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Martedì in albis



Ogni cristiano rivive l’esperienza di Maria di Magdala. 
E’ un incontro che cambia la vita: 
l’incontro con un Uomo unico, 
che ci fa sperimentare tutta la bontà e la verità di Dio, 
che ci libera dal male non in modo superficiale, momentaneo, 
ma ce ne libera radicalmente, 
ci guarisce del tutto e ci restituisce la nostra dignità. 
Ecco perché la Maddalena chiama Gesù "mia speranza": 
perché è stato Lui a farla rinascere, 
a donarle un futuro nuovo, 
un’esistenza buona, 
libera dal male. 
"Cristo mia speranza" significa che ogni mio desiderio di bene 
trova in Lui una possibilità reale: 
con Lui posso sperare che la mia vita sia buona e sia piena, eterna, 
perché è Dio stesso che si è fatto vicino 
fino ad entrare nella nostra umanità.

Benedetto XVI, Messaggio per la Pasqua, 8 aprile 2012



Dal Vangelo secondo Giovanni 20,11-18.


Maria invece stava all'esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro! Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto.


Il Commento


Maria e Gesù. Un incontro, un cammino alla verità e alla fede. Una tomba vuota e tante lacrime, un approdo alla speranza sicura, perchè "ogni desiderio di bene trova in Cristo una possibilità reale" (Benedetto XVI). Secondo il noto biblista Ignace De La Potterie "Maria spiega la ragione della sua pena con le parole "Hanno portato via il mio Signore e io non so dove l'hanno posto". Non sospetta minimamente che possa essere risuscitato. E' convinta che abbiano messo in qualche altro posto il corpo del suo Signore. Vuole conoscere questo posto per andare a riprendere lei stessa quel corpo inerte: potrà almeno ricordarle colui che essa ha conosciuto... Maria deve essere liberata da un attaccamento troppo sensibile al Gesù terreno, deve abbandonare la sua volontà di possederlo... Ecco perchè Gesù le chiede: "Chi cerchi?". Con questo invita Maria a prendere coscienza dell'equivoco della sua ricerca e a purificarla nella fede. Invece di tormentarsi a proposito del luogo dove pensa abbiano messo il corpo del suo Signore, deve cercare Cristo, il Signore vivente. La sua ricerca deve cessare di essere preoccupazione di trovare il Signore per sé, e trasformarsi in un movimento verso di Lui" (I. De La Potterie, Saggi di cristologia giovannea). Proprio così. Anche noi, con la Maddalena, cerchiamo oggi qualcosa o qualcuno. Ma chi cerchiamo davvero? Le nostre preghiere, le nostre stesse lacrime, la nostra vita spirituale verso chi è veramente orientata? Non è una domanda di poco conto.


Si tratta della stessa domanda rivolta da Gesù a Giovanni e ad Andrea che lo avevano seguito: "Che cercate?". Il verbo "cercare" è molto importante nel Vangelo di Giovanni. Cercare un luogo, una persona. Alla loro domanda, all'alba della missione, Gesù risponde invitandoli a seguirlo, ad andare e vedere dove Lui abitava. Risuona nelle parole del Signore la promessa di Dio ad Abramo fatta sulla soglia della Storia della Salvezza, un luogo, la terra promessa, e una persona, un figlio e, in lui, una discendenza. Tutti noi portiamo impresso l'anelito ad un luogo dove abitare, dove vivere, per essere felici e in pace; e il desiderio di qualcuno nel quale trascenderci, qualcuno da amare. Questi desideri sono "santi desideri", sigilli del Creatore nel cuore e nella mente della creatura. Ma sono impastati di carne. Occorre un cammino di purificazione, un percorso che ci conduca alle sorgenti della fede dove ricevere occhi nuovi e cuore nuovo.


Non si tratta di cercare il Signore in un posto qualsiasi, un "altrove" della nostra vita, diverso da quello che essa è oggi. Siamo, come Maria, dinanzi alla tomba vuota, e siamo smarriti. Vorremmo poter piangere la disfatta, il fallimento della nostra vita, e che qualcuno ci desse ragione nelle nostre mormorazioni, che ci consolasse nelle nostre "ingiuste" sofferenze. Vorremmo fermarci e poter singhiozzare la delusione, il tradimento; vorremmo un posto dove accarezzare il nostro dolore, legittimando lo sconforto, sdoganando la tristezza, affermando così l'ingiustizia di un destino avverso che crediamo accanitosi contro di noi; vorremmo dare cittadinanza alla solitudine che sentiamo avvolgerci come un mantello, alla disperazione sottile che ci stringe in un cappio mortale. Vorremmo riportare il Signore laddove lo abbiamo visto deporre, come per decretare a noi stessi e al mondo l'esito fallimentare di un amore, di un lavoro, di un'amicizia. Quella tomba sigillata è l'unica certezza, l'abbiamo vista, ci è quasi familiare, il luogo dove piangerci addosso, e stabilirci, prendere dimora nell'unica identità che ci sembra conveniente e adeguata per noi: quella di uno contro il quale il destino ha puntato il dito sino a schiacciarlo nell'ineluttabile fallimento. Quella tomba, come una sirena, ci chiama per sedurci e gettarci nelle braccia della depressione, spirituale prima e patologica poi. Quella tomba è l'altare subdolo eretto al nostro io, all'uomo vecchio che si corrompe dietro alle passioni ingannatrici, che non sono solo sesso, droga e rock and roll, ma anche, più sottili e perniciose, quelle che ci spingono a piantarci al centro dell'universo come fossimo gli unici sofferenti, incompresi, rifiutati, traditi. Anche questo è cercare il Signore per se stessi, facendo di Lui un pupazzetto di peluche cui consegnare i nostri cuori spezzati, o per metterlo alla testa del nostro sindacato dei falliti. 
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  E qui, accanto al capolinea di ogni gioia e speranza, Gesù ci attende attraverso i suoi angeli vestiti di risurrezione, immagine degli apostoli che giungono sino agli estremi confini della terra che è la vita di ogni uomo, sino alle soglie delle loro tombe. Essi, nel luogo esatto dove era stato deposto il Signore, quasi a descrivere il perimetro della sua esistenza terrena ormai trasformata, seduti laddove erano la testa e i piedi di quel corpo non più preda della morte, vibrano la domanda capace di svegliarci dalla rassegnazione mortale che ci ha rapito il desiderio di vivere e continuare a sperare rischiando noi stessi; proprio sulla soglia dell'abisso che ci sta per risucchiare nella disperazione, nelle ore grigie dove trasciniamo stancamente l'esistenza ripetendo gesti e parole svuotati d'ogni nerbo, accanto alla tomba che è divenuta la nostra vita, gli angeli ci scuotono per ridestarci alla vita vera: "donna, perchè piangi?". Prendi in mano la tua vita di oggi, così com'è, e guardala bene e cerca la sorgente delle tue lacrime! Donna, che è come dire anima, perchè piangi? 

Come Maria, come i discepoli, anche noi abbiamo camminato nella ricerca di un perchè al nostro dolore, di una risposta alla delusione che spegne a poco a poco ogni desiderio di bene, di pace, di felicità e di amore. Ma stiamo sbagliando oggetto e direzione. La paura continua ad afferrare la nostra esistenza, quella che sorge dal dubbio che è sempre il frutto di una carne ripiegata su se stessa. Essa conosce solo i limiti della morte, ha paura del futuro perchè il presente è avvelenato. La resurrezione è impensabile perchè non è nel Dna della carne che non può fornire alcun parametro per riconoscerla ed accoglierla. L'esperienza che portiamo dentro è quella del limite invalicabile che segna la morte; per questo la tomba diviene il luogo familiare dove poter piangere, dove fermare il carro della vita perchè più oltre non si può andare. Per questo la tomba è l'unico luogo possibile per l'amore umano di Maria e per il nostro, carnale, ovvero infranto sul limite della finitezza umana. Ella amava il Signore, eccome, ma il suo amore era destinato a divenire lacrime, dolore struggente di un cuore che non può andare oltre quella pietra. Il destino di ogni amore e di ogni sentimento carnale, dal più perverso al più sublime, è sempre e solo l'infrangersi contro il limite imposto dalla morte. E allora non si può far altro che piangere, raggomitolarsi nei ricordi, nelle speranze scivolate via, nei rimpianti. O cercare di dimenticare tutto, di fare come se nulla fosse, mentre quella pietra resta esattamente al suo posto, nell'attesa che, ad una delusione più grande, frantumi la corteccia dell'indifferenza per far sgorgare le lacrime riposte a forza in un angolo oscuro del cuore. 


