XXXIII Domenica del Tempo Ordinario. Anno A.

Illustrazione della parabola dei talenti, 
da una tavola del 1712. 
Due servi presentano i loro talenti 
mentre l'altro scava per dissotterrare il proprio


Forse c’è qualcosa di Erode anche in noi? 
Forse anche noi, a volte, vediamo Dio come una sorta di rivale? 
Forse anche noi siamo ciechi davanti ai suoi segni, 
sordi alle sue parole, 
perché pensiamo che ponga limiti alla nostra vita 
e non ci permetta di disporre dell’esistenza a nostro piacimento? 
Quando vediamo Dio in questo modo 
finiamo per sentirci insoddisfatti e scontenti, 
perché non ci lasciamo guidare da Colui che sta a fondamento di tutte le cose. 
Dobbiamo togliere dalla nostra mente 
e dal nostro cuore l’idea della rivalità
l’idea che dare spazio a Dio sia un limite per noi stessi; 
dobbiamo aprirci alla certezza che Dio è l’amore onnipotente che non toglie nulla,
non minaccia, anzi, 
è l’Unico capace di offrirci la possibilità di vivere in pienezza, 
di provare la vera gioia.

Benedetto XVI, Omelia del 6 gennaio 2011


Dal Vangelo secondo Matteo 25,14-30. 


Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 
A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. 
Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. 
Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 
Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. 
Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. 
Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 
Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. 
Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 
Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; 
per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. 
Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 
avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. 
Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 
Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 
E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. 


IL COMMENTO


Secondo l'interpretazione dei Padri della Chiesa, l'uomo che parte per un lungo viaggio è il Signore. Dopo aver compiuto il suo Esodo dalla morte alla Vita, Egli chiama gli apostoli "che si era scelti nello Spirito Santo" e impartisce loro le istruzioni sulla missione svelando i segreti del Regno. La Parabola inizia con un flash sui quaranta giorni che separano la risurrezione dall'Ascensione, ma che include anche l'incontro sul Monte delle Beatitudini e la discesa dello Spirito Santo. Con poche parole Gesù sintetizza quale sarà il suo Testamento: donato alla Chiesa come segno sacramentale nell'eucarestia dell'Ultima Cena, sarà consegnato come talenti da impiegare nella missione affidata. Lo Spirito Santo sigillerà ogni insegnamento, evento e parola del Signore nella luce sfolgorante della Pasqua, riversando nei loro cuori l'amore con il quale vivere nella storia la stessa vita del Signore, coinvolti nella sua missione. Il corpo e il sangue di Cristo, uniti poi a tutti gli altri sacramenti, divengono così il Testamento nuovo ed eterno, l'alleanza nella quale la Chiesa dovrà vivere e percorrere il mondo sino ai confini della terra. A Gesù che sta per partire, è stato dato ogni potere in cielo ed in terra: consegnando i talenti Egli dice agli apostoli: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt. 28, 18-20). I talenti sono dunque colmi del potere stesso di Cristo. 


Essi non sono le qualità umane, sono le ricchezze dei beni messianici, i beni del Padre donati completamente al Figlio. Ed essi sono ora consegnati, affidati ai servi, ai discepoli, a ciascuno di noi. Il verbo consegnare è decisivo: il Padre ha consegnato il Figlio; il Figlio si è consegnato al Padre ed è stato consegnato dal traditore. L'economia della salvezza passa per queste consegne. Per questo, l'inizio della parabola descrive un momento importante e decisivo, che riassume, in una profezia, il cuore della missione di Gesù e della sua Chiesa. Tutta la vita dello Sposo e della Sposa infatti si sviluppa in un crescendo di consegne, sino all'ultimo istante della storia, quando il Figlio consegnerà il Regno al Padre. La consegna è un sinonimo dell'amore. Si consegna davvero solo chi ama. Comprendiamo allora l'incipit della parabola, che è poi quello della nostra stessa vita, come lo è stato di quella del Signore: è l'amore smisurato che spinge il Padre a consegnare il Figlio al posto nostro, e quello del Figlio che si consegna sino alla fine. Il frutto di questo amore intimo e perfetto, è la consegna dei beni di Dio alla Chiesa, a ciascuno di noi, perchè siano consegnati ad ogni uomo. Ed il bene più grande di Dio è il Figlio stesso. E' Lui il talento prezioso che i servi ricevono.    


