Il Vangelo e il commento di oggi. Lunedì della XIII settimana del Tempo Ordinario



Mt 8,18-22

In quel tempo, Gesù, vedendo una gran folla intorno a sé, ordinò di passare all’altra riva. Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: “Maestro, io ti seguirò dovunque andrai”. Gli rispose Gesù: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”.
E un altro dei discepoli gli disse: “Signore, permettimi di andar prima a seppellire mio padre”. Ma Gesù gli rispose: “Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti”.


IL COMMENTO


In tutti noi alberga un desiderio. Profondo. Poter passare indenni le giornate, le prove, la vita. Apriamo gli occhi e si srotola dinnanzi ai nostri occhi un futuro incerto, impegni, lavoro, rapporti, soldi, famiglia, studio. Sorge il sole e con esso la pesantezza delle ore che incontreremo. Passarvi dentro senza lasciarci la vita, ecco il desiderio che ci brucia dentro. Non restare invischiati tra le maglie dei problemi, delle preoccupazioni, delle angosce. Scapparne è pura illusione. Abbiamo provato tante droghe nella nostra vita. Ci hanno reso più fragili e meno felici. Il desiderio insaziabile di libertà, e di felicità. Ad esso risponde il Vangelo di oggi. L’ordine perentorio di Gesù di passare all’altra riva. Entrare nella Pasqua, il seno da cui è stato tratto Israele. Il Passaggio dalla schiavitù alla libertà. E’ dunque molto più che un desiderio, è un ordine del Signore. Da questa chiamata siamo nati. In questa chiamata viviamo, esistiamo, siamo. Passare all’altra riva, ogni giorno. Una vita che non passa, un’esistenza atrofizzata e installata nelle sicurezze schierate come reggimenti a difesa di una pace che neanche possediamo, una vita seduta è già preda dei vermi. La corruzione ha preso il sopravvento, e tutto marcisce tra le mani, nulla soddisfa, nulla rallegra. Passare all’altra riva è l’unico modo di seguire il Signore. Lui non ha dove reclinare il capo, lo farà sulla Croce, nel sepolcro, a anche lì per lo spazio d’un breve tempo. Non sono la Croce né il sepolcro il riposo del Signore. Croce e sepolcro sono la via, non sono la meta. Seguire il Signore è prendere la Croce d’ogni giorno, entrare con Lui nei tanti sepolcri che si aprono dinnanzi ai nostri passi. E passare all’altra riva. Verso il Cielo. Il riposo, l’unico. Anticipato qui ed ora nell’amore Suo, nel perdono, nella Sua presenza dentro la nostra vita. A volte consolante, a volte oscura e impalpabile. Seguirlo sulle orme di Pasqua. La nostra chiamata ad essere vivi passati nella morte. Con la caparra del riposo nel cuore, e lo sguardo fisso sul Cielo. Come Giacobbe che posò il capo su di una pietra, nel luogo di Dio, alle porte del Cielo. “ Rabbì Berekhiah dice in nome di Rabbì Levi: Le pietre che Giacobbe nostro padre aveva messo sotto il capo furono trasformate in un letto e un cuscino. Lì, con quella freschezza e quella asprezza, Egli benedisse” (GenR 68,43). Così il Midrash. Così per la nostra vita, freschezza e asprezza, il passaggio dalla morte alla vita. Non è stato possibile che la morte tenesse in potere il Signore, per questo non è possibile riposare nella morte. Nei fallimenti. Nei dolori. Non è quello il nostro Luogo. E’ un momento. Un passo nel passaggio. Colui che è di Cristo non è un rassegnato, un cultore macabro della sofferenza e della morte. Chi è di Cristo lo segue. Ovunque. Era il desiderio dello Scriba, come è il nostro desiderio, il frutto dell’esser passati all’altra riva. L’esperienza della Pasqua. Il seno da cui è stato tratto Israele, le viscere battesimali della nostra nuova vita sempre protesa verso un’altra riva, sino a che non giunga l’ultima, la sponda del Cielo. Seguire il Signore ci rende come il vento, che non sai di dove venga o dove vada, solo se ne apprezza la presenza. Nessuna sicurezza se non Lui. La precarietà che denuda e svuota d’ogni appoggio e schiavitù. Sul mare passa il cammino del Signore e le orme ne restano invisibili. Lui. E in Lui tutto. Lo sguardo nel Suo sguardo, senza fughe all’indietro a cercare di seppellire il passato, le cose lasciate in sospeso, che sembra sempre di non aver risolto, sistemato, spiegato, compreso. Seguirlo è lasciare che il passato seppellisca il passato, per non diventare come la moglie di Lot, una statua di sale fissata in uno sguardo di rimpianto. Seguirlo all’altra riva, la vita rinnovata istante dopo istante, libera, bella, vera.


APPROFONDIMENTI


Origene (circa 185-253), sacerdote e teologo
Omelie sui Numeri, n° 17 ; SC 29, 348

« Seguimi »


Balaam aveva profetizzato: «Come sono belle le tue tende, Giacobbe, le tue dimore, Israele,» (Nm 24,5). Qui Giacobbe simboleggia gli uomini perfetti nelle azioni e nelle opere, e Israele i ricercatori della sapienza e della conoscenza... Di colui che ha compiuto tutto il suo dovere ed è giunto alla perfezione delle opere, si dice che questa perfezione delle opere è la casa, la sua bella casa. Invece non c'è limite agli sforzi di coloro che lavorano alla sapienza e alla conoscenza – dove sarà infatti il limite della sapienza di Dio? Quanto più se ne avvicinerà, tanto più ne scoprirà la profondità; quanto più si la scruterà, tanto meglio si capirà il suo carattere ineffabile e incomprensibile; infatti la sapienza di Dio è incomprensibile e inestimabile. Balaam dunque non vanta le case di coloro che avanzano sulla strada della sapienza di Dio, perché non hanno raggiunto il termine del viaggio, invece ammira le tende con le quali si spostano sempre e avanzano sempre.

Chiunque ha fatto qualche progresso nella conoscenza delle cose di Dio e ha acquisito qualche esperienza in questo campo lo sa benissimo: raggiunto qualche squarcio, qualche comprensione dei misteri spirituali, l'anima vi soggiorna come sotto una tenda; e avendo esplorato altre regioni a partire di questa prima scoperta..., piegata la tenda, in un certo senso, protende verso un luogo più alto, e là pianta per un momento la dimora del suo spirito... Così, sempre «protesa verso il futuro» (Fil 3,13), va avanti come i nomadi con le loro tende. Non viene mai il momento in cui l'anima infiammata dal fuoco della conoscenza di Dio può darsi del tempo per riposare; è sempre rimessa in moto dal bene verso il meglio e da questo meglio verso luoghi più alti.

Il Vangelo e il commento di oggi. Sabato della XII settimana del Tempo Ordinario

Dal Vangelo secondo Matteo 8,5-17.

Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: «Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente». Gesù gli rispose: «Io verrò e lo curerò». Ma il centurione riprese: «Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch'io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Fà questo, ed egli lo fa». All'udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: «In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. Ora vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti». E Gesù disse al centurione: «Và, e sia fatto secondo la tua fede». In quell'istante il servo guarì. Entrato Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si mise a servirlo. Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie.


Traduzione liturgica della Bibbia



Meditazione del giorno:

Sant'Agostino (354-430), vescovo d'Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorsi, 231

« Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto »


Venendo da un altro paese, Cristo ha potuto trovare qui solo ciò che vi era in abbondanza : pene, dolori e morte. Ecco quello che hai qui, ecco ciò che c'è qui in abbondanza. Egli ha mangiato con te ciò che nella povera casa della tua disgrazia c'era in abbondanza. Ha bevuto l'aceto, ha gustato il fiele (Gv 19, 29). Questo ha trovato nella tua povera casa !

Ma egli ti ha invitato alla sua mensa magnifica, alla sua mensa del cielo, alla mensa degli angeli dove egli stesso è il pane (Gv 6, 34). Salito a casa tua e trovata la disgrazia nella tua povera casa, non si è disdegnato di sedersi alla tua mensa, così come era, e ti ha promesso la sua… Ha preso su di sè la tua disgrazia e ti darà la sua felicità. Sì, te la darà : ci ha promesso la sua vita.

Più incredibile ancora è quello che ha realizzato : ci ha dato in pegno la propria morte. È come se dicesse : « Vi invito alla mia mensa, dove nessuno muore, dove si trova la vera felicità, dove il cibo non si corrompe, dove ristora, non manca mai e colma ogni cosa. Vedete dove io vi invito. Nel paese degli angeli, all'amicizia del Padre e dello Spirito Santo, ad un pranzo di eternità, nella mia amicizia fraterna. Infine, vi invito a me stesso, vi invito alla mia stessa vita. Non volete credere che io vi darò la mia vita ? Prendete la mia morte come pegno ! »

Il Vangelo e il commento di oggi. Giovedì della XII settimana del Tempo Ordinario



Mt 7, 21-29

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.
Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia.
Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perchè era fondata sopra la roccia.
Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande» .
Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle restarono stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi.


Il commento

La volontà di Dio. Compiere la volontà del Padre che è nei Cieli schiude le porte del Cielo. Vivere come un cittadino del Cielo, mostrarne l’appartenenza. È questo, e solo questo il passaporto per il Paradiso. Le parole non contano. Neanche i miracoli. Neanche l’essere prete, o missionario. Potrei dare tutto ai poveri, o consegnare il mio corpo al fuoco, se non è per amore è puro fumo. Vanità senza peso.
Una vita costruita sulla sabbia, polvere finissima, morbida e rilassante. Senza forza. Le nostre belle parole, i nostri eroici atti d’altruismo, le nostre liturgie, le preghiere. Tutto per apparire, tutto per ricevere in cambio un po’ d’affetto. Tutto per costruire noi stessi.
Senza amore; solo concupiscenza. Una vita mondana, la carne a guidarne le scelte. Un passaporto senza valore. Il Signore non lo può riconoscere. Non v’è sigillato il Suo amore. La Parola incarnata, compiuta nella trama dell’esistenza, la casa fondata sulla Roccia. Cristo.
O Lui, o noi. Con Lui entreremo nel Regno, senza di Lui ne resteremo fuori. Urge convertirsi. Oggi. Ascoltare la Sua voce e non indurire il cuore, provvedere all’olio dello Spirito Santo quali vergini sagge prudenti. Implorare lo Spirito, il soffio di Dio ad alimentare le nostre vite di vita divina.
La Sua natura modellata, riversata in noi. Il pensiero di Cristo nelle nostre menti. Il Suo cuore nei nostri cuori. Con Lui, afferrati al Suo amore, anche oggi nel Getsemani sconvlto dai venti delle tentazioni, nella lotta con la pioggia dei nostri desideri; con Lui la fede per resistere quando i fiumi delle avversità, delle malattie, delle relazioni, del lavoro, dei figli, del marito, della moglie dei soldi si abbattono su di noi.
Con Lui vittoriosi sulla carne, sul mondo, sul demonio. Uniti a Lui, indissolubilmente. Nulla anteporre al Suo amore. E’ questa la saggezza. E’ questa la porta del Cielo.