La domanda degli angeli risveglia il quesito più profondo, il bisogno di sapere perchè oggi siamo quel che siamo, soffrendo quel che soffriamo. Quella domanda riscatta la stessa domanda che ci portiamo dentro, quella che angosciava anche Giobbe, e che abbiamo chiuso nel carcere della rassegnazione, spegnendola nell'unica ragione capace di placarci un po': siamo vittime di un'ingiustizia, e tanto basta a deporci, come automi, sulla soglia di una tomba a piangere sconsolati. Ma quella domanda come uno scrutinio, fondamentale in ogni percorso di iniziazione alla fede, risuscita in noi innanzi tutto la verità, la forza e la prepotenza del bisogno di senso e pienezza per la nostra vita. E così, come Maria, ridestati dal sonno spirituale che ci chiude gli occhi su ogni possibile prospettiva celeste e su ogni risposta diversa da quella che la carne sa dare, siamo quasi pronti ad accogliere l'assoluta novità capace di cambiare la nostra vita.


Prendiamo consapevolezza di quello che ci è accaduto, ci rendiamo conto che il nostro Signore, il senso primo e ultimo della nostra vita, Colui nel quale avevamo riposto la speranza, non c'è più. Che la ragione delle nostre lacrime non è l'ingiustizia, presunta o autentica, che ci ha colpiti. Il motivo del nostro pianto è che neanche davanti alla tomba dove pensavamo di spegnere desideri e progetti nell'accidia e nel cinismo con cui attraversare il frammento di vita che ci rimane, riusciamo a riposare; soffriamo ancora e sempre di più perchè neanche l'evidenza della morte e la sua presunta accettazione bastano a imbalsamare il nostro cuore. Desideriamo di più, nel cuore grida inesausto il bisogno di un al di là oltre la fine; siamo fatti per passare all'altra riva, le illusioni, la rassegnazione e neanche il dolore possono cancellare l'immagine e la somiglianza dell'eterno Dio nella quale  e per la quale siamo stati creati. Piangiamo perchè abbiamo fatto la stessa esperienza di Maria, come quella di Abramo sul Moria: un midrash racconta infatti cosi l'istante in cui Abramo stava per sacrificare suo figlio: "sgorgavano lacrime dagli occhi di Abramo e le lacrime cadevano su Isacco legato". Abbiamo incontrato il Signore, ne abbiamo gustato l'amore e il perdono, la nostra vita ha cominciato a cambiare, ma ora, più nulla, ed è il dolore più grande, la speranza strappata dal cuore come accaduto a Maria; come ha sperimentato Abramo, il dolore per un figlio, il miracolo stesso di Dio nella nostra vita, da dover abbandonare, sacrificare, perdere. Tutto questo è sintetizzato nelle parole di Maria: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto». Ci hanno portato via la speranza e non sappiamo dove sia, perchè qui, nella tomba dove l'avevamo vista discendere, non c'è più. Vogliamo piangere il nostro Signore e non possiamo. 


Gesù è risorto, è vivo, e non lo sappiamo, ma è accanto a noi proprio per risvegliare il desiderio invincibile seminato in noi da sempre, la scintilla di eternità che nessuna morte può spegnere. La Chiesa con i suoi angeli ci attendono e ci raggiungono ogni giorno laddove precipitiamo privi di speranza per prepararci all'incontro con Gesù risorto. E' nostra madre, è inviata dall'Amato e per questo ci ama dialogando con il nostro cuore, ci spinge a guardare al Signore che è già accanto a noi; attraverso la predicazione e i sacramenti sana la nostra carne perchè possa accogliere il Cielo. E' un dialogo fecondo, che accompagna il cammino alla Verità. E, come Maria, cominciamo a capire, lentamente, il nostro dolore. Solo così potremo vedere e credere e accogliere il Signore risorto. 


Ed è qui che Gesù aggiunge alla prima domanda degli angeli il "Chi cerchi?" con cui scende deciso ancora più in fondo nel nostro cuore. Piangiamo perchè cerchiamo qualcuno, e non per la disfatta che sembra la nostra vita! Le lacrime sono per Lui, ed è il primo passo per uscire da noi stessi, dall'egocentrismo che ci schiacciaEcco, così comincia il cammino! Abbiamo ancora nel cuore il "mio Signore"! E' per Lui che piangiamo! Desideriamo ancora Lui! Comincia così la guarigione perchè, come ha detto Benedetto XVI, Gesù risorto "ci libera dal male non in modo superficiale, momentaneo, ma ce ne libera radicalmente, ci guarisce del tutto e ci restituisce la nostra dignità" (Benedetto XVI). Sì, la dignità, perchè essa si rivela solo in un cuore che desidera Lui e Lui incontra, perchè Lui è la nostra dignità. Chi piange se stesso, chi fa della tomba la sua dimora dove coccolare il suo uomo vecchio, perderà velocemente la dignità, si abbandonerà ai compromessi e poi ai peccati, perchè essi sorgono sempre da un cuore che ha smarrito la speranza. 


Piangiamo perchè Cristo è risorto! Ecco il paradosso della nostra vita! Piangiamo per la sua vittoria sulla morte, sui nostri fallimenti, e non ce ne rendiamo conto. Piangiamo di dolore senza sapere che quelle lacrime sono i distillati della gioia più pura. Per questo la Scrittura profetizza che che sarà cambiato il nostro lutto in gioia. Gesù non è più dentro quella tomba, non è lo stesso di prima, ha varcato la soglia della morte, del peccato, della carne. E' vivo, è il "mio Signore", ma qualcosa in Lui è cambiato radicalmente; viene dal Cielo, è vivo della vita celeste, una vita che non abbiamo ancora conosciuto. Le apparizioni di Gesù risorto ci indicano inequivocabilmente il cambiamento che lo hanno coinvolto. E' carne, ma non è più solo carne. Ciò che durante la vita terrena era stato svelato in anticipo nella Trasfigurazione, è divenuto la sua realtà definitiva: nella carne brilla, permanentemente, la sua divinità. Per questo, la sola carne non può riconoscerlo. La carne non è preparata, per credere alla resurrezione è necessario un parametro nuovo, che non ci appartiene; occorre un intervento esterno, qualcuno che ci dia questo parametro, e ci insegni ad usarlo. Un segno che possiamo riconoscere e che ci sospinga al di là dei nostri limiti; un anello che congiunga la nostra realtà alla sua realtà; una chiave che apra in noi la porta per entrare, esattamente come siamo, poveri, deboli, precari e limitati, laddove ora Egli è, il Regno celeste che non conosce i confini della carne. E' Lui, è lo stesso che i discepoli avevano conosciuto, ma è anche molto di più. E' necessario qualcosa di inconfondibilmente suo cui aggrapparsi per riconoscerlo, una parola, un segno che desti nei discepoli la memoria e la induca ad un salto al di là della carne. Occorre una breccia nel Cielo, un indizio che parli al cuore e dischiuda gli occhi perchè riconoscano lo stesso Gesù visto e ascoltato in quella presenza assolutamente nuova e sorprendente, al punto d'essere scambiata per il custode del giardino. Occorre che Lui li chiami a sé, in quel nuovo sé che è diventato. Un cammino attraverso la carne per superare la carne, senza dimenticare la carne. L'esperienza di Maria e dei discepoli sarà quella di essere attirati da Cristo risuscitato nel suo Mistero Pasquale, nella dinamica che lo ha fatto passare dal Venerdì, attraverso il Sabato, all'aurora della Domenica; dalla Passione, attraverso la morte, alla resurrezione. Quest'ultima non è un evento slegato da ciò che lo ha preceduto, ne è il compimento, non l'annullamento. Per questo Gesù mostra le ferite, accompagnando coloro ai quali appare risuscitato nello stesso passaggio da Lui compiuto, senza eludere alcun momento, ma sigillandolo nella luce nuova e trasfigurante della Pasqua.