"Come il Padre ha mandato me anche io mando voi", perchè "come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi". Come Lui si è consegnato a noi così anche noi siamo chiamati a consegnarlo al mondo attraverso la nostra stessa consegna. Il come è descritto nel diverso numero dei talenti che ricevono i servi. Non si tratta di qualità diversa, solo di forme diverse in funzione della missione specifica che ciascuno riceve. Se il talento è Cristo, consegnato attraverso la sua Parola, i sacramenti e tutti i beni che la Chiesa ha sempre custodito e amato gelosamente, anche chi riceve un solo talento non ha affatto ricevuto meno. Al contrario, ha ricevuto tutto, nulla gli manca per compiere la sua missione. Significa semplicemente che la storia di ciascuno è diversa e irripetibile, ma non per qusto la vita di San Francesco Saverio è più importante agli occhi di Dio di quella di una sconosciuta monaca di clausura nascosta a Lisieux. Il Papa riceve i talenti necessari per adempiere la sua missione, così come la vedova ammalata che vive in uno sperduto paese di montagna.


Da quest'ultimo servo possiamo partire per comprendere la Buona Notizia che oggi il Signore vuole annunciarci. Certamente la paura di questi nasceva innanzi tutto dall'invidia. Come Caino non guardava di buon occhio suo fratello, anche lui guardava storto gli altri servi. Nella parabola questo non è scritto, ma si può dedurre da come guarda il Signore. Con occhi invidiosi; l’etimologia del termine invidia rivela la relazione con il “vedere”: in-videre significa avere un occhio cattivo, che non vede nè gli altri nè le cose. In Caino l'invidia giunge sino a desiderare la sparizione di Abele dalla sua vista. Il servo si comporta proprio così: ha un occhio in-capace di vedere, vede storto Colui che gli ha dato il talento e per questo lo nasconde alla sua vista. Invidia ed è geloso degli altri servi. In ebraico, la gelosia si chiama con la stessa parola, qin'ah, che si usa per nominare l'invidia. Un morbo maligno abita il suo cuore, vede male e quindi non conosce il suo Signore e neppure il talento ricevuto e, di conseguenza ne ha paura. 


Quell'unico talento tra le mani gli innesca i pensieri più terribili, - "so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso" - non può neanche sopportare la sua vista. Lo sotterra per paura, perchè l'invidia genera sempre la paura. Il terrore di non essere, di perdere la propria identità, di non valere e non reggere; la paura di soccombere e non essere amato. Per questo il servo, con il talento, nasconde anche se stesso. Esattamente come Adamo dopo aver perduto l'innocenza che lo stringeva a Dio in un legame intimo e familiare. Sotterrare il talento significa sotterrare la propria dignità, il proprio essere, la primogenitura e il senso della propria vita; significa nascondersi e macerarsi in un misto di sentimenti di gelosia, mormorazioni, rancori, che avvelenano e ci imprigionano sempre più. Perchè, in una parola, sotterrare il talento è occultare Cristo, ucciderlo, come Caino ha ucciso Abele. Quel Talento, questa volta con lettera maiuscola, definisce il servo, ne annuncia l'autentica identità; è l'occasione di conversione, di abbandonarsi alla fedeltà, al potere e all'amore di Dio per vivere secondo la sua volontà. Nascosto il Talento si spengono le luci e la vita diviene un brandello gettato "fuori nelle tenebre", dove "sarà pianto e stridore di denti". Scrive San Paolo: "Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. Ed è per lui che voi siete in Cristo Gesù, il quale per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione..." (1 Cor. 1,26-31).    


