Il Vangelo di oggi e il commento, Santa Marta (Oppure martedì XVII Sett. Tempo Ord.)



A te mi abbandono. - Gesù, non lasciarmi mai sola quando soffro! Tu conosci la mia assoluta nullità, conosci l'abisso della mia miseria. La mia debolezza è tanto grande, che non c'è davvero da stupirsi se io cadrò, lasciata sola. Sono impotente, mio Signore, e non so, da sola, comportarmi bene. In te confido,

e a te m'abbandono!

(Santa Faustina Kowalska)



Lc 10,38-42

In quel tempo, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi.
Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti».
Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».


IL COMMENTO


Per chi sono, oggi, i nostri occhi? C'è Gesù, lo abbiamo accolto con amore, con gioia, ma il nostro sguardo si perde tra giudizi e mormorazioni. Lo sguardo di Marta, riflesso delle sue troppe preoccupazioni e agitazioni, è appesantito e fissato su quel che non conta. Gli occhi tradiscono il cuore. "La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!" (Mt. 6, 22-23). Tenebra sono i giudizi, le gelosie, le mormorazioni, avanguardie della carne malata. Lo sguardo piantato su sé stessi, dimentico del Signore che è proprio lì, accanto a noi. Occhi per la Parola.
Di questi abbiamo bisogno. Non si tratta di una parola qualsiasi, è Dio fatto carne, la Parola eterna che cerca la nostra vita. La parte "buona", non solo "migliore" come recita la traduzione. La Parola di Gesù è Lui stesso, la parte buona, l'unica, della vita. Guardarlo con il cuore, spalancargli le porte, accovacciarci ai Suoi piedi come un discepolo. Pendere dalle Sue labbra. E' l'amore, la nostra possibilità di amore. E' Lui l'indispensabile, lo sappiamo, lo abbiamo sperimentato. Ma il nostro Io purtroppo ci fagocita e lo sguardo si fa tenebroso. E' la nostra vita d'ogni giorno. Camminiamo con il Signore, ma restiamo intrappolati nella tristezza. Siamo bloccati dai nostri progetti, dalle nostre idee, dal nostro "fare" da cui speriamo un improbabile "essere". Mentre tutto, assolutamente, ci sfugge di mano, castelli di sabbia che un'onda si porta via.
Lavoro, amici, figli, amori, in tutto una precarietà disarmante. Per quanto difendiamo, come Marta, i nostri diritti, le nostre cose, nulla ci può garantire dalla precarietà. Tutto è vanità. Il cielo e la terra passeranno, solo la Sua Parola non passerà in eterno. Scomparirà la scena di questo mondo, resisterà solo chi fa la volontà di Dio. E una sola certezza, una sola parte buona che non sarà mai tolta: la parola fatta carne, la volontà del Padre vivente in Cristo. Guardare Lui, fissarlo e ascoltarlo, non v'è altro cammino al Cielo. I nostri occhi tutti rapiti dal Suo volto. Oggi, nella storia concreta che ci attende. La Sua Parola per noi, la Vita e la gioia. Una bandiera bianca, sventoliamola oggi di fronte alla nostra superbia. Chiediamo al Signore la Grazia di stare, oggi, con Lui. Che tutto il nostro desiderio, che ogni nostro pensiero, che ogni sguardo sia per Lui.
«Chi altri avrò per me in cielo? Fuori di te nulla bramo sulla terra (sal. 16) Il mio bene è stare vicino a Dio: nel Signore Dio ho posto il mio rifugio» (Sal 72). Che sia davvero il Signore "mia parte di eredità e mio calice" e che la nostra eredità sia magnifica. Scriveva in proposito Giovanni Paolo II commentando il Salmo 15: "...il simbolo dell’«eredità»... si parla, infatti, di «eredità, calice, sorte». Questi vocaboli erano usati per descrivere il dono della terra promessa al popolo di Israele. Ora, noi sappiamo che l’unica tribù che non aveva ricevuto una porzione di terra era quella dei Leviti, perché il Signore stesso costituiva la loro eredità. Il Salmista dichiara appunto: «Il Signore è mia parte di eredità… è magnifica la mia eredità» (Sal 15,5.6)... Sant’Agostino commenta: «Il Salmista non dice: O Dio, dammi un’eredità! Che mi darai mai come eredità? Dice invece: tutto ciò che tu puoi darmi fuori di te è vile. Sii tu stesso la mia eredità. Sei tu che io amo… Sperare Dio da Dio, essere colmato di Dio da Dio. Egli ti basta, fuori di lui niente ti può bastare» (Sermone 334,3: PL 38,1469). Il secondo tema è quello della comunione perfetta e continua col Signore. Il Salmista esprime la ferma speranza di essere preservato dalla morte per poter rimanere nell’intimità di Dio, la quale non è più possibile nella morte. Le sue espressioni, tuttavia, non mettono nessun limite a questa preservazione; anzi, possono venire intese nella linea di una vittoria sulla morte che assicura l’intimità eterna con Dio. Due sono i simboli usati dall’orante. È innanzitutto il corpo ad essere evocato: gli esegeti ci dicono che nell’originale ebraico (cfr Sal 15,7-10) si parla di «reni», simbolo delle passioni e dell’interiorità più nascosta, di «destra», segno di forza, di «cuore», sede della coscienza, persino di «fegato», che esprime l’emotività, di «carne», che indica l’esistenza fragile dell’uomo, e infine di «soffio di vita». È, quindi, la rappresentazione dell’«essere intero» della persona, che non è assorbito e annientato nella corruzione del sepolcro (cfr v. 10), ma viene mantenuto nella vita piena e felice con Dio.
Ecco, allora, il secondo simbolo del Salmo 15, quello della «via»: «Mi indicherai il sentiero della vita» (v. 11). È la strada che conduce alla «gioia piena nella presenza» divina, alla «dolcezza senza fine alla destra» del Signore. Queste parole si adattano perfettamente ad una interpretazione che allarga la prospettiva alla speranza della comunione con Dio, oltre la morte, nella vita eterna. È facile intuire a questo punto come il Salmo sia stato assunto dal Nuovo Testamento in ordine alla risurrezione di Cristo. San Pietro nel suo discorso di Pentecoste cita appunto la seconda parte dell’inno con una luminosa applicazione pasquale e cristologica: «Dio ha risuscitato Gesù di Nazareth, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere» (At 2,24)." (Cfr. Giovanni Paolo II, UDIENZA GENERALE Mercoledì, 28 luglio 2004).
Dietro alle Parole di Gesù rivolte a Marta vi è questo salmo, parole che schiudono alla vita eterna, alla vita salvata dalla corruzione; tutte le esperienze, ogni evento fissato in eterno dall'intimità con il Signore. Il Cielo, l'eredità magnifica che ci attende, anticipata dalla Parola del Signore preparata per noi. La parte buona della quale Maria, seduta ai piedi di Gesù, ha cominciato a gustarne le primizie. Guardarlo, ascoltarlo, è già la Vita eterna. Tutto di noi già eterno. In Lui, con Lui, per Lui. Gioia piena e dolcezza senza fine alla Sua presenza. In Cielo, e oggi. Gli occhi fissi nei Suoi occhi, la nostra vita nella Sua vita.

"Il Signore è il nostro specchio
aprite gli occhi e volgetevi a lui,
osservate come sono i vostri volti!
Glorificate altamente il suo Spirito!
Togliete lo sporco dai vostri visi,
amate la sua santità e rivestitevene,
siate irreprensibili al suo cospetto.
Alleluia!"

