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LA CLELIA BARBIERI, PARABOLA EVANGELICA SULLA UMILTÀ. Paolo VI

SOLENNE BEATIFICAZIONE DI CLELIA BARBIERI

OMELIA DI PAOLO VI

Domenica, 27 ottobre 1968

LA PARABOLA EVANGELICA SULLA UMILTÀ

«A che cosa paragoneremo il regno di Dio? O con quale similitudine lo figureremo? Esso è simile a un granello di senapa, il quale, quando si semina in terra, è più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra; ma, seminato che sia, cresce e diventa più grande di tutti. gli erbaggi e fa dei rami così grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra» (Marc. 4, 30-32).

A queste parole del Signore correva il Nostro pensiero, mentre porgevamo ora il Nostro atto di venerazione alla nuova Beata, sembrando a Noi, come supponiamo che quanti oggi la onorano vadano pensando, di ravvisarle riflesse tali parole evangeliche nell’umile ed eletta figura di Clelia Barbieri. Perché la prima impressione che la sua vita offre al nostro sguardo, abituati, come tutti siamo, a osservare e misurare gli uomini secondo la loro statura nel contesto storico e sociale, è quella della piccolezza. Qual è la sua storia? Si dura fatica a rintracciarla e a descriverla per la scarsezza di dati di cui si compone, per un primo motivo, quello della brevità del suo soggiorno terreno: di soli ventitre anni! Vero è che nei fasti della santità Clelia Barbieri non è sola a raggiungere il paradiso in così giovane età; a raggiungerlo, diciamo, con i segni anche a noi visibili della gloria. Non consideriamo ora il caso di bambini e di fanciulli e di giovani che giungono alla salvezza proprio in virtù dell’integrità della grazia battesimale e della loro naturale innocenza, senza aver subito alcuna profanazione, che una più lunga durata della loro terrena esistenza e una più piena esperienza delle avversità del pellegrinaggio nel mondo avrebbero forse loro arrecata. Ma ciò che ora interessa la nostra attenzione è il fatto che la brevità della vita sia illustrata in alcuni casi da uno straordinario complesso di virtù personali, di grazie spirituali e di circostanze biografiche da conferire alla giovane vita l’aureola più gloriosa e più difficile a conseguirsi quella della santità.

MERAVIGLIE DELLA GIOVINEZZA CONSACRATA AL SERVIZIO DI DIO

La santità nella giovinezza sembra a Noi un fenomeno umano ed agiografico degno del più grande interesse, per la sua precocità (non è una delle curiosità moderne quella dei «fanciulli-prodigio», o dei giovanissimi atleti, o artisti, o scienziati, o eroi, che, superando gli indugi dello sviluppo e i ritmi del tempo, raggiungono in anticipo una pienezza naturale sbalorditiva?); e sembra un fenomeno mirabile per la ricchezza di doni soprannaturali, che l’acerbità stessa dell’età mette in evidenza. Chi non ricorda, ad esempio (e restiamo nel giardino femminile), l’elogio di S. Ambrogio per Agnese, la giovinetta vergine e martire da lui magnificata: «Ella, come si narra, aveva dodici anni quando subì il martirio» (Haec duodecim annorum martyrium fecisse traditur - De virgin. 1, 7).

Voi Bolognesi, subito in Cuor vostro commentate: anche la nostra beata Imelda Lambertini, fiore della santa Eucaristia, aveva tredici anni. Potremmo ricordare che Giovanna d’Arco chiuse la sua vita avventurosa, mistica, militare ed eroica a diciannove anni, A trentatré Santa Caterina da Siena. E Santa Bartolomea Capitanio, ch’ebbe una vita sotto molti aspetti simile alla nostra Clelia Barbieri, pochi decenni prima, meritò ella pure d’essere fondatrice d’una fiorente famiglia religiosa nel breve spazio di ventisei anni. Ricordiamo tutti che S. Teresa del Bambin Gesù mori a ventiquattro anni. Potremmo continuare. Ma ora ci basta fermare lo sguardo sulla nostra Beata, traendo conferma dalla brevità stessa del suo passaggio nel tempo che la santità, anche quella meritevole del suffragio ufficiale della Chiesa, è possibile alla gioventù; ed inoltre, a tutto ben considerare, quando i carismi della grazia e l’intelligenza del Vangelo le siano assicurati, potremmo dire che meglio si addice la perfezione cristiana alla giovane età che non ad altro periodo dell’umana esistenza.

CRISTO NEI SUOI SEGUACI PIÙ GENEROSI E FEDELI

Ma la giovane età segna indubbiamente un limite di piccolezza, se non al valore, alla storia d’una breve vita. Ed altro limite riscontriamo in Clelia nella scena umana in cui quella vita si svolge: l’umiltà dell’ambiente, quello d’una modesta ed ignota Parrocchia rurale, le Budrie di S. Giovanni in Persiceto, dove all’occhio curioso di valori culturali e civili nulla appare di notevole, e dove invece è giustamente notata la deficienza economica e sociale, propria delle popolazioni rurali di quel tempo.

Certo, un occhio più attento ai valori morali e religiosi può scoprire le meraviglie di quel quadro umano, in cui la nostra civiltà cristiana ha modellato, composto, ornato il costume degnissimo dell’umile gente, dove la laboriosità, la sobrietà, l’onestà, la modestia, la bontà, il senso del dovere, il timor di Dio, il rispetto per tutti sono così penetrati nella mentalità e nelle abitudini della tranquilla e travagliata popolazione contadina da trarne stupendi e quasi campestri fiori di gentilezza, di abnegazione, di candida semplicità, di sensibilità morale, di spiritualità cristiana, che indarno cercheremmo in tanti altri ambienti più evoluti, e ormai prevalenti nella nostra moderna società. Occorre finezza manzoniana per apprezzare simile scena, gusto francescano, e, diciamo pure, senso evangelico.

