paolo I, il Papa del sorriso - come venne definito - non ha lasciato particolari documenti su santa Teresa del Bambino Gesù. Tuttavia possiamo ugualmente cogliere il suo pensiero in due oc­casioni: la prima si ebbe per il Centenario della nascita di S. Teresa del Bambino Gesù, quando, come Patriarca di Venezia, il 10 ottobre 1973, lesse una dotta conferenza alla Scuola Grande dei Carmini a Venezia; la seconda occasione fu nel libro che raccoglie una serie di lettere scritte a qualche illustre personaggio. Da qui possiamo vedere come il pensiero e la dottrina della santa di Lisieux fosse profondamente presente nell'anima del futuro Papa.
            La conferenza tenuta ai Carmini a Venezia, dopo una diligente nota bibliografica della santa, mette in luce alcuni aspetti dottrinali e spirituali che il Patriarca crede opportuno richiamare come particolarmente adatti ai nostri tempi. Rifacen­dosi alla Lettera di Paolo VI al vescovo di Bayeux e Lisieux del gennaio di quell'anno 1973 e che, in un primo punto tratta della vita di intimità col Signore, il Patriarca osserva: "Il nostro tempo non sembra molto apprezzarla e favorirla. Su Dio s'è gettato il sospetto: se uno cerca di piacergli, lo si dice alienato, quasi trascurasse la coltivazione del pascolo reale, vicino, possibile, in vista di irreali ed impossibili « pascoli eterni ». Il card. A. Luciani si sofferma piuttosto e­s­tesamen­te sulla sofferenza nella vita di Teresa. "Mi permetto di tornarci sopra, perché sofferenti siamo un po' tutti: ammalati, in­compresi, non riconosciuti, bersagliati dall'insuccesso, preoccupati da problemi di ogni genere, persuasi di non poter credere in Dio, rosi dall'intimo rimorso di aver sin qui mal impostata e condotta la vita [...]. La grande domanda è: a quando e da chi una serenità per noi?". Teresa ha conosciuto la sofferenza fisica, la sofferenza per la famiglia (la malattia del padre) e una lunga e dolorosa malattia. Ma ha avuto specialmente la sofferenza spirituale. "La notte del nulla, che è ancora più profonda e che le fa toccar con mano che cosa vuol dire non aver fede in Dio [...]. Per mesi, fino alla fine, Teresa ripete atti di fede, fa le opere della fede, ma non ha il godimento della fede. È immersa nelle tenebre più fitte: senza essere respon­sabile di questo fatto, l'accetta come se fosse responsabile di questo fatto, l'accetta come se fosse un'atea colpevole; si siede alla mensa dei peccatori come se fosse una di loro".
            Un secondo aspetto richiamato dal Patria­r­­ca in questa occasione è il disagio che molti oggi sentono nella quotidianità della loro vita. "Alcuni, sia semplici fedeli, sia anime consacrate, dicono di non trovarsi a loro agio (nel tempo moderno). Sensibilissimi alla libertà e alla dignità della persona umana, non capiscono l'autorità e l'obbedienza. Nelle cosiddette strutture si sentono come Davide nella pesante ed impacciosa armatura di Saul". Teresa invece si è inserita nella cultura e nelle struttura del suo tempo: confessione a sei anni, la preparazione alla prima comunione in famiglia, il pellegrinaggio - che per Teresa furono altamente istruttivi - il monastero, cioè la vita religiosa coi voti, la regola, l'austerità. "Oggi - commenta Luciani - sotto pretesto di rinnovamenti, si tende talvolta a svuotare tutte queste cose del loro valore. Teresa non sarebbe d'accordo, a mio avviso".
            Un altro aspetto positivo suggerito agli uomini di oggi da Teresa è "il suo amore alla Sacra Scrittura e c'è da godere che essa abbia in qualche modo prevenuto questi nostri tempi di riscoperta biblica". Né va dimenticato il ricordo dei santi e della loro dottrina.
            Concludendo: A. Luciani osserva  che "negli scritti di santa Teresa del Bambino Gesù si trovano tesori di dottrina ascetica [...]. Essa, avendo acuta intelligenza e doni speciali, ha visto chiarissimo nelle cose di Dio e si è anche espressa chiaris­simamente, cioè con somma semplicità e andando all'essen­zia­le"­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­.