Odi di Salomone, 13









Perchè. Fino a quando sopportare dentro e fuori di noi lotte e disprezzi, tentazioni e precarietà. Perchè. Il male accanto al bene. Perchè il peccato è accovacciato alla nostra porta. Perchè la zizzania continua crescere e a prosperare. Il mistero dell'iniquità. Una luce sola ad illuminare la tremenda realtà che così spesso ci opprime. Il Regno dei Cieli. La Vita eterna. Il Paradiso.
E noi Suoi figli, nel mondo ma non del mondo. Portando ogni giorno nella nostra esistenza le contraddizioni di qualcosa, il Cielo, che è "già e non ancora".
La totale precarietà di chi, per la prossimità al male, al dolore mortale del peccato, all'inferno, comprende e impara che nulla può fare senza l'Autore della Vita. Accanto alla zizzania, abbandonati al Signore. Con Lui uniti indissolubilmente, stretti alla Pietra che ci salva, nella Chiesa nostra Madre, dentro i marosi della vita. Lazzaro moriva e Gesù si attardava lontano. Il mare infuriava e Lui dormiva. Satana è sciolto e fa scempio della vita e Lui giace appeso ad una Croce. Il grande mistero è tutto in quel Legno. Scandalo e stoltezza, il più insignificante di tutti i semi, piccolo come la senapa, seminato fin dentro la notte della terra. Invisibile, disprezzato, deriso, come l'Agnello che si carica del dolore e del peccato del mondo.
Tutti lo hanno giudicato castigato mentre Lui intercedeva per ogni uomo, anche per il peggior peccatore. Il seme caduto in terra, morto per non restar solo, il lievito confuso nella pasta del male, perchè il mondo ritrovi un senso e la salvezza. La Croce, l'esatto contrario d'ogni umana sapienza. L'albero che accoglie ogni uomo, i pagani che vivono senza Dio, uccelli che volano alla ricerca di un nido. La Croce unico approdo, e il Signore crocifisso che dal Trono del dolore e del trionfo chiama e attira tutti a sè, nella fornace ardente della Sua misericordia.
La Sua Croce, la Nostra Croce, questa vita gomito a gomito con l'iniquità, fuori e spesso dentro di noi, e la Sua vittoria. In noi. Ogni giorno salvati e amati. Crocifissi con Cristo, nella semplicità di chi non rincorre vendette, giustizia, che non pretende di capire ed estirpare il male con le tecniche sofisticate del principe di questo mondo. Semplici e irreprensibili, figli nel Figlio, astri splendenti in mezzo ad una generazione perversa e degenere. Segni del Cielo in questo mondo di tenebra. I figli del regno, noi e le nostre vite, accanto alla zizzania perchè il mondo veda e vedendo creda. La morte d'ogni umana speranza, la tomba di Lazzaro e la voce potente del Signore, il Suo grido di vittoria. Per vedere e credere.
La nostra vita di oggi e di domani è la voce del Signore, l'annuncio del Regno che anticipa, ogni giorno, la fine del mondo. Noi i Suoi angeli, ogni nostro istante è il Suo messaggio perchè il mondo non sia condannato e possa credere e salvarsi. Il Suo amore più forte della zizzania, la notra vita crocifissa il braccio di misericordia teso all'umanità. Per accompagnarla al Cielo. La nostra Patria. Già ora. E per sempre.

Il Vangelo di oggi e il commento, Lunedì della XIV settimana del tempo ordinario


Mt 9,18-26

In quel tempo, mentre Gesù parlava, giunse uno dei capi che gli si prostrò innanzi e gli disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano sopra di lei ed essa vivrà». Alzatosi, Gesù lo seguiva con i suoi discepoli.
Ed ecco una donna, che soffriva d'emorragia da dodici anni, gli si accostò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Pensava infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». Gesù, voltatosi, la vide e disse: «Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita». E in quell'istante la donna guarì.
Arrivato poi Gesù nella casa del capo e veduti i flautisti e la gente in agitazione, disse: «Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme». Quelli si misero a deriderlo. Ma dopo che fu cacciata via la gente egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò.
E se ne sparse la fama in tutta quella regione.


IL COMMENTO

Ci sono momenti in cui è meglio per noi ritirarci. Lasciare che Dio agisca. Lasciare il Signore solo con la nostra soffrerenza. Lasciarlo entrare. Alberga in noi tanta sfiducia. Ammettiamolo. A volte anche la derisione di fronte all’impossibile che Dio solo è capace di fare. Lasciare in disparte quella parte di noi che dubita, mormora, sogghigna di Dio.
Lasciare che Lui tocchi la nostra carne morta. Che perdoni con le Sue ferite, i nostri peccati, gravidi di morte e tristezza. Il Signore è buono, Lui si ferma alla nostra piccolissima fede, basta un gesto, un grido. Quante volte ci gettiamo disperati ai Suoi piedi implorando la salvezza. Spesso ci ricordiamo di Lui solo quando lo necessitiamo per qualche sofferenza insopportabile.
Ci avviciniamo, qualcosa dentro di noi ci dice che basta solo toccare il Suo mantello, come quello di Elia, la Sua parola profetica che compie ciò che annuncia. Toccarlo e ascoltarlo. Poi, succede che dimentichiamo, ripiombiamo nell’incredulità, nella paura. Eppure a Lui basta una parola. La Sua, la nostra. Un briciolo di fede, un moto del cuore. Il nostro cuore più profondo. Le agitazioni esterne, le nevrosi e i nervosismi Lui li caccia fuori. Il Suo amore si appoggia anche su una sola nostra parola.
Basta sfiorarlo con un istante di fiducia. La fede. Lì, nella parte più vera di noi. Un grido. Un abbandono. La certezza profonda d’essere ascoltati. Lo sguardo di Gesù nel nostro sguardo. “La fanciulla non è morta. Dorme”. La fede è avere questi occhi su ogni evento, su ogni sofferenza.
E implorare, semplicemente, che Lui venga a destare quanto di noi s’è assopito. Il Mistero Pasquale che si compie ogni giorno. Anche oggi.


APPROFONDIMENTI


San Cirillo Alessandrino (380-444), vescovo, dottore della Chiesa
Commento al Vangelo di Giovanni, 4 ; PG 73, 560

« Entrò e le prese la mano »


Poiché Cristo, per mezzo della sua carne, è entrato in noi, risusciteremo interamente; è infatti inconcepibile, anzi impossibile, che la vita non faccia vivere coloro nei quali si è introdotta. Come si ricopre un tizzone ardente con un mucchio di paglia per mantenere intatto il germe di fuoco, così il nostro Signore Gesù Cristo nasconde la vita in noi con la sua carne e vi mette come un germe di immortalità che respinge tutta la corruzione che portiamo in noi.

Quindi non soltanto con la sua parola egli opera la risurrezione dei morti. Per mostrare che il suo corpo è donatore di vita come abbiamo detto, tocca i cadaveri e mediante il suo corpo dona la vita a questi corpi già in via di decomposizione. Se il solo contatto della sua sacra carne rende la vita ai morti, quanto profitto trarremo dalla sua eucaristia vivificante quando la riceveremo!... Non sarebbe bastato che la sola nostra anima fosse rigenerata per mezzo dello Spirito per una vita nuova. Occorreva che anche il nostro corpo pesante e terreno fosse santificato dalla sua partecipazione a un corpo così consistente quanto il suo e della stessa sua origine, e così venisse chiamato all'incorruttibilità.

Il Vangelo e il commento di oggi. Sabato della XIII settimana del Tempo Ordinario




Mt 9, 14-17

In quel tempo, si accostarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno. Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo squarcia il vestito e si fa uno strappo peggiore. Né si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa e gli otri van perduti. Ma si mette vino nuovo in otri nuovi, e così l'uno e gli altri si conservano».


Il Commento


Amore e libertà. I discepoli di Gesù non digiunano come gli altri. I discepoli di Gesù digiunano per amore, in libertà. Il digiuno cristiano non è solo una pratica pia, un segno religioso in vista d'una purificazione. Il digiuno dei discepoli di Gesù è MEMORIA. E' inginocchiarsi dinnanzi al Crocifisso e implorare il Suo ritorno. E' una condizione essenziale dell'esistenza, digiunare è vivere in pienezza la vita terrena. Che è GIA' e NON ANCORA. Lo Sposo è con noi, ma, contemporaneamente, non è qui. La pienezza è il Cielo. La terra è ancora un cammino, passi che si susseguono verso il Cielo, e la mancanza e il desiderio di pienezza si acuisce all'avvicinarsi della meta. Le nostre nozze con il Signore sono certo indissolubili, eppure vi sono giorni nei quali lo sposo ci è tolto. Allora la nostra vita si addentra nel mistero di una compiutezza pregustata ma non ancora completamente assaporata.
E' il mistero della Chiesa, sposa e vedova allo stesso tempo, che esplode di gioia intorno alla mensa eucaristica, ma che digiuna nell'attesa del compimento. La Chiesa che vive del memoriale del suo Signore, l'eucarestia, presenza viva del suo Sposo amatissimo. Per Lui getta ogni avere, gli spiccioli che ha per vivere, per Lui digiuna, perchè è Lui la sua vita. Infatti “La vera vedova, dice l’apostolo Paolo, mette la sua speranza nel Signore, e persevera notte e giorno nella preghiera e nell’orazione”” (cf. 1 Tm 5, 5). La Chiesa che nel mezzo del banchetto pasquale rinnovato ogni settimana erompe in un grido di nostalgia e speranza: maranathà, vieni, ritorna Signore Gesù. Il digiuno è il nostro maranathà, le lacrime appassionate della Maddalena presso la tomba del suo Signore; il digiuno è l'attesa fatta preghiera, perchè lo Sposo torni presto per portarci con Lui, verso il posto che ha preparato per noi. E' lì che ci attende. Infatti Gesù presentando il calice nell’ultima cena, ha detto: «In verità vi dico, non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio» (Mc 14,25). Dopo quella cena lo Sposo sarà tolto e i discepoli dovranno digiunare nell’attesa del suo ritorno; nell’attesa dell’eterno «banchetto delle nozze dell’Agnello » (Ap 19,9). Il nostro digiuno partecipa così di quello di Gesù. Un digiuno che è una promessa. Un appuntamento d'amore, l'attesa di bere con Lui il vino nuovo del regno di Dio.