Ma la piccolezza rimane la misura del quadro, anche sotto un altro aspetto, che, per altro verso, grandeggia di meravigliosa irradiazione spirituale, vogliamo dire quello della vita religiosa. Anche questa è semplice, popolare e ordinaria; essa è formata alle fonti più accessibili della preghiera comune; alimentata da letture che di poco si estendono oltre i primi elementi della dottrina cristiana, e dal Manuale di Filotea, allora assai in voga, del Can. Riva di Milano. Suoi maestri sono due Parroci di campagna, magnifici Sacerdoti, ottimi pastori, assai virtuosi, il Setanassi e il Guidi, ma entrambi senza pretese di vasta cultura e di pensiero originale. Anche il nome, che definirà la Famiglia religiosa fondata da Clelia Barbieri, metterà in evidenza la dimensione scelta, sull’esempio e in onore d’un grande umilissimo Santo, Francesco da Paola, per caratterizzare l’istituzione delle «Suore Minime dell’Addolorata». Minime.

Ma questa esatta impressione di piccolezza non dice tutto della nuova Beata, anzi non dice le ragioni dell’esaltazione, che meritamente la Chiesa oggi le tributa. Un’altra impressione succede, quella della scoperta. Avviene spesso nella vita dei Santi. I titoli della loro vera personalità bisogna scoprirli, e perciò bisogna cercarli. Quelli che credono che la santità abbia come manifestazione ordinaria il miracolo spesso si illudono. Il miracolo potrà verificarsi, e costituire il segno di virtù e di carismi straordinari, e quindi santità meritevole di speciale onore e di fiducioso credito. Ma questa santità dev’essere cercata in altre sue manifestazioni, le quali esigono nell’osservatore particolari condizioni di spirito, che sono poi quelle che da un lato rendono a lui benefico il culto dei Santi e dall’altro lo giustificano; cioè dev’essere cercata nella somiglianza, che il Santo riflette su di sé, di Cristo, il modello, il maestro, il vero Santo. Il culto dei Santi è una ricerca di Cristo in alcuni suoi seguaci, più fedeli e più favoriti.

LA VIA REGALE DELLA NUOVA CITTADINA DEL CIELO

E allora pare a Noi di riudire la voce del Signore fare l’apologia dei suoi eletti; ed ora di questa sua fedelissima Beata; la voce, diciamo, di Lui, rimpicciolito perfino sotto il nostro livello (cfr. Phil. 2, 7-8), di Lui, fattosi povero quand’era la ricchezza stessa (cfr. 2 Cor. 8, 9), diventato fratello a tutti noi per essersi definito «il Figlio dell’uomo» (Matth. 8, 20 ecc.) e ritenuto socialmente il «Figlio del fabbro» (Matth. 13, 55); di Lui, che effondendo al Padre l’amarezza e la dolcezza insieme del suo cuore, posto a contatto con gli uomini ribelli e con quelli fedeli, svela il piano segreto della sua rivelazione: «Io Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascoste queste cose ai dotti e ai sapienti, e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così Ti è piaciuto!» (Matth. 11, 25-26).

IL CANDORE DELL’ANIMA FONDAMENTO D’OGNI EROISMO

E dove Ci conduce la Nostra ricerca di Cristo nella Beata di cui appunto stiamo celebrando la somiglianza con Cristo, sulla quale la Chiesa fonda la sua certezza di dichiararla cittadina del Cielo? Oh! se Noi abbiamo avuto una prima impressione di piccolezza, adesso, ravvisando nell’umile sua figura, nella breve sua vita, nella silenziosa sua opera i tratti del volto evangelico del Signore, un’impressione di ‘meraviglia e di letizia in Noi, un’impressione di bellezza e un’impressione di grandezza invece a lei relative inonderebbero il Nostro animo, se volessimo soffermarci ad uno studio così delicato e così attraente, cioè se volessimo tessere l’elogio della Beata o narrarne la biografia. Altri, e primo fra questi un’alta figura di Pastore, il Cardinale Gusmini, Arcivescovo di Bologna, dal 1914 al 1921, lo hanno fatto, e voi che Ci ascoltate tutto sapete in proposito; né più vi diremo, se non per confidarvi, correndo, ciò che al Nostro spirito ha recato maggiore edificazione, e più benefico incanto, mentre, in ordine a questa beatificazione, C’informavamo della Serva di Dio da dichiarare Beata.

Piacque specialmente a Noi l’innocenza di questa singolare creatura, quella purità che lascia trasparire nel volto e negli atti il candore interiore; il candore, che suppone ed alimenta un continuo, quasi connaturato colloquio con quel Dio meglio conosciuto per via d’amore, che di ansiosa speculazione; Ci pareva d’ascoltare S. Agostino ragionare della verginità: «in carne corruptibili incorruptionis perpetua meditatio» (De sancta Virg., c. 13; P. L. 40, 401), una meditazione continua della Purezza incorrotta in un essere tuttora corruttibile. E da così limpida bellezza Ci pareva ovvio di vedere sgorgare una bontà semplice, affettuosa, attraente; quella che quasi spontaneamente dapprima, e poi urgentemente cercò di farsi indotta e sapiente maestra comunicativa del proprio interiore tesoro di amorosa verità e di sperimentare, fino alla dedizione materna, incantevole in una così giovane vita, l’ansia di servire la propria Parrocchia, di educare gli altri, di formarsi un cerchio di sorelle e di amiche, con cui pregare e lavorare, e poi costituirsi in «ritiro», in cenacolo religioso qualificato all’orazione e al servizio dei poveri e dei sofferenti, come appunto fanno le figlie di Clelia Barbieri, le ottime Suore Minime dell’Addolorata.

PARTECIPAZIONE PATERNA ALLA ESULTANZA DI BOLOGNA

Godiamone tutti. Voi, sì, per prime, Suore pie e gentili, che traducete in opere di carità lo spirito della Beata; voi, che date testimonianza di ciò che può in una comunità ecclesiale l’esempio, l’ardore, l’azione della gioventù femminile affascinata dal volto di Cristo, trasportata dalla sua grazia e compresa di quanti bisogni soffrono i fratelli e di quanto bene essi siano capaci rincorrendo, lo slancio giovanile della purezza apostolica; voi, che offrendo al Signore la vostra vita tutto perdete e tutto guadagnate nell’esercizio assiduo ed eroico della carità.