APPROFONDIMENTI


San Gregorio Nazianzeno
(330-390), vescovo, dottore della Chiesa
Discorsi, 26 ; PG 35, 1238

Fondati sopra la roccia


Un giorno, stavo passeggiando lungo il mare; come dice la Scrittura, «il mare era agitato, perché soffiava un forte vento» (Gv 6,18). Le onde si sollevavano da lontano e invadevano la riva, sbattendo gli scogli, spezzandosi e trasformandosi in schiuma e in goccioline. Piccoli sassi, alghe e le conchiglie più leggere erano strascinati dalle acque e gettati sulla sponda, mentre le rocce rimanevano ferme e incrollabili, come se tutto fosse calmo, pur in mezzo ai flutti che appena le avevano battute...

Ho imparato una lezione da questo spettacolo. Questo mare, non è forse la nostra vita e la nostra condizione umana? Anche lì si trova molta amarezza e instabilità. E i venti non sono forse le tentazioni che ci assalgono e tutti i colpi imprevisti della vita? Questo, secondo me, meditava Davide quando esclamò: «Salvami, o Dio: l`acqua mi giunge alla gola. Affondo nel fango e non ho sostegno; sono caduto in acque profonde e l`onda mi travolge» (Sal 68, 2-3). Tra gli uomini che vengono provati, gli uni mi sembrano essere come questi oggetti leggeri e senza vita che si lasciano strascinare senza opporre la minima resistenza; non hanno nessuna fermezza; non hanno una ragione saggia che possa fare da contrappeso contro gli assalti. Gli altri mi sembrano delle rocce, degne di questa Roccia sulla quale sono fondati e che adoriamo; sono formati dai ragionamenti della vera sapienza, coloro si elevano al di sopra della comune debolezza e sopportano tutto con una costanza incrollabile.

Il Vangelo di oggi e il commento, Mercoledì della XII settimana del tempo ordinario



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Mt 7, 15-20

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete.
Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, nè un albero cattivo produrre frutti buoni.
Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere».


Il Commento

La traduzione italiana non rende giustizia al testo. Nell’originale non si parla di frutti buoni, ma di frutti belli. La bellezza salverà il mondo scriveva Dostoevski. Il più bello tra i frutti è Lui, il Signore. E’ Lui il frutto, la Sua vita offerta sull’albero della Croce.
Anche il frutto offerto da satana appariva bello agli occhi di Adamo ed Eva. Ma era avvelenato. Era pura menzogna, luce sfavillante a nascondere la morte. I falsi profeti sono annidati ovunque, parlano di pace e hanno dentro la guerra. La labbra unte di dolcezza, la lingua suadente e adulante. Lingua di serpente, velenosa. Ipocriti.
Profeti ipocriti, adescano con parvenze di verità, dicorsi giusti al momento giusto, ci parlano della giustizia che cerchiamo, ci ispirano cammini retti, sembrano dare senso alla nostra vita. Come agnelli son vestiti, truccati di umiltà e mitezza.
E mangiamo. E moriamo. Nudi, in un baleno. Un frutto amaro, il frutto del peccato. Un frutto di morte. Quante volte lo abbiamo sperimentato. E quante volte lo facciamo sperimentare. Siamo insidiati dai falsi profeti. Insidiamo anche noi, quali falsi profeti. Il frutto dello Spirito è pace, gioia, mitezza, dominio di sè, temperanza.
I frutti del buon albero della Croce. I frutti belli, occhi limpidi sgorganti da un cuore puro. Parole serie, vere, misurate, di misericordia. Pensieri di bene, sempre, verso tutti. Parole profetiche che si compiono. Allevati nella menzogna e nell’ipocrisia non possiamo che dare frutti balordi.
Allevati alla scuola della Croce daremo frutti belli, i sentimenti stessi di Cristo, Servo di tutti, schiavo per amore. Crocifissi con Lui nella storia d’ogni giorno, Lui vivo in noi, opere di vita eterna come frutti bellissimi.
E’ la Croce il segno. Per i veri e per i falsi profeti. Il demonio fugge alla sua vista, lo Spirito Santo ce ne sigilla la verità. Ogni profeta che non ami la Croce, che non parli di lei, che non ce la faccia amare e abbraciare è un falso profeta, un rovo di sole spine.
Un profeta che ci annunci la Croce Gloriosa del Signore Risorto è un vero profeta, messaggero del Padre. Cristo è il vero Profeta, e tutti coloro che gli appartengono. Che il Signore ci doni discernimento, e intelligenza e Spirito Santo per riconoscere i frutti. In noi, in chi ci parla. Che la voce del Signore ci catturi e smascheri, anche oggi come sempre, i falsi profeti, le menzogne appostate per strapparci a Lui.
Legati come Isacco al legno della Croce. Ecco la nostra vita, vera, piena, felice.




APPROFONDIMENTI



Emiliano Jimenez. I falsi profeti. Commento al Discorso della montagna

I due alberi

Gesù si serve dell'immagine del lupo vestito con pelle di pecora per descrivere i falsi profeti. Per riconoscere la loro natura di lupo basta togliere loro la maschera della parola in modo che appaia la realtà della loro persona. Sebbene indossino la veste di miti agnelli, in realtà i falsi profeti sono lupi rapaci infiltrati nel gregge del Signore in cerca di bottino (cfr. Gen 49,27; Ez 22,27). La pelle di pecora serve loro per nascondere sotto la maschera la loro natura malvagia e per introdursi nella comunità, tante volte chiamata nella Scrittura «gregge del Signore» (Ez 34,10ss; Zc 11,17; 13,7; Sal 74,1). I cani e i porci cui non si debbono gettare le perle (Mt 7,6) sono reali intorno alla comunità cristiana. Paolo li chiama falsi apostoli (2Cor 11,13) e Pietro falsi maestri (2Pt 2,1). I lupi divorano l'Agnello. Contro questi lupi rapaci Paolo avverte i presbiteri della chiesa di Efeso riuniti a Mileto: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue. Io so che dopo la mia partenza entreranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge» (A t 20,28-29). Questi eretici o falsi profeti si presentano nella comunità cristiana in nome dello stesso Cristo e realizzano prodigi e segni, creando confusione tra i discepoli. «Con un parlare solenne e lusinghiero ingannano il cuore dei semplici» (Rm 16,19). Il dono del discernimento diventa imprescindibile, per distinguere i veri inviati di Cristo da quelli falsi. Il criterio per smascherare i falsi profeti sono i fatti della loro vita, i frutti del loro agire. Perciò Gesù, grande catechista, si serve di una nuova immagine: i due alberi, quello buono e quello cattivo. L'albero buono non può dare frutti cattivi, nè l'albero cattivo dare frutti buoni. E per rendere più incisiva la sua catechesi Gesù interpella gli ascoltatori con la domanda: «Si raccoglie forse uva dalle spine o fichi dai rovi?» (Mt 7,16).
Sono i fatti della storia a mostrare il cristiano. Gesù, che conosce il cuore dell'uomo, ci previene nel momento del giudizio. Le apparenze ingannano. Le parole, le buone intenzioni, non sempre sono un segno rivelatore dello spirito cristiano. Un albero si conosce dai suoi frutti e non dalle sue foglie. Conosciamo il fico esuberante di foglie ma senza fichi che Gesù maledisse e che si seccò completamente (Mt 21,19ss). La croce quotidiana, che Gesù invita ad assumere per seguirlo, è il tocco distintivo del discepolo fedele. Solo chi è stato innestato nella vera vite, che è Cristo, dà frutti di vita (Gv 15,1ss). Il cuore dell'uomo è ingannevole, lo si conosce solo attraverso le sue opere. Perciò Gesù continua a dire a quanti lo attorniano sul monte: «Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, nè un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere» (Mt 7,15-20). I due frutti tipici e molto apprezzati in Palestina, uva e fichi, non si raccolgono dalle spine o dai rovi, caratterizzati dalla loro sterilità, oltre ad essere dannosi per ogni terra di coltura. Come non ricordare il canto amaro della vigna di Israele? «Canterò per il mio diletto il mio cantico d'amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l'aveva vangata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato scelte viti; vi aveva costruito in mezzo una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica. Or dunque, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perchè, mentre attendevo che producesse uva, essa ha fatto uva selvatica? Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata nè vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia. Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa di Israele; gli abitanti di Giuda la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi» (Is 5,1-7). Geremia, invece, canta l'albero buono, cioè il fedele che affonda le sue radici fino a riporre la sua fiducia nel Signore: «Benedetto l'uomo che confida nel Signore e il Signore è sua fiducia. Egli è come un albero piantato lungo l'acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi; nell'anno della siccità non intristisce, non smette di produrre i suoi frutti» (Ger 17,7-8). Ezechiele annuncia per i tempi messianici l'abbondanza di alberi buoni, che danno frutti squisiti e salutari: «Lungo il fiume, su una riva e sull'altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui fronde non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perchè le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le loro foglie come medicina». O come dice il libro dei Proverbi: «Il frutto del giusto è un albero di vita» (Pr 11,30). Viene in mente l'apologo di lotam nel quale si presenta l'antitesi tra il rovo e l'ulivo, il fico e la vite (Gdc 9,7-15; cfr. Gc 3,11ss). Paolo elenca ai Galati i frutti buoni, frutti dello Spirito, e i frutti cattivi, frutti della carne: «Le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sè; contro queste cose non c'è legge. Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito» (Gal 5,19-25). Non è mai facile conoscere a fondo una persona. Geremia ci dice che «più fallace di ogni altra cosa è il cuore e difficilmente guaribile; chi lo può conoscere?» (Ger 17,9). Egli stesso risponde, mettendo sulla bocca di Dio: «Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori, per rendere a ciascuno secondo la sua condotta, secondo il frutto della sue azioni» (Ger 17,10). «Il frutto delle sue azioni», che Matteo indica come criterio di discernimento si riferisce alla condotta più che alla dottrina.
Così appare nella Scrittura ripetutamente (cfr. Is 3,10; Pr 1,31). O, per citare un testo, il profeta Osea raccomanda e avverte: «Seminate per voi secondo giustizia e mieterete secondo bontà; dissodatevi un campo nuovo, perchè è tempo di cercare il Signore, finchè egli venga e diffonda su di voi la giustizia. Avete arato empietà e mietuto ingiustizia, avete mangiato il frutto della menzogna» (Os 10,12-13). In polemica con i farisei Gesù tornerà a servirsi dell'immagine dei due alberi, ai quali paragona il cuore umano, dal quale nascono, come frutto, le parole buone o cattive: «Se prendete un albero buono, anche il suo frutto sarà buono; se prendete un albero cattivo, anche il suo frutto sarà cattivo; dal frutto infatti si conosce l'albero. Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? Poichè la bocca parla dalla pienezza del cuore. L'uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone; mentre l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae cose cattive. Ma io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; poichè in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato» (Mt 12,33-37). Luca riprende questa parola nel contesto del sermone della montagna (pianura per Luca, cfr. Lc 6,17): «Non c'è albero buono che faccia frutti cattivi, nè albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, nè si vendemmia uva da un rovo. L'uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perchè la bocca parla dalla pienezza del cuore» (Lc 6,43-45). Su questa linea si esprime Gesù Ben Sira: «Il frutto dimostra come è coltivato l'albero, così la parola rivela il sentimento dell'uomo. Non lodare un uomo prima che abbia parlato, poichè questa è la prova degli uomini» (Sir 27,6-7). Con il suo linguaggio duro, Giacomo scrive: «Può forse, miei fratelli, un fico produrre olive o una vite produrre fichi?» (Gc 3,12). Prendendo un detto di Giovanni Battista, Gesù aggiunge. «Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco» (Mt 7,19). Giovanni Battista con questa parola chiamava i suoi ascoltatori a conversione, ad accogliere Gesù Cristo, la cui via egli stava preparando. I «frutti di conversione» sono quelli che distinguono il discepolo vero da quello falso. Con tutta la crudezza del suo linguaggio, il Battista dice ai farisei e ai sadducei che accorrono a lui, chiedendo il battesimo: «Fate dunque frutti degni di conversione, e non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre. Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco» (Mt 3,8-10; Gv 15,1ss). L'albero buono per eccellenza è l'albero della croce, dal quale pende il frutto maturo dell'amore di Dio. Innestati in lui anche noi facciamo lo stesso frutto buono e abbondante: «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perchè porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perchè senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano» (Gv 15,1-6). Non è più fedele il discepolo che ripete mille volte «Signore, Signore». Ci sono persone che non smettono di parlare di Dio o di rivolgere a Dio continue invocazioni, ma la loro vita va per strade opposte a quelle di Dio. Spesso Dio si è lamentato del suo popolo dicendo: «Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» (Mt 15,8-9). Perciò Gesù ci avverte: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità» (Mt 7,21-23). Luca riferisce questa parola non a quanti hanno profetizzato in nome di Gesù, ma a quanti hanno mangiato e bevuto con lui e hanno ascoltato tante volte la sua parola: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perchè molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete. Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori di iniquità!» (Lc 13,24-27).
Il dono della profezia è un carisma che Dio concede per l'edificazione della comunità (1Cor 14,3). Gesù stesso invia i suoi discepoli col potere di «guarire gli infermi, risuscitare i morti, sanare i lebbrosi, cacciare i demoni» (Mt 10,8). Nella comunità di Corinto Paolo trova fedeli col dono della guarigione e col potere di fare miracoli (1Cor 12,9-10). Ma tutti questi carismi non sono nulla se manca «il carisma più grande», che è la carità: «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla» (1 Cor 13,1-2). Senza l'amore di Dio, il Signore dice a coloro che posseggono tutti gli altri carismi le stesse parole che lo sposo rivolge alle vergini stolte, quando bussano alla porta chiusa: «Non vi conosco» (Mt 25,12). Fare prodigi (Mt 24,24), partecipare all'evangelizzazione con il Signore non apre le porte del Regno, solo la vera conversione del cuore è la porta d'accesso al banchetto dei cieli. Il contrario della misericordia è l'iniquità, che allontana totalmente dal Signore. Di fronte alla giustizia degli scribi e dei farisei, che non basta per entrare nel Regno di Dio, è necessario vivere della «giustizia superiore» (Mt 5,20).