Per questo il morire è meglio del vivere e San Paolo e tantissimi altri cristiani hanno desiderato ardentemente il Cielo. Cristo. "Muoio perchè non muoio" diceva Santa Teresa d'Avila, e non era disprezzo della vita. Anzi, più si vive intensamente la vita più si desidera di addormentarsi per risvegliarsi in Cielo. Più la vita è perduta per amore, più forte è l'ansia d'un amore perfetto e definitivo. “Uomini che hanno in sé un desiderio così possente che supera la loro natura, ed essi bramano e desiderano più di quanto all’uomo sia consono aspirare, questi uomini sono stati colpiti dallo Sposo stesso; Egli stesso ha inviato ai loro occhi un raggio ardente della sua bellezza. L’ampiezza della ferita rivela già quale sia lo strale e l’intensità del desiderio lascia intuire Chi sia colui che ha scoccato il dardo” (N. Kabasilas). Feriti dal dardo d'amore del loro Sposo i figli delle nozze vivono un'attesa di pienezza che nulla può colmare.

Il digiuno è dunque la condizione del cristiano. Le sofferenze, la precarietà, le malattie, i fallimenti, le proprie debolezze sono il digiuno d'ogni giorno. La Croce è il digiuno. Per questo in alcuni momenti, quando più intensa è l'esperienza della mancanza della pienezza, quando più acre è il fiele della Croce, in quei tempi quando più viva è la consapevolezza che la presenza assoluta dello Sposo è questione di vita o di morte, quando siamo incastrati sul legno della Croce è NATURALE il digiuno. Non mangiare, non fumare, non parlare, digiunare da qualcosa non è così solo una pratica ascetica per ingrassare l'uomo vecchio che fa anche della religione qualcosa di carnale. Digiunare è un'esigenza, un grido dalla Croce, l'eco stesso delle parole del Signore Crocifisso: "Dio mio, Dio mio, Sposo mio perchè mi hai abbandonato?". Il digiuno sono le lacrime che sperano il Suo amore. E' questa l'ascesi, l'ascesa al trono di misericordia che sappiamo non deludere mai. Digiunare è lasciare che la VERITA' prenda il posto delle menzogne, delle fughe e delle alienazioni. La fame che il digiuno suscita è la verità, la nostra realtà, nella quale il Corpo benedetto e risorto del Signore è l'unico vero cibo capace di saziarci. Digiunare è spogliarci in attesa d'essere una sola carne redenta con il nostro Sposo, nell'ansia del santo e castissimo amplesso, quell'amore eterno per il quale siamo stati creati. E' la novita' della vita nuova, di un rapporto nuovo con Dio, non piu' basato sul timore ma sull'amore. Un abito nuovo, una nuova forma di vita. Un vino nuovo, una festa e un'allegria nuove che scaturiscono dall'amore.

Digiunamo allora, senza occhi smorti ostentando chissà quale sacrificio. Digiuniamo così che sia distrutta l'ipocrisia e il mondo stesso, che giace nelle tenebre della menzogna e dell'illusione, tra diete e godimenti d'ogni genere, riceva un raggio di luce. Il digiuno è il cammino che svela la verità celata nelle apparenze. Potremmo dire che digiunare è come dipigere un'icona. Un'immagine del destino promesso tra le pieghe delle vicende umane. Le nostre, donate ad ogni uomo. Infatti " Pavel Evdokimov ha indicato in maniera così pregnante quale percorso interiore l’icona presupponga. L’icona non è semplicemente la riproduzione di quanto è percepibile con i sensi, ma piuttosto presuppone, come egli afferma, un “digiuno della vista”.La percezione interiore deve liberarsi dalla mera impressione dei sensi ed in preghiera ed ascesi acquisire una nuova, più profonda capacità di vedere, compiere il passaggio da ciò che è meramente esteriore verso la profondità della realtà, in modo che l’artista veda ciò che i sensi in quanto tali non vedono e ciò che tuttavia nel sensibile appare: lo splendore della gloria di Dio, la “gloria di Dio sul volto di Cristo” (2, Cor 4,6) (J. Ratzinger, Messaggio inviato al Meetig di Rimini, 2002). La nostra vita come un'icona che svela al mondo la Verità trasfigurata nella carne delle nostre storie quotidiane. Il digiuno è dunque parte essenziale della missione che ci è affidata, aprire il Cielo della speranza a questa generazione. Qui ed ora non sono il definitivo destino. Ogni uomo è nato per il Cielo. Il nostro digiuno ne è un segno. Per ogni uomo.


APPROFONDIMENTI


San Paciano (? - circa 390), vescovo di Barcellona
Discorso sull'battesimo ; PL 13, 1092

« Lo Sposo è con loro »


Il peccato di Adamo era passato a tutto il genere umano... È quindi necessario che anche la giustizia di Cristo passi a tutto il genere umano e, come Adamo col suo peccato fu causa di rovina per tutta la sua discendenza, così Cristo sarà causa di salvezza per la sua giustizia (fr Rm 5,19s)...

Nella pienezza dei tempi Cristo prese da Maria l'anima e la carne. Questa è la carne che egli venne a salvare, che non abbandonò negli inferi (Sal 15,10) e che unì al suo spirito e fece sua. Queste sono le nozze del Signore, contratte con una sola carne, perché «Cristo e la Chiesa», secondo quel «grande mistero», fossero «due in una sola carne» (Ef 5,31). Da queste nozze nasce il popolo cristiano, mentre dall'alto discende lo Spirito del Signore. Il germe celeste viene infuso e unito alla sostanza della nostra anima; cominciamo così a svilupparci nel seno materno; quindi, venendo alla luce, entriamo nella vita che ci viene data dal Cristo. Per questo l'apostolo Paolo dice: «Il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l'ultimo Adamo divenne spirito datore di vita» (1 Cor 15,45).

In questo modo Cristo genera la Chiesa per mezzo dei suoi sacerdoti, come si esprime lo stesso apostolo: «Io vi ho generato in Cristo» (1 Cor 4,15). Così Cristo, mediante lo Spirito di Dio, per il ministero del sacerdote e la forza della fede dà alla luce l'uomo nuovo, formato nel seno della Madre e accolto nella Chiesa col parto del fonte battesimale... Bisogna quindi accogliere Cristo, perché egli possa rigenerarci. Lo afferma l'apostolo Giovanni: «A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).

Il Vangelo e il commento di oggi. Venerdì della XIII settimana del Tempo Ordinario

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Mt 9, 9-13

In quel tempo, Gesù passando, vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Séguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».