E goda Bologna di questa sua Figlia, che la Chiesa celebra nell’ineffabile gloria del misterioso mondo celeste, e solleva davanti a quello terrestre come degna di ammirazione, d’imitazione, di fiducia. Noi sentiamo il dovere di congratularci con Lei, caro e venerato Signor Cardinale Lercaro, che per il compimento dei voti rivolti a questa gloriosa giornata ha prodigato le sue cure sagge ed assidue, e che può ben allietarsi di vedere oggi coronato col suo il desiderio dell’amatissima Arcidiocesi Bolognese. E sentiamo il bisogno di condividere con Bologna e con il suo presente e degno Arcivescovo Monsignor Poma la gioia di vedere questo nuovo fiore di fede e di santità testimoniare la perenne e moderna vitalità d’una secolare tradizione cattolica, che in Clelia Barbieri attesta le antiche virtù d’un popolo forte e cristiano, e dice al mondo come ancor oggi il Vangelo, ed oggi più che mai, si manifesta non solo sensibile e comprensivo degli umani bisogni, ma là, dove la giustizia, dove la fratellanza, dove l’indigenza reclamano chi li soccorra e li serva con pieno e silenzioso sacrificio di sé, esso, il Vangelo, ha pronto un suo dono generoso e misterioso di vite consacrate ed immolate.

Ed il Nostro invito a godere dell’avvenimento, che oggi è stato celebrato, vuol essere espresso a quanti sono qua accorsi per essere non solo spettatori, ma partecipi: tali sono certo le Autorità civili e politiche di Bologna e della terra emiliana e romagnola, alle quali siamo lieti, nel nome di Clelia Barbieri, di porgere il Nostro deferente saluto ed il Nostro voto augurale di prosperità e di pace.

PREZIOSI INSEGNAMENTI PER TUTTI I DISCEPOLI DI CRISTO

Così salutiamo le personalità ecclesiastiche del Clero Bolognese, Mons. Vicario Generale, i Reverendi Canonici e i Parroci della Città e dell’Arcidiocesi, fra questi quelli specialmente delle Budrie, e di San Giovanni in Persiceto, i rappresentanti del Laicato cattolico, i parenti ed i congiunti della nuova Beata e quelli che hanno goduto della sua miracolosa intercessione; e poi tutti i pellegrini e i visitatori e i fedeli presenti d’ogni provenienza, affinché abbiano tutti nella Nostra riconoscente e paterna benedizione il pegno della protezione della nuova celeste cittadina e sentano tutti, con l’impegno ch’ella ci affida a seguirne gli esempi e a tenerne desto lo spirito, l’impulso gioioso degli interiori carismi capace di rendere possibile e facile e felice la moderna militante sequela di Cristo.

Ma non possiamo congedarci da questa entusiasmante assemblea senza rivolgere un pensiero specialissimo ai gruppi di Alunni, con i loro Superiori e Maestri, dei vari Seminari, che abbiamo la fortuna di vedere d’intorno a Noi, specialmente quelli del Seminario Regionale «Benedetto XV» delle Diocesi di Bologna, Ravenna, Bertinoro, Cesena, Comacchio, Forlì, Sarsina, Rimini e Montefeltro, le quali così salutiamo nei pegni più preziosi delle loro spirituali speranze; poi quelli del Seminario arcivescovile di Bologna; quelli dell’«Onarmo»; quelli del Pre-seminario di Borgo Capanne; e quanti altri nelle rispettive Diocesi, nella Nostra di Roma ovviamente, ovvero nelle loro Famiglie religiose, maschili e femminili, si preparano a far dono a Cristo e alla sua Chiesa, della loro freschissima vita. A voi, giovani, l’augurio che possiate pienamente godere della presente glorificazione dell’umile virtù; a voi, l’esortazione che abbiate l’intuito sapiente di ciò che oggi più occorre alla Chiesa e alla moderna società, il fatto esistenziale cioè della santità.

Di santi ha bisogno la Chiesa, di santi il mondo. Di santi, diciamo, dei quali l’imitazione di Cristo e la tradizione ecclesiastica c’insegnano le vie aspre e soavi; di santi, che nel tumulto delle esperienze moderne, delle ideologie correnti, delle contestazioni di moda, sanno essere, ad un tempo, personali e sociali, liberi cioè dal mimetismo collettivo, e spontaneamente, fermamente consacrati al servizio di Dio e dei fratelli. Fate, carissimi figli, della vostra vita un esperimento totale di santità; non fermatevi a metà, non contentatevi di compromessi mediocri, non lasciatevi suggestionare dalle formidabili fatuità di cui è piena la nostra atmosfera; siate veramente discepoli del Maestro, veramente membra vive ed operanti della Chiesa di Dio, veramente esaltati ed umili della vostra scelta, fra tutte la più difficile e fra tutte la più dolce, fra tutte l’ottima per la vita presente e quella futura, la scelta della santità. Così vi parli nel cuore la nuova Beata; così vi attragga e vi avvalori quel Cristo nostro Signore di cui oggi, celebrando la festa della sua regalità, la Chiesa ci ricorda essere Lui l’unico a orientare le nostre speranze, l’unico a unire i nostri cuori, l’unico a salvare i nostri destini.

Paolo VI. Il film, i documentari e i documenti






IL FILM












Critica alla fiction


Per fortuna Paolo VI non era di sinistra ed era meglio di quello in tv

Sceneggiatori, malignità vaticane e interpretazione del Concilio. Come nasce l’immagine politica di Papa Montini
di Maurizio Crippa | Il Foglio 2 Dicembre 2008

A Paolo VI piacevano i film western, se li guardava volentieri la sera prima di andare a letto e una volta, nel settembre del 1968, li citò persino in una celebre udienza, per cercare di spiegare prima di tutto a se stesso – era il suo tipico modo di procedere, da intellettuale di formazione giuridica, ma la maggior parte degli osservatori l’ha sempre scambiato per un segnale di dubbio, “il Papa del dubbio” dicevano – l’ansia di violenza che vedeva crescere nei giovani. Papa Benedetto va a letto presto, non è un mistero che alla televisione preferisca i libri.