Giovanni Taulero
(circa 1300-1361), domenicano a Strasburgo
Omelie, 7

Produrre frutti buoni


In una vigna, si rivolta la terra attorno al ceppo di vite e si sarchiano le erbacce. Anche l'uomo deve sarchiare se stesso, profondamente attento a ciò che ci potrebbe essere ancora da sradicare nel fondo del suo essere, affinché il Sole divino possa avvicinarsene più immediatamente e brillarvi. Se lascerai che la forza dall'alto faccia la sua opera..., il sole diventerà luminoso, dirigerà i suoi raggi cocenti sui frutti e li renderà sempre più trasparenti. Saranno sempre più dolci, le bucce che li avvolgono diventeranno sottilissime. Così succede nel campo spirituale. Gli ostacoli intermedi diventano in fine così tenui che riceviamo senza sosta i tocchi divini molto da vicino. Ogni qualvolta ci rivolgiamo a lui, troviamo sempre dentro di noi il divino Sole che brilla con più chiarore di tutti i soli che hanno mai brillato nel firmamento. E così, tutto nell'uomo viene deificato al punto che non sente, non gusta, non conosce nulla di così reale quanto Dio, con una conoscenza innata, e questa conoscenza supera di gran lunga il modo di conoscenza della nostra ragione.

Infine, si tagliano le foglie dei tralci perché il sole possa diffondersi sui frutti senza incontrare nessun ostacolo. Così succede in questi uomini: ogni intermediario viene a cadere e ricevono tutto in modo diretto. Ecco che cadono preghiere, rappresentazioni dei santi, pratiche di devozione, esercizi. Che l'uomo si guardi tuttavia dal respingere queste pratiche prima che esse cadano da sole. A quel punto, il frutto diviene così indicibilmente dolce che nessun ragionamento può capirlo... Siamo una cosa sola con la dolcezza divina, così che il nostro essere è del tutto penetrato dall'Essere divino e che vi si perde come una goccia d'acqua in un grande fusto di vino... A questo punto le buone intenzioni, l'umiltà, non sono altro che semplicità, un mistero così radicalmente sereno che a malapena se ne ha coscienza.

24 giugno. Solennità della Natività di san Giovanni Battista

Scarica i files Mp3 del Proprium della Missa “De ventre matris meae”



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Dal Vangelo secondo Luca 1,57-66.80.

Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei. All'ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c'è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta, e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Coloro che le udivano, le serbavano in cuor loro: «Che sarà mai questo bambino?» si dicevano. Davvero la mano del Signore stava con lui. Il fanciullo cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.



IL COMMENTO

E’ una festa particolare. Insieme al Signore Giovanni Battista è il solo di cui si celebra la natività. Il Profeta, l’ultimo, il più prossimo al Salvatore. Un nome nuovo, Giovanni, Dio di Misericordia. Le viscere d’amore a cui tutti aneliamo. Che cos' è la nostra vita se non una continua ricerca di misericordia, di un amore che ci accolga nel suo grembo senza condizioni, così come siamo. Un amore che non presenti conti da pagare, per il quale non doversi acconciare. Un amore che ci faccia liberi d’essere esattamente quel che siamo. Nessuno nella nostra parentela porta questo nome. La carne non la prevede.
I rapporti, tutti, si infrangono sul limite severo della carne. Ne abbiamo l’esperienza. Spesso dolorosa. Tutti noi siamo frutti d’una storia concreta, fatta di persone, di incontri, di eventi. Come la storia del Popolo di Israele, l’eletto incapace di reggere la prova della libertà. Infedele. Una storia di schiavitù e liberazioni, di adulteri e perdoni. La nostra vita. Una linea diritta sulle orme di una promessa. Il Messia. Il Salvatore. Il Figlio che compirà, con la sua carne, la Legge che la nostra carne ha reso irrealizzabile. Giovanni è la soglia della speranza, l’uscio socchiuso sul compimento di ogni promessa.
La sua nascita dal grembo sterile di Elisabetta ne è il segno. Elisabetta. Israele. Tutta la sua storia in quel grembo, sterile vigna senza frutto. Come le nostre esistenze, spalmate di sforzi e battaglie, dure contese per ottenere un pugno di mosche. Ed un miracolo. La vita dove stava la morte. Come al principio della storia, Isacco di Abramo e di Sara, avvizziti patriarchi dinnanzi alla vita. Una storia di salvezza iniziata con il miracolo che ne profetizzava il compimento. Così la nostra vita.
Un miracolo d’amore il nostro apparire nel mondo. E poi sofferenze, a volte addolcite da gioie e consolazioni, e un senso di incompiutezza da far stringere il cuore. E lì, nel suo fondo più intimo, una promessa e una speranza. L’amore. Qualcosa ci ha sempre detto che esiste l’amore, che siamo fatti d’amore, per amare ed essere amati. Un miracolo. Occorreva per noi e per ogni uomo un miracolo. Giovanni, la misericordia di Dio. Non l’abbiamo conosciuta nella carne, non v’è n’è traccia nella storia del mondo. E’ un nome nuovo, lo sguardo posato su Cristo. E’ Giovanni, la Parola di Dio per noi oggi. Parla al nostro cuore e ci annuncia la buona notizia che è finita la nostra schiavitù. Ai rapporti malsani inchiodati ai compromessi, al dare e avere d’ogni nostra relazione. Giovanni, la mano di Dio su di lui, il sigillo della nuova ed eterna alleanza. Oggi possiamo guardare la nostra vita con occhi diversi.
Dio ha esaltato in noi, come in Elisabetta, la Sua misericordia. Si è chinato sulla nostra sterilità e ne ha fatto un prodigio di fecondità. Giovanni, il nostro cuore assetato d’amore. Giovanni, l’intimo di noi che anela a Cristo. La misericordia attesa e bramata, eccola, è per noi. Gratuitamente. Oggi si compiono i nostri giorni del parto, e tutto di noi brilla di luce nuova. Ogni istante del passato trasfigurato nel miracolo d’amore del Signore.
Nulla è impossibile a Dio, nessuna sterilità non può essere trasformata in fecondità, nessun peccato non può essere perdonato. La nostra storia ci ha condotto a quest’oggi di Grazia e di gioia. Tutto in noi ha preparato l’incontro con la misericordia di Dio. Restiamo stupiti e serbiamo anche noi nel cuore i prodigi del Signore. Come Giovanni, cresciamo e rafforziamoci nello Spirito. Ci attende una missione meravigliosa. Quando e come Dio vorrà. Dove Lui ha già pensato. Annunciare il Messia, l’atteso dele genti. Fin dal grembo materno ci ha chiamati, oggi ce lo rivela. Siamo amati, salvati, redenti, perdonati. La nostra vita, un vaso di misericordia per il mondo. Che timore, che gioia. Davvero, “che sarà mai questo bambino?”, che sarà mai la nostra vita? Il Signore, giorno dopo giorno, ce lo rivelerà. Senza paura dunque, nell’avventura che Dio ci ha preparato. Con Giovanni. Con il Signore.