E qui, il momento decisivo. Maria ha compreso la ragione delle sue lacrime, ma cerca la soluzione e la consolazione nell'unica forma che conosce: prendere Gesù morto e riportarlo nella tomba, dove poterlo piangere. Ma la Sua voce, il suo nome scaturito da quelle labbra, "Maria", e nessun giardiniere poteva chiamarla così, e quel brivido nell'udire quella voce colma del suo nome. E' Lui, è il Maestro del mio cuore! E' Lui, mi ha spiegato l'amore, e ora mi insegna che è eterno! Così anche per noi, il nostro nome pronunciato dalle Sue labbra in modo così unico e così Suo, ci ha aperto gli occhi e il cuore ad una possibilità impensabile. La sua voce e dentro la sua parola che pronuncia il nostro nome, ecco la chiave, il parametro che ci fa accogliere l'impossibile: E' risorto! Solo Lui mi può chiamare così, solo Lui mi conosce così: Maria!, Quel nome in quella voce era tutta la sua storia, il suo intimo, ogni centimetro, ogni secondo. Quel nome veniva dal Cielo, in Gesù era già scritto nell'eternità; era accaduto l'impossibile, il salto da un'esistenza carnale limitata ad una vita che non ha limite. E' l'incontro con Gesù risorto, che ha vinto la morte, che ha distrutto alla radice ogni motivo per fallire, per aver paura, per tradire, per illudersi, per dubitare! E' l'incontro che canta il preconio pasquale "Il santo mistero di questa notte sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l'innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l'odio, promuove la concordia e la pace". Quel nome pronunciato, "Maria!" le ha ricordato il suo amore, il perdono si è fatto di nuovo cosa viva, quell'esperienza unica di essere stata amata laddove nessuna l'aveva amata, e ora ascolta nel suo nome la notizia vera che quell'amore non era finito dentro ad una tomba ma aveva oltrepassato il limite di ogni altro amore; in quel nome il Signore le consegnava la certezza che nessuno le aveva portato via quell'amore, e che non era più la tomba il luogo dove andarlo a cercare per riviverlo nel ricordo e nel dolore, nella delusione di un'occasione unica di riscatto andata anch'essa in frantumi. Maria può riconoscere il Maestro trasformato, risorto, e così si vede trasformata anche lei, perchè colma di un amore che non aveva mai gustato, più grande di quello già sperimentato, un amore che non conosce morte. E' questa la risurrezione per Maria di Magdala, la stessa offerta anche a noi oggi. Lui infatti appare anche a noi allo stesso modo, chiamandoci per nome attraverso la sua Chiesa, la predicazione, la liturgia e i sacramenti, attraverso la Parola che ci raggiunge e che porta incastonato il nostro nome, la nostra storia, senza che nulla di essa sia disperso. Anche oggi il Signore ci ricorda la sua opera d'amore con noi, e ci dona la certezza che essa non è destinata ad esaurirsi. La Pasqua è la fonte e la garanzia che quanto Dio ha operato in noi è vero, autentico, e non si corromperà mai; la Pasqua è il fondamento della speranza che non delude!


E' la risurrezione che appare oggi dinanzi a noi, come apparve agli occhi di Maria quel mattino di Pasqua, come apparve l'agnello agli occhi di Abramo nell'istante in cui si preparava a sferrare il colpo su suo figlio. E' qualcosa di totalmente nuovo, che dobbiamo imparare a conoscere, per passare dalla paura alla Pace. E' un inizio che non teme quello che sarà perchè non ha paura di quello che già è: nella carne vi è già il seme di una vita nuova, che supera le angustie di quanto è destinato a perire. Ciascuno di noi è quello che è, e sarà ciò che sarà, e a nessuno è dato di sapere come sarà tra dieci anni, non sappiamo neanche cosa accadrà tra un istante. Ma il punto non è qui! La certezza che cerchiamo in un luogo ed in una persona non sono in un sepolcro; la domanda autentica e per questo decisiva che Gesù pone a Maria, come ad Andrea e a Giovanni ha una sola risposta: Colui che abbiamo compreso di cercare, il "mio Signore" non è più qui dove lo avevamo visto discendere cadavere; non è nella tomba a noi così familiare! Non è nei nostri fallimenti, perchè essi non sono la parola definitiva, l'assoluto della nostra esistenza. Essi sono il passaggio nel sepolcro, sono reali le sofferenze accidenti, il male ferisce, ma non finisce nel male la nostra vita, no! Non si esaurisce l'amore perchè si evapora una passione o un'affezione; ogni aspetto della nostra vita, ogni esperienza, ogni dolore, tutto in noi ci conduce nel "passaggio" che trasfigura la carne, che purifica la visione dei fatti e delle persone nella nuova luce della Pasqua, che sottrae all'assolutezza tutto ciò che assoluto e definitivo non è. E' il cammino di Maria, lo svelamento dalla Verità che schiude gli occhi sino a riconoscere nella propria vita, accanto al proprio dolore, la novità che è l'unico e legittimo assoluto che abbraccia l'intera esistenza: Non è qui, è risorto! Non cercate tra i morti Colui che è vivo! Venite e vedete il luogo dove era stato deposto, guardate, è vuoto! 


Eppure la carne, come in Maria, la fa ancora da padrona: riconosciutolo, lo vorremmo "trattenere". Vivo sì, ma per noi, per la nostra vita, per i nostri affetti, per ridar vita a quanto di noi credevamo perduto. Per sistemare i nostri cuori, le nostre menti, le nostre vite. Lo vorremmo trattenere nei limiti angusti della nostra esistenza terrena. "Un' ultima soglia deve essere varcata, la più importante di tutte: quella che permetterà a Maria di elevarsi dall'attaccamento al sensibile al livello della fede. Di non volgersi più verso il passato ma verso l'avvenire.... Ma bisogna che Gesù stesso le comunichi il messaggio pasquale: "Io salgo verso il Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro" (cfr. De La Potterie, cit.). Il luogo è dunque il Cielo, e la persona è Gesù risuscitato, il Messia atteso e vincitore di ogni morte. Conoscere il Signore e credere, vederlo con occhi nuovi, di fede, nella nostra vita, percorrendo, ogni giorno, il cammino della Maddalena. Dalla carne allo Spirito. Dalla terra al Cielo. Imparare a non trattenere il Signore, vivere ogni rapporto nella totale libertà della novità di vita dettata dalla Spirito Santo. Essere nuova creatura. Dimentichi del passato e protesi verso il futuro, le cose vecchie ormai passate, e non ritornare a rimescolare la stanca minestra dei dubbi, delle debolezze, dei fallimenti. Abbandonarci a Lui, alla sua vita celeste che viene a prendere dimora in noi. Morti e risorti con Lui, per non vivere più nulla per noi stessi, foss'anche Cristo stesso, ma vivere tutto per Lui, in Lui, con Lui. Camminare in una vita nuova, nelle opere che Dio Padre ha preparato "già" per noi, perchè noi le praticassimo.


Non dobbiamo cercare o inventare nulla per essere santi. Solo camminare sulle orme di Cristo, che tracciano la via della Croce, il candelabro preparato per noi. E' questa la novità: la vita di Cristo in noi crocifissi con Lui. Morti ma vivi. Nella semplicità della vita di ogni giorno, nell'amore di Cristo che ci spinge a compiere la volontà del Padre. Non ci sono "altrove", c'è il "qui ed ora" della Sua volontà. Lì è vivo Cristo. Lì, come i rinati dallo Spirito, vivere ogni giorno come il vento, discernendo il momento presente, il kairos della Grazia, e uniti a Lui, offrirci a chi si fa nostro prossimo. Con il cuore e la mente nel Cielo e il corpo qui sulla terra. Liberi, abbandonati, la nostra vita tutta per Lui, il Signore che ha donato tutto per noi. I nostri nomi pronunciati oggi dalla voce inconfondibile di Gesù sono il sigillo sulla nostra vita, la garanzia che tutto è santo in noi! Il nostro nome pronunciato per amore è scritto in Cielo, ed è l'unica ragione per la nostra gioia.