Che la fiction su Giovanni Battista Montini, “Paolo VI – Un Papa nella tempesta”, prodotta dalla Lux-Vide di Matilde (ed Ettore) Bernabei per Raiuno e andata in onda domenica e lunedì non lo abbia entusiasmato, quando gliela hanno mostrata in anteprima, è un’indiscrezione tutto sommato plausibile. Anche se forse è solo una malignità “intra moenia” vaticane che l’abbia disturbato l’interpretazione del Concilio, o l’eccessiva sottolineatura della politica italiana – con Montini a benedire tutto il cammino della Dc come la storia di una lunga e provvidenziale apertura a sinistra. Probabilmente il professor Ratzinger si sarà semplicemente un po’ annoiato, come accade spesso di fronte alle fiction biografico-religiose della tv italiana (critica bipartisan: vale per quelle targate Bernabei-Rai come per quelle in onda sulle reti Mediaset). Anche se, stando alle cronache, Benedetto XVI si commosse vedendo l’anteprima del “Giovanni Paolo II” della Rai con Jon Voight. Una fiction è solo una fiction, contiene inevitabilmente quel molto di agiografico e quel troppo di zucchero concentrato (tre ore, lo standard delle miniserie all’italiana).

Manca per statuto l’approfondimento, ogni rischio di argomento contraddittorio è bandito. E’ solo una fiction, che male c’è? E questa diretta da Fabrizio Costa è stata apprezzata dal pubblico al pari di tutte le altre. Al limite, si potrebbe girare agli interessati, ai produttori, la domanda generale sul perché le fiction biografiche all’italiana debbano essere tutte identiche, che parlino di Montini o di Fausto Coppi. E alla Lux-Vide si potrebbe chiedere se davvero quel loro modo di fare televisione sia anche una forma convincente di “apostolato dei media”, come si pretende. Ma Ettore Bernabei la sa lunghissima e certamente ha ragione lui. Che poi un Papa teologo, la sera, preferisca un tomo di teologia in fondo importa poco per la chiesa mediatica italiana.

Una fiction è solo una fiction, non un approfondimento sulla storia della chiesa, della sua cultura novecentesca, o del cattolicesimo italiano. Eppure, da quel che si dice o non si dice, da ciò che si mostra o si sorvola emergono dei tic, degli stereotipi, utili per capire anche le cose più serie (più serie di una fiction) che stanno sullo sfondo o nella testa degli sceneggiatori. Si può intuire, ad esempio, qual è l’immagine che a Paolo VI è stata cucita addosso, così forte e bene che a tutt’oggi gli sceneggiatori non se la sono sentita di derogare, come hanno essi stessi dichiarato: “Papa Montini non ha una forte immagine nazionalpopolare, non ha lasciato dietro di sé un marchio indelebile. In questa fiction abbiamo cercato di raccontare quanto sia difficile fare il Papa e quanto una responsabilità possa portare un uomo a sfidare i propri limiti”.

Un Papa in flashback. Racchiudere la storia di Paolo VI in due lunghi flashback suscitati dal caso Moro è una scelta un po’ azzardata persino per una fiction. La prima puntata si apre sulle immagini di via Fani, una lunga sequenza. Una scelta anche pertinente. Il 1978 non è stato solo l’anno in cui Montini è morto, il 6 agosto, lontano dal clamore dei media, un lento consumarsi più che una lunga agonia nella isolata tranquillità di Castel Gandolfo. Quasi abbandonato dal mondo, forse dalla stessa chiesa straziata da quindici anni terribili, dal post Concilio e non solo, e che da tempo si interrogava sul futuro.

E’ vero che, simbolicamente, per il mondo italiano Paolo VI era già morto tre mesi prima, quando il 13 maggio in San Giovanni in Laterano rivolgendosi al “Dio della vita e della morte”, aveva gridato con un filo di voce: “Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo uomo buono, mite, saggio, innocente e amico”. Ma in quel maggio del 1978, l’anno dei tre Papi, in cui a Roma iniziavano a finire la Dc e la Guerra fredda con l’arrivo del Papa polacco, Paolo VI aveva cominciato a morire, d’amarezza, anche per un altro colpo. L’Italia aveva votato la legge che legalizzava l’aborto; la Dc aveva optato per un compromesso, forse inevitabile dal punto di vista politico, certo irrilevante per difendere una cultura, una visione, una concezione della vita che avevano già iniziato a franare da un pezzo. La legalizzazione dell’aborto finiva insomma per sancire che sulla inviolabilità della vita umana le cose non stavano più come erano state per millenni, i due millenni cristiani, e che la libertà di decidere, la “choice” della donna era diventata un diritto che, passati altri trent’anni, oggi qualcuno vorrebbe iscrivere tra i diritti umani inviolabili dell’Onu.

Paolo VI quest’esito rovinoso non solo per la chiesa, ma per l’umanità stessa l’aveva previsto e dolorosamente annunciato dieci anni prima, con la “Humanae Vitae”. Ma questo legame profondo, tracciato con lucidità a proposito del non poter “procedere a proprio arbitrio” quando si tratta del compito di dare (o togliere) la vita è uno degli aspetti del pensiero e del magistero di Paolo VI ancora oggi più negati, più censurati, non solo da parte della cultura laica, ma anche di buona parte dei cattolici. L’“Humanae Vitae” fu la sua ultima enciclica non per caso: Papa Montini aveva intuito che per preservare il “piccolo gregge” che gli era stato affidato ogni nuova parola autoritaria sarebbe stata dannosa. E fu proprio lui a usare, nel 1972, in un’omelia drammatica e inascoltata, l’immagine della tempesta: “Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della chiesa. E’ venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio”.

Altro grande stereotipo su Paolo VI è quello di una figura schiacciata “tra Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II”, come ha puntualmente detto Fabrizio Gifuni, l’attore che lo interpreta nella fiction tv, dunque “silenzioso” e poco rilevante nella difesa della fede nel secolo breve al confronto del “Papa del Concilio” e di quello dell’“Aprite le porte a Cristo”. O addirittura “traditore” del Concilio. Invece, in quegli anni drammatici, Montini portò a termine il Vaticano II salvandolo alternativamente da secche procedurali e derive teologiche. La celebre “Nota explicativa praevia” che d’autorità fece anteporre alla Costituzione dogmatica “Lumen Gentium” sulla chiesa per evitare interpretazioni equivoche, servì a confermare la superiorità dell’autorità pontificia nei confronti del Collegio episcopale. La “Nota” fu interpretata dai progressisti come una sorta di “golpe” conservatore, ma forse senza di essa il Concilio si sarebbe trasformato in una frana teologica senza confini. Lo stesso si può dire per il “Credo del Popolo di Dio” che proclamò con “Motu Proprio” nel 1968 col suggerimento e l’aiuto del suo grande amico Jacques Maritain, ormai ravveduto “Contadino della Garonna”, una delle più lucide e sintetiche riproposizioni della tradizione apostolica, che fu largamente ignorato dentro e fuori la chiesa.