APPROFONDIMENTI


Dai «Discorsi» di sant'Agostino, vescovo.

La Chiesa festeggia la natività di Giovanni, attribuendole un particolare carattere sacro. Di nessun santo, infatti, noi celebriamo solennemente il giorno natalizio; celebriamo invece quello di Giovanni e quello di Cristo. Giovanni però nasce da una donna avanzata in età e già
sfiorita. Cristo nasce da una giovinetta vergine. Il padre non presta fede all'annunzio sulla nascita futura di Giovanni e diventa muto. La Vergine crede che Cristo nascerà da lei e lo concepisce nella fede.
Sembra che Giovanni sia posto come un confine fra due Testamenti, l'Antico e il Nuovo. Infatti che egli sia, in certo qual modo, un limite lo dichiara lo stesso Signore quando afferma: «La Legge e i Profeti fino a Giovanni» (Lc 16, 16). Rappresenta dunque in sé la parte dell'Antico e l'annunzio del Nuovo. Infatti, per quanto riguarda l'Antico, nasce da due vecchi. Per quanto riguarda il Nuovo, viene proclamato profeta già nel grembo della madre. Prima ancora di nascere, Giovanni esultò nel seno della madre all'arrivo di Maria. Già da allora aveva avuto la nomina, prima di venire alla luce. Viene indicato già di chi sarà precursore, prima ancora di essere da lui visto. Questi sono fatti divini che sorpassano i limiti della pochezza umana. Infine nasce, riceve il nome, si scioglie la lingua del padre. Basta riferire l'accaduto per spiegare l'immagine della realtà.
Zaccaria tace e perde la voce fino alla nascita di Giovanni, precursore del Signore, e solo allora riacquista la parola.
Che cosa significa il silenzio di Zaccaria se non la profezia non ben definita, e prima della predicazione di Cristo ancora oscura? Si fa manifesta alla sua venuta. Diventa chiara quando sta per arrivare il preannunziato. Il dischiudersi della favella di Zaccaria alla nascita di
Giovanni è lo stesso che lo scindersi del velo nella passione di Cristo. Se Giovanni avesse annunziato se stesso non avrebbe aperto la bocca a Zaccaria. Si scioglie la lingua perché nasce la voce. Infatti a Giovanni, che preannunziava il Signore, fu chiesto: «Chi sei tu?» (Gv 1, 19). E rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto» (Gv 1, 23). Voce è Giovanni, mentre del Signore si dice: «In principio era il Verbo» (Gv 1, 1). Giovanni è voce per un po' di tempo; Cristo invece è il Verbo eterno fin dal principio.





Beato Guerrico d'Igny (circa 1080-1157), abate cistercense
Discorso 1 per Giovanni Battista

« Tu, bambino sarai chiamato profeta dell'Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade » (Lc 1,76)


A ragione la nascita di questo bambino fu un motivo di gioia per molti : e lo è anche oggi. Donato ai suoi genitori nella loro vecchiaia, veniva per predicare ad un mondo che stava invecchiando, la grazia di una nuova nascita. È bello che la Chiesa festeggi solennemente questa natività, frutto meraviglioso della grazia, di cui la natura rimane ammirata.

Per quanto mi riguarda, la nascita di questa lampada destinata a rischiarare il mondo (Gv 3, 35), mi colma di una gioia nuova ; grazie ad essa infatti ho riconosciuto la luce vera che splende nelle tenebre e non è stata accolta dalle tenebre (Gv 1, 5.9). Sì, la nascita di questo bambino mi colma di una gioia indicibile, lui che è per il mondo fonte di grandissimi beni. Lui, per primo, istruisce la Chiesa, inizia a formarla per mezzo della penitenza, la prepara mediante il battesimo, e quando l'ha così preparata, la rimette a Cristo e la unisce a lui (Gv 3, 29). Le insegna a vivere nella sobrietà, e con l'esempio della sua morte, le dà la forza di morire con coraggio. In tutto ciò, prepara per il Signore un popolo perfetto (Lc 1, 17).



VISITA PASTORALE IN AUSTRIA

SANTA MESSA N
ELLA FESTA DI SAN GIOVANNI BATTISTA OMELIA DI

GIOVANNI PAOLO II

Aeroporto di Eisenstadt-Trausdorf - Venerdì, 24 giugno 1988


Carissimi fratelli e sorelle!

1. “Signore, tu mi scruti e mi conosci . . ., Ti sono note tutte le mie vie” (Sal 139 [138], 1-2).

Così preghiamo assieme al salmista nella liturgia odierna. Le sue parole esprimono quanto qui ci unisce profondamente, in modo invisibile, è vero, ma vero ed essenziale: siamo qui riuniti nella comune fede in Dio presente, in Dio che ci scruta e ci conosce. Dio sa tutto di noi da sempre, conosce ciascuno di noi, siamo tutti iscritti nel suo cuore amorevole, la sua Provvidenza abbraccia l’intero creato. “In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17, 28): così l’apostolo Paolo spiega agli ateniesi, che lo interrogavano nell’Areopago, la vicinanza di Dio a noi uomini.

Siamo riuniti qui davanti a lui - davanti al Dio invisibile. Nella sua parola eterna, il Figlio incarnato, egli ci ha chiamati per nome, perché abbiamo la vita attraverso di lui e l’abbiamo in abbondanza (Gv 10, 10).

Per questo celebriamo l’Eucaristia. Veniamo per ricevere dal Padre in Gesù Cristo tutto ciò che può servire alla nostra salvezza. E portiamo tutto: la nostra gioia, la nostra gratitudine, le nostre preghiere, noi stessi, per donarci interamente al Padre in Cristo: in lui, che è il primogenito di tutta la creazione (cf. Col 1, 15). In e attraverso Cristo vogliamo pregare il nostro creatore e Padre assieme al salmista: “Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere” (Sal 139 [138], 14).
3. “Signore, tu mi scruti e mi conosci”. La Chiesa ripete queste parole del salmista nella odierna liturgia festiva, nella ricorrenza della natività di Giovanni il Battista, figlio di Zaccaria e di Elisabetta. “Fin dal grembo materno” Dio lo ha chiamato per predicare “il battesimo della conversione” nel Giordano e per preparare la venuta di suo Figlio (cf. Mc 1, 4).
Le particolari circostanze della nascita di Giovanni ci sono state tramandate dall’evangelista Luca. Secondo un’antica tradizione, essa avvenne ad Ain-Karim, davanti alle porte di Gerusalemme. Le circostanze che accompagnarono questa nascita erano tanto inconsuete, che già a quell’epoca la gente si domandava: “Che sarà mai questo bambino?” (Lc 1, 66). Per i suoi genitori credenti, per i vicini e per i parenti era evidente, che la sua nascita fosse un segno di Dio. Essi vedevano chiaramente che la “mano del Signore” era su di lui. Lo dimostrava già l’annuncio della sua nascita al padre Zaccaria, mentre questi provvedeva al servizio sacerdotale nel tempio di Gerusalemme. La madre, Elisabetta, era già avanti negli anni e si riteneva fosse sterile. Anche il nome “Giovanni” che gli fu dato era inconsueto per il suo ambiente. Il padre stesso dovette dare ordine che fosse chiamato “Giovanni” e non, come tutti gli altri volevano,“Zaccaria” (cf. Lc 1, 59-63).

Il nome Giovanni significa, in lingua ebraica “Dio è misericordioso”. Così già nel nome si esprime il fatto che il neonato un giorno annuncerà il piano di salvezza di Dio.

Il futuro avrebbe pienamente confermato le predizioni e gli avvenimenti che circondarono la sua nascita: Giovanni, figlio di Zaccaria e di Elisabetta, divenne la “voce di uno che grida nel deserto” (Mt 3, 3), che sulle rive del Giordano chiamava la gente alla penitenza e preparava la via a Cristo.

Cristo stesso ha detto di Giovanni il Battista che “tra i nati di donna non è sorto uno più grande” (cf. Mt 11, 11). Per questo anche la Chiesa ha riservato a questo grande messaggero di Dio una venerazione particolare, fin dall’inizio. Espressione di questa venerazione è la festa odierna.

4. Cari fratelli e sorelle! Questa celebrazione, con i suoi testi liturgici, ci invita a riflettere sulla questione del divenire dell’uomo, delle sue origini e della sua destinazione. È vero, ci sembra di sapere già molto su questo argomento, sia per la lunga esperienza dell’umanità, sia per le sempre più approfondite ricerche biomediche. Ma è la parola di Dio che ristabilisce sempre di nuovo la dimensione essenziale della verità sull’uomo: l’uomo è creato da Dio e da Dio voluto a sua immagine e somiglianza. Nessuna scienza puramente umana può dimostrare questa verità. Al massimo essa può avvicinarsi a questa verità o supporre intuitivamente la verità su questo “essere sconosciuto” che è l’uomo fin dal momento del suo concepimento nel grembo materno.

Allo stesso tempo però ci troviamo ad essere testimoni di come, in nome di una presunta scienza, l’uomo venga “ridotto” in un drammatico processo e rappresentato in una triste semplificazione; e così accade che si adombrino anche quei diritti che si fondano sulla dignità della sua persona, che lo distingue da tutte le altre creature del mondo visibile. Quelle parole del libro della Genesi, che parlano dell’uomo come della creatura creata ad immagine e somiglianza di Dio, mettono in rilievo, in modo conciso e al tempo stesso profondo, la piena verità su di lui.