Il servo malvagio e infingardo non ha trattato il talento con familiarità, amore, dedizione, fedeltà anche nei piccoli particolari, come fosse cosa propria. Per lui, schiavo dell'invidia e della paura, nessuna intimità con Cristo; i beni di Cristo non erano oggetto delle sue attenzioni, perchè la sua esistenza scivolava via senza alcuna relazione con Lui. Chiamato a vivere la sua stessa vita, ad annunciare al mondo il suo amore, si è chiuso in se stesso, nel timore figlio del pensar male di Dio. In fondo, dietro all'atteggiamento di questo servo, vi è quello comune a tanti di noi. Pensiamo che Dio voglia sottrarci qualcosa e sospettiamo di Lui, ingannati dalla menzogna primordiale nella quale sono caduti i progenitori: Dio non ti ama, vuole solo limitarti. Dietro alle sue parole si nasconde l'inganno, vuole incastrarti. Dio è esigente e la Chiesa, peggio di peggio. Perchè non avere rapporti pre-matrimoniali? Perchè non ci si può divorziare? Perchè non posso convivere? Perchè sposarmi se sono tanto giovane?  Perchè non posso vivere secondo i miei criteri e la libertà che mi spetta? Perchè perdonare quello che non posso perdonare? Perchè Dio mi vuole incastrare e la Chiesa interpreta a caso e subdolamente la sua Parola. Perchè in fondo domina la paura che dietro alla Croce non vi sia la resurrezione, ma, nella migliore delle ipotesi, solo un gran punto interrogativo. La paura di chi ha smarrito la fede o si è lasciato raffreddare dagli insuccessi, dallo scandalo della Croce; il timore che spesso prende la Chiesa e le impedisce di annunciare il Vangelo sotterrando il Talento in discussioni, convegni, slogan e proclami, produzione di carta, impegni volontaristici con i quali ci si sotterra sempre di più invece di schiudere il Cielo. La Chiesa che non annuncia il Vangelo è sempre una Chiesa che ha sepolto Cristo di nuovo. E così lascia sepolti quelli a cui è mandata, al suo interno e nel mondo. Il servo malvagio infatti non riporta nessun talento: la sua vita è stata infeconda. Quando la Chiesa, mondanizzata, ha paura e non crede nel potere della predicazione, sta gravemente abdicando, si converte in una serva malvagia e infingarda, che lascia nell'inganno e nella morte i suoi figli e i pagani, e non li porta a Cristo.


Si comprende ancora una volta che dietro a questi atteggiamenti del cuore vi sia un inganno profondo: facendo leva sulle disillusioni, sulle sofferenze, sulla croce che ha segnato la nostra vita, il demonio ci ha sedotti ritoccando l'immagine di Dio con un colpo ineffabile di "Photoshop": via la misericordia, la generosità, la fiducia, e l'amore e dentro durezza, esigenza, moralismo. Ha preso qualche cosa della nostra storia e l'ha sovrapposta all'immagine di Dio, coprendo e occultando la realtà più profonda. Proprio in quei momenti crocifissi ci veniva consegnato il talento! La Buona Notizia del Vangelo di oggi è nascosta qui: I talenti sono Cristo Crocifisso in noi, inviato ancora a vivere la storia per seminarvi la sua vita, il suo potere, il riscatto eterno per ogni uomo. Il talento consegnato ci consegna al mondo. Negli eventi che ci hanno fatto soffrire Dio era presente, ed è presente, e ci consegna il suo talento più prezioso. In quei momenti, lungi dall'essere duro ed esigente, Egli rivela il suo volto pieno di generosità e misericordia: è nella durezza della vita - che esiste a causa del peccato - che Dio elargisce gratuitamente il suo potere e la sua vittoria. Per questo, quando ci assalgono i pensieri tristi che tendono a gettarci nella paura e nell'invidia bisogna correre dai banchieri, dagli esperti del denaro, per imparare da loro, perchè ci aiutino a trafficare bene quanto ricevuto. Così ha fatto la Chiesa durante i secoli quando ha indetto i Concili, spesso sospinta dai servi fedeli che hanno ricevuto i talenti-carismi e li stavano trafficando. Così anche noi, nei momenti di crisi, quando si insinuano pensieri malvagi e ci accorgiamo di perdere il gusto per la volontà di Dio, avviciniamoci ai presbiteri, a catechisti, ai genitori, ai banchieri che Dio ha messo sul nostro cammino, e affidiamoci a loro.