“Come si può dire ch’io sono sempre stato favorevole alla cosiddetta apertura a sinistra, quando è vero il contrario?”. Basterebbe questa frase scritta da cardinale di Milano nel 1959 a un amico, che apre il libro di Eliana Versace “Montini e l’apertura a sinistra - Il falso mito del vescovo progressista” per smentire un altro stereotipo e per restituire alla figura di Montini la sua complessità anche sul terreno dell’interesse che sempre ebbe per la vita politica italiana, da vero bresciano figlio di un deputato del Partito popolare. Dagli anni da “sostituto” in segreteria di stato con Pio XII e di assistente della Fuci, al costituirsi di quello che gli storici hanno chiamato il “partito montiniano” tra i giovani quadri dell’antifascismo cattolico, l’attitudine “politica” di Montini è stata indubbiamente importante per la storia del cattolicesimo politico italiano. Il modello “maritainiano” dell’impegno nella vita pubblica, la crucialità della partecipazione alla Carta costituzionale lo dimostrano. Così come il suo pontificato e la sua ambrosianissima “Populorum Progressio” non possono essere compresi senza gli anni da “arcivescovo degli operai” nella città del boom economico e dell’immigrazione. Da lì a diventare il vero capo del centrosinistra, sono cose che capitano soltanto nelle fiction.







Chiusura del Concilio







Al Cammino Neocatecumenale









SPECIALI SU PAOLO VI













































































DOCUMENTI FILMATI





























































































































































Un Papa nella tempesta




La santità intellettuale del mio Paolo VI, alla vigilia della beatificazione. Amletico, controverso e di sublime certezza. Scrittore sommo, contro il “facilismo” cristiano

di Giuliano Ferrara | 19 Ottobre 2014 


Qui di seguito l’intervento del direttore del Foglio all’incontro promosso dalla Fondazione San Benedetto di Brescia. L’incontro si è svolto il 3 ottobre scorso.

Avevo 26 anni quando morì. L’avevo visto per caso la prima volta incontrandolo durante una visita pastorale. C’era un grande macchinone nero in mezzo alla folla, pioveva a Roma, piazzale di Ponte Milvio, e il Papa sul quale si è levato ovviamente uno sguardo di attonita curiosità, aveva quel bellissimo saturno rosso che si vede molto spesso nelle sue immagini, quello che sembra un sombrero, e il tabarro, elegante, aristocratico. Pallido, in un tempo romano di pioggia, mi fece una grandissima impressione, avevo 16-17 anni e tornavo da scuola. L’ho rivisto una seconda volta che era come più piccolo dell’anello piscatorio, che era tutto consunto dalla malattia, nella messa di Natale del 1977. Lo vidi nella sedia gestatoria, un soffio di umanità senza peso materiale. Molto bella e carismatica fu quell’immagine. Mi ritornò alla luce degli occhi quando ero a Santiago de Compostela, quel 6 agosto del 1978 in cui morì e i giornali spagnoli (allora non c’erano tante notizie online) la mattina dopo titolavano: “Murió Pablo”. E’ stato il Papa della mia giovinezza,  lo dico non perché la cosa abbia alcun rilievo ma per farvi capire il senso iniziale da cui poi è sprigionato quanto c’è, ed è molto, di interesse e di curiosità e, possiamo anche dirlo senza paura, di devozione verso una personalità così straordinaria.

Quando è morto Paolo VI ero un giovane comunista, venivo da una famiglia comunista, ero lontanissimo, a parte un rapporto culturale e civile, dalla chiesa cattolica. I comunisti di un tempo erano molto rispettosi della chiesa, della gerarchia, del Papa, avevano il senso della grandezza che si racchiudeva dentro questa bimillenaria istituzione umana, che si autocomprende come anche divina, che aveva questa identità universale, cattolica appunto, ed è ovvio che noi fossimo attratti, affascinati, però non era un legame fondato sulla fede. E quindi visto che siamo in procinto di una beatificazione, se un elemento di santità era percepibile dal ragazzo che ero allora era una santità intellettuale. La sofferenza di questo Papa, il suo contatto con il mondo e anche con la chiesa, la straordinaria capacità che ebbe di sollecitare la responsabilità di coloro cui parlava, porgergli la loro stessa libertà ma fare di questa libertà per ciascuno di loro un problema su tutti i temi che ha affrontato e di cui il suo pontificato è stato costellato, sono elementi assolutamente straordinari, ed erano una cosa che colpiva ogni mente, ogni spirito non chiuso a un ragionamento sulla storia e sul senso della storia.

Sofferenza è una parola abusata nel caso di Paolo VI, ma ho trovato un testo emblematico del 1969, contenuto in una normale allocuzione nel corso di un’udienza generale. Questa sofferenza aveva un’origine spiritualmente e intellettualmente straordinaria di cui Paolo VI era consapevole, e nel ’69 era già il Papa del Concilio immerso nei primi soffi, in quelli buoni e in quelli meno benigni, del dopo Concilio.

“Un cristianesimo facile: questa Ci sembra una delle aspirazioni più ovvie e più diffuse, dopo il Concilio. Facilità: la parola è seducente; ed è anche, in un certo senso, accettabile, ma può essere ambigua. Può costituire una bellissima apologia della vita cristiana, a intenderla come si deve; e potrebbe essere un travisamento, una concezione di comodo, un ‘minimismo’ fatale [sentite che termini da grande italiano, da grande scrittore!]. Bisogna fare attenzione. Che il messaggio cristiano si presenti nella sua origine, nella sua essenza, nella intenzione salvatrice, nel disegno misericordioso che tutto lo pervade, come facile, felice, accettevole e comportabile, è fuori dubbio. E’ una delle più sicure e confortanti certezze della nostra religione; sì, ben compreso, il cristianesimo è facile. Bisogna pensarlo così, presentarlo così, viverlo così [sembra un motto del pontificato di Francesco]. Lo ha detto Gesù stesso: ‘Il mio giogo è soave ed il mio peso è leggero’ (Matth. 11, 30). Lo ha ripetuto, rimproverando ai Farisei, meticolosi e intransigenti, del suo tempo: ‘Compongono pesanti e insopportabili fardelli e li impongono sulle spalle degli uomini’ (Matth. 23, 4; cfr. Matth. 15, 2, ss.). E una delle idee maestre di San Paolo non è stata quella di esonerare i nuovi cristiani dalla difficile, complicata e ormai superflua osservanza delle prescrizioni legali del Testamento anteriore a Cristo?”.