5. Questa verità sull’uomo possiamo apprenderla anche dalla liturgia odierna, in cui la Chiesa prega Dio, il creatore, con le parole del salmista:

“Signore, tu mi scruti e mi conosci . . .
Sei tu che hai creato le mie viscere
e mi hai tessuto nel seno di mia madre . . .
tu mi conosci fino in fondo.
Quando venivo formato nel segreto . . .
non ti erano nascoste le mie ossa . . .
Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio” (Sal 139 [138], 1. 13-15).

L’uomo quindi è consapevole di ciò che è - di ciò che è fin dall’inizio, fin dal grembo materno. Egli sa di essere una creatura che Dio vuole incontrare e con la quale vuole dialogare. Di più: nell’uomo vorrebbe incontrare l’intero creato.

Per Dio, l’uomo è un “qualcuno”: unico ed irripetibile. Egli, come dice il Concilio Vaticano II, “in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa” (cf. Gaudium et Spes, 24).

“Il Signore dal seno materno mi ha chiamato; fin dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome” (Is 49, 1); come il nome del bambino che è nato in Ain-Karim: “Giovanni”. L’uomo è quell’essere, che Dio chiama per nome. Per Iddio egli è il “tu” creato, Tra tutte le creature egli è quell’“io” personale, che può rivolgersi a Dio e chiamarlo per nome. Dio vuole nell’uomo quel partner che si rivolga a lui come al proprio creatore e Padre: “Tu, mio Signore e mio Dio”. Al “tu” divino.

6. Cari fratelli e sorelle! Come rispondiamo noi uomini a questa chiamata di Dio? Come intende l’uomo di oggi la sua vita? In nessuna altra epoca sono stati compiuti tanti sforzi mediante la tecnica e la medicina, per salvaguardare la vita umana contro la malattia, per prolungarla sempre più e per salvarla dalla morte. Allo stesso tempo, però, nessun’altra epoca, come la nostra, ha prodotto tanti luoghi e tanti metodi di disprezzo e di distruzione dell’uomo. Le amare esperienze del nostro secolo con le macchine di morte di due guerre mondiali, la persecuzione e la distruzione di interi gruppi di uomini a causa della loro appartenenza etnica o religiosa, la corsa agli armamenti atomici fino all’estremo limite, l’impotenza degli uomini di fronte alle grandi miserie in molte parti della terra potrebbero indurci a dubitare, se non addirittura a rinnegare, l’affetto e l’amore che Dio ha per l’uomo e per l’intero creato.

O non sarà piuttosto il caso di porci la domanda al contrario, quando consideriamo i terribili eventi che a causa degli uomini si sono abbattuti sul mondo e di fronte alle molteplici minacce del nostro tempo: non è l’uomo che si è allontanato da Dio, che è la sua origine, non si è forse discostato da lui, e non ha forse innalzato se stesso a centro e metro della propria vita? Non credete che negli esperimenti che si conducono sull’uomo, esperimenti che contraddicono la sua dignità, nell’atteggiamento mentale di molti verso l’aborto e l’eutanasia si esprima una preoccupante perdita del rispetto della vita? Non è forse evidente, anche nella vostra società, quando si guarda alla vita di molti - caratterizzata da vuoto interiore, paura e fuga - che l’uomo stesso ha reciso le proprie radici? Il sesso, l’alcol e la droga non debbono forse intendersi come segnali di allarme? Non indicano, forse, una grande solitudine dell’uomo odierno, un desiderio di cure, una fame di amore che un mondo ripiegato su se stesso non riesce a quietare?

In effetti, quando l’uomo non è più legato alla sua radice, che è Dio, egli si impoverisce di valori interiori e pian piano diventa succube di diverse minacce. La storia ci insegna che uomini e popoli che credono di poter esistere senza Dio sono immancabilmente destinati alla catastrofe dell’autodistruzione. Il poeta Ernst Wiechert lo ha espresso in questa frase: “Siate pur certi che nessuno cadrà fuori da questo mondo, che prima non sia caduto fuori da Dio”.

Al contrario, da un rapporto vivo con Dio l’uomo acquisisce la consapevolezza della unicità e del valore della propria vita e della propria coscienza personale. Nella sua vita vissuta concretamente egli sa di essere chiamato, sorretto e spronato da Dio. Nonostante le ingiustizie e le sofferenze personali egli comprende che la sua vita è un dono; egli ne è grato e sa di esserne responsabile davanti a Dio. In questo modo, Dio diventa per l’uomo fonte di forza e di fiducia, e a questa fonte l’uomo può rendere la sua vita degna e sa anche metterla generosamente al servizio dei fratelli.

7. Dio ha chiamato Giovanni il Battista già “nel grembo materno” perché divenisse “la voce di uno che grida nel deserto” e preparasse quindi la via a suo Figlio. In modo molto simile, Dio ha “posto la sua mano” anche su ciascuno di noi. Per ciascuno di noi ha una chiamata particolare, a ciascuno di noi viene affidato un compito pensato da lui per noi.

In ciascuna chiamata, che può giungerci nel modo più diverso, si avverte quella voce divina, che allora parlò attraverso Giovanni: “Preparate la via del Signore!” (Mt 3, 3).

Ogni uomo dovrebbe domandarsi in che modo può contribuire nell’ambito del proprio lavoro e della propria posizione, ad aprire a Dio la via in questo mondo. Tutte le volte che ci apriamo alla chiamata di Dio, prepariamo, come Giovanni, la via del Signore tra gli uomini. Tra tutti quegli uomini e quelle donne che nell’arco della storia si sono aperti in maniera esemplare all’opera di Dio vorrei parlare di san Martino. Se anche i secoli ci separano da lui, egli ci è vicino nella sequela di Cristo attraverso il suo esempio e la sua grandezza che non ha età. Egli è il vostro patrono diocesano e regionale. Egli è venerato come il grande santo di tutta la regione della Pannonia: “Martinus natus Savariae in Pannonia”.

Martino sta davanti a noi come uomo, che ha dato confidenza a Dio, che ha capito e praticato il suo “sì alla fede” come un “sì alla vita”. Ha compiuto ciò a cui si sentiva chiamato fino all’ultima conseguenza. Ancor prima di diventare cristiano, divise con i poveri il suo mantello. La vita militare gli dava certamente delle soddisfazioni, ma non gli bastavano. Come ogni uomo, era alla ricerca di una gioia duratura, di una gioia che nulla può distruggere. Solo in età più matura incontrò Gesù Cristo nella fede, e in lui ha trovato la pienezza della gioia e la felicità. Attraverso la fede, Martino non è diventato più povero, ma più ricco: è cresciuto nella sua umanità, è cresciuto nella grazia davanti a Dio ed agli uomini.

8. Affinché questa verità - che l’uomo trova la sua completezza e la sua vera salvezza solo in Dio - possa essere sempre annunciata, sono necessari sacerdoti e religiosi. Perciò, siate consapevoli della vostra corresponsabilità nel risvegliare vocazioni spirituali. Ho saputo con gioia che tra qualche giorno sei sacerdoti saranno ordinati nella vostra diocesi. È un grande dono per la Chiesa e per la vostra patria. Non cessate di pregare affinché il Signore mandi operai alla sua messe!

In modo particolare mi rivolgo ai giovani, che sono il futuro del vostro Paese e della Chiesa. Cercate di capire, cari giovani amici, cosa Dio vuole da voi. Siate aperti alla sua chiamata! Ascoltate attentamente perché potrebbe invitare anche voi a seguire Cristo come sacerdoti, religiose o religiosi qui, nella vostra patria, oppure in terra di missione.

Prego voi tutti: qualunque strada decidiate di prendere, lasciate che il seme della Parola di Dio cada nei solchi del vostro cuore; una volta lì, non lasciatelo seccare, ma curatelo affinché possa germogliare e portare ricchi frutti.

Dite “sì alla fede”, dite “sì alla vita”, perché Dio la vive insieme con voi! Insieme a lui la vostra vita diventerà un’avventura: sarà bella, ricca e piena!

10. “Preparate la via al Signore . . . perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra” (cf. Is 49, 6). Quando noi, cari fratelli e sorelle, guardiamo alla nostra vocazione di cristiani, che attraverso il Battesimo siamo diventati un solo corpo con Cristo, allora queste parole del Signore, pronunciate per bocca del profeta Isaia - dall’avvento della storia della salvezza prima della prima venuta di Cristo - acquistano per noi, alla fine del secondo millennio dalla nascita di Cristo, un significato particolare. Ci troviamo infatti, soprattutto qui, nel vecchio continente, in un “nuovo avvento” della storia universale. Non dobbiamo forse far sì che la “salvezza” che ci ha donato Cristo giunga di nuovo fino alle frontiere più estreme dell’Europa?

Tutti sentiamo di avere molto bisogno di un rinnovamento, di un nuovo incontro con Dio. Rinnovamento, conversione ed incontro con Dio, alle sorgenti della fede, meditazione sulla fede integrale: questo è l’appello che ci lancia l’odierna festività della nascita di Giovanni il Battista e questo è lo sprone che ci dà anche l’esempio di san Martino.

Tutti conosciamo il bisogno di rinnovamento della nostra società, della rievangelizzazione del nostro continente: affinché l’uomo europeo non perda il senso della sua dignità fondamentale; affinché non diventi vittima delle forze distruttrici della morte spirituale, ma anzi abbia la vita e l’abbia in abbondanza (cf. Gv 10, 10)!

Sia lodato Gesù e Maria!


Commento di padre Cantalamessa


Al posto della XII Domenica del Tempo Ordinario quest'anno si celebra la festa della Natività di S. Giovanni Battista. Si tratta di una festa antichissima risalente al IV secolo. Perché la data del 24 Giugno? Nell'annunciare la nascita di Cristo a Maria l'angelo le dice che Elisabetta sua parente è al sesto mese. Dunque il Battista doveva nascere sei mesi prima di Gesù e in questo modo è rispettata la cronologia (Il 24, anziché il 25 giugno, è dovuto al modo di calcolare degli antichi, non per giorni, ma per Calende, Idi e None). Naturalmente, queste date hanno valore liturgico e simbolico, non storico. Non conosciamo il giorno e l'anno esatti della nascita di Gesú e quindi neppure del Battista. Ma questo cosa cambia? L'importante per la fede è il fatto che è nato, non il quando è nato.
Il culto si diffuse rapidamente e Giovanni Battista divenne uno dei santi cui sono dedicate più chiese nel mondo. Ventitre papi presero il suo nome. All'ultimo di essi, papa Giovanni XXIII, è stata applicata la frase che il Quarto Vangelo dice del Battista: "Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni". Pochi sanno che i nomi delle sette note musicali (Do, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si) hanno a che vedere con Giovanni Batista. Sono desunte dalla prima sillaba dei sette versi della prima strofa dell'inno liturgico composto in onore del Battista.
Il brano evangelico parla della scelta del nome di Giovanni. Ma è importante anche ciò si ascolta nella prima lettura e nel salmo responsoriale della festa. La prima lettura, dal libro di Isaia, dice: "Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome. Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all'ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra". Il salmo responsoriale ritorna su questo concetto che Dio ci conosce fin dal seno materno:

"Sei tu che hai creato le mie viscere
e mi hai tessuto nel seno di mia madre...
Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi".