Allora il vangelo di oggi rovescia completamente la prospettiva del servo malvagio. I talenti ci sono dati per essere trafficati, perchè siano consegnati nelle trame della storia e attirino in essi, nel potere di Cristo, nel suo Mistero Pasquale, ogni sofferenza. Per questo, i servi fedeli nel poco che ancora è questa vita - le occasioni piccole di ogni giorno che abbiamo visto a proposito della parabola delle dieci vergini - consegnano al Signore i talenti esattamente raddoppiati: a ciascun Talento corrisponde un evento redento, un uomo salvato. E' tutto opera sua, nessuna esigenza, nessun moralismo anzi! Si tratta al contrario di partecipare della gioia di Dio, che è sempre quella di aver ritrovato la pecora perduta, di un peccatore convertito. La gioia di Cristo che esplode la sera di Pasqua nel rivedere i suoi discepoli: il suo talento aveva dato il frutto meraviglioso della salvezza di quel manipolo di traditori. La gioia del perdono! Per questo la missione della Chiesa, quella che ci coinvolge tutti ogni giorno, è un'avventura affascinante. Trafficare il talento nel fidanzamento, osando l'impossibile della castità pre-matrimoniale come un dono che si compie per il potere di Cristo risorto; trafficarlo nel lavoro, osando servire come l'ultimo degli impiegati; trafficarlo nella scuola, osando la dabbenaggine di sedersi e studiare davvero; e così in ogni aspetto della nostra vita, sino ai più piccoli. Osare con Dio perchè Lui ha osato con noi, ci ha dato fiducia nonostante la brutta esperienza dell'Eden; perchè ci ha consegnato se stesso, e con Lui tutto si può, anche l'impossibile. E quando si varca la frontiera dell'assurdo, si entra nella sala più intima, quella riservata ai familiari del re. Vivere trafficando il talento per oltrepassare ogni giorno la soglia dell'impossibile, oltre la quale c'è la gioia vera, la partecipazione completa e senza limiti di tutti i beni di Dio. Altro che trappole, limiti, durezze ed esigenze. Altro che sospetti! Con Dio è tutto un dono, e i tagli che ci feriscono sono i varchi che Lui si apre per consegnarsi a noi. Attraverso la Croce il Talento ci appartiene come noi apparteniamo a Lui. Sì, anche noi siamo i talenti di Dio! La nostra vita è frutto del talento ricevuto dai nostri genitori e dalla Chiesa. Accogliere e trafficare il Talento che è Cristo stesso significa lasciare che tutta la nostra vita divenga sua, pensieri e azioni, ogni istante, nulla escluso. Trafficare il talento è vivere in Cristo, e allora tutto è toccato e colmato da Lui; anche il fisico, anche le cose più banali, tutto diviene bello nella sua bellezza. Come invidiare allora chi ha lo stesso identico talento? Impossibile! Anzi, nella missione sorge l'innocenza e la comunione. Per questo, con il Beato Giovanni Paolo II, il Signore oggi ci ripete: "Non abbiate paura!". Spalancate le porte a Cristo, al suo amore, al Talento che fa della vostra vita un'opera d'arte, una meraviglia ai vostri stessi occhi, qualcosa di grande, autentico, santo, in ogni istante, ovunque, con tutti!".