Un verso di una poesia di Antonio Machado, poeta straordinario, dice:


«Si un grano del pensar arder pudiera,
no en el amante, en el amor,
sería la mas honda verdad la que se viera».


Che, tradotto alla lettera, significa:


"se un seme del pensare potesse ardere,
non nell’amante, ma nell’amore,
si potrebbe vedere la verità più profonda".


E' l'esperienza cui siamo chiamati, la stessa di Maria: un seme, un piccolissimo seme dei nostri pensieri, circa la storia, noi stessi, il matrimonio, il lavoro, un seme di quello che ora stiamo pensando ardere in Lui, nel suo Amore, e non nella nostra povera carne, amante sì ma inesorabilmente limitata; se un seme del nostro intimo, sofferente o felice che sia, potesse ardere in Colui che pronuncia il nostro nome, in Cristo che ci ama, potremmo vedere la verità più profonda, il fondamento eterno della nostra vita, la risurrezione che assorbe ogni istante della nostra storia, facendone un frammento di eternità. La verità più profonda, l'amore infinito che vince la morte e ci fa liberi e felici davvero.




Benedetto XVI. Maria di Magdala incontra Gesù
Messaggio di Pasqua, 8 aprile 2012



«Surrexit Christus, spes mea» – «Cristo, mia speranza, è risorto» (Sequenza pasquale).


Giunga a tutti voi la voce esultante della Chiesa, con le parole che l’antico inno pone sulle labbra di Maria Maddalena, la prima ad incontrare Gesù risorto il mattino di Pasqua. Ella corse dagli altri discepoli e, col cuore in gola, annunciò loro: "Ho visto il Signore!" (Gv 20,18). Anche noi, che abbiamo attraversato il deserto della Quaresima e i giorni dolorosi della Passione, oggi diamo spazio al grido di vittoria: "E’ risorto! E’ veramente risorto!".
Ogni cristiano rivive l’esperienza di Maria di Magdala. E’ un incontro che cambia la vita: l’incontro con un Uomo unico, che ci fa sperimentare tutta la bontà e la verità di Dio, che ci libera dal male non in modo superficiale, momentaneo, ma ce ne libera radicalmente, ci guarisce del tutto e ci restituisce la nostra dignità. Ecco perché la Maddalena chiama Gesù "mia speranza": perché è stato Lui a farla rinascere, a donarle un futuro nuovo, un’esistenza buona, libera dal male. "Cristo mia speranza" significa che ogni mio desiderio di bene trova in Lui una possibilità reale: con Lui posso sperare che la mia vita sia buona e sia piena, eterna, perché è Dio stesso che si è fatto vicino fino ad entrare nella nostra umanità.
Ma Maria di Magdala, come gli altri discepoli, ha dovuto vedere Gesù rifiutato dai capi del popolo, catturato, flagellato, condannato a morte e crocifisso. Dev’essere stato insopportabile vedere la Bontà in persona sottoposta alla cattiveria umana, la Verità derisa dalla menzogna, la Misericordia ingiuriata dalla vendetta. Con la morte di Gesù, sembrava fallire la speranza di quanti confidavano in Lui. Ma quella fede non venne mai meno del tutto: soprattutto nel cuore della Vergine Maria, la madre di Gesù, la fiammella è rimasta accesa in modo vivo anche nel buio della notte. La speranza, in questo mondo, non può non fare i conti con la durezza del male. Non è soltanto il muro della morte a ostacolarla, ma più ancora sono le punte acuminate dell’invidia e dell’orgoglio, della menzogna e della violenza. Gesù è passato attraverso questo intreccio mortale, per aprirci il passaggio verso il Regno della vita. C’è stato un momento in cui Gesù appariva sconfitto: le tenebre avevano invaso la terra, il silenzio di Dio era totale, la speranza una parola che sembrava ormai vana.
Ed ecco, all’alba del giorno dopo il sabato, il sepolcro viene trovato vuoto. Poi Gesù si mostra alla Maddalena, alle altre donne, ai discepoli. La fede rinasce più viva e più forte che mai, ormai invincibile, perché fondata su un’esperienza decisiva: «Morte e vita si sono affrontate / in un prodigioso duello. / Il Signore della vita era morto, / ma ora, vivo, trionfa». I segni della risurrezione attestano la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio, della misericordia sulla vendetta: «La tomba del Cristo vivente, / la gloria del Cristo risorto, / e gli angeli suoi testimoni, / il sudario e le sue vesti».
Cari fratelli e sorelle! Se Gesù è risorto, allora – e solo allora – è avvenuto qualcosa di veramente nuovo, che cambia la condizione dell’uomo e del mondo. Allora Lui, Gesù, è qualcuno di cui ci possiamo fidare in modo assoluto, e non soltanto confidare nel suo messaggio, ma proprio in Lui, perché il Risorto non appartiene al passato, ma è presente oggi, vivo. 





San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Omelie sul Vangelo, 25,1-2.4-5 ; PL 76, 1189-1193


« Avete visto l’amato del mio cuore ? » (Ct 3,3)


Dobbiamo considerare quanta forza d’amore aveva invaso l’anima di questa donna, che non si staccava dal sepolcro del Signore, anche dopo che i discepoli se ne erano allontanati. Cercava colui che non aveva trovato, piangeva in questa ricerca e, accesa di vivo amore per lui, ardeva di desiderio, pensando che fosse stato trafugato. Accadde perciò che potè vederlo lei sola che era rimasta per cercarlo; perché la forza dell’opera buona sta nella perseveranza, come afferma la voce stessa della Verità: “Chi persevererà sino alla fine sarà salvato” (Mt 10,22)...
I santi desideri infatti crescono col protrarsi dell’attesa. Se invece nell’attesa si affievoliscono, è segno che non erano veri desideri. Ha provato questo ardente amore chiunque è riuscito a giungere alla verità. Così Davide che dice: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente, quando verrò e vedrò il volto di Dio?” (Sal 41,3). E la Chiesa dice ancora nel Cantico dei cantici: “Io sono malata d’amore” (Ct 5,8). E di nuovo dice: “l’anima mia è venuta meno” (Ct 2,5). “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Le viene chiesta la causa del dolore, perché il desiderio cresca, e chiamando per nome colui che cerca, s’infiammi di più nell’amore di lui.
“Gesù le disse: Maria!” (Gv 20,16). Dopo averla chiamata con l’appellativo generico del genere, senza essere riconosciuto, la chiama per nome; come se volesse dire: “Riconosci colui dal quale sei riconosciuta. Io ti conosco non come si conosce una persona qualunque, ma in modo del tutto speciale.” Maria dunque, chiamata per nome, riconosce il Creatore e subito grida: “Rabbunì”, cioè “Maestro”: era lui che ella cercava all’esterno, ed era ancora lui che la guidava interiormente nella ricerca.




San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Discorsi sul Vangelo, 25 ; PL 76, 1188


« Perché piangi ? »


Maria, mentre piangeva, si chinò e guardò nel sepolcro. Eppure aveva già visto che era vuoto, e aveva annunciato la scomparsa del Signore. Perché allora si china ancora? Perché ancora desidera vedere? Perché l’amore non si accontenta di un solo sguardo; l’amore è una ricerca sempre più ardente. L’ha già cercato, ma invano; si ostina e finisce col ritrovarlo... Nel Cantico dei cantici, la Chiesa diceva dello Sposo: “Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore; l’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amato del mio cuore” (Ct 3,12). Due volte esprime la sua delusione: “L’ho cercato, ma non l’ho trovato”. Infine il successo corona i suoi sforzi: “Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda: Avete visto l’amato del mio cuore. Da poco le avevo oltrapassate, quando trovai l’amato del mio cuore” (Ct 3,3-4).
Quanto a noi, quando, sul nostro letto, cerchiamo l’Amato? Durante i brevi riposi di questa vita, quando sospiriamo in assenza del nostro Redentore. Di notte lo cerchiamo, perché anche se il nostro spirito veglia già su di lui, i nostri occhi non vedono null’altro che la sua ombra. Ma poiché non troviamo l’Amato, alziamoci, facciamo il giro della città, cioè della santa assemblea degli eletti. Cerchiamolo con tutto il nostro cuore; guardiamo per le strade e per le piazze, cioè nei passaggi ripidi della vita o nelle sue vie spaziose; apriamo gli occhi, cerchiamo i passi dell’Amato del nostro cuore... Questo desiderio faceva dire a Davide: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? Senza sosta, cercate il suo volto” (Sal 42,3).