Noi abbiamo un'idea molto riduttiva e giuridica di persona che genera molta confusione nel dibattito sull'aborto. Sembra che un bambino acquisisca la dignità di persona dal momento in cui questa gli viene riconosciuta dalle autorità umane. Per la Bibbia persona è colui che è conosciuto da Dio, colui che Dio chiama per nome; e Dio, ci viene assicurato, ci conosce fin dal seno materno, i suoi occhi ci vedevano quando eravamo "ancora informi" nel seno della madre. La scienza ci dice che nell'embrione c'è, in divenire, tutto l'uomo futuro, progettato in ogni minimo particolare; la fede aggiunge che non si tratta solo di un progetto inconscio della natura, ma di un progetto d'amore del Creatore. La missione di san Giovanni Battista è tutta tracciata, prima che nasca: "E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell'Altissimo perché andrai innanzi al Signore, a preparargli le strade…".
La Chiesa ha ritenuto che Giovanni Battista fu santificato già nel grembo materno dalla presenza di Cristo; per questo celebra la festa della sua nascita. Questo ci da l'occasione per toccare un problema delicato, divenuto oggi acuto a causa dei milioni di bambini che, soprattutto per la diffusione spaventosa dell'aborto, muoiono senza aver ricevuto il battesimo. Che dire di loro? Sono anch'essi in qualche modo santificati nel grembo materno? C'è salvezza per essi?
La mia risposta è senza esitazione: certo che c'è salvezza per essi. Gesú risorto dice anche di essi: "Lasciate che i bambini vengano a me". Secondo un'opinione divenuta comune dal medio evo i bimbi non battezzati sarebbero andati nel Limbo, un luogo intermedio in cui non si soffre, ma neppure si gode della visione di Dio. Ma si tratta di un'idea che non è stata mai definita come verità di fede dalla Chiesa. Era un'ipotesi dei teologi che, alla luce dello sviluppo della coscienza cristiana e della comprensione delle Scritture, non possiamo più mantenere.
Quando espressi tempo fa questa mia opinione in uno di questi commenti evangelici, ebbi diverse reazioni. Alcuni esprimevano gratitudine per questa presa di posizione che toglieva loro un peso dal cuore, altri mi rimproveravano di abbondare la dottrina tradizionale e di sminuire così l'importanza del battesimo. Ora la discussione è chiusa perché recentemente la Commissione Teologica Internazionale che lavora per la congregazione della Dottrina della fede ha pubblicato un documento in cui si afferma la stessa cosa.
Mi sembra utile tornare sull'argomento alla luce di questo importante documento per spiegare alcune delle ragioni che hanno portato la Chiesa a questa conclusione. Gesù ha istituito i sacramenti come mezzi ordinari per la salvezza. Essi sono quindi necessari e chi, pur potendoli ricevere, contro la propria coscienza li rifiuta o li trascura mette a serio repentaglio la propria salvezza eterna. Ma Dio non si è legato a questi mezzi. Egli può salvare anche per vie straordinarie, quando la persona, senza sua colpa, è privato del battesimo. Lo ha fatto per esempio con i Santi Innocenti, morti anch'essi senza battesimo. La Chiesa ha sempre ammesso la possibilità di un battesimo di desiderio e di un battesimo di sangue, e tanti di questi bambini hanno conosciuto davvero un battesimo di sangue, anche se di diversa natura…
Non credo che la chiarificazione della Chiesa incoraggerà l'aborto; se lo facesse sarebbe tragico e ci sarebbe da preoccuparsi seriamente, non della salvezza dei bambini non battezzati, ma dei genitori battezzati. Sarebbe un prendersi gioco di Dio. Tale dichiarazione darà, al contrario, un po' di sollievo ai credenti che, come tutti, si interrogano sgomenti davanti alla sorte atroce di tanti bambini nel mondo d'oggi.
Torniamo prima a Giovanni Battista e alla festa di domani. Nell'annunciare a Zaccaria la nascita del figlio l'angelo gli disse: "Tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, che chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita" (Luca 1, 13-14). Molti davvero si sono rallegrati per la sua nascita, se a distanza di venti secoli siamo ancora qui a parlare di quel bambino.
Vorrei fare di quelle parole anche un augurio a tutti i papà e alle mamme che, come Elisabetta e Zaccaria, vivono il momento dell'attesa o della nascita di un bimbo: Possiate anche voi avere gioia ed esultanza nel bimbo o nella bimba che Dio vi ha affidato e rallegravi della sua nascita per tutta la vostra vita e per l'eternità!



Giovanni Battista

Meditazione
di S. Em. card. Tomáš Spidlík


Tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista.
Nelle icone del battesimo di Gesù nel Giordano, san Giovanni Battista è dipinto come un uomo di statura alta, con un piede proteso verso il Giordano e l’altro che resta indietro. Si vuole esprimere che egli sta tra l’Antico e il Nuovo Testamento. I grandi personaggi dell’Antico Testamento si distinguono per il dono della profezia. La loro missione è indicare dove va la storia d’Israele, e ricordare che tutto ciò che accade acquista senso in vista della venuta del Messia. San Giovanni è l’ultimo profeta e indica il Messia non più con dei segni, ma direttamente, in persona: “Ecco l’agnello di Dio” (Gv 1,36). La sua predicazione è l’ultima prima delle parole di Gesù. La storia del popolo eletto quindi inizia e finisce con due grandi personaggi: Abramo e Giovanni Battista. Abramo è “padre di tutti i credenti” (Gal 3,6; Rm 4). La salvezza comincia con la fede e la speranza. La fede è destinata a crescere e a divenire visione, e Giovanni vede il Messia. Una storia simile si ripete di continuo, simbolicamente, nella nostra vita. Quando crediamo in Dio e gli diamo piena fiducia, arriva il momento in cui vediamo e sperimentiamo che abbiamo fatto bene e Dio è con noi.


COMMENTO di don Romeo Maggioni - tratto dal sito Giubileo 2000

La Chiesa desidera fare memoria di Giovanni Battista non solo lungo l’Avvento, ma in due date precise: la sua nascita terrena (oggi) e la sua nascita al cielo, con il ricordo del suo martirio (29 agosto). Probabilmente come uomo e come testimone ha sempre molto da dire anche a noi.

1) L'UOMO

Gli uomini grandi e i suoi profeti Dio li segna fin dalla nascita con speciali interventi. Oggi è il caso del Battista, figlio di una donna sterile resa feconda per dono di Dio. “Vedi anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,36-37). E’ il segno di una elezione di Dio che “plasma il suo servo fin dal seno materno” (I lett.), anche col fatto sorprendente di imporre un nome non previsto dalla tradizione familiare: “Giovanni è il suo nome”. Quando giunge Maria a far visita alla cugina, “il bambino ha esultato di gioia nel suo grembo” (Lc 1,44), “pieno di Spirito santo fin dal seno di sua madre” (Lc 1,15). “Tutti furono meravigliati” per lo sciogliersi della lingua di Zaccaria, e dicevano: “Che sarà mai questo bambino?”. E’ Dio che sceglie e prepara il suo uomo: “Davvero la mano del Signore stava con lui”.
“Visse in regioni deserte”. La sua preparazione è analoga alla robusta educazione ricevuta nel deserto dal popolo d’Israele, per divenire lui il nuovo Elia (Mt 11,14), anzi l’ultimo dei profeti, il più grande dei profeti (Mt 11,11), quasi sbocco naturale di quella tensione messianica e preparazione che fu tutto l’Antico Testamento verso l’evento di Gesù di Nazaret, il Cristo. Di lui è pronosticato: “Sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, ricondurrà molti figli di Israele al Signore loro Dio; gli camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia” (Lc 1,15-17). Gesù fa di lui un elogio ben più grande: “Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? E allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano vesti sontuose e vivono nella lussuria stanno nei palazzi dei re. Allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, e più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco io mando davanti a te il mio messaggero, egli preparerà la via davanti a te” (Lc 7,24-27). E’ un uomo coerente e radicale fino al martirio, subito proprio per quella sua intransigenza morale che in qualche modo riassumeva tutta l’anima veterotestamentaria che attendeva “il giorno del Signore” come giudizio.
La sua predicazione e il battesimo dato al Giordano “per il perdono dei peccati” (Lc 3,3) segnano il trapasso: “La Legge e i Profeti fino a Giovanni; da allora in poi viene annunciato il regno di Dio e ognuno si sforza di entrarvi” (Lc 16,16). Proprio il battesimo dato a Gesù, mentre si manifestava l’effusione dello Spirito che lo consacrava Messia, dà inizio alla novità cristiana, ben superiore all’antica Legge: “Io vi dico, tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni; ma il più piccolo del regno di Dio è più grande di lui” (Lc 7,28). Una novità che sconcerterà la sua stessa fede nel Messia: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?” (Mt 11,3). Sarà così guidato a penetrare il mistero della persona di Gesù partendo proprio dalle sue opere: “E beato colui che non si scandalizza di me” (Mt 11,6). Il Battista sarà ben all’altezza del suo compito perché diverrà il testimone umile e preciso della stessa divinità di Gesù e della sua specifica missione di salvatore.