Giovanni Battista Montini, Papa Paolo VI (1963-1978), nacque il 26 settembre 1897 a Concesio, in provincia di Brescia

Quindi un atteggiamento misericordioso, persino consapevolmente facilista, “accettevole”, “comportabile”, come dice in questa splendida lingua Paolo VI, ma con un avviso: tutto questo è ambiguo, è esposto al travisamento. Non è che fosse un Papa del dubbio, Paolo VI aveva una fede fermissima, lo dirò poi citando il cardinale Ratzinger quando parlò della morte di Paolo VI in una bellissima omelia.  Paolo VI è un Papa del dubbio, amletico, controverso solo nella percezione che ne abbiamo, ed è normale e giusto che sia così, la tempesta è stata in noi ed è ancora largamente in noi. I Papi non sono controversi, bisogna essere molto presuntuosi per dire che un Papa è controverso. E’ controversa l’accoglienza che noi destiniamo a loro, il rapporto del mondo con il vicario di Cristo, con il vicario di Pietro, con il capo di una gerarchia che è anche il primo messaggero di un popolo, di una comunità di credenti, quello sì è controverso. Coi papi si può litigare, ma i papi non litigano con sé stessi, sono ovviamente parte di una storia, sono esseri umani, ma l’istituzione ha un senso univoco, limpido, nitido. Ha quello che può dare, si affida per i credenti ovviamente alla Provvidenza divina, ma di dubbioso non ha nulla, di controverso non ha nulla.

Un cristianesimo facile era per Paolo VI contemporaneamente un dovere, un modo di evangelizzare, un modo di credere perfino, il “giogo leggero”, un messaggio del Signore, e al tempo stesso però era un problema, era un’ambiguità, perché si può essere contro il legalismo ma, e lo vedremo adesso rapidissimamente percorrendo il senso del suo pontificato, è più difficile escludere l’ordine spirituale, la distinzione di bene e di male dall’orizzonte della nostra vita, dei nostri comportamenti, del nostro pensiero e persino dalla nostra fede quando ci sia la fede. Diciamolo in modo giornalistico: io non sono uno storico e neanche uno specialista, sono un innamorato del pensiero cattolico, della cultura cattolica, del cattolicesimo reale, fisico, vero, che rappresenta un elemento di equilibrio nella vita del mondo e del mio paese.
Paolo VI è un grandissimo straordinario uomo di curia che lavora con i papi “pii”, Pio XI e Pio XII, pontefici massicci che vivono in una chiesa piena di ombre, una chiesa che oggi non potremmo neanche riconoscere se si fosse mantenuta in qualche parrocchia sperduta di periferia. Una chiesa piena di ombre e probabilmente anche di luce, ma severa, rigorosa, una chiesa strettamente legata al passato, in quanto il passato per quella chiesa era la testimonianza del Regno che viene, la dottrina. Era la dottrina, anche innovandola. Pio XII ha innovato il modo di leggere la Bibbia con l’enciclica Divino afflante Spiritu, ha lavorato con il cardinale Bea, con i costruttori del Concilio dopo di lui. Quella era la chiesa dove Paolo VI ha concepito, formato la parte più cospicua della sua posizione nella chiesa ed è la vera ragione per cui poi, dopo il fulmine profetico di Giovanni XXIII e la convocazione del Concilio, fu lui a essere eletto Papa.

E’ stato un pastore attento nella fase milanese come arcivescovo di Milano, molto attento sulla questione della famiglia, e poi è stato il Papa del Concilio. Giovanni XXIII è stato il Papa che ha chiesto al Concilio di essere pastorale, benigno e aperto, ma Paolo VI è quello che ha dovuto governare questo Concilio che si era trasformato, quando lo riconvocò dopo la morte di Giovanni, in un’assemblea della Pallacorda, una sorta di grande confronto dentro la chiesa, un momento di fermenti rivoluzionari che tendevano a grandi svolte, a grandi modifiche. Paolo VI da questo punto di vista è stato tutt’altro che dubbioso, è stato un Papa di sublime certezza perché in uno dei documenti decisivi del Vaticano II, la Lumen Gentium, la costituzione su chi siamo, chi siamo noi chiesa e cosa siamo nel mondo, appose la famosa “Nota esplicativa previa”. Come a dire: questo documento è complesso, viene fuori da una larga ispirazione episcopale, in cui i reverendi padri si riconoscono, io non solo ho contribuito a farlo, ma lo faccio integralmente mio, però consentitemi di apporre in latino quelle sette o otto righe fondamentali che dicono: “Tutto questo è vero, ma il governo della chiesa è con Pietro e sotto Pietro”. Il Papa nel Vaticano II salva il primato romano, e lo salva attraverso questo atto magisteriale. Non impedisce un passo avanti rispetto all’infallibilità del Vaticano I, non impedisce la collegialità, la nascita del Sinodo, non impedisce un movimentarsi della chiesa, ma è un movimentarsi che non va verso la deriva degenerativa della disunione. “Nota esplicativa previa”, un atto di magistero straordinario, eccezione emergenziale che arriva forse nel momento più importante di vita del Vaticano II.