IL COMMENTO

Scriveva Santa Teresa di Lisieux nella sua Storia di un’anima. “... Il Re della Patria luminosa è venuto a vivere trentatrè anni nel paese delle tenebre. Ahimè! Le tenebre non hanno capito che quel Re divino era la luce del mondo. Ma, Signore, la vostra figlia ha capito la vostra luce divina, vi chiede perdono per i suoi fratelli, accetta di nutrirsi per quanto tempo voi vorrete del pane di dolore e non vuole alzarsi da questa tavola colma di amarezza dove mangiano i poveri peccatori prima del giorno che voi avete segnato.
Ma anche lei osa dire, a nome proprio e dei suoi fratelli: Abbiate pietà di noi Signore perchè siamo poveri peccatori. Oh Signore, rimandateci giustificati.... che tutti coloro che non sono illuminati dalla fiaccola limpida della fede, la vedano finalmente. ... Gesù, se è necessario che la tavola insozzata da essi sia purificata da un’anima la quale vi ama, voglio ben mangiare sola il pane della prova fino a quando vi piaccia introdurmi nel vostro Regno luminoso. La sola grazia che vi chiedo è di non offendervi mai” ( Manoscritti autobiografici, n. 277).
Teresina aveva imparato che cosa significhi la misericordia. Le viscere appassionate di Dio. Il sacrificio nella misericordia. Teresa chiamata come noi, come Matteo. Amati esattamente dove eravamo, come eravamo. La certezza di non essere migliori di nessuno, la santa umiltà. Con Teresa impariamo anche noi a ripetere al Signore, a nome nostro e dei nostri fratelli, di avere pietà di tutti noi poveri peccatori. É’ questo il cuore di una madre, di un padre, di un figlio, di un amico, di un collega di lavoro.
Insieme a chi vive con noi, a chi ci fa del male, a chi sta gettando la vita nella tomba dei peccati. In ogni prova che ci attende sul cammino, in ogni sofferenza brilla la luce della fede, occhi limpidi che che vi intuiscano l’occasione propizia di tendere una mano di salvezza. Le nostre angosce, le sofferenze di oggi, e di domani, sono la mano di Gesù che cerca peccatori da salvare. Le Sue ferite nelle nostre ferite.
La nostra vita insanguinata offerta per chi ci è caro, chè tutti ci son cari, anche i nemici, schiavi come lo eravamo noi. Il loro male, il male di un figlio o di un marito nel dolore di una malattia, nella prova qualunque essa sia, diviene un balsamo di salvezza. E' questo il modo di amare, vero, gratuito, divino. Crocifisso. Con Teresa nell’ora della prova sapere d’essere, proprio in quel momento, seduti alla mensa dei peccatori. Con Teresa, con Gesù. Ogni spada che ci trapassa il cuore è una sorgente di salvezza per infinite persone. La nostra com-passione per chi non ha fede, per chi soffre la vera atrocità, che è non conoscere l’amore di Cristo. Ogni momento di sofferenza è dunque un momento di Grazia, un tesoro che ci accumuliamo in cielo, per noi, e per molti altri. Il Signore si è seduto alla nostra mensa, quando eravamo malvagi e con il cuore lontano da Lui.
Il Cristianesimo non è una serie di sacrifici per scalare il cielo, e tantomeno semplice filantropia. E’ misericordia, persone che hanno sperimentato la misericordia e in essa incontrano tutti gli altri uomini. Spendere la vita che ci è stata donata e riscattata alla mensa dei peccatori, le macchie della storia, le grandi e le piccole, purigficate dalle nostre anime amate infinitamente dal Signore.
Sedute, sino all’ultimo giorno, accanto a chi non Lo conosce. Per donare, con gioia, la misericordia che salva.




APPROFONDIMENTI


Sant'Efrem Siro (circa 306-373), diacono in Siria, dottore della Chiesa
Commento sul Diatèssaron, 5, 17 ; SC 121, 115

« Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori? »


Il nostro Signore ha scelto Matteo, il riscossore delle imposte, per incoraggiare i suoi colleghi a venire con lui. Ha visto dei peccatori, li ha chiamati e li ha fatti sedere presso di lui. Quale spettacolo mirabile: gli angeli stanno in piedi e tremano, mentre i pubblicani, seduti, si rallegrano. Gli angeli sono colti dal timore per la grandezza del Signore, e i peccatori mangiano e bevono con lui. Gli scribi si rodono per l'odio e il dispetto, e i pubblicani esultano per la sua misericordia. I cieli hanno visto questo spettacolo e ne sono stati ammirati; gli inferi l'hanno visto e sono impazziti. Satana l'ha visto e è andato in bestia; la morte l'ha visto ed ha perso vigore; gli scribi l'hanno visto e sono stati molto turbati.

C'era gioia nei cieli ed esultanza dagli angeli perché i ribelli erano stati convinti, i recalcitranti si erano rinsaviti e i peccatori si erano emendati, e perché questi pubblicani erano stati giustificati. Così come le esortazioni dei suoi amici (Mt 16,22) non hanno fatto rinunciare il nostro Signore all'ignominia della croce, neanche gli scherni dei suoi nemici non lo hanno fatto rinunciare alla compagnia dei pubblicani. Ha disprezzato le beffe e disdegnato la lode, facendo tutto quello che di meglio poteva fare per gli uomini.



Benedetto XVI presenta l’Apostolo Matteo

Cari fratelli e sorelle,

proseguendo nella serie dei ritratti dei dodici Apostoli, che abbiamo cominciato alcune settimane fa, oggi ci soffermiamo su Matteo. Per la verità, delineare compiutamente la sua figura è quasi impossibile, perch? le notizie che lo riguardano sono poche e frammentarie. Ciò che possiamo fare, però, è tratteggiare non tanto la sua biografia quanto piuttosto il profilo che ne trasmette il Vangelo. Intanto, egli risulta sempre presente negli elenchi dei Dodici scelti da Gesù (cfr Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 6,15; At 1,13). Il suo nome ebraico significa "dono di Dio". Il primo Vangelo canonico, che va sotto il suo nome, ce lo presenta nell’elenco dei Dodici con una qualifica ben precisa: "il pubblicano" (Mt 10,3). In questo modo egli viene identificato con l’uomo seduto al banco delle imposte, che Gesù chiama alla propria sequela: "Andando via di là, Gesù vide un uomo seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli si alzò e lo seguì" (Mt 9,9).

Anche Marco (cfr 2,13-17) e Luca (cfr 5,27-30) raccontano la chiamata dell’uomo seduto al banco delle imposte, ma lo chiamano "Levi". Per immaginare la scena descritta in Mt 9,9 è sufficiente ricordare la magnifica tela di Caravaggio, conservata qui a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Dai Vangeli emerge un ulteriore particolare biografico: nel passo che precede immediatamente il racconto della chiamata viene riferito un miracolo compiuto da Gesù a Cafarnao (cfr Mt 9,1-8; Mc 2,1-12) e si accenna alla prossimità del Mare di Galilea, cioè del Lago di Tiberiade (cfr Mc 2,13-14). Si può da ciò dedurre che Matteo esercitasse la funzione di esattore a Cafarnao, posta appunto "presso il mare" (Mt 4,13), dove Gesù era ospite fisso nella casa di Pietro. Sulla base di queste semplici constatazioni che risultano dal Vangelo possiamo avanzare un paio di riflessioni. La prima è che Gesù accoglie nel gruppo dei suoi intimi un uomo che, secondo le concezioni in voga nell’Israele del tempo, era considerato un pubblico peccatore. Matteo, infatti, non solo maneggiava denaro ritenuto impuro a motivo della sua provenienza da gente estranea al popolo di Dio, ma collaborava anche con un’autorità straniera odiosamente avida, i cui tributi potevano essere determinati anche in modo arbitrario. Per questi motivi, più di una volta i Vangeli parlano unitariamente di "pubblicani e peccatori" (Mt 9,10; Lc 15,1), di "pubblicani e prostitute" (Mt 21,31). Inoltre essi vedono nei pubblicani un esempio di grettezza (cfr Mt 5,46: amano solo coloro che li amano) e menzionano uno di loro, Zaccheo, come "capo dei pubblicani e ricco" (Lc 19,2), mentre l'opinione popolare li associava a "ladri, ingiusti, adulteri" (Lc 18, 11). Un primo dato salta all’occhio sulla base di questi accenni: Gesù non esclude nessuno dalla propria amicizia. Anzi, proprio mentre si trova a tavola in casa di Matteo-Levi, in risposta a chi esprimeva scandalo per il fatto che egli frequentava compagnie poco raccomandabili, pronuncia l'importante dichiarazione: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati: non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori" (Mc 2,17).

Il buon annuncio del Vangelo consiste proprio in questo: nell’offerta della grazia di Dio al peccatore! Altrove, con la celebre parabola del fariseo e del pubblicano saliti al Tempio per pregare, Gesù indica addirittura un anonimo pubblicano come esempio apprezzabile di umile fiducia nella misericordia divina: mentre il fariseo si vanta della propria perfezione morale, "il pubblicano ... non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore»". E Gesù commenta: "Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perch? chi si esalta sarà umiliato, ma chi si umilia sarà esaltato" (Lc 18,13-14). Nella figura di Matteo, dunque, i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza. A questo proposito, san Giovanni Crisostomo fa un’annotazione significativa: egli osserva che solo nel racconto di alcune chiamate si accenna al lavoro che gli interessati stavano svolgendo. Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni sono chiamati mentre stanno pescando, Matteo appunto mentre riscuote il tributo. Si tratta di lavori di poco conto – commenta il Crisostomo - "poich? non c'è nulla di più detestabile del gabelliere e nulla di più comune della pesca" (In Matth. Hom.: PL 57, 363). La chiamata di Gesù giunge dunque anche a persone di basso rango sociale, mentre attendono al loro lavoro ordinario.