2) LA MISSIONE

“Egli non era la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce” (Gv 1,8). Questa coscienza di essere a servizio della “luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9), la espresse continuamente di fronte ad ogni ambiguo apprezzamento del suo lavoro. “Diceva Giovanni sul finire della sua missione: Io non sono ciò che voi pensate che io sia! Ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di sciogliere i sandali” (II lett.). E ancora: “Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. Io sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele” (Gv 1,30-31). Si sentiva non lo sposo, ma l’amico dello sposo perché aveva solo la funzione di presentarlo: “Non sono io il Cristo, ma sono stato mandato innanzi a lui. Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3,20-30). Preparerà così i suoi discepoli che lo lasceranno per seguire Gesù.
“Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio” (Gv 1,33-34). Non solo lo indicherà come Messia, ma coglierà profondamente il mistero della sua persona quale Figlio di Dio. Un Figlio di Dio che si offre per la salvezza di tutti: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29). In sostanza Giovanni è uno che, venuto dal Primo Testamento, s’è inoltrato nel Nuovo divenendo pienamente discepolo di Gesù, facendo l’esperienza di divenire il suo primo testimone e missionario. “Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce perché tutti credessero per mezzo di lui” (Gv 1,7).
Non abbiamo che da ammirare la scioltezza di quest’uomo, tutto “giudeo” prima e poi tra i primi e pieni discepoli di Gesù. Deve aver lasciato una profonda traccia se Erode pensava a Gesù come al Battista redivivo (Lc 9,9). Ci indica la strada per essere veri testimoni: fare prima esperienza seria di Gesù, poi indicarlo agli altri come unico Maestro e quindi saperci mettere da parte perché sia Lui a crescere nel cuore di quanti abbiamo condotto a Gesù. La sua testimonianza fino al martirio ne svela la libertà interiore, uomo senza compromessi che è quella rettitudine del cuore (“puri di cuore”) che fa di un uomo un docile strumento di Dio.

“In mezzo a voi sta uno che non conoscete” (Gv 1,26). Forse è parola del Battista che risuona urgente anche oggi. Si dice che c’è risveglio religioso, e si imboccano strade infinite..! Giovanni ha alzato un dito nella direzione giusta, quella della storia, quella di un Dio che s’è fatto vedere in carne ed ossa tra noi, e che lui ha indicato in modo preciso. “Ecco l’Agnello di Dio! E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù” (Gv 1,36-37).

Il Vangelo di oggi e il commento, Lunedì della XII settimana del tempo ordinario

"Non credere d'aver fatto profitto nella Perfezione , se non ti tieni per lo peggiore di tutti , e se non desideri di esser posposto a tutti : perché questo è proprio di quei , che sono grandi negli occhi di Dio , essere piccoli negli occhi propri : e quanto più sono gloriosi innanzi al Signore , tanto più vili appariscono appresso se medesimi"

S. Teresa d'Avila


Dal Vangelo secondo Matteo 7,1-5.

Non giudicate, per non essere giudicati;
perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati.
Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?
O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell'occhio tuo c'è la trave?
Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello.


IL COMMENTO


Giudicare in greco “krinein” significa separare, setacciando o vagliando. Molto del nostro tempo è passato a vagliare. Pesare con il bilancino ogni parola, ogni atto, ogni sguardo. Degli altri. E di noi stessi. Senza misericordia. Non si tratta di non giudicare, vivendo come impauriti d’ogni pensiero, incapaci d’ogni valutazione.
Attenzione, è facile cadere in un moralismo schiacciante. Si tratta di “misura”. Il criterio di Dio nel giudizio: la Misericordia. Essa ha sempre la meglio sul giudizio. Gli occhi pregni di pazienza, di misericordiosa compassione. Di pietà. Gli occhi di Dio che riflettono un cuore ricolmo d’amore. Che dimentica il male, che cerca testardamente il bene.
Lo sguardo di Dio, le sue viscere di misericordia. E le sue parole, di verità, di amorevole correzione, quella d’un Padre che ama davvero suo figlio. Lui ha guardato la trave dinnanzi ai suoi occhi, la Croce del Figlio, il peso d’ogni peccato rovesciato sulle sue membra. Il prezzo del nostro riscatto. Il suo Figlio, fatto peccato per ciascuno di noi.
Smettiamola dunque di giudicare una pagliuzza, di setacciare nel prossimo – marito, moglie, figli, genitori, colleghi…. – ogni sospiro e ogni presunto pensiero. Cercando chissà quale movente, quale ingiustizia, quale disprezzo. Smettiamola di appiccicare i nostri occhi su chi ci sta intorno, e fissiamoli sulla trave che pesa sulle spalle di Cristo. Pesante. Assassina. I nostri peccati. Fissiamola allora, fissiamola bene, arrossata dal sangue del Signore, fissiamola ancora, vi leggeremo il perdono.
Una risposta, ad ogni peccato: misericordia. Non accorgersi della trave che ci è negli occhi significa non aver conosciuto l’amore di Dio. Non aver sperimentato lasua misericordia. Cercare la pagliuzza negli occhi altrui, significa essere stanchi di noi stessi, dei tanti difetti, peccati, stranezze che vorremmo dimenticare. Che non abbiamo saputo accettare. Dove non abbiamo sperimentato il perdono, la pazienza e l’amore di Dio. Giudicare il prossimo senza misericordia è frutto d’un giudizio senza misericordia nei confronti di noi stessi.
Una trave ci salva. La misericordia crocifissa, il documento del nostro debito appeso e annullato. Non sbattiamoci contro alla trave. Lasciamoci amare. Basta ipocrise, vite mascherate che ci trasformano in aguzzini. Con noi stessi e con gli altri. V’è una trave. Una misericordia infinita. La misura con la quale siamo stati giudicati. La misura con cui giudicare. La misura dell’ultimo giorno. Il criterio d’ogni discernimento, di ogni legittima, auspicata correzione.
Condurre a Cristo ci ripete Benedetto XVI, come la trave della Croce ci unisce a Lui. Non v’è da togliere nessuna pagluizza, non è affar nostro. V’è solo da amare, sapendoci, istante dopo istante, amati. Infinitamente.



APPROFONDIMENTI


LA SANTITA'

Orando un dì S. Antonio , intese questa voce : Antonio tu non sei ancora giunto alla perfezione di un tal Coriario , ch'è in Alessandria . Andò subito il Santo a trovar colui ; e richiestolo dalla sua vita , quegli rispose : Io non so d'aver mai fatto bene alcuno ; onde alzato che sono la mattina , dico tra me , che tutta la gente di questa Città si salverà per le sue buone opere , ed io solo mi perderò per li miei peccati ; e l'istesso dico pure la sera con tutta sincerità prima d'andare a letto . No , no , ripigliò S. Antonio , tu coll'arte tua t'ha assicurato il Cielo ; ed io , come senza discrezione , non sono arrivato alla tua misura . Nelle vite de' PP. si narra di un certo Monaco , il quale dando conto del suo interno all'Abate Sisois , disse , che portava quasi di continuo dentro di se la memoria di Dio . L'Abate gli rispose . Questa non è gran cosa : la gran cosa sarebbe se tu vedessi sempre te stesso sotto ogni creatura . Essendo stato ricevuto in un Monastero un uomo principale d'Alessandria , l'Abate , che nel suo aspetto , e da altri segni lo prese per uomo aspro , altiero , e gonfio della vanità del secolo , volle guidarlo per la via sicura dell'Umiltà , e però lo mise alla porteria con ordine di gettarsi a' piedi di tutti quelli , ch'entravano ed uscivano , dicendo , che pregassero Dio per lui , ch'era un peccatore . Ubbidì colui esattamente , e dopo d'essere stato sette anni in quell'esercizio , e di aver acquistata una grande Umiltà , stimò bene l'Abate di fargli prendere l'ordine , ed ammetterlo in compagnia degli altri . Ma egli , ciò inteso , tanto lo pregò e lo scongiurò di lasciarlo in quell'impiego per quel poco tempo , che dicea dovergli restar di vita , che finalmente l'ottenne . E fu indovino , perché dieci giorni dopo se ne morì con gran quiete , e sicurezza della sua salute . Il fatto vien riferito da S. Giovanni Climaco , il quale dicea di aver parlato con quest'uomo ; e che avendogli domandato in che si occupasse in tutto quel tempo che stava alla porta ; rispose , che tutto il suo esercizio era di riputarsi indegno di stare in quel Monastero , e di godere la compagnia e vista dei Padri , e di neppur alzar gli occhi per guardarli. Si legge della V. M. Serafina di Dio , che parea non avesse gli occhi , che per guardare ed esagerare i propri difetti , e per ammirare negli altri la loro virtù . Ond'è che quando vedea , che gli altri facessero alcun bene , con gran sentimento dicea : o beati loro ! Tutti attendono a servire Iddio fuorché io . E quando ne vedea a' piedi de' Confessori , stima , che d'altro non parlassero , che di Dio ; e si rammaricava con se medesima , che altro non andava a dire a quelli , che scelleraggini e peccati . E se mai vedea farsi da alcuno qualche difetto , lo sapea facilmente scusare e compatire . Ed in questa maniera ella sapea mantenersi anche in vista degli altrui mancamenti nel concetto , che di se avea di esser peggiore di tutti .



EMILIANO JIMENEZ


NON GIUDICATE (Mt 7,1-12)