Poi cosa altro è Paolo VI per un povero giornalista? Ovviamente oltre a tutto il resto, oltre al poeta della modernità – poeta proprio nel senso che era versificatore, lessicografo, era il dizionario delle cose più importanti che il pensiero di un Novecento tormentato, decadente, un po’ rancido, riusciva a produrre nel momento in cui moriva (Paolo VI è stato un Papa della seconda metà del Novecento) – è stato il Papa che ha levato un “no” carico d’amore, carico di pensiero, carico di preoccupazione, carico di sentimento e sensibilità, anche carico di dottrina, un “no” alla via d’uscita che il mondo moderno immaginava e praticava embrionalmente fin da allora. La modernità pensava di avere trovato la via nella rivoluzione del soggetto che supera, che disgrega e supera la famiglia, che disgrega e supera l’unità della personalità, che disgrega e supera la paternità responsabile: e il mezzo è il progresso della scienza che gli consente di decidere lui della procreazione, il progresso sociologico del nuovo ruolo della donna, il divorzio, poi l’aborto. Insomma i grandi drammi che ruotano attorno a un documento secondo me fulgido, straordinario, letto, riletto, pubblicato sul Foglio tante volte pur essendo un testo lungo e non propriamente giornalistico, l’Humanae Vitae. Paolo VI interviene attraverso un documento che parla di un tema a lui sempre caro, sempre caro a un Papa, a un successore di Pietro, per ragioni secondo me assolutamente vere che è il tema della vita.

Ora la chiesa sta per reimmettersi – alla fine la beatificazione di Paolo VI è anche una forma di ancoraggio spirituale solido che con grande finezza e sensibilità Papa Francesco ha trovato modo di collocare proprio al culmine del Sinodo – si reimmette nel circuito di questo dramma: la famiglia, dunque la sua unità, il sesso, la procreazione, tutto quello che ruota attorno a questo elemento centrale della vita umana. Non è che abbiamo scoperto adesso che esistono le famiglie cosiddette “patchwork”, quello che nel 1960 era uno sfilacciamento (parlo del 1960 perché in quell’anno in una celebre lettera pastorale per la diocesi ambrosiana il cardinale Montini trattò il tema della famiglia), quello che allora era un infragilimento della famiglia che diventava meno solida, meno unita, meno convergente verso fini trascendenti, meno legata a un senso, oggi è distruzione come grande tendenza dei tempi, come perdita completa di autorità, di prestigio, di peso della famiglia biparentale, classica: sposarsi, promettersi definitivamente l’amore, coltivarlo, attraversare tutto, la benevolenza, la malevolenza, la santità e il peccato; attraversare tutto dentro questo vaso di santità che recentemente il cardinale Kasper paragonava a una chiesa domestica.
Adesso è più dura e di nuovo c’è un’alternativa. Come sapete Paolo VI, è scritto nell’enciclica in modo chiaro, aveva reinsediato e allargato una commissione voluta da Giovanni XXIII che analizzava il problema della famiglia nei tempi moderni, li ascoltò, li riunì, li fece parlare. Loro gli diedero un impianto sociologico e dottrinale di compromesso, di mediazione, si trattava non di poco. Si trattava di modificare proprio il senso stesso dell’amore cristiano, come amore sacramentale. Il matrimonio è vero che preesiste al cristianesimo ed è stato canonizzato dal cristianesimo.

Ma l’idea sacramentale dell’amore fra uomo e donna come amore fra Cristo e la sua chiesa, quella l’ha inventata il cristianesimo, l’ha portata il Signore, e quindi adesso come allora c’è un problema. Questa commissione aveva dato un’alternativa di compromesso e, come sapete, Paolo VI firmò invece il documento che è stato giudicato più disperato e più di argine, di difesa, di erezione di un muro anziché di guida. Ma non era questo, il Papa invece presagiva il futuro in modo straordinariamente intelligente e con mezzi quasi sovrumani, di sovranità intellettuale assoluta. Paolo VI aveva capito tutto della scienza, dell’eugenetica, dei progressi tecno-scientifici che avrebbero portato alla produzione dei bambini, invece che alla loro procreazione attraverso un atto di amore, che avrebbero portato a un’idea strumentale della pianificazione familiare. Tutto aveva perfettamente capito, e aveva intuito attraverso quale pertugio culturale e psicologico questa tendenza dissolutiva sarebbe passata, e disse di no in un modo che gli attirò poi gli strali, le inimicizie, le sfide di una parte del mondo e di una parte della stessa chiesa cattolica che non accettava questo pensiero e che riteneva che il messaggio, il significato del Concilio Vaticano II fossero un’altra cosa, dovessero proprio culminare in uno sposalizio col mondo così come è. Invece Paolo VI fece di testa sua, nel suo personale, privato, spirituale, altissimo (data la funzione che ricopriva), colloquio con Dio.

A Gerusalemme, nel 1964, con il patriarca della chiesa ortodossa Atenagora I

E quindi fu un Papa criticato, e criticato in modo feroce. Dopo l’Humanae Vitae che è del 1968, non scrisse più un’enciclica e lo disse esplicitamente: non voleva più essere elemento divisivo nella sua stessa chiesa. Codificare, fissare in una lettera enciclica le sue idee è fatto che sarebbe stato concepito come sfida gerarchica al popolo di Dio. Ma un Papa, disse Ratzinger nell’omelia dopo la morte di Paolo VI, “un Papa che oggi non subisse critiche fallirebbe il suo compito dinanzi a questo tempo. Paolo VI ha resistito alla telecrazia e alla demoscopia [qui c’è tutta la sapienza del cardinale Ratzinger], le due potenze dittatoriali del presente. Ha potuto farlo perché non prendeva come parametro il successo e l’approvazione, bensì la coscienza, che si misura sulla verità, sulla fede. E’ per questo che in molte occasioni ha cercato il compromesso: la fede [grande lezione ripresa nelle sue mani capaci da Papa Francesco] lascia molto di aperto, offre un ampio spettro di decisioni [pensate solo alla discussione che sta imperversando alla vigilia del Sinodo], impone come parametro l’amore, che si sente in obbligo verso il tutto e quindi impone molto rispetto. Per questo ha potuto essere inflessibile e deciso quando la posta in gioco era la tradizione essenziale della chiesa”.

Dalla gioventù alla maturità, fino alla mia turpe vecchiaia, questo è il mio Paolo VI.