Un’altra riflessione, che proviene dal racconto evangelico, è che alla chiamata di Gesù, Matteo risponde all'istante: "egli si alzò e lo seguì". La stringatezza della frase mette chiaramente in evidenza la prontezza di Matteo nel rispondere alla chiamata. Ciò significava per lui l’abbandono di ogni cosa, soprattutto di ciò che gli garantiva un cespite di guadagno sicuro, anche se spesso ingiusto e disonorevole. Evidentemente Matteo capì che la familiarità con Gesù non gli consentiva di perseverare in attività disapprovate da Dio. Facilmente intuibile l’applicazione al presente: anche oggi non è ammissibile l’attaccamento a cose incompatibili con la sequela di Gesù, come è il caso delle ricchezze disoneste. Una volta Egli ebbe a dire senza mezzi termini: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel regno dei cieli; poi vieni e seguimi" (Mt 19,21). E’ proprio ciò che fece Matteo: si alzò e lo seguì! In questo ‘alzarsi’ è legittimo leggere il distacco da una situazione di peccato ed insieme l'adesione consapevole a un’esistenza nuova, retta, nella comunione con Gesù.

Ricordiamo, infine, che la tradizione della Chiesa antica è concorde nell’attribuire a Matteo la paternità del primo Vangelo. Ciò avviene già a partire da Papia, Vescovo di Gerapoli in Frigia attorno all’anno 130. Egli scrive: "Matteo raccolse le parole (del Signore) in lingua ebraica, e ciascuno le interpretò come poteva" (in Eusebio di Cesarea, Hist. eccl. III,39,16). Lo storico Eusebio aggiunge questa notizia: "Matteo, che dapprima aveva predicato tra gli ebrei, quando decise di andare anche presso altri popoli scrisse nella sua lingua materna il Vangelo da lui annunciato; così cercò di sostituire con lo scritto, presso coloro dai quali si separava, quello che essi perdevano con la sua partenza" (ibid., III, 24,6). Non abbiamo più il Vangelo scritto da Matteo in ebraico o in aramaico, ma nel Vangelo greco che abbiamo continuiamo a udire ancora, in qualche modo, la voce persuasiva del pubblicano Matteo che, diventato Apostolo, s?guita ad annunciarci la salvatrice misericordia di Dio e ascoltiamo questo messaggio di san Matteo, meditiamolo sempre di nuovo per imparare anche noi ad alzarci e a seguire Gesù con decisione.




Commento al Vangelo di :

Sant’Ireneo di Lione
(circa130-circa 208), vescovo, teologo e martire
Contro le eresie, III, 11,8-9 ; SC 210

San Matteo, uno dei quattro evangelisti

Il numero dei vangeli non può essere diverso, n? più grande n? più piccolo. Infatti, poich? ci sono quattro regioni del mondo nelle quali abitiamo e quattro sono i venti dominanti, e poich?, d’altra parte, la Chiesa è sparsa su tutta la terra e ha come ‘colonna e sostegno” (1 Tm 3,15) il Vangelo e lo Spirito di vita, è naturale che essa abbia quattro colonne che soffino l’immortalità in ogni parte e rendano la vita agli uomini. Il Verbo, artigiano dell’universo, che siede sui Cherubini e sostiene ogni cosa (Sal 79,2: Eb 1,3), quando si è manifestato agli uomini, ci ha dato un Vangelo in quattro forme, mantenuto tuttavia da un unico Spirito. Davide, implorando la sua venuta, diceva: “Assiso sui Cherubini rifulgi” (Sal 79,2). Infatti i Cheribini hanno quattro facce (Ez 1,6), e le loro facce sono le immagini dell’attività del Figlio di Dio.

“Il primo vivente era simile a un leone” sta scritto (Ap 4,7), il che caratterizza la potenza, la preminenza e la regalità del Figlio di Dio; “il secondo essere vivente aveva l’aspetto di un vitello”, il che manifesta la sua funzione di sacrificatore e di sacerdote; “il terzo vivente aveva l’aspetto d’uomo”, il che evoca chiaramente la sua venuta umana; “il quarto vivente era simile a un’aquila mentre vola”, il che indica il dono dello Spirito volando sulla Chiesa. I vangeli secondo Giovanni, secondo Luca, secondo Matteo e secondo Marco saranno dunque anch’essi in accordo con questi viventi sui quali siede Cristo.

Gli stessi tratti si ritrovano anche nello stesso Verbo di Dio: ai patriarchi che vissero prima di Mosè, egli parlava secondo la sua divinità e la sua gloria; agli uomini che hanno vissuto sotto la Legge assegnava una funzione sacerdotale e ministeriale; in seguito, per noi, si è fatto uomo; in fine, ha mandato il dono dello Spirito su tutta la terra mettendoci al riparo all’ombra delle sue ali (Sal 16,8)... Sono dunque futili, ignoranti e presuntuosi coloro che rigettano la forma sotto la quale si presenta il Vangelo e che ne introducono un numero di figure più grande o più piccolo rispetto a quelle di cui abbiamo appena parlato.


Gesù lo guardò con sentimento di pietà e lo scelse

Dalle «Omelie» di san Beda il Venerabile, sacerdote (Om. 21; CCL 122, 149-151)
Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi» (Mt 9, 9). Vide non tanto con lo sguardo degli occhi del corpo, quanto con quello della bontà interiore. Vide un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: «Seguimi». Gli disse «Seguimi», cioè imitami. Seguimi, disse, non tanto col movimento dei piedi, quanto con la pratica della vita. Infatti «chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato» (1 Gv 2, 6).
«Ed egli si alzò, prosegue, e lo seguì» (Mt 9, 9). Non c'è da meravigliarsi che un pubblicano alla prima parola del Signore, che lo invitava, abbia abbandonato i guadagni della terra che gli stavano a cuore e, lasciate le ricchezze, abbia accettato di seguire colui che vedeva non avere ricchezza alcuna. Infatti lo stesso Signore che lo chiamò esternamente con la parola, lo istruì all'interno con un'invisibile spinta a seguirlo. Infuse nella sua mente la luce della grazia spirituale con cui potesse comprendere come colui che sulla terra lo strappava alle cose temporali era capace di dargli in cielo tesori incorruttibili.
«Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli» (9, 10). Ecco dunque che la conversione di un solo pubblicano servì di stimolo a quella di molti pubblicani e peccatori, e la remissione dei suoi peccati fu modello a quella di tutti costoro. Fu un autentico e magnifico segno premonitore di realtà future. Colui che sarebbe stato apostolo e maestro della fede attirò a s? una folla di peccatori già fin dal primo momento della sua conversione. Egli cominciò, subito all'inizio, appena apprese le prime nozioni della fede, quella evangelizzazione che avrebbe portato avanti di pari passo col progredire della sua santità. Se desideriamo penetrare più a fondo nel significato di ciò che è accaduto, capiremo che egli non si limitò a offrire al Signore un banchetto per il suo corpo nella propria abitazione materiale ma, con la fede e l'amore, gli preparò un convito molto più gradito nell'intimo del suo cuore. Lo afferma colui che dice: «Ecco, sto alla porta e busso; se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3, 20).
Gli apriamo la porta per accoglierlo, quando, udita la sua voce, diamo volentieri il nostro assenso ai suoi segreti o palesi inviti e ci applichiamo con impegno nel compito da lui affidatoci. Entra quindi per cenare con noi e noi con lui, perch? con la grazia del suo amore viene ad abitare nei cuori degli eletti, per ristorarli con la luce della sua presenza. Essi così sono in grado di avanzare sempre più nei desideri del cielo. A sua volta, riceve anche lui ristoro mediante il loro amore per le cose celesti, come se gli offrissero vivande gustosissime.



S.Matteo apostolo ed evangelista nei dipinti del Caravaggio per la Cappella Contarelli a S.Luigi dei Francesi in Roma

di Paola Grassi e Andrea Lonardo

I tre dipinti sulla vita di S.Matteo sono tra le opere più significative del Caravaggio (Michelangelo Merisi da Caravaggio, Caravaggio, 1573 - Porto Ercole 1610) a Roma.