San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Omelie sui vangeli, 25 ; PL 76, 1188-1196


Ti chiama per nome


« Se l'hai portato via tu ... » Come se Maria avesse già detto il motivo delle sue lacrime, parla di « lui », senza nemmeno aver pronunciato il suo nome. Tale è il segno dell'amore : sempre fissi in colui che si ama, si crede che tutti gli altri ne siano ugualmente occupati... Maria non immagina che si possa ignorare l'oggetto del suo immenso dolore.
Gesù le disse : « Maria ! » Dopo averla chiamata con l'appellativo generico di donna, senza essere riconosciuto, la chiama per nome ; come se volesse dire : « Riconosci colui dal quale sei riconosciuta ». Dio diceva lo stesso a Mosè, l'uomo perfetto : « Ti ho conosciuto per nome » (Es 33, 12). « Uomo » è il nome comune a tutti, invece, « Mosè » è il nome proprio, e il Signore gli dice chiaramente che lo conosce con il suo nome, e sembra dichiarargli : « Io ti conosco non come si conosce una persona qualunque, ma in modo del tutto speciale ».
Maria dunque, chiamata per nome, riconosce il suo creatore e subito grida : « Rabbunì », cioè Maestro : era lui che lei cercava all'esterno, ed era ancora lui che la guidava interiormente nella ricerca... « Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli : 'Ho visto il Signore' e anche ciò che le aveva detto ». In questo momento il peccato degli uomini abbandona il cuore da cui era entrato. Poiché nel Paradiso, è stata una donna a tendere all'uomo il frutto della morte ; al sepolcro, è nuovamente una donna, ad annunciare la vita agli uomini e a riportare le parole di colui che dà la vita.

Lunedì Santo



Gesù, aiutaci a diffondere il tuo profumo ovunque noi andiamo;
inondaci del tuo spirito e della tua vita;
prendi possesso del nostro essere così pienamente,
che tutta la nostra vita sia soltanto un' irradiazione della tua;
risplendi in noi e attraverso di noi;
che chiunque ci avvicini senta in noi la tua presenza;
chi viene a noi cerchi Te e veda soltanto Te;
resta con noi, così cominceremo a risplendere come risplendi Tu,
così da essere luce per gli altri;
la luce, Gesù, verrà tutta da Te, e nulla di essa sarà nostra proprietà;
sarai Tu ad illuminare attraverso di noi;
fa che noi Ti lodiamo nel modo che piace a Te,
effondendo la Tua luce su quanti ci stanno attorno;
che noi predichiamo di te, senza predicare,
ma con il nostro esempio, con la forza che trascina,
con il suadente influsso del nostro operare,
con l'evidente pienezza dell'amore di cui il nostro cuore trabocca.
Amen.

John Henry Newman



Gv. 12,1-11.

Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. Equi gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: «Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?». Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.

IL COMMENTO

Il Vangelo di oggi ci pone una domanda fondamentale. In questi giorni santi potrebbe suonare fuori luogo, ci stiamo preparando alla Pasqua, camminiamo con il Signore verso il Calvario per sperimentare con Lui la resurrezione. Eppure è una domanda che non possiamo eludere; coinvolge i nostri giorni, i pensieri e i sentimenti, le parole e le parole. Sfiora il nostro intimo. Pensiamo forse che consegnare la vita a Gesù sia sprecarla? Il tempo, le idee, la poesia, gli amori e le passioni, spesso tutto sembra sprecato, il risultato non compensa mai lo sforzo. Come scriveva Orazio, “Non domandarti – non è giusto saperlo – a me, a te quale sorte abbian dato gli dèi, e non chiederlo agli astri, o Leuconoe; al meglio sopporta quel che sarà: se molti inverni Giove ancor ti concede o ultimo questo che contro gli scogli fiacca le onde del mare Tirreno. Sii saggia, mesci il vino – breve è la vita – rinuncia a speranze lontane. Parliamo e fugge il tempo geloso: cogli l’attimo, non pensare a domani”. Il libro del Qoelet risuona con queste parole: "Ho visto tutte le cose che si fanno sotto il sole ed ecco tutto è vanità e un inseguire il vento... Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo durato a farle: ecco, tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento: non c'è alcun vantaggio sotto il sole.... Non c'è di meglio per l'uomo che mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche; ma mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio... Egli concede a chi gli è gradito sapienza, scienza e gioia, mentre al peccatore dà la pena di raccogliere e d'ammassare per colui che è gradito a Dio. Ma anche questo è vanità e un inseguire il vento!" (Qoelet).

Perchè siamo incatenati a questo pensiero che ci spegne la speranza tramutandola in idolatria di noi stessi, delle nostre libertà, dei nostri diritti, dei nostri progetti? Da dove ci viene questo sentimento di frustrazione, questo dubbio quando tutto sembra eclissarsi, speranze, progetti, desideri? Quando anche la missione, il servizio reso a Dio sembra dissolversi nel fallimento, quando non nell'incomprensione e nella persecuzione? Che cosa ci impedisce di vivere la vita come Maria? Sulla soglia di questa Settimana Santa, unica, diversa da tutte le altre, la Chiesa ci pone dinanzi una casa e tre figure. A Betania (casa dei poveri) la casa di Lazzaro (Dio aiuta), risuscitato dai morti; Maria (amata da Dio), che ha conosciuto e scelto la parte buona della vita; Giuda, intelligente ed avaro, prigioniero di se stesso e dei suoi averi, materiali e intellettuali; e Gesù, oggetto di discussioni, al centro di scelte decisive per la vita o la morte. Entriamo in un tempo speciale, la nostra vita può cambiare davvero. Gesù scende a casa nostra, suoi amici, poveri Lazzaro resuscitati dal Suo amore infinito. Scende in modo del tutto particolare in questi giorni, cerca il fondo del nostro cuore, vuole fare luce sui nostri desideri, sui lacci che ci impediscono la gioia vera e piena. Gesù è nostro ospite per liberarci, e non lo può fare se prima non ci illumina senza sconti su quel che agita le nostre menti e i nostri cuori.

Per fare Pasqua occorre innanzi tutto cercare il lievito vecchio e farlo sparire. “Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio né con lievito di malizia e di perversità , ma con azzimi di sincerità e di verità” (1Cor 5,7-8). Nella Mishnà si legge: “Nella notte precedente il giorno 14 (di Nissan), si fa la ricerca del Hametz alla luce di un lumicino”. La parola hametz è usata per designare il pane fatto con il lievito (ossia, il pane che si mangia abitualmente), in opposizione a matzah, nome del pane non fermentato o pane azzimo. La proibizione di mangiare e conservare hametz durante Pesah è un precetto che troviamo nella Torah: "Nel primo mese, il giorno 14 del mese, alla sera, voi mangerete azzimi fino al 21 del mese, alla sera. Per sette giorni non si troverà lievito nelle vostre case, perché chiunque mangerà del lievito, sarà eliminato dalla comunità di Israele, forestiero o nativo del paese’ [Esodo 12,18-19]". Perché si proibisce il pane fermentato? Cos’è hametz? Nel sistema sacrificale del tempio, l’immolazione degli animali era accompagnata, nella maggioranza dei casi, da oblazioni o riti complementari. Dato che il lievito cambia il carattere naturale dell’oblazione, o la profana, tutte le offerte dovevano essere assolutamente pure; il fermentato (e la farina, se si inumidisce può fermentare) era considerato impuro, poiché risultava acido e hametz significa ‘acido’. Hametz e matzah sono lavorati con la stessa farina e con la stessa acqua e sono anche cotti nello stesso forno, ma esiste tra essi una minima differenza che li separa: il riposoHametz deve riposare. Dicono i cabalisti che, come la pasta si gonfia di aria e cresce e prende il sapore acido del fermento, anche l’uomo si gonfia di vuota vanità e adotta l’atteggiamento acido dello sciocco. Più appetitoso e gradevole della matzahhametz rappresenta l’istinto cattivo. Il lievito stabilisce una continuità tra il pane di oggi e quello di ieri, perché il lievito naturale è preso dalla pasta fermentata del giorno precedente. Il pane azzimo invece segna un nuovo inizio! Per questo Gesù desidera passare gli ultimi giorni della sua vita a casa dei suoi amici, immagine della Chiesa, per fare luce e verità e prepararli a qualcosa di nuovo e sorprendente. Per preparare i suoi alla Pasqua, all’evento decisivo, con la luce della sua Parola, che penetra sino alle zone più profonde dell’uomo, scovandone ache i più piccoli frammenti di hametz, il pane che mangiamo abitualmente, il pane di Giuda.