a) La pagliuzza e la trave

Gesù, con un fermo imperativo, proibisce ai suoi discepoli di giudicarsi l'un l'altro: «Non giudicate, per non essere giudicati» (Mt 7,1). Chi giudica gli altri si crede superiore e migliore di loro. Così si arroga un diritto sugli altri che non gli appartiene. Il giudizio appartiene a Dio. Nella comunità, i fratelli non si affrettano a giudicare e condannare chi pecca. Confidano nella grazia di Dio che dà a tutti il tempo per la conversione: «Una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda nell'a-dempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» (2Pt 3,8-9). Che il giudizio appartiene a Dio e non a noi, lo ricorda Paolo ai fedeli della comunità di Corinto: «Non vogliate per-ciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio»
(1Cor 4,5). Anche ai Romani scrive: «Ma tu, perché giudichi il
tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio, poiché sta scritto: Come è vero che io vivo, dice il Signore, ogni ginocchio si piegherà davanti a me e ogni lingua renderà gloria a Dio. Quindi ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso. Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non esser causa di inciampo o di scandalo al fratello» (Rm 14,10-13). Con la parabola del grano e della zizzania, Gesù torna ad invitarci a lasciare il giudizio a Dio (Mt 13,24-30). Chi entra nel suo foro interiore e contempla il proprio peccato non giudica gli altri. E se giudica gli altri li giudica con benevolenza, «considerando gli altri superiori a se stesso» (Fil 2,3). Il salmista detesta il giudizio dell'empio mentre accetta la correzione del giusto: «Mi percuota il giusto e il fedele mi rimproveri, ma l'olio dell'empio non profumi il mio capo» (Sal 141,5). La correzione del giusto è rivestita di misericordia, poiché corregge e riprende per invitare alla salvezza. Il rimprovero dell'empio e del peccatore, invece, non cerca di sanare, ma di ferire. Nel Sermone della Montagna, segue una sentenza sapienziale per rafforzare la proibizione del giudizio: non giudicate «perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati» (Mt 7,2). La sentenza si può esprimere in tanti modi, usando le più diverse immagini: chi scava una fossa per gli altri vi cade dentro; nella pentola in cui cuoce gli altri viene cotto lui; con la bilancia con cui pesa gli altri pesano lui. O con l'esempio di Assalonne: era orgoglioso della sua capigliatura e vi restò appeso. Il salmo riprende questa dottrina, dicendo: «Non torna forse ad affilare la spada, a tendere e puntare il suo arco? Si prepara strumenti di morte, arroventa le sue frecce. Ecco, l'empio produce ingiustizia, concepisce malizia, partorisce menzogna. Egli scava un pozzo profondo e cade nella fossa che ha fatto; la sua malizia ricade sul suo capo, la sua violenza gli piomba sulla testa» (Sal 7,13-17). E la sorte di Aman, giustiziato sulla forca che aveva preparata per Mardocheo (Est 7,10). Chi osa giudicare gli altri non deve mai dimenticare che anche lui comparirà davanti al tribunale divino. E tutti siamo colpevoli, bisognosi di misericordia, poiché «Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia» (Rm 11,32). È forse impossibile evitare il giudizio tra i fratelli che vivono in comunità. Conoscere il fratello è frutto della comunione. Scoprire le fragilità degli altri è un invito non al rifiuto o alla condanna, ma a «sopportare l'infermità dei deboli» (Rm15,1), «portando i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2). E, soprattutto, aiuta a giudicare con misericordia la conoscenza di se stesso. Chi conosce le sue debolezze e fragilità sa comprendere quelle degli altri. Chi è sceso nelle profondità del suo cuore e sa che è vivo per grazia di Dio, come potrà non essere comprensivo con i difetti dei suoi fratelli? San Paolo, che nella sua vita di fariseo aveva giudicato e condannato gli altri con tanta facilità, una volta toccato dalla grazia di Cristo, scrive: «Sei dunque inescusabile, chiunque tu sia, o uomo che giudichi; perché mentre giudichi gli altri, condanni te stesso; infatti, tu che giudichi, fai le medesime cose. Eppure noi sappiamo che il giudizio di Dio è secondo verità contro quelli che commettono tali cose. Pensi forse, o uomo che giudichi quelli che commettono tali azioni e intanto le fai tu stesso, di sfuggire al giudizio di Dio?» (Rm 2,1-3). La differenza che c'è tra una pagliuzza e una di quelle travi che sostengono il tetto delle case è la stessa che esiste tra il difetto altrui e quello proprio. Ma noi non vediamo il nostro, benché sia grande come una trave, mentre vediamo, invece, quello altrui, benché sia piccolo come una pagliuzza. Quando si giudica è facile usare due misure: una per se stesso e un'altra per gli altri. Siamo soliti fissare la nostra attenzione sulla pagliuzza nell'occhio di quanti ci vivono accanto e, tuttavia, siamo ciechi per vedere l'enorme trave conficcata nel nostro occhio. Gesù, che non vuole che tra fratelli ci siano giudizi né condanne, ci dice: «Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? 0 come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell'occhio tuo c'è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello» (Mt 7,3-5). Ai farisei che condannano l'adultera, Gesù dice: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei» (Gv 8,7). Sant'Agostino, in un sermone sul salmo cinquanta, commenta: «Davide ha confessato: riconosco la mia colpa (Sal 50,5). Se io riconosco, tu perdona [...] Gli uomini senza speranza, quanto meno prestano attenzione ai propri peccati, tanto più si occupano dei peccati degli altri. In realtà non cercano di correggere, ma di condannare. E poiché non possono scusare se stessi, accusano gli altri. Non è questo il modo di pregare e chiedere perdono a Dio, secondo quanto ci insegna il salmi-sta, quando esclama: riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi (Sal 50,5)». L'occhio vede quello che ha davanti a sé, ma non vede se stesso. Questo è il problema. Vediamo il più piccolo difetto del prossimo, ma quanto ci costa scoprire l'abisso di cattiveria dentro di noi! Solo una continua e ripetuta esperienza del perdono può aprirci gli occhi dello spirito per guardarci den-tro e riconoscere il proprio peccato. Nel CREDO confessiamo: Credo nel perdono dei peccati. L'ordine della frase è corretto. Prima si crede nel perdono e solo dopo nel peccato. Dove non c'è perdono, si cerca di giustificare tutto, incolpando sempre gli altri. Anche nell'esperienza comunitaria è importante guardare gli altri come specchio della nostra interiorità. Ciò che inizialmente non vediamo in noi lo vediamo subito negli altri. Ciò che giustifichiamo in noi forse non lo accettiamo negli altri. Così il giudizio degli altri diventa giudizio su di noi. In que-sto modo passiamo dalla condanna dell'altro alla riconoscen-za perché mi aiuta a conoscermi e a situarmi sotto la grazia di Gesù Cristo, che non è venuto a cercare i giusti, ma i peccatori (Mt 19,13). Gesù, che ci invita a «essere perfetti come è perfetto il Padre» (Mt 5,48), cioè «misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro» (Lc 6,36), desidera che il nostro occhio sia limpido e luminoso per guardare il fratello con la stessa luce con cui lo guarda il Padre buono e misericordioso. Chi ha visto la trave immensa che lo acceca e ha sperimentato il perdono e la misericordia di Dio non avrà difficoltà a vedere con pietà la pagliuzza del fratello e a perdonarlo. Gesù non si limita a inculcarci l'amore per il prossimo giudicandolo con misericordia. Questa è certamente la prima cosa, «perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio» (Gc 2,12). Gesù desidera che scopriamo la trave che abbiamo piantata nel nostro occhio. Chi non vede i propri difetti è definito ipocrita, poiché vive nella menzogna. «Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!» (Mt 15,14).




San Giovanni Climaco (circa 575-circa 650), monaco nel Monte Sinai
La scala santa, 10° grado

« Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello ? »


Sentiti alcuni maledire il prossimo, li ho rimproverati. Per difendersi, questi operatori di iniquità hanno risposto: «Per carità e per sollecitudine parliamo così!» Ho risposto loro: Smettete di praticare simile carità, altrimenti accuserete di menzogna colui che ha detto: «Chi calunnia in segreto il suo prossimo io lo farò perire» (Sal 100,5). Se ami quell'uomo, come dici, prega in segreto per lui e non disprezzarlo. Questo modo di amare piace al Signore; non perdere di vista questo, e applicati con molta cura a non giudicare i peccatori. Giuda era del novero dei discepoli e il ladrone faceva parte dei malfattori, eppure quale cambiamento stupendo in un attimo!...

Rispondi dunque a colui che parla male del prossimo: «Smetti, fratello! Io stesso cado ogni giorno in colpe più gravi; come allora potrei condannare costui? « Ne trarrai un doppio profitto: guarirai te stesso e guarirai il tuo prossimo. Non giudicare è una scorciatoia che conduce prontamente al perdono dei peccati, se è vera questa parola: «Non giudicate e non sarete giudicati»... Alcuni hanno commesso grandi colpe alla vista di tutti, ma hanno compiuto in segreto i più grandi atti di virtù. Così i loro accusatori si sono ingannati attaccandosi solo al fumo senza vedere il sole...

I censori frettolosi e severi cadono in tale inganno perché non conservano il ricordo e il pensiero costante dei propi peccati... Giudicare gli altri, è usurpare senza vergogna una prerogativa divina; condannarli, è rovinare la propria anima... Come un buon vendemmiatore mangia l'uva matura e non coglie l'uva verde, così uno spirito benevolo e sensato nota con cura tutte le virtù che vede negli altri; è insensato invece colui che scruta le colpe e le deficenze.



Doroteo di Gaza ( circa 500- ?), monaco in Palestina
Lettere, 1 ; SC 92, 495

« Poi ci vedrai bene »

Alcune persone convertono in umore cattivo ogni alimento che assorbon anche se questo alimento è sano. La colpa non è dell’alimento, bensì del loro temperamento che altera gli alimenti. Allo stesso modo, se la nostra anima è in una cattiva disposizione, tutto le fa del male; essa trasforma, persino le cose utili per lei in cose nocive. Se si getta un po' di erbe amare in un vaso di miele, non altereranno forse tutto il barattolo, rendendo tutto il miele amaro? È proprio quello che facciamo: diffondiamo un poco della nostra amarezza e distruggiamo il bene del prossimo, guardandolo secondo la nostra cattiva disposizione.

Altre persone invece hanno un temperamento che trasforma ogni cosa in buoni umori, persino gli alimenti cattivi... I porci hanno una buonissima costituzione. Mangiano le carrube, i noccioli di datteri e immondizie. Eppure trasformano questo cibo in una carne succulenta. Anche noi, se abbiamo buone abitudini e un buono stato d’animo, possiamo trarre profitto da tutto, persino da quello che non è utile. Lo dice benissimo il libro dei Proverbi: “Chi guarda con benevolenza otterrà misericordia” (12,13). Ma altrove: “Per l’uomo insensato, ogni cosa è contraria” (14,7).

Ho sentito dire di un fratello che se, recandosi da un altro, trovava la sua cella trascurata e in disordine, diceva dentro di sé : « Quanto è felice questo fratello poiché è totalmente distaccato dalle cose terrene e porta così bene tutto il suo spirito in alto, da non avere più il tempo per riordinare la sua cella!” Se poi andava da un’altro fratello e trovava la sua cella in ordine e pulita, diceva dentro di sé: “La cella di questo fratello è pulita quanto la sua anima. Tale è lo stato della sua anima, tale quello della sua cella!” Mai diceva riguardo a qualcuno: “Questi è disordinato” oppure: “quello è frivolo”. Grazie al suo stato eccellente, traeva profitto da tutto. Dio nella sua bontà dìa anche a noi uno stato d’animo buono perché possiamo godere di tutto e non pensare mai del male del prossimo. Se la nostra malizia ci ispira giudizi o sospetti, trasformiamo presto questi in buoni pensieri. Infatti il non vedere il male del prossimo genera, con l’aiuto di Dio, la bontà.