Giunto da poco a Roma, ma già conosciuto soprattutto in ambito ecclesiastico, il Caravaggio, nel 1599, venne segnalato dal cardinal Del Monte per completare una cappella in San Luigi dei Francesi, che doveva essere decorata - secondo un programma iconografico già stabilito dal porporato francese Matteo Contarelli (Mathieu Cointrel), gran datario di papa Gregorio XIII, morto nel 1585 e proprietario della cappella - con storie di San Matteo, eponimo del committente.

Il Cavalier d'Arpino, fra i pittori più famosi in Roma all'epoca, era stato chiamato nel 1591 per questa impresa decorativa, ma otto anni dopo, anche a causa delle discordie testamentarie seguite alla morte del Cointrel, aveva terminato solamente l'affresco della volta. L'incarico fu allora affidato al Merisi che dipinse la Vocazione di San Matteo per la parete di sinistra ed il Martirio di San Matteo per quella destra . Nel 1602, quando venne protestata la statua per l'altare maggiore realizzata dallo scultore Cobaert, il Caravaggio ricette l'incarico anche per la pala d'altare centrale, il San Matteo e l'Angelo.


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Vocazione di San Matteo

Questa tela rappresenta il momento culminante della chiamata del peccatore (come La caduta di Saulo che il Caravaggio dipingerà per Santa Maria del Popolo in Roma) disposto a pentirsi ed a cambiare nome e vita. Qui il protagonista è l'avido esattore delle tasse Levi seduto al tavolo con quattro uomini della sua specie nel chiuso di una buia stanza dalla cui finestra ben in vista non filtra un solo raggio di sole.

Sulla destra il Cristo lo chiama con un gesto della mano ma soprattutto lo colpisce con la luce della grazia salvifica.

Questa fonte spirituale che colpisce tutti e cinque i gabellieri è la trasposizione pittorica della tesi cattolica del libero arbitrio secondo cui l'uomo, una volta che gli è stata manifestata la luce del Cristo, può scegliere se seguire o meno la via della salvezza. Due dei compagni di Levi, infatti, si voltano verso il Cristo mentre gli altri due non distolgono nemmeno per un secondo lo sguardo dai soldi appena intascati.

Il Cristo è come filtrato da Pietro (la Chiesa). Dall'analisi radiografica la presenza di Pietro risulta essere un ripensamento dell'opera, non essendo presente nel primo abbozzo.

La risposta subitanea di Levi, il cui gesto della mano rivela tutto lo stupore di chi comprende di essere stato chiamato, lo porterà a seguire Gesù con il nome di Matteo (nome che in ebraico ricorda la radice del verbo “donare”).

Dopo ciò egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C'era una folla di pubblicani e d'altra gente seduta con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?». Gesù rispose: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi».

(Lc. 5, 27-32)

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Particolare dalla Vocazione di S.Matteo

In questa, come in ogni sua opera, il Caravaggio sostituisce ad una visione agiografica delle storie bibliche una visione attuale e per ciò stessa viva. Mentre Gesù e Pietro sono vestiti con abiti che ricordano il passato, tutti e cinque i personaggi seduti alla tavola sono ritratti in abiti “moderni”. Questo permette di cogliere come la “storia” evangelica interpelli drammaticamente il presente, dove la parola “dramma”, nel suo significato etimologico, non vuol dire tanto “tragedia”, quanto “azione”, “scelta”, “decisione” (dal verbo greco drao).

In questo dettaglio dell'opera vediamo a destra la mano di Matteo ed a sinistra la mano del cambiavalute che gli è al fianco. Si toccano, intente a contare le stesse monete, ma diverso sarà l'esito esistenziale di mani così vicine.


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La prima versione di San Matteo e l'Angelo

Fin dalle origini dell'arte cristiana ad ognuno dei quattro evangelisti era stato accostato uno dei quattro esseri presentati da Ezechiele (Ez. 1, 4-9) e richiamati dall'Apocalisse (Ap. 4, 7-8): S.Matteo e l'Angelo, S.Marco e il Leone, S.Luca e il Toro, S.Giovanni e l'Aquila. L'ispirazione divina del primo dei Vangeli è dunque esemplificata spesso, in arte, nella presenza dell'angelo che segue passo passo la stesura del libro.

Secondo la testimonianza del biografo del Caravaggio, la prima versione di questa tela fu rifiutata dai committenti, analogamente a quanto successe per le tavole della Cappella Cerasi in S.Maria del Popolo che ritraevano la Conversione di S.Paolo e la Crocifissione di S.Pietro. Ciò avvenne perché il santo era presentato come un contadino analfabeta materialmente guidato dall'angelo nello scrivere il testo sacro. Questa prima versione, dopo esser stata protestata, attraverso varie peripezie finì a Berlino, dove fu distrutta dagli eventi bellici nel 1945. Ne resta una copia fotografica che potete qui vedere.

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L'attuale versione di S.Matteo e l'Angelo

La seconda versione, di grande bellezza, raffigura invece San Matteo vestito più dignitosamente che, penna in mano, fissa lo sguardo sull'angelo volteggiante sopra al suo capo intento a spiegargli cosa scrivere. La posizione delle dita dell'angelo sembra alludere ad una serie numerica. E' forse un'allusione al fatto che il vangelo di Matteo si caratterizza anche per una rigorosa simmetria compositiva, strutturata spesso dal numero “sette”, fin dalla genealogia di Gesù di Mt 1, che presenta tre serie di 14 (14=7+7), cioè 14 per 3 che è il massimo della perfezione. Sette sono anche le parabole e sette sono i “guai” contro i farisei del capitolo 23.

Di sicuro questa seconda versione è più rispettosa dell'idea cristiana di ispirazione che non fa tanto riferimento ad una pretesa dettatura o preesistenza divina del testo, quanto all'ispirazione divina dell'autore sacro che conserva integre le sue facoltà di vero autore del “testo sacro”, al punto che è possibile affermare che sia Dio sia l'uomo sono veri autori del testo biblico.


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Martirio di San Matteo

Caravaggio si trovò a dover dipingere un episodio assai raro nell'arte, la morte per martirio del santo evangelista. Egli, secondo la tradizione, evangelizzò la Giudea, e secondo alcuni, anche l'Etiopia. La tela caravaggesca raffigura il santo, vestito di candida veste bianca, riverso in terra in attesa di subire la condanna e con una mano protesa verso la palma (simbolo del martirio) offertagli dall'angelo, in arditissimo scorcio su di una nuvola, mandato da Dio. La gestualità non è quella dell'iconografia classica del martirio, ma quella di un “qualsiasi” omicidio vivo e, ancora una volta “drammatico”.

Matteo, che viene sorpreso dal sicario mentre sta celebrando la Messa su di un altare su cui è incisa la croce di Cristo, ripercorre così il sacrificio salvifico del Figlio di Dio - tanto da mostrare la stessa ferita al costato del suo Maestro - che ogni volta si ripete nel mistero dell'eucarestia. Il gruppo centrale del martire e del carnefice, inoltre, si iscrive perfettamente in un triangolo, simbolo della Trinità e tutta l'opera “nell'apparente casualità si risponde, retto come è il tumulto da rigorose armonie, da equilibrati incastri ad X, da sapienti compensi di volumi e di piani che si spingono e si richiamano” (A.Ottino Della Chiesa).

Tutto intorno a lui i personaggi, compreso il carnefice, sono colpiti dall'accecante luce della grazia divina che scaturisce dal corpo di Matteo (qui, forse, non solo colpito dalla luce della grazia divina, ma capace di irradiarla a sua volta). A differenza della Vocazione qui nessuno può rimane indifferente all'accaduto ed ogni volto mostra un diverso tipo di reazione all'evento: orrore, paura, stupore, incredulità o anche solamente curiosità (si veda il giovane con il cappello piumato sulla sinistra). Perfino il pittore stesso si ritrae sulla sinistra della tela, proprio dietro il carnefice, solo la testa emergente dall'oscurità, confuso tra gli spettatori, per contemplare con tristezza il risultato della malvagità umana.