            Tra i personaggi ai quali il Patriarca di Venezia indirizza una lettera è santa Teresa di Lisieux, col titolo La gioia carità squisita. Anche da questa lettera possiamo dedurre quale posto aveva la santa nel cuore del futuro Papa e quali virtù maggior­mente lo colpissero. Da questa lettera, che rispecchia tutto l'afflato pastorale del Patriarca di Venezia, traspare quanto segue.
“L'autobiografia della santa ‘quando avevo diciassette anni’ fu per me un colpo di fulmine. ‘Storia di un fiorellino di maggio’  l'avevate definita. A me parve la storia di una  ‘spranga d'acciaio’ per la forza di volontà, il coraggio e la decisione, che da essa sprizzavano". Infatti "scelta una volta la strada della completa dedizione a Dio, niente vi ha più sbarrato il passo: né malattia, né contrad­dizione esterne, né nebbie e tenebre   interiori". Conosciamo inoltre l'aiuto che ebbe da Teresa quando, giovane sacerdote, venne ricoverato al sanatorio, ammalato di tuber­colosi. Albino confessa umilmente: "Mi vergognai di provare un po' di paura: « Teresa ventitreenne, fino allora sana e piena di vitalità - mi dissi - fu inondata di gioia e di speranza, quando sentì salire alla bocca la prima emottisi. Non solo, ma, attenuando il male, ottenne di portare a termine il digiuno con regime di pane secco e acqua, e tu vuoi metterti a tremare? Sei   sacerdote, svegliati, non fare lo sciocco »".
            In occasione del centenario della nascita (1973) il Patriarca Luciani rilegge l'autobiografia di Teresa di Lisieux e rimane colpito dal "modo con cui aveste amato Dio e il prossimo [...]. Anche voi chiamate la vostra strada « la via dell'amore ». Vi siete sentita come «un uccellino senza forza e senz'ali »; in Dio avete visto l'aquila, che scende per portarvi alle altezze sulle proprie ali. Chiamaste la grazia divina « ascensore », che vi innalzava a Dio presto e senza fatica, essendo voi « troppo piccola per salire l'aspra scala della perfezione »". "Cercare il volto di Cristo nel volto del prossimo è l'unico criterio che ci garantis­ca di amare sul serio tutti, superando antipatie, ideologie e mere filantro­pie". "Aiutare come si può, non prendersela, essere compren­sivi, mantenersi calmi e sorridenti in queste occasioni, è amare il prossimo senza retorica, ma in modo pratico". "Può essere spicciola anche la carità privatizzata o sociale [...]. Accettare il disagio (in caso di sciopero), non mormorare, sentirsi solidali con dei fratelli, che lottano per la difesa dei loro diritti, è pure carità cristiana. Poco notata, ma non per questo meno squisita". "Una gioia mescolata all'amore cristiano [...]. La gioia può diventare carità squisita, se comunicata, come appunto facevate Voi nelle ricreazioni del Carmelo, agli altri".

GIOVANNI PAOLO II (1978-2005)

            A pochi giorni dalla sua elezione al Pontificato Romano, il 10 novembre 1978, Giovanni Paolo II riceveva in Udienza le Suore di Roma, tra le quali si trovavano pure molte monache di clausura. Verso la fine del suo discorso si rivolgeva diret­tamente alle claustrali proponendo l'esempio di s. Teresa del Bambino Gesù: "Si realizzi in ciascuna di voi quello che fu il programma di vita di S. Teresa di Gesù Bambino: « in corde Ecclesiae amor ero » - nel cuore della Chiesa sarò l'amore".
            Prima di partire per il primo pellegrinaggio in Francia, ove si sarebbe pure recato a Lisieux, a un gruppo di Abadesse benedettine d'Italia, il 22 maggio 1980,   Giovanni Paolo II raccomandava una intensa preghiera ai piedi della croce per la salvezza del mondo. Citava il seguente fatto dell'autobiografia di S. Teresa del Bambino Gesù: "Una domenica, guardando un'immagine di Nostro Signore in croce, fui colpita dal sangue che colava da una mano sua divina; provai un dolore grande pensando che quel sangue cadeva a terra senza che alcuno si desse premura di raccoglierlo; e risolsi di tenermi in spirito a piè della croce per ricevere la divina rugiada, comprendendo che avrei dovuto, in seguito, porgerla alle anime".