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[Intervento nel dibattito] E’ vero: la dottrina di per sé è morta, la lettera è morta, lo spirito vivifica. E lo spirito per una religione come il cristianesimo è incarnato nell’esperienza, nella storia. D’accordo, però il problema è sempre lo stesso, riformulato in modo diverso da Paolo VI, da Giovanni Paolo II, da Benedetto XVI, e adesso da Papa Francesco: fino a che punto io posso amare, esprimere misericordia, perdonare, restando nella giustizia? Non giudico evangelicamente, ma porto la spada della mia fede nel mondo, e la spada ferisce, induce a comportamenti di volta in volta diversi. Con l’esempio? Sì con l’esempio. Con la sequela dei più deboli, degli svantaggiati, dei poveri? Sì, con quella che è la sequela di Cristo, la sequela evangelica. Con l’apertura mentale, la sensibilità verso gli altri? Certo. Con lo spirito di accoglienza? Ma sicuramente. Però il problema è sempre lo stesso. Un fine santo corre o no il rischio di essere tradito dai mezzi che impiega? Ricordo qui a Brescia delle conversazioni molto belle con Mino Martinazzoli sul teologo Romano Guardini, autore di un bellissimo libro su Pascal, finissimo interprete di Pascal. Filosofo, teologo, letterato del Seicento che fece a cazzotti, si fa per dire, con i gesuiti. Pascal scrisse le famose “Lettere provinciali”, disse “state sbagliando tutto, voi reverendi padri gesuiti”. Erano nel momento della loro maturità, e Pascal disse di no. Con Martinazzoli, con un certo sense of humour, con una certa capacità di stupirci, ragionavamo su questo. Chi più dei gesuiti ha lavorato per un fine santo? Sono nati per santificare il mondo e la chiesa nel momento della dissacrazione, nel momento scismatico, della grande ubriachezza teologica indotta dal genio e dal talento religioso di Lutero che però l’ha imbracciato contro Pietro, contro Roma, contro la continuità apostolica e diventò la rivoluzione sacramentale per cui niente aveva più importanza salvo la fede e quindi la chiesa veniva virtualmente abolita. I gesuiti, che non sono stati affatto gli agenti segreti della Controriforma (e poi forse non c’è stata nemmeno una Controriforma, ma una Riforma cattolica parallela alla Riforma luterana) e comunque non erano i maestri concertatori, malgrado il contributo del grande orchestratore san Roberto Bellarmino, però hanno cercato di ricostruire lo spazio cattolico e sacramentale anche attraverso la via mistica, anche tagliando tutte le mediazioni, andando al rapporto diretto con il divino. Francesco lo dice spesso: devi farti riempire, svuotarti e lasciare che il tuo spirito si riempia di qualcosa di ineffabile, di non razionalizzabile. E’ un linguaggio molto diverso da quello di Benedetto XVI, che invece la sua chiesa la portò sul terreno dell’alleanza tra fede e ragione, ma è comunque un orizzonte straordinario, un modo di fare il Papa. Sta di fatto che i gesuiti interpretarono molto bene questa cosa indistinta che sta tra mistica e politica. Poi però elaborarono una morale comune pazzesca, la morale del probabilismo.

San Giovanni in Laterano, 13 maggio 1978: l’omelia alla messa in suffragio di Aldo Moro

Non voglio stare a semplificare, tutto dipende da una serie di fattori che vengono gestiti dalla tua direzione spirituale o da te in quanto direttore spirituale di te stesso, dopo di che si possono fare tante cose, si può nascondere il crocifisso tra gli indiani, si può rubare, si può uccidere, si può combattere: insomma “todo modo para buscar la voluntad de Dios”. Questa è la volgarizzazione satirica, pascaliana, della grandezza dei gesuiti, che però fu una grandezza ambigua: per rendere facile il cristianesimo o corrispondergli, perché “il giogo è leggero” e da qualche punto bisogna ripartire, non si può affrontare il mondo soltanto proponendogli manifesti di dottrina, è quasi inutile aprire le porte delle chiese, presentarsi nelle piazze, nelle strade, nelle calli delle villas miserias che sono il nucleo dell’esperienza di Papa Francesco per indottrinare. Non si può parlare ai poveri con il linguaggio della dottrina morale, non si può riconquistare il mondo, anche il mondo mondano, il mondo non povero, d’avanguardia, della cultura, della tecnica, con la dottrina morale. D’accordo. Ma fino a che punto io posso amare, essere misericordioso e perdonare senza per questo disperdere quel patrimonio di giustizia che solo rende veramente divina la misericordia? E’ questo il punto da cui si riparte ogni volta e che incantò Giovanni Battista Montini.

Noi non l’abbiamo citata stasera, ma una sua frase fondamentale è che “la più alta forma di carità è la politica”. Papa Paolo VI è stato contestato dai cosiddetti progressisti che gli hanno attribuito la restaurazione post conciliare, e di aver preparato poi il terreno a Giovanni Paolo II. E’ stato detestato anche dagli ultraconservatori, dai sedevacantisti, da larghi settori tradizionalisti perché era stato un Papa molto attivo nel cercare di conformare attorno al nucleo della fede un messaggio secolare convincente della chiesa cattolica fino al punto di essere uno dei padri dell’esperienza democratico-cristiana, fino al punto di aver modernizzato l’Italia promuovendo il centrosinistra. Altro che “Papa del dubbio”, è stato un Papa di spinta, di trasformazione. Credo che poi sulla percezione disperata del suo pontificato abbia contato molto anche l’esperienza del caso Moro.

Paolo VI tenne l’omelia funebre senza la presenza della salma “del fratello Aldo”, giustiziato in un carcere del popolo delle Brigate rosse, ricondotta a Turrita Tiberina per un funerale privato da parte della famiglia furiosa con lo stato che non aveva trattato. Andò nella basilica romana più importante, San Giovanni in Laterano, e disse la famosa frase di una bellezza stellare: “Signore, tu non hai esaudito la nostra supplica per la vita del nostro fratello Aldo”. Si rivolse in un dialogo diretto con il divino che era in lui e fece una profondissima riflessione in una chiesa vuota dell’innocenza di un prigioniero ucciso nel modo che sappiamo. E quindi sembrò addirittura che fosse un Papa in lite con la Provvidenza, ma non era così. Paolo VI, questo poeta del moderno, questo straordinario Papa che sta per essere beatificato dalla grande assemblea dei vescovi, da uno dei suoi successori che a lui si richiama, nella sua sensibilità, nella sua diffidenza verso il piccolo dogmatismo, il “minimismo” dogmatico e verso il “facilismo”, era un uomo di grande certezza, di fede inconcussa. Non un uomo incerto che è una versione stupida, fumettistica che si dà di questa grandissima straordinaria personalità.

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