Il Vangelo e il commento di oggi. 3 luglio, San Tommaso Apostolo




Una fede oltre la carne. Come quella di San Pietro, come quella imparata da San Paolo. E' questa la parola del vangelo di oggi.
Gesù oltrepassa la porta sprangata delle paure e dei dubbi, il velo ostinato che copre occhi e mente e cuore ed impedisce di riconoscere, oltre le apparenze, nelle pieghe delal carne e della storia, la presenza certa e amorevole del Signore.
Dio è. Dio è oltre la morte, oltre il peccato, oltre la contingenza che ci atterrisce.
Occorre un supplemento d'anima, uno sguardo diverso, una testimonianza piantata nel cuore. Occorre una rivelazione celeste, lo Spirito Santo. Ecco quel che è mancato a Tommaso, ciò di cui, la sua povera carne piena di esigenza, ha bisogno. La fede.
Ma la fede si impara, come ha ribadito anche ieri il Papa. Per questo Gesù non rimprovera Tommaso, ma lo invita a porsi in cammino, a diventare un "credente", ad imparare la fede, quella che oltrepassa la carne.
I segni che Gesù stesso ha mostrato agli altri apostoli una settimana prima, i sacramenti della sua risurrezione, sono ora davanti a Tommaso. Ma, soli, non bastano. E' necessario, coem lo è stato per i suoi fratelli, ricevere lo Spirito Santo, la Rivelazione del Padre che ha fatto beato Pietro, quel supplemento d'anima che libera lo sguardo oltre le ferite nella carne e induce ad oltrepassare le porte della sola ragione, della propia carne esigente di prove e conferme.
E' l'amore di Dio, l'amore di Cristo sigillato dallo Spirito Santo, lo stesso che ha fatto conoscere a San Paolo Crsito non più secondo la carne.
E' lo Spirito Santo che, nel cammino della storia, condurrà san Tommaso, e ciascuno di noi, a riconoscere il nostro Signore e il nostro Dio, nelle nostre stesse piaghe, nelle ferite della nostra vita. La Croce gloriosa, la vita oltre la morte.
E' questo il senso più profondo del Vangelo di oggi, della stessa figura di Tommaso, un gemello nel cui cuore risuona sempre l'eco della presenza del proprio fratello. Gemello di Cristo, come ciascuo di noi. Per questo le sue ferite sono le nostre, e la fede non si ferma ad un evento registrato dai sensi, ma va al di là, alla presenza misteriosa eppure concreta e reale, della sua vittoria, della sua vita dentro la nsotra vita.
Credente, ovvero in cammino nella notte oscura dei santi, senza consolazioni, senza prove carnali, con la sola certezza sigillata istante dopo istante, quella della fede, di un amore che mai ci abbandona, mai.



Lo incontriamo tra gli Apostoli, senza nulla sapere della sua storia precedente. Il suo nome, in aramaico, significa “gemello”. Ci sono ignoti luogo di nascita e mestiere. Il Vangelo di Giovanni, al capitolo 11, ci fa sentire subito la sua voce, non proprio entusiasta. Gesù ha lasciato la Giudea, diventata pericolosa: ma all’improvviso decide di ritornarci, andando a Betania, dove è morto il suo amico Lazzaro. I discepoli trovano che è rischioso, ma Gesù ha deciso: si va. E qui si fa sentire la voce di Tommaso, obbediente e pessimistica: "Andiamo anche noi a morire con lui". E’ sicuro che la cosa finirà male; tuttavia non abbandona Gesù: preferisce condividere la sua disgrazia, anche brontolando.
Facciamo torto a Tommaso ricordando solo il suo momento famoso di incredulità dopo la risurrezione. Lui è ben altro che un seguace tiepido. Ma credere non gli è facile, e non vuol fingere che lo sia. Dice le sue difficoltà, si mostra com’è, ci somiglia, ci aiuta. Eccolo all’ultima Cena (Giovanni 14), stavolta come interrogante un po’ disorientato. Gesù sta per andare al Getsemani e dice che va a preparare per tutti un posto nella casa del Padre, soggiungendo: "E del luogo dove io vado voi conoscete la via". Obietta subito Tommaso, candido e confuso: "Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via?". Scolaro un po’ duro di testa, ma sempre schietto, quando non capisce una cosa lo dice. E Gesù riassume per lui tutto l’insegnamento: "Io sono la via, la verità e la vita". Ora arriviamo alla sua uscita più clamorosa, che gli resterà appiccicata per sempre, e troppo severamente. Giovanni, capitolo 20: Gesù è risorto; è apparso ai discepoli, tra i quali non c’era Tommaso. E lui, sentendo parlare di risurrezione “solo da loro”, esige di toccare con mano. E’ a loro che parla, non a Gesù. E Gesù viene, otto giorni dopo, lo invita a “controllare”... Ed ecco che Tommaso, il pignolo, vola fulmineo ed entusiasta alla conclusione, chiamando Gesù: “Mio Signore e mio Dio!”, come nessuno finora aveva mai fatto. E quasi gli suggerisce quella promessa per tutti, in tutti i tempi: "Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno".
Tommaso è ancora citato da Giovanni al capitolo 21 durante l’apparizione di Gesù al lago di Tiberiade. Gli Atti (capitolo 1) lo nominano dopo l’Ascensione. Poi più nulla: ignoriamo quando e dove sia morto. Alcuni testi attribuiti a lui (anche un “Vangelo”) non sono ritenuti attendibili. A metà del VI secolo, il mercante egiziano Cosma Indicopleuste scrive di aver trovato nell’India meridionale gruppi inaspettati di cristiani; e di aver saputo che il Vangelo fu portato ai loro avi da Tommaso apostolo. Sono i “Tommaso-cristiani”, comunità sempre vive nel XX secolo, ma di differenti appartenenze: al cattolicesimo, a Chiese protestanti e a riti cristiano-orientali.




Don Fabio Rosini. Commento al Vangelo dell'apparizione a San Tommaso

RATZINGER - BENEDETTO XVI. San Tommaso

RATZINGER - BENEDETTO XVI. Domenica in Albis: Gesù è un Dio ferito dall’amore verso di noi

RATZINGER - BENEDETTO XVI. Domenica in Albis: la pace del Cielo

Il Papa al Regina Caeli: Cristo risorto ci dona la pace, frutto del suo amore

Omelie di Giovanni Paolo II, nelle Domeniche in Albis

Ravasi. Tommaso: l'incredulo che diventò credente

S. Fausti. Commento esegetico al Vangelo dell'apparizione a San Tommaso

IGNACE DE LA POTTERIE Gesù e Tommaso

Ignace de la Potterie. Gesù disse a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto hanno creduto”.

Vangelo della II domenica di Pasqua anno A. Piste esegetiche

LE APPARIZIONI «UFFICIALI» DEL RISORTO AL GRUPPO APOSTOLICO (GV 20,19-31)


TOMMASO FEDERICI COMMENTO AL VANGELO DELLA II DOMENICA DI PASQUA ANNO A

Omelie di Giovanni Paolo II, nelle Domeniche in Albis

Ravasi. Tommaso: l'incredulo che diventò credente
Madre Teresa di Calcutta. EDUCARCI ALLA FEDE
Card. Caffarra. Omelia su San Tommaso
Carlo Maria Martini, Partenza da Emmaus


COMMENTI PATRISTICI

Dai «Discorsi» di sant'Agostino, vescovo
Dai Discorsi di san Pietro Crisologo
Basilio di Seleucia. Sii credente, e sii mio apostolo
Dal trattato "Sulla Trinità" di sant'Ilario di Poitiers
Da "La vita in Cristo" di Nicola Cabàsilas
II Domenica di Pasqua (o in Albis). Dai «Discorsi» di sant'Agostino




ARTE E LITURGIA

La risurrezione secondo Caravaggio
Leggere un quadro stupendo: l' INCREDULITA' DI TOMMASO DI CARAVAGGIO
Stupende immagini del dubbio di San Tommaso nell'arte




Il Vangelo e il commento di oggi. Martedì della XIII settimana del Tempo Ordinario



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Mt 8, 23-27

In quel tempo, essendo Gesù salito su una barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva.
Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!».
Ed egli disse loro: «Perché avete paura, uomini di poca fede?» Quindi levatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia.