Comprendiamo allora che stiamo entrando in una settimana di liberazione, nella quale davvero potremo passare dalla morte di una vita schaicciata su noi stessi alla libertà di una vita donata e consegnata per amore. Vi è in ciascuno di noi lo spirito di Giuda; la sua arroganza, la sua intelligenza legata indissolubilmente all’avarizia, il suo capire sempre tutto e l’avere per tutto la soluzione ideale. L’intelligenza che piega la sua mente, il suo cuore e ogni sua azione su se stesso, in un’avarizia insaziabile che è, come diceva San Paolo, pura idolatria. Siamo come Giuda, vuoto di vanità e acido di sciocchezze, che se ne infischia di chiunque gli sia accanto, pur ostendando un’apparente interesse filantropico per poveri e bisognosi. Giuda che non sopporta lo spreco perchè lui "ha capito bene per che cosa vale la pena vivere, e spendere i soldi". Ha capito che l’unico che davvero importa è il proprio io e il proprio stomaco, e tutto il resto è spreco: tempo sprecato, denaro sprecato, affetto sprecato. E’ il nostro cuore avvelenato.

Ma oggi Gesù scende proprio lì, per guarirci, per liberarci, per donarci il cuore di Maria. E’ lei l’immagine della nostra vocazione, un profumo sparso per Cristo. Molto di più, essere in ogni istante, lo stesso profumo di Cristo sparso nella casa, la Chiesa, la nostra vita, perchè se ne possa gustare la fragranza di gioia e di pace in tutto il mondo. Sprecare la vita per Cristo. Sprecare il tempo, sprecare il denaro, sprecare ogni affetto, ogni sguardo. Lui ha sprecato sino all’ultima goccia la sua vita per noi. E non è stato spreco, è stato il guadagno più bello, la nostra salvezza. In questo “spreco” possiamo gettare e sprecare la nostra vita, in Lui, il nostro guadagno più bello.

Nei paralleli sinottici Gesù loda il gesto di Maria e dice che ha fatto un’opera bella. Ecco, la nostra vita ci è data per essere un’opera bella, la bellezza che Dio aveva visto nella creazione, riflesso del suo volto e del suo cuore. La nostra vita allora è un riflesso della bellezza che salverà il mondo, il volto di Gesù. Un volto sprecato, senza apparenza né bellezza umana per attirare gli sguardi, sozzo dei nostri delitti, consegnato alla peggiore delle morti. Il volto più bello del più bello tra i figli dell’uomo, profumo crocifisso di un amore che vince la morte. Ecco la bellezza che oggi ci raggiunge, ci cerca, ci ama. In essa, in questa bellezza sprecata per amore, possiamo sprecare la nostra vita. In essa vi è la libertà che ci strappaal lievito vecchio di Giuda, ipocrita, idolatra e destinato alla morte e alla corruzione. Il lievito del mondo che ci impedisce di essere felici, di amare.

L'opera bella di Maria è stata un'opera profetica, compiuta in vista della sepoltura di Gesù. Maria ha compreso laddove i discepoli non riuscivano a comprendere; Maria ha accettato ciò che i discepoli avevano respinto: la morte crocifissa del loro Maestro. Maria credeva, come davanti alla morte di suo fratello, e per questo ha onorato quel corpo che avrebbe dato vita eterna ad ogni carne. L'opera bella è dunque un'opera che accoglie ed entra con Cristo nell'assurdo della Croce, che rende onore alla sofferenza rinvenendovi i bagliori dell'alba di risurrezione. Maria non spreca, ama. E amare non è altro che ungere con quanto si ha di più prezioso, con la propria vita la vita di Cristo, il suo corpo in ogni corpo, la sua sofferenza in ogni sofferenza. L'opera bella è condividere sino in fondo il dolore di Cristo, il dolore di ogni uomo. L'opera bella è l'amore che com-patisce, che fa sua la passione di Cristo incarnata nella passione di ogni uomo. Maria unge, riveste di onore, il Profeta, il Re, il Sacerdote, il Messia sofferente e morente. Non vi è sacerdozio, non vi è regno, non vi è profezia se non sono segnate dalle stigmate della Croce. E' la storia della Chiesa, di ciascuno di noi, e non può essere diversamente. Occorre che il vaso dell'unguento si rompa perchè il profumo si spanda e riempia la casa. Occorre la lancia che ha trafitto il costato di Cristo, la spada che ha trapassato l'anima della Vergine Maria. Lo spreco apparente della nostra vita che, come una lama, ci spezza il cuore, costituisce invece il culmine della nostra vita, il momento più fecondo, laddove splende l'opera bella e si spande la fragranza dei doni ricevuti da Dio: l'amore crocifisso, la compassione incarnata sino a sperimentare lo stesso dolore di Cristo, quello di ogni uomo, anche del nemico.

Il nardo infatti è un'essenza che si origina ad altissime quote. E' dal Cielo che Maria e ciascuno di noi ha ricevuto il dono dello Spirito Santo nel Battesimo. Il nardo è immagine delle grazie delle quali Dio ci ricolma perchè in noi si dia la vita nuova, la Vita celeste dalla quale si spande il profumo delle opere che mostrano la vittoria sulla morte di Cristo. "Siano rese grazie a Dio che sempre ci fa trionfare in Cristo e che per mezzo nostro spande dappertutto il profumo della sua conoscenza. Noi siamo infatti davanti a Dio il profumo di Cristo" (2 Cor 2, 14-15). Ed il Vangelo ci dice che si trattava di vero nardo, autentico, non adulterato, degno di fede, secondo il significato dell'originale greco. Pistikis deriva da pistis, ed è la stessa radice che designa la fede. Il vero nardo è dunque il segno dello Spirito autentico, che ispira opere di fede degne di fede; il nardo con cui Maria unge i piedi di Gesù è il profumo autentico della sua vita fedele alla vocazione ricevuta, la fragranza della fede che si incarna in opere belle che vincono l'olezzo della corruzione e della morte. Quel nardo, la vita nuova irrorata di Spirito Santo che compie le opere belle della fede, è un segno che mostra l'amore di Dio che dalle altezze è disceso tra gli uomini, profumo squisito del Cielo che ha preso dimora sulla terra.

Il Targum del Cantico dei Cantici mette in relazione il nardo con il Paradiso: "I tuoi giovani sono pieni di opere buone... I loro odori sono come quelli dei begli alberi del giardino dell'Eden, come il cipresso ed il nardo... ". La Letteratura ebraica extra biblica ha ravvisato nella Torah il profumo della vita e dell'immortalità. Il Primo Libro di Enoc ha descritto l'albero della vita come un albero profumato che emana fragranza più fragrante di ogni altra. La Legge ed i suoi precetti sono, per la tradizione rabbinica, come un profumo dall'aroma inconfondibile che salgono davanti a Dio. Lo studio della Torah che sostituisce i sacrifici è anch'esso paragonato ad un profumo gradito a Dio. In questo orizzonte si comprende il gesto di Maria. Riconosce dinanzi a sé il Messia, il nuovo tempio, Dio stesso. A Lui tributa l'autentico e fedele sacrifico, lo studio che compie la Torah della vita, l'amore profumato della sposa adornata delle opere sante del Paradiso, segno dell'intima comunione che l'ha trasformata nello Sposo stesso. E' l'amore il cuore di questa pagina del Vangelo, l'amore della sposa che, nella notte del dolore, dello sconforto, del fallimento, nella notte della Croce si consegna all'Amato consegnatosi a lei: "O notte che guidasti, O notte grata più dell’alba chiara; O notte che legasti Amato con amata,Amata nell’amato trasformata!" (San Giovanni della Croce, La notte oscura).