"Non abbiate paura, aprite anzi spalancate le porte a Cristo! Il Papa parlava ai forti, ai potenti del mondo, i quali avevano paura che Cristo potesse portar via qualcosa del loro potere, se lo avessero lasciato entrare e concesso la liberta' alla fede. Si', egli avrebbe certamente portato via loro qualcosa: il dominio della corruzione, dello stravolgimento del diritto, dell'arbitrio. Ma non avrebbe portato via nulla di cio' che appartiene alla liberta' dell'uomo, alla sua dignita', all'edificazione di una societa' giusta. Il Papa parlava inoltre a tutti gli uomini, soprattutto ai giovani. Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui, paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita cosi' bella? Non rischiamo di trovarci poi nell'angustia e privati della liberta'? Ed ancora una volta il Papa voleva dire: no! chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla - assolutamente nulla di cio' che rende la vita libera, bella e grande. No! solo in quest'amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest'amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialita' della condizione umana. Solo in quest'amicizia noi sperimentiamo cio' che e' bello e cio' che libera. Cosi', oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire dall'esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Si', aprite, spalancate le porte a Cristo, e troverete la vera vita. Amen".


Benedetto XVI, Omelia per la messa di inizio pontificato, 24 aprile 2005


P. Raniero Cantalamessa. Scopritori di talenti, non per guadagno ma per altruismo




San Serafino di Sarov. «Impiegatele fino al mio ritorno»

         Il vero scopo della nostra vita cristiana consiste nell’acquisizione dello Spirito Santo; la preghiera, le veglie, il digiuno, l’elemosina e le altre opere virtuose fatte nel nome di Cristo non sono altro che i mezzi per acquistarlo... Sapete come fare per acquistare il denaro? Per lo Spirito Santo, è lo stesso.

         Per la gente, lo scopo della vita consiste nell’acquisizione del denaro, nel guadagno. I nobili, oltre a questo, desiderano ottenere degli onori, dei segni di riconoscimento e altre ricompense concesse in cambio di servizi resi allo Stato. Anche l’acquisizione dello Spirito Santo è un capitale, però un capitale eterno, fonte di grazie, simile ai capitali temporali, e che si ottiene con gli stessi procedimenti. Il nostro Signore Gesù Cristo, l’uomo Dio, paragona la nostra vita ad un mercato, e la nostra attività sulla terra ad un commercio. Raccomanda a tutti noi: “Impiegatele fino al mio ritorno”, e san Paolo scrive: “traete profitto dal tempo presente, perché i giorni sono cattivi” (Ef 5,16) cioè: Affrettatevi ad ottenere i beni celesti negoziando delle merci terrene. Queste merci terrene non sono altro che le opere virtuose che facciamo nel nome di Cristo e ci portano la grazia dello Spirito Santo.




Benedetto XVI. La Parabola dei talenti.


Nella celebre parabola dei talenti – riportata dall’evangelista Matteo (cfr 25,14-30) – Gesù racconta di tre servi ai quali il padrone, al momento di partire per un lungo viaggio, affida le proprie sostanze. Due di loro si comportano bene, perché fanno fruttare del doppio i beni ricevuti. Il terzo, invece, nasconde il denaro ricevuto in una buca. Tornato a casa, il padrone chiede conto ai servitori di quanto aveva loro affidato e, mentre si compiace dei primi due, rimane deluso del terzo. Quel servo, infatti, che ha tenuto nascosto il talento senza valorizzarlo, ha fatto male i suoi conti: si è comportato come se il suo padrone non dovesse più tornare, come se non ci fosse un giorno in cui gli avrebbe chiesto conto del suo operato. Con questa parabola, Gesù vuole insegnare ai discepoli ad usare bene i suoi doni: Dio chiama ogni uomo alla vita e gli consegna dei talenti, affidandogli nel contempo una missione da compiere. Sarebbe da stolti pensare che questi doni siano dovuti, così come rinunciare ad impiegarli sarebbe un venir meno allo scopo della propria esistenza. Commentando questa pagina evangelica, san Gregorio Magno nota che a nessuno il Signore fa mancare il dono della sua carità, dell’amore. Egli scrive: "È perciò necessario, fratelli miei, che poniate ogni cura nella custodia della carità, in ogni azione che dovete compiere" (Omelie sui Vangeli 9,6). E dopo aver precisato che la vera carità consiste nell’amare tanto gli amici quanto i nemici, aggiunge: "se uno manca di questa virtù, perde ogni bene che ha, è privato del talento ricevuto e viene buttato fuori, nelle tenebre" (ibidem).


Angelus del 13 novembre 2011




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