IL COMMENTO


In una barca attraversando il mare in burrasca. La nostra vita. Meravigliosa. Il Signore ci ha ordinato di salire sulla Sua barca. Una Parola. Come quella rivolta ad Abramo. E poi a Pietro. E a tutti noi. Prendere il largo, passare all’altra riva.
La vita è una traversata sul mare. Sulla morte. Passare in ebraico si dice HBR, da cui deriva “ebreo”. I fratelli maggiori, sul cui “passare” siamo stati innestati. Passare all’altra riva nella barca seguendo il Signore. “Dietro Gesù … – l’evangelista -… desidera che risuoni nelle orecchie dei discepoli il nome di “ebreo”. Desidera che i suoi ascoltatori abbiano l’intelligenza dell’indispensabile coesione della loro vita. Essi debbono attraversare fisicamente, concretamente, il mare. Simultaneamente dovranno forgiare la loro tenuta spirituale per andare avanti. Dire spirituale significa dire il loro respiro del vento di Dio. Qui appunto, c’è tutto: il vento, il mare, il pericolo, le onde marine, la tempesta di vento… Allora l’evangelista forma in greco un verbo nuovo, “diegeiro”, per dire svegliare. Impossibile da tradurre letteralmente, questo verbo ha l’accento ebraico di “passare”. Dunque, i discepoli che sono nella barca di Gesù lo svegliano… Lo chiamano…. E quando si sarà “svegliato sarà passato di là”, e tutte le cose si saranno placate, quando ci sarà la calma, l’evento non finirà lì. La “traversata” continuerà con la domanda di Gesù, alla maniera della Torah…”Dove sei?”. Gesù dirà: “Uomini di poca fede, perché avete paura?”, Come dire: “ Ebrei, dove siete? Avete dimenticato di sentire il vostro nome? Avete dimenticato il vostro nome, la vostra vita?” ( M. Vidal, “Un ebreo chiamto Gesù”, Napoli 1998, pag. 163).
La stessa domanda che oggi prorompe nella nostra vita: “Perché avete paura?”. Perché senza fede? Schiavi, siamo atterriti dalla paura di morire, ecco perché, siamo incatenati. La barca, che è anche la nostra vita, è percorsa da tempeste violente. In greco si trova “grande sisma”, lo stesso vocabolo usato nei racconti della crocifissione. La barca è dunque anche il legno della Croce.
Le simbologie si intrecciano, la Chiesa, la Croce e la nostra vita. Una traversata verso il Cielo, nella Chiesa crocifissi con Cristo. E il terremoto, la tempesta delle tentazioni, delle sofferenze, dei fallimenti. La nostra vita che “passa”, attraversa questo mondo a cui non apparteniamo, per il quale siamo stranieri e pellegrini. E le sue lusinghe, le sirene che sibilavano nelle orecchie di Ulisse, le stesse suadenti menzogne del demonio sussurrate ai nostri orecchi.
Si è lui, il menzognero, l’assassino fin dal principio che attenta alla nostra anima. Le parole che Gesù userà per placare il mare saranno infatti le stesse usate dagli evangelisti nei racconti degli esorcismi. Le stesse che, nella versione greca della Settanta, presentano il gesto di Yahvè che con l’onnipotenza della sua parola prosciuga le acque del Mar Rosso (Cfr. Nota a Mt. 8, 26 de “La Bibbia. Nuovissima Versione dai Testi Originali”).
Ma Lui dorme. E’ con noi, ma dorme. Quante volte, proprio quando si fa più furioso il vento delle avversità e delle prove, ci sentiamo soli, abbandonati. Nella barca, con Lui, ma è come se non ci fosse. Non risponde. Nessuna consolazione. Si fa buio pesto, e la barca sembra affondare. L’esperienza della notte oscura, descritta magistralmente da San Giovanni della Croce. La notte della mortificazione, della liberazione dai “desideri” e dagli “appetiti”.
E’ Lui che ci ha spinti a salire sulla barca, Lui ci ha attirato a sé con il Suo amore e la Sua misericordia. Ci ha messi in cammino, con noi ha iniziato la traversata. E ora dorme. Come lo sposo del Cantico dei cantici, ha bussato alle nostra porta ma poi s’è nascosto. Ed eccoci nudi, destati noi stessi dal torpore d’una vita assuefatta alla grigia routine d’ogni giorno. Le onde, il sisma che scopre il fondo del mare, l’inganno che ci ha sedotto e tenuto schiavi, la menzogna del demonio che ci ha obbligato a seguire e compiere i suoi desideri.
La notte oscura dell’Innominato, le angosce che ci atterriscono. La solitudine. Il nulla. La Croce che tutto relativizza, che sembra togliere ogni speranza. La nostra esperienza di oggi, qualunque sia, il mare o il deserto, l’odore di morte che ci atterrisce. Lui è lì con noi. Dorme. E noi abbiamo paura. Perché? Perché siamo ancora schiavi, pagani preoccupati del domani, della sorte che ci attende. Non abbiamo fede perché non siamo figli. Non siamo fratelli del Figlio che dorme, come un bimbo divezzato in braccio a sua madre, l’anima placata e acquietata anche nella valle oscura. Pretendiamo e il nostro cuore si leva con superbia dinnanzi alla vita.
Orgoglio nemico della fede. Superbia, madre d’ogni concupiscienza. Albergano il nostro cuore proiettato in un domani che non ci appartiene, fuggendo con disprezzo l’oggi che non sopportiamo. L’oggi dove riposa il Signore. Le onde? I tumulti? Il terremoto? Sono tutti segni del tuo amore. La totale precarietà che ci spaventa. Tutto è amore. E’ Lui che ci aiuta, come condusse il Popolo d’Israele nel deserto perché conoscesse quel che vi era nel suo cuore. Per convertirsi. Per aver fede. Come quando invece di andare da Lazzaro ammalato, Gesù s’è fermato ancora due giorni dove si trovava, quasi aspettando che l’amico morisse. E quando infatti Lazzaro si “addormenta” Gesù dice ai Suoi discepoli di godere per loro di non essere stato dall’amico, “affinchè crediate”.
Scendere al fondo di se stessi, incontrare la propria morte, sino all’ultimo gradino della piscina battesimale. Annegare l’uomo vecchio nella morte di Cristo, addormentarsi con Lui per Risorgere con Lui. Questa è la fede, quella che si nutre di mortificazioni, che circoncide il cuore e la mente, che taglia le membra di scandalo: La fede nella notte oscura, dove sono crocifissi carne e mondo, dove siamo tutti per Lui. Come Lui è tutto per noi.
La fede battesimale per donarci la quale il Signore s’e addormentato nel sepolcro dei nostri peccati. Entriamo allora oggi nella barca con il Signore, addormentiamoci con Lui, non temiamo, con Lui passeremo indenni tra le acque della morte. Lui solo basta. Il Suo amore è la nostra vita e noi viviamo per Lui.



APPROFONDIMENTI


San Cirillo di Gerusalemme (313-350), vescovo di Gerusalemme, dottore della Chiesa
Catechesi, n° 10

« Chi è mai costui ? »


Chi vuole onorare con vera devozione il Padre adori il Figlio, perché il Padre non ne accetta altra adorazione. Lo fece intendere il Padre quando, facendo risuonare la sua voce, disse: «Questo è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto». Sì, il Padre si è compiaciuto del Figlio: se non si compiacerà anche di te, non avrai la vita... Riconosci pure che c'è un solo Dio, ma sappi pure che vi è un Figlio di Dio, l'Unigenito... Professa la tua fede «in un solo Signore nostro Gesù, Figlio di Dio, unigenito» (Credo). Diciamo «in un solo Signore Gesù Cristo» perché risulti unica la sua filiazione anche se molti sono i suoi nomi...

È chiamato «il Cristo» [cioè l'Unto], perché unto non da mani umane ma dal Padre fin da tutta l'eternità come sommo sacerdote per gli uomini... Lo chiamiamo «Figlio dell'uomo», non in quanto nato per generazione terrena come ciascuno di noi, ma perché verrà sulle nubi per giudicare i vivi e i morti. Lo chiamiamo «Signore», non in senso traslato come si chiamano signori alcuni uomini, ma in quello per cui si chiama Signore per natura e dall'eternità solo «Gesù» [cioè «il Signore salva»], nome che significa la sua opera di salvatore e di medico. Lo diciamo «Figlio di Dio» per natura e non per adozione.

Molti sono gli appellativi che diamo al nostro Salvatore... Molteplici sono le forme che il Salvatore prende nei suoi interventi per ciascuno di noi. Si fa infatti «vite» per chi ha bisogno di gioia, «porta» per chi deve entrare, «sommo sacerdote» e «mediatore» per chi deve offrire preghiere, «agnello» per tutti quelli che sono in peccato e per cui egli si è immolato. Rimane per natura nella dignità sovraeminente della sua filiazione immutabile, ma si fa «tutto a tutti» adattandosi alle nostre debolezze come medico davvero buono e maestro compassionevole.

(Riferimenti biblici : Mt 3,17 ; Mt 1,16 ; Mt 24,30 ; Dn 7,13 ; Mt 24,30 ; Lc 2,11 ; Mt 1,21 ; Mt 3,17 ; Gv 15,1 ; Gv 10,7 ; Eb 7,26 ; 1Tm 2,5 ; At 8,32 ; 1Cor 9,22)