Lasciamo allora che Gesù entri oggi nella nostra casa, la famiglia, la storia, la vita che ci è donata. Lasciamo che ci attiri a sé, ci liberi da noi stessi, perchè possiamo sprecare, donare tutto di noi, le cose più preziose, i nostri segreti, le nostre intimità, i nostri desideri, i nostri dolori, le nostre ansie, i nostri sogni, le nostre speranze, ogni goccia dei nostri giorni, ogni sguardo, pensiero, palpito del cuore, tutto di noi a Cristo che ha dato tutto se stesso per noi. "Ora, nell’offerta del Figlio, si rivela, come già nell’unzione di Betània, una smisuratezza che ci ricorda l’amore generoso di Dio, la “sovrabbondanza” del suo amore. Dio fa generosamente offerta di se stesso. Se la misura di Dio è la sovrabbondanza, anche per noi niente dovrebbe essere troppo per Dio" (J. Ratzinger, Via Crucis 2005).

Fratelli di Cristo che, come scriveva il beato John Henry Newman, possano “diffondere ovunque il profumo di Cristo, affinché tutta la loro vita sia soltanto un’irradiazione della sua” (J. H. Newman, Irradiare Cristo)Ai piedi del Signore, nell'intimità di una vita completamente consegnata al suo amore, possiamo dare quanto di meglio vi è in noi, la Grazia dello Spirito santo ricevuta nel Battesimo di cui l'olio ne è segno. Maria è discesa nel fonte battesimale, è lì, ai piedi di Cristo - il luogo della Verità - scoprire chi siamo nel contemplare quei piedi che sono discesi sino all'intimo delle nostre povertà. Ai suoi piedi, come un profumo soave e molto costoso, lo Spirito santo diffonde i suoi doni abbondanti: gioia, pace, zelo, dominio di sè, pazienza, i segni di una vita bella, buona, giusta. "Un po’ come è la “forma” per l’atleta e l’ispirazione per il poeta: uno stato in cui si riesce a dare il meglio di sé" (P. Cantalamessa, Ministri della nuova alleanza dello Spirito, II Predica di Avvento, 11 dicembre 2009).

Maria, come ciascuno di noi, in ginocchio ai piedi di Gesù, diviene la Sposa più felice di questo mondo. A Lui dare il meglio di sè stessi, per amore, per puro amore. A sei giorni dal compimento dell'amore più grande, il vangelo di oggi, come un'overture, ci prepara al compimento della sinfonia. Come recita il Cantico dei Cantici, "Mentre il re è nel suo recinto, il mio nardo spande il suo profumo" (Ct. 1,12). Il famoso Rabbi Juda ben Ilai, verso il 150, dava la seguente esegesi del versetto citato: "Mentre il Re dei re, il Santo - benedetto egli sia ! - sedeva alla sua mensa nel firmamento, Israele emise la sua fragranza davanti al monte Sinai e disse : Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo e lo ascolteremo (Es 24,3.7)" (Cantica Rabah 1,12.1). L'amore della sposa che si fa obbedienza, ascolto umile che assorbe il potere della Parola di Gesù, sino a vederla compiersi in lei. E’ il Cielo, è la gioia, è la pasqua. E’ l’amore nel quale e per il quale siamo nati. Altro che spreco, è il guadagno più grande, più bello, che nessuno potrà mai toglierci, l’amore infinito di Dio in Cristo Gesù. Esso riempie la casa del suo profumo, la colma, secondo l'originale greco: solo l'amore dà pieno compimento alla casa, alla nostra vita, alla famiglia, alla Chiesa. "Per la fragranza sono inebrianti i tuoi profumi, profumo olezzante è il tuo nome, per questo le giovinette ti amano" (Ct. 1,2).


APPROFONDIRE




Da “Tre donne e il Signore” di Hans Urs Von Balthasar
Maria dà il tutto che possiede,s e stessa, sotto la figura del nardo


Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e la casa si riempì del profumo dell’unguento ». Improvvisamente Maria interrompe questa comune festa tra amici. Essa esce dalla sua contemplazione per porre un'azione che non è comune, di tutti i giorni, ma un'azione del puro servizio, prestato non ad uomini ma a Dio.
Questo servizio non è in linea col servizio di Marta, la quale provvede al corporale. Infatti, Maria provvede ora al compimento di qualcosa che è promesso, Provvede a ciò con la sicurezza dei contemplativi. Essa compie qualcosa che a tutti coloro che non sono contemplativi, appare del tutto sconnesso e discontinuo,; e infatti la connessione del suo gesto risulta unicamente all'interno della contemplazione del Signore. Se prima, quando sedeva ai suoi piedi, si trovava in mezzo alla corrente del suo amore, piangendo dall’amore per l'amore, essa si trova ora nel medesimo amore, ma qui questa corrente, che va dal Padre al Padre, si apre un letto nuovo, attende un impulso nuovo, impulso che il Figlio in quanto uomo deve ricevere dall'uomo-Maria all'interno della vita della contemplazione. La contemplazione della croce deve e sere messa in azione dalla contemplazione di Maria mediante l'atto dell'unzione che nasce da essa.
Qui viene mostrato un nuovo volto dell'amore. Maria aveva scelto la parte migliore, desiderando vivere unicamente dell'amore dei Signore che liberamente dispone. E adesso, dalla sua prima scelta lei sceglie ancora una volta la parte migliore, dirigendo con decisione l'amore del Figlio, amore che lo ha fatto diventare uomo, sulla strada del suo ritorno al Padre.
Ascoltando le parole,di Gesù, essa è stata introdotta a tal punto nei divini misteri trinitari che adesso riceve come direttamente dal Padre la sua direttiva per l'azione, per agire nel nome del Padre nel Figlio, per presentare in modo nuovo al Padre il Figlio nel sua missione, così come il Figlio le aveva già mostrato il Padre e lo Spirito all'interno della sua scelta d'amore. In lei il lasciare-disporre è progredito a tal punto che adesso, superando il Figlio, lascia che avvenga in se stessa la volontà del Padre, per far nuovamente risplendere da qui il centro del Figlio. E’ un modo nuovo della rivelazione della vita consustanziale, trinitaria, nel mondo. Ciò che una divina persona dispone è proprio quello che l'altra si aspetta, anche se non lo esprime direttamente.
Ora Maria porta il nardo e con esso cosparge i piedi di Gesù. Come prima sedeva ai piedi di Gesù, così ora rivolge il suo gesto ai piedi. Ha bisogno per far questo di profumo vero, prezioso, nel quale viene simboleggiato tutto il prezzo che possiede per Dio l'anima donata a Dio. Il Signore conduce una vita di povertà, eppure le sue esigenze non sono quelle della povertà. A meno che povertà non significhi: tutto! subito! Vi è una liberalità che appartiene alla povertà cristiana. Il ricco non viene a capo dei dare - se vuole dare -, egli possiede tanto, una cosa fa vedere l'altra che si potrebbe ancora dare. I suoi giorni non so come non bastano per offrire al Signore tutti i suoi beni... Il povero, che non ha nulla o quasi nulla, è ben presto al termine del suo dare. Se vuole dare, deve dare subito tutto. Possiede così poco che non vale la pena suddividerlo. Il poco però che egli ha e dà, possiede per il Signore il profumo del prezioso nardo. Infatti, esso possiede il profumo del tutto. Una sola cosa è necessaria. Maria dà questa sola cosa, il tutto che possiede, se stessa; sotto la figura del nardo vi è anche tutto quello che lei ha, è qualcosa di prezioso, simboleggia tutto il possesso.