            Ma il pensiero del Papa su santa Teresa del Bambino Gesù venne espresso in modo sistematico nel suo primo pellegrinaggio apostolico in Francia nel maggio del 1980. In quell'occasione pronunciò una memorabile Omelia nella Basilica di santa Teresa a Lisieux, commentando e applicando alla « piccola via » di santa Teresa il testo paolino della lettera ai Romani: "Tutti coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito di schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: « Abbà, Padre! »". Dopo aver ricordato che Teresa "fu in effetti una nostra santa contemporanea", il Papa osserva che "i santi non invecchiano praticamente mai, e che essi non cadono in prescrizione. Essi testimoniano la perenne giovinezza della Chiesa". Nella frase paolina Giovanni Paolo II vede "la caratterizzazione del particolare carisma di Teresa Martin, ciò che cioè costituisce il dono speciale del suo cuore, e che, per mezzo suo, è divenuto un dono particolare per la Chiesa". "Dono meraviglioso nella sua semplicità, e insieme universale. Per suo mezzo Dio ha rivelato al mondo il mistero fondamentale, la realtà del vangelo sintetizzato nello spirito di figli adottivi. La piccola via è la via della santa infanzia. In questa via c'è allo stesso tempo la conferma e il rinnovo della verità più fondamentale e più universale. Quale verità del messaggio evangelico è infatti più fondamentale e più universale di questa: Dio è nostro Padre e noi siamo suoi figli? ".
            "Quando ella morì ha lasciato il ricordo dell'infanzia: della santa infanzia [...]. Teresa fu «l'enfant » il bambino. "Ella fu "l'enfant" il bambino che confidava fino all'eroismo, e di conseguenza libera fino all'eroismo". L'eroismo la portò a realizzare il significato del secondo cognome religioso: Teresa del Bambino Gesù e del Santo Volto. "Per questo, la confidenza filiale della piccola Teresa è eroica perché proviene   dalla fervente comunione alle sofferenze di Cristo". Ma poiché con la sua passione Cristo ha redento il mondo, Teresa ha sentito forte il problema della salvezza del mondo e dell'uomo, e quindi si è sentita mis­sionaria. "Presente con la forza e la grazia particolare dello Spirito d'amore a tutte le avanguardie missionarie, vicina a tutti i missionari, uomini e donne. Per questa venne proclamata Patrona delle missioni, come  san Francesco Saverio".
            Nell'Udienza del 18 marzo 1981, parlando di raccoglimento e di preghiera a migliaia di giovani di varie diocesi d'Italia, ricordava l'esempio di santa Teresa di Gesù Bambino "che da bambina ogni tanto si rendeva irreperibile, nascondendosi per pregare. « Che cosa pensi? » le chiedevano i familiari, ed essa con innocente semplicità rispondeva: « Penso al buon Dio, alla vita, all'Eter­nità ». E ai giovani proponeva: "Riservate anche voi un po' di tempo, specialmente alla sera, per pregare, per meditare, per leggere una pagina del Vangelo o un episodio della biografia di qualche Santo; createvi una zona di deserto e di silenzio, così necessari per la vita spirituale. E se vi è possibile par­tecipate anche ai Ritiri e ai corsi di Esercizi Spirituali, organizzati nelle vostre diocesi e parroc­chie"
            Il pensiero di Teresa di Lisieux Patrona delle missioni ritorna anche nei Messaggi annuali per le Giornate missionarie mondiali. Così nel Messaggio del 1984   scriveva a proposito di santa Teresa del Bambino Gesù: "Santa Teresa del Bambino Gesù, Patrona delle missioni, prigioniera di amore nel Carmelo di Lisieux, avrebbe voluto percorrere il mondo intero per piantare la Croce di Cristo in ogni luogo [...]. Ed ha concretizzato l'universalità e l'apostolicità dei suoi desideri nella sofferen­za chiesta a Dio e nell'offerta preziosa di se stessa quale vittima volontaria all'amore misericordioso. Sofferenza che raggiunse il culmine e insieme il più alto grado di fecondità apostolica nel martirio dello spirito, nel travaglio dell'oscuri­tà della fede, offerto eroicamente per ottenere la luce della fede a tanti fratelli ancora immersi nelle tenebre". Ricordando poi che essa era stata dichiarata Patrona delle missioni con San Francesco Saverio, invitava tutti alla riflessione di tale fatto.

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