L'insegnamento di Benedetto XVI

Fin dalla prima ora della sua bimillenaria esistenza, la Chiesa ha conosciuto il tradimento al suo interno. Gesù era inviso alla maggioranza della classe dirigente ebraica del suo tempo, ma se essa trova infine il modo di catturarlo e mandarlo a morte è grazie al tradimento di uno della cerchia degli Apostoli. E’ Giuda Iscariota che consegna Cristo ai suoi nemici. E Giuda, scrivono i Vangeli, era “uno dei Dodici”. All’udienza generale del 18 ottobre 2006, concludendo la sua personale galleria di ritratti degli Apostoli, Benedetto XVI affronta la storia dell’uomo il cui nome, osserva all’inizio, “suscita tra i cristiani un’istintiva reazione di riprovazione e di condanna”. In quell’udienza, il Papa si pone le due domande che, quando si parla di Giuda, tutti si pongono: perché Gesù lo chiamò con sé? E perché decise di tradire chi lo aveva scelto? Il “mistero della scelta rimane”, afferma Benedetto XVI. E pur avanzando “ipotesi”, anche le ragioni contingenti del tradimento – delusione verso un leader non politico, pura e semplice avidità di denaro – non sono più chiare:
“In realtà, i testi evangelici insistono su un altro aspetto: Giovanni dice espressamente che ‘il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo’ (…) In questo modo, si va oltre le motivazioni storiche e si spiega la vicenda in base alla responsabilità personale di Giuda, il quale cedette miseramente ad una tentazione del Maligno”.

Ciò non vuol dire che Giuda abbia semplicemente ceduto a una forza soprannaturale che, per quanto malefica, era preponderante rispetto alla sua volontà. Vuol dire esattamente il contrario. Il punto nevralgico il Papa lo tocca sei mesi prima, il 13 aprile, all’omelia della Messa del Giovedì Santo: Giuda, dice, rompe gli indugi mentre si trova nel Cenacolo, poco dopo che Gesù, in un atto di suprema umiltà, gli ha lavato i piedi pur sapendo che, in quell’uomo, la vera sporcizia è annidata altrove:

“È la superbia che non vuole confessare e riconoscere che abbiamo bisogno di purificazione. In Giuda vediamo la natura di questo rifiuto ancora più chiaramente. Egli valuta Gesù secondo le categorie del potere e del successo (…) l'amore non conta. Ed egli è avido: il denaro è più importante della comunione con Gesù, più importante di Dio e del suo amore. E così diventa anche un bugiardo, che fa il doppio gioco e rompe con la verità; uno che vive nella menzogna e perde così il senso per la verità suprema, per Dio”.
Se Pietro, il primo degli Apostoli, che baratta inizialmente la propria incolumità con lo strazio inflitto al suo Maestro, sa trovare lacrime amare di vergogna e di pentimento per la sua debolezza, Giuda – prosegue Benedetto XVI – è l’evidenza di un uomo che “si indurisce”, che pur pentendosi non sa tornare sui suoi passi, e “butta via la vita distrutta”. La sua è la disperazione che degenera in “autodistruzione”:

“E’ per noi un invito a tener sempre presente quanto dice san Benedetto alla fine del fondamentale capitolo V della sua ‘Regola’: ‘Non disperare mai della misericordia divina’. In realtà Dio ‘è più grande del nostro cuore’, come dice san Giovanni. Teniamo quindi presenti due cose. La prima: Gesù rispetta la nostra libertà. La seconda: Gesù aspetta la nostra disponibilità al pentimento ed alla conversione; è ricco di misericordia e di perdono”.
Su un “gesto inescusabile” come quello di Giuda Dio poi costruisce un passaggio-chiave del suo progetto di redenzione del mondo. Nella sua “superiore conduzione degli eventi”, chiarisce il Papa, il tradimento conduce alla morte di Gesù, che “trasforma” un “tremendo supplizio in spazio di amore salvifico e in consegna di sé al Padre”.

I minuti restanti di quell’udienza generale del 2006 Benedetto XVI li dedica a Mattia, l’uomo che “fu associato agli undici Apostoli” al posto di Giuda. Di lui, riferisce il Papa, “non sappiamo altro, se non che anch’egli era stato testimone di tutta la vicenda terrena di Gesù, rimanendo a Lui fedele fino in fondo”. Una fedeltà culminata in una nomina a discepolo, che lo ricompensa per la sua lealtà e compensa il tradimento di Giuda. Conclusione che vale un inequivocabile insegnamento per le vicende della Chiesa di oggi:

“Ricaviamo da qui un’ultima lezione: anche se nella Chiesa non mancano cristiani indegni e traditori, spetta a ciascuno di noi controbilanciare il male da essi compiuto con la nostra limpida testimonianza a Gesù Cristo, nostro Signore e Salvatore”.

Omelia del 29 marzo 2010

Il Vangelo poc’anzi proclamato ci conduce a Betania, dove, come annota l’Evangelista, Lazzaro, Marta e Maria offrirono una cena al Maestro (Gv 12,1). Questo banchetto in casa dei tre amici di Gesù è caratterizzato dai presentimenti della morte imminente: i sei giorni prima di Pasqua, il suggerimento del traditore Giuda, la risposta di Gesù che richiama uno degli atti pietosi della sepoltura anticipato da Maria, l’accenno che non sempre lo avrebbero avuto con loro, il proposito di eliminare Lazzaro in cui si riflette la volontà di uccidere Gesù. In questo racconto evangelico, c’è un gesto sul quale vorrei attirare l’attenzione: Maria di Betania "prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli" (12,3). Il gesto di Maria è l’espressione di fede e di amore grandi verso il Signore: per lei non è sufficiente lavare i piedi del Maestro con l’acqua, ma li cosparge con una grande quantità di profumo prezioso, che – come contesterà Giuda – si sarebbe potuto vendere per trecento denari; non unge, poi, il capo, come era usanza, ma i piedi: Maria offre a Gesù quanto ha di più prezioso e con un gesto di devozione profonda. L’amore non calcola, non misura, non bada a spese, non pone barriere, ma sa donare con gioia, cerca solo il bene dell’altro, vince la meschinità, la grettezza, i risentimenti, le chiusure che l’uomo porta a volte nel suo cuore.
Maria si pone ai piedi di Gesù in umile atteggiamento di servizio, come farà lo stesso Maestro nell’Ultima Cena, quando – ci dice il quarto Vangelo – "si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli" (Gv 13,4-5), perché – disse – "anche voi facciate come io ho fatto a voi" (v. 15): la regola della comunità di Gesù è quella dell’amore che sa servire fino al dono della vita. E il profumo si spande: "tutta la casa – annota l’Evangelista – si riempì dell’aroma di quel profumo" (Gv 12,3). Il significato del gesto di Maria, che è risposta all’Amore infinito di Dio, si diffonde tra tutti i convitati; ogni gesto di carità e di devozione autentica a Cristo non rimane un fatto personale, non riguarda solo il rapporto tra l’individuo e il Signore, ma riguarda l’intero corpo della Chiesa, è contagioso: infonde amore, gioia, luce.
"Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto" (Gv 1,11): all’atto di Maria si contrappongono l’atteggiamento e le parole di Giuda, che, sotto il pretesto dell’aiuto da recare ai poveri, nasconde l’egoismo e la falsità dell’uomo chiuso in se stesso, incatenato dall’avidità del possesso, che non si lascia avvolgere dal buon profumo dell’amore divino. Giuda calcola là dove non si può calcolare, entra con animo meschino dove lo spazio è quello dell’amore, del dono, della dedizione totale. E Gesù, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, interviene a favore del gesto di Maria: "Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura" (Gv12,7). Gesù comprende che Maria ha intuito l’amore di Dio ed indica che ormai la sua "ora" si avvicina, l’"ora" in cui l’Amore troverà la sua espressione suprema sul legno della Croce: il Figlio di Dio dona se stesso perché l’uomo abbia la vita, scende negli abissi della morte per portare l’uomo alle altezze di Dio, non ha paura di umiliarsi "facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce" (Fil 2,8). Sant’Agostino, nel Sermone in cui commenta tale brano evangelico, rivolge a ciascuno di noi, con parole incalzanti, l’invito ad entrare in questo circuito d’amore, imitando il gesto di Maria e ponendosi concretamente alla sequela di Gesù. Scrive Agostino: "Ogni anima che voglia essere fedele, si unisce a Maria per ungere con prezioso profumo i piedi del Signore… Ungi i piedi di Gesù: segui le orme del Signore conducendo una vita degna. Asciugagli i piedi con i capelli: se hai del superfluo dallo ai poveri, e avrai asciugato i piedi del Signore" (In Ioh. evang., 50, 6).